30 ottobre 2013

Stati Uniti e Israele, nazioni nemiche della civiltà dei popoli liberi


Cuba. l'Assemblea generale dell'Onu di nuovo contro l'embargo

Con 188 voti a favore, due contrari – Stati Uniti e Israele – e tre astensioni, Cuba ha ottenuto per il 22° anno consecutivo il sostegno dell’Assemblea generale dell’Onu contro il bloqueo imposto dalla Casa Bianca

Con 188 voti a favore, due contrari – Stati Uniti e Israele – e tre astensioni, Cuba ha ottenuto una nuova vittoria diplomatica ottenendo per il 22° anno consecutivo il sostegno dell’Assemblea generale dell’Onu contro l’embargo – "bloqueo" – imposto dalla Casa Bianca all’isola nel 1962. Palau, piccolo paese del Pacifico che solitamente vota "no", quest’anno si è astenuto con Micronesia e Isole Marshall. La risoluzione, dall’esplicito titolo “La necessità di porre fine al blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America contro Cuba”, chiede il fine dell’embargo ma anche della legge Helms-Burton del 1996 che lo inasprisce ulteriormente. Intervenendo in aula, il capo della diplomazia dell’Avana, Bruno Rodríguez, ha riferito che l’embargo ha arrecato complessivamente a Cuba danni economici per 1,15 miliardi di dollari, con una recrudescenza negli ultimi anni, sotto il mandato di Barack Obama.

 Ha aggiunto che la politica statunitense impedisce il libero movimento delle persone e il flusso delle informazioni, osservando allo stesso tempo che dopo mezzo secolo di embargo e trascorsi oltre 20 da quando le Nazioni Unite lo condannarono formalmente la prima volta, la politica statunitense verso l’isola soffre “un assoluto isolamento e discredito mondiali”.

30/10/2013 www.liberazione.it

”la civiltà di una nazione si misura dalla condizione dell’infanzia e degli anziani”. Giuseppe Di Vittorio


Le pensioni (povere) di nuovo sotto schiaffo

Il prelievo previsto dalla legge di stabilità sulle pensioni ha occupato per giorni le prime pagine dei giornali e trovato spazio nei telegiornali: è stata una piacevole sorpresa. Ancora una volta a pagare la manovra economica sono i pensionati e gli impiegati pubblici.

 Quando il governo Monti varò la legge sulle pensioni che prevedeva, tra l'altro, il blocco di due anni della rivalutazione delle pensioni vi fu un coro unanime, da parte dei media, in difesa di quella legge. Il blocco della rivalutazione al costo della vita delle pensioni superiori a 1.400 € lordi (1.200 netti) per il biennio 2012/2013 ha portato 8 miliardi nelle casse dello Stato ed è costato circa 1.500 euro in media per oltre 6 milioni di anziani, cifra non più recuperabile vita natural durante.

 Lo Spi-Cgil ha calcolato in 118 miliardi e 21 milioni negli ultimi due anni il “contributo” dei pensionati al risanamento dei conti pubblici: Irpef e drenaggio fiscale, aumento Iva, blocco delle rivalutazioni, implementi delle tasse locali, senza calcolare che altre misure come l’aumento dell’età per il diritto alla pensione ed i nuovi sistemi di calcolo garantiranno allo Stato ben 10 miliardi annui per i prossimi 10.

 Il “risanamento” dei conti pubblici operato dal governo Monti è stato pagato in gran parte dai pensionati.

 La perdita del potere di acquisto delle pensioni dal 2000 è del 25/30% circa. Aumentano i poveri ed in gran parte sono anziani soli: è raddoppiata la richiesta di un pasto alla Caritas e ad altri Enti di beneficenza.

 La grande stampa e la TV si schierarono compatti in difesa della legge Fornero anche per ragioni politiche. Infatti venivano smantellati alcuni capisaldi del sistema pensionistico pubblico quali il legame rappresentato dai contributi (salario differito) tra lavoro e pensione, i sistemi di calcolo, l’età per ottenere la pensione, diritti acquisiti. La legge di stabilità blocca la rivalutazione annuale per tre anni delle pensioni superiori a 3.000 €uro mensili (2.000 netti) considerandole “pensioni d’oro”. Per le pensioni tra i 1.500 euro lordi (1.250 netti) e i 3.000 euro la rivalutazione è parziale: da 1.500 a 2.000 euro è del 90%, da 2.000 a 2.500 del 75% e da 2.500 a 5.000 del 50%.

 Dopo tanto tergiversare (e litigare) viene previsto un prelievo sulle quote di pensione che superano i 100.000 euro annui: da 100 a 150.000 il 5%, da 150 a 200.000 il 10%, da 200 ed oltre il 15%. Con molte probabilità si troverà una qualche motivazione per cancellare questo prelievo.

 Solo se ci sarà una forte mobilitazione delle confederazioni sindacali e dei sindacati dei pensionati e se le contrarietà e perplessità espresse da diversi parlamentari si trasformeranno in azioni si potrà impedire il blocco della rivalutazione delle pensioni.

