31 marzo 2013

QUESTO MODO DI FARE E' TOTALMENTE SBAGLIATO E NON FA GLI INTERESSI DEGLI STRATI PIU' DEBOLI DELLA POPOLAZIONE, QUELLI CHE HANNO BISOGNO CHE IL GOVERNO CAMBI POLITICA.

CRITICO GRILLO PERCHE' NON HA FATTO COME SYRIZA E COME I NO TAV IN VAL DI SUSA.

 Sui passaggi politici di questi giorni vi è molta attenzione. Ho già detto la mia ma vorrei - senza farla troppo lunga - motivare nel merito, perché era possibile determinare un esito diverso - e migliore - alla partita che si sta chiudendo... con la riconferma di quello schifo di governo Monti e con un inciucione sul presidente della repubblica benedetto dal san giorgio.
COME SIAMO ARRIVATI QUI? 1) Dopo le elezioni Bersani ha provato a fare un governo guardando ai 5 stelle. La proposta era del tutto insufficiente ma c'era. 2) Grillo ha chiuso le porte a Bersani dicendo che con i partiti non avrebbe fatto accordi. 3) Bersani si è rifiutato di fare un accordo con berlusconi e così san giorgio ha potuto prendere in mano la palla e ricostruire l'inciucione.
COSA SI POTEVA FARE DI DIVERSO?
Faccio un solo esempio di cosa si poteva fare di diverso, ma non è l'unico fattibile. 1) Grillo poteva avanzare una controproposta programmatica a Bersani. Ad esempio il taglio immediato degli stipendi dei parlamentari, dei vitalizi, delle pensioni d'oro, degli stipendi dei manager pubblici, dei cacciabombardieri, così come poteva proporre la patrimoniale, la non applicazione del fiscal compact, ecc. e poteva proporre di usare quei soldi ad esempio per cominciare a fare il reddito sociale per i disoccupati e per abbassare le tasse a lavoratori e pensionati. 2) Se Bersani avesse detto di no secco, Grillo aveva totalmente ragione e avrebbe sbertucciato con ragione bersani. Ma se per caso Bersani avesse dovuto abbozzare - perchè non aveva altre strade - avrebbe dovuto fare concessioni. 3) sulla base di impegni precisi i 5s avrebbero potuto far partire il governo (uscendo dall'aula e se usciva anche berlusca rimanendo dentro, la formula tecnica si trovava) senza entrarci e senza nemmeno necessariamente votarlo. Potevano cioè far partire il governo mantenendo il massimo di autonomia. 4) A quel punto bersani si sarebbe trovato con una rottura con la destra (e con parte del suo partito) e nelle mani di Grillo per ogni provvedimento. 5) a quel punto grillo poteva contrattare su ulteriori provvedimenti e chiedere a Bersani di definire insieme la proposta per il presidente della repubblica, proponendo nomi come ad esempio rodotà. etc. etc. etc. 6) da li in avanti si sarebbe visto. Certo non sarebbe stata una situazione stabile, bersani poteva anche saltare dopo tre mesi. Ma certo sarebbe stato tutto un altro film: sarebbe cambiato il clima nel paese perchè si sarebbe dimostrato al popolo che se si vuole si può cambiare sul serio e nel frattempo - ad esempio - si sarebbe eletto il presidente della repubblica evitando l'inciucio con berlusca, come invece vuole napolitano e mezzo pd.

Perchè Grillo non ha fatto questa cosa che avrebbe finalmente dato una risposta positiva alla disperazione degli italiani? mi pare per due ragioni. La prima perchè pur di non parlare con un partito preferisce avere un governo di merda e un presidente della repubblica garante dei poteri forti. In secondo luogo perchè punta al fatto che si produca l'inciucio per poi poter denunciare in tutte le piazze che sono tutti uguali e che fanno spazzati via. Contribuisce cioè a determinare il peggio al fine di potersene chiamare fuori e poter continuare a mandare affanculo tutto e tutti.
IO PENSO CHE QUESTO MODO DI FARE SIA TOTALMENTE SBAGLIATO E NON FACCIA GLI INTERESSI DEGLI STRATI PIU' DEBOLI DELLA POPOLAZIONE, QUELLI CHE HANNO BISOGNO CHE IL GOVERNO CAMBI POLITICA.
Ad esempio, se prendiamo Syriza - che nessuno accusa di essere di destra o opportunista - vediamo che ha fatto il contrario di Grillo. Syriza ha proposto di fare un governo con chiunque fosse disponibile a disdire il memorandum. Syriza ha cioè puntato ai contenuti la dove invece grillo è stato totalmente indifferente ai contenuti (e non ha mai posto il problema del fiscal compact, cioè il problema vero). Il punto di differenza tra noi e Grillo è proprio questo: Non è tra chi è più duro e chi più mediatore: e' la differenza tra chi punta a cambiare le cose perchè il problema è dare una risposta ai problemi dei disoccupati, della gente che non arriva alla fine del mese, etc. e chi per massimizzare la propria propaganda assume una logica da tanto peggio tanto meglio. Vorrei anche far notare che Grillo ha fatto anche l'opposto di quanto hanno fatto le liste NO TAV in Val di Susa, dove nel Consiglio della Comunità Montana vi è la stessa identica situazione che nel parlamento nazionale. Le liste NO TAV in Val di Susa non sono rimaste alla finestra e non hanno assistito passivamente all'accordo tra PD e PDL (sponsorizzato da Chiamparino e dalla segreteria nazionale del PD). Al contrario hanno avanzato al PD una proposta di accordo basata sul no alla TAV e adesso governano con il PD (sono in giunta). Hanno messo al centro il tema concreto del no alla tav e non una campagna elettorale infinita ed indifferente alla condizione concreta dei cittadini. Io penso che anche in Italia si sarebbe dovuto fare quello che le liste NO TAV hanno fatto in Val di Susa. Tutto qui. Questa è per me la politica, la buona politica: usare la forza e il consenso per cambiare le cose. Se capita, anche gli avversari.
 
Paolo Ferrero
Segretario di Rifondazione Comunista
31/3/2013

la crisi dei partiti ci sembra irreversibile, almeno nel medio periodo, così come ci sembra inarrestabile la corsa verso una web-life. Ma, ci domandiamo: la democrazia digitale, sondaggista, è la risposta?

Dopo lo tsunami: quale ricostruzione ?

