30 aprile 2013

Per un verso sono molto forti, perché sono tutti assieme e con loro hanno tutto il palazzo della cultura e dell'informazione. Per un altro, però, sono debolissimi, perché spendono assieme tutto quello che possono e sanno. Non hanno paracadute, sono disperati e pericolosi.

Bel governo. Tutti assieme, ostaggi del liberismo. Disperati e pericolosi

Alla fine l'hanno fatto. Il governo senza alternative, che deve essere accettato per forza perché così vogliono il Presidente della Repubblica, le parti sociali, l'Europa, la Conferenza Episcopale e tanti altri ancora.
Negli ultimi venti anni Pd e Pdl, in tutte le differenti versioni, hanno chiesto voti e sostegno nel nome dello scontro tra loro. Chi non stava con il centrodestra era un sostenitore dei comunisti, chi non stava con il centrosinistra era amico di Berlusconi. Tutte le diversità e i dissensi erano bollati come complici dell'avversario.
Lo stesso avveniva per la grande informazione, o di là o di qua. E lo stesso per la grande borghesia, gli accademici, i grandi burocrati, persino i personaggi dello spettacolo. Ora governano tutti assieme.
Io non credo che sia una emergenza senza precedenti a produrre questo risultato. Al contrario, penso che il governo delle "larghe intese" sia la naturale conclusione di un processo che ha visto la progressiva omologazione di tutti i contenuti prevalenti della politica, a destra come a sinistra.
Governabilità, mercato, privatizzazioni, flessibilità del lavoro, austerità, rispetto delle alleanze internazionali, sono termini sul cui significato le differenze tra i due principali schieramenti politici si sono progressivamente affievolite, fino a sparire nell'ultimo anno e mezzo di comune sostegno al governo Monti.
La crisi economica ha solo funzionato da acceleratore di un processo in atto. Eugenio Scalfari anni fa aveva scritto che un giorno ci sarebbero stati solo liberali di destra e sinistra ad alternarsi alla guida del paese. Ora governano assieme, tra liberali ci si intende.
Ora ci sarà la sagra delle promesse e degli esercizi di buonsenso democristiano. Coniugheremo austerità e crescita, rigore ed equità, rinegozieremo in Europa. Parole che non vogliono dire e non diranno niente. Anche perché tutti gli impegni assunti durante il governo Monti e votati quasi alla unanimità, pareggio di bilancio costituzionale, fiscal compact, tagli sociali sulla base dei dettati della finanza e della Troika europea, tutti quegli impegni funzionano in automatico.
Esattamente come in Grecia, dopo il governo tecnico avremo il governo destra-sinistra che ne continua la politica. L'unica differenza è che le parti tra capo del governo e vice sono invertite da noi rispetto agli ellenici.
Un governo con un programma di politica economica di destra, schierato con l'Europa del rigore e con la Nato, un governo che proclama la necessità di restituire potere all'autorità governante e che si propone di cambiare la Costituzione: perché poi un governo così non dovrebbe segnare un successo dello statista Silvio Berlusconi?
Un governo voluto e promosso da un Presidente della Repubblica che negli anni Ottanta era il dirigente del Pci più vicino a Bettino Craxi e che ha sempre considerato il riformismo come sinonimo della accettazione della globalizzazione capitalista e delle sue leggi. E perché alla fine non dovevano governare assieme, visto che sulle cose di fondo la pensano allo stesso modo?
L'alternativa a tutto questo si costruisce solo se si parte dalla consapevolezza che ciò che abbiamo di fronte non è un incidente di percorso, ma la logica conclusione di un processo politico e sociale iniziato negli annI Ottanta.
Opporsi significa costruire un progetto sociale e politico che segua una strada totalmente diversa, che rompa con la cultura delle classi dirigenti degli ultimi trent'anni, a partire dalla totale assunzione del mercato capitalista come unico metro di misura della politica.
Ci vuole una vera rottura con la classe dirigente politica e anche con quella di Cgil Cisl Uil, che tra breve voterà la fiducia al nuovo governo.
Lo farà nel modo classico del sindacalismo istituzionale, con un accordo sulla rappresentanza che in realtà è un patto corporativo per la competitività e la flessibilità del lavoro.
Opporsi significa rompere e costruire una alternativa di fondo. Sul lavoro, contro questa Europa, per lo stato sociale e i beni comuni, per una società che rovesci la dittatura del mercato capitalistico.
Non è più tempo di voci flebili e toni astuti, le opposizioni costruttive trasmettono solo paura e impotenza. È il momento di rompere e dividere per ricostruire.
Questo è un governo destinato a durare per imporre la totale normalizzazione della società italiana rispetto ai canoni del mercato globale.
Questo è il governo che vuole costituzionalizzare la controriforma diffusa di questi decenni. Per un verso è un governo nuovo, perché rompe ogni remora e cautela del passato. Per un altro è un governo che nasce già vecchio, perché il suo programma è lo stesso programma liberista che sta distruggendo le conquiste sociali in ogni paese europeo, senza migliorare di un briciolo la condizione della economia.
Per un verso sono molto forti, perché sono tutti assieme e con loro hanno tutto il palazzo della cultura e dell'informazione. Per un altro, però, sono debolissimi, perché spendono assieme tutto quello che possono e sanno. Non hanno paracadute, sono disperati e pericolosi.
Bisogna combatterli e rovesciarli assieme, solo così si uscirà da un degrado di trent'anni che questo governo sintetizza e rappresenta.
Il futuro democratico dell'Italia sarà determinato dal rigore, dalla coerenza e dalla combattività di chi ha intenzione di opporsi al governo Napolitano Berlusconi.

Giorgio Cremaschi
29/04/2013 www.liberazione.it

28 aprile 2013

La verità è che il maglio della crisi recessiva continuerà a picchiare forte contro lavoratori, diritti, alimentando nuove precarietà delle vite ed abbattendo Stato sociale e beni comuni. Il governo Napolitano/Letta invia un messaggio preciso: non vi fate illusioni.

Anatomia della crisi politica italiana
Liberazione ha già, nei giorni scorsi, accuratamente analizzato la disastrosa politicità, per la società italiana, del governo Napolitano/Letta/Berlusconi. Mi limito, qui, a riprendere tre tratti decisivi: la sconfitta politica, ma anche culturale, del centrosinistra; la vittoria delle destre, che risorgono vittoriose, per responsabilità del Pd (ma anche di larga parte del sindacato) dal baratro in cui erano precipitate; la fine ingloriosa della Seconda Repubblica (mentre la Terza Repubblica si propone come degenerazione della politica, tradendo ogni tratto innovativo a cui comunque spinge una dinamica sociale che annovera conflitti isolati, a volte disperati, ma che pretendono ascolto e risposta strategica). La sconfitta, anche culturale, per l'appunto, del centrosinistra si proietta, purtroppo, sulla stessa tenuta costituzionale. Avanza in maniera possente la tendenza presidenzialista, cara alle destre, ma anche a tanta parte del centrosinistra (compreso Renzi, nuovo"padrone" del Pd) e, soprattutto, ai potentati economici confindustriali.
Napolitano ha incarnato lo"stato di eccezione", il ruolo di "commissario"politico della Bce, con i suoi governi, che non potevano che essere rinchiusi nella gabbia mortale delle "larghe intese" in nome della presunta "salvezza nazionale". Ma questa tendenza (lo scriviamo per l'ennesima volta) non nasce oggi. Occorre un'analisi seria e di verità sull'ultimo ventennio (perlomeno), che ha costruito il maggioritario come antidoto del conflitto sociale e politico, come corazza impenetrabile delle istituzioni, affinchè le dinamiche sociali non condizionassero la politica, ridottasi, a sua volta, a mera amministrazione. La morte della politica come scienza della trasformazione e il suicidio dei partiti nasce anche dal maggioritario. E ciò rigurda anche noi che, pure, l'abbiamo avversato. Non abbiamo, invano, analizzato che il centrosinistra crollava sotto una cultura personalistica e feudale, spesso legata a potentati economici locali e nazionali (bancari e sotto forme di cooperative divenute imprese capitalistiche? Questa frammentazione corporativa aggiunge argomenti forti a chi sostiene che il presidenzialismo (come dimostra Napolitano) diventa, nel disastro istituzionale, l'unico punto forte di presunta unità nazionale. E' evidente che il Pd sta rinnovando qui,in una realtà pur così diversa, il percorso del Pasok greco. Può darsi che i risultati elettorali futuri non siano altrettanto disastrosi ma è simile l'idelogia liberista che lo rende succube volontario del "fiscal compact" e del pareggio di bilancio in Costituzione. E'questa la parabola che conduce al governo Letta.
Vendola, a sua volta, dovrebbe prendere atto del fallimento della sua strategia, invece di continuare a trastullarsi con astuzie tattiche tese solo a guadagnare un gruzzolo di voti sulle macerie elettorali del Pd (ammesso e non concesso che lo scherzo riesca, visto che, su questo piano, il fruitore finale sarà certamente Grillo). Vendola pone due discriminanti (sinistra"di governo" e adesione al Partito Socialista Europeo) che sono solo uno sbarramento contro la costruzione di un soggetto politico antiliberista, anticapitalista (che comprenda le comuniste e i comunisti). Ma il tatticismo verrà riassorbito. La verità è che il maglio della crisi recessiva continuerà a picchiare forte contro lavoratori, diritti, alimentando nuove precarietà delle vite ed abbattendo Stato sociale e beni comuni. Si è aperta una crisi sociale, di modello, in Europa.
Il governo Napolitano/Letta invia un messaggio preciso: non vi fate illusioni. In una fase in cui l'ossessione rigorista delle autorità europee, incomincia a scontrarsi con contrazioni produttive perfino in Germania e nei Paesi Bassi, che spingono a parziali autocritiche lo stesso Fondo Monetario Internazionale, non si illudano sindacati militanti e masse popolari. L'austerità non è stata sconfitta nè dalla politica nè dal voto. Il possibile parziale allentamento dei vincoli (che è probabile dopo le elezioni tedesche dell'Autunno) non servirà per redistribuzione delle risorse e produzione sociale, ma sarà devoluto ad investimenti di capitali e ad una nuova fase di accumulazione e profitti di settori industriali (considerando che il sistema produttivo tedesco ha interesse, come ha ben compreso Il Sole 24 ore,al rilancio di aziende esportatrici italiane). L'alternativa postliberista ed anticapitalista è tutta da costruire.Tocca anche a noi, a Rifondazione Comunista, alle costituenti anticapitaliste che stanno muovendo i primi passi. Del resto,se non ora,quando?
Giovanni Russo Spena
28/04/2013 www.liberazione.it

