A CHE PUNTO È LA CRISI
La domanda ha senso perché una
crisi è sempre un percorso. E’ costituita di momenti diversi, pur dentro
un'unica, più o meno lunga fase di difficoltà o di vera e propria recessione
economica. D’altraparte, ogni crisi è anche un nuovo inizio, come suggerisce
l'etimologia stessa (krìsis in greco vuol dire “scelta”, “decisione”, oltre che
“separazione”). Si tratta, perciò, di una dinamica di disequilibrio e,
contemporaneamente, di ricerca di nuovi equilibri. Ed è bene non sottovalutare
questo carattere costituente della crisi, il fatto, cioè, che essa prelude e
prepara un nuovo assetto delle relazioni capitalistiche, tanto all'interno dei
singoli sistemi-paese quanto a livello delle più complessive relazioni tra i
diversi Stati nazionali.
Ovviamente coloro che pensano
di essere alla vigilia del vero e proprio crollo del sistema capitalistico non
hanno affatto bisogno di interrogarsi sul decorso della crisi, tantomeno sul
suo andamento costituente. Se si stabilisce in maniera apodittica che siamo di
fronte a un'agonia, l'unica trasformazione possibile diventa il passaggio
dall'agonia alla morte. E però, un tale convincimento a me pare non solo
immotivato nei suoi termini teorici, ma anche linearmente contraddetto da
quanto avviene in vaste aree del mondo, dalla Cina al Brasile all'India, che
presentano ancora consistenti trend di crescita, capitalistica appunto, e sono
soltanto marginalmente sfiorati dalla crisi economica, la quale si incentra
tutta, invece, tra le due sponde dell’Atlantico. Lo stesso Giappone, pur
drammaticamente colpito dal disastro nucleare dei mesi scorsi, e penalizzato
nelle esportazione da uno yen troppo forte, mantiene un trend economico più che
accettabile, tanto che la borsa di Tokyo ha già sostanzialmente recuperato
rispetto alla caduta del 2008.
In realtà, se lo consideriamo
nel suo complesso, è davvero difficile sostenere che il capitalismo, in questo
primo scorcio del secolo XXI, sia moribondo. E seppure fossimo di fronte ad una
nuova dislocazione geografica dei suoi
centri di gravità, solamente un inguaribile eurocentrismo ci potrebbe far
parlare di superamento storico del rapporto sociale di capitale. Anzi, proprio
la diversa condizione della sua salute nei diversi angoli del mondo ci conferma
come ilcapitalismo, in quanto sistema, sia ben lontano dalla sua ultima ora - a
meno di non sostenere, come pure alcuni fanno, ma si tratta di argomenti
davvero inconsistenti, che in Cina, Brasile, India, ecc., esisterebbero ormai
una struttura economica e dei rapporti sociali già “post-capitalistici”…
Dunque, assumendo che la crisi
è una difficoltà reale del capitalismo, e al tempo stesso anche una opportunità
per avviarsi ad una nuova fase, la domanda “a che punto è la crisi” è da
giudicare senz’altro utile politicamente, oltre che teoricamente.
Io ritengo che, nell’insieme
degli anni che vanno dal 2008 ad oggi, possiamo agevolmente individuare una
prima fase, grossomodo fino agli inizi del 2010, legata allo scoppio delle
bolle finanziarie, dei subprime e dei titoli tossici, caratterizzata da una
brusca fermata della circolazione facile del denaro. Ciò che i singoli segmenti
di capitale avevano provato a fare negli anni precedenti - e cioè, sottrarsi
alle rigidità di crescita dei livelli dati di produzione dei sistemi-paese di
riferimento, investendo “al di fuori” di essi, in particolare sul futuro, e
ipotecando così le produzioni degli anni a venire -, veniva alfine ruvidamente
bloccato. I singoli segmenti di capitale sono stati richiamati all’ordine dalle
stesse regole di funzionamento del capitalismo, che hanno il loro fondamento
nella capacità produttiva potenziale di un sistema-paese, capacità produttiva
teoricamente illimitata, e però comunque fissata concretamente ad uno
specifico, determinato livello in ogni determinato momento. Il denaro doveva
smetterla di provare ad innalzarsi alla stessa grandezza di valore di quella
capacità produttiva potenzialmente illimitata e doveva rapportarsi, più
prosaicamente, alla sola produzione effettivamente data. Il punto di difficoltà
di un tale “blocco” era che l'esposizione dei vari segmenti di capitale si
presentava con dimensioni veramente enormi, e la loro necessità di
remunerazione andava, perciò, ben oltre la “bramosia dell’oro” dei capitalisti
e dei loro manager. I grandi fondi d'investimento, i fondi pensione, gli stessi
fondi sovrani, ma anche le grandi compagnie di assicurazione e le grandi
banche, tutte ormai indistintamente banche commerciali e d’affari, avevano e
hanno bisogno di una remunerazione elevata proprio per onorare l'esposizione
gigantesca costruita nell’ultimo ventennio. Concretamente, il sistema
finanziario deve onorare una pluralità di impegni che richiedono ampia
liquidità: si tratta di pensioni integrative, di interessi annuali sui
depositi, di cedole trimestrali e semestrali sulle obbligazioni, di linee di
credito aperte per le grandi imprese e i grandi progetti, dei fondi di garanzia
dei processi di ristrutturazione e di fusione
produttiva, ecc. Ma se
l'ipoteca del futuro risultava bloccata, ed appariva comunque poco praticabile,
dove si potevano mai trovare le emunerazioni necessarie?