Il terremoto politico che ha scosso il nostro paese e che ha suscitato l’interesse dei media di tutto il mondo, è legato al successo del M5S che in pochissimo tempo ha costruito una forza politica capace di imporsi sulla scena politica, con quasi un quarto di voti espressi, un quinto se si considera anche chi non ha votato. Ma, l’aspetto più interessante, la vera novità è un’altra. A differenza della Lega Nord, che aveva nel periodo 1992-94 conquistato molti seggi ed era diventata, in alcune regioni del Nord, la prima forza politica, il M5S non vuole solo vincere, ma abbattere il sistema dei partiti, quel sistema che il Msi di Almirante (qualcuno se ne ricorda?) chiamava la “partitocrazia”. Ma, l’analogia si ferma qui, perché i grillini sono convinti che quello che loro vogliono è una “vera democrazia” che nell’era del web non può che essere una democrazia digitale, dove “uno vale uno” e le scelte si fanno da casa con un Pc, oppure con un Ipad, un tablet, o solo con il telefonino da qualunque parte della terra. In questo modo, secondo i grillini, si abbatterebbe l’inutile burocrazia dei partiti, e i cittadini potrebbero esprimersi direttamente sui principali problemi della loro città o dell’intero paese in tempo reale. I rappresentanti nelle istituzioni, che loro definiscono sia come “portavoce” sia come “dipendenti”, avrebbero il compito notarile di sottoscrivere le decisioni prese dalla maggioranza sulla rete e di controllare/vigilare sulla pubblica amministrazione.
Al di là della fattibilità di questo progetto, del fatto che almeno venti milioni di italiani non usano ancora la rete, quello che mi fa venire in mente questo movimento è un fenomeno che nella storia abbiamo già visto, naturalmente con altri connotati ed altre motivazioni. Mi riferisco all’abbattimento delle Corporazioni di arti e mestieri che vennero in gran parte eliminate dopo la rivoluzione di Cromwell in Gran Bretagna, e dopo la rivoluzione francese del 1789 in gran parte dell’Europa. Adam Smith ha dedicato una parte rilevante del suo famoso saggio Indagine sulla natura e le cause della Ricchezza delle Nazioni proprio a questo obiettivo: dimostrare la necessità di sopprimere le Corporazioni, in quanto schiavizzavano gli apprendisti, impedivano le innovazioni tecnologiche e soprattutto la concorrenza sui prezzi. Solo il “libero mercato”, secondo il padre dell’economia politica e del pensiero liberale, avrebbe portato più ricchezza, una sua migliore ripartizione, una grande mobilità sociale ed il benessere per tutti. Sappiamo come è finita. Dopo la messa fuori gioco delle Corporazioni non è nato il “libero mercato”, ma si sono formati oligopoli e monopoli, varie forme di trust, che hanno assunto più potere di quello che avevano le Corporazioni, e i lavoratori “formalmente liberi” sono stati costretti ad organizzarsi e creare i sindacati per affrontare la lotta impari con gli imprenditori. Non a caso, anche i sindacati dei lavoratori sono stati spesso accusati di essere delle Corporazioni, e nel programma del M5S c’è anche la loro abolizione, in coerenza con l’ideologia del “libero cittadino” che non ha bisogno di rappresentanti perché è capace di curare da solo i suoi interessi. E’ la stessa idea/ideologia cara all’economia marginalista del consumatore “sovrano”, una monade calcolatrice, perfettamente razionale capace di valutare comparativamente i beni/servizi da acquistare in base al rapporto qualità/prezzo. Naturalmente all’interno di un mercato libero, trasparente, dove tutte le informazioni sono disponibili.
Questo paragone storico ci serve per dire due cose semplici, ma che riteniamo essenziali. La prima riguarda il fatto che partiti e sindacati si sono staccati dai bisogni della gente, non riescono più a svolgere il ruolo importante che hanno avuto in passato, non solo in Italia, ma nella gran parte delle democrazie parlamentari. La crisi della democrazia rappresentativa non è un’invenzione di Grillo, ma è ben nota e studiata da tempo (basti leggersi l’ultimo saggio di Marco Revelli, Finale di Partito). Anche le Corporazioni di arti e mestieri quando vennero travolte dalla rivoluzione della borghesia erano arrivate alla fine di un ciclo storico, erano ormai diventate un elemento di freno a qualunque cambiamento, perdendo quel grande ruolo che avevano svolto per secoli rendendo grandi, belle, e vivibili le città europee (come ci hanno mostrato i grandi storici dell’economia da Pirenne a Braudel).
La seconda questione riguarda la rete, il web come strumento fondamentale di comunicazione. E’indubbio che nella storia umana le innovazioni tecnologiche abbiano giocato un ruolo fondamentale, cambiando non solo gli stili di vita, ma anche modificando il modo con cui si esercita il Potere. Come sappiamo ogni grande innovazione tecnologica può migliorare le condizioni di vita delle popolazioni o può peggiorarle, a seconda di chi le gestisce e per quali fini. Va detto, ma è una cosa più complessa, che le stesse innovazioni tecnologiche sono il frutto di rapporti sociali di produzione, di rapporti di forza tra le classi, di ricerca del profitto che determina il successo di alcune e l’insabbiamento di altre.
In sintesi, la crisi dei partiti ci sembra irreversibile, almeno nel medio periodo, così come ci sembra inarrestabile la corsa verso una web-life. Ma, ci domandiamo: la democrazia digitale, sondaggista, è la risposta? L’esperienza del M5S ha più di qualcosa da insegnarci. Al momento di scegliere chi mandare in Parlamento, il M5S ha indetto le “parlamentarie”, a cui tutti gli iscritti potevano partecipare mandando un curriculum, come si fa con le aziende, e scegliendo tra un ristretto numero di candidati. Risultato: hanno partecipato alle “parlamentarie” qualcosa come 40.000 grillini , 90.000 per qualche altra fonte (Deaglio), ma in ogni caso un numero risibile rispetto ai voti presi. Paradossi della politica nell’era digitale: la colazione Pd-Sel ha portato al voto oltre 3 milioni di persone, ma ha ottenuto quasi gli stessi voti del M5S che ha fatto partecipare alla scelta dei candidati una parte marginale dei mitici “cittadini”. Qualcosa non torna e forse vale la pena cambiare prospettiva.
Proviamo, infatti, a guardare la crisi della democrazia rappresentativa da un’altra angolazione, all’interno del processo più generale di mercificazione della politica. Cosa sono diventate le elezioni politiche se non un grande mercato elettorale, dove conta il brand, la faccia del leader, le sue battute, la sua capacità di attrarre i consumatori/elettori come fanno i testimonial delle grandi marche ? Vince chi ha la capacità di innovare, di presentare un nuovo brand , di investire nel marketing, che significa rincorrere i gusti dei consumatori, orientarli, manipolarli. Non è un caso se negli ultimi trent’anni il costo delle elezioni politiche, della macchina elettorale, sia cresciuto iperbolicamente in tutti i paesi occidentali, come dimostra Marco Revelli nel suo ultimo saggio (Finale di partito, Einaudi). E se abbattiamo i costi della politica, come pretendono i grillini, con che cosa si finanzia il marketing elettorale e la politica in generale? La risposta è semplice : con la pubblicità, gli sponsor privati, le imprese multinazionali, la grande finanza, ecc., come avviene negli Usa, con tutte le conseguenze sull’autonomia della politica che conosciamo bene. Eppure, la maggioranza degli italiani vuole questo. Pensa che tagliando i costi della politica si salva il paese dal disastro. Certo, molti costi della classe politica sono insopportabili, ancor più gli scandali e le tangenti, ma ci possiamo fermare qui ? Possiamo accettare che un calciatore guadagni a vent’anni milioni di euro, o un cantante, o un comico, o un finanziere, mentre un operaio o un impiegato, se gli va bene, arriva a stento a fine mese ?
Il paradosso del M5S è che esso è, ad un tempo, un fenomeno di rivolta morale ed un pieno adeguamento alla legge del mercato autoregolato, come lo definì Polanyi. La sua strategia, se dovesse risultare vincente (non è scontato) punta ad abbattere il sistema dei partiti e a costruire una new town della politica e delle istituzioni, sul modello ideale del mercato autoregolato, dove solo i più meritevoli risultano alla fine vincenti.
Conosciamo bene le new town costruite in Italia dopo le catastrofi – dal Vajont a Gibellina, dai paesi alluvionati della Calabria Ultra ai paesi terremotati dell’Irpinia fino all’Aquila. L’Italia ha una triste storia di new town, progettate da grandi o piccoli architetti, ma tutte senza radici, storia, memoria e perciò invivibili. Città tristi, senza identità, come ce le racconta Monica Musolino in un bel saggio dedicato alle new town post-catastrofe (Mimesis, 2012). Tutto il contrario di quanto è avvenuto in Friuli nella ricostruzione post-terremoto del 1975, dove si è tenuto in gran conto la storia, le radici e le identità di quel popolo, attraverso un processo virtuoso di autonomia e responsabilità che ancora oggi viene studiato.
Siamo di fronte noi tutti, l’intero paese, ad una grande catastrofe, nell’accezione di René Thom, che è ad un tempo sociale, culturale, morale, ambientale e politica. Abbiamo quindi il dovere di pensare ad una “ricostruzione post-catastrofe”, ma non possiamo pensare di risolverla solo pensando alla riforma della politica, all’abbattimento dei suoi costi, senza pensare ad un altro modello sociale, alla demercificazione delle relazioni umane, della natura, della stessa moneta ridotta a merce-fittizia, per cui assistiamo increduli ad una massa enorme di denaro che produce denaro, andando contro le leggi di natura, come sosteneva Aristotele. Non di “riforme” abbiamo bisogno, la parola stessa fa paura ogni volta che viene pronunciata, ma di un progetto radicale di cambiamento verso la “ricostruzione” del nostro sistema economico, sociale e politico. Una ricostruzione che deve tenere conto del passato, delle radici culturali, delle identità, su cui costruire il futuro.

Tonino Perna
27/03/2013 www.liberazione.it

Oggi milioni di lavoratori si chiedono a che serva il sindacato. E non perché abbiano sposato le teorie neoliberiste secondo le quali la contrattazione sindacale sarebbe un freno allo sviluppo. Ma al contrario perché sentono il sindacato assente o lontano dal disastro della loro condizione sociale.

Ma cosa deve succedere ancora perché la Cgil cambi?

