14 dicembre 2009

Decreto dei ministeri del Lavoro e delle Finanze per il 2010. L'aumento delle pensioni è fissato allo 0,7%

Elemosina ai pensionati: 19 centesimi al giorno

I ministri delle Finanze e del Lavoro hanno emesso il 19 novembre un decreto congiunto che, sulla base del rilevamento Istat sul costo della vita per l'anno 2009, stabilisce gli importi pensionistici per l'anno 2010. Tale decreto fissa nello 0,1% la restituzione da parte dei pensionati di quanto ricevuto per l'aumento del costo della vita in quanto nel 2008 è risultato inferiore a quello preso a base per la rivalutazione del 2009. Ne consegue che la rata di pensione di gennaio sarà inferiore a quella di dicembre dato che gli Enti recupereranno quanto in più erogato nel corso del 2009, che equivale per una pensione di 1000 euro al mese a 13 euro.
Il decreto, sempre sulla base dei dati rilevati dall'Istat sulle variazioni del costo della vita nel 2009, fissa un aumento dello 0,7% degli importi pensionistici per l'anno 2010. L'aumento di una pensione al minimo sarà di 3,2 euro al mese. Le pensioni erogate dal fondo lavoratori dipendenti, che chiude con un avanzo di esercizio di 6 miliardi e 128 milioni di euro ed il cui importo medio annuo è pari a 10381 euro, aumenteranno di € 5,58 al mese. Le pensioni erogate dal fondo dei lavoratori parasubordinati (i precari), in attivo di 7 miliardi e quattrocentotrentotto milioni ed il cui importo medio annuo è di euro 1160 aumenteranno di 54 centesimi al mese. Le pensioni erogate dal fondo dirigenti di azienda, in passivo di 3 miliardi e 475 milioni, il cui importo medio annuo è di € 43.377 aumenteranno di 23 euro al mese.
La grande stampa e le reti Tv hanno "archiviato" i pensionati, gli anziani ed i loro problemi, parlano d'altro!
Eppure tutti i rilevamenti statistici indicano che un numero crescente precipita nella povertà e vi trascina la famiglia. Lo scandalo, perché di scandalo si tratta, è il negare l'aumento del costo della vita nel 2009 e che pensioni e salari non avrebbero perso potere di acquisto. E' il Cnel a dichiarare nel mese di giugno che, rispetto allo 0.5 di inflazione rilevata dall'Istat, per un pensionato con una pensione di 655 euro al mese l'inflazione ha inciso del 2,6%.
Vi è poi da rilevare l'iniquità del sistema di perequazione automatica delle pensioni in quanto lascia completamente sganciate le pensioni dagli aumenti contrattuali; in quanto si basa su un paniere di prodotti che non tengono conto di consumi (vitto, assistenza, medicine, cure etc.) propri degli anziani; in quanto la pensione viene rivalutata con un anno di ritardo; in quanto la perequazione percentuale degli importi pensionistici sancisce che per chi percepisce una pensione minima il costo della vita aumenta di meno, rispetto a chi percepisce una pensione medio-alta: nel 2010 ad un dirigente di azienda viene riconosciuto un aumento per la crescita del costo della vita di 23 al mese, ad un pensionato al minimo di 3,2 euro al mese, ad un precario di 54 centesimi al mese. Ma lo schiaffo ai pensionati è ancora più cocente a fronte di un avanzo crescente dell'Inps di diversi miliardi di euro ogni anno e che fa esclamare al Ministro del Tesoro «…se non ci fosse l'Inps...» in quanto l'avanzo, come da anni avviene per l'Inail, viene utilizzato dal Tesoro per finanziare la guerra in Afghanistan, grandi opere pubbliche che quasi sempre devastano l'ambiente e la spesa corrente.
E' sconfortante rilevare che di fronte al decreto del ministero del Lavoro e del Tesoro non vi siano reazioni. Non risultano nemmeno interrogazioni parlamentari. Gli stessi sindacati dei pensionati si limitano ad informare le loro strutture di base per metterle in grado di spiegare agli iscritti il motivo della diminuzione della rata di pensione di gennaio. I tre sindacati dei pensionati hanno dal 2008 presentato al governo una piattaforma relativa alla detassazione delle pensioni, ad un diverso sistema di rivalutazione delle pensioni, sulla non autosufficienza ma per ora sono stati ignorati.
Ricordo con nostalgia le grandi lotte e manifestazioni dei pensionati per l'aumento delle pensioni e dei salari, per il lavoro, per la democrazia. I pensionati sono intimiditi da una campagna che li accusa di essere dei "privilegiati" nei confronti dei figli e nipoti disoccupati e precari. Si sono esercitati a demolire la figura dell'anziano la destra, la Confindustria, economisti ed esponenti di spicco del Partito democratico che in questi mesi di crisi continuano ad accusare i pensionati di essere dei privilegiati dato che riscuotono l'intero importo della pensione quando i disoccupati ed i cassaintegrati crescono in modo esponenziale. Di fronte ad un evidente e documentato impoverimento degli anziani e ad un decreto che fissa in 12 centesimi al giorno la rivalutazione delle pensioni minime (458 al mese), e di 19 centesimi al giorno per le pensioni medie del fondo lavoratori dipendenti e di 2 centesimi per la pensione media dei parasubordinati indignarsi non basta. Occorre che pensionati e lavoratori si facciano sentire, che urlino il loro sdegno e la loro rabbia, che il Pd se c'è batta un colpo ma anche i sindacati dei pensionati e la confederazioni sindacali dovrebbero reagire.
E' bene ricordare a tutti che i pensionati hanno lavorato una vita intera, spesso in ambienti malsani e rischiando la vita; che hanno versato una quota consistente di salario (33%) per poter contare su una pensione decente, che hanno con sacrificio cresciuto le famiglie e fatto studiare i figli, che hanno pagato le tasse fino all'ultimo centesimo; che molti di loro hanno lottato (scioperato-manifestato) non solo per loro, ma per i diritti di tutti e sono riusciti a strappare condizioni occupazionali, salariali, sociali che oggi vengono pesantemente rimesse in discussione. Non si può offenderli con una elemosina di qualche centesimo al mese.

