30 agosto 2012

Sono quattro le minatrici asseragliate a Nuraxi Figus, a 400 metri sotto il livello del mare. Silvia: "Mio nonno lavorava alla Carbonsulcis, mio padre all'Alcoa, chissà se ci sarà posto anche per mio figlio". Valentina: "Ho sacrificato tutto per stare qui. Sfilerò fino a Roma per difendere il mio mestiere"

Carbonia, di padre in figlia in miniera: la dura vita delle ragazze del Sulcis

Quattro donne. Quattro minatrici. Quattro volti, sotto ai caschi gialli, pronti alla lotta e all’occupazione della miniera di carbone di Nuraxi Figus. Silvia, Giuliana, Valeria e Valentina; la quinta moschettiera, Alessandra, è a casa per maternità, ma anche il suo cuore è a 400 metri sotto il livello del mare. Con le compagne e i ben più numerosi compagni, che si danno il cambio, trenta alla volta, in turni di otto ore, per raggiungere l’obiettivo di far arrivare la loro voce a Roma. E per farsi sentire più forte hanno già fatto presente di avere là sotto nelle gallerie 350 chili di esplosivo, minacciando di “essere pronti a tutto”. Anche la parte rosa di questa protesta è nera come lo è il carbone.

Proprio con l’esplosivo ha avuto a che fare Silvia Marongiu: nel 1986, quando ha iniziato a lavorare in miniera, il suo lavoro consisteva nel trasportare i candelotti sottoterra dalla superficie. Oggi Silvia ha 48 anni . “Come parecchi di noi la mia storia tra quei cunicoli ha origini antiche. Mio nonno Adolfo lavorava già nella Carbosulcis, che all’epoca si chiamava Carbosarda”. E anche suo padre, Gavino, finì in Carbosarda. Non come il nonno, che guidava i trenini nei tunnel, oggi sostituiti dai pick up. “Papà gestiva il patrimonio immobiliare costruito a Carbonia in epoca fascista per i lavoratori. Con la crisi della miniera, tra il 1957 e il ’61, decise di andare via. Ci siamo trasferiti in Francia, tra Grenoble e Lione. Poi a Milano, dove sono nata io. Siamo rimasti in Lombardia fino ai mie sette anni, per poi ritornare nella casa che non avevo ancora visto, a Carbonia. E indovinate dove trovò impiego mio padre? All’Alcoa, l’altra azienda oggi sull’orlo del tracollo. Papà passò dal carbone all’alluminio . Ma tutta la mia storia è una cronaca di operaismo e immigrazione. Perché la mamma, Dora, era figlia di un siciliano intraprendente, Vincenzo, che come molti cercò fortuna al nord. Prima a Torino, poi in Francia. Si affidò agli scafisti dell’epoca. Persone senza scrupoli che accompagnavano al confine e poi ti lasciavano al tuo destino. Finì a lavorare nella stessa fabbrica dove poi arrivò mio papà, che così conobbe la mamma”. Silvia ha una figlia di 7 anni, un mutuo di 750 euro al mese e uno stipendio di 1500. Finché durerà la Carbosulcis almeno. “Spero di poterci lavorare ancora altri dieci anni. Perché al netto dell’ultima riforma delle pensioni è l’obiettivo per una paga neppure dignitosa”.

VALENTINA Zurru, 45 anni, ne ha passati già 26 su e giù, dal sole alle tenebre. Il suo lavoro è non far crollare la terra sui minatori, per semplificare dice di “mettere i bulloni alle gallerie”. Ama il suo mestiere, è battagliera, pronta “a sfilare a Roma davanti ai palazzi del potere”, perché per tutta questa polvere e fango ha anche sacrificato la sua vita privata. “Non ho figli e in gran parte il mestiere che faccio ha pesato sulla scelta”. Giuliana Porcu, 45 anni, è una minatrice dal 1987. È un quadro aziendale, responsabile del servizio di prevenzione e protezione, in pratica gira le gallerie per svolgere l’analisi chimica e assicurarsi dell’adeguata presenza di ossigeno. “Sì, ma entrai come operaia, fummo assunte in sei all’epoca, tutte operaie, dopo aver conseguito il diploma di perito minerario a Iglesias”. Ha anche un vanto Giuliana: “La mia nonna. Era la cernitrice Pasqualina. Lavorava il carbone una volta portato in superficie insomma”. Il padre Giovanni? Un altro minatore, ma metallifero. “Mio figlio ha 13 anni e frequenta il primo liceo. Se un giorno fosse assunto in miniera non vedo perché dovrei esserne scontenta. Mio papà ha 90 anni, io nonostante tutto questo tempo là sotto sono in buona salute, quindi, in caso, ben venga. Soprattutto se non chiuderanno la Carbosulcis”.

VALERIA santacroce è la meno “anziana” del gruppo. Assunta dall’azienda della Regione Sardegna nel 2007. “Sono ingegnere elettrico. Ho passato parecchi anni in Alcoa, con contratti a tempo determinato. Poi l’occasione Carbosulcis, prima come capo cantiere di una ditta esterna”. Oggi è la responsabile della sicurezza: “Non faccio altro che certificare che tutto rispetti gli standard, con continui sopralluoghi. “Sinceramente non avrei proprio immaginato che un giorno sarei finita anche io in miniera”. Già, perché nonno Bruno era operaio a Seruci, pozzi a pochi metri da quelli di Nuraxi Figus, sempre della Carbosulcis. “Lui faceva il lavoro più duro, l’estrazione del carbone. In un’epoca in cui le condizioni professionali erano ben peggiori. Ritornava a casa spesso letteralmente nero. Se lo è portato via un tumore nel 1991. E aveva la silicosi, malattia provocata dalla continua esposizione a polveri, al cento per cento. Mio papà Claudio ricorda bene quei giorni. Lui, invece, è un pensionato Alcoa, ci ho parlato prima. Mi ha detto che gli sembra il 1974, già si parlava di crisi. Di chiudere tutto”. Di annientare uomini, e donne, del Sulcis.

Giampiero Calapà
29 agosto 2012 www.ilfattoquotidiano.it

28 agosto 2012

I minatori della Carbosulcis che da ieri occupano la miniera di Nuraxi Figus a Gonnesa (Sulcis Iglesiente) sono decisi a non mollare. "Siamo pronti a tutto, anche a fare i matti". I lavoratori chiedono al governo di sbloccare il progetto di rilancio della miniera con la produzione di energia pulita dal carbone attraverso la cattura e lo stoccaggio di Co2 nel sottosuolo. In buona sostanza, una centrale elettrica sarà collegata direttamente alla miniera, cosa da permettere di usare il carbone estratto che non sarebbe più venduto all'Enel.

Con i lavoratori Alcoa e Carbosulcis

La Federazione della Sinistra sarda si schiera a sostegno della lotta dei lavoratori dell’ ALCOA che rischiano, per colpe non loro, di subire i devastanti effetti della crisi del settore industriale della Sardegna. La chiusura dello stabilimento di produzione di alluminio primario di Portovesme metterebbe infatti definitivamente in ginocchio il Sulcis Iglesiente, dove è già drammatica la situzione economico – sociale che i suoi abitanti stanno vivendo ormai da diversi anni.Lanciamo un messaggio di solidarietà a questi lavoratori e a quelli della miniera di carbone della Carbosulcis che da ieri sera hanno occupato le gallerie diNuraxi Figus, a -400 metri di profondità.

Siamo inoltre sconcertati dalla notizia che, all’interno della miniera, siano presenti personaggi che possono essere, a ragione, considerati i maggiori responsabili del disastro che colpisce la Sardegna e in particolare il Sulcis. E’ stata infatti la fallimentare e inconcludente politica nazionale degli ultimi 20 anni la causa principale di questa inaccettabile situazione. Qualcuno, che è stato (ed è tutt’ora) un’autorevole esponente del centro-destra e che attualmente appoggia il Governo Monti, dovrebbe vergognarsi persino di parlare dell’argomento. Alcuni personaggi si comportano come degli assassini impuniti che si presentano nella camera mortuaria per dare le condoglianze alla famiglia del morto, che loro stessi hanno assassinato. Da Comunisti sardi, siamo pertanto convinti della validità delle rivendicazioni degli operai in lotta e chiediamo che il Governo italiano passi finalmente dalle parole ai fatti, con un serio programma di rilancio industriale dell’intero territorio.
 
Alessandro Serra e Alessandro Corona
28 Agosto 2012

Incredibile in Israele o è la conferma di uno Stato che calpesta l'umanità calpestando la propria storia? Non fu incidente ma assassinio, come nei confronti del popolo palestinese

Per il tribunale israeliano la morte di Rachel fu uno "spiacevole incidente". Per Ferrero un assassinio.

