28 febbraio 2014

A proposito del Testo unico sulla rappresentanza del 10 gennaio 2014. In un periodo di cancellazione per legge e per accordo del principio costituzionale del favor lavoratoris, un periodo in cui si nega, ma si pratica su larga scala la precarietà lavorativa ed esistenziale della maggioranza degli esseri umani, sembra giunto il tempo di opporsi alle prevaricazioni di varie oligarchie auto consolidate in modo trasversale affermando con la resistenza e con il conflitto, ormai conflitto esistenziale, “il diritto di avere diritti”.

Perseverare è diabolico

La diabolica perseveranza è quella che ispira l’opera di progressivo annullamento dei diritti di democrazia nei luoghi di lavoro attraverso successivi accordi e protocolli d’intesa fra Sindacati confederali e Associazioni padronali.
Mi riferisco all’Accordo interconfederale 28 giugno 2011, al Protocollo d’intesa 31 maggio 2013 (sui quali vedi i miei commenti in “Un piano reticente” e “Una democrazia soffocata”) e al Testo unico sulla rappresentanza del 10 gennaio 2014 sul quale dirò brevemente.
Il complesso articolato del recente Accordo fra Sindacati confederali e Confindustria offre, come i precedenti, spunti di riflessione critica che, a mio parere, si possono sintetizzare in due constatazioni: la prima è che anche dopo la modifica dell’art. 51 della Costituzione persiste l’atteggiamento anticostituzionale consistente nell’ignorare completamente le donne; la seconda è che – anche a causa di ciò- si porta a ulteriore effetto la cancellazione dell’autonomia, della possibilità di dissenso, quindi della libertà sindacale delle lavoratrici e dei lavoratori.
Il testo appare in contrasto con il fine di tenere insieme contrattazione individuale e collettiva, ascolto e formazione di una linea di rivendicazione condivisa, elementi utili se non indispensabili nell’attuale temperie politica che vede in sofferenza partecipazione e conflitti collettivi. La cifra del presente è la solitudine della classe lavoratrice.
Una solitudine dovuta alla frantumazione dei soggetti nella precarietà anche esistenziale che colpisce maggiormente le donne, tuttora ai margini della cittadinanza soprattutto a causa dei compiti gratuiti di cura sostitutivi del welfare che esse si assumono, volenti o nolenti.
Il quadro d’insieme dopo l’Accordo del gennaio 2014, peggiorato per tutti, lo è in particolare per loro. Sono, infatti, presenti tutte le caratteristiche negative analizzate a suo tempo e altre ancora.
Un complesso meccanismo di “accreditamento” autorizza la rappresentanza quasi esclusivamente in capo ai sindacati confederali del cui carattere oligarchico/maschile non è lecito dubitare. Solo queste organizzazioni possono, infatti, usufruire delle deleghe certificate per le trattenute operate dai datori di lavoro, uno dei concorrenti requisiti per essere considerati agenti contrattuali.
Non a caso persino le deleghe ai sindacati di categoria aderenti a quelli confederali sono sottoposte al requisito dell’accettazione dell’Accordo 2011 e del Protocollo 2013.
Anche il secondo concorrente criterio, il dato elettorale nelle elezioni delle rappresentanze sindacali unitarie (RSU), è solo apparentemente più democratico perché la possibilità di indire elezioni per scegliere i propri rappresentanti nei luoghi di lavoro è data solo se richiesta congiuntamente dai sindacati confederali, con evidente ostacolo per ogni altra formazione democraticamente auto costituitasi in virtù di un consenso di base.
Persino la scelta di passare dalla vecchia rappresentanza sindacale aziendale (RSA) scelta dai sindacati confederali alla rappresentanza unitaria (RSU) eletta dagli addetti all’unità produttiva, è posta in capo ai confederali (se richiesta nella misura del 51%), non spetta liberamente ai lavoratori. I quali, poi, non sono considerati nel computo come soggetti, ma come unità lavorative, misurate in base al loro orario contrattuale, un riconoscimento palese di legittimità per la flessibilità prevalentemente regolata dai dettami padronali.
Quanto alla contrattazione, essa è valida solo se iniziata e conclusa da sindacati che rappresentino complessivamente oltre la metà dei lavoratori interessati, unici titolati a elaborare la piattaforma rivendicativa e stipulare gli accordi: un patto di unicità del soggetto contrattuale che esclude i sindacati e le organizzazioni minori e, naturalmente, le donne.
L’aspetto costrittivo risulta particolarmente evidente in sede aziendale, là dove si prevede che l’accordo concluso dalla maggioranza delle RSU debba valere indistintamente per tutti i lavoratori, anche non iscritti ai sindacati, senza possibilità di dare corso ad autonome piattaforme rivendicative, né di discutere ed eventualmente contrastare le ipotesi di accordo attraverso referendum.
Per di più, l’Accordo contiene una previsione esplicita di azioni repressive e risarcitorie contro le associazioni di minoranza che attivino azioni sindacali a contrasto, anche quando esse siano sollecitate dalla base.
Si procede per progressivo restringimento e non per allargamento dei diritti.
Nella stessa logica si pone la clausola che prevede la progressiva eliminazione del diritto di sciopero, un diritto di azione a contrasto delle disposizioni padronali, costituzionalmente riconosciuto alla collettività dei lavoratori e anche al singolo. Questo è il senso della clausola di “esigibilità” del contratto collettivo che estende, come si è detto, il vincolo costituitosi fra i contraenti a tutti i lavoratori del settore.
Un aspetto grave d’incostituzionalità che ha come esito, attraverso la negazione di una partecipazione allargata, la rimessa in campo del sindacato corporativo.
Questo aspetto è essenziale nella presente temperie politica, connotata dalla irrilevanza del voto dei cittadini e dalla quasi superfluità dell’organo di rappresentanza parlamentare.
L’accordo ribadisce la costrizione nell’orizzonte dato e sorvegliato quasi manu militari dall’apparato sindacale tradizionale, formatosi per cooptazione delle strutture dirigenti. (Ogni allusione al porcellum è voluta).
Viene in tal modo inibita la possibilità per le lavoratrici e i lavoratori di organizzarsi sindacalmente attraverso regole condivise di partecipazione democratica.
Si assiste a una deriva apparentemente inesorabile: dal Protocollo del 1993 che lasciava la possibilità ad associazioni di base che raccogliessero le adesioni di almeno il 5% dei lavoratori di dare impulso al processo elettorale, alla chiusura nel monopolio confederale iscritta negli accordi degli anni Duemila.
Un monopolio che rafforza l’esistente, quindi anche la rappresentanza sindacale a sesso unico.
Le regole procedurali nulla prevedono in termini di parità di candidature dei due sessi e francamente, data la complessiva struttura dell’accordo non mi sento di dolermene.
Il che non mi impedisce di rilevare il silenzio assordante delle sostenitrici del 50&50 assai presenti nel sindacato CGIL.
Ben altra impostazione sarebbe stata necessaria e dovuta nell’attuale disastrata situazione del mercato del lavoro in cui l’Italia primeggia a livello europeo anche per il gender gap. Occorreva, cioè, prima di tutto ricreare una unità di interessi e di lotta attraverso misure efficaci di contrasto al gender gap modificando, attraverso un patto completamente diverso, l’impianto patriarcale del mercato del lavoro e del welfare, quello domestico e il poco di pubblico che ancora residua.
Eppure, non sono mancati i contributi di esperienza sindacale e giuridica pervenuti a partiti e sindacati in occasione della discussione parlamentare sul tema, iniziata negli anni Novanta del secolo scorso e inabissata per la contrarietà trasversale di ben noti centri di potere.
Anche l’associazione di cui ero presidente, Osservatorio sul Lavoro delle Donne di Milano, ha contribuito proponendo un testo di legge formulato da alcune giuriste, dopo ampio dibattito con lavoratrici e funzionarie delle Camere del Lavoro di Milano, Sesto San Giovanni e Brescia.
La logica di quella proposta era incentrata sull’autonomia e l’autogoverno dei soggetti diversamente sessuati e poneva regole in grado di registrare questa realtà, capaci, cioè di contrastare la logica oggettivante del mercato, favorendo un’assunzione di responsabilità individuale e collettiva rispetto a bisogni e progetti collettivamente elaborati e condivisi.
Era previsto un meccanismo elettorale promozionale per le donne, completo di clausola di chiusura antidiscriminatoria (nullità delle liste monosessuale); prevista la facoltà di presentare alle elezioni delle RSU liste elettorali di base, sostenute da una percentuale adeguata di sottoscrittrici e sottoscrittori, contro ogni monopolio del sindacalismo confederale; previsto il diritto d‘informazione in capo alle RSU elette ispirato alla proposta di V Direttiva comunitaria del 1983 su previsioni produttive e occupazionali, decentramento produttivo, cessione di rami e settori aziendali e quant’altro. Inoltre era prevista la possibilità per le RSU di elaborare piattaforme contrattuali da sottoporre a referendum e poi la verifica, sempre attraverso referendum, di eventuali ipotesi di accordo e contratto collettivo. Conseguente la libertà di sciopero e di iniziative di lotta sociale e giudiziaria, ora negate esplicitamente dall’Accordo 10 gennaio 2014.
In un periodo di cancellazione per legge e per accordo del principio costituzionale del favor lavoratoris, un periodo in cui si nega, ma si pratica su larga scala la precarietà lavorativa ed esistenziale della maggioranza degli esseri umani, sembra giunto il tempo di opporsi alle prevaricazioni di varie oligarchie auto consolidate in modo trasversale affermando con la resistenza e con il conflitto, ormai conflitto esistenziale, “il diritto di avere diritti”.

