31 ottobre 2012

La Fiat mettera' in mobilita' nella fabbrica di Pomigliano 19 lavoratori per poter rispettare l'ordinanza della Corte d'Appello di Roma che obbliga ad assumere i 19 dipendenti di Fiat Group Automobiles iscritti alla Fiom. La misura è inversa, ma il metodo è esattamente lo stesso. Come nella Germania nazista Sergio Herr Marchionne utilizza la rappresaglia per governare l’azienda.

 
 
 
 

Ci meravigliamo di personaggi politici che si appropriano delle risorse del Paese ma vogliamo far finta di credere che si tratta di “pecore nere” di un sistema “sano” e non vogliamo invece renderci conto che è il sistema in se stesso che è malato e che, pressato dalla cronaca ogni tanto è costretto a “bruciare” qualcuno dei suoi.


SI PUO' FARE A MENO DELLA SINISTRA DI CLASSE?

Dalla fine del XIX secolo agli anni 80 del XX i movimenti popolari mondiali (contadini, operai, studenti, i rivoluzionari bolscevichi, gli intellettuali) hanno combattuto guerre rivoluzionarie spesso perdute o battaglie per il miglioramento delle condizioni di vita, di lavoro  e sociali delle proprie terre governate dal patronato e dal liberismo capitalistico. Anche la liberazione dal colonialismo e dall’imperialismo è stata sostenuta da quei movimenti e partiti che sono definiti di sinistra, comunisti e socialisti.  Nel mondo occidentale le forze socialdemocratiche e riformiste hanno dato il loro contributo, pur diluendo le idde rivoluzionarie e accettando alcuni schemi di ingaggio, ma sempre a favore delle classi meno abbienti, dei poveri della Terra, per un ideale di governo democratico popolare. La storia ci offre esempi di successi, di sconfitte e di fallimenti di questi ideali. Il quadro d’insieme è però chiaro: il capitalismo con le sue molte facce non cambia nella sostanza. Ha dovuto, per molti decenni, mitigare i propri egoismi proprio sulla spinta della protesta e delle lotte popolari. Ma il capitalismo resta sempre se stesso: una idea e una governante tesa all’arricchimento di pochi. Le due facce principali apparentemente agli antipodi sono note: da una parte la tecnocrazia nazi fascista e dall’altra l’estremo libero mercato con lo sfruttamento delle risorse e del lavoro altrui per il proprio tornaconto. Grazie ai movimenti popolari i teorici del capitalismo hanno dovuto accettare alcune varianti delle note della stessa sinfonia. Hanno pertanto dovuto proporre carte dei diritti, accettare ed applicare alcune teorie meno stringenti quali la diffusione del concetto dei diritti umani, della parità di genere, della abolizione (teorica) di alcune frontiere, traducendo in trattati e leggi internazionali alcune delle teorie meno radicali proposte sempre da personaggi del capitalismo, che parlavano di (parziale) ridistribuzione delle ricchezze, di (finta) partecipazione al potere democratico, di (irrigimentata) libertà di espressione, di equità, di lotta alla povertà mondiale. Le cosiddette sinistre attuali di maggiore consenso hanno perso di vista che i valori fondamentali del socialismo erano e sono sostenuti da questi principi, senza condizioni: internazionalismo, partecipazione popolare al potere, reale ridistribuzione delle ricchezze prodotte a favore di tutti, scelte condivise dal basso attraverso la partecipazione al dialogo di tutti, pace mondiale.  La falsità e la ipocrisia di fondo del capitalismo-liberismo ci viene in mente quando sentiamo parlare di pace e vediamo scatenarsi i conflitti regionali in aree ricche di risorse da sfruttare, quando ascoltiamo dire di progresso e vediamo la distruzione delle bellezze ambientali per creare una fonde infinita di guadagno per pochi, quando osserviamo come vengano perseguitati coloro che scoprono i giochi di potere e li manifestano al pubblico, quando ci accorgiamo che la equità nel sacrificio significa che a pagare sono sempre gli stessi, quando a fronte di una finanza capace di distruggere il (poco) benessere raggiunto dai lavoratori non sopravviene una presa puntale azione di contrasto. Probabilmente non vi sono più le Classi sociali descritte dai primi autori marxisti, ma il mondo è ancora e forse più nettamente diviso tra pochi che sfruttano, molti che lavorano sfruttati per vivere o sopravvivere  e moltissimi che senza lavoro stentano a sopravvivere o non sopravvivono punto. Ci meravigliamo di personaggi politici che si appropriano  delle risorse del Paese ma vogliamo far finta di credere che si tratta di “pecore nere” di un sistema “sano” e non vogliamo invece renderci conto che è il sistema in se stesso che è malato e che, pressato dalla cronaca ogni tanto è costretto a “bruciare” qualcuno dei suoi. Magari vengono dati in pasto alla “giustizia” quelli che si sono comportati in maniera drammaticamente folcloristica, e che hanno danneggiato la vera immagine e contravvenuto alla sana regola del Capitalista Puro “appropriarsi della ricchezza in guanti bianchi e con classe”. I cosiddetti movimenti di protesta dell’antipolitica sono una fase embrionaria della presa di coscienza. Una volta parlavamo di coscienza di classe, ma ora che le classi sembrano scomparse, che il proletariato non esiste più così come veniva descritto dai padri del socialismo, è necessario che si riprenda a parlare di politica per far convergere quei movimenti di protesta in moltitudini forti e sagge, disposte a farsi carico di un nuovo governo della cosa pubblica, cominciando dalla base. Sugli stessi diritti umani bisogna fa chiarezza: non serve che si disponga di una carta dei diritti quando l’Europa intera è pronta a dimenticarsene quando caccia dalle proprie frontiere dei poveri disgraziati anche hanno bussato alle porte del nostro continente in cerca di lavoro e di una vita migliore, dopo averli fiaccati nel corpo e nello spirito dentro carceri definiti centri di identificazione ed esplulsione. In genere non sono i delinquenti a farne le spese ma poveretti in cerca di lavoro o che magari un lavoro ce lo avevano ma non avevano i documenti di soggiorno. Non è la carta dei diritti dell’uomo che protegge la persona umana bensì è la coscienza di ognuno di noi, di ogni singolo che deve farsi carico dei diritti altrui. Se non vi fosse alcuno al mondo a fare il lavoro del boia non vi sarebbe la pena di morte. Il compito della Sinistra, della nuova e vera Sinistra è nuovo e (purtroppo) vecchio : risvegliare le coscienze degli uomini e guidarli verso una nuova umanità a partire dal quotidiano. Il rifiuto a questa società basata su uno sfruttamento spietato, il rifiuto di una organizzazione politica quale la attuale europea, solo falsamente basata sui diritti umani, che offe avvocati ai cani e ai gatti ma priva di lavoro le persone deve essere il nuovo spirito con il quale i giovani e i non più giovani devono affrontare il futuro. Non basta il rifiuto della politica ma è invece indispensabile una nuova lettura del diritto e della capacità dell’uomo a ribellarsi a questo stato delle cose. Non è più sufficiente che qualche politico cosiddetto corrotto paghi , vogliamo una nuova politica che riparta dal basso, che coinvolga la gente, che sia condotta dalla gente e dalle proprie organizzazioni. Non ci basta sentire la sola monotona voce di molti, schierati sulla stessa barricata quella del “da questa parte è giusto e comunque non c’è nessuna altra parte dove andare”. Si c’è dove andare, di nuovo verso  il vero potere popolare. Non serve a niente avere la rappresentanza di tanti partiti che non rappresentano ormai che se stessi e gli interessi dei pochi (peraltro molti) inaccessibili al controllo, alla giusta pena per le proprie colpe di sfruttatori, al definitivo licenziamento. Con i soldi di un’opera faraonica si possono sfamare e impiegare migliaia di persone. Con il dialogo si può (forse ancora) rendere la pace e la giustizia al mondo, con la ricollocazione del plusvalore del guadagno si può investire in benessere per la gente per tutti. E’ questo che ci si aspetta dalla nuova politica. Ma la nuova politica non può fare a meno di coloro che si sono sempre battuti per questo che hanno le idee chiare in proposito. La nuova politica non può fare a meno della vera sinistra. 
Ecco è di quel genere di classe in guanti bianchi che dobbiamo e vogliamo fare a meno.
Roberto Bertucci
redazione di Lavoro e Salute

Politici e media citano spesso i numeri a supporto di questa o di quella tesi. Ma questo è davvero garanzia di obiettività? Intervista a Valeria Ferraris, autrice di Immigrazione e criminalità

Immigrazione e criminalità – Quello che le statistiche non dicono

 «Al contrario di quel che si immagina, le statistiche, per loro natura, sono parziali, e poco si comprendono se non ci si chiede a quale fine rispondono». Il ragionamento di Ferraris parte da questa premessa sicuramente originale.