Paolo Ferrero "se la mafia è una organizzazione criminale, la trattativa segreta con questa organizzazione da parte dello Stato costituisce una pratica eversiva. Tutto si può fare ma non di assistere in modo colpevolmente passivo alla distruzione della democrazia"


Rifondazione: il solo partito "Parte civile" nel processo sul "patto Stato-mafia"

A leggere le 33 pagine, del decreto di rinvio a giudizio con cui vengono mandati alla sbarra, insieme, boss mafiosi, fascisti, ufficiali del Ros dei carabinieri, uomini politici di rilievo, in merito a quella che è ormai uniformemente definito, “Processo sulla trattativa Stato – Mafia”, vengono i brividi alla schiena. Sembra di finire in uno di quei prodotti della letteratura noir che vede tanti validi autori anche in Italia. Peccato che i continui richiami di ordine giuridico, i nomi che ricorrono, la ricostruzione di un meccanismo infernale ma terribilmente reale, rimandino in continuazione a quel periodo maledetto di 20 anni fa, in cui tutto sembrava stesse per saltare.
Fra i soggetti che hanno chiesto e ottenuto di potersi costituire come parte civile in questo processo, prima ancora dell'allora presidenza del consiglio e come unica forza politica, c’è il Partito della Rifondazione Comunista. La richiesta, inoltrata nell’ottobre scorso, prima dell’inizio del dibattimento, è stata recepita e ammessa nella prima metà di novembre. I magistrati hanno ritenuto giusto che il Prc, insieme ad associazioni, sindacati di polizia, enti locali, si consideri parte lesa in un contesto dove si ipotizza un vero e proprio stravolgimento dell’ordinamento democratico: «Nella misura in cui – dichiarava Paolo Ferrero a nome del partito – lo Stato o parti di esso, si sono mossi in modi oscuri e con obiettivi non dichiarati, non decisi in alcun modo dal Parlamento». Secondo la procura che ha indagato, a partire dal 1992, esisteva un piano articolato, pieno di attentati, ordito dai vertici dell’organizzazione “Cosa Nostra” per ricattare lo Stato e ridimensionare l’azione di repressione e contrasto alle organizzazioni mafiose.
La tesi del Pm ritenuta pertinente, “in alternativa ad una fisiologica repressione del crimine mafioso senza mediazione alcuna da parte degli organi pubblici competenti (forze dell’ordine, polizia giudiziaria, magistratura) alcuni pubblici ufficiali e alcuni esponenti politici di primo piano, avrebbero attivato canali di dialogo con esponenti di Cosa Nostra”. L’omicidio dell’euro parlamentare, Salvo Lima, della corrente andreottiana della Democrazia Cristiana, risalente al 12 marzo del 1992 è considerato secondo l’accusa il primo segnale. Cosa Nostra non si sentiva più garantita da esponenti politici che stavano già precipitando nella catastrofe di tangentopoli e avvertivano il bisogno di trovare nuovi referenti. Nel frattempo aumentavano gli arresti di boss di spicco e le condizioni di detenzione venivano ritenute – peraltro comprensibilmente – particolarmente dure ed inaccettabili. Quindi si comincia ad uccidere, prima individualmente, colpendo bersagli ritenuti significativi, poi eliminando con tecniche stragistiche magistrati come Falcone e Borsellino, poi passando ad uno stragismo indiscriminato e messo in atto in tutto il territorio nazionale. Durante tutto questo percorso che termina con il fallito attentato allo Stadio Olimpico di Roma, previsto per il 31 ottobre 1993, ufficiali dei carabinieri, esponenti politici locali e nazionali, si attivavano, in maniera autonoma, per aprire una trattativa: migliori condizioni di detenzione (riduzione dell’applicazione delle norme contenute nel famigerato 41 bis e altre facilitazioni) in cambio della fine degli attentati.
Questo percorso, ricco di prove testimoniali, si realizza parallelamente ad un più ampio disegno. Cosa Nostra, stabilisce o consolida forse, già a cavallo fra il 1991 e il 92 una strategia stragista in collegamento con ambienti dell’eversione di destra, della massoneria deviata, delle organizzazioni criminali operanti in altre regioni e del separatismo, anche in vista di nuovi equilibri politico istituzionali, con progetti di tipo eversivo –separatista. Immensa la lista delle persone coinvolte in una palude micidiale in cui collaboratori di giustizia responsabili di reati gravissimi, l’intera “cupola dei Corleonesi” ( da Totò Riina a Bernardo Provenzano), esponenti della destra eversiva come Mario Ciolini e Paolo Bellini, alti ufficiali dell’Arma dei Carabinieri, (Mori, De Donno, Subranno), l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, si trovano accomunati a leader politici del calibro di Marcello Dell’Utri, Nicola Mancino, Calogero Mannino e tanti altri. Diverse le posizioni di ognuno e certamente diversi i comportamenti e le ragioni che li hanno determinati – lo si capirà con il processo – diversi i capi di imputazione ascritti ma è la storia che emerge da questo torbido sistema di relazioni che lascia attoniti.
Dura immaginare che mentre morivano giudici, funzionari che compivano solo il proprio dovere, agenti di scorta e poi civili innocenti che si sono trovati nel momento sbagliato nel posto sbagliato, che sia Via dei Georgofili a Firenze o S. Giovanni in Laterano a Roma, Via Palestro a Milano, c’era chi nei fatti trattando rafforzava il potere delle cosche e poi, facilitando anche la rimozione di dirigenti scomodi, permetteva a Cosa Nostra di raggiungere i propri obbiettivi. Addirittura secondo il giudice Piergiorgio Morosini, la stessa apertura di canali di trattativa è stata, in quanto tale, causa di ulteriori attentati e del rafforzamento dei progetti eversivi. E non si tratta di indagini condotte in pochi mesi ed in maniera approssimativa: la richiesta di rinvio a giudizio formulata dai pubblici ministeri della Procura di Palermo, che stanno pagando amaramente il lavoro svolto, consta di 90 faldoni per complessive 300 mila pagine di verbali, intercettazioni, deposizioni di pentiti, interrogatori, appunti recuperati durante perquisizioni o consegnati da protagonisti dell’intera vicenda. Su tutti il celebre “papello” con cui Vito Ciancimino ricostruiva nei dettagli i sistemi di relazione.
Che non si tratti solo di mafia è appurato. Sia per il tipo di strategia mai finora messa in atto da simili organizzazioni e che richiedono quelle che Falcone chiamava “menti raffinate”, e poi i continui segnali che con ogni attentato, ogni omicidio venivano lanciati ad alcuni settori dello Stato, non da ultimo le rivendicazioni sibilline operate in maniera assai anomala da una organizzazione denominata “Falange Armata”. Inevitabile dover ricordare chi è stato a condurre le indagini a Palermo: il Pm Antonio Ingroia, riempito di insulti, attaccato e infine punito per aver osato operare una generosa scelta politica che lo ha portato a condurre una campagna elettorale in cui si è riaffermato fino allo sfinimento la necessità di distruggere e non di limitare il potere delle organizzazioni mafiose. Il collega Antonio Di Matteo, anche egli sottoposto a provvedimenti disciplinari, come gli altri che insistono per indagare. Forte è il rischio che un loro isolamento li metta in gravi condizioni di rischio. Non sarebbe la prima volta.
Non si tratta di andare semplicemente ad indagare su una storia passata e non risolta ma di ristabilire un minimo di verità oggi ed ora, laddove una parte dei protagonisti che non sono detenuti per il ruolo giocato in Cosa Nostra, continuano ad influenzare la vita politica odierna. Nei venti anni trascorsi, nei tanti processi per i singoli reati contestati, nei mille interrogatori, nelle confessioni e nelle ritrattazioni, nelle continue notizie di reato emerse anno dopo anno, si cela una parte nera della storia recente su cui è necessario fare luce se si vuole sperare di avere un futuro e di produrre reale cambiamento. Se il fascicolo individua tutti gli interventi di carattere repressivo messi in atto negli anni, il suo ritorno alla ribalta può anche rompere una sorta di egemonia criminale mai affrontata come questione sociale. E, da ultima resta l’ombra scura che grava sul rieletto Capo dello Stato che si presenta oggi come l’unica autorità morale del Paese.
Perché allora le intercettazioni intercorse di alcuni colloqui fra l’ex presidente del senato Nicola Mancino, fra i rinviati a giudizio e Giorgio Napolitano, sono state distrutte? Si è detto per non minare l’istituzione della presidenza della Repubblica, non sembrano sussistere ipotesi di reato ma allora perché, nello stesso giorno in cui il Presidente veniva, in maniera rocambolesca rieletto, avveniva la distruzione delle registrazioni? Basterebbe scegliere la trasparenza e il senso dello Stato, quello con cui poi, a gran voce si chiede di sedare la conflittualità sociale. Viene da pensare che quei colloqui, anche se non passibili di alcun tipo di sanzione, gettino ulteriori ombre miserabili sulle condizioni delle istituzioni in quei tragici anni. Si tenta di riportare la polvere sotto il tappeto ed a maggior ragione diviene importante evitare qualsiasi ombra di dubbio sugli attori di una fase politica così delicata.
Nel presentare la richiesta di costituzione di parte civile, Paolo Ferrero sottolineava un elemento importante invitando tutti i partiti politici a costituirsi anch’essi:« Infatti, se la mafia è una organizzazione criminale, la trattativa segreta con questa organizzazione da parte dello Stato costituisce una pratica eversiva. Tutto si può fare ma non di assistere in modo colpevolmente passivo alla distruzione della democrazia. Come diceva giustamente Peppino Impastato, “la mafia uccide, il silenzio pure”». I compagni e le compagne del partito in Sicilia, che sanno cosa significhi lottare contro lo strapotere mafioso, forse si sentono meno soli.
Stefano Galieni
28/04/2013 www.liberazione.it

