08 novembre 2009

Dati fuori dal mondo reale, i poteri economici e finanziari mettono parole farneticanti nella bocca di Berlusconi


Ripresa effimera

Da Parigi l'Ocse ci ha informati che il superindice dell'economia (una sorta di termometro) rileva «forti segnali di crescita in Italia, Francia, Gran Bretagna e Cina». A palazzo Chigi, Berlusconi come una molla ha rilanciato il dato Ocse e i suoi fedeli hanno calcato la mano, sostenendo che la sinistra dovrebbe vergognarsi di spargere allarmismo e riconoscere la bontà dell'azione di governo che sta portando l'Italia fuori delle secche della crisi.
Nessun dubbio che i dati Ocse siano positivi. Ma l'organizzazione parigina dice anche: stiamo attenti. E chiede di leggere i dati con cautela perché - è la sintesi - potrebbero nascondere non tanto una forte crescita, ma una crescita modesta rispetto al potenziale di lungo termine. Come dire: non c'è solo «un miglioramento dell'attività economica», ma più verosimilmente un attenuarsi del sentiero di crescita. Insomma, l'economia torna a salire, ma a livelli infimi. E non a caso, l'Italia tornerà - se tutto va bene - agli stessi livelli del Pil del 2007 soltanto nel 2013.
Sostiene l'Ocse che «una ripresa è chiaramente visibile negli Stati uniti». Vero: lo conferma il dato positivo del Pil nel terzo trimestre. Ma non tutto fila liscio e la conferma è arrivata ieri: in ottobre sono stati distrutti altri 190 mila posti di lavoro e le persone in cerca di occupazione sono ulteriormente aumentate, toccando quota 15,7 milioni, 558 mila in più in un solo mese. Il comunicato diffuso dal dipartimento al lavoro ci dice che dall'inizio della recessione (dicembre 2007) sono stati distrutti 8,2 milioni di posti di lavoro e il tasso di disoccupazione è salito al 10,2%.
Alcuni giorni fa, dagli Usa avevamo anche saputo che la produttività sta salendo a ritmi pazzeschi, mentre i salari stanno diminuendo. Bene per i profitti, malissimo per l'economia. Non solo per gli effetti sociali, ma anche per quelli più economici: la crescente disoccupazione e la riduzione dei salari, stanno portando a una contrazione della domanda, esaltata solo da quella dei consumi di «lusso». Anche gli investimenti ristagnano: perché quando la domanda di consumi è bassa, la produttività in crescita e la capacità produttiva inutilizzata a livelli storicamente molto alti, le imprese non sentono il bisogno di investire.
Noriel Roubini, l'unico economista ad aver previsto la crisi, nei giorni scorsi con un saggio (pubblicato in Italia da, Sole 24 ore) ha messo in guardia da questo tipo di ripresa e dalle follie finanziarie che stanno gonfiando nuove bolle speculative. Il messaggio è chiaro: senza una ripresa dell'economia reale, questa (ripresa) sarà effimera, di breve durata. Ma come fare per consolidarla, senza ripercorrere il vecchio modello di sviluppo che inevitabilmente condurrà a nuove crisi? Per Keynes certe decisioni di investimento non possono essere lasciate in mano al capitale privato. Senza essere così «estremisti» e pretendere la socializzazione dei mezzi di produzione, di spazio per la mano pubblica ce n'è in abbondanza. Per favorire la ripresa dell'accumulazione privata, sostituirla, se assente (anziché tagliare risorse come per la banda larga) e stimolare i consumi pubblici.

di Galapagos
su il manifesto del 07/11/2009

"TRUFFA TAV" Anche la Corte dei Conti, dal punto di vista delle proprie competenze, con le ragioni dei cittadini NOTAV

TAV: SINTESI DELLE IRREGOLARITA' RISCONTRATE DALLA CORTE CONTI

La Sezione centrale di controllo Corte dei Conti ha effettuato un controllo sulla gestione dei debiti accollati al bilancio dello Stato contratti da FF.SS., RFI, TAV e ISPA per infrastrutture ferroviarie e per la realizzazione del sistema “Alta velocità. Le risultanze sono sintetizzabili in 10 punti:
1) L’analisi critica della Corte si sofferma sul mancato rapporto tra l’entità e la durata degli investimenti e quelle dei beni acquisiti attraverso il pertinente indebitamento. Non di rado la lunghezza dei debiti collide con i tempi di obsolescenza dei beni acquisiti.
2) Il meccanismo studiato e realizzato non risponde ai canoni di ragionevolezza ed economicità.
3) I contratti si basavano su stime di flussi e di ritorni economici dell’opera non solo aleatori, ma anche irrealistici e sostanzialmente inesistenti.
4) Contemporaneamente si è verificata una rilevante sottostima dei costi dell’opera.
5) La Corte dei Conti ha verificato che chi assume le decisioni non ne porta le responsabilità e chi
eredita le responsabilità, non ha competenze né in materia istruttoria, né di vigilanza ed
ingerenza.Manca un’azione costante di verifica sull’operato dei manager pubblici, dai quali si ereditano gli effetti delle decisioni, con il risultato che gravi errori da questi commessi non vengono valutati sotto il profilo di una ipotetica responsabilità sociale.
6) Quel che è più grave, queste operazioni pregiudicano l’equità intergenerazionale, caricando in modo sproporzionato su generazioni future (si arriva in alcuni casi al 2060) ipotetici vantaggi goduti da quelle attuali. Sotto questo profilo la vicenda in esame è paradigmatica delle patologiche tendenze – della finanza pubblica – a scaricare sulle generazioni future oneri relativi ad investimenti, la cui eventuale utilità è beneficiata soltanto da chi li pone in essere, accrescendo il debito pubblico, in contrasto con i canoni comunitari.
7) In passato sono state operate scelte senza che fossero garantiti dibattito pubblico e confronto
trasparente fra opzioni, costi e benefìci, accompagnate dall’uso disinvolto di scorciatoie procedurali, in contesti che appaiono oggi palesemente inquinati.
8) La Corte sottolinea, altresì, l’esigenza di un raccordo trasparente tra le scritture patrimoniali dello Stato e delle Società partecipate, al fine di evitare la dispersione improduttiva di consistenti risorse pubbliche.
9) Le istruttorie dovrebbero essere caratterizzate da un preventivo studio delle alternative possibili, delle tecniche di valutazione adottate per le scelte effettuate, dei risultati attesi e dei possibili margini di scostamento e non apodittiche o ripetitive di tessuti normativi criptici.
10) Nella fondamentale prospettiva dell’equità intergenerazionale, in base alla quale i soggetti che beneficiano dell’investimento dovrebbero essere anche quelli chiamati a ripagarne i correlati debiti, la Corte raccomanda che la scelta delle modalità degli investimenti sia ispirata ai
principi–guida dell’efficacia dell’efficienza.
In parte detti debiti riguardano investimenti relativi alla rete tradizionale, in parte afferiscono alla operazione Alta Velocità e sono conseguenti all’abbandono precoce del project finance, promosso dalla ormai disciolta Società Infrastrutture.2002.
L’analisi della Corte ha messo in evidenza come sia stata posta in essere una sorta di cosmesi contabile al bilancio FF.SS., accollando all’Erario una consistente tranche del debito della holding, al fine di migliorarne indirettamente il conto economico.
Elementi di forte rischio emergono dai rapporti negoziali attivi e soprattutto passivi ereditati
dallo Stato poichè complesse clausole finanziarie penalizzano spesso la parte pubblica

03 novembre 2009

Curioso e inquietante, è la stessa proposta di Ichino (parte Marino), Treu (parte Franceschini) e Letta (Bersani) del PD

