30 aprile 2014

Basta austerità! Basta privatizzazioni! Appello per la costruzione di una manifestazione nazionale a Roma il 17 maggio

ACQUA, TERRA, REDDITO, CASA, LAVORO, BENI COMUNI, DIRITTI SOCIALI.

Una nuova stagione di privatizzazione dei beni comuni, di attacco ai diritti sociali e alla democrazia è alle porte.
Se la straordinaria vittoria referendaria del 2011 ha dimostrato la fine del consenso all’ideologia del “privato è bello”, e se la miriade di conflittualità aperte sulla difesa dei beni comuni e la difesa dei territori suggeriscono la possibilità e l’urgenza di un altro modello sociale, la crisi, costruita attorno alla trappola del debito pubblico, ha riproposto con forza e ferocia l’ideologia del “privato è obbligatorio e ineluttabile”.
L’obiettivo è chiaro: consentire all’enorme massa di denaro accumulata sui mercati finanziari di potersi impossessare della ricchezza sociale del Paese, imponendo un modello produttivo contaminante, mercificando i beni comuni e alienando i diritti di tutti.
Le conseguenze sono altrettanto chiare: un drammatico impoverimento di ampie fasce della popolazione, sottoposte a perdita del lavoro, del reddito, della possibilità di accesso ai servizi, ai danni ambientali e ai conseguenti impatti sulla salute, con preoccupanti segnali di diffusione di disperazione individuale e sociale.
Il Governo Renzi, sostenuto dall’imponente grancassa dei mass-media e in piena continuità con gli esecutivi precedenti, sta accelerando l’approfondimento delle politiche liberiste, rendendo irreversibile, attraverso il decreto Poletti e il Job Act, la precarietà del lavoro e della vita delle persone; continuando a comprimere gli spazi democratici delle comunità costrette a subire gli effetti delle devastazioni ambientali, delle grandi opere, dei grandi eventi e delle speculazione finanziaria e immobiliare; mettendo a rischio, attraverso i tagli alla spesa, il diritto alla salute, alla scuola e all’università, e la conservazione della natura e delle risorse.
Dentro questo disegno, viene messa in discussione la stessa democrazia, con una nuova spinta neoautoritaria che toglie rappresentatività alle istituzioni legislative (in particolare la nuova legge elettorale “Italicum”) ed aumenta i poteri del Governo e del Presidente del Consiglio, e con l’attacco alla funzione pubblica e sociale degli enti locali.
Tutto ciò in piena sudditanza con i vincoli dell’elite politico-finanziarie che governano l’Unione Europea e che, le politiche di austerità, i vincoli monetaristi imposti dalla BCE, il patto di stabilità, il fiscal compact e l’imminente trattato di libero scambio USA-UE (TTIP), cercano di imporre la fine di qualsivoglia stato sociale e la piena mercificazione dei beni comuni.
A tutto questo è giunto il momento di dire basta.
In questi anni, dentro le conflittualità aperte in questo paese, sono maturate esperienze di lotta molteplici e variegate ma tutte accomunate da un comune sentire: non vi sarà alcuna uscita dalla crisi che non passi attraverso una mobilitazione sociale diffusa per la riappropriazione sociale dei beni comuni, della gestione dei territori, della ricchezza sociale prodotta, di una nuova democrazia partecipativa.
Sono esperienze che, mentre producono importantissime resistenze sui temi dell’acqua, dei beni comuni e della difesa del territorio, dell’autodeterminazione alimentare, del diritto all’istruzione, alla salute e all’abitare, del contrasto alla precarietà della vita e alla mercificazione della società, prefigurano la possibilità di una radicale inversione di rotta e la costruzione di un altro modello sociale e di democrazia.
Vogliamo fermare la nuova stagione di privatizzazioni, precarietà e devastazione ambientale.
Vogliamo costruire assieme un nuovo futuro.
Vogliamo collegarci alle diffuse mobilitazioni europee, per affermare la difesa dei beni comuni nella dimensione continentale, a partire dal semestre italiano di presidenza italiana del Consiglio dell’Unione Europea.
Vogliamo costruire un appuntamento collettivo che nasca in ogni territorio dentro momenti di confronto e iniziative reticolari, che, a partire da oggi, mettano in campo reti e associazioni, comitati, movimenti e organizzazioni sociali per arrivare tutte e tutti assieme ad una grande manifestazione nazionale a Roma per sabato 17 Maggio, con partenza da Piazza della Repubblica alle ore 14.00.
> Stop privatizzazioni – Stop precarietà – Stop devastazione ambientale
> Per la riappropriazione sociale dell’acqua, dei beni comuni, del territorio
> Per la difesa e l’estensione dei servizi pubblici e dei diritti sociali
> Stop fiscal compact – Stop pareggio di bilancio e patto di stabilità – Stop TTIP
> Per la riappropriazione delle risorse e della ricchezza sociale
> Per la difesa e l’estensione della democrazia

http://17maggio.noblogs.org

27 aprile 2014

Il 27 aprile 1937 moriva Antonio Gramsci. Sempre vivo nel cuore e nella testa di chi ha imparato dalla storia, per cambiare il presente e costruire il futuro.


Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che "vivere vuol dire essere partigiani". Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L'indifferenza è il peso morto della storia. E' la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica.
L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E' la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all'intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all'iniziativa dei pochi che operano, quanto all'indifferenza, all'assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.
I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.
Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'èin essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.
Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

Il 25 aprile che non sarà raccontato

Migliaia di persone hanno sfilato a Roma e Torino. Alla parata ufficiale romana giovani palestrati sionisti aggrediscono i palestinesi

 
Circa 3000 persone hanno attraversato questa mattina i quartieri più popolari di Roma Est, da piazza delle Camelie a Centocelle, dove c’è la lapide in ricordo dei partigiani, al Casilino al Quarticciolo e al Prenestino fino ad arrivare al lago "liberato" dell’ex Snia. Un 25 Aprile "periferico" per ricordare che la Resistenza, a Roma, è stata fatta anche nei quartieri più popolari, e continua giorno dopo giorno. Quei pochi negozi aperti non hanno chiuso al passaggio del corteo, e questo vorrà dire pur qualcosa.