27 aprile 2013

Contro la Siria gli USA usano lo stesso copione d'inganni utilizzato contro l'Irak. I servili media occidentali, quelli italiani sempre in prima linea, fanno da altoparlanti per i crimini contro l'umanità

Italia succursale politica e militare degli USA. Entro il 2017 diventerà pienamente operativo in Sicilia pure il programma Nato denominato Alliance ground surveillance (Ags) che punta a potenziare le capacità d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento dei paesi dell’Alleanza atlantica

Il business spietato dei droni

 
L’uso indiscriminato dei droni rende le guerre sempre più violente e illegittime. Da radar a spie, un utilizzo spietato che vuol coinvolgere anche l’Italia, ponendo una base di controllo del programma Nato a Sigonella.
Il loro uso indiscriminato in Afghanistan, Pakistan e Yemen ha determinato un’inattesa crisi politico-istituzionale a Washington. Da una parte l’amministrazione Obama che li difende, dall’altra numerosi congressisti bipartisan e le organizzazioni non governative di difesa dei diritti umani che ne denunciano le operazioni di guerra sempre più illegittime e sanguinarie.

I droni, l’ultima frontiera delle tecnologie di morte e business plurimiliardario per i contractor del Pentagono. Velivoli senza pilota guidati da operatori davanti a un terminale a migliaia di chilometri di distanza, macchine infernali programmate alcune per spiare e coordinare gli attacchi aerei e missilistici, altre per inseguire, colpire e uccidere autonomamente. Le forze armate statunitensi li utilizzano ormai comunque, dovunque e contro chiunque. Un’escalation di omicidi selettivi di presunti guerriglieri e «terroristi» e di stragi «per errore» di civili, donne e bambini. Tra i maggiori strateghi delle guerre dei droni, il neodirettore della Cia John Brennan, benvoluto e corteggiato dal presidente, poco stimato dalla società civile democratica Usa che ne chiede la rimozione dalla guida dell’onnipotente centrale d’intelligence.

«Con l’uso dei droni vengono messi a rischio cinquant’anni di diritto internazionale», ha dichiarato l’avvocato sudafricano Christof Heyns, relatore speciale Onu sui temi del controterrorismo e delle esecuzioni extragiudiziali. Le Nazioni unite hanno dato vita ad una commissione d’inchiesta per documentare come i velivoli teleguidati siano stati realmente utilizzati nelle guerre globali e permanenti degli Stati uniti d’America, dai militari britannici in Afghanistan e dagli israeliani a Gaza.
Nei mesi scorsi anche Pax Christi international si è espressa per la proibizione dell’utilizzo dei velivoli senza pilota come armi belliche. «Il loro uso crescente ha inaugurato una nuova fase nelle guerre moderne e sta ponendo pesanti questioni morali e legali che richiedono un’attenzione immediata a livello generale», scrive l’organizzazione. «Gli attacchi dei droni Usa hanno assassinato centinaia di civili e feriti molti altri».

Inoltre, le loro operazioni di volo 24 ore al giorno sulla testa di intere comunità non ne hanno assicurato la protezione ma hanno soprattutto terrorizzato uomini, donne e bambini. Esse hanno causato tremendi traumi psicologici e gravi stati d’ansietà tra la popolazione civile; hanno frantumato le attività comunitarie essenziali come quelle scolastiche, pregiudicando gli sforzi di risoluzione delle dispute tribali». Pax Christi rileva poi come l’utilizzo dei droni si sia dimostrato tutt’altro che utile anche sul fronte prettamente militare. In Pakistan, in particolare, i bombardamenti sempre più massicci contro i villaggi hanno reso assai critiche le relazioni di Washington con le autorità politico-militari locali, mentre la rabbia e il dolore delle vittime hanno accresciuto il consenso popolare verso le azioni dei gruppi armati anti-governativi. «L’oggettivazione degli esseri umani colpiti e la loro distanza riduce probabilmente la soglia entro cui si sceglie di utilizzare la violenza armata per risolvere i conflitti», aggiunge l’organizzazione internazionale. «Nel prossimo futuro, nei campi di battaglia si punterà all’opzione di rendere pienamente autonomi i droni, trasformandoli in veri e propri killer robot, capaci di prendere loro stessi la decisione di uccidere, senza che ci sia un operatore umano in rete».

Mentre a livello internazionale, tra differenti settori sociali, culturali, religiosi, politici e giuridici si è aperto un dibattito serrato sulla legittimità dei droni come arma d’eccellenza per i conflitti del XXI secolo, in Italia il tema è quasi del tutto ignoto. Eppure le nostre forze armate usano da tempo i droni-spia nel conflitto afgano e attendono dal Congresso Usa l’autorizzazione ad armare i Predator con sofisticati missili e bombe teleguidate. Nel corso della recente guerra in Libia, il governo italiano ha autorizzato la coalizione a guida Nato a utilizzare lo scalo siciliano di Sigonella come avamposto per i droni-killer anti-Gheddafi.
Inoltre da quattro anni sempre a Sigonella l’Us Air Force ha schierato tre velivoli senza pilota «Global Hawk» per le operazioni di sorveglianza in una vasta area geografica che dal Mediterraneo si estende sino all’intero continente africano. Nell’assoluto disinteresse dei media e delle forze politiche e sociali, il Dipartimento della difesa ha dichiarato la grande base siciliana capitale mondiale dei droni: entro il 2015 buona parte dei velivoli in dotazione ad aeronautica e marina militare opererà da Sigonella. Nella base funzionerà inoltre un grande centro di manutenzione e riparazione dei «Global Hawk» e dei droni killer tipo «Predator» e «Reaper».

Entro il 2017 diventerà pienamente operativo in Sicilia pure il programma Nato denominato Alliance ground surveillance (Ags) che punta a potenziare le capacità d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento dei paesi dell’Alleanza atlantica. L’Ags fornirà informazioni in tempo reale per compiti di vigilanza aria-terra a supporto dell’intero spettro delle operazioni alleate nel Mediterraneo,
A Sigonella, dove giungeranno nei prossimi mesi 800 militari dei paesi dell’Alleanza, opererà il centro di coordinamento e controllo del sistema Ags in cooperazione con i «Global Hawk» Usa e potrà contare pure sul supporto dei velivoli senza pilota «Sentinel» in dotazione alle forze armate britanniche ed «Heron R1» che la Francia ha prodotto congiuntamente ad Israele. Successivamente l’Ags s’interfaccerà con il programma di ricognizione marittima su larga scala Bams (Broad maritime area surveillance) che la Marina militare Usa attiverà grazie ad una generazione di droni-spia ancora più sofisticata e ai costruendi pattugliatori P-8 «Poseidon».

Il consenso del governo italiano alla iperdronizzazione della base di Sigonella è stato dato in cambio dell’impegno Usa e Nato ad affidare un paio di modeste commesse alle aziende leader del complesso militare industriale nazionale. Nello specifico, Selex Galileo (una controllata Finmeccanica confluita qualche mese fa in Selex Es) ha sottoscritto un contratto del valore di 140 milioni di euro con la Northrop Grumman Corporation – capocommessa del programma Ags – per predisporre la componente fissa e mobile del segmento di terra del nuovo sistema di sorveglianza. L’azienda italiana dovrà poi fornire il proprio contributo alla «suite» di telecomunicazioni, assicurando il collegamento dati su banda larga (prodotto da Selex Elsag, altra società Finmeccanica) con le piattaforme aeree. L’importo della commessa Ags di Selex Galileo è poco superiore al 10% del valore complessivo del contratto (1,2 miliardi di euro) che la Northrop Grumman ha sottoscritto con la Nato il 20 maggio 2012. Le logiche di guerra sono spietate: in cambio di pochi spiccioli nelle tasche dei manager e degli azionisti del gruppo Finmeccanica, l’asse Washington-Bruxelles-Roma ordina l’invasione dei cieli siciliani da parte di stormi di droni-avvoltoi, imponendo pesanti limitazioni al traffico aereo civile e al diritto alla mobilità di milioni di abitanti. ORE al giorno durano le missioni degli aerei senza pilota e spesso provocano danni psicologici alle popolazioni delle città che sorvolano
Antonio Mazzeo
il manifesto 27 aprile 2013

Nel Paese vergognosamente considerato il "più libero del mondo" la giustizia è un optional per i giusti. Per gli USA la parola giustizia è sinonimo di tortura contro gli innocenti, Guantanamo docet


«Libertà per i Cinque». La campagna di Italia-Cuba

Con una offensiva mediatica senza precedenti, l'Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba ha esposto dieci cartelloni pubblicitari, di 4 metri per 3, in altrettanti  quartieri di Roma. Il primo è stato inaugurato in Via Cristoforo Colombo una delle arterie principali della capitale italiana. I cartelloni, con i volti di Antonio Guerrero, Fernando Gonzalez, Gerardo Hernandez, Ramon Labanino e Rene Gonzalez, portano la seguente scritta: «Libertà per i cinque cubani da quindici anni in carcere negli Stati Uniti, per aver smascherato il terrorismo contro Cuba».
L'Associazione Italia-Cuba continuerà nella battaglia per chiedere la liberazione dei Cinque antiterroristi cubani fino a quando non verrà abbattuto il muro di silenzio che circonda questo caso. I mass media italiani e le grandi corporazioni dell'informazione non parlano del caso dei Cinque perché metterebbero in risalto la doppia morale del Governo di Washington nella lotta al terrorismo. In Florida, ed in particolare a Miami, radicano organizzazioni terroristiche finanziate dalla FNCA che vivono sotto l'ala protettrice del Governo USA.

