28 novembre 2012

Tra gli altri, Gianni Rinaldini, Fausto Bertinotti, Antonella Picchio, Riccardo Bellofiore, Francesca Koch, Giovanni Mazzetti, M.Grazia Campari, Gianni Ferrara, Alberto Lucarelli, Marco Revelli, Monica Lanfranco.

Pensioni: «Riforma pensioni è massacro sociale: Va abolita. Appello trasversale per firmare contro la riforma sulle pensioni»

Rompere l’oscuramento mediatico e sostenere, assieme ai referendum sul lavoro, i referendum abrogativi della controriforma Fornero sulle pensioni.
Sono questi gli obiettivi dell’appello sottoscritto da delegate e delegati di Pomigliano e Mirafiori, dell’Ilva, di altre realtà di lavoro, esponenti del sindacato, economisti, femministe, docenti universitari, a sostegno del referendum contro la riforma Fornero.
L’appello sottolinea le conseguenze sociali drammatiche dell’innalzamento dell’età di pensione e l’iniquità assoluta di un provvedimento in nessun modo giustificato da problemi di sostenibilità del sistema previdenziale preesistente, ma solo dalla scelta di fare “cassa” sulle pensioni.
Fanno parte del comitato promotore del referendum lavoratori e lavoratrici esodati, precari, associazioni, Rifondazione Comunista e PdCI, con l’adesione di ALBA.

28/11/2012

Conciliare salute e lavoro non vuol dire niente, se non si fanno scelte radicali contro la logica del profitto a tutti i costi

La coscienza degli operai di Taranto e il vuoto del palazzo

Il precipitare della crisi dell'Ilva e la rivolta degli operai di Taranto contro padron Riva ci riportano alla realtà drammatica del paese dopo le primarie dl centro sinistra.
La magistratura sta solo facendo il suo dovere contro una strage continua da inquinamento e contro l'azienda e tutte le complicità vergognose che quella strage hanno permesso o agevolato.
Il ministro del disastro ambientale Clini, che con la Prestigiacomo corre per la palma del peggiore titolare di quel dicastero da quando esiste, se la prende con la magistratura che rompe sempre le uova nel paniere. I principali esponenti del centro sinistra tacciono o balbettano, ma per loro parlano intercettazioni telefoniche di cui dovrebbero vergognarsi e che ne mostrano la subalternità, per essere gentili, verso l'azienda. La cui proprietà ha finanziato il partito democratico.
Ancora una volta il governo e le principali forze politiche si mostrano totalmente incapaci di cogliere la gravità della situazione, come del resto fanno su tutta la crisi reale del paese.
Anche i sindacati confederali sono di nuovo presi alla sprovvista: dopo le contestazioni raccolte in questi mesi ora c'è più umiltà, ma non basta se la proposta concreta ancora manca assieme ad una vera autocritica sul passato.
Gli unici davvero ad essere cresciuti in coscienza e rigore sono gli operai di Taranto. Solo pochi mesi fa la maggioranza di essi scendeva in piazza contro i giudici, sotto il pungolo dei capi aziendali Oggi occupano la direzione e chiedono conto ai dirigenti dei loro comportamenti, mentre nulla viene detto contro la magistratura. La coscienza civile degli operai che rischiano il posto è infinitamente superiore a quella di un ministro della Repubblica.
La verità è semplice e brutale: la proprietà Ilva ha fallito completamente ed ora non è più in grado di andare avanti senza sconti e complicità ulteriori. Lo dimostra la rabbiosa reazione della Confindustria e del suo quotidiano che insorgono contro i magistrati nel nome della libertàd'impresa. La classe imprenditoriale italiana non è in grado di affrontare la crisi senza cancellare leggi e contratti. Del resto questo è il senso del patto sulla produttività.
Conciliare salute e lavoro non vuol dire niente, se non si fanno scelte radicali contro la logica del profitto a tutti i costi. Se davvero si vuole che l'Ilva non chiuda e che la salute non sia devastata, bisogna prendere atto del fallimento di Riva . Lo stato deve prendere il posto dell'imprenditore privato.
La sola soluzione credibile è nazionalizzare con un piano industriale a lungo termine, che garantisca occupazione e reddito ai lavoratori mentre si procede al risanamento. E la proprietà deve risarcire i danni del disastro finanziando l'opera con i soldi guadagnati nel passato.
Naturalmente è impensabile che Monti, che oggi addirittura minaccia l'intero sistema sanitario pubblico, segua questa via: il governo dei tecnici è proprio il rappresentante del mercato e del profitto in una classe politica che opera su un altro pianeta rispetto alla crisi. Anche quando profuma di sinistra.
E così a Taranto come in tutto il paese la crisi economica e sociale si aggrava e solo le lotte di chi paga tutti i prezzi producono coscienza e futuro.

Giorgio Cremaschi

22 novembre 2012

Il patto sulla produttività rappresenta un concentrato delle ideologie reazionarie e della programmata iniquità che è alla base della agenda Monti.

Produttività: un imbroglio reazionario

La tesi di fondo che l'ispira è un brutale imbroglio di classe.
La produttività italiana ha toccato il massimo negli anni 70, quando il potere dei lavoratori nelle imprese e nel mercato del lavoro era al massimo. Da allora è sempre declinata, fino a crollare quando il sistema economico è stato strangolato dai vincoli dell'euro e del liberismo europeo.
In tutti questi anni il salario ha solo perso posizioni, sia rispetto ai profitti sia nel confronto con gli altri paesi Ocse. Un operaio italiano in un anno lavora due mesi in più del suo equivalente tedesco, eppure la produttività della Germania è ai vertici.
Allora perché in Italia si fa un accordo che chiede a chi lavora ancora più orario in cambio di ancor meno salario? (...)
Per la stessa ragione per la quale Monti vanta oggi il più feroce sistema pensionistico europeo, la massima flessibilità del lavoro i più brutali tagli alla scuola pubblica e allo stato sociale, e allo stesso tempo proclama che questo è solo l'inizio e pretende che i suoi successori di centrosinistra continuino sulla stessa strada.
Perché c'é un metodo in questa follia. Se l'Italia deve sottostare ai drastici vincoli dei patti di stabilità europea, delle banche e della finanza, della moneta unica, dei governi conservatori, se il sistema delle imprese vuole incrementare i margini di profitto nonostante la crisi, allora è chiaro che l'unica leva che rimane, l'unica reale flessibilità è quella che viene dal supersfruttamento del lavoro.
Il patto sulla produttività estende ovunque il sistema Marchionne: i pochi che ancora lavorano devono accettare di farlo ai prezzi del mercato globale, altro che contratti e diritti.
Tutto questo non ha nulla a che fare con la difesa dell'occupazione ma solo con quella dei profitti. Anzi la disoccupazione di massa è indispensabile per costringere i lavoratori a piegarsi al supersfruttamento. La disoccupazione deve restare e crescere, altrimenti il modello non funziona.
A tale fine il governo mette a disposizione la riduzione delle tasse solo per il salario flessibile. Mentre alla maggioranza dei lavoratori viene calata la paga, una minoranza può mantenere il potere d'acquisto se lavora di più in una azienda che va bene, e solo questa minoranza avrà meno tasse sulla busta paga. Questo mentre non si trovano più i fondi per la cassa integrazione o per l'indennità di disoccupazione.
Questo non è solo un accordo sindacale è un progetto di selezione sociale. Ed è la vera risposta alla crisi di Monti e degli interessi di classe che rappresenta. Interessi che impongono una svalutazione sociale del lavoro sempre più brutale, visto che quella che dura da trent'anni non è stata sufficiente.
Questo modello sociale reazionario si appoggia su un sistema corporativo di caste e interessi burocratici organizzati. Tutto il sistema delle imprese, comprese naturalmente le cooperative e le piccole aziende strettamente legate a partito democratico, ha sottoscritto con entusiasmo il testo. Tra i sindacati, i firmatari sono tutti coloro che hanno già sottoscritto le stesse condizioni alla Fiat, ricevendone in cambio la facoltà di sopravvivere protetti dal padrone.
La Cgil finora non ha aderito all'accordo, ma annaspando in un mare di contraddizioni e incertezze.
Il patto sulla produttività è in pochi anni il terzo accordo interconfederale che devasta il contratto nazionale e tutto il potere di contrattazione del lavoro. Il primo nel gennaio 2009 non è stato sottoscritto dalla Cgil. Il secondo, in pura continuità con il precedente, il 28 giugno del 2011 è invece stato firmato dalla stessa Cgil, che anzi con la Fiom oggi ne rivendica la piena applicazione. Ora il patto sulla produttività scioglie ai danni dei lavoratori alcune formule ambigue dell'accordo precedente, demolendo definitivamente il contratto nazionale.
Ma firmare una volta sì e una no non costruisce un'alternativa al cedimento, a maggior ragione poi quando i principali contratti nazionali già dispensano un'orgia di flessibilità e solo nei metalmeccanici la contrattazione è separata.
Il no della Cgil è dunque di fronte al solito bivio ove da tempo si dividono tutte le posizioni critiche verso il liberismo. Si fa sul serio, oppure si testimonia il dissenso e poi ci si adatta alle nuove schiavitù ricercando il male minore?
Il bivio dei contratti è lo stesso della politica.
Il centrosinistra ha già deciso di far finta di superare Monti, mentre sottoscrive tutte gli impegni assunti dall'attuale governo. La Cgil seguirà la stessa strada, cedendo con adeguata fermezza alla cancellazione di ogni solidarietà contrattuale tra i lavoratori?
Se non si vuole seguire un copione già recitato tante volte, non basta non firmare l'accordo. Se non si è d'accordo con il patto sulla produttività, bisogna combatterlo, disobbedire alle sue regole, scontrarsi con chi invece le accetta.
O si sta, anche solo passivamente, con Monti, la sua politica, i suoi accordi, o si sta contro di essi e contro chi li sostiene, in mezzo ci sono solo impotenza e ipocrisia.

