29 gennaio 2013

Tutte le cifre del disastro italiano (che tocca a noi fermare)

Il circolo vizioso dell'economia liberista


Bisognerà pure raccontarli, non a spizzichi e bocconi, ma nel loro insieme, gli effetti economici e sociali delle politiche di austerità che le classi dominanti e i guru dell'alta finanza stanno imponendo all'Italia, contrabbandando quelle misure per una salvifica terapia.

Proviamo allora ad illustrare i dati di questo disastro che non promette nulla di buono per il futuro.

Solo negli ultimi dodici mesi dello scorso anno la disoccupazione è cresciuta in Italia del 26%, quasi il doppio della Spagna, contro un 13% dell'Eurozona. Il tasso di disoccupazione (vale a dire il rapporto fra le persone in cerca di lavoro e la "forza lavoro", cioè la somma dei primi e degli occupati) ha superato il 12%, mentre nella fascia di età fra i 15 e i 24 anni, i giovani senza lavoro raggiungono il 37,1% (il top dal 1992), dato di cinque punti superiore a quello registrato nel novembre del 2o11.

Ma quanti sono, in totale, i disoccupati? I dati ufficiali dicono 2.870.000, ma se si dà uno sguardo all'entità oraria dell'occupazione si scopre che i contratti a tempo pieno sono diminuiti del 4%, mentre i part-time sono cresciuti del 20. Si tenga poi conto che, per la contabilità della pubblica amministrazione, si perde lo "status" di disoccupato (e il modesto sostegno economico che ne deriva) ove si disponga di un reddito superiore agli 8.000 euro annui, anche se percepiti svolgendo lavori saltuari (e precari). Poi ci sono coloro che neppure si affacciano al mercato del lavoro, avendo ormai perso la speranza di ottenerne uno. Infine c'è la cassa integrazione, con i 4,2 miliardi di ore autorizzate (3 nella sola industria) nel periodo 2009- 2014, qualcosa come il 370% in più del quadriennio precedente (2005-2008). Di questo esercito, sono 520.000 i lavoratori sospesi "a zero ore" (oltre il milione, se consideriamo il 50% del tempo lavorato). Per molti di loro è di imminente scadenza il termine ultimo previsto per l'ammortiìzzatore sociale, preludio del licenziamento.

La mortalità delle aziende monta a ritmo crescente. Unioncamere documenta la chiusura di 365.000 imprese nel 2012, al ritmo, tutt'altro che in frenata, di 1.000 al giorno. Lo stock complessivo di imprese esistenti si contrae paurosamente in tutto il comparto manufatturiero, in particolare nell'artigianato che chiude il 2012 con 20.319 inprese in meno. Ma il tracollo non risparmia l'edilizia, tradizionale volano dello sviluppo (-7.427) e l'agricoltura (-16.791), mentre il commercio al dettaglio, dove "chiude un'impresa al minuto", è travolto da una vera slavina.

L'impoverimento del sistema d'impresa e il crollo correlato dell'occupazione ha aperto una voragine nei redditi da lavoro: i consumi hanno subito un tracollo, abbattendo la capacità di spesa al livello di 15 anni fa. L'indicatore dei consumi di Confcommercio (Icc) parla del 2012 come "dell'anno più difficile del secondo dopoguerra", con una riduzione dei consumi delle famiglie che risulta essere la più elevata dall'inizio delle serie storiche disponibili.

La deflazione dei redditi da lavoro e da pensione ha poi ricevuto una spinta formidabile dalle politiche "sociali" promosse da Berlusconi prima e da Monti poi: il blocco per legge della contrattazione nel pubblico impiego e quello di fatto verificatosi nel settore privato si sono combinati con un tasso di inflazione del 3%, esattamente doppio rispetto alla dinamica delle retribuzioni; mentre lo stop alla rivalutazione delle pensioni, anche delle più povere, rispetto alla dinamica del costo della vita, ha assestato un colpo micidiale che nessuna propensione al risparmio può assorbire.

Ebbene, la questione sociale del nostro paese si può leggere con questi occhiali: i salari sono retrocessi ai livelli di trent'anni fa, precisamente al 1983, mentre 8 milioni di persone (vale a dire il 13,6% dell'intera popolazione), vivono al di sotto della soglia della "povertà assoluta", fissata in 599 euro mensili per chi vive da solo e 999 per coloro che vivono in coppia. Appena al di sopra c'è una vasta "area grigia", stimabile in un 30% degli italiani, che rischia di scivolare da un momento all'altro nell'indigenza.

In questo scenario da paura, i responsabili della politica economica imbelle e autolesionista che ha messo l'Italia in ginocchio, vanno cianciando di una prossima ripresa, anche se la data della risalita viene continuamente spostata in là nel tempo. Per accreditare questa infondatissima previsione, i procuratori di disgrazie che ci hanno sin qui governato hanno riesumato una formula che vorrebbe avere il crisma della scienza economica: si chiama "effetto di rimbalzo", con cui, semplicemente, si vorrebbe dare ad intendere che - per dirla con Gioppino Trigozzo, la famosa maschera bergamasca - "quando si è toccato il fondo non si può che risalire". Un distillato di sapienza allo stato puro, insomma...Purtroppo, dietro questo cialtronesco sfoggio di adagi popolari non vi è nulla, ma proprio nulla, di serio. Come è noto, se l'inerzia continua, giunti al fondo si può scavare ancora. E tutto fa pensare che non vi sia ravvedimento alcuno, in un orizzonte politico che va da Mario Monti sino al Pd, passando per Berlusconi.

La ragione è presto detta. Continuando con l'Austerity, la recessione si avviterà su se stessa, perché l'inibizione alla spesa per investimenti imposta dai vincoli europei (dal patto di Maastricht al Pareggio di bilancio al Fiscal compact), la catastrofica spirale innescata da una pubblica amministrazione che non è in grado di pagare i debiti contratti, i default a catena del comparto manufatturiero, le fatali ricadute sull'occupazione, la ulteriore contrazione dei redditi, dei consumi e della domanda aggregata, il recidivante blocco del credito alle imprese e alle famiglie (Credit crunch), alimenteranno un circolo vizioso dal quale non si uscirà se non con un diametrale salto di paradigma politico ed economico, capace di affrancarsi dall'ideologia monetarista oggi dominante.

I piccoli accorgimenti, le misure tampone di cui sono colme agende e agendine che proliferano in questa declinante fase della storia politica nostrana non sono che aspirine con cui si vorrebbe guarire il malato di polmonite. Se ne sono accorte anche le associazioni aderenti a Rete impresa Italia (Confcommercio, Confesercenti, Confartigianato, Cna, Casartigiani), che riuniscono due milioni e mezzo di aziende e che hanno inscenato una clamorosa protesta, portando ieri in piazza 30.000 imprenditori in ottanta città. "E' questa l'Italia - ha tuonato Carlo Sangalli, il loro portavoce - che non frequenta i salotti buoni e non ha santi in paradiso". Evidentemente nemmeno loro si fidano, perché sul mercato della politica incontrano solo chiacchiere, "perché la valvola dell'export è tutto sommato ancora un privilegio per pochi Piccoli". E perché se non ripartono i consumi non ce n'è più per nessuno.