Non accade solo in Italia che chi muore per difendere dei diritti non ottenga neanche dopo, giustizia. Rachel Corrie era una pacifista americana di 23 anni, aveva deciso che la vita andava vissuta e osò sfidare la potenza bieca di un esercito col proprio corpo. Era il 16 marzo del 2003, più di 9 anni fa, quando tentò di frapporsi ad un bulldozer che doveva spianare una casa di cittadini palestinesi. Chi guidava il mezzo poteva scegliere di fermarsi ma ricevette evidentemente l'ordine di andare avanti, un soldato obbedisce e quei soldati hanno obbedito. Quante volte si giustificano crimini dicendo "ho solo obbedito agli ordini". Rachel era entrata giovanissima nell'International Solidarity Movement (la stessa organizzazione in cui militava Vittorio Arrigoni), e come Vittorio è morta nella striscia di Gaza, nei pressi della cittadina di Rafah. Rachel credeva che mai e poi mai dei soldati di un paese che riteneva democratico avrebbero potuto uccidere una ragazza inerme, schiacciarla con un cingolato, ma invece questo è avvenuto, un fatto normale in una piccola striscia di inferno dove la morte è la norma, sia che arrivi dal cielo che dalla terra. Per molti questa ragazza, suo malgrado, è divenuta simbolo di lotta contro l'oppressione, di sogno e di speranza di pace. Una speranza uccisa per la seconda volta dal tribunale di Haifa, dal giudice Oded Gershon che si è preso la briga di sottolineare come Israele non possa considerarsi responsabile di alcun danno arrecato in zone di combattimento. Si Rachel si è cercata la sua morte secondo questo giudice, quanta meschinità in queste parole!. "Si è messa da sola e volontariamente in pericolo - ha sottolineato dalla sua toga- e non c'è alcuna ragione per chiedere un indennizzo per sua morte allo Stato". Nessuna negligenza, sia in quanto è successo che nelle indagini seguite. Eppure i testimoni raccontarono altro: secondo un amico di Rachel, Richard Purssell:"Era su una montagna di terra, molto visibile al conducente del bulldozer. Mentre la pala spingeva il cumulo lei è scivolata, il conducente le è passato sopra e poi è tornato anche indietro". Tutto falso per il tribunale israeliano secondo cui   quella morte è dovuta a fatalità. L'avvocato della famiglia Corrie, Hussein Abu Hussein, non è rimasto sorpreso dalla sentenza ma ha parlato di ennesima vittoria dell'impunità. Secondo il suo parere la corte, ha avallato pratiche illegali, fra cui l'aver trascurato la protezione civile. "Il verdetto biasima in definitiva la vittima, sulla base di fatti presentati al giudice in forma distorta" ha affermato. In quei giorni, durante la seconda intifadah, oltre 2000 abitazioni palestinesi vennero abbattute e furono tanti i pacifisti di tutto il mondo, anche molti israeliani, a frapporsi davanti ai carri della distruzione.  Secondo Paolo Ferrero, segretario del Prc, "Non fu incidente ma assassinio" e esprimendo tutta la propria indignazione per il verdetto ha espresso la propria solidarietà al popolo palestinese che continua a lottare per i propri diritti.
28/08/2012

Le banche e il loro governo: la metafora perfetta per capire è quella dei Casinò. Non sono bei posti, sono spesso cause di rovine finanziarie, crimine organizzato, drammi personali.

Prima Berlusconi, adesso le banche

Ai tempi del Cavaliere io rimproveravo alle masse delle ‘belle anime’ travagliate e grillanti di aver creato nella figura dell’ex Premier un simbolo di Odioso Designato, fonte di tutti i mali dell’Italia, ma proprio tutti, peggio di lui impossibile. Dicevo alle masse enormi di sti stolti che puntare il dito in quella direzione gli impediva di vedere la reale e montante causa della catastrofe italiana (e non solo). Ok, ora sappiamo cos’è successo. Oggi accenderemmo ceri alla Madonna pur di non essere nelle mani della Fornero-ING, e di Monti-Sachs, più tutti gli altri. Pazienza, quella è andata.
Ma oggi un minore, seppur ugualmente agguerrito, numero di italiani consapevoli dell’orrore di questo Golpe Finanziario sta facendo esattamente la stessa cosa. Ora gli Odiosi Designati sono le banche. Tutti contro Bankenstein, e di nuovo tutti fuori target. Ma impareremo mai qualcosa?
Le banche, quelle commerciali sotto casa e quelle immense internazionali, non sono buone. Possono anche essere criminali, corrompono la politica, minacciano di fatto il bene comune. Cosa fanno? Sostanzialmente erogano crediti e fanno girare soldi di ogni sorta. Oggi c’è chi accusa le banche di aver causato una bolla d’indebitamento colossale, che ha devastato interi Paesi distruggendone le economie. Sbagliato, e giusto. Sbagliato è il verbo “causato”, perché nessuna banca al mondo può costringere qualcuno a chiedere prestiti o a comprare prodotti di risparmio truffa. Giusta è la devastazione, che c’è stata. E allora come stanno le cose?
La metafora perfetta per capire è quella dei Casinò. Non sono bei posti, sono spesso cause di rovine finanziarie, crimine organizzato, drammi personali. Ma può il Casinò costringerti ad andarci? No. E allora perché si va al Casinò? Per due motivi: A) perché si è presi dall’euforia dell’arricchimento e allora si va a scommettere i soldi di casa col sogno di raddoppiare il gruzzolo B) perché si è cronicamente a corto di soldi e allora si va a tentare la fortuna, chissà mai.
Con le banche è stata la stessa cosa. A) vi sono stati periodi dell’ultimo ventennio dove chi faceva affari ha voluto scommettere nelle bolle speculative di finanza pura, e vi ha gettato tutto se stesso correndo in banca a chiedere denaro per accatastare scommessa su scommessa, e ovviamente per un po’ l’euforia funzionò eccome. Le banche, che seguono le euforie come oche che vanno a bere, sono corse a chieder prestiti loro stesse per finanziare la bonanza generale, e hanno strafatto a loro volta. Ma questo perché milioni di individui e aziende ciucciavano crediti e prodotti finanziari come pazzi, nessuno li stava obbligando. E non mi si venga a dire che ci hanno infinocchiati vendendoci roba marcia come fosse garantita. Se si è così scemi da credere ai rendimenti da Befana, ce lo si merita il cetriolo nel didietro. Di nuovo: nessuno ci costringeva a essere grulli. Infatti poi è arrivato il crack. Ohh! Misnky! B) vi sono stati periodi, molti, cioè quasi di continuo dagli anni 80’ in poi, dove i governi hanno deciso che la spesa a deficit doveva rientrare, e, come spiega la Modern Money Theory, se il contenitore del governo chiude i rubinetti di spesa, per forza un altro contenitore, che quasi sempre è quello di aziende e cittadini, perde quei soldi e va in crisi. Ohh! Godley! E allora cosa fanno cittadini e aziende se il rubinetto del denaro governativo si strozza? Vanno per forza dalle banche a cercare quei soldi che il governo non dà più, nella speranza di rimettersi in piedi. Questi ultimi sono costretti, ma NON dalle banche, dal governo che vuole i pareggi di bilancio, che in macroeconomia significano SEMPRE un impoverimento di cittadini e aziende, spesso drammatico. Le banche sono oche scellerate che corrono dietro all’euforia, o che prestano da usurai a gente messa alla canna del gas dai governi.
Morale della favola: non puoi incolpare il Casinò se un tizio è ubriaco di azzardo e si gioca il patrimonio, o se un tizio è in bolletta e spera disperatamente di avere fortuna. La colpa non è delle banche Odiose Designate, è SOLO E SEMPRE della politica. La politica dovrebbe, nel caso A), regolamentare i giochi della finanza speculativa (banche) in modo severissimo, impedendo drasticamente le bolle euforiche che poi esplodono nel mondo; e nel caso B), la politica dovrebbe AUMENTARE E NON DIMINUIRE la spesa a deficit con una propria moneta sovrana per fornire al settore di cittadini e aziende la liquidità necessaria a tenerli il più possibile lontani dai debiti con le banche. Leggi Modern Money Theory.
Semplice. Ma tanto anche questa volta nessuno imparerà niente

Paolo Banard
27/8/2012 da Informare X Resistere

27 agosto 2012

Per il PD non passa quasi più nulla di progressista. E quindi.....