“Contratto unico”: l’alternativa al “Posto fisso” di Tremonti

L’ultima esternazione di Tremonti, inventore della “finanza creativa” e artefice dell’ultimo condono, quello, per intenderci, che, grazie al c.d. scudo fiscale, consentirà (anche) il rientro di capitali “sporchi” - in forma anonima e con una ridicola imposizione fiscale di appena il cinque per cento - è quella del “posto fisso”.
Naturalmente, le affermazioni dello stesso ministro che, appena qualche mese fa, invitava i disoccupati ad “andare a quel paese”, cercando di ridimensionare e ridicolizzare le ultime rilevazioni Istat - al fine disconoscere ed esorcizzare lo stato comatoso dell’occupazione - hanno destato sorpresa e suscitato l’interesse di molti.
Personalmente, non sono tra questi!
Non lo sono perché, all’abituale scetticismo circa le improvvise “conversioni” alle esigenze del benessere individuale e collettivo dei lavoratori - soprattutto se operate da noti interpreti e rappresentanti dell’ultra-liberismo e del c.d. libero mercato - associo la convinzione che, ancora una volta, siamo di fronte ad un “effetto annuncio”.
Siamo, a mio parere, all’ennesima riproposizione di un tema “caldo”, qual è la garanzia del posto di lavoro, strumentalmente utilizzato per suscitare un coinvolgimento mediatico e, contemporaneamente, riproporre l’antico gioco “delle tre carte”; attraverso le quali, si distrae l’attenzione dell’interlocutore di turno, si produce interesse per un “particolare” e, alla fine, vince sempre il banco!
In effetti, il sospetto che si tratti dell’ennesima rappresentazione di un gioco delle parti - già brillantemente interpretato dagli stessi attori, sebbene a ruoli invertiti - è abbastanza fondato; basti rilevare che, se Brunetta e Sacconi si sono immediatamente “dissociati” dalle parole di Tremonti, il capo indiscusso della coalizione di governo, ha, addirittura, dichiarato di condividere l’ipotesi del ministro del Tesoro. A rischio di smentire, in modo clamoroso, il frutto delle politiche neo-liberiste che, nel corso dei governi Berlusconi, hanno ridotto la “flessibilità” a sinonimo di “precarietà”!
In questa sede, però, non è mia intenzione dedicare altra attenzione alla sortita di Tremonti; m’interessa approfondire un tema recuperato, nell’occasione, da Tito Boeri.
Si tratta dell’ennesima riproposizione, in alternativa al “posto fisso”, del c.d. “Contratto unico”.
Naturalmente, prima di esporre i motivi di dissenso, è opportuno evidenziare, in estrema sintesi, le principali caratteristiche della proposta Boeri.
Reputo (anche) utile rilevare che, curiosamente, una soluzione sostanzialmente identica, era stata avanzata, oltre che da Pietro Ichino - autorevole consulente di Ignazio Marino - anche da Tiziano Treu (sostenitore di Franceschini) e da Enrico Letta (sponsor di Bersani). E’ evidente, quindi, che il “contratto unico” riscuote il consenso dell’intero Pd!
In pratica, la proposta prevede l’introduzione di una nuova tipologia contrattuale.
Un (nuovo) contratto di lavoro a tempo indeterminato, che sostituirebbe l’attuale, caratterizzato da tre distinte “fasi”.
La prima, costituita da un “periodo di prova”, della durata (per tutti) di sei mesi;
la seconda, rappresentata da un periodo di c.d. “inserimento”, della durata di trenta mesi e, infine, la “stabilizzazione”, alla scadenza del triennio.
La prima considerazione da fare è che, in effetti, con la formula del contratto unico, il rapporto di lavoro “a tempo indeterminato” - così come oggi concepito - si realizzerebbe (probabilmente) soltanto al compimento dei trentasei mesi.
Il condizionale è d’obbligo, perché nulla garantisce il lavoratore circa la possibilità che, al compimento della fase di inserimento, il datore di lavoro decida di “stabilizzare” il rapporto!
Procedendo per punti, assunto che - come a tutti noto - durante il periodo di prova il datore di lavoro può rescindere il contratto in qualsiasi momento, in modo unilaterale e senza alcun obbligo nei confronti del lavoratore, è opportuno rilevare che un periodo uguale per tutti e così lungo, appare assolutamente ingiustificato.
Dal punto di vista dell’uniformità, perché sono inspiegabili i motivi per i quali la durata della “prova” di un usciere, o di un commesso, debba essere uguale a quella prevista per un tecnico informatico, o per un dirigente.
Sulla durata - pari a quella attualmente prevista per i dirigenti - si pone un altro tipo di considerazione.
In effetti, se la motivazione è rappresentata dalla necessità di consentire al datore di lavoro di meglio valutare e approfondire le capacità tecnico-professionali del lavoratore, l’allungamento del periodo di prova - con conseguente “dilatazione” del periodo durante il quale è possibile la rescissione unilaterale del rapporto di lavoro - appare, a mio parere, strumentale.
Infatti, considerata la molteplicità di tipologie contrattuali al momento disponibili, a partire dal contratto a termine “riformato” - che è stato sostanzialmente liberalizzato e non richiede più, come per il passato, una “causale” oggettiva - anche il datore di lavoro più esigente dispone (già) di ampia discrezionalità e tempi di verifica; consentendo, contemporaneamente, la regolare instaurazione del rapporto di lavoro subito dopo il superamento dei periodi di prova (sufficientemente ampi, a mio avviso) previsti dalle attuali norme contrattuali.
Per quanto riguarda, invece, il periodo di inserimento, è appena il caso di sottolineare che esso corrisponde, in sostanza, a una vera e propria “moratoria” rispetto all’applicazione dell’art. 18 dello Statuto e dell’art. 8 della legge 108/90!
Infatti, l’ipotesi di riforma, così tenacemente sostenuta da Boeri, Ichino e &, prevede che nel corso dei trenta mesi di “inserimento”, il lavoratore ha titolo a opporsi al solo licenziamento di tipo “discriminatorio”; nulla potendo obiettare a un licenziamento senza “giusta causa” o “giustificato motivo soggettivo”!
Rispetto a questo secondo punto, credo sia noto a tutti - in primis ai sostenitori della nuova tipologia contrattuale - che, a un lavoratore licenziato, risulta sempre difficilissimo, se non impossibile, superare l’onere della prova della natura “discriminatoria” (motivi religiosi, sessuali, razziali, ecc) del provvedimento adottato dal proprio datore di lavoro.
Resterebbe la (magra) consolazione, al lavoratore licenziato, di percepire un indennizzo monetario, commisurato alla durata del rapporto di lavoro interrotto.
Alla scadenza delle prime due fasi, per (finalmente) concludere, in modo positivo, l’iter del contratto unico - dopo tre anni di “soggezione” e “speranza” - il lavoratore potrebbe solo sperare nella disponibilità del datore di lavoro ad assumerlo, questa volta effettivamente, a tempo indeterminato.
In definitiva, considerati i principali aspetti della proposta in discussione, appare del tutto condivisibile la posizione di coloro che ritengono il contratto unico assolutamente inadeguato, ma, soprattutto, ingiusto, a risolvere il c.d. “dualismo” esistente tra i lavoratori che “godono” di garanzie e tutele e quanti, invece, ne sono privi o lo sono in modo insufficiente.
Ritengo, infatti, che per superare le disparità, oggi esistenti tra gli “insider” e gli “outsider” - come amano definire i lavoratori, i sostenitori della riforma - debbano essere perseguite altre soluzioni, piuttosto che uniformare “per difetto” i diritti e le tutele.
Un altro motivo di critica, nella valutazione complessiva del contratto unico, è relativo ai ricorrenti riferimenti che, i sostenitori della proposta, fanno a provvedimenti adottati alcuni anni or sono nella vicina Francia.
E’, difatti, frequente il ricorso alle (pseudo) similitudini che accomunerebbero il contratto unico al Contratto di nuova assunzione (Cne) e al Contratto di prima assunzione (Cpe) introdotti, rispettivamente, nel 2005 e nel 2006.
In realtà, la nostra nuova tipologia contrattuale sarebbe, addirittura, peggiorativa rispetto ai due nuovi contratti di lavoro che, appena introdotti in Francia, produssero comunque le proteste di milioni di lavoratori e studenti.
Questo perché, anche se i tre provvedimenti sono simili nel prevedere - dopo il periodo di prova - una successiva fase di “inserimento” (in Italia), o di “consolidamento” (in Francia) e la facoltà dei datori di lavoro di rescindere in qualsiasi momento il rapporto di lavoro, presentano, in effetti, notevoli differenze.
Infatti, il Cpe può essere utilizzato da tutte le imprese del settore privato - escluse le stagionali e quelle con meno di venti dipendenti - per l’assunzione di giovani al di sotto dei ventisei anni. Il Cne, invece, è riservato alle c.d. “piccole imprese” (fino a venti addetti) ed è rivolto a lavoratori di qualsiasi età.
E’ evidente, quindi, che il contratto unico - rivolto a tutti i lavoratori, di ogni età, di qualunque settore produttivo e senza alcun limite dimensionale delle aziende - non presenta nessuna similitudine, né con il Cpe, né con il Cne. Anzi, ne rappresenta una sorta di “effetto cumulo” delle specifiche negatività.
Tra l’altro, non è secondario rilevare che i due contratti introdotti in Francia, a differenza della proposta italiana, hanno una durata massima di ventiquattro mesi!
In definitiva, in aggiunta a tutto quanto (di peggio) c’è da temere dal Berlusconi IV, se questa del contratto unico, tanto nella versione Ichino, quanto in quella Boeri, dovesse continuare a rappresentare l’ipotesi di riforma del mercato del lavoro prospettata dal Pd, ci sarebbero, evidentemente, gravi motivi di preoccupazione per il futuro dei lavoratori italiani!
Per concludere, con un’esortazione di carattere politico rispetto alla sortita di Tremonti sul “posto fisso”: per dimostrare che le sue non sono state “parole dal sen fuggite”, si renda promotore di un ampio confronto (rappresentanze sindacali - forze politiche - giuristi - economisti) che rivitalizzi una riflessione sulle (nefaste) conseguenze delle politiche del lavoro adottate dai governi Berlusconi che, agli obiettivi di Lisbona - che restano un miraggio - hanno sacrificato diritti e tutele.

Renato Fioretti
Collaboratore redazione Lavoro e salute

28 ottobre 2009

Da domani, ogni due settimane, il giovedì, ospiteremo un inserto speciale, intitolato "Le lotte raccontate da chi le fa".