26/04/2013

24 aprile 2013

Lettera aperta di Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista. Oggi vi sono in campi vari progetti di aggregazione a sinistra, che esprimono progetti politici diversi e rischiano di essere tra loro escludenti, consolidando l’attuale diaspora della sinistra. Noi comunisti ci battiamo per costruire un nuovo spazio pubblico unitario della sinistra di alternativa, per la costruzione in Italia della sinistra europea, sulla scia di Syriza, del Front de Gauche, di Izquierda Unida.


Napolitano bis, le larghe intese e noi

Cari compagni e care compagne di Rifondazione Comunista, innanzitutto buon 25 aprile e buon primo maggio.
Vi scrivo dopo la rielezione a Presidente della Repubblica di Giorgio Napolitano. Si tratta di un esito che abbiamo contrastato e che è finalizzato alla costruzione di un governo tra PD e PDL (la prosecuzione del governo Monti e cioè il contrario di cosa avevano detto in campagna elettorale). Che ha prodotto un grave strappo costituzionale, trasformando nei fatti la nostra in una repubblica presidenziale. Non si era mai vista una contrattazione tra Presidente e alcuni partiti sulla sua elezione e non si era mai visto un Presidente che nei fatti minaccia le proprie dimissioni “davanti al paese” nel caso in cui il futuro governo non segua l’agenda da lui indicata. Se le elezioni avevano chiesto cambiamento, la risposta è stata l’arroccamento.
Noi abbiamo sostenuto in questi giorni l’unica scelta sensata e cioè di votare Rodotà: un Presidente che rappresentasse un segnale di ascolto alla domanda di cambiamento e contemporaneamente il volto migliore della società italiana. Per questo sabato abbiamo organizzato e partecipato alle manifestazioni contro la rielezione di Napolitano. La via che noi proponevamo non è stata imboccata. Questo la dice lunga sul centro sinistra, sul suo profilo politico e sul suo fallimento per quanto riguarda il cambiamento del paese, il rilancio della democrazia, una seria lotta contro le destre e le loro politiche. Il centro sinistra si è dilaniato nell’incapacità di ascoltare il paese, di delineare una alternativa politica e sociale e nei prossimi giorni si troverà a dar vita ad un governo di larghe intese che aumenterà le contraddizioni. Parallelamente il Movimento 5 Stelle si è dimostrato incapace ad utilizzare la propria forza per determinare un esito positivo a tutta la partita.
A questo fallimento occorre dare una risposta: perché larga parte dei giovani non ha un lavoro o è destinato al precariato a vita, milioni di famiglie non arrivano alla fine del mese, la politica del governo Monti non ha fatto altro che aggravare la crisi e produrre licenziamenti. Perché le tessere del PD stracciate o bruciate in piazza rappresentano plasticamente la disperazione di un popolo di sinistra che vorrebbe cambiare ma che non sa più come fare.
A questo tornante storico noi arriviamo in condizioni di estrema debolezza dopo la bruciante sconfitta elettorale di Rivoluzione Civile. Un risultato tanto più deludente perché si trattava di una scelta largamente condivisa nel partito e perché all’inizio della campagna elettorale, la candidatura di Ingroia aveva suscitato notevole interesse e forti speranze. Io penso che le elezioni le abbiamo perse in campagna elettorale. Per i compromessi a cui siamo stati obbligati nella costruzione delle liste ma soprattutto per l’incapacità - nella comunicazione televisiva - di mettere al centro la questione sociale e per la subalternità mostrata nei confronti del PD. Mentre eravamo entrati bene in campagna elettorale, mano mano che questa si è sviluppata, è venuta meno la ragione di fondo del voto per Rivoluzione Civile. Molti dei nostri o non hanno votato o hanno votato Grillo per dare un segnale di rottura.
Io penso che questa sconfitta è pesante ma non è la parola fine sulla nostra esperienza politica: per certi versi le elezioni le abbiamo perse proprio perché i nostri contenuti e il nostro progetto politico sono stati marginalizzati nella campagna elettorale. La sconfitta elettorale non mette in discussione le ragioni dell'esistenza di Rifondazione Comunista ma ci obbliga ad una forte innovazione, ad una svolta.
Non mette in discussione le ragioni dell'esistenza di Rifondazione innanzitutto perché il tema comunismo è più che mai attuale dentro questa crisi organica del capitale, che mostra appieno la sua incapacità a dare una risposta alle domande di democrazia, giustizia sociale e sostenibilità ambientale.
In secondo luogo perché Rifondazione Comunista rappresenta un tessuto di militanza e di intelligenza politica indispensabile per qualsiasi progetto di alternativa.
Per questo ritengo che - mentre il centro sinistra si disgrega insieme alla seconda repubblica – siamo chiamati ad una svolta, ad un salto di qualità.
Dobbiamo innanzitutto rimettere in piedi Rifondazione Comunista. Dobbiamo rilanciare l’iniziativa politica e sociale sui territori e riorganizzare il partito in un processo di rinnovamento adeguato ai compiti e alle risorse che abbiamo. Occorre superare ogni vincolo burocratico o i rimasugli correntizi. Occorre - nella difficoltà - ricostruire il senso di appartenenza a Rifondazione Comunista e parallelamente aprirci verso l’esterno, non chiuderci nelle nostre stanze. Per questo – pur con vari dissensi – abbiamo scelto di non fare il congresso subito: ci saremo trovati con 4 o 5 documenti, con spinte centrifughe a destra e a sinistra, in un congresso lacerante e ripiegato su se stesso. Un congresso che avrebbe - quello si - affossato il partito. Abbiamo deciso al contrario di fare uno “straordinario congresso” che intrecci tre elementi: la ripresa immediata del lavoro politico, un forte lavoro di riflessione articolato in convegni e seminari, la ridefinizione del modo di funzionare di Rifondazione e dello stesso modo di fare il congresso in modo che non sia calato dall’alto ma un percorso partecipato. Arriveremo quindi entro l’anno a fare il congresso ma in tempi e modi tali da preservare e rafforzare la nostra comunità, non di indebolirla ulteriormente.
Il rilancio di Rifondazione Comunista per noi deve procedere di pari passo con la proposta di costruire un soggetto unitario della sinistra, antiliberista, alternativo alle destre come al centro sinistra, da costruire su basi democratiche sul principio una testa un voto. Abbiamo sempre detto che Rifondazione è necessaria ma non sufficiente e questa è la nostra bussola. Rilanciamo quindi il progetto di Rifondazione Comunista e parallelamente proponiamo a livello nazionale e territoriale la costruzione di un processo unitario a sinistra, che sia democratico e non di vertice: abbiamo provato prima con la Federazione della Sinistra e poi con Rivoluzione Civile e abbiamo visto che gli accordi di vertice non funzionano, è necessario il pieno coinvolgimento dei compagni e delle compagne.
Oggi vi sono in campi vari progetti di aggregazione a sinistra, che esprimono progetti politici diversi e rischiano di essere tra loro escludenti, consolidando l’attuale diaspora della sinistra. Noi Comunisti dobbiamo avere un orientamento chiaro: in primo luogo dialogare ed interloquire con tutti questi processi e con il complesso delle forze che a sinistra si muovono sul terreno antiliberista e si pongono l’obiettivo di costruire l’opposizione al prossimo governo di larghe intese. In secondo luogo proporre a tutti la costruzione dell’opposizione e di un processo unitario di sinistra – fatto su basi democratiche e partecipate - che metta al centro il contrasto alle politiche europee e la connessione con le altre forze della sinistra europea. Noi ci battiamo per costruire un nuovo spazio pubblico unitario della sinistra di alternativa, per la costruzione in Italia della sinistra europea, sulla scia di Syriza, del Front de Gauche, di Izquierda Unida.
E’ quindi necessario che i compagni e le compagne di Rifondazione Comunista operino per il rilancio del partito: Attraverso una svolta nella sua vita interna e nella capacità di costruire un movimento popolare di opposizione alle politiche neoliberiste. Attraverso la costruzione di un percorso di aggregazione della sinistra antiliberista. Questi sono i due cardini su cui far marciare oggi la nostra proposta politica. In questa direzione vi invito sin da subito ad organizzare la partecipazione la più larga possibile alla manifestazione indetta dalla Fiom per il 18 maggio prossimo.
Saluti Comunisti
Paolo Ferrero

21 aprile 2013

Intervista a Giovanni Russo Spena, giurista e dirigente di Rifondazione Comunista. Questa situazione non può reggere molto. Durerà un anno, un anno e mezzo. Intanto si è creata una tendenza, però. Le forze democratiche devono bloccare la deriva presidenzialista e tornare a una legge proporzionale.


"Presidenzialismo assoluto e suicidio del Parlamento. Dobbiamo fermarli".