Come fanno le statistiche ad essere parziali?
 «Diciamo subito che non si tratta di una questione di correttezza. La parzialità non dipende da un errore nei calcoli o dalla scelta di cattive fonti. Il problema nasce dal come vengono utilizzati i dati raccolti. La famosa frase di Albert Einstein, calzante in questo caso, diceva “se tu torturi, i numeri ti dicono sempre quello che vuoi”. Le statistiche vengono molto spesso utilizzate per spiegare quanta criminalità straniera c’è, quanti commettono quel tipo di reato. Ma non si dà mai conto della parzialità di questa informazione: di tutto quello che resta fuori dai conteggi, si a in termini numerici sia in ragione di circostanze, motivazioni, sfumature. D’altra parte esse non sono mai raccolte perché gli studiosi o i politici ci facciano dei ragionamenti, ma sempre a suporto di tesi precostituite. Da qui discende la loro parzialità».

Ma che rapporto c’è tra immigrazione e criminalità?
 «Probabilmente nessuno. Il fenomeno migratorio ha di certo portato nel nostro paese delle modifiche nei fenomeni criminali: perché persone straniere hanno sostituito quelle italiane nella commissione di alcuni reati o perché si sono create delle fattispecie di reati nuovi, come ad esempio la tratta di esseri umani. Ma questo non significa che esista una particolare e definibile connessione tra i due termini. Non si possono trasformare le correlazioni in rapporti causa-effetto. La questione, in ogni caso, è complessa, e chiama in gioco moltissimi fattori. In primis, la legislazione: in Italia la normativa in materia di immigrazione ha un ruolo molto importante nel definire la situazione dei migranti. Avere o meno le possibilità di accesso alla regolarità, ad esempio, è una cosa che cambia molto le condizioni in cui uno straniero si trova a vivere e necessariamente ha anche una sua influenza nella relazione tra immigrazione e criminalità».

Esiste una criminalità degli stranieri?
 «Esistono dei reati che sono commessi più di frequente dagli immgrati. Alcuni, nello specifico, possono essere commessi solo da stranieri e hanno a che fare non con quel che si fa ma con quel che si è. La clandestinità è, in questo senso, l’esempio principe. Per il resto, in molti ambiti, si è sicuramente registrato un fenomeno di “sostituzione”. Nello spaccio, ad esempio. Ci sono poi delle criminalità più strutturato, come la tratta di esseri umani o il business della droga a livello alto, in cui effettivamente alcune nazionalità vengono ad avere un ruolo importante. Ma tutto questo in termini sociologici non autorizza a parlare di una criminalità legata allo straniero in quanto tale. Piuttosto, ci sono delle condizioni (che a volte si riscontrano tra i migranti) che possono favorire comportamenti criminali».

E’ corretto dire che anche in questo campo, come nel mercato del lavoro legale, il ruolo dei migranti sia stato quello di sostituire la “manodopera” italiana nella scala più bassa?
 «Sicuramente sì e quella è anche la parte più visibile. Un’altra delle caratteristiche interessanti della criminalità è che c’è solo nel momento in cui la vediamo. Tutta quella che non è da noi vista, non esiste. Spesso gli stranieri occupano un posto basso, in altri no. Per quanto riguarda il traffico degli stupefacenti, in molti casi c’è stata quella che viene definita una “successione criminale”, in cui lo straniero occupa il ruolo che un tempo svolgevano italiani marginali e tossicodipendenti. Ma è anche vero che ci sono gruppi più autonomi, come quelli sudamericani o nigeriani, che non fanno solo manovalanza. Nello sfruttamento sessuale, invece, è innegabile che adesso sono i gruppi criminali stranieri ad avere un ruolo principale».

Che ruolo hanno i media nell’enfatizzazione della criminalità straniera?
 «Assolutamente di primo piano. E’ il modo in cui funziona la nostra informazione ad essere sbagliato. I giornali continuano a scrivere di risse “tra albanesi e marocchini”, o che un “uomo marocchino” ha picchiato la propria moglie quando invece, se a farlo è un italiano, diventa semplicemente “disoccupato” picchia la propria moglie. La caratterizzazione etnica è un marchio di fabbrica della nostra informazione».

E la normativa vigente in materia di immigrazione ha un ruolo nella devianza degli stranieri?
 «Io sostengo di sì, e le cose sono andate peggiorando. La normativa è diventata incomprensibile, farraginosa, e le modifiche che si sono succedute hanno reso più complicato e non più efficiente il modo in cui funziona. Se prima vi era una possibilità di regolarizzarsi, adesso c’è un pezzo di popolazione irregolare che è priva di chance, stretta nel circuito Cie-carcere, con delle possibilità di ascesa bassissime. C’è una precarizzazione della condizione di chi è rimasto irregolare, e questo chiaramente pone più di un interrogativo, perché non avere possibilità è di certo una porta aperta per devianza e criminalità. Le maglie sono andate restringendosi sempre di più».

E’ solo una questione di “maglie”, o anche di un mutamento di atteggiamento a livello politico-istituazionale?
 «C’è un legislatore che sicuramente è diventato più “cattivo”, per citare quello che disse il ministro dell’Interno Roberto Maroni. Alcuni provvedimenti sembrano volti più a punire, come ad esempio l’estensione dei 18 mesi di permanenza nei Cie, e tutto tende un po’ a ricadere nel diritto penale. Io non so quanto sia una volontà del legislatore pensata, o semplicemente un utilizzo simbolico per mostrare che si è capaci di affrontare con i muscoli la questione dell’immigrazione irregolare. Di certo non si scorge un ragionamento sulle cause del fenomeno, tanto meno sull’applicabilità o meno di certi provvedimenti».

A volte i provvedimenti sono inapplicabili, altre hanno delle ricadute pesanti sulla vita dei migranti…
 «Aggiungerei che, in molti casi, sono anche privi di una reale efficacia. Mi sono occupata per molti anni della tratta degli esseri umani ed era impressionante vedere come, per esempio, a gestire le ragazze nigeriane fossero spesso delle connazionali in possesso di un regolare permesso di soggiorno. Chi ha i mezzi economici riesce a muoversi nel sistema. Nel nostro Paese funziona così. Introdurre nuovi reati in un Paese che ne ha troppi e non riesce a gestirli è evidentemente un’operazione senza senso».

Quali sono le specificità delle politiche di contrasto della criminalità straniera?
 «Le politiche di controllo che si fanno verso le diverse forme della criminalità straniera riguardano in parte la criminalità organizzata in parte la cosiddetta street crime, la criminalità urbana. In questi anni c’è stato semplicemente un indirizzarsi del controllo verso forme visibili della criminalità e che in diversi casi venivano a riguardare gli stranieri».

Luigi Riccio

Notizie che non arrivano, e sempre meno arriveranno, nelle nostre case.Nell'epoca dell'«informazione globale», dobbiamo ascoltare solo la Voce del Padrone.