Il nome della rosa
 
Ormai dovrebbe essere chiaro e del tutto evidente che una rinascita della sinistra italiana non può più passare dal gruppo dirigente nazionale del Partito Democratico. Individuo questo come elemento dirimente, come fronte invalicabile, come espressione dunque di una politica che ha oltrepassato molti valori della sinistra e che ha diretto la sua barra su una rotta nemmeno più socialdemocratica o liberale, ma sempre più contraddistinta da tratti di forte conservazione del sistema economico e (anti)sociale in cui viviamo.
 Stefano Fassina esprime questo disagio in un’intervista del 24 agosto scorso su l’Unità, ma alle fine ne ricava un compromesso tra esigenze pubbliche nella struttura economica del Paese ed esigenze di tutta una parte privata che si fa fatica a scalzare da settori strategici per la Repubblica, per lo Stato, dopo decenni di regali fatti agli imprenditori con compromissioni a colpi di golden share fintamente pubbliche…
 Se, dunque, è ormai acclarato che la ricostruzione dei valori e della loro trasposizione fattuale nella quotidianità del mondo del lavoro e del sociale in generale, non può passare da una ricostruzione del vecchio centrosinistra, e questo proprio per quello che il PD ha fatto nel e al centrosinistra, è evidente che dobbiamo concentrarci sulla costruzione di una formazione di sinistra che sia pluriculturale e anche pluriideologica: che abbia come elemento fondativo la critica senza appello al capitalismo e che, su questa critica, fondi tutte le sue proposte di costruzione dell’alternativa.
 Per costruire questo percorso del tutto serenamente e con coerenza, con passione e con voglia, senza tatticismi di sorta, dovremmo non avere come prospettiva prima le elezioni politiche. Mantenere lo sguardo su quanto avviene in merito è giusto e sacrosanto. Spostare l’occhio quotidianamente sui tanti tentativi di riforma non “ad personam” ma “ad partem” della legge elettorale, per capire come contrastare anche questi giochetti sporchi di eliminazione degli avversari sgattaiolando le regole democratiche costituzionalmente date; verificare di volta in volta ciò che accade nei singoli territori in seno alle alleanze che ancora resistono; dare vita ad una contestuale formazione culturale della stessa proposta di alternativa, senza farla pronunciare da verbosità di questo o quel leader, ma costruendola inseme adottando parole e concetti veramente differenti rispetto a tutte le altre forze politiche.
 Concetti semplici, che identifichino l’altrettanto straordinaria semplicità delle proposte sia dei comunisti che di tutte le compagne e i compagni della sinistra che vorranno far parte di un progetto non più procrastinabile, necessario.
 Noi dobbiamo accompagnare alle nostre più lineari e fondanti pietre angolari dell’alternativa di società la consapevolezza che solo la coniugazione di una lotta sociale fatta nel Paese e nel Parlamento può darci risultati concreti per far avanzare l’eguaglianza dei diritti sociali e civili e, pertanto, la trasformazione dell’intera società.
 Non può esservi lotta sociale veramente piena senza l’accompagnamento, almeno in questa fase, di una sponda parlamentare dove poter far valere quei diritti che altrimenti resterebbero senza alcuna rappresentanza. E, viceversa, ogni vera rappresentanza parlamentare sia di opposizione che di governo è mero politicismo se non ha una rispondenza popolare, se non ha una corresponsione nel sentire comune ed anche nel giudizio dei propri elettori.
 La risposta alla crisi economica creata dalle speculazioni e dall’anarchia dei mercati, è e può essere una risposta risolutiva se capovolge le proposte che oggi il governo ci mette davanti e che sono approvate dalla maggioranza trasversale PD – PDL – Terzo Polo.
 Siamo davanti ad una fase evolutiva del capitalismo su cui bene ragiona Alberto Burgio oggi su “il manifesto” quando propone di guardare complessivamente questa crisi e di levare lo sguardo dalle angolature e dai particolarismi. Osservando la crisi come un grande quadro si scoprono dati interessanti sulla diminuzione dei salari, sull’avanzamento delle linee speculative del capitale e sul ritorno del mercato come regolatore della vita complessa e complessiva degli Stati.
 Condivido il pensiero e l’analisi di Burgio: serve, per contrastare tutto questo potere internazionale, una nuova Internazionale, un nuovo incontro transnazionale delle forze anticapitaliste, comuniste, socialiste che vogliono capovolgere questo mondo. Altra strada non c’è.
 In Italia possiamo cominciare a costruire, anche con la tenacia del progetto mai finito ma in itinere della “Rifondazione comunista”, una sinistra anticapitalista consapevole di essere un tassello, un importante tassello, per allargare a tutto il Vecchio Continente l’idea di una politica sociale che sia consapevolmente vissuta dalle persone come grimaldello su cui puntare per aprire le casseforti dei potenti e redistribuire le ricchezze. E, facendo questo, rendere incontrovertibile il cambiamento.
 La “Cosa Seria” si può e si deve fare: con partiti, comitati, associazioni, settori importanti del sindacato (la Fiom), sngoli cittadini. Una rete a maglie larghe dove serve e maglie strette dove occorre. Coraggio, costruiamola insieme.

Marco Sferini
27 agosto 2012 www.lanternerosse.it
 

26 agosto 2012

21 mila miliardi di dollari è la cifra custodita nei Paesi offshore e nelle mani di un’élite di ricchi. Mentre i governi tagliano spese pubbliche e welfare, meno di dieci milioni di persone nascondono al fisco una somma pari al Pil di Stati Uniti e Giappone. A favorire questo processo, le grandi banche salvate dai governi: Goldman Sachs, Ubs, Credit Suisse. Un rapporto del Tax justice network fornisce le cifre della ricchezza finanziaria. Ecco cosa ci nascondono i più ricchi del mondo

Il paradiso dei super-evasori globali

Ventunomila miliardi di dollari. È questa la cifra che gli uomini più ricchi del mondo nascondono nei paradisi fiscali offshore sparsi per il Pianeta. Potrebbe anche trattarsi di una somma maggiore - fino a trentadue mila miliardi - ma il suo ammontare complessivo è quasi impossibile da calcolare.

Mentre i governi tagliano la spesa e licenziano lavoratori - perché c’è bisogno di austerità a causa del rallentamento dell’economia - gli ultra-ricchi, meno di dieci milioni di persone, hanno nascosto al fisco una somma pari alla somma del prodotto interno lordo degli Stati Uniti e di quello del Giappone. Lo rivela il nuovo rapporto di Tax justice network. Le cifre fornite dal documento sono scioccanti. «Le entrate perse a causa dei paradisi fiscali - rileva lo studio - sono talmente ampie da costituire una differenza significativa secondo tutti i nostri indici convenzionali di diseguaglianza. Poiché la maggior parte della ricchezza finanziaria mancante appartiene a una (piccola) élite, l’impatto è sconcertante».James S. Henry, ex capo economista di McKinsey & Co., autore di The Blood Bankers e di articoli apparsi su The Nation e sul New York Times, ha scavato nei documenti della Bank for international settlements, del Fondo monetario internazionale (Fmi), della Banca mondiale, delle Nazioni unite, di banche centrali e di analisti del settore privato, riuscendo infine a tracciare il profilo dell’enorme riserva di denaro che fluttua nelle nebulose località definite offshore. E stiamo parlando soltanto del denaro, perché il rapporto non si occupa di appartamenti, yacht, opere d’arte e altre forme di ricchezza nascoste - nei paradisi fiscali e quindi non tassate - dai super-ricchi. Henry lo definisce il «buco nero» nell’economia mondiale e nota che «nonostante ci siamo sforzati di essere prudenti, i risultati sono scioccanti».

C’è una gran quantità d’informazioni in questo rapporto, quindi abbiamo scelto sei cose fondamentali da conoscere sul denaro che i più ricchi del mondo stanno nascondendo a tutti noi.

1. Incontra il top 0.01%
«Secondo i nostri calcoli, almeno 1/3 di tutta la ricchezza finanziaria privata e circa la metà di quella offshore è posseduta dalle 91.000 persone più ricche del mondo, appena lo 0.01% della popolazione mondiale» rileva il documento. Questi top 91.000 hanno circa 9.800 miliardi del totale stimato nel rapporto e meno di dieci milioni di persone possiedono l’intera pila di denaro.

Chi sono queste persone? È chiaro che sono le più ricche, ma cos’altro sappiamo di loro? Il rapporto parla di «speculatori cinesi trentenni, attivi nel settore immobiliare e magnati del software della Silicon Valley» e coloro la cui ricchezza deriva dal petrolio e dal traffico di droga. Non cita invece - ma avrebbe potuto - candidati alla presidenza degli Stati Uniti: Mitt Romney è stato attaccato per aver nascosto denaro in un conto svizzero e in investimenti nelle Isole Cayman.

Mentre i signori della droga hanno bisogno di nascondere i loro profitti illegali, tanti altri ultra-ricchi evitano di pagare le tasse costruendo intricati gruppi di aziende e altri investimenti soltanto per cancellare un po’ di voci dal conto che devono pagare al loro paese.

2. Dove diavolo sono finiti i soldi?
Secondo Henry, il termine offshore non corrisponde più a un luogo fisico, nonostante una quantità di posti come Singapore e la Svizzera continuino a specializzarsi nel fornire ai ricchi di tutto il mondo «residenze fisiche sicure a bassa tassazione».

Ma oggi la ricchezza offshore è virtuale. Henry descrive «siti nominali, ultra-portatili, multi-giurisdizionali e spesso temporanei all’interno di reti di organizzazioni e accordi legali e semi-legali». Una compagnia può essere ubicata all’interno di una giurisdizione, ma posseduta da un gruppo di aziende situato altrove e amministrata da un insieme di società in una località terza. «In definitiva il termine offshore si riferisce a un insieme di potenzialità» piuttosto che a un posto o a una serie di posti.

Il documento nota anche che è importante distinguere tra «paradisi intermedi«, cioè quei posti che la gente normalmente immagina quando pensa ai paradisi fiscali (come le Isole Cayman di Romney, le Bermuda e la Svizzera) e i «paradisi di destinazione», che includono Stati Uniti, Gran Bretagna e perfino Germania. Queste ultime sono destinazioni richieste, perché mettono a disposizione «mercati azionari efficienti e disciplinati, banche sostenute da un’ampia popolazione di contribuenti e compagnie d’assicurazione; sistemi legali ben sviluppati, avvocati competenti, sistemi giudiziari indipendenti, e il principio di legalità».