C’erano le donne in lotta per far riaprire i consultori familiari, c’erano tanti bambini e bambine, c’erano quelli di "Stop sfratti e sgomberi" (il corteo ha sostato un po’ all’altezza di via delle Acacie, dove c’è il palazzo occupato di diverse famiglie ma sgomberato dalla polizia tre giorni fa), tanti e tante migranti, la comunità bengalese, la comunità kurda con le loro bandiere, le realtà del territorio da anni in lotta per liberare l’area del lago dell’ex Snia e renderla un parco pubblico. Ci sono i colori, il ritmo della Murga e la musica della banda degli ottoni. Una piccola moltitudine che ha risposto alla convocazione di una serie di associazioni e comitati uniti sotto la sigla "Antifascisti/e Roma Est".

«70 anni fa, a Roma, i quartieri popolari si sono distinti nella lotta di Resistenza contro gli occupanti nazisti e contro il fascismo - si legge sul loro comunicato - L’organizzazione clandestina e la cospirazione hanno saputo tessere una fitta rete di solidarietà capace di sostenere la guerriglia partigiana e liberare autonomamente questi quartieri». Le organizzatrici e gli organizzatori rivendicano con orgoglio che oggi la Resistenza continua nelle lotte sociali e che «il 25 Aprile è innanzitutto una occasione per riconoscerci nelle strade, consapevoli che le tante resistenze territoriali e quelle dei lavoratori fanno parte di un’unica lotta contro chi ci vorrebbe, oggi come ieri, sudditi ubbidienti e sfruttati. Ieri il capitalismo corporativo dello stato fascista, oggi quello liberista e democratico dell’Unione Europea. Rilanciare la lotta partigiana oggi significa combattere per rivoltare il mondo partendo dai nostri territori».

Mentre il corteo iniziava la sua marcia sono cominciate ad arrivare le voci di quello che stava avvenendo all’ombra del Colosseo: «la comunità ebraica non vuole le bandiere palestinesi nel corteo, vogliono cacciare i palestinesi e chi li sostiene». Sapremo poi il modo vergognoso del come è andata, ma un ragazzo kurdo che sventola la sua bandiera con l’immagine di Ocalan sussurra: «Se venivamo qua le loro bandiere potevano sventolare accanto alle nostre».

All’arrivo nell’area che ospitava l’antica fabbrica della Snia Viscosa il grande cancello dove entravano le operai è aperto ed è possibile raggiungere il lago, ormai diventato il lago dell’ex Snia. Attraversiamo questa zona di archeologia industriale e arriviamo ad una vasta area vede che si affaccia sullo specchio d’acqua. «Per questo 25 Aprile - dicono gli organizzatori - abbiamo voluto liberare il lago dell’ex Snia, un’area pubblica sequestrata al palazzinaro Pulcini che qui voleva costruire quattro grattacieli ma che noi vogliamo parco pubblico. Una speculazione fermata dalla rivolta delle comunità resistenti di Roma Est».

Il corteo ufficiale ha visto, invece, la provocazione alla delegazione palestinese e alle reti solidali con la Palestina mentre quello spezzone di manifestanti si stava concentrando al Colosseo per partecipare come tutti gli anni alle manifestazioni che celebrano la Resistenza al nazifascismo. L’aggressione è stata opera di una quarantina di squadristi, giovanotti palestrati tra i 25 e i 40 anni, li definiscono i testimoni, provenienti dalla comunità ebraica romana, «non nuovi ad episodi di aggressione come questa» che hanno dato luogo a «un corpo a corpo impar» tra gli energumeni, da una parte, donne, manifestanti anche di una certà età, attivisti, dall’altra.
Le forze di polizia si sono schierate in mezzo - rivolte contro gli aggrediti e non contro gli aggressori. «Questo fatto ha consentito agli squadristi di agire a proprio piacimento, con incursioni che - passando in mezzo alla fila degli agenti - prelevavano gli attivisti filopalestinesi e li trascinavano tra le loro file per essere pestati».

L’Anpi, egemonizzata ormai da esponenti del Pd, ha fatto partire lo stesso il corteo - con lo striscione e la bandiera israeliana ben visibili e "scortata" dai gorilla palestrati - ed consentito alla polizia di bloccare lo spezzone con le bandiere palestinesi a cui, in segno di solidarietà, si sono uniti altri gruppi di manifestanti - esponenti del Pdci, Prc, Pcl e altri - e un circolo dell’Anpi (quello universitario dedicato a Walter Rossi). Il Forum Palestina scrive che dieci giorni fa c’era stato un incontro tra palestinesi, reti solidali e Anpi per concordare la partecipazione a questo corteo ma in strada l’ha spuntata la linea di chi ha issato «la bandiera dell’oppressione, quella dello Stato di Israele e non solo quella della brigata Ebraica che ha invece titolo per essere nella manifestazione».

Ma lo spezzone con le bandiere palestinesi è arrivato comunque a Porta San Paolo ed è diventato uno spezzone numerosissimo e partecipato. «Le intimidazioni evidentemente non hanno funzionato». Un nuovo episodio da aggiungere al lungo dossier sull’impunità da parte di polizia e magistratura di cui gode lo squadrismo nella città di Roma. Anche quello in azione oggi.

Centinaia di chilometri più a nord, a Milano, in Piazza Affari, la Lista Tsipras ha dato inizio alla campagna elettorale per le elezioni europee proprio nel giorno della Liberazione della città dal giogo nazifascista. «Una folla colorata di bandiere rosse empie la piazza - scrive Nicoletta Dosio, esponente No Tav e candidata a Nord Ovest - Sul palco si susseguono gli interventi dei candidati, c’è musica; vecchi compagni e nuovi amici si incontrano, si riconoscono, si abbracciano. In questo luogo acquistano materiale evidenza le due Europe: quella della troika e del fiscal compact, di cui sono emanazione e, insieme, metafora gli incombenti palazzi della Borsa, l’enorme mano marmorea che, al centro della piazza, punta contro il cielo un irriverente dito medio, segno del potere arrogante e cinico che "usa e getta", irridendo ogni solidarietà e senso di responsabilità umana e naturale; e l’altra Europa, quella degli oppressi e degli sfruttati, della natura che muore e del futuro negato. Si alza la festa, si canta la Resistenza, tutta la piazza danza il sirtaki. Da qualche parte la buona vecchia talpa della storia è al lavoro e presto vedrà la luce... Ce n’est qu’un debut, continuons le combat!».