Si apriva così una seconda fase
della crisi, grossomodo dagli inizi del 2010 fino all’autunno del 2011,
collegata esattamente al tentativo dei singoli segmenti di capitale di
mantenersi a galla. Questa seconda fase è divenuta ben presto un vero e proprio
braccio di ferro fra i singoli segmenti di capitale e i sistemi-paese,
incentrato sul debito sovrano. I singoli segmenti di capitale, ovvero i grandi
investitori, hanno chiesto ai propri sistemi-paese di garantire le loro
remunerazioni sia attraverso un innalzamento dei rendimenti di titoli di Stato,
sia attraverso fondi diretti di sostegno alle grandi imprese finanziarie in
difficoltà, sia attraverso ampie dismissioni del patrimonio pubblico al fine di
moltiplicare le occasioni di collocamento profittevole del denaro. Si è
trattato, in sostanza, di una breve ma intensa “guerra civile” capitalistica, con
i segmenti specifici di capitale che hanno provato a condizionare, e finanche
aggredire, i sistemi-paese in quanto tali, anche quelli da cui essi stessi
provenivano. I cosiddetti speculatori, in altri termini, si sono precisati come
null’altro che l’insieme degli investitori di borsa; e le loro azioni, tutte
più o meno obbligate e tutte più o meno “speculative”, si sono rivolte
progressivamente verso tutti i titoli di Stato, in particolare quelli più
esposti, cioè più bisognosi di essere venduti e messi sul mercato. Così, dentro
questa “guerra civile capitalistica”, si profilava anche un primo avvio di
guerra economica tra gli Stati. Siamo adesso ad una evoluzione ulteriore. Detto
in estrema sintesi, ciò che sta succedendo in queste settimane è che i sistemi-paese
ai quali afferiscono buona parte dei grandi fondi di investimento, vale a dire
gli Stati Uniti d'America e la Gran Bretagna, ricostruita una relativa condizione di intensa con i loro
segmenti di capitale - e l’hanno costruita anche adoperando le “maniere forti”,
per esempio chiamando i grandi istituti
finanziari in tribunale (lo ha fatto il governo USA nel settembre scorso) per
rispondere delle bolle finanziarie del 2007 e 2008 -, spingono l’insieme della cosiddetta
“speculazione” ad aggredire i sistemi paesi concorrenti, prima fra tutti
l’Europa.
E’ subentrata, in altre parole,
una terza fase del decorso della crisi. Dal blocco delle scorribande del denaro
si era passati al braccio di ferro tra i segmenti di capitale e i
sistemi-paese; ed ora si passa, da quel braccio di ferro, ad uno scontro reale,
seppure non- militare (o, forse, ancora non-militare), tra i principali
sistemi- paese. In questo scontro i singoli segmenti di capitale fungono da
armate mobili. E’ questo il passaggio che precisamente stiamo vivendo: l'avvio
di una guerra incruenta, per dirla con una battuta, fra l’Europa (l’Europa a
26, beninteso, senza la Gran Bretagna) e l’insieme del capitalismo
angloamericano. Questa terza fase della crisi, in effetti, è appena cominciata.
Intendo, cioè, la fase di
“guerra economica” consapevole. Finora, infatti, l'aggressione ai debiti
sovrani dell'Europa conteneva molto ancora della “guerra civile
intercapitalistica” fra l'insieme dei mercati e l'insieme dei sistemi-paese.
Coloro che parlavano, fino a qualche mese fa, di situazione confusa e di
mercati sostanzialmente “impazziti” avevano più di un argomento per sostenere i
loro discorsi.