In altre parole la stessa gente che non paga le tasse spostando in giro il suo denaro approfitta, al fine di evadere, dei servizi finanziati dai contribuenti. E negli Stati Uniti alcuni Stati hanno cominciato, fin dagli anni Novanta, a fornire, a buon mercato, organizzazioni «il cui livello di segretezza e protezione nei confronti dei creditori e i cui vantaggi fiscali fanno concorrenza a quelli dei tradizionali paradisi fiscali offshore». Se a questo si aggiunge che i ricchi e le multinazionali negli Stati Uniti pagano sempre meno tasse, ne risulta che stiamo provando ad attirare quelli che stanno cercando nasconderci il denaro.

3. Le banche salvate dai governi
Chi sta favorendo questo processo? I nomi che vengono fuori quando si spulcia nei dati sono familiari: Goldman Sachs, Ubs e Credit Suisse sono i primi tre, mentre Bank of America, Wells Fargo e JP Morgan Chase rientrano tutti nella Top 10. «Alla loro lista di onorificenze possiamo aggiungere quest’altra: sono attori chiave in molti paradisi fiscali in giro per il mondo e sono fondamentali nel sostenere il sistema globale d’ingiustizia fiscale» nota il rapporto.

Alla fine del 2010 le prime 50 banche private amministravano circa 12 mila miliardi in patrimoni investiti oltre frontiera per i loro clienti. Più del doppio rispetto al 2005, con una crescita annuale di oltre il 16%.«Dalle banche alle aziende di consulenza fiscale, agli studi legali internazionali, alcuni degli affari più grossi del mondo sono legati alla fabbrica dell’elusione fiscale globale» scrive sul Guardian la studiosa di finanza (ed ex trader di Goldman Sachs) Lydia Prieg. «Queste aziende non sono enti morali che possiamo rimproverare per fargli pagare la loro parte. La loro funzione è massimizzare i loro profitti e quelli dei loro clienti».

«Fino agli ultimi anni del 2000 - nota Henry - il tipico giudizio dei capitalisti rampanti era: che cosa potrebbe essere più sicuro delle - troppo grandi per fallire - banche statunitensi, svizzere e britanniche?». Senza i salvataggi arrivati con la crisi finanziaria del 2008 - aggiunge Henry - molte di queste banche che stanno nascondendo i soldi degli ultra-ricchi non esisterebbero più. Questi ultra-ricchi si rivolgono alle grandi banche proprio perché danno per scontato l’appoggio governativo a queste ultime.
 
4. Sempre più disuguaglianze
Tutta questa ricchezza nascosta in giro per il mondo - che pare impossibile da misurare e da tassare - sottolinea il Tax Justice Network, ci porta certamente a sottovalutare le diseguaglianze di reddito e di ricchezza. Stewart Lansley, autore di The cost of inequality, ha dichiarato a Heather Stewart sul Guardian: «Non c’è alcun dubbio: tutte le statistiche sui redditi e la ricchezza in cima alla scala sociale sottovalutano il problema».

Lansley sostiene che quando si determina il coefficiente Gini (un indice per misurare le diseguaglianze all’interno di una società) «non si prendono informazioni sui milionari e i miliardari e, anche se lo si fa, esse non possono essere calcolate in maniera completa».Si tratta di un problema così significativo che a quello di Henry il Tax Justice Network ha aggiunto un secondo rapporto, intitolato "Diseguaglianza: la metà non la conosci". Il documento elenca tutti i punti deboli del modo in cui attualmente calcoliamo le diseguaglianze, le quali spesso sembrano ridursi perché non abbiamo alcuna misura adeguata della vera ricchezza dei super-ricchi. Sono disponibili i dati delle dichiarazioni dei redditi, ma se ci sono davvero miliardi nascosti nei paradisi fiscali sparsi per il mondo, come calcoliamo le entrate effettive dei più ricchi del mondo?

Anche solo in base agli indici che utilizziamo attualmente, la diseguaglianza nel mondo sta salendo alle stelle. Se però quell’1% di più ricchi degli Stati Uniti non possiede soltanto il 35,6% della ricchezza, ma una porzione molto più abbondante nascosta da qualche parte, che significa per noi tutto ciò? Non dobbiamo dimenticare, come chiarisce il rapporto, che «la disuguaglianza rappresenta una scelta politica», che in quanto società operiamo le nostre scelte in base al livello di disuguaglianza che riteniamo tollerabile o giusto. Se questa è molto più grande di quanto pensiamo, come tutto ciò altera le nostre priorità? Molti americani sono disinformati sul nostro livello di disuguaglianza, ma il rapporto conferma che anche i presunti esperti stanno sottovalutando ampiamente il problema.

5. I paesi non sono indebitati
Il rapporto di Henry esamina separatamente un sotto-gruppo di 139 paesi, la maggior parte dei quali a reddito basso o medio, e rileva che alla fine del 2010 questi 139 paesi, tutti assieme, avevano un debito di oltre 4 mila miliardi. Ma se si tenesse conto di tutto il denaro detenuto offshore, questi paesi avrebbero un debito negativo di 10 mila miliardi o, come scrive Henry, «una volta considerati questi patrimoni offshore e i guadagni che essi producono, molti paesi definiti come debitori si rivelano essere in realtà ricchi. Ma il problema è che la loro ricchezza è offshore, nelle mani delle loro élite e dei loro banchieri privati». Henry nota inoltre che - ormai da oltre una decina di anni - i paesi in via di sviluppo nel loro insieme si sono rivelati essere creditori di quelli sviluppati invece che debitori. «Ciò significa che siamo in presenza di un problema di giustizia fiscale, non semplicemente di debito».Ma questi debiti ricadono sulle spalle dei lavoratori di quei paesi, di coloro che non possono avvantaggiarsi di sofisticati scudi fiscali. E ciò non rappresenta certamente un problema solo per i paesi in via di sviluppo. Oggi - rileva Henry - il mondo sviluppato ha la sua crisi debitoria. L’economista francese Thomas Piketty nota che «la ricchezza detenuta nei paradisi fiscali è probabilmente sufficiente a trasformare l’Europa in un grosso creditore netto nei confronti del resto del mondo».
 
6. Quanto ci stiamo rimettendo?
Henry stima che se questi 21 mila miliardi non dichiarati fruttassero un rendimento del 3% e questa rendita fosse tassata del 30%, soltanto ciò genererebbe introiti fiscali pari a circa 190 miliardi di dollari. Se invece l’ammontare di denaro nei paradisi fiscali fosse più vicino alla valutazione più elevata, quella di 32 mila miliardi, ciò potrebbe generare introiti fiscali per 280 miliardi, circa il doppio di quanto i paesi dell’Oecd (Organizzazione per lo sviluppo e la cooperazione economica, ndt) spendono per il sostegno allo sviluppo. In altre parole, un mucchio di soldi. E la tassazione al 3% è quella più bassa che si potrebbe imporre. E parliamo solo delle tasse sul reddito.Quelle sui capitali azionari, sulle eredità e altre potrebbero fruttare ancora di più.

È per questo motivo che, in conclusione, Henry sostiene che possiamo prendere questo rapporto come una buona notizia: «Il mondo ha appena scovato un enorme ammontare di ricchezza finanziaria che può essere invitata a contribuire alla soluzione dei più urgenti tra i nostri problemi globali». «Abbiamo l’opportunità di pensare non soltanto a come prevenire alcuni degli abusi che hanno creato questa situazione, ma anche a come utilizzare al meglio i guadagni non tassati che ha generato».

190 MILIARDI DI DOLLARI
A tanto ammonterebbero gli introiti fiscali se questi soldi non dichiarati avessero dei rendimenti del 3% e fossero tassati del 30%. Se l’ammontare di danaro fosse invece vicino alla stima più elevata, 32 mila miliardi invece che 21 mila, gli introiti salirebbero a ben 280 miliardi. Senza contare le tasse sui capitali azionari, sulle eredità e su altro. Un «tesoro» che darebbe un colpo decisivo alla crisi dei debiti sovrani.

4.000 MILIARDI DI DOLLARI
A tanto ammonta complessivamente il debito di 139 Paesi, in gran parte gravante sulle spalle dei lavoratori che non hanno mezzi per proteggersi. Ma se si tenesse conto di tutto il denaro offshore e dei guadagni che esso produce, molti paesi in realtà sarebbero ricchi. Il problema, dunque, è di giustizia fiscale, non di debito, perché la ricchezza è nelle mani delle élite di quei Paesi e dei loro banchieri privati.
 