Nell'ultimo direttivo nazionale della Cgil non è emersa nessuna volontà di cambiamento, anzi una maggioranza bulgara, che ha escluso solo la Rete 28 aprile, ha deciso di continuare come sempre.
Lo scossone delle elezioni tocca per forza la grande maggioranza del gruppo dirigente del più grande sindacato italiano, che aveva speso tutte le sue carte sulla vittoria del centro sinistra. Lo stesso si può dire del gruppo dirigente della Cisl, sostenitore di Monti.
Entrambi i gruppi dirigenti hanno visto sonoramente sconfitta la loro scelta ed ora fanno finta di niente, come nella barzelletta di Totò: " E che io sono Pasquale?"
Ma la scelta di collateralismo elettorale non è la causa, ma solo un disperato, fallito, tentativo di affrontare così una crisi del sindacalismo confederale che ora sta precipitando dopo anni e anni di scivolamento verso il basso.
Oggi milioni di lavoratori si chiedono a che serva il sindacato. E non perché abbiano sposato le teorie neoliberiste secondo le quali la contrattazione sindacale sarebbe un freno allo sviluppo. Ma al contrario perché sentono il sindacato assente o lontano dal disastro della loro condizione sociale.
I precari e i disoccupati sono fuori dal mondo sindacale organizzato, ma anche quest'ultimo è sempre meno tutelato dalla contrattazione. Gli accordi che si firmano sono solo peggiorativi, sia quelli separati come l'ennesimo in Fiat, sia quelli unitari come alle Trenord. Ovunque i lavoratori sindacalizzati ricevono piu danni che benefici dagli accordi sindacali.
Si può obiettare a questo brutale giudizio che sempre nei momenti di crisi e disoccupazione i sindacati hanno fatto fatica a reggere. Però bisogna anche provarci a resistere.
Il governo Monti ha realizzato le sue peggiori controriforme, dalle pensioni all'articolo 18, e la sua disastrosa politica di austerità con il consenso della Cisl e con le brontolate senza convinzione e mobilitazione della Cgil. La Uil non è pervenuta.
Questo ultimo anno catastrofico per le condizioni complessive del mondo del lavoro ha visto una complicità e una passività sindacale uniche in Europa, in ogni caso in contrasto clamoroso con la storia di quello che era considerato uno dei movimenti più forti del continente.
Le resistenze della Fiom e dei sindacati di base, le singole lotte aziendali, non sono riuscite a fermare questa ritirata generale. E quando gruppi di lavoratori hanno deciso di ribellarsi e lottare, lo hanno fatto quasi sempre senza o contro Cgil Cisl Uil. Da ultimi i lavoratori, in gran parte migranti, della logistica, a cui la CGIL nazionale ha addirittura rifiutato la solidarietà.
Si capisce allora meglio perché i gruppi dirigenti di Cgil e Cisl si siano così platealmente spesi nella campagna elettorale. Dalla vittoria dello schieramento amico speravano di riottenere quel ruolo istituzionale che avevano perso senza lottare.
Non è andata così ed ora i gruppi dirigenti delle grandi confederazioni brancolano nel buio, sperando in chissà quale miracolo che permetta loro di continuare così senza cambiare nulla.
Questo sindacato che oggi pare scomparso non produce autocritiche, non ricerca vie nuove, non si rinnova né tantomeno si sburocratizza, ma pretende solo l'arroccamento dell'organizzazione attorno ai gruppi dirigenti.
È utile ricordare che la linea politica di fondo della Cgilè la stessa dal 1977. La struttura organizzativa è ancora quella decisa nel 1979. Dal 1988, dopo le dimissioni di Antonio Pizzinato, ogni segretario generale ha nominato il suo successore. La cooptazione dall'alto è il sistema di governo di tutta l'organizzazione e il gruppo dirigente pensa di andare avanti così.
Ma così ci sono solo il declino e la marginalità, anche se la burocrazia spera di salvarsi in qualche nicchia neocorporativa.
Organizzazioni sindacali confederali e Confindustria possono essere tentate di sopravvivere come " parti sociali", cioè mettendosi d'accordo su cosa rivendicare assieme nei confronti della politica e concordando regole sulla rappresentanza che che escludano il conflitto e la partecipazione dei lavoratori. Padroni ed operai tutti nella stessa barca e le loro burocrazie ancora di più.
Ma questa tattica di sopravvivenza è destinata a logorarsi presto di fronte allo stesso avanzare della crisi e del massacro sociale, come mostra la catastrofe del sindacato americano.
Bisogna cambiare linea politica, gruppo dirigente e modo pratico di funzionare.
Ci vuole una democrazia vera, il che vuol dire prima di tutto il il diritto a dire la propria. Come parlare di partecipazione quando nelle assemblee dei delegati gli interventi sono selezionati preventivamente in modo da impedire un vero confronto, quando due delegati in dissenso vengono espulsi in Veneto, due persone per bene di cui tutta la Cgil i dovrebbe essere orgogliosa?
Come negare che esiste un questione burocratica grande come una casa e che agli occhi di milioni di persone che soffrono, il sindacato appare distante e inconcludente?
Se il gruppo dirigente della Cgil appare parte del palazzo è colpa di Grillo e delle persone in carne ed ossa che lo votano o delle politiche e delle pratiche del gruppo dirigente?
Serve oggi un sindacato di lotta e cambiamento sociale profondamente democratico e totalmente indipendente dagli schieramenti politici. E se per ottenerlo occorre che anche le grandi confederazioni siano colpite dallo tsunami che ha sconvolto il quadro politico, bene che accada.
Il prezzo che il mondo del lavoro paga oggi, anche per la passività sindacale, è troppo pesante e ingiusto per continuare così.

Giorgio Cremaschi
27/03/2013 www.liberazione.it

26 marzo 2013

Le conseguenze mortali per il popolo iracheno della guerra del golfo. Crimini contro l'umanità che non vedranno mai un Tribunale internazionale condannare gli USA e i governi occidentali consapevolmente complici.