Sante Moretti

Liberazione
13/12/2009

07 dicembre 2009

Una grandissima assemblea al Teatro Brancaccio fonda il percorso di costruzione della FDS e, subito dopo, un milione di manifestanti a Roma



Avanti tutta! La partenza sociale e politica del 5 dicembre

Il 5 dicembre è stata proprio una bella giornata! Al mattino, in un teatro Brancaccio strapieno, è nata la Federazione della Sinistra. Al pomeriggio un mare di persone, soprattutto giovani, ha invaso le strade di Roma per dire che non ne può più del governo Berlusconi.
La mia opinione è che le due cose assieme possono essere la chiave di volta su cui lavorare per ridare una speranza al popolo della sinistra.
Andiamo con ordine! La sinistra di alternativa, che fino a due anni fa poteva contare su un consenso elettorale del 12 per cento, è stata spazzata via per due motivi. Perché partecipando al governo Prodi ha deluso le aspettative dei suoi elettori e perché la sua classe dirigente non è risultata credibile, poiché in questi anni ha prodotto solo abbandoni, scissioni e frammentazioni.
Che cosa è la Federazione della Sinistra se non il tentativo di capovolgere questa situazione?
Da un lato, infatti, è stato elaborato un documento politico che definisce con chiarezza che la Federazione si muove su un piano di autonomia dal Pd, non si riconosce in un sistema bipolare e ritiene che ciò che serve in questo paese non sia una sinistra che guarda al centro, ma una sinistra che faccia opposizione dura al Governo e alla Confindustria. Dall’altro lato, finalmente, la Federazione unisce, getta le basi per la ricostruzione di una sinistra che abbia una massa critica minimamente significativa. Il contrario delle scissioni di tutti questi anni. E se lavoriamo bene sono certo che questo può essere l’inizio di un ben pià vasto processo riaggregativo. E’ innegabile che tutte le scissioni che ha subito Rifondazione Comunista siano fallite: hanno indebolito il Prc, ma non hanno costruito nulla di significativo, anzi. Allora io dico: una parte di quelle forze si stanno già rimettendo assieme nella Federazione, c’è posto anche per tutti gli altri! Facciamo della Federazione la Linke italiana! Possibile che i nostri avversari riescano ad unire tutto per tenere in mano il potere e noi ci sbricioliamo in mille gruppetti? Oggi al Brancaccio abbiamo gettato le fondamenta di questo straordinario progetto riaggregativo, facciamolo vivere nelle lotte e in tutti i territori!

Come dicevo l’altro fatto positivo è la straordinaria manifestazione contro Berlusconi, organizzata spontaneamente dal popolo della rete. Questo successo, politico e di partecipazione, ci dice tante cose sulle quali dovremo soffermarci. Intanto faccio due brevi riflessioni, e vorrei sentire anche il vostro parere. La prima riguarda questa straordinaria opportunità che è la rete, cioè la possibilità di comunicare, di relazionarsi alla pari, dove tutti possono prendere la parola, dove non si subisce una informazione, ma dove la si crea, insieme. Dobbiamo puntare decisamente su questo mondo. I giovani ormai attingono da lì non solo le informazioni, ma, nella rete, come si è visto oggi, creano potenti momenti di organizzazione e di mobilitazione. La sinistra, a partire da Rifondazione comunista, è rimasta indietro, dobbiamo lavorare per recuperare terreno.
La seconda riflessione riguarda il fatto che, nonostante tutte le batoste e le delusioni, in questo paese c’è una strardinaria disponibilità alla lotta.
C’è un popolo che non si rassegna. E questa è la grande opportunità che abbiamo: riconnetterci con quel popolo! Impresa non facile per quello che è successo in questi anni, ma non impossibile. In ogni caso dobbiamo provarci. Per spiegarmi con una metafora: la manifestazione di oggi è l’acqua dove il pesce della Federazione deve nuotare. Certo, abbiamo dei concorrenti, come l’Italia dei Valori. Insidiosi perché oggi appaiono come i più coerenti e perché godono della grancassa mediatica. Ma non dobbiamo spaventarci più di tanto. Anche Di Pietro dovrà sciogliere tanti nodi se vorrà essere credibile con questo popolo che oggi lo appoggia. Sta a noi, con la nostra presenza contendere questo spazio e far emergere le contraddizioni dell’Italia dei Valori. A partire dal fatto che mentre la piazza di oggi era piena di giovani precari, il partito di Di Pietro in Europa fa parte del gruppo dei liberali che, in questi anni, è stato la punta più avanzata nel precarizzare il lavoro. Infatti all’indomani delle recenti elezioni tedesche Di Pietro non si è complimentato con il successo della Die Linke, ma con i Liberali tedeschi, cioè con quel partito che critica da destra la Merkel perchè troppo poco liberista. E non ci siamo dimenticati che se non è stata istituita una commissione di inchiesta per far luce sul G8 di Genova è stato per il mancato sostegno dell’Italia dei Valori.
Detto questo il 5 dicembre è stata una gran bella giornata, abbiamo messo assieme una proposta unitaria per la sinistra e abbiamo fatto una grande manifestazione contro Berlusconi, con tante, tante bandiere rosse.

