26 novembre 2013

Siamo avvisati. La crociata del liberismo contro il welfare si arresterà quando il sistema di protezione sociale sarà completamente spolpato. Sempre che non si riesca a rovesciare il tavolo.

 
Pensioni: la precarietà di oggi prepara la povertà di domani

L'Ocse ha scoperto quello che noi andiamo dicendo (e solitariamente combattendo!) da anni. E cioè che in Italia le due generazioni più giovani che oggi vivono sotto le forche caudine del precariato sono inesorabilmente destinate ad un futuro di stenti e ad una vecchiaia da indigenti. L'Ocse usa una formula più paludata ("l'adeguatezza dei redditi pensionistici potrà essere un problema" e "i lavoratori con carriere intermittenti, lavori precari e mal retribuiti sono più vulnerabili al rischio di povertà' durante la vecchiaia"), ma la sostanza è questa. L'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico accusa il metodo di calcolo per l'ammontare delle pensioni, strettamente legato all'ammontare dei contributi, tale per cui i periodi di disoccupazione o di lavoro sottocontribuito falcidiano la rendita pensionistica in proporzioni pesanti. Ma la constatazione di questo autentico disastro sociale viene poi nascosta sotto il tappeto, e l'Ocse passa ad esaltare la bontà della riforma globale del sistema pensionistico adottata nel dicembre 2011 dall'allora ministro del Lavoro, Elsa Fornero." L'Italia - commenta l'Ocse - ha fatto un passo importante per garantirne la sostenibilità finanziaria'', e in particolare ha ''stabilizzato la spesa sul medio periodo'' (2010-2050) facendone scendere l'incidenza al al 14,5% nel 2015 e al 14,4% nel 2020.

 Non serve Pico della Mirandola per capire che se aumentano attesa di vita e numero globale dei pensionati, mentre cala la spesa globale ad essi dedicata, vuole dire che le rendite pensionistiche medie e - drammaticamente - quelle delle fasce più deboli subiranno un salasso insopportabile. Sempre che alla pensione si riesca ad arrivare, considerato che il progressivo aumento dell'età pensionabile, l'abolizione delle pensioni di anzianità e la spettacolare proliferazione dei lavori precari rendono il traguardo della quiescenza irraggiungibile per tante persone. Con farisaica ipocrisia l'Ocse conclude spiegando che ''le politiche per promuovere l'occupazione e l'occupabilità e per migliorare la capacità degli individui ad avere carriere più lunghe sono essenziali'', ricordando che ''l'aumento dell'età pensionabile non è sufficiente per garantire che le persone rimangono sul mercato del lavoro, soprattutto se esistono meccanismi che consentono ai lavoratori di lasciare il mercato del lavoro in anticipo''. In altri termini ci stanno raccontando che gli ammortizzatori sociali, benché drasticamente ridimensionati, sono ancora troppo generosi, che la pensione migliore è quella che non c'è e che si illude chi pensa che l'allungamento dei tempi necessari per ottenere il diritto alla pensione abbia terminato la sua corsa. Siamo avvisati. La crociata del liberismo contro il welfare si arresterà quando il sistema di protezione sociale in tutte le sue declinazioni sarà completamente spolpato. Sempre che non si riesca, come è fortemente auspicabile, a rovesciare il tavolo.

Dino Greco
26/11/2013 www.liberazione.it

24 novembre 2013

“Il sindacato è un’altra cosa”. Si chiama così il documento alternativo con il quale la Rete 28 aprile andrà al congresso della Cgil. Un titolo che racconta abbastanza bene l’elemento di rottura che Giorgio Cremaschi vuole introdurre. Cremaschi è il leader di quella che per forza di cose deve essere considerata un’area programmatica a tutti gli effetti, visto che “La Cgil che vogliamo”, che prima la racchiudeva, ha deciso di aderire al documento della maggioranza. Quindi, con il suo 3% al direttivo, il piccolo drappello di sindacalisti dissidenti, tra cui, oltre a Cremaschi, figurano Maurizio Scarpa, Franca Peroni, Fabrizio Burattini, Francesco De Simone, Eva Mamini, cercherà di dare battaglia. Intervista a Giorgio Cremaschi

"Il sindacato è un'altra cosa. E la Cgil ha fatto un'altra scelta".

Sarà un compito arduo coprire una reale battaglia congressuale nelle assemblee dei posti di lavoro.

Sì certo, ma lanceremo un messaggio preciso ai lavoratori, ovvero che questo sindacato non serve a niente, per questo abbiamo chiamato il documento “il sindacato è un’altra cosa”. Insomma, organizzeremo la mobilitazione dei delegati nei congressi della Cgil per palesare la contraddizione reale della Cgil che ormai possiamo considerare una appendice dei palazzi, da una parte, e di Cisl e Uil dall’altra. Così è un sindacato che non serve a niente. Non serve ai lavoratori se non rompe con la politica e con Confindustria. Lo abbiamo visto con lo sciopero in questi giorni. I lavoratori hanno detto no a uno sciopero finto, mentre quando lo sciopero è vero come a Genova, l’adesione è stata fortissima.

Il problema, però, sembra essere più profondo. Il congresso poteva essere l’occasione per discutere.

C’è ben poco da discutere se il documento di maggioranza è in realtà un documento delle larghe intese. Appunto, questo è un danno per la Cgil perché trasforma un congresso di una fase di crisi del sindacato in qualcosa in cui compare una unità di facciata e poi nei corridoi i gruppi dirigenti si scannano.

Oltre a questa critica feroce, nel vostro documento ci sono anche proposte?

Ce ne sono tante di proposte, a cominciare da quella di autoriforma interna per impedire, se non dopo una pausa di almeno cinque anni, che un sindacalista che lascia il sindacato finsica subito in qualche consiglio di amministrazione. Per la politica il termine è di un solo anno. Poi proponiamo la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, che è cosa ben diversa dal contratto di solidarietà, e il salario minimo orario a dieci euro perché bisogna dire basta alla povertà dei lavoratori. C’è in questo un giudizio negativo esplicito sulla contrattazione che di fatto ha ridotto i lavoratori sul lastrico. Sarebbe meglio che il sindacato non firmasse più niente. E poi diciamo di rompere con l'Europa e di reintrodurre i due traguardi di sessanta e quarantanni per la previdenza.

Parlavi dell’autoriforma…

Serve una riforma radicale e democratica del sindacato, nel senso che ci deve essere una piena democrazia sindacale. I due accordi del 28 giugno e del 31 maggio non vanno bene e va ritira tata la firma. Vanno poi aboliti gli enti bilaterali.

