30 marzo 2014

Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista, al compagno Pietro Ingrao. "Nel segno delle tue battaglie"


Auguri compagno Pietro.


Oggi, 30 marzo, il compagno Pietro Ingrao compie 99 anni. Nel fargli gli auguri vogliamo ringraziarlo per quanto ha fatto nel corso della sua vita per rendere vivo e desiderabile il comunismo. Se continuiamo a batterci per la libertà e la giustizia, se domani saremo in piazza a raccogliere le firme per presentare la lista Tsipras, è anche per questo: perché ci riconosciamo nelle battaglie fatte da Ingrao e da tanti altri oscuri compagni e compagne, sono la nostra storia e non vogliamo che il loro lavoro e i loro sacrifici finiscano nel nulla. Walter Benjamin parlava della capacità di rammemorazione e io penso che questa capacità non dobbiamo perderla. Auguri Pietro!

"Su Expo e criminalità noi del Prc già documentammo tutti anni fa".

Expo: intervista ad Alfio Nicotra


Il Prc della Lombardia aveva denunciato da anni cosa stava succedendo nel grande affaire dell’Expo.Già da allora, ovvero nel primo decennio del 2000, la Lombardia risultò essere quarta per densità mafiosa. Raccogliemmo tutto il materiale in un libro che chiamammo “Mafia del nord”. Era una ricerca puntigliosa sulle indagini e sul groviglio di interessi tra edilizia e finanza. C’era la presenza di varie organizzazioni criminali, in particolar modo delle ‘Ndrine’. Allora si iniziava a parlare di Expo e fu uno dei temi che sollevammo sia nell'amministrazione Penati dove avevamo tre assessori. Eravamo presenti anche nel Consiglio regionale con Luciano Muhlbauer e Mario Agostinelli. E lì ci rendemmo conto che non vi erano garanzie per il contrasto della penetrazione criminale. Ponemmo il problema e per tutta risposta registrammo un rigetto da parte di Formigoni innanzitutto, e anche del Partito democratico. Vari i legami, non solo tra questi settori politici ma, attraverso Penati, con la Provincia di Milano, anche amministrativi. E poi il filo rosso che si dipanava tra Lega delle coop e Comunione e liberazione. Una grande coalizione del mattone che sfuggiva a un controllo serio anche delle opposizioni formali.


Fece rumore il vostro libro-inchiesta?
Il libro rappresentò un sasso nello stagno perché parlare di mafie del nord era considerato rivoluzionario. Ci furono reazioni sdegnate da parte della Lega, e Formigoni parlò di massima attenzione su trasparenza e rispetto delle regole. Alla fine di una discussione nel Prc, con il libro sostenemmo attivamente il Comitato no Expo che è quello che poi ha sviluppato l'iniziativa di controllo sugli appalti e sulla politica di Formigoni, fino a Infrastrutture lombarde li cui capo è stato arrestato e sostituito,però, con il suo braccio destro. Il messaggio è, appunto, i lavori non si devono fermare.



Ecco, questo slogan “i lavori non si devono fermare” sembra però condiviso e sostenuto da Roma…Allora tutti lavorarono attivamente per sottrarre l'Expo alla Turchia. Ci furono dei festeggiamenti quando l'Italia riuscì ad ottenere il consenso di diversi paesi. E l’allora presidente del Consiglio, Prodi, fu certamente una parte attiva. Poi quando il filone cominciò a prendere corpo si diffuse un senso di impunità. Sembravano gli intoccabili dietro la retorica della locomotiva d'Italia. E anche per una assenza di opposizione reale, con Ds e Margherita in Provincia che di fatto costruivano le basi di una alleanza politica molto nella. Devo sottolineare che nel 2009 pagammo questa opposizione perché Penati che venne scelto come candidato presidente alla Regione Lombardia pose il veto su di noi. Ora si capisce perché, chiaramente. Sicuramente vi era un accordo politico a non sollevare questi temi nel dibattito pubblico. L'Expo avrebbe portato ricchezza a tutti i livelli. E quindi ce ne era per tutti.


Un disastro, da un punto di vista urbanistico.I piani di Albertini e Moratti basati su un grande consumo di territorio invece della riqualificazione dell'esistente, vista anche la fase economica post industriale. La ristrutturazione intorno alla stazione Garibaldi è indicativa. Lì sono stati edificati dei veri e propri mostri nel deserto rimasti vuoti. La fiera di Rho è recentissima e ciononostante si è invece varata una variante al piano regolatore di forte impatto. Poi l'Expo serviva anche per la nuova rete di autostrade e la Lombardia che è una delle regioni più inquinate lo sarà ancora di più. Il modello lombardo è stato stravolto dal just in time in cui non si fa più magazzino e tutto viene riversato su strada.


Oggi Renzi sembra cavalcare un po’ la stessa tipologia diintervento, la crescita a spot.L'Italia non ci fa una bella figura sull’intreccio tra grandi opere e criminalità. Anche perché i campanelli d'allarme c'erano tutti. Renzi sposa l'idea della velocità e tutto ciò che ostacola questo lavorìo, basato molto sull’immagine, è un problema. La sua lotta contro la burocrazia è in realtà la lotta contro le norme che impediscono la depredazione dei territori attraverso la trasparenza delle procedure. E' una visione iperliberista che fa del territorio un luogo di conquista. Sicuramente Renzi si sta coportando come l'uomo della velocità e come l'uomo degli annunci. Un qualsiasi altro governo avrebbe rallentato sull'Expo, in presenza dell’evidenza dei risultati delle indagini, e invece qui si continua ad andare avanti nella stesa direzione con l’accordo tra governo nazionale e presidenza Maroni. Un incrocio di interessi, rispetto alle forme di controllo della magistratura, tra Renzi e Berlusconi.


In questo ordine di idee c’è la proposta del G8 a Firenze nel 2017.Renzi dimentica con una certa leggerezza che non solo il G8 in Italia è carico di simboli negativi ma che proprio nella fortezza Da Basso di Firenze dove vorrebbe tenere il vertice nel 2017 ci fu un grande movimento altermondista che mosse i suoi primi passi in Italia e segnò proprio a Firenze un momento molto netto. La verità è molto più terra terra delle roboanti parole dell'ex sindaco di Firenze, ovvero il sostegno a Nardella, candidato debole del Pd nella corsa a diventare primo cittadino di Firenze alle prossime amministrative. Nardella ha già formato un comitato. E' chiaro che il movimento stesso deve alzare la voce per far tornare Renzi sui suoi passi. Tra l'altro se tutto va per il verso giusto abbiamo un fronte molto ampio, che si misurererà alle amministrative, alternativo a quello della maggioranza tenuta dal Pd.


Fabio Sebastiani
30/3/2014 www.controlacrisi.org









Denuncia di Giorgio Cremaschi sulla base di un dossier della minoranza “il sindacato è un’altra cosa”. La maggioranza di Camusso, che afferma di avere il 97% dei consensi delle iscritte e degli iscritti, cade nel ridicolo perchè nei luoghi di lavoro, nonostante la scarsissima democrazia, l’assenza di regole, i boicottaggi pianificati dei relatori del documento di minoranza, si è visto ben altro!

Denuncia di Giorgio Cremaschi sulla base di un dossier della minoranza “il sindacato è un’altra cosa”. La maggioranza di Camusso, che afferma di avere il 97% dei consensi delle iscritte e degli iscritti, cade nel ridicolo perchè nei luoghi di lavoro, nonostante la scarsissima democrazia, l’assenza di regole, i boicottaggi pianificati dei relatori del documento di minoranza, si è visto ben altro!
Cgil, “I risultati del congresso sono falsi”
“I risultati del congresso della Cgil sono falsi”. Così Giorgio Cremaschi, aprendo l’assemblea nazionale dei delegati del documento congressuale ‘Il sindacato e’ un’altra cosa’, di cui e’ primo firmatario. Per il sindacalista “almeno meta’ dei voti non esistono, sono verbali senza persone. Sono le anime morte, questo e’ il congresso delle anime morte”.
Cremaschi nel suo intervento ha sottolineato come nel circa 22% dei congressi nei quali erano presenti rappresentanti del ‘suo’ documento, questo ha ricevuto piu’ o meno il 20% dei voti. Percentuale che scende allo 0,11% in quelli nei quali non erano presenti. Altri dati critici, sempre nei congressi in cui non erano fisicamente presenti, sono stati, a sua avviso, la scarsissima presenza di schede bianche o nulle e le altissime e sospette percentuali di partecipazione.
“Il 97% di consensi che ha ricevuto il documento Camusso – ha detto – fotografa la crisi della Cgil, neanche in Crimea hanno avuto il coraggio di avere queste percentuali”. Anche sul fronte della consultazione tra gli iscritti relativa all’accordo del 10 gennaio sulla rappresentanza, il leader di quella che si e’ definita “non una semplice minoranza ma un’opposizione in Cgil”, ha detto: “E’ priva di qualsiasi credibilita’ democratica. E non la accettiamo. L’accordo lo portiamo in magistratura”.


