31 maggio 2013

APPELLO PER LIBERAZIONE.IT


Liberazione serve. Facciamola vivere

Da gennaio c’è un giornale quotidiano on-line che si chiama Liberazione.it, giornale comunista. Proprietario della testata è il Partito della Rifondazione comunista, lo stesso che per vent’anni ha editato l’edizione cartacea che in passato avete trovato (con un po’ di fortuna) nelle edicole.
Oggi, in seguito ai consistenti tagli del fondo per l’editoria di partito e di idee, questa possibilità ci è preclusa: troppo grandi sono per le nostre gracili spalle i costi della distribuzione, delle tipografie, della carta. Anche questo, se mai qualcuno non se ne fosse accorto, è il risultato della forsennata campagna condotta dai ricchi contro i poveri per privarli, nei fatti, dell’elementare diritto (costituzionale) di fare politica e di dire la propria.
Eppure siamo qui, un drappello di giornalisti, di compagne e di compagni, con spirito militante e con la voglia, non estinta, di continuare ad offrire un’informazione e un punto di vista diversi, mentre una pesante cappa di piombo uniforma i messaggi che vengono propinati ad una sempre più addomesticata e meno reattiva opinione pubblica.
Tuttavia, anche il giornale on-line costa. Molto molto meno di quello di carta, ma costa. E al partito, nelle condizioni date, non è ragionevole chiedere nulla.
Per questa semplice ma inesorabile ragione, il giornale è leggibile soltanto dagli abbonati, salvo la home page e la prima pagina in formato pdf, concepita sul modello classico di Liberazione, scaricabile e stampabile da chiunque ai fini della diffusione e dell’affissione nelle bacheche.
Circa un migliaio di lettori, lettrici, compagne e compagni hanno sino ad oggi risposto alla chiamata abbonandosi, chi per un anno (50 euro), chi per un semestre (30 euro): troppo pochi per potere resistere ancora, sia pure con strutture e ranghi così fortemente ridotti.
Eppure, il prodotto che abbiamo confezionato e stiamo via via cercando di migliorare è apprezzato e ne riceviamo quotidiana testimonianza. Molte strutture (federazioni, circoli) collaborano inviandoci interventi, commenti, articoli che raccontano iniziative e buone pratiche di cui esse stesse sono protagoniste nei territori. C’è chi lo fa sistematicamente e chi saltuariamente. Poi c’è chi non lo fa affatto e, francamente, vi è da chiedersene la ragione, perché i comunisti, proprio in quanto tali, non godono di buona stampa ed ognuno può constatare quanto pesi l’ostracismo mediatico cui siamo sottoposti.
Ebbene, si sappia che non abbiamo molto agio davanti a noi. Anzi, a ben vedere, il tempo è già scaduto. Se entro un mese non saremo stati in grado di aumentare significativamente il numero degli abbonamenti saremo costretti a gettare la spugna.
Non sarebbe un bel segnale, nel mentre il partito – dopo l’ultima debacle elettorale – sta provando, con molta fatica ma con altrettanto impegno, a ridefinire le coordinate della propria strategia, a rinnovare la propria struttura, i metodi di lavoro, ad elevare la qualità dei propri gruppi dirigenti, a rafforzare il rapporto fra questi e i movimenti che ancora innervano una società civile sfibrata da una partitocrazia sorda e soffocante.
Quando si parla – non sempre con cognizione di causa e quindi con scarsa efficacia – di “cura del partito”, si dovrebbe por mente al fatto che uno degli aspetti cruciali di questo cimento è proprio la comunicazione (di idee, progetti, esperienze, pratiche sociali e politiche, ecc.), leva essenziale nella vita di un partito politico e, primariamente, di un partito comunista.
Di questo, del resto, sono stati sempre persuasi i grandi rivoluzionari che hanno costruito, qui e altrove, la storia del movimento operaio. Essi hanno sempre dedicato alla questione della formazione della coscienza critica delle masse un’attenzione quasi maniacale.
Se proprio noi continuassimo a trascurare questo “fronte” del lavoro politico pregiudicheremmo seriamente non soltanto la vita del giornale, ma le stesse chance di ripresa di Rifondazione e, con essa, di una vera sinistra in Italia.

Dino Greco, Romina Velchi
29/05/2013 www.liberazione.it

29 maggio 2013

Il percorso per un sindacato di classe, conflittuale, indipendente al centro del primo congresso nazionale della Usb, che si terrà a Montesilvano dal 7 al 9 giugno.


"Rovesciare il tavolo". L'Usb va al congresso
 
L’Unione Sindacale di Base si approssima al suo primo Congresso nazionale, che si terrà a Montesilvano (Pescara) dal 7 al 9 giugno 2013.
Dopo un fitto percorso democratico, che ha visto gli iscritti dell’USB protagonisti del dibattito nelle assemblee nei luoghi di lavoro e nei congressi che si sono tenuti negli organismi provinciali, regionali e di categoria, il Congresso nazionale all’USB rappresenta una importante verifica dei risultati ottenuti dal maggio 2010, quando con la parola d’ordine “Connetti le tue lotte” diverse organizzazioni sindacali si unirono per dare vita alla nuova confederazione.
Il dibattito congressuale della Unione Sindacale di Base prenderà le mosse dal documento dal titolo “ROVESCIARE IL TAVOLO – Per un sindacato di Classe, conflittuale, indipendente”. Vedi il documento congressuale
Al centro del confronto, l’elaborazione e lo sviluppo di un programma di lotta e di crescita del sindacato indipendente e di classe, che metta in discussione le politiche economiche, europee e nazionali, basate sul ricatto del debito, sui diktat della BCE e sulle logiche del profitto, rivendicando un forte impegno dello Stato attraverso processi di nazionalizzazione dei settori strategici, di rilancio di tutto il settore pubblico, di sostegno attivo all’occupazione, al reddito, al diritto all’abitare; di rilancio della previdenza pubblica, di tutela della salute e dell’ambiente.
Altro punto nodale, il contrattacco sul piano dei diritti e delle tutele, per un riscrittura della legislazione sul lavoro in senso estensivo ed una legge sulla rappresentanza sindacale che restituisca ai lavoratori la libertà sul posto di lavoro, il pluralismo e la democrazia.
Non ultimo per importanza, il rafforzamento dell’azione sindacale sul piano internazionale, tema che verrà affrontato anche grazie alla presenza di rappresentanti sindacali di diverse organizzazioni europee e della Federazione Sindacale Mondiale, FSM/WFTU, di cui l’USB è membro.
Obiettivo, oggi sempre più necessario, il rafforzamento dell’USB quale concreta alternativa sindacale a Cgil Cisl Uil: “Troppo spesso intorno a noi sentiamo invocare il conflitto – si legge nel documento - troppo spesso questa rimane soltanto una invocazione. A noi costruire le condizioni affinché la nostra parola d’ordine congressuale divenga cultura di massa, condivisa e praticata”.
 

In Italia, i tagli alla sanità e scuola stanno portando danni già da alcuni anni. Oggi sono in molti a non permettersi neppure il ticket per prestazioni e farmaci. Un sistema universale di protezione sociale alla disoccupazione, alla perdita della casa, all’impossibilità temporanea di ripagare i debiti praticamente non esiste.