Maria Grazia Campari

26 febbraio 2014

CGIL oggi. Come uscire da questa crisi drammatica e dalla sua gestione che l'aggrava? Naturalmente ci sono molte cose da fare, ma ci vuole un atto che dia il segno di avvio di una storia diversa

"Nella gestione truffaldina del congresso tutta la crisi della Cgil"

Vorrei sapere se questo Direttivo conosce il metodo Putin. Cioè il sistema di falsificazione del voto che le opposizioni denunciano in Russia. Dove le opposizioni sono presenti il voto si svolge in modo più o meno regolare. Dove queste sono assenti i votanti, tutti per Putin naturalmente, aumentano a dismisura e in questo modo si crea una maggioranza numerica garantita.
 Ora sono sicuro che questo metodo sarà ben compreso anche in questo Direttivo, visto che è il metodo che ha guidato il percorso dei congressi di base. La meticolosa applicazione di questo metodo ha clamorosamente falsato i risultati del voto che sono assolutamente non veri. Non so ancora il risultato, anche perché la commissione di garanzia ha scandalosamente secretato i dati anche per i suoi membri, ma mi sento di affermare che una quota enorme dei voti finali raccolti in questo congresso sono falsi. Sfido a smentire questa mia affermazione non con gli insulti scandalizzati e ipocriti o le minacce, ma con una verifica capillare del voto, così come è stata chiesta, e sempre negata, salvo pochissimi casi, nelle commissioni territoriali.
 Guarda caso in due strutture dove c è stata una presenza concordata e diffusa dei due documenti, la Valle d'Aosta e Trieste la partecipazione al voto è tra il 7 e 8 % degli iscritti. Non vorrei mettere in difficoltà chi dirige queste strutture, citandolo positivamente. Ora si può dire che in quelle regioni di confine ci siano più problemi per noi che altrove, però nelle tante assemblee dove i nostri fantastici volontari, unico aspetto davvero positivo di questo congresso, hanno potuto partecipare si è verificato lo stesso fenomeno, una partecipazione molto bassa.
 Come spiegare che nella stessa categoria, nella stessa provincia la partecipazione al voto è diversissima a secondo che noi siamo presenti alle assemblee e controlliamo lo scrutinio oppure no? Come spiegare che non c'è alcun rapporto tra l'iniziativa sindacale e la partecipazione al voto? Cioè realtà dove più è tradizionale e viva la forza organizzata che votano in meno di quelle realtà i cui dirigenti spesso in questo direttivo ci ricordano tutte le difficoltà. Eppure queste realtà deboli votano di più di quelle forti, per entusiasmo che cresce anche perché noi non ci siamo? No perché i voti sono falsi, e in molti posti questo congresso del dialogo è stato ridotto al dialogo coi verbali.
 Capisco allora perché si è tanto diffusa la sopraffazione nei nostri confronti, la negazione delle agibilità, l'impedimento a partecipare o lo spostamento continuo delle assemblee, la gestione delle commissioni di garanzia per ratificare i comportamenti degli apparati anche i più assurdi. Perché non si voleva che si generalizzassero Aosta e Trieste.
 Però la domanda di fondo è un'altra: perché lo avete fatto? Noi eravamo una piccola minoranza, gli emendatari francamente non si mostravano particolarmente agguerriti, perché allora questa montagna di voti falsi? Ripeto, non esagerate con l'ipocrisia, voi sapete tutti che qui sto dicendo la verità.
 Io do una sola spiegazione che si è scelto di nascondere la crisi profonda della Cgil. Se alla fine avessimo registrato i votanti reali, meno di 900.000, dico con stima ottimista, invece dei molti di più che si annunciano, noi oggi saremmo qui a dover discutere della crisi della Cgil.
 Invece la crisi si usa per giustificare la firma ad accordi terribili come quello del 10 gennaio, ma non si discute mai in quanto tale. E questo per una pura scelta di autoconservazione burocratica dei gruppi dirigenti. Eppure nelle assemblee che si sono svolte avrete ben sentito quanta rabbia e sfiducia ci sono tra gli iscritti, quanto dissenso anche nei tanti che poi hanno votato per il documento 1.
 Ecco il punto: avete voluto cancellare l'enorme crisi di consenso che il gruppo dirigente e la politica della Cgil hanno tra gli iscritti.
 Dopo il 10 gennaio il congresso è poi entrato in una condizione assurda. La forma era la stessa e continuava come se niente fosse, anche se politicamente l'accordo di maggioranza era esploso. Sarebbe stato giusto che si prendesse atto che tutto era cambiato e invece i congressi di base sono andati avanti per inerzia, accentuando solo il principio di fedeltà negli apparati.
 Ma questa autoconservazione burocratica porta ulteriore degenerazione nella organizzazione e ne aggrava la crisi. Le fedeltà di apparato distrugge il merito e le competenze e abbruttisce l'organizzazione.
 E a proposito di abbrutimento, la gravità dei fatti di Milano è stata sotto gli occhi di tutto il paese. Militanti e dirigenti della Cgil hanno subito una aggressione squadrista di cui risponderanno in primo luogo gli autori sia di fronte alla magistratura interna che a quella ordinaria.
 Ma ci sono responsabilità politiche. A che scopo si organizzano servizi d'ordine in assemblee interne e perché è diventato così difficile, anche fisicamente, parlare nelle nostre riunioni se non si è d'accordo con il segretario generale? Per quanto riguarda i servizi d'ordine bisogna disciplinarne uso e funzioni e chi ne fa parte deve avere la targhetta di riconoscimento personale. Ma per il resto c'è una sola soluzione: chiamare alle sue responsabilità chi dirige l'organizzazione.
 È chiaro che in questo clima e con questi metodi di sopraffazione del dissenso e di alterazione del consenso, la consultazione che viene proposta sul testo unico sulla rappresentanza non ha alcun credibilità ed accettabilità democratica.
 Ribadisco che per quanto mi riguarda l'accordo del 10 gennaio è incostituzionale e viola lo statuto della Cgil in punti fondamentali. Per questo mi sono rivolto al Collegio statutario che credo si esprimerà il 3 marzo e mi riservo ulteriori iniziative.
 In ogni caso, però, respingo la consultazione che viene proposta perché priva di qualsiasi garanzia.
 Come uscire da questa crisi drammatica e dalla sua gestione che l'aggrava? Naturalmente ci sono molte cose da fare, ma ci vuole un atto che dia il segno di avvio di una storia diversa.
 La compagna Susanna Camusso assume inevitabilmente la prima responsabilità di questa situazione negativa. Voglio dire che non ho con lei nulla di personale, anzi non ho mai apprezzato certi linguaggi e toni nei suoi confronti, anche da parte di chi poi formalmente la sostiene. Ma ora devo dire che la sua non riconferma assieme a quella del suo gruppo dirigente è condizione necessaria anche se non sufficiente per affrontare la crisi della Cgil.
 Credo che dovrebbe essere lei stessa a prendere atto della impraticabilità del campo come è avvenuto in un altro momento della Cgil e rassegnare le dimissioni. Se questo non avverrà come mi pare di capire, resterà la nostra sfiducia di minoranza, ma la involuzione e la crisi della Cgil si aggraveranno.