29/3/2014 www.contralacrisi.org

27 marzo 2014

Davanti alle fabbriche ricorda le lotte fatte, l’esperienza nel sindacato, l’impegno di questi anni, perché lei simbolicamente quelle lotte le rappresenta tutte e anche questo la politica, ai tempi del duo Renzi-Berlusconi, l’aveva dimenticato

La capolista operaia

La capolista operaia

 È appena finito di piovere e il fuoco continua a bruciare, davanti all’Electrolux di Forlì è da più di cinquanta giorni che il fuoco tiene compagnia agli operai in Presidio permanente. Giorno e notte, la vita dei lavoratori, soprattutto operaie, si è trasferita davanti ai cancelli della fabbrica. Ed è in questa atmosfera di lotta, diventata quasi normalità, che arriva Paola Morandin a Forlì. Incontriamo gli operai al presidio e quelli che escono per lo sciopero, mezz’ora ogni turno, a scacchiera, per costringere l’azienda a recedere dal proposito di abbassare i salari di un terzo, per sfuggire dalla trappola del “salario polacco” e dalla “guerra tra poveri”. Si mangia la pizza, assieme, si parla dell’esperienza dei lavoratori di Susegana e dei giorni trascorsi al presidio, del prossimo incontro con l’azienda, dell’importanza di restare uniti e di andare fino in fondo, si chiacchiera piacevolmente, si gioca a carte, insomma, si trascorre una tipica “serata al presidio”, anche se i giorni passano e la stanchezza aumenta e resistere è un sacrificio enorme.


La mattina alle 7:00 siamo davanti ai cancelli, ci sono da raccogliere le firme per presentare “L’altra Europa con Tsipras”, gli operai e le operaie si fermano volentieri, ai banchetti c’è la fila, avere con noi Paola è un valore aggiunto, una capolista che fa l’operaia era da un pezzo che non si vedeva. I lavoratori a volte sono sorpresi, ma con cordialità Paola si presenta ad ognuno di loro, rompe il ghiaccio, scambia qualche battuta. Più che parlare di sé, ricorda le lotte fatte, l’esperienza nel sindacato, l’impegno di questi anni, perché lei simbolicamente quelle lotte le rappresenta tutte e anche questo la politica, ai tempi del duo Renzi-Berlusconi, l’aveva dimenticato. Del resto la logica è semplice, per rappresentare gli interessi degli operai, occorre che nel parlamento europeo siedano degli operai e i lavoratori questo lo sanno.


La giornata è lunga e piena di impegni. Alle 10:00 abbiamo la conferenza stampa. Il discorso si fa più articolato, Paola spiega con meticolosità il programma, le nostre idee per rivoltare l’Europa, per ricostruire un’Altra Europa, solidale e di pace. Le domande si concentrano sulla situazione Electrolux e il tentativo della multinazionale svedese di dividere i lavoratori italiani ed europei, ma Paola lo sa benissimo cosa significa perché lo sta vivendo sulla propria pelle e spiega in modo accurato che per impedire la concorrenza al ribasso tra i lavoratori occorrono  diritti e garanzie uguali per tutti, magari uno Statuto dei lavoratori europeo e un contratto unico a livello continentale.


All’ora di pranzo siamo già davanti ad un’altra grande fabbrica del territorio forlivese, la Trasmital Bonfiglioli, si continua la raccolta delle firme e l’accoglienza dei lavoratori è altrettanto positiva, apprendere che una di loro, un’operaia, sia la capolista di una formazione politica facilita l’approccio, averla lì, in carne ed ossa, ci consente di raccogliere, in pochi minuti, decine di firme.


Alle 13:30 siamo davanti ai cancelli della Marcegaglia, simbolo italiano dell’industria metalmeccanica e di un recente scontro sul salario d’ingresso, dove le istituzioni locali, a marchio PD, si sono schierate, vergognosamente, contro i lavoratori. Il referendum, del tutto illegittimo come quello di Mirafiori o di Pomigliano, è passato solo con il voto degli impiegati, gli operai, nonostante le enormi pressioni, avevano votato a maggioranza contro, un’ennesima prova di solidarietà e di coraggio.
Le scene si ripetono, numerosi operai si fermano a parlare e poi a firmare, altri vogliono informarsi meglio, del resto l’opera di oscuramento della lista è scientifica, ma la nostra presenza non mancherà, anche nei prossimi giorni. Scherzando, diciamo a Paola che torneremo portandoci una sua raffigurazione, il numero di firme raccolto in poche ore è stato notevole ed inaspettato, il nostro obbiettivo è più vicino.
Alle 15 ci salutiamo, è stata una giornata intensa ma bella, la lotta fa bene alla salute e allo spirito. Per Paola Morandin, la capolista operaia, la giornata è ancora lunga, l’aspettano i compagni di Venezia per un’altra iniziativa, per dare a lei la possibilità di parlare ad altri cittadini e a noi, la consapevolezza, che un’Altra Europa è possibile, e che la stiamo già costruendo.


Nicola Candido
segretario della Federazione PRCdi Forlì
27/3/2014 www.rifondazione.it

26 marzo 2014

24 APRILE SENTENZA DI CASSAZIONE STRAGE THYSSENKRUPP. Sicurezza sul lavoro e giustizia: un contributo degli ex operai dello stabilimento di Torino.












“LIBERIAMOCI” DAI PADRONI
Il prossimo 24 aprile la Corte di Cassazione sarà chiamata a pronunciarsi in merito alla strage ThyssenKrupp del dicembre 2007 in cui persero la vita 7 nostri compagni di lavoro: Antonio, Roberto, Bruno, Angelo, Rocco, Rosario e Giuseppe. Dopo le condanne inflitte inizialmente in primo grado, definite “storiche” ed “esemplari”, sono stati derubricati in secondo grado sia l’omicidio volontario, sia il dolo eventuale, che la Corte d’Appello ha trasformato in “omicidio colposo aggravato dalla colpa cosciente”: ampiamente ridotte le pene per tutti gli imputati. Non è stata la sensibilità dei giudici ma la mobilitazione popolare che ha portato alle condanne di primo grado, lavoro poi vanificato dal passare del tempo e dalla (quasi) totale cappa di silenzio calata dai media sulla vicenda, che ha portato poi al colpo di spugna in secondo grado.

In un Paese come il nostro, dove Vaticano, massonerie, lobby e grandi famiglie industriali hanno fatto e continuano a fare il bello e il cattivo tempo, vedendo profilarsi il più che fondato sospetto che in Cassazione vengano alleggerite le posizioni degli imputati, invitiamo lavoratori e cittadini a presidiare il palazzo dove ha sede la Corte di Cassazione a Roma il 24 aprile prossimo.

Per sostenere le famiglie delle vittime e i lavoratori e ricordare a quanti in questi anni - vertici aziendali, Confindustria, A.m.m.a., sindacalisti Uil conniventi con l’Azienda come Maurizio Peverati e Michele Carbonio e operai e quadri che hanno testimoniato il falso, hanno macchinato dietro le quinte con lo scopo di impedire l’accertamento della verità e delle responsabilità degli imputati - che la classe operaia non dimentica la più grande strage di lavoratori degli ultimi 30 anni che ha colpito Torino, culla della tradizione operaia e della Resistenza al nazifascismo.

Una città che, colpita duramente dalla crisi innescata dal capitale finanziario, fatica a trovare un nuovo volto che non sia quello tradizionalmente legato alla Fiat e al design automobilistico ormai al tramonto, complici il benestare politico di vecchi e nuovi amministratori (Chiamparino e Fassino) e l’appoggio finanziario da parte di gruppi bancari (in primis Intesa San Paolo, il cui Presidente Bazoli è notoriamente legato alla formigoniana CL e ancor più al suo braccio finanziario, la potentissima lobby CdO, la Compagnia delle Opere) con l’appoggio possibile a colui che in pochi anni ha distrutto decine migliaia di posti di lavoro, non solo a Torino, delocalizzando la produzione in altri paesi: Sergio Marchionne. Una Città in cui il lavoro, divenuto sempre più precario, insicuro e mal retribuito, sta letteralmente scomparendo, lasciando decine di migliaia di persone senza alcuna prospettiva per il futuro. Una Città in cui il Sindaco P. Fassino appoggia l’inutile quanto costosa opera della Tav e assicura, parlando di Expo 2015, che “è responsabilità di tutti sostenere l’evento”. Inutile dire che, come per la Tav, anche per Expo e i lavori per la sua realizzazione si sono scatenati gli appetiti di immobiliaristi, affaristi e politici legati alle onnipresenti (quando si parla di appalti e contratti pubblici milionari) imprese legate alla Compagnia delle Opere (CL) e per le quali son già partite numerose inchieste da parte della magistratura che hanno portato ad arresti per tangenti e illeciti amministrativi.