L’austerità che uccide

Un buon sistema sanitario, una scuola di alto livello e un efficace sistema di protezioni sociali. Il sogno di ogni popolo. La vera ricchezza di un paese.
 Tuttavia, si pensa comunemente che questi siano dei traguardi per un paese con un alto benessere economico. Quante volte dalla voce dei media siamo stati deliziati dai sistemi sociali di paesi come Norvegia, Svezia o Germania. “Mah, sono ricchi”, è la reazione piu’ spontanea.
Ebbene no, questo è il nuovo paradigma. E’ proprio l’investire in sanità, scuola e protezione sociale ciò che crea le condizioni per la crescita dell’economia, l’innescarsi di un circolo virtuoso che porta ad un miglior benessere complessivo, economico e sociale. Esattamente l’opposto di quanto comunemente si pensi. In altre parole, l’impatto economico degli investimenti in questi tre settori sembra essere di molte volte superiore all’impatto economico ottenuto investendo in altri settori, come banche, finanza o difesa.
Ebbene sì. Ora ne abbiamo le prove, l’evidenza scientifica per dimostrarlo. Grazie a due ricercatori che hanno appena pubblicato i risultati della loro ricerca. David Stuckler, economista sanitario dell’Università di Oxford e Sanjay Basu, epidemiologo dell’Università di Stanford, portano dati inconfutabili dell’effetto dell’austerità sulla salute della gente e di come invece investendo in questi settori strategici giovi alla ricrescita economica di un paese (“The Body Economic, why austerity kills” published by Allen Lane, 2013), specialmente in periodi di crisi come quello che stiamo attraversando.
Gli autori hanno iniziato la loro analisi ben prima della recente crisi e hanno preso in considerazione gli effetti sulla salute delle precedenti grandi crisi mondiali: la grande depressione americana, il brutale passaggio dell’ex Unione Sovietica nell’economia di mercato, la crisi bancaria Svedese nei primi anni 90 e le riforme tedesche del mercato del lavoro agli inizi degli anni 2000 fino alla recente crisi economica negli Stati Uniti e in Europa.
Questo studio evidenzia come un brusco colpo alla disponibilità finanziaria di un individuo dovuto alla perdita del lavoro, della casa o a grossi debiti causi severi problemi sul suo stato di salute, con una intrigante relazione causa-effetto. Per esempio, il numero di suicidi e depressioni aumenta in modo considerevole, così come il numero di infezioni, di morti da polmonite e di casi di HIV. E’ ora possibile quantificarli con precisione.
 Per esempio, ad ogni $100 dollari per capita investiti in protezione sociale corrispondono circa 20 morti in meno per 1000 nascite, 4 suicidi in meno per 100,000 abitanti, 18 morti in meno per polmoniti e così via.
Ma i dati dimostrano che mentre in alcuni paesi la politica ha saputo affrontare il problema investendo in protezione sociale, sanità e scuola gettando le basi per la ricrescita, in altri dove si è pensato solo a tagliare costi per far fronte ai conti pubblici e al debito, dove si è creduto di più alla strategia dell’austerità, le conseguenze appaiono vere e proprie tragedie, sia sulla salute che sull’equità sociale che soprattutto sui tempi di ricovero dell’economia.
Infatti, a questi investimenti corrisponde poi una evidente ripresa economica. Un esempio è dato dall’Inghilterra nel dopoguerra: a fronte di un debito pubblico al 200% del Pil, lo stato reagì non con tagli alla spesa ma con investimenti sul welfare, spianando la strada a decenni di prosperità che videro il debito pubblico dimezzarsi nell’arco di 10 anni. Oppure si prenda l’Islanda pochi anni fa, quando fu duramente investita dalla crisi finanziaria e bancaria: le tre più grosse banche del paese fallirono e il debito pubblico raggiunse l’800% del Pil, il dato peggiore dei paesi europei. Innanzi alle forti proteste popolari, il governo fu costretto al referendum, da cui risultò che il 93% della popolazione era contraria ad investire nel salvataggio delle banche a spese dei sistemi di protezione sociale e sanità. Si decise quindi di mettere più soldi in sanità, educazione, abitazioni e programmi di ri-inserimento lavorativo. Ora, dopo pochi anni, il Pil cresce a più del 4% e la disoccupazione è scesa sotto al 5%, tra i dati migliori dei paesi europei.
In Finlandia, Svezia, Islanda quindi e in tutti quei paesi che hanno concretamente adottato misure di protezione della propria gente in periodi economicamente bui, i dati dello studio non dimostrano alcun incremento dei problemi di salute ma piuttosto un miglioramento. In altri, Grecia, Spagna, Italia il peggioramento è evidente.
Secondo gli autori, è semplicemente una questione di scelta politica. Quando i politici parlano all’infinito solo di debito e deficit, non prendono in considerazione il “costo umano” delle loro decisioni. Si basano sull’ideologia invece che sull’evidenza scientifica, un’ideologia che – è proprio il caso di dirlo – uccide.
Presentando l’evidenza scientifica dello studio ai parlamentari svedesi, la risposta fu: “Perché ci dite tutto questo? Lo sapevamo già, ed è per questo che abbiamo rinforzato i programmi di protezione sociale, l’educazione, la sanità. Ma in Grecia la reazione dei politici fu invece quella di scaricare su altri le responsabilità. La Troika aveva infatti già deciso per loro, ponendo – ad esempio – in modo totalmente arbitrario un tetto alla spesa sanitaria: 6% del Pil, molto meno che in ogni altro paese europeo e senza basi scientifiche di alcun tipo. Un taglio alla sanità deciso dai banchieri. Il risultato è noto a tutti in termini di suicidi, depressioni, infezioni, malnutrizione, mancanza di farmaci e accesso al sistema sanitario.
Questo studio rappresenta la prova che i costi dell’austerità possono e anzi devono essere calcolati in termini di vite umane. Dimostra che l’austerità di per se in periodi di crisi economica uccide.
 In Italia, i tagli alla sanità e scuola stanno portando danni già da alcuni anni. Oggi sono in molti a non permettersi neppure il ticket per prestazioni e farmaci. Un sistema universale di protezione sociale alla disoccupazione, alla perdita della casa, all’impossibilità temporanea di ripagare i debiti praticamente non esiste.
Non è troppo tardi per fare le scelte giuste, ma è decisamente urgente stabilire quali siano e debbano essere le priorità, per il bene commune, per il bene di un paese intero.

Dr Luca Li Bassi
 Medico Chirurgo. Specialista in Management Sanitario e in Salute Pubblica
29/5/2013 www.ilfattoquotidiano.it

Ma chi è veramente questo Grillo?

Le farneticazioni del "Grillo parlante"

Lo sapevate che via dei Condotti, via Montenapoleone e le spiagge dorate delle Maldive brulicano di pubblici dipendenti e di pensionati? Ebbene sì, docenti, infermieri, vigili del fuoco ed ex metalmeccanici fanno proprio la bella vita di privilegiati dall'alto dei loro 1200 euro al mese di salario e/o dei loro 800 euro in media di pensione, ottenuti facendo andare avanti ogni santo giorno questo paese e producendone anche il pil! Che canaglie! E tutto a discapito dei poveri lavoratori autonomi ( avvocati, medici privatisti, notai, consulenti e commercialisti vari, ecc. ecc.) e udite udite, dei poveri imprenditori piccoli e medi, che per sopravvivere risparmiano sui contributi previdenziali dei loro dipendenti(45 miliardi di evasione), sulla sicurezza (un morto sul lavoro ogni 8 ore) ed evadono insieme agli "autonomi" qualcosa come 180 miliardi di euro l'anno... E se docenti, vigili del fuoco & soci mollassero un pò di privilegi a favore di autonomi e imprenditori ? Certo ci sarebbe più giustizia....Ma cos'è questa un'agenda di governo subliminale?
Ma chi è veramente questo Grillo? Un semi analfabeta politico preso dal delirio di onnipotenza, un pericoloso sfascia carrozze istituzionali, un miliardario di nuova generazione che vuole migliorare il "suo" capitalismo o semplicemente un provocatore che sta con la parte più sporca di confindustria? Non è dato saperlo al momento, ma una cosa è certa, dobbiamo guardarci dalle sue farneticazioni: hanno un sapore antico che sa di sfruttamento e di evasione fiscale a mezza strada tra il partito liberale di Malagodi e l'Msi di Almirante.

Enzo Amato
29/05/2013 www.liberazione.it

lettera aperta. La giustizia è uguale per tutti vero, ma i fatti dimostrano il contrario perchè sia le Forze dell'Ordine che Equitalia vi dimostrate forti con i deboli e debolissimi con i forti ed i potenti!