Questa sinistra sindacale che si forma quando Camusso prende in mano la Cgil e poi si divide in quello che sarà il congresso di conferma…

Sono esterefatto dall’atteggiamento di Landini. Prima fa il radicale nell’intervista su Repubblica e poi il giorno dopo fa l’accordo con Susanna Camusso. Ripeto, il documento delle larghe intese è un danno per la Cgil.

Fabio Sebastiani 
 

22 novembre 2013

Un vero e proprio scandalo. Letta dimostra di essere a libro paga della Merkel, andrebbe denunciato per alto tradimento

Privatizzazioni, una grande svendita che farà godere le banche.

Dal petrolio e dal gas all'elettronica, al controllo del traffico aereo, ai servizi assicurativi-finanziari per le imprese all'estero, ma anche cantieri navali e stazioni ferroviarie: sono otto le societa' che entrano nella prima tranche del piano di privatizzazioni del Governo, annunciata oggi. Sono controllate dal Tesoro, direttamente o tramite Cassa Depositi e Prestiti ed in un caso da Ferrovie, con partecipazioni pubbliche che verranno alleggerite con una parziale dismissione della quota. IlGoverno ha anche annunciato il via libera all'operazione di cessione di un pacchetto del 3% di Eni, affiancato a un buyback del Cane a Sei zampe che non farà scendere lo Stato sotto il 30% del capitale, la famosa soglia d'Opa. In pratica, con il riacquisto di titoli azionari effettuato dalla società petrolifera, la partecipazione del Tesoro, in mano principalmente alla Cdp, crescerebbe al 33%; proprio di quel 3% aggiuntivo si avvia la dismissione e Saccomanni ha spiegato che dovrebbe valere 2 miliardi. Il titolare delle Finanze ha aggiunto che sul mercato andranno una quota del 60% di Sace e Grandi Stazioni. Per Enav e Fincantieri si tratta del 40%, mentre "nel complesso delle privatizzazioni che riguarderanno le reti in mano alla Cdp saremo nell'ordine del 50%". Da queste operazioni dovrebbero entrare tra i 10 e 12 miliardi di euro, di cui la metà vanno a riduzione del debito nel 2014 e l'altra parte a ricapitalizzazione della Cdp.
Con questo pacchetto in mano domani il ministro Saccomanni andra' alla riunione dell'Eurogruppo a Bruxelles per "battagliare con piu' forza". Almeno così dice il Consiglio, Enrico Letta. Intervenendo in collegamento video agli Stati generali della cultura a Milano ha dichiarato di voler “ridurre il debito l'anno prossimo per la prima volta dopo cinque anni'', “grazie alle privatizzazioni”, un piano ''importante e significativo''.
Le proteste si sono levate da più parti, a cominciare dai sindacati che cominciano a intravedere il pericolo di una dismissione progressiva e quindi di un futuro smembramento delle aziende. Per il Prc siamo alla svendita. “Le ‘dismissioni’ da 12 miliardi, di parte dell’Eni e di Fincantieri, tra l’altro, annunciate da Letta – scrive Paolo Ferrero in una nota - sono un vero e proprio scandalo: il premier dimostra di essere a libro paga della Merkel, e andrebbe denunciato per alto tradimento”. “La svendita – di questo si tratta – del patrimonio pubblico – continua Ferrero - non porterà risorse né aiuterà a far diminuire il debito pubblico. È solo lo smantellamento e la svendita, appunto, dei gioielli di famiglia, alle spalle e a scapito del popolo italiano che ne è il legittimo proprietario”.
Le associazioni dei consumatori annunciano di voler vigilare. “Non vorremmo infatti – si legge inun comunicato di Federconsumatori e Adusbef - che si facesse l'ennesimo regalo alle banche''. La scelta della fase non certo esaltante per il mercato borsistico lascia sospettare che possa esserci pronta qualche operazione speculativa. Il caso Telecom non aiuta certo a farsi una opinione diversa, infatti.

- ENI - Core business nel petrolio e nel gas: la societa' guidata da Paolo Scaroni e' la prima azienda italiana per capitalizzazione a Piazza Affari, 66,4 miliardi a fine 2012. Un gigante dell'Energia con un fatturato oltre i 127 miliardi alla chiusura dell'ultimo bilancio, presente in 90 Paesi, 78.000 dipendenti. Il Tesoro ha oggi in Eni una partecipazione del 4,34% mentre la Cassa Depositi e Prestiti (all'80,1% del Tesoro) ha una quota del 25,76%.

- STM - Leader globale nel mercato dei semiconduttori con clienti in tutti i settori applicativi dell'elettronica, la societa' di Pasquale Pistorio (oggi presidente onorario) e' quotata alle Borse di Milano, Parigi e New York. Nel 2012 i ricavi netti sono stati pari a 8,49 miliardi di dollari. Gruppo italo-francese della microelettronica, con sede a Ginevra, e' partecipato indirettamente dal Tesoro tramite la StMicroelectronics Holding N.V. di cui ha il 50% (il restante 50% e' del francese Fonds strate'gique d'investissement).

- ENAV - E' la societa' a cui lo Stato ha affidato la gestione e il controllo del traffico aereo civile nei cieli e negli aeroporti italiani. Interamente controllata dal Tesoro e vigilata dal Ministero dei Trasporti, nasce dalla trasformazione nel 2000 dell'Ente Nazionale Assistenza al Volo in Spa.

- SACE - Offre servizi di export credit, assicurazione del credito, protezione degli investimenti all'estero, garanzie finanziarie, cauzioni e factoring, con 70 miliardi di euro di operazioni assicurate in 189 paesi. Dal novembre 2012 e' controllata al 100% da Cassa Depositi e Prestiti.

- FINCANTIERI - E' uno dei gruppi cantieristici piu' grandi al mondo, erede della grande tradizione italiana in campo navale. Con ricavi a quota 2,4 miliardi nel 2012 con una quota di export oltre il 70%. E' controllato da Fintecna (al 100% della Cdp) che ha in portafoglio una quota oltre il 99%.
- CDP RETI - E' un veicolo di investimento, costituito nel mese di ottobre 2012 e posseduto al 100% da Cassa Depositi e Prestiti. Ha in portafoglio, acquisita nel 2012 da Eni, una partecipazione del 30% in Snam, la societa' protagonista della metanizzazione dell'Italia a partire dal 1941, realizza e gestisce le infrastrutture del gas.