Giorgio Cremaschi
20/11/2012
da Rete 28 aprile - www.quipunet.it/rete28aprile

13 novembre 2012

"quando qualcuno mi dice “Non andrò a votare, tanto anche quelli per bene finiscono nella stessa zuppa”, rispondo che dobbiamo costruirla insieme l’alternativa, che non possiamo permettere che si continui a distruggere l’ambiente, i diritti, le conquiste di generazioni nel nome del dio mercato"

Cambiare si può

Qualcuno mi dice “Non ti è bastata?” Si riferisce naturalmente alla infelice esperienza, fortunatamente breve, che ho fatto come parlamentare durante il governo Prodi. E’ difficile spiegare, dopo il disastro, che oggi si tratta di ben altro, che non esiste più l’illusione di entrare in una coalizione per “spostare l’asse a sinistra” (o di vedere lavorare una commissione di inchiesta sui fatti di Genova, come nel mio caso); l’illusione di condizionare la deriva neoliberista del PD. Oggi si può, si deve, raccogliere tutte le forze che ogni giorno nei territori si oppongono agli interessi del grande capitale finanziario. Sono interessi che non corrispondono a quelli delle persone che vivono e lavorano, che si ammalano e muoiono, che cercano di studiare, che vorrebbero avere diritti e dignità, che sognano perfino – esagerati – un po’ di felicità. Raccogliere le forze delle persone che lottano, da Taranto alla Valsusa, dalla Sardegna all’Emilia terremotata, nelle fabbriche, nella scuola pubblica sempre più vilipesa, nella campagna sempre più impoverita; dei migranti che denunciano schiavitù, che chiedono di essere riconosciuti come lavoratori e come cittadini, che accusano un sistema che non lascia speranza per i loro figli.
Tutte queste lotte propongono una visione della vita, del lavoro e dei rapporti sociali, radicalmente diversa da quella imposta dal governo attuale e dai partiti che lo sostengono.
Leggevo proprio oggi un articolo di Antonio Mazzeo: ci racconta delle simulazioni di combattimento aereo tra cacciabombardieri F-15 ed F-16 israeliani ed “Eurofighter” e “Tornado” dell’Aeronautica italiana; dei bombardamenti di bersagli fissi e mobili nei poligoni militari dei due Paesi; del giro di affari di una commessa per un miliardo di dollari a Finmeccanica che comporterà per l’Italia una contropartita altrettanto onerosa; della spesa di venticinque milioni e mezzo di euro per dotare la nostra Aeronautica militare con un nuovo sistema di contromisure a raggi infrarossi… e via guerreggiando. Per non parlare dell’acquisto degli ormai famosi e costosissimi cacciabombardieri F35. Non è l’Europa, non è Angela Merkel che ci impone di riversare tanta ricchezza sul Ministero della difesa, mentre si chiedono continui sacrifici a lavoratori, precari e pensionati. E’ il nostro Governo, sono i partiti che lo sostengono. Anche per questo c’è chi protesta. Ma le voci di tante lotte non arrivano in Parlamento, non c’è nessuno che le rappresenti davvero. Qualcuno a parole, con bei discorsi, sostiene che bisogna rispettare la nostra Carta costituzionale ma nei fatti la disattende, ribaltando i suoi concetti fondamentali. Ebbene, occorre una iniziativa politica, anche a livello istituzionale. Sosteniamo le lotte ma non basta; sosteniamo i Referendum ma non basta. Sinceramente io non posso restarmene seduta a guardare il disastro. Non mi consolo pensando “noi l’avevamo detto”, o pensando che ormai non c’è più niente da fare. In Grecia, in Francia, Spagna, Germania, Portogallo, ci stanno provando. Perché noi non dovremmo riuscirci? L’area del dissenso a questo governo, al neoliberismo, all’ordine mondiale dettato dalle banche, dai mercati finanziari, è grande. Occorre una iniziativa politica che raccolga le forze. Cambiare si può non propone un nuovo partito o un nuovo, o vecchio, leader; propone appunto una nuova aggregazione politica. Sollecita la partecipazione di tutte le persone, di ogni singola realtà che si oppone alle politiche liberiste, perché si siedano attorno al tavolo, con determinazione e intransigenza, senza presunzioni, a scrivere un programma comune. Un programma che indichi il progetto per una società diversa. Perciò, quando qualcuno mi dice “Non andrò a votare, tanto anche quelli per bene finiscono nella stessa zuppa”, rispondo che dobbiamo costruirla insieme l’alternativa, che non possiamo permettere che si continui a distruggere l’ambiente, i diritti, le conquiste di generazioni nel nome del dio mercato. No, non è possibile astenersi, tirarsi fuori. Perché, parafrasando De Andrè, anche se noi ci crediamo assolti siamo per sempre coinvolti.
 
Haidi Gaggio Giuliani

Noi che siamo scesi in piazza il 27 ottobre. Noi che scioperiamo e manifestiamo insieme a tanti popoli d'Europa contro l'austerità. Noi che non ne possiamo più di pagare i costi materiali della crisi e anche quello morale dovuto all''ipocrisia di chi governa. Noi che facciamo? Una lista alle elezioni, di rottura con questo sistema che cammina sul doppio binario PD-PdL