Equitalia: Una storia di ordinaria vessazione (verso i deboli)

Scrivo questa lettera per mio padre, pensionato di 76 anni. Bellissima sorpresa alle 13,15 di oggi martedì 28 maggio 2013. Suona il postino che dice di scendere a firmare per una raccomandata. Ci va mio padre e torna su abbastanza angustiato perchè ritira una raccomandata di Equitalia.
Cominciamo a leggere (potreste anche scrivere un pò con termini più semplici, visto che spesso chi riceve le lettere sono anziani o persone di non grandissima cultura), comunque capisco che la Polizia Municipale di San Giorgio di Piano(BO) ha dato mandato ad Equitalia di riscuotere una multa di 80 euro (secondo loro non pagata del 2009). Incavolati neri ci mettiamo alla ricerca di documenti (fortuna che i miei genitori non buttano nulla).
Troviamo il verbale della multa con relativo bollettino di pagamento, quindi telefono al numero verde e pur rimanendo abbastanza calmo dico quello che penso, lamentandomi del tempo che dovrò perdere per andare a dimostrare che ho pagato per un vostro errore, ed anche dello spaghetto che fate venire a due pensionati che si vedono arrivare una cartella Equitalia per una multa di 33 euro 4 anni dopo (mi ha risposto che hanno 5 anni di tempo). Così domani mattina (perchè al pomeriggio è chiuso) dovrò recarmi all'ufficio della Polizia Municipale di San Giorgio di Piano (BO) e speriamo che il tutto si concluda lì! Oggi mercoledì 29 maggio 2013 ci rechiamo al Comando di Polizia di San Giorgio di Piano alle ore 9,00 e consegniamo i documenti allo sportello, il responsabile guarda al computer la pratica e ci dice che risulta che abbiamo pagato un acconto della multa di 33 euro invece di 38. Allora abbastanza arrabbiati guardiamo il verbale originale scritto a mano dove si vede abbastanza male la cifra di 38 e si può confondere con un 33.
Quindi sempre più arrabbiati chiediamo il perchè non ci avete comunicato subito od almeno entro i 60 giorni che la multa non risultava saldata visto che l'avevamo pagata il giorno in cui l'infrazione era stata commessa e la risposta è stata che hanno 5 anni di tempo per rivendicarla.Allora gli rispondiamo che pagare subito il giorno dopo anche se sbagliando importo non basta a dimostrare che si vuole pagare? E poi cosa aspettate 4 anni a contestarmela così da una mancanza di 5 euro mi venite a chiedere 80 euro? La risposta è stata io non posso fare niente,al massimo le posso fare la richiesta di annullamento della pratica da inoltrare al Comandante che poi la comunicherà ad Equitalia che poi deciderà se accettare o meno! Ecco come siamo messi in questo bel Paese, le Forze dell'Ordine che ti contestano le infrazioni, poi demandano ad Equitalia la riscossione (invece di farla loro) e la cosa che più mi dà fastidio che si sente a pelle che partono dal principio che noi cittadini siamo tutti colpevoli a prescindere, senza nessuna scusante o comprensione minima!
Mi chiedo invece come sarebbero stati più zelanti invece se avessero avuto a che fare con una multa che ne sò a Montezemolo o Marchionne! La giustizia è uguale per tutti vero, ma i fatti dimostrano il contrario perchè sia le Forze dell'Ordine che Equitalia vi dimostrate forti con i deboli e debolissimi con i forti ed i potenti! Mi sono permesso di dare un consiglio anche al poliziotto al computer, gli ho detto che dal sito del Comando di Polizia di San Giorgio di Piano tolga la frase scritta in grande "Al servizio dei cittadini" perchè credo sia fuori luogo ed inappropriata!!!

Tugnoli Carles
Cento (Fe)
29/05/2013 www.liberazione.it

22 maggio 2013

Paolo Ferrero: «È morto don Gallo. Il vuoto che lascia nelle nostre vite è grande quanto la sua carica umana, la sua simpatia, il suo impegno. Ciao compagno Gallo, la terra ti sia lieve. Un abbraccio a tutti gli amici e le amiche della Comunità di S.Benedetto al Porto».


Stay foolish, stay hungry. Cioè Don Gallo

Quell'autentico "pazzo" di Don Gallo. Da prete prete ne ha combinate così tante che ha finito per diventare, se non la pecorella smarrita, la pecora nera del cardinal Siri. Che infatti lo mise al bando, lo relegò in cattività, gli tolse il posto.

Quel grande "pazzo" di Don Gallo che, da prete prete, osava dire cose inaudite. Tipo: «Quando dò da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo. Ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista». Tipo: «Alla fine, Dio non ci chiederà se siamo stati credenti, ma se siamo stati credibili». Quell'incredibile "pazzo" di don Gallo che osava richiamarsi, nelle parole e nei fatti - figurarsi, nel 2000! - a quell'altro fantastico "pazzo" di don Milani, quel rivoluzionario della "Lettera a una professoressa".

Un "pazzo" tale, che da "pazzo" se ne è andato. Felice di esserlo, stay foolish stay hungry: ciao Don Gallo, noi ti diciamo grazie. Don Gallo, ma anche "compagno" don Gallo: «Compagno, questa parola mi piace», diceva. Don Gallo, con la sua faccia scavata, il suo sguardo severo, l'eterno mezzo toscano tra le labbra, il cappello a larghe tese da anarchico.

«Angelicamente anarchico», si proclamava infatti lui (è anche il titolo di un libro che ha scritto nel 2005 ). Anarchico fino in fondo, irriducibile ribelle. Era il marzo 2013, e lui è sempre lì a dire le sue parole-contro, in quella città del Nord che è quasi una piccola capitale leghista. «Avevo 17 anni e un mese quando è nata la democrazia in Italia e adesso che sono vecchio non la voglio vedere morire». Lì che canta e fa cantare "Bella Ciao", per poi passare in rassegna con lucida veemenza la "scandalosa" situazione politica che ha sott'occhio. «Oggi abbiamo un nuovo governo, ma dov'è il popolo nel nuovo governo?». Il popolo non c'è, perché, lo vedete, «un governo c'è, ma da sempre è quello delle banche».

Ancorché prete, pericolosissimo. E infatti hanno tentato in vari modi di fargliela pagare, a quel «prete che si è scoperto uomo».

Andrea Gallo nasce a Genova il 18 Luglio 1928, diventa sacerdote nel 1959, e l'anno dopo è già cappellano sulla Garaventa, la nave-scuola dove vanno a finire «i piccoli delinquenti». È un riformatorio per minori, la Garaventa; ma quando arriva quel prete nuovo che si è formato tra i salesiani e che, oltre don Bosco, ammira e segue il don Milani dei poveri e degli emarginati, lì dentro cambia tutto. Spariscono "i piccoli delinquenti", i ragazzi ridiventano ragazzi, magari difficili, ma sempre ragazzi; quel prete "pazzo" bandisce ogni forma di coercizione, pena e repressione; lui adotta la rieducazione basata sulla libertà, la generosità, la comprensione. L'umanità. Quei "piccoli delinquenti" ai quali lui consente di uscire, persino di andare al cinema, di autogestirsi, persino di sentirsi rispettati.

È il primo scandalo di don Gallo. I suoi superiori si seccano, dopo tre anni lo rimuovono dall'incarico senza fornirgli spiegazioni; e lui lascia i salesiani: «La congregazione - dirà poi - si era istituzionalizzata e mi impediva di vivere pienamente la vocazione sacerdotale».

È quindi inviato a Capraia e nominato cappellano del carcere; e due mesi dopo viene destinato in qualità di vice parroco alla chiesa del Carmine, a Genova; dove rimarrà fino al 1970.

Ma anche da lì quell'anomalo di don Gallo viene "trasferito". Per ordine diretto del cardinal Siri. La sua predicazione è un altro scandalo, il cardinale è furioso. «I suoi sermoni - è l'accusa - non sono religiosi ma politici, non cristiani ma comunisti». E per di più quel prete sovversivo non si limita solo a predicare; addirittura mette in pratica quello che dice. Inaudito, la sua parrocchia, oltre che la casa di Dio, diventa la casa di tutti, poveri, emarginati, neri, sessantottini, militanti di sinistra inclusi. Inaudito. Arriva persino, in una sua scandalosissima predica, a prendere le parti di quei reprobi scoperti a frequentare una fumeria di hashish. Eegregi sepolcri imbiancati, osa dire!, guardate che ci sono in circolo droghe ben peggiori di cui nessuno parla mai. Per esempio «quelle del linguaggio, grazie alle quali un ragazzo può diventare "inadatto agli studi" se figlio di povera gente; oppure un bombardamento di popolazioni inermi può diventare "azione a difesa della libertà"».

