29 gennaio 2014

Dove sono gli ipocriti, politici, sindacalisti e giornalisti, che sostenevano la bontà delle scelte della Fiat mentre la FIOM, i sindacati di base e i comunisti lottavano contro il massacro dei lavoratori? Pavidi e meschini!

Fiat, via da Torino con il vergognoso beneplacito di Fassino-Chiamparino & C.

"A Torino siamo in presenza più che ad una classe politica e di governo a degli struzzi che non sanno o fanno finta di non vedere la realtà. Non si può derubricare lo spostamento all'estero della sede legale (e fiscale) Fiat, dopo la fusione intervenuta con Crysler, a mero "vulnus simbolico" tale da non incidere minimamente sulle prospettive di tenuta aziendale, produttiva e occupazionale per quanto riguarda Torino e il resto del Paese. Questo il punto di vista di Piero Fassino e Sergio Chiamparino che parlano anche di "nuove opportunità".
Già di per sè l'operazione di fusione Fiat Crysler è segnata da una prevalente visone finanziaria, di massimizzazione dei rendimenti finanziari e del valore di mercato dell'impresa più che da una strategia di effettivo rilancio industriale. Ancor più per Torino e il nostro Paese questa idea di rilancio non esiste se non nella testa di Fassino e Chiamparino che ancora una volta rassicurano sugli intenti di Marchionne di "mantenere le attuali presenze produttive nell'area torinese". Questi intenti sono riferiti a poche produzioni e modelli che non sono certo in grado di prospettare non dico una ripresa ma anche semplicemente una tenuta delle attuali condizioni di produzione e di occupazione.
La verità è che per anni ci hanno raccontato un fracco di frottole su una idea di rilancio della Fiat che aveva come prerequisito l'attacco all'occupazione e ai diritti dei lavoratori. Complice di queste frottole una classe politica subalterna o asservita agli interessi Fiat.
In un'intervista di oggi a un quotidiano torinese Chiamparino parla senza pudore e senza vergogna dei suoi incontri conviviali e delle sue partite a scopone, di quando era sindaco, con Marchionne. Partite a scopone che, annota il cronista, "aiutavano la condivisione dei problemi che toccavano certamente il primo gruppo industriale ma anche Torino". Quale migliore immagine per dire che Marchionne e Chiamparino & C. in fondo sono due facce della stessa medaglia. Due forme di potere e di governo piegate all'interesse d'impresa, del profitto e della finanza che hanno la responsabilità di aver condiviso e portato avanti politiche di spoliazione di attività industriali, di diritti del lavoro, di occupazione".
 
Ezio Locatelli 
Segretario Rifondazione Comunista Torino
29/01/2014

28 gennaio 2014

Per la democrazia costituzionale. Appello dei giuristi

Non ripristinate il Porcellum Italicum

La proposta di riforma elettorale depositata alla Camera a seguito dell’accordo tra il segretario del Partito Democratico Matteo Renzi e il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi consiste sostanzialmente, con pochi correttivi, in una riformulazione della vecchia legge elettorale – il cosiddetto “Porcellum” – e presenta perciò vizi analoghi a quelli che di questa hanno motivato la dichiarazione di incostituzionalità ad opera della recente sentenza della Corte costituzionale n.1 del 2014.
Questi vizi, afferma la sentenza, erano essenzialmente due. Il primo consisteva nella lesione dell’uguaglianza del voto e della rappresentanza politica determinata, in contrasto con gli articoli 1, 3, 48 e 67 della Costituzione, dall’enorme premio di maggioranza – il 55% per cento dei seggi della Camera – assegnato, pur in assenza di una soglia minima di suffragi, alla lista che avesse raggiunto la maggioranza relativa. La proposta di riforma introduce una soglia minima, ma stabilendola nella misura del 35% dei votanti e attribuendo alla lista che la raggiunge il premio del 53% dei seggi rende insopportabilmente vistosa la lesione dell’uguaglianza dei voti e del principio di rappresentanza lamentata dalla Corte: il voto del 35% degli elettori, traducendosi nel 53% dei seggi, verrebbe infatti a valere più del doppio del voto del restante 65% degli elettori determinando, secondo le parole della Corte, “un’alterazione profonda della composizione della rappresentanza democratica sulla quale si fonda l’intera architettura dell’ordinamento costituzionale vigente” e compromettendo la “funzione rappresentativa dell’Assemblea”. Senza contare che, in presenza di tre schieramenti politici ciascuno dei quali può raggiungere la soglia del 35%, le elezioni si trasformerebbero in una roulette.
Il secondo profilo di illegittimità della vecchia legge consisteva nella mancata previsione delle preferenze, la quale, afferma la sentenza, rendeva il voto “sostanzialmente indiretto” e privava i cittadini del diritto di “incidere sull’elezione dei propri rappresentanti”. Questo medesimo vizio è presente anche nell’attuale proposta di riforma, nella quale parimenti sono escluse le preferenze, pur prevedendosi liste assai più corte. La designazione dei rappresentanti è perciò nuovamente riconsegnata alle segreterie dei partiti. Viene così ripristinato lo scandalo del “Parlamento di nominati”; e poiché le nomine, ove non avvengano attraverso consultazioni primarie imposte a tutti e tassativamente regolate dalla legge, saranno decise dai vertici dei partiti, le elezioni rischieranno di trasformarsi in una competizione tra capi e infine nell’investitura popolare del capo vincente.
C’è poi un altro fattore che aggrava i due vizi suddetti, compromettendo ulteriormente l’uguaglianza del voto e la rappresentatività del sistema politico, ben più di quanto non faccia la stessa legge appena dichiarata incostituzionale. La proposta di riforma prevede un innalzamento a più del doppio delle soglie di sbarramento: mentre la vecchia legge, per questa parte tuttora in vigore, richiede per l’accesso alla rappresentanza parlamentare almeno il 2% alle liste coalizzate e almeno il 4% a quelle non coalizzate, l’attuale proposta richiede il 5% alle liste coalizzate, l’8% alle liste non coalizzate e il 12% alle coalizioni. Tutto questo comporterà la probabile scomparsa dal Parlamento di tutte le forze minori, di centro, di sinistra e di destra e la rappresentanza delle sole tre forze maggiori affidata a gruppi parlamentari composti interamente da persone fedeli ai loro capi.
Insomma questa proposta di riforma consiste in una riedizione del porcellum, che da essa è sotto taluni aspetti – la fissazione di una quota minima per il premio di maggioranza e le liste corte – migliorato, ma sotto altri – le soglie di sbarramento, enormemente più alte – peggiorato. L’abilità del segretario del Partito democratico è consistita, in breve, nell’essere riuscito a far accettare alla destra più o meno la vecchia legge elettorale da essa stessa varata nel 2005 e oggi dichiarata incostituzionale.
Di fronte all’incredibile pervicacia con cui il sistema politico sta tentando di riprodurre con poche varianti lo stesso sistema elettorale che la Corte ha appena annullato perché in contrasto con tutti i principi della democrazia rappresentativa, i sottoscritti esprimono il loro sconcerto e la loro protesta. Contro la pretesa che l’accordo da cui è nata la proposta non sia emendabile in Parlamento, ricordano il divieto del mandato imperativo stabilito dall’art.67 della Costituzione e la responsabilità politica che, su una questione decisiva per il futuro della nostra democrazia, ciascun parlamentare si assumerà con il voto. E segnalano la concreta possibilità – nella speranza che una simile prospettiva possa ricondurre alla ragione le maggiori forze politiche – che una simile riedizione palesemente illegittima della vecchia legge possa provocare in tempi più o meno lunghi una nuova pronuncia di illegittimità da parte della Corte costituzionale e, ancor prima, un rinvio della legge alle Camere da parte del Presidente della Repubblica onde sollecitare, in base all’art.74 Cost., una nuova deliberazione, con un messaggio motivato dai medesimi vizi contestati al Porcellum dalla sentenza della Corte costituzionale. Con conseguente, ulteriore discredito del nostro già screditato ceto politico.

