12 luglio 2009

8 alieni recitano su un palco sospeso in aria, a terra c'è la vita reale di miliardi di sofferenti e morenti. Per loro, tante bastonate e poche carote

La commedia del G8 è finita? No, continua!

Il vertice del G8 è finito. C’è chi dice che è stato un fallimento. Chi un successo. C’è chi ha protestato perché lo considera illegittimo e chi ha sperato che assumesse decisioni importanti. Soprattutto, come al solito, in Italia tutto è filtrato attraverso lo stretto buco della serratura della politichetta italiana.
Bisogna andare con un certo ordine per discutere seriamente del G8. Proviamoci.

Che cos’è il G8? Questa può sembrare una domanda superflua. Invece la maggior disinformazione è proprio relativa alla natura e alla funzione del G8. Ci sono decine di giornalisti televisivi e della carta stampata oltre che parlamentari, politici, sindacalisti (anche di sinistra) che non sanno (o fanno finta di non sapere) che cosa sia veramente il G8.
Quindi vale la pena di tornarci.

Il G7 nasce all’indomani della crisi petrolifera del 1973, della decisione statunitense di rendere inconvertibile il dollaro in oro e della conseguente fine del sistema monetario dei cambi fissi. Nasce come incontro informale ed episodico affinché i paesi più industrializzati (cioè quelli con il PIL più grande in assoluto) possano discutere delle diverse instabilità nel campo dei prezzi petroliferi, della finanza e del commercio. Ne fanno parte USA, Gran Bretagna, Giappone, Francia, Germania, Italia e Canada. Ma “ne fanno parte” è un’espressione imprecisa perché il G7 è e resta un incontro informale. Al contrario che per tutte le altre istituzioni internazionali i paesi non firmano nessun trattato che preveda diritti e doveri e, grazie all’informalità, i parlamenti nazionali non hanno nessun diritto da far valere prima o dopo i vertici perché, appunto, si tratta di conversazioni informali. Le “decisioni” che vengono prese (e non possono essere prese che attraverso documenti scritti con il metodo del consenso non essendo prevista nessuna votazione a maggioranza semplice o qualificata) non hanno e non possono avere nessun sistema di sanzioni o controlli circa la loro effettiva applicazione.

Tecnicamente, quindi, non si tratta di decisioni bensì di “impegni”, di promesse e di intenzioni delle quali poi i singoli governi possono tenere conto a loro piacimento.
Diciamo pure che fino all’inizio degli anni 90, e cioè fino ad un importante cambio della natura del G7/G8, sebbene esistano istituzioni internazionali (per quanto ademocratiche o antidemocratiche come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) competenti nel campo dell’economia) il G7 si giustifica come riunione informale fra i 7 più ricchi per predeterminare gli orientamenti delle organizzazioni di cui sopra. Sia perché gli USA pur possedendo da soli di fatto il diritto di veto nel FMI sono interessati a costruire consenso intorno a scelte economiche e finanziarie in modo che il FMI non si paralizzi sia per egemonizzare l’altra trentina di paesi ricchi che fanno parte dell’OCSE. Inoltre, sempre negli anni 80, attraverso il G7 si discute, seppur informalmente, in un importante vertice dei paesi più ricchi, associando Giappone, Germania e Italia che non sono paesi membri permanenti e con diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Negli anni 90 cambia tutto.
Il sistema del socialismo reale è dissolto e non c’è più angolo del pianeta estraneo al sistema capitalistico. La globalizzazione avanza. Le istituzioni e gli organismi economici e commerciali implementano una potente liberalizzazione dei mercati di beni e servizi, impongono politiche di ristrutturazione dei bilanci allo scopo di privatizzare tutto ed accompagnano ed in parte producono una violenta finanziarizzazione del capitalismo insieme ad una possente concentrazione del capitale. Basti pensare che dall’inizio degli anni 80 alla fine degli anni 90 le società multinazionali da 600 sono diventate 40.000 e che le principali 200 controllano più di un terzo di tutto ciò che si produce in industria, agricoltura e servizi. Questo processo colossale è e rimane in gran parte incompreso soprattutto per le sue conseguenze sociali, culturali e politiche. Ma non è questa la sede per affrontare un simile problema.
Una cosa, però, è certa.
Il G7 quando discute di economia, finanza e commercio assume la funzione di “aiutare” e favorire FMI, Banca Mondiale, OCSE e WTO nel lavoro di implementazione della globalizzazione capitalistica e soprattutto, ed è qui il cambiamento epocale, incomincia a discutere di politica. Il G7, cioè, discute di cose che sono di competenza del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e di tutte le sue più importanti agenzie.
Proprio quando sarebbe logico, a 50 anni dalla fine della seconda guerra mondiale e alla fine della guerra fredda, riformare l’ONU e soprattutto il Consiglio di Sicurezza, inizia un violentissimo attacco all’ONU (gli USA non pagano nemmeno più le quote loro spettanti). Il G7 inizia a concludere i propri vertici intavolando discussioni, anch’esse informali, con la Russia. Fino all’inclusione della Russia nel G8. Alla fine degli anni 90 il G8, nel corso della guerra contro la Yugoslavia che è iniziata senza nemmeno che il Consiglio di Sicurezza ne abbia discusso, si riunisce e “decide” le condizioni per mettere fine alla guerra. Al Consiglio di Sicurezza non resta che ratificare a posteriori.
Più chiaro di così si muore!

Sebbene il G7 continui a riunirsi per discutere di finanza senza la Russia il G8 è ormai diventato un direttorio mondiale che palesemente si sostituisce, svuotandola dei poteri più importanti, all’ONU. Questo aspetto della mutazione della natura del G8 è imperante tutt’ora.
Negli anni 2000 il G8, oltre a subire durissime contestazioni da parte del movimento no-global e da parte di diversi paesi poveri ed anzi, proprio per questo, tenta operazioni di immagine per contrastare l’impopolarità crescente. Si inizia proprio a Genova dove con una mano (internazionale) si reprime violentemente il movimento tentando di criminalizzarlo e con l’altra si “apre” ai paesi poveri. Ma anche le “aperture” sono ambivalenti.

A Genova, per esempio, si “decide” di istituire un fondo per la lotta contro l’AIDS. Ogni paese contribuisce volontariamente (al buon cuore), non si toccano i brevetti dei medicinali, facendo un bel favore alle multinazionali farmaceutiche e soprattutto si assesta un colpo mortale all’Organizzazione Mondiale della Sanità. In altre parole i ricchi si riuniscono, ascoltano le richieste di elemosina dei poveri, e siccome sono efficienti, al contrario dell’ONU, mettono subito mano al portafoglio. Un altro passo per il G8 direttorio mondiale è compiuto. Non importa se poi 5 anni dopo si scopre che i fondi ci sono solo in minima parte e quasi nulla si può sapere di dove sono finiti realmente. Tanto le “decisioni” del G8 non sono mica vincolanti per davvero!
Ma a Genova la manovra riesce solo parzialmente. Nel corso degli anni 2000 il G8 subisce le contestazioni (ed è per questo che non si celebrerà più in una grande città bensì in luoghi sempre più irraggiungibili) e soprattutto il processo di globalizzazione scricchiola. Il WTO non ha più approvato uno straccio di accordo commerciale perché ormai i governi, soprattutto quelli dei paesi cosiddetti emergenti, subiscono l’influenza della contestazione e non possono più firmare accordi capestro senza pagare le conseguenze in termini di consenso. La liberalizzazione del commercio decisa negli anni 80 produce le sue conseguenze sociali in termini di migrazioni bibliche, di precarizzazione e svalorizzazione del lavoro. Soprattutto in America Latina sorgono esperienze di lotta e di governo che cominciano a mettere in discussione con fatti l’egemonia capitalistica. La finanziarizzazione è fuori controllo dal punto di vista della dimensione del capitale speculativo e per le conseguenze delle sue crisi ricorrenti. Le guerre in corso, come prevedibile, non costruiscono stabilità ma al contrario raggiungono il vero obiettivo di distruggere l’ordine internazionale esistente.

Cosa fare di fronte a tutto ciò?
I governi dei paesi ricchi, se vogliono rimanere tali, devono inaugurare una nuova fase politica.
Per rimettere in discussione i capisaldi delle politiche liberiste e della guerra? No, nella maniera più assoluta. Riformando l’ONU e democratizzando il sistema di relazioni internazionali? Macché!
La nuova fase è semplicemente l’allargamento del G8 ai paesi “emergenti”, la celebrazione di G8 o 14 o 20 fa lo stesso di ministri competenti su tutto lo scibile umano assestando un altro colpo mortale alle agenzie dell’ONU e una bella operazione di immagine attraverso altre elemosine (finte o vere fa poca differenza).
Basta leggere i resoconti, per quanto superficiali e apologetici, delle discussioni e delle “decisioni” dell’ultimo G8 in Italia per rendersi conto che la “nuova fase politica” sotto l’egida di Obama è solo l’adattamento dell’immutata strategia di dominio del mondo.
Per carità, nessun protezionismo! Speriamo che si possa concludere il Doha round del WTO nel 2010! Mettiamo qualche regoletta alle transazioni finanziarie al fine di impedire che il sistema uccida se stesso ma senza (non sia mai!) mettere in discussione la dittatura del mercato. E, dulcis in fundo, elargiamo una ventina di miliardi di dollari di beneficenza (che in grandissima parte erano già stati decisi e mai versati). E tutto questo si fa meglio mettendo da parte l’unilateralismo di Bush, che pretendeva di battere strade che gli atri avrebbero poi dovuto seguire con le buone o con le cattive, e tornando al multilateralismo che piace tanto ad Obama e a quella parte della sinistra che in Europa ha sposato le politiche liberiste.
Intanto, che ne è del movimento che si oppone a tutto questo?
Nel mondo cresce in forza e consapevolezza. Si allarga ed influisce direttamente o indirettamente nelle politiche di un numero sempre crescente di paesi.
Ma in Italia, al netto delle idiozie sui numeri di manifestazioni in luoghi inaccessibili e in giorni feriali, sembra essere in crisi.