È il colmo, don Gallo deve andarsene. Quel prete che non piace a Siri piace però moltissimo ai suoi parrocchiani, ai cittadini, alla gente; ci sono proteste, cortei e striscioni, ma la Curia è inamovibile, don Gallo deve andarsene. E così è, anche perché lui è testardo e persevera (diabolicamente) a proclamare sempre quello: e cioè che bisogna lavorare e combattere per i poveri, per gli ultimi, «per quella gente che non conta mai». Insomma, è chiaro, quel don Gallo «è oramai sfacciatamente comunista».

Fuori. Se ne deve andare. E comincia la terza vita di don Gallo. Qualche tempo dopo infatti viene accolto dal parroco di San Benedetto al Porto, don Federico Rebora, e insieme a un piccolo gruppo dà vita ad una comunità di base, la Comunità di San Benedetto al Porto, Genova. E nella "sua" comunità ne combina più di Carlo in Francia.

In segno di protesta contro la stupida legge, si prende lo sfizio di mettersi a fumare uno spinello in pubblico, addirittura all'interno del Palazzo comunale, facendosi appioppare la debita sanzione. È amico degli scandalosi Vasco Rossi, Piero Pelù, Modena City Ramblers; con tutta la sua Comunità scende in campo a sostegno del Movimento No Dal Molin, mai più basi militari Usa in Italia, e sempre manterrà tale impegno. È coi 130 mila nel corteo del 2007; ed è la sua Comunità che nel 2009, insieme ad altri 540, decide di acquistare il terreno dove ha sede il Presidio Permanente No Dal Molin (a scanso di brutti tiri).

Quello scandaloso don Gallo; è sempre lui che partecipa al primo V-day di Grillo; nonché al Pride Gay di Genova; e perfino alla presentazione del primo Calendario Trans della storia italiana.

Sempre lui che predica in favore di Marco Doria a sindaco di Genova, nonché di Vendola nelle primarie Pd. Sempre lui che - terribile! - precisamente il giorno 8 dicembre 2012, terminata la celebrazione della messa per il 42º anniversario della Comunità di San Benedetto al Porto, all'interno della chiesa medesima e insieme ai fedeli, si mette a cantare "Bella ciao" e, come se non bastasse, si slaccia il fazzoletto rosso che ha al collo e lo fa sventolare! Non ci crederete, ma ne vien fuori un video che fa il giro dell'Italia, un gran successo.

Per quanto “voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti”. Erano le parole di una canzone di De Andrè che gli piacevano moltissimo. E infatti sono le stesse che aprono “Storia di un precariato”, lo spettacolo messo in scena dalla band reggiana, i Desamistade, a cui lui partecipa. Storia e vita di un precario, uno dei nuovi esclusi, uno dei "suoi" ragazzi, vittime di quel «dramma generazionale», di quel «disordine dei sogni», che lui, il prete "pazzo", non smetterà mai di denunciare.

"Come un cane in Chiesa. Il Vangelo respira solo nelle strade" (Milano, Piemme, 2012), è uno dei suoi ultimi libri, ne ha scritti ben 19. Raccontò se stesso alla quinta edizione del Parma Poesia Festival: «Sono un prete da marciapiede».

Vita di un prete "pazzo", tutta «in direzione ostinata e contraria». Bellissima vita, don Gallo.

Maria R. Calderoni

22/05/2013 www.liberazione.it

21 maggio 2013

Mentre da una parte è stata depositata la proposta di inasprire le pene per chi viene “pizzicato” ad occupare una casa, dall’altra viene chiesto il dimezzamento per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa.


Questo è il Parlamento italiano: pene minori per i mafiosi e inasprimento per chi occupa una casa

A volte il diavolo ci mette la coda. E quando lo fa seriamente vengono fuori certi teatrini davvero gustosi. Per carità, parliamo sempre di politica, campo in cui al peggio non c’è mai fine. E’ qui che il “gustoso” può facilmente trasformarsi nell’”orrido”. Questi esimi parlamentari, sostenitori, chi più chi meno, di un “governo-farsa”, sono stati capaci di formulare due proposte di legge davvero singolari, soprattutto se ci si esercita nel difficile compito di trovarvi una ratio.
Ebbbene, mentre da una parte è stata depositata la proposta di inasprire le pene per chi viene “pizzicato” ad occupare una casa, dall’altra viene chiesto il dimezzamento per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Cioè, mentre il paese esplode, e la povertà sta raggiungendo livelli senza precedenti, la pensata è quella di liberare i mafiosi e mettere in galera chi cerca di dare una risposta a un bisogno primario, quello dell’abitare. La prima legge è stata firmata dalla Lega Nord e la seconda dal Pdl. Nella premessa alla legge contro le occupazioni si evidenzia che nel tentativo di tutelare più efficacemente il diritto di proprietà e il possesso degli immobili, la “presente proposta di legge propone di modificare la pena stabilita per il reato di invasione di terreni o di edifici” e la giustificazione sarebbe data da alcuni recenti fatti di cronaca e da una giurisprudenza che tutela lo stato di necessità dei cittadini.
Infatti, si sottolinea che “i recenti fatti di cronaca evidenziano il pericolo che l’occupazione di immobili, soprattutto quando si tratta di alloggi abitativi, corra il rischio di restare impunita dal momento che il 'diritto all’abitazione' viene considerato tra i beni primari collegati alla personalità e, come tale, rientrante tra quei diritti fondamentali della persona tutelati direttamente dall’articolo 2 della Costituzione. In proposito, infatti, la Corte di cassazione ha ritenuto che l’occupazione abusiva di un’abitazione fosse giustificata, facendo leva sia sulle condizioni di indigenza, che non consentono di rivolgersi al mercato libero degli alloggi, sia sullo stato di necessità. riferito al diritto all’abitazione e al diritto alla salvaguardia della salute. Pur nella consapevolezza che i problemi relativi alla penuria degli alloggi e al sistema degli sfratti non possono essere trascurati, riteniamo tuttavia che alla luce dei recenti orientamenti giurisprudenziali si renda necessario intervenire in materia. Ciò anche in ragione del fatto che il limite di due anni della sanzione detentiva rende possibile usufruire del beneficio della sospensione condizionale della pena”.

Fabio Sebastiani

Gli strateghi che hanno concepito questa macchina da guerra globale non si sarebbero però mai aspettati che gli abitanti di una cittadina siciliana, Niscemi, avrebbero osato resistere