Roma, 25 gennaio 2014


Pietro Adami, Gaetano Azzariti, Mauro Barberis, Felice Besostri, Ernesto Bettinelli, Francesco Bilancia Michelangelo Bovero, Aldo Bozzi, Maria Agostina Cabiddu, Paolo Caretti, Lorenza Carlassare, Giovanni Cocco, Claudio De Fiores, Mario Dogliani, Anna Falcone, Antonello Falomi, Luigi Ferrajoli, Gianni Ferrara, Domenico Gallo, Giovanni Incorvati, Roberto Lamacchia, Raniero La Valle, Fabio Marcelli, Antonio Matasso, Angela Musumeci, Alessandro Pace, Alba Paolini, Valentina Pazè, Paolo Ridola, Stefano Rodotà, Franco Russo, Giovanni Russo Spena, Carlo Smuraglia, Paolo Solimeno, Riccardo Terzi, Nadia Urbinati, Luigi Ventura, Massimo Villone, Ermanno Vitale.
Per aderire inviare una mail a: perlademocraziacostituzionale@gmail.com
 

Dal punto di vista dell’ideologia eco­no­mica è domi­nante l’idea che in fondo il pro­blema dell’occupazione sia un pro­blema del mer­cato. Quindi i diritti e la vita stessa sono una merce. Questa è l'ideologia liberista contrabbandata dai poteri politici e mediatici, col silenzio assenso dei grossi sindacati