Iraq: il lascito cancerogeno della guerra

 Si sospetta che la contaminazione provocata dalle munizioni all’uranio impoverito e da altro inquinamento collegato all’attività militare sia la causa della netta crescita dei difetti congeniti alla nascita, dei casi di cancro e di altre malattie in tutto l’Iraq. Molti dottori e scienziati di spicco sostengono che la contaminazione da uranio impoverito è connessa anche al recente emergere di malattie mai viste prima in Iraq, come nuove patologie ai reni, ai polmoni e al fegato, nonché il collasso totale del sistema immunitario. Secondo quanto registrato in diversi governatorati iracheni, la contaminazione potrebbe anche essere connessa all’impennata dei casi di leucemia e di anemia, specialmente fra i bambini. C’è stato, inoltre, un drammatico aumento degli aborti e delle nascite premature tra le donne irachene, particolarmente in aree dove si sono svolte pesanti operazioni militari statunitensi, come a Fallujah.
Le statistiche ufficiali del governo iracheno mostrano che, prima dello scoppio della Prima Guerra del Golfo nel 1991, il tasso dei casi di cancro nel Paese era di 40 su 100.000 persone.
 Nel 1995, era cresciuto fino a 800 su 100.000 persone e, nel 2005, ha raddoppiato con almeno 1.600 casi su 100.000. Le statistiche attuali mostrano che il numero tende a crescere ancora.
 Per quanto scioccanti possano risultare queste statistiche, a causa della mancanza di una documentazione, ricerche e rapporti adeguati sui casi, il vero numero dei casi di cancro e di altre malattie è probabilmente molto più alto di quello che suggeriscono queste cifre.
 “Le statistiche sul cancro sono dure da reperire, dal momento che in Iraq solo il 50% dell’assistenza medica è pubblica”, ha dichiarato ad Al-Jazeera il dr. Salah Haddad della Società Irachena per l’Amministrazione e la Promozione della Salute. “L’altra metà è fornita dal settore privato, alquanto carente nel riportare le statistiche. Quindi, tutte le nostre stime in Iraq devono essere moltiplicate per due. È probabile che qualsiasi cifra ufficiale corrisponda alla metà del numero reale”.
Ambienti tossici
Il dr. Haddad crede che ci sia un collegamento diretto tra il crescente tasso di casi di cancro e l’insieme dei bombardamenti effettuati dalle forze statunitensi in aree particolari. “Io e i miei colleghi abbiamo tutti notato un aumento a Fallujah dei casi di malformazioni congenite, sterilità ed infertilità”, ha affermato. “In questa città c’è il problema delle tossine introdotte dai bombardamenti americani e dalle armi usate, come l’uranio impoverito”.
Nel corso del 2004, l’esercito statunitense ha effettuato due massicci attacchi militari nella città di Fallujah, usando grandi quantità di munizioni all’uranio impoverito e al fosforo bianco.
 “Siamo preoccupati che il futuro dei nostri figli sia esposto alle radiazioni e ai materiali tossici che i militari americani hanno introdotto nel nostro ambiente”, ha aggiunto il dr. Haddad.
Lo studio epidemiologico intitolato Cancro, Mortalità Infantile e Tasso di Nascite Maschili a Fallujah, Iraq 2005-2009, ha condotto un sondaggio porta-a-porta di più di 700 famiglie della città. Il team di ricerca ha interrogato gli abitanti di Fallujah riguardo agli insoliti alti tassi di cancro e di difetti alla nascita.
Uno degli autori dello studio, il chimico Chris Busby, ha detto che la crisi sanitaria della città rappresenta “il più alto tasso di danno genetico mai studiato in una popolazione”.
 La dr.ssa Mozghan Savabieasfahani è una tossicologa ambientale residente a Ann Arbor, in Michigan. È autrice di più di due dozzine di articoli, la maggior parte dei quali trattano dell’impatto sulla salute di contaminanti e tossine della guerra. Al momento la sua ricerca si concentra sull’inquinamento da guerra e sull’aumento dei difetti alla nascita nelle città irachene.
 “Dopo i bombardamenti, la popolazione colpita restava spesso tra le rovine delle loro case contaminate o in edifici dove l’esposizione ai metalli era continua”, ha detto la dr.ssa Sacabieasfahani ad Al-Jazeera.
“La nostra ricerca a Fallujah ha mostrato che la maggior parte delle famiglie è tornata nelle loro case bombardate e vi ha continuato a viverci oppure hanno ricostruito sopra i resti contaminati delle loro vecchie case. Quando possibile, hanno persino usato i materiali di costruzione recuperati dai siti bombardati. Queste pratiche comuni contribuiscono alla continua esposizione del pubblico ai metalli tossici anche dopo che i bombardamenti sono finiti”.
Ha sottolineato come grandi quantità di proiettili all’uranio impoverito, oltre ad altre munizioni, sono state disperse nell’ambiente iracheno.
 “Tra il 2002 ed il 2005, l’esercito americano ha usato sei miliardi di proiettili, secondo le cifre del Government Accountability Office statunitense”, ha aggiunto.
Secondo la dr.ssa Savabieasfahani, i contaminanti metallici nelle zone di guerra derivano dai proiettili e dalle bombe, nonché da altri dispositivi esplosivi. I metalli, ed in particolare uranio, mercurio e piombo, vengono usati nella produzione delle munizioni e tutti contribuiscono ai difetti alla nascita, ai disordini immunologici e alle altre patologie.
 “Il nostro studio condotto in due città irachene, Fallujah e Bassora, si è concentrato sui difetti congeniti alla nascita”, ha dichiarato.
La sua ricerca ha mostrato che entrambi gli studi hanno scoperto un numero crescente di difetti alla nascita, specialmente quelli al tubo neurale e i difetti cardiaci congeniti. Ha inoltre rivelato una contaminazione pubblica con due metalli neurotossici principali: piombo e mercurio.
 “L’epidemia dei difetti alla nascita in Iraq è, tuttavia, la punta dell’iceberg tra molti altri problemi di salute nelle città bombardate”, ha dichiarato. “I casi di leucemia infantile e altri tipi di cancro stanno aumentando in Iraq”.
I bambini di Fallujah
A Fallujah, i dottori continuano ad assistere al suddetto ripido aumento di casi di diversi difetti alla nascita, che includono bambini nati con due teste, con un solo occhio, con tumori multipli, con deformità sfiguranti al viso e al corpo e problemi complessi al sistema nervoso.
Oggi a Fallujah, i residenti riferiscono ad Al-Jazeera che sono molte le famiglie che hanno paura di avere bambini, dal momento che un allarmante numero di donne sta vivendo continui aborti e decessi di neonati con deformità e patologie critiche.
La dr.ssa Samira Alani, una pediatra specialista al Fallujah General Hospital, si è personalmente interessata di indagare sull’esplosione di anomalie congenite che sono proliferate all’indomani dell’assedio americano nel 2005.
 “Al momento ci sono tutti i tipi di difetti, dalla malattia cardiaca congenita fino a diverse anormalità fisiche, entrambe a livelli inimmaginabili”, ha detto lo scorso anno la dr.ssa Alani ad Al-Jazeera dal suo ufficio nell’ospedale, mentre mostrava innumerevoli foto di scioccanti difetti alla nascita.
La dr.ssa è anche co-autrice di uno studio del 2010 che ha mostrato che a Fallujah il tasso di difetti cardiaci è di 13 volte maggiore rispetto a quello calcolato in Europa. Inoltre, per quanto riguarda il sistema nervoso, è stato calcolato un tasso di 33 volte più alto rispetto a quello europeo sullo stesso numero di nascite.
Il 21 dicembre 2011, la dr.ssa Alani, che lavora nell’ospedale dal 1997, ha detto ad Al-Jazeera di essersi personalmente occupata di 677 casi di difetti alla nascita dall’ottobre 2006. Solo otto giorni dopo, in occasione della visita di Al-Jazeera alla città, la cifra era già arrivata a 699. La dr.ssa Alani ha mostrato alla tv araba centinaia di foto di bambini nati con palatoschisi, teste allungate, un bambino nato con un solo occhio al centro della faccia, arti troppo grandi o troppo corti, orecchie, nasi e colonne malformate.
 Ha raccontato ad Al-Jazeera di casi di “nanismo tanatoforo”, un’anormalità delle ossa e della cassa toracica che “rende il neonato incompatibile alla vita”.
 “Un tribunale di medicina legale ha scoperto che il cancro era causato dall’esposizione all’uranio impoverito”, ha detto Busby ad Al-Jazeera.
 “Negli ultimi dieci anni sono state condotte ricerche che hanno chiaramente dimostrato che l’uranio è una delle sostanze più pericolose note all’uomo, soprattutto nelle forme che assume quando è usato in guerra”.
 Nel luglio 2010, Busby ha rilasciato uno studio che mostrava un aumento di 12 volte del tasso di casi di cancro infantile a Fallujah dopo gli attacchi del 2004. Il rapporto ha inoltre mostrato che il tasso di natalità maschile si è alterato con una media di 86 bambini maschi per ogni 100 bambine femmine, insieme alla diffusione di malattie indicanti danni genetici – come a Hiroshima, ma di un’incidenza ben maggiore.