Giorgio Cremaschi
26/02/2014 www.liberazione.it

25 febbraio 2014

Lettera del segretario Paolo Ferrero per il tesseramento PRC 2014

Care/i compagne/i,
parte finalmente la campagna del tesseramento 2014 a Rifondazione Comunista.
Ci sono tante ragioni per cui vale la pena iscriversi al Prc: la prima è che se Rifondazione non ci fosse bisognerebbe inventarla.
In questi anni di egemonia del pensiero unico hanno provato a normalizzare il paese, sul piano politico, sociale, culturale e istituzionale.
Stanno provando a manomettere la Costituzione, stanno cercando di normalizzare qualsiasi pensiero critico, stanno cercando di distruggere il sindacato di classe e stanno cercando di distruggere la sinistra.
Per quanto ci riguarda – pur in mezzo ad enormi difficoltà – siamo riusciti a tenere aperta la porta, a mantenere in campo la proposta dell’alternativa, ad evitare che la contrapposizione alle larghe intese e a Renzi arrivasse solo da destra.
Senza Rifondazione Comunista, ci sarebbe stata – stando agli orientamenti del resto delle forze della sinistra – solo l’opzione del centrosinistra a trazione neoliberista. Noi vogliamo costruire la sinistra e riproporre il tema del comunismo, per questo siamo alternativi al centro sinistra. Il neonato governo Renzi è solo l’ultimo approdo di questo centro sinistra che – in piena sintonia con quello che fu il New labour di Tony Blair – ha assunto chiaramente un profilo di destra tecnocratica.
Abbiamo fatto la nostra battaglia in un’ottica non solo nazionale.
Non è un caso se il nostro partito ha avanzato in Europa, per primo, la candidatura di Alexis Tsipras: perché riteniamo necessaria e vitale, in Italia come in tutta Europa, un’alternativa di sinistra alla devastazione dei diritti, dello stato sociale e delle grandi conquiste del movimento operaio. L’attacco dei poteri forti passa in primo luogo dalle politiche europee e la risposta della sinistra di classe, per essere efficace, deve porsi allo stesso livello: per questo le elezioni europee sono per noi un appuntamento molto importante.
Nelle elezioni europee vogliamo costruire anche in Italia una lista antiliberista, contro le politiche di austerità e la distruzione del welfare. Tenere aperta in Italia la porta dell’alternativa e costruire in Europa uno schieramento efficace per far crescere l’alternativa, sono due facce della stessa medaglia, sono le due facce del nostro progetto politico.
Il nostro obiettivo, oggi come ieri è quello di essere il “cuore dell’opposizione” a questo governo, a questa Europa ed a questo sistema capitalistico che produce barbarie e povertà.
Essere il cuore dell’opposizione significa non essere da soli, significa agire nella chiarezza dei contenuti per aggregare tutte e tutti coloro intendo battersi per cambiare l’esistente, per unire la sinistra, quella vera.
Il fulcro attorno a cui vogliamo costruire l’opposizione è il Piano per il Lavoro e la Costituzione: per uscire dalla crisi servono politiche pubbliche finalizzate a garantire la piena occupazione dentro un diverso modello di sviluppo. Non è vero che il lavoro non c’è: occorre ridistribuirlo tra tutti.
Non è vero che i soldi non ci sono: occorre ridistribuirli attaccando le grandi ricchezze e le spese inutili e dannose come la Tav e le spese militari.
Per noi il comunismo non è solo il riferimento ad un grande ideale: è una concreta proposta politica di cambiamento della società, qui ed ora.   Iscriversi a Rifondazione Comunista non significa quindi solo schierarsi, scegliere un’appartenenza, una bandiera, avere una tessera in tasca: significa essere partigiani e quindi esserci nella lotta, nella vertenza che nasce e cresce nella propria fabbrica, nel proprio territorio; significa esserci prima e dopo le elezioni; significa avere la consapevolezza che potremo risalire la china solo costruendo al posto delle lamentele un movimento di massa.
La tessera 2014, che riprende il formato “classico”, è dedicata ad Enrico Berlinguer, di cui ricorre il trentennale della scomparsa, e all’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, di cui ricorre il ventennale dell’insurrezione indigena in Chiapas.  Berlinguer e Ezln: un intreccio forse eterodosso, ma che dimostra la straordinaria ricchezza della storia del comunismo e dei tentativi di assaltare il cielo e liberare gli sfruttati.
E’ anche di questi intrecci, di questi incontri di storie diverse che è fatta la rifondazione comunista.
Buon tesseramento a tutte/i!


Paolo Ferrero
Roma 25 feb 2014

La Direzione nazionale di Rifondazione Comunista riunita per discutere delle elezioni europee, ribadisce che la partecipazione alla Lista Tsipras è vincolata all’esito della consultazione in corso delle iscritte e degli iscritti al Prc, secondo quanto deliberato dal congresso di Perugia. Riteniamo infatti che la scelta della partecipazione e della democrazia sia costitutiva del nostro modo di essere e del nostro agire e decidere come Partito.

Elezioni europee, il documento della Direzione Nazionale del Prc
 

La Direzione Nazionale di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea esprime la sua approvazione e soddisfazione per il realizzarsi nel nostro paese della costruzione di una lista unitaria per le prossime elezioni europee che sostiene la candidatura di Alexis Tsipras a Presidente della commissione europea.
Alexis Tsipras è un nostro compagno, è la candidatura espressa dal Partito della Sinistra Europea e da Rifondazione Comunista. Essa è il frutto della decisione del Partito della sinistra europea di esprimere un chiaro punto di vista alternativo, in Europa, alle forze politiche come socialisti, popolari e liberali europei che hanno fin qui sostenuto l’austerità e le politiche neoliberiste, una costruzione dell’UE a-democratica e distruttrice dei diritti sociali. Una candidatura della sinistra radicale europea che è stata capace, nel nostro paese, di raccogliere vasti consensi, anche in aree molto diverse, e che ha portato Sel a rivedere la sua impostazione di sostegno al candidato del socialismo europeo Schultz. Si tratta di un successo della linea politica di Rifondazione Comunista e della Sinistra Europea. Va ribadito il profilo della candidatura di Alexis Tsipras: Syriza è in Grecia un Partito nato dall’aggregazione di 13 diverse formazioni politiche di ispirazione comunista, socialista di sinistra, ecologiste e democratiche nazionali, che è diventata attore principale del panorama politico greco grazie alla sua ferma e netta opposizione alle politiche di austerità imposte dalla Troika, alle forze politiche come Pasok e Neo Democratia che, avallando le imposizioni del memorandum, hanno prodotto un disastro umanitario e sociale senza precedenti, portando il paese in un baratro. La sua forza è nata dal conflitto sociale e di classe che in quel paese si è opposto e continua ad opporsi ai diktat del’Unione Europea. Il suo carattere di sinistra radicale e di classe è, in questo senso, netto ed inequivoco. La Grecia ha rappresentato la cavia su cui sperimentare le politiche che man mano si sono esportate negli altri paesi della periferia europea colpiti dalla crisi. Syriza una risposta di classe e di sinistra di uscita dalla crisi, la Grecia il punto più avanzato in Europa, dove si può produrre una rottura politica con i governi complici dell’austerità. Un’esperienza che, per avere successo, non può essere lasciata sola, che va rafforzata anche con questo voto europeo.
Il senso della candidatura di Tsipras ha l’ambizione, per il Partito della Sinistra Europea, di rilanciare la sfida per l’egemonia con le forze della sinistra moderata corresponsabili delle politiche neoliberiste in tutta Europa, per cambiare i rapporti di forza politici che hanno fin qui determinato l’affermarsi delle grandi coalizioni. Votare per Tsipras è un voto per un’alternativa di sinistra all’austerità, il voto per Schultz, Junker e gli altri candidati un voto per la continuità e lo status quo, per le forze responsabili della crisi.
Il percorso italiano ha avuto una sua particolarità, con il ruolo giocato dall’appello dei sei promotori lanciato da Micromega per la creazione della lista. Un percorso che ha visto delle criticità che non vanno taciute, quali la decisone sul simbolo, il percorso centralizzato della sua creazione, gli accenti anti-partitisti, ma che ha anche avuto il merito di aprire alla possibilità di una lista unitaria. La lista ad oggi si distingue per una posizione politica anti-neoliberista, ma non ancora come spazio pubblico per la creazione di un soggettività nuova della sinistra di alternativa. Occorre lavorare perché possa diventarlo, perché si avvii un percorso che sia rispettoso delle differenze e della pluralità dei soggetti in campo, e perché, all’interno della sua variegata composizione, si affermino le posizioni per la creazione, come accade nel resto d’Europa, di una soggettività politica della sinistra autonoma dalle forze di centrosinistra.
A tal fine, la Direzione nazionale del PRC dà mandato alla segreteria nazionale perché si sostengano nella composizione delle liste, e poi nella campagna elettorale, figure ed esperienze, a partire dagli iscritte-i al PRC, che condividano questo progetto politico, la creazione di un’alternativa di sinistra al neoliberismo e all’austerità anche nel nostro paese, una critica di classe e di sinistra a questa Unione Europea e al capitalismo.
La nascita del governo Renzi e il suo carattere nuovista sulla forma, ma continuista nelle politiche economiche e sociali, nel segno di un blairismo tardivo all’italiana, aprono gli spazi politici perché vi sia una affermazione della lista e perché venga messo all’ordine del giorno questo tema.
Ora occorre far si che si raggiungano le 150.000 firme necessarie alla presentazione e a garantire l’autonomia politica della lista. La sua nascita reale, non solo sulla carta. Si tratta di un obiettivo politico, non meramente organizzativo, di una parte della stessa campagna elettorale.
In Italia può affermarsi una lista di sinistra, antilberista, i cui eletti andranno nel gruppo indicato da Tsipras e che sostiene le posizioni del Partito della Sinistra Europea e del suo candidato a Presidente. Un fatto politico enorme, e che rappresenta il dato politico prevalente su cui ragionare. Senza questa possibilità, il nostro dibattito sarebbe stato ben altro. Per queste ragioni, la Direzione Nazionale del PRC invita i propri circoli, iscritti, ad attivarsi da subito per raccogliere le firme, per la formazione dei comitati unitari, per far vivere le ragioni programmatiche, di sinistra, della nostra battaglia in Italia e in Europa e per sostenere i propri candidati nelle liste. Le prossime elezioni europee sono una battaglia comune, che facciamo al fianco delle nostre compagne e compagni di tutta Europa, di Syriza, della Linke, del Front de Gauche, di Izquierda Unida, per dare il segnale netto del rifiuto dell’austerità e della possibilità di un’alternativa di sinistra alla grande coalizione delle banche che governa questa UE, di rimessa in discussione dei suoi equilibri politici e dei suoi trattati neoliberisti. Per l’altra Europa, quella sociale e dei popoli, del lavoro e della giustizia sociale, quella per cui da sempre ci battiamo insieme alle nostre compagne e ai nostri compagni di tutta Europa.