Nella sua Bussoleno, una giornata intera dedicata alla Resistenza, a chi ha resistito e a chi resiste ancora, si terrà domani, 26 aprile. Dal mattino fino alla sera, da mangiare e da bere, dibattiti, banchetti informativi, gadgets, musica, magie, spettacoli e giochi per i grandi e i bambini all’insegna della solidarietà e della lotta, come nella tradizione notav, dove nessuno rimane solo, neanche in un carcere.
Sono stati gli zingari rom di un campo abusivo in via di smantellamento a consentire oggi a Torino la riuscita di una commemorazione del 25 Aprile. È avvenuto nel quartiere Barriera di Milano, davanti al monumento dedicato al partigiano Franco Milone. Qui la Circoscrizione 6 e l’Anpi avevano organizzato una cerimonia ma, al momento di iniziare, si sono accorti che il generatore di energia era guasto. A quel punto sono stati i rom a offrire la loro attrezzatura e la commemorazione si è svolta regolarmente. Ieri, 24 aprile, la partenza del corteo ufficiale ha visto la contestazione per la presenza di Fassino e Chiamparino, la polizia è intervenuta per contenere i manifestanti e poi lungo via Cernaia ha chiuso una parte dei No Tav contro un muro per mettere un po’ di distanza coi due alti papaveri del PD. Un corteo di diverse centinaia di persone, tra cui bambini, anziani, occupanti e migranti, ha percorso oggi le vie del borgo San Paolo.

Il corteo si è fermato a porgere i fiori alla lapide di Giaretti Eugenio, combattente della quarta divisione Garibaldi. Nel gennaio 1945 venne fermato da ufficiali dei Rap in via Monginevro all’angolo con corso Racconigi, messo al muro e colpito con una scarica di mitra. Il giorno dopo è stato prelevato dall’ospedale Mauriziano e rinchiuso nell’albergo Sitea, dove è stato torturato per una settimana dai fascisti. In seguito il corteo ha fatto tappa allo stabilimento storico della Lancia, dove fin dal 1943 agivano numerose squadre dei SAP e il 25 aprile 1945 proprio questa fabbrica di via Monginevro, 99 è stata scelta come la sede del comando militare durante l’insurrezione. «Un luogo che oggi è devastato - si legge sul sito Infoaut - dalla speculazione e dallo sfruttamento del territorio dei soliti palazzinari che non si sono fatti troppi problemi nel rimuovere la lapide del partigiano Nazzareno Maffiodo durante l’abbattimento della fabbrica». L’anno scorso gli antifascisti del borgo hanno rimesso la lapide che è stata onorata anche oggi. Tappa finale è stata in via San Bernardino, 14 dove è stato ricordato Dante Di Nanni, giovane gappista che si è difeso coraggiosamente fino all’ultimo dall’attacco della polizia fascista. Evidente la connessione del corteo con le lotte No Tav e contro i teoremi che provano a criminalizzarle con la surreale accusa di terrorismo per Chiara, Mattia, Claudio, Niccolò, Davide, Paolo, Forgi, detenuti in attesa di un processo che inizierà in un’aula bunker blindata il 22 maggio.

Per celebrare la ricorrenza del 25 aprile, alcuni attivisti NoTav-Terzo Valico hanno simbolicamente abbattuto oggi alcune recinzioni di due aree dove sorgeranno due cantieri della futura linea ferroviaria a Pozzolo Formigaro e ad Arquata Scrivia, in provincia di Alessandria. Lo ha reso noto lo stesso movimento NoTav-Terzo valico, precisando che con il loro gesto gli attivisti hanno voluto «onorare la giornata del 25 aprile: ieri partigiani, oggi No Tav».

di : Marina Zenobio e Checchino Antonini
sabato 26 aprile 2014
http://popoff.globalist.it/Secure/D...

21 aprile 2014

La ricetta del Def è un connubio perverso di “austerità espansiva” e “precarietà espansiva”. Una miscela che gioca a favore dei populismi europei e contro l’Europa stessa