LOTTE DI CHI LOTTA
Il quotidiano Liberazione prova ad offrire visibilità al racconto, interamente oscurato dalla quasi totalità dei media, delle mobilitazioni, delle pratiche sociali - più diffuse nel Paese di quanto non si voglia far credere - che si oppongono allo stato di cose esistente, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei territori. Prenderanno parola, direttamente, i protagonisti e le protagoniste di queste battaglie che rivelano una reattività e una creatività sociale straordinarie, forse inaspettate, in un contesto dove lo spazio pubblico pare annichilito e la politica sequestrata, svilita nel circuito autoreferenziale, sordo e separato, dei palazzi del potere. Con questa iniziativa intendiamo mostrare come la partecipazione diretta, l'agire collettivo sia il più efficace antidoto alla spoliazione della democrazia, alla passivizzazione di cui si nutrono tutte le avventure reazionarie.

http://www.liberazione.it/

26 ottobre 2009

Un meccanismo di delega subordinata a prescindere dalle scelte politiche del PD, così assunte col metodo del "grande fratello"

Le Primarie del PD sono un’esperienza di democrazia diretta?

Davvero le primarie del Pd sono un’esperienza di democrazia diretta? Con una fraseologia ultrademocratica (la trita retorica del «decidi tu», il flebile mito della generazione internet come rivoluzionaria novità contro gli ammuffiti militanti) si sta in realtà celebrando il rito triste che annuncia il trionfo di partiti elettorali a spiccata dominanza mediatica. Solo grazie alla completa corruzione semantica delle parole che da tempo deforma il dibattito pubblico, è possibile spacciare per democrazia diretta quella che a tutti gli effetti è solo una manifestazione di politica opaca che archivia il vetusto partito degli iscritti e impone una carnevalata a uso e consumo dei media. Le primarie del Pd sono lo spirito di questo (brutto) tempo per cui non ha più senso essere «parte» e occorre diluire ogni appartenenza nel mare indistinto di una opinione pubblica che fa la coda nei gazebo e poi irretita sparisce per sempre dallo spazio pubblico. Le primarie non sono affatto un rilancio della partecipazione politica che sollecita il ritorno di soggetti che discutono con passione e mutano opinioni dopo il confronto aspro. Piuttosto esse sono un ulteriore momento del declino politico italiano che assegna a un elettore irrelato il compito di tifare nel gioco competitivo che restringe la grande funzione storica dei partiti a quella minimale di esprimere un capo. La logica che le ispira è più quella della delega assoluta che non quella della partecipazione consapevole di molti a definire un progetto di società. Le primarie nascono infatti dall’idea che, per quanto riguardi i soggetti politici strutturati, la partecipazione non avvenga dentro i canali di partito, intesi quali durevoli luoghi di identità e di appartenenza (secondo lo spirito dell’articolo 49 della Costituzione), ma si insinui a intermittenza dal di fuori e dietro forti sollecitazioni mediatiche. Quando il partito non ha più confini organizzativi solidi diventa così aleatorio da disperdersi nella leggerezza dell’opinione pubblica che cancella differenze, conflitti. Se in luogo degli iscritti decidono gli elettori, non cresce la democrazia diretta ma il populismo oggi trionfante. Che dopo il militante e l’iscritto sia giunto ormai il tempo dell’elettore sembra essere nel senso delle (brutte) cose di oggi, ma i partiti non sono stati creati solo per seguire la corrente dominante. Il maggior partito d’opposizione ha già svolto un congresso al quale ha partecipato circa mezzo milione di iscritti. Un evento politico di tutto rispetto nelle sue dimensioni (al traumatico congresso che portò allo scioglimento del Pci presero parte circa 300 mila iscritti). Sul versante qualitativo uno scenario inquietante: ovunque le sale quasi deserte nel momento del dibattito e della presentazione delle mozioni si sono magicamente riempite all’atto del voto. Sono gli inconvenienti dei partiti cartello, ossia di formazioni flaccide in cui declina l’iscritto che si mobilita per incentivi simbolico-identitari e si afferma il cacciatore di status e di benefici materiali elargiti dalle cariche elettive che controllano le risorse pubbliche. Non saranno certo le primarie il correttivo di questo essiccamento valoriale e funzionale dei partiti, divenuti spettrali oligarchie attorniate da media e clientele. Occorrerebbero un’ideologia attorno a fini non negoziabili, una cultura politica a ridosso di una idea di democrazia e un radicamento negli interessi sociali della postmodernità, non certo una estemporanea fioritura di gazebo. Le primarie sono invece il ritrovato di un partito molto liquido che talvolta appare come un docile braccio collaterale di agenzie mediatiche in grado di dettare la linea, di indicare la leadership più gradita. Dopo che gli iscritti hanno mostrato di non apprezzare affatto il loro segretario in carica, la parola passa agli elettori che potrebbero imporre agli iscritti di conservare comunque un leader che non è di loro gradimento. Non solo sono possibili infiltrazioni esterne (persino negli Usa la destra si è mobilitata nelle primarie aperte per sostenere la Clinton contro l’ascesa di Obama), ma il peso preponderante nella selezione della leadership è assunto dai media che sono più influenti degli stessi dirigenti nelle opzioni degli elettori estranei alle vicende organizzative. Scagliare gli elettori contro gli iscritti rientra in un populismo pervasivo che odia la funzione parziale e identitaria dei partiti. In una democrazia rappresentativa il partito politico è appunto solo una parte, e non l’intero. Proprio per questo il metodo democratico nella vita dei partiti riguarda gli iscritti, i militanti, quanti cioè si riconoscono in una appartenenza comune (fino ad accollarsene la responsabilità in termini di contributi finanziari e di azione quotidiana) e non certo gli elettori indifferenziati. Affidare agli elettori in quanto tali (e in più senza leggi, procedure certe) il compito di nominare il segretario di un partito (che non svolge peraltro una funzione istituzionale ma un compito organizzativo di raccordo tra parti di società e potere) non è affatto una epifania della democrazia diretta. Le primarie del 25 ottobre, al di là delle ansiogene aspettative di rivincita che le animano, non sono un buon segnale per la democrazia. Chi ha perso in maniera così trasparente la fiducia degli iscritti (dei suoi iscritti) potrebbe in teoria riacquistare i gradi di comando grazie al voto di elettori indistinti. Ma davvero il popolo delle primarie può imporre agli iscritti di tenersi per forza un leader sconfitto in un regolare confronto congressuale? Anche se le primarie confermeranno le risultanze congressuali, il problema spinoso della loro funzione deviante resta. Partiti ridotti a mere macchine elettorali sono l’esatto contrario dell’affresco dell’articolo 49 della Costituzione, che disegna il ruolo dei soggetti della mediazione collocandoli con un piede nella società e con un altro nelle istituzioni della rappresentanza. Ma anche per la carta, come per i partiti, non corrono tempi buoni.

Michele Prospero

24 ottobre 2009

Le esigenze personali, familiari e sociali di milioni di lavoratori scontano da decenni Il costo umano della flessibilità, ora ascoltiamo impietriti

Il “Posto fisso” di Tremonti

All’epoca dei primi governi guidati da Berlusconi, chiunque avesse seguito con attenzione le “performance” dei diversi componenti l’Esecutivo, non avrebbe potuto non rilevarne la grande dose di approssimazione e puro dilettantismo (politico) che ne caratterizzava l’azione quotidiana.
Grazie alle (ormai) mitiche gaffe di Berlusconi e agli “incidenti di percorso” che contrassegnavano le ricorrenti esternazioni dei suoi ministri - da Fini, che riteneva Mussolini la personalità politica più importante del XX secolo, a Scajola, che definiva (letteralmente) Marco Biagi un “rompiscatole” - era facile ironizzare, e perfino sorridere, rispetto ai nuovi protagonisti delle vicende politiche italiane.
Oggi non è più tempo di spensieratezze! Il panorama politico, offerto dal Berlusconi IV, rende indispensabile “monitorare” con particolare considerazione - e maggiore preoccupazione - le mosse degli attuali interpreti.
In questo senso - tralasciando quella che appare (strumentalmente, a mio parere) come la “conversione” di Fini ad antichi “valori” della sinistra; laicità, testamento biologico, riforme condivise, diritto di voto agli extracomunitari, ecc - sono eclatanti alcune recenti prese di posizione di Giulio Tremonti.
L’ultima, in ordine di tempo, è relativa all’esaltazione del “posto fisso”! Intendendo, per esso, il sostanziale disconoscimento di tutto quanto prodotto, da Berlusconi e &, in tema di occupazione e di riforma dei meccanismi di accesso al lavoro.
A prima vista - secondo alcuni osservatori - considerato il carattere “ultra-liberista” che il titolare del Ministero del Tesoro e delle Finanze ha sempre cercato di accreditare alle sue opzioni politiche, si tratta di una vera e propria rivoluzione “copernicana”.
A mio avviso, la questione è, invece, molto più semplice di quanto appaia e in perfetta sintonia con una serie di “mosse studiate a tavolino”. Personalmente, ho la sensazione che, all’improvviso, il Paese che fu dei poeti e dei navigatori - assunto che di santi continua a sfornarne - sia diventato (anche) la patria dei “giocolieri” e dei “funamboli”.
Infatti, considero l’ultima esternazione di Tremonti, una semplice variante del famigerato gioco “delle tre carte”, che ha reso celebri nel mondo intere generazioni di miei abili concittadini.
In effetti, sono convinto che anche le più recenti dichiarazioni del ministro - lo stesso che si esaltava attraverso la teorizzazione della c.d. “finanza creativa” e (oggi) si erge a paladino d’iniqui provvedimenti, quali l’ultimo condono omnibus, mascherato da ennesimo “scudo fiscale” - rientrino in un abile “gioco di squadra”, teso a confondere l’opinione pubblica, carpirne la buona fede e, in sostanza, alterare la realtà.
Non è un caso, infatti, che anche questa volta - come già successo in altre occasioni, a ruoli invertiti - le impreviste “esternazioni” di Tremonti siano state seguite da numerosi “distinguo”; da Sacconi a Brunetta.
Altrettanto scontate - dal mio punto di vista - le dichiarazioni, a sostegno di Tremonti, rilasciate dal Presidente del Consiglio.
In effetti, a qualsiasi persona dotata di buon senso, oltre che di sufficiente memoria, dovrebbe risultare per lo meno strana un’inversione di rotta così radicale da parte di soggetti - nell’occasione, Berlusconi e Tremonti - che, nel corso della loro (purtroppo) già lunga storia politica, hanno sempre manifestato una fede assoluta e incondizionata nei confronti del liberismo “più spinto”, del famoso “libero mercato” e della “flessibilità” del lavoro come occasione di crescita professionale (sic!) e “motore” della piena occupazione.
Con queste premesse, con il ricordo ancora netto delle contrapposizioni sorte nel corso dell’ultima campagna elettorale - tra tutti i berluscones e i rappresentanti della sinistra c.d. “antagonista” - rispetto ai guasti prodotti dalla flessibilità quale sinonimo di precarietà, è oggettivamente difficile credere all’improvvisa “conversione” - alle esigenze personali, familiari e sociali di milioni di lavoratori che scontano “Il costo umano della flessibilità” - di coloro che, fino a ieri, erigevano a “Totem” l’opera di Sacconi, Biagi e & (Legge 30/03 e Decreto legislativo 276/03)!
Personalmente, sono convinto che si tratti di un’altra “bufala”; il classico “effetto annuncio” da affidare ai ripetitori mediatici cui, purtroppo, troppi italiani ancora soggiacciono.