Le nostre colpe nel mondo di X Factor

Il simpatico spettacolo televisivo delle primarie del centro sinistra, giustamente ospitato negli studi dove si sfidano i cantanti  di X Factor, ci consegna tutta l'insostenibile leggerezza della politica italiana di fronte alla crisi.
Mentre la condizione sociale del paese sprofonda e non uno solo dei fattori economici segna al positivo, non una sola delle scelte di fondo che ci stanno governando viene sottoposta al giudizio degli elettori. E' giusta l'auterità e se no quali sono le alternative? Cosa si fa in Europa, come ci comportiamo con la Grecia, continuiamo ad essere complici dell'infamia sociale e civile verso un intero popolo o rompiamo con chi la sta producendo?
Mi fermo qui perché di fronte allo spettacolino del centro sinistra -invidiato dalla destra che ora dice lo faremo anche noi- di fronte a tutto questo la cosa più sciocca è stupirsi. Nella carta di intenti sottoscritta da tutti i candidati del  centro sinistra, in mezzo a tanti fumosi buoni propositi un impegno è chiaro senza equivoci. Il centrosinistra è impegnato a sostenere tutti i patti di austerità europea , tutti i trattati, tutti gli impegni assunti da Monti, a partire dal fiscal compact. La vera agenda Monti è già sottoscritta, il resto è solo spettacolo televisivo.
Allora il punto vero è solo questo: cosa facciamo noi?
Noi che siamo scesi in piazza il 27 ottobre. Noi che scioperiamo e manifestiamo insieme a tanti popoli d'Europa contro l'austerità. Noi che non ne possiamo più di pagare i costi materiali della crisi e anche quello morale dovuto all''ipocrisia di chi governa. Noi che facciamo?
Ci facciamo ancora rappresentare dalla compagnia di X Factor?  E se questa volta vogliamo non farci fregare dalla narrazione del centro sinistra, dopo vent'anni di narrazione berlusconiana, per quale alternativa lavoriamo?
La sola vera forza dell'inconsistenza del centrosinistra sta proprio nella nostra incapacità di costruire l'alternativa.
Portiamo in piazza una marea di persone e il giorno dopo riprendiamo come prima, con tutti i nostri gruppi e organizzazioni, quasi ci fossimo incontrati per caso e con qualche fastidio.
Dall'inizio del secolo in Italia si susseguono grandi movimenti, lotte generose e mobilitazioni , ma la rappresentanza istituzionale  è sempre quella, altro che rottamazione. Sì c' è il movimento 5 stelle, ma sappiamo tutti che non rappresenta  la nostra lotta, il nostro punto di vista. Noi non  riusciamo a consolidare nulla e la compagnia di X Factor, più o meno allargata a seconda delle circostanze, alla fine è sempre l'unica in campo.
Che facciamo allora, ci occupiamo solo dei nostri spazi? Per scelta o per costrizione restiamo extra parlamentari, extraconfederali, extra insomma? Possiamo cominciare a dire che se le cose vanno così male in Italia, ne abbiamo responsabilità anche noi?
I militanti e i dirigenti dei sindacati di base e del dissenso confederale, quelli dei partiti a sinistra del centro sinistra, quelli delle organizzazioni sociali e civili che rifiutano tutto  o parti rilevanti di questo sistema, pensano davvero di proseguire così e di sopravvivere, ognuno a casa sua, alla devastazione della crisi e all'assimilazione  del potere che la governa?
C'è bisogno oggi di una vera grande rottura, ma o la produrremo assieme o non ci sarà.
Se l'alternativa di cui misuriamo ogni giorno la grande domanda e l'immenso bisogno, se questa alternativa non nasce, non è a questo punto colpa nostra? Vorrei delle risposte.

Giorgio Cremaschi

9 novembre 2012

Intervista al segretario del Partito della Rifondazione comunista "Dopo la crisi del '29 il governo tedesco guidato da Heinrich Brüning fece una politica identica a quella di Monti: tagliò la spesa pubblica e produsse 5 milioni di disoccupati. Sappiamo come finì: nel '33 Hitler vinse le elezioni facendo leva sul sentimento contro le banche e dicendo che avrebbe avviato lavori pubblici per occupare tutti. La barbarie è frutto di politiche che distruggono legami sociali e benessere"


Crisi: svolta a sinistra per l’uscita di sicurezza

Quanto è importante il racconto della crisi? Molto, se si tiene nel conto il suo impatto sulla rappresentazione della realtà; se si vede in esso un potente strumento politico. “Oggi abbiamo a che fare con delle vere e proprie menzogne, come ad esempio la questione della speculazione finanziaria sul debito pubblico. Essa investe solo i paesi dell'euro e non è causata dai debiti pubblici come ci viene raccontato, ma dal fatto che la Bce è l'unica banca centrale del mondo che presta i soldi alle banche private, cioè agli speculatori, e non agli stati”. Tanto per essere chiari. Il segretario del Prc, Paolo Ferrero, inizia a parlarci così del suo ultimo libro.

 Ma oltre alle balle, chi detiene il potere usa modi di pensare radicati nei costumi della gente per giustificare tagli allo stato sociale, aumento della precarietà e riduzione dei salari. Faccio un esempio: mia madre ha vissuto la guerra e la fame. Se pensa alla crisi pensa alla scarsità e dice che bisogna tirare la cinghia. Ma se la gente normale continua a tirare la cinghia la crisi si aggrava, perché ci saranno meno soldi, si spenderà di meno e continueranno i licenziamenti. Noi siamo dentro una grande ricchezza polarizzata: i ricchi hanno troppi soldi, mentre larga parte della popolazione arriva con difficoltà a fine mese. Perciò, la cinghia bisogna farla tirare ai ricchi e non ai lavoratori”.

-Economia reale e finanza. Alla bolla speculativa si è giunti per il calo della domanda aggregata?
Sì. Prima hanno ridotto la domanda tagliando i salari, poi si sono accorti che questo produceva la crisi e hanno messo in campo due meccanismi: la speculazione e il sostegno alla domanda attraverso ciò che si potrebbe chiamare credito al consumo. Questo meccanismo un po’ drogato è saltato quando i disoccupati hanno cominciato a non pagare i mutui. Saltate per aria le finanziarie che li avevano concessi è scoppiata la crisi bancaria, poiché i titoli di quelle aziende non valevano più niente. Lehman Brothers è fallita così. Poi i governi hanno salvato le banche portando il conto agli stati, che quindi si sono indebitati: dal 2008 a oggi Usa e Europa hanno speso 15.000 miliardi di dollari per le banche private, che ora speculano sul debito pubblico”.

-Al di là del nodo Europa, cosa si potrebbe fare da subito in Italia?
Ci sono cose che il governo, se volesse, potrebbe fare domani mattina senza il permesso della Merkel. Penso alla patrimoniale sulle grandi ricchezze, alla questione degli stipendi dei parlamentari e ai grandi stipendi di Stato, alla possibilità di fare della Cassa depositi e prestiti una banca pubblica, in modo da poter chiedere soldi alla Bce a un tasso dello 0,75%, invece che reperirli al 6-7%. Ma Monti non farà mai nulla contro i suoi amici speculatori”.

-Perché questa crisi è costituente?
Perché chi governa, per mantenere l'attuale linea politica, deve imbarbarire la situazione. Riducono la democrazia e i parlamenti non contano più nulla; attaccano i diritti del lavoro, ciò che si era costruito in 30 anni di lotte operaie; demoliscono lo stato sociale con tagli alla sanità e alle pensioni; cancellano le conquiste di civiltà raggiunte dopo la seconda guerra mondiale. La crisi è costituente perché da essa non si esce come prima. O si risolve facendo un balzo in avanti, oppure chi ha le leve del potere continuerà a creare una realtà sempre peggiore in direzione della barbarie. Non c’è nulla di sovrannaturale in ciò che sta accadendo: questa crisi non l’ha decisa il Padreterno, ma semplicemente dei signori che la usano per continuare ad arricchirsi. Bisogna spiegare questa cosa semplice alla gente”.

-Lei dice socialismo o barbarie. Ci spiega questo aut-aut?
Faccio un esempio storico. Dopo la crisi del '29 il governo tedesco guidato da Heinrich Brüning fece una politica identica a quella di Monti: tagliò la spesa pubblica e produsse 5 milioni di disoccupati. Sappiamo come finì: nel '33 Hitler vinse le elezioni facendo leva sul sentimento contro le banche e dicendo che avrebbe avviato lavori pubblici per occupare tutti. La barbarie è frutto di politiche che distruggono legami sociali e benessere. Ciò fa regredire a una situazione di guerra fra poveri, alla ricerca del capro espiatorio, al far west, al razzismo. Il socialismo, invece, è la possibilità di uscire dalla crisi facendo leva sugli elementi positivi: se abbiamo creato tanta ricchezza bisogna distribuirla bene; se il lavoro è più produttivo bisogna redistribuirlo; se il mercato non riesce ad individuare le produzioni per un salto in avanti, penso alla riconversione ambientale, lo deve fare lo Stato con un intervento pubblico. Tutto ciò con più democrazia. Sull’economia deve poter decidere la gente: vogliamo investire sulle bombe atomiche o sui pannelli solari? E questi vogliamo metterli al posto degli uliveti o sui tetti delle case? Non bisogna lasciare le scelte importanti ai mercati, cioè gli speculatori”.

-Nella parte propositiva del libro parla di New Deal di classe.
Penso che occorra alludere a quell'esperienza fatta nel '33 negli Usa sapendo però che era insufficiente, tanto che la disoccupazione in tutti gli anni '30 non scese. Ma il New Deal fu la risposta contrapposta al nazismo. Monti e Merkel stanno scegliendo la strada che ci ha portati al nazismo. Noi dobbiamo fare la scelta di Roosevelt, ma con più nettezza: redistribuire la ricchezza, riconvertire l’economia in senso ambientale e ridurre l'orario di lavoro per distribuirlo fra tutti. Dopo la crisi del '29 abbiamo visto che c'erano due strade: una portò al nazismo, l'altra allargò la democrazia. Anche oggi ci sono due strade e non una sola come si vuol far credere. Il rischio è che una linea politica sbagliata produca barbarie sociale e maggiori conflitti. L’incomprensione del fatto che l’umanità potrebbe fare un passo in avanti rischia di portarla a fare sette o otto passi indietro”.