 Ma non illudiamoci che le pensioni nei prossimi anni saranno lasciate in pace. Ogni anno gli Enti erogano circa 270 miliardi ai pensionati. È una somma che fa gola e tra l’altro di facile “saccheggio” tenendo conto della scarsa capacità di lotta dei pensionati resa ancor più debole dai cedimenti dei loro sindacati. Nel mirino di questi predatori vi sono le pensioni di reversibilità, che per il 70%, sono concesse a donne vedove ed in base al loro reddito. Vi sono le pensioni di anzianità calcolate in gran parte con il sistema retributivo, che si vorrebbe ricalcolare con il contributivo, certamente più penalizzante che provocherebbe una diminuzione dal 20 al 30% delle pensioni in essere. Sia per la reversibilità sia per l’anzianità l’insistenza ad operare interventi viene da diversi dirigenti del Pd, anche Matteo Renzi lo ha sostenuto in una recente intervista al Corriere della Sera. Il ministro degli Esteri Bonino è invece impegnata da tempo in una crociata per parificare l’età delle donne per il diritto alla pensione a quella degli uomini. Vuole accelerare un processo già avviato e si avvale di una “raccomandazione” degli organismi della Comunità Europea da lei sollecitata. Tra l'altro si stanno tagliando i già scarsi fondi a favore dell'infanzia.

 Senza retorica ma credo che l’affermazione di un grande sindacalista comunista che si chiamava Giuseppe Di Vittorio dovrebbe far riflettere: ”la civiltà di una nazione si misura dalla condizione dell’infanzia e degli anziani”.

Sante Moretti

30/10/2013 www.liberazione.it
 

27 ottobre 2013

Lavoro, in 6 milioni a casa: scoraggiati e disoccupati, molti sono giovani. Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista: “Cosa aspetta il governo a fare il piano per il lavoro? Con ogni evidenza le risorse ci sono, basta prenderle dai ricchi con una patrimoniale, mettendo il tetto a stipendi e pensioni e toglierli alla rendita, obbligando la Banca d’Italia a partecipare alle aste dei titoli di stato per tenere bassi i tassi di interesse da pagare sul debito. In questo modo si potrebbero recuperare oltre 80 miliardi all’anno per fare lavori utili come il riassetto idrogeologico del territorio, la valorizzazione del patrimonio storico italiano, per riqualificare gli acquedotti che perdono, la riconversione ambientale dell’economia, la bonifica delle aree inquinate, il potenziamento di sanità, istruzione ed assistenza pubbliche. Due milioni di posti di lavoro in tre anni sono un obiettivo del tutto ragionevole, se il governo lo volesse”.

Sei milioni senza lavoro, tra disoccupati, inattivi e scoraggiati

Sei milioni. E' la spaventosa cifra delle persone senza lavoro, tra scoraggiati, Inattivi e disoccupati veri e propri. Sono quelli che l'Istat cataloga come «potenzialmente impiegabili» nel processo produttivo e che invece fanno ad ingrossare le fila di chi il lavoro l'ha perso e di chi il lavoro nemmeno lo cerca più. Il calcolo è presto fatto: 3,07 milioni di disoccupati, cui vanno aggiunti i 2,99 milioni di persone che non cercano ma sono disponibili a lavorare (gli scoraggiati, appunto), oppure cercano lavoro ma non sono subito disponibili.

 Secondo la tabella sulle «forze lavoro potenziali» c’erano 2.899.000 persone tra i 15 e i 74 anni che pur non cercando attivamente lavoro sarebbero state disponibili a lavorare (con una percentuale dell’11,4% più che tripla rispetto alla media europea pari al 3,6% nel secondo trimestre 2013). A queste si aggiungono circa 99.000 persone che pur cercando non erano disponibili immediatamente a lavorare. Nel primo gruppo, ovvero gli inattivi che non cercano pur essendo disponibili a lavorare, ci sono quasi 1,3 milioni di persone «scoraggiate», ovvero che non si sono attivate nella ricerca di un lavoro avendo la quasi certezza di non riuscire a trovare un impiego.

 Trovare un lavoro resta una chimera soprattutto al Sud e tra i giovani: su 3.075.000 disoccupati segnati nel secondo trimestre 2013 quasi la metà sono al Sud (1.458.000) mentre oltre la metà sono giovani (1.538.000 tra i 15 e i 34 anni, 935.000 se si considera la fascia 25-34 anni). Se si guarda alle forze lavoro potenziali il Sud fa la parte del leone con 1.888.000 persone sui 2.998.000 inattivi potenzialmente occupabili. Se si guarda alla fascia dei più giovani sono potenzialmente occupabili nel complesso (ma inattivi) 538.000 persone tra i 15 e i 24 anni e 720.000 tra i 25 e i 34 anni con una grandissima prevalenza di coloro che non cercano pur essendo disponibili a lavorare.