L'arma del silenzio mediatico

Si dice che il silenzio è d'oro. Lo è indubbiamente, ma non solo nel senso del proverbio. È prezioso soprattutto come strumento di manipolazione dell'opinione pubblica: se sui giornali, nei Tg e nei talk show non si parla di un atto di guerra, esso non esiste nella mente di chi è stato convinto che esista solo ciò di cui parlano i media. Ad esempio, quanti sanno che una settimana fa è stata bombardata la capitale del Sudan Khartum? L'attacco è stato effettuato da cacciabombardieri, che hanno colpito di notte una fabbrica di munizioni. Quella che, secondo Tel Aviv, rifornirebbe i palestinesi di Gaza. Solo Israele possiede nella regione aerei capaci di colpire a 1900 km di distanza, di sfuggire ai radar e provocare il blackout delle telecomunicazioni, capaci di lanciare missili e bombe a guida di precisione da decine di km dall'obiettivo. Foto satellitari mostrano, in un raggio di 700 metri dall'epicentro, sei enormi crateri aperti da potentissime testate esplosive, che hanno provocato morti e feriti. Il governo israeliano mantiene il silenzio ufficiale, limitandosi a ribadire che il Sudan è «un pericoloso stato terrorista, sostenuto dall'Iran». Parlano invece gli analisti di strategia, che danno per scontata la matrice dell'attacco, sottolineando che potrebbe essere una prova di quello agli impianti nucleari iraniani. La richiesta sudanese che l'Onu condanni l'attacco israeliano e la dichiarazione del Parlamento arabo, che accusa Israele di violazione della sovranità sudanese e del diritto internazionale, sono state ignorate dai grandi media. Il bombardamento israeliano di Khartum è così sparito sotto la cappa del silenzio mediatico. Come la strage di Bani Walid, la città libica attaccata dalle milizie «governative» di Misurata. Video e foto, diffusi via Internet, mostrano impressionanti immagini della strage di civili, bambini compresi. In una drammatica testimonianza video dall'ospedale di Bani Walid sotto assedio, il Dr. MelesheShandoly parla dei sintomi che presentano i feriti, tipici degli effetti del fosforo bianco e dei gas asfissianti. Subito dopo è giunta notizia che il medico è stato sgozzato. Vi sono però altre testimonianze, come quella dell'avvocato AfafYusef, che molti sono morti senza essere colpiti da proiettili o esplosioni. Corpi intatti, come mummificati, simili a quelli di Falluja, la città irachena attaccata nel 2004 dalle forze Usa con proiettili al fosforo bianco e nuove armi all'uranio. Altri testimoni riferiscono di una nave con armi e munizioni, giunta a Misurata poco prima dell'attacco a Bani Walid. Altri ancora parlano di bombardamenti aerei, di assassinii e stupri, di case demolite con i bulldozer. Ma anche le loro voci sono state soffocate sotto la cappa del silenzio mediatico. Così la notizia che gli Stati uniti, durante l'assedio a Bani Walid, hanno bloccato al Consiglio di sicurezza dell'Onu la proposta russa di risolvere il conflitto con mezzi pacifici. Notizie che non arrivano, e sempre meno arriveranno, nelle nostre case. La rete satellitare globale Intelsat, il cui quartier generale è a Washington, ha appena bloccato le trasmissioni iraniane in Europa, e lo stesso ha fatto la rete satellitare europea Eutelsat. Nell'epoca dell'«informazione globale», dobbiamo ascoltare solo la Voce del Padrone.

Manlio Dinucci
30/10/2012 www.ilmanifesto.it

 

27 ottobre 2012

Italia oggi: crisi della democrazia, l'inganno dell'interdipendenza, la comprevendita del consenso, oltre la società del controllo

L'embargo è rimasto quello. Quello peggiorato nel 1996 dalla legge Helms-Burton, l'Act che impone l'extraterritorialità del bloqueo. E che cioè lo rende ancora più pesante e strangolatore, stabilendo che gli Usa ritireranno tutti i finanziamenti a tutte le organizzazioni internazionali che violeranno il blocco; e altresì annulleranno le importazioni verso quei paesi che effettueranno traffici con Cuba.

E Cuba aspettò invano il "nuovo inizio"
Questa notizia non la trovate su nessun giornale, né grande né piccolo, e per questo la diamo noi. Non lo sa nessuno, appunto, ma non più tardi dello scorso giugno una grande banca olandese, la Ing, ha ricevuto una multa stratosferica di 619 milioni di dollari, la più alta dall'inizio dell'embargo contro Cuba, come penale per aver commesso un delitto inaudito. Quello di aver effettuato transazioni finanziarie nientemeno con Cuba medesima, il Paese Proibito. Lo ha fatto scelleratamente tramite le sue filiali in Belgio e in Francia; lo ha fatto incredibilmente disobbedendo all'Ofac, il temibile Ufficio del Dipartimento del Tesoro di Washington, incaricato di vigilare sugli scambi commerciali internazionali verso i cubani.

Pugno di ferro. La Ing, colpevole di avere infranto le regole tra il 2002 e il 2007, ha dovuto pagare, non solo, ma anche interrompere a capo chino tutti i suoi rapporti con Cuba. Ora e per sempre.

«Così Washington ha proibito ad una banca europea ogni transazione commerciale con Cuba», scrive il Granma internacional, dal quale abbiamo preso la notizia (da dove, se no...). E che così prosegue, riportando il comunicato ufficiale del governo cubano: «Adam Szunin, direttore dell'Ofac, ha approfittato dell'occasione per "avvertire" le imprese straniere che hanno relazioni commerciali con Cuba. Questa multa "dovrebbe servire - ha detto - come un chiaro avviso per tutti coloro che pensano di avvantaggiarsi evadendo le sanzioni degli Stati Uniti"»; con ciò confermando «che Washington continuerà ad applicare le sue misure extraterritoriali».

Né la banca olandese è l'unica ad assaggiare i denti d'acciaio dell'Imperio, come lo chiama Castro. La grande Ericsson, proprio lei, la multinazionale svedese delle telecomunicazioni, «ha dovuto pagare una multa di 1,75 milioni di dollari per avere riparato, mediante le sue filiali di Panama, strumenti cubani per un totale di 320 mila dollari». Tre dipendenti, implicati nel "reato", sono stati licenziati.

E, non più tardi del 10 luglio scorso, «il Dipartimento del Tesoro ha inflitto una multa di 1,35 milioni di dollari all'azienda statunitense "Great Western Malting Co", per aver venduto, tra l'agosto del 2006 e il marzo del 2009, farina di ceci a Cuba mediante una delle sue filiali straniere». Sanzione comminata con totale prepotenza, alla faccia del «diritto internazionale umanitario che proibisce ogni tipo di embargo sulle materie prime alimentari e sui medicinali, anche in tempo di guerra».

In Francia, i distinti signori Mano Giardini e Valerie Adily, direttori dell'agenzia di viaggi statunitense "Carlson Wagonlit Travel" (CWT), sono stati licenziati «per avere venduto pacchetti turistici con destinazione Cuba».

E si deve aggiungere anche che quei grandi esportatori (segnatamente a mezzo droni) di libertà e democrazia che sono gli Yankee, hanno imposto a Google di interdire ai cubani l'uso di determinate funzioni, quali «Google Analytics, Google Earth, Google Desktop Search, Google Toolbar, Google Adsense, privando così Cuba dell'accesso a queste nuove tecnologie e a numerosi prodotti scaricabili».

Naturalmente i cubani hanno chiesto spiegazioni alla rappresentante di Google sull'Isola, Christine Chen; e lei molto gentilmente ha spiegato: «Lo abbiamo messo per scritto tra le nostre precise condizioni: non si può usare Google Analystics nei paesi sottoposti a embarghi».

Niente ceci e niente servizi digitali a Cuba; e anche niente fibra ottica per internet (Washington tassativamente proibisce all'Avana l'uso dei suoi cavi). Tuttavia, la generosità dell'Imperio è sempre grande. Infatti, il solito Dipartimento di Stato ha appena annunciato che «devolverà 20 milioni di dollari ad attivisti dei diritti umani, intellettuali e giornalisti indipendenti "con il fine di diffondere nell'isola, tra l'altro, anche la democrazia digitale"». Grazie, Cia.

Gli avevano creduto. Ci avevano creduto, i cubani. «L'arrivo al potere del presidente Obama, nel 2008, ha marcato una rottura di stile rispetto alla precedente amministrazione Bush», scrive il Granma. E una volta eletto, il neo-presidente Usa «ha dichiarato la sua volontà di "cercare un nuovo inizio con Cuba"». Se le ricordano, quelle parole del candidato Obama: «Credo che potremo incamminare le relazioni tra gli Usa e Cuba verso una nuova direzione e iniziare un nuovo capitolo di avvicinamento che continuerà durante tutto il mio mandato».

Rammaricandosi per le drastiche restrizioni imposte sui viaggi all'Isla, causa di «un impatto fortemente negativo per il popolo cubano», l'avevano anche sentito dire: «Concederò ai cubano-africani diritti illimitati per visitare i loro familiari e mandare denaro sull'isola».

Su questo ha mantenuto la parola, riconoscono i cubani: nel 2009, dopo la sua elezione, le limitazioni sono cadute e i cubano-americani possono persino mandare a casa tutte le rimesse che vogliono, non solo i miseri 100 dollari al mese prima consentiti. Ma niente di più. Di "nuovo inizio" nemmeno l'ombra. E l'embargo è rimasto quello. Quello peggiorato nel 1996 dalla legge Helms-Burton, l'Act che impone l'extraterritorialità del bloqueo. E che cioè lo rende ancora più pesante e strangolatore, stabilendo che gli Usa ritireranno tutti i finanziamenti a tutte le organizzazioni internazionali che violeranno il blocco; e altresì annulleranno le importazioni verso quei paesi che effettueranno traffici con Cuba.
E' la legge unanimamente considerata illegittima dal diritto internazionale: essa infatti, oltre a contribuire a mantenere l'economia cubana in uno stadio di grave difficoltà, viola il diritto di autodeterminazione, la libertà degli scambi economici, il divieto di non ingerenza nelle questioni di sovranità interna.