- TAG - Trans Austria Gasleitung e' la societa' che gestisce in esclusiva il trasporto di gas nel tratto austriaco del gasdotto che dalla Russia giunge in Italia attraverso Ucraina, Slovacchia e Austria. Assetto strategico perche' garantisce circa il 30% delle importazioni nazionali. Cassa Depositi e Prestiti ha rilevato da eNI a fine 2011 dall'Eni, tramite Cdp Gas, una quota dell'89%.

- GRANDI STAZIONI - Controllata al 60% da Ferrovie dello Stato (al 100% del Tesoro) e' la societa' creata nel 1998 con l'obiettivo di riqualificare, valorizzare e gestire le tredici principali stazioni ferroviarie italiane: oltre 1.500.000 mq di asset immobiliari con piu' di 600 milioni di visitatori l'anno.
Fabio Sebastiani

14 novembre 2013

Il " nuovo" scende in campo come il suo punto di riferminento politico di Arcore: attua una comunicazione semplice e accessibile a tutti e un programma ‘di consenso’ che non hanno bisogno di indicare soluzioni (e prospettare obiettivi), ma piuttosto di allargare il potenziale elettorato.

Meglio morire democristiani che renziani

Passano gli anni e più mi convinco di essere stato preveggente nel ritenere che l’operazione realizzatasi nel 2007 con la costituzione del Pd fosse da considerare tutt’altro che una sorta di “fusione fredda” tra ex comunisti ed ex democristiani.

Con tale definizione alcuni commentatori - anche tra i più autorevoli - intendevano evidenziare il realizzarsi di un’anomala sommatoria di sensibilità politiche che in passato si erano (frequentemente) ritrovate a divergere su questioni di rilevante spessore. Un’alleanza “stonata” quindi, inevitabilmente destinata a non sopravvivere alla forza degli eventi. O anche un cartello elettorale che - stante le profonde e (talvolta) inconciliabili posizioni di provenienza - avrebbe prodotto ulteriori lacerazioni tra gli eredi dei maggiori partiti espressi dalla prima Repubblica.

Si trattava, invece dell’ennesima dimostrazione dell’ineguagliabile capacità del vecchio gruppo dirigente del Pci di sapersi “adeguare” ai tempi e alle esigenze del momento storico. In effetti, con sostanziale (consapevole) brutalità, ritengo di poter affermare che ai Democratici di sinistra (già Pds) - per i quali il “riformismo” era stato, in passato, addirittura, equiparabile al “socialfascismo” - cominciava ad apparire sin troppo chiara l’impossibilità di continuare a speculare a fini politici sullo status symbol della “diversità”.

In questo senso, erano (già) lontani i “bei tempi andati”, quando ancora sarebbe apparsa fantascientifica qualsiasi ipotesi di “caduta del muro” e - nella strumentale contrapposizione tra il Capitalismo dell’Ovest e la (falsa e opprimente) Dittatura del proletariato dell’Est - quello che era arrivato a essere il più grande partito comunista d’Europa aveva potuto contare su una grande rendita di posizione. L’essere riuscito, in sostanza, a convincere alcuni milioni di sostenitori e simpatizzanti della fatidica possibilità di una ”svolta a sinistra”. Tra questi, non pochi “duri e puri” che, rivelatisi poi più realisti del re, meriterebbero un capitolo a parte per glorificarne le camaleontiche doti.

Quindi, ai “soliti” dirigenti, dopo:  a. la mancata realizzazione del compromesso storico (che al Pci produsse quale massimo risultato, la breve parentesi di appoggio esterno al governo Andreotti del 1978); b. la svolta della Bolognina - con la nascita del Pds - che, ad appena tre giorni dalla caduta del muro di Berlino, annunciava grandi cambiamenti e il superamento del Pci a favore di “una nuova formazione politica aperta alle componenti laiche e cattoliche”; c. la creazione di un movimento unitario di sinistra (Ds), che, per la prima volta, aveva - addirittura - sancito l’eliminazione della dicitura “partito” dal nome della nuova formazione; era ormai chiaro di essere “giunti al capolinea”!

A quel punto era evidentemente necessario - e, soprattutto, politicamente opportuno - non avere più nulla a che fare, nemmeno nominalmente, con la “sinistra”. Tra l’altro, a ulteriore sostegno della tesi secondo la quale - per gli “storici” responsabili delle precedenti formazioni politiche, in particolare del Pci - si rendeva indispensabile un maquillage completo, la responsabilità politica del Pd fu affidata, attraverso il voto dei 2.858 componenti l’Assemblea Costituente, al “giovane” Veltroni (Walter l’amerikano).

Quello, per intenderci, che aveva già dichiarato urbi et orbi di non essere “mai stato ideologicamente comunista”, e successivamente avrebbe concorso a realizzare - attraverso lo scellerato appello al “voto utile” nelle politiche 2008 - la sostanziale espulsione della sinistra dal Parlamento italiano. Salvo ritrovarsi, quali sponsor della nuova formazione, gran parte di quegli stessi dirigenti ed “eminenze grigie” che - appena qualche anno prima (Napolitano docet) - ancora definivano (pudicamente) “Fatti d’Ungheria” la rivolta popolare che - a Budapest, nel 1956 - i paesi del Patto di Varsavia avevano stroncato nel sangue degli “insorti”.

Tornando ai “costituenti” del 2007, si trattava degli stessi ex che: 1) nell’agosto del 1968 - al pari di un semplice (ingenuo e inconsapevole) lettore dell’ Unità o di Rinascita - avevano avuto la spudoratezza di sostenere di avere appreso “con sgomento” dell’invasione della Cecoslovacchia da parte dell’Urss e dei suoi satelliti; 2) durante gli anni dei primi governi di centro-sinistra in Italia, pur di dissociarsi dal riformismo di matrice socialista, avevano mancato alcune incredibili occasioni per partecipare (concretamente) all’affermazione dei diritti civili nel nostro paese (in particolare con le astensioni sulla riforma delle pensioni e la nascita della Previdenza sociale - legge 153/69 - e sullo Statuto dei lavoratori - legge 300/70 - nonché il voto contrario, insieme al Msi, alla riforma della scuola media - legge 1073/63); 3) nel marzo del 1976 - con una comunità internazionale che fremeva di sdegno per il “golpe” - fedeli alle indicazioni del Pcus, che premeva affinché i “partiti fratelli” lasciassero cadere ogni critica ai rispettivi governi per la politica seguita nei confronti del regime argentino, preferivano non inasprire il rapporto con l’Urss e si “adeguavano” a un imbarazzante silenzio.