Stupefacente, invece, lo stallo totale del sindacato. Che dice poco (il piano per il lavoro presentato dalla Cgil è poco più che un attestato di esistenza in vita) e fa - se possibile - ancor meno, avendo da tempo archiviato ogni mobilitazione e avendo ogni sigla delegato ai propri rispettivi partners politici ogni giurisdizione sul lavoro.

Scuotere le acque limacciose è il nostro non lieve compito. A partire da questa campagna elettorale in cui i primattori si somigliano come gocce d'acqua.


Dino Greco
Direttore di Liberazione.it
29/01/2013

28 gennaio 2013

Quando la politica riacquista credibilità. La CGIL rifletta sulle sue scelte governative e subordinate ai partiti del sistema liberista!

Rivoluzioniamo il mondo del lavoro

“La nostra Rivoluzione civile è pacifica e democratica, ma al tempo stesso agguerrita.  È la Rivoluzione degli indignati che hanno deciso di impegnarsi in politica perché la politica li ha stancati”. Antonio Ingroia, in una sala del Senato, circondato dai candidati nelle liste di Rivoluzione civile in rappresentanza del mondo del lavoro, presenta temi e volti di una campagna elettorale inedita.
La nostra è prima di tutto una “rivoluzione dei contenuti”, operata dalla parte dei lavoratori contro due avversari: l’imprenditoria spregiudicata rappresentata da Berlusconi, “che ha ingaggiato un corpo a corpo con la magistratura”, e la tecnocrazia al potere che ha il volto del professor Monti, uno che è tecnicamente dalla parte dei poteri forti. Questa è l’Italia “sottosopra” che abbiamo ereditato – dice Ingroia – e “con le nostre proposte vogliamo rovesciarla”.
La Rivoluzione del lavoro e del welfare prevede, tra le tante proposte, l’introduzione di un reddito di cittadinanza, la riduzione dell’orario di lavoro per favorire l’occupazione giovanile, la revisione del sistema degli ammortizzatori sociali, una riforma delle pensioni in grado di rimediare ai guasti del governo Monti, una legge sulla rappresentanza per la democrazia nei luoghi di lavoro.
 

26 gennaio 2013

La maggioranza che governa la Cgil non invita Ingroia alla conferenza nazionale sul lavoro per far esibire solo gli eredi del governo Monti/Fornero? Nulla di strano, noi oppositori interni siamo abituati a vederci tappare la bocca!

Giorgio Cremaschi contro la Cgil: "Ci negano la parola perché temono il confronto interno e sono collaterali al Governo"

La Cgil non solo ha presentato una sua visione molto parziale della competizione elettorale ma ha escluso anche le minoranze interne dal palco della conferenza di programma.

Non è mai successo da vent’anni a questa parte, da quando ci sono le regole che presiedono i rapporti tra maggioranze e minoranze che in una conferenza di programma non venisse data la parola alla minoranza. Alcuni dirigenti hanno parlato e altri no. Hanno deciso di non dare la parola alle minoranze, a nessuna minoranza. E questo la dice lunga su come la Cgil sta interpretando questa fase politica e sociale.

Con quale modello?

E’ un gruppo dirigente che ha paura del confronto, del dibattito e dell’isolamento. Tutta la conferenza è stata un collateralismo continuo con il centrosinistra. Un aspetto di disperazione, non c’è dubbio. Un segnale preciso che dice: ‘non ce la faccio più con le lotte sociali, o mi aiuta il governo oppure vado a scatafascio’. Per arrivare a questo, lo si fa nella maniera più goffa, decidendo di escludere dall’inizio altre forze politiche e operando una decisa stretta interna. Si chiamano quelli che si vogliono sostenere, e basta. Si nega la parola alle minoranze facendo anche una violazione statutaria.

Una Cgil senza democrazia che Cgil è?

Si stanno preparando per un eventuale governo di centrosinistra. Un rapporto di totale assistenza e subalternità da parte del sindadacato. La logica del governo amico, come si vede, stravolge il sindacato. Siamo a un collateralismo che in realtà produce un danno. A me non convince l’idea che nel programma della Cgil si parli di lavoro saltando la questione sul fiscal compact e il pareggio di bilancio. Siamo, per capirci, nella più pura cultura del liberismo temperato, quello del centrosinistra degli ultimi 20 anni. C’è un passaggio dell’intervento della Camusso che dà proprio il senso di una linea di politica economica assolutamente vecchia: ovvero, il fiscal compact non va bene ma lo devono rimetter in discussione tutti i paesi europei. Un po’ come è andata con la prima guerra mondiale. Il fiscal compact, o si decide di metterlo in discussione a partire dall’Italia oppure l’austerità diventa la condizione dentro la quale si opera. Di conferenza sul lavoro ovviamente non si è discusso. Bersani ha promesso la concertazione ma la Cgil ci arriverà con una posizione sbagliata sul piano dei contenuti e con una forte stretta interna sul piano delle regole della democrazia.

In realtà questo crinale di eccessiva politicizzazione del sindacato era un po’ che dominava in Cgil.

In assoluta continuità con Epifani. Ora siamo in una situazione difficile che costringe a scelte più stringenti. C’è una marea di dirigenti sindacali nelle liste del centrosinistra. La Cgil ha preso pesanti sconfitte, e invece di reagire sul piano sindacale sceglie di affidarsi alla politica. C’è da una parte un gioco pericoloso e, dall’altra una specie di normalizzazione interna. Non si è fatto venire Ingroia perché la Cgil lavora esclusivamente per il centrosinistra e non vuole dare l’idea che il popolo della Cgil voti per altre liste.

La Cgil ormai va verso una ‘cislizzazione’ di fatto?

Il gruppo dirigente della Cisl sta con Monti e la Cgil con Bersani. Ormai è solo una questione di sfumature.

E il percorso del sindacalismo dissidente?

A Milano l’1 febbraio la Rete 28 aprile terrà la sua assemblea nazionale, che a questo punto rilancerà con ancora più forza il tema dell’indipendenza del sindacato.

Fabio Sebastiani

La Camusso trasforma la Cgil in succursale del PD? E' vitale per i lavoratori una rivoluzione democratica anche nel sindacato!

"Cari amici della Cgil, ecco cosa vi dico"

“Care amiche e amici della Cgil, vi scrivo per riassumere ciò che avrei detto se fossi stato invitato ad intervenire alla vostra conferenza sul programma, al pari degli altri candidati per la Presidenza del Consiglio”. È quanto afferma, in una lettera aperta agli iscritti della Cgil, il leader di Rivoluzione Civile, Antonio Ingroia. “Rivoluzione Civile – Lista Ingroia – aggiunge – ha ben chiaro chi sono gli avversari da battere con il voto: Berlusconi, cioè la destra caciarona e impresentabile, e Mario Monti, rappresentante numero uno di quei professori in loden che hanno deciso la drammatica controriforma delle pensioni. Quella ‘destra perbene’ ha colpito in maniera pesantissima tutti i lavoratori e i pensionati, ma soprattutto le donne, ha creato la tragedia sociale degli esodati, ha cancellato l’art.18 ha confermato e aggravato tutte le forme di precariato. In compenso, non ha saputo mettere in campo alcun intervento che incidesse sulle fasce privilegiate, sulla Casta politica, sugli immensi sprechi ben esemplificati dalle auto blu o dalla pletora di consigli d’amministrazione clientelari. Soprattutto, non ha fatto nulla, zero assoluto, quanto a politiche industriali di ampio respiro. Invece mai come in questo momento, nel cuore della crisi, è urgente che ci sia un governo capace di offrire al Paese un indirizzo lungimirante sui settori strategici.