Claudio Grassi

04 dicembre 2009

Non solo giustizia giusta. Riprendiamoci i diritti, al lavoro, ai beni comuni, alla libera stampa, alla democrazia







riprende il cammino della sinistra anticapitalista





03 dicembre 2009

Il vero problema per il mondo del lavoro è certamente questo governo confindustriale ma, anche l'esistenza di un Partito Democonfindustria

Gli ambigui risvolti del "contratto unico"


I datori di lavoro, in caso di necessità, godono di ampia facoltà di licenziamento, come dimostra il calo dell'occupazione. Ora con proposte più o meno sofistificate si vuole tornare all'abolizione della "giusta causa".

Sembra trascorso un secolo dalle esternazioni di Giulio Tremonti sull’importanza del “posto fisso” . Le politiche del governo continuano a privilegiare la precarietà, a partire dai settori pubblici. Un merito, però, va sicuramente riconosciuto all’inquieto ministro dell’Economia: aver contribuito a stimolare una riflessione sulle conseguenze della massiccia dose di flessibilità (precarietà) introdotta, nel nostro paese, nel corso degli ultimi anni. Infatti sono tornati di grande attualità temi quali gli ammortizzatori sociali, il salario minimo, le partite Iva e, in particolare, il cosiddetto “contratto unico”.

Il tema è stato oggetto di commenti, ai quali rinviamo, sulle pagine di questa rivista. Personalmente, ho cercato di dimostrare che il nuovo contratto di lavoro a tempo indeterminato comporterebbe, in realtà, un notevole arretramento, in termini di diritti e tutele; e innanzitutto una sostanziale “moratoria” sull’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Sul campo vi è la proposta di Tito Boeri che ha già alimentato un ampio e controverso confronto; e vi è il più preoccupante, a mio parere, disegno di legge presentato al Senato da Pietro Ichino. In questa sede, tralasciando qualsiasi tipo di considerazione di carattere politico - e nel rispetto della necessaria sintesi - mi limiterò a evidenziare quali sono gli elementi di merito che, a mio giudizio, rendono la proposta Ichino (ddl nr. 1481/09 - “Per la transizione a un regime di flexsecurity”), addirittura peggiore della soluzione (tenacemente) suggerita da Boeri.

Il primo dato (comune) è rappresentato dall’assunto secondo il quale il dualismo esistente tra gli insider e gli outsider si risolve - a favore dei secondi - attraverso il ridimensionamento delle presunte posizioni di rendita godute da alcune fasce di lavoratori. In verità, già questo primo elemento presenta, per le motivazioni addotte a sostegno, un carattere strumentale e fazioso. Infatti, se, come motiva Ichino, la “rendita di posizione” di cui godrebbero alcune categorie di lavoratori - naturalmente, è scontato che il riferimento è all’art. 18 della legge 300/70 - fosse realmente responsabile della cattiva allocazione dei lavoratori, il problema, a ben vedere, non si porrebbe affatto. E’ noto a tutti, infatti, che i datori di lavoro, in caso di necessità, godono di ampia facoltà di licenziamento. I dati relativi al calo dell’occupazione realizzatasi nel corso degli ultimi mesi - ben oltre quanto previsto, rispetto alla frenata della produzione - lo confermano in modo inequivocabile e, direi, drammatico.

Probabilmente, il motivo reale (inconfessabile) della critica delle cosiddette posizioni di rendita è da ricercare, invece, nella mai sopita speranza di ridurre i lavoratori a veri e propri “ostaggi” (appunto, flessibili) privi di qualsivoglia difesa contro licenziamenti (anche) arbitrari e senza giusta causa. La seconda motivazione appare più “raffinata”, ma non per questo meno funzionale al disegno teso a superare la tutela offerta dall’ art. 18. Infatti, è sin troppo semplice - direi, scontato - rilevare che i giovani in procinto di entrare nel mercato del lavoro preferirebbero il modello di flexsecurity proposto da Ichino, piuttosto che restare “prigionieri” di una miriade di tipologie contrattuali “atipiche”, che ne comprometterebbero il futuro lavorativo e la stabilità sociale. E’ evidente, invece, che gli stessi giovani - se richiestogli, dalla stessa indagine - gradirebbero patire meno precarietà e beneficiare di migliori tutele; proprio quelle che Ichino considera posizioni di rendita da smantellare.

Un altro elemento che accomuna il “contratto di transizione” di Ichino al contratto unico di Boeri, è la durata del periodo di prova, esteso (per tutti) a sei mesi. Inoltre entrambi prevedono la parificazione della contribuzione previdenziale dei lavoratori subordinati e dei collaboratori autonomi continuativi, o “a progetto”, ma differiscono sulla durata del cosiddetto “inserimento”. A fronte dei tre anni previsti da Boeri - propedeutici alla “stabilizzazione” - il Ddl indica una misura da “Guinness World Records”: la fase di inserimento prevista da Ichino si estende, infatti, ai primi venti anni!