Disoccupazione e orario di lavoro: Italia record
Se un italiano lavorasse le stesse ore annue di un europeo, l’occupazione dovrebbe crescere del 12,54%. Se lavorasse come un francese avremmo un più 18,34%, come un tedesco il 29,95% in più. Si tratta solo di un esercizio meccanico ma dice che è possibile lavorare meno e lavorare tutti
Che l’occupazione e il lavoro siano la que­stione cen­trale che dob­biamo affron­tare non è più messo in discus­sione da nes­suno. Nei primi anni dallo scop­pio della crisi il tasso di disoc­cu­pa­zione dell’Italia è stato più basso di quello della media euro­pea, ma negli ultimi anni il feno­meno si è dram­ma­ti­ca­mente aggra­vato fino a rag­giun­gere, secondo le ultime rile­va­zioni Istat, un tasso di del 12,7%, supe­rando di gran lunga il dato medio europeo.
Dal punto di vista dell’ideologia eco­no­mica è domi­nante l’idea che in fondo il pro­blema dell’occupazione sia un pro­blema del mer­cato. Se le con­di­zioni del mer­cato sono tali da creare un’alta disoc­cu­pa­zione, c’è poco che la poli­tica possa fare diret­ta­mente per risol­vere il problema.
Un’azione diretta del governo, secondo que­sta opi­nione, cree­rebbe ulte­riori pro­blemi, aggra­vando le con­di­zioni del debito pub­blico, distor­cendo ulte­rior­mente il mer­cato e via dicendo. Al mas­simo si può cer­care di oliare ulte­rior­mente i mec­ca­ni­smi di mer­cato magari ren­dendo più fles­si­bile il lavoro (nono­stante l’indice dell’Ocse segnali già da molto tempo che il mer­cato del lavoro ita­liano è note­vol­mente fles­si­bile in rap­porto agli altri paesi euro­pei) o cer­cando di creare dei deboli incen­tivi verso l’assunzione di nuovi lavoratori.
Che que­ste poli­ti­che si siano rive­late spesso con­tro­pro­du­centi e comun­que del tutto insuf­fi­cienti non sem­bra aver scal­fito que­sta cer­tezza. Cosic­ché si attende una sal­vi­fica ripresa della cre­scita che, nel migliore dei casi dopo qual­che anno, incen­tivi la domanda di lavoro alle­viando, ma non risol­vendo il problema.
Al con­tra­rio, ogni ragio­ne­vole idea di poli­tica eco­no­mica dovrebbe rove­sciare l’approccio: la prio­rità è l’obiettivo di piena occu­pa­zione, cui subor­di­nare gli altri obiet­tivi, com­preso il con­te­ni­mento del defi­cit pubblico.
Tra le pos­si­bili misure di poli­tica eco­no­mica volte all’aumento dell’occupazione ce ne sono due che nel nostro paese sareb­bero par­ti­co­lar­mente effi­caci, ma che sono con­si­de­rate quasi delle bestem­mie. Non a caso negli Usa, in cui nes­suno ha paura di appa­rire troppo sta­ta­li­sta o post-comunista, se ne parla invece appro­fon­di­ta­mente. La prima è quella di una assun­zione diretta di lavo­ra­tori da parte dello stato, per pro­getti pub­blici indif­fe­ri­bili, come il risa­na­mento idro­geo­lo­gico, la sal­va­guar­dia, la con­ser­va­zione e la frui­zione dei beni cul­tu­rali e altre ini­zia­tive urgenti di grande valore sociale.
Que­sto argo­mento è stato sol­le­vato in un recente e bell’articolo apparso sul mani­fe­sto  e non mi ci sof­fermo, se non per notare di pas­sag­gio che non è vero, al con­tra­rio di quanto comu­ne­mente si afferma, che in Ita­lia gli impie­gati pub­blici sono troppi in rap­porto agli altri paesi. Infatti, secondo le stime dell’Ocse, nel 2011 il nostro impiego pub­blico rap­pre­sen­tava il 13,7% dell’occupazione com­ples­siva, minore degli Stati uniti (14,4%), della media dei paesi Ocse (15,5%), del Regno Unito (18,3%) e della Fran­cia (21,9%).
Ma ciò su cui vor­rei atti­rare l’attenzione è l’orario di lavoro. La ten­denza di lungo periodo dei paesi avan­zati è la dimi­nu­zione dell’orario. Unica ecce­zione degli ultimi decenni è la Sve­zia, e comun­que il monte ore annuo è più basso dei paesi euro­pei. La realtà è che se con­fron­tiamo il numero di ore lavo­rate in un anno in media da un lavo­ra­tore ita­liano con quello degli altri paesi euro­pei, sco­priamo subito che il dato dell’Italia è molto più alto. Dai dati del sito sta­ti­stico della Com­mis­sione euro­pea si ricava che un lavo­ra­tore euro­peo ha lavo­rato nel 2013 in media l’89% di ore rispetto ad un lavo­ra­tore ita­liano. Se poi con­si­de­riamo la Fran­cia e la Ger­ma­nia i dati sono ancora più netti. Nello stesso anno in Fran­cia le ore annue per lavo­ra­tore sono state in media l’84,5% e in Ger­ma­nia il 79% di quelle ita­liane. Que­ste dif­fe­renze por­tano a risul­tati sor­pren­denti. Fac­ciamo il seguente espe­ri­mento men­tale: imma­gi­niamo che in Ita­lia sia man­te­nuto lo stesso numero di ore annue com­ples­si­va­mente lavo­rate in totale, ma che cia­scun lavo­ra­tore sia impie­gato per un numero di ore annue uguale alla media euro­pea, a quella fran­cese o a quella tede­sca. La domanda è: di quanto dovrebbe aumen­tare l’occupazione per otte­nere que­sto risultato?
In que­sta sem­plice simu­la­zione l’occupazione dovrebbe cre­scere del 12,54% se un lavo­ra­tore ita­liano dovesse lavo­rare in media le stesse ore annue di un lavo­ra­tore euro­peo, del 18,34% se dovesse lavo­rare come un lavo­ra­tore fran­cese e addi­rit­tura del 25,95% se dovesse lavo­rare come un tede­sco. Nel primo caso si azze­re­rebbe pra­ti­ca­mente il tasso di disoc­cu­pa­zione uffi­ciale, nel secondo sareb­bero occu­pati anche una parte con­si­stente dei 3.300.000 poten­ziali lavo­ra­tori sco­rag­giati, cioè coloro che sono dispo­sti a lavo­rare ma non cer­cano atti­va­mente un lavoro, nel terzo tutti que­sti ultimi sog­getti tro­ve­reb­bero occupazione.
Ovvia­mente si tratta di un eser­ci­zio che non può essere appli­cato mec­ca­ni­ca­mente alla realtà. In primo luogo non si può essere affatto sicuri che se per qual­siasi motivo dimi­nuis­sero di colpo le ore lavo­rate in un anno da cia­scun lavo­ra­tore le imprese sareb­bero dispo­ste ad assu­mere un numero pro­por­zio­nale di nuovi lavo­ra­tori. In secondo luogo l’esercizio non tiene conto del fatto che in Ita­lia la per­cen­tuale di lavo­ra­tori auto­nomi sull’occupazione è mag­giore che negli altri paesi, e i lavo­ra­tori auto­nomi ten­dono a lavo­rare un numero mag­giore di ore dei dipen­denti, per cui il dato del numero di ore lavo­rate in Ita­lia è sovra­sti­mato se appli­cato ai lavo­ra­tori dipen­denti. Anche tenendo conto di que­sta dif­fe­renza, però, le varia­zioni dell’occupazione reste­reb­bero altissime.
Quello che que­sto espe­ri­mento segnala è che esi­ste in Ita­lia un mar­gine di mano­vra amplis­simo per sti­mo­lare l’occupazione agendo sulle ore lavo­rate. Si afferma in con­ti­nua­zione che dob­biamo essere più simili agli altri paesi euro­pei e non si vede per­ché non dob­biamo seguirne l’esempio anche in que­sto caso.
Si deve poi notare che pro­prio in Ger­ma­nia il rela­ti­va­mente basso tasso di disoc­cu­pa­zione (di poco supe­riore al 5%) è stato otte­nuto anche attra­verso le poli­ti­che di job sha­ring . In Ita­lia si trat­te­rebbe, nell’immediato, di cer­care di gene­ra­liz­zare i con­tratti di soli­da­rietà, non solo al fine di evi­tare licen­zia­menti nei sin­goli casi di crisi azien­dale, ma anche al fine di soste­nere l’occupazione. Cer­ta­mente ci sono pro­blemi: pro­prio in Ger­ma­nia sono aumen­tati i  wor­king poors  anche per­ché si è esteso il numero di lavo­ra­tori part time involontari.
In un mondo per­fetto i part time invo­lon­tari non sono desi­de­ra­bili, ma non viviamo certo in un mondo per­fetto. Inol­tre il red­dito minore, che nel breve periodo i lavo­ra­tori otter­reb­bero dalle imprese, potrebbe essere soste­nuto dalle risorse che si libe­rano in seguito ad una dimi­nu­zione dei sus­sidi alla disoc­cu­pa­zione con­se­guente alla cre­scita dell’occupazione. In un periodo più lungo, i salari potreb­bero addi­rit­tura cre­scere, per effetto della dimi­nu­zione del tasso di disoc­cu­pa­zione e della cre­scita della domanda aggre­gata. In ogni caso occorre agire con deci­sione per aggre­dire la disoc­cu­pa­zione, pen­sando fuori dal coro e senza ripe­tere stan­che for­mule inef­fi­caci e que­sta è una strada che occorre intra­pren­dere se si vogliono otte­nere risultati.

Stefano Perri
28/01/2014 www.ilmanifesto.it

19 gennaio 2014

Il suicidio della Cgil edizione Camusso porterà al suicidio delle lotte nei luoghi di lavoro? Sulla stessa falsariga è l'accordo PD e Forza Italia del pluricondannato Berlusconi!