Ma Obama l'ha lasciata lì. Tale e quale. La legge infame dei tempi di Bush.

25 ottobre 2012

Il disastro sociale per le ragazze e i ragazzi, privati non solo della pensione futura, ma del lavoro presente, giacché è palese come il permanere forzatamente sul lavoro dei più anziani, diventi una barriera insormontabile per le nuove generazioni, in un paese in cui la disoccupazione giovanile è ormai al 35 per cento e l'occupazione globale si restringe per le politiche recessive.

23 ottobre 2012

Questa manifestazione contro Monti è frutto di un percorso che in questi mesi ha provato ad unire varie forze sociali che hanno condiviso importantissime battaglie e lotte contro le politiche del Governo, continuando su una strada che abbiamo contribuito ad aprire con la manifestazione dell 12 maggio. Il Prc il 27 ottobre sarà in piazza e parteciperà a questa manifestazione esplicitamente contro le politiche del Governo Monti e l'austerity in Europa.. Segnaliamo la partecipazione di importanti realtà sociali, tra cui gli insegnanti precari, gli esodati, i notav, il movimento acqua, gli studenti universitari, i terremotati dell'Emilia, centri sociali romani, lavoratori di aziende in crisi ed i disabili gravissimi che in questi giorni sono in sciopero della fame contro le mancate promesse di questo Governo. Ci sembrano infine significative le adesioni del Sindaco di Napoli De Magistris e di molti esponenti di A.L.B.A che contribuiscono ad allargare lo spazio pubblico di una opposizione sociale e politica che questa manifestazione sta costruendo.

Mettiamo in crisi Monti: ce lo chiede l’Europa ... che lotta!

L’alternativa c’è. Partecipiamo al NOMONTIDAY per contribuire a costruirla. A chi dice che non ci sono alternative alle politiche di austerity volute dalla Merkel e dalla Troika, rispondiamo che dalla crisi non si esce tagliando i diritti e il futuro, soprattutto delle giovani generazioni. Il Fiscal Compact, che chiede al nostro paese tagli di 45 miliardi l’anno per i prossimi 20 anni, è un trattato contro i popoli d’Europa, contro le conquiste sociali che fanno parte della storia europea. Le politiche di austerity peggiorano la crisi economica e creano una crisi di civiltà, una barbarie in cui si distruggono tutti i diritti sociali e del lavoro e si distrugge assieme la democrazia. In Italia centrodestra e centrosinistra uniti nel montismo hanno approvato il Fiscal Compact, così come il pareggio di bilancio in Costituzione.
Manifestiamo nel NOMONTIDAY perché ci sentiamo parte di quel movimento europeo che ha visto i popoli manifestare contro l’austerity, dalla Spagna alla Grecia, al Portogallo, alla Francia e ad altri paesi. Vogliamo connettere le lotte dei popoli europei e costruire anche qui in Italia un’opposizione sociale e politica forte e unitaria. Dobbiamo irrompere nel vergognoso racconto a reti unificate di un paese senza opposizione.

Vogliamo unire il Paese che resiste, le tante realtà di lotta contro le politiche di Monti, Fornero, Profumo, contro i tagli alla sanità, alla conoscenza, al sistema di welfare. Contro politiche che producono solo il peggioramento della disoccupazione, della recessione, della disperazione sociale, della solitudine.
Partecipiamo al NOMONTIDAY perché vogliamo:
più democrazia: le politiche di austerity espropriano la sovranità dei popoli ed instaurano una sorta di tecnocrazia autoritaria, nel solo interesse delle élites del capitalismo finanziario. Noi pensiamo che un’altra Europa sia possibile, fondata sulla democrazia e sulla partecipazione. Noi difendiamo la nostra Costituzione, figlia della Resistenza, da ogni manomissione e proponiamo, nel rispetto dello spirito della Costituzione, una legge elettorale proporzionale: la sola che garantisca il principio per cui tutti i voti hanno pari dignità.
più giustizia sociale: diciamo NO al FISCAL COMPACT. Sono le politiche monetarie e di bilancio a dover essere compatibili con i diritti sociali acquisiti, con il diritto all’esistenza degna di donne e uomini. Il futuro delle giovani generazioni non si costruisce con la precarietà e la cancellazione dei diritti operata dalle riforme delle pensioni e del lavoro a firma Fornero. Consideriamo, dunque, fortemente connesse le campagne referendarie per il ripristino dell’art. 18 e l’abrogazione dell’art. 8, contro la riforma delle pensioni e contro la precarietà, e la legge di iniziativa popolare per un reddito minimo garantito. È sui contenuti e sulla partecipazione che si può unire la sinistra d’alternativa e d’opposizione all’austerity.
un’altra Europa possibile: diversa dalla gerarchizzazione dei Paesi d’Europa voluta dalla Germania, dalla distruzione dello stato sociale imposta dall’austerity, dalla speculazione voluta dalle grandi finanziarie. Vogliamo l’Europa dei diritti e della democrazia.

20 ottobre 2012

Il documento vergato dai promotori del nuovo centrosinistra non inverte la rotta, ma la conferma. La strada della discontinuità non passa da quelle parti: guai a tornare a prendere lucciole per lanterne!

Quel documento è pubblicità ingannevole

Neppure il genio della lampada potrebbe aiutarci a capire come si tradurrà in programmi e in conseguenti atti politici la “Lettera di intenti dei democratici  e dei progressisti” che Pd, Socialisti e Sel hanno posto a base della coalizione di centrosinistra.

Quel testo, fra allusioni ed omissioni, sembra confezionato col solo intento di consentire a ciascun attore di recitare la parte in commedia che più gli si confà, soddisfando (o non affossando) le aspettative – anche le più contraddittorie  – del proprio potenziale elettorato di riferimento.

A ben vedere, più di ogni altra cosa, la Lettera serve a marcare i confini di un'alleanza che, a prescindere dai contenuti invero evanescenti, si conferma come il vero obiettivo politico dell'operazione. Il cui senso giunge a compimento con l'affermazione – questa sì inequivocabile – che l'alleanza di democratici e progressisti «si impegna a promuovere un accordo di legislatura con le forze del centro liberale». Dove per centro liberale si intende una costellazione di forze e soggetti che va dall'Udc ad altri agglomerati in gestazione, nel magma ancora fluido del capitalismo di matrice cattolica in libera uscita dopo la crisi irreversibile della destra berlusconiana.

In ogni caso, è da questa impegnativa dichiarazione, ben più che dai dieci esili capitoletti di cui è composto il documento, che si possono comprendere le intenzioni, la rotta ed il disegno politico che connotano il profilo della nuova coalizione.

Ha dunque scarso interesse indagare in quale dei due gruppi (democratico? progressista?) si collochi Sel. Merita semmai notare che del termine sinistra non si trova traccia nel testo. Si obietterà che non è da una parola sola che si può dedurre la portata di un progetto politico, anche se il linguaggio non è mai casuale ed evoca sempre un universo simbolico. Ma prendiamo per buona l'osservazione e proviamo ad esaminare il testo, nell'insieme e nelle parti. Cominciando da un punto che occupa nel documento una posizione di assoluto rilievo: il lavoro.