di Renato Fioretti
collaboratore redazionale di Lavoro e Salute

Nei luoghi di lavoro e di studio cresce la ribellione contro la destra e complici vari nei media e nel PD


Venerdi’ 23 ottobre, è sceso in piazza a Roma, il popolo dei sindacati di base, in maniera unitaria e partecipe

Il Patto di Base, che è stato creato per confrontare i vari percorsi sindacali, è composto da cub-rdb, confed. cobas, sdl, e con la giornata di oggi si rende protagonista nella lotta al governo Berlusconi e alle sue politiche padronali, di sfruttamento e di restringimento di diritti. Da notare anche la partecipazione dello slai cobas , e di altre esperienze sindacali di base.
Uno sciopero generale che ha l’indubitabile merito di porre dal basso e con prassi vertenziale, le ragioni di chi vede peggiorare ogni giorno che passa, il proprio quotidiano di vita, fino a rendere impossibile programmare il proprio futuro, personale e collettivo. Una manifestazione che ha portato in piazza, chi la crisi padronale non è disponibile a pagarla, per nessun motivo.
Son di altri le responsabilità di questa crisi, che mette in evidenza la debolezza del sistema economico di tipo capitalistico, osannato dai vari centrodestra e centrosinistra, come unico sistema possibile e concreto, e senza alternativa alcuna. A queste tesi manipolatorie, e portatrici di precariato,disoccupazione e sfruttamento, hanno risposto ben oltre centomila compagni e compagne , che hanno colorato di rosso, le vie di Roma.
Ricercatori, insegnanti, operai, studenti dell’onda, precari, disoccupati, immigrati con e senza permesso, hanno animato un corteo, partito da piazza della Repubblica e terminato a piazza San Giovanni, dove sul palco attrezzato su un tir, si sono alternati i vari sindacati di base.
Dalla sicilia, dalla sardegna,dal nord-est al nord-ovest, dalle regioni centrali alle regioni meridionali, il coro era univoco, e di comprensione della grave fase economico-politica, che attraversa l’intero Paese.
Dal palco, è risuonata forte, la denuncia di una grave situazione economica, che i poteri forti economici tentano di scaricare sui lavoratori e l’urgenza di programmare lotte e vertenze generalizzate per rispondere con forza a chi , leggi governo Berlusconi, cerca di rubare il nostro futuro.
Una esperienza che promette bene, che unifica i percorsi del sindacato di base e che rilancia il costruire un sindacato che esprima i bisogni e le politiche di una classe, che prende in mano il proprio agire ed il proprio futuro. Un sindacato, che rifiuta nettamente svendite e raggiri delle necessità dei lavoratori, e che è in grado, di dare voce a chi di voce in capitolo, ne ha sempre di meno.
Il conflitto e le vertenze, le lotte quotidiane, ripartono in avanti, e ci son tanti motivi per pensare, che di strada ne faranno tanta. La Confindustria ed il governo Berlusconi, han trovato chi mette in discussione tutto il loro operato.
Le trovate pubblicitarie di manipolazione," del posto fisso", alla Tremonti, da queste parti di credito non ne hanno nessuno. L’opposizione sociale , che esprimono i cobas, non fa sconti di nessun tipo.
Ci si poteva augurare di più?

Enrico Biso

21 ottobre 2009

SCIOPERO GENERALE DEL SINDACALISMO DI BASE 23 OTTOBRE 2009 MANIFESTAZIONE NAZIONALE - ROMA - ore 10 P.zza della Repubblica

A CHI LO SCUDO FISCALE E

A CHI IL TAGLIO SALARIALE !

Pochi giorni fa il Parlamento ha approvato lo scudo fiscale. L’operazione consentirà, a tutti coloro che hanno occultato al Fisco capitali mobiliari ed immobiliari, di rimetterli in circolazione nel Paese, avendo assicurato l’anonimato e pagando un’aliquota dell’1% per 5 anni. Siamo davanti al peggior condono fiscale mai visto, che crea un buco di bilancio di oltre 100 miliardi di euro rispetto al gettito che sarebbe arrivato ad aliquota ordinaria. Un buco di risorse indirettamente sottratte a tutti quei lavoratori dipendenti, pubblici e privati, che pagano regolarmente le tasse!
Lo scudo è, anche, un’amnistia per reati gravi, per i quali i nostri codici prevedono la reclusione fino a sei anni: falso in bilancio, distruzione di scritture contabili, uso di false comunicazioni sociali, sono solo alcuni dei comportamenti illeciti connessi all’evasione fiscale sui quali calerà definitivamente il silenzio, grazie all’anonimato che la legge ha imposto per gli intermediari che invieranno le dichiarazioni di adesione allo scudo. Garanzia all’anonimato per chi evade, mentre i lavoratori dipendenti ed i pensionati, che hanno sulle loro spalle quasi l’intero gettito fiscale del nostro Paese, hanno nomi e cognomi conosciuti da tutti ! L’ennesima legge che premia i grandi evasori, quelli che si sono arricchiti con le speculazioni finanziarie, quelli che hanno sottratto grandi risorse allo stato sociale, quelli che hanno impoverito il Paese sottoponendo i ceti sociali più deboli ad una pressione fiscale, diretta ed indiretta, enorme. E, intanto, per uscire dalla crisi economica, il Governo non stanzia le risorse per il rinnovo dei contratti ed opera tagli draconiani ai bilanci della pubblica amministrazione per utilizzare questo “tesoretto” a sostegno degli imprenditori e delle banche (gli stessi soggetti responsabili dell’esportazione dei capitali all’estero). Nel frattempo avanza la “controriforma” di Brunetta che, attraverso una falsa meritocrazia, introduce per legge l’esclusione dal salario accessorio per una fascia vastissima di lavoratori pubblici. E Confindustria, senza vergogna, invoca azioni punitive contro i dipendenti pubblici. Nessuno fermerà questo scempio e nessuno dirà basta a questo stato di cose, se all’indignazione non facciamo seguire concrete azioni di lotta.
La RdB rivolge a tutti i lavoratori un invito a firmare contro lo scudo fiscale, un motivo in più per aderire allo SCIOPERO GENERALE DEL SINDACALISMO DI BASE 23 OTTOBRE 2009 MANIFESTAZIONE NAZIONALE - ROMA - ore 10 P.zza della Repubblica
Contro lo scudo fiscale, proteggi i tuoi diritti, difendi il tuo salario, rispetta la tua dignità.
RdB PI è contro lo scudo fiscale e denuncia la destrutturazione dell’apparato fiscale che contrasta l’evasione in Italia. Riorganizzazione degli uffici, centralizzazione delle verifiche, abbandono del presidio territoriale, taglio ai salari, blocco delle carriere, campagne mediatiche contro i fannulloni: queste sono alcune delle tessere di un mosaico che disegna servizi pubblici meno efficienti per i cittadini, pressione fiscale più pesante per lavoratori dipendenti e pensionati, Stato Sociale più debole.
Scudo fiscale, che cos’è? Si tratta di una norma approvata in Parlamento il 2 ottobre 2009, grazie alla quale, nel più completo anonimato, si potranno rimpatriare o regolarizzare capitali detenuti irregolarmente all’estero.
Su quali beni si può usare lo scudo? Beneficiano dello scudo i beni materiali e immateriali: contanti, azioni, bond, polizze, yacht, immobili e opere d’arte su cui non sono mai state pagate le tasse in Italia.
Chi sono i soggetti interessati? Lo scudo fiscale può essere utilizzato da persone fisiche, enti non commerciali, società semplici e associazioni equiparate.
Quanto si paga con lo scudo fiscale? Lo scudo costa il 5% del capitale rimpatriato e assicura un’immunità di 5 anni. Rientreranno in Italia circa 300 miliardi di euro, che daranno un gettito di 15 miliardi. Applicando agli stessi capitali l’aliquota normale, il gettito sarebbe stato di circa 120 miliardi: lo scudo genera un buco di bilancio di oltre 100 miliardi.
Lo scudo fiscale è anche una sanatoria per reati penali? Sì. Anche reati che prevedevano fino a 6 anni di reclusione sono protetti dallo scudo. Ecco qualche esempio: dichiarazione fraudolenta o infedele con uso di fatture false; occultamento o distruzione di documenti contabili; falsità materiale e ideologica; falsità in registri, in scrittura privata, uso di atto falso; uso di false comunicazioni sociali anche in danno alle società.
Perché lo scudo fiscale garantisce agli evasori l’anonimato? Il rimpatrio avviene attraverso intermediari come banche e Poste Italiane, che garantiscono l’anonimato del soggetto interessato. Per agevolare l’accesso allo scudo, gli intermediari non devono più segnalare le operazioni sospette.
Lo scudo fiscale consente, quindi, il rientro dei capitali illeciti ed è un’offesa all’onestà di chi paga le tasse e alla professionalità dei lavoratori pubblici. Lo scudo premia gli evasori che possono riportare in Italia capitali illegali occultati al fisco pagando un’imposta dell’1% annuo con l’assicurazione dell’anonimato. Permette di "lavare" i capitali frutto di attività illecite ed è un invito ad evadere le tasse in attesa del prossimo condono. Invitiamo le lavoratrici e i lavoratori del Ministero dell’Economia e delle Finanze a firmare questo appello a difesa del fisco e dei diritti di tutti i lavoratori pubblici. Le firme raccolte saranno inviate alla Presidenza del Consiglio, ai gruppi parlamentari di Camera e Senato e al Ministro dell’Economia e Finanze. I Lavoratori del pubblico impiego le porteranno in corteo a Roma, in occasione dello sciopero dei lavoratori pubblici il 23 ottobre 200
RdB - Coordinamento Nazionale Ministero dell’Economia e delle Finanze