La dr.ssa Alani è stata in Giappone dove ha incontrato dei dottori locali che studiano i tassi di difetti alla nascita che credono sia collegato alle radiazioni causate dai bombardamenti nucleari americani ad Hiroshima e Nagasaki.
 Le hanno detto che i tassi di incidenza dei difetti alla nascita vanno dall’1% al 2%. L’insieme dei casi coperti dalla Alani arriva ad un tasso del 14,7% di tutti i bambini nati a Fallujah, oltre 14 volte in più rispetto alle aree giapponesi interessate.
Nel marzo 2013, la dr.ssa Alani ha informato Al-Jazeera che i tassi incidenti delle malformazioni congenite sono rimasti intorno al 14%.
Per quanto sconcertanti possano risultare queste statistiche, la dr.ssa Alani ha lamentato lo stesso problema del deficit di rapporti menzionato dal dr. Haddad ed ha dichiarato che la crisi è anche peggio di quanto indichino queste cifre.
 “Non abbiamo nessun sistema per registrarle tutte, quindi ci mancano moltissimi casi”, ha affermato.
 “Credo di conoscere solo il 40-50% dei casi, poiché sono molte le donne che partoriscono in casa e non ne sappiamo mai niente e non vengono neanche registrate da altre cliniche”.
 Inoltre, la dr.ssa Alani è l’unica persona di Fallujah che registra i casi ed ha riferito che si potevano osservare ancora gli stessi gravi difetti.”
 “Abbiamo così tanti casi di bambini con difetti multipli di sistema in un solo neonato”, ha spiegato. “Anormalità multiple in un solo bambino. Ad esempio, abbiamo appena avuto un caso di un neonato con problemi al sistema nervoso centrale, difetti allo scheletro e anormalità cardiache. Questo è abbastanza comune a Fallujah ormai”.
Purtroppo, la dr.ssa Alani ha menzionato qualcosa di cui aveva avvertito la dr.ssa Savabieasfahani nella sua ricerca.
 L’ospedale dove la Alani lavora è stato costruito nel quartiere di Dhubadh nel 2008. Secondo la Alani, la zona era stata pesantemente bombardata durante l’assedio del 2004.
La dr.ssa Savabieasfahani ha spiegato che la sua ricerca dimostra che alcune aree di Fallujah, come anche di Bassora, “sono contaminate da piombo e mercurio, due metalli altamente tossici”, a causa dei bombardamenti statunitensi nel 1991 e dell’invasione del 2003.
 Ha detto che, quando le munizioni all’uranio impoverito esplodono o colpiscono gli obiettivi, generano “particelle di pulviscolo contenti metallo e uranio impoverito che rimangono nell’ambiente. Queste particelle possono entrare nei cibi e quindi nel corpo umano. Particelle tossiche possono anche essere trasportate dal vento ed inalate. L’Iraq è frequentemente soggetto a tempeste di sabbia a polvere. L’inalazione continua di materiali tossici può causare cancro. Le particelle ingerite o inalate che emettono radiazioni alfa possono provocare cancro”.
Bassora e l’Iraq meridionale
Nella provincia di Babil nel Sud dell’Iraq, i casi di cancro sono andati crescendo in modo allarmante a partire dal 2003. Il dr. Sharif al-Alwachi, capo del Babil Cancer Center, dà la colpa alle armi all’uranio impoverito usate dalle forze statunitensi durante e dopo l’invasione del 2003.
 “L’ambiente potrebbe essere contaminato da armi chimiche e uranio impoverito in seguito alla guerra in Iraq”, ha detto il dr. Alwachi ad Al-Jazeera. “L’aria, il suolo e l’acqua sono inquinati da queste armi e quando entrano a contatto con un essere umano diventano velenosi. Si tratta di qualcosa di nuovo per la nostra regione e la gente qui soffre”.
Secondo uno studio pubblicato nel Bulletin of Environmental Contamination and Toxicology, una rivista specialistica della città di Heidelberg nel sud-ovest della Germania, c’è stato un incremento di 7 volte nel numero dei casi di difetti alla nascita a Bassora tra il 1994 ed il 2003.
Secondo lo studio di Heidelberg, la concentrazione di piombo nei denti da latte dei bambini di Bassora era quasi tre volte più alto dei valori delle zone dove non c’era stata la guerra.
 Inoltre, mai prima d’ora era stato registrato un tasso così alto di difetti al tubo neurale (“la schiena aperta”) nei bambini come a Bassora e le cifre continuano a salire. Secondo lo studio, il numero di casi di idrocefali (“acqua nel cervello”) tra i neonati è sei volte più alto a Bassora rispetto agli USA. Abdulhaq al-Ani, autore di Uranio in Iraq, ha condotto ricerche sugli effetti dell’uranio impoverito sulla popolazione dal 1991. Ha raccontato ad Al-Jazeera di aver personalmente misurato i livelli di radiazione della città di Karbala, nonché di Bassora, il suo contatore Geiger stava “urlando” perché “l’indicatore andava fuori portata”.
La dr.ssa Savabieasfahani ha sottolineato che i casi di leucemia infantile di Bassora si sono più che raddoppiati tra il 1993 e il 2007.
 “Cancri multipli (ad esempi pazienti con tumori simultanei ai reni e allo stomaco) che accadono raramente, sono stati registrati anche lì”, ha detto. “Prese insieme queste osservazioni suggeriscono una straordinaria emergenza sanitaria in Iraq. Una tale crisi richiede un’azione internazionale urgente e variata per prevenire ulteriori danni alla salute pubblica”.
La legge internazionale e il futuro
Esistono leggi internazionali molto chiare riferite all’uso di munizioni come quelle all’uranio impoverito.
 L’articolo 35 del Protocollo I, un emendamento del 1977 alle Convenzioni di Ginevra, proibisce l’uso di qualsiasi mezzo o metodo di guerra capace di causare mali superflui o sofferenze inutili. L’articolo 35 inoltre proibisce agli Stati firmatari al ricorso di mezzi bellici che possano infliggere danni estesi e a lungo termine alla salute umana e all’ambiente.
Gli effetti dell’uranio impoverito osservati in Iraq suggeriscono che queste armi vengono classificate dall’articolo 35 come proibite per il semplice motivo dei loro sospettati effetti a lunga durata sulla salute e sull’ambiente.
Inoltre, l’articolo 36 (del Protocollo I) obbliga ogni Stato di condurre una revisione legale di una nuova arma nello studio, nello sviluppo o nell’acquisizione di tale arma.
Finora, il Belgio (nel 2007) ed il Costa Rica (nel 2011) hanno fatto passare leggi domestiche che proibiscono le armi all’uranio impoverito nei loro territori. Nel 2008, il Parlamento Europeo ha adottato una risoluzione che dichiarava che “l’uso dell’urano impoverito nelle guerre va contro le regole fondamentali e i principi racchiusi nella legge scritta o consuetudinaria internazionale, umanitaria e ambientale”.
 Ciò nonostante, le mutazioni del DNA causate dall’uranio impoverito possono, ovviamente, essere trasmesse da genitore a figlio. Quindi, la contaminazione da uranio impoverito causata dalle guerre americane in Iraq nel 1990 e nel 2003 potrebbero probabilmente continuare a causare una crisi sanitaria nazionale persistente per le prossime generazioni di iracheni.
Le tracce di uranio impoverito rimaste in Iraq rappresentano un enorme rischio ambientale a lungo termine, dal momento che resteranno radioattive per più di 4,5 miliardi di anni.
La dr.ssa Savabieasfahani pensa che sia necessario eseguire ulteriori studi e ricerche in Iraq per poter comprendere l’intera portata del danno causato dalle armi belliche usate nel Paese a partire dal 1990.
 “Abbiamo bisogno di un test ambientale su larga scala per scoprire l’entità della contaminazione da metalli e da uranio impoverito e dalle altre armi usate in Iraq”, ha concluso.
 “Non esistono neanche dei termini medici per descrivere alcune di queste condizioni perché non le abbiamo mai viste prima”, ha detto la dr.ssa Alani. “Quindi quando le descrivo, tutto quello che posso fare è descrivere i difetti fisici, ma non sono in grado di fornire la definizione medica”.
 Il dr. Haddad ha condiviso la sua forte preoccupazione rispetto al futuro dei suoi figli e di quelli degli altri iracheni.
 “Temo per loro”, ha dichiarato tristemente. “Sono circondati da così tanti problemi come la sanità e dobbiamo lavorare per risparmiarli dalle malattie, dalle radiazioni e dalle tossine chimiche. Sono assassini silenziosi, perché non possono essere visti finché il problema non è molto esteso. Troppi iracheni hanno sofferto per questo e non riesco a vedere una fine per questa sofferenza”. La dr.ssa Alani vuole semplicemente che la gente, specialmente negli Stati Uniti, sappia che della crisi di Fallujah e chiede loro solo una cosa.
 “Chiedo ai governi di non ferire le persone al di fuori dei loro Paesi”, ha detto. “Specialmente le persone in Iraq”.