La proposta prevede che all’atto dell’eventuale cessazione del rapporto di lavoro - in conseguenza di un licenziamento per motivi economici o organizzativi, anche qui, senza possibilità di far valere l’obbligo della “giusta causa” - al lavoratore spetti un’indennità pari a tanti dodicesimi della retribuzione lorda goduta nell’ultimo anno di lavoro, quanti sono gli anni di anzianità di servizio in azienda. Il datore di lavoro è obbligato al rispetto di un preavviso non inferiore a un periodo pari a tanti mesi quanti sono gli anni di anzianità di servizio del lavoratore, con un massimo di dodici mesi. All’atto del preavviso, al lavoratore è concessa la facoltà di cessare immediatamente il rapporto, con conseguente godimento della suddetta indennità economica, oppure, in alternativa, continuare la prestazione lavorativa fino al compimento del periodo di preavviso. Anche qui, quella che dall’autore viene configurata come un’opzione a favore del lavoratore, si rivela, in realtà, una soluzione addirittura peggiorativa rispetto alla proposta Boeri.

Giusto per averne un’idea, un lavoratore con tre anni di anzianità di servizio, licenziato in regime di “contratto unico”, avrebbe titolo - all’atto della risoluzione contrattuale - a un’indennità economica pari a sei mensilità di retribuzione. Lo stesso lavoratore, in applicazione della tipologia contrattuale prevista dalla proposta Ichino, potrebbe optare per la cessazione immediata del rapporto di lavoro - con godimento di un’indennità pari a tre mensilità - oppure per la prosecuzione della prestazione lavorativa per ulteriori tre mesi. All’atto della risoluzione formale del rapporto, nulla più gli sarebbe dovuto.

Tra l’altro, di là dalle migliori intenzioni, appare evidente che l’ipotesi di un periodo di preavviso “lavorato” così lungo - che, credo, finirebbe per rappresentare l’opzione di maggioranza - per un licenziamento comunque “revocabile”, in qualsiasi momento, in modo unilaterale dal datore di lavoro, rappresenterebbe una sorta di “spada di Damocle” periodicamente sospesa sul capo dei lavoratori interessati. Si tratterebbe, inoltre, di un forte elemento di pressione e condizionamento delle scelte dei lavoratori; soprattutto rispetto alla libertà d’iscrizione a un’organizzazione sindacale.

Contemporaneamente, il suddetto disegno di legge prevede (anche) il “contratto di ricollocazione al lavoro” che, per dirla con l’autore, introdurrebbe un’assicurazione contro la disoccupazione di livello scandinavo. In sostanza, al lavoratore licenziato sarebbe corrisposto - attraverso un’Agenzia “paritetica”, finanziata dalle imprese sottoscrittrici dei contratti di transizione e da eventuali contributi regionali e del Fondo sociale europeo - un “trattamento complementare”, a scalare nel tempo, dal 90 al 60 per cento dell’ultima retribuzione, con un limite massimo di quattro anni.
Su questo punto, di là dalla naturale condivisione di un’ipotesi che concorra a stimolare l’opportuna riforma delle cosiddette “politiche passive del lavoro” in linea con gli standard europei, permane la naturale ritrosia alla costituzione dell’ennesimo Ente bilaterale “di scopo” che, a mio parere, contribuirebbe a determinare un’ulteriore “perdita d’identità” del sindacato confederale italiano; almeno così come lo abbiamo conosciuto fino a qualche anno fa.

In ogni caso, per concludere, credo che sarebbe una vera iattura se, considerate le premesse, la posizione ufficiale del maggior partito di opposizione - rispetto alle tematiche del lavoro - dovesse rivelarsi ufficialmente convergente con la riforma proposta da Ichino.

di Renato Fioretti
Collaboratore redazione di lavoro e Salute

30 novembre 2009

L'informazione sociale online di Rifondazione Comunista

CONTROLACRISI.ORG - Notizie, Conflitti, Lotte...

È nato ControLaCrisi.org (http://www.controlacrisi.org/), uno spazio di informazione in tempo reale a cura del Partito della Rifondazione Comunista.
ControLaCrisi.org è uno strumento realizzato per rispondere all'esigenza, espressa da molti, di essere informati "bene" e "subito".
Con la combinazione di nuove tecnologie e programmi informatici è stato possibile racchiudere in questo strumento le funzioni di aggregatore avanzato di notizie (in grado di importare per intero testi e foto), social network e servizio di newsletter automatico.

Ogni ora tutte le notizie provenienti dalle diverse fonti di informazione del web (ansa, adnkronos, repubblica, corriere, carta, ilsole24ore, cgil, fiom, rdb, etc.) vengono filtrate attraverso alcune parole chiave (crisi, conflitti, scioperi, licenziamenti, lavoro, welfare, etc.), selezionate e pubblicate contemporaneamente sul sito (http://www.controlacrisi.org/), sulla pagina di Facebook “CONTROLACRISI" e nella newsletter che tutti gli iscritti riceveranno ogni sera.