19 ottobre 2009

Governo, confindustria, cisl e uil vogliono riportare al medioevo le condizioni dei lavoratori. E non solo loro!

UN GOLPE SINDACALE

di Giorgio Cremaschi

Il rinnovo del contratto dei metalmeccanici firmato da Federmeccanica, Fim e Uilm, è un vero e proprio golpe sindacale. Come definire diversamente, infatti, la violazione brutale delle più elementariregole di democrazia con la sopraffazione della maggioranza da parte della minoranza? Fim eUilm da sole rappresentano a malapena un terzo dei metalmeccanici. La Fiom da sola ha raccolto,tra iscritti e voti, un consenso tra il 55 e il 60% della categoria. Nel 2008 è stato firmato un contrattonazionale che prevedeva la durata della parte normativa fino alla fine del 2010. Eppure Fim e Uilmhanno unilateralmente disdettato il contratto in vigore, per applicare il nuovo sistema derivante dall'accordo,anch'esso separato, del 15 aprile. Nella sostanza Fim e Uilm hanno preteso di cambiarele regole del gioco nel corso della partita, senza il consenso dei giocatori più importanti e senzaverificare con tutti se si era d'accordo. La Fiom ha semplicemente rivendicato il proprio buon dirittoa rinnovare il contratto sulla base delle regole ancora in vigore.Ma nessun golpe riesce da parte di una minoranza, se dietro di essa non c'è un potere forte che laadopera e sostiene per i propri fini. Non sono i sindacati che fanno gli accordi separati, ma i padroni.La Federmeccanica, dopo due rinnovi separati, aveva deciso per due volte di seguito di fareintese unitarie. Ora ha di nuovo cambiato idea. Perché? Sono gli stessi contenuti dell'accordo chelo chiariscono.Fim e Uilm hanno infatti accettato di svalutare il valore del lavoro dei metalmeccanici attraverso lariduzione del salario del nazionale. L'aumento è ridicolo e offensivo, 15 euro netti per un operaio diterzo livello per tutto il 2010. La durata triennale non è accompagnata da alcuna garanzia rispettoall'inflazione, mentre si abbandona una conquista storica dei vecchi contratti, la rivalutazione delvalore punto. Tale conquista, che aveva migliorato il sistema del 23 luglio, faceva sì che ad ognirinnovo contrattuale si trattasse su una base più alta del rinnovo precedente. Ora, cancellato questomeccanismo, ci si predispone ad un andamento opposto: cioè che ogni contratto dia meno soldidi quello prima. A tutto questo si aggiunge la piena accettazione dell'intesa confederale separatadel 15 aprile 2009. Quella che dà il via alle deroghe al contratto nazionale, che riduce le libertà dicontrattazione e i diritti individuali. Già ora il testo firmato parla di conciliazione e arbitrato e limital'autonomia di contrattazione in fabbrica. Alla faccia di chi sosteneva che bisognava fare menocontratto nazionale per avere più accordi aziendali. Fim, Uilm e Federmeccanica, per non sbagliarsi,limitano tutti e due.La Fiom ha chiesto il blocco dei licenziamenti e della chiusura delle fabbriche. Fim, Uilm e Federmeccanicahanno trovato una soluzione della crisi più lungimirante: l'istituzione di un ente bilateraleche raccoglierà fondi con la promessa di dare, fra tre anni, qualche contributo a qualche lavoratoreparticolarmente disagiato. Una risposta diffusa e tempestiva, quando centinaia di migliaia dilavoratori rischiano ora il salario e il posto. Ma l'importante è istituire un nuovo carrozzone, con ilquale alimentare la collaborazione tra sindacato e imprese.Potremmo andare avanti nello scoprire piccole e grandi porcherie nell'accordo, dal part-time selvaggioal peggioramento dei diritti per i contratti a termine, ma la sostanza è sempre quella. LaFedermeccanica e la Confindustria hanno deciso di svalutare il lavoro passando per la complicità -direbbe il ministro Sacconi - di Fim e Uilm. Pensano di farcela, anche se sanno benissimo che inun referendum normale la grande maggioranza delle lavoratrici e dei lavoratori travolgerebbe il loroaccordo sotto una valanga di no. Pensano di farcela perché danno per scontato che nella società enella politica italiana sia oramai un luogo comune accettato da tutti che i lavoratori siano cittadini diserie B, per i quali non valgono le regole della democrazia. Si può fare un golpe contro un contrattoe la democrazia sindacale e presentare il tutto come un'evoluzione delle relazioni industriali.La rivoluzione francese cominciò perché il sovrano faceva votare per "stati" e non per persone.Così aristocrazia e clero, pur essendo una ristretta minoranza, vincevano sempre contro il popolo,che aveva un solo voto contro i loro due. Oggi si vorrebbe far votare i contratti per sindacati. Siconta la somma delle sigle e si dice "qui c'è la maggioranza". Anche se la grande maggioranzadelle lavoratrici e dei lavoratori sta da un'altra parte. I francesi fecero la rivoluzione perché non accettavanoquel sistema medievale di decisioni. Oggi è al medioevo che si vogliono riportare i lavoratori.

E non solo loro.

15 ottobre 2009

Complotto, comunisti, sentenze pilotate, persecuzione giudiziaria, stampa in mano alla sinistra, lui è legittimato dal popolo...........