Massimiliano Piacentini

8 novembre 2012

Qual è il senso della crisi della Fds? C'è uno spazio effettivo per chi guarda alla Carta d'Intenti del PD oppure no? Qual è la sfida che aspetta, invece, la sinistra anticapitalista? Sono queste le domande a cui cerca di rispondere Giovanni Russo Spena, di Rifondazione Comunista, in questo articolo sulla fase politica che stiamo attraversando. "Tutto è in movimento e ogni più piccola fessura può servire ad aprire uno smottamento nel pensiero unico liberista".


"Non vi illudete, il Pd vi omologherà"


Qual è il punto di analisi (serio) su cui si è divaricata la FdS? Settarismi e vecchi rancori, questa volta, non c'entrano nulla. Per i compagni Vigilante e Diliberto una riedizione del governo Monti e della sua politica può essere evitata solo rafforzando l'asse Bersani/Vendola/Nencini (con sicura apertura postelettorale a Casini, che sarà giustificata da Bersani e Napolitano con esigenze di governabilità e di rispetto degli impegni europei, io penso). Una vittoria elettorale di questo asse porterebbe ad un piccolo ma rilevante riallineamento a sinistra salvando, dice Diliberto, la democrazia italiana (perché "Monti è peggio di Berlusconi").In verità, secondo me, sono eguali; sono braccio esecutivo dello stesso capitale finanziario. Secondo questi compagni, al di fuori di questo compito di internità all'asse bersaniano vi è solo velleitarismo e logica testimoniale. Analisi legittima ma, secondo me, datata e sbagliata, a partire dal fatto (che mi sembra incontrovertibile) che,al contrario di quel che afferma Diliberto, il PD non è socialdemocratico, ma, come spiega Ingrao, un partito liberaldemocratico di centro. La crisi della globalizzazione liberista, infatti,si dispiega come crisi organica del capitale e l'avvento della tecnocrazia montiana ha cambiato radicalmente il contesto politico impoverendo la società e stravolgendo i cardini della statualità democratica, facendo dell'"antipolitica tecnocratica" tipica dell'assolutismo liberista. E come si fa, mi chiedo, a difendere la Costituzione con il PD che ha votato con convinzione, nonostante la campagna nostra e di larghissima parte anche dei costituzionalisti liberali, una mutilazione permanente dell'impianto costituzionale come l'introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione, cioè la gabbia contro ogni politica economica e sovranità nazionale? Non è anche la scissione tra parole e fatti da parte della sinistra alternativa che alimenta il "grillismo"? L'analisi di Diliberto non è una legittima parentesi tattica: temo che sia il rinvio a tempi indefiniti ed infiniti della lotta per l'alternativa. Quale è, infatti, il tema vero per una forza marxista, anticapitalista? Costruire, nel conflitto, nella proposta, nell'azione referendaria, una critica dell'economia politica per una politica economica alternativa sui temi del lavoro, del reddito, deidiritti di cittadinanza, dell'ambiente,della vita. Stare,come progetto politico che ricostruisce i nessi dell'unità popolare contro austerità e recessione,con i lavoratori, i precari, i migranti che salgono sui tetti per gridare bisogni, dignità, accuse al sistema, son i minatori che scendono a 400 metri nelle viscere della terra. Il Pd ha scelto la strada della gestione liberista della crisi, illudendosi, avventuristicamente, di poter mitigare qualche punto marginale. Ma è più realista oggi, in Europa, il tentativo (difficilissimo)di accumulare criticità, forze, conflitti, per scardinare le politiche recessive (come dice Syriza che, non a caso è tornata ad essere l'unico partito a cui credono sul serio le masse popolari greche) o il chiacchiericcio banale di Letta, Veltroni, Bersani, ecc. sul rigore monetario "con dosi di sviluppo"? Stanno ancora alle ricette blairiane, vera bancarotta della sinistra? Pareggio di bilancio in Costituzione, Fiscal Compact, "stato di eccezione" di sospensione della democrazia sono binari da cui il governo Bersani non potrà deragliare senza un profondo sommovimento sociale, sindacale, istituzionale. Tra l'altro,con la firma della "carta di intenti",che contiene l'appoggio ai trattati internazionali (a partire dal Fiscal compact), il Pd ha preteso ed ottenuto il disciplinamento dell'intera sua coalizione. Chi vota alle primarie deve firmare,come sappiamo, la carta d'intenti che contiene il Fiscal compact ed il pareggio di bilancio in Costituzione. Per quale ragione politicista e tattica chi ha osteggiato queste scelte deve ore avallarle? E se la linea del Pd sarà avallata anche dal voto di compagni comunisti come si fa ad illudersi di cambiarla rimescolando , in un secondo momento, le carte?Io temo, piuttosto, che un Pd in difficoltà strategica adotterà la tattica tradizionale di omologare una parte della sinistra, emarginando quella parte che ha una proposta alternativa. Mentre il sindacato tutto sarà completamente attratto nell'area del "governo amico". Ma siccome la crisi continuerà per anni e picchierà forte contro i proletari un conflitto sociale disperato che non veda una soggettività politica alla quale raccordarsi rischia di frantumarsi in rivolte disperate o anche in disperate "guerre tra poveri". Vi è altra alternativa che tentare di ricostruire una sinistra anticapitalista?Autonoma e indipendente dall'apparato politico, economico (di interessi) di direzione del Pd? Non si tratta di proporre esperienze verticistiche e burocratiche come la Sinistra Arcobaleno del 2008. Da allora è, tra l'altro, cambiato tutto:è nato il montismo come spartiacque e paradigma di divisione, non emendabile("No Monti day" in Italia,come "occupy Wall Street", ecc. in tutto il mondo). Sono state vinte battaglie referendarie sui beni comuni che hanno sedimentato coscienze, culture, saperi contro la mercificazione. Vi è stata l'opposizione a Marchionne,all'Ilva come tratto di diritti e vite che reclamano di essere variabili indipendenti dentro e contro il mercato. Abbiamo avuto mille lotte ambientali, i No Tav,i No Dal Molin,ecc. Queste lotte,per avere un orizzonte, reclamano una iniziativa politica, anche istituzionale, ma non autoreferenziale. Una iniziativa che aggreghi le opposizioni, le ribellioni, le indignazioni(sull'esempio francese, spagnolo, tedesco, portoghese. Posso umilmente chiedere a Diliberto e a Salvi perchè solo l'Italia non deve costruire un Fronte delle sinistre, delegando tutto al Pd e al "vaffanculo" di Grillo? Perchè chi è incazzato non deve anche vedere in campo una sinistra classista contemporanea, che sia anche portatrice di un progetto di rinnovamento democratico delle stesse modalità della rappresentanza?). So bene che è molto difficile,che siamo censurati ed oscurati,che siamo in ritardo. Ma so anche che,in questa fase, tutto è in movimento e che ogni piccola fessura che sapremo aprire all'interno del "pensiero unico" liberista può produrre uno smottamento. Proviamoci,con umiltà ma anche grande convinzione e determinazione.
Giovanni Russo Spena
08/11/2012 www.controlacrisi.org

Paolo Ferrero: L’appello rappresenta il punto di partenza di un processo costituente che condividiamo e in cui ci sentiamo pienamente impegnati


Cambiare si può! Per una presenza alternativa alle elezioni 2013

Il sistema sta andando in pezzi.

Le differenze economiche e sociali crescono, le disonestà individuali o di gruppi sono diventate corruzione del sistema, la distanza tra stato e società e tra organi rappresentativi e cittadini non è mai stata così elevata. La possibilità di contare e di decidere sulla propria vita e sul proprio futuro è quotidianamente frustrata da decisioni verticistiche e incontrollabili. Così lo stesso desiderio di partecipazione politica si affievolisce, riducendosi a esplosioni di rabbia, alla fuga dal voto o all’adesione a proposte populiste (egualmente presenti dentro e fuori le forze politiche tradizionali). Prevale l’idea che non ci sia più nulla da fare perché ogni scelta è obbligata e «imposta dall'Europa» (cioè dai mercati). Il modello sociale europeo è cancellato dalle compatibilità economico-finanziarie in una concezione dell’economia che non lascia spazio alla politica.