Il Def e la teoria della “precarietà espansiva

Vi sono molti interrogativi e contraddizioni che emergono dal Def 2014 presentato dal Governo Renzi la scorsa settimana (http://www.tesoro.it/doc-finanza-pubblica/def/). Tra le tante criticità (http://ilmanifesto.it/la-finanziaria-della-continuita-per-il-def-una-sonora-bocciatura/), ci occupiamo qui di un aspetto che riguarda la fotografia del paese che il Def 2014 ci consegna, e le fonti della non-crescita che mette in campo (1).
La fotografia di un paese che fatica a crescere
Il documento programmatico da un lato fotografa un paese che faticherà assai a crescere negli anni a venire, che al 2018 non avrà recuperato la perdita di 9 punti percentuali di reddito accumulati dall’inizio della crisi, il 2008, e quindi si allontanerà ancor di più dall’Europa continentale che crescerà ben sopra l’1,5%, cioè la crescita media prevista per l’Eurozona. Il Def 2014 prevede una crescita dello 0,8% nel 2014, quando solo a dicembre 2013 era stata fissata dal governo Letta all’1,1%, ma già allora le istituzioni internazionali prevedevano tale scenario dello 0,8%, ed oggi lo hanno abbassato allo 0,6%. Il Def 2014 quindi rivede al ribasso le stime di quattro mesi orsono, ma non quanto altri organismi internazionali fanno, ultimo la settimana scorsa il Fondo Monetario Internazionale. Il Def 2014 rivede al ribasso anche le stime per il 2015 e 2016 (1,3% e 1,6% contro il 2% del governo Letta), mentre si spinge ottimisticamente all’1,8% e 1,9% per il 2017 e 2018.
Le componenti della domanda che sosterrebbero la crescita sarebbero gli investimenti privati che viaggiano a tassi di crescita crescenti dal 2% del 2014 al quasi 4% nel 2018 e le esportazioni che si mantengono sempre sopra il 4% annuo, che pareggiano però con le importazioni per cui il saldo commerciale rimane pressoché invariato nel tempo attestandosi su una percentuale positiva dell’1,5% circa del Pil, mentre per l’Eurozona si prevede un 2,5% ed un oltre il 6% per la Germania sempre più mercantilista. I consumi delle famiglie faticano invece a tenersi vicino all’1% di crescita se non alla fine del periodo, nel 2018, mentre la spesa pubblica contribuisce quasi nulla alla crescita, “azzoppata” presumiamo dalla spending review che a regime nel 2016 deve realizzare risparmi di 32 miliardi. Peraltro con un avanzo primario della finanza pubblica che per compensare la quota degli interessi (in media sul 5% del Pil) arriva appunto al 5% del Pil nel 2018, e che si mantiene sopra il 4% nel 2016-2017, sopra il 3% nel 2015, e sopra il 2,5% nel 2014, sarebbe ben strano che lo strumento keynesiano per eccellenza potesse spingere il reddito verso l’alto. D’altronde, le regole del “rigore ad ogni costo” son ferree ed assai poco ammorbidite dai viaggi di Renzi prima in Germania e poi al Consiglio Europeo: il pareggio di bilancio strutturale viene quasi raggiunto nel 2015 (-0,1% del Pil), assicurato negli anni successivi sino al 2018, mentre per il 2014 siamo ancora sotto di oltre mezzo punto percentuale, anche perché il deficit sul Pil non diminuisce così tanto quanto raccomanda la Commissione per ridurre il debito che infatti cresce alla soglia del 135% nel 2014 per attestarsi poi al 120% nel 2018. Si intravvede così un primo rinvio del raggiungimento dell’obiettivo di medio termine imposto dal Fiscal Compact, ed anche ricordiamolo dall’articolo 81 della nostra Costituzione che impone il bilancio in pareggio (corretto dal ciclo) già per il 2014.
Un modello trainato da esportazioni e investimenti ma senza domanda interna
Sul fronte della crescita colpiscono però le dinamiche delle esportazioni e degli investimenti delle imprese. Le prime passano da un misero 0,1% di crescita del 2013 al 4% del 2014, e in modo cumulativo al +20,8% al 2018. Tuttavia, ancor maggiore è il salto per gli investimenti. Questi crescerebbero ad un tasso superiore al 2% nel 2014, sopra il 3% annuo, che cumulando fa +16,2% al 2018, quando nel 2013 sono scesi del 4,7%. Una autentica accelerazione indotta dagli animal spirits che sembrano destare dal torpore i nostri imprenditori, i quali si erano assopiti negli anni della crisi facendo segnare una decrescita dei loro investimenti di oltre il 27%. Per la verità, la dinamica degli investimenti non era eccellente neppure prima della crisi, se è vero che il tasso di accumulazione non ha mai superato il 2% annuo anche negli anni floridi post nascita dell’Euro, anzi è progressivamente diminuito sino al 2008, per poi crollare a valori negativi.
A cosa attribuire questo slancio vitale dell’economia italiana export-led e investment-led in un contesto di quasi stazionarietà di consumi delle famiglie e della componente pubblica della spesa aggregata?
Le prospettive del commercio internazionale sono dipinte come favorevoli nel Def 2014, ma non certo con dinamiche analoghe a quelle degli anni pre-crisi, anche perché le nubi all’orizzonte nella crescita dei paesi emergenti ed in quelli in via di sviluppo si sono pericolosamente avvicinate portando con sé un flusso consistente di capitale finanziario verso il vecchio continente nonostante i deboli segnali della sua crescita relativa ed i forti segnali di fragilità dei suoi debiti privati e di quelli sovrani. Inoltre il cambio dell’Euro non appare favorevole, e nel medio periodo non sembrano esservi segnali di un suo deprezzamento, anzi tutt’altro, prevalgono le forze verso ulteriori apprezzamenti che penalizzano la competitività del made in Europe ed in particolare del made in Italy che tende purtroppo più di altri a competere sul prezzo dei prodotti più che sul loro contenuto tecnologico.
La competitività italiana in tale contesto dovrebbe quindi trarre le sue motivazioni da una discesa relativa dei costi e quindi dei prezzi interni, da un controllo della dinamica del costo del lavoro per unità di prodotto (l’onnipresente Clup), e quindi delle sue componenti, il costo del lavoro al numeratore e la produttività al denominatore. Il Def 2014 prospetta un paese che dovrebbe anche trarre vantaggio dalle misure che il governo intende assumere ed ha già iniziato ad assumere nel 2014 ed oltre, essendo tenuto a realizzare oltre al consolidamento fiscale anche le riforme strutturali, che significa più concorrenza sui mercati, in quello del lavoro in particolare.
Flessibilità del lavoro, liberalizzazioni e semplificazioni: la crescita è tutta qui
È interessante allora porre l’attenzione anzitutto sugli effetti che tali riforme programmate dal governo producono nell’economia. Le sorprese non sembrano mancare. Gli effetti macro degli interventi appaiono risibili nel 2014: i sette interventi (2) di cui nel Def 2014 vengono studiati gli effetti quantitativi producono nel 2014 un +0,3% di crescita sul reddito, ed un +0,2% di crescita sull’occupazione. Le riforme sul mercato del lavoro e le liberalizzazioni e semplificazioni spiegano da sole tutto l’impatto sul reddito, le riforme sul lavoro tutto quello sull’occupazione, mentre gli effetti delle detrazioni Irpef sono annullate dal modo scelto per finanziarle (spending review). Gli altri interventi, compreso il pagamento dei debiti commerciali della PA e la riduzione dell’Irap, sono ad impatto nullo (3). Per registrare effetti consistenti occorre aspettare il 2018, con un contributo degli interventi pari a ben +2,4% nella crescita del Pil (+1,3% sull’occupazione). Ma anche al 2018, sono le riforme del lavoro ed il binomio liberalizzazioni/semplificazioni che spiegano quasi ben i 3/4 di questo impatto su reddito e occupazione, lasciando un qualche spazio alle detrazioni Irpef i cui effetti non vengono annullati nel medio periodo dalla spending review. Nel medio periodo, gli effetti cumulati dal 2014 al 2018 sarebbero pari a +6,6% sul reddito e +3,3% sull’occupazione. Sul reddito rimarremmo sotto di quasi 3 punti percentuali tenendo conto che ne abbiamo persi 9 nella crisi (2008-2013). Sull’occupazione il gap negativo sarebbe minore, avendo perso nella crisi 3 punti percentuali, ma nel 2018 il tasso di occupazione è previsto al 57,4%, sotto il livello del 58,7% del 2007 (55,5% previsto per il 2014). Inoltre, la disoccupazione, quella ufficiale, non riuscirebbe a ritornare sotto la soglia “simbolica” del 10% neppure nel 2018, dal 13% prevista per il 2014, quando era invece il 6% prima della crisi, nel 2007.
