28 giugno 2013

Un'eccellente analisi del "decreto del fare", ignobile pasticcio di micro-norme che - nella parte espressamente indirizzata al "lavoro" - si preoccupa soltanto di abolire le residue tutele per esseri umani al lavoro e ambiente.

 
"Decreto del fare"... a pezzi ambiente e lavoro


Dà un po’ l’impressione di un  dejà vu  questo “
Decreto del fare” (DL 69/2013), l’ennesimo cavallo di Troia  che porta in pancia l’ennesimo tentativo di revisione delle norme in materia di sicurezza del lavoro.  Come in un remake di un pessimo film ci troviamo  davanti un testo quasi identico a quello già cassato ai tempi del così detto “Decreto semplificazioni bis”,  che il  governo  Monti aveva già provato a propinarci lo scorso autunno (ai tempi il tentativo fu fermato dalla campagna promossa del Rls Marco Bazzoni). Oggi come allora la controriforma si nasconde all’interno di in un decreto omnibus, ammantato dalla retorica della salvezza della patria dal baratro della crisi (chi vi si oppone, è ovviamente, un traditore  del sacro suolo). Oggi come allora viene  promossa da un governo a sostegno bipartisan, come a ribadire la sudditanza  che lega gran parte dell’arco politico a Confindustria. Come dicevo, il testo – nella parte che riguarda la sicurezza del lavoro –  è quasi uguale a quello  del settembre 2012. Del resto Confindustria l’ha scritto e non l’ha mai cambiato.

Mi spiace
ripetermi, ma visto che si parla degli stessi  provvedimenti ribadisco gran parte della sintesi che ne feci allora:


·         Riduzione (ops … volevo dire “semplificazione”) dell’informazione, formazione e sorveglianza sanitaria per i lavoratori che prestano la loro opera in azienda per meno di 51 giorni lavorativi nell’anno solare. Come se la pericolosità di un lavoro diventasse automaticamente minore per i lavoratori precari, e non fosse invece il contrario !!!  Non solo il buon senso, ma anche le statistiche (vedi qui e qui) dimostrano che i continui cambi di mestiere e luogo di lavoro non permettono mai di maturare sufficiente esperienza nella mansione, aumentando la probabilità di infortunio. Quanto alla sorveglianza sanitaria, essa andrebbe approfondita, e non “semplificata”, vista l’esposizione del lavoratore precario a rischi sanitari sempre mutevoli.

·         Possibilità  di sostituire il documento di valutazione dei rischi da interferenze (DUVRI) negli appalti con la nomina di un preposto. E’ un modo per scaricare le responsabilità sul povero culo di un dipendente, mentre la redazione del DUVRI responsabilizza i datori di lavoro.

·         Esenzione dall’obbligo del DUVRI per gli appalti non superiori ai dieci uomini-giorno (in precedenza il decreto 81/08 concedeva una franchigia per max due giorni), perché evidentemente i rischi iniziano dall’undicesimo.

·         Identificazione di settori di attività a basso rischio, a cui verrebbe estesa la possibilità di autocertificare la valutazione dei rischi. Così la sicurezza si risolve nella firma di un foglietto.

·         “Modelli semplificati” per la redazione dei  piani di sicurezza nei cantieri (ovvero la loro definitiva trasformazione in fuffa  standard prestampata).

·         Abrogazione del comma che prevede la possibilità dell’organo di vigilanza di richiedere informazioni e prescrivere modifiche entro 30 giorni dalla notifica relativa alla costruzione e realizzazione di edifici o locali da adibire a lavorazioni industriali.

·         Conferma sostanziale del processo di privatizzazione delle  verifiche sugli impianti.

·         Le inchieste sugli infortuni gravi o mortali non più condotte d’ufficio dalla Direzione territoriale del lavoro, ma solo su richiesta del lavoratore infortunato, di un superstite o dell’INAIL. Mettiamo caso che crepi uno senza parenti, o si tratti di un lavoratore immigrato con i parenti lontani. L’infortunato è morto, superstiti non ce ne sono, l’Inail se ne frega tanto non c’è più nessuno da risarcire … e si può allegramente fare a meno dell’inchiesta ! Tra l’altro si prevede che  agli adempimenti (cioè all’indagine della Direzione territoriale del lavoro) si provveda “con le risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente, senza nuovi o maggiori  oneri a carico della finanza pubblica”.  Il che, in tempi di tagli selvaggi al pubblico impiego  e alle dotazioni dei pubblici uffici, assesta un altro  colpo alla possibilità di accertamento  delle responsabilità degli infortuni.  Si subordina, in pratica, il diritto ad avere giustizia ai vincoli della spending review.

Come unica differenza  rispetto  all’ipotesi di Monti & Fornero, non si prevede  più  la possibilità di autocertificare l’avvenuta valutazione dei rischi per le aziende fino a 50 dipendenti. Ma non temete. Prima o poi torneranno alla carica !

In compenso ci sono delle altre chicche in materia di antincendio e di normativa ambientale, e di regolarità contributiva .

Si mette mano al DPR 151/11 laddove prevede che le attività a rischio di incendio medio e alto richiedano  al Comando dei  Vigili del fuoco  l’esame dei progetti di nuovi impianti o costruzioni, o le modifiche di quelli esistenti,  che comportino un aggravio delle preesistenti condizioni di sicurezza antincendio. Il “Decreto del fare” le esenta da questo onere “qualora già in possesso di titoli abilitativi riguardanti anche la sussistenza dei requisiti di sicurezza antincendio, rilasciati dalle competenti autorità”. In pratica dopo aver  ottenuto un primo titolo abilitativo si possono  mutare completamente le condizioni di sicurezza senza rendere conto a nessuno (per intenderci, stiamo parlando di attività che vanno dalla produzione di gas infiammabili alle scuole, dai distributori di carburante fino agli alberghi ed agli ospedali).

A livello ambientale, viene completamente riscritto l’art.243 del D.Lgs. 152/96  sulle acque di falda contaminate. La nuova stesura  suona così:  “Nei casi in cui le acque di falda contaminate determinano una situazione di rischio sanitario, oltre all’eliminazione della fonte di contaminazione ove possibile ed economicamente sostenibile, devono essere adottate misure di contenimento della diffusione della contaminazione ….”.  In pratica ne discende che: se la contaminazione delle falde non genera direttamente un rischio sanitario (magari per la lontananza di insediamenti e attività antropiche), ma si limita all’inquinamento ambientale, ce ne freghiamo. Ma comunque, anche in presenza di un rischio per gli umani, l’eliminazione della fonte della contaminazione (e il conseguente diritto costituzionale alla salute) viene subordinata alle compatibilità economiche.

Infine, veniamo al DURC, il documento di regolarità contributiva necessario per  accedere agli appalti pubblici e riceverne i pagamenti.  Già così com’è, esso non attesta che un’azienda paga i contributi e non tiene lavoratori in nero, ma che non è mai stata beccata dagli uffici ispettivi di Inps, Inail, o DPL . Vi assicuro che fra le due cose c’è una certa differenza (conoscendo l’aleatorità dei controlli in materia). Il “Decreto del fare” allunga la validità del DURC a 180 giorni, per cui se un appaltatore viene beccato dagli uffici ispettivi il committente pubblico  potrà accorgersene anche sei mesi dopo.  Nel caso poi questo succeda, la ditta non verrà più esclusa dall’appalto per il venir meno dei requisiti, ma gli verrà decurtato dal pagamento l’importo  corrispondente all’inadempienza.  In pratica assumere in nero o evadere Inps, Inail e Cassa Edile non gli comporta più nessuna sanzione credibile all’interno del’ appalto.