Dahr Jamail
26/3/2013 da Megachip.info
 

25 marzo 2013

La Rete nazionale per la sicurezza e la salute sui posti di lavoro e i territori ha lanciato la sua sfida, il 22 marzo all'Ilva di Taranto. Una sfida nazionale, perchè l'Ilva è la più grande fabbrica di questo paese, perno decisivo dell'intera struttura industriale e quindi di interesse per tutta la classe operaia del nostro paese.


All'Ilva gli operai devono vincere, padroni, Stato, governo e loro complici devono perdere.
Questo è stato affermato dalla Rete con un presidio di compagni provenienti da Torino, Milano, Bergamo, Marghera, Ravenna, Roma, Napoli, Bari, Palermo.
L'Ilva ha fatto trovare sbarrata la sua Direzione protetta da un imponente schieramento di polizia, carabinieri, guardia di finanza, polizia provinciale, temevano l'iniziativa della Rete e si sono messi al sicuro qualunque fossero i numeri di essa.
I rappresentanti che sono venuti rappresentavano tanti compagni e compagne, organismi che contro le morti sul lavoro e da lavoro la battaglia la stanno facendo realmente e quotidianamente; non si limitano ai comunicati, al chiacchiericcio da internet, ma ci mettono l'impegno in ogni occasione. E la Rete è la realtà che lotta su questo più conosciuta in tutto il nostro paese. La Rete è una rete militante, di combattimento che lavora dall'alto e dal basso per costruire la forza materiale, unitaria e di massa, per far pagare ben oltre le condanne nei tribunali, che noi vogliamo pesanti, ai padroni assassini il costo dei loro crimini, allo Stato e al governo il costo politico, contribuendo così alla battaglia generale per mettere fine all'orrore senza fine della produzione per il profitto del capitale sulla pelle dei lavoratori e delle masse popolari.
Davanti alla Direzione, assediata da striscioni e bandiere – ognuno con la sua faccia e la sua bandiera, perchè chi non mette faccia e bandiera si nasconde dietro i numeri per non fare realmente in prima persona la battaglia, per non costruire realmente organizzazione in fabbrica e sul territorio capace di condurre una guerra lunga, legale e non, su questo fronte - ogni realtà ha portato il suo contributo, sapendo benissimo che ogni parola detta è una parola data nell'impegno per proseguire in questa lotta. La delegazione era formata da operai, ma anche da precari, disoccupati, studenti dei collettivi universitari provenienti da Napoli e studenti di Palermo, organizzazioni sindacali, Usi da Roma e da Milano, Slai cobas per il sindacato di classe, FMLU Borsch da Bari - mentre l'USB di Taranto ha partecipato ad uno dei presidi alla fabbrica e all'assemblea ai Tamburi - che hanno portato un contributo anche specifico alla battaglia generale, i compagni ambientalisti di Statte hanno portato con decisione la battaglia in corso anche a Statte, seconda zona inquinata dopo il quartiere tamburi e hanno fatto appello alla lotta operaia e popolare, dopo una forte denuncia delle connivenze della politica con padron Riva.
Al presidio sotto la Direzione ha fatto seguito, dopo un breve corteo, l'incontro con gli operai alla portineria A cuore in tutti questi ultimi tempi della lotta alla fabbrica, dove proprio in materia di sicurezza dopo la morte dell'operaio del Mof Claudio Marsella si è verificato lo sciopero prolungato dei suoi compagni di lavoro e il presidio per circa 15 giorni, ma anche dove si è sfondata la portineria per entrare in fabbrica in massa il 27 di novembre, dove vi è stato un duro raffronto con la fabbrica militarizzata in occasione della visita di Clini, e anche dove i cassintegrati hanno fatto iniziative e presidi di lotta per dire No alla cassintegrazione.
Qui l'iniziativa della Rete si è fatta partecipata, convulsa, combattiva. Operai della Dalmine e Technimont di Bergamo e studenti dei collettivi di napoli hanno tenuto dei veri e propri comizi ascoltati e applauditi da consistenti gruppi di operai, così molto importanti è stato l'intervento del rappresentante dell'Istituto Tumori di Milano che ha denunciato come siano molti gli operai e cittadini che vengono a Milano perchè colpiti dalla malattia e questo li fa molto sensibili alla battaglia all'Ilva di Taranto - non è mancato chi ha contestato a difesa di padroni e sindacati l'iniziativa in corso, restando però isolato. Gli operai dell'Ilva hanno visto per la prima volta realmente che ci sono realtà organizzate in tutt'Italia che sostengono la loro lotta, e non per sentito dire, per atto dovuto, ma venendo all'Ilva a confrontarsi con loro. Nello stesso tempo i compagni e gli organismi partecipanti hanno potuto toccare con mano la grandezza, durezza, difficoltà della situazione per gli operai dell'Ilva oppressi dal ricatto occupazionale, spesso assediati mediaticamente dall'ambientalismo che li vede solo come vittime o fantasmi.
Anche a questa portineria polizia e forze dell'ordine sono stati presenti in numero esorbitante, pronti in qualche maniera ad intervenire ove la situazione si scaldasse ulteriormente.
Tutto questo mentre si è entrati anche dentro la portineria con il megafono e si moltiplicavano le discussione delle compagne, degli operai, studenti della Rete con gli operai, aumentando la conoscenza reciproca e fornendo ad ognuno una visione più esatta e reale della situazione.
E' stata un'iniziativa senza precedenti per l'Ilva di Taranto, i cui segnali e indicazioni dovranno essere misurati nelle prossime settimane.
Di qui l'iniziativa si è spostata al quartiere Tamburi e prima di tutto al cuore nero di esso, il cimitero, dove non solo chiaramente si è consumata in questi anni la tragedia dei morti operai e dei morti da tumore da inquinamento dei cittadini, ma dove sta il luogo di maggiore inquinamento della città, con i lavoratori cimiteriali che pagano essi stessi un duro costo di questo lavoro all'aperto, a cento metri dai parchi minerali che ha visto due loro compagni di lavoro morire di tumore, mentre tutti sono sotto la costante minaccia di malattie.
Qui in un silenzio rotto solo dall'intervento del rappresentante della Rete si sono uniti ai manifestanti tutti i lavoratori del cimitero e alcuni familiari di operai morti all'Ilva guidati dal Comitato vittime del lavoro 12 Giugno. Poi una delegazione nazionale con il Comitato 12 giugno ha raggiunto all'interno del Cimitero la stele che ricorda le vittime del lavoro, imposta alle istituzioni locali dalla lotta e pressioni del Comitato, dei familiari; qui il presidente del Comitato ha raccontato la storia della loro mobilitazione e l'impegno costante a mantenere viva la memoria dei lavoratori morti in una situazione difficile, in cui spesso dopo i primi periodi si è lasciati soli in questa battaglia; una rappresentante nazionale e locale della Rete ha ricordato i tre operai morti all'Ilva negli ultimi 4 mesi, le cui foto avevano campeggiato davanti alla Direzione e a tutte le portinerie durante tutta l'iniziativa.
Odioso e vergognoso è stato l'attitudine dello Stato e delle forze dell'ordine in questa situazione, anche il cimitero è stato assediato dai blindati dei carabinieri, ma non solo questo, sin dal mattino gli uomini della Digos avevano cercato di intimidire i lavoratori del Cimitero, detto loro che non avrebbero dovuto far entrare le persone partecipanti alla manifestazionedella Rete, e anche nel momento in cui la delegazione è entrata hanno cercato arrogantemente ma inutilmente di impedirlo.
Infine ci si è ritrovati in circa 120 persone nell'assemblea ai Tamburi. All'assemblea si sono aggiunti diversi cittadini e lavoratori del quartiere, massicciamente presenti i lavoratori cimiteriali, i disoccupati e precari organizzati nello slai cobas per il sindacato di classe e quella parte delle forze ambientaliste, sindacali e politiche che rompendo il silenzio e il tentativo di isolare la manifestazione hanno aderito e portato il proprio contributo.
L'assemblea ha visto decine e decine di interventi, in cui rappresentanti nazionali della Rete e di altre realtà nazionali, operai, cittadini e realtà locali si sono alternate in un sostegno e dialogo che mirava a rendere forte questo legame di lotta. Un'assemblea niente affatto rituale e niente affatto ripiegata sul locale.
Essa infatti si è aperta con l'intervento dell'avvocato Bonetto del foro di Torino, appena giunto dall'ultima udienza del processo di appello della Eternit, dopo la recente sciagurata conclusione del processo di appello Thyssen - dove però nel primo grado si era raggiunto un grande risultato – processi che la Rete sostiene e a acui partecipa da sempre. L'Avv. Bonetto ha fornito il quadro di quello che è successo e sta succedendo nei processi Thyssen ed Eternit e di come operai e familiari stanno affrontando, partecipando in prima persona a questi processi. E qui ha lanciato il suo allarme: padron Riva non è come la Thyssen ed Eternit che erano fabbriche in chiusura o già chiuse; qui la fabbrica è aperta, il padrone è potente e ha dietro l'insieme del sistema dei padroni, ben deciso a contrastare in tutti i modi l'inchiesta, il processo e pronto a mettere forza economica, politica e istituzionale per non dare giustizia e risarcimenti a operai e familiari e per salvaguardare proprietà e profitti. Ma questa battaglia pur essendo più dura deve essere combattuta anche nei processi, e l'arma principale è la partecipazione di massa a sostegno di un esito di giustizia vera. L'avvocato ha messo a disposizione la sua esperienza in questa lotta e il suo impegno legale nel processo contro l'Ilva di Taranto, ed è stato molto apprezzato dai lavoratori e cittadini presenti.
Sono stati il rappresentante degli operai del Mof e un operaio dell'Ilva che è anche abitante attivo del quartiere Tamburi ad aprire poi la parte più pienamente assembleare dell'iniziativa.
Si è tratta di quella parte degli operai che considera centrale la lotta in fabbrica e si unisce in prima fila alla lotta del quartiere e dei cittadini, contro chi invece attivamente usa in questa città ragioni giuste di lotta per la salute per negare la lotta in fabbrica e l'unità operai-masse popolari, che poi è unità tra lavoro e salute. Gli operai hanno duramente attaccato i sindacati confederali complici di padron Riva, che firmano accordi come quello del MOF che sono concausa della morte in fabbrica dell'operaio Claudio Marsella e riaffermato che bisogna organizzare la lotta e il sindacato di classe in fabbrica come strumenti indispensabili per vincere.
E' difficile riassumere in un resoconto tutti gli interventi. Nelle prossime settimane nessuna delle cose dette in questa assemblea saranno trascurate perchè da ognuno di questi interventi sono venuti contributi e indicazioni.
Segnaliamo, in particolare, gli operai di Marghera che hanno raccontato che quando a Marghera vi è stata una situazione simile a quella di Taranto e hanno chiuso la fabbrica, sono stati gli operai a pagare e basta e che chi vuole chiudere le fabbriche non vuole salvaguardare nessuna salute ma solo colpire la classe operaia. Gli studenti di Napoli del collettivo policlinico che hanno raccontato del loro studio per dimostrare come anche del non lavoro ci si ammala e si muore, e che hanno demistificato l'uso tendenzioso dei dati; a questo si è aggiunto l'intervento del compagno di Clash City Workers che ha parlato dell'esperienza di Bagnoli dove alla chiusura della fabbrica ha corrisposto un ulteriore disastro ambientale, disoccupazione, speculazione e camorra e che ha portato la necessità di unire le lotte come arma dei proletari per rafforzarsi e vincere.
Ogni realtà della Rete, dalla Sicilia a Bergamo, da Ravenna a Milano, ha raccontato le battaglie in corso nelle loro realtà sugli stessi temi; è stato letto i messaggi dei familiari dell'Eureco, di Paderno Dugnano ed è  stato raccontato ciò che avviene a Gela o al porto di Ravenna o nella altre fabbriche siderurgiche.
La Lega ambiente di Taranto ha analizzato le ultima fasi della vicenda dell'Aia denunciando con dovizia di particolari che pur essendo essa insufficiente i padroni dell'Ilva non la stanno applicando, stanno cercando ancora una volta di fare i furbi e di ingannare operai e cittadini. Per Taranto Futura ha parlato il magistrato Nicola Russo, promotore del referendum del 14 aprile, spiegandone il suo carattere consultivo, il suo non voler porre come obiettivo la chiusura dell'Ilva ma essere uno strumento in mano ad operai e cittadini per fare pressione su proprietà, Stato e governo per cercare le soluzioni necessari alla tutela del lavoro e della salute.
Un ex operaio, quadro storico dell'Ilva di Sinistra critica ha fatto un vibrante intervento, dicendo basta alle false soluzioni, perchè questa battaglia anche con l'utilizzo massimo delle nuove tecnologie si può vincere, ma ci vuole una lotta, una grande e vera lotta, che nonostante le grosse mobilitazioni che si sono tenute fatica a realizzarsi.
Operai e cittadini hanno ascoltato, applaudendo, con estrema attenzione tutti gli interventi per prenderne il massimo che possa servire all'organizzazione e alla lotta, cogliendo il senso dell'azione della Rete che è quella di dare più strumenti agli operai e cittadini autorganizzati per fare la battaglia, e di metterli in relazione con tante altre realtà simili di fabbriche dove si muore, di siti inquinanti, per fare questa battaglia a livello nazionale, perchè massiccia in questa lotta è l'azione che nazionalmente gli avversari stanno facendo, con il decreto salva-Ilva del governo, con la militarizzazione della fabbrica, con i vertici associati di Roma di Confindustria, Federacciaio, ministri e sindacati confederali, il cui unico scopo non è di dare lavoro sicuro, sicurezza e salute agli operai e ai cittadini, non è di mettere fine alla Taranto in emergenza ambientale e sanitaria, ma quella di studiare palliativi per salvaguardare il sistema del profitto.
La Rete con il suo documento finale, approvato dall'assemblea, ha tradotto la sfida lanciata in una piattaforma semplice e lineare che possa essere di sostegno, di unità e riferimento a chi sulla questione Ilva, dalla fabbrica alla città, a livello nazionale si sta impegnando, legando questa piattaforma alle battaglie storiche che la Rete sta facendo sin da quando è nata e che ha portato nelle fabbriche, sul territorio con iniziative, manifestazioni verso tribunali, istituzioni per armare di obiettivi precisi la lotta per la sicurezza sul lavoro, chiave della stessa lotta per la salute in fabbrica e sul territorio.
Ed è stato il rappresentante del Comitato per le vittime del lavoro 12 giugno che ha concluso l'assemblea gridando indignazione e rabbia per gli operai uccisi due volte in fabbrica e nei tribunali, dalle istituzioni, una rabbia ed indignazione condivisa da tutta l'assemblea che ha raccolto il messaggio di impegno militante che deve divenire di massa contro i padroni assassini per difendere realmente salute e lavoro degli operai in fabbrica come delle donne e dei bambini dei quartieri.