Questa posizione è stata da tempo abbracciata dal Partito democratico e si è tradotta nell’appoggio senza se e senza ma al governo Monti, nel concorso all’approvazione del cosiddetto patto fiscale e della modifica costituzionale sul pareggio di bilancio, nel contributo alla riduzione delle tutele del lavoro, nel sostegno alle grandi opere, nel frequente aggiramento dell’esito referendario in favore dell’acqua pubblica. È una prospettiva nella quale si è inserito, da ultimo, il gruppo dirigente di Sel con la scelta di partecipare alle primarie, in una alleanza che ne sancisce la subalternità al Partito democratico (a prescindere dallo stesso esito delle primarie). Dall’altra parte c’è la posizione del Movimento 5 stelle di Beppe Grillo, che, pur partendo da una condivisibile critica radicale di questa classe politica e di questi partiti, non offre risposte sul piano della democrazia costituzionale e di una diversa uscita dalla crisi in atto.

A fronte di ciò non è più possibile stare a guardare o limitarsi alla critica.

L’attuale pensiero unico e il conseguente orizzonte politico sono modificabili. Esiste un'alternativa forte, sobria e convincente alla politica liberista che, in tutta Europa, sta distruggendo il tessuto sociale senza dare soluzione a una crisi che non accenna a diminuire nonostante le rassicurazioni di facciata.

È un’alternativa che si fonda sulle promesse di civiltà contenute nella nostra Carta fondamentale: la Costituzione stabilisce che tutti i cittadini hanno diritto al lavoro e, in quanto lavoratori, a una retribuzione sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa: noi vogliamo che questi principi siano attuati e posti a base delle politiche economiche e sociali. È un’alternativa che esprime una cultura politica nuova, che si prende cura degli altri e rifiuta il leaderismo, che parla il linguaggio della vita della persone e non quello degli apparati, che include nelle discussioni e decisioni pubbliche la cittadinanza attiva. Un’alternativa capace di fare emergere, con l’impegno collettivo, una nuova rappresentanza politica preparata, capace, disinteressata al tornaconto personale e realmente al servizio della comunità. Un’alternativa in grado di produrre antidoti a quel sistema clientelare che ha generato corruzione e inquinamento mafioso e di trasformare lo stato rendendolo trasparente, de-centralizzato ed efficiente. Un’alternativa, quindi, che guarda a un mondo diverso, in cui si rispetti l’ambiente, siano valorizzati i beni comuni, si pratichi l’accoglienza, si assicuri a tutte e tutti la possibilità di una vita degna di essere vissuta anche se si è vecchi, malati o senza lavoro o se si è arrivati nel nostro paese per viverci e lavorare. Non è un’illusione, ma il compito di una politica lungimirante: il welfare, lungi dall’essere un lusso dei periodi di prosperità, è la strada che ha portato alla soluzione delle grandi crisi economiche del secolo scorso. E non c’è solo una prospettiva di tempi lunghi. Ci sono azioni positive da realizzare e scelte sbagliate da contrastare. Subito.

L’elenco è semplice e riguarda sia gli interventi indispensabili che le modalità per recuperare le risorse necessarie. Da un lato, la rinegoziazione delle normative europee che impongono politiche economiche recessive; un progetto di riconversione di ampi settori dell’economia in grado di rilanciare rapidamente l’occupazione con migliaia di piccole opere di evidente e immediata utilità collettiva; un piano di riassetto del territorio nazionale e dei suoi usi mirante a garantire la sicurezza dei cittadini e la riduzione del consumo di suoli agricoli; un’imposizione fiscale equa ed efficace (estesa ai patrimoni e alle rendite finanziarie nonché alle proprietà ecclesiastiche); il potenziamento degli interventi a sostegno delle fasce più deboli e dei presidi dello stato sociale; il ripristino delle tutele fondamentali del lavoro e dei lavoratori; la sperimentazione di modalità di creazione diretta di occupazione, anche in ambito locale, affiancata dall’introduzione di un reddito di cittadinanza; l’attuazione di forme di sostegno e promozione delle esperienze di economie di cooperazione e solidarietà; l'investimento a favore della scuola e dell'università pubblica, a sostegno della formazione, della cultura, della ricerca e dell’innovazione; il rispetto pieno e immediato dei referendum 2011 sui beni comuni e contro la vendita ai privati dei servizi pubblici locali; un’effettiva riforma del sistema dell’informazione e del conflitto di interessi; il pieno riconoscimento dei diritti civili degli individui e delle coppie a prescindere dal genere e l’accesso alla cittadinanza per tutti i nati in Italia.

Dall’altro: una reale azione di contrasto dell’evasione fiscale e della corruzione; il ritiro da tutte le operazioni di guerra e l’abbattimento delle spese militari; la definitiva rinuncia alle grandi opere (a cominciare dalla linea Tav Torino-Lione e dal ponte sullo Stretto); l’abrogazione delle leggi ad personam (che sanciscono la disuguaglianza anche formale tra i cittadini); la previsione di un tetto massimo per i compensi pubblici e privati e l’azzeramento delle indennità aggiuntive della retribuzione per ogni titolare di funzioni pubbliche.

I fatti richiedono un’iniziativa politica nuova e intransigente, per non restare muti di fronte a opzioni che non ci corrispondono.

Un’iniziativa politica nuova e non la raccolta dei cocci di esperienze fallite, dei vecchi ceti politici, delle sigle di partito, della protesta populista. Un’iniziativa che porti alla costituzione di un polo alternativo agli attuali schieramenti, con uno sbocco immediato anche a livello elettorale. Un’iniziativa che parta dalle centinaia di migliaia di persone che nell’ultimo decennio si sono mobilitate in mille occasioni, dalla pace ai referendum, e che aggreghi movimenti, associazioni, singoli, amministratori di piccole e grandi città, lavoratrici e lavoratori, precari, disoccupati, studenti, insegnanti, intellettuali, pensionati, migranti in un progetto di rinnovamento delle modalità della rappresentanza che veda, tra l’altro, una effettiva parità dei sessi.

È un’operazione complicata ma necessaria, che deve essere messa in campo subito. Negli ultimi giorni si sono susseguiti numerosi appelli in questo senso. È tempo di unire passione, intelligenze, capacità ed entusiasmo per costruire una proposta elettorale coerente con questa prospettiva, in cui non ci siano ospiti e ospitanti, leader e gregari ma un popolo interessato a praticare e promuovere cambiamento.

È questo il senso della campagna “CAMBIARE SI PUÒ! NOI CI SIAMO”, nella quale abbiamo deciso di impegnarci con l’obiettivo di presentare alle elezioni politiche del 2013 una lista di cittadinanza politica, radicalmente democratica, alternativa al governo Monti, alle politiche liberiste che lo caratterizzano e alle forze che lo sostengono.

Noi ci siamo e pensiamo che molte e molti vogliano costruire con noi questo percorso.

Per questo ti chiediamo di esserci e di mandare la tua adesione a: aderisco@cambiaresipuo.netQuesto indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Ma le firme non bastano.

Serve che tutti noi, che aderiamo a questa campagna, ci incontriamo in una assemblea pubblica, che proponiamo per il 1° dicembre.

7 novembre 2012

La Grecia è ferma anche oggi per il secondo giorno consecutivo dello sciopero generale proclamato dai sindacati ellenici per protesta contro il pacchetto di misure di austerità che il Parlamento deve approvare entro sera. Da oggi pomeriggio migliaia di persone si sono radunate nella centralissima piazza ateniese di Syntagma, davanti al Parlamento. Un ingente dispositivo di sicurezza, composto da centinaia di agenti in tenuta anti-sommossa, è stato dispiegato davanti e sui fianchi dell'edificio che ospita il Parlamento. Si odono solo gli slogan antigovernativi scanditi da altoparlanti e dai manifestanti che innalzano manifesti e striscioni.

Grecia, il Parlamento sotto assedio. Decine di migliaia contro piano austerità

Da stamattina è in corso al Parlamento ellenico il dibatitto sul pacchetto delle misure di austerità richieste dalla troika (Fmi, Ue e Bce), mentre il paese è in sciopero già da ieri. Qui la diretta video.

Il dibatitto ha registrato una interruzione dopo la richiesta fatta da Syriza, il partito di sinistra radicale, di votare una mozione di incostituzionalità del disegno di legge.

Il Parlamento ha respinto la mozione di incostituzionalità.

Il dibatitto è ripreso ed è previsto che la discussione si concluderà, come in origine era annunciato, nella tarda serata di oggi e sarà seguita dal voto che avverrà verso la mezzanotte.

Pare che
con una piccola maggioranza il provvedimento dovrebbe essere approvato.