E’ passata, da Genova in poi, molta acqua sotto i ponti.
Una parte di coloro che furono a Genova oggi fanno parte della “Coalizione italiana contro la povertà”. Che io chiamo senza credere di esagerare la Coalizione dei servi. Oltre alla CGIL diverse ONG ed Associazioni della cosiddetta società civile, e che vivono però di finanziamenti pubblici, dopo aver per anni denunciato l’illegittimità del G8 ed aver sottoscritto documenti e proclami radicalissimi ai social forum mondiali ed europei, si sono ammucchiati con ACLI, UIL ed altre organizzazioni che ai tempi di Genova attaccavano durissimamente il Genoa Social Forum, con l’obiettivo di “pressare il G8”!
Sul sito di questa coalizione l’ultimo aggiornamento, oggi sabato 11 luglio, è relativo al seguente comunicato:
G8, GCAP:”BERLUSCONI CONSEGNA AI LEADER G8 L’APPUNTO RICEVUTO DALLA COALIZIONE IL 2 LUGLIO”.
“Per la Coalizione questo è un importante traguardo raggiunto, la pressione esercitata sul Governo ha funzionato. Ora il documento è nelle mani di chi ha la possibilità di tradurre le nostre proposte in scelte politiche efficaci. Se ciò non accadesse, sarebbe un ulteriore motivo per sancire l’inefficacia e l’inutilità di vertici come questo”.
Inefficacia? Inutilità?
Solo dei servi consapevoli di esserlo e dei mentitori patentati possono usare queste parole per un vertice che invece è efficacissimo ed utilissimo, anche se per altri scopi.
O credono davvero questi signori, alcuni dei quali per anni hanno detto che il vertice è illegittimo, che facendo una supplica ai potenti si possa ottenere la soluzione dei problemi del mondo?
Ma lasciamo perdere la miseria di chi tenta di legittimare il G8 pur facendo finta di chiedere cose giuste e di criticarlo blandamente.
Abbiamo ben altri problemi.
Il movimento in Italia c’è, se stiamo ai contenuti. Ma è diviso perfino sulle forme e sui tempi con cui manifestare. E’ inutile negarlo.
Oltre alle evidenti piccole logiche egemonistiche di organizzazioni che cercano spasmodicamente la “visibilità” fine a se stessa ed ottenuta con la ricerca del dettaglio che divide rispetto al molto che unisce, abbiamo soprattutto il prevalere dell’assolutizzazione di analisi e progetti incapaci di comunicare fra loro e che portano ad incredibili semplificazioni e alla prevalenza della discussione sui metodi di lotta (impropriamente esemplificativi delle differenze di progetto).
In altre parole pur essendo uniti dall’anticapitalismo e dalla critica del G8 sembra che a dover dividere sia il luogo e il tempo di una manifestazione.
Non è logico che sia così. Ed infatti non lo è.
Non c’è altra strada che unire politicamente e rispettare le pratiche diverse, come fu fatto saggiamente a Genova.
Non c’è altra possibilità se non quella di unire le campagne politiche contro il capitalismo contemporaneo alla lotta sociale quotidiana.
Non c’è speranza di risalire la china se non ritrovando una profonda coerenza tra contenuti anticapitalistici e comportamenti nella sfera istituzionale e nelle relazioni politiche.

ramon mantovani
http://ramonmantovani.wordpress.com/

11 luglio 2009

I sindacati stanno cambiando natura e si trasformeranno in una istituzione legittimata da governo e confindustria? Cisl e Uil fanno da battistrada

LE VIRTÙ DELLA RIGIDITÀ E L'ACCORDO SEPARATO

Il Financial Times ha ospitato recentemente un articolo del professor Paul De Grawe dell'Università di Lovanio che sin dal titolo - "La flessibilità cede il passo alle virtù della rigidità" - indica un cambio di paradigma. L'argomentazione, piena di buon senso e chiarezza, dovrebbe aprire una riflessione critica anche in Italia dove dobbiamo ancora sorbirci le ricorrenti prediche del professor Pietro Ichino.
De Grawe in sintesi spiega che in una deflazione da debiti, come quella in corso, se le istituzioni
sociali sono troppo flessibili - ad esempio le imprese possono licenziare facilmente e tagliare i salari senza indugi - gli effetti negativi saranno ampliati a dismisura perché le insolvenze si aggiungono una sull'altra senza freni, dato che la spinta alla pauperizzazione di vaste masse di lavoratori non trova freni. In tali circostanze sono necessari degli "interruttori" che siano in grado di fermare la spirale perversa, frenando il meccanismo cumulativo. Ebbene - udite, udite - i paesi con salari rigidi, buona sicurezza occupazionale e sociale sono più favoriti perché la deflazione da debiti trova un pavimento su cui fermarsi. Insomma la società non può impoverirsi oltre un certo livello e, aggiungo io, le aziende sono costrette più rapidamente ad aggiustamenti strutturali, piuttosto che scaricare il costo per intero sul lavoro.
Questa riflessione, di solare evidenza, cosa suggerisce sul tipo di rapporto tra capitale e lavoro che le presenti circostanze richiederebbero? La risposta quasi naturale è: un miglior bilanciamento dei rapporti di forza che sbarri la strada al capitale verso la sua naturale tendenza a scaricare sul lavoro il costo dell'aggiustamento, tendenza facilitata dall'oggettivo ricatto sui lavoratori che la crisi comporta.
Se giudichiamo, su questa base logica, il recente accordo separato tra la Confindustria, la CISL, la
UIL e l'UGL colpisce il fatto che esso si muove nella logica opposta. Uno dei principi ispiratori dell'accordo, di cui non si conoscono ancora le regole attuative, è quello della derogabilità, a livello
aziendale, di ogni accordo collettivo di livello superiore il che implica che quanto pattuito nei contratti nazionali ha il valore di una indicazione e non di un vincolo. Se poi si aggiunge che vi è una centralizzazione della disciplina negoziale che sbarra la strada alle iniziative dal basso è chiaro che il sistema di relazioni industriali funziona in una sola direzione: disciplinare i comportamenti del mondo del lavoro.
Infine si opera anche un ridimensionamento formale del ruolo e del peso del contratto nazionale
come momento redistributivo e difensivo dei salari con una riduzione della dinamica salariale grazie al nuovo indice di riferimento e a una diversa scansione temporale dei contratti. Tutto questo nel mentre nulla viene fatto per coprire quei milioni di lavoratori che sono fuori da ogni tutela negoziale e previdenziale.
Ne consegue che mentre la crisi raggiungerà il suo acme, il sistema di relazioni industriali amplificherà gli effetti perversi per chi ne è coperto e lascerà al freddo tutti coloro che non ne sono coperti.
Nel paese delle piccole e piccolissime imprese l'effetto devastante sarà quello di un uragano.
Sembrerà che le imprese ne trarranno un beneficio; in realtà é solo a breve termine e con effetti
perversi nel medio e lungo termine. Si favoriranno infatti strategie di sopravvivenza asfittiche e
senza futuro dato che sono basate su un taglio dei costi e sulla svalorizzazione del capitale umano
che rappresenta il valore principale per il futuro.
Le organizzazioni sindacali sembrano voler seguire l'antico principio di salvare l'organizzazione in
attesa di tempi migliori; purtroppo l'accordo non mette le organizzazioni al riparo dalla crisi ma ne trasforma il ruolo in modo così radicale da mettere in causa la loro legittimazione.

I sindacati infatti non possono essere, se non che cambiando natura, trasformati un una istituzione legittimata fondamentalmente dalle altre istituzioni.
La difesa dell'organizzazione, di fronte a ben altri pericoli e in altri tempi aveva un patos tragico, sempre con esiti negativi o dubbi.
Riproporla oggi vuol dire avvicinarsi pericolosamente all'esito predetto dalla vecchia massima che la storia si ripete sempre due volte, la seconda come farsa.

di Francesco Garibaldo
da "Granello di sabbia n°195 - Attac"

9 luglio 2009

Editoriale sulle leggi razziali contenute nel decreto "sicurezza" di questo governo fascioleghista