D’altronde c’è poco da meravigliarsi; come già anticipavo, sembra far parte del Dna della stragrande maggioranza dei sostenitori “storici” dell’ex Pci - ex Pds, ex Ds, attuali Pd - la (non invidiabile) capacità di assorbire con estrema disinvoltura “svolte” e “abiure” di quelli che, in altra epoca, gli erano stati indicati come veri e propri dogmi.

Al riguardo, chi, come me, ha trascorso tanti anni della propria vita da dirigente (regionale) della Cgil, (iscritto dal 1976) sarebbe in grado di indicare, con prove circostanziali e senza tema di smentite, innumerevoli casi di compagni del Pci (tantissimi, tra i più “duri e puri”) che, se ancora negli anni settanta/ottanta amavano esercitarsi nella denigrazione del “socialdemocratico” di turno, si sarebbero poi convertiti alle esigenze del “mercato” e (improvvisamente) arruolati tra i più solerti sostenitori del “riformismo”. Quasi che esso avesse sempre fatto parte del proprio bagaglio culturale e rappresentato un’opzione politica cui, in passato, avessero dedicato quegli sforzi e quelle energie che, invece - nello scontro Est/Ovest - avevano esclusivamente votato, con ineguagliabile determinazione, all’affermazione del “Socialismo reale”.

A questo aggiungo che - a mio parere - una delle ragioni che avevano spinto il Pci, già nella seconda metà degli anni settanta, a tentare la strada dell’alleanza organica con l’allora Dc, era rappresentata dal (profondo) convincimento dei suoi dirigenti che, per avere la garanzia di un governo tanto solido da poter operare con autorevolezza nel nostro paese, non sarebbe mai stata sufficiente - per la sinistra dell’epoca - neanche la maggioranza dal 50 per cento più uno dei voti. Per la storia, i costumi, le tradizioni e le condizioni socio/culturali dell’Itala - non ininfluente, in questo senso, l’ingombrante presenza del Vaticano - la condizione sine qua non era rappresentata dalla necessità di raccogliere consensi “al centro”.

Ne è ben consapevole il “giovin signore fiorentino”, quando si dichiara fermo sostenitore del “bipartitismo”. Ed è proprio questo il punto. L’esperienza degli ultimi anni è, al riguardo, molto significativa.

I risultati - politici e sociali - del Pd, quale espressione del fantomatico centrosinistra (senza più neanche la non insignificante presenza del “trattino”) sono noti a tutti. Nei fatti, quel minimo di politica “di sinistra” che sarebbe stato lecito aspettarsi da quegli stessi dirigenti di un partito che, solo fino a pochi anni prima, si definiva - ancora e addirittura - “rivoluzionario” e misticamente votato alla realizzazione del “Sol dell’avvenire”, si è (miseramente) infranta di fronte all’esigenza di un inafferrabile “senso di responsabilità”. Lo stesso che, da alcuni mesi a questa parte, funge - secondo alcuni - da vero e proprio alibi a un’anomala alleanza di governo.
Personalmente sono invece convinto che oggi assistiamo alla fase successiva di un’azione in progress: l’ulteriore passo in avanti di una strategia sostanzialmente (già) delineata. Il naturale approdo di una “politica delle alleanze” rispetto alla quale - per gli ex Pci - la costituzione del Partito democratico ha (evidentemente) rappresentato un’efficace “sperimentazione”. Verrebbe da dire: “Niente di nuovo sotto il cielo”. Cosicché, come nel 2007 fu indispensabile “puntare” su Veltroni, oggi si ripresenta la necessità di ricorrere al “nuovo”.

Lo pseudo “Rottamatore” (di chi, visto che Veltroni, Bassolino, De Luca sono tutti con lui?) - da perfetto “comunicatore senza contenuti”, in particolare “di sinistra” - rappresenta il massimo possibile. Non a caso il Matteo nazionale - come egregiamente rilevato da Carlo Freccero - “attua una comunicazione semplice e accessibile a tutti e un programma ‘di consenso’ che non hanno bisogno di indicare soluzioni (e prospettare obiettivi), ma piuttosto di allargare il potenziale elettorato, coagulare maggioranze di destra e di sinistra, vincere le elezioni”.

In definitiva Renzi - che resta un finto innovatore - è stato scelto perché dovrebbe riuscire in quello che il Pd ha fallito. Mettere insieme “centro” e destra “moderna” - sperando, ma non necessariamente, di “assorbire” una parte del M5S - con ai margini la Lega e quella destra non presentabile in Europa. Senza tralasciare (ovviamente) di lasciare fuori dal Parlamento quel po’ di sinistra, senza più l’esigenza dell’aggettivazione “radicale”, che ancora (strenuamente) cerca di resistere.
Questo perché solo chi finge di non vedere né sentire può (realisticamente) sostenere e/o dare a intendere che da personaggi quali D’Alema, Violante, De Luca, Fassino, Veltroni, Bersani, Bassolino (e chi più ne ha, più ne metta) - senza neanche prendere in considerazione i vari Cuperlo, Civati e gli altri “emergenti” - ci si possa, ancora e finalmente, aspettare “qualcosa di sinistra”.

Renato Fioretti
collaboratore redazionale di Lavoro e Salute
14 novembre 2013

Attualità tragica a Torino sulla scia dello scandaloso intervento del ministro Cancellieri a favore dei potenti. Dopo l'ennesimo episodio di suicidio in carcere, ho inviato una lettera aperta a tutti i consiglieri regionali per richiamarli alle loro responsabilità data la gravità della situazione. Eleonora Artesio, Consigliera di Rifondazione Comunista nel Consiglio Regionale del Piemonte. Torino, 11 novembre 2013

Don Rigoldi, Cancellieri e la cruna dell’ago

Il caso “Cancellieri/Ligresti” è solo l’ultima “grana” - in ordine di tempo - per il giovane Letta.

In sostanza, però, potrebbe (tranquillamente) rientrare tra quegli incidenti di percorso in cui i nostri politici riescono a raggiungere i più alti livelli di “acrobazia intellettuale”. Leggasi l’equiparazione dello stesso alla telefonata di Berlusconi a favore della minorenne Ruby - con corrispondente “derubricazione” delle indebite pressioni esercitate dall’allora primo ministro - piuttosto che alle (ineccepibili) dimissioni di Josefa Idem.

Resterebbero, agli atti, le proteste del Movimento 5 Stelle e un timido accenno di (flebile) protesta: “Vorrei, ma non posso”, di qualche esponente Pd!