Intanto, secondo le ultime nostizie diverse decine di migliaia di persone si sono radunate nella centralissima piazza ateniese di Syntagma, davanti al Parlamento, in segno di protesta contro la quasi certa approvazione del pacchetto di misure di austerità.

Centinaia di agenti in tenuta anti-sommossa si sono dispiegati davanti e a fianco al Parlamento. Si odono slogan antigovernativi scanditi da altoparlanti e dai manifestanti che innalzano manifesti e striscioni. La polizia sta lanciando gas lacrimogeni per disperdere la folla che sempre più numerosa si va radunando di fronte al Parlamento.

www.controlacrisi.org/

 

Una storia di diritti negati. Quella dei 5 è sì una matassa giuridica ormai difficile da districare, ma è soprattutto una partita politica e simbolica tra la piccola isola e la superpotenza nordamericana, che non le perdona di aver scelto il proprio cammino.

Una trappola per cinque

Dopo un lungo e controverso iter giuridico, il caso degli agenti cubani prigionieri negli Usa potrebbe essere riaperto: «Aiutateci», dicono i familiari. Ma molto dipende da Obama
«I giovani sono il futuro, devono avere a cuore la libertà». Con l'entusiasmo dei suoi 24 anni e l'ausilio di una solida formazione politica, Ailí Labañino Cardoso parla a un'aula gremita di ragazze e ragazzi: quarte e quinte del liceo Morgagni, venute ad ascoltare la figlia di Ramon, uno dei 5 agenti cubani prigionieri nelle carceri nordamericane da 14 anni, condannati all'ergastolo o a pene pesanti.
Dopo un lungo e controverso iter giuridico, ora il caso potrebbe essere riaperto, qualora venisse accolto il ricorso della difesa in merito a una pesante irregolarità commessa durante il processo di I grado: in sostanza «il pagamento diretto, da parte delle agenzie governative Usa, di cifre stratosferiche «ai giornalisti di Miami perché diffamassero i Cinque e creassero un clima negativo tra la popolazione e la giuria». In un paese che, sulla carta, sbandiera il mito della libertà di stampa, non è una prova da poco.
Nessuna legge, però, impone limiti di tempo alla eventuale decisione del tribunale. Per questo - dice la figlia di Labañino - «tutto è nelle mani del presidente Barack Obama. Se viene rieletto, avrà altri 4 anni per rimandare a casa i nostri cinque compagni, ponendo rimedio a un'ingiustizia che né Clinton né tantomeno Bush hanno voluto sanare. Altrimenti, avrebbe comunque tempo fino al 20 gennaio per liberarli: un gesto che il popolo americano sosterrebbe, se solo conoscesse davvero i fatti. La grande stampa, però, ci ha chiuso le porte, negli Stati uniti e in Europa. Le notizie filtrano solo grazie alle reti sociali e ai media alternativi». Al punto che, artisti, scrittori, premi Nobel, hanno dovuto comprare una pagina del New York Times per far conoscere il caso. Per questo - aggiunge la ragazza - «sono venuta a chiedervi di aiutarci: scrivete al presidente Obama e a sua moglie Michelle, fate conoscere questa storia ai ragazzi europei e statunitensi. A Cuba come nel resto del mondo, noi giovani siamo il futuro, dobbiamo avere a cuore la libertà».
Ailí è stata invitata dall'Associazione nazionale di amicizia Italia Cuba per un giro di conferenze in 7 regioni italiane dove ha incontrato soprattutto giovani e ha ricevuto il caloroso sostegno di un ampio arco di forze e soggettività. Ha spiegato i risvolti politici e i costi umani di questa vicenda che ha segnato la sua giovane vita: la difficoltà di crescere senza un padre, i mille intoppi e le angherie per andarlo a trovare in un carcere di massima sicurezza Usa, una o due volte l'anno e senza alcuna certezza.
Al Morgagni, i liceali ascoltano con gli occhi lucidi. «Gli Stati uniti - dice la ragazza - concedono un visto di soli 30 giorni e non è facile ottenerlo. Posso visitare solo mio padre, non gli altri quattro compagni. Non essendo considerati prigionieri politici, sono sottoposti al regime di alta sorveglianza dei detenuti pericolosi: trafficanti, assassini, stupratori. Un regime duro: telecamere, controlli, guardie dappertutto, solo la possibilità di abbracciarci, all'inizio e alla fine del colloquio. Quando scoppiano risse nel carcere, anche se i nostri non sono coinvolti, vengono messi in punizione: cibo freddo, docce limitate, sospensione delle visite. Così, nel 2008, nonostante mi fossi recata ogni giorno alla porta della prigione, non ho potuto vedere mio padre. Il mese è trascorso e sono rientrata a Cuba. E ho iniziato le pratiche per il prossimo visto».
Una storia di diritti negati, dicono con diversi accenti Marco Papacci, della segreteria nazionale Italia Cuba e l'avvocata Tecla Faranda, dei Giuristi democratici, venuta apposta da Milano. Una vicenda per cui si mobilitano reti sociali e media alternativi - ha spiegato il giorno prima Franco Forconi, illustrando ai giovani comunisti di Rifondazione e dei Comunisti italiani la campagna del Comitato italiano giustizia per i Cinque. Come altri 300, sorti in questi anni in più di 190 paesi, il Comitato cerca di informare, amplificando le voci autorevoli - intellettuali, artisti, politici e premi Nobel - che sostengono questa causa, e provano a spezzare «il muro di silenzio e menzogne, eretto dai grandi media, organizzando iniziative il 5 di ogni mese».
Quella dei 5 è sì una matassa giuridica ormai difficile da districare, ma è soprattutto una partita politica e simbolica tra la piccola isola e la superpotenza nordamericana, che non le perdona di aver scelto il proprio cammino. Una faccenda che ci riguarda - ha detto Simone Oggionni, portavoce dei Giovani comunisti alla platea attenta della Sala Libertini -: perché, mentre in Italia si continua a morire di lavoro, in Sudamerica si va configurando un'alternativa. Perché, «mentre gli Usa aumentano l'esportazione di armi al resto del mondo, Cuba esporta medici e cultura». Perché quell'esempio rivoluzionario, figlio del grande Novecento, «interroga un certo pacifismo imbelle che disconosce il diritto dei popoli alla propria autodeterminazione, spiana la strada alle aggressioni imperialiste e priva il conflitto dei suoi riferimenti forti».
Ailí Labañino spiega ai ragazzi in quale contesto storico si è resa necessaria un'azione di intelligence da parte di Cuba: «Gli Stati uniti - dice - non hanno mai digerito la nostra indipendenza e per questo hanno continuato a finanziare gli attentati dei gruppi anticubani basati a Miami. Dopo il crollo dell'Unione sovietica e del campo socialista, hanno moltiplicato gli sforzi, sperando che anche il socialismo da noi potesse cadere. Il terrorismo ha provocato nel paese 3.478 vittime, 2099 feriti, danni materiali per 54.000 milioni di dollari. Cuba ha il diritto di difendersi: non con le guerre, che non abbiamo mai mosso a nessuno, ma con l'intelligenza».
Per chiarire il discorso, prende poi ad esempio quel che accadde nel cielo dell'iusola il 6 ottobre del 1976. Allora, una bomba fece esplodere in volo l'aereo che riportava in patria la squadra cubana di scherma, di ritorno da un incontro vittorioso in Venezuela. Morirono 73 persone: «Anzi - precisa Ailí Labañino - 74, perché una delle ragazze era incinta. E non c'erano solo cubani sull'aereo». Persone che si trovavano «al posto sbagliato nel momento sbagliato, secondo Posada Carriles, responsabile di quel fatto e di altri 11 attentati contro Cuba: tutti rivendicati impunemente da Miami, dove vive libero».