Rappresentanza: arrivano il porcellum sindacale e le sanzioni per chi lotta

 L’hanno fatto in tempi da record, senza dire nulla a nessuno e sotto la potente spinta del timore che una legge sulla rappresentanza sindacale si potesse materializzare nel prossimo futuro, invadendo un campo che evidentemente considerano cosa loro. E così, dopo soli sette mesi dalla firma del protocollo d’intesa e con somma noncuranza per le implicazioni della sentenza della Corte Costituzionale sul caso Fiom-Fiat del luglio scorso, il 10 gennaio i vertici di Cgil, Cisl, Uil e Confindustria hanno firmato il “Testo Unico sulla Rappresentanza”.
Mai come in questo caso metodo e merito si danno la mano ed è più che sintomatico che la diplomazia segreta delle segreterie, che ha escluso dalla discussione non soltanto i diretti interessati, cioè i lavoratori e le lavoratrici, ma persino intere categorie aderenti alle confederazioni, come la Fiom (vedi dichiarazione di Landini), sia stata applicata a una materia -la rappresentanza dei lavoratori, i diritti e le libertà sindacali- che invece richiederebbe l’esatto opposto, cioè il massimo di trasparenza e partecipazione.
Come meravigliarsi dunque che proprio nei giorni in cui la Consulta pubblica le motivazioni della sentenza che ha fatto a pezzi il Porcellum, ribadendo anzitutto il principio costituzionale che la sovranità appartiene al corpo elettorale e non ai partiti, a poca distanza venga formalizzato invece un sistema di regole che sequestra la democrazia sui luoghi di lavoro, togliendo la titolarità ai lavoratori e alle lavoratrici, per assegnarla alle organizzazioni sindacali confederali.
Per carità, non che le cose andassero bene fino ad oggi, anzi. Per esempio, nel settore privato è tuttora in vigore, sebbene ormai talmente in crisi di legittimità da venir archiviato dal nuovo accordo, la sconcezza del 33% di posti riservati a Cgil-Cisl-Uil nelle Rsu. Ed è proprio per questo che ci vuole una legge che regoli la rappresentanza sui luoghi di lavoro, per sottrarre la materia alle parti in causa che inevitabilmente finiscono per scrivere delle regole a proprio uso e consumo, cioè esattamente quello che è successo con l’accordo del 10 gennaio (per il testo integrale dell’accordo vedi allegato).
Esagero? Non credo proprio e per dimostrarlo è sufficiente leggere il testo dell’accordo, cosa che vi invito a fare, anche se può essere un po’ faticoso. Qui mi limito a ricordarne le parti salienti, mentre per alcune valutazioni più generali rinvio al mio articolo sul protocollo d’intesa del 31 maggio scorso (vedi Le larghe intese sindacali sequestrano la democrazia), del quale l’accordo costituisce figlio legittimo e applicazione concreta.
Ebbene, l’accordo stabilisce anzitutto e soprattutto il principio che la rappresentanza dei lavoratori e i diritti e le liberta sindacali vengono riconosciuti dalle aziende soltanto nella misura in cui corrispondono a quanto pattuito con Cgil, Cisl e Uil. Le altre associazioni sindacali formalmente costituite potranno esistere in questo sistema soltanto se accettano “espressamente, formalmente e integralmente” i contenuti dell’accordo.
Ma non è soltanto un sistema esclusivo ed escludente, ma anche blindato dall’alto, poiché limita fortemente l’autonomia dei delegati eletti dai lavoratori e delle stesse categorie rispetto ai vertici confederali. Infatti, l’obiettivo della blindatura non sono tanto e soltanto le organizzazioni sindacali di base e conflittuali, ma qualsiasi espressione di autonomia e conflitto, che sia a livello aziendale, territoriale o categoriale, esterno o interno a Cgil, Cisl e Uil.
Ma facciamo prima ad andare per punti. Primo, se in un’azienda dei lavoratori intendono presentare alle elezioni Rsu (Rappresentanze sindacali unitarie) una lista, questa deve essere espressione di un’organizzazione sindacale che ha accettato in toto le regole dell’accordo. Altrimenti, se non sei d’accordo, non hai diritto di presentare liste (e di avere i diritti sindacali).
Secondo, un’organizzazione sindacale può anche decidere di rimanere fuori dalle Rsu, ma anche questo comporta complicazioni di natura formale, perché l’accordo stabilisce che le aziende accetteranno deleghe soltanto a favore di organizzazioni sindacali che “aderiscano e si obblighino a rispettare integralmente i contenuti del presente Accordo”.
Terzo, una volta eletto il delegato dei lavoratori ha una sorta di vincolo di mandato, cioè non può cambiare “appartenenza sindacale”, altrimenti decade dalla Rsu e viene sostituito (occhio quindi a polemizzare troppo con la linea del tuo sindacato…).
Quarto, i contratti firmati sono “efficaci ed esigibili” e quindi sono previste “disposizioni volte a prevenire e sanzionare eventuali azioni di contrasto di ogni natura”. Le sanzioni possono essere di tipo pecuniario e/o comportare la sospensione dei diritti sindacali.
Insomma, dissentire da quanto stabilito dai vertici di Cgil, Cisl e Uil e fare conflitto diventa un esercizio alquanto complesso e pericoloso.
Ovviamente, vengono blindate maggiormente anche le categorie rispetto alle confederazioni (e qui il pensiero non può che andare alle recenti vicende in Fiat). La cosa funziona così: siccome il regime sanzionatorio per garantire l’esigibilità va definito in sede di contratto nazionale di categoria e può succedere che non si trovi facilmente un accordo in tempi utili (pensiamo per esempio ai metalmeccanici), eccovi dunque una sorta di tribunale speciale che comunque garantisce da subito che vengano sanzionate le “azioni di contrasto di ogni natura” anche in assenza di regole a livello di categoria. Cioè, viene istituito un collegio di conciliazione e arbitrato a livello confederale.
Infine, è necessario aggiungere che non è prevista l’obbligatorietà del referendum per validare i contratti siglati, ma soltanto una non meglio precisata “consultazione certificata”, e che sarà possibile firmare contratti aziendali in deroga ai contratti nazionali.
Insomma, se non vi siete stancati prima e avete letto fino a qui vi sarà sicuramente suonato qualche campanello, tipo “ma questo cosa non è roba simile ai contratti introdotti da Marchionne negli stabilimenti Fiat?”. Già, appunto.
È un pessimo accordo dunque, anzitutto perché stabilisce che i diritti e le libertà sindacali non appartengono ai lavoratori, ma a Cgil, Cisl e Uil, con la benedizione padronale di Confindustria. Ed è un pessimo accordo perché è dominato dalla paura delle segreterie di Cgil, Cisl e Uil di “perdere il controllo” in un momento di crisi e difficoltà. E così, invece di fare il sindacato e cercare il consenso dei lavoratori, si decide di farsi legittimare dalla controparte e di fare il poliziotto.
Vediamo come va a finire e se questo accordo reggerà così com’è, anche se c’è poco da essere ottimisti. Infatti, a parte lo scontato e sacrosanto dissenso delle organizzazioni sindacali di base, dall’interno di Cgil, Cisl e Uil provengono per ora pochissime voci. Anzi, per essere precisi per ora abbiamo sentito soltanto le proteste della Fiom e della Rete 28 Aprile. Forse un po’ poco.
Da parte mia, comunque sia, ritengo che questo porcellum sindacale meriti più di una battaglia, non solo sindacale, ma anche culturale e politica, perché qui non stiamo parlando semplicemente di cose sindacali, ma di democrazia e di conflitto. Ed è più che mai impellente l’esigenza di una legge sulla rappresentanza sindacale che ridia ai lavoratori ciò che è dei lavoratori.