Piero Fassino non perde occasione per dare il suo sostegno a gruppi finanziari e industriali che, sperperando centinaia di milioni di euro in opere inutili, stanno affossando Torino (e l’Italia) ed è così responsabile di aver reso il capoluogo piemontese una delle città italiane più colpite dagli effetti della crisi. Proprio di questi giorni è la notizia, che suona come una vera e propria beffa, visti i numeri dei giovani disoccupati torinesi (35 % nel 2013), che proprio la nostra Città, durante il prossimo semestre europeo guidato dall’Italia, è designata ad ospitare il vertice europeo contro la disoccupazione giovanile.

Se non si rilancia il lavoro, utile e dignitoso, come unica misura per contrastare gli effetti più nefasti della crisi, si andrà inevitabilmente ad un aumento della conflittualità sociale. E le soluzioni potrebbero essere molte: aumentare l’orario di apertura dei musei, rilanciare il patrimonio artistico aprendo nuovi siti archeologici e rilanciando quelli già esistenti, potenziando il trasporto pubblico anche nelle fasce notturne, bonificando le ex aree industriali dismesse (compresa l’area ThyssenKrupp) dalle sostanze nocive, potenziando istruzione e sanità. Cittadini a pieno titolo, non considerati tali solo quando le amministrazioni devono “fare cassa” con tasse, balzelli e rincari di ogni genere.

Nessuna fiducia nelle istituzioni, complici dello stato di crisi in cui versiamo, ma al contrario rompere il meccanismo della delega e della sudditanza alla quale siamo abituati e lottare in prima persona, ognuno secondo le proprie possibilità e le proprie caratteristiche, per cambiare questo sistema produttivo che genera profitti (per la classe dominante) in cambio di lutti (per i proletari) e affermarne uno nuovo che stiamo già creando sulle ceneri del capitalismo ormai in disfacimento: il socialismo. Solo un sistema produttivo in cui siano i lavoratori stessi ad esercitare il controllo dei mezzi di produzione, e sulla sicurezza del lavoro, sarà in grado di eliminare i morti sul lavoro, vittime del profitto dei padroni.

Ci rivolgiamo alla parte sana del Paese, chi lotta contro la devastazione ambientale, per la dignità del lavoro e in difesa dei diritti, a quanti sono già in lotta per una società migliore, perché in vista del 24 aprile prossimo promuovano e partecipino in prima persona al presidio di solidarietà ai familiari di tutte le vittime del profitto davanti alla Corte di Cassazione a Roma, piazza Cavour. Noi non dimentichiamo.

Nessuna giustizia, nessuna pace.

 

Ex lavoratori ThyssenKrupp Torino

Torino, 25 marzo 2014        

24 marzo 2014

Lotta per il lavoro e la salute. Il sindacato non può essere connivente con una proprietà che calpesta i diritti dei lavoratori

H S.Raffaele: stato di agitazione per il contratto nazionale
I delegati sindacali USI sanità e USB del San Raffaele, a un mese dal verbale firmato in Prefettura per sospendere i Regolamenti introdotti dall’Amministratore delegato in sostituzione del contratto nazionale, fanno un bilancio totalmente negativo delle trattative: in un mese si è arrivati spesso ad un passo dall’accordo e poi la delegazione aziendale ha rinviato la firma.
All’ennesima dilazione di venerdì scorso, la RSU ha chiesto di riprendere oggi l’incontro per sottoscrivere le intese. Ma l’Amministrazione questa mattina non si è presentata, in coerenza con la risposta arrivata nella serata di venerdì che chiedeva ancora tempo.
Il sindacato non può essere connivente con una proprietà che calpesta i diritti dei lavoratori, non rispetta i contenuti dell’accordo firmato in Regione a maggio 2013, nella parte in cui Ospedale si impegnava a render conto ai lavoratori dell’andamento economico e occupazionale, quindi della possibilità di restituire i soldi che oggi come lavoratori stiamo dando all’azienda, per il risanamento.
Ancora una volta l’Amministrazione dimostra di non voler condurre serie e compiute relazioni sindacali, ma chiede una complicità al sindacato, per avvallare i loro atti unilaterali.
Non saranno USI e USB a percorrere questo solco e per grande senso di responsabilità verso i lavoratori e i pazienti apriamo oggi lo stato di agitazione che ci vedrà impegnati nella denuncia di ogni violazione, soprattutto quelle che derivano dalla forte diminuzione di personale e dal conseguente aumento dei carichi di lavoro. Comprese vertenze legali, a partire dalla rivendicazione dell’illegittimità della disapplicazione del contratto nazionale della sanità pubblica.
Interesseremo anche la Regione, principale finanziatore di un Ospedale che fa il “privato” con i soldi pubblici, con una mobilitazione: arriverà a breve in Commissione Sanità e poi in Consiglio Regionale l’interrogazione del M5S che riguarda il San Raffaele, allineata alle istanze dei lavoratori.

USB e USI – Ospedale San Raffaele
Milano, 24 marzo 2014

19 marzo 2014

Sinistra varia ed eventuale. Renzi non un'anomalia della storia recente ma una conseguenza della fine della sinistra maggioritaria come l'abbiamo vissuta nel novecento.

“Giù la maschera; aridatece i puzzoni”

Ci sono cose che vanno obbligatoriamente dette - senza alcun timore di contraccolpi e/o conseguenze - pena il concreto rischio di non essere (poi) in grado di spiegarne altre; apparentemente indecifrabili. 

In questo senso - quale premessa - a costo (anche) di produrre un eccesso di collera in qualche collega di vecchia data, se non - addirittura - generare qualche inimicizia, esporrò alcune considerazioni che esulano dal politically correct; praticamente: “fuori dai denti”!

In oltre trent’anni di attività sindacale in Cgil, dal ‘76 al 2008, frequentando quotidianamente - e nelle più svariate occasioni - tanti “compagni” che si richiamavano alla componente “comunista”, avevo già avuto occasioni per verificare che, in effetti: “Non era tutto oro ciò che sembrava luccicare”! 

Intendo dire che, mentre alla stragrande maggioranza degli stessi risultava assolutamente naturale ricorrere a toni da perfetti e smaliziati “imbonitori”, nel rifarsi (fedelmente e acriticamente) al più recente articolo de “L’Unità” - se non all’ultima dichiarazione del “Segretario” di turno - per esprimere qualsiasi “posizione”, non sarebbe poi stato agevole dimostrare, nel corso degli anni, altrettanta coerenza ai principi e ai comportamenti dei quali pretendevano essere gli unici depositari.

Quanti aspri confronti - tra le c.d. “componenti” - con i compagni comunisti che, in pratica, reclamavano (ed erano convinti) di essere gli unici legittimati a rappresentare (tutti) i lavoratori e gli iscritti al Sindacato. La Cgil - naturalmente - Cisl e Uil erano considerate poco più che “serve dei padroni”. 

Quante infuocate polemiche con soggetti che - semplicemente perché iscritti al Pci - ritenevano di essere depositari della verità.

Quanti “sproloqui” sulla “lotta di classe” e quanta animosità nei confronti dei compagni socialisti; accusati di richiamare - addirittura - il “social fascismo”, solo perché sostenitori del “riformismo”!

Quale peggiore e infamante accusa (dal loro punto di vista) da rivolgere a un iscritto al Pci - considerato fuori dalla “linea ufficiale” del Partito - se non quella di “socialdemocratico”.

Attraverso quali e quante “Forche caudine” era costretto a passare (persino) un qualificato rappresentante della componente socialista - rispetto a un qualsiasi “peones” iscritto al Pci - prima di poter assumere qualsivoglia incarico di (pur) minima responsabilità e, soprattutto, “visibilità”.

Quanti nomi potrei citare di dirigenti sindacali comunisti che accusavano noi socialisti di connivenze con i “padroni” quando condividevamo l’opportunità di perseguire i falsi “malati” e/o gli “assenteisti ingiustificati”, piuttosto che sostenere assurde pretese attraverso le quali, ad esempio, si esigeva - in ambito Enel - il riconoscimento “dell’indennità di guida” a tutti e 5/6 i componenti della stessa squadra!

Qualcuno ne ha memoria? Personalmente, mi sono imposto di non dimenticarlo.

Quante “balle” sul “Paradiso in terra” - rappresentato dal “Socialismo reale” - da contrapporre all’invisa “Socialdemocrazia” di stampo Nord/europeo.

Quanto tempo (perso) a declamare le conquiste della “Rivoluzione d’ottobre”, mentre, in realtà - come tanti di noi già sapevano - dai Paesi del c.d. “Blocco orientale” si levavano, intense, grida di dolore!

Quanti entusiastici “reportage di viaggi” - con l’immancabile presenza di una “guida di Stato” al seguito - per decantare le meraviglie del “sistema collettivistico” a economia pianificata e delle “performance” produttive industriali dei paesi dell’Est, da contrapporre ai resoconti imparziali di singoli viaggiatori (me compreso, in numerose occasioni) che tornavano in occidente sconvolti dalle esperienze vissute tra le interminabili “file del pane” e “del latte” a Bucarest e le invasive “attenzioni” delle polizie “politiche” a Praga o Budapest, piuttosto che a Varsavia!