 L’Istat infine individua nell’area della «sotto-occupazione» nel secondo trimestre 2013 circa 650.000 persone mentre oltre 2,5 milioni di persone sono occupati con un «part time involontario», in crescita di oltre 200.000 unità rispetto allo stesso periodo del 2012.

 E intanto la crisi sta cambiando "il volto" del lavoro in Italia. In breve ci saranno più di due cuochi per ogni operaio, mentre è drastico il crollo delle iscrizioni agli istituti professionali con indirizzo industriale, scese al minimo storico rispetto al boom delle scuole di enogastronomia, turismo ed anche agraria. È quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulle iscrizioni al primo anno della scuola secondaria di secondo grado, statali e paritarie, nell’anno scolastico 2013/2014. Quest’anno - sottolinea la Coldiretti - si sono iscritti alle prime classi degli istituti professionali per le produzioni industriali, la manutenzione e l’assistenza tecnica appena 21.521 giovani, pari a meno della metà di quelli che hanno optato per l’enogastronomia e l’ospitalità alberghiera, che sono stati 46.636, mentre sono salite a 13.378 quelle agli Istituti professionali e tecnici di agraria. Quasi uno studente neoiscritto alle scuole superiori su 10 ha scelto gli Istituti professionali dedicati all’enogastronomia e all’attività alberghiera per i quali negli ultimi anni - continua la Coldiretti - si è registrata una escalation senza freni tanto che oggi rappresentano oltre il 9 per cento del totale dei 515.807 giovani iscritti al primo anno delle scuole secondarie. Complessivamente - precisa la Coldiretti - oltre la metà dei giovani iscritti al primo anno (49 per cento) ha scelto il liceo, il 31,4 per cento gli istituti tecnici ed il restante 19,6 per cento gli istituti professionali.

26/10/2013 www.liberazione.it

23 ottobre 2013

218 voti a favore, 58 contrari, 12 astenuti. La maggioranza dei 2/3 era 214. Per 4 voti le modifiche della Costituzione non dovranno essere sottoposte a referendum. Il Partito Democratico si è assunto con questo voto una gravissima responsabilità. Così inizierà il percorso di modifica della Costituzione.

Senato, golpe bianco contro il referendum sulle riforme costituzionali

Per soli 4 voti il Senato approva in terza lettura, a maggioranza assoluta con 218 voti, il ddl costituzionale che istituisce il Comitato parlamentare per le riforme costituzionali.
E' la seconda deliberazione del Senato. L'approvazione finale spetta ora alla Camera, che ha gia' votato il 10 settembre. Per quattro voti in più viene precluso il ricorso al referendum, infatti il non raggiungimento dei due terzi, che lo avrebbero permesso, presupponeva che i voti favorevoli fossero meno di 214. La maggioranza dei due terzi a Palazzo Madama e' di 214 senatori e il ddl costituzionale e'passato con soli 218 voti. Quindi si e' riusciti ad evitare il referendum costituzionale per soli 4 voti. Sulla carta (e senza contare il gruppo Misto, in cui siedono anche i senatori a vita) sommando Pdl, Pd, Sc, Gal e Autonomie, la maggioranza avrebbe dovuto avere 239 voti. Ne sono mancati cosi' 19. Un presidio di protesta è in corso in queste ore proprio al Senato.

Per Paolo Ferrero, segretario del Prc, siamo di fronte a "un vergognoso atto di forza del governo dell’inciucio che seppellisce la lotta di Liberazione. La modifica dell’articolo 138 non è un atto ordinario: rappresenta la demolizione del cardine della nostra Costituzione così come è stata pensata dai costituenti dopo la lotta di liberazione dal nazifascismo”. “Questo atto stravolge la Costituzione – aggunge Ferrero - trasformandola da quadro rigido garante della civile convivenza in flessibile strumento nelle mani di questa maggioranza politica. L’unica parola che definisce una simile forzatura è golpe bianco; un cambio di regime dall’alto, che avviene alle spalle e sulla testa del paese. Che non potrà esprimersi con un referendum su questo stravolgiment”.

Stefano Rodotà, proprio stamattina, aveva lanciato proprio stamattina dalle colonne di Repubblica un ultimo appello a non approvare la riforma costituzionale con una maggioranza di due terzi per consentire un referendum. ''Con una accelerazione violenta e senza una vera discussione pubblica nel 2012 – aveva scritto Rodotà - e' stata approvata una modifica dell'articolo 81 della Costituzione, prevedendo il pareggio di bilancio. Allora si chiese invano ai parlamentari di non approvare quella riforma con la maggioranza dei due terzi, per consentire di promuovere eventualmente un referendum. La ragione era chiara. Si parla molto di coinvolgimento dei cittadini e si dimentica che quella maggioranza era stata prevista quando la legge elettorale era proporzionale, dando cosi' garanzie in Parlamento che sono state fortemente ridotte dal passaggio al maggioritario''. ''Oggi la stessa richiesta viene rivolta ai senatori che si accingono a votare in seconda lettura la modifica dell'articolo 138. Vi sara' tra loro - si chiede Rodotà - un gruppo dotato di sensibilita' istituzionale che accogliera' questo invito, affidando anche ai cittadini il giudizio sulla sospensione di una procedura di garanzia che altri, in futuro, potrebbero utilizzare invocando qualche diversa urgenza o emergenza?  Secondo Rodotà non basta, infatti aver previsto un referendum alla fine dell'iter della riforma finale, “se rimane un dubbio sulla correttezza del modo in cui quel cammino e' cominciato''.