Muos, Niscemi resiste ai giochi di guerra

 La Lockheed Martin – compagnia aerospaziale e di «sicurezza globale» con 120mila dipendenti e vendite nette per 50 miliardi di dollari annui – ha appena consegnato il secondo satellite Muos a Cape Canaveral, da dove sarà lanciato a luglio. Il primo satellite è già operativo dal 2012. L’intera costellazione di quattro satelliti di questo nuovo sistema di comunicazioni della U.S. Navy sarà in orbita entro il 2015. Intanto la General Dymanics – altro gigante dell’industria bellica, con 90mila dipendenti e vendite annue per oltre 30 miliardi di dollari – costruisce le quattro stazioni terrestri del Muos: due in territorio Usa, in Virginia e nelle Hawaii, una in Australia e una in Sicilia. Dotata ciascuna di tre grandi parabole di 18 metri di diametro. La General Dynamics sta fornendo alle forze Usa le prime radio portatili An/Prc-155: degli smart phones per la guerra che, attraverso il Mobile User Objective System ad altissima frequenza, trasmettono in modo criptato, simultaneamente, voce, video e dati in streaming. Con il secondo satellite, il sistema sarà utilizzabile da oltre 20mila degli attuali terminali: successivamente essi saranno sostituiti con i nuovi, che trasmettono una mole di dati 16 volte superiore. Sottomarini e navi da guerra, cacciabombardieri e droni, veicoli militari e reparti terrestri saranno così collegati a un’unica rete di comando e comunicazioni, mentre sono in movimento, in qualsiasi parte del mondo si trovino.
 Gli strateghi che hanno concepito questa macchina da guerra globale non si sarebbero però mai aspettati che gli abitanti di una cittadina siciliana, Niscemi, avrebbero osato resistere. Quando il progetto Muos viene varato dalla Lockheed nel 2004, è il governo Berlusconi che autorizza segretamente a installare in Sicilia una delle stazioni terrestri. Viene scelta Sigonella, ma uno studio realizzato da una società statunitense avverte che le fortissime emissioni elettromagnetiche delle antenne possono far esplodere gli ordigni presenti nella base. Viene quindi scelta Niscemi, dove c’è già un centro Usa di trasmissioni radio navali con 41 antenne. Il nulla osta viene dato, sempre segretamente, dal governo Prodi e, nel 2007, la Regione Sicilia dà luce verde all’installazione. Non la danno però gli abitanti e il Comune di Niscemi, consapevoli dei danni sanitari delle emissioni elettromagnetiche. Nasce il movimento popolare No Muos che si diffonde anche nei comuni limitrofi e, lo scorso marzo, il nuovo presidente della Regione Rosario Crocetta revoca definitivamente l’autorizzazione per il Muos di Niscemi.
 Scatta a questo punto la controffensiva. Le azioni non-violente degli attivisti No Muos vengono duramente represse e condannate dall’ambasciata Usa a Roma e dal ministero italiano della difesa, che porta il Comune di Niscemi innanzi al Tar chiedendo un grosso risarcimento per l’interruzione dei lavori. Mentre si aspetta il responso dell’Istituto superiore di sanità (da cui c’è poco da aspettarsi) e il fisico John Oetting della Hopkins University assicura che le antenne Muos emettono meno radiazioni di un forno a microonde, parlamentari Cinque Stelle, dopo aver visitato l’installazione, garantiscono che «i lavori sono fermi e i parametri mostrati dal console Moore sono al di sotto dei limiti di pericolosità». Dichiarazioni contestate dai manifestanti che, con scritte tipo «No war in Syria» e «Contro il Muos per un Mediterraneo di pace», dimostrano che la loro è anche una resistenza alle politiche di guerra.

Manlio Dinucci

16 maggio 2013

Avanza, senza pudore alcuno, la strategia della tensione e delle minacce a uomini e donne che camminano eretti. Caro Checchino siamo con te, senza SE e senza MA.. Pedinato per un mese il redattore di Liberazione. La solidarietà immediata di Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista

Quella golf nera che seguiva Checchino Antonini
«Apprendiamo che il giornalista Checchino Antonini, già cronista di Liberazione, sarebbe stato pedinato per un mese. Mi chiedo se quest’episodio inquietante sia opera di personaggi fuori da ogni controllo. Se davvero il pedinamento non rientra nelle normali attività giudiziarie allora si può parlare di spionaggio o di intimidazione, nel caso in cui i pedinatori abbiano voluto farsi scoprire. Antonini è uno dei giornalisti più attivi nelle denunce di “mala polizia" e della repressione, ha scoperchiato su Liberazione casi come quelli degli omicidi di Federico Aldrovandi, Aldo Bianzino, Giuseppe Uva e Stefano Cucchi e ultimamente si è occupato di uno strano suicidio, quello dell'agente dell'Aise Barba o anche di alcuni episodi di spese indebite da parte di alcuni uffici dei servizi».
Così Paolo Ferrero commenta a caldo le rivelazioni del sito Globalist.it a proposito del pedinamento subìto dal nostro redattore Checchino proprio mentre era impegnato nella realizzazione dei primi numeri dell'edizione on line di questo giornale.
«Qualcuno ha pedinato e probabilmente spiato il giornalista Checchino Antonini per circa un mese. Più o meno da metà gennaio e metà febbraio - scrive il sito - Chi? Perché? Su ordine di chi? Domande al momento senza risposta sulle quali, prossimamente, dovrebbero essere presentate interrogazioni parlamentari.
Checchino Antonini, attualmente candidato al Campidoglio con la Repubblica Romana di Sandro Medici, è un giornalista di inchiesta che si è occupato in questi anni di vicende scomode o dai contorni inquietanti. Lui, ad esempio, è stato uno dei principali animatori della battaglia di verità che ha fatto emergere i retroscena della morte di Federico Aldrovandi e tutti i tentativi di insabbiare l'omicidio.
E' capitato, così, che per un mese intero qualcuno, forse una squadra, gli sia stato alle calcagna, seguendolo nei suoi spostamenti. Troppa insistenza per non essere notati. Ed è emerso che i misteriosi spioni seguivano Checchino Antonini utilizzando una Golf nera in cui primi numeri erano EN57. Il giornalista usciva di casa e la macchina era parcheggiata nei dintorni. Andava da qualche parte ed ecco comparire, nei dintorni, la misteriosa Golf nera. Uno degli occupanti si chiamava François: almeno così un testimone ha sentito qualcuno chiamarlo con quel nome francese.
Questi, più o meno i fatti. Magari qualcosa di più sarà raccontato nei prossimi giorni.
Restano le domande iniziali. Chi, perché, su ordine di chi.
Prima ipotesi: Checchino Antonini è finito sotto inchiesta della magistratura per qualche ignoto motivo e i pedinamenti sarebbero una corretta attività della polizia giudiziaria. Ma si può escludere questa ipotesi non solo perché Antonini non è un terrorista o persona dedita a commettere reati o a far parte di associazioni a delinquere, ma per il fatto che la Golf nera, a quanto pare, risulta di proprietà di un autonoleggio. La polizia giudiziaria, però, non si avvale si autonoleggi. Questa è roba che fanno i servizi segreti o gli investigatori privati. Al limite qualche gruppo eversivo/criminale, ma non userebbero l'autonolo. E quindi pensare che il giornalista sia stato illegittimamente seguito è molto più che un'ipotesi ragionevole. Come è ragionevole pensare che all'origine di questa attività di spionaggio interno ci sia qualcosa di scomodo che Checchino Antonini ha scritto negli ultimi mesi. Che ha dato fastidio. Molto fastidio. Visto che avere alle costole una squadretta per un tempo così lungo costa. Costa molto. Roba da fondi riservati o da committenti danarosi.
Chi ha pedinato Checchino Antonini? La parola al Parlamento. O al Copasir.

Blasco (Red)
16/05/2013 www.liberazione.it

L’Italia si prepara ad affrontare una nuova guerra. E soprattutto nuove, ingenti spese militari (mica potremo tirarci indietro!), proprio mentre il paese, strangolato dalle politiche di rigore, versa in condizioni economiche disastrose, ormai sprofondato nella recessione più nera; e proprio mentre il governo non sa dove trovare le risorse minime per rifinanziare la cassa integrazione straordinaria, risolvere il problema degli esodati