Il delirio del Cavaliere dimezzato

Sarò rapido. Ma non posso rinunciare ad esternare il mio pensiero: povero Cav, quasi fa pena, nel suo delirio ormai fuori controllo. Altro che la camomilla consigliatagli da Casini! Qui siamo davanti a un caso da camicia di forza. Persa la sicurezza, il nostro ostenta sicumera; non avendo più autorevolezza alcuna – in nessun campo –, ritiene di poterla sostituire con l’autoritarismo; non essendo in grado di articolare ragionamenti, accresce il livello sonoro della sua vocina nasale, che dunque risulta vieppiù sgradevole; gesticola, smania, gli occhi gli diventan piccini piccini, il collo si gonfia… E minaccia, minaccia, minaccia. E insulta, insulta, insulta. E si loda: e, conseguentemente, si sbroda. La sua autoreferenzialità che sino a ieri appariva patetica, oggi è invece da ricovero coatto; e il livello degli argomenti se vogliamo chiamarli tali, è precipitato assai sotto la soglia zero. Altro che “discorsi da Bar Sport”, come si diceva: qui siamo al trivio, come peraltro i comportamenti provano, in assoluta coerenza, tra il dire e il fare.Ma, dicevo, ora ho un momento di debolezza. Provo quasi una tenerezza per quest’uomo sul viale del tramonto. Certo, è pericoloso, come un ubriaco. Dopo la brutta sbornia (di quelle cattive, non scelte: come se gli avessero fatto trangugiare qualcosa che gli ha fatto un gran male…) causata dalla sentenza della Corte sul famigerato Lodo architettato dai suoi legulei, e la sentenza che obbliga la sua Fininvest a sganciare 750 milioni di euro, per l’affaire Mondadori, ha vaneggiato per giorni. E come gli ubriachi in stato di decomposizione mentale, o semplicemente come i matti che si aggirano asserendo di esser Napoleone questo, Garibaldi quello, o Gesù Cristo in persona, così il Cavaliere dimezzato, ha sparato le sue farneticazioni. Non solo è il migliore presidente del Consiglio degli ultimi 150 anni (poteva dire dell’Italia unita, no?), ma anche il più perseguitato della nostra storia nazionale. Anzi, ripensandoci: il più perseguitato nel mondo, di tutti i tempi. E, intanto, il livore produceva in modo quasi naturale, battute pesanti, grevi insinuazioni, autentiche bestemmie costituzionali. Ma anche belle gaffes, come quella che ci ha rivelato quanto gli costa pagare giudici (voleva dire avvocati, ma il lapsus è assai rivelatore: ah, vecchio, caro Freud!). E, mentre continuava a dichiararsi indispensabile alla nazione, e dunque proprio per questo perseguitato da toghe rosse, giornali comunisti, marea giustizialista, accadeva un altro piccolo evento: il Premio Nobel per la pace a Barak Obama. Ma come? Non c’era forse un Comitato che chiedeva il Premio, sì, proprio quello, per Silvio? (“Meno male che Silvio c’è”, ha provato a spiritoseggiare davanti agli attoniti telecronisti il nostro, riprendendo il ritornello di una delle tante canzoncine fabbricate per osannarlo; ma su You Tube potete trovarne delle migliori, a cominciare da quella ad hoc per il Nobel…a questo punto, ahimè!, mancato). E come hanno osato assegnarlo a Barak invece che a Silvio? A un “abbronzato”, poi!? Che ha pure trent’anni meno di lui! Incredibile. Chissà che travasi di bile, povero Cav. Che cumulo di amarezza, per questa incomprensione da parte di qualcuno nel mondo. E quante escort gli saranno occorse per superare questo momento difficile. Sì, mi sento solidale al pover’uomo. Che, addirittura, ora viene soccorso dalla figliola Marina. Che ripete, come una scimmietta ammaestrata, le parole paterne: complotto, comunisti, sentenze pilotate, persecuzione giudiziaria, stampa in mano alla sinistra, lui è legittimato dal popolo. Si è persino spinta – udite, udite! – a dichiarare che quando sente Antonio Di Pietro parlare, lei “si vergogna di essere italiana”. Fa bene. Se gli italiani fossero tutti come Silvio e Marina (talis pater, talis filia), sarebbero molti altri, dalle Alpi al Lilibeo, a vergognarsi di condividere la cittadinanza con loro. A cominciare da chi scrive.


Angelo d'Orsi

(12 ottobre 2009)


da Micromegaonline

Il nuovo accordo separato completa l'operazione reazionaria avviata da imprenditori, governo, Cisl e Uil con la controriforma del sistema contrattuale

I contratti separati sfidano la Cgil

Una nuova, profonda ferita alla democrazia italiana si sta aprendo in queste ore, con la ormai certa firma dell'accordo separato che cancella il contratto nazionale dei metalmeccanici. Fim-Cisl e Uilm, in rappresentanza di una minoranza di tute blu, si apprestano a varare con Federmeccanica un testo contestato dalla Fiom e pretendono di imporlo alla totalità dei lavoratori. Senza neanche aver chiesto loro un'opinione sulla decisione unilaterale di cancellare il vecchio, condiviso contratto che avrebbe dovuto restare valido per altri due anni. Senza neanche sottoporre a referendum il nuovo testo partorito dall'accordo separato. Un modo per dire: i padroni del lavoro e della vita dei meccanici siamo noi, Fim e Uilm. È la dittatura della minoranza, la cancellazione di ogni regola su cui si fondava la zoppicante rappresentanza democratica dei lavoratori.Sono passati quarant'anni dall'autunno caldo e dalla firma - pochi giorni dopo la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 - del più bel contratto dei metalmeccanici, frutto di una stagione di lotte che costruirono, con il contratto, l'unità sindacale, lasciandosi alle spalle gli anni bui segnati dall'egemonia padronale sui sindacati divisi e deboli. Nacquero i consigli di fabbrica con i delegati eletti dai lavoratori nei gruppi omogenei e non più nominati dalle sigle sindacali. Nacque la Flm, durò poco più di un decennio, spazzata via insieme ai consigli da una nuova stagione di restaurazione. Oggi le Rsu assomigliano più ai membri di commissione interna degli anni Cinquanta che ai delegati degli anni Settanta. Ma con il nuovo accordo separato, che completa l'operazione avviata da imprenditori, governo, Cisl e Uil con la controriforma del sistema contrattuale, si chiude anche questa stagione di democrazia zoppicante.Odio ideologico? Irrefrenabile desiderio di normalizzare ciò che nel mondo del lavoro non obbedisce ai richiami alla complicità? Cecità? Forse tutte queste cose. Non siamo nel '62, quando la reazione a un accordo separato firmato alla Fiat dalla Uil portò all'assedio della sede torinese di quel sindacato e ai durissimi scontri di piazza Statuto. Siamo nel 2009, certo, e alla Uil si è aggiunta la Cisl. Ma chi si appresta a infliggere il nuovo vulnus alla democrazia deve mettere in conto una reazione forte, magari non politicamente corretta. O è proprio lo scontro che si cerca, dopo averci sfiniti con i richiami alla moderazione, alla collaborazione, alla fine del conflitto? E chi avrà il coraggio di accusare di irresponsabilità quelle centinaia di migliaia di lavoratori, e non solo la Fiom, che rifiuteranno di beccarsi in silenzio l'ultimo schiaffone e di rispettare regole imposte per decreto? A meno che la notte non abbia portato buoni consigli: agli imprenditori che paventano una stagione di conflitto permanente, a Cisl e Uil finalmente convertite alla democrazia sulla via di Damasco. Ci piace sognare, non sarebbe il primo sogno infranto contro il muro della realtà.In questo clima avvelenato, con il segretario della Cisl Raffaele Bonanni che accusa di delinquenza comune la Fiom, rimediando così l'ovvia querela del segretario dei metalmeccanici Cgil Gianni Rinaldini, la confederazione di Epifani deve scegliere: prendere atto che la vecchia unità sindacale è stata uccisa dalla controriforma del sistema contrattuale e dal prossimo accordo separato imposto alle tute blu, e che ci vorrà tempo per ricostruire rapporti e unità, magari imposto dal basso come avvenne nel '69; oppure anteporre, nella logica della «riduzione del danno», il primato di un'astratta quanto improbabile unità con Cisl e Uil ai contenuti, alla democrazia sindacale, al rapporto con i lavoratori, pensando che qualche marcia per il lavoro in Lombardia con chi (la Cisl) si batte per restaurare le gabbie salariali spazzate via nell'autunnno caldo, possa far risbocciare l'amore. Alla vigilia del congresso, una scelta è inevitabile.


di Loris Campetti
su il manifesto del 15/10/2009

11 ottobre 2009

Sono gli stessi giornali che piangono lacrime di coccodrillo contro l'informazione negata da questo governo


Quei cortei operai oscurati dalla "libera stampa"