Sarah Jaffe
Tratto da AlterNet
Traduzione di Michelangelo Cocco

Www.ilmanifesto.it 15/08/2012

25 agosto 2012

Alla festa di Liberazione a Venezia arrivano Alexis Tzipras (presidente Syriza), Pierre Laurent (Front de Gauche e segretario generale del Partito Comunista Francese), Gianni Rinaldini e Maurizio Landini della Fiom e Vittorio Agnoletto

Ferrero a Tzipras alla festa di Venezia

Venerdiì 24 agosto prende il via la 21^ Festa di Liberazione di Venezia. Fino al 2 settembre, tutte le sere, in Campo S. Giacomo dell’Orio, si susseguiranno dibattiti, conferenze, momenti musicali e gastronomici, organizzati dalla Federazione Provinciale di Venezia di Rifondazione Comunista. La Festa vuole essere sede di dibattito e approfondimento di temi politici e sociali di fondamentale attualità e valore e, allo stesso tempo, grazie a eventi musicali e stand gastronomici (improntati alla cucina tipica veneziana), occasione di divertimento e incontro per tutta la città.
Tra i dieci giorni della manifestazione spiccano certamente due date. Il 30 agosto rappresenta il fulcro della Festa, delle sue marcate dimensione internazionale e volontà di contribuire al percorso per la costruzione di un’alternativa di sinistra in Europa. Alle 20.30, nel corso del dibattito coordinato dal direttore di RaiNews24 Corradino Mineo, si incontreranno Paolo Ferrero (segretario nazionale Prc), Gianni Rinaldini (Cgil), Alexis Tzipras (presidente Syriza) e Pierre Laurent (segretario generale del Partito Comunista Francese).
Tzipras è alla sua prima visita in Italia dopo le complesse fasi delle elezioni greche, che, nell’ultima tornata, hanno visto la sua coalizione della sinistra radicale sfiorare la vittoria per una manciata di punti percentuali. Anche Laurent porterà testimonianza di una significativa consultazione elettorale, quella che in Francia ha sancito la vittoria di Hollande anche grazie ai voti assicurati dall’appoggio del Front de Gauche, di cui il Partito Comunista Francese è componente fondamentale. Due testimonianze di grande valore, ma anche due solidi punti di riferimento e di partenza per iniziare a costruire concretamente la sinistra europea che verrà.
La serata conclusiva del 2 giugno, alle 20.30, Paolo Ferrero e il segretario nazionale Fiom Cgil Maurizio Landini, daranno vita, assieme al segretario provinciale di Venezia di Rifondazione Sebastiano Bonzio, al dibattito “Prima il lavoro!”, incentrato sui recenti sviluppi della legislazione sul lavoro.
I contenuti sociali e politici della manifestazione si dipaneranno lungo diversi itinerari e attraverso differenti strumenti: dibattito, conferenza, rappresentazione teatrale. Particolarmente significativo è lo spazio dedicato alle “Storie di resistenza umana”: ogni giorno, i protagonisti di alcune realtà lavorative in difficoltà nel territorio veneziano porteranno la loro testimonianza. Il 28 agosto, inoltre, verrà rappresentato L’eclisse della democrazia, lo spettacolo sul G8 di Genova di Vittorio Agnoletto.
Il calendario completo della manifestazione è disponibile sul sito www.prcvenezia.org.

Per ogni informazione è possibile rivolgersi al tel. 041 5382383 o all’email segreteria@prcvenezia.org.

Rifondazione Comunista
Federazione Provinciale di Venezia

"Con questa legge elettorale possiamo anche non andare alle elezioni." Paolo Ferrero - segretario di Rifondazione Comunista/Federazione della Sinistra

LA PROSSIMA PORCATA

E nel paese che aveva avuto un regime mediatico ventennale seguito da un successivo governo della Goldman Sachs, per non interrompere il serial si andò alle elezioni inventando un superpremio di maggioranza al primo partito, un inedito mondiale (Grecia a parte). Gli elettori furono chiamati anticipatamente alle urne per volere del capo dello stato che dettò le condizioni di un'alleanza centrista, sfasciando del tutto il già disastrato campo della sinistra. La fantapolitica è spesso anticipatrice della realtà (il 1994 ce lo ricorda) e in Italia potrebbe accadere di nuovo: votare con un sistema frankestein (metà Mattarellum, metà tedesco, metà spagnolo), scelto da partiti al minimo storico del consenso, dopo appartati conciliaboli in comitati ristretti.

L'intesa su una nuova legge elettorale, annunciata dal vicesegretario del Pd, Enrico Letta («l'accordo c'è e verrà comunicato tra poco»), è stata raggiunta perché, scrivono i giornali del centrodestra, anche Berlusconi avrebbe seppellito il «porcellum» sciogliendo la riserva sulle elezioni anticipate. Naturalmente sperando di vincerle o, più realisticamente, di non perderle.

Non importa a quante giravolte assisteremo prima della definizione degli ultimi, decisivi, dettagli (percentuale del premio di maggioranza, dimensione dei collegi...), quel che sappiamo basta per dire che alle porcate non c'è limite.

Una legge elettorale che viene decisa a ridosso del voto è un'indecenza di per sé. Non solo esiste una direttiva europea che invita i paesi a mettere un anno di distanza tra le riforme elettorali e il voto. Non solo cinque anni di legislatura non sono bastati per sostituire il «porcellum» e offrire al paese un tema serio, un dibattito alla luce del sole. Non solo una proposta referendaria che aveva raccolto un milione e mezzo di firme è stata cassata. Ma questo arzigogolo elettorale è in tutta evidenza costruito per facilitare una grande coalizione in continuità con il governo Monti. Sempre che, alla fine, il Pd non abbia lavorato per il re di Arcore. Come è altamente probabile, alla fine berlusconiani e leghisti faranno cartello (riprendendosi anche la loro quota di transfughi grillini) mentre a sinistra la coppia Bersani-Casini farà molto male alla speranza di spegnere la musica di Monti, gonfiando invece la protesta contro questi partiti.

È l'inganno perpetuo: come nel referendum del maggioritario (lo ricorda ai lettori la copertina del '93 che ripubblichiamo oggi), con l'80 per cento di «sì» il popolo pensò di essersi liberato del vecchio regime, della partitocrazia e invece cambiarono solo le facce (e non tutte), così domani lo strombazzato funerale al bipolarismo potrebbe tradursi, senza soluzione di continuità, in una farsa del proporzionale, con gli stessi partiti, e persino le stesse facce di oggi, al governo di domani. Ma Bersani conosce il gioco dell'apprendista stregone?

Norma Rangeri
24/8/2012 www.ilmanifesto.it

22 agosto 2012

Rapporti di compiacenza non solo con il PdL e il PD ma anche forti legami con uomini della chiesa per coprire i crimini contro i cittadini di Taranto e gli operai dell'ILVA.

Il patto d'acciaio tra il patron Riva e la chiesa cattolica tarantina


Il rapporto tra l'Ilva e la chiesa cattolica rappresenta una delle pagine più grigie fra quelle all'attenzione dei magistrati di Taranto. Certo, nessun reato penale o civile è emerso per ora a carico di un prelato. È pur vero, però, che non può essere questo motivo di sollievo per una curia che giorno dopo giorno veste sempre più i panni di chi, come tanti altri, si è prostrato ai piedi dei padroni dell'acciaio.

Le parole di questi giorni di Francesco Cinieri, dal 1986 cassiere dell'Ilva, con le quali si fa esplicito riferimento ad alcune donazioni periodiche elargite alla chiesa negli anni 2010 e 2011, non rendono da sole il senso e il ruolo della massima istituzione cattolica sul territorio in tutta la vicenda Ilva. Se le donazioni fossero state finalizzate esclusivamente a opere benefiche e non avessero avuto in cambio una clemenza pubblica tutt'altro che cristiana, infatti, probabilmente nessuno si sarebbe scandalizzato più di tanto. Così però non è stato e i silenzi della chiesa nel passato riguardo il disastro ambientale della città sono stati assordanti. Neanche il passaggio di consegne fra mons. Benigno Luigi Papa (rimasto in carica 21 anni) e mons. Filippo Santoro, lo scorso novembre, ha segnato un cambio profondo e netto nell'atteggiamento verso le grandi imprese inquinanti. Al suo arrivo le aspettative dei fedeli erano altissime visto che nel 1992 è stato membro della delegazione della Santa Sede per la Conferenza Mondiale sull'Ambiente (Eco-92). Aspettative deluse: il diritto alla salute è un concetto che non trova spazio nelle dichiarazioni di questi giorni da parte del numero uno della chiesa cattolica tarantina. In un abile cerchiobottismo, Santoro si districa continuamente in un percorso a ostacoli anche quando, promovendo una fiaccolata sul problema Taranto, avrebbe potuto affermarlo senza indugi e segnare il cambio di rotta.

La scelta della continuità del suo vescovado sui punti cardine della vicenda ambientale fu chiara quasi subito. Pur dichiarando la volontà di svolgere un ruolo chiave, non ebbe il coraggio di annunciare la rinuncia alle regalie dell'Ilva che puntualmente e negli anni hanno minato la credibilità della chiesa a Taranto. Una delle prime occasioni per affermarlo senza indugi, e conquistarsi davvero un ruolo terzo, lo ebbe poche settimane dopo la nomina vescovile. Durante un incontro con i direttori di giornali e tv, gli fu chiesto se fosse stato disponibile ad affermare pubblicamente l'interruzione di ogni donazione. Non rispose. «Sono stato a messa con i famigliari delle vittime dell'inquinamento e del lavoro, presto incontrerò gli operai. Voglio favorire il dialogo affinché lavoro e salute siano compatibili», affermò senza fare alcun riferimento alla domanda posta. Pochi mesi dopo, in occasione della festività patronale di San Cataldo, il patrocinio dell'Ilva era nuovamente lì su locandine e brochure dell'evento. Ma il rapporto chiesa-Ilva ha radici ben più antiche. Una amicizia che la curia ripagava con dichiarazioni di riconoscenza e il controllo sociale delle migliaia di famiglie che vivono al quartiere Tamburi e del pane del siderurgico.