Luciano Muhlbauer
14/1/2014 www.controlacrisi.prg

12 gennaio 2014

Gli astuti poteri forti scelgono il cavallo analizzando sempre le condizioni politiche e sociali della fase. E lo fanno con spregiudicatezza e continuità martellante, per trasformare le bugie e le faziosità in verità. Per continuare a fare affari e ottimizzarli nel tempo bisogna tenere le leve bipartisan del comando, a prescindere dalle regole della democrazia.


Un cavallo di Troia chiamato Renzi

Troia. E, di conseguenza, il Cavallo di Troia. Quello inventato dall'astuto Ulisse per prendere di sorpresa ed espugnare con l'inganno la città che da dieci anni resisteva ai greci assalitori nella omonima guerra. Lo racconta Virgilio nel suo "Eneide".
I Greci, incapaci di avere ragione della città con le armi e l'assedio, finsero di andarsene lasciando come grazioso dono un magnifico, gigantesco cavallo di legno. Esultarono gli stolti troiani, brindarono alla vittoria, fecero festa e poi andarono a dormire, senza pensiero dell'astuto Ulisse.
Il quale, dentro il cavallo, ci aveva messo un bel po' di guerrieri, che nottetempo saltarono fuori, aprirono le porte della città, fecero entrare i soldati che in quattro e quattr'otto la misero a sacco, la incendiarono, massacrarono gli abitanti (e uno degli assalitori, tale Aiace Oileo, riuscì persino a stuprare la vergine Cassandra aggrappata all'altare di Atena).        .
Beh, questo avveniva intorno al 500 prima di Cristo. Ma la mitologica storia mi è venuta in mente - d'accordo, mutatis mutandis e accantonati gli epici contesti - riflettendo un pochino su una vicenda che è di oggi-oggi, sotto i nostri occhi. Per dire, Renzi dentro il Pd.
L'astuto Ulisse ancora una volta è riuscito a farsi aprire le porte e a depositare dentro le mura il cavallinoditroia facendolo passare - suprema astuzia ulissiana - per tale Matteo Renzi. E come gli sciocchi troiani di 2.600 anni fa, ci sono cascati, lo hanno lasciato entrare.  Anzi, i babbei, lo hanno accolto come «una risorsa» mandata dagli dei. I quali dei - come si sa da tempo immemorabile - accecano chi vuole perdere. Tanto che quei poveri "ciecati" del Pd nemmeno si accorsero che il cavallo di troia se lo stavano creando addirittura con le proprie mani.
A quel tempo, primi anni Duemila, il Matteo era un "Renzi chi?". A quel tempo, non molto lontano, "Renzi chi?" era un senza arte né parte, marmottino boy scout, ex pipino, ex margheritino, ex rutellino, con alle spalle la bellezza di 11-giorni-11-di-lavoro nell'azienda di famiglia, e poi via in politica (sempre meglio che lavorare).
Ben poggiato sulle spalle del padre Tiziano, ex democristianone  di potere, ha facile carriera nei ranghi cittadini del Partito popolare e delle amministrazioni locali, diventando pure presidente della Provincia (sempre meglio che lavorare); e quando nasce il Pd naturalmente vi si iscrive.
Tuttavia continua ad essere "Renzi chi?". Poi però venne il 2009, la corrida Pd ha in palio il nuovo sindaco di Firenze, una gran bella poltrona. I "ciecati" dagli dei, trainati da quel Veltroni soprannominato "I care", avevano nel frattempo trasformato l'ex partito solido-solido in partito liquido-liquido; inventato le primarie di partito aperte a tutti; e mandato in campo quattro candidati Pd in gara contrapposta tra loro: il Lapo Pistelli sponsorizzato da Veltroni; la Daniela Lastri  sponsorizzata dai seguaci di Livia Turco; il Michele Ventura sponsorizzato da D'Alema-Bersani; l'Eros Cruccolini sponsorizzato da Claudio Fava. I quattro Pd tutti insieme - "solo" tutti insieme - totalizzano intorno al 61%. Ma dentro le mura c'è il cavallino di troia Renzi, sponsorizzato da tutta l'area moderata-margheritina-cattolica, il quale così si becca - da solo - il 40,52%.
Il colpo è riuscito. Gli altri quattro, uno per uno, sono battuti, lui ha vinto. È  nato il "sindaco di Firenze".
Con il cavalloditroia Renzi dentro le mura, può quindi iniziare e proseguire la devastazione; rottamati e asfaltati giacciono in centro e in periferia, teste cadono, elettori si perdono a milioni e iscritti a centinaia di migliaia, l'Alieno è al comando.
E a differenza di 2600 anni fa, non c'è stato nemmeno bisogno dell'astuto Ulisse.

Maria R. Calderoni
12/01/2014 www.liberazione.it

Cgil, dopo il tragico accordo con la confindustria sulla Rappresentanza sindacale nei luoghi di lavoro, il congresso rischia di saltare.

Le posizioni di Landini, Camusso, Cremaschi
Con la firma del regolamento attuativo del protocollo del 31 maggio 2013 e del 28 giugno 2011, si chiude il cerchio di Cgil, Cisl e Uil sulla Rappresentanza. La velocizzazione impressa dal segretario del Pd Matteo Renzi ha in qualche modo spaventato i tre sindacati confederali che vogliono mettere il futuro governo e il Parlamento davanti al fatto compiuto. Il passaggio ha di fatto sparigliato la struttura del congresso della Cgil, basata sul documento di maggioranza tra Camusso e Landini. A questo punto con la Fiom che chiede alle sue strutture di bloccare le assemblee di base in quanto l'atto firmato da Camusso vìola tutti i regolamenti interni, soprattutto nella fase congressuale, non è detto che a maggio si tenga un regolare congresso, sicuramente un congresso diverso da come era partito qualche mese fa. Qui di seguito le posizioni espresse da Camusso, Landini e Cremaschi. Quest'ultimo rappresenta infatti la corrente che per il congresso aveva scelto di stare all'opposizione.