Che sia o no un golpe bianco, l’elezione del presidente della Repubblica corrisponde a una caduta verticale di sovranità del Parlamento, sei d’accordo?
Al di là di alcune esagerazioni politiciste esistono nodi e problemi di grandissima rilevanza in questa vicenda. Innanzitutto c’è il suicidio del Parlamento. Il Parlamento cosi come ha agito ha perso completamente funzione sia per quanto riguarda la sua autonomia sia nel rapporto con il Governo. Il Parlamento non è la sede nella cui dialettica interna nasce il l’esecutivo che deve guidare il Paese. Ciò porta ad una seconda conseguanza di grandisssimo rilievo che rischia di essere addirittura costituzionalizzata nel futuro, come molti pensano: non c’è una democrazia parlamentare in grado di fare da contraltare al presidenzialismo. Napolitano ha dato una accelerazione grave verso un presidenzialismo molto spinto. Già, ovviamente, la prima avvisaglia era avvenuta con il governo Monti, ovvero con quell’atto, che abbiamo sottovalutato, di nominarlo senatore a vita 48 ore prima di affidargli il ruolo di presidente del Consiglio incaricato. Cioè, attuando di fato un commissariamento del Paese, così come nei desiderata di Bce e Fmi. Napolitano commissario con un governo del presidente guidato da Monti che per essere messo al riparo da critiche viene nominato senatore a vita.
Se il Parlamento è messo male dal punto di vista della sovranità non è che l’esecutivo possa gioire più di tanto…
Siamo al definitivo affossamnteo con due atti concatenati. Il presidente della Repubblica che dopo il fallimento di Bersani invece di dare l’incarico a un’altra persona con la scusa di prendere tempo e allentare la tensione nomina i saggi, alcuni dei quali improbabilissimi. Il programma che ne esce è generico e confindustriale con la consulenza di Bce e Fmi. Il programma dei saggi non dice nulla su quale legge elettorale o sistema di partiti. In ogni caso Napolitano su questa genericità ha costruito il programma del futuro governo. A questo presidente della Repubblica viene dato un potere totale con un Parlamento in ginocchio. E non è più, quindi, un presidente di garanzia. In cambio il Parlamento ha un governo e nessuno viene mandato a casa con lo scioglimento delle Camere. E’ una forma spinta di presidenzialismo. Anzi, siamo oltre il presidenzialismo americano. Ovviamente questa situazione non può reggere molto. Durerà un anno, un anno e mezzo. Intanto si è creata una tendenza, però. Le forze democratiche devono bloccare la deriva presidenzialista e tornare a una legge proporzionale. A questo punto è meglio avere un presidenzialismo regolato da una legge votata in Parlamento, come scrivono anche molti giornali.
Da un punto di vista politico generale c’è stato un paradossale cambiamento di segno delle elezioni stesse.
Ma a questo punto non c’è né democrazia parlamentare né presidenzialismo all’americana. E’ l’espressione del commissariamento della Bce e del Fmi. Le elezioni sono diventate di fatto consultive e non sono più nemmeno deliberative. Del resto, quando abbiamo criticato la coalizione Bersani-Vendola abbiamo detto che l’accettazione del fiscal compact elimina qualsiasi capacità deliberativa. Certo, le elezioni sono sempre più sfribrate. Non esistono nemmeno più i due forni, cioè l’alternativa tra due soluzioni politiche a partire dallo stesso risultato consegnato dalle urne. La linea applicata da Napolitano è la grossa coalizione della Merkel. Deve interrogarsi su questo l’elettorato del Pd, che aveva votato per un governo un po’ più a sinistra. Ma questo voto viene utilizzato per un programma che è più a destra di quello di Monti. Una evidente eterogenesi dei fini.
Hai citato il travaglio del Pd, che sta per trasformarsi in debacle totale…
Non c’è dubbio che il partito democratico sembra nella sua attuale connotazione un partito finito. Bersani avrà facile gioco nel dire che al comando c’è il “presidente più amato” ma questo non nasconde la vera sostanza del problema. Tra dieci giorni ci sarà il governo. E lì sarà il vero passaggio politico forte nei confronti del Pd, perché potrebbe ricomparire Amato, o Letta a fianco ad altri personaggi belusconiani.
Fabio Sebastiani