Sconvolgenti furono le prese di posizione di mons. Papa verso chi poneva le basi di una lotta in chiave ambientalista e, quasi contemporaneamente, lo fu anche l'elevazione a pubbliche onorificenze di chi rappresentava il potere del siderurgico. Non è passato tanto tempo, infatti, da quando la curia ionica ha consegnato nelle mani di Girolamo Archinà, fino a poche settimane fa responsabile dei rapporti istituzionali dell'Ilva e oggi fulcro intorno al quale ruota l'inchiesta «Ambiente venduto», il Cataldus d'Argento per il volontariato. Si tratta dell'onorificenza più importante che la curia cittadina riconosce a chi si è reso protagonista in positivo durante l'anno precedente. Accadde nel 2011 il giorno successivo alla festa patronale dell'8 maggio dedicata a San Cataldo, di cui l'Ilva è sponsor costante dell'evento e dei costosi festeggiamenti. Forte fu il disappunto di tanti cittadini, meno per quelli che vivono nel martoriato quartiere Tamburi ai piedi delle ciminiere.

Proprio dai Tamburi si levò un grido di rabbia quando mons. Papa prese carta e penna e scrisse ai parrocchiani dopo l'ultima ingente donazione di patron Riva. 365 mila euro, ben più dei 5mila che a detta di Cinieri rappresentava il limite massimo di quasi tutte le donazioni (appunto, quasi). Servirono a rendere accogliente la chiesa Gesù Divin Lavoratore. Al cospetto i 2.500 euro dati alla parrocchia dei Santissimi Angeli Custodi il 19 ottobre 2010, tra le regalie che emergono dai documenti a disposizione della procura, sono meno che briciole. E fin qui, ancora una volta, nulla di male se non si guarda oltre leggendo il maquillage che la chiesa tentò di donare al re dell'acciaio agli occhi dei cittadini del quartiere. Per farlo il vescovo volle essere ancora più esplicito scrivendo alle famiglie che ogni giorno respirano l'inferno: «Vogliamo ringraziare Dio per questo dono della Sua Provvidenza, che ci giunge nell'occasione della vostra festa. Il presidente Riva mi ha espresso le motivazioni che hanno indotto il suo gruppo a tale atto di generosa attenzione....». Parole che furono lette dal pulpito durante la messa. Riva vuole così, scrive ancora Papa, «esprimere l'attenzione costante che il suo gruppo riserva a questo quartiere». I cittadini risposero con un po' di vernice sulla lamiera del cantiere messo su rapidamente grazie ai soldi dei Riva: «Il paradiso non si compra».

Quasi contemporaneamente la curia si mostrava severa e intransigente nei confronti delle associazioni civiche. Quando nel 2009 riuscirono a unirsi e a organizzare con le scuole una manifestazione per accendere i riflettori sul disastro ambientale tarantino, pensarono, erroneamente, di poter avere il sostegno in prima fila della chiesa. Si sbagliarono. Quel giorno non solo il vescovo e le associazioni cattoliche non aderirono all'iniziativa (anche se molti componenti di esse scesero comunque in piazza a titolo personale) ma fu lanciato un pesante monito dall'alto prelato. All'invito dagli organizzatori ad aderire alla marcia pacifica Papa rispose così: «Quello che non dovrebbe accadere è cavalcare la giusta tematica della salvaguardia dell'ambiente per motivazioni strumentali, cioè non tanto perché stia veramente a cuore questo problema, ma perché dalla protesta si possa ricavare un qualche utile personale o di gruppo. Qualora dovesse accadere questo, dovrei pensare che ci sia un inquinamento spirituale che è peggiore dell'inquinamento ambientale».
 
Gianluca Coviello
21/8(2012 www.ilmanifesto.it

Continuano nel silenzio complice dei media occidentali i crimini di Israele contro il popolo palestinese. Durante l'estate i quartieri di Gerusalemme Est in crisi idrica anche per le politiche discriminatorie attuate dalle autorità israeliane, denunciano attivisti e Ong

Discriminazioni idriche a Gerusalemme Est

Gerusalemme, 22 agosto 2012, Nena News - "Qui a Gerusalemme Est non abbiamo acqua in casa anche per dieci giorni di seguito mentre a pochi chilometri da noi, nella parte Ovest della città, la fornitura è continua, 7 giorni su 7, 24 ore su 24". Mahmoud Abu Ramlah vive al quindi piano di un appartamento a Kafr 'Aqab, un quartiere che fa parte della municipalità di Gerusalemme, ma che dal 2002 è stato tagliato fuori dal muro. "Spesso l'acqua arriva di notte solo per alcune ore quando la pressione è molto bassa, e non sempre abbiamo il tempo sufficiente per riempire le taniche e le cisterne".

Mahmoud fa parte di quei 90.000 palestinesi che vivono nella "parte cisgiordana" del muro ma sono residenti permanenti di Gerusalemme - e pertanto hanno la carta d'identità blu - , hanno accesso, senza restrizioni, alla città santa e al servizio sanitario nazionale e pagano le tasse ad Israele. Tuttavia da quando è iniziata la costruzione del muro dopo la seconda Intifada, questi quartieri, tra i quali rientrano Kafr 'Aqab, il campo profughi di Shu'fat e molti altri, si sono trovati "dalla parte sbagliata" della barriera e man mano la municipalità di Gerusalemme ha iniziato a fornire sempre meno servizi. Nello stesso tempo l'Autorità Palestinese non ha ottenuto il permesso di operare in queste aree. "La municipalità di Gerusalemme viene meno ai suoi doveri" ha spiegato a Nena News Osama Abu Armila capo del consiglio locale di Kafr 'Aqab - in questo quartiere regna l'anarchia: i rifiuti non vengono raccolti, la polizia non entra nel quartiere e non c'è nessuna manutenzione delle strade". Inoltre uno dei principali problemi che questi quartieri sono costretti ad affrontare è la mancanza di acqua.

A Gerusalemme ci sono due compagnie responsabili della fornitura idrica della città. La Jerusalem Water Undertaking (JWU) con base a Ramallah si occupa della parte settentrionale di Gerusalemme (Kafr 'Aqab, Beit Hanina e parti di Shu'fat). L'acqua proviene da Israele e la fornitura è di 85.000 metri cubi di acqua al mese per circa 4500 case - quantità non sufficiente per l'intera popolazione soprattutto d'estate quando il consumo aumenta e di conseguenza questi quartieri vivono una vera e propria crisi idrica. Israele si rifiuta di aumentare le quantità nonostante le richieste del JWU. Inoltre la manutenzione e la riparazione della rete idrica può avvenire solo dopo il rilascio di un permesso da parte delle autorità israeliane. Di conseguenza spesso in queste aree il sistema idrico è vecchio ed insufficiente a soddisfare le esigenze della popolazione palestinese.

Il secondo fornitore è la compagnia privata israeliana Hagihon, responsabile delle rimanenti aree palestinesi (come ad esempio i quartieri di Ras Khamis, Ras Shahada, Hashalom e il campo profughi di Shu'fat) e delle colonie israeliane all'interno di Gerusalemme. Anche se secondo regolamento [the Water and Sewage Company Law del 2001] questa compagnia "deve vendere e fornire l'acqua in maniera continua ed efficiente . ad ogni consumatore dell'area senza discriminazioni", nella realtà Hagihon, che dal 2003 è stata privatizzata, applica un prezzo più alto per i palestinesi (12.6 shekel al metro cubo per i contatori prepagati palestinesi contro i 6.7 shekel per le colonie israeliane, fonte EWASH). Inoltre, come per i quartieri serviti dal JWU, c'è una costante mancanza di acqua. Secondo quanto riferito dal quotidiano israeliano Haaretz, proprio a causa dell'esasperazione causata da un insufficiente accesso all'acqua, all'inizio dell'estate sono avvenuti dei veri propri scontri tra alcune famiglie. "La gente è stanca, stufa, non tollera più questa situazione. Le cisterne che abbiamo sui tetti non bastano più, abbiamo smesso di fare la doccia a casa e facciamo il bagno ai nostri figli solo una volta a settimana" ha dichiarato ad Haaretz Jamil Sanduqa, capo del comitato del quartiere di Ras Khamis - si tratta di una vera e propria discriminazione idrica se si considera che nella parte Ovest della città la fornitura è continua".