Gli interventi di cui si registrano i maggiori impatti sono quindi le politiche di liberalizzazione del mercato del lavoro e dei beni e quelle di semplificazione normativa, che sono riforme realizzate a “costo zero”, senza risorse aggiuntive da parte del soggetto pubblico. In particolare sul mercato del lavoro si tratta per il governo Renzi del decreto Poletti sul contratto a termine e sull’apprendistato e degli eventuali provvedimenti prospettati con il Jobs Act, che, come esplicitato nel disegno di legge di aprile, non comportano oneri aggiuntivi per le finanze pubbliche anche per quegli interventi di riordino degli ammortizzatori sociali ed estensione del sussidio di disoccupazione, nonché per le politiche attive del lavoro e per quelle di contrasto alla povertà. Appaiono nulli nel breve periodo e comunque secondari nel medio periodo gli impatti degli interventi di stimolo alla domanda interna, via alleggerimenti fiscali per le famiglie, oppure alla domanda estera, via maggiore competitività di costo e prezzo per le imprese con riduzione cuneo fiscale. Interventi di sostegno della domanda pubblica non sono previsti, anzi la spending review implica effetti negativi sulle componenti della domanda aggregata. Neppure politiche industriali o di sostegno all’innovazione sono previsti, a meno che si voglia considerare le privatizzazioni come unica via di politica industriale, peraltro che frutterebbe alla finanza pubblica circa 11 miliardi nel triennio 2014-2016 che vanno a copertura della riduzione del deficit e del debito pubblico.
A questi interventi vengono comunque attribuiti effetti a dir poco sorprendenti sulla competitività del sistema produttivo italiano. Mentre la dinamica dei prezzi interni si mantiene al di sotto del target inflazionistico della BCE (1,5% contro il target 2%), facendo comunque intravvedere un contrasto forte alla concreta presenza attuale della deflazione (anche se i recenti allarmi della BCE che annuncia politiche di quantitative easing lasciano presagire una non facile contrasto alla deflazione) (4), la crescita del costo del lavoro viene contenuta sotto l’1,5% annuo e la crescita del Clup ben 1 punto percentuale al di sotto di questo livello (al 2018 il Clup cresce solo dello 0,5%). Il raggiungimento di questo obiettivo si deve alla dinamica della produttività del lavoro che appare sorprendentemente “schizzare” verso la soglia dell’1% annuo al 2018 con una progressione costante dopo un sorprendente “balzo” iniziale (+1%) nel 2014 merito in parte della caduta dell’occupazione.
Il dilemma della produttività
È davvero peculiare questo risultato della produttività del lavoro italiana, se valutata alla luce di due considerazioni.
Negli anni 2014-2018 si prospetta una crescita cumulata della produttività pari a ben 4 punti percentuali, che non sarebbe certo elevata se comparata a quella ben maggiore dei principali concorrenti europei, ma certo sorprendente qualora la si raffronti con il tasso di crescita della produttività del lavoro italiana negli anni 2000-2012 che è stata pari a 0,03% annuo, per segnare uno 0% “spaccato” nel 2013. E non sembra andare meglio per la produttività totale dei fattori, lavoro e capitale assieme, che anche essa si attesta a crescita “zero” negli anni dell’euro grazie alla pessima dinamica dell’investimento e del rapporto capitale/lavoro (http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/Decreto-lavoro-dal-declino-al-baratro-23478).
Cosa mai potrà determinare tale inversione di marcia dal 2014 in poi è per noi un mistero, se non il motto renziano “cambiare verso!”, oppure una “non-crescita assoluta” dell’occupazione?
Non intravvediamo interventi ed impegni di risorse e neppure annunci, peraltro “a costo zero” per ora, per politiche di sostegno all’innovazione, tecnologica, organizzativa, istruzione e formazione, per le politiche industriali, di settore, filiera e quant’altro, da parte del governo, fautrici di uno balzo “produttivistico” del nostro sistema industriale. L’unica politica annunciata che vediamo all’opera per ora è quella della deregolamentazione del mercato, del lavoro in particolare con il decreto Poletti ed il Jobs Act presentato al Parlamento, il quale peraltro è stato vanificato rispetto alla “versione per titoli” dell’8 gennaio 2014 (5) proprio nella sue potenziali componenti di “politiche industriali”. La strada della deregolamentazione del mercato del lavoro appare invece del tutto in continuità con le politiche di flessibilità del lavoro che sono in auge dagli anni novanta in Italia, ad iniziare dalla legge Treu del 1997, passando per la legge Maroni del 2003, sino agli interventi e gli indirizzi targati Sacconi più recenti, per giungere alla legge Fornero del 2012 che è intervenuta sulle uscite dopo che le riforme precedenti avevano liberalizzato gli ingressi (http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/Jobs-Act-cosi-l-eccezione-diventa-la-regola-23702).
Tuttavia, non è solo il confronto con la dinamica della produttività negli anni dell’euro a rendere poco credibili le previsioni del Def 2014, ma sono soprattutto i fatti stilizzati che contrastano con gli effetti “salvifici” attribuiti alle politiche di deregolamentazione del lavoro. Infatti, l’introduzione di maggiore flessibilità del lavoro, via deregolamentazione e liberalizzazione del mercato, che si traduce nella riduzione delle tutele del lavoro, non si associa a maggiore occupazione, minore disoccupazione, maggiore probabilità di stabilità dei rapporti di lavoro, maggiori retribuzioni, ma neppure a maggiore produttività. Anzi, l’evidenza empirica va in direzione opposta: deregolamentazione e liberalizzazione inducono minore crescita della produttività del lavoro (http://keynesblog.com/2013/03/20/produttivita-e-regimi-di-protezione-del-lavoro/).
Il lavoro flessibile meno tutelato, la diffusione di relazioni contrattuali che rendono più instabili i rapporti di lavoro induce le imprese ad investire meno sulla formazione, sulla innovazione organizzativa dei luoghi di lavoro, sull’innovazione tecnologica e spinge le stesse a concorrere sulla riduzione dei costi piuttosto che sulla qualità del lavoro e del prodotto, sulla sua intensità tecnologica. La crescita delle imprese che innovano è anzi frenata dalla concorrenza sui costi esercitata delle imprese che non innovano e che utilizzano lavoro flessibile, a bassa produttività e bassa retribuzione. La deregolamentazione del lavoro introduce incentivi distorti per le imprese, che ne modificano i comportamenti e comportano un peggioramento della dinamica della produttività, anziché una sua crescita. È ciò che è avvenuto in Italia dagli anni novanta: la crescente flessibilizzazione del mercato del lavoro non ha contrastato il declino della produttività, anzi ha contribuito a determinare quella “trappola della stagnazione della produttività” nella quale siamo immersi da oltre dieci anni (http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/L-Italia-e-la-trappola-della-produttivita-21109)(6).
È quindi impensabile che ancor maggiori dosi di flessibilità possano curare il malato. La logica distorta del medico insipiente vuole che se con una cura dai deboli e dubbi effetti positivi non si intravvede la guarigione del malato, anzi lo si vede peggiorare, invece di cambiare la diagnosi e quindi migliorare la prognosi, si somministrino dosi ancor maggiori del letale medicamento, che a dosi crescenti intossica completamente il paziente. La flessibilità rischia poi di avere effetti analoghi ad una droga, più la prendi, più ne diventi dipendente, più difficile è rinunciarvi, e al contempo ti indebolisce fino a farti schiattare (http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/capitali/Le-raccomandazioni-perverse-21659).
Oggi che si dovrebbe finalmente abbandonare la fallimentare via dell’“austerità espansiva”, vi è davvero chi progetta invece di perseguire la via della “precarietà espansiva”?
La ricetta che ci raccomanda l’Europa delle tecnocrazie, e che l’Italia fa sua con il Def 2014, è purtroppo un connubio perverso di “austerità espansiva” e “precarietà espansiva”. Consolidamento fiscale e riforme strutturali vengono declinate a senso unico in termini di tagli alla spesa pubblica ed al welfare sociale, di svalutazione del lavoro, indebolimento progressivo della contrattazione collettiva, precarizzazione del lavoro, contenimento dei salari, tutti fattori che assieme deprimono la domanda interna, abbassano la crescita, riducono l’occupazione ed accrescono il debito. Tutto ciò favorisce anche le divergenze tra nazioni e le divisioni tra i popoli. Una miscela esplosiva che gioca a favore dei populismi europei, di ogni natura ed in ogni paese, e contro l’Europa stessa.
Non sarebbe il caso a questo punto di rivedere la diagnosi e quindi finalmente cambiare prognosi, rinunciando alla droga, prima che il popolo-malato si ribelli e “rottami” anche questo medico fiorentino?
 