 
23/02/2014

22 febbraio 2014

In perfetta continuità con i governi incostituzionali di Monti e di Letta. Al peggio non c'è mai fine in questo Paese disgraziato di democrazia e giustizia sociale

Governo Renzi, Confindustria e Ocse i veri proprietari dell'esecutivo

La lista dei ministri l’hanno scritta direttamente Bankitalia, Bce e Quirinale. Assistenti ai bordi del campo, Confindustria, Ocse e Fmi. E’ così che dal cappello di Renzi sono usciti Federica Guidi, già ai vertici dell’associazione degli imprenditori, e Pier Carlo Padoan, vice all’Ocse e in procinto di approdare all’Istat.
Guidi, classe '69, laurea in Giurisprudenza, modenese, azienda di famiglia Ducati Energia, e'stata anche presidente dei giovani di Confindustria. Una sorpresa, emersa solo a ridosso dell'ufficialita' nelle indiscrezioni dell'ultim'ora, quella di Giuliano Poletti al ministero del Lavoro. Presidente di Legacoop e di Alleanza delle cooperative. "Sono onorato e, allo stesso tempo, pienamente consapevole della complessita' del lavoro che mi aspetta: lo portero' avanti in coerenza con gli orientamenti programmatici e la volonta' comune del Governo", assicura a caldo.

Pier Carlo Padoan, 64 anni, capo economista dell'Ocse e da poco nominato, ma mai insediato, all'Istat, arriva a via XX Settembre con un solido programma liberista, appena mitigato da qualche correzione maturata nella temperie della crisi, come quella sulla tassazione delle ricchezze. Tre i suoi punti di riferimento fondamentali: il taglio del costo del lavoro, sempre a somma zero e in relazione ai tagli della spesa pubblica beninteso; liberalizzazioni/privatizzazioni e attacco ai diritti del lavoro.
E’ un sostenitore del ridisegno dei sistemi di welfare, spostando la tutela dal posto di lavoro al reddito dei lavoratori. Il che significa, da un lato, "diminuire la protezione dei lavoratori con alcuni tipi di contratto", e dall'altro "migliorare le reti di supporto sociale" per chi e' in difficolta'. Quello che più o meno voleva fare il governo Letta con la riprogettazione degli ammortizzatori sociali. Padoan e' convinto che per finanziare il taglio delle tasse, sia indispensabile agire con una corrispondente riduzione della spesa, perche' "i margini per tagliare le tasse vanno costruiti". In questo senso, appare indispensabile proseguire sulla strada intrapresa dal commissario straordinario Carlo Cottarelli con la spending review.
L'obiettivo, ambizioso, deve essere quello di "rendere qualitativo, come in altri paesi, il taglio alle spese". L'altra chiave e' la concorrenza. Per questo, ha sostenuto l'economista, "e' importante che in Italia si proceda ad ulteriori liberalizzazioni, come nel settore dell'energia, il che significa un abbattimento dei costi di produzione". Ma non basta. Serve anche un'azione determinata per "liberalizzare il mercato dei prodotti, ossia dei servizi, come in altri paesi europei".

Padoan è stato consulente della Banca Mondiale, della Commissione Europea, della Banca Centrale Europea. E anche in Italia non e' alla primissima esperienza governativa. Sul suo curriculum, infatti, annovera una collaborazione prima con Giuliano Amato e poi con Massimo D'Alema a Palazzo Chigi come consigliere. Proprio con quest'ultimo il rapporto e' molto stretto visto che Padoan ha ricoperto il ruolo di direttore della Fondazione Italianieuropei.
Per il segretario del Prc Paolo Ferrero, il governo Renzi è "in perfetta continuità con quello di Letta e quello di Monti". "Inoltre, l’accordo con Forza Italia sulla legge elettorale e sulle riforme istituzionali - continua Ferrero - fa sì che Renzi oltre ad aver rimesso in pista Berlusconi, risponda a due maggioranze, entrambe spostate pesantemente a destra". Dal punto di vista delle scelte di politica economica "ci troviamo addirittura di fronte ad un peggioramento. Da un lato il ministro continua ad essere un fiduciario delle agenzie economiche internazionali, garante del patto di stabilità, dei trattati europei e delle politiche di austerità, non certo dello sviluppo e della giustizia sociale". Dall’altro, "è portatore di una tesi completamente falsa secondo cui la riduzione del costo del lavoro e la precarizzazione del lavoro – che lui chiama flessibilità – sarebbero le principali leve attraverso cui aumentare la produttività: questo governo, sulla linea della Fornero, si caratterizzerà per un nuovo attacco ai diritti dei lavoratori”.

Fabio Sebastiani
21/2/2014 www.controlacrisi.org

17 febbraio 2014

Non ci piacciono, è noto, i "dietrologi". Scambiano spesso le loro paure per i fatti, e di dieci prove scartano tutte quelle che non entrano nel loro schema. Però, per sbaglio - certamente - o per "informazioni di altro servizio", qualche volta riescono a dare notizie interessanti. Certo, semplificando molto, come avviene per tutti coloro che hanno in testa un "complotto" invece che un fatto politico complesso. Nel caso specifico - se proprio vogliamo muovere un appunto al testo di Fracassi - c'è un'attenzione monomaniacale sul versante "amerikano" dei poteri alle spalle di Renzi; e una sottovalutazione di quelli interni all'Unione Europea. In fondo, il sindaco di Firenze un paio di mesi fa è stato ricenvuto da Angela Merkel. E non ci sembra siano molti i semplici "sindaci" che abbiano ricevuto altrettanta considerazione... Ma anche i dietrologi, dicevamo, se non scambiano lucciole per lanterne, prendendo una strada completamente sbagliata, possono addirittura risultare utili. E' il caso, questa volta, di Franco Fracassi. Forse, probabilmente, molto... (Redazione www.contropiano.org)

Ecco chi si nasconde nell'ombra di Renzi
                                                                       
Ecco chi si nasconde nell'ombra di Renzi
Quando negli anni Ottanta Michael Ledeen varcava l'ingresso del dipartimento di Stato, al numero 2401 di E Street, chiunque avesse dimestichezza con il potere di Washington sapeva che si trattava di una finta. Quello, per lo storico di Los Angeles, rappresentava solo un impiego di facciata, per nascondere il suo reale lavoro: consulente strategico per la Cia e per la Casa Bianca. Ledeen è stato la mente della strategia aggressiva nella Guerra Fredda di Ronald Reagan, è stato la mente degli squadroni della morte in Nicaragua, è stato consulente del Sismi negli anni della Strategia della tensione, è stato una delle menti della guerra al terrore promossa dall'Amministrazione Bush, oltre che teorico della guerra all'Iraq e della potenziale guerra all'Iran, è stato uno dei consulenti del ministero degli Esteri israeliano. Oggi Michael Ledeen è una delle menti della politica estera del segretario del Partito democratico Matteo Renzi.

Forse è stato anche per garantirsi la futura collaborazione di Ledeen che l'allora presidente della Provincia di Firenze si è recato nel 2007 al dipartimento di Stato Usa per un inspiegabile tour. Non è un caso che il segretario di Stato Usa John Kerry abbia più volte espresso giudizi favorevoli nei confronti di Renzi.

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Michael Ledeen, una delle anime nere della destra repubblicana negli Usa, è uno dei consiglieri di Renzi.

Ma sono principalmente i neocon ad appoggiare Renzi dagli Stati Uniti. Secondo il "New York Post", ammiratori del sindaco di Firenze sarebbero gli ambienti della destra repubblicana, legati alle lobby pro Israele e pro Arabia Saudita.

In questa direzione vanno anche il guru economico di Renzi, Yoram Gutgeld, e il suo principale consulente politico, Marco Carrai, entrambi molti vicini a Israele. Carrai ha addirittura propri interessi in Israele, dove si occupa di venture capital e nuove tecnologie. Infine, anche il suppoter renziano Marco Bernabè ha forti legami con Tel Aviv, attraverso il fondo speculativo Wadi Ventures e, il cui padre, Franco, fino a pochi anni fa è stato arcigno custode delle dorsali telefoniche mediterranee che collegano l'Italia a Israele.

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Forse aveva ragione l'ultimo cassiere dei Ds, Ugo Sposetti, quando disse: «Dietro i finanziamenti milionari a Renzi c'è Israele e la destra americana». O perfino Massimo D'Alema, che definì Renzi il terminale di «quei poteri forti che vogliono liquidare la sinistra».