1939 - 2009

La definitiva approvazione, anche al Senato, del Ddl sul “pacchetto sicurezza” ha prodotto diffuse e articolate reazioni.
Si sono espresse le forze politiche di maggioranza ed opposizione, autorevoli commentatori e le più alte gerarchie ecclesiastiche; in particolare su aspetti specifici del provvedimento.
Personalmente, ritengo opportuno non intervenire nel merito; mi riservo di farlo (compiutamente) solo dopo la promulgazione del testo di legge.
Nel frattempo, credo (comunque) doveroso offrire alla discussione alcune riflessioni, di carattere generale, rispetto a un tema che si presta a valutazioni di carattere politico, etico e sociale; a prescindere, quindi, dalle reali conseguenze che scaturiranno dall’applicazione della nuova legge “ad excludendum”.
Non posso non rilevare, però - in estrema sintesi - la personale insofferenza verso una serie di misure oggettivamente discriminatorie che si prefiggono obiettivi (da sempre) perseguiti - con uguale determinazione - tanto dai leghisti quanto dai fascisti e tenacemente condivisi sia dai liberali “alla Berlusconi”, sia dagli ex democristiani “alla Buttiglione e alla Giovannardi”.
Dalle centinaia di migliaia di “badanti” senza permesso di soggiorno che, da un giorno all’altro, saranno fuorilegge, alla (probabile) impossibilità, per le donne extracomunitarie “non regolarizzate”, di riconoscere i figli nati nel nostro Paese!
Senza dimenticare la vera e propria “schedatura” di coloro che vivono - di norma, non per loro libera scelta - in case non in regola con i permessi edilizi e di sicurezza o in roulotte (come tante famiglie nomadi). Tutti questi soggetti saranno cancellati dai registri comunali dei residenti e iscritti in uno speciale registro dei “senza fissa dimora”.
Con tutto quello che ne conseguirebbe - secondo la vigente legislazione - in termini di perdita del prerequisito (residenza anagrafica in un qualsiasi comune del territorio nazionale) per accedere alle cure sanitarie, all’assistenza sociale, all’istruzione e all’esercizio del diritto di voto.
Rispetto al testo definitivo, una prima considerazione è relativa alle reazioni dell’opinione pubblica.
Da questo versante, bisogna prendere atto che, ancora una volta, i mass-media (televisivi e cartacei), salvo qualche rara e lodevole eccezione, hanno concentrato tutto sulla famigerata doppia equazione: clandestino = fuorilegge = pericolo sociale.
Si è trattato, in effetti, del prosieguo di una strategia politica che il centrodestra continua, con evidente successo, ad adottare in ossequio alla discutibile tesi secondo la quale la popolarità dei dirigenti politici e i successi elettorali si perseguono risvegliando negli elettori i più “bassi istinti” e sollecitando paure ancestrali - il “diverso”, “nemico in quanto tale” - piuttosto che richiamando il rispetto di principi universali quali: la salvaguardia dei diritti civili, sociali e culturali; l’eliminazione di ogni forma di discriminazione e il rispetto delle libertà fondamentali.
Valori, questi, sempre ribaditi dalla legislazione internazionale ed europea che, evidentemente, (ancora oggi) - dopo che il nostro Paese ha offerto milioni di emigranti, sparsi ai quattro angoli del globo - faticano ad affermarsi; non solo in tante valli del bergamasco, del varesotto e del profondo nord-est, ma anche tra vecchi e nuovi fascisti e pseudo liberali!
In questo senso, è sconfortante assistere alla (sostanziale) supina acquiescenza con la quale la stragrande maggioranza dei nostri connazionali accoglie misure repressive che discriminano gli individui sulla base dell’origine etnica (extracomunitari) e della condizione sociale, oltre che culturale (nomadi e rom).
Personalmente ho la sensazione che Calderoli e &, abbiano operato l’ennesima “porcata”; confuso cioè, la “semplificazione dell’apparato legislativo italiano” con una personalissima e distorta riforma autoctona del Diritto internazionale ed europeo.
Cadono così, sotto il rude “spadone padano”: la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, la Convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne, la Convenzione Internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale e decine di Direttive dell’UE che attuano il principio universale di parità di trattamento tra le persone indipendentemente dalla razza, dalla religione e dal sesso.
Il tutto, in palese spregio della civiltà giuridica del nostro Paese!
Tra l’altro, consapevole di operare una forzatura ma convinto sostenitore della necessità di “dare una scossa” ai nostri connazionali, rilevo che su di noi incombe il concreto rischio di ripetere una tragica esperienza.
Simile a quella che toccò ai tanti che non poterono (poi) sottrarsi alla responsabilità di non aver capito in tempo la funesta opera cui si accingeva il nazional-fascismo all’indomani della promulgazione delle prime misure restrittive (divieto di matrimonio con individui non “ariani”, necessità di consenso governativo per il matrimonio con stranieri, impossibilità per gli impiegati statali di sposare soggetti di nazionalità straniera) che, nell’ottobre del ’38, colpirono gli ebrei italiani.
Un altro punto dolente, che a mio parere merita di essere rilevato e approfondito, riguarda l’azione-reazione dei vertici della Chiesa cattolica al suddetto Ddl.
Personalmente, al pari di quanto avvenuto in occasione del penoso “caso Englaro”, dell’animato dibattito sul c.d. “Testamento biologico” e, ancor più, in occasione del varo della legge 40/04, sulla fecondazione assistita, mi sarei aspettato un intervento “in tackle” da parte dei vertici vaticani; in “tempo reale” rispetto al provvedimento in fase di elaborazione alle Camere.
A partire dal Sommo Pontefice che, all’epoca dei precedenti confronti, non tralasciava occasione per intervenire - in forma ufficiale e con tutto il peso “politico” del Suo Alto Magistero - nel dibattito che si andava svolgendo nel Paese e nelle sedi istituzionali.
Purtroppo, questa volta le cose sono andate in modo diverso!
E’ vero, contro la vergogna di queste norme xenofobe e razziste si è levata alta la voce di protesta di tanti semplici sacerdoti e la stessa Cei, attraverso le sue massime espressioni, ha reagito con durezza nei confronti del provvedimento di legge.
Peccato, dal mio punto di vista, che si sia trattato solo di una “reazione” (seppure dai toni molto fermi), piuttosto che di una “azione in itinere” che ponesse gli esponenti del centrodestra - in particolare i teocòn ed i c.d. “atei devoti” - (almeno) di fronte alle stesse responsabilità morali cui erano stati forzosamente richiamati nelle precedenti occasioni!
Tra l’altro, e si tratta di un (grave) particolare non irrilevante, in tutte le occasioni, gli stessi vertici della Cei, mentre esprimevano dure parole di dissenso nei confronti delle norme approvate in ultima lettura al Senato, ritenevano opportuno precisare che il loro parere non rappresentava la posizione ufficiale del Vaticano!
Se questo è vero, come purtroppo si evince dalla cronaca degli ultimi mesi, è difficile non concordare con il buon prete genovese, tale don Farinella, che contesta al cardinale Angelo Bagnasco - quale rappresentante delle più alte cariche ecclesiastiche - i silenzi e le omissioni che caratterizzano i rapporti della Chiesa di Roma con l’attuale governo e con il suo anziano (e licenzioso) leader!
In più, il coraggioso prete ritiene che tale atteggiamento rappresenti una recidiva perché fu usato lo stesso “innocuo” linguaggio, quando si trattò di affrontare i “respingimenti” degli immigrati “In violazione di tutti i dettami del diritto e dell’Etica e della Dottrina sociale della Chiesa cattolica”.
E, se lo dice lui, chi siamo noi per dubitarne?

Renato Fioretti
collaboratore di Lavoro e salute

P.S. Il titolo non generi alcun equivoco. Trattasi di un intenzionale riferimento alle vergognose leggi razziali del 1938 - 1939.

6 luglio 2009

Un COMITATO SULLA STRAGE DI VIAREGGIO per fare giustizia e verità, una lotta che deve partire dalla riassunzione di Dante De Angelis

VI ALLEGO UN PEZZO SUI CARRI FERROVIARI AD ALTO RISCHIO A ROSIGNANO, CHE IL TIRRENO NON HA PUBBLICATO (SOLO OGGI CI SONO DUE RIGHE IN FONDO AD UN ARTICOLO CHE PARLA DEI CONTROLLI “RIGOROSI” DI SOLVAY. NOTATE CHE IL NUOVO SOTTOPASSO E’ STATO CONDIZIONATO PROPRIO DAL BRACCIO FERROVIARIO DI MANOVRA SOLVAY, E… NON RIESCONO A PASSARCI GLI AUTOBUS !!
LA LOTTA E’ LUNGA E DURA, MA ANCHE QUANDO ABBIAMO CHIARAMENTE RAGIONE, CI OSCURANO.
MAURIZIO MARCHI
Medicina Democratica


NOTTE DEL 29 -30 GIUGNO 2009
STRAGE A VIAREGGIO

Venerdì 3 luglio pomeriggio a Viareggio nei locali del dopolavoro ferroviario si è svolta l’assemblea sulla STRAGE A VIAREGGIO promossa dal Comitato di solidarietà e sostegno a Dante De Angelis, dal Collettivo lavoratori e lavoratrici della sanità di Massa e Versilia – Primo maggio.
Hanno partecipato decine di persone con la rabbia, scoramento, ed indignazione. Ci siamo affacciati dalla vetrata devastata del DPF da dove si vedeva il tratto ferroviario interessato all’esplosione, la cisterna, e di fronte le case devastate e annerite, la gente per strada nelle tende.
Si inizia con l’intervento toccante e commosso di Riccardo Antonini ferroviere: 22 vittime, decine i feriti ricoverati, di cui alcuni in condizioni disperate, profondo e sincero cordoglio alle famiglie delle vittime e dei feriti di questa immane tragedia.
La strage era stata annunciata dagli incidenti di questi mesi, non è stata una fatalità, ma una strage che per la prima volta interessa oltre ai ferrovieri, ai viaggiatori i cittadini che abitano lungo la ferrovia.
Al tavolo Dante De Angelis ferroviere licenziato perché ha denunciato le insicurezze nelle ferrovie, che la politica dei governi e di Trenitalia hanno prodotto in questi anni, riducendo il personale addetto al controllo e alla verifica, destinando risorse ingenti nell’alta velocità.
La lotta perché NON DIMENTICARE, la necessità di istituire da subito un COMITATO SULLA STRAGE DI VIAREGGIO per fare giustizia e verità, una lotta che deve partire dalla riassunzione del compagno Dante (il 26 ottobre si terrà l’udienza sul ricorso contro il licenziamento).
Trenitalia l’ad Moretti, il governo Berlusconi e il Ministro Matteoli vogliono addossare la responsabilità ad altri, alle regole europee fondate sulla liberalizzazione e privatizzazione di un bene pubblico il trasporto.
La sinistra che c’è non deve contro lasciare da soli i ferrovieri in questa lotta.
Il capostazione di Viareggio una donna, racconta: “che per fortuna siamo riusciti a non far chiudere la notte la nostra stazione, altrimenti due treni che sarebbero giunti alle 24 l’intercity e il regionale da Lucca, sarebbero entrati in stazione senza che la centrale operativa di Pisa potesse accorgersi di quello che stava succedendo con il merci deragliato………”.
Le domande dei ferrovieri:
E’ possibile far circolare in ferrovia, in mezzo alle città, queste bombe viaggianti ?!
E’ possibile affidarsi a ditte private (in questo caso straniere) che non fanno la necessaria manutenzione ai carrelli-cisterne ?!
E’ possibile permettere a questi treni merci di oltrepassare la frontiera senza accurati e approfonditi controlli ?!
E’ possibile che in pochi giorni, solo in Toscana, siano deragliati 3 treni merci ?!
E’ possibile che sempre in Toscana, in questi giorni, siano avvenuti altri 2 incidenti ferroviari (di cui uno ad un treno viaggiatori) ?!
Incidenti ripetuti e risaputi che per la buona sorte non hanno causato morti e feriti tra i ferrovieri ed i viaggiatori come, purtroppo, è avvenuto in altre circostanze.
Una storia che si ripete da anni (che i ferrovieri denunciano da anni !) e che la direzione dell’azienda Fs (Moretti e Cipolletta) ha coperto, mascherato e falsificato, arrivando perfino ad infangare la memoria dei ferrovieri morti come responsabili degli incidenti.
Sul caso di Viareggio, sono talmente scoperti, che non possono farlo; ma già stanno provvedendo a scaricare le loro responsabilità unicamente alla ditta privata. Come se chi si affida ciecamente a questi profittatori della vita di lavoratori, viaggiatori ed ora anche della vita dei cittadini, non avesse responsabilità e colpe !
Vogliono di cacciare dalla ferrovia, con il licenziamento, delegati addetti alla sicurezza eletti dai lavoratori, perché denunciano la mancanza di sicurezza in ferrovia. Da quel licenziamento, e dai provvedimenti disciplinari successivi nei confronti di altri ferrovieri, sono avvenuti altri incidenti che non fanno che confermare la giustezza di quelle denunce per prevenire effettivamente incidenti e stragi.
Per questo, proprio per rispetto dei morti e di chi sta soffrendo in queste ore, dobbiamo dire la verità: è stata una strage annunciata.
Intervenendo per la segreteria regionale portando il cordoglio per le vittime e per le loro famiglie, e sostenendo ogni iniziativa delle compagne e compagni ferrovieri, ho espresso la nostra preoccupazione per gli ALTI RISCHI le merci di GPL sono stoccate alla Scalo del Calambrone una zona considerata a RISCHIO A la quarta in Italia dopo: Ravenna, Maghera, Agusta e Priolo a Genova, un territorio interessato da industrie petrolchimiche.
Infine se una piccola e devastante nube di GPL ha devastato una parte di città, pensate cosa potrebbe succedere che il RIGASSIFICATORE OLT in costruzione a poche miglia dalla costa subisse un incidente e si sprigionasse una nube di metano?