Contro il voto al Senato si è pronunciata anche la Cgil, che "non puo' che confermare la propria contrarieta' ad un provvedimento che vuole promuovere un processo di riforma della Costituzione, introducendo un procedimento speciale che ignora quanto disposto dalla stessa Carta per le modifiche costituzionali, derogando alla normale procedura prevista dall'articolo 138 della Costituzione''. Il giudizio viene dal segretario confederale Danilo Barbi, che assicura che la Cgil "contrastera' le modifiche anche con lo strumento del referendum".
La Cgil, infatti, "non si sottrarra' dal contrastare nel merito, anche con lo strumento referendario, ogni ipotesi di modifica del
nostro ordinamento che tradisca la perfetta funzionalita' dell'architettura istituzionale o che miri allo stravolgimento dell'ordinamento della Repubblica, rompendo l'imprescindibile equilibrio di poteri tra governo e parlamento, come avverrebbe con il semipresidenzialismo o il premierato, e limitando la partecipazione plurale e la rappresentanza democratica''.


Fabio Sebastiani
23/10/2013 www.controlacrisi.org

17 ottobre 2013

Facciamo in modo che la scossa sia forte e ridia una chance alla sola risorsa nelle mani dei lavoratori: quel conflitto che troppi hanno sciaguratamente dimenticato.

La manovra del governo Pd-Pdl inasprisce la crisi. O si lotta o si muore

Da un minimo di 3 ad un massimo di 15 euro mensili in più in busta paga. In questo modestissimo range si risolve tutto il ‘vantaggio’ che i lavoratori dipendenti trarrebbero dalla manovra che il governo ha architettato allo scopo dichiarato di dare ristoro alle finanze disastrate di milioni di cittadini, di alimentarne i consumi e una domanda in caduta libera. Una caduta talmente rovinosa da ridicolizzare i propositi di quanti – in ossequio al dogma monetarista – si illudono di ridurre al di sotto del 100 per cento, grazie all’austerity, il rapporto debito/pil, mentre questo veleggia in prossimità del 130.

Neppure la più spudorata campagna propagandistica riesce ad occultare quella che appare agli occhi di chiunque una verità inoppugnabile: per il lavoro non c’è nulla. Il gran parlare delle settimane scorse circa una svolta nelle politiche economiche governative è svanito come le chiacchiere dei talk show televisivi. Nel piatto non c’è nulla. Perché nulla si fa al fine di recuperare – in un paese che è povero solo alla base della piramide sociale – le risorse che potrebbero alimentare una seria e davvero efficace politica redistributiva. Non c’è niente da fare: patrimoniale, ricostruzione della progressività dell’imposta sul reddito, tassa di successione, tetto massimo a stipendi e pensioni d’oro, tassazione delle rendite da capitale più cospicue (lo fanno persino gli svizzeri!), misure – come spiega con precisione Nicola Melloni su questo giornale – che potrebbero portare all’erario l’equivalente di oltre due punti di pil, oltre 30 miliardi, rappresentano tabù insuperabili per la coalizione Pd-Pdl che regge il timone per nome e per conto della Bce, in un rapporto di servile sudditanza nei confronti della leadership tedesca.

Ma i guai non finiscono qui, perché accanto alla mancata risposta sul fronte dei salari e delle retribuzioni ci sono gli effetti pesanti delle altre misure previste dalla legge di stabilità: dal blocco della contrattazione per i dipendenti pubblici alla decurtazione dei trasferimenti agli enti locali che avrà come inevitabile effetto collaterale il taglio dei servizi sociali. Poi la Trise, l’aumento dell’imposta di bollo, la revisione delle aliquote Iva che si spalmerà su una tastiera vastissima di prodotti, molti dei quali oggi esenti da imposta: una stangata sulle prime poco visibile ma dagli effetti cumulativi imponenti. Confcommercio ne ha già fatto una stima: nel 2014 si pagheranno 6,5 miliardi di tasse in più.

Dunque, quando la coppia Letta- Alfano racconta che fatta la somma del dare e dell’avere e tirata a linea c’è il segno “+” in favore dei cittadini, propala una madornale menzogna.

E il Pd? I democrat traccheggiano, protestano (sommessamente, s’intende) e promettono modifiche in sede di discussione parlamentare. Ma in realtà abbozzano, stretti come sono tra l’incudine del pareggio di bilancio conficcato nella Costituzione e le opzioni in favore dei ricchi in parte imposte dal Pdl e in parte coltivate in proprio. Questo vociare è in realtà un brusio privo di nerbo: “Sarebbe stato meglio… Bisognerebbe… Si potrebbe invece…”. In realtà lungo il percorso che porta all’approvazione definitiva non si modificherà alcunché di sostanziale.

Cesare Damiano ha scoperto nelle pieghe della manovra che “si sono messe le mani sul potere d’acquisto dei pensionati ritoccando al ribasso l’indicizzazione delle pensioni che doveva scattare nel 2014″, mentre languono le risorse per ridurre la platea degli esodati colpiti dalla ‘riforma’ Fornero e per la cassa integrazione in deroga. Un piagnisteo che però ha già incorporata la rassegnazione!

Il sindacato ora dice che la bozza non va bene e deve cambiare. Qualcuno persino si indigna (“con juicio”…) e minaccia (udite…udite…) la mobilitazione. Ma è un cane che anche quando abbaia non morde, e il governo lo sa. Solo la Fiom, dentro la Cgil, ha davvero in mente lo sciopero. Mentre i sindacati di base, che lo hanno da tempo già proclamato, manifesteranno domani e il giorno appresso a Roma. Facciamo in modo che la scossa sia forte e ridia una chance alla sola risorsa nelle mani dei lavoratori: quel conflitto che troppi hanno sciaguratamente dimenticato.
 
Dino Greco
17/10/2013 www.liberazione.it 
 

13 ottobre 2013

Dopo il 12 ottobre perchè sarò in piazza il 18 e 19 a manifestare

Perchè manifestare sia il 12 che il 19 ottobre

Attorno a queste due mobilitazioni si è creato un certo dibattito e anche qualche contrapposizione. Dirò subito che non condivido le prese di posizione che tendono a contrapporre le due manifestazioni – o quantomeno a separarle nettamente – e ritengo al contrario necessario costruire un forte dialogo tra queste.
Innanzitutto penso che queste manifestazioni siano due facce della stessa medaglia. Entrambe sono contro i progetti del governo, che vuole manomettere la Costituzione, che riduce a precarietà l’intero universo lavorativo, che non fa alcuna politica pubblica per la casa, che vuole imporre a tutti i costi la Tav in Val di Susa, nonostante la sua conclamata inutilità e la contrarietà manifesta della popolazione.
Si tratta quindi di due manifestazioni che oltre ad opporsi alle politiche del governo, propongono una alternativa: l’applicazione della Costituzione a partire dai temi del lavoro, la richiesta di una politica pubblica per garantire il diritto all’abitare a tutti e tutte, una politica dei trasporti basata sul bene comune e non sugli interessi privati di poche imprese.
Ovviamente le due manifestazioni sono convocate da generazioni diverse e su temi parzialmente diversi, ma non è questo che divide. Mi pare che il punto problematico vero sia quello delle forme di lotta e al fondo il tema della legalità. Posto che tutti condividiamo il no alla violenza sulle persone e la scelta di avere percorsi democratici nella definizione delle azioni di lotta – penso all’assemblea di valle del movimento No Tav in Val di Susa – credo sia necessario sottolineare due elementi:
In primo luogo sovente le lotte del movimento operaio hanno valicato il confine della legalità. Le lotte contro la legge truffa del 1953 sono per noi una pagina gloriosa della difesa della democrazia ma certo hanno significativamente travalicato il rispetto formale della legalità. Quando un corteo di lavoratori blocca i binari di una stazione o fa un blocco stradale da luogo ad una violazione della legalità, ma non per questo ci sogneremo di condannare questa lotta.
In secondo luogo perché la legalità costituzionale presuppone che sia possibile instaurare una contrattazione tra le parti in causa al fine di perseguire il bene comune. Ma oggi sovente chi gestisce il potere tende a sottrarsi ad ogni forma di discussione per imporre la propria volontà. Pensiamo a quando Marchionne ricatta i lavoratori dicendo che o si lavora come dice lui oppure chiude le fabbriche. Pensiamo al tema della casa: in Francia lo stato è proprietario di una grande quota di abitazioni e inoltre da alle famiglie un contributo per chi deve cercare casa sul mercato. In Italia non esiste nulla di tutto questo: lo stato ha svenduto tutto il suo patrimonio e non ha alcuna politica per gli inquilini. Questo fa si che le lotte per la casa in Italia si svolgano principalmente nella forma dell’occupazione di edifici vuoti e di picchetti finalizzati ad impedire l’esecuzione degli sfratti. Due forme di lotta illegali non per una scelta estetica di chi li fa ma perché lo stato italiano semplicemente non è disponibile a nessuna forma di interlocuzione al fine di risolvere il problema sociale.
In questo contesto a me pare che il vero problema politico sia quello non di dividere i movimenti a partire dalle forme di lotta ma piuttosto di aprire un dialogo per ragionare comunemente su come rendere maggiormente efficace l’azione del complesso dei movimenti. Se vi è un rischio, questo è dato proprio dalla “trappola dell’impotenza”, che nel disastro prodotto dalla crisi può facilitare l’opera del governo che cerca di trasformare le questioni sociali e politiche in problemi di ordine pubblico.
Il tentativo di trasformare le questioni sociali e politiche in un problema di ordine pubblico è il vero nemico, ed è interesse di chi ha convocato tanto la manifestazione del 12 quanto quella del 19 battere questo progetto. Il vero disegno eversore ed anticostituzionale è precisamente il tentativo di recintare il campo della politica all’applicazione del neoliberismo, trasformando in crimine tutto cosa si muove fuori e contro queste politiche. Per questo ho condiviso la lettera aperta a Rodotà scritta da Lele Rizzo, attivista No Tav, perché mi pare ponga correttamente il problema: dobbiamo evitare che il governo restringa artificiosamente lo spazio democratico ponendo l’alternativa dell’integrazione o della criminalizzazione. Noi dobbiamo lavorare a cancellare questa linea di divisione, dobbiamo lavorare per costruire un dialogo tra i movimenti, per  costruire uno spazio pubblico di dibattito sulle pratiche di lotta.
Perché la Costituzione si può difendere ed applicare in primo luogo se si apre un terreno di confronto tra tutti coloro che lottano per i propri diritti, impedendo la creazione di facili capri espiatori e di facili criminalizzazioni, che alla fine travolgerebbero tutti e tutte.