Tra il '94 e il '97, aumentano gli attentati contro Cuba, specialmente nel settore turistico. Il 4 settembre del '97, una bomba nella hall dell'Hotel Copacabana uccide anche un giovane imprenditore italiano, Fabio di Celmo. In quel contesto di escalation si sviluppa l'attività degli agenti cubani. «Durante la presidenza Clinton - racconta Ailí - mio padre e gli altri quattro compagni che avevano infiltrato i gruppi anticubani a Miami, vennero a conoscenza di sanguinosi piani, diretti non solo contro il nostro paese, ma anche contro l'allora capo di stato degli Stati uniti. Tramite lo scrittore Gabriel Garcia Marquez, il presidente Fidel Castro fece arrivare l'informazione a Clinton. Una delegazione dell'Fbi venne per questo all'Avana manifestando la volontà di adottare misure preventive comuni. Invece, il 12 settembre del '98 furono arrestati mio padre e i suoi compagni».
Ramon Labañino, René e Fernando Gonzales, Gerardo Hernandez vengono fermati dall'Fbi nel Sud della Florida e tenuti in celle di isolamento in diverse carceri di massima sicurezza per 17 giorni, prima che il loro caso arrivi al Tribunale di Miami. Le accuse sono pesantissime: spionaggio, associazione a delinquere, più altre imputazioni minori. «René - racconta Ailí - aveva doppia nazionalità e famiglia in America. Fecero pressione su di lui perché si arrendesse, minacciando di arrestare sua moglie. Volevano che firmasse una confessione, ma lui al posto della firma fece un gesto eloquente: disegnò il dito medio. E quando gli portarono la moglie in manette e con la divisa arancione delle detenute, le disse: "Guarda come ti sta bene l'arancione". Dopo tre mesi di carcere, la moglie venne espulsa a Cuba. Secondo la legge nordamericana, dopo 5 anni avrebbe avuto diritto a un visto, invece niente. All'epoca, la loro figlia più piccola aveva 4 mesi, ha dovuto aspettare 7 anni che gli psicologi le dessero il permesso di vedere il padre, accompagnata dalla sorella».
Sette mesi dopo l'inizio del processo, viene aggiunta un'altra accusa a carico di Gerardo Hernandez: per l'omicidio di 4 anticastristi, appartenenti all'organizzazione Hermanos al rescate, abbattuti mentre stavano violando lo spazio aereo cubano a bordo di due piccoli aerei. Hernandez avrebbe avvertito l'Avana del loro arrivo, il 24 febbraio del '96.
«Per Cuba come per tutti gli altri paesi valgono le norme internazionali - dice Tecla Faranda -, la difesa ha prodotto le registrazioni di quell'episodio, le risate dei piloti incuranti dei ripetuti inviti a fermarsi». L'avvocata ricapitola i passaggi di quel processo lunghissimo, viziato all'origine e in un contesto ostile: «Alla fine - racconta - c'era una stanza piena di carte: oltre 119 volumi di testimonianze e 20.000 pagine di prove e documenti. Agli atti, anche la testimonianza di tre generali dell'esercito in pensione, di un ammiraglio e dell'ex consigliere per gli affari cubani di Clinton e di alti ufficiali. I loro racconti hanno evidenziato l'innocenza degli imputati, eppure il tribunale li ha riconosciuti colpevoli di tutte le accuse. Per tutta la durata delle udienze, c'è stato un clima di intimidazione, pressioni fortissime dei media locali, che inseguivano i giurati con le telecamere per riprendere il numero di targa delle loro macchine ed esporli alle minacce degli anticastristi, i quali manifestavano davanti al tribunale». Risultato: cinque ergastoli a tre dei cinque agenti e altre lunghissime pene.
Dopo la condanna, i Cinque vengono rinchiusi in altrettante carceri di massima sicurezza, molto distanti uno dall'altro. «La mia sorellina - racconta adesso Ailí - ha compiuto sei anni durante un colloquio con mio padre. In carcere non può entrare niente, solo il denaro per comprare cibo all'interno, pagandolo cinque volte più caro di quel che costa fuori. Così abbiamo acquistato una piccola torta per festeggiarla e lei ci ha chiesto: "dov'è la pentolaccia?" pretendendo di festeggiare con tanti doni come facciamo a Cuba. Mio padre ha cercato di consolarla, promettendole che l'anno prossimo sarebbe stato con noi, ma lo stiamo ancora aspettando. Alla mia festa dei 15 anni - una scandenza importante per le ragazze a Cuba - lui non c'era, quando mi sono laureata ha potuto solo inviarmi un biglietto. Quando vado a trovarlo mi dice: "non pensare alle telecamere, fai come se fossimo nel soggiorno di casa nostra. Salutami con un sorriso, voglio ricordarti così per il prossimo anno qui dentro"».
Nel processo di secondo grado, durato altri 27 mesi, il 9 agosto del 2005 la Corte d'Appello di Atlanta annulla la sentenza di primo grado, riconoscendo che il contesto di Miami non ha garantito una sentenza imparziale. «Il governo, però, con un'attitudine inusuale, ha insistito perché la decisione fosse rivista in seduta plenaria dalla Corte con un procedimento chiamato 'en banc'», spiega ancora l'avvocata Faranda. Un anno dopo, il 9 agosto del 2006, nonostante l'esplicito dissenso di due dei dodici giudici della Corte, viene così revocata a maggioranza quella decisione e la palla torna ai tre giudici, che devono deliberarte non più sulla legittimità del tribunale di Miami, ma su altri punti dell'appello.
Nel frattempo, interviene un fatto rilevante. Il 27 maggio del 2005, il Gruppo di lavoro delle Nazioni unite sulle detenzioni arbitrarie, dopo aver esaminato i documenti forniti sia dal governo Usa che dalle famiglie dei detenuti, invita gli Stati uniti a liberare i Cinque, ritenendo arbitraria la loro carcerazione, che dura da 7 anni: in violazione all'articolo 14 della Convenzione internazionale sulle libertà civili e politiche, di cui gli Usa sono firmatari. «In base alla legge statunitense - dice ora Faranda - i Cinque avrebbero dovuto tornare liberi fino a sentenza definitiva. Quello, peraltro, fu un pronunciamento storico, l'unico emesso dal Gruppo di lavoro su un caso giudicato dagli Stati uniti, un pronunciamento rimasto però inascoltato». L'undicesima sezione della Corte d'Appello di Atlanta, nell'udienza pubblica del 20 agosto del 2007, «mostra la palese inconsistenza delle prove. Eppure, il 4 giugno del 2008 vengono riconfermate le pene. Nella sentenza, si invita però la Corte di primo grado a riconsiderare alcune delle condanne inflitte».
Alla fine del 2009 - spiega la figlia di Labañino - «la stessa giudice che aveva presieduto il primo processo a Miami ha così ridotto la condanna di mio padre: dall'ergastolo più 18 anni, a 30 anni. Quella di Antonio Guerrero, dall'ergastolo più 10 anni è stata portata a 21 anni e 10 mesi più 5 anni di libertà vigilata. La pubblica accusa aveva proposto 20, ma la giudice di Miami, Joan Lenard ha ritenuto di dover aumentare. Fernando Gonzalez, anziché 19 anni deve scontarne 17 e 9 mesi. La condanna di Gerardo Hernandez è rimasta la stessa: due ergastoli più 15 anni, gli ci vorrebbero tre vite per scontarli. Ma intanto, in questa vita gli è stato vietato di vedere la moglie, nel 2005 la madre è morta senza riabbracciarlo, e quest'anno è morto anche il fratello, che era anche il suo avvocato. Gerardo e la moglie hanno superato i quarant'anni, la possibilità di avere un figlio si allontana».
Phyllis Kravitch, una dei giudici, non ha condiviso la sentenza, e lo motiva in oltre 14 pagine, nelle quali evidenzia anche l'infondatezza delle accuse di aver concorso all'abbattimento degli aerei anticastristi, imputate a Hernandez. René Gonzalez, invece, da un anno è in libertà condizionale a Miami: «I suoi avvocati - dice Ailí - hanno chiesto che potesse risiedere altrove, ma la giudice Lenard ha risposto di no. E per René vivere a Miami è ancora più pericoloso di stare in prigione: ogni giorno riceve minacce pubbliche da parte dei gruppi anticubani. Quest'anno, prima che il fratello morisse, ha avuto il permesso di venire a Cuba per 15 giorni, con il divieto assoluto di parlare con la stampa e di incontrare altre persone che non fossero i familiari. Sono riuscita a vederlo per qualche minuto. Ho cercato di non piangere. Non è tempo di lacrime, ho pensato, ma di parole forti e generose, quelle che il Che ci ha insegnato».
 