«La nostra visione – vi si legge – assume il lavoro come parametro di tutte le politiche. Cuore del nostro progetto è la dignità del lavoratore...». Ma, subito dopo, il colpo al cerchio viene bilanciato da un simmetrico (e più sostanziale) colpo alla botte. Infatti scopriamo che la natura del conflitto sociale non porta più il segno «dell'antagonismo classico tra impresa e operai» e che il lavoro va piuttosto inteso come «il mondo complesso dei produttori, cioè delle persone che pensano, lavorano, fanno impresa». In questa nuova “visione”, pare di capire, la modernità starebbe nell'alleanza fra capitale e lavoro, entrambi messi alla frusta «per garantire guadagni e lussi alla rendita finanziaria». Insomma, secondo questo non proprio inedito manifesto interclassista, il sistema d'impresa non avrebbe alcuna responsabilità della bassa produttività, della scarsa competitività, persino della compressione dei salari e dei diritti: fra Marchionne e gli operai che l'amministratore delegato della Fiat tratta al pari di schiavi non si rileva un irriducibile antagonismo. Il disconoscimento della natura classista dell'organizzazione sociale unisce in un indistinto mondo dei produttori lavoratori e imprenditori, borghesi e proletari, proprietari e diseredati. E questo proprio in una fase della storia in cui la polarizzazione sociale, lo sfruttamento, la disuguaglianza e la proletarizzazione di ampie fsce di ceto medio dovrebbero rendere chiaro il carattere intrinsecamente duale dei rapporti sociali. Tutto, alla fine, si riduce ad un generico appello per una «politica sobria», capace di «dare segnali netti all'Italia onesta che cerca nelle istituzioni un alleato contro i violenti e i corruttori».

Il solo vero avversario individuato è la rendita finanziaria, trattata tuttavia come una sorta di invasione aliena: un cancro insediatosi clandestinamente  nel corpo altrimenti sano di un'economia di mercato dispensatrice di frutti copiosi per tutti. Peccato che proprio quella rendita speculativa e usuraria  sia sin qui ingrassata proprio grazie alle politiche monetariste di cui la Bce, l'Ue e Mario Monti sono stati i principali sostenitori e interpreti, corroborati dal consenso che il Pd non ha mai fatto mancare, sostenendo con convinzione tutti i trattati europei responsabili di avere sacrificato proprio il lavoro e il welfare alla mitologia del pareggio di bilancio.

La confusione raggiunge perciò inedite vette quando il documento cita proprio la Costituzione (che invece il conflitto fra capitale e lavoro lo vede al punto da indicare nei diritti del secondo il limite invalicabile alla libera iniziativa del primo) per rivendicarne «la corretta e integrale applicazione», essendo essa «tra le più belle e avanzate del mondo». Ma trascurando che sono proprio le politiche di rigore in pieno dispiegamento ad avere posto fuori legge non soltanto il keynesismo, ma tutta l'impalcatura dei diritti, a partire dal diritto al lavoro, che della Costituzione rappresenta l'architrave. Sicché risuona francamente grottesca l'affermazione: «Per noi salute, istruzione, sicurezza, ambiente sono campi dove in via di principio non deve esserci il povero e il ricco, perché sono beni indisponibili alla logica del mercato e dei profitti». In linea di principio, appunto, mentre in linea di fatto, che è ciò che conta, si sta compulsivamente facendo l'opposto, poiché la strategia dei tagli e delle privatizzazioni sta espiantando l'intero sistema di protezione sociale e sta facendo carne di porco dei diritti di cittadinanza, malgrado l'articolo 3 della Carta li pretenda protetti al di sopra di ogni vincolo esterno.

Ora, è facile capire che dentro un siffatto impianto ideologico le affermazioni di principio appaiono come “caciocavalli appesi”, prive cioè di realtà e concretezza.

Il patto leonino che oggi viene imposto ai popoli d'Europa rievoca piuttosto la caustica definizione che ne diede Jean Jacque Rousseau nel diciottesimo secolo e che suona così: «Il ricco dice al povero: io sono ricco e tu povero, dunque ti propongo un patto: tu mi darai il poco che ti resta in cambio del disturbo che mi prendo nel comandarti». Non è forse con  la stessa arrogante supponenza che i tecnocrati bocconiani stanno propinando al popolo il loro gigantesco salasso?

Si può infatti essere certi che le cosiddette “riforme” sciorinate da Monti e dal suo governo (abolizione dell'articolo 18, eutanasia del contratto nazionale di lavoro, eliminazione delle pensioni di anzianità, varo di un sistema fiscale jugulatorio, ecc.) non saranno mai revocate dalla coalizione di centrosinistra ove questa si guadagnasse il diritto a governare. E infatti non troverete nel documento nulla che autorizzi una pur lieve speranza in tal senso.

Ha dunque ragione Pierluigi Bersani quando rivendica che «c'è tanto montismo sparso in quel documento». E non ne ha di meno Francesco Boccia, che parlando a nome di Enrico Letta rivela che «una carta così la potrebbe firmare persino Monti». Va al sodo anche l'ultramoderato Giuseppe Fioroni quando osserva che, al netto di qualche fuoco pirotecnico, «Vendola si è accontentato di rottamare il nome del premier, impegnandosi però ad accettare la sostanza della sua azione».

In definitiva, il documento vergato dai promotori del nuovo centrosinistra non inverte la rotta, ma la conferma. Tutt'al più concede qualcosa alla retorica: combatte – parafrasando il Moro - “le frasi” del mondo, non certo il mondo reale.

La strada della discontinuità non passa da quelle parti: guai a tornare a prendere lucciole per lanterne!

Il dovere della sinistra è allora quello di unificarsi attorno ad un progetto alternativo di società e ad un programma di governo fatto di pochi ma chiarissimi obiettivi. Occorre farlo subito. Perdere altro tempo in dispute personalistiche, in snervanti primazie da piccola bottega di fronte a pericoli letali sarebbe segno di imperdonabile irresponsabilità, “passibile del codice penale della storia”.

Dino Greco

Prima di tutto il lavoro? Ma la Cgil sostiene nei fatti la Carta d’intenti predisposta da Bersani e sottoscritta da Vendola che si situa ben al di sotto della Carta costituzionale, e che sottoscrive tutte le politiche di massacro sociale del governo Monti, a cominiciare dal Fiscal Compact

Contro la rottamazione del lavoro (e della Costituzione)


Il lavoro prima di tutto! Lo slogan con il quale la Cgil ha chiamato a raccolta le lavoratrici e i lavoratori nella loro piazza storica di Roma è certamente veritiero, e in pari tempo assai impegnativo. Veritiero perché ha mostrato chi sono i veri rottamati in questa terribile stagione della crisi. Assai impegnativo perché, se non vuole restare una pur giusta esclamazione, questo slogan implica una forte e crescente mobilitazione per rovesciare le tendenze  distruttive della crisi.

Si tratta, a ben vedere, di concorrere alla costruzione di un’alternativa, che faccia delle lavoratrici e dei lavoratori del XXI secolo non dei subalterni senza identità e senza futuro, ma i protagonisti di una civiltà più avanzata. Parliamo, s’intende, dei lavoratori dipendenti, di coloro i quali, in qualsiasi forma giuridica e contrattuale, vendono le proprie capacità intellettuali e fisiche - la propria forza lavoro - in cambio dei mezzi per vivere.

Solo così si potrà uscire effettivamente dalla crisi. La questione si sposta allora sul terreno politico, ed è lecito domandarsi: ne sono consapevoli il Pd e Sel, che hanno sottoscritto la Carta d’intenti «Italia bene comune»? A dire il vero, non sembra. E non solo perché il Pd ha approvato tutti i provvedimenti che rottamano il lavoro.

Cominciamo dal titolo. Che vuol dire «Italia bene comune» se i lavoratori, che portano sulle spalle l’Italia, non hanno neanche visibilità e sono costretti ad arrampicarsi sui tetti? «La nostra visione – proclama la Carta – assume il lavoro come parametro di tutte le politiche». Già, ma chi sono i lavoratori? Nel lessico aleatorio della Carta non compaiono parole come capitale e capitalismo. Altrettanto dicasi per il profitto e i lavoratori dipendenti. In che tipo di società viviamo? Non si sa. E poiché è scomparsa dalla Carta la società capitalistica, in cui invece compare chi vende e chi compra la forza-lavoro, e quindi lo sfruttato e lo sfruttatore, i lavoratori in questa soave visione sono tutti quelli che «fanno impresa».

Di conseguenza, essendosi dileguati il profitto e il capitale, la linea discriminante del conflitto passa tra «il mondo complesso dei produttori» e la rendita finanziaria, che intende garantirsi «guadagni e lussi». L’effetto verificato di questa impostazione è che i lavoratori dipendenti, cioè la stragrande maggioranza della popolazione, perdono ogni autonomia, politica e culturale. Declassati al livello di una modesta lobby, possono tranquillamente fare a meno delle tutele dello Statuto dei lavoratori e dei contratti nazionali.

Il punto è che una politica di alleanze con i piccoli e medi imprenditori strozzati dalle banche non si può fare sulla pelle di chi lavora, sull’abbattimento di fondamentali diritti che rappresentano una conquista storica. Né si può pensare di combattere la rendita finanziaria rinforzando il modo di produzione fondato sul capitale, che sta all’origine della degenerazione della finanza e della piramide in cui l’uno per cento domina sul 99 per cento dei cittadini del mondo.