1 Non toccheremo quindi ad esempio il problema delle coperture degli interventi annunciati, se strutturali o una tantum, e della loro solidità, anche se questo aspetto può avere riflessi significativi sui temi che qui discutiamo.
2 Essi sono: 1) aumento detrazioni Irpef (6,6 miliardi nel 2014, 10 miliardi a regime); 2) riduzioni del 10% (5%) Irap, finanziata per metà (5%) con 3) tassazione rendite finanziarie; 4) spending review (4,5 miliardi nel 2014, 17 nel 2015, 32 nel 2016 a regime); 5) pagamento debiti commerciali (13 miliardi nel 2014, oltre ai 47 già stanziati nel 2013 – rimarrebbero scoperti ancora 31 miliardi per arrivare ai 91 stimati da Banca d’Italia); 6) liberalizzazioni e semplificazioni; 7) interventi sul mercato del lavoro (dalle modifiche della riforma Fornero del 2012 al Jobs Act del governo Renzi). Si veda tab.I.1, p.67 del PNR 2014, sez.III, parte prima. Gli effetti di altri provvedimenti quali le risorse per l’edilizia scolastica (2 miliardi per il 2014, coperture incerte), riduzione del 10% del costo dell’energia per le piccole e medie imprese (coperta da una rimodulazione della bolletta energetica a costo zero per la finanza pubblica, che quindi si scaricherà sugli utenti), rifinanziamento Fondo Centrale di Garanzia per il credito alle piccole e medie imprese (670 milioni nel 2014 e 2 miliardi nel triennio, senza indicazioni di copertura), edilizia residenziale (1,3 miliardi nel 2014, con coperture incerte), privatizzazioni (0,7% del Pil, pari a circa 11,2 miliardi di entrate per la finanza pubblica), riassetto idrogeologico del territorio (1,5 miliardi nel 2014, con coperture incerte), non vengono studiati. Questi interventi erano stati annunciati nella conferenza del 12 marzo 2014, con impegni finanziari superiori a quelli ora indicati, mentre altri annunciati non trovano conferma nel Def 2014.
3 Sugli investimenti l’effetto nel 2014 è maggiore (+0,9%), spiegato quasi totalmente dalle liberalizzazioni e semplificazioni (0,7%) ed in minor misura dai pagamenti dei debiti PA (+0,2%). Al 2018 l’effetto diviene quasi strabiliante con un +4,6%, spiegato sempre da liberalizzazioni e semplificazioni (+1,9%) e dal pagamento dei debiti PA (+1,6%), a cui si aggiunge ora l’effetto detrazioni Irpef (+1,6%) compensato in parte dall’effetto negativospending review (-0,6%). Gli effetti di riduzione Irap rimangono risibili. È interessante notare che gli effetti detrazione Irpef risultano maggiori sugli investimenti che sui consumi (+0,8%), ad indicare forse effetti moltiplicativi keynesiani davvero accelerativi sugli animal spirits(oppure bizzarri risultati econometrici)! Sui consumi delle famiglie invece gli effetti dei provvedimenti sono modesti, +0,4% nel 2014 (interamente attribuiti alle riforme del mercato del lavoro), se non nel medio periodo al 2018 (2,1%), con più di metà dell’impatto (1,1%) che viene attribuito alle riforme sul mercato del lavoro, oltre agli effetti detrazioni Irpef di cui sopra.
4 In presenza di bassa inflazione, o addirittura deflazione, recuperare competitività via contenimento dei prezzi alla produzione è impresa comunque impossibile, dato che i margini di recupero sono strettissimi con un’inflazione dell’Eurozona poco sopra lo 0%. Solo una discesa dei salari monetari potrebbe contentirlo.
5 Si veda eNEWS 381 di Matteo Renzi, non più disponibile nel sito originariohttp://www.matteorenzi.it/enews-381-8-gennaio-2014/, ma rintracciabile qui:http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-01-09/la-e-news-renzi-jobs-act-125157.shtml?uuid=ABizPao.
6 Recentemente, anche il Governatore della Banca d’Italia ha avuto modo di affermare: “[…] studi della Banca d’Italia mostrano come rapporti di lavoro più stabili possano stimolare l’accumulazione di capitale umano, incentivando i lavoratori ad acquisire competenze specifiche all’attività dell’impresa. Si rafforzerebbero l’intensità dell’attività innovativa e, in ultima istanza, la dinamica della produttività” (http://www.bancaditalia.it/interventi/integov/2014/visco-bari-290314/visco-bari290314.pdf). Inoltre, mentre a Londra il 1 aprile 2014 il Presidente del Consiglio Renzi affermava: “I dati sulla disoccupazione lo dimostrano: nel 2011 l’Uk era all’11% e l’Italia all’8,4%, ora loro sono al 7%” e noi al 12,3%: in questi anni abbiamo perso troppa strada, noi abbiamo un sistema che manca di flessibilità. In Italia abbiamo 2100 articoli nel codice del lavoro. Noi pensiamo di scendere a 50-60 articoli, traducibili anche in inglese, che assicurino tempi certi”, ad Atene nello stesso giorno il Governatore della BdI Ignazio Visco dichiarava: “Sul fronte del lavoro abbiamo osservato una flessibilità non utile, utilizzata da imprese che non hanno innovato, ora stanno innovando, ma per lungo tempo hanno rinviato riducendo il costo del lavoro sfruttando la flessibilità. Bisogna perseguire una flessibilità diversa.“