L'Italia è in recessione, ma per la guerra i soldi si trovano sempre
Sostiene Emma Bonino, ministro degli Esteri nel governo Letta, che beh, gira che ti rigira, alla fine anche in Siria è lì che si dovrà andare a parare: istituire una no fly zone. Che, guardata distrattamente, può sembrare una strategia per imporre il cessate il fuoco a tutti i contendenti, mentre in realtà è un modo diplomatico per dire che la Siria andrà bombardata perché si possa “imporre” la pace. Infatti, istituire una no fly zone, come si è visto in Libia, non è esattamente un’operazione pacifica. Se ci fossero dubbi, bastano le parole dell’allora segretario alle difesa Usa: «Chiamiamo le cose con il loro nome - aveva detto Gates alla vigilia dell’attacco a Gheddafi nel 2011 - Una no fly zone inizia con un attacco contro la Libia per distruggere le sue difese aeree. Solo dopo un attacco così sarebbe possibile far volare i nostri aerei sul paese senza timori che i nostri uomini vengano abbattuti».
Ovviamente si preferisce non spiattellarlo ai quattro venti, ma piuttosto mettere l’accento sulla “conferenza di pace” che Usa e Russia stanno preparando per giugno. Però, solo il fatto di parlarne e di considerare l’istituzione della no fly zone come un’opzione inevitabile segnala che la strada diplomatica non sarà perseguita con convinzione (almeno dalle maggiori potenze occidentali).
Il che vuol dire anche che l’Italia si prepara ad affrontare una nuova guerra. E soprattutto nuove, ingenti spese militari (mica potremo tirarci indietro!), proprio mentre il paese, strangolato dalle politiche di rigore, versa in condizioni economiche disastrose, ormai sprofondato nella recessione più nera; e proprio mentre il governo non sa dove trovare le risorse minime per rifinanziare la cassa integrazione straordinaria, risolvere il problema degli esodati, fare investimenti che rilancino la crescita, ridurre almeno un po’ le tasse su lavoratori e imprese.
Nuove spese militari, quando ancora dobbiamo pagare quelle vecchie. Chi si ricorda dell’Afghanistan? Lì, la situazione è sempre più fuori controllo, con gli attacchi contro le truppe Nato che si susseguono, senza che nessuno (nemmeno gli americani) sia più in grado di dire quando sarà possibile chiudere la missione i cui costi continuano a crescere. Insomma, un (mezzo?) fallimento, un pantano da cui non si sa come uscire. Ebbene, per quella missione, l’Italia dovrà pagare la sua parte fino al 2017 (e non più solo fino al 2014) per l’addestramento dell’esercito afghano: 480 milioni di dollari (circa 360 milioni di euro), in tre tranche da 160 milioni (per gli anni 2015-2016-2017; per il biennio 2013-2014, la spesa dovrebbe aggirarsi sui 120-150 milioni) cui si devono aggiungere, ovviamente, i costi di partecipazione alla missione (cioè le spese per i nostri soldati, materiali, logistica, ecc).
Almeno questo è il calcolo del Gao (Governement accountability office), una specie di Corte dei conti Usa, che ha redatto un rapporto (anticipato da Lettera43) piuttosto allarmante, non solo per quanto riguarda i risultati concreti della missione in Afghanistan, ma soprattutto per l’impossibilità di valutare i costi futuri dell’operazione. Che, sottolinea il rapporto, sta mancando l’obiettivo di rendere «indipendenti» i soldati afghani, per cui, per ora, è impossibile parlare di ritiro delle truppe straniere. Allo stesso tempo, la situazione sul campo si fa più pericolosa per i soldati stranieri, esposti a continui e crescenti attacchi non solo dei talebani, ma persino degli stessi soldati afghani, che sempre più spesso (per stress o convinzioni religiose, dice il rapporto) aprono il fuoco contro i soldati Nato, con crescente numero di feriti e morti. Per non dire che l'escalation di violenza talebana non  accenna a diminuire: giusto oggi un attentato suicida nella parte orientale di Kabul ha fatto 15 morti e almeno 38 feriti. Fra le persone decedute gli stranieri sono sei, di cui due soldati internazionali e quattro contractor. Nel mirino c'era un convoglio Isaf.
Ovviamente, concentrata solo sulla sicurezza, la missione ha totalmente fallito sul versante della ricostruzione: finora le spese militari hanno assorbito il 77% del budget (e così sarà per i prossimi cinque anni, prevede il rapporto del Gao), mentre a fini umanitari è andato un misero 3%. Qualcuno lo dica a Bonino.

Romina Velchi

14 maggio 2013

Questo permetterà ai ricchi, ai centri di potere, alle classi dominanti spalmate equamente su centrodestra e centrosinistra, di occupare tutto lo spazio pubblico, di monopolizzare l’informazione, di negare visibilità a tutto ciò che si muove fuori dal loro omologato recinto, di spegnere ogni opinione non addomesticata. Saimo alla fine della democrazia parlamentare?


La politica come appannaggio e prerogativa dei soli ricchi
Domenica sera, chiusa la comparsata paragolpista di piazza Paolo VI, a Brescia, Berlusconi ha radunato più di 700 (settecento) sostenitori in un ampio salone della Fiera dove, per la modica cifra di 1000 (mille) euro cadauno, i convitati hanno potuto godere del piacere e dell’onore di sedere accanto al Cavaliere per una cena a sottoscrizione in favore del Pdl.
In sole due ore, dunque, il partito di cui Berlusconi è proprietario ha incassato una cifretta che, da sola, consentirebbe a questo nostro piccolo giornale in versione telematica di vivere tranquillamente per un anno intero senza la quotidiana preoccupazione di essere costretto a tirare le cuoia. Questa banale osservazione serve a riattivare l’attenzione di chi legge sul tema del finanziamento alla politica ed anche all’editoria che molti, moltissimi, vorrebbero tout court estinguere (e con ogni probabilità vi riusciranno!) nel nome della trasparenza e della lotta ai privilegi della casta.
Bene, il modesto esempio appena citato, può aiutare a vedere come stanno effettivamente le cose.
Per i benestanti accorsi a bagnarsi l’ugola con un Bersi-Serlini d’annata accanto al Re Sole, quei mille euro rappresentavano meno di nulla, perché l’area avvinghiata al Popolo della libertà ha nei ceti abbienti una parte cospicua della propria rappresentanza sociale. I compagni e le compagne che affidano i loro modestissimi denari a Liberazione sono, si sa, persone che penano a trovare 50 o anche solo 30 euro per sottoscrivere un abbonamento annuale o semestrale, cioè quanto serve per leggere on-line il loro giornale che da tempo non dispone dei mezzi per andare nelle edicole. Si tratta di operai, cassaintegrati, disoccupati, precari, pensionati – spesso con la minima – che costituiscono la base sociale di riferimento del Prc e la parte più numerosa dei nostri lettori e dei nostri sostenitori.
Il loro diritto a dare forma politica alle proprie idee (come prevede l’articolo 21 della Costituzione) e a vederle vivere attraverso la stampa è annichilita e quasi ridotta a zero.
Lo stesso vale, in generale, per l’attività politica, dove l’asimmetria delle risorse e dei mezzi a disposizione è tale da rendere l’esito della partita scontato in partenza.
Qualche settimana fa abbiamo commentato con qualche sarcasmo la pubblicazione, da parte di Matteo Renzi, dei propri finanziatori privati: una lunga lista di possidenti, imprenditori, finanzieri, creatori di hedge found, immobiliaristi e via elemosinando. Tutta gente non avezza alla generosità e che – soprattutto – non fa mai nulla per nulla. Anzi, che dalla politica, quel genere di politica e da quegli attori in commedia, molto si aspetta. E molto ottiene.
Al Pdl e al Pd, e a tutto quello che c’è nel mezzo, i quattrini (privati) arrivano e arriveranno comunque.
Poi ci sono anche i denari pubblici, dati via in eccesso, con criteri laschi e trangugiati voracemente da “professionisti” dell’arrivismo che hanno usato la politica come fonte di arricchimento personale.
I partiti che nutrono questa selva di profittatori ora aboliranno ogni e qualsiasi forma di finanziamento pubblico alla politica e alla stampa. Anche quello che potrebbe risultare da nuove norme, severe e capaci di imporre la rendicontazione di ogni spesa, che nessuno, però, è intenzionato a varare.
Questo permetterà ai ricchi, ai centri di potere, alle classi dominanti spalmate equamente su centrodestra e centrosinistra, di occupare tutto lo spazio pubblico, di monopolizzare l’informazione, di negare visibilità a tutto ciò che si muove fuori dal loro omologato recinto, di spegnere ogni opinione non addomesticata.
C’è ancora il web, si dirà. Ma, francamente, è troppo poco. La politica, quella che fa muovere le masse in una dimensione organizzata, quella che non si accontenta di ridurre la democrazia a referendum via etere, ma si struttura nei territori, nei luoghi di lavoro, che emancipa le classi subalterne nel e col conflitto sociale, è un’altra cosa. Chiede di più, molto di più che la delega totalitaria al leader di turno, abilitato a “spiegarti le tue idee”.

Dino Greco
14/05/2013 www.liberazione.it

Il rapporto di Medu denuncia inoltre la violazione del diritto alla salute e alle cure mediche per gli internati. Non è consentito il trasferimento in strutture sanitarie adeguate neanche a persone con patologie gravi.