In questo contesto, quella che - oggettivamente - appare del tutto inopportuna è la strenua difesa della Cancellieri operata da don Gino Rigoldi (cappellano dell’Istituto penale per minorenni Beccaria).

Una “filippica” - quella pubblicata attraverso il “Corriere” - che, a mio parere, è assolutamente fuori luogo; nella forma, quanto nella sostanza.

Infatti, se è difficile non essere d’accordo con don Rigoldi quando:

a)     contesta coloro i quali ritengono che sia possibile “Stabilire in Terra il perfetto mondo di Dio o della Dea Ragione, un paradiso nel quale nessuno si ammala, nessuno sbaglia, nessuno muore”;

b)    afferma che: “ Forse in un universo parallelo ci sono altri sistemi di riferimento, ma nel nostro pare che la vita si determini nello spazio che si crea tra il tutto e il nulla”. 

Tutt’altro che condivisibile è ciò che ne consegue!

La sua ferma presa di posizione a favore del ministro Cancellieri relativamente al contenuto della telefonata (intercettata) ai Ligresti .

Tra l’altro, l’emerito sacerdote addebita ai contestatori un assioma che è assolutamente infondato.

Infatti, rispetto all’affermazione secondo la quale: “Coloro i quali contestano intervento del ministro lo fanno perché ritengono che non basti intervenire in aiuto di uno, cento o mille detenuti. Non è possibile operare in favore di tutti? Allora è meglio non occuparsene”, è appena il caso di evidenziare che nessuno - tra i pochi che si sono spinti fino a chiedere le dimissioni della responsabile della Giustizia - si è mai espresso in questi termini.

Per di più, secondo don Rigoldi, il protestare contro l’intervento a favore di un “ricco”, equivale a “un’orgia dell’invidia”; mentre il rilevare che il figlio della Cancellieri è stato un dipendente di Ligresti - liquidato, dopo appena un anno di servizio, con una ragguardevole “buonuscita” - rappresenta “l’esaltazione della maldicenza”!

L’articolo si conclude, in sostanza, con le lodi all’impegno e alla determinazione del ministro nel migliorare le incivili condizioni dei detenuti italiani.

“A tale proposito, basta leggere il testo della legge, superficialmente chiamata . Si parla finalmente di pene alternative e di lavori di pubblica utilità; non solo di scarcerazioni anticipate”.

Che cosa dire?

Cominciando dalla fine: la sensazione è che don Rigoldi abbia trascorso all’estero - se non su Marte - gli ultimi trenta/quarant’anni della sua vita.

Infatti, tutti sanno - tranne quelli che fingono di non sapere - che la storia e le cronache della politica italiana, in tema di giustizia, sono ingolfate dalla “concretezza”, “competenza” e “determinazione” di coloro i quali si sono avvicendati - dal 14 luglio del 1946 a oggi - nelle funzioni di Guardasigilli!

Al riguardo, per le opportune verifiche di efficienza, sarebbe sufficiente fare un elenco dei provvedimenti di clemenza collettiva - condoni, amnistie e indulti - succedutisi negli ultimi anni per fare (appunto) fronte alla carenza di concretezza/competenza e determinazione nell’immaginare e produrre soluzioni capaci di coniugare certezza della pena, sicurezza dei cittadini, dignità dei reclusi e, soprattutto, parità di diritti!

Fatto strano è che ciò non risulti a un qualificato e attento “addetto ai lavori” che, immagino, svolga - anche - funzioni di educatore.

Per quanto attiene, invece, all’accusa rivolta a chi accusa la Cancellieri, di essere stata per lo meno improvvida nell’intervenire “personalmente” a sostegno di una Ligresti detenuta, ho già evidenziato che - contrariamente a quanto sostenuto da don Rigoldi - nessun oppositore ha mai immaginato di dichiararsi contrario a provvedimenti che non coinvolgessero (necessariamente) la totalità della popolazione carceraria italiana. 

Al ministro è stata contestata, piuttosto, una “debolezza affettiva” alias “deficit istituzionale”, nel momento in cui ha ritenuto opportuno intercedere - in nome di un’amicizia personale - nei confronti dell’amministrazione cui è delegata, al fine di sostenere un singolo.

Certo, si trattava di sollecitare l‘adozione di un provvedimento “umanitario” rispetto al quale non esistono differenze di valutazione né classi di merito; ricchi o poveri, per dirla alla Rigoldi.   

Il punto, però, è proprio questo: il ministro, don Rigoldi e tutti coloro che si sono abbandonati (ancora in queste ore) a un incondizionato giustificazionismo - dal Presidente del Consiglio ai suoi sodali Pd/PdL - ritengono normale che un ministro interceda personalmente per sostenere la causa - fosse anche “umanitaria” - di un soggetto al quale è legata da antichi (noti e consolidati) vincoli di amicizia?

Un minimo di “accortezza istituzionale” non avrebbe dovuto suggerire alla Cancellieri di non intervenire di persona?

Un “pizzico” di rispetto del ruolo che svolge non avrebbe dovuto suggerirle che usare la propria influenza per un’amica è un conto; intervenire a sostegno di un qualsiasi Sig. Rossi (o, perché no, del Sig. Cucchi di turno) è tutt’altra cosa?

O possiamo considerare estesa a tutti i familiari dei reclusi nelle carceri italiane, extracomunitari compresi, la possibilità di interloquire direttamente con il ministro affinché - con altrettanta solerzia e sollecitudine - intervenga, presso la sua amministrazione, per tutelare il diritto alla salute di tutti i suoi “ospiti”?

Per quanto riguarda, invece, la considerazione secondo la quale - a parere di don Rigoldi - altri, tra coloro che criticano l’operato della Cancellieri, lo fanno (solo) perché macerati dall’invidia, rispetto all’ingente patrimonio della famiglia Ligresti, è solo il caso di rilevare che - stando alle cronache degli ultimi anni - i rapporti tra le famiglie Ligresti e Cancellieri non si sono limitati a “Una celeste corrispondenza di amichevoli sensi”!

Tra l’altro, in definitiva, a don Rigoldi, che dichiara “non essere un esaltatore delle ricchezze materiali se non vengono almeno in parte impiegate per aiutare quelli meno fortunati” e, contemporaneamente, addebita invidia e maldicenza a coloro i quali contestano un favore “tra ricchi”, sarebbe il caso di rammentare - se non si trattasse di un ministro di Dio - che: ”E’ più facile che un cammello passi per una cruna di un ago che un ricco entri nel Regno dei Cieli”!