dal blog di Paolo Ferrero su ilfattoquotidiano.it

6 ottobre 2013

Intervista a Giovanni Russo Spena. Dobbiamo fare del 12 ,19 e 18 i prodromi di una antirivoluzione passiva per dirla con le parole di Gramsci; una soggettività che contrasta la guerra tra poveri e la ristrutturazione portata avanti dal capitale.

"Unità di lavoro e Costituzione per battere la guerra tra poveri".

Ottobre suona bene, per riprendere uno slogan pubblicitario, almeno per quanto riguarda le lotte. Tanti appuntamenti che si spera convergano verso un unico punto. C’è questa speranza.
Innanzitutto bisogna chiedersi perché assume una tale rilevanza la manifestazione su Costituzione e lavoro. Soprattutto, in relazione alla crisi del sistema politico e al fallimento del centrosinistra. Essere di sinistra oggi non può significare limitarsi a difendere un certo elenco di diritti civili che sostituiscono i rapporti di classe. Essere di sinistra significa essere di parte e rimettere al centro il lavoro in tutte le sue forme e il reddito.


Il lavoro nella crisi, però, è sempre più evanescente…
Il lavoro non può essere declinato in senso tradizionale ma occorre guardare a quello che è il lavoro frantumato. Dai migranti, ai lavoratori stabili, a quelli precari fino al lavoro della conoscenza. E’ li che la sinistra deve avere e presentare una opzione politica unificante. Se non ricostruiamo i nessi unitari del lavoro frantumato la crisi diventa automaticamente una guerra dei poveri. Siamo di fronte a una vera e propria mutazione antropologica e quindi bisogna ricostruire i fondamentali dell’essere di sinistra.


…sì certo, ma quali…
Oggi questi sono la riscoperta dell’unità di lavoro e Costituzione non solo intesa come diritti civili. Perché dico Costituzione e lavoro. Perché, innanzitutto, è proprio l’avversario di classe che ti impedisce l’unità dei due termini. C’è chi pensa che per uscire dalla crisi occorre mettere in discussione la Costituzione, con torsioni presidenziali, statalismi vari ed esautoramento del parlamento. Lo pensa Marchionne, per esempio, e anche nel governo delle larghe intese sono presenti vari elementi che vanno in questa direzione. Lo pensano anche le agenzie di rating e qualcuna di queste ha addirittura detto che per uscire dalla crisi occorre eliminare le costituzioni europee uscite dal secondo dopoguerra. L’altra frase emblematica è il pronunciamento di Draghi sul “pilota automatico”. Una immagine emblematica che parla della fine della politica in quanto capacità di progettare e mettere in campo un percorso di uscita dalla crisi nel segno della giustizia sociale. E sull’indicazione di Draghi, il centrosinistra cosa fa? Non fa che interpretare senza battere ciglio e firma il fiscal compact. Questo è il pilota automatico.


Quindi, in teoria il filo rosso tra Costituzione crisi e lotte sociali c’è…
Sì certo. Vedo però un grosso pericolo. Le culture che sono dietro le manifestazioni del 12 e del 19 ottobre rischiano di andare in rotta di collisione. Da un lato i tecnici della Costituzione che difendono la democrazia e dall’altra il conflitto, i No Tav, gli occupanti di case, i migranti, tanto per citare qualcuna dei soggetti che saranno in piazza . Purtroppo credo che finora non siamo riusciti anche per autoreferenzialità dei due poli organizzativi di chiudere questa divaricazione. Chiediamo loro di ricostruire una dialettica unitaria pur nelle diversità. La difesa del lavoro e il reddito sociale il diritto dell’abitare ma saldati nella attuazione della Costituzione.


Quali nodi vedi nella scadenza del 12 ottobre?
Uno dei nodi della manifestazione del 12 è che bisogna andarci meno dolci sui contenuti. Andrebbe rimesso nella piattaforma il fatto che vogliamo abrogare il pareggio di bilancio in Costituzione, soprattutto l’articolo 81. Il 12 rischia di essere lontana dal 19 e con nessun scontro politico con il partito di maggioranza al governo. Poi per carità nessuno vuol metter le braghe a nessuno. Non penso mai che si possa forzare il 12 verso l’organizzazione di un partito. Noi dobbiamo fare del 12 ,19 e 18 i prodromi di una antirivoluzione passiva per dirla con le parole di Gramsci; una soggettività che contrasta la guerra tra poveri e la ristrutturazione portata avanti dal capitale.


Fabio Sebastiani
6/10/2013 www.controlacrisi.org

5 ottobre 2013

Eterno riconoscimento al compagno Giap dal popolo vietnamita e dagli oppressi in ogni parte del pianeta. Paolo Ferrero: Un vero rivoluzionario!

Muore Giap, il generale che sconfisse Francia e Usa.
È morto il generale Vo Nguyen Giap, che liberò il Vietnam dal dominio coloniale francese e poi dalle truppe degli Stati Uniti durante la guerra. Il leggendario generale, autore delle strategie militari che costrinsero francesi e americani a fuggire dal Paese, aveva 102 anni ed è deceduto in un ospedale di Hanoi, in cui era ricoverato dal 2009. Considerato l'ultimo vero rivoluzionario comunista del Vietnam, utilizzò ingegnose tecniche di guerriglia per pareggiare gli svantaggi dati dal dover affrontare forze militari superiori. Giap è un eroe nazionale in Vietnam, secondo in popolarità solo all'ex presidente e suo mentore Ho Chi Minh, colui che portò il Paese all'indipendenza. Stratega militare autodidatta, il generale è ricordato soprattutto per la vittoria nella battaglia di Dien Bien Phu sui francesi, che portò non solo all'indipendenza del Vietnam, ma anche al crollo del colonialismo in Indocina e oltre.
Negli ultimi anni, trascorsi nell'ospedale militare 108, le visite al generale erano state sempre meno frequenti, vista anche l'età. Eppure fino a che ha potuto Giap ha ricevuto capi di Stato e leader internazionali. Nel 2007 incontrò il presidente del Sudafrica Thabo Mbeki, l'anno successivo ricevette il brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva. Mito non solo per i vietnamiti, la sua figura ha superato confini e continenti, diventando punto di riferimento per generazioni di giovani. «Giap - Giap - Ho Chi Minh!» era il grido che scandiva gran parte delle marce del '68 italiano. Soprannominato il "Napoleone rosso", Giap si impose come leader dell'esercito di guerriglieri che nel 1954 a Dien Bien Phu, indossando sandali fatti di pneumatici per auto, portarono componenti d'artiglieria sulle montagne per circondare e schiacciare l'esercito francese. L'insperata vittoria di Giap e dei suoi soldati improvvisati viene ancora studiata nelle scuole militari di tutto il mondo. Nell'aprile 1975 sconfisse il governo del Vietnam del Sud, appoggiato dagli Usa, riunendo il Paese che si era diviso in un Nord comunista e in un Sud anticomunista. «Nessun'altra guerra di liberazione nazionale è stata così feroce o ha causato tante perdite come questa guerra», disse ad Associated Press nel 2005, in una delle sue ultime interviste note rilasciata ai media stranieri, alla vigilia del 30esimo anniversario della caduta di Saigon, ex capitale del Sud. «Ma - aggiunse, citando una celebre frase di Ho Chi Minh - combattemmo lo stesso perché per il Vietnam nulla è più prezioso dell'indipendenza e della libertà».


Ferrero: «Onore compagno Giap». «Il nostro cordoglio per la morte del compagno generale Vo Nguyen Giap, comunista, che ha combattuto e sconfitto prima la Francia poi gli Stati Uniti, ed è stato artefice dell'indipendenza del Vietnam e protagonista della deposizione di Pol Pot - dichiara Paolo Ferrero, segretario del Prc - Un vero rivoluzionario, sempre dalla parte del popolo, un esempio ancora oggi per tutti coloro che si battono per la libertà dei popoli e per la giustizia sociale».