Quelle prigioni camuffate chiamate Cie

A 15 anni dalla loro istituzione, i Cie (Centri di identificazione e di espulsione), inizialmente Cpt (centri di permanenza temporanea), vengono bocciati su tutta la linea. Ad evidenziarne limiti e carenze un’indagine compiuta sui centri presenti in tutta Italia da un team di Medu (Medici per i diritti umani). Lo studio, denominato “Arcipelago Cie”, si è svolto nell’arco di un anno, da febbraio 2012 a febbraio 2013. A far scattare la necessità di una indagine approfondita, l’estensione massima della detenzione ammissibile da 6 a 18 mesi.
I risultati dell'analisi sono impietosi e confermano la natura di veri e propri "centri di internamento" dei Cie; strutture che risultano chiuse al mondo esterno e poco trasparenti sul versante della loro gestione contabile.  Luoghi in cui la dignità umana e il diritto alla salute sono violati quotidianamente e in maniera protratta nel tempo. Come per altro dimostrano i ritardi con cui le Prefetture hanno consentito ai team di Medu di effettuare i sopralluoghi e le limitazioni di spostamento e ispezione dei locali destinati ai migranti col pretesto delle “ragioni di sicurezza”. Anche la richiesta di rendicontare le spese dei singoli centri è stata evasa sistematicamente. Per non parlare del tentativo, denuncia Medu, di compiere dei colloqui individuali, spontanei, con gli internati che è stato metodicamente osteggiato o reso difficile per la costante presenza delle forze di polizia.
Secondo Medu, che si tratti non di centri per la mera identificazione (come dice il nome) ma di strutture detentive a prova di evasione è dimostrato da come le strutture sono state realizzate: edifici disposti parallelamente circondati da recinti fatti di sbarre di ferro e reticolati e personale armato posto in punti di guardia a sorveglianza dell’intero campo. Gli “ospiti” sono costretti in spazi oppressivi e inadeguati per dimensione, simili a gabbie per animali. In alcuni centri, come quelli di Torino, Crotone, Modena e Trapani, i migranti sono confinati in aree isolate tra loro. Inoltre i servizi igienici, le mense e le aree ricreative non raggiungono minimamente gli standard di igiene necessari. Oltre a ciò è stato registrato, non solo il malessere dei trattenuti, ma anche quello degli operatori e degli agenti di custodia costretti ad operare in condizioni critiche per insufficienza di personale e mezzi a disposizione.
Ad aggravare la situazione i tagli nei bilanci di gestione. Secondo il ministero dell’Interno la spesa complessiva per i Cie, nel 2011, è stata di 18,6 milioni di euro. Ma è risultato impossibile conoscere i costi delle singole strutture e scorporare i costi del personale e degli agenti da quelli destinati alla gestione e manutenzione ordinaria e straordinaria a seguito delle rivolte. Sta di fatto che la riduzione dei budget sta provocando una diffusa carenza nella fornitura di beni essenziali e di prima necessità come vestiario, lenzuola, prodotti per l’igiene personale. A Lamezia Terme, mancando un servizio di barberia, i trattenuti sono costretti a radersi a vista all’interno di una piccola gabbia di ferro, per prevenire possibili atti autolesionisti.
Il rapporto di Medu denuncia inoltre la violazione del diritto alla salute e alle cure mediche per gli internati. Non è consentito il trasferimento in strutture sanitarie adeguate neanche a persone con patologie gravi. Vi è un abuso nella somministrazione di ansiolitici e “droghe di strada” per curare i disagi psichici. Al personale sanitario pubblico è interdetto all’accesso ai centri e dunque le cure mediche sono demandate alle stesse cooperative che gestiscono i centri con tutti i limiti che ne conseguono.
Non bastasse, l’indagine ha poi rivelato la presenza nei Cie di migranti appena giunti in Italia, richiedenti asilo, cittadini comunitari, stranieri presenti da molti anni in Italia senza un contratto di lavoro regolare o con il permesso di soggiorno scaduto; insomma tipologie differenti da quelle per cui le strutture sono state concepite.
L’indagine “Arcipelago”, insomma, giunge alla conclusione che l’attuale natura dei Cie non risponda minimamente agli scopi dichiarati e che si sia, invece, in presenza di «centri di detenzione e punizione per migranti considerati a priori indesiderati», ciò che associazioni e organizzazioni antirazziste denunciano da tempo. I Cie, denuncia Medu, non sono che «uno strumento di contenimento sociale» come lo erano i manicomi e il sistema messo in atto non è «riformabile né migliorabile»: vanno perciò chiusi tutti i centri di identificazione e di espulsione attualmente operativi in Italia.

Paolo Carotenuto
13/05/2013 www.liberazione.it

Paolo Ferrero, segretario del Prc " A buttare benzina sul fuoco, gridando al ''terrorismo'' ogni volta che succede qualcosa in Val Susa, sono i rappresentanti del governo e tutti i sostenitori della Tav, che come sappiamo raccoglie consensi trasversali, dal Pd al Pdl "

Alfano e Lupi, missione SìTav

Dalli al NoTav. Si è scatenato un putiferio a Torino dopo il raid notturno durante il quale un gruppetto militanti a volto coperto ha sferrato un nuovo “attacco” al cantiere di Chiomonte. Si parla di bottiglie incendiarie, razzi e bengala ma solo un compressore è risultato danneggiato, mentre la polizia che presidia l'area ha risposto con i lacrimogeni disperdendo quasi subito gli assalitori, scappati nei boschi circostanti.
Contro il Movimento è un coro. Si va dal più blando «si è superato il livello di guardia» del Pd al «teppismo intollerabile» di Altero Matteoli, passando per «sono veri e propri terroristi» del presidente della provincia di Torino Antonio Saitta. Per il sindaco della città sabauda, Piero Fassino, si tratta addirittura di «episodi gravissimi che per modalità e violenza richiamano alla memoria stagioni eversive tristi e buie del passato che il nostro Paese non vuole più conoscere». Per non dire, infine, delle parole pesanti del procuratore Giancarlo Caselli: «Ieri notte c'è stato un salto di qualità preoccupante: si è assistito a una vera azione di guerra. Un'azione militarmente organizzata nei dettagli, con un lancio di una quantità industriale di molotov. Non si può far finta di niente. Solo per un caso non c'è scappato il ferito o addirittura il morto. Bisogna intervenire, non può essere solo un problema della magistratura. Devono essere messi in campo interventi adeguati».
La macchina dell'ordine pubblico ha così preso a girare vorticosamente. Alle 18 è convocata d'urgenza una riunione del Comitato provinciale per la sicurezza cui parteciperanno il ministro degli Interni e quello delle Infrastrutture, Angelino Alfano e Maurizio Lupi e i magistrati Caselli e Maddalena, oltre al presidente della Regione Piemonte Cota, il quale sobriamente parla di «atti di guerra». Pugno di ferro, è la parola d'ordine, e pazienza se la contrarietà all'opera è un fatto che riguarda un'intera comunità. «I teppisti e i violenti vanno unanimamente condannati e isolati – ritiene il ministro Lupi - Un'opera a favore della quale, da che è in progetto, si sono impegnati - rimarca Lupi - tutti i governi».
La preoccupazione è che l'affare possa sfumare. Proprio domani alcuni rappresentanti della Ltf, la società responsabile della sezione transfrontaliera della Nuova Linea Torino-Lione, dovevano recarsi a Bussoleno per incontrare la cittadinanza per spiegare l'opera (come se non fosse tutto già abbastanza chiaro). L'incontro è in forse perché Ltf la vuole mettere giù dura, parlando di un'incursione «di carattere quasi terrorista» e di «ennesima aggressione» che mette «nuovamente a repentaglio la sicurezza in cantiere e la vita dei lavoratori». I NoTav avevano predisposto un “comitato di accoglienza” che viene confermato in toto: «Nonostante le voci che si rincorrono da ore non ci sono smentite ufficiali e per giunta anche se ci fossero non riteniamo affidabile certamente come interlocutore Ltf. Per farla breve visti i trucchi, gli inganni, i furti che questa società porta avanti da anni non ci fidiamo minimamente di queste voci di corridoio men che meno di una smentita. Il movimento no tav non si ferma, domani mattina a Bussoleno il ritrovo rimane alle ore 8.00 di fronte alla sala consiliare in via Traforo. Sarà questo un primo momento per i proprietari di terreni per incontrarsi e ragionare insieme sul da farsi per difendere la propria terra, il proprio territorio. Domani sera invece presso il salone don Bunino, in piazza del municipio alle ore 21.00 un’assemblea informativa sulla questione espropri». Dunque mobilitazione e ancora mobilitazione.
«A buttare benzina sul fuoco, gridando al ''terrorismo'' ogni volta che succede qualcosa in Val Susa, sono i rappresentanti del governo e tutti i sostenitori della Tav, che come sappiamo raccoglie consensi trasversali, dal Pd al Pdl - accusa Paolo Ferrero, segretario del Prc - «Noi siamo come sempre al fianco del movimento no Tav. L'alta velocità in Val Susa è un progetto inutile e dannoso, che ha causato la militarizzazione di un'intera valle, tra gli altri danni: il governo lo tagli subito e utilizzi quelle risorse per potenziare il trasporto pendolari». «I veri responsabili e incendiari - concorda Ezio Locatelli, segretario provinciale Prc Torino - sono gli esponenti del governo nazionale e locale che non sanno fare altro che invocare più militarizzazione del territorio. La vera violenza in Val Susa è perpetrata da chi pensa di imporre un'opera distruttiva, totalmente inutile, a qualsiasi costo. Cambino strada - conclude Locatelli - diano ascolto alle istanze della popolazione locale, utilizzino i soldi pubblici non in senso affaristico ma per opere di reale interesse pubblico. Questa è l'unica risposta che possono dare».