29 novembre 2009

La cultura invasiva della destra sociale, fatta di luoghi comuni, egoismi, sentimenti di pancia in perfetto connubio con la violenza dei leghisti

La finta logica della destra sofista

" H ai un cane - sì - ed il cane ha dei cuccioli - sì - quindi il cane è un padre ed è tuo, ergo è tuo padre ed i cuccioli sono tuoi fratelli": riadattamento dal dialogo platonico Eutidemo che Bertrand Russell cita, per intero, nella sua Storia della filosofia occidentale, a proposito dei sofisti. Bene i nostri baldi politici di destra sono, ora, i novelli sofisti.
Nella storia della filosofia, i sofisti - sapientissimi - rappresentano un caso emblematico. Svillaneggiati e criticati già al loro apparire, nel V secolo avanti cristo, in Grecia, avevano portato nelle città stato della Grecia alcuni comportamenti scandalosi, mai prima possibili. Lasciamo da parte le cause del loro apparire, e vediamo gli effetti culturali. Questi dotti si facevano pagare - scandalo - per insegnare ai figli delle classi abbienti, aristocratici e demos, che avevano soldi per poterselo permettere: soldi in cambio del sapere, altro scandalo, ovvero, come avere ragione dei loro interlocutori in pubblico o come convincere un'assemblea di cittadini. Tutto ciò indipendentemente dalla verità del loro dire. Non era importante cosa dicessero, ma come e quando.
Luoghi comuni al momento giusto, sbriciolare ed infarinare un discorso usandolo alla bisogna, utilitaristicamente. Ironia, derisione, vendette terminologiche, ripetitività debordante di una frase o di un concetto. Basti vedere come tali pratiche siano usate dai vari Brunetta - il campione della ripetizione infinita di brevi frasi - Ghedini, Lupi, Tremonti ed in primis Berlusconi, per capire cosa voglia dire avere ripreso e rianimato il discorrere sofista.
Russell li identifica come meccanici del linguaggio. Smontano e rimontano senza sosta frasi ad effetto. Naturalmente i moderni sofisti sono aiutati dai moderni mezzi di informazione, la televisione in testa e dalle inquadrature ad hoc. Ad esempio. Quando parla un politico di campo avverso, si scuote la testa e si ride, inquadrati da un regista compiacente, mente l'altro parla. Ciò produce un chiaro effetto di denigrazione. Ma è sull'eloquio che vogliamo appuntare la nostra analisi. Non importa cosa si dice ma quando e come. Bene. Se Berlusconi, anni 73, passa le notti con prostitute e da tempo lo si scrive sui giornali, basta rovesciare la frittata e denunciare, ripetutamente ad ogni momento, l'accanimento della stampa verso il felice gaudente. Quindi non è l'atto riprovevole che resta in mente a chi ascolta tali discussioni, in televisione e sui giornali, ma diviene errore dirlo con forza, diviene sbagliato.
Tremonti afferma, dopo decenni di inneggiamenti e di ubriacatura della flessibilità, che il posto fisso è l'unico adatto per i lavoratori in Italia. Non importa se ciò corrisponde ad una evoluzione storica di un pensiero economico, ma trova il suo significato nell'impatto sorprendente, nel risultato inaspettato che provoca nel mondo dell'economia e della politica italiana. I fini sono sempre tendenti ad impressionare, sorprendere, senza altro aggiungere. Le case in Abruzzo? Ma eccole. Non sono per tutti e non le ha costruite il governo ma la Provincia di Trento? Eccole comunque. «Io avevo promesso case - sempre Berlusconi - queste sono case, quindi le mie promesse sono state assolte». A Messina tutto smotta, morti e feriti: d'ora in avanti basta con case abusive! Come proclama niente male ed anche come autodenuncia di reato.
Cosa passa dopo quelle parole? Mi pare evidente che sia la denuncia di intenti verso il futuro. I tempi della vita sono sempre risolti sofisticamente. Cosa sono il passato ed il presente di fronte ad un futuro radioso, sempre prospettato come tale? «Non hai più ciò che hai perso, e perciò hai ciò che non hai perso. Ma non hai perso le corna e perciò sei cornuto» (Ludovico Geymonat, "Il pensiero scientifico"). Quindi puoi promettere continuamente ciò che non hai ancora fatto, dato che non lo hai fatto. E ciò che non hai fatto non lo puoi perdere e perciò sei sempre al posto giusto promettendolo, promettendo ciò che non hai ancora/mai fatto.
Questa è lo stato della destra sofista in Italia, con Berlusconi a fare da traino. Come lo si combatte? Evidentemente non seguendolo sulla stessa strada, ma impostando storicamente un modo alternativo, giusto - la verità - del fare politica. Ma se non si scende sul terreno dei fatti - che sono notoriamente duri, Levi Bruhl, Durkheim - non si può sperare di vincere i maestri moderno-sofisti. Sono troppo bravi. La vita reale però è altra e va ricollegata, ricucita socialmente. Altrimenti vince sempre l'individualismo libero e distruttivo. Non toccherà certo a me? O almeno lo spero.