Rete nazionale per la sicurezza e salute in fabbrica e sul territorio

Ad un mese esatto dalle elezioni cercasi governo disperatamente. Niente di niente, niet niet.

O governo o miracolo

Cercasi governo disperatamente. Niente di niente, niet niet.
Qualcuno seriamente preoccupato ha chiesto di tenere sotto Tso quel povero Bersani che, in evidente stato di delirio, se ne va in giro per l'Italia, e dentro e fuori il Quirinale, gridando una frase incomprensibile «tocca a noi, tocca a noi»...
E qualcuno, evidentemente in preda a impulsi estremi, si è messo addirittura a chiedere una "Convenzione", vuoi costituzionale vuoi nazionale. "Convenzione"? Ce ne fu già una. Rivoluzione francese, anno 1792: la Convenzione nazionale (là c'erano Robespierre, Marat, Danton, San Jiust) decide la proclamazione della Repubblica, la condanna a morte a mezzo ghigliottina di Luigi XVI, la istituzione del Tribunale rivoluzionario, la costituzione del Comitato di salute pubblica, l'avvio del Terrore...
No no, lasciamo perdere.
Qualcuno allora ha rapidamente ripiegato su un governo, putacaso, di "Apocalisse morbida", già di grillina memoria, dove i nefasti Cavalieri sono "solo" quattro banchieri. No no, siamo matti? Il caso MPS è ancora sotto gli occhi di tutti; per non parlare del global crack bancario anno 2008; per non parlare di quello spettro che ha nome Cipro...
Ugualmente, un governo, magari, "della decrescita felice", è pure apparso subito anch'esso del tutto impossibile: per via, disdetta, di questi ultimi dati, questi quattro milioni di italliani poveri, contati e certificati, che proprio adesso hanno preso la cattiva abitudine di aumentare di 600 al giorno.
No no, niet.
Ecco allora che ultimamente è uscita fuori la strada del "governo del presidente". E anche qui, accidenti, la memoria porta a galla niente di bello. Capirete. Il primo "governo del presidente" è quello che vede la luce nel 1953, un momento molto brutto per la Dc: sconfitta alle elezioni, bocciata sulla legge truffa, costretta a rassegnarsi alle dimissioni di De Gasperi. Che "terribile" momento. Fu così che l'allora presidente della Repubblica Einaudi, senza nemmeno consultare il Parlamento, dà l'incarico di formare il governo a Giuseppe Pella. Nemmeno a dirlo, il Pci gli votò sempre contro. Ma anche un Dossetti lo considerò affetto da liberismo spinto; e perfino un Mariano Rumor lo giudicò «ostile a ogni politica programmata che non avesse come condizione e fine la stabilità monetaria». Senza contare che il Pella, atlantico volenteroso, cercò di affrontare la crisi di Trieste, non ancora restituita all'Italia, vagheggiando di mandare l'esercito a «fermare Tito».
No no, il governo del presidente no...
E così eccoci qua. Alle cinque della sera, oggi, addì 25 marzo, un mese esatto dopo le elezioni, ci informano che Bersani ha smesso di gridare "tocca a noi, tocca a noi" e ora ha preso a dire: «Serve un miracolo, serve un miracolo».

Poveraccio, non hanno avuto il coraggio di dirgli la verità, che i miracoli non si fanno più da oltre duemila anni.

Maria R. Calderoni
25/03/2013 www.liberazione.it

Anche io non ero persuaso che milioni di persone non competenti potessero improvvisarsi tuttologi e determinare una linea politica di una nazione. In Italia è possibile!

M5S, se la democrazia diretta online diventa “merda digitale”

 Sarà certamente un marzo da ricordare, per i futuri storici di questo 2013. Il 10 di questo mese Beppe Grillo aveva dato una botta micidiale alla sua filosofia della democrazia diretta online, annunciando con un cinguettio su Twitter che non ci sarebbe stata nessuna consultazione online con la base degli elettori M5S per decidere se appoggiare o meno gli 8 punti programmatici di Pier Luigi Bersani.
Oggi, infine, dal blog di Grillo parte il definitivo requiem per il principio della democrazia diretta online:
 “Da mesi orde di trolls, di fake, di multinick scrivono con regolarità dai due ai tremila commenti al giorno sul blog. Qualcuno evidentemente li paga per spammare dalla mattina alla sera. Questi schizzi di merda digitali si possono suddividere in alcune grandi categorie. Quella degli “appellanti” per la governabilità per il bene del Paese, del “votaBersani, votaBersani“, o del “votaGrasso, votaGrasso” (l’unico procuratore antimafia estimatore di Berlusconi). Quella dei “divisori“, venuti per separare ciò che per loro è oscenamente unito, che chiedono a Grillo di mollare Casaleggio, al M5S di mollare Grillo e a tutti gli elettori del M5S di mollare il M5S per passare al sol dell’avvenire delle notti polari del pdmenoelle. Quindi arrivano, di solito nel tardo pomeriggio, i cosiddetti “ex” [...]“
Grillo considera la democrazia diretta online pura e salvifica soltanto fin quando si presenta sotto forma di condivisione del suo personale pensiero. Non appena sorgono critiche, dubbi, distinguo o contrasti, ecco che la scatola magica della democrazia diretta si trasforma in “schizzi di merda digitali”, come titola elegantemente il suo post di oggi.
Anche io non ero persuaso che milioni di persone non competenti potessero improvvisarsi tuttologi e determinare una linea politica di una nazione, ma ora che sappiamo dal più grande sostenitore della democrazia diretta online che esistono “orde ti trolls, di fake, di multinick” che si permettono di inquinare la libera espressione di pensiero, possiamo mettere da parte questo giochino e tornare al concetto di democrazia rappresentativa, dove per lo meno chi la pensa in modo diverso dal tuo te lo dice in faccia e non si nasconde dietro un fake.

Sciltian Gastaldi

21 marzo 2013

Per chi non ci conosce, per chi fa finta di non conoscerci e per chi ci esorcizza con le bugie e con la complicità dei pennivendoli, ecco il nostro Partito!

Il mio partito ha cerotti e lividi sul volto

e sbucciature sui ginocchi perché chi lotta

può anche perdere e portarne i segni.

Il mio partito è un pugno che si alza nei funerali partigiani,

dove chi ci liberò ci dice che la libertà non è ma...i acquisita del tutto;

il mio partito ha gli occhi del giovane comunista,

di generazioni che non hanno mai vinto,

a cui hanno detto che saranno precari per sempre

ma che, dispettosi invece, non si rassegnano.