14/05/2013 www.liberazione.it

13 maggio 2013

Un governo di tecnocrati astratti lascia dietro di sé guasti inenarrabili. Persino il Corriere della Sera è costretto a lanciare questo allarme: i dipendenti statali ed ex rischiano di non percepire la pensione "grazie" all'accorpamento con l'Inps voluto da Monti per "risparmiare". I dettagli nell'articolo e nel video dal Corsera.

Buco Inpdap, pensioni a rischio grazie a Monti


Il tempo stringe, dice la Corte dei Conti, perché tra poco mancherà la “liquidità indispensabile a gestire la stessa correntezza delle prestazioni”. Ovvero mancheranno i soldi per pagare le pensioni.

Piero Riccardi, Ernesto Pagano
Da quando l’Inpdap, l’Ente di previdenza dei lavoratori pubblici, è entrato a far parte dell’Inps, il suo patrimonio si è più che dimezzato passando dai 41, 3 mld di euro del consuntivo 2011 ai 25,2 mld del preventivo assestato 2012 e ai 15, 4 del bilancio preventivo 2013.
Tanto è grave la situazione da far scrivere al magistrato della Corte dei Conti: “ (l’) azzeramento dell’avanzo patrimoniale in un triennio (va) a incidere sulla liquidità indispensabile a gestire la stessa correntezza delle prestazioni”. Vale a dire sono a rischio le pensioni.
Ma non ci avevano detto che dopo le tre o quattro riforme pensionistiche - Dini, Maroni, Fornero - la sostenibilità del sistema pensionistico italiano era in una botte di ferro?
La colpa di tutti i mali, si sa, per molti italiani sono gli impiegati pubblici. Lavorano poco, sono assenteisti e spesso inefficienti, in pratica “rubano” lo stipendio e ora anche le pensioni. Almeno da quando l’Inpdap, - l’Istituto di previdenza di ministeriali, militari, insegnanti, ospedalieri, ferrovieri, dipendenti di regioni, province e comuni -, è confluito nell’Inps.
Confluenza o meglio dissolvenza dell’Inpdap dentro l’Inps, decisa dal governo tecnico Monti e motivata da una parte con la necessità dell’ennesimo ritocco della riforma delle pensioni stavolta targata Fornero, dall’altra con il decreto SalvaItalia che con l’accorpamento mirava a risparmiare alcune decine di milioni di gestione.
È stato così creato SuperInps, un colosso mondiale di previdenza e assistenza che gestisce un terzo degli italiani, tra pensioni, invalidità, cassaintegrazioni e prepensionamenti. Dopo quello dello Stato italiano il bilancio dell’Inps è il primo in assoluto. Tanto grande che per alcuni i due bilanci si mischiano un po’ troppo.
A capo di questo impero il dottor Antonio Mastrapasqua, commercialista dagli innumerevoli incarichi, nominato nel 2008 dal governo Berlusconi prima come Commissario incorporante le funzioni dell’abolito Consiglio di Amministrazione e poi Presidente, e anche stavolta di un CdA inesistente. Una situazione che da anni la Corte dei Conti stigmatizza come insostenibile, ma talmente inascoltata che alla scadenza del mandato, il 31 dicembre 2012, il governo Monti si è affrettato a prorogare il dottor Mastrapasqua.
«La verità», ci dice Rocco Carannante, consigliere del Civ, il Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’Inps «è che lo Stato da qualche anno usa l’Inps come cassa». Il Civ è l’organo di indirizzo politico dell’Ente, che ha senso se l’interlocutore è un Consiglio di amministrazione che gestisce le scelte, «ma se al posto del CdA c’è un governo monocratico che agisce a suon di determine il sistema duale è fallito. Se pure il Civ dovesse non approvare il Bilancio l’ultima parola è sempre del Ministero del Lavoro che lo approverebbe, dunque il Civ è inutile.»
Parole pesanti quelle del rappresentate Uil in seno al Civ, l’unico, insieme al collega sempre della Uil, che ha votato contro l’approvazione del Bilancio 2013. E qui torniamo all’Inpdap.
Un anno e mezzo fa, quando l’Inpdap fu messa di peso dentro l’Inps, sia il Presidente Mastrapasqua che la Ministra del Lavoro Fornero dissero che i conti erano noti e che tutto era sotto controllo. Appena 10 mesi dopo, il 4 ottobre del 2012, nella relazione al primo assestamento di bilancio 2012, il Civ scrive che l’Inpdap ha un buco di 13 mld, che il buco cresce e che si sta mangiando patrimonio dell’Inps. Perché quel buco? E chi sapeva?
Rocco Carannante: «Fino al 1996 non esisteva una Cassa previdenziale per i dipendenti pubblici e le pensioni venivano pagate direttamente dal ministero del Tesoro. Con la riforma Dini, viene Istituita anche per il Pubblico impiego una cassa, l’Inpdap, a quel punto il Tesoro» spiega Carannante, che è stato a lungo anche consigliere Civ dell’Inpdap «avrebbe dovuto fornire all’Inpdap tutti i contributi passati a carico del datore di lavoro, cioè lo Stato, e continuare a versare i nuovi contributi, calcolo che però non fu mai fatto. Praticamente all’Inpdap di certo entravano solo i parte di contributi a carico dei lavoratori».
Massimo Briguori viene dall’Inpdap, è sindacalista Usb: «Quando l’Inpdap doveva far fronte a esigenze di cassa, chiedeva i soldi al Tesoro, che li dava come anticipazioni, ovvero risultavano come prestiti dello Stato, che l’Inpdap doveva restituire. Per il Tesoro erano un credito e per l’Inpdap un debito». Insomma un artificio contabile che spostava debito dallo Stato all’Inpdap.
«Senza contare il blocco del turn over nel pubblico impiego» racconta Ettore Davoli, Cobas Inpdap, «che insieme alle privatizzazioni di servizi e funzioni hanno prodotto il risultato che i pensionati aumentavano ma diminuivano i lavoratori attivi che pagavano i contributi.»
Tutti e tre sono d’accordo: il dissolvimento dell’Inpdap dentro l’Inps doveva servire a risolvere il buco dell’Inpdap facendolo pagare ai lavoratori del privato. Ma ora che anche l’Inps ha bruciato quasi tutto il suo patrimonio cosa accadrà? Se lo Stato pagherà per ripianare il disavanzo dell’Inpdap - che il Civ ha calcolato in 23 mld di euro - aumenterà il suo debito, se non lo farà sarà a rischio la tenuta della sostenibilità del sistema pensionistico.

Il link per il video e l'articolo: