29 dicembre 2013

Ecco in sintesi i requisiti per l'uscita da lavoro nel 2014. Non c'è limite alla protervia di questo governo, in piena sintonia con quelli di Berlusconi e Monti, contro i lavoratori, considerati come limoni da spremere finchè arrivano alla soglia della vecchiaia debilitati nelle loro capacità fisiche e cognitive

2014. I nuovi limiti per le pensioni

Con l'inizio del nuovo anno scattano gli aumenti dell'età pensionabile previsti dalla criminale riforma Fornero-Monti. E' da sottolineare come il meccanismo preposto al prolungamento costante dell'età del ritiro dal lavoro (tot mesi ogni anno in virtù del supposto aumento delle "aspettative di vita") sia già ora in aperto contrasto con la realtà dell'esistenza in Italia: le aspettative di vita si vanno infatti riducendo.
Non è difficile individuarne le cause: aumento dell'età pensionabile significa logorio fisico prolungato; aumento dell'intensità del lavoro (in sonceguenza della riduzione dei diritti e quindi anche dei riposi, festività, periodi di malattia, ecc); tagli alla sanità pubblica e quindi diminuzione delle terapie gratuite; aumento della precarietà; ecc.
Non è una nostra affermazione arbitraria. Riportiamo, per dimostrarlo, brani di un articolo del "Corriere della sera", massimo quotidiano ufficiale della borghesia italiana da oltre un secolo, pubblicato nell'agosto di quest'anno (quando sotto l'ombrellone si preferisce saltare la lettura di certe notizie).
Ogni settimana muoiono seicento persone in più del previsto, e va avanti così ormai da diversi mesi. Accade in Inghilterra, ma anche in vari altri Paesi europei. Tutto è iniziato nel 2012 e sembra essere continuato, con lo stesso numero di morti in più, settimana dopo settimana, nella prima metà del 2013. Nessuno sa il perché di questo incremento, che colpisce oltre i 65 anni, ma in particolare la fascia di persone al di sopra degli 85 anni. Ne parla un articolo sull’ultimo numero del British Medical Journal, intitolato "The curious case of 600 extra deaths a week", scritto da Nigel Hawkes, giornalista londinese free lance, incaricato direttamente dal BMJ.
Nemmeno gli ultraliberisti inglesi possono chiudere gli occhi sulle cause;
L’aumento di mortalità è tale da colpire. I dati provenienti dall'Office for National Statistics mostra che la mortalità è aumentata del 5 per cento nel 2012 per uomini e donne sopra gli 85 anni, mentre nelle prime 27 settimane del 2013 c’è stato un incremento complessivo del 5,6 per cento. «È un dato enorme - scrive l’autore dell’articolo -. Se fosse successo durante un’epidemia influenzale, queste decine di migliaia di morti sarebbero state attribuite all’influenza e le polemiche fioccherebbero. Ma non c’è epidemia, nessuna causa evidente, e neppure lamentele pubbliche. È tutto molto strano». Naturalmente un primo pensiero va all’effetto dell'Health and Social care Act, che ha modificato sensibilmente il funzionamento del sistema sanitario nazionale inglese, riducendone probabilmente l’efficacia dei servizi. E più in generale il pensiero va ai tagli di budget e alle riduzioni di personale sanitario, che con la crisi si sono diffusi in tutta Europa. Ma l’aumento delle morti è presente anche in Scozia, dove l'Health and Social care Act non è attivo.
Altrettanto, anche se in percentuali minori, sta accadendo in tutti i paesi che hanno tagliato i budget della sanità e aumentato l'età pensionabile. Ma vediamo ora cosa accade ai lavoratori italiani da giovedì prossimo. L'augurio dei padroni - messo in pratica dal loro governo con le "riforme strutturali" - è che tutti noi si lavori fino all'ultimo giorno di vita; e poi si trapassi nei cimiteri invece che nei ruoli dell'Inps....
Da gennaio le lavoratrici dipendenti del settore privato potranno andare in pensione di vecchiaia solo dopo aver compiuto i 63 anni e 9 mesi, 18 mesi in piu' rispetto ai requisiti previsti per il 2013 (62 anni e tre mesi). Dal 2014 scattano infatti i nuovi requisiti per il pensionamento di vecchiaia delle donne previsti dalla riforma Fornero che porteranno gradualmente alla parificazione delle eta' di vecchiaia all'inizio del 2018 (66 anni e tre mesi ai quali aggiungere l'adeguamento alla speranza di vita).
Ecco in sintesi i requisiti per l'uscita da lavoro nel 2014, in presenza comunque di almeno 20 anni di contributi (se si hanno contributi accreditati prima del 1996. Se si e' cominciato a versare dopo il 1996 e' richiesto anche un importo di pensione di almeno 1,5 volte la soglia minima):
DONNE DIPENDENTI SETTORE PRIVATO:
potranno andare in pensione di vecchiaia le donne con almeno 63 anni e 9 mesi di età. Dal 2016 (fino al 31 dicembre 2017) scattera' un ulteriore scalino e saranno necessari 65 anni e tre mesi ai quali aggiungere l'aumento legato alla speranza di vita. Potranno quindi andare in pensione ancora quest'anno con 62 anni e 3 mesi le lavoratrici nate prima del 30 settembre 1951 mentre se si e' nate a ottobre dello stesso anno l'uscita dal lavoro sara' rimandata almeno fino a luglio del 2015.
DONNE AUTONOME E GESTIONE SEPARATA:
nel 2014 le lavoratrici autonome potranno andare in pensione con almeno 64 anni e 9 mesi, con un anno in piu' rispetto a quanto previsto per il 2013. Per il 2016 e il 2017 saranno necessari almeno 65 anni e 9 mesi, requisito al quale andra' aggiunta la speranza di vita.
UOMINI SETTORE PRIVATO:
nel 2014 vanno in pensione con gli stessi requisiti del 2013 (66 anni e tre mesi). I requisiti cambiano nel 2016 con l'adeguamento alla speranza di vita.
SETTORE PUBBLICO, UOMINI E DONNE:
restano i requisiti previsti per il 2013. Si va in pensione ancora nel 2014 e fino al 2015 con 66 anni e tre mesi di eta'. Il requisito andra' adattato alla speranza di vita nel 2016.
PENSIONE ANTICIPATA':
nel 2014 gli uomini potranno andare in pensione in anticipo rispetto all'eta' di vecchiaia se hanno almeno 42 anni e 6 mesi di contributi versati, un mese in piu' di quanto previsto nel 2013. Per le donne saranno necessari almeno 41 anni e 6 mesi di contributi (un mese in piu' di quanto previsto nel 2013). Anche i requisiti per la pensione anticipata andranno adeguati dal 2016 all'aumento della speranza di vita.
 
Redazione
 
 

28 dicembre 2013

Nell'Europa dei banchieri e dei politici mercenari al servizio dei potenti dell'industria e della finanza, tutto ciò che a che fare con la salute e la sicurezza sul lavoro è stato bloccato


Sicurezza sul lavoro: il bulldozer dell'Europa
 Bloccare tutte le nuove regole e demolire le attuali tutele. Questo l’obiettivo del programma Refit già approvato dalla Commissione Ue. "Troppi lacci danneggiano le imprese", dicono da Bruxelles. E questo è solo l'inizio
Il programma Refit lanciato dalla Commissione europea è un attacco molto pericoloso ai diritti dei lavoratori. La stampa non ne fa menzione. Il silenzio dei nostri politici nazionali ed europei è assordante. Di fronte, c’è un governo dell’Unione che annuncia che sta per bloccare tutte le nuove norme in materia di salute e sicurezza sul lavoro, dicendo che ci sono già troppe regole, che tutte le norme di sicurezza destinate a proteggere i lavoratori stanno danneggiando le imprese. Troppi oneri amministrativi. Troppi costi. Così è stato bloccato tutto il lavoro preparatorio svolto da esperti, funzionari e parti sociali. Ed è solo l’inizio, perché la Commissione sta cercando di vedere come liberarsi anche delle norme esistenti. Così i datori di lavoro avranno molta più libertà d’azione, senza essere gravati dagli adempimenti in materia di prevenzione.
Ecco la soluzione per tirarci fuori dalla crisi. Così si può riassumere ciò che il 2 ottobre 2013 ha annunciato José Barroso, presidente della Commissione Ue, durante il vertice europeo dei capi di Stato e di governo, ottenendo una risoluzione che approva questa linea e lo invita ad avanzare proposte concrete. Il primo ministro britannico, David Cameron, ha colto l’occasione per mettere su uno spettacolo per le telecamere, e la stampa del Regno Unito ha salutato il suo trionfo: è riuscito a frenare la fame di Bruxelles per la regolamentazione! Questo perché, internamente, la demolizione delle norme europee è come una manna dal cielo per i conservatori britannici. Il governo dei Paesi Bassi ha reagito allo stesso modo, perché uno degli obiettivi previsti negli accordi di governo è quello di ridurre il numero delle norme europee. Così, per il suo spettacolo, il primo ministro del Regno Unito ha potuto contare sulla compagnia di Barroso e del primo ministro olandese Rutten, del cancelliere tedesco Angela Merkel e del nostro Letta. Hanno preso le distanze solo il premier belga Di Rupo e François Hollande.
Nel frattempo, l’intera macchina dell’Europa è a un punto fermo in materia di sicurezza sul lavoro. E ci sono crescenti movimenti in corso per avviare una retromarcia. La comunicazione ufficiale da parte della Commissione, nota come “Refit”, si riferisce alla necessità di riadattare la normativa Ue per rendere l’economia europea più dinamica e per “eliminare i ben noti ostacoli amministrativi che stanno fermando i datori di lavoro dal creare nuovi posti di lavoro”. L’ascia si è abbattuta sulla legislazione della sicurezza sul lavoro. Barroso ha fatto sapere che la sua Commissione non avrebbe portato avanti altre eventuali nuove norme in tale materia. Il testo fa esplicito riferimento all’accordo raggiunto recentemente tra le parti sociali sulla prevenzione nell’attività dei “saloni di bellezza” (parrucchieri ecc.), che avrebbe dovuto essere presentato al Consiglio dei ministri Ue per diventare vincolante. Non si tratta solo di parrucchieri.
Tutto ciò che a che fare con la salute e la sicurezza sul lavoro è stato bloccato. Anche la proposta avanzata delle unità competenti della Commissione, volta, su consiglio degli esperti e delle parti sociali, a migliorare la regolamentazione sugli agenti cancerogeni, non sarà adottata. Il suo scopo era quello di garantire che le norme di protezione dei lavoratori contro le sostanze cancerogene si applicassero anche a quelle in grado di provocare malformazioni genetiche (agenti mutageni e tossici per la riproduzione). Si era inoltre cercato di aggiungere 22 nuove sostanze all’elenco dei soli tre cancerogeni per i quali attualmente esistono norme europee vincolanti, in termini di concentrazioni massime nell’aria sul posto di lavoro, e di classificare anche le fibre ceramiche in questa categoria. Così come per la silice cristallina, che è la ragione per cui la sabbiatura provoca il cancro, come era già stato proposto undici anni fa dal panel europeo di esperti in quel campo.
L’inserimento nella lista nera delle sostanze cancerogene riguardava anche il tricloroetilene (un solvente ampiamente utilizzato per processi come la sgrassatura e pulitura a secco), i gas di scarico dei motori diesel o il cloruro di vinile. Niente di tutto questo. I datori di lavoro devono poter avere più libertà nell’attività imprenditoriale, mentre le misure di questo tipo sono un freno alle aziende. Il risultato è che tutto è a un punto morto. Altre proposte sono state ugualmente bloccate. Norme europee erano in preparazione con l’obiettivo di ammodernare la vecchia direttiva sul lavoro al videoterminale e per fare qualcosa per le cause più comuni di malattia professionale: i disturbi muscolo-scheletrici dovuti a lavoro troppo faticoso o a sforzi ripetuti.
Non se ne farà nulla. Né ci saranno eventuali nuove regole europee per i retrovisori da installare sui vecchi camion per eliminare il “punto cieco”, che determina tanti incidenti stradali. Niente sul fumo di tabacco nei luoghi di lavoro, né sull’inquinamento del suolo. Il settore della pesca aveva raggiunto, come i parrucchieri, un accordo sulle misure di sicurezza. Anche la loro iniziativa è stata fatta fallire. La Commissione non ha solo messo uno stop alle nuove regole: vuole anche rivedere l’intera legislazione europea in materia di sicurezza in modo da eliminare molti adempimenti di prevenzione. Per fare questa operazione, essa prevede di basarsi su una procedura di valutazione, ai fini della quale tutti gli Stati membri devono presentare le loro relazioni sull’applicazione della normativa entro la fine del 2013. E sembra già affare fatto.
La Commissione europea, con Refit, ha annunciato anche altre iniziative per limitare o abolire le norme europee in molte altre aree, come la parità di trattamento per i lavoratori temporanei, le norme in materia di pubblicazione dei bilanci annuali e quelle in materia d’informazione e consultazione dei lavoratori in caso di licenziamenti di massa. O la “direttiva Renault”, che impone ai datori di lavoro di informare e consultare i lavoratori in anticipo in occasione di importanti modifiche nell’organizzazione del lavoro. Interventi di questo tipo rendono l’Europa sociale più lontana che mai.
La Confederazione europea dei sindacati ha già lanciato una campagna di manifesti, con cui chiede ai deputati e ai candidati alle prossime elezioni europee di far conoscere la loro posizione. Sono, o non sono, a favore di bloccare le normative europee in materia di sicurezza sul lavoro? Sono o non sono in favore di accordi vincolanti europei tra datori di lavoro e lavoratori, a partire da quelli per i parrucchieri e i pescatori? Vogliono o no respingere le proposte inglesi di abolire la valutazione scritta del rischio per le piccole e medie imprese?
Vogliono estendere le norme di protezione dei lavoratori contro le sostanze cancerogene alle sostanze che causano malformazioni genetiche? Vogliono o no ascoltare i consigli degli esperti di sicurezza europei che cercano di aumentare il numero di sostanze classificate come cancerogene, o stanno seguendo i datori di lavoro che stanno optando per un blocco per motivi economici? La battaglia è quella di fare in modo che tali temi, centrali per i lavoratori e per i cittadini europei, entrino a far parte della discussione nella prossima campagna per le elezioni europee.

Diego Alhaique
direttore scientifico di 2087
27/12/2013 Fonte: rassegna.it
 
 

22 dicembre 2013

IL SINDACATO È UN'ALTRA COSA
Rivendicazioni per una Cgil indipendente, democratica, che lotta
Quattro anni fa il congresso della Cgil si concludeva con l'affermazione delle posizioni della maggioranza che oggi guida l'organizzazione. Da allora si sono susseguiti arretramenti e sconfitte, non uno degli obiettivi del congresso è stato realizzato e la Cgil è sempre più coinvolta nella rabbia e nel rifiuto che accompagnano i palazzi della politica.
Oggi la Cgil non incide più su nessuna delle decisioni di governi e padroni che ci riguardano, ma noi abbiamo più che mai bisogno di un sindacato vero, che ci dia forza e coraggio, che combatta la rassegnazione.
Protestano commercianti, artigiani, i tanti rovinati dalla crisi, ma il mondo del lavoro è muto per colpa della passività dei gruppi dirigenti sindacali, quasi fossimo dei privilegiati che non hanno nulla da rivendicare.
Invece i governi continuano con le politiche di austerità, che distruggono tutto e servono soltanto alle multinazionali, alla finanza e alle banche, mentre noi ogni giorno che passa siamo più poveri.
La precarietà è la condizione comune di tutto il mondo del lavoro. Chi più chi meno, tutti sono diventati precari e la maggioranza delle lavoratrici e dei lavoratori, delle pensionate e dei pensionati stanno tornando indietro di decenni.
Le donne pagano il prezzo più alto, sulla fatica e sulla salute, sui ritmi e sui tempi di lavoro, sul salario e sulle pensioni, nella loro stessa vita.
I ricchi diventano sempre più ricchi, la casta politica, i grandi manager e burocrati conservano tutto il loro potere, ingiustizie e corruzione e prepotenza dilagano. In questa situazione la Cgil non ha fatto tutto quello che poteva e doveva fare.
Uno sciopero di sole 3 ore è stato proclamato contro la legge Fornero sulle pensioni. Si è consentito di far approvare al parlamento la cancellazione di fatto dell'art.18 e il peggioramento degli ammortizzatori sociali. Con l'arrivo dei governi sostenuti dal PD, il gruppo dirigente della Cgil ha deciso di non disturbare più i palazzi della politica e di unirsi a Cisl e Uil nella pratica degli accordi a tutti i costi.
Dopo l'accordo del 28 giugno 2011, che accettava le deroghe ai contratti nazionali mentre il governo, con l'articolo 8 del decreto Sacconi, permetteva di non rispettare le leggi nei gli accordi aziendali, si è firmato un nuovo accordo il 31 maggio 2013. Con questa firma la Cgil ha accettato di estendere dappertutto la "esigibilità" contenuta negli accordi Fiat. Cioè il principio condannato dalla Corte Costituzionale per cui hanno diritto di esistere solo i sindacati che firmano gli accordi e che si impegnano a non scioperare più. Nel frattempo sono stati firmati decine di contratti nazionali e molti accordi aziendali che hanno solo peggiorato le condizioni e i diritti dei lavoratori. Gli accordi peggiorativi non sono stati solo accordi separati ma nella maggioranza accordi firmati anche dalla Cgil.
Tutti i lavoratori pubblici hanno i contratti bloccati da anni e per i prossimi anni, senza nessuna vera iniziativa di Cgil Cisl Uil. La maggioranza dei pensionati è ridotta alla povertà e tutti hanno perso potere d'acquisto, ma i sindacati dei pensionati, che pure hanno milioni di iscritti, hanno fatto ben poco.
Tutto questo era inevitabile? No. Diverse volte in questi anni si sono presentati momenti nei quali si poteva provare a cambiare le cose e non si è voluto farlo.
Con un bilancio così negativo il congresso della Cgil dovrebbe servire a cambiare tutto. Invece tutti i gruppi dirigenti, compreso quello della Fiom, si sono messi d'accordo per fare un congresso che approvi quello che si è fatto e continui così. Noi non siamo d'accordo e per questo presentiamo il documento alternativo: "Il sindacato è un'altra cosa", perché la Cgil che serve al mondo del lavoro è un altra cosa rispetto a quella di oggi.
Prima di tutto ci vuole una Cgil che faccia rivendicazioni chiare, che rispondano ai bisogni delle persone in carne e ossa, bisogna ricominciare a chiedere, invece che sperare nel meno peggio. Ottenere dei risultati è difficile, ma se non si rivendica mai niente è sicuramente impossibile!
È dannoso inseguire l'unità con i vertici di Cisl e Uil, perché da anni i gruppi dirigenti di queste organizzazioni firmano qualsiasi accordo con le controparti private o pubbliche e accettano qualsiasi prepotenza, come in Fiat. Basta con gli accordi di vertice con i gruppi dirigenti di Cisl e Uil che paralizzano l'iniziativa, bisogna ricordare che l'ultimo successo la Cgil l'ha ottenuto da sola, portando 3 milioni di persone in piazza a Roma per difendere quell'art. 18 che invece non è stato difeso quando si era insieme a Cisl e Uil.
Bisogna ricostruire la contrattazione partendo dai bisogni dei lavoratori rifiutando i vincoli della concertazione e le leggi anti sciopero come la 146. La Cgil deve prendere esempio dalle lotte dei tranvieri di Genova ed estendere e sostenere quelle forme di lotta ovunque sia possibile. La Cgil deve stare assieme a tutte le popolazioni che lottano, dalla valle Susa alla terra dei fuochi in Campania, alla lotta contro il MUOS in Sicilia.
Bisogna aumentare salari e pensioni e legarli al costo della vita per non diventare sempre più poveri.
Bisogna eliminare gli scandalosi guadagni dei grandi manager. Bisogna recuperare ricchezza da quella
minoranza che possiede la grande maggioranza dei patrimoni, dalle banche e dalla finanza, dalle multinazionali, dall'evasione fiscale. I soldi ci sono, ma sono in mani sbagliate e sono usati in modo sbagliato. I lavoratori e i pensionati sono i soli che pagano tutte le tasse fino all'ultimo centesimo, quindi la giustizia fiscale deve cominciare da noi. Ci vuole un salario minimo orario per legge sotto il quale nessuno possa andare, perché oggi ci sono lavoratori con paghe di pochi euro all'ora. Ci vuole un reddito dignitoso per tutte e tutti coloro che non trovano lavoro o lo abbiano perso.
Bisogna portare la pensione di vecchiaia a 60 anni - le donne devono poter andare prima - e ripristinare quella di anzianità a 40 anni di contributi con il metodo retributivo quindi senza penalizzazioni, mentre l'orario di lavoro settimanale va ridotto a parità di salario. Bisogna lavorare meno per lavorare tutti.
Bisogna cancellare tutta la legislazione che ha consentito il dilagare della precarietà, ripristinare e estendere l'art.18 contro i licenziamenti ingiusti.
Ci vuole un piano per il lavoro e lo stato sociale che sia fondato su grandi investimenti pubblici, per la scuola, la sanità, la casa, il trasporto locale, il risanamento del territorio e dell'ambiente, il patrimonio culturale, per il Mezzogiorno. Ci vogliono tantissime piccole opere che creino tanti posti di lavoro mentre bisogna dire basta allo spreco delle grandi opere come la Tav in val di Susa o a quello delle spese militari come gli F35.
Le grandi aziende strategiche, come Fiat, Ilva, Telecom, Alitalia, i grandi ospedali privati come il San Raffaele, che rischiano tagli o chiusura, devono essere espropriati senza indennizzo e gestiti dal potere pubblico, con partecipazione e controllo dei lavoratori e delle popolazioni. Bisogna combattere le delocalizzazioni e farle pagare alle grandi aziende e alle multinazionali.
Bisogna rompere con l'Europa delle banche, della finanza, dei tecnocrati e delle multinazionali, bisogna stracciare subito il fiscal compact e tutti i trattati europei che ci impongono l'austerità. Bisogna non pagare più il debito pubblico alle banche e alla finanza e perciò bisogna nazionalizzare tutte le grandi banche, prima di tutto la Banca d'Italia.
La gigantesca corruzione politica e la criminalità mafiosa sono una parte fondamentale della crisi del paese e producono costi e ingiustizie insopportabili. La Cgil deve sostenere e fare proprie la lotta alla criminalità e alla corruzione e ai privilegi delle caste.
Abbiamo bisogno di un sindacato che rompa con i palazzi del potere, un sindacato profondamente democratico, un sindacato indipendente dai padroni, dai governi e dai partiti. Dobbiamo mettere in discussione burocrazie e caste sindacali e valorizzare le delegate e i delegati protagonisti di lotte e vertenze. La Cgil è stata questo sindacato, ora non lo è più, deve tornare a esserlo.
Ci vogliono una legge sulla democrazia sindacale e una Cgil profondamente democratica, fondata solo sulle tessere degli iscritti e non su enti bilaterali e fondi pensionistici e sanitari. Il voto al nostro documento alternativo serve a tutte e tutti coloro che vorrebbero un sindacato ben diverso a quello che c'è oggi e per questo intendono far sentire la loro voce. Usiamo questo congresso per cambiare, per dire basta alla passività e alla rassegnazione, perché ricominciamo a contare se diventa chiaro che: "il sindacato è un'altra cosa"!
Chi vuole approfondire legga tutto il nostro documento e le sue chiare proposte, magari confrontandole con quelle del documento di maggioranza.
 
Le rivendicazioni per una Cgil indipendente, democratica, che lotta

1) CONTRO L'EUROPA DELL'AUSTERITÀ E DEL FISCAL COMPACT

La prima condizione per fermare la distruzione del lavoro, dei redditi, dello stato sociale e della democrazia è respingere gli ordini della Troika e i vincoli dei patti europei. Bisogna rifiutare subito il fiscal compact e tutti gli accordi che impongono l'austerità. Questi patti non vanno rispettati e vanno disdettati. Bisogna rifiutare il pareggio di bilancio costituzionale che impone la distruzione dello stato sociale per pagare le banche. Le banche a partire dalla Banca d'Italia devono essere nazionalizzate senza indennizzo. Una politica economica a favore del lavoro e dei diritti sociali richiede la rottura dei vincoli europei. Questo è interesse di tutto il mondo del lavoro e di tutti i popoli europei, che devono liberarsi dalla dittatura di finanza e banchieri. La Cgil deve chiedere lo sciopero generale di tutta Europa.

2) LOTTA ALLA DISOCCUPAZIONE, ALLA PRECARIETÀ, AL DECLINO DEL SUD

Disoccupazione di massa e precarietà servono ai padroni, perché nell'attuale crisi ricattano con la paura le persone e le costringono ad accettare condizioni di sfruttamento vergognose. Ci vogliono misure di emergenza e interventi di più lunga portata che abbiano come risultato immediato l'aumento dell'occupazione. Ci vuole un piano del lavoro fondato sull'intervento pubblico e sulla lotta allo sfruttamento e alla precarietà. Bisogna abbassare l'età della pensione abolendo la legge Fornero e ci vuole la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario. Lavorare meno, lavorare tutte e tutti. Vanno abolite le leggi sulla precarietà, dal pacchetto Treu in poi. Va ripristinato e esteso l'art.18.
Nell'immediato: blocco totale dei licenziamenti e delle delocalizzazioni e reddito garantito per tutti i
disoccupati.

3) PENSIONE PUBBLICA E GIUSTA PER TUTTE E TUTTI

Negli ultimi 20 anni ogni governo, sia di centrodestra che di centrosinistra che di larghe intese ha fatto cassa con le pensioni delle lavoratrici e dei lavoratori alzando sempre più l'età pensionabile e riducendo sempre più i rendimenti. Tutte le manomissioni del sistema pensionistico pubblico sono state o concordate o accettate di fatto da Cgil Cisl Uil. Per questo bisogna rimettere in discussione tutta la controriforma delle pensioni separando la previdenza dall'assistenza, garantendo a tutte e a tutti il calcolo della pensione con il sistema retributivo, la pensione di vecchiaia a 60 anni e quella di anzianità a 40 anni di lavoro. Bisogna restituire alle lavoratrici e ai lavoratori il TFR e garantire a tutte e a tutti una pensione pubblica dignitosa senza dover fare ricorso ai fondi pensionistici integrativi, che si sono rivelati un vero fallimento, e che vanno tolti alla gestione delle cosiddette parti sociali e affidati a una trasparente gestione pubblica. Bisogna aumentare le pensioni basse e garantire il costo della vita a tutte le pensioni almeno fino a 3.500 euro.

4) NUOVA SCALA MOBILE SALARI E CONTRATTAZIONE

Bisogna ridare al contratto nazionale la funzione di aumento del salario reale e del miglioramento delle condizioni di lavoro. Per fare questo bisogna partire da piattaforme discusse e condivise dai lavoratori, con chiare rivendicazioni su salario, orario, diritti. Bisogna essere indisponibili a firmare peggioramenti pur di chiudere le vertenze. Ci vogliono una nuova scala mobile per difendere i salari dall'inflazione, l'abrogazione dell'art.8 della legge Sacconi, che permette la deroga aziendale ai contratti ed alle leggi, un salario minimo orario fissato per legge che arrivi a 10 euro lordi allora. Bisogna combattere anche con nuove leggi il super sfruttamento dei subappalti, delle cooperative, delle esternalizzazioni. La Cgil deve organizzare nel territorio lavoratori, precari, pensionati, popolazioni in vertenze sociali.

5) CONTRO IL DEGRADO DELLA CONDIZIONE DI LAVORO

Bisogna dire no al lavoro domenicale e festivo se non per i servizi pubblici essenziali. Bisogna lottare contro la flessibilità selvaggia degli orari, l'aumento dei carichi di lavoro, l'attacco alla libertà e alla dignità delle lavoratrici e dei lavoratori. Bisogna cancellare la vergogna del lavoro gratuito degli stagisti, dei collaboratori volontari e così via. Tutto il mondo del lavoro deve riappropriarsi del controllo della prestazione lavorativa e la Cgil deve essere impegnata con tutte le sue forze per questo scopo.

6) NO ALLA SVENDITA DELLA SICUREZZA, DELLA SALUTE E DELL'AMBIENTE

Bisogna assumere come principio di fondo della Cgil che la salute e l'ambiente vengono prima di tutto. Per questo va contrastata in ogni modo la ricerca smodata e criminale del profitto. Dalla Thyssen Krupp di Torino, alla strage di Viareggio, alle stragi per tumore all'ILVA di Taranto, bisogna che i padroni e le Istituzioni responsabili della distruzione delle vite e dell'ambiente paghino tutto. Si possono difendere salute e ambiente assieme al lavoro soltanto se si mettono in discussione le politiche di austerità dei governi e le complicità malavitose tra politica e affari. L'abolizione dei contratti precari è indispensabile per difendere la salute e la sicurezza dei lavoratori. Bisogna abolire i carrozzoni concertativi che fanno si che i rappresentanti dei lavori per la sicurezza vengano formati da agenzie dei padroni.

Lotta per il lavoro e lotta per la salute devono marciare assieme e per questo ci vuole un piano pubblico di riconversione produttivo ed energetico e di risanamento ambientale. Bisogna dire no alle grandi opere ai rigassificatori ai termovalorizzatori e alle trivellazioni.

7) FERMIAMO LO SMANTELLAMENTO DELLA SANITÀ, DEI SERVIZI SOCIALI E L'ATTACCO PERMANENTE AL

LAVORO PUBBLICO

Vanno cancellati tutti i provvedimenti di revisione della spesa adottati in applicazione del fiscal compact e per rispettare la cosiddetta parità di bilancio. Basta con la spending review. Va rilanciata e potenziata la sanità pubblica assieme a tutti i servizi pubblici sociali. La Cgil deve contrastare ogni chiusura o riduzione, privatizzazione o esternalizzazione di servizi pubblici sociali, sanitari ed educativi. Vanno sostenute tutte le lotte che vanno in tal senso, anche sviluppando la solidarietà tra i lavoratori e gli utenti. Per questo la Cgil deve chiedere l'abolizione della legge anti sciopero 146 e sostenere la disobbedienza ad essa. Va abrogato il patto di stabilità interno. Bisogna valorizzare le autonomie locali, togliere potere alla burocrazia e dare potere e servizi ai cittadini.

8) PER LA SCUOLA PUBBLICA, LA FORMAZIONE E IL DIRITTO ALLO STUDIO

Sono anni che i governi tagliano i fondi alla scuola pubblica e al diritto allo studio, nello stesso tempo finanziano la scuola privata. Anche l'università pubblica è in una situazione estremamente critica, dopo i tagli degli ultimi anni e le riforme strutturali che, a partire dall'introduzione del "3+2", hanno progressivamente dequalificato i titoli di studio. La costruzione di una società giusta passa per la riconquista per tutte e tutti del diritto allo studio e alla formazione in una scuola e in una università pubblica, di qualità, di massa e democratica. Al tempo stesso, il carattere pubblico della ricerca va garantito come asse strategico di sviluppo del paese. Ci vuole un piano di investimenti nella scuola e nella università pubblica e per il diritto allo studio, eliminando ogni finanziamento alla scuola privata, tagliando le spese militari e sopprimendo gli sprechi nella pubblica amministrazione. La scuola deve essere davvero gratuita fino al termine delle superiori. Bisogna stabilizzare il personale precario. Ci vuole un piano di ricerca pubblica che freni l'emigrazione intellettuale.

La Cgil deve sostenere e unirsi a tutti i movimenti di studenti e operatori della formazione che lottano per il rilancio del sistema pubblico.

9) BASTA COL FISCO DEI RICCHI E DEI GRANDI EVASORI

Lavoratori e pensionati pagano tutte le tasse per tutti. Ora basta. E' necessario ottenere una drastica

riduzione delle aliquote su lavoratori dipendenti e pensionati, in particolare detassando totalmente ogni reddito da lavoro o da pensione inferiore a 1500 € lordi mensili. Questa quota va indicizzata al tasso dell’inflazione reale. Sul versante opposto vanno drasticamente aumentate le aliquote per gli scaglioni oltre i 150.000 euro annui. Vanno ridotte le imposte indirette e le accise sulla benzina, che colpiscono i redditi più bassi. Gli aumenti dei salari dei contratti nazionali vanno detassati, mentre bisogna abolire la detassazione dei premi di produttività e degli straordinari, che discrimina tra i lavoratori e incentiva la flessibilità dei salari. E' necessaria una patrimoniale ordinaria progressiva per tutti i grandi patrimoni, escludendo dal conto la casa di abitazione se non è di lusso. La lotta all'evasione fiscale va fatta partendo dalle grandi aziende, dalle multinazionali, dalle società finanziarie, dalle banche che possono legalmente eludere il fisco con i movimenti di capitali ed i paradisi fiscali esteri. I ricchi devono pagare

10) NO ALLE PRIVATIZZAZIONI, ALLA SVENDITA DEI BENI COMUNI E PER IL DIRITTO ALLA CASA

La Cgil deve scendere in lotta sia a livello nazionale, sia in ogni territorio, per difendere, ampliare e

ricostruire il controllo pubblico sui beni di tutti. Va respinta la privatizzazione dei trasporti pubblici, che oggi è intrecciata con la politica delle grandi opere e dell'Alta Velocità. Bisogna potenziare il trasporto pubblico locale ferroviario e quello cittadino. Bisogna rivalutare la condizione dei ferrovieri e degli autisti e dei lavoratori dei trasporti che sono sottoposti a stress e sfruttamento crescente con paghe sempre più basse.

Le reti dell'energia e delle informazioni devono essere in mano pubblica e va varato un piano di investimenti nazionale su energia e telecomunicazioni.

Le aziende municipalizzate devono tutte tornare a essere pubbliche, cancellando la scelta di trasformarle in società per azioni e la quotazione nella speculazione in Borsa. Questo non soltanto per l'acqua ma per le farmacie, gli asili e i servizi scolastici, l’'energia, i trasporti e il ciclo dei rifiuti.

La Cgil deve battersi per il diritto delle persone ad avere un luogo dove abitare dignitosamente e deve sostenere tutte le lotte per la casa.

11) PER I DIRITTI DEI MIGRANTI

I diritti dei migranti sono nostri diritti. Noi vogliamo che la ricchezza e il lavoro siano redistribuite a tutte e tutti. La discriminazione e il razzismo verso i migranti sono un danno e nessun lavoratore è davvero libero se alcuni sono trattati da schiavi. Per questo la piena parità di diritti in tutto il mondo del lavoro senza distinzione di etnia o sesso è una condizione essenziale per tutto il mondo del lavoro. Occorre mettere in discussione la politica europea di feroce controllo delle frontiere, la "Fortezza Europa" nata grazie all'accordo di Schengen e tutti i trattati anti immigrazione.

La Cgil deve chiedere l'abolizione delle leggi più odiose e discriminatorie che determinano la condizione di costante ricatto dei migranti dalla Bossi-Fini fino alla Turco-Napolitano. La Cgil deve organizzare i lavoratori migranti nella lotta contro il supersfruttamento e per la piena parità di condizioni. La Cgil deve chiedere l'abolizione del reato di clandestinità, la garanzia del diritto di asilo, l'introduzione del permesso di soggiorno anche per la ricerca di lavoro, una riforma complessiva della cittadinanza, l'introduzione dello ius soli, l'estensione del diritto di voto, un impegno forte contro il lavoro nero e il caporalato.

12) PER LA PACE E CONTRO LA GUERRA

La Cgil si deve schierare con tutti i movimenti per la pace. La Cgil deve chiedere la cancellazione delle missioni militari italiane estere e dell'acquisto degli F35, nel quadro di un vasto piano di taglio delle spese militari e di riconversione dell'apparato industriale. La Cgil si deve battere contro i rischi di guerra deve condannare tutte le violazioni fatte dai governi italiani nei confronti dell'art.11 della Costituzione e deve chiedere la messa in discussione della NATO e la soppressione delle sue basi militari. La Cgil si deve schierare contro le politiche del fondo monetario internazionale e di tutte le istituzioni che sono responsabili dello strangolamento di tanti paesi con il debito.
La Cgil deve sostenere la causa del popolo Palestinese.

13) UN SINDACATO DEMOCRATICO E DI LOTTA

La Cgil deve considerare prioritaria una legge sulla democrazia sindacale che garantisca alle lavoratrici e ai lavoratori il diritto a scegliere liberamente la propria rappresentanza e il diritto al voto segreto su piattaforme e accordi. La Cgil deve essere in ogni caso vincolata a sottoporre a referendum gli accordi e a rifiutare ogni nomina dall'alto di rappresentanti di lavoratori.

Oltre alla rappresentanza democratica garantita dalla legge, i lavoratori hanno bisogno di organizzarsi in forme flessibili e aperte, in comitati di lotta e consigli di delegati per questo la Cgil deve operare per favorire queste forme di organizzazione. Bisogna mettere in discussione le burocrazie e lo spirito di casta degli apparati. Serve una politica dei quadri che valorizzi le delegati e i delegati protagonisti di lotte e vertenze. La scelta dei funzionari sindacali non può essere unilaterale e basata sul principio di fedeltà.

Il sindacato deve vivere soltanto con i contributi volontari dei suoi iscritti e non con finanziamenti diretti o indiretti che vengano da enti bilaterali, dai fondi integrativi, dalle controparti e dallo stato. Una parte della quota tessera deve finanziare casse di resistenza delle lavoratrici e dei lavoratori in lotta.

I dirigenti della Cgil devono impegnarsi a non passare direttamente e immediatamente dal proprio incarico a ruoli manageriali in aziende o a ruoli nelle istituzioni politiche. I direttivi della Cgil a tutti i livelli devono essere composti a maggioranza di lavoratori, pensionati, disoccupati.
 

Giorgio Cremaschi, Fabrizio Burattini, Francesco De Simone, Eva Mamini, Franca Peroni, Maurizio Scarpa

www.rete28aprile.it/

17 dicembre 2013

E' ufficiale: la Sinistra europea candiderà Tsipras, leader di Syriza, alla presidenza della Commissione Ue.

Europee, un candidato contro la grande coalizione delle banche

La Sinistra europea, al termine del suo congresso di Madrid, ha scelto il proprio candidato alla Presidenza della Commissione europea. E' il greco Alexis Tsipras, leader di Syirza mentre il Pse, il Partito socialista europeo (artefice delle politiche liberiste assieme ai popolari) proverà a darsi una spolverata di rosso, candidando il tedesco Martin Schulz, quello cui Berlusconi diede del kapò in una delle più incredibili gaffes della cronaca politica recente. Ancora nessuna notizia ufficiale sui candidati di popolari e liberali, le altre due grandi famiglie politiche europee. Tsipras, trentanove anni, ha ottenuto l'84,1% dei voti dei partecipanti al congresso. «La mia candidatura - ha detto- non riguarderà solo la Grecia o la sponda sud dell'Europa, ma tutti i popoli europei».
I partiti membri della Sinistra Europea (per l'Italia c'è Rifondazione comunista) fanno riferimento, nel Parlamento europeo, al gruppo Sinistra Unitaria Europea - Sinistra Verde Nordica, che con 41 eletti è la quarta forza politica continentale dopo popolari, socialisti e liberali. Alla sinistra Europea si può aderire anche individualmente, senza appartenere ai partiti membri.
«Si tratta di una sfida importante, per me e anche per Syriza - ha spiegato il leader della sinistra greca intervistato da Euronews - la verità è che gli sviluppi politici greci hanno ripercussioni sulle decisioni europee e viceversa. Un governo di sinistra in Grecia potrebbe mandare un messaggio molto forte al resto d'Europa, potrebbe essere un modo per invertire la tendenza e apportare grandi cambiamenti».
La prossima primavera si terrà una conferenza sul tema del debito promossa proprio da Syriza e dalla sinistra europea. «Continuando a seguire le politiche suggerite dalla Merkel l'Europa del Sud continuerà ad aver bisogno di prestiti - ha detto ancora Tsipras - l'austerità crea il circolo vizioso della recessione alternata a nuovi prestiti e aiuti internazionali».
«La decisione del congresso del partito della Sinistra europea di candidare Tsipras, rappresenta una speranza per tutti i popoli che soffrono e subiscono le folli ricette dell'austerità imposte dall'Ue - commenta Fabio Amato, responsabile esteri del Prc - è la speranza di battere la grande coalizione delle banche, quella formata da conservatori, socialdemocratici e liberali europei, che ha fin qui costruito un'Europa al servizio non dei bisogni dei suoi cittadini, dei lavoratori o dei precari e disoccupati, ma del solo capitalismo finanziario. Una speranza che vogliamo viva anche in Italia, costruendo una ampia coalizione, fatta di singoli, partiti, movimenti, organizzazioni che condividono con noi la necessità di rompere con l'austerità e il neoliberismo. La Sinistra europea, anche attraverso le sue organizzazioni nazionali, mette a disposizione questa sua scelta per la costruzione del più ampio fronte sociale e politico antiliberista, che metta in discussione i trattati europei neoliberisti, a partire da memorandum e fiscal compact».
 
Checchino Antonini
 
 

14 dicembre 2013

Basta finanziamento pubblico ai partiti? Letta e soci ci prendono per il naso. E’ la politica che torna ad essere un privilegio dei ricchi, le cui lobbies terranno al guinzaglio ministri, sottosegretari, deputati e senatori nonché, ovviamente, segretari di partito. Gode chi fra i propri finanziatori potrà collezionare industriali, finanzieri (più o meno d’assalto), proprietari di hedge fund, immobiliaristi e altre lobbies.


La politica? Solo con i soldi dei ricchi e dei potenti

Sentite le grida di giubilo e gli squittii con cui lor signori (equamente distribuiti fra i partiti maggiori) stanno salutando, in compagnia dell’innocuo esercito grillino, l’abolizione di ogni forma di finanziamento pubblico dei partiti. “Neanche un quattrino (dalle finanze pubbliche) ai partiti”, annunciano garruli, a petto in fuori, facendo a gara a chi si intesta il risultato di questa presunta campagna moralizzatrice. E’ raggiante Letta (“Quando il governo è nato tra le priorità aveva l’abolizione del finanziamento con una riforma e un nuovo sistema basato sulla volontarietà dei cittadini”); è felice Renzi che di questo obiettivo aveva fatto il proprio cavallo di battaglia; esulta Gaetano Quagliariello (”E una è andata: abolito il finanziamento pubblico ai partiti! Ecco i fatti”); rilancia, come sempre, L’egoarca a 5 Stelle che chiede a Letta di restituire “i 45 milioni di rimborsi elettorali del Pd a iniziare da quelli di luglio”.

Quello che, ahinoi, i più non hanno capito, a partire dai diseredati che ne pagheranno le conseguenze, è che con questa decisione il Consiglio dei ministri consegna la politica a quelle formazioni i cui referenti sociali, o (per meglio dire) i cui “clientes”, possono permettersi laute elargizioni (private) affinché i propri interessi siano ben rappresentati nelle sedi che contano. E’ la politica che torna ad essere un privilegio dei ricchi, le cui lobbies terranno al guinzaglio ministri, sottosegretari, deputati e senatori nonché, ovviamente, segretari di partito che a quei munifici emolumenti dovranno la propria esistenza. L’assalto populistico al finanziamento pubblico, condotto nel nome del repulisti contro gli sprechi e le malversazioni di cui la ‘casta’ si è macchiata, è servito a rendere chiaro che da oggi la politica sarà, più di quanto non sia mai stata, roba da piani alti dell’edificio sociale. Chi fra i propri finanziatori potrà collezionare industriali, finanzieri (più o meno d’assalto), proprietari di   hedge fund  , immobiliaristi, professionisti   à la page  , avrà diritto di fare politica; gli altri, ed in particolare quei partiti che ancora si ‘attardano’ a rappresentare il lavoro dipendente, proletario e precarizzato saranno consegnati a vita grama, gramissima. E’ quello che già sta accadendo sul fronte dell’editoria, della carta stampata, sequestrata e monopolizzata da finanziatori dal portafoglio gonfio, i soli che spopolano sul mercato dell’informazione e che esercitano una funzione disciplinare sul pensiero, sulle opinioni di larghe masse popolari. Dopo la legge elettorale maggioritaria, che fra premio di maggioranza e soglia di sbarramento abolisce il criterio secondo cui “ogni testa vale un voto” e distrugge il principio proporzionale della rappresentanza parlamentare, ora si assesta un colpo solenne e definitivo al pluralismo politico e al diritto ad esistere delle minoranze.

Poi Letta ha provato a raddrizzare un po’ la barra, spiegando che “con la nuova disciplina “assegniamo tutto il potere ai cittadini”, perché “il cittadino che vuole dare un contributo a un partito lo può fare attraverso il 2 per mille o con contribuzione volontaria”. Già: il 2 per mille di Agnelli ai partiti che fanno gli affari suoi e il 2 per mille dell’operaio, del cassaintegrato, o del disoccupato che vive di Aspi alle formazioni che provano a rappresentare questi soggetti sociali. Un capolavoro! Ma niente paura, dice Letta, “il sistema “non frega il cittadino” perché “l’inoptato rimane allo Stato”. Il diritto al voto secondo il censo: manca solo questo. Ma forse non ce n’è neppure più bisogno.

Dino Greco 
14/12/2013 www.liberazione.it

Incredibile affermazione della segretaria CGIL. La Camusso blinda il "governo amico" di PD e berlusconiani e sferra un brutale calcio alla storia del sindacato storicamente dalla parte dei lavoratori

Duro colpo di Susanna Camusso alla pratica dello sciopero generale

“Susanna Camusso riemerge dall’ombra, in cui da tempo è finita la CGIL e tutto il sindacato concertativo italiano, per assestare con argomentazioni che lasciano allibiti un duro colpo alla pratica dello sciopero generale, uno dei principali strumenti politici di lotta del movimento dei lavoratori”, così Pierpaolo Leonardi, dell’Esecutivo Nazionale USB, sulle recenti dichiarazioni del segretario generale CGIL.
Osserva il dirigente USB: “Camusso sostiene infatti che lo sciopero generale lascia fuori dalla lotta quei milioni di soggetti che non possono scioperare semplicemente perché un lavoro non lo hanno. Così, dopo che il sindacato concertativo non si è opposto alla destrutturazione del mondo del lavoro, che attraverso l’ideologia della flessibilità ha macinato diritti e garanzie, e, invece che chiamare i lavoratori allo scontro, quel sindacato ha accompagnato i processi di riorganizzazione e ristrutturazione produttiva perché servivano prima ad entrare, e poi a rimanere, nell’Europa e nell’euro, adesso l’ineffabile segretaria della CGIL tira fuori l’argomento della inefficacia dello sciopero generale”.
 “Da tempo gli scioperi proclamati dalla USB chiamano alla mobilitazione e alla lotta anche i precari, i disoccupati, i senza casa, i richiedenti reddito, i migranti, gli studenti. Cioè – continua Leonardi - generalizzano lo sciopero a quella parte di società che diventa sempre più ampia e che non incontra più il sindacato nei luoghi di lavoro. E gli scioperi riescono, nelle fabbriche e negli uffici; riescono le manifestazioni attraverso cui si rappresentano e a cui partecipano in massa anche i soggetti sociali figli della frammentazione sociale e produttiva, come dimostrato dallo straordinario successo del 18 e 19 ottobre”.
 “Evidentemente – conclude Leonardi - la Camusso ha altri problemi. Il primo è che un sindacato che ha perso l’indipendenza dai governi e dai padroni non può chiamare allo sciopero generale che, per la sua natura prevalentemente politica, metterebbe in crisi il collateralismo di Cgil, Cisl e Uil. Il secondo è che chiamare i lavoratori alla lotta senza indicare l’obiettivo che si vuole raggiungere, o indicando obiettivi assolutamente lontani dalle reali esigenze della gente, come è stato per il ridicolo sciopericchio di quattro ore sulla legge di stabilità, rischia di essere un boomerang per il sindacato stesso. Allora la domanda giusta non è se lo sciopero generale sia ancora utile, ma se il sindacato concertativo e complice sia ancora utile. E la risposta è no”.

RedAzione 
 
 

13 dicembre 2013

La battaglia antiliberista si deve coniugare per noi con proposte precise di uscita dalle politiche di austerità e con la ricostruzione di una cultura antifascista

Nota sul movimento dei forconi. 

A sinistra la valutazione del movimento dei forconi è stata ed è assai differenziata. Per semplificare, da chi ha sostenuto che era un movimento fascista e golpista a chi ha sostenuto che si tratta di un genuino movimento di ribellione contro il neoliberismo. Non concordo con queste interpretazioni e provo qui di seguito a dare una prim...a lettura di cosa sta succedendo e di cosa è opportuno fare.
Innanzitutto considero necessaria una nota metodologica: di fronte a movimenti compositi, propri di una fase di guerra di movimento in cui tutto si muove rapidamente, è assolutamente necessario distinguere i fenomeni sociali dai fenomeni politici e distinguere all’interno di questi tra i comportamenti politici antagonisti (di vario colore e natura) dai comportamenti del potere costituito. Senza questa elementare distinzione sul piano analitico a mio parere non si capisce letteralmente nulla perché si tendono a fare delle equivalenze che forse potevano avere una loro validità nella fase precedente ma che oggi risultano false.
Utilizzando questa griglia di lettura mi pare di poter dire che:
 
1) Gli organizzatori del movimento dei Forconi non sono un corpo unico e hanno al loro interno significative forze di destra. Abbiamo il movimento dei Forconi vero e proprio, guidato da Ferro, come alcune aggregazioni degli autotrasportatori, di agricoltori o di artigiani. Abbiamo poi Forza Nuova e i gruppi ad essa contigui – o a cui essa ha dato vita come vere e proprie organizzazioni collaterali – giocano un ruolo significativo, così come altre sigle di destra – a partire da casa pound – sono bene presenti nell’organizzazione del movimento. In alcune realtà territoriali si sono poi aggregati nell’organizzazione degli eventi parti di ultras, generalmente legate a realtà di destra. Così come in talune realtà vi sono state significative presenze della malavita locale, che ha dato un supporto significativo all’organizzazione dei blocchi, al controllo del territorio, al carattere maschile ed autoritario di varie azioni.
Da questo punto di vista non è certo sbagliato dire che l’organizzazione della Rivolta dell’immacolata – come viene chiamata da Forza Nuova – ha una indubbia impronta di destra estrema, nonostante i riferimenti di fedeltà alla Costituzione repubblicana.
 
2) Il movimento non è stato identico in tutta Italia ma ha raccolto un grado di consenso assai ampio. Molti, anche coloro che hanno criticato pesantemente il movimento per le sue caratteristiche, hanno segnalato un grado di condivisione delle ragioni della protesta: non se ne può più. In molte regioni le iniziative non sono andate al di la dei promotori nazionali e sono stati quindi animate quasi per intero dai militanti dell’estrema destra e sono rimaste quindi – sul piano militante - un fenomeno quasi solo politico. In altre situazioni, la Rivolta dell’immacolata – al di là degli organizzatori - è diventata l’occasione per significativi settori sociali di esprimere la propria rabbia e il movimento ha quindi assunto le caratteristiche di un vero e proprio movimento sociale.
3) Significativo a questo riguardo il caso di Torino, la città più impoverita del Nord Italia. A Torino lo sciopero dei commercianti del lunedì 9 dicembre è stato totale. A Torino lunedì non era possibile comprare il giornale o bere un caffè. Vi sono certo state intimidazioni ma nella sostanza lunedì ha visto un consenso altissimo della categoria dei commercianti all’azione di lotta. All’interno dei commercianti il nucleo maggiormente determinato e militante è indubbiamente costituito dagli operatori dei mercati rionali e segnatamente di Porta Palazzo, che hanno un contenzioso aperto e molto pesante (occupazione della stazione di Porta Susa poche settimane fa) con il comune di Torino in merito al pagamento delle tasse locali. Accanto ai commercianti, ad agricoltori, a trasportatori ed artigiani (significativa la presenza di ditte edili che sono alla canna del gas in quanto non vi è lavoro) vi è stata una presenza di ultras ed in generale di settori di proletariato giovanile (sia studenti che disoccupati e precari) non politicizzato. La vicenda torinese è stata caratterizzata – in particolare nella prima giornata - dalla contestazione nei confronti del presidente della giunta regionale Cota (Lega) che è un esempio da manuale della casta verso cui cresce l’odio popolare. Cota e larga parte del consiglio regionale piemontese è al centro di una indagine sull’utilizzo allegro dei rimborsi spese da cui è emerso che Cota oltre a far un uso improprio dei rimborsi, si era fatto rimborsare anche un paio di mutande verde padano. Lo sdegno nei confronti di questa giunta che non se ne vuol andare a casa è quindi enorme e diffuso in tutti gli strati della popolazione. Mi pare di poter dire che la protesta nell’area torinese ha visto una partecipazione militante di meno di 10.000 persone (e quindi non certo enorme) ma ha avuto nella giornata di lunedì un estesissimo consenso sociale, poi ridottosi nei giorni seguenti, a causa delle intimidazioni - anche ai danni di commercianti che non volevano chiudere - dei disagi causati dai blocchi, del venir meno della volontà della stragrande maggioranza dei commercianti di proseguire la chiusura dei negozi.
Anche a Torino parlare di regia unitaria è una forzatura (vi erano rotonde presidiate da un gruppo e altre rotonde presidiate da altri in forte polemica con i primi, e così via) ma certo vi è stata un significativo tessuto militante che rappresenta una eccedenza rispetto alle forze che hanno organizzato l’iniziativa e un significativo elemento di consenso, che si è in parte ridotto con il passare dei giorni.
Tra la Val d’Aosta (dove praticamente non è successo nulla) e Torino, vi sono il complesso delle realtà italiane che hanno al loro interno un mix dei due fenomeni che ho proposto di analizzare separatamente e cioè il fenomeno politico (di destra) e il fenomeno sociale (ceto medio in via di impoverimento, poveri e proletariato giovanile, tutti assai incazzati).
4) Nel complesso mi pare di poter rilevare che il movimento dei forconi è stato un fenomeno che ha raccolto un significativo grado di consenso popolare (in larga parte inconsapevole delle forze che avevano organizzato l’iniziativa ed in parte indifferente a chi fossero gli organizzatori) in quanto ha espresso in forma plastica una rabbia che caratterizza la maggioranza degli italiani. Il movimento è stata quindi una occasione per esprimere una rabbia a lungo covata e il grado di simpatia verso le ragioni della rivolta (a prescindere dal giudizio sui vari aspetti della rivolta o sui suoi organizzatori) è stato – ed in larga parte permane – molto alto. I settori sociali maggiormente coinvolti sono stati il cento medio impoverito o in via di impoverimento e il proletariato giovanile nelle sue mille sfaccettature.
5) Per quanto riguarda il comportamento degli apparati dello stato, cioè del potere mi pare necessario sottolineare alcuni elementi. La scelta del governo è stata quella di non reprimere il movimento, scelta che è stata poi progressivamente abbandonata dalla giornata di mercoledì. Parlo di scelta perché è stata la caratteristica unificante su tutto i territorio nazionale. In intere porzioni di territorio lo stato nelle giornate di lunedì e martedì semplicemente non ha fatto valere la propria sovranità.
Parallelamente abbiamo avuto l’azione di Forza Italia che ha all’inizio sostenuto il movimento e proposto un incontro con le organizzazioni promotrici. Man mano che il consenso del movimento è andato scemando questo atteggiamento è cambiato e Berlusconi ha “responsabilmente” evitato l’incontro. Conoscendo le relazioni tra centro destra e movimento dei forconi in Sicilia, è ipotizzabile qualche superficie di contatto maggiore di quelle cha appaiono a prima vista.
In generale mi pare di poter affermare che il movimento indubbiamente è stato visto di buon occhio di Forza Italia – banalmente per la richiesta di dimissioni dell’esecutivo – ma da qui a parlare di rischio di colpo di stato ce ne passa parecchio.
Un dato da analizzare a se - e che va del tutto oltre la scelta di basso profilo del governo di fronte alla violazione della legge - riguarda il significativo grado di consenso che il movimento ha riscontrato tra le forze dell’ordine. Potremo parlare di atteggiamento generalmente simpatetico. Basti pensare per non fare che un esempio che nella sola repressione della manifestazione degli studenti della Sapienza a Roma e di una manifestazioni studentesca a Torino sono stati nella giornata di giovedì fermati più militanti di quanto sia successo nei tre giorni precedenti in tutta Italia. Dire che sono stati usati due pesi e due misure è un eufemismo.
 
6) Gli obiettivi della protesta mi paiono raggruppabili in due filoni. In primo luogo le rivendicazioni delle parti di singole categorie che hanno promosso la protesta (trasporto, commercio, agricoltori, artigiani): in primo luogo il taglio delle tasse, nelle diverse particolarità in cui questa richiesta si può esprimere. Il tema del taglio delle tasse si allargava sul piano politico nella contestazione dell’Euro, dell’Europa e soprattutto del governo. Mentre il taglio delle tasse costituiva l’elemento sindacale presente nelle mobilitazioni, la contestazione nei confronti del governo e la richiesta di dimissioni, la critica ai partiti, al sindacato e l’identificazione col tricolore rappresentava il dato politico, unificante del fronte interno al movimento e contemporaneamente il terreno di costruzione di consenso all’esterno. Le rivendicazioni di una dittatura militare di transizione – che pure qualche dirigente del movimento ha espresso – non hanno certo caratterizzato l’immagine e il movimento medesimo. Ad esempio Forza Nuova ha prontamente avanzato la proposta di elezioni anticipate immediata con la legge elettorale proporzionale.
 
7) L’atteggiamento del Movimento 5 Stelle nei confronti della rivolta è stato tentativo di porsi come il rappresentante del movimento, pur prendendo le distanze su vari episodi aventi nel corso delle giornate di mobilitazione. In generale mi pare di poter dire che il M5S si trova in sintonia di fondo con la cultura politica del movimento ma ne risulta spiazzato perché il M5S è sostanzialmente un fenomeno di rappresentanza politica di un paese incazzato ma passivizzato. Nella misura in cui la gente scende in strada direttamente il M5S viene spiazzato perché ogni forma di protagonismo sociale (a prescindere dalle sue forme e dai suoi contenuti) rappresenta una sorta di disturbo per un partito che chiede semplicemente di essere votato in modo da avere il 51% dei consensi. Da questo punto di vista il M5S più che essere un vero e proprio partito della crisi, in grado di lucrare e crescere sulla crisi sociale, mostra di essere più una sorta di parcheggio di voti per una fase intermedia della crisi. Nella misura in cui la gente è già incazzata e delusa ma ancora non si muove, il M5S svolge egregiamente la sua funzione. Nella misura in cui le persone iniziano a muoversi il M5S risulta spiazzato. Questo non vuol dire che il M5S svolge una positiva funzione di contenimento per evitare che “arrivi Alba dorata”. Questo significa che il M5S – che beneficia e amplifica il senso comune di massa sottoprodotto dalla crisi del neoliberismo – apre la strada ad ulteriori forme di radicalizzazione sociale con caratteristiche populistiche e non democratiche. Non si evoca impunemente l’uomo della provvidenza in tempi di crisi!

 8) Il tema della rivolta sociale che questo movimento ha riportato all’ordine del giorno, non credo che sia un fatto passeggero o derivante principalmente dalle organizzazioni politiche di destra che hanno costituito l’ossatura organizzativa del movimento. Io penso che questa specie di ritorno all’800, “all’assalto al municipio” (cosa effettivamente avvenuta per 3 giorni a Nichelino, in Provincia di Torino), sia basata su un fatto strutturale. Fino a quando nel contesto della democrazia, vi è stata un equilibrio di poteri tra padroni ed operai, la forma prevalente del conflitto sociale è stata la contrattazione. Nel secondo dopoguerra e fino alla fine degli anni ‘70 questo è stato: stesura di una piattaforma, lotta e accordo che sanciva qualche conquista. Da quando la globalizzazione ha determinato una enorme disparità nei rapporti di forza tra le classi, questo schema è saltato e le lotte non hanno più prodotto risultati, al massimo hanno fermato o rallentato temporaneamente l’offensiva. E’ in questo contesto di strutturale messa in discussione della efficacia della contrattazione che il conflitto – in un contesto di frantumazione della classe e di debolezza o di inutilizzabilità delle sue organizzazioni - torna ad assumere il volto della rivolta, della ribellione. Se il potere tende a derubricare la questione sociale, trattandola sostanzialmente come questione di ordine pubblico – anche quando la repressione non viene posta in essere – invece che come questione politica, è abbastanza evidente che il ritorno alla rivolta è qualcosa di più di un incidente di percorso. I casi delle banlieu francesi o delle rivolte in Inghilterra sono li a testimoniarlo. Si noti come la tendenza alla rivolta è l’altra faccia della crisi verticale della politica ed in generale delle forze politiche e sindacali che sulla rappresentanza aveva costruito il proprio ruolo sociale. Nel senso comune di massa, se lo stato italiano non fa nulla di buono per il popolo, allora a cosa serve la politica? Diventa una funzione puramente parassitaria di una casta che pur non avendo alcuna utilità sociale vuole mantenere i propri privilegi. Dobbiamo quindi sapere che il futuro ci riserverà conflitti sociali spuri, che non avverranno nelle forme che noi consideriamo “normali”. La globalizzazione neolilberista nello svuotare progressivamente la democrazia rappresentativa pone quindi le condizioni strutturali per la crisi della politica e per la regressione del conflitto sociale a rivolta. Lo svuotamento della democrazia dall’alto pone le condizioni per una messa in discussione delle forme conosciute della democrazia dal basso. Come attraversare la rivolta con la capacità di ricostruire la democrazia partecipata è il punto posto alla sinistra di classe.
 
9) Se il ceto medio in via di impoverimento è stata l’ossatura sociale di questo movimento, occorre interrogarsi sulle sue culture politiche, sui suoi immaginari. Va fatto senza la puzza sotto il naso propria di quei professorini che ritengono che per esprimere una cultura politica occorra parlare in modo forbito ed essere in grado di fare dotte citazioni. A me pare che la cultura politica più diffusa è intrisa di liberismo - pensiamo solo alla centralità del tema della riduzione delle tasse – e per quanto riguarda gli strati giovanili caratterizzata dall’assenza di qualsivoglia memoria storica o nozione di classe. La memoria storica per gli adulti è la “fregatura” che porta a dire che sono tutti uguali. La memoria storica per i più giovani non contiene alcuna sedimentazione di passaggi rilevanti o identificanti: dalla resistenza al 68, tutto è stata tritato nel meccanismo dell’eterno presente proprio della televisione commerciale. Per quanto riguarda il ceto medio impoverito o i nuovi poveri, ci troviamo cioè di fronte a segmenti sociali il cui status e tenore di vita è messo radicalmente in discussione dalle politiche neoliberiste che però reagiscono agitando parole d’ordine liberiste. Mentre si invoca l’intervento del governo – ad esempio i sussidi in agricoltura - dall’altra si propongono misure che riducono il peso dello stato nell’economia. Mentre si esperimentano sulla propria pelle i disastri che produce il libero mercato (pensiamo solo ai disastri determinati sul tessuto del piccolo commercio dall’enorme sviluppo degli ipermercati), si protesta come se il mercato funzionasse benissimo e l’unico problema derivasse proprio dalla presenza dello stato. La rabbia nei confronti degli effetti della crisi non ha quindi prodotto alcun elemento di comprensione reale delle cause della stessa e conseguentemente delle strade che vanno percorse per uscirne. Questa confusione – che caratterizza larga parte della società italiana e non solo i ceti medi – deve essere assunta come il punto di partenza dell’intervento politico: alla mobilitazione contro gli effetti del neoliberismo non corrisponde oggi in Italia una consapevolezza della necessità di costruire una alternativa al neoliberismo. L’ideologia dominante che ha colonizzato i cervelli degli italiani con le stupidaggini neoliberiste e con la distruzione di ogni memoria e nozione del conflitto di classe è oggi l’unico pensiero – il pensiero unico appunto – che è in testa anche dei soggetti che gli effetti di quelle politiche ed ideologie stanno subendo pesantemente. Siamo in presenza di una ideologia dominante così pervasiva da restare in piedi anche quando manifestatamente non funziona, così come siamo in presenza di una rivolta subalterna, cioè incapace di costruire una propria lettura del mondo ad una proposta alternativa. Di questa confusione hanno beneficiato sul terreno della rappresentanza prima Berlusconi e poi Grillo. Il punto che voglio sottolineare è che di fronte a questa confusione, che rischia paradossalmente di rafforzare le politiche neoliberiste e la distruzione del welfare, non sia sufficiente costruire il conflitto ma sia assolutamente necessaria una battaglia politica e culturale per chiarificare le ragioni della crisi e quindi la definizione degli obiettivi. Si tratta di un lavoro duro ma possibile, a patto di aver chiaro che non esiste alcuna scorciatoia visti gli attuali livelli di coscienza. Ad esempio, è del tutto evidente che il problema dei commercianti, ancora prima di quello della tasse, consiste nel massiccio sviluppo di supermercati e nel crollo del potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti e del conseguente crollo dei consumi. Questa consapevolezza dovrebbe portare alla rivendicazione di porre limiti al mercato e di ridistribuire il reddito, in modo da aumentare salari e pensioni e quindi i consumi. E’ però del tutto evidente come l’adozione di questo schema di ragionamento non sia per nulla scontato, perché è distante anni luce dall’ideologia di liberismo molecolare che caratterizza questi padroncini. Costruire una relazione con questi strati di piccola borghesia in via di impoverimento per rompere il senso comune, la colonizzazione dei cervelli che è andata avanti in questi vent’anni, è quindi decisivo per far si che le lotte prendano la strada della trasformazione sociale e dell’unità con il mondo del lavoro dipendente invece che la strada della disperazione e della regressione.
 
10) La presenza dei fascisti è stata significativa e totalmente mimetizzata. Solo in pochi casi gli sono venute fuori le cose che pensano (dittatura militare, antisemitismo, razzismo, omofobia, etc.). La stessa assenza di bandiere della destra e l’utilizzo della bandiera italiana alle manifestazioni segnala una grande organizzazione e una grande preparazione di questa iniziativa. Oltre a questo aspetto tattico – militare, mi preme sottolineare l’elemento culturale. I fascisti con cui ci troviamo a fare i conti non sono caratterizzati in primo luogo da una cultura nostalgica ma si auto descrivono come rivoluzionari, per la precisione come rivoluzionari conservatori. I loro miti affondano le radici nella destra radicale della repubblica di Weimar, nell’idea che non esiste la destra e la sinistra ma solo l’unità di chi è “contro”. E’ la destra antiborghese propria della fase “rivoluzionaria” del nazismo più che del fascismo, che si autorappresenta come espressione non già di una parte politica ma del popolo in quanto tale, dello spirito del popolo (in questo l’assonanza con Grillo è evidente). Le bandiere italiane non sono quelle della liberazione e del CLN ma quelle di una comunità organica in formazione che vuole buttare a mare gli immigrati. E’ una destra che rimpiange di non essere riuscita nel ’68 a stare dentro il movimento studentesco e che critica Almirante per essersi contrapposto frontalmente al movimento studentesco. Ovviamente questa è pura ideologia e sappiamo benissimo come è finita la storia della SA sotto il nazismo e dei presunti fascisti antiborghesi dopo la marcia su Roma. Pur tuttavia, il fatto che noi sappiamo cosa nasconde la cultura di questa destra – che non vuole presentarsi come tale - non ci esime dal conoscere bene questa destra per misurarsi con il pericolo che rappresenta, evitando di farne una facile caricatura che non corrisponde alla percezione di massa. I fascisti più sono mimetizzati e più sono pericolosi, per questo sono inutili le denunce moraliste perché il terreno dello scontro è quello dell’egemonia nel campo dell’opposizione. Per battere il fascismo risorgente nella crisi organica dell’Italia non c’è altra strada che essere più efficaci di loro nel costruire l’opposizione al neoliberismo – e a chi lo rappresenta - proponendo e costruendo una uscita da sinistra e democratica alla crisi medesima.

 CHE FARE:
Da queste note analitiche deve scaturire l’impostazione della nostra azione politica evitando le semplificazioni che tendono a vedere in questo movimento o un puro movimento reazionario o l’inizio della rivoluzione. La battaglia antiliberista si deve coniugare per noi con proposte precise di uscita dalle politiche di austerità e con la ricostruzione di una cultura antifascista. Occorre evitare di spalmarsi acriticamente sul movimento così come di dar vita a fronti antifascisti che vedano al loro interno i liberisti e gli antiliberisti. Il nostro punto di partenza è la lotta di opposizione e dentro il fronte dell’opposizione dobbiamo fare una battaglia politica su obiettivi, culture politiche, democrazia. Abbandonare uno di questi elementi significa non essere in grado di fare iniziativa politica. Possiamo e dobbiamo farlo nella consapevolezza che il tempo stringe ma che vi è lo spazio per una azione politica dei comunisti. Avanzo questa considerazione perché credo che questo movimento non darà luogo ad un colpo di stato e che il governo non risolverà il problema della crisi. Penso inoltre che questo movimento – con tutte le contraddizioni di cui ho detto – rappresenta comunque una scossa, una pietra nello stagno che evidenzia contraddizioni, inquietudini e rabbia da cui dobbiamo partire per impostare un lavoro politico – direttamente come partito o attraverso associazioni meno targate – che si ponga l’obiettivo di costruire un movimento di massa contro le politiche neoliberiste e che coinvolga il complesso dei soggetti sociali colpiti dalla crisi. Tutto questo è possibile abbandonando immediatamente tutti gli atteggiamenti inutilmente autolesionisti centrati unicamente sul fatto che tutto questo è successo perché noi non abbiamo fatto nulla. Non è vero. Non è vero che noi non abbiamo fatto nulla, noi abbiamo fatto cose giuste e cose sbagliate. Il punto è che abbiamo perso. La sconfitta però non è totale: siamo vivi e dobbiamo utilizzare il fatto che ci siamo – senza perdere tempo in recriminazioni e senza piangerci addosso – per impostare subito un lavoro politico che ci porti a diventare quello che abbiamo detto essere il nostro compito storico: essere il partito che indica la strada per uscire dalla crisi e che opera per aggregare attorno al progetto di alternativa di sistema un fronte di lotta anticapitalista.

Contro l’Unione Europea e contro il governo.
Come abbiamo detto a Perugia, i trattati europei e l’euro hanno prodotto una Unione Europea che è il contrario dell’Europa dei popoli che aveva in mente Altiero Spinelli. Questa Europa non è un passo in avanti verso una maggiore civiltà ma è un passo indietro verso il dominio di classe da parte del capitale, la barbarie sociale e la distruzione della democrazia. Questa Europa è la distruzione della civiltà europea e non è riformabile, per questo proponiamo la disobbedienza unilaterale ai trattati. Per costruire una Europa dei popoli occorre rompere questa Europa neoliberista ed autoritaria e rimettere al centro la democrazia e la sovranità popolare, a partire dai livelli nazionali in cui questa sovranità può essere esercitata. Il tema della sovranità nazionale è quindi un tema che dobbiamo agire, a partire da una impostazione di classe e internazionalista che contrasta con l’impostazione nazionalista e razzista. Rompere questa Europa significa in primo luogo non rispettarne più le direttive e sviluppare coerentemente questa impostazione fino alle estreme conseguenze nel caso in cui la linea della disobbedienza non dovesse portare i frutti necessari.
Il giudizio di rottura con questa Europa è decisivo nell’azione politica per dare senso e significato all’opposizione alle politiche di austerità del governo. Nel senso comune di chi subisce gli effetti della crisi la consapevolezza degli effetti disastrosi delle politiche europee è sempre più chiara e risorge il tema della nazionale: noi dobbiamo porci in piena sintonia con questo sentimento che rappresenta il principale elemento di crisi dell’egemonia del pensiero neoliberista dominante e dobbiamo declinarlo in termini di classe. Mentre il libero mercato continua ad essere considerato un dato “naturale” ed intoccabile, le politiche europee sono percepite come arbitrarie e quindi costituiscono l’anello debole della catena che dobbiamo porci l’obiettivo di spezzare.
Una campagna politica contro questa Europa, per la ripresa della sovranità del popolo sulle scelte che lo riguardano e per la non applicazione dei trattati è il primo punto di orientamento politico che dobbiamo avere per entrare in sintonia con il disagio sociale.

Rimettere al centro la contraddizione di classe
Risulta del tutto evidente che la mobilitazione di questi giorni e i suoi contenuti derivano anche da una sostanziale assenza di iniziativa sindacale. La meritoria azione della Fiom e del sindacalismo di base non è sufficiente per ricostruire in Italia un conflitto di classe in grado di produrre non solo risultati ma anche identificazioni sociali. La ricostruzione del conflitto di classe, di un sindacato militante e combattivo, di un punto di vista operaio, è quindi un punto decisivo per intervenire positivamente nel magma sociale prodotto dalla crisi. Non mi dilungo ma è evidente che oltre alla battaglia politica da fare nel prossimo congresso della Cgil dobbiamo operare per favorire la presa di parola diretta degli operai, favorendo un loro protagonismo. Il punto che ci troviamo ad affrontare non riguarda solo il tema dell’egemonia politica ma concerne il tema dell’egemonia sociale, cioè della capacità del conflitto di classe di segnare un punto chiaro di lettura della crisi e la capacità della classe operaia di essere un punto di riferimento nella crisi. Solo un dispiegato conflitto di classe può determinare una corretta identificazione dell’avversario altrimenti declinato in termini populistici.

Piano per il lavoro.
Al congresso di Perugia abbiamo messo il Piano per il lavoro al centro della nostra iniziativa politica e io penso che questo sia il principale strumento da agire anche a fronte delle lotte di questi giorni. Abbiamo detto che il Piano per il lavoro non deve ridursi ad una campagna di propaganda ma deve articolarsi nei territorio, costruire interlocuzioni con il complesso dei soggetti collettivi presenti e avanzare proposte concrete. La piena occupazione è il principale obiettivo di classe oggi e dobbiamo avanzarlo con chiarezza, insieme alla richiesta del reddito minimo come garanzia per chi il lavoro non ce l’ha. Il Piano del lavoro si articola attorno all’idea che tutti hanno diritto a vivere e ad avere delle garanzie nella crisi: noi proponiamo il lavoro come forma principalissima di garanzia ma intanto il reddito per vivere deve essere garantito a tutti e tutte. Penso che dobbiamo articolare la costruzione di questo piano con un occhio di riguardo ai soggetti che sono scesi in campo in questi giorni e quindi tanto ai giovani disoccupati e precari quanto ai piccoli commercianti ed artigiani. Ad esempio noi abbiamo detto che uno dei settori decisi su cui occorre aprire una battaglia politica riguarda il riassetto idrogeologico del territorio. Si tratta di un intervento pubblico ad alta intensità di lavoro e ad alta utilità sociale. La battaglia per dar vita a piani di assestamento idraulico forestale in tute le zone montane e collinari può avere come interlocutori concreti dai lavoratori precari della forestale alle ditte edili oggi in crisi. E’ infatti evidente che per larga parte delle ditte edili, il problema non è tanto di tasse, quanto del fatto che non vi sia il lavoro e di come questo non possa riprendere significativamente per la semplice ragione che di case ve ne sono anche troppe. E’ quindi evidente che solo un piano pubblico che vada dalla ristrutturazione del patrimonio abitativo a progetti di riassetto idrogeologico del territorio possono dare uno sbocco a tante ditte edili oggi alla canna del gas. Ho fatto un solo esempio per segnalare che il passaggio dalla rivendicazione del taglio delle tasse per continuare in un impossibile tentativo di “continuare come prima” ad una rivendicazione di intervento pubblico finalizzato a dare lavoro è un terreno su cui possiamo agire concretamente la nostra proposta politica e produrre egemonia.

Partito Sociale
In un contesto in cui la credibilità della politica e delle forze politiche scende ulteriormente, diventa ancora più decisivo l’estensione programmata delle pratiche del partito sociale. Il fare quale condizione per il parlare efficacemente è un punto dirimente. L’estensione delle pratiche del partito sociale ha una doppia valenza: relativa all’immagine del nostro partito come partito diverso e relative alla costruzione di rete di solidarietà e mutualismo tra i soggetti colpiti dalla crisi. Per questo occorre estendere le pratiche del blocco degli sfratti, i GAP, il dentista sociale ed in generale le forme di mutualismo a partire dai quartieri e dagli strati popolari. Nella costruzione dei GAP dobbiamo massimizzare le relazioni con i contadini. Occorre generalizzare queste pratiche e smetterla di considerarle come un settore di attività del partito: deve diventare il modo di essere del partito. Personalmente ritengo utile anche la presa di contatto con le Parrocchie disponibili a lavorare su questo terreno.

Una azione culturale
La ricostruzione di una coscienza storica e dei passaggi fondanti la storia d’Italia è un punto decisivo, così come la capacità di decostruire il pensiero unico neoliberista che “naturalizza” le attuali devastanti politiche di austerità. In terzo luogo la capacità di avanzare proposte concrete e problemi concreti che esplicitino il tema della contraddizione di classe: la nozione di popolo non è sufficiente per costruire una risposta adeguata alla crisi. Il partito non può limitarsi ad un lavoro sociale e politico ma deve mettere in campo un lavoro culturale - di coscientizzazione - e un lavoro certosino di individuazione delle proposte programmatiche attraverso cui dar risposte di sinistra ad un disagio sociale pesante quanto spaesato.

Commercio.
E’ del tutto evidente che l’apertura 7 giorni su 7 dei supermercati è una delle cause principali della crisi del piccolo commercio e degli ambulanti. Su questo terreno vi sono due terreni di battaglia politica da agire immediatamente. Il primo ci è data dall’iniziativa del nostro gruppo consiliare in Abruzzo che è riuscito ad ottenere che la regione approvasse una legge per l’indizione di un referendum contro la deregulation del commercio voluta dal governo Monti. Il Consiglio Regionale dell'Abruzzo ha approvato la richiesta di Referendum abrogativo, ai sensi dell’articolo 75 della Costituzione, delle disposizioni di cui all'art. 31 del Decreto Legge n. 201 del 2011 che consentono alla grande distribuzione di aprire anche durante tutte le domeniche e persino il 25 aprile o il 1 maggio. Questo far west delle aperture non ha fatto che aggravare la crisi del piccolo commercio e inasprito ulteriormente l'iper sfruttamento dei lavoratori dei centri commerciali. Questa deregulation, figlia di una visione fondamentalista del mercato, ha suscitato campagne, iniziative e proteste non solo delle organizzazioni di categoria dei commercianti ma anche dei sindacati, da quelli confederali all'USB che lo scorso 8 dicembre ha organizzato presidi in tutta Italia. Persino la Conferenza Episcopale Italiana ha raccolto firme per "liberare la domenica".
Contro questa normativa molte Regioni avevano presentato ricorsi alla Corte Costituzionale purtroppo respinti in quanto governo e parlamento avrebbero legiferato sulla base della competenza statale in materia di concorrenza. Proponiamo che in ogni regione si avvii una campagna per ottenere l’approvazione di analoga richiesta. Ne bastano cinque ai sensi della Costituzione per ottenere la convocazione del referendum.
Parallelamente va messa in atto l’iniziativa di contrasto al regime di bassi salari e precarizzazione che caratterizza il lavoro nei centri commerciali. Occorre mettere in campo una iniziativa capillare in cui ogni nostro circolo “adotti un supermercato” e cominci a fare una azione di informazione della clientela sulle condizioni di lavoro scandalose che il personale deve subire. Se il lavoro viene fatto con metodo e intelligenza, partendo dal supermercato della zona che ha le condizioni di lavoro peggiori, costruendo le opportune alleanze, è possibile arrivare a veri e propri boicottaggi e ad aprire una contrattazione che obblighi i padroni a conceder miglioramenti ai lavoratori. Questo è un altro modo per difendere i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici e contemporaneamente per riequilibrare la concorrenza dei supermercati nei confronti dei piccoli esercizi.
In terzo luogo occorre fare iniziative per bloccare la nascita di nuovi supermercati e centri commerciali. Non mi dilungo perché mi paiono evidenti le ragioni.

Fisco
Noi ci siamo sempre battuti affinché tutti pagassero le tasse ed è del tutto evidente che solo i lavoratori dipendenti e i pensionati pagano le tasse fino all’ultimo centesimo. In questo contesto si è arrivati sovente ad un paradosso in cui i lavoratori pagano regolarmente le tasse, i padroni e i ricchi eludono regolarmente le tasse e gli artigiani e il piccolo commercio evadono le tasse. Questo “modus vivendi” del tutto iniquo è saltato per aria sul versante del piccolo commercio e degli artigiani sia a causa della crisi sia a causa del sistema di lotta all’evasione fiscale che vede in Equitalia un riscossore che sovente rasenta l’usura. Capita così che per artigiani e commercianti, messi fuori mercato dalla crisi, non sapendo come trovare un altro posto di lavoro o non volendo perdere status e redditi propri della fase precedente, l’evasione diventi il modo normale per restare “a galla”. Capita però che nel caso di accertamenti – in cui l’elemento formalistico determina talvolta effetti perversi – e di individuazione di cifre da pagare all’erario, queste lievitino in modo incredibile con gli interessi applicati da Equitalia. Capita così che un piccolo problema causato da ritardi o piccole evasioni si trasformi in un debito con l’erario impossibile da saldare. Se questo capitasse a 10 persone non sarebbe un problema. In Italia questo capita a centinaia di migliaia di persone e questo diventa nella crisi un problema politico potenzialmente esplosivo, come abbiamo avuto modo di apprezzare in questi mesi e non solo negli ultimi giorni. Disinnescare questo problema è una urgenza politica che va affrontata sia mettendo dei tetti massimi agli interessi di mora che Equitalia può praticare, sia valutando la possibilità di definire una moratoria nei pagamenti per chi abbia debiti di lieve entità. Il punto non è di favorire l’evasione fiscale ma di difendere gli interessi di strati di commercianti ed artigiani che si muovono ai confini della sussistenza e che non vogliamo diventino massa di manovra per la lotta contro il welfare o peggio.

In conclusione.
Con ogni evidenza, queste note non hanno una pretesa di completezza. Il mio obiettivo è di fornire un primo e parziale materiale di orientamento che deve essere arricchito e precisato. L’ho scritto con una doppia consapevolezza: Potremo giocare un ruolo dentro la crisi italiana solo se mettiamo da parte l’autolesionismo e contemporaneamente ci dotiamo di un impianto analitico, progettuale e di lavoro concreto condiviso e preciso.
 
Paolo Ferrero
13/12/2013