La via d’uscita sta scritta nella Costituzione, che pone il lavoro a fondamento della libertà e dell’uguaglianza. E perciò prescrive la rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale, che «impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Il fatto è che la Carta d’intenti predisposta da Bersani e sottoscritta da Vendola si situa ben al di sotto della Carta costituzionale.

Il lavoro prima di tutto? È giusto e necessario. Ma allora lottiamo per applicare la Costituzione. Senza se e senza ma.

Paolo Ciofi

18 ottobre 2012

FIRMA LA PETIZIONE DI Avv. Fabio Anselmo, Ilaria Cucchi, Lucia Uva, Domenica Ferulli, Patrizia Moretti, Luciano Isidro Diaz, Maria Ciuffi, Irene Testa

Per il reato di tortura nell'ordinamento italiano

Noi sottoscritti cittadini italiani: Avv. Fabio Anselmo, Ilaria Cucchi, Lucia Uva, Domenica Ferulli, Patrizia Moretti, Luciano Isidro Diaz, Maria Ciuffi, Irene Testa

premesso che:

• nell'ordinamento giuridico italiano un reato che punisce un fatto grave come la "tortura", così come definita universalmente e identificata dalle Nazioni Unite in termini di diritto internazionale, con la Convenzione delle Nazioni Unite del 1984 contro la tortura e le altre pene o trattamenti inumani, crudeli o degradanti, che l'Italia ha ratificato nel 1988, ancora non è previsto. Nonostante siano passati 22 anni da quella ratifica, l'Italia continua ad essere totalmente inadempiente sull'introduzione di una fattispecie di "reato di tortura" nel proprio codice penale, così come espressamente richiesto dalla Convenzione (Art. 4).

• prevedere il reato di tortura nell'ordinamento italiano significa poter prevenire e poter punire quei comportamenti dei pubblici ufficiali che rientrerebbero nel suo ambito di applicazione. In sua assenza, invece si applicano le norme su reati meno gravi, con pene piu' lievi, che possono andare prescritti, così come spesso accade.

• in Parlamento si e' cercato di adeguare l'ordinamento italiano alla convenzione Onu in piu' occasioni, da ultimo l'ordine del giorno presentato dalla Radicale Rita Bernardini, e accolto dal governo lo scorso 8 giugno, che lo impegna a predisporre urgentemente un disegno di legge per introdurre il reato di tortura nel nostro codice penale. Ma ad oggi, ancora questo grosso vuoto legislativo permane nel nostro ordinamento, nonostante la costante denuncia di questa situazione da parte di organizzazioni impegnate a tutela dei diritti umani come l'Associazione Antigone, Amnesty, Il Detenuto Ignoto.

Denunciamo:

• la costante debolezza dell'iniziativa legislativa da parte della maggioranza della politica nazionale e di ogni esecutivo sull'importante tema della tutela dei diritti umani. Il vuoto legislativo rappresentato dalla non acquisizione nel nostro ordinamento del reato di tortura conferma ancora una volta lo stato di morosità del nostro Paese di fronte al contesto internazionale per il non adempimento degli impegni sottoscritti e ratificati più di vent'anni fa con l'adesione alla Convenzione Onu contro la tortura e i trattamenti inumani e degradanti.

Chiediamo alle Camere:

di colmare finalmente un vuoto che da troppo tempo differenzia, in negativo, l'Italia dal resto delle democrazie mondiali e di avviare al più presto l'iter dei disegni di legge depositati in entrambi i rami del Parlamento, per il riconoscimento e la comprensione della tortura quale reato punito dallo Stato.


Chiediamo al Governo italiano di:

- adottare con urgenza provvedimenti atti a contrastare ogni fenomeno di violenza non giustificabile sui cittadini da parte di funzionari delle Forze dell'Ordine nell'esercizio delle loro funzioni;

- adottare con urgenza misure volte all'introduzione nell'ordinamento del reato di tortura e di specifiche sanzioni, nonché dispositivi volti alla certa individuazione e persecuzione di eventuali atti di tortura e dei responsabili, in attuazione di quanto da lungo tempo ratificato in sede ONU nel Patto internazionale sui diritti civili e politici e nella Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti;

- prevedere opportuni risarcimenti per le vittime di atti di tortura o violenze da parte di funzionari dello Stato, e per i loro familiari;

- adottare con urgenza misure volte a permettere l'agevole ed univoca identificazione del personale di Polizia da parte del cittadino, quali, per esempio, la proposta di delega al Governo in materia di impiego dell'uniforme e di identificazione del personale delle Forze di polizia

- promuovere la professionalizzazione del personale delle Forze dell'Ordine attraverso addestramenti che indichino e prediligano percorsi alternativi all'uso della violenza nell'esercizio delle loro funzioni.

FIRMA LA PETIZIONE PER CHIEDERE AL GOVERNO E AL PARLAMENTO L'INTRODUZIONE DEL REATO DI TORTURA NELL'ORDINAMENTO ITALIANO

La ministra Severino si è maldestramente scagliata, con cinici argomenti meramente difensivi e con indifferenza morale, verso i tanti (tutte e tutti boloscevichi?) che hanno osato criticare il provvedimento come puramente propagandistico

Il governo liberista e la corruzione

La cosiddetta "legge anticorruzione", voluta dal governo Monti, ha un segno preciso: Monti non è solo assolutismo liberista, distruttore del Novecento delle grandi narrazioni popolari, ma anche continuità della corruzione (berlusconiana ma non solo) come "sovversivismo dei ceti dirigenti". La corruzione, infatti, lo sappiamo, non è una patologia del sistema del capitale, ma una "normalità" fisiologica del modello liberista (e della sua crisi strutturale). Essa è parte, anzi, del processo di valorizzazione del capitale. Insieme all'accumulazione della "borghesia mafiosa" è componente niente affatto irrilevante dello stesso PIL (dati ufficiali parlano di 1/5 del PIL nazionale). Oggi, dopo le ruberie della giunta Formigoni,tutti fingono di avere scoperto la mafia al Nord.

Sono 20 anni che il Centro Impastato, Libera, i compagni di Monza (in ricerche, studi, convegni), inascoltati e, spesso, derisi, parlano di "patto, al Nord, tra organi dello Stato e mafie". Ora, grazie alla magistratura, il triangolo giunta Formigoni/Compagnia delle Opere/borghesia mafiosa diventa, anche per i grossi organi di stampa,metafora della modernità capitalistica distorta.Lo denunziavamo, con Giovanni Impastato e Umberto Santino nel recente libro "Anatomia di un depistaggio"(da poco in libreria);lo scrive autorevolmente, 2 giorni fa su "la Repubblica", Barbara Spinelli: "non è chiaro se l'esecutvo dei tecnici si renda conto dell'urgenza di una questione morale divenuta, nel frattempo, antropologica, economica, politica; biografia di una nazione, nauseante per tanti". La ministra Severino si è maldestramente scagliata, con cinici argomenti meramente difensivi e con indifferenza morale, verso i tanti (tutte e tutti boloscevichi?) che hanno osato criticare il provvedimento come puramente propagandistico. Il centrosinistra, che ha votato la fiducia ancora una volta, è coinvolto alla radice in un modello che genera di per sè corruzione. Bisogna li intervenire con severa radicalità:processi di privatizzazione dei beni pubblici, società miste pubblico/privato (vere o presunte) che trasformano in merce beni comuni,spoliazione del controllo popolare e degli utenti insieme ai lavoratori negando percorsi di partecipazione ed autorganizzazione. Del resto, vediamo ogni giorno che le vicende dell'acqua (nonostante la vittoria referendaria, che il centrosinistra ha contribuito a smantellare), del ciclo dei rifiuti, ecc., dimostrano l'intreccio tra Stato che privatizza, mafie e la maggior parte dei partiti (diventati consigli di amministrazione di corporations o di fondi di investimento). I partiti vanno profondamente rifondati nell'alveo della funzione assegnata dalla Costituzione di mediazione tra bisogni sociali, potere sociale e statualità. Non a caso, invece, il governo non reintroduce il reato di falso in bilancio; non contempla il reato di "autoriciclaggio" (ritenuto indispensabile dalla magistratura antimafia); non punisce il voto di scambio (nella legge è punibile se il politicolo paga in danaro, non se lo compra con assunzioni, appalti, favori; che è, invece, la normalità della casistica anche processuale; molti recenti corrotti e corruttori andranno, quindi, assolti). Le pene previste, poi, per reati come traffico di influenze, concussione, ecc., sono così modeste che scatteranno molto presto le prescizioni.Potrei continuare; ma mi fermo qui. Si ricredano, comunque, le tante persone che, anche nella sinistra radicale, pensavano che bastasse smetterla con il "bunga bunga" ed indossare il loden montiano per una "rivoluzione morale". L'abito non fa il monaco.
Giovanni Russo Spena