16 aprile 2013

Dichiarazione comune. Per un movimento politico anticapitalista e libertario

Questo non è un appello, ma una proposta di lotta.
Vediamo e viviamo la miseria, l’offesa alla libertà e alla dignità della persona, la devastazione della natura esercitate ogni giorno da parte di un capitalismo criminale.
Un giorno una corte di giustizia dovrà essere istruita contro i responsabili di questi crimini contro l’umanità.
Ma ora dobbiamo prima di tutto smettere di piangere, rimboccarci le maniche e lottare.
Siamo donne e uomini con diversi percorsi politici, di lotta sociale e ambientalista, per le libertà civili la democrazia e l’uguaglianza.
Abbiamo in comune la volontà, la passione e la rabbia di non rassegnarci e di non arrenderci.
Certo il socialismo reale è crollato nel passato per sue colpe, ma il capitalismo reale oggi distrugge il presente e il futuro.
Per questo torna all’ordine del giorno la necessità di costruire un’alternativa all’attuale sistema economico, sociale e politico.
Per questo oggi più che mai sentiamo vive le nostre radici comuniste e libertarie, antifasciste e antirazziste, femministe e ambientaliste.
Non c’è liberazione possibile nel compromesso con l’attuale governo autoritario dell’economia e della società.
Lo hanno capito le donne e gli uomini del Mediterraneo, che ci insegnano a ribellarci.
Lo hanno capito donne e uomini dell’America Latina che si mobilitano per il socialismo del XXI secolo.
Lo hanno capito tutte e tutti coloro che fin sotto i templi del denaro e del potere nei paesi più ricchi hanno gridato: noi siamo il 99%!
Lo hanno capito quelle donne e quegli uomini d’Europa, che dalla Grecia alla Islanda, dalla Spagna a Cipro, scendono in piazza per rovesciare quelle politiche di austerità che stanno uccidendo ogni residuo di stato sociale e democrazia.
Noi ci sentiamo, vogliamo, essere parte di tutto questo.
L’Europa è oggi occupata dal regime della Troika e dei governi che la sostengono. Il popolo non è più sovrano, è solo debitore. Tutti i governi fanno guerra sociale ai loro popoli. La democrazia è ridotta a spettacolo televisivo.
Noi crediamo che, come nel 1848 e nel 1945, tutta l’Europa debba liberarsi dalla tirannia: allora dei sovrani assoluti prima e del fascismo poi, oggi del capitalismo finanziario e della sua oligarchia economica, politica e culturale.
Noi crediamo che sia all’ordine del giorno la necessità di un cambiamento rivoluzionario.
Noi non facciamo nessun generico appello all’unità.
Noi ci uniamo per la rottura con questa Europa e con questo capitalismo, per costruire una nuova storia comune.
È necessario che anche in Italia tornino in campo il pensiero critico, i progetti, le pratiche di un movimento politico anticapitalista di massa. Oggi questo in Italia non c’è e noi proponiamo di ricostruire partendo dal conflitto sociale.
Non ci nascondiamo le macerie che abbiamo intorno. Sinora tutti i tentativi di far emergere un progetto politico anticapitalista unitario dalle lotte sociali, civili, ambientali e per la libertà delle donne sono falliti. Questi fallimenti hanno precise responsabilità politiche, ma rimandano anche ad una questione più di fondo.
Oggi la sola lotta di classe pienamente legittimata è quella che viene dai ricchi verso i poveri, dai padroni verso gli operai, da chi ha il potere verso chi non ne ha. Tutti i bisogni, i diritti e le libertà degli oppressi sono invece contrapposti e frantumati tra loro.
Noi pensiamo che ci sia un nesso profondo fra dominio capitalistico e patriarcale, fra sfruttamento e mercificazione e che non ci siano bisogni di liberazione che possano essere sacrificati ad altri.
La dignità di chi lavora non può essere sacrificata al diritto a lavorare ed entrambi non possono venir prima del diritto alla salute e alla salvaguardia dell’ambiente. Non c’è lotta sociale e ambientale che venga prima di quella per la libertà e l’autodeterminazione delle donne. Riifiutiamo ogni contrapposizione fra diritti dei nativi e dei migranti.
Il capitalismo che si proclama liberale, ancora più astutamente in questa epoca di crisi, contrappone i bisogni di liberazione degli uni a quelli degli altri tirando la coperta stretta delle libertà dal lato che più gli conviene. I giovani precari contro i genitori occupati, l’ambiente contro gli operai, i diritti delle donne contro quelli del lavoro. La risposta non è il prevalere di un interesse sugli altri, ma invece il reciproco riconoscimento su un piano di parità e la costruzione dell’unità tra i conflitti contro gli avversari comuni.
La più grave crisi economica dal dopoguerra si abbatte sull’Italia, e non ci sono vie per superarla se si resta nel campo di quel pensiero politico unico che oggi viene definito come riformismo, ma che in realtà è solo una cultura politica del meno peggio, una tecnologia del potere adottata da tutte le forze che si alternano al governo e che ha come primo obiettivo quello di impedire o sterilizzare il conflitto sociale.
La democrazia italiana è commissariata, come mostra l’istituzione del pareggio di bilancio in Costituzione votata da PD, PdL e Monti. Le scelte di fondo, politiche ed economiche, sono definite dal pilota automatico, cioè dai vincoli e dalle regole del fiscal compact e dei trattati di Maastricht e Lisbona, dal supergoverno della Troika.
Tutto questo è precipitato su una democrazia già devastata da venti anni di berlusconismo e da un contrasto subalterno ad esso, quale quello condotto dal centrosinistra e dalla grande stampa. L’antiberlusconismo ha spesso mutuato dal suo avversario i principi di fondo, quali il maggioritario e la governabilità, la centralità del mercato e il liberismo, le privatizzazioni e l’anticomunismo. A volte è sembrato che l’accusa principale a Berlusconi sia stata quella di non essere un vero liberale di destra.
Anche per queste ragioni la domanda di cambiamento e rottura in Italia si è rivolta in gran parte al M5S. Essa esprime un bisogno di rottura democratica giusto, ma insufficiente. Non ci sarà vera trasformazione democratica senza una profonda e radicale trasformazione sociale. I poteri del capitalismo globalizzato e della casta sono intrecciati tra loro in un sistema oligarchico di potere che governa anche il senso comune con i grandi mezzi di comunicazione di massa. Se non si rovescia il potere di questa oligarchia, le rotture dei privilegi della casta saranno marginali e di puro effetto mediatico, il potere vero sopravviverà e riderà di noi.
Il cambiamento non si realizzerà se la lotta contro le caste burocratiche non sarà parte di quelle contro lo sfruttamento del lavoro e la devastazione della natura, contro la mercificazione delle vite e la disuguaglianza sociale, contro il patriarcato e la violenza maschile contro le donne.
Agli inizi del nuovo secolo il grande movimento che portò alle giornate di Genova sembrava aver individuato la strada della costruzione di un soggetto politico anticapitalista di massa, nel quale tutti i conflitti potessero liberamente riconoscersi. La catastrofica esperienza della partecipazione della sinistra radicale al governo Prodi ha distrutto questo percorso.
Un soggetto anticapitalista di massa non può che essere alternativo sia al social-liberismo del centrosinistra, sia al conservatorismo del centrodestra, che in Italia ed in Europa – a volte in alternanza, a volte proprio assieme – governano con le stesse politiche economiche e sociali. I
Privatizzazioni, flessibilità e precarietà del lavoro, tagli progressivi alla scuola pubblica alle pensioni e allo stato sociale, sono scelte comuni a questi due schieramenti; come dimostra il governo Monti, che ha distrutto le pensioni e l’articolo 18 con il sostegno di entrambi e il silenzio dei grandi sindacati.
La concertazione sindacale ha accompagnato e cogestito la regressione sociale e dei diritti del lavoro. Per questo una alternativa radicale alle politiche liberiste passa anche attraverso la la lotta per restituire a lavoratrici e lavoratori un grande movimento sindacale di classe, democratico e indipendente dai partiti.
Alternativa oggi vuol dire prima di tutto NO all’Europa del fiscal compact e dell’austerità imposta dai trattati e dai loro vincoli. Bisogna dire NO ora alle missioni di guerra e alla Nato.
Alternativa oggi vuol che dopo trenta anni di politiche liberiste prima di tutto bisogna distruggere la disoccupazione di massa.
Alternativa significa il rifiuto del vincolo del debito, la nazionalizzazione e la socializzazione delle banche e delle imprese strategiche, l’istituzione di poteri democratici reali e diffusi nei luoghi di lavoro, nel territorio, nelle istituzioni. Ci vuole un piano di grandi interventi pubblici per milioni di piccole opere, cancellando tutte le TAV che distruggono ambiente e lavoro.
Alternativa significa la costruzione, la difesa, la riappropriazione e gestione sociale dei beni comuni, contro la mercificazione delle vite, dell’ambiente e della salute, della conoscenza.
Alternativa, perché bisogna riprendere la marcia verso l’eguaglianza sociale partendo dalla riduzione generalizzata degli orari di lavoro, dall’abbassamento della età della pensione, dalla cancellazione delle leggi sulla precarietà, e di quelle sullo schiavismo e la criminalizzazione dei migranti.
Alternativa perché ci vuole una grande redistribuzione della ricchezza verso il basso, con un generale ed egualitario incremento delle retribuzioni e delle pensioni più basse, e con la istituzione di un reddito minimo garantito.
Alternativa, perché nulla di tutto questo potrà essere realizzato con le vecchie classi politiche di destra e di sinistra e con l’attuale sistema di concertazione burocratica sindacale.
Alternativa, perché un movimento politico anticapitalista è necessario per ricostruire forza e unità in tutto il mondo oppresso e disperso dalla precarizzazione devastante che ha imperversato in questi venti anni.
Noi siamo con quella grande maggioranza che oggi paga la crisi, dal lavoro dipendente privato e pubblico al lavoro autonomo e parasubordinato, al precariato diffuso manuale ed intellettuale, al popolo delle grandi periferie metropolitane, agli immigrati, alle donne espulse dal lavoro e colpite dai tagli allo stato sociale.
Noi siamo con le popolazioni del Meridione, che pagano due volte la crisi e che non vogliono precipitare nella desertificazione economica e sociale, nel non lavoro, nello sfruttamento schiavistico dei migranti e nella nuova emigrazione.
Noi lottiamo per la costruzione di una rappresentanza politica che non abbia come prima e unica ragione la presenza nelle istituzioni, ma che sia strumento della ricomposizione e organizzazione conflittuale del blocco sociale degli oppressi. Nessuno si deve più vergognare e isolare per la sua povertà, solo le relazioni solidali e il conflitto rompono la solitudine.
Occorre rompere con ogni subalternità al centrosinistra, con l’opportunismo elettoralistico, ma anche con quei settarismi e quella frantumazione che hanno portato la sinistra comunista e anticapitalista italiana ad essere la più piccola e ininfluente dEuropa. Ci sono tante esperienze di sinistra alternativa che crescono in Europa. Esse ci dicono che la strada che vogliamo percorrere è praticabile, purché si abbia il coraggio di ripartire su nuove basi.
Proponiamo di costruire un movimento politico anticapitalista e libertario di donne e uomini che vogliono lottare, sulla base di un programma di alternativa economica, politica e culturale, con adesioni individuali e pratiche di democrazia realmente partecipativa, con un sistema di relazioni plurali ed aperte.Vogliamo costruire questo movimento ed il suo programma imparando dalle lotte sociali e delle esperienze concrete in atto.
Pensiamo alla lunga resistenza del popolo della Valle Susa, capace di mobilitazioni di massa, di azioni dirette, di conflitto e iniziativa istituzionale. Pensiamo alle organizzazioni popolari per il consumo e per il diritto all’abitare, alle lotte degli operai che spontaneamente hanno scioperato contro la cancellazione dell’articolo 18 e a quelle dei migranti contro il caporalato della logistica, alle mobilitazioni degli studenti, degli insegnanti, dei ricercatori.Tutte queste lotte annunciano e reclamano un nuovo spirito unitario e nuove modalità di partecipazione e organizzazione. Vogliamo che esse siano gli elementi costituenti del movimento politico.
Siamo tuttora in differenti esperienze e in diverse organizzazioni politiche e sociali, ma riteniamo urgente l’avvio di un percorso comune, che vogliamo aperto, senza esclusioni basate su piccole discriminanti o pregiudiziali.
Per noi la sola condizione indispensabile per partire è sentire la profonda necessità di costruire ora e assieme un movimento politico anticapitalista e libertario di massa, alternativo e indipendente rispetto agli attuali grandi schieramenti politici.
Per questo motivo convochiamo un primo incontro aperto a tutte e tutti coloro che vogliono confrontarsi che siano interessati a un comune percorso per costruire l’alternativa.
Vogliamo con esso dare avvio a un viaggio comune nelle lotte e nelle sofferenze del paese. Alla fine di esso convocheremo una assemblea per decidere.
Primo appuntamento a Bologna l’11 maggio.

per aderire: http://perunmovimentoanticapitalista.wordpress.com/
Le/i promotori
Claudio Amato, militante sindacale Roma
Fabio Amato, attivista politico
Cesare Antetomaso, avvocato
Imma Barbarossa, femminista
Fulvio Beato, attivista sindacale S. Maria Capua Vetere
Sergio Bellavita, militante sindacale
Marco Benevento, rsu Alenia Thales Roma
Lina Gladys Bianconi, femminista
Carmela Bonvino, attivista sindacale Roma
Biagio Borretti, militante politico Napoli
Massimo Bortoloni, rsu Terna Lombardia
Franco Bruno, militante sindacale Napoli
Fabrizio Burattini, militante sindacale
Maria Grazia Campari, avvocata del lavoro
Sergio Cararo. attivista politico Roma
Carlo Carelli, rsu Unilever Lodi
Chiara Carratù. precaria scuola Cuneo
Mauro Casadio. attivista politico Roma
Giuseppe Catucci, militante sindacale Bari
Susi Ciolella, licenziata Alitalia
Eliana Como, militante sindacale Bergamo
Pino Commodari, funzionario Regione Calabria
Daniela Cortese, rsu Telecom Sparkle Roma
Giorgio Cremaschi, militante sindacale
Leonardo de Angelis, delegato Sistemi Informatici roma
Walter De Cesaris, militante politico
Carmine De Sio, operaio No Amianto Salerno
Domenico De Stradis, rsu FIAT Melfi
Vittoria Di Prizito, femminista insegnante
Giacomo Divizia, militante sindacale Cuneo
Nicoletta Dosio, movimento No Tav
Valerio Evangelisti, scrittore
Riccardo Faranda, avvocato del lavoro Roma
Eleonora Forenza, ricercatrice precaria, femminista
Michele Franco. attivista politico Napoli
Delia Fratucelli, delegata Poste Torino
Maurizio Fusà, delegato aziendale ASL RmB Roma
Lorenzo Giustolisi, insegnate precario Torino
Simone Grisa, militante sindacale Bergamo
Carlo Guglielmi, avvocato del lavoro Roma
Giusi Lazzaro, precaria scuola Roma
Tiziano Loreti, militante politico Bologna
Francesco Locantore, precario scuola Roma
Pasquale Loiacono, rsu Fiat Mirafiori
Valter Lorenzi, attivista politico Pisa
Aurelio Macciò, delegato Ministero della salute genova
Loredana Marino, precaria, attivista politica
Margherita Matteo, femminista Taranto
Patrizia Modesti, delegata Croce Rossa Roma
Antonio Moscato, docente storia del movimento operaio Macerata
Francesco Musumeci, medico Salerno
Alfio Nicotra, giornalista, pacifista
Gianluca Nigro, attivista antirazzista
Ferruccio Nobili, funzionario Provincia Roma
Massimo Paparella, militante sindacale Bari
Emidia Papi, militante sindacale
Tiziano Peracchi, rsu Mingazzini Parma
Francesco Piobbichi, attivista politico
Luigi Presutti, delegato assistenti traffico Roma
Ernesto Rascato, attivista politico Aversa
Giuliana Righi, militante sindacale, Bologna
Annamaria Rivera, femminista militante antirazzista
Daniela Rottoli, rsu San Raffaele Milano
Franco Russo, attivista politico Roma
Giovanni Russo Spena, attivista politico
Antonia Sani, docente, ass.ne per la democrazia costituzionale
Viviana Savino, precaria scuola Roma
Nando Simeone, militante politico
Mario Sinopoli, militante sindacale Calabria
Anita Sonego, femminista consigliera comunale Milano
Fabrizio Tomaselli, militante sindacale
Laura Tonoli, militante sindacale Brescia
Franco Turigliatto, militante politico Torino
Iacopo Venier, giornalista
Carlos Venturi, militante politico Bologna
Nico Vox, militante sindacale
Pasquale Voza, Università di Bari