Sui capitoli da cui dipende la qualità della vita e il futuro del Paese – sanità, scuola, università, ricerca – la continuità tra i governi Berlusconi e Monti è totale. Continuano i tagli lineari, le privatizzazioni striscianti, la totale precarietà. In questa plumbea cornice si sono moltiplicati attacchi sempre più profondi contro i diritti e le libertà dei lavoratori. Siamo di fronte a un assedio che sta progressivamente riportando la condizione dei lavoratori e lo stato delle relazioni industriali indietro di un secolo e oltre. Il punto fondamentale, per me e per il mio programma politico, è invece – continua Ingroia – la piena e totale applicazione della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza, prima di tutto in materia di libertà civili e sindacali. Ritengo fondamentale e imprescindibile la libertà per i lavoratori di votare sempre gli accordi che li riguardano, di votare sempre i propri rappresentanti e di potersi iscrivere liberamente al sindacato che vogliono.

La storia della Cgil è stata attraversata da discriminazioni e persecuzioni, ma alla fine ha saputo sempre sconfiggerle. Ha combattuto il regime fascista, ha ricostruito l’Italia con la spinta di Giuseppe Di Vittorio, ha emancipato la dignità di chi lavora con Bruno Trentin, ha battuto Berlusconi quando Sergio Cofferati vinse la battaglia per impedire la cancellazione dell’art. 18. Quelli che allora erano in piazza con voi e con noi, hanno votato oggi, senza batter ciglio, quell’eliminazione dell’art. 18 che non era riuscita 10 anni fa.

È dunque per me un impegno di grande valore democratico quello di assumere nel nostro programma l’approvazione di una legge per la democrazia e la rappresentanza nei luoghi di lavoro e la cancellazione delle leggi Fornero sui licenziamenti e sulle pensioni. Ci impegniamo – prosegue la lettera – a combattere la precarietà cancellando le oltre 40 forme di contratto precario per i giovani considerando l’apprendistato come il vero contratto di inizio lavoro. Riteniamo utile, in questa fase di transizione, garantire un reddito minimo almeno per i periodi di vuoto retributivo e previdenziale. Oggi, come anche i dati della Cgil dimostrano, è possibile una scelta alternativa a quella di Berlusconi e Monti. Noi lavoriamo per questo: per un governo di centrosinistra che rompa con le logiche monetariste del fiscal compact, con quelle devastanti della guerra e degli armamenti, con un modello di sviluppo che distrugge l’ambiente e la salute dei cittadini mentre ignora i diritti umani fondamentali. Tutto questo, però, non può essere fatto a braccetto con chi quei modelli sciagurati li ha teorizzati, perseguiti e praticati, come Berlusconi e Monti.

Proprio perché noi siamo disponibili alla costruzione di questa alternativa di governo, ma siamo altrettanto fermamente indisponibili a ogni accordo con chi persegue politiche opposte alle nostre, Rivoluzione Civile rappresenta oggi il vero voto utile per impedire che si realizzi il progetto sciagurato, già annunciato e temo per molti versi già deciso, di un governo Pd-Monti.

Non è questione di pregiudiziali ideologiche ma di scelte pragmatiche e concrete. Noi lavoriamo per l’unità del mondo del lavoro: la destra di Berlusconi e Monti si è adoperata e promette di adoperarsi ancor più in futuro per dividere e per isolare le forze sindacali che non accettano le loro condizioni. La destra italiana ha usato la crisi per distruggere il Contratto Nazionale, abolire l’art. 18, cancellare i diritti minimi per i giovani, abbattere le libertà dentro e fuori i luoghi di lavoro. Noi vogliamo marciare in direzione opposta. E l’autonomia dei sindacati dai partiti e dai governi è un valore da conquistare e da rispettare. Di tutto questo – conclude Ingroia – mi sarebbe piaciuto discutere con voi, ma sono sicuro che non mancheranno altre occasioni di incontro con i pensionati e poi nelle scuole, negli ospedali, nelle fabbriche, dove ogni giorno lavorate garantendo il funzionamento dell’Italia. L’obiettivo comune è quello di restituire al lavoro tutto il valore, tutta la dignità e tutta la libertà necessaria per portare il Paese fuori dalle secche della recessione e della depressione”.

Antonio Ingroia

18 gennaio 2013

Considerata da questo punto di vista l’eterogeneità delle forze che compongono la coalizione non è indice della debolezza del nostro progetto ma della sua forza: dimostra che le esigenze da noi segnalate sono talmente oggettive e cogenti da essere colte da tendenze anche politiche abitualmente distanti tra loro e distanti da noi.


Rivoluzione civile, l'eterogeneità è un elemento di forza della coalizione
 
Al momento Rivoluzione Civile è soprattutto una coalizione elettorale, fatta da forze politiche e sociali eterogenee, unite dall’obiettivo di tornare in Parlamento distinguendosi dal centro sinistra e dal grillismo, convergenti su alcuni importanti punti di programma, ma quanto al resto assai diverse per storia e per cultura politica. Tutto ciò, peraltro, non è poco: senza Rivoluzione Civile non esisterebbe nessuna credibile alternativa alle inaccettabile offerte elettorali che oggi sono sulla piazza. E senza quella coalizione Rifondazione Comunista sarebbe destinata ad una battaglia di minoranza, necessaria e lodevole, ma quasi certamente votata alla sconfitta.
Detto questo, però, va anche aggiunto che non siamo di fronte ad un puro e semplice colpo di fortuna: la nascita della lista Ingroia è anche il risultato della tenacia con cui Rifondazione Comunista ha “tenuto il punto” insistendo – anche quando tutto sembrava smentirla – sulla necessità e possibilità di mantenere una posizione autonoma dal centro sinistra e di tradurla in una lista elettorale alternativa. Considerata da questo punto di vista l’eterogeneità delle forze che compongono la coalizione non è indice della debolezza del nostro progetto ma della sua forza: dimostra che le esigenze da noi segnalate sono talmente oggettive e cogenti da essere colte da tendenze anche politiche abitualmente distanti tra loro e distanti da noi. Le inevitabili difficoltà presenti e future sono quindi il segno di una crescita potenziale, di un aumento della “capacità coalizionale” del partito, di un’uscita dalla posizione forzatamente minoritaria degli ultimi anni.
Peraltro, le difficoltà della coalizione possono essere gestite con lucidità ed efficacia solo se ci si rende conto che Rivoluzione Civile è, o può essere, anche qualcosa di più: può essere da una parte la stabilizzazione di un rapporto fruttuoso tra movimenti, associazioni e partiti, dall’altra l’inizio di una nuova stagione della lotta politica italiana.
Quanto al primo punto, l’esperienza (pur contraddittoria e diseguale) di Cambiare si può è il primo tentativo, dopo Genova 2001 e dopo i Social forum, di condensare le proposte dei movimenti e delle associazioni in una sede stabile e formale, e quindi di costruire un soggetto capace di interloquire autonomamente (in maniera, a seconda dei casi, più critica o più conciliante) coi partiti politici, arricchendo così la differenziazione del nostro fronte e quindi la sua capacità di dialogare con una società differenziata. Se il progetto di Csp continuerà, resistendo alle difficoltà derivanti dalla diversa – e a mio avviso poco lungimirante – scelta fatta dai compagni di ALBA, non si tratterà né della formazione di un nuovo partito (scelta legittima, ma contraddittoria rispetto all’obiettivo di differenziare e di arricchire le modalità di iniziativa politica), né di un assorbimento di associazioni e movimenti nei partiti esistenti, ma della costruzione di un soggetto politico intermedio tra società e partiti, capace di guardare ai partiti dal di fuori, di segnalarne gli eventuali limiti, di sostituire i partiti stessi quando questi si mostrano incapaci di iniziativa politica. Non si tratta qui di esaltare la società civile contro i partiti, ma solo di riconoscere che oggi, per fortuna, la politica si fa in molti modi, che non sempre i partiti hanno la capacità di intervenire positivamente (e giova ricordare che solo un movimento come Csp poteva, nella situazione data, innescare un processo di aggregazione che i partiti non erano in grado di produrre), che se il partito pretende un ruolo più “generale” e più “complessivo”, questo ruolo deve conquistarselo volta per volta.