Mi fermo qui, anche se probabilmente  un’analisi più approfondita potrebbe riservare altre sorprese nel testo di stò decreto che verrà confermato a fine agosto.  A meno che una forte reazione non glielo ricacci di nuovo indietro.
Alessandra Cecchi
 

27 giugno 2013

" Come in tutti i “pacchi” la sorpresa si vede alla fine. Il punto fondamentale del decreto del governo è l’abolizione delle causali per l’attivazione dei contratti a tempo determinato e la riduzione dell’intervallo tra la fine di un contratto a tempo determinato e l’inizio di uno nuovo per la stessa persona sullo stesso posto di lavoro. Con questa norma il governo ha esteso a dismisura i contratti a tempo determinato che a questo punto potranno durare all’infinito, cancellando così il lavoro a tempo indeterminato. I lavoratori non avranno più alcuna possibilità di far valere le proprie ragioni e il potere di ricatto dei datori di lavoro si amplia infinitamente. In questo modo si generalizza la precarietà e si riducono i salari, che costituiscono i veri obiettivi del governo Letta/Alfano. Sabato presenteremo il nostro piano per il lavoro perché è possibile e praticabile una strada antitetica a quella scelta dal governo. " Paolo Ferrero – segretario Rifondazione Comunista

Lavoro per i giovani? I trucchi (da baraccone) del governo

A ben guardare sulla stampa, le uniche soddisfazioni visibili per i provvedimenti del governo sul lavoro, a parte che da Letta stesso, vengono da Berlusconi e dai gruppi dirigenti di Cgil Cisl Uil.
Berlusconi è andato da Letta e poi dal Capo dello Stato, il quale evidentemente non ha problemi a ricevere frequentemente un pluricondannato per reati gravissimi, e ha espresso pieno sostegno al governo e al suo operato.
Se evidentemente così il capo del Pdl cerca di far dimenticare i devastanti guai con la giustizia, i gruppi dirigenti di Cgil Cisl Uil mostrano ancora una volta di aver dimenticato cosa deve dire e fare un sindacato in momenti come questi. In Portogallo oggi si sciopera contro l'austerità, qui da noi i leader dei grandi sindacati approvano misure ridicole che stanno alle politiche di austerità come una ciliegina vecchia su una torta andata a male.
Il provvedimento del governo non riduce di una sola unità l'ammontare complessivo della disoccupazione, ma semplicemente la ridistribuisce in piccola quota.
Il ministro Giovannini, che come ex capo dell'Istat sa come far ballare i numeri davanti a mass media ottusi e bendisposti, ha detto che questa misura ridurrà del 2% la disoccupazione giovanile sotto i trent'anni e subito il suo annuncio è stato rilanciato come un fatto enorme.
Facciamo un piccolo conto. Il governo ha annunciato che con i suoi provvedimenti ci saranno 200.000 assunzioni di giovani. Se questo fosse vero e, come dice Giovannini, corrispondesse ad un calo del 2% dell'ammontare complessivo della disoccupazione giovanile, vorrebbe dire che questa assomma a ben 10 milioni di persone, un numero forse superiore a tutta la popolazione tra i 18 e i 30 anni.....
Evidentemente non è così e Giovannini ci dice tra le righe, dove i mass media di regime non guardano e non fanno guardare, che la riduzione della disoccupazione giovanile sarà molto inferiore alle assunzioni previste, diciamo a spanne attorno a un decimo.
Quindi la disoccupazione giovanile viene ridotta di 20.000 persone. È le altre 180000? Ammesso che si verifichino tutte, esse saranno chiaramente assunzioni di giovani che non riducono la disoccupazione perché le aziende avevano già programmato di farle.
Tito Boeri su La Repubblica afferma che le attuali assunzioni di giovani sono 120.000 al mese. Il programma del governo è scaglionato su 4 anni...
Quindi i soldi pubblici andranno soprattutto a quelle medie e grandi aziende che vanno meglio di altre e che avevano comunque bisogno di assumere. Un puro regalo.
Ma i 20.000 di Giovannini? Beh, temo che a quelli corrispondano altrettanti licenziamenti per lavoratrici e lavoratori di altre fasce di età.
Non bisogna mai dimenticare infatti che tutti gli indicatori economici dicono che la disoccupazione complessiva aumenterà. Quindi i posti di lavoro che si perdono sono di più di quelli che si creano e se si incentivano le assunzioni per una certa fascia di età, ovviamente altre generazioni vengono licenziate di più.
In concreto avremo aziende che si libereranno delle e dei dipendenti con più di 50 anni per assumere giovani che pagano con un salario molto basso e sui quali sono sgravate dai contributi. E siccome si va in pensione a 70 anni e ci sono già schiere di esodati, è chiaro che le aziende licenzieranno per assumere.
È la famosa staffetta generazionale, condannata da quella associazione sovversiva che è l'Organizzazione del lavoro delle Nazioni Unite. Perché, afferma l'Ilo, in realtà distrugge lavoro buono e reddito.
Quindi la sostanza è che le misure del governo daranno qualche piccolo risultato nella direzione voluta solo se verranno licenziati padri e madri per far posto ai figli.
Giorgio Cremaschi
27/06/2013 www.liberazione.it

26 giugno 2013

Manifestazione a Roma per lanciare le tre leggi su tortura, carcere e droga.

Rifondazione Comunista in piazza per raccogliere firme su tortura, carceri e droghe

Nell’ambito della Giornata internazionale contro la tortura Rifondazione Comunista sta raccogliendo le firme sulle tre proposte di legge di iniziativa popolare, campagna lanciata da numerose associazioni (www.3leggi.it  per saperne di più).
 Aderiamo e sosteniamo la raccolta di firme per chiedere che questo reato venga subito introdotto nel nostro Codice Penale, come già previsto dalle convenzioni internazionali: non vogliamo mai più vittime come Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, Franco Mastrogiovanni e tanti altri di cui neanche si ricorda il nome, come coloro che hanno subito le atrocità al G8 di Genova nel 2001. Il reato di tortura è una misura di civiltà e di giustizia necessaria per un Paese civile.
Chiediamo poi l’abolizione della Fini-Giovanardi in materia di droghe e della Bossi-Fini sui migranti: un primo passo, tra l’altro, per svuotare le nostre carceri, dove le persone vivono in condizioni vergognose, come ha sancito anche l’Europa».

Paolo Ferrero
Segretario PRC

Copiano in tutto e per tutto gli aguzzini nazisti, compiendo crimini contro l'umanità e calpestando la memoria di milioni di ebrei nei campi di sterminio

Militari israeliani violentano bambini palestinesi

La cosa era nota da tempo, ma adesso ad inchiodare pubblicamente lo Stato di Israele è un dossier dell’Onu. Sono bambini dai 9 ai 15 anni, con l’unica colpa di aver resistito all’artiglieria dei militari e poliziotti israeliani lanciando sassi contro i blindati dell’esercito. 7mila di loro, tra il 2002 e il 2013 sono stati torturati, subendo abusi sessuali, picchiati e minacciati di morte nelle democratiche galere israeliane. Ma Israele non vede e non sente. È questo l’agghiacciante bilancio pubblicato dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, che ha formalmente accusato il governo di Benjamin Netanyahu di ripetute violenze contro i piccolissimi prigionieri.
Quasi tutti loro sono stati arrestati durante incursioni notturne, venivano bendati e caricati sui mezzi dell’esercito. Il più delle volte, poi, trasferiti senza preavviso in altre carceri e senza comunicarlo alla famiglia, che perdeva le loro tracce. Veri e propri metodi da Cile di Pinochet, per esercitare sui giovanissimi violenze psicologiche, al fine di estorcere una confessione. malmenati in cella, violentati e spinti alla confessione con la minaccia di fare del male ai loro familiari. Spesso lasciati senza cibo, né acqua e senza la possibilità di andare in bagno. A confermare le accuse delle Nazioni unite, ci sono anche le confessioni di molti soldati israeliani, che hanno ammesso le violenze.
«Profonda preoccupazione circa i maltrattamenti e le torture ai bambini palestinesi arrestati, processati e detenuti da parte della polizia e dei militari israeliani», scrive il gruppo di lavoro dell’Onu, nel dossier pubblicato di recente. «Metodi – scrive ancora l’Onu – perpetrati dal momento stesso dell’arresto, passando per la fase del trasferimento e gli interrogatori. Lo scopo è quello di ottenere una confessione, anche in maniera del tutto arbitraria. Ad ammetterlo sono stati diversi soldati israeliani». Secondo le leggi di Israele, i minori palestinesi possono essere arrestati e condannati fino a 20 anni di reclusione, con l’accusa di aver lanciato sassi contro i blindati dei militari.