Paolo Pini
www.sbilanciamoci.info

7 aprile 2014

Cruda e inconfutabile analisi sull'involuzione culturale e politica di quella sinistra italiana maggoritaria e di parte dei suoi critici di allora. Renzi rappresenta l'ariete della battaglia finale dopo un lungo percorso contro la sinistra coerente e delle idee di trasformazione sociale


Vergogna!

 

Per opportuna conoscenza degli amanti del “nuovo a tutti i costi” e di coloro i quali, miei coetanei 60/65 enni, hanno speculato una vita intera sull’aver “fatto il ‘68 dietro la bandiera rossa” e, successivamente, esaltato la “questione morale” - oltre che tifato a sostegno delle c.d. “mani pulite” (probabilmente perché erano stati in molti a, preventivamente, dotarsi di “guanti”) - vale la pena riportare l’ultima performance del governo Renzusconi!  

Di quel governo cioè, che vede insieme gli ex “duri e puri” - che propugnavano una rivoluzione a (dopo) pranzo e l’altra a (dopo) cena, per l’affermazione, anche nel nostro Paese, del famigerato “Socialismo reale” - e le “seconde linee” di quell’ex unto del Signore che, miracolosamente (grazie proprio al giovane fiorentino), riesce, da “pregiudicato”, a ergersi a “nuovo costituente”.

L’ultimo “misfatto” - almeno in ordine di tempo - è rappresentato dall’esito della votazione del Ddl sul “voto di scambio”.

Grazie a una maggioranza bulgara - 310 favorevoli e 61 contrari (il M5S) - la Camera dei deputati è “pesantemente” intervenuta rispetto al testo già licenziato dal Senato nel gennaio 2014 (con modificazioni, rispetto alla prima stesura della Camera).

Non si è trattato di cosa di poco conto!

Infatti, il testo approvato lo scorso 3 aprile - vero e proprio capolavoro di “ingegneria linguistica”, come eufemisticamente definito da Sara Nicoli - non prevede più, ad esempio, la punibilità del politico che “si mette a disposizione dell’organizzazione mafiosa”.  

La motivazione addotta è che il termine “disponibilità” era “Troppo vago e foriero di scarso garantismo; meglio rifarsi al concetto di - qualunque tipo di utilità - offerta al mafioso da parte del politico di turno”.

Purtroppo, ciò che la stragrande maggioranza dei cittadini italiani ignora o finge di ignorare - in compagnia dei tanti ex “duri e puri” che l’altro ieri inneggiavano al “Socialismo reale” e ieri a Berlinguer, per ridursi poi al “nuovo verbo” di Renzi - è che il testo rinviato al Senato è stato sostanzialmente “stravolto”.

Allo scopo, è opportuno riportare - in primis - il precedente testo approvato (a gennaio) dal Senato: “Chiunque accetta la promessa di procurare voti in cambio dell’erogazione o della promessa di erogazione di denaro o di qualunque altra utilità ovvero in cambio della disponibilità a soddisfare gli interessi o le esigenze dell’associazione è punito dai 7 ai 12 anni di reclusione”.