Tiziano Tussi
26/11/2009

22 novembre 2009

Per una giustizia giusta contro chi procura morte tra i lavoratori, consapevolmente, per i propri profitti


BASTA MORTI SUL LAVORO!!!
> Basta amianto!
> Basta morti sul lavoro, da lavoro, da inquinamento!
> Giustizia per i morti per il profitto dei padroni !
> Diritti per tutti i lavoratori esposti all´amianto!
> Tutela riconoscimento e cura delle malattie professionali !
> Elezione diretta e più poteri agli rls, che devono essere tutelati
> Postazioni ispettive interne ai posti di lavoro - controllate dai lavoratori
> Corsia preferenziale per i processi sulle morti sul lavoro e sulla salute esicurezza sui posti di lavoro
> Riconoscimento e sostegno ai familiari e alle loro associazioni

Via il governo del peggioramento del testo unico che riduce i controlli e le sanzioni ai padroni
responsabili di morti e infortuni, Basta precarietà e disoccupazione che uccidono!
Torino 10 dicembre 2009 ore 9,00 tribunale processo Eternit Manifestazione Nazionale
Partecipano e sono invitati a partecipare: lavoratori, delegati e RLS di tutte le org. sindacali, associazioni familiari, ispettori e tecnici della prevenzione, medici e giuristi impegnati, associazioni immigrati, comitati per la salute e l'ambiente, forze politiche e sociali interessate, giornalisti, artisti ...
Per adesioni: Rete Nazionale per la Sicurezza nei Luoghi di Lavoro
bastamortesullavoro@gmail.com

20 novembre 2009

Rifondazione: non solo giustizia, in piazza per il lavoro, l'acqua pubblica, l'ambiente, nucleare


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In difesa della Costituzione

di Domenico Gallo

La manifestazione in programma per il 5 dicembre, convocata attraverso una straordinaria mobilitazione politica dal basso, è frutto della crescente consapevolezza che siamo precipitati in un tempo politico drammatico in cui è messa in gioco la sopravvivenza della Costituzione, cioè della nostra patria, in quanto la Costituzione è la patria dell'ordinamento politico.
Non possiamo non vedere che questo luogo politico, la Repubblica democratica con il suo patrimonio di beni pubblici repubblicani, è stato invaso da un esercito di occupazione che si sta impegnando con la massima solerzia a smantellare tutti (proprio tutti) i beni pubblici repubblicani. Non si tratta soltanto della seconda parte della Costituzione che viene contestata e delegittimata ogni giorno con gli attacchi ai giudici, alla corte Costituzionale ed al presidente della Repubblica (quando si mette di traverso), ma anche della prima parte, con l'attacco ai beni fondamentali della vita, come l'acqua, ed ai fondamenti della dignità umana e dell'eguaglianza, fino alla riesumazione strisciante delle leggi razziali.
Quando le truppe tedesche hanno invaso l'Italia, tutte le forze vive, tutti i patrioti, si sono opposti ed hanno unito i loro sforzi creando il Comitato di Liberazione Nazionale, nel quale sono confluite forze e culture diverse (dai comunisti ai badogliani), che hanno messo da parte le loro divergenze per perseguire l'obiettivo comune della salvezza della patria.
In questa contingenza storica, di nuovo un pericolo mortale minaccia la patria-Costituzione. Come avvenne con la Resistenza, ora come allora, occorre chiamare a raccolta tutte le energie spirituali, tutte le culture, tutte le forze politiche e tutti gli uomini di buona volontà, che riconoscono nella Costituzione la loro patria, ad agire con fermezza.
Di fronte a questa esigenza, tutte le forze politiche, che riconoscono valore ai beni pubblici repubblicani, devono mettere da parte le differenze (non cancellarle) ed impegnarsi in una fortissima unità d'azione per scacciare l'esercito di occupazione che dilaga nel territorio della patria. Non esistono alternative all'unità.
L'unità è imposta dalla legge elettorale che, attraverso lo strumento del premio di maggioranza impone che un solo esercito possa sfidare le forze di occupazione.
Anche se le radici del malessere della democrazia italiana vengono da lontano, è stato lo sciagurato scioglimento dell'Unione, nel 2008, a determinare questo disastro. Lo scioglimento dell'Unione è stato come lo sbandamento dell'esercito italiano l'8 settembre: ha tolto di mezzo il principale ostacolo all'occupazione della patria da parte dell'esercito invasore.
Se la posta in gioco è la sopravvivenza della democrazia repubblicana, cioè della patria, allora tutte le forze si devono coalizzare, tutte le energie devono essere chiamate a raccolta. Non si può dire, come irresponsabilmente si è fatto nel 2008: questo sì, questo no.
Solo una forte mobilitazione popolare dal basso può ricomporre l'unità delle forze democratiche intorno ai valori supremi della Costituzione per rovesciare la corsa verso l'abisso e riaprire il futuro alla speranza.


il manifesto del 20/11/2009

14 novembre 2009

Risponde Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista

La politica - oggi come mai - è molto lontana dai problemi della gente. Discute dei propri guai, dei processi di Berlusconi, del modo migliore di controllare i giudici o i media. O di come adeguarsi a questo andazzo dando l'impressione di fare un'«opposizione responsabile». Chi, come noi, è fuori dal «giro giusto», fa parte di un altro mondo, è invisibile. Bene, se questa è la situazione, sarà meglio che cominciamo a discutere insieme su come si va avanti, come ci si confronta, organizza, mette insieme. E perché farlo. Tra noi, tra persone che fanno i conti ogni giorni con le conseguenze della crisi economica, con il lavoro che manca per i figli e per i padri, con le pensioni dei nonni ormai ridotte – quando va bene - a ultimo «ammortizzatore sociale» familiare. Non per consolarci con i guai comuni, ma per trovare la forza, le ragioni, i modi, di diventare soggetto collettivo. Di uscire dalla solitudine forzata, in cui magari ognuno si sente «padrone in casa sua», ma appena fuori dalla porta torna ad essere una preda. Dei poteri forti, delle imprese, delle faine con due gambe.