Dietro Renzi ci sono anche i poteri forti economici, a partire dalla Morgan Stanley, una delle banche d'affari responsabile della crisi mondiale. Davide Serra entrò in Morgan Stanley nel 2001, e fece subito carriera, scalando posizioni su posizioni, in un quinquennio che lo condusse a diventare direttore generale e capo degli analisti bancari.
La carriera del giovane broker italiano venne punteggiata di premi e riconoscimenti per le sue abilità di valutazione dei mercati. In quegli anni trascorsi dentro il gruppo statunitense, Serra iniziò a frequentare anche i grandi nomi del mondo bancario italiano, da Matteo Arpe (che ancora era in Capitalia) ad Alessandro Profumo (Unicredit), passando per l'allora gran capo di Intesa-San Paolo Corrado Passera.

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Daniele Serra, braccio destro di Renzi per l'economia, è considerato unp squalo della finanza internazionale.

Nel 2006 Serra decise tuttavia che era il momento di spiccare il volo. E con il francese Eric Halet lanciò Algebris Investments.
Già nel primo anno Algebris passò da circa settecento milioni a quasi due miliardi di dollari gestiti.
L'anno successivo Serra, con il suo hedge fund, lanciò l'attacco al colosso bancario olandese Abn Amro, compiendo la più importante scalata bancaria d'ogni tempo.

Poi fu il turno del banchiere francese Antoine Bernheim a essere fatto fuori da Serra dalla presidenza di Generali, permettendo al rampante finanziere di mettere un piede in Mediobanca.

Definito dall'ex segretario Pd Pier Luigi Bersani «il bandito delle Cayman», Serra oggi ha quarantatré anni, vive nel più lussuoso quartiere di Londra (Mayfair), fa miliardi a palate scommettendo sui ribassi in Borsa (ovvero sulla crisi) ed è il principale consulente finanziario di Renzi, nonché suo grande raccoglietore di denaro, attraverso cene organizzate da Algebris e dalla sua fondazione Metropolis.

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La banca d'affari Morgan Stanley è considerata tra i responsabili della crisi economica mondiale.

E così, nell'ultimo anno il gotha dell'industria e della finanza italiane si sono schierati uno a uno dalla parte di Renzi. A cominciare da Fedele Confalonieri che, riferendosi al sindaco di Firenze, disse: «Non saranno i Fini, i Casini e gli altri leader già presenti sulla scena politica a succedere a Berlusconi, sarà un giovane». Poi venne Carlo De Benedetti, con il suo potentissimo gruppo editoriale Espresso-Repubblica («I partiti hanno perduto il contatto con la gente, lui invece quel contatto ce l'ha»). E ancora, Diego Della Valle, il numero uno di Vodafone Vittorio Colao, il fondatore di Luxottica Leonardo Del Vecchio e l'amministratore delegato Andrea Guerra, il presidente di Pirelli Marco Tronchetti Provera con la moglie Afef, l'ex direttore di Canale 5 Giorgio Gori, il patron di Eataly Oscar Farinetti, Francesco Gaetano Caltagirone, Cesare Romiti, Martina Mondadori, Barbara Berlusconi, i banchieri Fabrizio Palenzona e Claudio Costamagna, il numero uno di Assolombarda Gianfelice Rocca, il patron di Lega Coop Giuliano Poletti, Patrizio Bertelli di Prada, Fabrizio Palenzona di Unicredit, Il Monte dei Paschi di Siena, attraverso il controllo della Fondazione Montepaschi gestita dal renziano sindaco di Siena Bruno Valentini, e, soprattutto, l'amministratore delegato di Mediobanca Albert Nagel, erede di Cuccia nell'istituto di credito.

Proprio sul giornale controllato da Mediobanca, "Il Corriere della Sera", da sempre schierato dalla parte dei poteri forti, è arrivato lo scoop su Monti e Napolitano, sui governi tecnici. Il Corriere ha ripreso alcuni passaggi dell'ultimo libro di Alan Friedman, altro uomo Rcs. Lo scoop ha colpito a fondo il governo Letta e aperto la strada di Palazzo Chigi a Renzi.

Il defunto segretario del Psi Bettino Craxi diceva: «Guarda come si muove il Corriere e capirai dove si va a parare nella politica». Gad Lerner ha, più recentemente, detto: «Non troverete alla Leopolda i portavoce del movimento degli sfrattati, né le mille voci del Quinto Stato dei precari all'italiana. Lui (Renzi) vuole impersonare una storia di successo. Gli sfigati non fanno audience».


Franco Fracassi
da Popoff - Globalist
13/2/2014

13 febbraio 2014

L’Europa è arrivata ad un bivio critico. Nelle elezioni europee del 25 Maggio, due chiare alternative per il presente ed il futuro sono sul tavolo: o rimaniamo immobili con i conservatori e i liberisti, o ci muoviamo avanti con la Sinistra Europea. O acconsentiamo allo status quo neo-liberista – fingendo che la crisi si possa risolvere con le stesse politiche che l’hanno causata- o guardiamo al futuro rappresentato dalla Sinistra Europea.

DICHIARAZIONE PROGRAMMATICA DI ALEXIS TSIPRAS

Il partito della Sinistra Europea mi ha eletto come candidato per la presidenza della Commissione dell’Unione Europea nel quarto congresso il 13-15 Dicembre a Madrid.
È un onore e un onere. L’onore non è solo personale. La candidatura del leader del partito di opposizione in Grecia simboleggia il riconoscimento dei sacrifici del popolo greco. Simboleggia anche la solidarietà per tutti i popoli del Sud dell’Europa che hanno subito le catastrofiche conseguenze sociali dei Memoranda di austerità e recessione.
Ma, più che una candidatura, è un mandato di speranza e cambiamento in Europa. È un appello per la Democrazia a cui ogni generazione merita di partecipare, e in cui ogni generazione ha il diritto di vivere. È una lotta per il potere di cambiare la vita quotidiana della gente ordinaria. Per citare Aneurin Bevan, un vero social-democratico e il padre del Servizio Sanitario Nazionale Britannico, il potere per noi significa “l’uso di un’azione collettiva con lo scopo di trasformare la società e innalzare tutti noi, insieme”.
Io non sono un candidato del Sud dell’Europa. Sono un candidato di tutti cittadini, indipendentemente dal loro indirizzo, sia del Nord sia del Sud, che vogliono un’Europa senza austerità, recessione eRaccomandazioni. La mia candidatura aspira a raggiungere tutti voi, senza distinzioni di ideologie politiche e di voti nelle elezioni nazionali. Unisce gli stessi popoli che sono divisi dalla gestione neolìberista della crisi economica. Integra l’indispensabile allenza anti- Memoranda del Sud in un ampio movimento Europeo contro l’austerità – un movimento per la ricostruzione democratica dell’unione monetaria.
La mia candidatura si rivolge soprattutto ai giovani. Per la prima volta nell’Europa del dopoguerra una giovane generazione ha aspettative peggiori rispetto a propri genitori. I giovano vedono le proprie aspirazioni bloccate dall’elevata disoccupazione e la prospettiva di crescere senza lavoro o sottopagati. Dobbiamo agire - non per loro ma con loro – e dobbiamo agire ora!
Dobbiamo urgentemente superare la divisione tra Nord e Sud dell’Europa e demolire il “muro monetario” che separa gli standard e le possibilità di vita nel continente.
L’Eurozona è sull’orlo di un collasso. Questo non è dovuto all’Euro in se, ma al neoliberismo – alle politiche di austerità che, anziché supportare la moneta unica, l’hanno indebolita. Ma, insieme alla moneta unica, hanno indebolito anche la fiducia dei cittadini nell’Unione Europea e il supporto per avanzare e approfondire l’integrazione in Europa. È per questa ragione che crediamo che il neo-liberismo non fa altro che stimolare l’euro-scetticismo. E che dovremmo abbandonare l’austerità e recuperare la Democrazia.
Quello che è successo negli anni della crisi è che l’estabishment politico ha colto l’opportunità di riscrivere la politica economica del dopoguerra. La gestione politica della crisi del debito dell’Eurozona è inserito nel processo di trasformazione istituzionale dell’Eurozona Sud sul modello del Capitalismo neo-liberista Anglo-Sassone. La diversità nelle istituzioni nazionali non è tollerata. L’imposizione delle regole è la pietra fondante delle leggi recentemente approvate dalla Commissione Europea per incrementare il controllo economico sull’Eurozona. La Cancelliera Merkel in Germania, insieme all’élite burocratica neo-liberista in Bruxelles, tratta la solidarietà sociale e la dignità umana come ostacoli economici e la sovranità nazionale come un fastidio. L’Europa è costretta a indossare la camicia di forza dell’austerità, delle disciplina e della deregolamentazione . Peggio ancora, l’Europa rischia una “generazione perduta” della sua popolazione più giovane e talentuosa.
Questa non è la nostra Europa. È solo l’Europa che vogliamo cambiare. Al posto di un’Europa piena di paura della disoccupazione, della disabilità, della vecchiaia e della povertà; al posto di un’Europa che ridistribuisce i guadagni ai ricchi e la paura ai poveri; al posto di un’Europa che serve le necessità dei banchieri, vogliamo un’Europa al servizio dei bisogni umani.
Il cambiamento è possibile e avverrà! Coloro che dicono che l’Europa in cui viviamo non può cambiare, lo dicono perché non vogliono che l’Europa cambi. Perché hanno interessi a non voler cambiare l’Europa. Dobbiamo riunire l’Europa e ricostruirla su basi democratiche e progressive. Dobbiamo riconnettere l’Europa con le sue origini Illuministiche e dare priorità alla Democrazia. Perché l’Unione Europea sarà democratica o cesserà di esistere. E per noi, la Democrazia non è negoziabile.
La sinistra Europea si sta battendo per una Europa democratica, sociale ed economica. Questo obbiettivi strategici definiscono le nostre tre priorità politiche:

1. Porre fine all’austerità e alla crisi. Un’Eurozona senza austerità è possibile. Perché l’Austerità è in sé una crisi – non è una soluzione per la crisi. Costringe l’Europa ad oscillare tra recessione e un incremento anemico del GDP. Ha gonfiato la disoccupazione registrata in Europa. È la causa dell’incremento del debito pubblico dell’Eurozona dal 70,2% nel 2008 al 90,6% nel 2012. A questo scopo, lavoreremo per una soluzione comprensiva e definita del debito dell’Eurozona. Apriremo la strada alla reflazione coordinata delle economie Europee. Perchè la deflazione minaccia la stabilità. Abbiamo riassunto il nostro piano politico contro la crisi in dieci punti, e la presenteremo nella prossima sezione.