11 aprile 2013

Italia, già Repubblica fondata sul lavoro e la giustizia è ormai una repubblichetta fondata sulle disuguaglianze, sull'ingiustizia e.....sui segreti di Stato per coprire mandanti ed esecutori delle stragi nere

PIAZZA FONTANA Quella morte di Stato dimenticata per decreto
Un lavoro di ricerca per riaprire l'inchiesta sui depistaggi di allora La pista anarchica imposta da Roma. È quanto emerge in un volume raccoglie documenti che attestano la presenza nella Questura di Milano di funzionari del ministero degli interni la notte quando morì Pinelli Sarà mai possibile indurre la magistratura ad aprire una nuova indagine sulla morte di Giuseppe Pinelli?
Tutti gli spunti per farlo, in effetti, sussisterebbero, corroborati da testimonianze e documenti ora minuziosamente esposti in questo libro appena pubblicato di Gabriele Fuga ed Enrico Maltini, il cui titolo riprende una strofa del Lamento per la morte di Giuseppe Pinelli di Franco Trincale («È a finestra c'è la morti». Pinelli: chi c'era quella notte, pp. 168, euro 10, Edizioni Zero in condotta). Non una novità assoluta essendo tutti questi materiali da diversi anni giacenti presso i tribunali. Il fatto è che, grazie a questa lavoro di raccolta (Fuga è un noto penalista mentre Maltini, già nel 1969, faceva parte del circolo Ponte della Ghisolfa), sono stati adesso riportati alla luce, analizzati e resi pubblici.
Molti nuovi elementi sono emersi dall'imponente mole di carte del cosiddetto archivio «parallelo», ovvero nascosto, dell'Ufficio affari riservati (Uar), scoperto nel 1996 presso una caserma dei carabinieri sulla circonvallazione Appia di Roma. Da esse si è appurato che almeno altre quattordici persone si aggiravano nelle stanze della Questura di Milano, la notte in cui Pinelli precipitò dalla finestra dell'ufficio del commissario Luigi Calabresi, al quarto piano. Indagini precostituite Chi erano? Perché nessuno ne aveva mai parlato? Qualcuno di loro era forse presente in quella stanza? Qualche risposta c'è già. Erano funzionari, alcuni di altissimo livello, dell'Ufficio affari riservati inviati dal ministero dell'Interno subito dopo la strage alla Banca nazionale dell'agricoltura. Avevano il potere di imporre ordini e decidere l'indirizzo delle indagini. Rispetto a essi i funzionari della questura erano «gerarchicamente dipendenti». Tra loro, anche Silvano Russomanno, all'epoca direttore della IV sezione, con un passato nella Repubblica sociale italiana e addirittura di volontario in una formazione tedesca, che secondo diverse testimonianze «prese in mano la situazione» imponendo «la pista anarchica».
A supportare questa ricostruzione alcune deposizioni, rese tra il 1996 e il 1997, anche da parte di alcuni di questi stessi funzionari, ascoltati dai pm che indagavano sia su piazza Fontana sia su Argo 16 (nome in codice di un aereo dell'Aeronautica militare, utilizzato dai servizi segreti, precipitato, forse per un sabotaggio, nel 1973). Nelle loro parole la certezza di come, a ogni costo, ancor prima di qualsiasi indizio, vi fosse la decisione precostituita di incolpare gli anarchici per le bombe del 12 dicembre. Così Pietro Valpreda, così Giuseppe Pinelli, autentiche vittime predestinate. Una farsa quella delle indagini a tutto campo.
Clamoroso il racconto di Antonio Pagnozzi, commissario di polizia, che ha rivelato come nelle ore successive alla strage, per far «numero», fosse stata addirittura organizzata una retata di vagabondi alla Stazione Centrale, ma soprattutto che «vi era una pista prefabbricata originata non a Milano allorché, da Roma, pervenne la comunicazione che era stato Valpreda a portare la valigia con l'esplosivo». A ruota Guglielmo Carlucci, funzionario dell'Ufficio affari riservati, presente nella Questura di Milano subito dopo la strage, che aggiunse come «I nomi di Pinelli e Valpreda erano stati segnalati subito». Vale a dire solo poche ore dopo. Anche il riconoscimento, a questo punto, di Valpreda da parte del tassista Rolandi, fu solo una messinscena.
Tutto era già stato deciso. Non era stata, questo sì, programmata la defenestrazione di Pinelli. Forse un incidente di percorso. Illuminante, a questo proposito, l'interrogatorio, il 30 aprile 1997, di Giuseppe Mango, addetto alla segreteria dello Uar. «Pinelli si era appoggiato di spalle alla finestra», a raccontarlo, secondo Mango, fu Antonino Allegra, il capo dell'Ufficio politico della Questura di Milano. «Al Pinelli era stata contestata una falsa confessione di Valpreda, notizia questa improvvisamente portata da qualcuno (...) il quale aveva fatto irruzione nella stanza». Una pressione anche fisica, forse una spinta o un colpo. Da qui la caduta nel vuoto all'indietro che spiegherebbe anche l'assenza di abrasioni sulle sue mani e sulle sue braccia. Altro che «tuffo» o «balzo felino»! Ma chi irruppe durante l'interrogatorio? Magari qualcuno dello Uar? Perché non indagare? Tanti gli elementi da cui partire. Un ridicolo identikit In appendice un capitolo su una vicenda solo apparentemente singolare. Quella di un identikit effettuato preso l'abitazione di un agente della polizia scientifica, presenti Enrico Rovelli, spia infiltrata fra gli anarchici, il brigadiere Vito Panessa e il commissario Luigi Calabresi.
Siamo a settembre del 1970 e il fatto strano è che la persona da ritrarre in realtà era conosciutissima. Aveva in questura un fascicolo intestato a suo nome con tanto di fotografia. Il personaggio in questione era Jean-Pierre Duteuil, un anarchico, tra le figure più note del maggio francese. L'identikit verrà pubblicato sui giornali solo dopo la morte di Calabresi, per «l'evidente somiglianza con la figura dell'omicida». Duteuil lo ha saputo quarant'anni dopo. È sbiancato. Un fatto è certo: nella sede centrale dello Uar e nella Questura di Milano, si costruivano per tempo a tavolino, buoni per ogni evenienza e delitto, i colpevoli. Meglio se anarchici.

Saverio Ferrari

Non c'è stata nessuna modifica delle norme contenute nel codice civile. Ma ad un governo di “tecnici” con intenzioni socialmente criminali non fa certo difetto la fantasia

L'ultima rapina di Monti: stipendi e pensioni pignorabili per intero

Per legge i pignoramenti su stipendi e pensioni non possono superare il 10% per debiti fino a 2.500 euro, un settimo per debiti da 2.500 euro a 5.000 euro e il 20% per debiti superiori a 5.000 euro.
 Un governo criminale, che costringe la gente a togliersi la vita oppure gliela toglie direttamente. È il governo Monti, teoricamente in sella solo per il disbrigo dell'”ordinaria amministrazione”.
Nelle pieghe del Decreto Salva Italia, tra quei codicilli scritti in aramaico che nessuno può interpretare, c'è anche la possibilità di espropriare l'intero stipendio o pensione su richiesta dei creditori (il cosiddetto “pignoramento presso terzi”). Il codice di procedura civile, tutt'ora in vigore, prevede invece che l'entità del pignoramento non possa superare per legge la soglia di un decimo per debiti fino a 2.500 euro, un settimo per debiti da 2.500 euro a 5.000 euro e un quinto per debiti superiori a 5.000 euro.
Il decreto riguarderebbe – è fa incazzare ancora di più il fatto di dover usare il condizionale - anche i lavoratori dipendenti. In pratica, diventa possibile affamare famiglie intere fino all'estinzione totale del debito. E questo grazie a un decreto chiamato "salva Italia"... Assassini che prendono per i fondelli le vittime, insomma.
Eppure non c'è stata nessuna modifica delle norme contenute nel codice civile. Ma ad un governo di “tecnici” con intenzioni criminali non fa certo difetto la fantasia. L'escamotage passa per la norma che dal dicembre 2012 costringe a pagare esclusivamente tramite conto corrente bancario, postale o libretto di risparmio, gli stipendi o le pensioni superiori ai mille euro.
Il rischio, peraltro, è ancora peggiore: il concessionario della riscossione (Equitalia, ma anche altri creditori), piuttosto che avviare una procedura coattiva di pignoramento dello stipendio o della pensione, sottoposta come tale ai nuovi limiti sopra evidenziati, potrebbe addirittura aggredire direttamente l'intera somma detenuta sul conto corrente del debitore.
Naturalmente ora ci sarà bisogno di altri “tecnici” per vedere come possa accadere che una legge – quella che limita al 20% il pignoramento - possa essere aggirata da una norma che limita l'uso del contante. Sul piano giuridico, infatti, non è che la “forma” del denaro – elettronico o contante – possa incidere sulla determinazione del limite.
Al momento, il trucco sembra questo: una volta che la mensilità è arrivata sul conto corrente bancario o postale, essa perde la qualifica di "emolumento di lavoro dipendente o pensionistico". E quindi anche le tutele (la percentuale pignorabile) previste dalla legge.
Dovrebbe essere a quel punto il singolo debitore a dover "dimostrare" che su quel conto affluisce soltanto lo stipendio o la pensione, e che quindi eventuali cifre superiori alla singola mensilità sarebbero solo frutto di risparmi fatti sulle mensilità precedenti. Ma è materialmente impossibile che su un conto non vengano fatte anche operazioni differenti. Quindi...
In ogni caso, segnatevi i nomi dei partitti che hanno votato l'intero decreto dando la "fiducia" a questo governo: Partito democratico, Popolo delle libertà, Udc. Se volete tradurre in facce: Bersani, Berlusconi, Casini. Noi non crediamo alla macumba, ma le maledizioni corali della popolazione italiana qualche effetto potrebbero anche sortirlo...
Gruppi Acquisto Popolare
Pordenone 10/04/2013