Massimo Lauria
26/6/2013 www.popoff.globalist.it

24 giugno 2013

Questa è una sentenza di alta giustizia ma è praticamente ininfluente negli equilibri della bassa politica italiana. Ci vorrebbe un Tribunale morale e civile che emetta una conseguente condanna, inappellabile, contro chi ha indecenti rapporti politici e affaristici con questo individuo. In realtà esiste questo Tribunale e si esprime in uno dei momenti più alti della democrazia formale, però la giuria popolare, seppur sempre meno presente al momento del voto, li assolve sempre. Siamo l'unico Paese che nel martoriato gruppo PIGS ha lo stomaco da coccodrillo e il cervello in sonno. Quando seguiremo il loro esempio di piazza anche la sentenza del Tribunale di Milano avrà la sua giusta considerazione di popolo, senza le ipocrisie antiberlusconiane da cortile e da bar sport

Il Sultano è nudo
Dunque il Tribunale di Milano non ha ritenuto credibile che Berlusconi - telefonando nottetempo in una caserma del capoluogo lombardo - volesse semplicemente scansare all'Italia un incidente diplomatico con l'Egitto per avere mancato di riguardo a quella che l'ex premier spacciava per la nipote di Mubarak; non ha creduto altresì - a differenza della maggioranza parlamentare della scorsa legislatura - che lo stesso ex premier fosse convinto di questa colossale bufala; non si è bevuto le menzogne prezzolate di karima "Ruby" el Mahroug e delle "Olgettine" sfilate davanti ai giudici per contraddire tutto quanto le intercettazioni avevano registrato dei loro più che eloquenti colloqui privati . Concussione e prostituzione minorile conclamate, dunque, per sette anni di carcere e interdizione perpetua dai pubblici uffici. Sarà anche solo il primo grado di giudizio, ma è un colpo da fare stramazzare un cavallo, perchè si salda alla condanna a cinque anni confermata in appello  dai giudici del processo Mediaset e precede prossimi non meno rilevanti appuntamenti giudiziari, a partire da quello di Napoli per corruzione e compravendita di parlamentari.
Benché la cosa non stupisca neppure più, considerando quale verminaio sia diventata la Destra del nostro Paese, destano ugualmente raccapriccio le reazioni di compari, famigli, corifei allevati alla corte del Sultano che ora strepitano come ossessi cianciando di "democrazia oltraggiata" (Galan), di processo politico che "neppure avrebbe dovuto essere celebrato" (Santanché).  Ma la cosa più grave (e davvero intollerabile) l'ha vomitata il piduista Fabrizio Cicchitto (tessera 2232 della loggia del venerabile Maestro Licio Gelli) che ha commentato il giudizio dei magistrati come una "sentenza da Tribunale speciale". Cicchitto sa cosa fu il Tribunale speciale, sa quale fosse il regime che ignobilmente serviva e sa chi e come e perché dovesse perseguitare. Paragonare il feudatario di Arcore agli uomini e alle donne caduti sotto i colpi del fascismo è una porcheria che bisognerebbe fargli ingoiare insieme ai denti. Ma lui non se ne cura, neppure per decenza, così la lingua va via sciolta. Il megafono del Capo parla oscuramente del "complotto editoriale-finanziario" che avrebbe guidato la mano dei giudici, "criminalizzando insieme a Berlusconi nove milioni di italiani". Parla di "anomalia dell'italia rispetto al resto d'Europa", non rendendosi conto che è proprio Berlusconi "l'anomalia" che fa del nostro paese un "unicum" in Europa.
Ora tutti si interrogano sulle conseguenze politiche della sentenza. Berlusconi farà saltare il governo oppure tirerà dritto sperando di convincere il Pd ad una soluzione (sempre meno immaginabile) che lo tiri fuori dai guai. Certo è che se la tesi dei "falchi " dovesse prevalere e il Pdl aprisse la crisi, vorrebbe dire che il Pd è davvero baciato da una immeritata fortuna e che gli si offrirebbe una doppia chance: quella di chiudere l'alleanza con la destra e di riconsiderare la propria politica di alleanze, tornando a guardare verso il gruppone grillino per provare a tirar fuori qualcosa di decente. Ma per dare corpo a questa ipotesi, non del tutto peregrina, bisognerebbe avere in testa un'altra politica, un'altra linea, diverse da quelle a cui i Democrat hanno immolato la propria sorte.

Dino Greco
24/06/2013 www.liberazione.it

20 giugno 2013

Un messaggio e un linguaggio brutale che devono suonare come un allarme rosso nella testa e nella coscienza di chi vive in condizione subalterna nei paesi europei, soprattutto nei Pigs.

Il nemico parla chiaro

Le Costituzioni nate dalla sconfitta delle dittature in Europa sono ormai considerate una palla al piede dai poteri forti. Loro parlano chiaro mentre l'ipocrisia è il linguaggio della sconfitta.
La brutta sensazione era nell'aria da un po' di tempo. Poi, come spesso accade, il messaggio arriva brutale ma netto. Un documento della banca d'affari JP Morgan dice chiaro e tondo quello che la classe dominante europea e il suo ceto politico-tecnocratico stanno facendo senza dirlo.
Le Costituzioni approvate in Italia, Spagna, Grecia, Portogallo dopo la caduta delle dittature militari e fasciste sono ormai un intralcio insopportabile per la tabella di marcia del capitale finanziario nei paesi europei Pigs. Nel linguaggio crudo dei banchieri "l'eccesso di democrazia" rende debole la governabilità e non predispone i sudditi al piegarsi ad una esistenza che non prevede diritti o garanzie. Non solo. Siccome l'austerità farà parte del panorama europeo ancora per un lungo periodo, i paesi aderenti all'Eurozona dovranno anche predisporsi affinchè non sia prevista la "licenza di protestare quando vengono proposte modifiche sgradite allo status quo".
Un messaggio e un linguaggio brutale che devono suonare come un allarme rosso nella testa e nella coscienza di chi vive in condizione subalterna nei paesi europei, soprattutto nei Pigs.
Due sottolineature ci paiono d'obbligo.
La prima è che l'offensiva contro "l'eccesso di democrazia" non nasce oggi. Nasce anch'essa dentro una crisi, quella del '73, che suonò come l'inizio della grande crisi sistemica che si è manifestata con maggior durezza negli ultimi cinque anni. A muovere l'assalto fu la prima riunione della Commissione Trilaterale nel 1974, nata dalle esigenze del grande capitale multinazionale di dotarsi di un disegno di strategico di ri-subordinazione complessiva del lavoro e di una iniziativa globale contro l'esistenza dell'Urss e dei movimenti di liberazione nel terzo mondo.
La seconda è che chi vive e agisce nell'Unione Europea deve finalmente diventare consapevole che un blocco geopolitico ed economico creatosi intorno ad una unione monetaria è qualcosa di diverso e di peggiore di un "sovrastato". Essa non prevede in alcun passaggio decisivo una procedura democratica. Si viaggia su dati "oggettivi" e se ne trasformano gli effetti in direttive che i singoli Stati aderenti – in ogni loro istituzione o istanza – non possono far altro che applicare. La ricerca del consenso è limitata all'indispensabile e l'autoritarismo ne conforma ogni relazione con i settori dissonanti.
Se questo è vero – e il documento della JP Morgan ce lo esplicita con chiarezza – i corpi intermedi tra poteri decisionali e consenso come i partiti, i sindacati etc. diventano baracconi non più indispensabili. I partiti devono somigliarsi, praticare gli stessi programmi, sostenere i medesimi concetti, essere intercambiabili e collaborare tra loro ogni volta che ciò sia necessario. I riti del pluralismo decantati dai dogmi liberali sono sostituiti da quello della governabilità. Due fazioni di un partito unico, una sfera politica divisa tra liberali di destra e liberali di sinistra deve conformare l'unico scenario politico ammesso. Come si lasciò scappare il "trilateralista" Mario Monti, le ali vanno dunque soppresse e i sindacati devono adeguarsi ad una funzione di complicità che consegna al passato anche ogni velleità di concertazione.
Uno scenario come questo potrebbe apparire come un incubo, ma somiglia maledettamente alla realtà che ci hanno predisposto davanti occultandola con l'integrazione europea prima, la governance poi, la competitività totale oggi. La "politica", anche quella della sinistra radicale europea, ha continuato a vivacchiare, ad alimentare le illusioni e segnalare qui e lì le distorsioni del sistema (vedi ad esempio il congresso della Linke tedesca) ma rifiutandosi di capire che era "il sistema" stesso a produrre – o meglio – a riprodurre gli spiriti animali che lo spingono continuamente a maciullare tutto ciò che nel breve e brevissimo tempo non gli torna funzionale.
E' evidente che a fronte di questo non si possa che perseguire una ipotesi politica di rottura, di sottrazione dalla gabbia dei vincoli europei che trascinano nel baratro non solo l'economia, i salari, i diritti, le condizioni di vita di milioni di persone, ma che scuotono sempre più violentemente anche i residui formali di una epoca democratica nata dalla sconfitta delle dittature e che avevano promesso che "mai più sarebbe successo".
Ma ora sta accadendo di nuovo e su scala molto più grande. Oggi Carandini su La Repubblica si chiede come mai a fronte di una disoccupazione di massa così ampia non ci siano rivolte sociali nell'Europa meridionale. E si risponde affermando – correttamente – perchè con la globalizzazione non si riesce più a individuare il responsabile né a trovare nei governi nazionali le risposte possibili a domande sociali sempre più disperate. Riteniamo che sia ancora possibile rendere reversibile il processo prima che si solidifichi in un "regime continentale. Ma occorre essere chiari su almeno due cose:
a) Il "nemico" c'è e va nominato pubblicamente, altrimenti nessun movimento popolare sarà in grado di unificarsi. Sono le banche, le imprese multinazionali e la struttura politico-economica di cui si sono dotate attraverso la costituzione dell'Unione Europea. Sono quelli che possono permettersi di arrivare in un territorio, fare i propri comodi e poi andarsene verso occasioni migliori di businness lasciando dietro di sé macerie, disoccupazione, immiserimento.
b) la dimensione "minima" di un movimento di massa all'altezza di questo nemico può e deve essere continentale o regionale. Niente di più piccolo può essere adeguato. Nessuna vertenza o lotta locale che non possieda questo "spirito europeo contro l'Unione Europea" può andare oltre il proprio naso.
Fermare la bestia che si agita nel ventre dell'Europa è ancora possibile... ma occorre rompere gli indugi e muoversi in fretta.

Sergio Cararo


MUOS, le carte segrete. "Io faccio Ponzio e tu fai Pilato"

Un prefetto, un diplomatico degli Stati Uniti d'America e una sfilza di generali e ammiragli. E un ministro della guerra e un viceministro degli esteri. Forse persino una talpa dell'Ambasciata Usa in un prestigioso istituto pubblico d'Italia. Tutti insieme appassionatamente per individuare una strategia che consenti alle forze armate statunitensi di aggirare lo stop ai lavori d'installazione del terminale MUOS nella riserva naturale di Niscemi. Sulla pelle e alle spalle di centinaia di attivisti No war che dal gennaio 2013 bloccano gli ingressi della stazione siciliana di telecomunicazione con i sottomarini nucleari in navigazione negli oceani per impedire il transito degli operai chiamati a realizzare il nuovo sistema di guerra satellitare.
A fine maggio gli hacker di Anonymus Italia hanno fatto incetta di e-mail e comunicazione riservate del Ministero degli interni. Oltre 2.600 documenti prontamente messi online che svelano le trattative del Viminale per l'acquisizione di apparecchiature d'avanguardia da usare per fini investigativi e l'affidamento al cantiere navale "Vittoria" (Adria, Rovigo) dell'ammodernamento di otto unità libiche nell'ambito dei famigerati accordi di cooperazione Italia-Libia per il contrasto all'immigrazione (un contratto da 5 milioni di euro). Ma ci sono pure le informative sulle più recenti mobilitazioni studentesche a difesa dell'istruzione pubblica e le "istruzioni" per la garantire la sicurezza ai viaggi del Capo dello Stato. E, dulcis in fundo, i carteggi tra la Prefettura di Caltanissetta, la Farnesina, il Ministero della difesa e l'Ambasciata degli Stati Uniti a Roma. Oggetto il MUOS in via di realizzazione in Sicilia.
Il governo italiano è sotto il pressing delle autorità USA indispettite dal provvedimento di revoca delle autorizzazioni ai lavori del terminale terrestre di Niscemi firmato il 29 marzo 2013 dalla Regione siciliana. Ma soprattutto i militari statunitensi invocano un'azione energica contro i presidi e le azioni dirette non violente del Movimento No MUOS. Il 12 aprile, il colonnello B. Tucker, a capo dell'ufficio di cooperazione militare USA in Italia, invia una e-mail al tenente colonnello Filippo Plini e al generale Luca Goretti (entrambi in forza al Capo gabinetto del Ministero della difesa), lamentando gli effetti del blocco dei cantieri del MUOS. "Per ogni giorno di sospensione dei lavori, il governo degli Stati Uniti d'America perde 50.000 dollari", scrive l'ufficiale. "Il sito deve diventare operativo non più tardi del dicembre 2014 per non pregiudicare la missione. In conseguenza di tutti questi ritardi, abbiamo la necessità di tornare a lavorare immediatamente per rispettare questa data operativa". Due ore prima, in altra e-mail indirizzata al colonnello Plini, il responsabile dell'ufficio di cooperazione militare aveva stimato il danno economico generato dalla sospensione dei lavori tra i 43 e i 53.000 dollari al giorno, più i costi per il personale. "Le azioni degli attivisti - conclude il colonnello Tucker - impediscono che il personale civile faccia ingresso nella base per eseguire la manutenzione degli impianti di radiotrasmissione che nulla hanno a che fare con il MUOS o di altri impianti come quello di potabilizzazione dell'acqua guasto da qualche giorno".
Le considerazioni dei militari USA mettono in allarme il governo Monti. Le forze dell'ordine sono chiamate alla tolleranza zero con le proteste, mentre vengono attivati prefetti e questori per individuare una soluzione con la giunta del presidente Rosario Crocetta che consenta perlomeno le opere di predisposizione delle mega-antenne a Niscemi. Il 16 aprile, con una e-mail inviata alle ore 8.20 al viceministro degli esteri Staffan de Mistura (oggi commissario straordinario del governo Letta per sbloccare la vicenda dei fucilieri di Marina accusati in India di omicidio), il prefetto di Caltanissetta Carmine Valente risponde alle considerazioni "sollecitate" dall'interlocutore. "Dopo la riunione di ieri a Palazzo Chigi sembra che la situazione di empasse in cui ci si trova sull'argomento MUOS possa essere superata, anche alla luce di una conversazione informale avuta oggi con Crocetta", esordisce il prefetto. "Il Presidente in effetti ha manifestato imbarazzo a ritirare la revoca in quanto non sarebbe sostenuta da alcuna motivazione plausibile e perché, alla luce dell'accordo politico raggiunto lo scorso 11 marzo, è stata accettata pubblicamente anche dal Governo nazionale la tesi che le autorizzazioni rilasciate precedentemente dalla Regione Siciliana presentassero vistose lacune sotto il profilo ambientale e sanitario". Valente spiega tuttavia di aver percepito che a Palermo "vi sarebbero poche remore a concedere una deroga alla revoca per la prosecuzione di alcuni lavori ben definiti, nelle more della decisione della Commissione istituita presso l'Istituto Superiore di Sanità". A tal fine, il prefetto suggerisce che il Ministero della difesa presenti alla Regione una richiesta di autorizzazione "di un numero limitato di lavori, indicati anche solo di massima, da portare a termine entro il prossimo 31 maggio", data fissata originariamente (ma non rispettata) per la consegna degli studi I.S.S. sui rischi elettromagnetici del MUOS. "Tale richiesta diventerebbe oggetto di una Conferenza di servizi durante la quale la Regione accetterebbe il prosieguo di alcuni lavori in deroga", conclude Valente.
Mercoledì 17 aprile, alle ore 22.36, il viceministro degli esteri trasmette una raccomandazione al prefetto di Caltanissetta. "Le sarei grato di tenerlo a mente perché se le liste arrivano, mi sono impegnato a suo nome e alla luce di ciò che ha detto di fare si (sic) che gli operai addetti ad opere non MUOS possano avere accesso alla base", scrive Staffan de Mistura. In effetti, il viceministro si era rivolto qualche attimo prima a Douglas C. Hengel, vicecapo missione dell'ambasciata Usa a Roma, per concordare l'iter da seguire per ottenere dalla Regione siciliana una deroga al divieto di avanzamento dei lavori nel sito di Niscemi. "Dear Doug, quanto segue relativamente a quanto discusso nell'ultima info con il prefetto Valente", esordiva de Mistura. "Per superare le revoche avremmo bisogno con urgenza da parte delle autorità della base o del ministero della difesa italiano una lista che indichi specificatamente che sono necessari nel posto lavori non relativi alle parabole MUOS. Le liste dovrebbero includere il numero stimato di contractor civili richiesti per questi lavori. La lista che deve essere indirizzata formalmente al governatore Crocetta, con una copia al prefetto, consentirebbe a quest'ultimo di essere in una posizione che assicuri quotidianamente il passaggio (a dispetto delle revoche) dei contractor richiesti, per lavori ordinari fino al 31 maggio quando finisce il divieto. Relativamente ai passi legali del ministero della difesa italiano con oggetto le revoche, essi andranno sicuramente avanti con la speranza che verranno accolti dalle autorità competenti".
Tra i file in mano ad Anonymus Italia compare altresì la nota che sempre il 17 aprile il diplomatico Douglas C. Hengel aveva inviato al viceministro sollecitando una soluzione che consentisse l'ingresso dei tecnici e delle imprese appaltatrici all'interno della base. "Abbiamo la necessità che i contractor del MUOS facciano ritorno al sito per spegnere e altrimenti mettere a sicuro le attrezzature a cui essi stavano lavorando", scrive Mr. Hengel. "Quando hanno lasciato il sito l'ultima volta, si aspettavano di tornare il giorno successivo e così non si sono portate via le attrezzature di monitoraggio e altre cose connesse che non dovrebbero restare in questo stato per lungo tempo. O così mi è stato raccontato. Pertanto i nostri militari a Sigonella lavoreranno con l'ufficio del Prefetto perché alcuni contractor (non so' quanti) abbiano accesso al sito. Quando ciò accadrà, le persone che ci stanno osservando vedranno i contractor lavorare al MUOS".
"Voglio farti sapere - aggiunge Douglas C. Hengel - che stiamo per inviare al Ministero affari esteri una nota diplomatica con un documento per asserire il nostro diritto di accesso secondo il NATO SOFA (lo Status of Forces Agreements che stabilisce il quadro giuridico generale entro cui opera il personale militare statunitense in Italia, nda), compreso quello dei contractor accreditati come rappresentanti tecnici, alle installazioni militari cedute in uso alle forze armate USA. La nazione ospitante ha l'obbligo di assicurare l'accesso alle persone coperte dallo status SOFA nei siti che ci sono stati ceduti".
Il diplomatico parla poi dell'intenzione del Movimento 5 Stelle di effettuare un'ispezione parlamentare a Niscemi. "Il Ministro della difesa ha ricevuto oggi una richiesta per una visita da parte di 9 parlamentari di M5S al sito NRTF/MUOS. La richiesta è stata spedita al Ministero Affari Esteri e poi a noi. Noi supporteremo la loro visita". Hengel spiega infine di seguire con attenzione i lavori del comitato dell'Istituto Superiore di Sanità che analizza i possibili rischi elettromagnetici del MUOS, lasciando intendere di poter disporre d'informazioni di prima mano. "Ieri ho parlato con Carpani al Ministero della salute. Noi c'incontreremo con il ministro la prossima settimana per un aggiornamento sullo studio". La persona chiamata in causa potrebbe essere il Capo di gabinetto del Ministero della salute Guido Carpani, già vicedirettore della segreteria generale della Presidenza della Repubblica dal 2001 al 2012 (presidenti Ciampi e Napolitano).
Giorno 18 aprile, alle ore 17.05, il Capo di gabinetto del Ministero della difesa, ammiraglio Vanni Nozzoli, invia un messaggio al prefetto Carmine Valente per delineare le modalità d'intervento presso la Regione siciliana affinché vengano definite le attività da autorizzare all'interno della base di Niscemi. "Concordiamo sul fatto che la Difesa è l'interfaccia con gli USA per i lavori e intenderemmo informare la Regione per il Suo tramite", scrive l'alto ufficiale. In attachment alla e-mail c'è un documento-bozza stilato in accordo con il viceministro De Mistura e l'Ufficio di Cooperazione per la Difesa (ODC) dell'Ambasciata USA che delinea i principi da seguire per assicurare l'ingresso a Niscemi dei contractor USA. "Gli operai civili devono poter entrare sempre nel Parco antenne (esistenti ed operanti da tempo)", vi si legge. "In quanto autorizzato e funzionante serve l'accesso di operai civili per la manutenzione ordinaria". Per gli impianti MUOS in costruzione, si precisa che "gli operai civili devono entrare regolarmente" in quanto "è necessario assicurare la manutenzione e la riparazione di eventuali avarie di impianti di sicurezza e di quanto già realizzato anche per prevenire inconvenienti". Nel documento si specifica altresì che "sarà cura di ODC preparare elenco e tipologia dei lavori e ditte/operai coinvolte sia per gli impianti NRTF che MUOS".
"Il montaggio delle parabole e i lavori di costruzione delle torri sono sospesi fino all'acquisizione dello studio ISS (31 maggio) come concordato nella riunione del 15 alla Presidenza del Consiglio dei Ministri", annota ipocritamente l'estensore della bozza. Infine il protocollo da far sottoscrivere al governatore Crocetta e al Ministero della difesa. La Proposta dell'attività presso il sito di Niscemi nella attuale situazione a fronte delle revoche emanate dalla Regione Siciliana si apre con l'assunto che "il personale militare US e quello militare nazionale devono sempre poter entrare/uscire dal sito in quanto concessionari/titolari dell'area". "Il personale civile US e il personale di ditte/operai italiani coinvolti nel funzionamento degli impianti e infrastrutture NRTF devono poter entrare/uscire per le attività quotidiane e la riparazione degli apparati radio, antenne, impianti elettrici, generatori elettrici nonché interventi in occasione di avarie e malfunzionamenti essenziali per la piena funzionalità del sistema", si legge al punto 2. Relativamente ai cantieri del MUOS, la proposta di accordo Stato-Regione assicura la completa libertà di movimento al personale civile statunitense e a quello italiano "onde garantire la messa in sicurezza delle costruzioni e dei sistemi" e per "intervenire in particolare in caso di imprevisti, previa tempestiva informazione mediante la locale Prefettura". Il protocollo priva la Regione siciliana da qualsivoglia controllo e verifica degli interventi autorizzati. "Il Prefetto competente per territorio sarà preventivamente informato sullo svolgimento delle entrate/uscite, mentre il comandante dell'aeroporto di Sigonella, o suo delegato, assicurerà il rispetto di tutte le restanti attività previste alla NRTF e ai cantieri MUOS".
Nel tardo pomeriggio del 17 aprile è il prefetto di Caltanissetta a rivolgersi via iPhone al Capo di gabinetto Nozzoli. "Il mio intervento con il Vice ministro De Mistura - scrive Carmine Valente - è servito a chiarire che il passaggio dei civili per la manutenzione ordinaria della base non si è mai interrotto se non quando non siamo riusciti a far passare il messaggio che si entrava davvero per fare quella, mentre lavori al MUOS oggi si potrebbero fare soltanto ottenendo una deroga dalla Regione rispetto al provvedimento di revoca". Il prefetto chiede che sia il Ministero della difesa a presentare la "richiesta per poche attività legate al MUOS senza che queste inficino lo spirito della revoca". "Tengo a confermarle che l'Assessore Lo Bello la sta aspettando", aggiunge. "In tal modo eventuali osservazioni è giusto siano sollevate direttamente tra di voi. Sono a disposizione successivamente a farmi parte attiva per la comunicazione alla cittadinanza di Niscemi". Valente suggerisce però di agire con molta cautela onde non irritare ulteriormente gli attivisti che presidiano le vie di accesso alla base. "Mi preme far osservare che lavori corposi che implichino l'utilizzo di molti operai civili non sarebbero accettati e sarebbe difficile farlo comprendere alla popolazione. Inoltre consideriamo che il 31 maggio è davvero dietro l'angolo e quindi forse non forzare troppo la mano sarebbe consigliabile".
Il 18 aprile alle ore 17.29 giunge l'Ok di Staffan de Mistura alla bozza da sottoporre alla Regione. Prima però si registra uno scambio di e-mail tra lo stesso viceministro, l'ammiraglio Nozzoli, il ministro della difesa Giampaolo Di Paola e il diplomatico statunitense Doug G. Hendel. In una, in particolare, de Mistura suggerisce a Hendel di "estendere il valore e l'utilità" della lista dei contractor da sottoporre alla Regione siciliana e alla Prefettura di Caltanissetta oltre che ai lavori di ordinaria manutenzione della base anche a quelli del MUOS. L'idea era venuta a Carmine Valente. "Stamani ho parlato con l'ass. Lo Bello che sa tutto e aspetta questa lista", aveva annotato il prefetto nella tarda mattinata del 18 aprile 2013.
Lo stesso giorno, Douglas C. Hendel si mostra comunque irritato di dover interloquire con il governo siciliano. "Ti risponderò questo pomeriggio", scrive il diplomatico a de Mistura. "Noi non vogliamo essere visti che negoziamo con Crocetta su cosa possiamo e non possiamo fare. Il nostro accordo sul MUOS è con il Ministero della difesa". Il 22 aprile viene stilata la bozza finale da sottoporre all'Assessorato ambiente e territorio della Regione siciliana. L'ammiraglio Vanni Nozzoli ne invia copia al viceministro degli esteri, al prefetto di Caltanissetta, all'ambasciata USA in Italia e ai generali Paolo Romano e Luca Goretti. "L'intendimento è di darne conoscenza anche alla Procura una volta definita", scrive il militare. "Al riguardo chiedo cortesemente una vostra condivisione ovvero eventuali osservazioni prima di procedere. Ciò anche alla luce dei fatti di oggi". In mattinata quattro attivisti No MUOS avevano fatto ingresso nella base di Niscemi e si erano arrampicati in cima alle antenne del sistema NRTF. Due di essi, Turi Vaccaro e Nicola Boscelli, erano stati poi arrestati e condotti a Caltagirone per comparire davanti all'autorità giudiziaria. Il blitz, ovviamente, aveva mandato in tutte le furie i militari di Sigonella e il corpo diplomatico statunitense. Nozzoli rigira al prefetto la nota di protesta ricevuta dal vicecapo missione Hengel. "Caro Vanni, è stato pubblicato che quella in corso è stata denominata la Settimana di protesta da parte del gruppo No MUOS. Vedi http://www.nomuos.info/en/la-resistenza-unisce-le-lotte-settimana-resistente-21-28-aprile/", scrive il funzionario USA. "Dato quanto accaduto oggi, noi chiediamo che venga distaccata una forza militare di sicurezza italiana aggiuntiva per assistere le nostre forze alla NRTF per il resto della settimana. Alcune forze di sicurezza del 41° Stormo erano nel sito oggi e sono state molto apprezzate. Non vogliamo che si ripeta quanto accaduto stamani — siamo felici che nessuno si sia ferito seriamente. Forze di sicurezza addizionali possono aiutare a prevenire che ciò possa avvenire ancora".
Il 23 aprile il Capo di gabinetto del Ministero della difesa si rivolge direttamente all'assessore regionale Marisa Lo Bello. "Illustre Assessore - scrive Nozzoli - le invio una scheda con la quale intendiamo formulare una proposta per condividere un quadro chiaro della situazione/esigenze dei lavori/attività nel sito di Niscemi (Parco antenne esistente e MUOS), tenuto conto di quanto concordato nelle riunioni e a seguito delle revoche emesse dalla Regione. Riteniamo che un quadro chiaro e condiviso possa consentire di affrontare meglio la situazione in atto e prevista nei prossimi giorni, contribuendo a istaurare un clima più disteso. Posto che siamo a disposizione per chiarimenti/approfondimenti, qualora condiviso propongo di concordare un modo per ufficializzarlo congiuntamente. Ovviamente il Prefetto è a conoscenza di questa iniziativa".
Il contenzioso con la Regione viene risolto in tempi record. La mattina seguente il prefetto Valente scrive a Vanni Nozzoli: "Caro Ammiraglio. Ho avuto modo di parlare con l'Assessore Lo Bello, mi ha assicurato che la scheda è condivisibile e che rispecchia esattamente quello che ci eravamo detti a Roma nell'ultima riunione. Stava pertanto preparando una risposta in tal senso". Il funzionario esprime però un certo disappunto per la decisione dei giudici di scarcerare i due pacifisti arrestati dopo l'introduzione all'interno della base USA. "Apprendo ora che gli ultimi due che sono saliti sull'antenna sono stati scarcerati dal gip di Caltagirone e portati in trionfo a Niscemi", scrive Valente. "Non è un buon segnale". "Concordo sul brutto segnale e speriamo che con una maggiore chiarezza si riduca la tensione", risponde Nozzoli. "Grazie comunque, caro Prefetto. Trovare la condivisione della Regione è importante per tutti".
L'atto ufficiale dell'Assessorato regionale all'ambiente e territorio giunge il 3 maggio 2013 e reca la firma del dirigente generale Vincenzo Sansone. "Relativamente alla scheda proposta - vi si legge - fermo restando che questo Assessorato non ha mai impedito alcuna azione all'interno della base, nulla osta a che vengano effettuati interventi di manutenzione e messa in sicurezza degli impianti, demandando al Prefetto e al Comandante di Sigonella la vigilanza sulle attività svolte all'interno della base". Pace fatta tra Regione, governo nazionale e Washington mentre Crocetta & C. salvano la faccia e l'onore. O quasi.
"I contenuti emersi dalle e-mail tra vari soggetti istituzionali portano allo scoperto, da un lato, la determinazione da parte del governo a tutelare in ogni modo gli interessi degli Stati Uniti e, dall'altro, l'apertura della Regione al completamento dei lavori del MUOS", commenta l'avvocata Paola Ottaviano del Coordinamento regionale dei Comitati No MUOS. "Non capiamo che senso abbia completare la predisposizione delle parabole, senza installarle, se poi dovesse essere provato che le autorizzazioni non potevano essere in alcun modo concesse. Nello stesso tempo, la recente decisione del Tar di Palermo di richiedere ulteriore documentazione all'avvocatura di Stato per giustificare la legittimazione ad agire del ministero della difesa contro la revoca delle autorizzazioni, fa sperare che prima o poi tutti i nodi vengano al pettine. Per porre fine a questo progetto insostenibile e mettere in luce tutte le responsabilità di chi lo ha permesso".
Antonio Mazzeo
Articolo pubblicato in I Siciliani giovani, n. 15, giugno 2013