Susanna Camusso
: "Con il varo del
regolamento attuativo, si dà piena attuazione all'accordo del 31 maggio dello scorso anno sulla rappresentanza e sulla democrazia sindacale. Si determina la reale misurazione della rappresentanza di ogni organizzazione sindacale e si rende evidente e trasparente quanto e chi rappresentano. Cgil, Cisl, Uil e Confindustria dimostrano in questo modo di sapersi rinnovare e di dare trasparenza e regole democratiche alla propria azione negoziale, di favorire la partecipazione dei lavoratori con il voto per i delegati e sugli accordi.
Ora gli addetti delle imprese aderenti a Confindustria avranno un potente strumento democratico per decidere della propria vita lavorativa. Mi auguro che presto anche con le altre associazioni datoriali si possa raggiungere questo importante traguardo che costituisce il modello per dare finalmente piena attuazione al dettato costituzionale"
.

Maurizio Landini:
"Visitando il sito www.cgil.it, apprendo che la segretaria generale della Cgil ha firmato il testo di un accordo con alcuni contenuti mai discussi in nessun organismo della nostra organizzazione."
"Ciò che doveva essere un regolamento attuativo dell'accordo tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria sulla rappresentanza si trasforma in un nuovo accordo. Da una prima lettura si evidenzia che il nuovo accordo prevede sanzioni verso le organizzazioni sindacali o i lavoratori eletti, si introduce l'arbitrato interconfederale in sostituzione dell'autonomia delle singole categorie sindacali e compaiono elementi di limitazioni delle libertà sindacali anche in contrasto con la recente sentenza della Corte costituzionale sulla Fiat."
"Tutto ciò rende evidente l'urgenza e la necessità di una convocazione immediata del direttivo della Cgil e, nel rispetto dello Statuto della nostra organizzazione, di procedere alla consultazione degli iscritti interessati dall'accordo. Lunedì, intanto, si riunirà la segreteria nazionale della Fiom-Cgil per esprimere un giudizio più compiuto sull'accordo, anche in vista del Comitato centrale già convocato per il 16 gennaio."


Giorgio Cremaschi
: Il regolamento applicativo dell’accordo del 31 maggio sottoscritto venerdì sera da Confindustria e da CGIL CISL UIL viola lo Statuto della CGIL e soprattutto la Costituzione.
Naturalmente non è che la cosa ci stupisca, il testo sottoscritto da poco semplicemente trasforma in regole scrupolose i principi e lo spirito antidemocratici già contenuti nell’accordo del 31 maggio 2013. Tuttavia vedere ora quelle regole è sconvolgente.
Tralascio il dettaglio degli orrori e vado ai punti di fondo.
L’accordo viola la recente sentenza della Corte Costituzionale che ha riammesso la FIOM in Fiat, e afferma che solo i firmatari che accettano tutte le sue regole hanno i diritti sindacali.
L’accordo accetta le deroghe in azienda ai contratti nazionali sugli orari, sulla prestazione e sulle condizioni di lavoro cioè su tutto, alla faccia di tutte le posizioni ufficiali della CGIL. Sacconi e il suo articolo 8 sono soddisfatti.
L’accordo prevede la esigibilità degli accordi, di questi accordi in deroga, anche per chi non è d’accordo e le sanzioni per chi li contrasta, sanzioni che colpiscono il sindacato e i delegati aziendali. Questo è semplicemente l’accordo separato di Pomigliano esteso a tutti.
L’accordo prevede che una giuria di arbitri formata da tre rappresentanti di CGIL CISL UIL , tre della Confindustria e un “esperto”esterno decida sui comportamenti delle categorie. Cioè la FIOM sarà giudicata da una commissione dove padroni e sindacati complici sono la grande maggioranza.
Tutte queste clausole violano i principi e lo Statuto della CGIL, per questo la firma di Susanna Camusso è illegittima, non ci rappresenta e per noi non ha alcun valore. Disubbidiremo e combatteremo questo accordo in difesa delle libertà sindacali e di quelle dei lavoratori con tutti gli strumenti democratici atti a rovesciarlo.
A Maurizio Landini che ora dice no e chiede la consultazione, diciamo che se avesse detto no il 31 maggio ed allora avesse preteso il voto dei lavoratori, che invece su quella intesa non son stati neppure informati, a Landini diciamo che se si fosse opposto allora oggi non saremmo a questo disastro.
In ogni caso il gruppo dirigente della FIOM è ancora in tempo per recuperare almeno in parte alla cantonata pazzesca che ha preso. Invece che sospendere i congressi della FIOM, scelta fuori dalle regole che danneggia solo chi dissente, si dissoci dalla maggioranza della CGIL e dal suo documento congressuale, che al primo punto mette proprio l’esaltazione dell’accordo del 31 maggio. Landini rompa con Susanna Camusso e venga a lottare con noi contro questo accordo e contro il modello di sindacato che propone. E lo faccia sul serio, senza le giravolte a cui ci ha abituato da un pò di tempo in qua.
Per quanto ci riguarda useremo tutte le assemblea congressuali dove riusciremo ad arrivare per mettere sotto accusa il gruppo dirigente che ha firmato questa resa. Si deve sapere che c’è chi dissente, disobbedisce e soprattutto non si arrenderà mai.


Fabio Sebastiani
12/1/2014 www.controlacrisi.org

7 gennaio 2014

Intervista a Paolo Ferrero: Vogliamo una lista forte per rovesciare le politiche di austerità, una lista che partecipa alle lotte della Sinistra Europea nelle piazze e nelle strade dell’Europa e le istituzioni europee.


Alle elezioni europee con Tsipras e lo “spirito di Syriza” per l’unità e il cambiamento
Lo “spirito unitario di SYRIZA” deve condurre, senza settarismi ed esclusioni, ad una larga lista elettorale della sinistra sociale, politica, di chi è dentro e fuori dai partiti, in Italia che con Alexis Tsipras candidato Presidente, darà una battaglia a Roma, ad Atene e nell’Europa del Sud contro chi distrugge le nostre vite, ha detto Paolo Ferrero, segretario uscente di Rifondazione Comunista.