Il mio partito sono i cento passi di Peppino

ed altri ancora fatti con scarpe rotte eppur bisogna andare.

Il mio partito lo trovi nei mercati, davanti alle scuole e alle fabbriche

perché è uscito dalla stanze per incontrare i ragazzi di strada;

Il mio partito è donna perché le brave bambine vanno

In paradiso ma quelle cattive vanno ovunque.

Il mio partito è un circolo di giovani operai all’Ilva

che uniscono sudore e polmoni,

perché rifiutano lo scambio lavoro salute;

Il mio partito è Pomigliano che non si piega, perché

qualcuno gli ha insegnato

a non togliersi mai il cappello davanti al padrone.

Il mio partito ha gli abiti macchiati dal sangue di Genova

e inzuppati dai lacrimogeni della Val di Susa;

il mio partito è l’altro mondo possibile

anche quando la notte si fa più buia;

Il mio partito ha un piede nel passato

ma lo sguardo dritto e aperto nel futuro

Il mio partito è un tubo innocenti nelle feste di Liberazione

e l’allegria del vino e della musica.

Il mio partito ha una pelle di mille colori

perché compagni significa dividere il pane insieme;

il mio partito è baciare ad occhi chiusi

ma votare ad occhi aperti

il mio partito vuole rifondare il comunismo

anche se è semplice a dirsi e difficile a farsi

il mio partito è caduto mille volte

per non piegarsi al pensiero unico del mercato

nel mio partito chi sta in alto ha sbagliato di più di chi sta in basso

ma la storia non finisce e non ha nascondigli

il mio partito è la bandiera rossa che diventa straccio

e vivrà il giorno in cui il più povero la sventolerà.

(Alfio Nicotra)

19 marzo 2013

Pubblichiamo l’appello di lavoratrici e lavoratori precari e non, studenti e operai in sostegno alla manifestazione generale dei migranti di sabato 23 marzo a Bologna organizzata dal Coordinamento Migranti Bologna. Al grido di «ricominciamo a sognare!» le migranti e i migranti scenderanno in piazza per dire no alla legge Bossi-Fini e al razzismo istituzionale. La forza espressa dai migranti nelle lotte della logistica, dopo lo sciopero del settore previsto per il 22, si riverserà in piazza il 23 marzo. I giovani migranti invaderanno le strade per dire che vogliono prendersi un futuro migliore, le donne migranti saranno nelle piazze perché non vogliono più essere rinchiuse nelle case e invisibili nei luoghi di lavoro. Una giornata di mobilitazione che non solo porterà a Bologna migranti e lavoratrici da molte città italiane, ma in cui si terranno manifestazioni anche a Amsterdam e Berlino per dire basta al regime europeo dei confini e al ricatto del permesso di soggiorno.

Bologna, 23 marzo: Lavoratrici e lavoratori contro la legge Bossi-Fini

Il 23 marzo a Bologna ci sarà una manifestazione generale contro la legge Bossi-Fini, lanciata da un’assemblea di quasi trecento uomini e donne migranti. Noi precarie, operai e studenti, ci saremo. Abbiamo bisogno di condizioni di lavoro migliori, di più salario e più reddito. Abbiamo bisogno di un’università e una scuola aperte, che diano la possibilità di studiare senza essere ricattati dalla precarietà o dalla povertà. La possibilità di ottenerli non dipende però solo dal Parlamento e dai calcoli economici, ma da chi è più forte. Nella condizione di precarietà che ci accomuna lottare è infatti diventato più difficile, perché siamo frammentati e isolati e spesso non sappiamo neanche contro chi lottare. Sappiamo però chi subisce la precarietà, chi ci ha guadagnato e chi continua a guadagnarci. Anche se c’è la crisi non è vero che siamo tutti sulla stessa barca. Mentre noi siamo più poveri e precari, i padroni e i precarizzatori sono più ricchi e potenti. Per questo, non potremo avere la forza necessaria per cambiare la nostra condizione se non siamo uniti e non ci alleiamo contro quello che ci ha diviso e reso più deboli.

La legge Bossi-Fini e il razzismo istituzionale, dividendo i migranti da tutti gli altri, lo fanno da più di dieci anni. Ora che la crisi ci costringe tutti ad accettare qualsiasi condizione di lavoro pur di avere qualche soldo, che sempre meno persone possono permettersi di studiare, che ogni servizio viene tagliato e precarizzato, vediamo che chi ha raccolto i profitti del razzismo istituzionale sono stati solo i padroni. La legge Fornero, la riforma Gelmini, il progetto Profumo, la spending review, si aggiungono oggi alla Bossi-Fini e ne traggono forza.

Per colpa di questa legge e del permesso di soggiorno legato al lavoro, i migranti e le migranti sono stati i primi a conoscere la precarietà dovendo accettare le condizioni peggiori. Questa legge ricatta i migranti già nella scuola e poi nell’università per i pochi che possono andarci, impedendo ai figli di migranti di scegliere liberamente. Eppure i migranti e le migranti in questo momento stanno dimostrando che anche nella condizione più insopportabile si può lottare e cambiare la situazione. Come nel settore della logistica, dove i padroni si chiamano cooperative (e noi sappiamo bene che cosa vuol dire, perché lavoriamo negli asili, negli ospedali, nelle scuole, nelle mense), dove sono già molti i miglioramenti e il 22 marzo ci sarà uno sciopero. Come il 23 marzo.

Non accettiamo che con la scusa della crisi ci dicano sempre che non c’è scelta: con questa scusa, ci vogliono solo far tacere e dividerci ancora. Noi invece vogliamo scegliere, e cominciamo a farlo dicendo che stiamo dalla parte dei migranti e lottiamo con loro il 23 marzo. Contro la legge Bossi-Fini, contro chi ci vuole costringere al silenzio e decidere per noi, riempiamo Bologna.

 
Lucia Giordano (fotografa freelance); Ivan Severi (antropologo urbano freelance); Sara Farina (assistente sociale); Luca Padova (studente di Scienze politiche e lavoratore precario); Fabio Lenzo (studente, Scienze della formazione); Lorenzo Bobbià (studente, Agraria); RSU FIOM Ducati Motor Bologna; Orlando Maraviglia (delegato RSU FIOM Motori Minarelli, Calderara di Reno – BO); RSU FIOM Stabilimenti Bonfiglioli riduttori, Bologna; Alessio Pittarello (delegato RSU Ceva, Lippo di Calderara – BO); RSU Titan Crespellano (BO); RSU Cesab-Toyota, Bologna; Cristina Marelli (traduttrice precaria); Ornella Zaza (dottoranda); Alessia De Biase (docente e antropologa urbana); Lamia Bessaud (dottoranda); Federico Zappino (dottore di ricerca); Enrico De Donà (lavoratore assistenza informatica AUSL Bologna); Roberta Ferrari (dottoranda); Gianni Faccini (lavoratore assistenza informatica AUSL Bologna); Marco Faccioli (lavoratore assistenza informatica AUSL Bologna); Christian Di Giandomenico (lavoratore assistenza informatica AUSL Bologna); Estella Rondelli (lavoratrice assistenza informatica AUSL Bologna); Claudio Quinzi (lavoratore assistenza informatica AUSL Bologna); Francesca Massai (illustratrice e grafica); Cristina Venturi (addetta all’accoglienza precaria); Anna Romani (dottoranda, università di Macerata); Michela Spenippo (restauratrice); Michele Andrioli (lavoratore commercio); Nicoletta D’Ambrosio (redattrice); Isabella Consolati (dottoranda); Emanuele Visentin (educatore); Manuela Capece (studentessa e lavoratrice precaria); Francesco Mercuri (praticante per l’abilitazione forense); Marianna Parisotto (medico); Marta Brigida (medico); Marco Rovelli (insegnante e scrittore); Michele Cento (dottorando); Nicoletta Maldini (libraia); Giulia Nicchia (assegnista di ricerca); Marinella Villani (insegnante); Giorgio Grappi (precario della ricerca); Claudia Consolati (dottoranda); Tristano Scarpetta (giornalista); Daniele De Michele (artista, scrittore); Alessandra Prandin (studentessa e stagista); Alberto Badas (regista); Paola Rudan (assegnista di ricerca); Ivan Nasello (lavoratore assistenza informatica AUSL Bologna); Niccolò Gandolfi (fotografo); Alessandro Belloni (educatore precario); Vincenza Perilli (ricercatrice indipendente); Marco Paglione (ricercatore precario al CNR); Maria Antonietta Bandello (Medico, Parma); Matteo Battistini (assegnista di ricerca); Chiara Gregoris (educatrice precarie); Maria Vittoria Bucchi (libera professionista della precarietà); Luca Cobbe (ricercatore precario); Morena Sarro (educatrice precaria); Isabella Cesaria (precaria); Marcello Marano (insegnante precario)…

19/03/2013
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