18 giugno 2013

La vicenda Ilva rimane un impareggiabile caleidoscopio delle più archetipiche figure dello spirito pubblico nazionale

Una storia disonesta

Ma qual è il livello di criminosità oltre il quale un reato (contro l’incolumità pubblica, contro la salute e la vita di migliaia di persone, per esser più precisi) smette di esser tale per diventare una questione “di interesse strategico nazionale”?

Da quale momento un soggetto che commette uno, dieci, cento delitti (contro la pubblica amministrazione, contro l’amministrazione della giustizia, contro la fede pubblica, contro la personalità dei minori… sempre reati seria, roba di classe, non bagattelle da venditore di cd tarocchi) cessa, nella indefettibile vulgata (ha la stessa radice di “volgare”) nazionale, di esser un imputato pluricondannato in sede di merito (fino in appello) per diventare “il Presidente” (di cosa?), “il leader di uno delle principali forze politiche del paese”, “il titolare della golden share del governo”….?

Quando e chi (il perché possiamo desumerlo anche da noi) ha deciso di far passare un personaggio politico dichiarato, con sentenza passata in giudicato, autore del reato di associazione per delinquere di natura sostanzialmente mafiosa fino al 1980 (non “di tipo mafioso” solo perché all’epoca del commesso reato non esisteva questo specifico illecito introdotto solo nel 1982) per un illuminato statista, nonché brillante intellettuale?

E, soprattutto, in che occasione precisa e da parte di chi (per il perché vale lo stesso discorso accennato sopra) si è deciso di marchiare chiunque si permetta di ricordare queste elementari verità, storiche e cronachistiche, con il bollo di pubblica infamia di “divisivo”, “antipolitico”, “antinazionale” ecc….?

Questi oziosi interrogativi evocano questioni che in questa nazione costituiscono ataviche piaghe su un corpo sociale e politico che, evidentemente, ha la stessa capacità di farle rimarginare di quante ne abbia quello di un diabetico terminale.

La vicenda Ilva, in questo senso, rimane un impareggiabile caleidoscopio delle più archetipiche figure dello spirito pubblico nazionale.

A partire da quelle appartenenti alle cosiddette “classi dirigenti.”

La Cassazione, confermando pienamente quanto sancito dal Tribunale del Riesame di Taranto in merito agli arresti dei padroni e dirigenti dell’Ilva per i delitti di disastro ambientale, omissione dolosa di cautele antinfortunistiche, avvelenamento di sostanze alimentari ed altre simili amenità, denuncia “la pervicacia e la spregiudicatezza dimostrata da R.E. e dal C., ma anche da R.N., succeduto alla presidenza del consiglio di amministrazione in continuità con il padre, che hanno dato prova, nei rispettivi ruoli, di perseverare nelle condotte delittuose, nonostante la consapevolezza della gravissima offensività per la comunità (tarantina) e per i lavoratori delle condotte stesse e delle loro conseguenze penali e ad onta del susseguirsi di pronunzie amministrative e giudiziali che avevano già evidenziato il grave problema ambientale creato dalle immissioni dell'industria”.

Chi si nasconde dietro quelle iniziali lo si lascia immaginare a chi legge.

Su questa base delittuosa (integrata dall’associazione per delinquere) e in forza del principio di “responsabilità da reato delle imprese”, introdotto nel nostro ordinamento giuridico ormai 12 anni fa ma ancora troppo poco attuato, la Procura di Taranto chiede e ottiene dal Gip il sequestro di € 8,1 miliardi nella disponibilità della “Riva fire” (questo cognome ha qualcosa a che vedere con le iniziali di cui sopra), importo corrispondente a quello che occorrerà, secondo la stima dei custodi giudiziari, per “ambientalizzare” gli impianti dello stabilimento Ilva di Taranto.

Si tratta di somma esclusivamente relativa al fabbisogno di liquidità della società Ilva ai fini degli interventi di risanamento delle macchine; dal calcolo mancano del tutto i costi inerenti il danno ambientale patito dal territorio tarantino e, dunque, quelli inerente le conseguenti, necessarie, bonifiche.

A tacere del danno alla salute degli uomini, delle donne e dei bambini che vivono su quel territorio sventurato.

Il governo, con l’ennesima, inusitata, dimostrazione di formidabile reattività, almeno per i suoi tempi di reazione “fisiologici”, si fionda ad emanare un altro decreto legge, rubricato gustosamente “Nuove disposizioni urgenti a tutela dell'ambiente, della salute (sic!) e del lavoro nell'esercizio di imprese di interesse strategico nazionale” (scrivere direttamente nel titolo della legge “Nuove disposizioni urgenti a tutela dell’Ilva” pareva brutto. Ancora per un po’, almeno).

Anche se i precedenti scatti “ad Ilvam” (quelli che hanno conferito ai padroni dello stabilimento di Taranto una vera e propria licenza di uccidere con la revoca a mezzo di legge del sequestro disposto dalla magistratura agli impianti fonte di inquinamento e di morte e con l’autorizzazione a proseguire la produzione anche prima delle opere di risanamento) sono stati realizzati da un esecutivo formalmente diverso, data in questa materia la perfetta continuità di parole, opere e omissioni di Palazzo Chigi non pare incongruo l’uso di un più comodo e veritiero singolare: “il governo”.

A costo di dare ragione postuma a quell’antico e distinto signore con la barba bianca che si divertiva ad evocare spettri in giro per l’Europa e che parlava del governo come “comitato d’affari della borghesia”.

Come che sia, nel citato testo legislativo, che secondo la consueta vulgata sarebbe mirato esclusivamente al commissariamento dell’Ilva, all’art. 1, comma 11, si legge che “Il giudice competente provvede allo svincolo delle somme per le quali in sede penale sia stato disposto il sequestro, anche ai sensi del decreto legislativo n. 231 del 2001, in danno dei soggetti nei cui confronti l'autorità amministrativa abbia disposto l'esecuzione degli obblighi di attuazione delle prescrizioni dell'a.i.a. e di messa in sicurezza, risanamento e bonifica ambientale, nonché degli enti o dei soggetti controllati o controllanti, in relazione a reati comunque connessi allo svolgimento dell'attività di impresa. Le predette somme sono messe a disposizione del commissario e vincolate alle finalità indicate al periodo precedente.”

Il commissario nominato alla bisogna è il dott. Enrico Bondi, già amministratore delegato della stessa Ilva, assunto da R.E. e R.F., dei quali la Cassazione, come visto, ha suggellato “la pervicacia e la spregiudicatezza” criminale, e dimessosi appena un paio di settimane fa.

Just in time.

Il senso dell’operazione è solare: gli 8,1 miliardi di euro vengono dalle mani in toga e graziosamente messi in quelle, assai più affidabili, di un ex dipendente di R.E. e R.F.

Non ho mai pensato che la magistratura fosse, in sé, un baluardo di legalità costituzionale, per varie ragioni.

La prima è che fino a pochi decenni fa essa, nella sua larghissima maggioranza, era parte integrante del blocco socio – politico dominante, e più che alla Costituzione della Repubblica era ossequente alla “costituzione materiale” del potere in questo paese, con tutto quello che questo comportava in termini di parzialità e strumentalità politica dell’attività di giurisdizione.

In quell’epoca aurea, davvero e in maniera quasi inderogabile i magistrati “facevano politica”, solo che facevano la politica giusta: quella che serve ai padroni.

Dunque, nessuno aveva niente da ridire.

La seconda ragione è che la magistratura, come qualsiasi altro corpo sociale, non è interpretabile “al singolare”, come fosse un monolite; ciò non è possibile ancora oggi.

D’altro canto, è notorio pure che le “élites” di questo paese soffrono storicamente, “costituzionalmente” verrebbe da dire, di una violentissima allergia al concetto e soprattutto alla pratica del controllo di legalità.

Senza scomodare un altro padre nobilissimo del pensiero politico che denunciava il “sovversivismo delle classi dirigenti”, basta qui ricordare quanto scrive un magistrato come Roberto Scarpinato, lucidissimo analista (anche in forza di un osservatorio del tutto privilegiato a sua disposizione, come, soli, possono essere gli uffici giudiziari di Palermo e Caltanissetta) delle dinamiche del potere in questo paese, anche in chiave comparativa con gli altri paesi europei, sulla “storia nazionale, quella con la S maiuscola, inestricabilmente intrecciata con quella della criminalità di settori significativi della sua classe dirigente, tanto che in taluni tornanti essenziali non è dato comprendere l’evoluzione dell’una senza comprendere i nessi con la seconda.”

Ciononostante, non si può non rilevare che oggi è sotto gli occhi di tutti un salto di qualità: l’idiosincrasia di lorsignori e dei loro servi in livrea governativa e parlamentare all’idea stessa di norma generale ed astratta e di applicazione della medesima in base al principio di uguaglianza, dunque di limite alla loro cannibalesca voracità, si fa, da un lato, pratica fondativa di governo e di apposita legislazione, con la copertura di tutti i presunti “organi di garanzia”; e questo in aperto sabotaggio dell’operato di quei settori di un altro potere dello Stato, la su citata magistratura (settori, per fortuna, assai più ampi di qualche decennio fa, e comunque enormemente più larghi dei corrispondenti in ambito politico – parlamentare), che, invece, provano in maniera disperata a far sì che la legge sia un po’ meno disuguale tra i cittadini e che almeno la salute e la vita umane valgano un po’ più dei profitti d’impresa.

D’altro lato, quell’avversione delle classi dominanti alla signoria della legge ed al controllo di chi è preposto ad applicarla gode in permanenza del fondamentale supporto costituito dalla sistematica menzogna dei mezzi d’intossicazione di massa e dalla mistificazione “intellettuale” dei chierici di regime, variamente collocati (con una menzione particolare, in questo caso, per quelli “che sanno di legge”), la cui prioritaria funzione storica, evidentemente, è quella di tradire.

Ma quello che, in una vicenda come quella dell’Ilva e di Taranto, costituisce davvero il valore etico aggiunto di queste nobili dinamiche del “paese legale” è dato dal fatto che queste ultime si giocano, in modo diretto e immediato, sulla salute e sulla vita di qualche decina di migliaia di uomini, di donne e, soprattutto, di bambini.

Per tutelare i quali, com’è tragicamente evidente, non bastano certo le esigue forze delle poche unità delle minoranze etiche (stavolta in senso reale) esistenti anche in quella città.

Ancora una volta la lezione della storia è quella per la quale le speranze di salvezza degli ultimi, degli oppressi, delle vittime predestinate passa prioritariamente per le loro mani, per la loro intelligenza, per la loro assunzione di responsabilità personale, per la loro resistenza.

Specie quando, come in questo caso, quella storia è una storia disonesta.

Stefano Palmisano
Fasano, 14\6\2013

 A volte, quando taluno, mi chiede che vita io faccia, sono solito rispondere che frequento assassini e complici di assassini. [….] All’inizio ero convinto di dovermi confrontare con una sorta d’impero del male, con un mondo alieno da attraversare giusto il tempo necessario per poi ritornare nel mondo degli onesti, delle persone normali. Poi lentamente la linea di confine ha preso a divenire sfumata, fino quasi a dissolversi. Inseguendo le loro tracce, sempre più spesso mi accadeva di rendermi conto che il mondo degli assassini comunica attraverso mille porte girevoli con insospettabili salotti e con talune stanze ovattate del potere. Ho dovuto prendere atto che non sempre avevano volti truci e stimmate popolari. Anzi i peggiori tra loro avevano frequentato le nostre stesse scuole, potevi incontrarli nei migliori ambienti e talora potevi vederli in chiesa battersi il petto accanto a quelli che avevano già condannato a morte.” (R. Scarpinato, Procuratore generale di Palermo)

 Due casi di tumore in più all’anno... una minchiata.” (R.F., dall’intercettazione di una telefonata con uno dei suoi avvocati)

La censura contro gli avversari politici è dunque più importante della salute degli esseri umani? La censura contro gli avversari politici è dunque più importante della salute degli esseri umani?

 
Cuba: 4 vaccini conto il cancro e il silenzio dei media!!!

Cuba ha sviluppato ben quattro vaccini contro altrettanti differenti tipologie di tumori, una notizia straordinaria, ma che i media di tutto il mondo hanno pensato bene di oscurare forse perchè il governo cubano non è propriamente “allineato” al vento del tempo.

 A Cuba ci sono i “cattivi”, i comunisti, e quindi non può uscire nulla di buono. Questo è quello che raccontano da anni ad esempio negli Stati Uniti, dove i cittadini americani ancora non possono recarsi nell’isola. Ogni anno secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità muoiono a causa di tumori circa 8 milioni di persone, per questo motivo la scoperta dei medici dell’isola meritava ben altro prestigio e visibilità. Nel 2012 Cuba ha infatti testato il primo vaccino terapeutico contro il cancro al polmone, e nel gennaio 2013 è stato annunciato il secondo, la cosiddetta Racotumomab. Le sperimentazioni cliniche che sono state realizzate in oltre 86 paesi hanno inoltre dimostrato in modo chiaro che questi vaccini ottengono la riduzione dei tumori e sono in grado di permettere una tappa stabile dell’infermità, aumentando così la speranza di vita dei pazienti. Il centro dove sono stati realizzati questi vaccini è il Centro Immunologico Molecolare di L’Avana, a gestione statale, che nel 1985 era stato in grado di sviluppare il vaccino della meningite B, unico al mondo, e poi quelli contro il dengue e l’epatite B. Sempre nel centro cubano ricercatori lavorano da anni anche per sviluppare un vaccino contro l’Hiv-Sida, mentre nel laboratorio Labiofam, sempre a Cuba, si sviluppano da anni medicamenti omeopatici contro il cancro, vedi il Vidatox, ottenuto grazie al veleno dello scorpione azzurro. L’Avana esporta questi farmaci in ben 26 paesi, e forse è proprio per questo che i media hanno silenziato il tutto. Se infatti si sapesse tutto ciò, verrebbe completamente meno lo schema secondo cui la ricerca medico-farmaceutica venga prodotta solamente nei paesi cosiddetti “sviluppati.

Cuba produce questi prodotti farmaceutici e li rivende, ma con una filosofia agli antipodi rispetto a quello che avviene quotidianamente nelle grandi industrie farmaceutiche. A ispirare l’azione delle aziende farmaceutiche infatti, non è la volontà di curare i pazienti, quanto quello di trarre un profitto il più alto possibile. Per questo, come ha ricordato il Premio Nobel della medicina Richard J. Roberts, ripreso anche da Libera Tv, le aziende farmaceutiche tendono a orientare le proprie ricerche non verso la cura delle malattie, ma verso lo sviluppo di farmaci per dolenze croniche. Inoltre le malattie dei paesi poveri non sembrano interessare la medicina occidentale, in quanto a bassa redditività. Infatti ben il 90% dei finanziamenti per le ricerche viene destinato verso le malattie del 10% della popolazione mondiale. A Cuba invece, il governo ha voluto completamente ribaltare questo concetto, basando le ricerche nello sviluppo di vaccini che proteggono dalle malattie, abbassando quindi il costo dei medicamenti per la popolazione. La ricerca inoltre è pubblica, e permette al governo di indirizzare la ricerca verso tali obiettivi senza farsi influenzare dai prodotti. Il modello pubblico inoltre è migliore di quello privato, come hanno ammesso i ricercatori dell’Università di Stanford, in California, Paul Drain e Michele Barry, secondo cui Cuba ottiene risultati migliori nella salute rispetto agli Usa, con un costo di cento volte inferiori. Perchè? Semplice, a Cuba non ci sono pressioni delle aziende farmaceutiche, e la ricerca viene messa al servizio della popolazione e non dei profitti. Come se non bastasse a Cuba sono legali e gratuite anche terapie tradizionali come la medicina verde e l’agopuntura, pratiche che non convengono alle grandi aziende farmaceutiche.

A Cuba tutti i farmaci vengono invece distribuiti in modo completamente gratuito dalla rete ospedaliera nazionale, con buonapace degli amanti della libertà che urlano alla dittatura e all’infelicità dei cubani. Infine un’ultimo aspetto che dovrebbe far riflettere: le aziende multinazionali del farmaco spendono cifre ingentissime in pubblicità, anche maggiori dell’investimento stesso nella ricerca. Ma non è finita qui, Cuba produce farmaci generici e li mette a disposizione dei paesi poveri e dell’Oms, a un prezzo tre volte inferiori rispetto a quello della grande industria mondiale. Ovviamente tutto questo irrita non poco l’industria farmaceutica che opera pressioni sul governo cubano e sugli altri governi; ad esempio recentemente l’Ecuador ha deciso di acquistare da Cuba un gran numero di farmici,ma l’Associazione dei Laboratori Farmaceutici locali ha pensato bene di diffondere messaggi contro la qualità dei farmaci cubani per proteggere i propri interessi.

In molti osservatori internazionali inoltre hanno avanzato dubbi che nel 2009, in Honduras, sia stato realizzato un golpe contro il governo di Manuel Zelaya,in quanto prevedeva di sostituire i medicamenti delle multinazionali con farmaci generici cubani. Ecco che la grande industria farmaceutica internazionale avrebbe quindi finanziato il golpe per tutelare i propri interessi e non far creare un pericoloso precedente. Ecco che si comprende anche meglio l’esistenza del blocco americano, che impone ostacoli importanti alla commercializzazione dei prodotti farmaceutici cubani, un blocco miope peraltro in quanto ben 80.000 diabetici americani soffrono ogni anno dell’amputazione delle dita dei piedi, evitabile con la somministrazione del farmaco cubano Heperprot P. Evidentemente per gli Stati Uniti la guerra a un sistema economico e culturale antitetico rispetto al proprio rappresenta un risultato più alto della soddisfazione dei bisogni della propria popolazione.
 
Ivano Valente
17/6/2013 miogiornale (www.controlacrisi.org)