Barbara Spinelli ha proposto Alexis Tsipras a capo di una lista civica in Italia per le elezioni europee, che con diverse sfumature sembra condivisa da molte personalità, movimenti  associazioni. E’ però ovvio che Rifondazione Comunista ha un ruolo particolare nella formazione di una lista di questo genere viste le vostre relazioni con SYRIZA e il Partito della Sinistra Europea, ma anche per le buone relazioni personali e da compagni che avete con i dirigenti e la gente di Syriza…
Le nostre relazioni con Alexis Tsipras e Syriza sono ottime. Vorrei dire però che la crisi ci ha portati ancora più vicini. Non solo la sinistra italiana e greca, ma anche le forze della sinistra in tutta l’Europa del Sud. Stiamo partecipando insieme ad una grandiosa battaglia per salvare la nostra gente e le nostre società. Abbiamo un nemico comune e abbiamo capito perfettamente che l’unità nell’azione rappresenta la nostra grande forza.
Per questa ragione la proposta di Rifondazione Comunista per le elezioni europee punta alla massima unità di movimenti, associazioni e forze politiche per rovesciare le politiche di austerità e la ricostruzione dell’Europa in nuove basi. È necessario creare in Italia una lista elettorale larga, con un programma per uscire dalle politiche di austerità.

 Il programma del Partito della Sinistra Europea sembra rappresentare una buona base di partenza…
Il programma del Partito della Sinistra Europea è molto chiaro in tutti questi punti, perche non è solo un programma di contrasto delle politiche attuali, ma anche una proposta per la costruzione di una nuova Europa della democrazia, della solidarietà, della eguaglianza e della giustizia sociale. Pone il problema dei trattati dell’UE e la necessità di un loro rovesciamento. A partire dal programma della sinistra europea su cui vi è l’accordo completo, noi proponiamo che la lista abbia come punto di riferimento e candidato Alexis Tsipras e come approdo nel Parlamento Europeo il gruppo confederale della Sinistra Unitaria Europea / Sinistra dei Verdi dei Paesi del Nord (GUE/NGL).

 Come crede che può continuare questo tentativo?
In Italia, la proposta di Barbara Spinelli, con la quale sono in costante e buone relazioni, ha creato un ottimismo, perche c’è un grande riconoscimento alle lotte di Syriza e di Tsipras contro i memorandum e la crisi. Ovviamente è importante che il nostro compagno Alexis dica la sua. Alexis sarà candidato presidente e deve esprimere la sua opinione sul modo di procedere, a partire dall’esempio di Syriza, che ha mostrato una eccellente dinamica nel portare a unità le differenze e condurle in un azione comune. Dobbiamo muoverci in fretta per dar vita a questa lista, senza settarismi e senza esclusioni, con le mostre menti e le nostre porte aperte per creare una grande forza sociale e politica per rovesciare la situazione. Direi che abbiamo bisogno lo “spirito di Syriza” per avere successo. Rifondazione Comunista scommette nell’unità di tutte le forze della sinistra sociale, politica, di chi è dentro e fuori dai partiti, di tutti quelli che vogliono insieme rovesciare le politiche di austerità. Vorremmo anche dire che le liste elettorali nelle varie circoscrizioni dovranno essere composte in modo aperto e democratico, in modo unitario, per dare la opportunità di rappresentanza con il migliore modo possibile alle esperienze presenti sui territori.
Dal momento che il Partito della Sinistra europea ha espresso il candidato presidente della Commissione Europea e il programma, dobbiamo favorire la massima apertura e cominciare subito a lavorare. Dovrete sapere che in Italia si devono raccogliere tre mila firme in ogni regione per la presentazione delle liste nelle varie circoscrizioni. Non si tratta di una impresa semplice. I messaggi che abbiamo avuto sono positivi ma dobbiamo approfittare di questa grande occasione. Semplicemente, per Rifondazione due sono i punti essenziali, il riferimento alla Sinistra Europea e il massimo di apertura e democrazia nella costruzione della lista della lista. Rifondazione non fa questione di timbri. Vogliamo una lista forte per rovesciare le politiche di austerità, una lista che partecipa alle lotte della Sinistra Europea nelle piazze e nelle strade dell’Europa e le istituzioni europee. Non ci possiamo permettere il lusso di interminabili discussioni. Dobbiamo agire subito per vincere contro il governo di Letta, le destre populiste e per rovesciare tutti questi che distruggono le nostre vite.
 
Argiris Panagopoulos
07/01/2014 Fonte: Avgi 

6 gennaio 2014

Appello per la solidarietà attiva e immediata per la vita di 1.800.000 palestinesi di Gaza martoriati dagli israeliani

Campagna “Una coperta per Gaza”, aderisci anche tu!
CAMPAGNA DI RACCOLTA FONDI LANCIATA DALL’AMBASCIATA PALESTINESE PER I CITTADINI DELLA STRISCIA DI GAZA
Con il patrocinio dell’ Ambasciata dello Stato di Palestina , L’Unione delle Comunità Palestinesi in Italia  in collaborazione con l’ Unione Generale delle Donne in Palestina  lanciano la  Campagna di raccolta fondi , per l’acquisto di una  Coperta per Gaza  (20 euro a coperta), necessaria per affrontare la durezza dell’inverno e di questo stato d’emergenza.
La situazione a Gaza diventa sempre più drammatica. Il continuo assedio e l’embargo israeliano insieme alle ultime circostanze climatiche hanno reso disastrosa la vita di 1.800.000 cittadini palestinesi, sopratutto per la mancanza di elettricità e l’inquinamento dell’acqua potabile.
 
Le offerte possono essere versate sul Conto Corrente intestato a:
“Missione Diplomatica Palestinese” 
IBAN: IT 36 E 02008 05211 000021004086
La vostra donazione è un sostegno per la vita.
 
Si invitano tutte le associazioni, le organizzazioni nonchè le persone fisiche ad aderire a questa campagna al seguente indirizzo:comunitapalestinesei talia@hotmail.com
5/1/29014

2 gennaio 2014

La complicità della politica governativa e locale con il parassitismo e l'ingordigia industriale continua a produrre drammi