Tuttavia, Inghilterra e Stati
Uniti cominciavano già ad indirizzarsi, dentro quella stessa dinamica, verso uno
scenario di depotenziamento del peso
dell'Europa nell'economia mondiale. Un'Europa più debole, infatti, va bene
tanto al dollaro quanto alla sterlina: al dollaro, per evitare di perdere
progressivamente il monopolio di moneta di riferimento delle transazioni
internazionali; alla sterlina, per evitare di essere tagliata fuori, in una
tenaglia dollaro/euro, dallo scenario della finanza e dei commerci mondiali.
Il prolungarsi della incertezza
dei governi americano e inglese, e la conseguente “confusione” dei mercati,
avevano però una loro ragion d’essere nella materialità stessa del capitalismo,
nel fatto, cioè, che i capitali sono sì tutti specifici ma anche tutti
interconnessi: una crisi brusca e verticale dell’euro avrebbe potuto creare,
allo stesso dollaro e alla stessa sterlina, più problemi di quanti non ne
risolvesse. Di qui un periodo di strategia incerta, con atti di latente “guerra
economica”, ma non ancora una guerra economica dispiegata.
La differenza l'hanno fatta, in
qualche modo, gli stessi mercati. I singoli segmenti di capitale allocati a New
York e a Londra, che già sullo scacchiere globale soffrono la concorrenza
proveniente dai paesi del cosiddetto Brics (Brasile, Russia, India, Cina,
Sudafrica), e che hanno sempre nel Giappone un altro elemento di inquietudine,
non potevano essere ricondotti a una condizione di normalità in maniera
assoluta. La soluzione è stata, e non poteva essere altrimenti, una sorta di
relativa pacificazione dei “fronti interni” americano ed inglese, in cambio di
una convergenza aggressiva di grandi investitori e governi nell'attacco
all'Europa. Insomma, può essere pure che Obama e Cameron si stiano facendo
prendere la mano dai loro grandi investitori, e che non abbiano affatto deciso
“a freddo” la guerra economica con l'Europa, ma ormai, al di là delle
intenzioni singole, la guerra guerreggiata è sopravvenuta.
Fungono da cannoniere di prima
linea, come spesso è successo negli ultimi due decenni, le famigerate agenzie
di rating, le quali non sono affatto i “soggetti terzi” che dicono di essere ed
hanno tutte domicilio stabile a New York. Esse proclamano, sempre più ad alta
voce, un declassamento di valutazione dell’intera Europa, col proposito,
neppure tanto nascosto, di sollecitare il “ritorno a casa” di dollari e sterline,
al fine di aggravare, nell’immediato, le difficoltà finanziarie e produttive
dell’Europa, e, soprattutto, per marcare una linea di divisione netta tra zona
euro e resto del mondo. Né più né meno che una “linea del fronte”.
L'elemento nuovo degli ultimissimi
giorni è che l'Europa sta progressivamente acquisendo consapevolezza della
situazione. La Germania è ancora attraversata da dubbi e resistenze, ma il
trattato a 26 che si profila per la fine di marzo tende già a presentarsi come
un passaggio decisivo della mobilitazione europea, così come momenti di
blindatura e di mobilitazione sono già stati i cambi di governo in Grecia,
Spagna e Italia.
Siamo dunque, in sostanza, ai
primi posizionamenti di una guerra economica conclamata fra i principali stati
capitalistici dell'Occidente, il cui esito, allo stato, non è facilmente
prevedibile.
E’ verosimile che i prossimi
mesi vedano un'iniziativa stringente dei principali paesi europei, con una
Germania più decisa alla battaglia e più disponibile a solidificare l'alleanza
europea, e ciò sia attraverso il sostegno (condizionato, ovviamente) ai paesi
minori, sia attraverso una riorganizzazione regolamentare tanto delle
istituzioni europee quanto dei mercati finanziari e commerciali, sia attraverso
una più chiara individuazione ed esplicitazione del nemico, per esempio creando
un'agenzia europea di rating in diretta contrapposizione alle agenzie di rating
americane, sia, infine, avviando intese più o meno cordiali con l’area Brics e
almeno un patto di “non belligeranza” col Giappone.