Il "No-Berlusconi Day" può diventare il No Berlusconi di sempre?
Per inviare domande è necessario iscriversi

http://www.rifondazione.it/fr/index.php

11 novembre 2009

La liberazione da regimi certamente oppressivi coincise con la vittoria del capitalismo più selvaggio


Ottantanove, un passaggio ambiguo e pericoloso

Pubblichiamo stralci di un articolo dell'ex eurodeputata di Rifondazione comunista già uscito nell'ultimo numero della rivista "Nuvole" (www.nuvole.it).
Luciana Castellina

Vorrei concedermi - e me ne scuso - una breve nota autobiografica. Mi è necessaria affinché, chi di quei tempi antichi che sono ormai gli anni a cavallo fra i '60 e i '70 non può avere memoria (o ha scelto di non averla), non sia spinto a pensare che io sia una incallita ortodossa conservatrice comunista. Perché dico che l''89 non è la data di una gioiosa rivoluzione libertaria, ma un passaggio assai più ambiguo e gravido di conseguenze, non tutte meravigliose.
Insomma: per sgomberare il campo da possibili equivoci voglio ricordare che io, assieme ad altri, dal Pci fui, nel '69, radiata anche perché ritenevo che il sistema sovietico fosse ormai irriformabile e non più difendibile.
Vent'anni dopo, nell'‘89, era ancora più chiaro che, se il comunismo poteva avere ancora un futuro (come noi pensavamo), non era certo in continuità con l'esperienza sovietica. Una rottura era dunque indispensabile, ma non una qualsiasi. In merito più che mai necessaria appariva una riflessione critica di tutte le forze che a quella storia si erano ispirate se volevano avere ancora un ruolo. Che invece non ci fu.
Se insisto nel dire - e oggi, ad altri vent'anni di distanza è ancora più evidente - che in quell'autunno dell'‘89, vi fu certo liberazione da regimi diventati oppressivi, ma non una risolutiva liberazione, è perché il crollo del Muro si verificò in un preciso contesto: non per la vittoria di forze animatrici di un positivo cambiamento, ma come riconquista da parte di un Occidente che proprio in quegli anni, con Reagan, Thatcher e Kohl, aveva avviato una drammatica svolta reazionaria.
Al dissolversi del vecchio sistema si fece strada il capitalismo più selvaggio e ogni forma di aggregazione nella società civile, espressione di qualche valore collettivo, venne cancellata, lasciando sul terreno solo ripiegamento individuale, egoismi, prepotenza, quando non peggio. Anche qui da noi, la morte del socialismo sovietico è stata vissuta come rinuncia ad ogni ipotesi di cambiamento. Persino un liberal democratico come Bobbio, che certo comunista non era, ebbe - lucidamente - a preoccuparsene.
Non era scontato che andasse così. Voglio dire che c'erano altri scenari possibili e che a quel risultato si è invece arrivati perché si era nel frattempo consumata una storica sconfitta della sinistra a livello mondiale, e il 1989 è una data che ci ricorda anche questo. Se il Pci avesse operato la rottura che poi operò nel 1981 con il sistema sovietico quando noi lo avevamo chiesto, in quegli anni '60 in cui i rapporti di forza stavano cambiando a favore delle forze di rinnovamento in tutti i continenti, sarebbe stata ancora possibile una uscita "da sinistra" dall'esperienza sovietica, non la capitolazione al vecchio che invece c'è stata.
Già all'inizio degli anni '80 il mondo era cambiato, alla fine del decennio era ulteriormente peggiorato.
Nel terzo mondo i paesi di nuova indipendenza, che avevano cercato di sottrarsi al neocapitalismo, erano ormai largamente finiti nelle mani di corrotte cosche "compradore", affossate quasi ovunque le grandi speranze che avevano animato i movimenti di liberazione che li avevano portati all'indipendenza.
Il solo paese che aveva ostinatamente cercato di seguire un modello diverso da quello imposto dalla burocrazia moscovita, la Jugoslavia, si trovava - morto Tito - alla vigilia di un conflitto interno che l'avrebbe dilaniata. Sotterrata, anche, l'illusione accesa dallo schieramento di Bandung di cui Belgrado era stata animatrice e che per qualche decennio aveva realmente contribuito a limitare l'arroganza delle due grandi potenze.
Il movimento operaio, in Occidente, era costretto a una linea difensiva per impedire che le conquiste dei decenni precedenti fossero rimangiate (e infatti lo furono). Il '68, appariva ormai addomesticato dalla rivoluzione passiva che i ceti dominanti erano riusciti a effettuare, integrando quanto in quello straordinario movimento c'era di indolore e cancellando ogni suo segno alternativo.
La leadership socialdemocratica europea - Brandt, Palme, Foot, Kreisky - che aveva coraggiosamente puntato a rimuovere la cortina di ferro col dialogo anziché con la minaccia militare, ovunque ormai scomparsa dalla scena, espulse dall'o.d.g. le proposte di denuclearizzazione almeno della fascia centrale europea.