Capodanno sulle barricate della crisi: le lotte per difendere i posti di lavoro
L’ultimo caso quello della Leuci di Lecco, che dopo un secolo di storia industriale ieri ha chiuso i battenti, è emblematico della crisi dell’economia reale che sta attraversando il nostro Paese e che ha lasciato sul terreno centinaia di migliaia di posti di lavoro. I dipendenti proseguiranno comunque il loro presidio permanente iniziato il 9 dicembre scorso dopo aver passato il Capodanno davanti ai cancelli della fabbrica come del resto hanno fatto a Natale. L’ipotesi è quella della riconversione dell’area, ma è tutto ancora in alto mare e il condizionale è inevitabile. La latitanza della politica è davvero drammatica. Anche se il ministero parla di 160 dossier aperti, la realtà è che si contano sulle dita di una mano quelle con esito "non drammatico".
Negli ultimi mesi 2013 sono stati firmati accordi per vicende che hanno toccato marchi storici del Made in Italy, ma per un'intesa raggiunta c'e' sempre qualche altro caso che esplode. Al ministero dello Sviluppo contano 70 vertenze archiviate, ma ne restano aperte quasi 160. Il 2014 inizia cosi' con una pesante eredita'.
La raffineria Ies di Mantova chiuderà invece il 6 gennaio mettendo fuori 300 dipendenti, tra Cig, mobilita', part-time e impiego in outsourcing, oggetto di un pre-accordo raggiunto dall'azienda con i sindacati. L'impianto verra' trasformato in un deposito di carburanti in un graduale processo che si concludera' a ottobre 2014. Il 16 gennaio e' in programma la firma al Mise, mentre le prime lettere per la Cig partiranno ad aprile. L'impianto della Ies, che nel novembre del 2007 era stata acquisita dal gruppo ungherese Mol, e' situato nella zona industriale di Frassino, nella periferia sud-est della citta' lombarda e attualmente occupa circa 390 persone. La decisione di trasformare la raffineria in un polo logistico, in sostanza un deposito, era stata annunciata dal gruppo Mol lo scorso 4 ottobre, "come conseguenza del difficile contesto economico in cui il settore della raffinazione opera in Italia". Il settore, infatti, soffre da anni una crisi che appare irreversibile, stretto com'e' tra crollo dei consumi, elevati costi gestionali e norme ambientali che favoriscono i mercati meno regolamentati come quelli dei Paesi emergenti. Tanto che nei giorni scorsi il presidente dell'Unione petrolifera, Alessandro Gilotti, aveva lanciato l'ennesimo allarme, affermando che "in Italia tutte le raffinerie sono a rischio chiusura".
Ultimo dell'anno amaro anche per gli operai dello stabilimento AndaldoBreda, a Carini: ieri i lavoratori hanno ricevuto a casa le lettere con le quali viene comunicata la cassa integrazione ordinaria. Il provvedimento, che riguarda 147 dipendenti su 153 (gli esclusi sono gli addetti in trasferta), scattera' dal 7 gennaio fino al 4 aprile; gli operai al momento sono in ferie e lo stabilimento e' chiuso da qualche giorno.
Le Rsu di Fim Fiom e Uilm annunciano iniziative di lotta a partire dal 2 gennaio; la decisione di adottare la cig non e' stata condivisa dai sindacati dei metalmeccanici. All'interno della fabbrica, che si occupa di revamping, ci sarebbero alcune carrozze ferroviarie ancora da ultimare e da consegnare a Trenitalia.
Decisamente più drammatica la situazione dei lavoratori del Café de Paris a Roma. In questi giorni per 16 di loro è arrivato il licenziamento. E' scattata subito una assemblea permanente nei lussuosi locali di via Veneto. "I lavoratori licenziati, - sottolinea la Filcams Cgil di Roma e del Lazio - per il settore merceologico di appartenenza, non sono destinatari di ammortizzatori sociali ordinari
e quindi non percepiranno, come dichiarato dalla societa', l'indennita' di mobilita' per un massimo di 36 mesi. Non potendo usufruire di tale strumento, al termine della ben piu' breve percezione dell'Aspi (ex indennita'' di disoccupazione), per questi lavoratori all'incertezza occupazionale si aggiungerebbe l'assenza totale di un sostegno economico".
Electrolux: il colosso svedese degli elettrodomestici a fine ottobre ha dichiarato 461 esuberi. Il gruppo ha in Italia 5 stabilimenti, che coinvolgono Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna e Lombardia. Gli esuberi sarebbero emersi dopo lo spostamento di linee produttive in Polonia e Ungheria. Il prossimo incontro e' fissato per gennaio a palazzo Chigi.
Ast: l'acciaieria di Terni e' tornata sotto il controllo tedesco della ThyssenKrupp, che dopo 2 anni dalla vendita se ne e' rimpossessata acquisendo la proprieta' dalla finlandese Outokumpo. Un groviglio complesso di passaggi che richiede chiarimenti, tanto che il ministro dello Sviluppo economico Zanonato, ai primi di dicembre ha spiegato: ''bisogna capire dalla Thyssen se ha un piano industriale, la convocheremo''.
Lucchini: anche a Piombino e' la siderurgia a soffrire, per garantire un futuro occupazionale e produttivo e' in via di definizione un accordo di programma, ovvero un progetto, per la riconversione del sito industriale, con oltre 2 mila dipendenti, e del porto. La citta' e' unita sotto lo slogan 'Piombino non deve chiudere' Diversi sono stati i cortei negli ultimi mesi.
Alcoa: la vicenda dello stabilimento sardo di Portovesme (circa 500 dipendenti) sarebbe vicina alla conclusione, ma la parola fine ancora non si puo' pronunciare. E' in fase di definizione il negoziato per la cessione dell'impianto alla svizzera Klesch. Un incontro e' previsto entro fine gennaio.
Irisbus: prosegue la ricerca di un nuovo progetto industriale per quella che era la fabbrica di pullman della galassia Fiat. Al ministero di via Veneto per la fine del prossimo mese si riuniranno tutte le parti interessate per fare il punto sulla situazione del sito campano di Valle Ufita, che occupava oltre 400 dipendenti, ora in cassa integrazione fino a giugno 2014.
Termini Imerese: l'ex fabbrica della Fiat, che dopo l'accantonamento di un rilancio firmato Dr Motor vede in bilico il futuro di molti lavoratori siciliani. Per ora si va avanti con il tampone della cassa integrazione in deroga, prorogata per gli 800 operai fino a giugno.
Come se non bastasse sul prossimo anno ricadono le vicende di Telecom, legate al rafforzamento del socio spagnolo Telefonica in Telco, anche se piu' volte sono state date rassicurazioni sull'occupazione. Resta da sciogliere il nodo Alitalia, il piano industriale prevederebbe 1.900 esuberi, ora bisognera' vedere quali siano le intenzioni della compagnia di Abu Dhabi, Etihad, che sembra candidata a diventare il nuovo partner. L'ad dell'ex compagnia di bandiera, Gabriele Del Torchio, nei giorni scorsi ha precisato: ''Non vogliamo lasciare a casa ne' licenziare nessuno'', un mantra che ormai si ripete stancamente da anni e che ha portato invece a migliaia di persone messe fuori.
Fabio Sebastiani