E’ verosimile, d'altra parte,
che inglesi e americani provino insistentemente a spaccare l'Europa, evitando
frizioni dirette con la Germania e premendo a vario titolo verso i paesi più
deboli. In ogni caso, cercheranno di bloccare l’euro presso gli altri
protagonisti dello scenario mondiale e punteranno a cementare quanto più
possibile l'asse tra dollaro e sterlina. Sul piano pratico è possibile anche
che si realizzi ampiamente ciò che già chiedono le agenzie di rating, ovvero
una sorta di “ritorno a casa” del dollaro e della sterlina dai loro vari
impieghi in Europa, la qualcosa avrebbe certamente pesantissime ricadute sul
tessuto produttivo e sugli assetti occupazionali. Ed è finanche possibile che,
da qualche parte, americani ed inglesi “mostrino i muscoli” in senso letterale,
per esempio contro l’Iran, e ciò anche col proposito di creare scompiglio al
blocco europeo. Le cannoniere vere e proprie ai confini dell’Europa sarebbero
un monito più che eloquente, e fungerebbero da richiamo per una rinnovata “solidarietà” occidentale a guida
americana…
Ma non serve congetturare ora
sul percorso specifico dello scontro. Di sicuro, è possibile già ipotizzare le
sue ricadute sulla quotidianità di lavoro e vita delle persone. Detto con tutta
la brutalità necessaria, sui lavoratori e sulle classi popolari si scaricherà
senza misericordia l’incipiente organizzazione del “fronte interno” europeo. Da
qualche parte già si ricomincia a parlare di “patria” e di “traditori della
patria”. L’ha detto qualche ministro qui in Italia, riferendosi agli evasori, i
quali quasi sempre sono, ovviamente, dei ricchi farabutti. Ma al netto degli
evasori, l’uso altisonante della parola “patria”, la dice lunga su come ci si
attrezzerà sul piano della disciplina interna. Ed è una cosa che riguarda molto
da vicino proprio gli strati popolari. Già, perché saranno proprio le classi
popolari, così come avviene nelle guerre cruente, a dover sopportare il peso di
questa “guerra economica”. Esse saranno chiamate a terribili sacrifici per
mantenere, dentro la contesa economica internazionale, l’insieme della
struttura sociale, e concretamente l’insieme delle classi privilegiate.
Si spiega anche in relazione a
un tale scenario il ruolo del governo Monti, che non è una pura espressione delle
banche (come in troppi, a sinistra, hanno frettolosamente detto). Con funzioni
di ministro abbiamo già prefetti, ammiragli, ambasciatori, grandi funzionari
dello Stato. E gli stessi “banchieri” Monti e Passera sono esattamente
l'espressione dell'intreccio strettissimo di economia e Stato che si determina
in un periodo di guerra economica. E’ un intreccio destinato a irrobustirsi
ulteriormente.
Ma poiché in questa guerra
economica il ruolo fondamentale continuerà ad essere svolto senz’altro dallo
Stato, è più che probabile anche un aumento delle pulsioni autoritarie. Quelli
che danno fastidio, che sono riottosi ad irreggimentarsi, che hanno da dire
suisacrifici, che vogliono mettere in discussione lo stesso assetto sociale e
alludono, magari, a un percorso “altro”,
incentrato sul congelamento del debito sovrano e, conseguentemente, su una
sorta di disarmo unilaterale rispetto allo scenario di guerra economica:
ebbene, tutti costoro, nella logica della “mobilitazione patriottica europea”,
dovranno essere “messi in condizione di non nuocere”. Saranno additati come
particolarmente pericolosi proprio i discorsi che prospettano una modifica
dell'assetto assetto sociale costituito e le iniziative che mettono al primo
posto il lavoro, i beni comuni e i diritti invece che il denaro, la proprietà e
il mercato, e che perciò vanno nella direzione di una esplicita compressione
delle classi possidenti. Chi lotta per il lavoro e per i diritti sarà ben
presto segnalato come nemico conclamato della patria. Altro che gli evasori!
Ma, ammesso che tutto questo
ragionamento abbia autentico fondamento, sarà poi possibile spiegarlo in
maniera semplice a quelli che sono costretti ad un lavoro sempre più faticoso e
sempre meno remunerato, o ai giovani in cerca di occupazione?
Io credo di sì, che è possibile
e comprensibile un discorso incentrato su parole d'ordine del tipo “noi la
guerra economica non la vogliamo fare”, “il debito va congelato perché non può
essere un macigno nell'esistenza delle persone”, “il lavoro deve valere più del
danaro depositato in banca o immobilizzato nella proprietà”. Si tratta di
partire coraggiosamente dalle persone prima che dai soldi, e dai contenuti di
cittadinanza prima che dai contenuti dell’economia, prospettando esplicitamente
un mondo diversamente organizzato, dove le classi privilegiate non impongano
agli strati popolari le loro guerre, cruente e non, e dove soprattutto gli
strati popolari rialzino la testa, in nome delle loro necessità, dei loro
diritti e delle loro speranze.
Rino Malinconico
18/01/2012