Per questo abbiamo in quella sede lanciato l’iniziativa dando appuntamento
ALLA FESTA DI LIBERAZIONE A MARINA DI PISA
VENERDI 17 LUGLIO ALLE ORE 21

Purtroppo la Cgil è imprigionata dal legame col PD che ha stretti legami anche con Cisl e Uil, i due sindacati più governativi e confindustriali

La rottura con la Cisl di Bonanni
è strategica

Il segretario della Cisl ancora una volta adotta il linguaggio antico del sindacalismo rinunciatario. Su Il Sole-24 Ore elogia il governo, si allea con le aziende, rifiuta qualsiasi manifestazione. Siamo al punto che la Cisl si rifiuta persino di scioperare con Cgil e Uil dopo la strage di Viareggio. (...)
Con Bonanni la Cisl è diventata il sindacato più moderato e remissivo d’Europa. La sostanza è che c’è un evidente patto politico-sindacale che lega la presidenza della Confindustria - meglio ancora la sua vicepresidenza – Berlusconi, Sacconi e Bonanni.
Questo patto politico-sindacale porterà rapidamente ad accordi separati su tutti i principali contratti, che - nel paese con i più bassi salari d’Europa - produrranno risultati al di sotto dell’inflazione e, in ogni caso, tra i più bassi della storia sindacale degli ultimi trent’anni. Si andrà a una degenerazione delle normative contrattuali fondata, invece che sul tanto propagandato decentramento della contrattazione, sulla massima centralizzazione. Aldilà della forma, saranno in tre - Sacconi, Bonanni e Bombassei - a firmare tutti i contratti separati.
Questo mentre la crisi sociale si aggrava e le ingiustizie distributive crescono vertiginosamente, come dimostrano anche gli ultimi dati sugli stipendi dei grandi manager. E’ chiaro che a questo punto il conflitto sociale che si prepara e che sarà inevitabile, vedrà il più delle volte la Cisl non nel campo della lotta, ma sul banco degli accusati, per la complicità praticata con governo e Confindustria.
Per la Cgil questo significa inevitabilmente la definitiva conclusione di una fase di rapporti unitari e la necessità di trovare un'altra strada, sia nel rapporto con le lavoratrici e i lavoratori, sia in quello con gli altri sindacati.

Giorgio Cremaschi
segreteria nazionale fiom/cgil
Roma, 2 luglio 2009

4 luglio 2009

Nasce una copia legale della P2 per portare a compimento il progetto della P2 di Gelli e Berlusconi? Impressionano nomi come Ciampi e Grasso

La lobby degli "a-partisan"
"Italiadecide": ma che cosa?
E per conto di chi?

Oggi Italiadecide presenterà alla Camera il suo rapporto sulle infrastrutture al cospetto di Giorgio Napolitano, Capo dello Stato.
Italiadecide è un'associazione che il suo portavoce, Luciano Violante, definisce a-partisan. Quello che la caratterizza è l'essere composta da personaggi provenienti da tutte le formazioni politiche, che hanno ricoperto o ricoprono alte cariche istituzionali, o nelle principali aziende italiane. Quasi tutti, poi, appartengono anche ad altre associazioni molto esclusive: c'è Giulio Tremonti (presidente Aspen Institute Italia e membro del Bilderberg ), Gianfranco Fini e Alessandro Campi (presidente della Fondazione di Fini FareFuturo ); c'è l'immarcescibile Giuliano Amato (dell' Aspen Institute Italia e della Fondazione dalemiana Italianieuropei ) con Roberto Calderoli (ministro della Semplificazione normativa) e Carlo Azeglio Ciampi; c'è Gianni Letta il Richelieu di Berlusconi. C'è il ministro dei Trasporti Altero Matteoli, c'è Mauro Moretti amministratore delegato di Ferrovie Spa con Massimo Sarmi delle Poste; c'è Fulvio Conti dell'Enel: c'è il molto discusso banchiere di Unicredit Alessandro Profumo, con il banchiere Pellegrino Capaldo; il vicedirettore generale dell'Ocse Piercarlo Padoan, Angelo Maria Petroni, segretario generale dell' Aspen Institute Italia e consigliere Rai.
Dell'associazione fa parte anche il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, molti giuristi tra i quali Vincenzo Cerulli Irelli (socio promotore). Ma c'è anche il "sociologo" delle moltitudini Aldo Bonomi (il cui ruolo nella fuga del terrorista Gianfranco Bertoli è nella vicenda ricostruito dalla sentenza del marzo 1980 del giudice Antonio Lombardi).
Infine c'è anche Antonio Catricalà, dell'Autorità garante della concorrenza. Insomma uno schieramento molto eterogeneo ma certo non a-partisan.
Luciano Violante è una figura che in passato ha aperto la porta a svolte revisioniste nel nostro Paese. Ricordiamo le reazioni dei partigiani al suo discorso di insediamento alla presidenza della Camera nel 1996, quando aveva sdoganato i repubblichini dicendo: «Dobbiamo capire i vinti di Salò».
Sul Corriere della Sera del 23 giugno Violante ha presentato l'associazione dichiarando: «Intendiamo affrontare i temi chiave del futuro del Paese, partendo dalle difficoltà della decisione politica. Ci occupiamo del modo di decidere meglio e con rapidità e di eseguire tempestivamente le decisioni prese. Per questo è necessario un luogo ove i diversi mondi delle istituzioni, dell'economia, della finanza, del lavoro, dell'università possano comunicare tra loro intorno a temi concreti. Fino a quando resta la incomunicabilità tra questi mondi il Paese non esce dalle secche in cui si trova».
Ma il luogo istituzionale dove questo tipo di incontri ha titolarità per svolgersi, è il Parlamento e preoccupa non poco pensare che la soluzione per "uscire dalle secche" sia offerta da un'associazione che ha al suo interno anche il ministro della Semplificazione normativa. Perché non si capisce più quali sono i ruoli e quali sono le competenze di questa associazione e le domande che ci si pone, cercando di definirne i contorni, sono: siamo di fronte a una superlobby in grado di esercitare una doppia pressione sul Parlamento, dal suo interno e dall'esterno? Siamo di fronte ad una "mutazione" di alcune parti del Parlamento che operano contro il proprio stesso modo di operare e quindi in violazione della Costituzione?
E soprattutto chi ha dato a questa associazione la titolarità per rappresentare istanze così importanti e così urgenti da oltrepassare ogni tipo di Commissione o qualsiasi forma di rappresentanza eletta?
Nemmeno i think tank americani hanno un tipo di struttura come quella di Italiadecide , ha spiegato Furio Colombo su Micromega : «Mai i politici attivi in Parlamento, meno che mai nel governo, possono partecipare a un think tank » perché hanno già strumenti "molto pesanti" per esprimersi e, dunque, continua Colombo: «Niente mix fra studiosi e politici, tra tecnici e titolari del potere». Formule come quella di Italiadecide sono più riconducibili alle pratiche della massoneria, che crea camere di discussione e di mediazione all'interno dei poteri forti, che nulla hanno a che vedere con la democrazia rappresentativa.
Ma anzi pongono il problema, mai abbastanza approfondito dai partiti della sinistra, sull'eterodirezione della politica.
E ripropongono la questione forte della difesa della nostra Costituzione, che racchiude l'idea di società che vogliamo costruire ed è l'alimento necessario per rivitalizzare le classi subalterne e per sconfiggere - come diceva Gramsci - il "sovversivismo dall'alto delle classi dirigenti" che ha bisogno della "passivizzazione delle masse" e della "eterodirezione".
Violante chiama la parte più qualificata della borghesia a stringersi in un'avanguardia perché: «un Paese moderno e democratico ha bisogno di élites, ripeto, di persone che per il livello delle esperienze fatte, o di quelle che stanno facendo o per le competenze acquisite nei campi più diversi sentono di avere una responsabilità nei confronti del Paese e del suo futuro. E intendono tener fede a questo dovere».
Ma elaborare la politica in luoghi ristretti ed elitari, e presentarsi come il luogo dove si decide, così come dall'intestazione dell'associazione, ha molta assonanza con il punto 3 del Piano di rinascita democratica di Licio Gelli: «Primario obiettivo e indispensabile presupposto dell'operazione è la costituzione di un club (di natura rotariana per l'etereogenità dei componenti) ove siano rappresentati, ai migliori livelli, operatori, imprenditoriali e finanziari, esponenti delle professioni liberali, pubblici amministratori e magistrati, nonché pochissimi e selezionati uomini politici, che non superi il numero di 30 o 40 unità… Importante stabilire subito un collegamento valido con la massoneria internazionale».
Furio Colombo ha concluso il suo articolo per MicroMega in cui spiega perché negli Usa associazioni di questo tipo non sono permesse con questa domanda, che ci sembra molto pertinente: «Come sarà venuto in mente ai nostri amici, progressisti e conservatori felicemente insieme che, invece, in Italia si può fare?».



Paola Baiocchi
Andrea Montella
Liberazione
02/07/2009

3 luglio 2009

Golpe Honduras. Figlio di immigrati, ex militare, imprenditore e politico, è isolato dal mondo

Micheletti, il golpista bergamasco che sogna di fare il presidente

E' di Bergamo. Ha iniziato in Honduras come militare, ha anche partecipato a un tentativo di colpo di Stato nel 1963. Gli andò male e si trasferì negli Stati uniti in cerca di fortuna. Tornò con abbastanza soldi da comprare una impresa di autotrasporti.
E' sempre stato due passi dietro al fratello, che si è buttato in politica mentre lui trafficava con i camion. Al momento Roberto Micheletti è il presidente (golpista) dell'Honduras, ma il suo sogno di gloria promette di non durare molto. Al potere è arrivato domenica con i carri armati e non c'è nessun governo sul planisfero disposto a riconoscergli la legittimità di decidere alcunché in nome del Paese.
I militari che hanno sequestrato e trasportato in Costa Rica il capo di Stato, Manuel Zelaya, hanno prima offerto la fascia presidenziale al vicepresidente, che ha rifiutato. La terza carica istituzionale è quella del presidente del Congresso, ruolo occupato da Micheletti che, illuso di avercela finalmente fatta, ha accettato di prendere il posto del presidente sequestrato. Ora il golpista bergamasco ha una serie di problemi da risolvere: i Paesi latinoamericani stanno ritirando gli ambasciatori da Tegucicalpa, gli Stati uniti (a cui l'Honduras vende il 70% del suo export) hanno fatto sapere di riconoscere come interlocutore solo il presidente legittimo, Manuel Zelaya, che si appresta a ritornare in patria accompagnato da una delegazione di politici di primo piano del continente. Difficile, per Micheletti, far eseguire il mandato d'arresto con cui ha promesso di accogliere il presidente all'aeroporto.
Micheletti e Zelaya sono dello stesso partito, conservatore, il Partido Liberal. Zelaya è figlio di proprietari terrieri. Micheletti di un emigrato di Bergamo. Zelaya ha scelto di dare alla sua presidenza una connotazione ‘chavista': molte politiche sociali mirate all'assistenza dei più poveri, tentativo di cambiare per via legale la Costituzione garantendosi la possibilità di ricandidarsi alla presidenza. Micheletti ha invece cominciato nelle forze armate, poi ha provato coi camion. Ha infine scelto la politica e dal 1982, anno della fine dei regimi militari in Honduras, ha occupato molti incarichi pubblici, ma nel partito liberale non ha mai avuto grande fortuna, Alle ultime primarie nel novembre del 2005 ha anche provato a candidarsi per la presidenza, ha perso contro Zelaya e l'ha presa malissimo. Domenica scorsa s'è preso la sua scomposta rivincita, una mossa azzardata che giorno dopo giorno si rivela più complessa da amministrare.
Le manifestazioni di protesta si moltiplicano in Honduras. Non più solo nella capitale, ormai anche nelle cittadine di provincia la gente scende in strada per reclamare il rientro del presidente legittimo.
Micheletti non ha per ora dato carta bianca alla repressione militare, ma il rischio che le forze armate possano entro breve decidere da sole come liberarsi dalle contestazioni di piazza è alto.

Angela Nocioni
Liberazione

02/07/2009
------------------------
Roberto Micheletti e una serie di generali e ufficiali golpisti feseteggiano il golpe a Tegucigalpa. Reuters

2 luglio 2009

Si può assistere inermi all’indecoroso spettacolo offerto da questo capo di governo, mentre il paese va a puttane?

Sei disoccupato? Vai a quel paese!

Già in altre occasioni ho ritenuto opportuno evidenziare che il nostro paese attraversa una pericolosa fase di sostanziale “rilassamento morale” e decadimento culturale e sociale.
Ho cercato di farlo contemporaneamente agli inviti rivolti alla c.d. “società civile”, affinché tornasse a far sentire la propria voce, alla richiesta d’intervento da parte di un’opposizione parlamentare che continua a logorarsi in conflitti di (solo) potere tra vecchi “capi-bastone” e “nuove leve emergenti” e cercando di sottolineare che la società italiana è, a mio parere, mestamente avviata a un punto di “non ritorno”.
Questa sconfortante previsione è dettata dal personale convincimento che ormai - contrariamente a quanto sostenuto nel ’94 dall’allora direttore de “Il Giornale”, secondo il quale l’iniziale “avventura politica” di Berlusconi sarebbe servita agli italiani da “antitodo” per gli anni futuri - il nostro Paese ha quasi esaurito la scorta di “anticorpo” alla dilagante filosofia del “berlusconismo”!
In effetti, ho la sensazione che ciascuno di noi sia stato vittima, per dirla alla Montanelli, di una colossale “fregatura”.
In questo senso, negli ultimi quindici anni, complice la supina acquiescenza dell’ex Centrosinistra - che ha compiuto il massimo sforzo, prima organizzativo (vedi Pd) e poi politico, per “conquistare il centro” e collocarsi su posizioni sostanzialmente moderate - si è, probabilmente, commesso l’errore d’immaginare che una volta sconfitti (politicamente) Berlusconi e i suoi sodali, ci si sarebbe magicamente ritrovati a festeggiare il “ritorno alla normalità”!
Maturava, indubbiamente, l’idea secondo la quale, la caduta dell’uomo più ricco (e fotografato) d’Italia avrebbe (facilmente) generato, in modo quasi automatico, il ripudio delle leggi “ad personam” e la sconfessione di una filosofia di vita alla ricerca dell’apparire, piuttosto che dell’essere.
Allo stato, a mio avviso, a prescindere dal fatto che anche i più recenti appuntamenti elettorali hanno confermato il vasto consenso del quale gode l’anziano Presidente del Consiglio - il che rende aleatoria una sua debacle nel breve-medio periodo - si tratta di prendere atto che la condizione di degrado politico, culturale e, in definitiva, sociale, nella quale versa il nostro Paese è tanto ampia e diffusa da poter tranquillamente sopravvivere al proprio mentore!
Intendo dire che i germi introdotti attraverso l’esaltazione dei “nuovi valori” - lo spinto individualismo, piuttosto che la solidarietà sociale e (si sarebbe detto una volta) “di classe”, l’esasperato rifiuto del diverso “di turno” (ieri gli albanesi e i romeni, oggi gli extracomunitari), l’opportunismo “di parte” e l’interesse personale, piuttosto che una visione “concentrica” della società civile, l’esasperazione del concetto della “sicurezza”, a discapito della tolleranza e del pur doveroso principio di rispetto delle regole dettate dalla civile convivenza, la penosa “genuflessione” e la gratuita accondiscendenza nei confronti del “potente”, piuttosto che l’autonomo giudizio e la severa critica - che esprimono una concezione “alternativa” alla politica cui ci avevano abituati i De Gasperi, Pertini, Moro, Togliatti e tanti altri, hanno già prodotto danni irreversibili e compromesso quello che personalmente definirei il “ritorno alla normalità” e il ripristino della legalità!
Come valutare altrimenti le cronache quotidiane di questi anni, così ricche di singoli episodi e accadimenti che, però, complessivamente, offrono un quadro d’assieme assolutamente sconfortante?
Si può contare sulla tenuta democratica di un Paese nel quale il Presidente del Consiglio - imprenditore “miracolato”, nei suoi interessi economici, da precedenti governi “amici” e, successivamente, da leggi “ad personam” - considera “normale” cercare di evadere “almeno un po’” le tasse, senza che l’opinione pubblica avverta l’esigenza di denunciarne l’inadeguatezza al ruolo?
Si può assistere inermi - e, soprattutto, con supina accondiscendenza (da parte dei “giovani” industriali italiani) - all’indecoroso spettacolo offerto da un capo di governo in carica che incita al boicottaggio dei quotidiani considerati “eversivi”, solo perché non “addomesticati”?
E’ da paese civile non trovare, per lo meno, disdicevole che si pretenda di “tappare la bocca” a prestigiosi Organismi internazionali e altrettanto autorevoli osservatori “indipendenti” solo perché “rei” di denunciare la condizione (oggettiva) di grave crisi finanziaria, economica e produttiva che investe il nostro Paese? A questo riguardo, evidentemente, poiché gli italiani non hanno mai goduto di lunga memoria, si dimentica che Cofferati fu (addirittura) accusato di essere contiguo alle Br per aver semplicemente espresso un giudizio molto negativo (testo limaccioso) sulla c. d. legge Biagi; altro che “tappare la bocca”!
Rientra nella normalità e nella dialettica democratica consentire che chiunque dissenta sia (rancorosamente) etichettato come “soggetto manovrato dai soliti comunisti, se non dalla Cgil” e (semplicisticamente) animato da sentimenti d’invidia e odio personale?
E’ lecito auspicare un “sussulto etico” in un paese nel quale al Ministro dell’Economia - alla presenza dei massimi (e qualificati) rappresentanti della potentissima Confcommercio - è consentito di mentire, sapendo di mentire, circa le modalità di rilevamento dei dati Istat sull’occupazione, senza che alcuno dei presenti avverta l’esigenza - morale, prima che professionale - di contestare il metodo truffaldino di “fare politica” e la mancanza di rispetto per i propri interlocutori?
Inutile negare che, personalmente, non nutro molte speranze circa la possibilità di assistere, a breve-medio termine, a una sostanziale inversione di tendenza.
In questo senso, ho la netta sensazione che Montanelli sia stato profeta di false previsioni; non solo gli italiani non hanno fatto buon uso del vaccino contro l’incipiente malattia - dopo la prima “discesa in campo” dell’Unto del signore - ma, addirittura, troppi ne hanno “metabolizzato” gli effetti più deleteri.


Renato Fioretti

Collaboratore di Lavoro e Salute

Strage di Viareggio. Un intervento di Dante De Angelis, Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza, licenziato da Trenitalia per il suo impegno


Ma perché non ci date retta prima?

Tante vite umane orribilmente stroncate solo perché i tantissimi segnali premonitori sono stati ignorati o sottovalutati da chi aveva la responsabilità di agire: parlo in primo luogo dei gestori dei treni, ma anche delle autorità e le istituzioni preposte alla sicurezza. Il carattere di ripetitività e di prevedibilità della rottura degli assi per un carro merci lo rendono un incidente «tipico». Quando i ferrovieri parlano di sicurezza dei treni parlano della sicurezza di tutti i cittadini. Il nuovo organismo istituzionale preposto, l'Agenzia Nazionale per la sicurezza ferroviaria (Ansf), ha emesso come suo primo atto la reintroduzione del famigerato «pedale a uomo morto» sui treni e gran parte della sua attività ha avuto finora l'unico scopo di soddisfare le esigenze delle imprese ferroviarie che bramano per la riduzione dell'equipaggio dei treni. Altro che sicurezza. Quando avremo finito di contare e piangere i morti della strage ferroviaria di Viareggio dovremo necessariamente fare i conti con quello che sta dietro e prima ogni incidente di questo tipo e col rapporto costi-benefici della cosiddetta razionalizzazione e risanamento dei bilanci. Troppo facile oggi dire che il carro cisterna è privato, austriaco, con licenza tedesca. Le regole per la libera circolazione dei rotabili ferroviari in Europa hanno consentito la semplificazione dei traffici, ma liberalizzazione e privatizzazione hanno prodotto un drastico calo della qualità di procedure e controlli. In Italia, inoltre, il servizio di trasporto merci è in via di smantellamento, centinaia ferrovieri prepensionati o trasferiti, decine di scali già chiusi con la prospettiva di lasciarne aperti solo alcuni. Come in qualsiasi struttura produttiva destinata alla chiusura si allentano i controlli, gli investimenti e l'attenzione. Una tragica analogia con la Thyssen.Mentre sul Frecciarossa fior di funzionari e ingegneri si concentrano sulla qualità del nodo alla cravatta dei macchinisti, nei treni merci si lasciano circolare rotabili in condizioni così precarie. I ferrovieri, in tema di sicurezza hanno sempre rappresentato una sorta di autocontrollo sui processi produttivi, rifiutando alcune lavorazioni o denunciandone la pericolosità nell'interesse generale. Ma con la nuova dirigenza - tra sanzioni, minacce e licenziamenti - i lavoratori sono stati indotti al silenzio, e i parametri di sicurezza sono scesi ulteriormente. Restituire ai ferrovieri il diritto di parola è uno dei tasselli fondamentali per la prevenzione e la sicurezza. Noi continuiamo a credere che come cittadini, impiegati in un servizio così delicato, abbiamo il dovere civico - oltre che il diritto - di occuparci della sicurezza di tutti e chiediamo che dopo questa strage di innocenti tutte le istituzioni, a cominciare dalla magistratura, si dedichino con maggiore attenzione a quanto sta accadendo sui nostri binari. Non è più il tempo di atteggiamenti reverenziali nei confronti del colosso FS, anche da parte delle redazioni dei giornali. Il treno è il mezzo di trasporto più sicuro, anche se dirlo oggi può sembrare grottesco; ma solo a condizione che le regole e le procedure evolute e consolidate in tanti anni di esperienza siano severe e rispettate con rigore. E che la vita umana non sia ridotta ad una semplice voce di bilancio.

Dante De Angelis
su Il Manifesto del 01/07/2009

1 luglio 2009

Ad un checkpoint gestito da una compagnia di sicurezza privata israeliana in Cisgiordania fermati i Palestinesi che portano bottiglie di acqua e cibo

Ai Palestinesi che passano i checkpoint israeliani è vietato anche bere e mangiare
La denuncia di Machsom Watch (osservazione ai checkpoint), organizzazione israeliana di Donne contro l’occupazione e per i diritti umani, confermata da lavoratori palestinesi.


Il checkpoint è quello di Sha'ar Efraim, a sud di Tulkarem, e ad amministrarlo per conto del Ministero della Difesa israeliano è la compagnia di sicurezza privata Modi'in Ezrahi. Ad essere fermati, invece, e impediti al loro passaggio sono tutti quei Palestinesi che lavorano in Israele e che portano con sé cibo fatto in casa, caffé, tè e persino zaatar (timo) ma anche bottiglie d’acqua gelata o bevande analcoliche per il pranzo della loro giornata lavorativa. Acquistare le merci nei negozi in Israele sarebbe troppo caro per la misera paga che ricevono.

Sembra assurdo eppure è vero. La compagnia di sicurezza israeliana stabilisce le quantità massime dei cibi che ogni lavoratore deve magiare e che possono passare attraverso il check point: cinque pite, un contenitore di humus e tonno in scatola, per le bevande ammesse solo bottigliette inferiore al mezzo litro o lattine, una o due fette di formaggio, poche cucchiaiate di zucchero, e da 5 a 10 olive. Vietati anche posate e utensili da lavoro. Le merci superiori a quelle decise vengono sequestrate e i lavoratori trattenuti per ore.

Le quantità di cibo ammesse dalla Modi'in Ezrahi non sono in nessun modo sufficienti al fabbisogno giornaliero di calorie dei lavoratori .

Queste persone, uomini e donne, partono dalle loro case nella Cisgiordania occupata alle due del mattino per essere in anticipo e aspettare al check point anche più di due ore: arrivare in ritardo comporterebbe un licenziamento immediato. La loro giornata lavorativa quindi comprende anche tutte quelle difficoltà e umiliazioni cui sono soggetti i Palestinesi a causa dell’occupazione militare israeliana e appare come un inferno interminabile.

Machsom Watch ha osservato ad esempio il caso di un 32enne operaio edile di Tulkarem ma impiegato a Hadera, in Israele, al quale è stato letteralmente confiscato il suo pranzo: sei pite, due lattine di crema di formaggio, un kilo di zucchero in busta di plastica, e un’insalata. Machsom Watch ha anche interrogato le Forze di Difesa Israeliane senza ottenere risposta, mentre una guardia di sicurezza avrebbe dichiarato che tali misure sarebbero prese per rischi legati alla “sicurezza e alla salute”, anche se in altri check point i lavoratori possono portare tutto il cibo vietato a Sha'ar Efraim.

Un comunicato dell’esercito riporta: "Non esistono limiti alle quantità di cibo. Possono portare il cibo necessario al consumo di un giorno di lavoro. Quando un lavoratore arriva con una grande quantità di cibo per venderlo e non solo usarlo personalmente, allora gli viene chiesto di utilizzare un check point commerciale, visto che quel check point è riservato ai pedoni e non alle merci”.

Quei palestinesi, però, il cibo in più non lo portano con l’intenzione di venderlo ma per consumarlo per l’intera settimana: per molti infatti risulta impossibile alzarsi ogni mattina alle due per recarsi al lavoro e scelgono di dormire in Israele rischiando in ogni momento di essere arrestati perchè il loro permesso è giornaliero ed ogni sera dovrebbero rientrare nel loro villaggio entro le ore 19, restano, a volte con la complicità dei datori di lavoro –israeliani- che preferiscono lavoratori “freschi” e pronti all’uso, dormono in alloggi di fortuna, cantieri dismessi, bugigattoli, edifici in costruzione o alle stazioni dei bus, in condizioni precarie e insicure, le stesse in cui vediamo spesso vivere da noi i migranti senza permesso di soggiorno né un tetto dove ripararsi.

Ad ogni modo, non vi è nessuna ragione plausibile per simili assurde restrizioni, che se da un lato rasentano il ridicolo dall’altro al contrario denotano purtroppo l’ennesima gravissima violazione dei diritti di un popolo, quello palestinese, che troppo spesso e per troppo tempo è sottomesso a umiliazioni e soprusi in balia dell’arroganza e dell’illegalità dell’occupazione israeliana, del muro, dell’espansione coloniale. Da anni ormai Gaza è alla fame a causa dell'assedio e ora con questi episodi anche nella West Bank si vuole controllare la quantità di cibo che ogni persona può mangiare. Questa è solo l’ultima in ordine di tempo delle sopraffazioni. Fino a che punto si permetterà alle autorità israeliane una politica non solo illegale ma che cerca di distruggere ogni identità e dignità della popolazione palestinese?

Roma, 1 Luglio 2009

Luisa Morgantini

Vice Presidente del Parlamento Europeo
luisa.morgantini@europarl.europa.eu


Il rilancio dello stato d'eccezione. La scelta di L'Aquila per il vertice G8 nasce con l'ignobile intento di utilizzare il dramma dei terremotati


IL G8 A L'AQUILA TRA ECCEZIONALITA', DEMOCRAZIA E PROFANAZIONE

Il prossimo G8 si terrà a L'Aquila e per chi è cresciuto sulle barricate di Genova non può resistere al "richiamo della foresta".
La profonda crisi del sistema neoliberista, il crollo delle sue fragili impalcature impiantate nei flussi della finanziarizzazione, mostrano la ragionevolezza delle denunce e delle istanze ormai decennali del movimento dei movimenti.
La scelta di L'Aquila per il vertice G8 nasce proprio con l'ignobile intento di utilizzare il dramma dei terremotati come fonte di rilegittimazione di quel rito cerimoniale di ostentazione del potere globale, all'interno dello spazio "pieno" dello stato di eccezione in vigore nel contesto aquilano.
L'obiettivo fin troppo evidente è occultare la crisi e l'insostenibilità dei paradigmi dominanti, riposizionando la sfida in uno degli spazi più impregnati di quello stato d'eccezione permanente nel quale la pienezza del potere appare nella sua forma elementare e fondativa, con gli abiti cioè dell'uso della forza (nella sua particolare declinazione caritatevole), mettendo però a nudo la relazione che lega violenza e diritto e così, al tempo stesso, la sua congenita fragilità.
Ecco perchè la scelta di spostare il g8 può trasformarsi in un cortocircuito semiotico.
Se la rivolta prende corpo nel punto di massima condensazione del potere, a partire dagli stessi presunti "beneficiari" di tale sforzo, se il "shock and awe" diventa non solo leva di accumulazione di capitale ma anche spazio costituente di conflitto, allora ci potremmo trovare dinanzi ad un processo reale di profanazione degli stessi dispositivi ideologici nei quali prende senso e corpo il vertice del g8.
Le premesse ci sono.

Il terremoto e la democrazia: i comitati aquilani
Il terremoto genera "naturalmente" un'autoriflessione sulla condizione umana, il fatalismo riemerge e sgretola le logiche razional-cumulative, del progresso inarrestabile, del controllo totale sulla natura: nella ritrovata consapevolezza della fragilità dell'uomo, alcune ricchezze sepolte nella frenesia della quotidiana modernità ritornano centrali.
In primo luogo, nello stravolgimento dei legami sociali preesistenti, la riscoperta di un senso di comunità prende forma dentro una precaria quanto inedita riscoperta della dimensione pubblica: malgrado i tentativi istituzionali di irrigimentare e disciplinare la vita sociale degli sfollati, nelle tendopoli si è avviato un processo di soggettivazione incastonato nella dimensione affettiva delle relazioni primarie e comunitarie, per cercare di resistere e contrastare il modello post-coloniale di dominio fondato sull'aiuto umanitario, ormai ben noto nei cosiddetti paesi in via di sviluppo, in cui il ruolo passivo dei subalterni è un perno fondamentale.
La nascita di una molteplicità di comitati di sfollati sono il frutto di un processo di costruzione sociale fondato sul rovesciamento del ruolo e dell'identità del "terremotato" da vittima passiva a protagonista attivo di una ricostruzione dal basso in grado di disvelare i dispositivi del "capitalismo della catastrofe", nel quale gli interessi particolari si occultano nell'impellenza come beni comuni e gli spazi di confronto, e ancor più di dissenso, azzittiti per far fronte alle straordinarie necessità.
E' un processo embrionale di riappropriazione del territorio e della democrazia espropriata che, malgrado la sua gracilità, può ribaltare l'immenso investimento simbolico del governo Berlusconi sul terremoto aquilano, finalizzato a rafforzare il suo modello di governance verticale ed autoritaria. La scelta di spostare il g8 a L'Aquila entra a pieno titolo in questa contesa sulle dimensioni e le forme stesse della democrazia.
Ma se Golia sale sulle rovine aquilane per urlare ancora più forte se c'è qualcuno disposto a sfidarlo, le pietre per la fioda di Davide non possono che trovarsi tra le stesse macerie del terremoto.

Aiutare o Aiutarsi? I movimenti noglobal
Gli unici che possono venir incontro e agevolare il governo italiano e il g8 in questo momento sono paradossalmente gli attivisti dei movimenti noglobal.
Ricondurre e depotenziare quest'imprevidibile dimensione conflittuale dei terremotati all'interno di uno schema interpretativo già cristallizato - G8/CONTROG8 - nel quale ruoli e spazi di agibilità sono approssimativamente già definiti, permetterebbe facilmente la sua sterilizzazione dentro alcune flak già ben collaudate e in grado di rendere inoffensibilmente prevedibili anche le forme più radicali di espressione del conflitto.
L'autonomia dell'agenda dei movimenti, la sua capacità di andar oltre il rincorrere rituale dei vertici internazionali, non va solo enunciata nelle punte alte dei cicli di lotta ma anche praticata nelle fasi di stanca come strategia di scompaginamento dei ruoli, soprattutto in simili contesti dove il principio del mutuo soccorso tra differenti vertenze sociali e territoriali, difficilmente riesce ad esprimersi nella profonda asimmetria tra lo stato nascente delle lotte dei terremotati ed il ciclo lungo del movimento noglobal, ormai proteso non solo sul terreno dell'efficacia strumentale ma anche nella più complessa dimensione espressiva, della definizione del "noi" e "loro".
Perchè non lasciar sendimentare dal basso ai comitati aquiliani una strategia di profanazione del g8? Per l'immobilismo e i tentennamenti dei comitati?
O forse bisognerebbe chiedersi, come suggerisce un caro amico, Antonello Ciccozzi, oggi sfollato nel campo di Collemaggio, se chi arriverà a L'Aquila viene per aiutare o per aiutarsi, riferendosi in primo luogo ai promotori del vertice del g8 ma anche ai suoi contestatori?
In questo senso, sarebbe necessario un punto di equilibrio, nel quale gli attivisti "noglobal", o meglio le organizzazioni noglobal, facciano un passo indietro e i comitati dei terremotati facciano un passo in avanti, cioè che mobilitazioni durante il vertice internazionale prendano forma e vengano gestite in modo determinante dai terremotati attraverso una socializzazione sul territorio che può essere portata avanti solo dalla molteplicità e dell'unitarietà dei comitati aquilani.
Una loro sottrazione anche parziale ne determinerebbe, come stà avvenendo in questi giorni, non solo il riempimento di questo spazio vuoto da parte di un ritualismo tradizionale della protesta noglobal, ma soprattutto il depotenziamento della dimensione conflittuale dentro una logica della testimonianza nobile e importante ma del tutto inefficace sul terreno comunicativo e inoffensiva sul piano politico-sociale.
Al tempo stesso, restare inebetiti e indifferenti dinanzi allo svolgimento del vertice a L'Aquila, non può che essere di per sè una forma indiretta di legittimazione nei confronti del G8 e dell'uso strumentale dei terremotati da parte del governo italiano.
Tra buoni e cattivi non vincono gli uni contro gli altri, ma chi nel dividerli impera.

Francesco Caruso

Cosenza, 26 giugno 2009.

29 giugno 2009

Qui di seguito il comunicato del Consiglio Civico di Organizzazioni Popolari e Indigene dell'Honduras sul golpe nel paese centroamericano


Non ci faranno tacere! Non ci umilieranno!
di COPINH

Alla comunità nazionale e internazionaleIl COPINH condanna il colpo di Stato sporco e vigliacco contro il presidente della Repubblica, costituzionalmente legittimo, Manuel Zelaya Rosales; denuncia il ruolo fascista e terrorista che le forze armate giocano a favore del Congresso Nazionale presieduto da Roberto Micheletti Bain, dei mezzi di comunicazione, dei settori di potere dell'ultradestra e delle altre istituzioni servili agli interessi oligarchici e imperialisti, che hanno sequestrato questa mattina il Presidente, prima dell'inizio della consultazione popolare, al quale il popolo sta partecipando nonostante la repressione, la campagna di paura, i fucili puntati.Nella capitale c'è praticamente uno stato d'assedio; si registra inoltre l'interruzione dell'energia elettrica, i golpisti hanno una lista di dirigenti popolari da catturare, gli/le honduregni/e che stanno manifestando con grande combattività davanti al palazzo presidenziale sono circondati da camionette ed elicotteri. Ciònonostante sono state installate delle urne e si sta esercitando la partecipazione al referendum come forma di ribellione; il popolo honduregno continua a mobilitarsi. La nostra organizzazione dalle prime ore del mattino sta convocando i suoi militanti e ha iniziato una marcia con i rappresentanti del Popolo Lencas verso Tegucigalpa.A tutte e a tutti diciamo che il popolo honduregno sta realizzando grandi mobilitazioni e azioni nelle comunità, nei municipi, ci sono blocchi dei ponti, c'è la resistenza davanti alla palazzo presidenziale e altre cose ancora. Dalle terre di Lempira, Morazàn e Visitación Padilla facciamo appello a tutto il popolo honduregno a manifestare in difesa dei propri diritti, della democrazia reale e diretta per il popolo.Ai fascisti diciamo che non ci faranno tacere, questo atto vigliacco gli si rivolgerà contro molto duramente. Affermiamo chiaramente che non riconosciamo nessun “sostituto” (Presidente) e che lotteremo per il nostro popolo, per il nostro diritto a sognare un paese con giustizia, dignità, equità, libertà e vita. Con la forza ancestrale di Iselaca e Lempira si leva la nostra voce di vita, giustizia, libertà, dignità e pace.
28 giugno 2009

28 giugno 2009

"dovremmo veramente chiudere la bocca a tutti questi signori che parlano" Minaccia anche i media interni al sistema di potere. Un Cesare che ha paura!

Palazzo Chigi cala il sipario

Berlusconi vede la crisi e insiste: basta con la pubblicità ai giornali «disfattisti». Il presidente del G8 poi rilancia: «Tutti gli organismi interni e internazionali che parlano di calo del Pil e disoccupazione chiudano la bocca. Basta, sono un disastro». Tremonti e Sacconi assistono attoniti al disastro. Stop alle domande dei cronisti
È una crisi senza ritorno. Per Silvio Berlusconi la via d'uscita dal crepuscolo osceno del suo potere è parossistica e narcisistica. Una difesa assoluta di sé, del proprio ruolo nella «Storia» e contemporaneamente un uragano di accuse verso tutti i «disfattisti» che si ostinano a parlare di una crisi economica che è, sostanzialmente, di natura psicologica. Non la propria ma quella degli altri.Realtà e percezione della realtà si intrecciano in un filo inestricabile di dichiarazioni, accuse e minacce che il premier sciorina per tutto il giorno tanto in pubblico quanto in privato. Prima al consiglio dei ministri che vara il decreto fiscale anti-crisi, poi in una riunione di preparazione del G8 e infine, davanti agli occhi del mondo, in una conferenza stampa a palazzo Chigi insieme ai super-ministri del Welfare e dell'Economia e a Pescara all'inaugurazione dei giochi del Mediterraneo.«Dobbiamo fare in modo che gli italiani tornino ai loro stili di vita perché non non hanno nessun motivo di ridurre i loro consumi», è l'esordio. Basta, dunque, con tutte le organizzazioni interne e internazionali, dal governatore di Bankitalia Mario Draghi in su, che «un giorno sì e uno no escono e dicono che il deficit è al 5%, meno consumi del 5%, crisi di qui, crisi di là, la crisi ci sarà fino al 2010, la crisi si chiuderà nel 2011... Un disastro: dovremmo veramente chiudere la bocca a tutti questi signori che parlano», è l'auspicio. Parlano, insiste, perché «magari i loro uffici studi gli dicono cose che possono verificarsi ma così facendo distruggono la fiducia dei cittadini dell'Europa e del mondo». Dubbi? «Gli italiani ci hanno votato e continuano a darci consenso nonostante tutti i miasmi, le calunnie e i veleni che tentano di lanciarci addosso per sommergerci». Come si ottiene questo presunto consenso lo rivendica subito dopo. Non c'è niente di male - ribadisce Berlusconi - nel «minacciare di non dare la pubblicità ai media che diffondono la crisi». Il premier conferma l'invito a non dare la pubblicità ai giornali critici lanciato a Santa Margherita Ligure. Una minaccia che pure in prima battuta aveva smentito con una nota di palazzo Chigi. «Non c'è alcuno scandalo», dice invece rivolgendosi idealmente agli imprenditori, occorre «incentivare l'azione» affinché «editori e direttori» dei giornali non contribuiscano a diffondere il pessimismo». Poco conta, come ricordava Giancarlo Aresta sul manifesto di ieri, che Mediaset da sola abbia 2,2 miliardi di euro l'anno di pubblicità contro 1,4 di tutti i giornali messi insieme. Di fronte alla crisi economica, ripete il mero proprietario di Mediaset, agli imprenditori bisogna dire di «continuare a fare promozione perché se di fronte a un calo di consumi reagiscono diminuendo la pubblicità smettono di premere sui possibili acquirenti e rinunciano a vendere». Per Papi tutto va bene. «In pochissimi giorni all'Aquila apriremo il più grande cantiere del mondo». E anche la Storia, con la maiuscola, si inchina alle sue capacità. «Nel 2002 - ricorda Berlusconi - ho avuto l'orgoglio di avere scritto di mio pugno l'accordo tra Alleanza Atlantica e Russia, di avere convinto Bush e Putin a firmare il Trattato di Roma a Pratica di Mare. (...) Si era creato di nuovo un clima da guerra fredda, era indispensabile eliminare questa situazione. (...) Posso dire di essere stato levatrice di questo accordo tra Russia e Nato, come lo fui a Pratica di Mare». Che l'asse con Mosca sia in cima alle sue preoccupazioni lo testimonia il fatto che oggi il premier italiano sarà l'unico primo ministro dell'Alleanza a partecipare alla riunione del consiglio Nato-Russia di Corfù solitamente riservata ai ministri degli Esteri. Mentre Berlusconi è un fiume in piena di fronte ai giornalisti, il volto di Sacconi e Tremonti è terreo, due maschere che palesemente vorrebbero essere altrove. Il ministro del Welfare rimarrà spettatore muto per quasi tutto lo show del Cavaliere. Ma anche Tremonti, interrotto più volte a colpi di gomito da Berlusconi, è costretto a capitolare di fronte alla foga del premier. Per esempio quando si dilunga sui costi bancari, Berlusconi lo afferra per un braccio e strizzando l'occhio alla platea dice testualmente : «Io non ce la faccio più... non so come frenare questa cosa del ministro Tremonti sulle banche». Il portavoce Bonaiuti freme in prima fila, affondato sui sedili muove le labbra quasi a suggerire le risposte a un premier incontenibile. Parla a lungo, Berlusconi e non accetta domande. Gli sguardi dei giornalisti si alternano tra il rassegnato e l'allucinato. E uno solo, in fondo alla sala, piuttosto giovane, alza le mano e chiede con pertinenza: «E' vero che volete rinviare la class action? E quanto costa il decreto che avete approvato?» Tremonti accetta il gioco democratico ma risponde che non lo sa. Berlusconi fa per alzarsi. E di fronte alla mano in sospeso del giornalista risponde: «Per caso lei vuole andare al bagno?». Già prima, accanto al premier austriaco Faynmann si era sottratto alle domande dei cronisti: «Basta - ha detto dopo i discorsi di rito - non siete preparati quindi andiamo. In realtà - prosegue ironico - io e il Cancelliere abbiamo bevuto troppo quindi daremmo risposte troppo lunghe..». Italia 2009. La sede del governo che presiede il G8.


di Matteo Bartocci
su Il Manifesto del 27/06/2009
----------------------------------------------------------------------------------------
La vignetta è a cura del collaboratore di Lavoro e Salute, Tubal www.controcorrentesatirica.com

L'opposizione è finta perchè sulle politiche di giustizia sociali, come sulle regole domocratiche, non c'è differenza tra destra e centroexsinistra

Chi parla solo delle sue veline dimentica la vera anima nera di Berlusconi

Non se ne può più di queste storie delle veline del vecchio rincoglionito .
Mi pare che in questo momento l’Italia é divisa fra chi lo attacca sulla etica pubblica ( l’ho fatto anch’io ma mo’ basta ) e chi lo difende con sempre meno dignità .
Mettiamoci in testa che la bestialità del pagliaccio di arcore non é solo né tanto nei suoi atteggiamenti e comportamenti da satrapo sopra la legge quando ha a che fare con il parlamento, con la giustizia, con i giornalisti o con altri poteri che sono in grado almeno fino ad ora di reagire e contrattaccare.
Mettiamoci in testa che le contraddizioni sono altre .
Ci sono milioni di persone che non si possono difendere e che nessuno rappresenta con forza.
Tantissimi co.co.co. e co.co.pro col contratto scaduto e non rinnovato con figli a carico e duecento euro l’anno di indennità; cassa integrati in deroga ed in scadenza con prospettive lugubri di far la fame, altro che vacanze.
Disoccupati che al sud neanche si iscrivono più al collocamento e spesso conoscono una sola agenzia lavorativa, la mafia.
Gente schiacciata dalla crisi e da berlusconi che si é stancata di leggere storie di gossip e vorrebbe leggere la propria di storia.
Gente che per qualche segreto mistero della storia non si é ancora incazzata come si deve, organizzandosi, ma é ripiegata in se stessa e nei propri drammi.
Decenni di malcostume televisivo , sottocultura di regime ed assenza colpevole della sinistra ne ha minato le speranze e la convinzione, ne ha cambiato il dna combattivo, trasformandolo in quello di tristi telespettatori della vita che sognano enalotto e figlie veline.
Questa é la vera anima nera , la sua schifosa anima nera che entra ancor di più in gioco nel concreto assetto di interessi ecomomici che finisce per garantire e proteggere con la sua politica economica e finanziaria.
Spesso ci perdiamo nelle gustose e ridicole avventure del cretino che ci governa e perdiamo di vista alcuni fondamentali .
Partiamo dalla bugia più evidente ma che lui ripete sempre più spesso , quella sul fatto di “ non mettere le mani nelle tasche degli italiani”
Domandina facile facile
Quanto costano la corruzione e l’evasione fiscale in Italia?
Secondo Furio Pasqualucci, Procuratore generale presso la Corte dei Conti (www.corteconti.it) la corruzione nella pubblica amministrazione italiana ha un impatto economico sullo sviluppo del Paese pari a 50-60 miliardi di euro l’anno. “Una tassa immorale e occulta” acui ” se ne aggiunge un’altra riguardo all’evasione fiscale. Si stima che ogni anno l’evasione è pari a circa 100 miliardi di euro, cifra che corrisponde a circa il 7% del Prodotto Interno Lordo (Pil).
Inoltre dalla Banca d’Italia: «Se non succede niente, in altre parole se non continua a cadere», dice Mario Draghi (secondo il quale «consumi e lavoro sono essenziali per la ripresa»), «alla fine di quest’anno il pil sarà sceso del 5% circa». «È la stessa previsione che per il 2009 abbiamo fatto come centro studi», commenta la presidente della Confindustria Marcegaglia, «se c’è qualche miglioramento nella seconda parte dell’anno».
Ed ancora Draghi«Si potrà parlare di crescita solo se queste condizioni si realizzeranno: la tenuta dei consumi e la possibile tenuta del mercato del lavoro».
Bene, non si avrà nessuna delle due condizioni ed il peso insopportabile dei 160 miliardi secondo voi chi dovrà sopportarlo?
Come sempre se lo terranno sul groppone i lavoratori che pagano le tasse alla fonte e hanno i più bassi stipendi di europa , impoveriti dal raffronto con la inflazione reale.
Il governo dei corrotti ed evasori non solo gli ha messo le mani nelle tasche ma li sta lasciando in mutande!
Che fare diceva Lenin ?
A parte la rivoluzione anarchica ma mi dicono che mancano le condizioni oggettive minime , almeno un po’ di sana politica di riforme fuori moda, socialisteggiante, sarebbe necessaria:
- cancellare il riferimento all’inflazione programmata, artificialmente bassa e rinnovare i contratti nazionali in base a una previsione realistica di inflazione. Idem per le pensioni
- Abbassare le tasse sul lavoro.
- Superare il PIL come parametro di misurazione della crescita: non solo la produttività materiale é il segno della crescita ma va creato un nuovo modello di sviluppo e quindi fatta la riconversione ecologica della società e dell’economia come elemento strategico. Occorre aggiungere nuovi criteri : l’impatto ambientale , il grado di distribuzione delle risorse e dei redditi , l’economia etica di cui si comincia a parlare nel mondo.
Un intervento che farei subito, immediatamente : se le rendite godono di un trattamento privilegiato ed i lavoratori e pensionati sono quelli che sostengono il peso sostanziale del sistema
occorre, semplice semplice,
diminuire il prelievo fiscale sui redditi più bassi (portando l’aliquota Irpef del 23% al 20%) e, contemporaneamente, elevare la tassazione sulle rendite finanziarie al 20%, salvaguardando i piccoli patrimoni familiari
Il volano della economia capitalista ha bisogno di essere rimesso in moto ?
Ed allora bando alle cretinate e non perdiamo tempo a difendere dalla censura le istituzioni economiche “che danno i numeri” : trattasi di poteri forti che si sanno difendere da soli e che – ricordo agli smemorati - hanno creato tanti guai in giro per il mondo ( che dire del FMI, il fondo monetario ed i debiti dei paesi in via di sviluppo ?).
Far riprendere i consumi , dicevamo?
Il sistema migliore é quello che corrisponde a principi di giustizia sociale è cioè proprio quello di pagare di più i lavoratori, far pagare meno tasse ai pensionati ed ai lavoratori, consentendo in questo modo la ripresa della economia.
L’anima veramente schifosa di questo governo è quindi la sua anima liberista, non dimentichiamolo ed il suo atteggiamento verso il sud , visto come un bacino di voti mafiosi da conquistare e come territori da depredare e poi abbandonare dopo le illusioni.
Mentre lui ed i suoi accoliti liberalizzando di fatto l’evasione e spigendo alla corruzione hanno messo un macigno insopportabile e schiacciante sulle classi più deboli noi ci occupiamo del fatto che il pagliaccio viene preso per il culo in tutto il mondo e lo facciamo pure con un fremito di soddisfazione, come se fosse merito nostro …
Egli non vuole che si citino i numeri della economia perché deprimono i consumatori .
Ma brutto scemo del villaggio chi credi chie siano i consumatori , se non la maggior parte dei lavoratori dei pensionati ed i piccoli commencianti ed artigiani?
Certo non sono i suoi amici del billionaire con cui fa le sue vacanza pedofile con cocaina e schitarrate di Apicella
Questo scemo ha confuso la sua vita con la nostra e dobbiamo ringraziare quei deficienti dei suoi elettori se abbiamo questo cancro che affossa il paese.