Renato Fioretti
collaboratore redazione di Lavoro e Salute
06 novembre 2013

12 novembre 2013

"Il governo Letta è il secondo tempo di Monti. Una controrivoluzione,... una Costituente come nel 45, ma stavolta antidemocratica e neoliberista". Paolo Ferrero e il Prc a congresso: non ripeteremo gli stessi errori, fin qui tutti i fallimenti vengono dal rapporto con il centrosinistra. Cambio del segretario? «Decide il congresso» «Il governo Letta è il secondo tempo della partita. Sul piano economico e sociale le operazioni pesanti le ha fatte Monti: ha usato la paura per sfondare diritti del lavoro, pensioni, welfare. Letta prosegue e fa leva sulla rassicurazione per azioni di sfondamento sul piano costituzionale. La sua parte è demolire la Carta e introdurre il presidenzialismo». Anche il Prc di Paolo Ferrero affronta, come altri a sinistra, un congresso (dal 6 all'8 dicembre a Perugia). Che segna, nelle intenzioni, una svolta.

Sinistra autonoma, così torneremo credibili

Cosa intende per 'azioni di sfondamento sul piano istituzionale'?
Letta sta modificando l'art. 138, e si darà il tempo di cambiare la Carta. La maggioranza troverà la quadra sul presidenzialismo, che chiamerà semipresidenzialismo. Con il bipolarismo hanno demolito la partecipazione, con il presidenzialismo gestiranno in forme plebiscitarie la crisi della politica.

Parte del Pd è contro il presidenzialismo.
Le larghe intese stanno ridisegnando l'Italia sul piano economico-sociale, dalla spending review al fiscal compact al pareggio del bilancio. Sono una Costituente, come quella del '45. Solo che quella era democratica e progressista, questa è antidemocratica e neoliberista. Se chiudono la partita sulla Carta, il progetto della P2 è realizzato. L'hanno fatto tutti insieme. Del resto è difficile dire se le proposte sociali di Renzi sono a destra o a sinistra di Berlusconi. Penso ai minijob: la distruzione dell'idea che il lavoro abbia dei diritti. Come in Europa, in Grecia, in Germania, la grande coalizione è la forma di governo nella crisi per avere il consenso per fare porcherie che da solo nessuno potrebbe.

Il piano della P2. Come dice Grillo?
Sì, ma io lo dico da prima.

Renzi, Cuperlo e anche Letta giurano che le larghe intese non si ripeteranno più.
Possibile: una volta che avranno sfondato, riprenderanno il teatro nella forma del presidenzialismo. Renzi o Marina Berlusconi: lo scontro sarà anche feroce, ma le differenze sono insignificanti. Sono diversi sui diritti civili, ma pressoché uguali sulle questioni sociali ed economiche. Hanno sfasciato il frutto della lotta partigiana. Una vera controrivoluzione. E il lavoro sarà nella merda.

Si spieghi.
Questo quadro prevede la disoccupazione e la precarizzazione di massa, la riduzione dei salari e la privatizzazione del welfare.

Contro la 'controrivoluzione' lei propone una 'Syriza italiana'. Ci avete già provato con la Federazione della sinistra e Rivoluzione civile. Non ha funzionato. È diversa?
Propongo un polo di sinistra autonomo e alternativo dal centrosinistra. Molte delle forze di Rivoluzione civile si sono trovate fuori dall'alleanza non per loro scelta. E questo ha pesato. I nostri interlocutori oggi sono, per capirci, l'arco di forze e di pratiche che va dal corteo del 12 ottobre, la "Via maestra", a quello del 19 sul diritto all'abitare. Propongo una testa un voto: nessun percorso con accordi di vertice, come è stata Rivoluzione civile e la Federazione, due fallimenti. Le europee sono l'occasione di una nuova Internazionale sociale. L'Europa è un terreno chiaro: in alternativa ai socialdemocratici e ai popolari c'è la candidatura a presidente della Commissione di Alexis Tsipras (leader della greca Syriza, ndr).

Niente liste Prc anche alle europee?
Il punto è far partire il processo. Come si chiamerà viene dopo.

Proponete di uscire dall'euro?
Nel Prc c'è chi lo propone. Io propongo la disobbedienza ai trattati.

A congresso un pezzo del Prc chiederà di riaprire il dialogo anche con Sel.
È un punto di differenza, anzi è un'altra linea politica. Per noi bisogna costruire la sinistra fuori dal centrosinistra. Loro invece non propongono l'entrata nel centrosinistra, non dico questo, ma antepongono l'unità a sinistra alla sua collocazione. È un errore. Ci abbiamo già provato, è sempre andata male. È successo con la Federazione: il Pdci voleva aggregarsi al Pd, e ci siamo spaccati. Di più: tutte le scissioni del Prc sono avvenute su questo punto. Si può sbagliare, anch'io ho sbagliato: ma non si può ripetere sempre lo stesso errore.

Vuol dire che la prossima Rifondazione sarà definitivamente selezionata fra quelli che dicono no al centrosinistra?
No, voglio dire che se la proposta di questi compagni si realizzasse torneremmo nelle condizioni della Fds: un disastro. Aggiungo che Sel non mi sembra interessata. Ma non dico che non discuteremo mai più con il Pd. Syriza sfida il Pasok, e anch'io se avessi il 20% e il Pd il 10, sfiderei il Pd. Ma ora non vado a fare il suo tappetino.

Il 20% invece in Italia ce l'ha Grillo
Grillo inizia a mostrare le sue debolezze. Non è interessato ad essere motore dei movimenti. E evidenzia le contraddizioni sulle proposte per uscire dalla crisi, dove mischia ricette di destra e sinistra. Oggi è un parcheggio di voti. Ma resterà al 20 se non ci sarà una sinistra credibile. E alternativa.

Quindi il Pdci è fuori?
No, purché sia chiaro sul rapporto col Pd.

Il Pd è il vostro spartiacque. Messa così non vi precludete il dialogo con quel vasto popolo di sinistra che oggi vota Pd?
La comunicazione con quel popolo avverrà sui contenuti. Il lavoro è il problema del paese, e il nostro piano per un milione di posti - manutenzione dell'ambiente, del patrimonio artistico e tanto altro - non sarà solo una raccolta di firme ma l'occasione di definire una nuova sinistra. Faremo sul lavoro quello che fanno Paolo Di Vetta (dell'Usb, ndr) e gli altri sul tema della casa. Non si lamentano, praticano soluzioni, occupano.