Marta Fortunato
22 agosto 2012 11:46Nena News

21 agosto 2012

I giudici del Riesame confermano che l’inquinamento è legato alla sete di profitto da parte della proprietà. "Adesso la proprieta' deve impiegare quei profitti per risanare l'ambiente e mantenere l'occupazione. Per tutelare la saluta di chi lavora e di chi abita nel territorio circostante”. Paolo Ferrero - segretario di Rifondazione Comunista/Federazione della Sinistra

Riva e la morte vanno a braccetto

Il caso dell’Ilva di Taranto è, di giorno in giorno, in questa torrida estate sempre all’onore delle cronache. Ad oggi, tra corsi e ricorsi, sappiamo che la magistratura della Repubblica accusa il padron Riva di aver voluto l’attività inquinante che è a fondamento delle controversie di queste settimane sulla chiusura o sul mantenimento in stato di produzione del grande centro siderurgico meridionale.
Dicono i pubblici ministeri nelle motivazioni depositate il 7 agosto che deve essere impedito, in osservanza della legge, il protrarsi della situazione di trasgressione che è appunto l’inquinamento derivato dagli altiforni dello stabilimento.
Scrivono i giudici che il disatro prodotto è stato «determinato nel corso degli anni, sino ad oggi, attraverso una costante reiterata attività inquinante posta in essere con coscienza e volontà, per la deliberata scelta della proprietà e dei gruppi dirigenti». Una affermazione gravissima, che inchioda Riva e famiglia alle responsabilità più alte verso tutta la struttura siderurgica, verso i lavoratori e le lavoratrici e verso l’intera zona di Taranto che ha subìto tutto questo in nome sempre e solo del profitto.
Se negli anni passati percorrevi col treno la tratta da Savona a Genova, ad un certo punto, passando per la stazione di Cornigliano (dove si trova l’ultimo stabilimento rimasto di Riva; l’altro era nella mia città, proprio a Savona), potevi leggere sulle mura lungo la ferrovia: “Riva cancro”, “Riva boia”, “Ilva = cancro”. Quelle scritte le conoscevamo tutte e tutti, le abbiamo viste centiniaia di volte e sapevamo che Cornigliano, come Taranto, era una zona profondamente inquinata. Bastava toccare con un dito le panchine della stazione, diretta dirimpettaia dello stabilimento, per rendersi conto che le polveri più o meno sottili si depositavano ogni giorno su tutto quello che di limitrofo c’era alla zona degli altiforni.
Ciò che dunque scrivono i giudici è l’atto di accusa a cui il padrone dovrà rispondere dopo che una sentenza popolare già era stata scritta sulle mura di Genova.
Una cosa ancora penso si debba dire e voglio scriverla chiaramente: c’è stato un gioco criminogeno, un tentativo sottile e perverso di mettere i lavoratori al centro di un vortice che coinvolgeva l’asse precario tra industrialismo, lavoro e ambiente. Come se i lavoratori fossero responsabili dell’inquinamento per via del loro lavoro e della necessità che questo rappresenta oggettivamente per oltre 10.000 persone e nuclei famigliari. C’è stato il meschino ancoraggio della richiesta di mantenere aperta l’Ilva con l’insensibilità sanitaria dei lavoratori: come se non fossero consapevoli dei rischi che loro per primi corrono andando ogni giorno nello stabilimento di Riva.
Questi tentativi di gettare la colpa addosso alle esigenze del mondo del lavoro sono state smascherate subito dal sindacato e anche dalle forze della sinistra. Potrà anche essere che nel corso degli anni i giochi sotterranei della parte padronale abbiamo frenato l’azione sindacale, ma non penso e non credo si debba dire che c’è una complicità del sindacato in tutto questo.
Se ci fosse, dovrebbero per primi i lavoratori denunciarla e ristabilire un equilibrio tra le parti.
La colpa di tutto è di una santissima trinità del mercato: Riva, produzione e profitto. Non cercate colpevoli dove non ce ne sono; fate piuttosto tutto il possibile per far conoscere quelli che realmente hanno voluto, senza alcuno scrupolo, la morte di persone, la morte del lavoro.


Marco Sferini
21/8/201 www.lanternerosse.it

19 agosto 2012

A tre giorni dal massacro dei minatori di Marikana, in Sudafrica, i familiari stanno ancora cercando i loro cari, senza sapere se sono stati uccisi, feriti o solo arrestati. Il bilancio finale dell'operazione condotta dalla polizia contro i lavoratori in sciopero nella miniera Lonmin a cento chilometri dalla capitale Johannesburg è di 34 morti, 78 feriti e 259 arresti.

"All'origine del massacro in Sud Africa, l'ingordigia delle multinazionali". Parla padre Francis Manama
I familiari ancora senza notizie dopo ore e ore di estenuanti attese davanti alla roulotte piazzata davanti all'ospedale dei minatori. Possono solo consultare l'elenco dei morti e dei feriti. Molti dei 28.000 dipendenti della miniera di Marikana non hanno però parenti nelle vicinanze. In Sudafrica, dove il tasso di disoccupazione è ufficialmente al 25%, molti lavoratori abbandonano i loro villaggi per raggiungere le colline ricche di minerali. Vivono in capanne di legno e lamiera, senza acqua corrente nè bagno. Dalla metà del XIX secolo proprio questi lavoratori migranti hanno fatto la fortuna dell'industria mineraria sudafricana, estraendo diamanti, oro e platino. Spesso per un ben magro salario.
Proprio per migliorare le loro buste paga 2.000 minatori della Lonmin erano in sciopero dal 10 agosto a Marikana. Dai 4.000 rand percepiti finora (400 euro) volevano passare a circa mille euro. Tra le voci di protesta che si sono levate contro l’azione della polizia del Sud Africa, quella di Nadine Godimer, scrittrice e premio Nobel, e attivista storica della lotta contro l’apartheid, che ha parlato di “fatto devastante”. "Certo, sono assolutamente devastata, non posso credere che una strage così orrenda sia avvenuta tra la nostra gente, fra la stessa popolazione nera", ha detto Gordimer intervistata dalla France Presse, definendo l'uccisione di 34 minatori in sciopero da parte della polizia "completamente inaccettabile". "Sono toccata e rattristata per queste persone innocenti. Le immagini di quella gente a terra dopo essere stata abbattuta sono nauseanti". Padre Francis Manama, missionario comboniano a Johannesburg mette in evidenza soprattutto l’isolamento dei lavoratori, “le vere vittime di questa vicenda”. Quanto accaduto ieri alla miniera di platino della Lonmin, “potrebbe accadere in tante altre miniere del Sudafrica”, sottolinea. "I lavoratori chiedevano aumenti salariali - prosegue padre Francis in un colloquio con l'agenzia Misna – ma alcuni sindacati, in cattiva fede, avevano promesso aumenti anche del 200%. Una promessa irrealizzabile che ha avuto pero' l'effetto di esacerbare gli animi nel momento in cui dall'altra parte, con altrettanta cattiva fede, e' arrivato l'aut aut: 'o tornate a lavorare o vi licenziamo'. E' stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso".
Secondo padre Francis, mancano guide adeguate all'interno dei sindacati ma anche tra i ranghi della politica, "incapace di capire e di rispondere alle esigenze della fasce meno protette della popolazione". Ad avvantaggiarsi della situazione sono le societa' proprietarie delle miniere:"Le compagnie - conclude padre Francis - pensano a fare quanti piu' soldi e' possibile, e anche loro sbagliano. Non sono sinceri nei negoziati con i lavoratori e non si rendono conto che migliorare le condizioni lavorative non puo' che andare anche a vantaggio della produzione".La strage di Lomnin, con 34 morti e 78 feriti, è l'azione di polizia più sanguinosa in Sudafrica dal 1985, quando più di 20 neri vennero uccisi a Città del Capo. Questa volta, però, a sparare sono stati agenti neri.

Fabio Sebastiani
20/8/2012 www.controilacrisi.org

18 agosto 2012

Riva (Ilva) finanziava Bersani ( ovviamente anche il partito di Berlusconi.). Vendola si barcamena e ha fatto quindi di necessità virtù: ha dichiarato che l'Italia "non può rinunciare all'acciaio". Ma siccome non è questo il problema ma una produzione industriale che rispetti ambiente, salute e sicurezza dei lavoratori, l'ex comunista deve solo chiarire se la giustizia per le migliaia di morti e la salute di un numero ancora inestimabile di malati di cancro, sono scarificabili ad un alleanza elettorale per un governo che dovrà continuare a sostenere questo criminale sistema economico

Ilva: effetto domino

E' proprio vero, follow the money, segui la pista del denaro e tutto si chiarirà.

Le festività hanno portato, sulla vicenda Ilva, la notizia, divulgata dal Fatto, del finanziamento diretto dell'industriale Riva a Pierluigi Bersani. Si, proprio l'attuale segretario del Pd, che nel periodo in cui riceveva il finanziamento di 98.000 euro (2006-7) era ministro dello sviluppo economico. Cifre e rendicontazioni ufficiali, niente di oscuro o di non certificabile. Solo che se nel 2007 il finanziamento diretto di Riva a Bersani poteva passare inosservato oggi è qualcosa che si nota come un grattacielo in un giardino.
Il significato politico, inutile girarci intorno, è pesante: il ministro dello sviluppo economico riceveva finanziamenti dal proprietario di una azienda che avrebbe dovuto controllare.C'è quindi da chiedersi quali controlli, tra il 2006 e il 2008, il ministro Bersani ha attivato nei confronti delle acciaierie Ilva. Impianti su cui l'Organizzazione mondiale della sanità aveva denunciato la grave pericolosità dal '97 (epoca, anche quella, di governodi centrosinistra). Cosa faccia Bersani oggi, a fronte di una fabbrica che "produce" oltre mille morti l'anno, lo sappiamo: ha chiesto l'intervento del governo "formale e informale" nei confronti della sentenza del Gip di Taranto e un atteggiamento che "rassicuri gli investitori esteri in Italia". Evidente mente, per Bersani, i Riva devono venire anche dall'estero.
Quello che sta accadendo è di una chiarezza cristallina: da un lato Ilva sta producendo ogni tipo di ricorso possibile contro la procura di Taranto, e il provvedimento di sequestro di una fabbrica che produce un numero di decessi record in Europa, dall'altro il governo si sta attivando per delegittimare la sentenza sull'Ilva. Chi parla di mediazione istituzionale sull'Ilva dovrebbe tener quindi conto che il governo è da una parte sola.