Naturalmente, è superfluo sottolineare che tanti di quei miei interlocutori non facevano altro che esprimere concetti e posizioni perfettamente (e idealmente) sovrapponibili a quelli espressi - da altri iscritti allo stesso partito - negli anni precedenti e in quelli successivi.

Penso, ad esempio, ai decenni che sono stati necessari affinché questi soggetti - a partire da quello che oggi è il nostro capo dello Stato - riconoscessero che ciò che si verificò nell’agosto del ’56 non fosse derubricabile a general/generici “Fatti d’Ungheria”, quanto, piuttosto, al tentativo di un intero popolo di sottrarsi alla tirannide dell’URSS!

Quanti, a questo proposito, ricordano che, dopo quei tragici giorni, mentre L’Unità (organo ufficiale del Pci) continuava a definire “teppisti” gli operai e gli studenti insorti, Giorgio Napolitano - nel polemizzare con Antonio Giolitti che, per protesta, aveva lasciato il partito - scriveva: ” L’intervento sovietico, oltre che impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, ha contribuito in misura decisiva, non già a difendere solo gli interessi militari e strategici dell’Urss ma a salvare la pace nel mondo”?

Come dimenticare che nel corso della mia lunga militanza sindacale ho condiviso tante esperienze e interessi - ma, contemporaneamente, spesso aspramente polemizzato - con quei compagni comunisti, della mia stessa generazione, ai quali mi (già) ero fortemente contrapposto quando, nel dicembre 1968, manifestavo contro l’invasione della Cecoslovacchia?

Si tratta, evidentemente, di cose che non andrebbero mai dimenticate e/o sottotaciute.

Soprattutto quando, come verificatosi negli ultimi anni nel nostro Paese, ci si trova nella condizione - che (personalmente) non so se considerare esilarante, piuttosto che tragica - di registrare che tutti, o quasi tutti, si definiscono “Riformisti”.

Certamente sono in tantissimi a farlo - e li ricordo bene - tra coloro che in un passato neanche troppo lontano, ritenevano che definirsi tali corrispondesse a un “mea culpa”, con conseguente, automatica, auto collocazione “fuori dalla sinistra”!

Probabilmente, passa il tempo, gli interessi - del partito e, spesso, personali - cambiano e si assiste a una sorta di lenta e inesorabile “mutazione genetica” di quegli stessi soggetti che, ancora negli anni ottanta, invocavano la nazionalizzazione delle banche e tuonavano contro i famigerati “Poteri forti”.

Però, a mio parere, si tratta (in sostanza) di un’evoluzione darwiniana “al contrario”!

Infatti, se pur tra gli eccessi di alcuni dogmi del comunismo realizzato nei Paesi del “Patto di Varsavia” - assolutamente “indigeribili” e, comunque, sostanzialmente sconfessati dal riconoscimento del “Superamento della spinta propulsiva” della rivoluzione d’ottobre - i principi ispiratori che sostenevano l’affermazione e la realizzazione del “socialismo” rappresentavano - e continuano a rappresentare, per quanto mi riguarda - un’ipotesi di consorzio umano ideale, rispetto al quale confrontarsi e misurare la propria idea di giustizia ed eguaglianza sociale.

Purtroppo, invece, la storia del nostro Paese - insieme alle vicende personali e politiche di tanti di quei compagni (all’epoca) appartenenti “all’altra componente” - ha dimostrato la vacuità di tante loro “supponenti” prerogative e peculiarità; per cui, in definitiva, è come se avessero “buttato anche il bambino, oltre che l’acqua sporca”!

In questo senso - e non ho né timore di esagerare né di essere smentito - non avrei alcuna difficoltà a indicare decine e decine di compagni ex comunisti (tra ex colleghi dirigenti sindacali, ex interlocutori “istituzionali”, semplici conoscenti e tantissimi amici) che hanno, costantemente e ripetutamente dimostrato, nel corso degli anni, una straordinaria propensione al “Realismo politico”.

Un’evidente (ottimale) condizione di spirito e predisposizione al “nuovo”, in virtù della quale coloro i quali si vantavano di essere “duri e puri”, allergici ai compromessi, rivoluzionari “per principio” e, soprattutto, con le “mani pulite”, hanno dimostrato di poter tranquillamente “assorbire” “digerire” e, soprattutto, giustificare “oscenità politiche” inimmaginabili!

A questo riguardo, l’elenco sarebbe troppo lungo da stilare; ritengo sufficiente riportare (solo) alcuni significativi esempi di particolare interesse.

Il primo, relativo a un tema che - una volta - sembrava essere molto caro a chi pretendeva di avere “l’esclusiva” in tema di lotta di classe; il lavoro.

Qualcuno ricorda, per esempio, che la primogenitura sulla proposta di una congrua “moratoria” sull’applicazione dell’art. 18 dello Statuto non appartiene ad alcun “reazionario” di estrema destra, ma a D’Alema (in veste di Presidente del Consiglio)?

E’ ancora presente il ricordo dello scellerato invito al c.d. “voto utile” che Veltroni - sì, proprio Walter, quello che si sarebbe dovuto ritirare in Africa - rivolgeva agli elettori affinché, alle politiche del 2008, si votassero i vari Fioroni, Lanzillotta, Franceschini, Letta e similari, piuttosto che i partiti “a sinistra” del Pd?

Quanti ricordano che il “tabù” dei finanziamenti alle scuole private - a quelle cattoliche, per intenderci - non è stato (sostanzialmente) abbattuto grazie alle ruvide spallate assestate all’Istituzione pubblica da un qualsiasi barbaro “padano”, quanto, piuttosto, dall’intraprendente iniziativa di un ministro - Luigi Berlinguer, classe 1932 - perfetto esempio di “pseudo tecnico” formatosi alla scuola della vecchia “nomenclatura” Pci?

Perché meravigliarsi, quindi, del sostegno degli ex Pci - ex Pds, ex Ds, oggi Pd - l’altro ieri al governo Monti e appena ieri alle “larghe intese” con l’indomito “Caimano”?

Perché perdere tempo a interrogarsi sulle cose che dovrebbero oggi dividere l’attuale Segretario del Pd e Presidente del Consiglio dei ministri, dagli Alfano, Monti, Formigoni e - in sostanziale “appoggio esterno” al governo - l’indiscusso capo della pseudo opposizione?

E così difficile prendere atto che, nel corso degli ultimi anni, come già anticipavo, si è realizzata una sorta di “involuzione darwiniana” degli ex Pci?

Una serie di fasi “in progress” - corrispondenti, a mio parere, ad altrettanti “arretramenti” politici - dal Pci, al Pds, ai Ds (senza più neanche l’ingombrante onere di definirsi “partito”), al Pd del 2007 e fino alla degenerazione dell’avvento di Renzi!

Personalmente - anche a rischio di compromettere il già difficile rapporto con l’ultimo degli amici (ex Pci) eventualmente rimastomi - ritengo che, una volta realizzata l’impossibilità di una “terza via” al socialismo nel nostro Paese, i compagni dell’ex Pci avessero deciso di intraprendere - strumentalmente - l’unica strada di accesso al governo del Paese: la conquista politica del “centro”!

Che questo avrebbe significato sacrificare, sull’altare dello “opportunismo politico”, decenni di storia “antagonista” - o, almeno in apparenza, tale - rappresentava, evidentemente, un “prezzo” equo.

La cosa strabiliante - che si spiega, a mio parere, solo si prende atto dell’assenza di uno strutturale convincimento “di fondo” circa la bontà e l’efficacia dell’affermazione della propria idealità politica, unita a straordinarie doti di “trasformismo” - è la sostanziale (indiscussa) facilità con la quale gli ex dirigenti Pci sono riusciti a far “assorbire”, nel corso degli anni, a tante parte dei loro attivisti, sindacali e politici - ma non ad altrettanti elettori degli “anni d’oro” - “cambi di marcia” così sfacciatamente “revisionisti”!

Revisionismo che, grazie alla costante opera di tanti epigoni della famigerata “doppiezza togliattiana” è stato, di volta in volta, contrabbandato per “senso di responsabilità”, “opportunità politica”, “esigenze nazionali”, “emergenza sociale” e - balla tra tutte le balle - “governabilità”! 

In definitiva - agli occhi attenti di un osservatore “disincantato” - migliaia di “quadri” ex Pci - sindacali e politici - hanno alla fine dimostrato, attraverso il susseguirsi delle diverse tappe, di saper essere ben “più realisti del Re”.

In ultima istanza - perché credo e mi auguro di poterla considerare tale - per giustificare (perfino) il ricorso al giovane ex Dc “in carriera nel Pd”, ci si è addirittura aggrappati semplicemente al bisogno di “novità”.

Quasi che fosse difficile stimare, a priori, quanto possano concretamente - poco - concorrere le “chiacchiere” e le “smorfie” di Renzi alla soluzione della drammatica crisi, sociale prima che politica, che attanaglia il nostro Paese.

Forse, è il caso di far rilevare, a questi miei vecchi compagni “di lotta (?) ”, che il primo atto - in materia di lavoro - del giovane capo dell’Esecutivo, ha rappresentato la completa “liberalizzazione” dei contratti di lavoro a termine e l’ulteriore “deregolamentazione” dell’apprendistato.