Neppure la più scrupolosa ricerca vi consentirà di scovare, nei giornali di ieri, (ivi compresi quelli di area riformista) la più labile traccia dello sciopero generale dei metalmeccanici. Dell'evento si sono occupati solo Liberazione e qualche altro foglio della sinistra-sinistra. La rimozione totale compiuta da testate come La Repubblica e l'Unità della mobilitazione intrapresa, in condizioni di straordinaria difficoltà, dalla più grande categoria di lavoratori dell'industria è lì a dimostrare due cose, entrambe inquietanti. La prima è che la rivendicazione di un'informazione libera e indipendente, risuonata con forza sabato scorso in una piazza del Popolo gremita soffre di clamorose amnesie da cui è afflitta una parte cospicua di coloro che quella mobilitazione hanno sostenuto e persino promosso. La seconda è che il Pd vive la scesa in campo delle tute blu per lo meno con imbarazzo, considerandosi esso - nel suo insieme e nelle parti - assai più vicino alle tesi e alla pratica collaborazionista della Cisl e della Uil, vale a dire ad un sindacalismo che ha bandito dai propri "fondamentali" i concetti di democrazia e di autonomia. Queste elementari constatazioni spiegano molte cose del contorto mondo della politica italiana. In queste ore ci sentiamo sollevati e persino euforici per la sentenza con la quale la Consulta, cancellando il lodo Alfano, ha salvato la Costituzione e la democrazia da una vulnerazione grave e forse irreversibile. Sentiamo indebolita la protervia di cui Berlusconi fa quotidiano sfoggio. Sicchè l'arrogante sbocco di superbia da lui esibito dopo lo smacco incassato pare più la spia di un sentimento di paura che non di sicurezza. Eppure, proprio in questo momento di massima debolezza personale del caudillo di Arcore, emerge, sconfortante, lo stato di paralisi delle forze che dovrebbero innescare un processo di cambiamento. Tutto ciò che avviene si svolge nei santuari e nelle foresterie del potere. Tutti a dire che il governo non deve cadere. Da non crederci! Tutti: dal Pdl al Pd. Sì, anche il Pd, terrorizzato dal rischio di una contesa elettorale da cui teme di uscire con le ossa rotte. Non conta che il Paese sia allo stremo, non contano i tre milioni di persone in stato di povertà assoluta, i disoccupati a reddito zero e senza prospettive, non bastano la latitanza di una qualsiasi strategia di contrasto alla crisi, una legge finanziaria evanescente e atti di politica fiscale banditeschi.
Prevalgono il misero calcolo di bottega, il riflesso conservativo dettato dalla consapevolezza del proprio stato confusionale, dell'inconsistenza di una proposta davvero alternativa, capace di parlare alle classi subalterne e suscitare il coinvolgimento delle energie vitali del Paese. Prevale il puro controcanto polemico, la giaculatoria mediatica, dove tutto si risolve nel sembrare, piuttosto che essere, opposizione. Interclassismo ideologico e bipolarismo politico formano la camicia di forza nella quale si avvita senza prospettive la crisi culturale e politica del mai nato partito democratico. In questa grottesca situazione - dove tutto ciò che si muove, si compone e si scompone, è avulso dalla dinamica sociale - potrebbe essere proprio Berlusconi a coltivare l'idea salvifica delle elezioni anticipate, dell'appello diretto al popolo, dal quale egli ritiene di avere ricevuto un mandato assoluto. Il suo istinto gli dice una cosa vera, al di là del delirio onnipotente che ne descrive la patologia, e cioè che qualcosa di molto profondo si è innestato nella società italiana, nella nervatura della società civile, nel senso comune. Egli ne è l'espressione più corrotta e manigolda, ma attinge ad un brodo di coltura, di disinformazione, di assuefazione che è stato preparato, coltivato, nutrito con meticolosa, scientifica perseveranza, complice una sinistra condannatasi all'eutanasia. E' quello che con una scorciatoia letteraria chiamiamo "berlusconismo", osso da rosicchiare ben più duro del fondatore di Forza Italia perché destinato a sopravvivergli, deriva culturale profonda da indagare e contrastare con minore approssimazione di quanto colpevolmente non si faccia. Di questo torbido patrimonio di consenso Berlusconi potrebbe servirsi, trasformando le elezioni in un plebiscito, dal quale egli sente di poter uscire persino irrobustito, forte di un potere personale mai visto se non nel ventennio fascista. E allora? Allora la cosa peggiore è l'immobilismo, l'indifferente abulia di forze talmente poco alternative che ristagnano nel brodo di un liberismo (temperato?), incapaci di guardare persino a quel pezzo del mondo del lavoro ancora capace di iniziativa, di antagonismo sociale, di reattività politica e morale. E qui torniamo ai grandi cortei operai di oggi, trattati - lo ripetiamo - col malcelato disinteresse che si riserva ai fatti più marginali. Temiamo che la stessa sorte toccherà ai migranti, i quali il 17 ottobre manifesteranno per chiedere che l'art. 3 della Costituzione - quello in base al quale il lodo Alfano è stato dichiarato illegittimo - valga anche per loro. Ecco, finché l'opposizione non comprenderà che queste sono le risorse su cui far leva, Berlusconi e gli scalpitanti pretendenti al suo trono potranno dormire sonni tranquilli.

Dino Greco
Direttore di Liberazione
10/10/2009

Il Nobel della Pace a Obama?

Un premio di consolazione
di Atilio Borón

Con un’insolita decisione, il Comitato Nobel di Norvegia ha messo fine alla ricerca durata sette mesi tra i 250 pretendenti al Premio Nobel della Pace, conferendolo a Barack Obama. La decisione del Comitato norvegese ha provocato le più diverse reazioni a livello internazionale: dallo stupore ad una risata fragorosa. Le dichiarazioni del presidente di questo organismo, Thorbjorn Jagland, è stupefacente: “E’ importante per il Comitato dare un riconoscimento alle persone che lottano e idealiste, ma non possiamo fare questo tutti gli anni. Talvolta dobbiamo addentrarci nel regno della realpolitik. In fin dei conti è sempre un misto di idealismo e realpolitik ciò che può cambiare il mondo”. Il problema con Obama sta nel fatto che il suo idealismo si pone sul piano della retorica, dal momento che nel mondo della realpolitik le sue iniziative non potrebbero essere più in contrasto con la ricerca della pace.
Secondo Robert Higgs, specialista in bilanci militari dell’Indipendent Institute di Oakland, California, il modo con cui Washington elabora il bilancio della difesa nasconde sistematicamente il suo reale ammontare. Nell’analizzare le cifre sottoposte al Congresso da George W. Bush per l’anno fiscale 2007-2008, Higgs conclude che esse rappresentano poco più della metà della cifra che sarebbe stata effettivamente stanziata, e che arriverebbe addirittura a superare la barriera, impensabile fino allora, di un bilione di dollari. Vale a dire di un milione di milioni di dollari. E ciò avviene perché, secondo Higgs, alla somma inizialmente assegnata al Pentagono occorre aggiungere le spese relative alla difesa fatte fuori dal Pentagono, i fondi straordinari richiesti dalle guerre di Iraq e Afghanistan, gli interessi accumulati attraverso l’indebitamento in cui incorre la Casa Bianca nell’affrontare tali spese e quelle che hanno origine dall’assistenza medica e psicologica dei 33.000 uomini e donne che sono stati feriti nel corso delle guerre degli Stati Uniti e che richiedono un grosso stanziamento all’Amministrazione Nazionale dei Veterani. Obama non ha fatto assolutamente nulla per contenere questa infernale macchina di morte e distruzione, e quando per bocca della sua Segretaria di Stato denuncia le “spese sproporzionate in armamenti”, invece di riferirsi alla trave nei suoi occhi, oggetto delle sue critiche è la pagliuzza Venezuela bolivariana!
Obama ha aumentato i bilancio per la guerra in Afghanistan nello stesso momento in cui prevede di aumentare il numero dei soldati dispiegati in quel paese; le sue truppe continuano ad occupare l’Iraq; non ci sono segnali di revisione della decisione di George Bush Jr. di attivare la Quarta Flotta; fa passi avanti un trattato ancora segreto per dislocare sette basi nordamericane in Colombia, e si parla di altre cinque che verrebbero ad aggiungersi, e in questo modo Obama partecipa alla preparazione (o si rende complice) di una nuova scalata bellicista contro l’America Latina; mantiene il suo ambasciatore a Tegucigalpa, quando praticamente tutti gli altri se ne sono andati, e in tal modo spalleggia i golpisti honduregni; conserva il blocco contro Cuba e non manifesta alcun turbamento di fronte all’ingiusta reclusione dei cinque lottatori antiterroristi incarcerati negli Stati Uniti. E’ chiaro, il Comitato norvegese periodicamente assume decisioni deliranti – non si sa se causate dalla sua ignoranza degli avvenimenti mondiali, da pressioni opportunistiche oppure dalle delizie dell’acquavite norvegese, il che si traduce in iniziative così assurde come quest’ultima. Ma, se a suo tempo è stato concesso il Premio Nobel della Pace a Henry Kissinger, correttamente definito da Gore Vidal come il maggiore criminale di guerra che se ne vada tranquillamente per il mondo, perché avrebbero dovuto negarlo a Obama, soprattutto dopo lo sgarbo subito ad opera di Lula a Copenhagen? La realpolitik esigeva che si riparasse immediatamente a questo errore. Perché, dopotutto, come ha dichiarato lo stesso Presidente degli Stati Uniti nell’apprendere del suo premio, ciò rappresenta “la riaffermazione della leadership nordamericana in nome delle aspirazioni dei popoli di tutte le nazioni”. Così, in un improvviso attacco di “realismo”, i compari del Comitato hanno aggiunto il loro granello di sabbia al rafforzamento della declinante egemonia statunitense nel sistema internazionale.

www.rebelion.org/
Traduzione di Mauro Gemma per http://www.lernesto.it/

*Atilio Borón è Titolare di Teoria Politica e Sociale alla Facoltà di Scienze Sociali di Buenos Aires, Argentina. Insignito nel 2009 all’Avana del Premio Internazionale José Martí, collabora a numerose testate di vari paesi.

10 ottobre 2009

“Il mistero di Sindona”, di Nick Tosches, prefazione Gianni Barbacetto, Alet Editore