Geraldina Colotti
Il Manifesto - 07.11.12

un’America del nord divisa, lacerata, ai democratici rimane “solo” la camera dei rappresentanti

Ha vinto Barack Obama? No, in realtà ha perso Romney

Le esultanze liberatorie dei democratici di Chicago e dei supporter su twitter non ingannino: ha perso Romney. Se è vero che il Presidente Obama si è difeso bene, andando a ottenere una vittoria chiara e prevedibile – negli ultimi 10 giorni i segnali erano chiarissimi, a dispetto della paranoia mediatica creata intorno all’ipotesi pareggio – , è stato Romney, e soprattutto il suo modello di America, a perdere. E più dello scandalo del video del 47%, ha potuto la classe operaia che con Obama non andrà in paradiso, ma che con Mitt sarebbe andata all’inferno (anche se il fatto che Obama sia Marchionne-friendly dovrebbe terrorizzare molti dall’altra parte dell’oceano).
Romney non conquista nessuno, se non i suoi, forse anche per i suoi tentativi finali di moderarsi che hanno disorientato, invece di conquistare i suoi potenziali elettori: i giovani, le donne, i grandi centri urbani e le minoranze non l’hanno mai preso in considerazione.
E in quest’ultimo caso, la partita dell’intera elezione si giocava sull’etnia che sta decidendo le elezioni del nuovo millennio: gli ispanici. Se nel 2000 furono una sorpresa (Al Gore li sottovalutò e lo pagò carissimo, indipendentemente dall’ingiustizia subita in Florida, ad opera della cricca Bush), nelle tre elezioni successive hanno fatto correre di pari passo l’aumento del loro peso demografico con quello elettorale. E culturale.
E Mitt con gli ispanici è andato peggio di Bob Dole, una disfatta totale e inequivocabile. Più che il Forward di Obama, quindi, vale il Rewind dei repubblicani, che a questo punto sono costretti a ripensare – ed è questa la grande vittoria del presidente – il proprio modello sociale, politico, economico e culturale di America. Il più strutturato da decenni, una risposta chiara, durissima e aggressiva alla crisi mondiale, e non solo americana.
Una risposta che, senza se e senza ma, e al di là dei numeri apparentemente risicati, è stata bocciata dagli statunitensi. Ora sta a Obama prendere per mano un’America divisa, lacerata (basta guardare la cartina di ogni singolo stato, per capirlo) e giocarsi tutto sul secondo mandato, quello che può consegnarlo alla Storia o relegarlo all’etichetta di grande delusione. Ai rossi rimane “solo” la camera dei rappresentanti (miliardi spesi nella campagna elettorale hanno gattopardescamente congelato la situazione pregressa), a Barack quattro anni (e soprattutto gli ultimi due) da vivere pericolosamente e possibilmente alla grande.
 
07 Novembre 2012

1 novembre 2012

Marchionne non vuole solo degli schiavi da spremere fino all’ultima goccia di sudore. Pretende persone senza dignità capaci di denunciare il proprio vicino per mezza parola detta durante un momento di sfogo. Questa è una guerra unilaterale di annientamento della civiltà, sostenuta dal silenzio della politica di governo e da chi dovrebbe far rispettare le regole costituzionali, il silente Presidente Napolitano

Il delirio di onnipotenza dei padroni e il pericolo della barbarie civile

Ha fatto bene il segretario generale della Fiom Maurizio Landini ad invitare la Cgil a manifestare a Pomigliano il prossimo 14 novembre. La misura è colma stavolta. E la Cgil deve prenderne coscienza. Il movimento sindacale deve mettere alcuni paletti. E li deve piantare con forza. Il ricatto che stanno subendo i lavoratori di Pomigliano è davvero straordinariamente feroce. Dispiace che tra le reazioni dei leader sindacali si faccia fatica a rintracciare quella del segretario generale della Cgil Susanna Camusso che, forse, di fronte a una enormità come questa, qualcosina avrebbe potuto anche dirla. A parlare per la Cgil è stata Elena Lattuada.
Non è più possibile pensare che tanto prima o poi arriverà un momento in cui la tendenza si invertirà. Arriverà la crescita e le cose cambieranno? Il punto interrogativo è d’obbligo. Non è più possibile pensare che l’emergenza può essere gestita colpo su colpo. Con la vicenda di Pomigliano e del reintegro degli iscritti Fiom, di cui erano arrivate precise avvisaglie forse colpevolmente ignorate dal sindacato e dal mondo politico, abbiamo toccato il fondo. E’ arrivato il momento di reagire non su una singola vertenza o slogan ma rispetto alla durezza della sfida. C’è un argomento sostanziale a sostegno di questa tesi: i padroni si sentono padreterni. E nel sentirsi padreterni perdono il senso della misura. E inevitabilmente ci stanno portando verso lo sfascio, perché è noto che il capitale nella sua lucida follia non ha uno straccio di progettualità e di obiettivi. I padroni credono che sia tutto possibile e che tutto gli debba essere concesso in nome di non si sa bene cosa.
A leggere il comunicato della Fiat c’è da rimanere basiti. Si invocano non meglio precisate crisi di mercato. Ora va bene tutto. Va bene che la Fiat faccia il suo “gioco sporco”, per carità. Sporco, perché colpisce al cuore la dignità delle persone spacciando la miseria per sviluppo. Non va bene scrivere le prime castronerie che passano per la mente cercando pezze d’appoggio alla bassezza umana. Quando è stato fatto il grosso delle assunzioni a Pomigliano si era in piena crisi. Eravamo nel primo trimestre di quest’anno. Si sapeva benissimo a cosa si stava andando incontro. E’ lì che è stato deciso di tenere fuori gli iscritti alla Fiom. Tutti fuori. Perché non si è aperta una procedura di mobilità allora? Perché non si sono rispettate le proporzioni ben sapendo che la discriminazione è una delle violazioni, peraltro rimasta, dell’Articolo 18? Se, invece, della crisi non si aveva alcuna avvisaglia ciò costituisce un motivo in più per non discriminare gli iscritti Fiom perché allora la loro esclusione sarebbe suonata doppiamente colpevole. Allora la politica, perfettamente al corrente della faccenda, non volle intervenire. E sentire oggi alcuni sepolcri imbiancati soprattutto nel Pd fa venire il voltastomaco. Dove eravate allora signori liberisti un po’ cialtroni? Al di là di questo, che sembra un particolare di poco conto, l’azione della Fiat è stata intenzionale e non si può oggi invocare l’azione casuale della crisi economica.
Il metodo del ricatto, poi, è veramente al di là del bene e del male. Mettere gli operai uno contro l’altro è stata una operazione che i padroni hanno sempre fatto. Mettere la vita di un operaio, perché di questo stiamo parlando in quella situazione di grande povertà, contro quella di un altro, ha un ché di nazistoide che davvero ci fa ribollire il sangue. Stiamo scadendo al di sotto dei livelli minimi della convivenza civile. Ripeto, questa vicenda era già scritta nella “petizione” fatta girare pochi giorni fa tra le linee. E’ stata ignorata praticamente da tutti, pensando che fosse una bega tra lavoratori. Nemmeno più nelle carceri o nelle istituzioni estreme, credo, sia più in auge una pratica carognesca come questa.
Marchionne non vuole solo degli schiavi da spremere fino all’ultima goccia di sudore. Pretende persone senza dignità capaci di denunciare il proprio vicino per mezza parola detta durante un momento di sfogo. Questa è una guerra. Ma allora di quale Costituzione e di quale contratto parliamo. Perché non adottiamo il codice di guerra e andiamo avanti tranquilli così? Basta con questa ipocrisia, che si chiamino le cose con il loro nome. Viene da ridere a pensare quante volte il signor Sergio Marchionne si è sciacquato la bocca con la parola democrazia, magari davanti a sua Altezza Re Giorgio Napolitano che su tutta questa vicenda, nonostante lui sia il garante della Costituzione Repubblicana, continua ad osservare il più stretto riserbo. I partigiani, se la parola non la disturba signor presidente della Repubblica, non sono morti per questo scempio. Un illustre costituzionalista, non certo sospettabile di essere un pericoloso comunista, un giorno ebbe a dire che nello schema di Fabbrica Italia i sindacati si trasformano in “poliziotti”. Questo costituzionalista si chiama Gustavo Zagrelbesky. E quando pronunciava la sua analisi era lieto e tranquillo.
I padroni in pieno delirio di onnipotenza fanno paura non per la loro forza ma per la loro debolezza. Stanno reagendo in modo rabbioso di fronte alla loro manifesta impotenza. Ci stanno trascinando in un baratro da cui sarà difficilissimo emergere. Così non usciamo dalla crisi, tutt'altro. Dopo Berlusconi che ha innalzato il mignottame a dignità di corte ora il padronato smisurato porta la barbarie come “regola” di convivenza. Ecco l’Italia che ci ha regalato il liberismo. Auguri a tutti

Fabio Sebastiani