In Italia, si collocava un Pci che prima aveva troppo tardato a prendere atto della crisi sovietica, e poi aveva accantonato il tentativo cui Berlinguer, prima della sua morte improvvisa e inaspettata, aveva lavorato: l'idea di non trarre «dall'esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d'ottobre» conclusioni liquidatorie di ogni ipotesi alternativa, ma anzi, l'indicazione di una possibile "terza via", ipotesi sulla quale aveva del resto intrecciato un fruttuoso scambio anche con settori importanti della socialdemocrazia. Proprio dalla caduta del Muro, il Pci, il più grande partito comunista dell'Occidente, ancora forte di quasi due milioni di iscritti e di quasi un terzo dei voti, prendeva spunto per proporre il proprio scioglimento, accingendosi ad una frettolosa abiura. Laddove, proprio in Italia, a differenza di altri paesi, sarebbe stato invece possibile un altro tipo di svolta: perché la rottura con l'Urss si era ormai consumata da tempo e la critica ai sistemi che aveva generato era non più patrimonio di piccole minoranze (come per molti versi era stato, vent'anni prima, all'epoca della radiazione del gruppo de Il Manifesto ), bensì di una larga maggioranza di iscritti al partito e di elettori. Avrebbe potuto essere l'occasione, finalmente, per una riflessione critica sulla propria storia che così non c'è stata. Complessivamente nessuno sforzo serio fu compiuto per riflettere criticamente su cosa era accaduto, per trarre forza in vista di un più adeguato tentativo di cambiare il mondo, ma solo qualche ristagno nostalgico e, altrimenti, la resa a un pensiero unico che indicava il capitalismo come solo orizzonte della storia. Per me e molti altri la data dell'‘89 è anche data di questo lutto.
E' un discorso che non vale solo per i comunisti, del resto. Per il modo come il Muro è caduto era chiaro che un impatto ci sarebbe stato, alla lunga, anche sull'altra corrente del movimento operaio, la socialdemocrazia. La cui crisi, sempre più accentuata, ne è oggi palese testimonianza. Perché è la legittimità stessa di ogni idea di sinistra che è stata messa in discussione. Non solo: anche se i partiti socialdemocratici erano stati sempre molto ostili al blocco sovietico bisogna ben dire che le loro conquiste sociali sono state strappate in Europa anche grazie al fatto che la borghesia era stata costretta a dei compromessi. Perché c'era una società che, con tutti i suoi difetti, aveva però spazzato via il feudalesimo e la reazione. Senza il vento dell'est quelle conquiste sarebbero state impensabili. E' tutta la sinistra, insomma, che da quel tipo di crollo dell'Urss ha sofferto (...).
Se nel nostro pezzo d'Europa ci fosse stata una sinistra più forte e lungimirante, essa avrebbe potuto cogliere l'occasione dello scioglimento dei due blocchi politico-militari per dare nuova forza al soggetto Europa, così riequilibrando i rapporti di forza nel mondo. E invece la sua debolezza finì solo per avallare una resa incondizionata al blocco atlantico, lasciando tutti alla mercè del dominio incontrastato degli Stati Uniti. La guerra contro l'Iraq, la catastrofe palestinese, e infine l'Afghanistan sono lì a provarlo. Quanto alle vecchie "democrazie popolari", sono tornate allo status vassallo di protettorato a dipendenza del capitalismo occidentale, riservato tra le due guerre all'Europa centrale e balcanica.
L'esempio forse più illuminante di come malamente hanno proceduto le cose è quello dell'unificazione della Germania, che pure era stata sogno legittimo del popolo tedesco. A 20 anni da quell'evento, una inchiesta pubblicata sul settimanale Spiegel ci dice che il 57% dei cittadini della ex Repubblica Democratica Tedesca hanno nostalgia di quel regime. Che francamente non era davvero bello. Vuol dire dunque che l'integrazione è stata solo conquista, e che l'ovest è arrivato come un rullo compressore, cancellando ogni cosa, anche i diritti sociali che lì erano stati sanciti e oggi vengono rimpianti.
Se insisto ancor oggi a sottolineare le occasioni mancate dell'‘89, e i guasti che il non averle colte ha provocato, è perché nell'agiografica euforia con cui viene ora celebrato il ventennale della caduta del Muro anche da una bella fetta della stessa sinistra, c'è qualcosa di anche più pericoloso: lo spensierato seppellimento di tutto il XX secolo, come se si fosse trattato solo di un cumulo di orrori, da dimenticare. Senza alcun rispetto storico per quanto di eroico e coraggioso, e non solo di tragico, c'è stato nei grandi tentativi, pur sconfitti, del Novecento. Non solo: una riduzione gretta del concetto di libertà e democrazia, arretrato persino rispetto alla Rivoluzione Francese, che assieme alla parola liberté aveva pur collocato le altre due significative espressioni: egalité e fraternité , ormai considerate puerili e controproducenti obiettivi. Il mercato, infatti, non le può sopportare. Io non credo che andremo da nessuna parte se, invece, su quel secolo non torneremo a riflettere, perché si tratta di una storia piena di ombre, ma anche di esperienze straordinarie. Buttare tutto nel cestino significa incenerire anche ogni velleità di cambiamento, di futuro. In quelle settimane di precipitosa accelerazione della storia che culminò con la fiumana umana che attraversava festosa la porta di Brandenburgo, a Berlino c'ero anch'io. Certo partecipe di quella gioia, come si è contenti ogni volta che un ostacolo al cambiamento viene abbattuto. Ma la libertà vera, quella per cui in tanti che credono che un "altro mondo" sia possibile si battono, quella non ha trionfato. Per questo l'‘89 non è una festa, è un passaggio contraddittorio e difficile. Un'occasione per riflettere.