Sindona, Gelli, Luigi Berlusconi

“Il mistero Sindona” riappare in versione “non censurata”. Negli anni di Craxi un editore di fede socialista aveva sfumato nomi e intrighi per non urtare il primo ministro che aveva regalato la diretta Tv a Silvio Berlusconi.
La classe dirigente di una Milano ancora “capitale morale” d’Italia è distratta e già poco incline a interrogarsi sull’odore dei soldi che scorrono silenziosamente sotto i suoi occhi. La business community è efficiente ma sbadata. Sospettosa, invidiosa e maldicente nei confronti dei nuovi arrivati, degli outsider diversi dagli uomini con le radici saldamente piantate nel potere dell’industria e della finanza del Nord. Si chiamassero Michele Sindona o, più tardi, Salvatore Ligresti, oppure Silvio Berlusconi, i nuovi arrivati sono dapprima trattati con sufficienza. Ma basta poco a farli accettare: il potere, i soldi e gli intrecci con la politica vincono ogni resistenza. Così gli outsider conquistano Milano, sempre pronta a dimenticare – in nome del potere e dei dané – non solo lo stile, ma anche la decenza.
C’erano il Sessantotto, i fermenti sociali, le bombe nere, poi il terrorismo rosso. Chi ha occhi per la silenziosa penetrazione dei soldi sporchi nella finanza italiana? Chi ha voglia di vedere l’illegalità che si mangia la politica? Così nessuno ha niente da ridire neppure del curioso successo della sindoniana Interfinanziaria S.p.a., sede a Milano, ma – lo racconterà poi una relazione di minoranza della Commissione parlamentare antimafia – venti sportelli nella depressa provincia di Agrigento che riescono a far affluire ben quattro miliardi e mezzo di lire nelle casse della società. Come? Promettendo un tasso d’interesse più che doppio di quello praticato dalle altre banche e scatenando una caccia ai depositi realizzata da promotori finanziari d’ec­ce­zione: i parenti dei mafiosi locali, assunti come ricercatori di clienti.
Senza conseguenze perfino il segnale lanciato dall’ambasciatore Roberto Gaja, che nel 1975 rifiuta di partecipare a New York a una manifestazione di italoamericani in onore di Sindona, spiegandone le ragioni in un rapporto di fuoco inviato al Ministero degli esteri a Roma. Resta inascoltato, come ricorda la sentenza di Palermo nel processo per mafia al più tenace dei suoi sostenitori politici, Giulio Andreotti, dove è scritto che “il collegamento di Sindona con la mafia italoamericana era ben presente anche all’ambasciatore italiano negli Stati Uniti”.
Senza risultato, nei primi anni Settanta, anche il durissimo rapporto della Banca d’Italia che conclude un’ispezione agli istituti di Sindona: “Irregolare, alterata o omessa registrazione di fatti di gestione; tenuta di una seconda contabilità economica riservata; riserva obbligatoria inferiore al dovuto” e “altre numerose irregolarità nel settore valutario”. Gli ispettori propongono già allora il commissariamento della Banca Unione e la liquidazione coatta della Banca Privata Finanziaria. Invece interviene la politica: Giulio Andreotti, in quel momento presidente del Consiglio, induce il governatore di Bankitalia Guido Carli a non intervenire; e resta ferma anche la magistratura (andreottiana) del Palazzaccio romano.
Sindona può continuare i suoi giochi di prestigio. Il preferito consiste nell’utilizzare i soldi dei clienti per finanziare le società del gruppo, per fare acquisizioni (come nel caso della Franklin Bank), o per altre operazioni illegali: i capitali sono parcheggiati in “depositi fiduciari” presso banche estere compiacenti e poi riversati in società estere controllate da Sindona.
In nome dell’anticomunismo tutto è possibile. Anche l’al­leanza con Cosa nostra: proprio in questo libro Sindona dice a Nick Tosches che gli Alleati, al momento dello sbarco in Sicilia, si servirono di Lucky Luciano e della mafia “per procurarsi l’aiuto necessario a sconfiggere il nemico comune”. “Il fine giustificava i mezzi”, commenta Sindona, pur esibendo un filo di distacco. Il distacco cade quando si tratta dei propri fini e dei propri mezzi. Nell’estate più calda della crisi sindoniana, il 2 agosto del 1979, il bancarottiere scompare da New York. Si fa vivo un fumettistico “Gruppo proletario di eversione per una giustizia migliore”. Comunica di avere rapito Sindona. In realtà il bancarottiere compie, fino al 16 ottobre, un rocambolesco giro da New York all’Europa, con tappa ad Atene e approdo in Sicilia. A gestire questo strano viaggio è una composita fauna di personaggi: alcuni appartengono al mondo della massoneria, altri al mondo della mafia, altri ancora a entrambi. Sindona è nelle mani di Joseph Miceli Crimi, esperto di riti esoterici e chirurgie plastiche, di John Gambino, boss di Cosa nostra americana, e di Vincenzo e Rosario Spatola, boss di Cosa nostra siciliana.
Sul “rapimento” di Sindona indagano due magistrati milanesi, Giuliano Turone e Gherardo Colombo, due segugi che contemporaneamente svolgono l’inchiesta sull’assassinio di Giorgio Ambrosoli. Scopriranno che, dietro le quinte del finto sequestro, si muove la strana compagnia massonico-mafiosa e che, dietro il killer arrivato dall’America, c’è Sindona come mandante. Ma, a sorpresa, indagando sugli amici e sostenitori del bancarottiere, faranno una scoperta inaspettata: durante una perquisizione nell’azienda di Licio Gelli, la Giole di Castiglion Fibocchi, il 17 marzo 1981 trovano gli elenchi degli iscritti alla loggia P2. Così appare finalmente chiaro il livello dei rapporti e delle connessioni che sostengono Sindona e il grado d’inquinamento delle istituzioni. Un terremoto istituzionale, una ferita ancora non del tutto rimarginata.
Molti anni dopo l’ultimo, misterioso viaggio in Sicilia di Sindona, un uomo di Cosa nostra, Marino Mannoia, racconterà che il bancarottiere aveva trascorso una parte del suo “rapimento” siciliano in una villa messa a disposizione dagli Spatola. E riferirà le confidenze che aveva ricevuto dal capo dei capi, Stefano Bontate: «Come Gelli faceva investimenti per conto di Calò, Riina, Madonia e altri dello schieramento corleonese, Sindona faceva investimenti finanziari per conto di Bontate e Inzerillo». Un altro “uomo d’onore”, Gaspare Mutolo, aggiungerà: «A Sindona erano state affidate ingenti somme di denaro da parte dei principali esponenti di Cosa nostra». Ed elenca: Pippo Calò, Stefano Bontate, Salvatore Inzerillo, Totò Riina. Dunque Sindona era diventato consulente prezioso anche della mafia palermitana di Bontate e dei suoi alleati negli Stati Uniti, che insieme avevano fatto fare a Cosa nostra il grande salto imprenditoriale ed erano diventati monopolisti del traffico dell’eroina raffinata in Sicilia e venduta in America, nel più grande mercato del mondo.
Eppure, alla domanda diretta di Nick Tosches su quali fossero le banche usate dalla mafia, Sindona si assolve, tirando invece un colpo mancino a un giovane compagno di loggia. Risponde: «In Sicilia, il Banco di Sicilia, a volte. A Milano, la piccola Banca Rasini in piazza Mercanti». Sindona non può sapere ciò che succederà nei decenni seguenti: il figlio del direttore generale della Rasini, come lui iscritto alla P2, dopo aver fatto i suoi primi affari con i soldi della Rasini, farà una grande carriera imprenditoriale e poi politica. Ma questa è un’altra storia.
(ndr\1970: Luigi Berlusconi, procuratore della Banca Rasini perfeziona l’acquisto di una quota di una banca di Nassau legata alla Cisalpina Overseas Bank Nassau che ha per consiglieri di amministrazione Gelli, Sindona, Roberto Calvi e monsignor Marcinkus, direttore dello Ior, banca vaticana).
Sindona è un caso perfetto dell’uomo di potere italiano, nutrito dell’ideologia, opportunamente semplificata, del Principe. Machiavelli assume come suo modello il duca Cesare Borgia, che aveva fatto dell’omicidio, della strage e dell’inganno la via per raggiungere il potere. In altre culture tutto ciò appare insostenibile, tanto che – come ricorda Roberto Scarpinato nel suo Il ritorno del Principe (scritto con Saverio Lodato) – Adam Smith “rimase agghiacciato dall’ammirazione tributata da Machiavelli a Borgia per il massacro dei suoi rivali a tradimento”. In culture diverse da quella italiana, “vincere slealmente e contro le regole è considerato oggi, a differenza che in Italia, disonorevole, e quindi meritevole di disprezzo sociale. Anche in quei Paesi sono esistiti ed esistono personaggi come i Borgia. Il punto è che costoro sono stati superati dall’evoluzione storica e civile, sicché oggi non godono di alcun consenso e sono costretti a operare nell’ombra.
“La differenza dell’Italia rispetto agli Stati Uniti e altri Paesi europei, quali l’Inghilterra, la Francia, la Germania, sembra essere l’irredimibilità di significative componenti delle sue classi dirigenti, incapaci – a differenza delle classi dirigenti di quei paesi – di transitare da una fase di accumulazione violenta e predatoria a una fase nella quale il potere sociale ed economico acquisito in passato si stabilizza e si legalizza dando vita a un ordine che rispecchia valori sociali consolidati”.
Sono passati alcuni decenni dall’avventura tragica raccontata in questo libro. Ma l’Italia, strage dopo strage, omicidio dopo omicidio, crac dopo crac, sembra essere restata il Paese dell’eterno machiavellismo, il Paese di Sindona.

di Gianni Barbacetto

7/10/2009
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Gianni Barbacetto è tra i fondatori e poi direttore del settimanale Società Civile. Collaboratore del Mondo, Europeo, Diario, Anno Zero di Santoro e Blu Notte di Lucarelli. Fra i suoi libri (con Marco Travaglio e Peter Gomez) “Mani sporche, così destra e sinistra hanno mangiato l’Italia”. “Il guastafeste 2, ecc. Ha curato il “Dossier Dell’Utri”. Bibliografia essenziale Corrado Stajano, Un eroe borghese, Einaudi, Torino 1991 Sindona. Atti d’accusa dei giudici di Milano, Editori Riuniti, Roma 1986 Sergio Flamigni, Trame atlantiche. Storia della Loggia massonica segreta P2, Kaos edizioni, Milano 1996 Saverio Lodato, Roberto Scarpinato, Il ritorno del Principe, Chiarelettere, Milano 2008 Lombard, Soldi Truccati. I segreti del sistema Sindona, Feltrinelli, Milano 1980 Giuseppe De Lutiis, Storia dei servizi segreti in Italia, Editori Riuniti, Roma 1991 Giovanni Pellegrino, Proposta di relazione, Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, XII legislatura, Roma 1995