Bisogna sapere che se non fermiamo la prodigiosa escalation di quella che senza un filo di esagerazione abbiamo chiamato “macelleria sociale” questa aggressione continuerà. Ed anzi si aggraverà in ragione del patto fiscale (il famigerato Fiscal compact)

La guerra di Mario (contro il welfare e il lavoro)

La guerra non dichiarata – ma vigorosamente combattutta – dal governo Monti contro il lavoro e contro la parte più debole della società continua senza battute d'arresto. Del resto, questo impone di fare – “senza se e senza ma” - il patto di stabilità, prodotto diretto del pareggio di bilancio venerato come una divinità dai sacerdoti del finanzcapitalismo e posto a forza nella Costituzione. Con buona pace dell'equità, strombazzata urbi et orbi, ma rimasta sin dall'inizio un puro esercizio retorico, privo di qualsiasi sostanza.

La nuova ondata di tagli – lo scopriamo di giorno in giorno, di aggiustamento in aggiustamento – segue una direzione sola: il welfare, il lavoro, le imposte dirette e indirette.

Il welfare: con l'amputazione di un miliardo e mezzo del fondo per la sanità che comporterà una caduta pesante del livello di assistenza ospedaliera: solo all'ultima ora la mobilitazione delle associazioni delle persone con handicap ha consentito di sventare il vergognoso assoggettamento delle miserrime pensioni di invalidità all'Irpef; il lavoro, con l'ulteriore blocco dei rinnovi contrattuali già al palo da tre anni grazie alle politiche di Berlusconi e Sacconi; l'aumento di un punto dell'Iva, che costerà alle famiglie due miliardi e mezzo di euro, trascinando un effetto inflattivo sin d'ora stimabile in quasi un punto in percentuale. Poi la nuova zampata sul prelievo fiscale, maldestramente mascherata dall'annuncio – per altro già ridimensionato – della diminuzione di un punto delle aliquote fiscali più basse. Sì, perché il combinato disposto fra questo ritocco della tassazione diretta e la riduzione secca di tutte le detrazioni farà registrare un aumento e non un alleggerimento della pressione tributaria sui redditi più bassi.

Bisogna sapere che se non fermiamo la prodigiosa escalation di quella che senza un filo di esagerazione abbiamo chiamato “macelleria sociale” questa aggressione continuerà. Ed anzi si aggraverà in ragione del patto fiscale (il famigerato Fiscal compact) che impone ulteriori tagli pari a 45 miliardi l'anno da qui ai prossimi vent'anni nell'intento di portare il rapporto debito/pil dal 125 al 60% (!!)

D'altra parte, proprio questo è scritto nei trattati europei, ai quali tanto il centrodestra quanto il centrosinistra hanno aderito senza batter ciglio. Sono questi i vincoli che il Pd, fedele interprete e domani probabile erede del monti-pensiero, si è solennemente impegnato a confermare nella cosiddetta “lettera di intenti dei progressisti”, i cui capintesta si contenderanno – rigorosamente dentro quel campo d'azione – la leadership della coalizione di centrosinistra.

E tuttavia è sin d'ora chiaro che questa sciagurata politica affama il popolo e alimenta la recessione, la crescita del debito e – conseguentemente – reclama nuovi tagli, avvitando il paese in una spirale perversa. Questa strada – sia chiaro – porta verso Atene, non verso Berlino, porta verso l'impoverimento sociale, non verso la ripresa, porta verso la definitiva crisi della democrazia e il rischio di drammatiche degenerazioni autoritarie, non verso il ripristino della sovranità popolare.

Dino Greco

Altro che riduzione delle tasse! E' un altro forte salasso che, unito alle finanziarie di Tremonti, stanno creando un forte impoverimento tra chi un salario ce l'ha e portando alla disperazione precari/e disoccupati/e e pensionati al minimo.


E ci risiamo! Come il peggior politico anche il tecnico Monti imbroglia

Questa manovra, fatta passare per un provvedimento che taglia le tasse, in realtà ci costerà molto cara.

Oltre 160 euro annui in più spenderemo per l'effetto combinato della riduzione di un punto dell'IRPEF e dell'aumento di un punto dell'IVA, senza contare gli aumenti dei servizi locali conseguenti al taglio dei finanziamenti alle regioni e ai comuni.

Sembra di assistere ad una moviola infinita; si era detto che l'epoca delle leggi finanziarie e delle successive manovre correttive fossero ormai solo un ricordo del passato ma i sublimi professori del governo Monti non ne azzeccano una, ma c'è poco da sorridere il conto lo paghiamo sempre noi.

Una volta è lo spread: per abbassarlo di poco si è varata la prima manovra, Salva Italia, che ha stabilito un taglio annuale di circa 50 miliardi alle spese statali per i prossimi 20 anni; subito dopo la spending review, che impone il taglio del 10% dei dipendenti pubblici; poi arriva il Fiscal Compact che impone il pareggio di bilancio e subito il nostro parlamento lo introduce nella Carta Costituzionale cosicchè si rende necessaria questa nuova manovra elegantemente chiamata Legge di Stabilità, altri 11,6 miliardi di tagli che per la metà rappresentano ulteriori pesantissimi tagli alle risorse degli Enti Locali e della Sanità, completano il quadro un altro taglio del 10% ai contratti d'appalto e alle forniture di beni e servizi, dopo quello già attuato del 5% che sta portando al collasso la funzionalità dei servizi oltre che il salario e le condizioni dei lavoratori in essi impiegati.

Vittime sacrificali, oltre ai cittadini meno abbienti, i dipendenti pubblici che, senza contratto ormai da 3 anni non lo avranno fino al 2014, senza neppure la miseria dei 10 euro di vacanza contrattuale, mentre l'ISTAT stima il 4% di perdita del potere d'acquisto dei salari e tra i 6.000 e gli 8.000 euro la perdita complessiva subita dai dipendenti pubblici nel corso degli ultimi anni.

Ma non basta, per effetto di questa nuova manovra finanziaria l'aumento dell'orario di insegnamento da 18 a 24 ore frontali, comporterà la perdita del lavoro per oltre 6.400 insegnanti precari mentre gli studenti avranno un aumento delle tasse regionali per il diritto allo studio, da 93 a 140 euro.

Per completare il quadro, mentre alla Chiesa viene risparmiata l'IMU, Monti non si vergogna di tagliare il 50% delle retribuzioni per i permessi ex Legge 104 usufruiti per assistere familiari diversi da coniugi e figli. I genitori non autosufficienti? Che si arrangino, questo non è un paese per vecchi!

Ma l'ultima ciliegina è costituita dal taglio delle deduzioni e delle detrazioni, con un franchigia di 250 euro ed un tetto massimo di 3.000 annuo, retroattiva, cioè calcolata a partire dall'anno in corso!
Altro che riduzione delle tasse! E' un altro forte salasso che, unito alle finanziarie di Tremonti, stanno creando un forte impoverimento tra chi un salario ce l'ha e portando alla disperazione precari/e disoccupati/e e pensionati al minimo.
Eppure si continua a tagliare la spesa pubblica, a togliere diritti ai lavoratori e ai cittadini. E mentre la politica continua ad offrire spettacoli squallidi ed indecenti, Il governo dei tecnici si guarda bene dal mettere mano a vere normative anticorruzione, il cui costo 60 miliardi l'anno è pari ai tagli alla spesa pubblica, o a pervenire ad un accordo con le banche svizzere per scovare far rientrare in Italia i capitali illegalmente esportati, tassandoli al pari di tutti i gli altri lavoratori e cittadini.
La recessione continua in tutta Europa con il record di quattro milioni di posti di lavoro persi ma le uniche misure prese dalla UE finora sono state destinate al salvataggio delle banche, quelle stesse che al tempo delle vacche grasse hanno accumulato ingenti profitti e che oggi presentano a noi il conto delle loro speculazioni.
Sacrifici e privatizzazioni , disoccupazione e precarietà, riduzione dei diritti dei salari e delle pensioni per pagare un debito di cui non siamo responsabili e che ha garantito enormi profitti agli speculatori di ogni risma: è veramente arrivata l'ora di dire basta, di mobilitarsi contro i diktat europei, contro le logiche del mercato, per ricostruire uno stato sociale degno di questo nome, per uno sviluppo sostenibile che coniughi difesa del lavoro con la difesa dell'ambiente, per le nazionalizzazioni delle imprese strategiche contro l'abbuffata delle privatizzazioni.
Per questo saremo in piazza il 27 Ottobre, nella manifestazione che ha indicato con chiarezza gli obiettivi della lotta: contro le politiche di Monti oggi e domani, sotto qualunque nuova/vecchia maggioranza si presentino, contro i trattati e le istituzioni europee che stanno affamando intere nazioni, come dimostrano la Spagna e la Grecia.