Ma la vera novità del momento non sta tanto nel (possibile) rapporto positivo tra società e partiti: se riusciremo a costruirlo si tratterà più che altro dell’auspicato recupero di un ritardo, della realizzazione di un qualcosa che avrebbe dovuto compiersi subito dopo Genova 2001, per capitalizzare al meglio tutti gli spostamenti sociali e culturali di quella fase. La vera novità del momento riguarda piuttosto la convergenza, a mio avviso non puramente occasionale, tra i movimenti “tradizionali” e la stessa Rifondazione Comunista da un lato, e forze precedentemente inesistenti, oppure significativamente distanti dalle abituali componenti della sinistra di alternativa, dall’altro. Molti di noi sono giustamente preoccupati per le oscillazioni e le esitazioni mostrate dai Di Pietro, dai De Magistris e dallo stesso Ingroia nei confronti del centro sinistra. Ma bisogna sforzarsi di ricordare che soltanto un anno fa, soltanto sei mesi fa queste forze sarebbero state sicuramente interne al centro sinistra, perché vi avrebbero trovato, o creduto di trovare, lo spazio per le proprie strategie politiche o professionali: la lotta per una democrazia comunale partecipata, la lotta alla corruzione e quella contro la mafia. Ma oggi un simile rapporto col centro sinistra non è più possibile, sia perché la sostanziale adesione del PD e di Sel alla linea Monti priva le realtà locali delle risorse necessarie ad attuare alcunché, sia e soprattutto perché il PD non può perdonare a Di Pietro e ad Ingroia il delitto di lesa maestà, ossia l’aver messo in discussione, e sul delicatissimo punto del rapporto tra Stato e mafia, la figura cardine del sistema istituzionale italiano, il garante principale delle (subalterne) alleanze continentali ed atlantiche del Paese, ossia il Presidente della Repubblica.
Qualcuno vedrà nel carattere parzialmente forzoso e subìto di questa rottura col centro sinistra un sintomo della debolezza della nostra attuale coalizione, la premessa di futuri cedimenti. Può certamente essere così, e la nostra iniziativa politica deve essere, su questo punto, particolarmente attenta. Ma ci conviene comunque ricordare che tutti i più significativi spostamenti nei rapporti di forza non avvengono semplicemente perché qualcuno si convince delle buone ragioni altrui (in questo caso, delle nostre), ma avvengono perché forze eterogenee e prima interne a diversi blocchi politico-sociali sono costrette dagli eventi a spostarsi e ad ascoltare (solo allora) le ragioni e le proposte che da altri blocchi provengono. Questi eventi, oggi, non sono occasionali, e la coalizione elettorale può essere trasformata in un’alleanza stabile se sappiamo leggere e spiegare il rapporto tra gli avvenimenti attuali e le tendenze profonde della nostra crisi nazionale. Il fatto è che i poteri decisionali dello Stato italiano (inteso ormai come organo dello Stato capitalistico europeo) si stanno rafforzando sempre di più e si stanno rendendo sempre più impermeabili alle istanze democratiche ed al controllo di legalità. Il dominio del governo sul parlamento (assicurato dal ricatto economico che sta alla base della “solidarietà” europea) e l’indiscutibile direzione politica di Giorgio Napolitano non tollerano ostacoli di sorta, perché non tollera ostacoli di sorta il progetto di definitiva rimozione del ruolo autonomo del lavoro dalla politica e dall’economia europea. Inoltre, per effetto della combinazione della riforma del Titolo V della Costituzione (federalismo e sussidiarietà), delle politiche di privatizzazione e della vigenza del diritto comunitario, si è allargato a dismisura lo spazio della corruzione (perché sono aumentati i centri incontrollati di spesa e i canali di relazione monetaria tra pubblico e privato), si sono indeboliti contemporaneamente i diritti del lavoro e la funzione costituzionale della magistratura e si è infine reso assai più difficile, nel mondo della libera ed indiscussa circolazione del capitale, il contrasto alla mafia. In questo quadro è assolutamente logico che una parte delle classi che gestiscono l’apparato di Stato, e soprattutto quella parte che si vede sottrarre funzioni, autonomia e dignità, si allontani dal blocco dominante e si avvicini con crescente convinzione al (costituendo) blocco di coloro che si oppongono alle politiche monetariste e neoliberiste.
Questo è, a mio avviso, il significato profondo delle tendenze che hanno condotto alla coalizione elettorale. Sono questi i motivi che hanno indotto anche chi abbisognava ed abbisogna, per opporsi efficacemente alla mafia, di solidi appoggi istituzionali, a rompere le vecchie e rassicuranti alleanze per cercarne, con qualche comprensibile incertezza, di nuove. Questi sono i processi che iniziano a trasformare lo scenario della lotta politica in Italia e ad arricchire il campo della sinistra d’alternativa. Sarebbe sbagliato sia sottovalutare queste tendenze, sia sopravvalutarle pensando che esse possano da sole produrre effetti positivi. Se vogliamo che questa nuova situazione preluda alla costruzione di inedite convergenze tra le lotte popolari e le forze che via via si allontaneranno dal blocco dominante, dobbiamo produrre, subito dopo le elezioni, un grande sforzo di analisi che sappia leggere la crisi dello Stato italiano e la ridislocazione di alcune classi sociali come effetto della natura subalterna delle nostre classi dominanti e delle loro scelte geopolitiche (Europa inclusa), e sappia legare la lotta per la democrazia costituzionale alla lotta per nuove forme di proprietà e per una nuova collocazione internazionale del Paese. In una parola dobbiamo riprendere la strada della rifondazione comunista e della definizione di un socialismo possibile per l’Italia.
Mimmo porcaro
18/01/2013 www.liberazione.it

16 gennaio 2013

Rivoluzione civile è ad oggi la sola forza di qualche rilievo che ponga un discrimine netto: rifiuto del neoliberismo (cioè primato del lavoro e dei suoi diritti, secondo quanto prescrive la Costituzione), fine della sovranità del capitale finanziario (spesso colluso con le mafie), restituzione dello scettro alla cittadinanza.

Le buone ragioni di Rivoluzione Civile

Se c'è un elemento caratteristico dell'attuale fase politica, questo è la potenza determinante del sistema mediatico. L'Italia, l'Europa, tutto il mondo capitalistico sono nella morsa di una crisi che sta scomponendo le società. Da una parte, la povertà vera. Strutturale, dilagante, senza prospettive di riscatto. Dall'altra, la concentrazione in poche mani di ricchezze immense, intraducibili in misure concrete. In mezzo, aree sociali precarizzate, che vedono messi a rischio i fondamenti stessi della propria condizione di vita: il reddito, l'occupazione, i diritti essenziali.

Ma se il quadro è di per sé limpido nella sua violenza, l'opinione pubblica non riesce a farsene un'immagine chiara, e non sa intravedere vie d'uscita. Oscilla tra angosce apocalittiche e attese fideistiche di uomini provvidenziali (si pensi alla santificazione di Monti al momento della sua incoronazione), appesa alla girandola di numeri che le viene quotidianamente propinata.
Lo spread, gli indici di Borsa, i tassi di cambio, numeri magici della cabala postmoderna. Quando diciamo che il 99% è contro uno stato di cose voluto dall'1%, ci raccontiamo una favola. Bella, ma, come ogni favola, ingannevole. Di certo la stragrande maggioranza è scontenta e spaventata, ma è anche confusa e disorientata. E non sa a che santo votarsi.

La cifra del nostro tempo è questa: la cattura cognitiva dei corpi sociali, imprigionati in una gabbia - davvero un pensiero unico - che ne deforma la visuale, impedendo loro di vedere la situazione in cui si trovano. Non c'è discorso più pertinente di quello che fa Gramsci, nei primi anni Trenta, a proposito dell'«egemonia» come potente strumento di direzione politica. Nella consapevolezza - tratta appunto dalla gestione totalitaria dei mezzi d'informazione - che la produzione di un'immagine univoca della realtà e il convergente occultamento di aspetti rilevanti sono strumenti-chiave dell'organizzazione del consenso «spontaneo» e del controllo autoritario della società.

Ora chiediamoci: tale stato di cose incide nella situazione politica italiana di questi giorni? Influisce sulla campagna elettorale in vista del voto politico del 24 febbraio? Incide eccome. A tal punto che soltanto muovendo da questa premessa sembra possibile capire la posta in gioco nelle elezioni.
Proviamo a dirla così, con una semplificazione che aiuta a cogliere il punto: sotto gli occhi degli italiani viene quotidianamente squadernato un ricco catalogo di banalità utili ad accreditare l'idea che le maggiori coalizioni politiche (i tre poli, di centrosinistra, centro e centrodestra) divergano tra loro in modo significativo.
L'attenzione pubblica è deviata con cura verso questioni di dettaglio (dalle regole delle primarie all'interscambio trasformistico tra l'uno e l'altro polo), mentre si nasconde che in queste elezioni è in gioco la vita stessa - l'occupazione, il reddito, la salute, l'istruzione - di decine di milioni di cittadini. Agli italiani è così impedito di vedere l'essenziale: il fatto che tutte le maggiori forze politiche concordano sulla lettura della crisi e sulle ricette per affrontarla. E che per questa ragione esse hanno convintamente sostenuto Monti per oltre un anno, rivendicando come necessarie misure che hanno esasperato le ingiustizie (tagliando pensioni, salari e servizi), colpito diritti (l'articolo 18), depresso l'economia e aggravato la situazione debitoria del paese, senza scalfire di un millimetro rendite e grandi patrimoni (anzi, procurando loro ulteriori benefici).
Non è forse così? Del centrodestra e del Terzo polo lo sappiamo sin troppo bene. Con una mano demagogicamente deprecano le conseguenze della crisi (è necessario lisciare il pelo all'elettorato), con l'altra arraffano i dividendi delle politiche di «austerità»: l'anarchia del mercato, lo strapotere dell'impresa, la libertà di evadere o eludere il fisco, la privatizzazione delle risorse e delle istituzioni - non ultime le scuole, tanto care al Vaticano, che in queste elezioni gioca un ruolo determinante a sostegno di Monti e del fido Casini.
 
E il centrosinistra? Diciamo le cose come stanno: non è lo stesso Bersani a ripetere, un giorno sì e l'altro pure, che austerità e rigore non si toccano, salvo farfugliare che cercherà di ridurre il tasso di iniquità delle decisioni di Monti (sino a ieri in predicato di atterrare sul Colle col suo beneplacito)? Il Pd non considera forse irrinunciabili le norme - dal pareggio di bilancio al fiscal compact - che daranno al prossimo governo, chiunque lo dirigerà, un alibi di ferro per perseverare nella macelleria sociale? Il segretario democratico non vede nel «libero mercato» la panacea per la fantomatica crescita? Non proclama che l'articolo 18 va bene così come l'ha conciato la professoressa Fornero? E non definisce con orgoglio il proprio partito come il più europeista, il che non significa soltanto Maastricht e Lisbona, ma anche Merkel, Barroso e la dittatura del debito? Quanto a Sel, la firma in calce alla carta d'intenti ha messo in mora ogni buon proposito e riduce le parole del suo leader a un fiato di voce. Sel si è impegnata a seguire le decisioni del Pd e i suoi dirigenti sanno che al dunque dovranno attenervisi. Per disciplina e «senso di responsabilità».

Insomma, il «rigore» piace a tutti, o quasi. Non piace a Grillo, ma il suo movimento vede la degenerazione finanziaria solo per massimi sistemi, senza coglierne le drammatiche ricadute sul terreno dei diritti del lavoro. Non piace soprattutto a Rivoluzione civile, che dell'anti-montismo fa la sua bandiera. E qui il discorso chiama in causa noi, la sinistra coerentemente antiliberista e per ciò stesso esterna ai tre poli della «strana maggioranza» del cosiddetto governo tecnico: partiti, sindacati, associazioni e movimenti ancora vivi ma stremati dopo cinque anni di trionfante bipolarismo coatto e di lotte combattute alla macchia, con risorse minimali e nel silenzio della «grande» informazione.

Rivoluzione civile è ad oggi la sola forza di qualche rilievo che ponga un discrimine netto: rifiuto del neoliberismo (cioè primato del lavoro e dei suoi diritti, secondo quanto prescrive la Costituzione), fine della sovranità del capitale finanziario (spesso colluso con le mafie), restituzione dello scettro alla cittadinanza. Certo, nemmeno questo progetto è immune da pecche, ma di sicuro la critica di essere subalterno alla teologia del libero mercato non può essergli rivolta. Il programma di Rivoluzione civile parla di diritti del lavoro e solidarietà; di scuola e sanità pubbliche; di lotta alle mafie e di questione morale; di laicità e parità di genere; di disarmo, di libera informazione e di difesa dell'ambiente. C'è in questo decalogo qualcosa che non va, o manca qualcosa di essenziale?

Senonché la proposta di Ingroia incontra anche a sinistra riserve e freddezza. La cosa è sorprendente, e forse per capirne le ragioni non basterebbero gli strumenti tradizionali dell'analisi politica. Limitiamoci alle obiezioni fondamentali. Basta coi magistrati in politica, si dice. E poi: Ingroia non si è sbarazzato dei partiti, è fissato con la mafia, è (o aspira a essere) anche lui un leader, nel segno della personalizzazione della politica. Tutto ciò è, francamente, paradossale. È paradossale che si accusi la magistratura di protagonismo, invece di prendersela con quei settori della «società civile» che latitano, in tutt'altre faccende affaccendati. E lo è altrettanto - degna del peggior grillismo - l'accusa di non respingere i partiti della sinistra, come se in tutti questi anni essi non avessero fatto il possibile per sostenere movimenti e lotte. Chi poi lamenta una monomania antimafia, dove crede di vivere? Forse presta fede alla rassicurante favola della «criminalità organizzata», e ignora che mezza Italia è governata da un doppio Stato che decide, ricicla, fa politica a tutti gli effetti, sequestrando la democrazia di questo paese. Soltanto l'ultima delle critiche sembra avere qualche fondamento. Ma poiché la personalizzazione della politica è un sintomo grave della transizione post-democratica in corso da un trentennio, proprio per questo non è giusto farne carico all'ultimo arrivato, né pretendere che una proposta politica appena nata vi si sottragga, rinunciando all'unico strumento in grado di darle in tempi brevi un minimo di visibilità.

Allora, cerchiamo di non guardare fissi il dito che invano indica la luna. Sono cinque anni che la sinistra italiana attende di uscire dalle catacombe. E se è certamente vero che il voto di febbraio non risolverà tutti i problemi - ché anzi il duro lavoro comincerà dopo - è altrettanto indubbio che senza un successo di Rivoluzione civile la sostanziale morte della sinistra politica in Italia sarebbe, per lungo tempo, una certezza. È singolare che tanti sembrino non capire che oggi un'esigenza prevale su tutte le altre: unire le opposizioni di sinistra contro Monti e i suoi eredi, più o meno progressisti. Far sì che tornino a pesare le ragioni del lavoro, dei giovani, delle donne e del Mezzogiorno, antitetiche a quelle di tutti coloro che hanno governato in questi decenni, nel segno della sovranità del mercato. Ora, sul filo di lana, ci si presenta una possibilità per riuscirvi. Una possibilità - l'ultima - che sarebbe davvero imperdonabile sprecare.

Alberto Burgio

14 gennaio 2013

Oggi, noi di Rifondazione,senza paura abbiamo scelto con molto coraggio di appoggiare Rivoluzione Civile per Antonio Ingroia presidente, l'unica via d'uscita da questa empasse a cui ci ha portati il ventennio di berlusconismo e antiberlusconismo moralistico, lasciando viaggiare speditamente il liberismo che trova centrodestra e PD perfettamente in sintonia.

UN COMUNISTA OGGI

Sicuramente nel mondo attuale ci si può definire in tutti i modi, moderato, liberista, riformista, sinistroide, leghista, centrista, fascista, nazista ma l'unica definizione che non si può dare di una persona per non tacciarlo di qualcosa di sbagliato che arrivi quasi all'obominevole è essere comunista.
Il comunista, quello che dovrebbe incarnare dei pensieri molto ben precisi, negli ultimi anni avendo corso dietro tanti personaggi e dopo essersi ritrovato allo sbando a causa di scalda poltrone/affaristi non esiste quasi più e quei pochi che lo sono veramente cercano di nascondersi per non farsi scoprire dall'amico, dal vicino, dal benpensante che potrebbe tenerlo fuori dalla cerchia che conta.
Il comunista, l'unico che dovrebbe aiutare in modo concreto le classi più emarginate di questa società si è trovato, per sua colpa, ad essere emarginato, ad essere messo nell'angolino, ad essere chiamato in causa solo dalle malattie mentali di Mr. B che li vede dappertutto, ma anche quei pochi che erano rimasti si sono riciclati, chi in SEL, chi è passato al PD, chi addirittura col salto della quaglia è passato sull'altro fronte politico.
Il comunista, ben pochi son rimasti fedeli alla linea, qualcuno scegliendo (come me) Rifondazione, qualcun'altro il PDCI o il PCL, qualcuno aderendo a movimenti, qualcuno scegliendo la linea della lotta dura al capitalismo, ma tutti siamo stati cancellati dalla paura di dire di essere comunisti (per non parlare di quelli del partito del voto utile).
Oggi, noi di Rifondazione,senza paura abbiamo scelto con molto coraggio di appoggiare Rivoluzione Civile per Antonio Ingroia presidente, l'abbiamo fatto mettendo da parte la nostra appartenenza, i nostri simboli, il nostro essere chiusi in ideali che ai molti son sempre sembrati sbagliati ma che dal mio punto di vista sono l'unica via d'uscita da questa empasse a cui ci ha portati il ventennio di berlusconismo e antiberlusconismo.
Chiedo a tutti coloro che si sentono comunisti di diffondere il messaggio, di esserne fieri e di dare una piccola mano diffondendo il nostro pensiero senza avere paura di essere tacciati di vecchio, di putrefatto.
Il mondo può cambiare e il VERO COMUNISMO lo cambierà.
A CHI VA, CHIEDO DI METTERE SUL PROPRIO BLOG QUESTO PICCOLO SEGNO DI RICONOSCIMENTO E DI FARMELO SAPERE E SARETE CARICATI SUL MIO BLOG, NON E' NULLA DI PARTICOLARE E' UN SEMPLICE MODO DI FAR CAPIRE CHE NOI NON CI VERGOGNAMO DI ESSERE COMUNISTA
13 Gennaio 2013

Il prossimo parlamento dovrà impegnarsi ad approvare una leggina tesa a salvare la proposta referendaria e la raccolta delle firme, intervenendo con effetti abrogativi retroattivi sulle norme che ne stanno impedendo l'esercizio. E' il primo compito dei prossimi parlamentare di Rivoluzione Civile

 
Referendum scippato, referendum da salvare

Il recente deposito in Cassazione dei quesiti referendarie delle relative firme (circa un milione), a tutela del lavoro e dei lavoratori, che rischia di non produrre effetti sul piano giuridico, dimostra come il sistema di democrazia diretta e quindi di partecipazione popolare sia subordinato a regole e procedure che ne sviliscono la portata democratica. Facciamo un passo indietro. La legge n. 352 del 1970 (legge sul referendum) all'art. 31, prevede che non può essere depositata richiesta di referendum «nell'anno anteriore alla scadenza di una delle due Camere e nei sei mesi successivi alla data di convocazione dei comizi elettorali per l'elezione di una delle Camere medesime». Così come richiesta di referendum, ai sensi della medesima disposizione, non può essere depositata a Camere sciolte. Nel caso specifico cosa è successo? Alla fine del mese di dicembre il Capo dello Stato, ai sensi dell'art. 88 della Costituzione, ha esercitato il potere di scioglimento anticipato delle Camere. Il Comitato referendario, che aveva raccolto le firme nel 2012 per depositarle, in armonia con il dettato normativo nel 2013, prima dei comizi elettorali, quindi presumibilmente nella finestra apertasi nel mese di gennaio, ha visto così svanito il proprio lavoro quanto meno sotto il profilo giuridico-istituzionale. Lasciando stare l'attuale normativa, troppo restrittiva per l'esercizio dei referendum, figlia di una stagione che aveva voluto, anche oltre la volontà dei costituenti, sostanzialmente esaurire le dimensione della democrazia nella rappresentanza, e che comunque imporrà da parte del prossimo parlamento un serio ripensamento, soprattutto per i latenti profili di illegittimità (penso soprattutto ai gravosi vincoli sostanziali e procedurali), occorre aprire una seria riflessione sul potere di scioglimento del Capo dello Stato e sua incidenza sui processi referendari. L'esercizio di un «potere neutro», qual è appunto il potere di scioglimento del Capo dello Stato, organo politicamente irresponsabile, dispiega effetti sull'attività dei promotori del referendum che, come più volte evidenziato dalla Corte costituzionale, hanno posto in essere una funzione costituzionalmente rilevante e garantita, attivando la sovranità popolare nell'esercizio dei poteri referendari. Insomma, il potere di scioglimento anticipato esercitato nel mese di dicembre, piuttosto che nella prima settimana di gennaio, ha sostanzialmente impedito il ricorso al popolo sovrano. Occorrerà impegnarsi in parlamento affinché il referendum possa qualificarsi come espressione di pura democrazia diretta, piuttosto che costituire un sotto modello della democrazia rappresentativa, a parte pochi casi in cui battaglie della cittadinanza attiva e dei territori sono stati in grado di interrompere il monopolio del sistema dei partiti e più in generale dell'establishement istituzionale. Dunque tutte le limitazioni alla funzione referendaria, al di là dei limiti espliciti posti dalla Costituzione, non riconducibili alle esigenze di chiarezza, omogeneità, univocità e coerenza non appaiono legittime in quanto configurano piuttosto un'arbitraria compressione di un potere che la stessa Carta costituzionale attribuisce al popolo sovrano. Inoltre occorre ricordare che né l'art. 75 della Costituzione, né la giurisprudenza del giudice costituzionale, pur delineando uno spazio per il referendum di natura integrativa, ma non alternativa al sistema parlamentare, hanno inteso l'istituto come un sotto modello della rappresentanza. Certo il prossimo parlamento dovrà impegnarsi a modificare il IV comma dell'art. 75 Costituzione, laddove afferma che la proposta soggetta a referendum è approvata soltanto se abbia partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto. Questo quorum, così alto, che in Italia si traduce in oltre 25 milioni di cittadini (50% dell'elettorato attivo) è troppo punitivo e restrittivo e andrebbe modificato abbassandolo almeno al 30%. Nel caso dei referendum sul lavoro il prossimo parlamento dovrà impegnarsi ad approvare una leggina tesa a salvare la proposta referendaria e la raccolta delle firme, intervenendo con effetti abrogativi retroattivi sulle norme che ne stanno impedendo l'esercizio. Dopo gli straordinari risultati referendari del giugno 2011, quando 27 milioni di cittadini impedirono il saccheggio dei beni comuni e dei servizi pubblici locali essenziali, votando contro le privatizzazioni, sembra quasi che sia scattata oggi una reazione a tale strumento, come se il referendum abrogativo sia percepito come uno strumento potenzialmente oppositivo e avversativo nei confronti del circuito della rappresentanza, o, per meglio dire, del circuito decisionale partitico-parlamentare. Si tende a trasformare il referendum da strumento partecipativo e di controllo da parte della società sullo Stato e, dunque, sulle sue istituzioni rappresentative, a strumento che i partiti tendono ad interiorizzare, al fine di non determinare traumi sulla forma di governo rappresentativa. I referendum sul lavoro oggi davano fastidio al circuito della rappresentanza e del mondo dell'impresa, e quindi il combinato disposto di una norma del 1970, eccessivamente restrittiva nelle forme e nelle procedure, ed il ricorso al potere di scioglimento anticipato, ne hanno di fatto impedito lo svolgimento, tradendo il principio che la sovranità appartiene al popolo. Il neo-costituzionalismo per il quale ci battiamo, attraverso nuove forme della politica e soprattutto attraverso una declinazione della democrazia più ampia, informata, sul piano dell'effettività, soprattutto dalle emergenti categorie della partecipazione e dei beni comuni, deve fondarsi anche sulla valorizzazione dell'istituto referendario quale espressione di democrazia diretta ed erosione di una sovranità autoritaria e calata dall'alto.

Alberto Lucarelli

8 gennaio 2013

Referendum lavoro: oltre 650mila sottoscrizioni, nonostante Napolitano...

REFERENDUM, DOMANI LE FIRME IN CASSAZIONE


Domani 9 gennaio, alle 9.45, alla Corte di Cassazione verranno consegnate le tantissime scatole contenenti i moduli stracolmi di firme a favore dei referendum su articolo 8 e articolo 18. Per tre mesi in ogni città o paesino della penisola, spesso sotto un tempo inclemente, militanti di forze politiche e del sindacato si sono dati da fare per raggiungere il quorum richiesto sui due quesiti: l’abrogazione della controriforma Fornero che di fatto cancella l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori e l’altrettanto necessaria abrogazione dell’articolo 8 del testo con cui l’allora ministro Sacconi (dunque, governo Berlusconi) ha smantellato il contratto nazionale collettivo.
Due referendum sul lavoro che hanno riunito un fronte ampio della sinistra in Italia, consentendo in tal modo di superare la soglia delle 500mila firme (dovrebbero essere almeno 650 mila) e che permetteono di rimettere in discussione un concetto (ma forse sarebbe meglio dire un'ideologia) dei rapporti di lavoro che ormai è condiviso dal centro destra come da gran parte del centro sinistra. Ma si tratta di referendum fastidiosi, perché rimettono al centro la volontà e i bisogni dei cittadini, soprattutto dei tanti e delle tante che vivono e subiscono la crisi nel proprio posto di lavoro.
E allora non è bastato che i mezzi di informazione ignorassero immancabilmente tale battaglia, che vincesse la logica del silenzio. Le ultime fasi di vita del governo Monti hanno prodotto anche l’effetto esiziale di rendere, apparentemente, vana la campagna referendaria. Non è infatti possibile indire un referendum nell’anno in cui si tengono le elezioni né consegnare le firme a Camere sciolte. Monti ha rimesso il proprio mandato non appena approvata la legge di stabilità e il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha immediatamente sciolto le camere. Sarebbe stato sufficiente, come è stato formalmente chiesto dal comitato promotore, che tali procedure venissero avviate il 2 gennaio, nulla sarebbe cambiato nella definizione delle scadenze elettorali e sarebbe stata unicamente rispettata la volontà dei tanti e delle tante che hanno sottoscritto i referendum. Ma evidentemente questo non è il primo dei pensieri che guida l’agenda politica del presidente della Repubblica e poi si poteva contare tranquillamente sul fatto che le maggiori forze politiche, le stesse che hanno sostenuto il governo dei professori, non avrebbero avuto nulla da ridire, anzi, un fastidio in meno. Insomma questi referendum non s’hanno da fare, parafrasando Manzoni, ma il comitato referendario non desiste e intanto consegna le firme.

Beatrice Macchia
08/01/2013 www.liberazione.it

3 gennaio 2013

Oggi non si tratta solo di unire la sinistra. Si tratta di unire tutti gli uomini e le donne che intendono battersi per la giustizia sociale e per la democrazia, per la libertà e l’eguaglianza, contro le mafie e il neoliberismo

Rivoluzione civile, per un rilancio della democrazia
Sono molto contento della nascita della lista Rivoluzione Civile che ha in Antonio Ingroia il candidato Presidente. Rifondazione Comunista farà parte di questa lista e ha attivamente operato per la sua nascita a partire dal percorso costruito con Cambiare si può. Si tratta di una lista civica nazionale di cui faranno parte tutti coloro che in questi anni si sono opposti alle politiche di Berlusconi e di Monti: partiti, associazioni, comitati, uomini e donne che non hanno piegato la testa. Una coalizione quindi che prende la forma della lista: una coazione perché tutti siamo indispensabili ma nessuno è autosufficiente. Nessuno rappresenta da solo una alternativa alle politiche neoliberiste mentre insieme possiamo costruirla.
Una lista quindi che ha al centro la difesa e il rilancio della democrazia e la lotta contro le politiche neoliberiste portate avanti in questi anni da centro destra e centro sinistra. Questione democratica e questione sociale non sono mai state così intrecciate come dentro questa crisi.
L’aggressione alla democrazia – dai poteri criminali come dalle oligarchie finanziarie – rappresenta il tentativo di svuotare di potere le istituzioni rappresentative affinché i poteri criminali ed economici possano agire come incontrollati poteri sovrani.
In nome della modernizzazione neoliberista ci stanno riportando all’800, quando la democrazia era un affare privato delle classi dominanti e la questione sociale veniva trattata come questione di ordine pubblico. La distruzione del welfare, l’attacco ai diritti dei lavoratori e al sindacato, la privatizzazione di ogni bene comune che cosa sono se non un drammatico tentativo di restaurazione reazionaria?
Del resto, la mafia, come diceva Dalla Chiesa “dà come favore quello che lo stato dovrebbe dare come diritto”. Vi è un rapporto diretto tra la distruzione dei diritti e l’allargamento della sfera dei favori, delle clientele, dei soprusi. Così come le politiche neoliberiste sono decise a livello europeo nel totale disprezzo di ogni volontà e sovranità popolare. La democrazia è attaccata dal basso e dall’alto, dai potentati economici come da quelli criminali perché solo nella democrazia, il popolo – gli uomini e le donne che non hanno potere – possono far sentire la loro voce e candidarsi a gestire la cosa pubblica.
Per questo nel simbolo vi è l’immagine del quarto stato. Il tradimento delle radici Costituzionali della Repubblica coincide largamente con l’abbandono di ogni politica di giustizia sociale. Oggi non si tratta solo di unire la sinistra. Si tratta di unire tutti gli uomini e le donne che intendono battersi per la giustizia sociale e per la democrazia, per la libertà e l’eguaglianza, contro le mafie e il neoliberismo. Qualcuno dirà che questo è populismo. Io non credo, ma se lottare per difendere i diritti del popolo contro le oligarchie finanziarie e criminali significa essere populista, meglio populisti che servi sciocchi dei potenti.
Questa è la scommessa che facciamo proponendo la Rivoluzione Civile: la costruzione di una lista che dia vita ad un nuovo spazio pubblico di partecipazione popolare.

Paolo Ferrero
segretario di Rifondazione Comunista
03/01/2013

2 gennaio 2013

Non riconoscersi in questa sinistra televisiva significa parteggiare, mantenere in alto il valore della classi sociali meno agiate. Comunisti o lo si è per sempre, o non lo si è mai stati.

Morale e compromesso
È obsoleto parlare del teatrino della politica, un po’ come dire che il calcio è truccato, che la mafia è legata allo stato, che i poteri occulti, a fianco delle multinazionali, prevaricano su ogni forma di mercato. Il termine morale sarà presto sostituito dal termine spread, un po’ meno latino, ma si sa, noi italiani siamo soliti mostrare l’esterofilia come cultura, non come confronto, una sorta di masochismo dettato dai sensi di colpa, forse perché Pilato doveva essere italiano.

È triste dover ammettere che i maggiori esponenti della “sinistra” italiana non hanno nel DNA il verbo schierare, esprimere giudizi di parte ed essere parte e, in questo caso, significherebbe riferirsi al concetto di socialismo e privilegiare il rapporto con le masse. Ma guardateli quando parlano, tutti a cercare frasi a sensazione, a costo di contraddire quello che si è appena difeso! Scusatemi, sarò antiquato anch’io, ma non ho mai sentito il termine socialismo ne’ da Vendola, ne’ da Bersani, non pretendo, di certo, di sentirlo dalla finocchiaro o la serracchiani, figuriamoci da matteo renzi. In questo paese di impostori e di conflitti d’interesse non fa scandalo lo scippo del termine sinistra da parte del Pd, suffragato e pubblicizzato da giornalisti ridicoli, vestiti e impomatati, più carini e meno intelligenti dei loro storici antenati, un paradosso che imperversa da tempo in questa penisola.

Siamo fortunati se qualche volta possiamo ascoltare Landini e Ferrero, conoscono sicuramente la parola socialismo, diversa da quella acclamata da Santoro come “fratellanza”, mettendo in allarme chi di cultura sopravvive. Se proprio al decadimento degli ideali e della morale si deve questa disgregazione sociale, la violazione è di natura politica, infatti Marx & co. non avevano messo in preventivo che la sinistra si mobilitasse per rimpinguare le casse delle banche, come non credevano potesse stringere patti con la chiesa.

L’orchestrata confusione dirama comunicati occulti a favore della passività popolare, diversamente da “Il principe” di Macchiavelli, a cui viene dato un solo principio e dovere, quello d’impegnarsi anima e corpo per la pace, la tranquillità e la serenità dei suoi sudditi. Quando si proponeva una politica senza morale, ma non immorale. Non riconoscersi in questa sinistra televisiva significa parteggiare, mantenere in alto il valore della classi sociali meno agiate, le classi colpite a morte dall’idealismo e dal liberismo capitalista, nessun valore aggiunto se non urlare anche per chi non ha più voce e, semmai, lottare con i pugni chiusi anche per chi non ha più forze per rialzarsi.

Siamo continuamente sottoposti alle lusinghe e alle promesse, per questo si presume una mediocre risposta, a causa dell’immobilismo delle coscienza, in questa terra dove pochi hanno troppo e molti non hanno niente, non serve una nuova filosofia del compromesso. Il dibattito politico è fondamentale per non trovarsi impreparati di fronte ai colpi e le frecciate di governi ostili (parafrasando Shake), pericolosi e ostaggi della finanza internazionale; continueranno a lanciare esche per attirare consensi, distoglierci dalla lotta, disunirci per disarcionarci dai bisogni e, se non faremo attenzione, anche dagli affetti.

Questa è una guerra, la miseria è alle porte e se credi di poter essere un eletto destinato a salvarsi, sappi che ci saranno milioni di affamati in cerca di scalpi, poniamoci oggi il problema, domani potrebbe essere già tardi. Sarà che sono obsoleto e distratto, per questo, forse, disconosco la parola ex-comunista, comunisti o lo si è per sempre, o non lo si è mai stati, credo ci sia bisogno di una vera sinistra che parta dal basso per elevarsi dove è solo possibile volare.

Antonio Recanatini
2 gennaio 2013
www.bellaciao.org
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Foto:  Ester Mileto - Generico-Quarto Stato moderno