2. Mettere in moto la trasformazione ecologica della produzione. La crisi non è solo economica. È anche ecologica, nel senso che riflette un paradigma economico insostenibile in Europa. Di conseguenza, abbiamo bisogno di una simultanea trasformazione economica ed ecologica delle società europee per emergere dalla crisi e creare una solida base per lo sviluppo con giustizia sociale, impiego stabile e decente e una migliore qualità di vita per tutti. Abbiamo bisogno di questa trasformazione adesso! La gestione della crisi nell’Eurozona Sud attraverso le famigerate “Troika” ha aggiunto una crisi ambientale alla crisi fiscale di quelle nazioni, rinforzando la divisione tra il Nord e il Sud. Inoltre, col pretesto della crisi e la ricerca di una soluzione rapida alla situazione economica, l’Unione Europea e gli stati membri hanno rilassato le proprie politiche ecologiche e limitato la sostenibilità, nel migliore dei casi, a misure di efficienza energetica e di materie prime. Un caso tra tutti, anche se l’Europa abbonda di casi simili, e il supporto dato dal governo greco alla multinazionale mineraria Eldorado Gold, che ha iniziato operazioni minerarie su larga scala nella foresta primordiale di Skouries in Halkidiki.
L’Europa ha bisogno di un cambio di paradigma a favore della sostenibilità. A questo scopo, abbiamo bisogno di una politica pubblica ecologica che sia priorità alla sostenibilità e qualità, cooperazione e solidarietà. Per esempio, una politica pubblica ecologica pianificherebbe, incoraggerebbe e finanzierebbe un’istruzione a favore della sostenibilità e indirizzerebbe verso carriere in settori sostenibili. La trasformazione ecologica della produzione include un’ampia gamma di settori politici, quali: Riforma delle tasse, che cambierebbe la logica della tassazione spostando il suo peso sul consumo di risorse piuttosto che sull’impiego, l’eliminazione di sovvenzioni a imprese nocive per l’ambiente, la preservazione della biodiversità, la sostituzione dell’energia convenzionale con risorse rinnovabili, l’investimento nella ricerca ambientale e lo sviluppo di coltivazione organica e trasporto sostenibile, insieme al rifiuto di qualsiasi accordo commerciale trans-atlantico che non garantisca alti standard sociali ed ambientali.

3. Riformare la struttura dell’immigrazione in Europa. La ricerca umana di una vita migliore è inarrestabile. I confini bloccano i diritti umani, non le persone. Finché rimane la differenza tra i guadagni e le prospettive dei pesi d’origine e quelli dell’Unione Europea rimane enorme o continua ad aumentare l’immigrazione in Europa continuerà. L’Unione Europea dovrebbe dimostrare doppia solidarietà: esterna, verso i paesi d’emigrazione, e interna, con un giusto collocamento geografico degli immigrati. In particolare, l’Unione Europea dovrebbe prendere l’iniziativa politica per una nuova relazione con questi paesi, migliorando l’assistenza allo sviluppo e la capacità per lo sviluppo endogeno con pace, democrazia e giustizia sociale. In parallelo, è necessario cambiare l’architettura istituzionale per l’asilo e l’immigrazione. Dobbiamo assicurare la protezione dei diritti umani nel territorio europeo e pianificare misure per salvare i migranti in mare aperto, per organizzare centri di accoglienza e adottare nuove leggi che regolino l’accesso dei migranti ai Paesi europei in modo giusto e proporzionato, prendendo in considerazione, per quanto possibile, i desideri individuali. I fondi dell’Unione dovrebbero essere distribuiti in modo più sensato; le recenti tragedie di Lampedusa e Farmakonisi dimostrano che sia il Patto Europeo per l’Immigrazione e l’Asilo e la Regolazione Dublino II [Regulation (EC) 343/2003 and Regulation (EU) 604/2013] devono essere corretti immediatamente. Soggetti a semplici e trasparenti criteri, i migranti dovrebbero avere la possibilità di chiedere asilo direttamente allo stato membro a loro scelta e non al Paese attraverso cui entrano nell’Unione Europea. Il paese d’ingresso dovrebbe fornirgli documenti di viaggio che permettano di raggiungere la loro destinazione. Rifiutiamo la “Fortezza Europa” che non fa altro che promuovere xenofobia, razzismo e fascismo. Lavroiamo per un’europa che sia inattaccabile dall’estrema destra e dal neo-nazismo.
Ma l’Europa non sarà ne sociale ne ecologica se non è democratica. E so non è democratica, alienerà i suoi cittadini proprio come succede oggi. Perché, in questo momento cruciale, l’Unione Europea è decaduta in un’oligarchica e anti-democratica industria al servizio delle banche, delle multinazionali e dei ricchi. La Democrazia, in Europa, è in ritirata. E non c’è dubbio che dobbiamo prre fine all’austerità per recuperare la Democrazia. Questo perché l’austerity neo-liberista è stata imposta ai Paesi del Memorandum per mezzo di misure legislative che indeboliscono i parlamenti nazionali; ha rimosso diritti sociali ed economici dei cittadini mediante misure proprie degli stati di polizia. Allo stesso tempo, la struttura e le operazioni delle istituzioni europee, alle quali sono state trasferite le competenze e i diritti nazionali sono prive di legittimità democratica e trasparenza. Burocrati anonimi al di sopra della legge non possono sostituire i politici eletti.
Ma, perché la discussione della democrazia in Europa sia significativa, l’unione Europea necessita di un budget significativo e di un Parlamento Europeo che ne decida l’allocazione e che insieme ai Parlamenti nazionali decida l’esecuzione e controlli la sua efficienza. La riorganizzazione democratica dell’Unione Europea è l’obbiettivo politico per eccellenza. A questo scopo, dovremmo estendere la partecipazione del pubblico e l’interesse dei cittadini nello sviluppo delle politiche e dei servizi europei. In parallelo, dovremmo potenziare la istituzioni che hanno una legittima base democratica, come il parlamento europeo e i parlamenti nazionali. Questo implica iniziative politiche concrete, come primo passo nel restituire ai parlamenti nazionali il ruolo centrale nella legislazione e nelle decisioni sul budget nazionale. Questo significa la sospensione degli articoli 6 e 7 della Regolazione (EU) 473/2013 (il secondo dei due pacchetti di atti legislativi nell’Eurozona) riguardo al monitoraggio e la valutazione dei piani economici nazionali, che danno alla Commissione Europea il diritto di controllare e modificare i budget nazionali prima dei rispettivi parlamenti. Secondariamente, come è stato già detto, implica che sia il Parlamento Europeo che i Parlamenti nazionali abbiano maggior controllo sul budget europeo. Implica anche che il parlamento europeo sia un meccanismo democratico di controllo sul Consiglio Europeo e la Commissione Europea. Ma un’Europa democratica non può essere democratica e consensuale entro i propri confini e arrogante, militaristica e guerrafondaia all’estero. Per questa ragione, abbiamo bisogno di un sistema di sicurezza europeo fondato sul negoziato e sul disarmo. Nessun soldato europeo dovrebbe operare al di fuori dell’Europa.

I. UN PIANO IN 10 PUNTI CONTRO LA CRISI, PER LA CRESCITA CON GIUSTIZIA SOCIALE E IMPIEGO PER TUTTI.
L’Eurozona è il livello ideale per implementare politiche progressiste finalizzate alla crescita, alla redistribuzione delle ricchezze e alla creazione di posti di lavoro. Questo è perchè l’unione monetaria ha maggiore libertà di ciascuno dei suoi costituenti presi separatamente ed è meno esposta alla volatilità e instabilità dell’ambiente esterno. Ma il cambiamento richiede sia un piano politico fattibile che un’azione collettiva.
Per concludere la crisi Europea, è necessario un cambi dratico di regime. Questa priorità serve il nostro piano politico di dieci punti:

1. Immediata fine dell’austerità. L’Austerità è una medicina nociva somministrata al momento sbagliato con devastanti conseguenze per la coesione della società, per la democrazia e per il futuro dell’Europa. Una delle cicatrici lasciate dall’austerità che non mostra segni di guarigione è la disoccupazione – in particolare tra i giovani. Oggi, quasi 27 milioni di persone sono disoccupati nell’Unione Europea, di cui più di 19 milioni nell’Eurozona. La disoccupazione ufficiale nell’Eurozona è salita dal 7,8% nel 2008 al 12,1% nel Novembre 2013. In Grecia, dal 7,7% al 24,4% e in Spagna dal 11,3% al 26,7% nello stesso periodo. La disoccupazione giovanile in Grecia e Spagna si aggira intorno al 60%. con 4,5 milioni di under-25 disoccupati, l’Europa firma la sua condanna a morte.

2. Un New Deal europeo. L’economia europea ha sofferto 6 anni di crisi, con disoccupazione media sopra il 12% e il rischio di una depressione pari a quella degli anni 30. l’Europa potrebbe e dovrebbe prendere in prestito denaro a basso interesse per finanziare un programma di ricostruzione economica focalizzato sull’impiego, sulla tecnologia e sull’infrastruttura. Il programma aiuterebbe le economie colpite dalla crisi ad emergere dal circolo vizioso di recessione e incremento del debito, creare posti di lavoro e sostenere il recupero economico. Gli Stati Uniti ce l’hanno fatta. Perché non noi?

3. L’espansione dei prestiti alla piccola e media impresa. Le condizioni dei prestiti in Europa è nettamente deteriorata. Le piccole e medie imprese sono state colpite ancora più duramente. Migliaia di queste, soprattutto nelle economie in crisi del Sud dell’Europa sono state costrette a chiudere, non perché non erano sostenibili, ma perché il credito era esaurito. Le conseguenze per i posti di lavoro sono state terribili. I tempi straordinari richiedono misure straordinarie: la banca centrale europea dovrebbe seguire l’esempio delle Banche Centrali degli altri paesi e fornire prestiti a basso interesse alle banche se queste accettano di di fare credito a piccole e medie imprese.

4. Sconfiggere la disoccupazione. La disoccupazione media europea è la più alta mai registrata. Molti dei disoccupati rimangono senza lavoro per più di un anno e molti giovano non hanno mai avuto l’opportunità di ricevere un salario per un impiego decente. La maggior parte della disoccupazione è il risalutato dello scarso o nullo sviluppo economico, ma anche se la crescita riprende, l’esperienza ci insegna che sarà necessario molto tempo perché la disoccupazione torni al livello di prima della crisi. L’Europa non può permettersi aspettare così a lungo. Lunghi periodi di disoccupazione sono devastanti per le abilità dei lavoratori, specialmente i giovani. Questo nutre l’estremismo di destra, indebolisce la democrazia e distrugge l’ideale europeo. L’Europa non dovrebbe perdere tempo, dovrebbe mobilitarsi e ridirigere i Fondi Strutturali per creare significative possibilità d’impiego per i cittadini. Laddove i limiti fiscali degli stati membri sono stretti, i contributi nazionali dovrebbero essere azzerati.

5. Sospensione del nuovo sistema fiscale europeo: richiede pareggio di bilancio anno per anno, indipendentemente dalle condizioni economiche dello stato membro. Di conseguenza rimuove la possibilità di usare le politiche fiscali come uno strumento di stabilità nei momenti di crisi, quando è più necessario, mettendo in pericolo la stabilità economica. In breve, è un’idea pericolosa. L’Europa necessita di un sistema fiscale che assicuri la responsabilità fiscale sul medio termine e allo stesso tempo permetta agli stati membri di usare lo stimolo fiscale durante una recessione. Una politica modificata ciclicamente che esenti gli investimenti pubblici è necessaria.

6. Una vera e propria banca europea che possa prestare denaro come ultima risorsa per gli stati-membri e non solo per le banche. L’esperienza storica suggerisce che le unioni monetarie di successo necessitano di una banca centrale che adempia a tutte le funzioni di una banca e non serva solo a mantenere la stabilità dei prezzi. Il prestito a uno stato bisognoso dovrebbe essere incondizionato e non dipendente dall’accettazione di un programma di riforme con il Meccanismo di Stabilità Europea. Il fato dell’Euro e la prosperità dell’Europa dipende da questo.

7. Aggiustamento macroeconomico: i paesi in surplus dovrebbero lavorare quanto i paesi in deficit per correggere il bilanciamento macroeconomico all’interno dell’Europa. L’Europa dovrebbe monitorare valutare e richiedere azione dai Paesi in surplus sotto forma di stimolo, per alleviare la pressione unilaterale sui Paesi in deficit. L’attuale asimmetria non danngiia solo i paesi in deficit. Danneggia l’intera Europa.

8. Una Conferenza del Debito Europeo. La nostra proposta è ispirata ad uno dei più lungimiranti momenti nella storia politica Europea. Questo è l’Accordo di Londra sul Debito del 1953, che alleviò il peso economico della Germania, aiutando a ricostruire la nazione dopo la guerra aprendo la strada per il suo successo economico. L’Accordo richiedeva il pagamento di, al massimo, la metà dei debiti, sia privati che intergovernativi. Legava i tempi del pagamento all’abilità del Paese di ripagare, diluendoli su un periodo di 30 anni. Collegava il debito allo sviluppo economico, seguendo una implicita clausola di crescita: nel periodo tra il 1953 e 1959 gli unici pagamenti dovuti erano gli interessi del debito. Questo ritardo nei pagamenti aveva lo scopo di concedere alla Germania il tempo di recuperare. A partire dal 1958, l’Accordo prevedeva pagamenti annuali che diventarono sempre meno significativi con la crescita dell’economia. L’accordo prevedeva che la riduzione dei consumi della Germania, quello che oggi chiamiamo “devalutazione interna”, non era un metodo accettabile di assicurare il pagamento dei debiti. I pagamenti erano condizuionati dalla possibilità di pagare. L’Accordo di Londra è in diretto contrasto con l’erronea logica dei pagamenti richiesti dal trattato di Versailles, che ostacolava la ricostruzione dell’economia tedesca e creava dubbi sulle intenzioni degli Alleati. L’Accordo di Londra rimane un piano d’azione utilizzabile anche oggi. Non vogliamo una Conferenza del Debito Europeo per il Sud dell’Europa. Vogliamo una Conferenza del Debito Europeo per l’Europa. In questo contesto, si dovrebbero usare tutti gli strumenti politici disponibili, inclusi i prestiti dalla Banca Europea come ultima risorsa oltre alla istituzione di un debito sociale europeo, come gli Eurobond, per sostituire i debiti nazionali.

9. Un Atto Glass-Steagall Europeo. L’obbiettivo è separare le attività commerciali e gli investimenti bancari per prevenire la loro unificazione in un’entità incontrollabile.
10. Una legislazione Europea effettiva per tassare l’economia e le attività imprenditoriali offshore .
II. Questo è il momento di cambiare!
Per rendere possibile questo cambiamento, dobbiamo influenzare in modo decisivo la vita dei cittadini europei. Non vogliamo semplicemente cambiare la attuali politiche ma anche estendere l’interesse e la partecipazione del pubblico nella politica e nella scrittura delle leggi europee. Di conseguenza, dobbiamo creare la più ampia possibile alleanza politica e sociale.
Dobbiamo alterare l’equilibrio del potere politico per poter cambiare l’Europa. Il neo-liberismo non è un fenomeno naturale ne qualcosa di invincibile. È solo il prodotto di scelte politiche in un particolare equilibrio storico di forze. Deve la sua longevità come paradigma economico a politiche socio-democratiche risalenti agli anni ’90. Queste hanno favorito i principi neo-liberisti in corrispondenza a una progressiva deriva verso destra. Per molti Europei, i socio-democratici sembrano l’eco di un’era passata. Non per noi! Ma il disagio sociale dell’attuale crisi e lo scetticismo dell’elettorato verso lo status quo politico hanno condotto le loro strategia ad uno stallo. I socio-democratici non possono permettersi di perdere tempo. Qui ed ora, devono fare uno storico passo in avanti per ridefinirsi nella percezione e nella coscienza pubblica come una forza della sinistra democratica. Ridefinendosi in opposizione al neo-liberismo e alle fallimentari politiche del Partito Popolare Europeo e dell’Alleanza Liberale. O, come è stato accuratamente detto, diventando una forza politica “disposta ad essere tanto radicale quanto la stessa realtà”.
L’Europa è arrivata ad un bivio critico. Nelle elezioni europee del 25 Maggio, due chiare alternative per il presente ed il futuro sono sul tavolo: o rimaniamo immobili con i conservatori e i liberisti, o ci muoviamo avanti con la Sinistra Europea. O acconsentiamo allo status quo neo-liberista – fingendo che la crisi si possa risolvere con le stesse politiche che l’hanno causata- o guardiamo al futuro rappresentato dalla Sinistra Europea.
Ci rivolgiamo soprattutto all’ordinario cittadino europeo che tradizionalmente ha votato per i socio-democratici: per prima cosa, perché eserciti il suo diritto di voto il 25 Maggio, anziché astenersi e lasciare che gli altri votino al suo posto, e che voti per la speranza ed il cambiamento – votando la Sinistra Europea. Possiamo ricostruire la nostra Europa di lavoro, cultura ed ecologia. Ancora una volta nella storia della nostra casa comune- che è l’Europa – dobbiamo ricostrirla come un insieme di società democratiche e giuste. Per ricostruire l’Europa è necessario cambiarla. E dobbiamo cambiarla adesso, perché sopravviva.
Mentre le politiche neo-liberiste trascinano indietro la ruota della Storia, è il momento che la sinistra spinga avanti l’Europa.

testo originale: www.alexistsipras.eu/index.php/declaration

10 febbraio 2014

Il futuro oscuro di un presente che ha paura del passato. Contro ogni revisionismo storico e politico!

Il futuro oscuro di un presente che ha paura del passato

Si dice ed è vero: la «Grande guerra», ci costò seicentomila uomini, per lo più lavoratori, costretti in trincea dopo il «maggio radioso», nonostante i moti della «Settimana Rossa». Si tace, ma Giovanna Procacci lo ha dimostrato senza ombra di dubbi: centomila di quei morti non li fece il «nemico», ma lo Stato Maggiore e i governi del re. Prigionieri di un nemico ridotto alla fame - la Croce Rossa Internazionale chiese invano all’Italia cibo e coperte – furono lasciati al loro destino e morirono di stenti. Chi aveva voluto la guerra, ritenne la resa tradimento e lasciò morire i soldati caduti in mano al nemico. Per quei centomila uomini, espulsi dalla «memoria di Stato», non scrivono artisti, non si appassionano politici, non ci sono corone e discorsi ufficiali. Condannati al silenzio persino dai baccanali nazionalisti dell’ex ministro La Russa, quando nelle scuole c’era un andirivieni di militari che narravano agli studenti le mirabili imprese della «inutile strage».
Nell’inarrestabile eclisse della ragione, invano sparute pattuglie di studiosi ricostruiscono ormai con scrupolo filologico, dovizia di documenti e onestà professionale, le politiche culturali del fascismo, la snazionalizzazione delle «terre irredente» e la semina d’odio che tra il ’22 e il ’40, mise a coltura un vento d’odio che scatenò tempeste di sangue e morte col genocidio degli etiopi gassati e le operazioni antiguerriglia nei Balcani. Si sa, ma non si dice: per annichilire il consenso attorno all’esercito di liberazione, i lanciafiamme crearono decine di Marzabotto slave. Si finge d’ignorare persino la presa di coscienza di migliaia di soldati che, stanchi di uccidere civili, dopo l’armistizio formarono la «Divisione Italia» e combatterono nell’esercito di Tito la guerra dell’Europa per i più alti valori della civiltà, contro il nazifascismo. Le tappe della «semina» e il suo esito sconvolgente non si conciliano con le finalità politiche della verità di Stato e della «memoria a scadenza fissa».
Saldare i conti con la propria storia non produce consenso. Nessuno perciò vuol ricordare Irma Melany Skodnik, cognata di Matteo Renato Imbriani, erede della mazziniana «Società Irredenta per l’Italia» e anima di quella «Pro Dalmazia» che nutre l’utopia della pace garantita da una patria per ogni popolo, poi, dopo la «vittoria tradita», infiltrata dai fascisti, s’impantana nel terreno melmoso della «supremazia dei popoli civili». Ricordarlo, vorrebbe dire riconoscere che, da quel momento, un nazionalismo che sa di razzismo investe come un ciclone i circuiti formativi, sicché, nel fiorire di iniziative «culturali», la fanno da padroni un «Foscolo dalmata», Michele Novelli e i canti di guerra per l’eccidio di Sciara Sciat contro «gli arabi traditori maledetti» e l’oratoria di Camillo Casilli per la «Dalmazia irredenta». La violenza nutre così una gioventù, per la quale si recuperano Odoacre Caterini e le «Visioni Dalmate», poesia e geografia della razza, in cui i «rupestri contrafforti delle Dinariche staccano come inappellabile decreto di separazione etnica le turbolente terre balcaniche».
Tra il 1926 e il 1929, fascistizzato l’irredentismo e ridotta la «Pro Dalmazia» a «Comitati d’Azione Dalmata» militarmente organizzati, il fascismo s’insinua nelle coscienze dei giovani; qui un «eroe» fascista – Mario Mastrandrea, istriano e bombarolo, che ha disseminato di morti le piazze operaie - attraversa l’Italia a passo di marcia e giunge a Fiume, per portare in Italia «sacre ampolle del mare di porto Barros», lì un improvvisato comitato conduce in «patria» dall’Istria, in pompa magna, fanciulli sottratti agli slavi, ospitati da famiglie italiane. L’obiettivo diventa chiaro nel 1929, quando Eguenio Coselschi, anima nera del fascismo di seconda fila, inserisce nei circuiti culturali e nelle giovani menti l’odio violento del «canto del goliardo» - il «Memento Dalmatiae»: «Ringhio! Ed il ringhiar mio non avrà fine se non quando la nostra lama avrà inchiodato nel granito adamantino delle mura di Spalato romana i profanatori dei nostri focolari». Di lì a poco, nel 1930, Alfredo Vittorio Russo, porta nella campagna demografica il tema della «qualità della razza e dei rapporti con l’Eugenetica». E’ l’invito aperto alla selezione della razza, al controllo delle classi subalterne e della «bassa qualità degli individui» che producono; per affrontare il pericolo giallo e quello slavo, afferma Russo, non basta il «numero»; occorre proibire i matrimoni tra «gente tarata», che in genere è povera gente, e «rieducare» i figli dei «deviati» in appositi istituti.
In questo clima culturale, fioriscono i «Battaglioni Dalmati», pronti a versare fino all’ultima goccia di sangue contro la barbarie slava. Dietro le bandiere dalmate listate a lutto, con le tradizionali teste di leopardo in campo azzurro, si celano la «benevolenza» dei Principi di Piemonte e segmenti del regime: il generale Coselschi, comandante dei Comitati d’Azione per l’universalità di Roma, Enrico Scodnik con l’Associazione Volontari di guerra, l’Opera Balilla e quella per il Dopolavoro. Ettore Conti della
Banca Commerciale, la Federazione Industria e Commercio e la Montecatini assicurano il sostegno economico della finanza e degli imprenditori, che pagano le spese per portare nelle scuole un irredentismo, che «formi i giovani destinati a riconquistare le terre italiane e a tenerle in pugno». Mentre una sorta di delirio produce «Gruppi d’azione irredentista corsa» e «Comitati per la Tunisia italiana», i giovani urlano la loro passione malata: «Dalmazia o morte» è il grido ricorrente. Mani e menti, ormai armate, preparano la tragedia. Sarà un bagno di sangue.
Dopo decenni, il Mediterraneo, ridotto a un cimitero, fa invano da campanello d’allarme. Qui da noi la retorica della memoria ignora ciò che stato e alimenta il mito della «brava gente»; in Parlamento si fa strada una legge – Napolitano l’ha sollecitata - che pare sacrosanta e innocua, ma, di fatto, è un bavaglio per la «memoria fuori protocollo». «Negazionismo» è la parola magica ma si direbbe che la politica, decisa a scrivere senza intralci una verità di Stato, punti direttamente alla libertà di ricerca e di insegnamento. Quali giudici - e con quali competenze – giudicheranno gli storici, non è dato capire. Su un punto però si può esser d’accordo: quando il passato fa tanta paura al presente, il futuro si tinge di nero.


Giuseppe Aragno
10/02/2014 www.liberazione.it

7 febbraio 2014

Alexis Tsipras presente alla Direzione Nazionale di Rifondazione Comunista

«Cambiare il volto dell’Europa. Se non noi, chi?»

Con il saluto alla Direzione nazionale di Rifondazione comunista è iniziato il tour italiano di Alexis Tsipras, il leader di Syriza candidato della Sinistra europea alla presidenza della Commissione Ue alle prossime elezioni di maggio. Un riconoscimento esplicito al lavoro del Prc che «unico in Italia ha avanzato la mia candidatura dentro la Se», come ha detto ringraziando per questo Rifondazione comunista e il suo segretario Paolo Ferrero (che ricambiano con standing ovation finale sulle note di “Avanti popolo”).
Una candidatura che lo stesso Tsipras riconoscere essere nata da un impegno comune, dal fatto di aver «lottato insieme» già dai giorni del G8 del 2001, quando lui era «uno dei manifestanti cui fu impedito di arrivare a Genova». E quella, docce oggi il leader di Syriza, era già l’Europa che volevano costruire: una «Europa autoritaria e sempre meno democratica». Un’Europa dove «il capitale può circolare liberamente, ma non le persone». Ma siccome «si può impedire alle persone di circolare, ma non alle idee», noi siamo qui a difendere «le idee e i valori della solidarietà, della democrazia reale, della coesione sociale. Questa è la nostra risposta alla crisi provocata dal neoliberismo».
E’ un momento «strategico», avverte Tsipras, che richiede «cambiamenti profondi», a partire dagli accordi e dai trattati, per far nascere un’Europa «più amica delle persone», con più democrazia e protezione sociale: «Se non noi, chi?» chiede retoricamente.
 
Romina Velchi