Non teme una Rifondazione minoritaria?
Rifondazione è piccola. Ma le nostre idee sono maggioritarie.

Perché allora avete pochi voti?
Abbiamo un problema di credibilità. Usciamo da una sconfitta e non basta cambiare posizione politiche. Bisogna ripartire.

Qual è l'errore più grave che si addebita?
Il governo con Prodi. Credevamo di poter cambiare l'indirizzo politico. Non a caso i partiti della sinistra europea, tutti in crescita, non hanno avuto esperienze di governo.

È vero anche che nessuno di quei partiti ha sul curriculum la rottura del primo governo di centrosinistra del paese.
La vicenda del '98 l'avevamo superata nel 2001, con il movimento di Genova. Poi, con la scelta del governo, abbiamo chiuso le possibilità a quel movimento e piallato la nostra credibilità. Ma non è stato un errore solo nostro. Nelle nostre liste c'erano molti dei centri sociali e della sinistra sociale.

Insomma, la fase del 'bertinottismo' di governo è stata un errore.
La mia è un'autocritica. Io ho fatto persino il ministro. Ero considerato il rompipalle, ma oggi l'immagine resta quella.

Questo non pone il tema di un ricambio del leader? Il giovane Tsipras ha svecchiato anche l'immagine della sinistra greca.
Invece Mélanchon, leader del francese Front de gauche, è stato ministro di Jospin. Ho messo la faccia nelle scelte buone, come l'elezione di Pisapia, Orlando e De Magistris, e in quelle cattive. Un dirigente comunista, consapevole che si perde fino a che non si vince, deve innanzitutto capire per correggere. Ci sono compagni e compagne che chiedono un ricambio a partire da me. Contrasto la tesi del capro espiatorio, ed è un successo che nonostante tutto non siamo diventati una setta né una dépendence del migliore offerente. Fare il segretario non è il mio primo problema. Vedremo. deciderà il congresso. Proporrò la gestione unitaria del partito. E il referendum fra gli iscritti su ogni questione importante.
 
Daniela Preziosi
12/11/2013 www.ilmanifesto.it

11 novembre 2013

Paolo Ferrero: Sciopero generale in Grecia, quando in Italia? I sindacati dei lavoratori e delle lavoratrici in Grecia hanno proclamato lo sciopero generale per protestare contro le politiche di austerità che stanno strangolando il paese. Che cosa deve ancora succedere in Italia perché Cgil, Cisl e Uil proclamino un vero sciopero generale di 8 ore con manifestazione nazionale a Roma contro le politiche del governo Letta? I banchieri sono ben difesi. Gli evasori altrettanto. I ricchi in generale non vengono toccati. Ma chi li difende i lavoratori se il sindacato non fa il suo mestiere?

Sciopero Cgil-Cisl-Uil del 13 novembre: ma solo per dire che esistono

La credibilità della linea sindacale interconfederale, e dei gruppi dirigenti che la promuovono, è veramente ai minimi termini: già dimenticandosi della resa incondizionata davanti al massacro Monti-Fornero che non è servito ad alcun rilancio e sviluppo, se non ad alimentare disagi e povertà, ora i nostri si svegliano per una legge di stabilità da correggere, e per cui, come ultima espressione di una politica che sempre picchia in basso, ce la dovremmo cavare con 4 ore di sciopero! Non serve essere particolari fans dei sindacati di base per dire che almeno loro, con il 18 ottobre sommato poi ai movimenti il giorno dopo, hanno dato un serio segnale di mobilitazione, su di una piattaforma necessariamente ampia, che però a questo punto chiede - se non urla - una stagione di lotta commisurata ad una devastante austerity fatta su misura e ordine dei capitalisti di destra o (strafinta) sinistra !!
In una fase come quella attuale, con frotte di lavoratori e lavoratrici già alle prese con ammortizzatori sociali – tra l’altro pure quelli in via di dismissione ! – e ristrutturazioni, lo sciopero ha una miriade di ragioni per essere proclamato e fatto…, ma se non porta in prospettiva una lotta certa e duratura, nessun potere come quelli che guidano ormai questa assurda maggioranza di governo potrà farsene più d’un baffo…, esattamente come Montinator a fine 2011 che si strofinò letteralmente le mani davanti all’inutilissimo, ancorchè isolato, sciopero di 3 ore a dicembre (tutto lì!!), proclamato dai confederali come risposta alla cancellazione delle pensioni di anzianità!!
Di questa continua e sofferta differenza di priorità tra quel che serve a lavoratori e lavoratrici e ciò che fanno le confederazioni in questa forma spot, veramente non se ne può più! Su tutto, una partita fondamentale quale quella degli assetti contrattuali, dove per una seria difesa delle prerogative del Ccnl c’è chi è stato a decine d’ore in sciopero continuato per difendere l’applicazione di un impianto già votato dai mandanti e ratificato, e chi va dritto alla firma di un accordo – 28 giugno 2011– accordando le derogabilità ai Ccnl e in barba a qualsiasi percorso democratico di confronto con la base! E' evidente, solo a riferirsi alla rivalutazione delle pensioni in piattaforma del 13, l'ipocrisia che avvolge la linea strategica confederale: chi si è scordato del nulla sindacale contrapposto alla peggiore controriforma delle pensioni nel dicembre 2011??
Crediamo fermamente che questa condotta sindacale porti a ben poche sicurezze di risultato, bensì alimenti certezze di condizionamento con il quadro partitico-politico che pare davvero – quello sì – il vero referente.., altro che i lavoratori e le lavoratrici!
Lo strumento dello sciopero di 4 ore del 13 in un contesto socio-politico come quello attuale è del tutto inadeguato e appare davvero una trovata a mò di ricorrenza come per i santi patroni, con organizzazioni sempre più inutili alla originaria causa che tentano di garantirsi visibilità e utilità già ben appannate, senza troppo disturbare amici, mezzi amici o ex colleghi ora al governo. Siccome siamo convinti che di motivi per scioperare ce n'è a bizzeffe sul piano nazionale, e non solo per la legge di stabilità, come Rsu Perini aderiamo alle 4 ore di astensione articolandole alle ultime 4 di ogni turno di mercoledì 13 - o ultime due se part-time – senza premure di partecipazione al presidio in città; siamo altrettanto convinti che per metodi, forme e frequenze, una mobilitazione rende ai lavoratori e lavoratrici se altra marcia prenderà, con tutti e tutte coloro che condividono una credibile opposizione a questa austerity scaricata verso il basso senza scrupoli !