4/10/2013 www.liberazione.it

2 ottobre 2013

Nella ristrutturazione a più poli del quadro politico italiano, si tratta di fare il polo della sinistra, non la sinistra del centrosinistra. Questa è la scommessa che passa anche attraverso la piena riuscita della manifestazione del 12 ottobre, come di quelle della settimana successiva

La fine di Berlusconi, la stabilizzazione moderata e la necessità dell’alternativa

La vicenda politica di questi giorni, che ha avuto nella votazione in Senato sulla fiducia al governo il passaggio clou,  ha una grande rilevanza politica e mi pare utile sottolinearne gli elementi.
In primo luogo questo passaggio segna la fine di Berlusconi. Nel braccio di ferro che ha visto opporsi Berlusconi e una serie di suoi colonnelli “moderati”, non solo hanno vinto questi ultimi, ma si è definitivamente consumata la frantumazione del progetto politico che magistralmente Berlusconi aveva tenuto in campo per un ventennio. Lascio perdere le vicende giudiziarie di Berlusconi che certo hanno un ruolo in tutta la vicenda ma che non ritengo decisive. Berlusconi era riuscito in una inedita sintesi tra destra moderata e destra estrema, determinando una egemonia reale della destra populista sul tessuto dei moderati. 


 Questo progetto è stato progressivamente posto sotto tensione dalla crisi - basti pensare ai problemi con la Lega - e oggi si è rotto. Vi è una divaricazione chiara tra la destra populista e l’applicazione dei diktat europei. Si tratta di un punto importante, che segnerà a mio parere la prossima fase politica. Infatti, se questo passaggio segna la sconfitta definitiva del progetto berlusconiano, apre contemporaneamente la strada alla costruzione di una “destra della crisi”. Apre cioè la strada alla costruzione di una destra populista che in qualche modo nasca e si collochi direttamente a partire dalla crisi e si ponga l’obiettivo di crescere su di essa. Non so che ruolo potrà avere Berlusconi nella nascita di questa nuova destra. Non so se la necessità di tutelare i suoi interessi imprenditoriali lo renderanno abbastanza ricattabile da farlo desistere da ogni velleità. Non so come e dove, ma è chiaro che dalla sconfitta del progetto berlusconiano si apre uno spazio politico per costruire una nuova destra populista, nazionalista, antieuropeista e razzista.

 La vicenda odierna segna però anche la temporanea stabilizzazione moderata: Napolitano è il vero vincitore. Adesso il governo ha tutte le condizioni per andare avanti anni. Per certi versi è inessenziale cosa farà Berlusconi perché è evidente che a questo punto il governo ha una sua maggioranza indipendente da cosa dice Berlusconi. Destra moderata e Pd formano una larga maggioranza con cui possono andare avanti fino alla fine della legislatura. Il terreno della stabilizzazione è la piena applicazione dei diktat europei, la privatizzazione del paese e lo scardinamento della Costituzione. Il taglio delle ali avvenuto sul lato destro, toglie spazio e argomenti a Renzi, che a dicembre vincerà le primarie ma che è destinato a rimanere a bagnomaria per un lunghissimo periodo in cui il governo di Napolitano sarà il vero padrone della scena. Tutte le volte che Renzi farà critiche a Letta gli verrà detto di lasciarli lavorare e rischierà di far la figura di Berlusconi: quello che disturba il manovratore per puri interessi personali.

 Il governo delle larghe intese esce quindi rafforzato ed molto più coeso di prima: il principale alleato di Letta non è Renzi ma Alfano. Il principale alleato di Alfano non è Berlusconi ma Letta. Sia Letta che Alfano hanno interesse che il governo duri e San Giorgio è pronto ad intervenire quotidianamente contro chi voglia accorciargli la vita.
Di fronte a questa situazione Sel giustamente vota contro la fiducia al governo ma continua a proporre l’alleanza con il Pd che dall’8 di dicembre sarà a trazione renziana. Paradigmatica di questa sostanziale assenza di linea politica è stata l’astensione di Sel sull’ordine del giorno del governo sulla guerra in Siria! In altri termini Sel propone l’alleanza di centro sinistra ma questa è destinata a non esistere per tutta la durata della legislatura e alla fine della legislatura il Pd avrà come principali esponenti gli ex giovani democristiani Letta e Renzi, quelli che dormono sullo stuoino della Merkel.

 In queste condizioni è sempre più evidente che l’unico obiettivo sensato è la costruzione di una sinistra che abbia un progetto politico consapevolmente alternativo alle destre ma anche al progetto del centro sinistra. Il problema è costruire un polo politico della sinistra che abbia una sua piena autonomia politica e culturale e sia in grado di costruire il conflitto sociale contro le politiche del governo Letta. In altre parole, nella ristrutturazione a più poli del quadro politico italiano, si tratta di fare il polo della sinistra, non la sinistra del centrosinistra. Questa è la scommessa che passa anche attraverso la piena riuscita della manifestazione del 12 ottobre, come di quelle della settimana successiva. Costruire un movimento di opposizione al governo e unire la sinistra che voglia provare sul serio a camminare sulle proprie gambe, in relazione con la sinistra europea.


Paolo Ferrero
segretario nazionale di Rifondazione Comunista
02/10/2013 www.liberazione.it