10 aprile 2013

Un Paese sempre più trascinato nel baratro della povertà si trova nelle mani di bande di truffatori sociali e di dilettanti che mandano allo sbaraglio ogni speranza di ritorno alla democrazia sostanziale

La crisi morde e le famiglie stringono ancora la cinghia
Si riducono i redditi. Calano le spese. Complice l’inflazione va a picco il potere di acquisto. E anche la propensione al risparmio, costante storica per le famiglie italiane, batte un colpo a vuoto. La crisi nel terribile 2012 dell’austerità coatta viene radiografata dall’Istat con la consueta panoramica di dati percentuali, che registrano un impoverimento certificato anche dalla Banca centrale europea. L’interfaccia nella vita di tutti i giorni arriva invece dalle associazioni degli agroalimentari Cia e Coldiretti, pronte a segnalare come questa situazione si rifletta sulle tavole degli italiani, dove sempre più spesso si ricorre a cibi in scatola e a surgelati invece che a prodotti freschi. Con una drastica riduzione dei consumi non solo di carne e di pesce, ma anche di frutta e verdura.
Andiamo per ordine. A partire dal reddito disponibile delle famiglie, che nello scorso anno è diminuito del 2,1% rispetto al (comunque magro) 2011. L’istituto nazionale di statistica sottolinea che nell’ultimo trimestre dell’anno è stata registrata una riduzione dello 0,3% rispetto ai tre mesi precedenti, e del 3,2% sul quarto trimestre 2011. Alla riduzione complessiva del reddito del 2,1% va poi aggiunta la variabile inflazione, che ha portato nel 2012 a un potere di acquisto delle famiglie diminuito del 4,8%. Un calo che non si era verificato dal 1990, anno di inizio delle cosiddette «serie storiche». Con l’ulteriore aggravante che la caduta del potere d’acquisto si è accentuata negli ultimi tre mesi dell’anno, con una riduzione dello 0,9% rispetto al trimestre precedente, e del 5,4% nei confronti dello stesso periodo del 2011.
Se cala il reddito disponibile e cala ancor di più il potere di acquisto, non può che diminuire la spesa per i consumi, almeno in un paese come l’Italia dove la propensione al risparmio potrebbe essere considerata l’undicesimo comandamento. I dati diffusi dall’Istat confermano la correlazione, ma indicano che la spesa per i consumi nel 2012 è calata «solo» dell’1,6%. Dunque in misura minore rispetto all’abbassamento del reddito, di un mezzo punto percentuale. Questo 0,5% impiegato per i consumi è stato tolto dal salvadanaio familiare: a riprova, l’Istituto di statistica certifica che lo scorso anno la propensione al risparmio è risultata pari all’8,2% – anche in questo caso il livello più basso dal 1990 – mentre nel 2011 era dell’8,7%.
I bilanci familiari sono stati messi sotto osservazione anche alla Banca centrale europea, naturalmente nella dimensione continentale dell’area della moneta unica. I risultati segnalano che in Italia una famiglia su sei è povera, almeno rispetto a una soglia fissata in circa 8.500 euro. In percentuale la soglia di povertà nazionale è al 16,5%, contro il 13% dell’area euro. Ma se si considera la soglia di povertà unica, quella che tiene conto dei diversi livelli di prezzi e tratta tutte le nazioni come un unico paese, la percentuale per l’Italia sale al 20% e anche per l’area euro si alza al 14,6%. Con una soglia fissata in 9.200 euro che fa risaltare le differenze fra paese e paese: in Finlandia la percentuale di famiglie povere è minima (2,1%), mentre schizza al 57,4% in Portogallo, e addirittura all’80,7% in Slovacchia.
A proposito di differenze, lo studio della Bce rimarca anche il solco esistente in Italia fra (pochi) ricchi e (molti) poveri, visto che in media le famiglie italiane hanno un livello di ricchezza analogo a quelle tedesche e francesi, nonostante che siano svantaggiate quanto a redditi medi, al nono posto nell’area euro. Al tempo stesso la Bce conferma che le famiglie italiane sono le meno indebitate della Eurozona, dove in media il 43,7% delle famiglie ha i conti in rosso (soprattutto a causa di un mutuo) con punte registrate a Cipro e in Olanda, mentre per l’Italia si registra il valore più basso (25,2%).

Riccardo Chiari
10/04/2013 www.ilmanifesto.it

4 aprile 2013

Il Comitato Amici e Famigliari di Davide Rosci fa un appello a tutti gli Organismi, Associazioni, Personalità e Istituzioni che ritengono la Giustizia un cardine della società

Davide Libero !! Appello del Comitato Amici e Famigliari di Davide Rosci.

A tutti gli Organismi, Associazioni, Personalità e Istituzioni che ritengono la Giustizia un cardine della Società.
Davide Rosci è un uomo di 30 anni che lavora e risiede a Teramo. Il 21 aprile 2012 è stato arrestato e sottoposto ad arresti domiciliari presso la casa dei genitori perchè accusato di devastazione e saccheggio nell'ambito degli incidenti di piazza San Giovanni a Roma del 15 ottobre 2011.
Il 7 gennaio 2013 Davide viene condannato in primo grado con il rito abbreviato a 6 anni di detenzione, in attesa degli altri gradi di giudizio rimane in custodia cautelare ai domiciliari con il permesso per recarsi a lavorare la mattina dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13.
Sabato 26 gennaio, confuso a causa di una situazione di forte stress, entrambi i genitori erano infatti ricoverati presso l'ospedale di Teramo, Davide esce per andare a lavoro nonostante, appunto, fosse sabato; accortosi subito dell'errore si apprestava a telefonare ai Carabinieri per avvertirli (procedimento al quale era comunuqe tenuto ogniqualvolta si recava al lavoro), quando due degli stessi, in borghese, lo fermano. Davide chiarisce l'equivoco, torna a casa e qualche ora più tardi viene raggiunto dai carabinieri che lo avevano precedentemente fermato per verbalizzare l'accaduto, i due lo rassicurano sul fatto che la problematica è stata compresa.
Lunedì 18 febbraio 2013, ventitré giorni dopo, alle 10:00 del mattino i carabinieri si recano al posto di lavoro di Davide e lo arrestano per evasione, traducendolo presso la Casa Circondariale Castrogno di Teramo.
Martedì 5 marzo, quindici giorni dopo, viene trasferito presso la Casa Circondariale Nuovo Complesso di Rieti, dove è stato trattenuto in regime di isolamento e gli è stata bloccata la posta che riceveva quotidianamente da amici e parenti.
Mercoledì 13 marzo, nove giorni dopo, è stato trasferito presso la Casa Circondariale Mammagialla di Viterbo, dove è stato tenuto in isolamento in una cella seminterrata. Da questo isolamento viene tolto quattro giorni dopo, sabato 16 marzo, solo dopo la visita presso la Casa Cirocndariale di un Consigliere Regionale del Lazio avvertito della situazione dalla famiglia di Davide.Tutto questo trattamento senza che Davide abbia subito rapporti all'interno delle strutture dov'era detenuto o abbia tenuto un comportamento violento nei confonti di agenti di Polizia Penitenziaria o altri detenuti.
Tutto questo trattamento senza che Davide risulti un detenuto particolare o in qualche modo diverso dagli altri: risulta essere un detenuto comune senza alcun profilo particolare di classificazione di sicurezza.
Il Comitato Amici e Famigliari di Davide Rosci fa un appello a tutti gli Organismi, Associazioni, Personalità e Istituzioni che ritengono la Giustizia un cardine della società: Al di là di ogni valutazione sulla situazione che sta vivendo Davide è chiaro come quello che stia subendo non è giusto, anzi somiglia più a una persecuzione che a regolari procedimenti di uno Stato che si dice di Diritto, per questo chiunque abbia a cuore la Giustizia e la sorte di Davide, trattato alla stregua dei peggiori criminali; sballottato da un carcere all'altro senza alcuna motivazione, come fosse un pacco che nessun vuol ricevere; allontanato dai genitori, i quali non possono andarlo a visitare a Viterbo per le loro condizioni di salute; allontanato dagli affetti; si faccia sentire, faccia girare questo appello e se vuole, si metta in contatto con noi.

Comitato Amici e Famigliari Liberiamo Davide