Naturalmente, Paoletti - il neo Ministro del Lavoro - per non essere da meno, svolge opera di “contrabbando lessicale” e, rispetto alle (suddette) misure, inserite in un primo decreto legge, parla di: ”Segnali di semplificazione”!

Che cosa ha in comune la (pur) apprezzabile opera di “semplificazione” delle norme di legge - di tutte le leggi - con un provvedimento che, di fatto, consente a un datore di lavoro di reiterare, nell’arco di trentasei mesi, un rapporto di lavoro (falsamente) a termine - di durata, teoricamente, anche quotidiana, ma, comunque (è facile immaginare) di breve o brevissima durata - per prestazioni che, invece, prevedrebbero, a priori, una durata indeterminata della prestazione lavorativa?

Come può - quello stesso mio vecchio compagno, congiuntamente a tanti altri ex - non fremere di sdegno, insieme a me, piuttosto che “autoassolversi” in nome della “governabilità”, insieme a Renzi, rispetto a una disposizione che, nell’abolire l’obbligo della forma scritta del piano formativo per un giovane apprendista, calpesta un’elementare forma di civiltà giuridica del nostro Paese?

Come restare indifferenti, nel Paese europeo che, nel detenere il vergognoso primato dell’evasione previdenziale e contributiva (a danno del lavoratori) - oltre che fiscale, naturalmente - sperpera milioni di € in incentivi “a pioggia” alle imprese (e alle banche) e, contemporaneamente - sempre in nome della semplificazione - consente, in maniera che non esito a definire truffaldina e di natura criminale, di abolire la norma secondo la quale le aziende, prima di procedere all’assunzione di altri apprendisti, avrebbero dovuto trasformare in rapporti di lavoro a tempo indeterminato almeno il 30 per cento dei precedenti contratti di apprendistato?

Va da sé che non mi meravigliano le incondizionate lodi che l’ex Ministro del lavoro Sacconi rivolge a Renzi e Paoletti. Ricordo ancora bene che, nel 2008, il primo atto ufficiale del Ministro Sacconi - in nome di un’altra (fantomatica e fraudolenta) “sburocratizzazione” dei rapporti di lavoro - fu quello di abrogare la legge 188/2007, del precedente governo Prodi, che aveva cercato di porre un freno alla vergognosa pratica delle c.d. “dimissioni in bianco”, da parte, in particolare, delle donne; future lavoratrici madri!

In definitiva, risulta, ai tanti ex “duri e puri” - prodi alfieri della “lotta di classe” a favore dei lavoratori - che le “mosse” di Renzi saranno prossimamente rivolte:

a)     all’istituzione del c. d. “salario minimo legale”, che comporterà - contrariamente a quanto si sforzeranno di farci credere - un adeguamento “al ribasso” degli attuali “minimi di categoria”; senza minimamente concorrere all’emersione del “nero”?

b)    al sostanziale ripristino delle famigerate “gabbie salariali”, con salari differenziati per aree geografiche?

Se ci siete, per favore, battete un colpo!


di Renato Fioretti
Collaboratore redazionale di Lavoro e Salute
18/3/2014
 
 
 

16 marzo 2014

Ciò significa che un lavoratore potrebbe vedersi rinnovare il contratto di settimana in settimana: tre anni con la lama sul collo, in balia del padrone, della sua volontà, dei suoi umori, dei suoi ricatti. Il resto del “pacco” sarà confezionato attraverso un disegno di legge che conterrà anche l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori per i nuovi assunti nei primi tre anni, durante i quali, il datore di lavoro che vorrà liberarsi senza “giusta causa” di un lavoratore potrà farlo tranquillamente


Job act. Nel nome della troika si chiude il cerchio. Il lavoro è una merce. A basso costo.

No, non era affatto un bluff il Job Act di Renzi. Chi ha pensato che si sarebbe trattato di acqua fresca dovrà ricredersi. Quel piano è contro il lavoro o, per meglio dire, contro i lavoratori e contro il loro diritto di coalizione che è la condizione essenziale per difendere dignità e condizioni di vita accettabili.
 Quanto oggi sappiamo è che la manovra si svolgerà in due tempi. Prima, attraverso un decreto, i padroni incasseranno il regalo che reclamavano da tempo: la possibilità di assumere a tempo determinato, per trentasei mesi, fino al venti per cento dell’intero organico aziendale, senza bisogno di prevedere causali di qualsivoglia tipo. Non solo. In quell’arco di tempo l’azienda potrà reiterare il contratto quante volte vorrà. Ciò significa che un lavoratore potrebbe vedersi rinnovare il contratto di settimana in settimana: tre anni con la lama sul collo, in balia del padrone, della sua volontà, dei suoi umori, dei suoi ricatti.
 Il secondo intervento, di immediata applicazione, riguarda l’apprendistato, un rapporto di lavoro che la legge in vigore già protrae fino a cinque anni e che è marchiato da una pesantissima decurtazione salariale (la paga base vale il 35% della retribuzione piena) e da una risibile contribuzione. Bene: Renzi vi aggiunge, di suo, che per assumere nuovi apprendisti non sarà più necessario avere prima confermato almeno il 50% di coloro che erano stati assunti in precedenza. Dunque, d’ora in poi, sarà consentito un turn-over illimitato di manodopera giovane, a bassissimo costo, per definizione “usa e getta”. Per sovrapprezzo, “l’obbligo di integrare la formazione di tipo professionalizzante e di mestiere con l’offerta formativa pubblica” diventa un elemento discrezionale.
 Il resto del “pacco” sarà confezionato attraverso un disegno di legge che conterrà anche l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori per i nuovi assunti nei primi tre anni, durante i quali, il datore di lavoro che vorrà liberarsi senza “giusta causa” di un lavoratore potrà farlo tranquillamente, non solo senza più rischiare l’obbligo della reintegrazione nel posto di lavoro in ragione di una sentenza della magistratura (a questo avevano già pensato Monti e Fornero), ma senza neppure dovere risarcire il dipendente cacciato elargendogli la mancia di poche mensilità. Poi, passati i tre anni, secondo il Job act l’articolo 18 tornerebbe in auge, ovviamente nella sola forma di lievissimo deterrente economico.
 La “magnifica riforma” non spiega però cosa accadrebbe nella probabilissima ipotesi che al termine di quei tre anni di moratoria un lavoratore fosse licenziato e trovasse occupazione presso un’altra azienda: tutto lascia pensare che per lui comincerebbe da capo la via crucis e che il suo destino di “paria” senza diritti si protrarrebbe per un tempo illimitato, forse per sempre.
 Il vantaggio consisterebbe, a questo punto, nel ritorno ad un “contratto unico” (per favore: non ci si permetta di chiamarlo “a tempo indeterminato”, visto che il rapporto di lavoro può essere interrotto in ogni momento dal padrone!). Ma anche questa è una colossale bugia. Perché Renzi non ha nessuna intenzione di cancellare quella norma (introdotta nella legislazione lavorista dall’ultimo governo Berlusconi) che prevede la possibilità di derogare, aziendalmente o territorialmente, dai contratti nazionali e persino da leggi dello Stato, ove questa svendita all’incanto fosse condivisa da sindacati e imprese. La previsione di un “salario minimo legale” non risolve il problema: semmai rende superflua e manda al macero tutta la contrattazione di categoria, congedando i sindacati (di cui il segretario del Pd non vede la necessità) e plafonando verso il basso il lvello delle retribuzioni.
 Questo è quanto bolle nel pentolone del nuovo uomo della provvidenza: un gigantesco processo di precarizzazione che chiude, abolendola, la stagione del giuslavorismo progressista inaugurato con la legge 300 del 1970.
 La cosiddetta flessibilità, squarciato il velo dell’ipocrisia, si tramuta, senza più bardature, in ciò che sempre è stata nelle intenzioni dei suoi ideologhi e dei suoi beneficiari: una colossale manomissione del diritto del lavoro e una compiuta riduzione a merce dei prestatori d’opera.
 L’oligarchia liberista che guida l’Europa ha così trovato nel rottamatore fiorentino un degno interprete del senso più profondo delle politiche di austerity.
 Se rimanesse un barlume di consapevolezza della strada che è stata intrapresa, il sindacato dovrebbe smettere di commentare tiepidamente ciò che accade. E mettersi di traverso, con tutta la determinazione possibile. Invece si appresta già a proporre palliativi, correzioni ornamentali che non cambiando la rotta la confermano.

Dino Greco

“Ormai sono tantissimi i casi di allergie, intolleranze e sensibilizzazioni, senza dimenticare i crescenti casi di tumore, dovuti all'esposizione delle sostanze nocive emesse dall'acciaieria riscontrate tra i cittadini ternani, in special modo gli abitanti del quartiere Prisciano, quello a ridosso dello stabilimento”, scrivono i lavoratori ex-Tk di Torino

Terni, i veleni della Thyssenkrupp stanno uccidendo i quartieri vicini all'impianto

Nonostante le proteste e gli allarmi denunciati dalla popolazione di Terni la ThyssenKrupp di Terni ancora è in prima fila per il suo “contributo” all’inquinamento e alla salute dei cittadini. Secondo i sindacati, e non solo, si assiste ancora alla dispersione di nichel, cromo, arsenico e altri metalli pesanti nell'area a ridosso dello stabilimento, borgo di Prisciano. I valori ufficiali, registrati dall’Arpa di nichel, cromo e arsenico sono ben sopra la soglia benchmark tedesca (max 15 microgrammi/mq per il nichel; max 4 per l’arsenico).
Il superamento della soglia di 15 microgrammi al metro quadro si è verificato fino a 23 volte rispetto a questa soglia di riferimento e per il cromo anche punte di 2500 microgrammi al metroquadro. Ovviamente, si tratta di livelli che in Germania sono tassativi. Secondo il rapporto "Mal’Aria-Legambiente 2012", qui c'è il record italiano per cromo prodotto: 968 chilogrammi. Sicuramente ai vertici anche con riferimento al nichel, sebbene la rete di monitoraggio sia molto carente, in quanto alcune centraline sono state disattivate. Per mercurio nell’aria Terni è in seconda posizione; terzi per cadmio. Gli ambientalisti denunciano che non è stata mai eseguita un’analisi delle emissioni diffuse dell’acciaieria, quelle cioè non captate.
 “Ormai sono tantissimi i casi di allergie, intolleranze e sensibilizzazioni, senza dimenticare i crescenti casi di tumore, dovuti all'esposizione delle sostanze nocive emesse dall'acciaieria riscontrate tra i cittadini ternani, in special modo gli abitanti del quartiere Prisciano, quello a ridosso dello stabilimento”, scrivono i lavoratori ex-Tk di Torino.
"Se la ThyssenKrupp non vuole produrre senza inquinare i lavoratori e gli abitanti di Terni devono bloccare lo stabilimento - continuano i lavoratori - e impedire che continui questo scempio. Si può fare e l'esempio della dura lotta che hanno fatto i comitati ambientalisti in Campania per impedire l'apertura di nuove discariche di veleni lo dimostra: bloccare le strade, impedire l'approvvigionamento dello stabilimento con blocchi stradali, obbligare l'azienda e le istituzioni a bonificare l'area".
Oggi la Ast è ancora in mano ai tedeschi di Tk, che proprio in questi giorni hanno mandato una lettera ai dipendenti in cui parlano di “riorganizzazione” dell’attività produttiva.
Nel 2011 TK decide lo scorporo del settore inossidabile, tra cui l'Ast, in un soggetto operativo indipendente, annunciando poi la vendita alla multinazionale finlandese Outokumpu. La Commissione europea approva l'operazione ma, per assicurare il rispetto della normativa sulla concorrenza, la subordina alla nuova cessione degli impianti ternani, riacquistati nuovamente, a sorpresa, proprio dalla ThyssenKrupp, dal febbraio scorso azionista di maggioranza.

Fabrizio Salvatori 
16/03/2014 www.controlacrisi.org 

L'Europa è sempre più "nano politico", ma le sue armi continuano a crescere, al servizio del potere americano, degli interessi geopolitici dei paesi più ambiziosi

Il nano armato. Avanti tutta con gli F35
Matteo Renzi si è accorto che tra i tagli possibili ci sono i cacciabombardieri F35 americani. Ma l'annuncio, come nel suo stile, è durato lo spazio di una dichiarazione. Nessun pericolo per la Lockheed Martin e per i generali italiani. Eppure gli F35 sono la sintesi di tutti gli errori possibili, d'Italia e d'Europa. Con la spesa in bilancio nel 2014 si potevano mettere in sicurezza 1500 scuole. Hanno costi enormi e gli stessi vertici Usa ne denunciano i problemi tecnici non risolti. Sono già stati cancellati o ridimensionati da vari paesi, ma l'Italia è determinata ad andare avanti. Riflettono il monopolio militare americano e il fallimento dell'integrazione europea nella difesa. Mettono l'integrazione delle armi in ambito Nato davanti a quella europea.
 L'Europa è sempre più "nano politico", ma le sue armi continuano a crescere, al servizio del potere americano, degli interessi geopolitici dei paesi più ambiziosi – Francia e Gran Bretagna innanzi tutto, le due potenze nucleari del continente – e degli apparati militari-industriali di ciascun paese.
 Il "nano politico" si è visto all'opera in Ucraina: subalterno alle ambizioni della Nato, con una politica estera ridotta agli accordi commerciali, ma trascinato poi – era già avvenuto nell'ex-Jugoslavia – nei conflitti innescati da frammentazione politica, declino economico e nazionalismi. Ancora peggio è andata in Siria o in Libia: divisioni europee, pressioni sbagliate per interventi militari, nessuna soluzione politica capace di costruire stabilità e democrazia.
 Manca – in Europa come in Italia – la politica: l'idea che la sicurezza possa essere assicurata non dalle armi ma dalle relazioni politiche, economiche e sociali tra diversi – tra stati e all'interno degli stati.
 Incapace di accrescere la sua statura politica, il "nano" si arma: l'industria militare ha risentito meno di altre della crisi, le esportazioni verso i conflitti del sud del mondo continuano a crescere, nel suo momento più drammatico la Grecia, che stava tagliando tutto, ha confermato l'acquisto dalla Germania di inutili sottomarini militari. Così vediamo una spesa militare che quasi ovunque non è stata fermata dall'austerità: in Italia si stabilizza mentre cadono le spese sociali, le missioni militari all'estero – nuova vocazione nazionale – si moltiplicano, alla ricerca di ruolo internazionale e nuovi affari. Intanto, nei paesi emergenti la tentazione delle armi si diffonde, il sistema militare si rafforza e con esso instabilità e conflitti.
 Un'alternativa all'impotenza della politica e al potere del complesso militare-indistriale c'è: una politica più disarmata e più capace di affrontare i conflitti. Al posto degli F35 ci vogliono corpi di pace e servizio civile europeo. Al posto della liberalizzazione commerciale, accordi per sostenere uno sviluppo sostenibile nei paesi vicini all'Europa, all'est come nel Mediterraneo e in Africa. Al posto del cortocircuito mediatico tra poteri autoritari e conflitti violenti, la pratica di più democrazia.
Leopoldo Nascia

12 marzo 2014

Il testo della porcata contro la Costituzione. Soglia al 37% per ottenere il premio di maggioranza, sbarramento al 4,5% per ottenere seggi alla Camera (per i partiti coalizzati), e brevi liste bloccate in piccole circoscrizioni in cui vengono eletti 3-6 deputati. La nuova legge sarà comunque valida solo per Montecitorio, mentre a Palazzo Madama, se nel frattempo la Camera alta non sarà azzerata dalla riforma Costituzionale, si voterà con il cosiddetto «Consultellum», un proporzionale puro con le preferenze. Per ottenere il premio bisognerà aver superato la soglia del 37% dei voti. Il premio è fissato al massimo al 15%, così da permettere al vincitore di raggiungere ma non superare il tetto dei 340 seggi (pari al 55%). Per i partiti che si presentano al di fuori delle coalizioni la soglia è molto alta, 8 per cento. Così come lo è quella per le coalizioni che dovranno superare il 12%, con il paradosso che nessuno sa cosa succederebbe se nessuno dei partiti della coalizione superasse il 4,5 (tanto per dire quanto è assurda questa legge). Sono previsti meccanismi per garantire la presenza delle minoranze linguistiche. Le liste sono bloccate come nel Porcellum (per altro, uno dei motivi per cui la legge Calderoli è stata bocciata dalla Corte costituzionale).

Il grande bluff
Secondo le disposizioni impartite al Parlamento dal Presidente del Consiglio-sindaco-segretario del Pd, la Camera dovrebbe approvare senza tante storie la riforma elettorale da lui concordata privatamente con il pregiudicato Berlusconi, ancora potente padrone di Mediaset e Forza Italia.
In base a questa legge ordinaria, che verrà votata dalla maggioranza (assicurata al Pd non dagli elettori, ma da una legge elettorale incostituzionale) e da una finta opposizione, la Costituzione dovrebbe essere modificata e il Senato cancellato. Con la benedizione del Presidente della Repubblica che, in qualità di massimo custode della legalità, non trova niente di strano in questo cumulo indescrivibile di violazioni della Carta costituzionale.
Naturalmente affinché i cittadini non reagiscano scendendo in piazza, e possibilmente invece applaudano, l’operazione gode di una vastissima ‘copertura’ mediatica, che da tempo ci spiega che le ‘riforme’ sono indispensabili e, soprattutto che le vogliamo noi (che non ce ne eravamo accorti) e l’Europa. Anche se in genere i corifei non si disturbano a spiegarci ‘quali’ riforme e con quali conseguenze.
Importante è ‘fare’, come dice il nuovo uomo della Provvidenza, che presiede il governo solo su mandato di una parte dei simpatizzanti del PD che lo hanno eletto segretario del partito e di Berlusconi, che non manca di confermargli simpatia e fiducia.
Fare, e annunciare che certamente si farà, anche se non si spiega con quali risorse, dato che i provvedimenti più equi per fare cassa e rilanciare le dinamiche sociali non otterrebbero certo l’approvazione degli alleati che stanno dentro e fuori il governo. Sembrano infatti improbabili una marcia indietro sugli sconti fiscali ai padroni delle slot machine e alla Chiesa, la rinuncia ai sempre meno affidabili F35, la sospensione della distruzione della Val di Susa in attesa di capire se dall’altra parte delle Alpi si troveranno i binari, il ripristino della progressività del sistema fiscale (art 53 Cost.), una giusta tassazione dei redditi da speculazione finanziaria e pene severe per gli evasori, al livello degli altri Paesi civili.
Anche sulla promessa ‘semplificazione amministrativa’, che renderebbe assai più appetibile investire in Italia che non la riduzione di una frazione percentuale dei redditi dei lavoratori, è lecito nutrire dubbi. Mentre la dichiarazione, di indubbio effetto propagandistico, di voler ‘ridurre le tasse’, è purtroppo condizionata dalla necessità, per finanziarla, di tagliare la spesa pubblica, che potrebbe anche voler dire l’eliminazione di servizi pubblici essenziali per le fasce meno ricche della popolazione. Gli unici interventi concretamente possibili rimangono dunque quelli sull’assetto istituzionale, che hanno un costo solo sul piano degli equilibri democratici.
A fronte di queste perplessità sul governo ‘giovane’ e ‘rosa’ in genere viene chiesto di avere fiducia e pazienza, prodotti esauriti da tempo nelle riserve degli italiani più informati e responsabili. Perché ci sono temi su cui la pazienza e la fiducia cieca possono essere pericolose, e portare a danni irreversibili. Ma quale Italia hanno in mente Renzi e i suoi sostenitori, su qualunque poltrona (anche altissima) siano seduti?
Sommando gli effetti delle varie ‘riforme’ sul piano istituzionale, si potrebbe ancora definirla una democrazia parlamentare? Dato che il Parlamento non rispecchierebbe più proporzionalmente le opinioni e la volontà dei cittadini, ma potrebbe avere una maggioranza scaturita da ingegnerie in grado di capovolgere il risultato elettorale al solo scopo di imporre il dominio di un solo partito, anche se votato da una minoranza di elettori.
La volontà di ridimensionare il Parlamento in favore di una forma di presidenzialismo forte sembra confermata dalla motivazione puramente economica della cancellazione del Senato, che va ben al di là del superamento del bicameralismo perfetto e della semplice distinzione delle competenze fra due Camere elettive, che sono presenti in quasi tutti i Paesi democratici.
Inoltre il Parlamento (mono o bi-camerale) non sarebbe più la sede del confronto politico pubblico e trasparente e della iniziativa legislativa, come dimostra l’accordo sulla riforma elettorale, raggiunto in sede ‘privata’ da due cittadini che, per motivi diversi, non sono parlamentari, e poi imposto alle Camere. Così verrebbe superata anche la divisione dei poteri (legislativo, esecutivo e giurisdizionale) su cui si fondano tutte le democrazie, e alle Camere rimarrebbero solo funzioni rappresentative e di convalida delle scelte dell’esecutivo, o del suo ‘capo’. Da notare che la pretesa di obbedienza dei singoli parlamentari alle decisioni dei loro partiti o dei gruppi di appartenenza (clamorosamente confermata dal M5S, ma ribadita anche dal PD), in aperta violazione dell’articolo 67 Cost., a ben vedere rende perfino inutile la struttura assembleare, che potrebbe essere sostituita da una specie di consiglio di amministrazione composto dai capigruppo, che voterebbero in base ai loro iscritti. D’altronde la conferma delle liste bloccate scritte dalle segreterie di partito, impedendo agli elettori di scegliere da chi farsi rappresentare, cancella definitivamente il rapporto fiduciario e fa dei parlamentari dei semplici dipendenti di chi li ha nominati.
La creazione di una maggioranza assoluta così ‘blindata’ non potrebbe non avere pesanti conseguenze sugli organi di garanzia, che sono in larga parte espressione delle Camere: Corte Costituzionale e Consiglio Superiore della Magistratura per primi, ma anche lo stesso Presidente della Repubblica, che sarebbe automaticamente espressione dello stesso partito di maggioranza pro-tempore.
Le conseguenze di questa forzata omogeneità con la maggioranza di governo sugli equilibri previsti dalla nostra Costituzione per impedire la riproposizione di un sistema autoritario sono facilmente intuibili: vengono meno le prerogative del Capo dello Stato (lo scioglimento delle Camere, per esempio), viene fortemente limitata l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura.
E’ bene prendere in considerazione anche quello che nelle proposte di riforma di Renzi non c’è: la regolamentazione della ineleggibilità degli inquisiti e del conflitto di interessi, per esempio, e un deciso rilancio dei temi etici, un impegno per il recupero dell’astensionismo e di una reale partecipazione popolare, ben diversa dalle piazze acclamanti.
Non minori minacce al nostro sistema democratico possono celarsi in una ‘riforma’ della Giustizia, di cui si sa ancora ben poco, ma sulla quale pesano i tentativi di asservimento riproposti a più riprese da Berlusconi, che sembra essere partner ineludibile del PD in questa fase di ‘doppie maggioranze’.
Su questa delicata materia dovrebbero essere chiarite subito le finalità degli interventi che si intende realizzare: l’obiettivo è una Magistratura più efficiente e in grado di garantire i cittadini onesti, o con la solita scusa del contenimento dei ‘costi’ si vuole semplicemente sottrarre alla giustizia i reati di cui sono più frequentemente imputati i potenti dell’economia e della politica?
La minaccia di cancellare l’obbligatorietà dell’azione penale non lascia tranquilli.
Mentre, ad esempio, non si sa se verrà accolta la richiesta di modificare il sistema delle prescrizioni con la sospensione della decorrenza all’inizio del processo, che cancellerebbe le strategie dilatorie, i ‘legittimi impedimenti’ e migliaia di ricorsi ‘di comodo’, riducendo il carico di lavoro dei Tribunali e i tempi per arrivare alle sentenze definitive.
Se uniamo le tessere del mosaico emerge un disegno dai toni cupi, non certo nuovo, che stravolge sensibilmente il quadro, chiaro e trasparente, degli equilibri previsti dalla Costituzione repubblicana e apre le porte a derive autoritarie. Un sistema di potere fortemente accentrato, che esclude spazi di evoluzione e di dissenso, sostanzialmente conservatore sul piano sociale ed economico, coerente con l’idea di J.P.Morgan, che attribuisce alla eccessiva democraticità delle costituzioni europee la responsabilità di una crisi internazionale che è invece inequivocabilmente dovuta ai comportamenti scorretti se non illegali di gran parte del mondo finanziario.
A conferma che ci possono essere giovani portatori di idee vecchie.

Francesco Baicchi
coordinatore nazionale della ‘Rete per la Costituzione’
11/03/2014 www.liberazione.it
 

Giorgio Cremaschi “Renzi e il sistema di potere che lo ha messo lì e che oggi lo sostiene sono ingenerosi. Grazie alla collaborazione o non opposizione dei grandi sindacati abbiamo avuto la caduta dei salari, la precarizzazione di massa per legge, il peggioramento delle condizioni di lavoro, un sistema pensionistico che è tra i più feroci ed iniqui di Europa”

“Dalla concertazione alla complicità, per la crisi del sindacato serve la rottura”.
Quel terribile applauso che nella trasmissione di Fazio ha sottolineato un passaggio particolarmente reazionario di Renzi fa venire i brividi. Il Presidente del consiglio ha affermato che farà lavorare i disoccupati, e se i sindacati si opporranno pazienza.
Quindi secondo Renzi e il pubblico di Fazio i sindacati sarebbero contrari a far lavorare i disoccupati, quindi i disoccupati ci sono anche per colpa loro. È una vecchia baggianata che periodicamente percorre gli umori della destra: i sindacati hanno rovinato l’Italia e ora il presidente nuovo e moderno la fa sua, approfittando della crisi evidente e della burocratizzazione di CGIL CISL UIL. In questo modo Renzi strizza un occhio a chi verrebbe sindacati più forti ed efficaci e un altro a chi non li vorrebbe in nessun modo. È questo il suo modo di non essere né di destra, né di sinistra, cioè di essere di destra stando formalmente a sinistra.
Avendo passato un bel pezzo di vita sindacale a contestare la concertazione, posso ben dire che non sono a lutto per la sua fine, però non posso non tenere conto del fatto che essa cade dal lato della finanza, delle banche e delle multinazionali, e non da quello dei diritti del lavoro. Socialmente cade da destra.
Noi che la contestavamo da sinistra abbiamo più volte denunciato il fatto che lo scambio che stava alla base della concertazione, rafforzamento del ruolo istituzionale di CGIL CISL UIL in cambio della loro disponibilità ad accettare la regressione del mondo del lavoro, aveva qualcosa di insano. Questo scambio, il sindacato come istituzione stava meglio mentre per i lavoratori andava sempre peggio, non poteva durare all’infinito.
Renzi e il sistema di potere che lo ha messo lì e che oggi lo sostiene sono ingenerosi. Grazie alla collaborazione o non opposizione dei grandi sindacati abbiamo avuto la caduta dei salari, la precarizzazione di massa per legge, il peggioramento delle condizioni di lavoro, un sistema pensionistico che è tra i più feroci ed iniqui di Europa. Appena insediato come ministro dell’economia, Tommaso Padoa Schioppa spiegò che il suo governo, quello di Prodi, aveva gli stessi obiettivi di quelli della signora Thatcher, solo li voleva realizzare con la collaborazione e non con lo scontro con i sindacati.
Fino alla crisi la concertazione ha funzionato e lor signori dovrebbero essere riconoscenti alla moderazione sindacale. Ora però non serve più, con le politiche di austerità e i diktat della Troika, anche la sola immagine di essa non piace ai signori dello spread, per i quali il sindacato è negativo in sé. Come diceva il generale Custer degli indiani, per chi guida la finanza e ci giudica sulla base dei propri interessi, il solo sindacato buono è quello morto. Già nel libro verde del ministero del lavoro gestione Sacconi, si chiedeva il passaggio dal regime della concertazione a quello della complicità con le imprese. E questa è stata la richiesta dalla lettera BCE del 4 agosto 2011, assunta da Berlusconi che sperava così di salvarsi, e poi resa operativa da Monti.
Renzi è un puro continuatore di questa politica, ma è lì perché ha il compito di costruire attorno ad essa quel consenso che non ha mai avuto. Per questo dopo aver sostenuto Marchionne contro la FIOM, ora cavalca lo scontento sacrosanto che c’ è verso la passività di CGIL CISL UIL , ma per colpire il sindacato non per rafforzarlo. Renzi ha lamentato che la CGIL si svegli dopo aver dormito venti anni, ciò che vuole è che quel sonno continui per sempre.
Alla crisi e alla ritirata dell’azione sindacale Susanna Camusso e Maurizio Landini stanno reagendo in due modi conflittuali tra loro e comunque sbagliati.
La segretaria generale della CGIL difende la linea ed i comportamenti della CGIL di oggi, ne nega la burocratizzazione e la passività e ripropone la concertazione su scala ridotta, come azione comune delle cosiddette parti sociali, sindacati e Confindustria tutti nella stessa barca. L’accordo del 10 gennaio é una disperata difesa della casa che crolla, ma in realtà aggrava la crisi democratica del sindacato attraverso regole autoritarie e corporative.
La risposta di Landini parte dalla giusta denuncia di questa crisi democratica, ma poi finisce per scegliersi con interlocutore proprio quel Renzi che è avversario politico di un sindacato davvero rinnovato.
Camusso, per non cambiare, si aggrappa all’intesa con CISL UIL e Confindustria, così prestando il fianco alla demagogia renziana contro le caste sindacali.
Landini, che afferma di voler cambiare, si aggrappa a Renzi, così compromettendo tutto il senso della sua battaglia.
Entrambe queste scelte sono il segno che la CGIL è una organizzazione in piena crisi, i cui gruppi dirigenti hanno sinora tentato tutte le strade tranne una. Quella di rompere con i palazzi della politica e del potere e con ogni collateralismo con il centrosinistra, per ricostruire la piena autonomia di azione sociale.
Il sindacato deve cambiare e la sfida di Renzi va raccolta, ma proprio per lottare meglio contro il suo governo, ultimo esecutore delle politiche di austerità.
Il bellissimo film americano Fronte del porto negli anni 50 denunciava la corruzione nel sindacato. Questa c’era davvero, ma il film si collocava nella campagna maccartista per colpire la sinistra radicale e i comunisti, e in particolare il sindacalismo conflittuale educato dalle lotte degli anni della presidenza Roosvelt.
Alla fine la corruzione sindacale rimase tutta, ma il sindacato era stato epurato proprio dei suoi elementi più combattivi. Un contributo lo diede anche l’ attore e futuro Presidente Ronald Reagan, con le sue denunce contro i militanti radicali nel mondo dello spettacolo.

Giorgio Cremaschi
11/3/2013

10 marzo 2014

Venerdi 14 marzo la Usb ha convocato una manifestazione nazionale a Roma contro i tagli della spending review e le privatizzazione. L'appuntamento è alle 11.30 davanti a Palazzo Vidoni per poi andare in corteo a Montecitorio.

In piazza contro spending review e privatizzazioni
 
Mentre il palcoscenico mediatico è occupato dalle vicende politiche, nelle stanze del Ministero dell’Economia il supercommissario Cottarelli, uomo del Fondo Monetario Internazionale incaricato di elaborare la ricetta con cui tagliare la spesa pubblica di 5 miliardi di euro nel 2014 e di complessivi 32 miliardi nei prossimi tre anni, sta raccogliendo il risultato di ben 25 gruppi di lavoro e che mercoledi 12 marzo verrà presentato pubblicamente dal governo. L'Usb ha già convocato per venerdi 14 marzo una prima manifestazione nazionale contro l'ennesimo episodio del massacro sociale imposto dalla Troika europea al nostro paese.
La spending review targata Cottarelli vuole fare cassa e disegnare una pubblica amministrazione con compiti ridotti e al servizio dell'impresa. Si cancella in sostanza il concetto dello stato erogatore di servizi pubblici con la cancellazione del welfare per recuperare risorse per il fantomatico ripianamento del debito pubblico, per il 90% in mano a soggetti privati.
I dipendenti pubblici e la sanità sono tra le vittime sacrificali da offrire sull'altare del nuovo modello sociale tutto improntato all'ideologia del mercato; tagli ai servizi, esuberi, mobilità, blocco dei contratti e "armonizzazione" al livello retributivo più basso.
Oltre che sui lavoratori pubblici, la scure si abbatterà con particolare virulenza sulle aziende a capitale totalmente pubblico o misto pubblico/privato, sulle società cioè controllate o partecipate dagli enti locali, Regioni, Province e comuni.
Si tratta delle aziende fornitrici dei servizi pubblici locali, trasporti, luce, gas, acqua, farmacie, assistenza all’infanzia ai disabili agli anziani, tanto per citarne solo alcune, in tutto 7.065, che secondo la commissione alla Spending Review pesano ben oltre il 4% sul PIL.
Sono le stesse aziende il cui costo complessivamente negli ultimi dieci anni è aumentato del 49,2% contro il 14,9% della media degli altri paesi con rincari pesantissimi sulla spalle dei cittadini e lavoratori utenti.
Potrebbe quindi fare facile presa sull’opinione pubblica la proposta di privatizzarle, come già espresso dal Commissario, in modo da destinare il ricavato alla riduzione del debito pubblico e come ci ricorda ogni giorno la Banca Centrale Europea e con particolare veemenza Oli Renh, esponente della Commissione Europea.
Peccato che il nostro paese abbia già conosciuto enormi processi di privatizzazione: dal 1985 al 2012 sono passate ai privati aziende pubbliche per un valore pari a 157 miliardi di euro un record tutto italiano, che ha significato la fine dell’intervento diretto dello stato in economia, con il regalo dell’Alfa Romea alla FIAT, della Telecom ai famosi capitani coraggiosi, della Soc. Autostrade alla famiglia Benetton, dell’ALITALIA ai patrioti capitanati da Colaninno, con i risultati noti a tutti: speculazioni fortunate per loro, fallimenti e migliaia di posti di lavoro distrutti, licenziamenti, degrado dei servizi e aumenti delle tariffe per tutti noi!
Ma quello che dimostra come il discorso sulle privatizzazioni nulla abbia a che fare con la riduzione del debito pubblico è dimostrato dal fatto che esso, dal 1992, anno della fase più massiccia delle privatizzazioni, al 2012 esso è passato da 850 miliardi di euro a più di 2100 miliardi!
Questi dati chiariscono il vero scopo delle privatizzazioni: dare ossigeno e soccorrere il sistema produttivo e finanziario italiano che non è in grado di  competere a livello internazionale, avendo da anni scelto di arraffare il più possibile profitti senza curarsi di rischiare in proprio, di migliorare il servizio, andando alla ricerca del facile guadagno fino al limite massimo dello sfruttamento e del basso costo del lavoro, oggi battuto su questa strada dai paesi ad economie emergenti.
Imprenditori bollettari dunque che cercano di continuare a macinare profitti là dove, senza rischi, il guadagno è certo: tutti infatti siamo costretti a pagare salatissime bollette, poiché non possiamo fare a meno dei servizi pubblici essenziali.
 
Venerdi 14 marzo la Usb ha convocato una manifestazione nazionale a Roma contro i tagli della spending review e le privatizzazione. L'appuntamento è alle 11.30 davanti a Palazzo Vidoni per poi andare in corteo a Montecitorio.