La non trascurabile differenza è che, come già anticipato - tra le (imbarazzanti) manifestazioni di giubilo di Donatella Ferranti del Pd(!), presidente della Commissione Giustizia della Camera - il testo approvato in seconda lettura dai deputati ha soppresso:

  1. il termine “qualunque” riferito ad altra utilità;
  2. le parole “ovvero in cambio della disponibilità a soddisfare gli interessi o le esigenze dell’associazione” (305 sì e 71 no);
  3. e, per finire - con 14 contrari in più, evidentemente travolti da un irrefrenabile rigurgito di “onestà intellettuale” - ridotto la pena!
    Non più da 7 a 12 anni, come previsto dal Senato, ma da 4 a 10 anni.
    Che cosa dire?
    Giacché tutto ciò dovrebbe avere il senso di rappresentare un provvedimento atto a qualificare l’ennesimo “Nuovo corso” della politica e costituire un argine alla (ormai) “battaglia di retroguardia”, in atto nel nostro Paese, contro tutte le mafie e le connivenze politiche che le sostengono, da uomo di sinistra, mi vergogno di essere italiano!
Renato Fioretti
Collaboratore redazionale di Lavoro e Salute
7/4/2014

2 aprile 2014

La natura del PD la conferma, in una inconfutabile dichiarazione, Berlusconi nel dichia­rare che il dise­gno isti­tu­zio­nale di Mat­teo Renzi è quello incor­po­rato nella legge costi­tu­zio­nale che volle fare appro­vare nel 2005 e che il corpo elet­to­rale respinse nel 2006.


La democrazia dimezzata


Il dise­gno di legge costi­tu­zio­nale appro­vato ieri dal Con­si­glio dei mini­stri per il “supe­ra­mento” del bica­me­ra­li­smo per­fetto non ha il solo obiet­tivo che dichiara. Quello che declama è secon­da­rio, stru­men­tale. La sosti­tu­zione del Senato pari­ta­rio con que­sto fan­to­ma­tico assem­bra­mento di pre­si­denti di regione, di due dele­gati di ogni regione, di sin­daci e di “nomi­nati” dal Capo dello stato in numero cor­ri­spon­dente a quello delle regioni non mira solo allo svuo­ta­mento espli­cito di potere di quel ramo del Par­la­mento (lo si potrà ancora chia­mare cosi?) ma a qual­cosa di più rile­vante e inquie­tante. 
Anche più che inquie­tante. Non uso a caso un ter­mine di tal tipo. Di fronte abbiamo l’estremismo revi­sio­ni­sta che sfo­cia nell’assolutismo maggioritario.
Il supe­ra­mento del bica­me­ra­li­smo del pro­getto ren­ziano non è affatto diretto a con­cen­trare in una sola Camera la forza della rap­pre­sen­tanza nazio­nale, come chi scrive pro­pose alla Camere (IX Legi­sla­tura pro­po­sta di legge cost. n. 2452) in rigo­rosa coe­renza con il costi­tu­zio­na­li­smo demo­cra­tico della sini­stra. Si viveva in ben altro clima, in una sta­gione della sto­ria repub­bli­cana del tutto diversa dall’attuale. Era il 1985, i par­titi c’erano, erano di massa ed erano que­gli stessi dell’Assemblea costi­tuente, il regime elet­to­rale era quello pro­por­zio­nale, gli anti­corpi allo stra­po­tere delle mag­gio­ranza gli erano impli­citi ed inestricabili.
Mira all’opposto del raf­for­za­mento della rap­pre­sen­tanza popo­lare il dise­gno di Renzi, mira ad eli­mi­narne una sede, un organo, una isti­tu­zione. Pri­vato della par­te­ci­pa­zione al potere di indi­rizzo poli­tico, il Senato delle auto­no­mie non eser­ci­terà nean­che una fun­zione legi­sla­tiva di qual­che rilievo. Non è organo par­la­men­tare una assem­blea che non la eser­cita, dispo­nendo solo del potere di emen­da­mento il cui eser­ci­zio non pro­duce effetti di qual­che con­si­stenza. Ma come con­fi­gu­rato, il Senato delle auto­no­mie non può rile­vare come espres­sione di una qual­che forma di democrazia.
A com­porlo non vi saranno rap­pre­sen­tanti della Nazione ma i man­da­tari degli enti regio­nali e comu­nali o per­ché tito­lari di organi di enti regio­nali o comu­nali o per­ché scelti da tali tito­lari di organi di enti regio­nali o comu­nali.
Si aggiun­gono ad essi 21 cit­ta­dini nomi­nati dal Pre­si­dente della Repub­blica, che, stante il loro numero cor­ri­spon­dente al numero delle Regioni, potreb­bero imma­gi­narsi come fidu­ciari del Capo dello stato per mediare con quello nazio­nale l’interesse spe­ci­fico degli enti di pro­ve­nienza della mag­gio­ranza dei mem­bri di un tale Senato. La cui mag­gio­ranza rispon­derà agli enti di pro­ve­nienza e i 21 al Pre­si­dente della Repub­blica la cui figura ver­rebbe sfi­gu­rata con qual­che impronta di regia memo­ria. Comun­que né gli uni né gli altri rispon­de­ranno al corpo elet­to­rale, alla imme­diata espres­sione di quel popolo tito­lare unico della sovra­nità dalla quale sol­tanto può deri­vare la rap­pre­sen­tanza poli­tica. Come si vede dalla ricon­fi­gu­ra­zione ren­ziana del Senato la rap­pre­sen­tanza poli­tica ne esce e la demo­cra­zia è dimezzata.

Come dimez­zata, con­tratta, svuo­tata è la rap­pre­sen­tanza poli­tica con­fi­gu­rata dalla legge elet­to­rale per la Camera dei depu­tati, il ren­zu­sco­num . Il cui obiet­tivo — e lo abbiamo scritto e moti­vato — è la distor­sione della rap­pre­sen­tanza par­la­men­tare e la sua ridu­zione a fun­zione ser­vente del pre­mie­rato asso­luto con ten­sione alla mono­cra­zia.
Sil­vio Ber­lu­sconi ha ragione nel dichia­rare che il dise­gno isti­tu­zio­nale di Mat­teo Renzi è quello incor­po­rato nella legge costi­tu­zio­nale che volle fare appro­vare nel 2005 e che il corpo elet­to­rale respinse nel 2006. Ad opporsi a quel dise­gno con tutte le forze della sini­stra e della demo­cra­zia ita­liana c’era il Par­tito demo­cra­tico. A rea­liz­zare quel dise­gno c’è ora il suo lea­der. È tri­ste ma dove­roso constatarlo.



Gianni Ferrara
2/4/2014 www.ilmanifesto.it