Editoriale USB
12/10/2012

13 ottobre 2012

Rifondazione Comunista è l'unico partito che promuove questo referendum , resistendo all'omertà generale sulla devastante riforma delle pensioni.

Pensioni, Rifondazione Comunista presenta quesiti referendari contro la riforma Fornero

"Questa mattina abbiamo presentato in Cassazione i referendum contro la riforma Fornero sulle pensioni. Una riforma di una gravità assoluta che colpisce le lavoratrici e i lavoratori, ha prodotto il dramma degli 'esodati', aumenterà la disoccupazione giovanile e si accanisce contro le donne. Una riforma senza nessuna giustificazione economica poiché il nostro sistema previdenziale era in assoluto equilibrio, come ebbe a dire persino Monti nel proprio discorso di insediamento e la cui sola logica è quella di usare i contributi per le pensioni come un bancomat". Con questa dichiarazione Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc, ha annunciato la presentazione dei questiti referendari contro la riforma delle pensioni della Fornero. Ferrero ha precisato che fanno parte del comitato promotore del referendum sulle pensioni lavoratori e lavoratrici esodati, precari/e, esponenti di movimenti e partiti, tra i quali Rifondazione comunista. La raccolta delle firme partirà nelle prossime settimane, probabilmente tra il 20 e il 27 ottobre.

12/10/2012

L’obiettivo è doppiare la soglia delle 500mila firme. «Per riprenderci i diritti»


Parte oggi la campagna referendaria 'Io lotto per il diciotto'. In tutta Italia saranno allestiti gazebo e banchetti per raccogliere le firme in favore dei quesiti referendari per abrogare le modifiche dell'articolo 18, previste dalla riforma Fornero, e per cancellare l'articolo 8 del decreto legge 138/2011 voluto dal governo Berlusconi «che, di fatto annulla i contratti nazionali. L'obiettivo è quello di raccogliere cinquecentomila firme entro Natale». L'elenco completo dei gazebo è disponibile, insieme a tutte le informazioni e ai quesiti completi, sul sito del comitato www.referendumlavoro.it.

Sono numerose le personalità politiche e sociali che promuoveranno i referendum nelle piazze italiane. Tra gli altri, Antonio Di Pietro, presidente dell'Idv, sarà a Torino in piazza Castello (ore 11); a Reggio Emilia, in piazza Prampolini, alle ore 11 saranno Maurizio Landini, segretario generale Fiom-Cgil, e Gianni Rinaldini, coordinatore nazionale La Cgil che vogliamo, a convincere i cittadini a 'lottare per il diciotto'; a Roma, in Largo Goldoni, appuntamento alle 11 con Manuela Palermi, della segreteria nazionale Pdci, Angelo Bonelli, presidente nazionale Verdi, e Tommaso Fulfaro, segretario nazionale Articolo 21; a Napoli, in piazza Trento e Trieste, alle ore 12 anche il primo cittadino Luigi De Magistris darà il suo sostegno al referendum; a Palermo, in via Magliocco alle ore 16, appuntamento con Paolo Ferrero, segretario nazionale Prc, e Giovanna Marano, candidata alla Presidenza della Regione Sicilia.

Un'ultima cosa: andate a firmare!

13/10/2012

Parte la raccolta firme per i referendum anti Fornero

Quando sono stati presentati i quesiti, lo scorso 11 settembre, bisogna dirlo, la foto non era delle più belle. E non perché la politica non dovesse esserci, in quella foto, anzi. Erano però giorni di polemica, di primarie e coalizioni, e così anche quel momento fu trascinato nel quotidiano dibattito sul centrosinistra. Di Pietro, Vendola, Ferrero, Diliberto, Bonelli e pure Gian Paolo Patta, ex sottosegretario del governo Prodi, ritratti tutti insieme, furono un boccone troppo gustoso per i più polemici sostenitori della continuità montiana. È innegabile che, la presentazione dei quesiti referendari sul lavoro, rappresenti anche una mossa centrale nella partita a scacchi condotta dai partiti della sinistra largamente intesa. I due quesiti abrogativi sulla modifica dell’art.18 dello statuto dei lavoratori e sull’art. 8 dell’ultima finanziaria del governo Berlusconi, sono l’unico concreto punto di rottura, offerto ad oggi dall’opposizione al governo dei tecnici, utile per mettere in discussione la continuità e il rapporto con l’agenda Monti. Ma non solo.
In ballo ci sono diritti molto precisi, che non risolvono tutte le questioni aperte, legate alle leggi e alle normative sul lavoro, ma che si pongono da freno a quello che i promotori hanno definito come il frutto di un «livore antisindacale». «I quesiti – dice il professor Alleva, punta del comitato pro- motore – sono la risposta a due attacchi paralleli, perché il primo fu attuato dal governo Berlusconi e il secondo dal governo tecnico, che però si muovono dalla stessa matrice liberista».
Due quesiti, dunque, per due diversi articoli. Il referendum sull’art. 18 interviene sulla rifor-ma siglata dal ministro Fornero. Il governo ha cancellato la norma che imponeva il reintegro del lavoratore licenziato senza giusta causa o giustificato motivo a fronte di una sentenza del giudice favorevole al lavoratore. Il comitato promotore parla di una «manomissione in piena regola» del principio guida dell’art. 18. «Il governo – si legge nella comunicazione che accom-pagnava i quesiti al momento della presentazione in Cassazione – ha agito con forte iniquità sul tema cruciale del mercato del lavoro, scegliendo di aggredire i diritti, le conquiste storiche del movimento operaio e il sistema di protezione sociale pubblico». Ovviamente, secondo il governo, come ripete sempre il ministro Fornero, «per combattere gli effetti della crisi». Mentre si registrano i primi casi di licenziamenti, che usano la leva delle ragioni economiche o organizzative, chi è più scettico sui referendum si chiede cosa dovrebbe spingere un giovane precario a firmare e poi votare un quesito su un articolo che non lo riguarda. «Ai giovani e precari – risponde Veronica Albertini, del comitato promotore – dobbiamo spiegare che in ballo c’è anche il loro, il nostro, futuro. Lottiamo per evitare che, usciti dalla precarietà, ci si ritrovi immersi in altra precarietà».
Poi c’è l’art.8. Nell’agosto del 2011, all’interno della manovra economica, Tremonti e Sacconi, con quella che sembrò a molti una modifica ad aziendam per la Fiat, demandarono agli accordi aziendali materie centrali per l’organizzazione del lavoro, come la classificazione e l’inquadramento del personale, le mansioni, l’orario di lavoro, i contratti a termine, i contratti a orario ridotto, il regime della solidarietà negli appalti o il ricorso alla somministrazione di lavoro. «Con le modifiche introdotte dal governo Berlusconi – dice sempre il professor Alleva – ogni azienda in Italia, teoricamente, potrebbe avere il suo diritto del lavoro. E capite bene cosa può accadere se, in queste aziende, dovessero esserci uno o più sindacati complici». Ogni riferimento alla Fiat è puramente casuale.
Da domani, sabato 13, parte ufficialmente la raccolta firme. Centinaia sono i banchetti organizzati. L’obiettivo è doppiare la soglia delle 500mila firme. «Per riprenderci i diritti», dicono dal comitato promotore. Ma non solo. Anche per spostare a sinistra ogni eventuale coalizione di governo. Per i referendum, infatti, si voterebbe con il nuovo parlamento. Un milione di firme potrebbero indurre il prossimo governo a fare tutto da solo, anticipando l’esito del voto. E sarebbe una buona notizia.

Luca Sappino
Pubblico, 12 settembre 2012