Rsu Perini, Lucca
11/11/2013 www.liberazione.it

6 novembre 2013

Rifondazione Comunista ricorre in Cassazione sul referendum per l'articolo 18

Lo scorso gennaio - spiega Paolo Ferrero - un vasto schieramento sociale e politico ha depositato oltre mezzo milione di firme per il ripristino dell'articolo 18 e la difesa del contratto nazionale di lavoro e per l’abrogazione della legge Fornero sulle pensioni e della manovra Sacconi-Berlusconi del 2011. Per cercare di impedire l’indizione dei referendum il Presidente Napolitano ha sciolto le Camere a fine 2012, invece che a inizio gennaio 2013 come abbiamo chiesto più volte. Ma noi non demordiamo ed oggi, mercoledì 6 novembre, presenteremo ricorso in Cassazione per chiedere che il referendum si tenga comunque, quel referendum che il potere non vuole perché sa benissimo che gli italiani voterebbero per ripristinare l’articolo 18 e abolire la riforma delle pensioni della Fornero».

06/11/2013

1 novembre 2013

L'omicidio dei lavoratori e il femminicidio sono l'altra faccia della repressione di questo stato di cose presenti. Entrambi i crimini sono gli strumenti più subdoli dei poteri legali e illegali, complici nella repressione dei diritti alla vita. E sul piano politico continua, senza soluzione di continuità, il pianificato processo politico e giudiziario verso la dittatura in tempo di democrazia formale. Pare il disegno P2

Se 10 morti sui luoghi di lavoro in due giorni vi sembrano pochi 

Con i 5 morti sui LUOGHI DI LAVORO registrati oggi siamo all’incredibile numero di 10 lavoratori morti in due giorni. Le vittime di oggi sono in Puglia, in Lombardia, in Abruzzo, in Campania e nel Molise. Le tragedie colpiscono diverse categorie: l’edilizia, il turismo, l’agricoltura e l’industria.  Dall’inizio dell’anno sono documentati 495 lavoratori morti per infortuni sui luoghi di lavoro e oltre 1000 (stima su percentuali rispetto ai morti sul lavoro che ogni anno si rilevano costanti con variabili del 50/55% sul totale delle morti) se si aggiungono i morti sulle strade e in itinere. Dal 1° gennaio 2008 giorno d’apertura dell’Osservatorio sono stati registrati 3583 morti sui LUOGHI DI LAVORO comprese le vittime morte anche molto tempo dopo a causa dell’infortunio. Con le morti sulle strade e in itinere si arriva a superare le 7200 vittime d’infortuni mortali.Un’autentica carneficina, mentre le statistiche “ufficiali” danno molto meno morti. La politica potrebbe fare moltissimo, e con poche risorse, per far diminuire drasticamente questo fenomeno che ci vede primi in Europa in questa triste classifica e dove i morti sono mediamente un terzo di quelli italiani. L’Osservatorio registra tutti i “morti sul lavoro” e non solo quelli che dispongono di un’assicurazione. Moltissime vittime lavoravano in “nero”e alcune categorie non sono considerate “morti sul lavoro” solo perchè hanno assicurazioni diverse.

Fino ad oggi Il 39 % sono morti lavoratori dell’ agricoltura dei quali, tantissimi schiacciati dal trattore. Il 22,2% in edilizia, il 16,6% nei servizi, il 5,9% nell’industria (compresa la piccola industria e l’artigianato), il 5,4% nell’autotrasporto, molti altri morti sono in altre categorie che sono percentualmente più basse.

Nel 2012 sono morti 1180 lavoratori (stima minima) di cui 625 SUI LUOGHI DI LAVORO ( tutti documentati). Si arriva a superare il numero totale di oltre 1180 vittime se si aggiungono i lavoratori deceduti in itinere e sulle strade che sono considerati giustamente, per le normative vigenti, morti per infortuni sul lavoro a tutti gli effetti. L’Osservatorio considera “morti sul lavoro” tutte le persone che perdono la vita mentre svolgono un’attività lavorativa, indipendentemente dalla loro posizione assicurativa e dalla loro età.

Non sono segnalati a carico delle province i lavoratori morti sul lavoro che utilizzano un mezzo di trasporto e i lavoratori deceduti in autostrada: agenti di commercio, autisti, camionisti, ecc.. e lavoratori che muoiono nel percorso casa-lavoro / lavoro-casa. La strada può essere considerata una parentesi che accomuna i lavoratori di tutti i settori e che risente più di tutti gli altri della fretta, della fatica, dei lunghi percorsi, dello stress e dei turni pesanti in orari in cui occorrerebbe dormire, tutti gli anni sono percentualmente dal 50 al 55% di tutti i morti sul lavoro. Purtroppo è impossibile sapere quanti sono i lavoratori pendolari sud-centro nord, centro-nord sud, soprattutto edili meridionali che muoiono sulle strade percorrendo diverse centinaia di km nel tragitto casa-lavoro, lavoro-casa. Queste vittime sfuggono anche alle nostre rilevazioni, come del resto sfuggono tanti altri lavoratori, soprattutto in nero o in grigio che muoiono sulle strade. Tutte queste morti sono genericamente classificate come “morti per incidenti stradali”

Le province con più di 5 morti sui luoghi di lavoro e numero totali delle morti sui luoghi d lavoro nelle regioni

Genova 16 morti (Liguria 21). Roma 11 (Lazio 22). Brescia 14, Milano 12, Pavia 7, Bergamo e Como 6, Sondrio 5 (Lombardia 63). Torino 12, Cuneo 10 (Piemonte 31). Chieti 10, Pescara 5 (Abruzzo 21). Foggia 12, Bari 7, Taranto 5 (Puglia 29). Cosenza 11 (Calabria 23). Palermo 10, Messina 8, Trapani 8, Agrigento 7, Ragusa 5 (Sicilia 44). Bologna 8, Modena e Parma 6, Reggio Emilia 5 (Emilia Romagna 38). Verona 8, Padova e Treviso 6. Venezia e Rovigo 5 (Veneto 37). Salerno 12, Napoli 8, Avellino 6 (Campania 32). Cagliari 7 (Sardegna 13). Perugia 11 (Umbria 12), Ancona 8 (Marche 19), Trento 6 (Trentino Alto Adige 9) Pistoia 6, Siena 5 (Toscana 26), Friuli Venezia Giulia 8, Basilicata 4, Molise 5, Val D’Aosta 0.
 
Carlo Soricelli
31 ottobre 2013
 
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