LA POSIZIONE DI VENDOLA, presidente della Puglia, è di conseguenza impiccata ai comportamenti del Pd. Non può inimicarsi il maggiore alleato nazionale e locale, specie dopo un'accordo elettorale raggiunto, e quindi non ha margini di manovra nel confronti di un finanziatore storico e certificato del segretario Pd: il proprietario dell'Ilva, Felice Riva.
Vendola ha fatto quindi di necessità virtù: ha dichiarato che l'Italia "non può rinunciare all'acciaio". Parole che contrastano perlomeno con la seconda "e" di Sel che starebbe per ecologia. Ora, i verdi tedeschi, che sono stati anni al governo, non è che hanno chiuso le acciaierie. Ma nemmeno hanno fatto in modo di far colare l'acciaio a prescindere da, non diciamo centinaia di morti all'anno come a Taranto, piani di riduzione delle emissioni inquinanti semplicemente impensabili in Italia. Tra le tante parole rilasciate dal presidente Vendola manca poi lo scopo che si prefiggono le istituzioni locali
pugliesi. Esiste un piano particolareggiato della regione Puglia per la riduzione dei decessi, per portarli a zero, entro quando? L'impressione è che più si entra nel dettaglio e nella realtà più le narrazioni di Vendola franano. Anche perchè il sequestro della procura di Taranto è frutto di una ordinanza, al momento, che rende difficili fantasiose mediazioni. Infatti il ministro Clini si è lamentato anche della facoltà dei magistrati di poter giudicare sui materiali da adoperare nel possibile "risanamento". Segno che i margini di aggiramento dell'ordinanza del gip al momento sono pochi.
Ma Clini è il ministro che, al telefono, è stato definito "nostro" dai dirigenti dell'Ilva. Uno di questi è stato arrestato per tentativo di corruzione di un perito del tribunale di Taranto. E tra tutte queste dichiarazioni sull'acciaio e sugli investitori esteri nè il governo nè la regione Puglia hanno speso una parola sui comportamenti dell'Ilva.
Va detto che Clini e Vendola un'accordo l'hanno trovato. Sul finanziamento all'Ilva "per la bonifica" di oltre 300 milioni di euro a carico dello Stato e con il contributo economico della Regione Puglia. C'è un dettaglio di non poco conto: pare proprio, a meno di clamorose smentite, che in quest'opera di bonifica non ci sia un'euro dell'Ilva. Se è così siamo in aperta violazione dell’art. 174 del Trattato Ce e del Decreto legislativo n. 152/2006 (Codice dell’Ambiente) che prevede l'obbligo di intervento economico dell'inquinatore. Obbligo che c'è ameno, come ha detto Clini, attribuire le cause di quello che sta accadendo adesso solo a un periodo precedente all'Ilva.
C'è un ultimo aspetto da non trascurare: Vendola è ufficialmente sotto inchiesta della magistratura pugliese per favoreggiamento in un concorso. Vicenda che, sul piano dell'immagine nazionale, può pesare specie se continua. Un presidente della regione in questa condizione cosa è? Un soggetto oggettivamente condizionato dalla magistratura o uno che cerca di sfruttare l'occasione Ilva per condizionarla? Ecco i danni dei partiti-personaggio, dove un uomo solo deve rimanere in piedi e fare tutto sennò crolla il partito perchè rimane privo di immagine. Evidentemente il berlusconimo ha tracimato ben oltre l'argine originario

Intanto una intercettazione telefonica tra membri della famiglia Riva riporta questa frase, a commento delle richieste ufficiali di dati su quello che accadeva all'Ilva "vendiamogli fumo, diciamo che va tutto bene". Ecco il profilo sociologico dei finanziatori dell'ex ministro Bersani oggi segretario del Pd. L'indispensabile alleato di Vendola, ci mancherebbe.

LA POSIZIONE DELLA FIOM. La Fiom nazionale ha cominciato a differenziarsi dagli altri sindacati dell'Ilva sulla questione della contestazione alla magistratura tarantina. Posizione sensata visti i continui ricorsi che la stessa Fiom ha fatto alla magistratura impugnando gli atti discriminatori del gruppo Fiat (su Melfi, Pomigliano e la stessa Mirafiori) nei confronti del sindacato diretto da Landini.Non si può usare la via giudiziaria nelle vertenze e, allo stesso tempo, delegittimare la magistratura. Solo che la questione Ilva non riguarda più solo Taranto ma il funzionamento o meno dell'intera filiera italiana dell'acciaio. Ufficialmente la Fiom ha chiesto, da sola, che il gruppo Riva paghi il risanamento dell'Ilva. Ma bisogna vedere quanto un risanamento reale è fattibile, in quali tempi e modi, con uno impianto ormai vecchio di mezzo secolo. A questo va aggiunto l'evidente tentativo del gruppo Riva di usare la minaccia di chiusura della filiera italiana dell'acciaio per mettere all'angolo il sindacato
di Landini proprio su Taranto. Inoltre c'è la situazione sul campo. Negli ultimi 15 anni la Fiom non ha mai indetto uno sciopero all'Ilva sull'inquinamento.Segno evidente quantomeno di un basso profilo tenuto da tempo proprio su quel territorio. L'ammissione del ritardo, sui temi del risamento ambientale (specie in presenza di un numero molto anno di vittime), non esenta però la Fiom dal problema del recupero di posizioni chiare, praticabili ed efficaci in materia. Questione non facile specie quando i referenti politici del sindacato di Landini sono sia il Pd che Sel.

SCENARIO E FUTURO. La questione Ilva è il risultato di 20 anni di complessiva deregolazione dell'industria italiana: si è praticato il laissez-faire nei confronti del privato, mentre il pubblico non ha investito in ricerca, autorità reali di regolazione e su modelli di sviluppo che non fossero invasivi. I profitti sull'acciaio si sono giocati tutti non solo sui bassi salari ma anche sul differenziale di sicurezza interna ed esterna: ieri ce lo mostra la vicenda Thyssenkrupp di Torino oggi Taranto.
La vicenda Ilva ci mostra anche come si siano trasformati i partiti: in cartelli elettorali dove rimane il rapporto diretto, finanziario con la grande industria mentre quello con le popolazioni è completamente sganciato. Si comprende come l'esito di avvicinamento al modello Usa sia ormai compiuto: grandi sponsor verso un partito e, per prendere voti, campagne spettacolo. Rispetto agli Usa mancano però le grandi autorità, ad esempio a protezione dell'ambiente come l'Epa. Se l'Italia costruisce i propri profitti grazie al differenziale di sicurezza si può star sicuri che queste autorità, se ci saranno, saranno solo una concessione simbolica o clientelare. Da considerare però l'effetto domino. Un partito, il PD, è legato materialmente ad una industria (il finanziamento esplicito ha un valore politico niente affatto da trascurare, esprime l'esistenza di una sponsorizzazione) i partiti alleati e sindacati di area devono tener quindi conto non degli interessi della popolazione (in questo caso, non morire) ma dei legami concreti di interesse che ha il partito più grande. Un insegnamento per le future vertenze e per il dopo 2013 se Pd e Sel governeranno con l'Udc? Una cosa è certa: se lo scenario politico rimane questo la soluzione Ilva verrà trovata al ribasso mentre lo schema di risoluzione delle emergenze sarà sempre simile a questo emerso con Taranto. Un effetto domino con risultati pessimi
se non letali per la società italiana.

(red. Senza Soste)

16 agosto 2012

Vita e giustizia per Taranto e tutte le città inquinate

Io credo che il grande Giuseppe Di Vittorio venerdì sarebbe alla guida dell’Apecar, se solo fosse vivo. E che ci guiderebbe contro il profitto assassino. Ogni mese due persone due persone a Taranto sono uccise dall’inquinamento industriale: i tre ministri che vengono a Taranto dovrebbero ringraziare la GIP Todisco che vive sotto scorta. Invece vengono per fermare il corso della Giustizia. Il 17 agosto invito tutti i cíttadini, con i loro figli e nipotini, a scendere in strada dietro l’Apecar. Appuntamento alle ore 8.30 in piazza Castello. Per i bambini di Taranto, al fianco dei magistrati. Creiamo un muro umano per difendere la Vita e la Giustizia. Il 17 agosto da Taranto parte un movimento per tutte le città italiane inquinate. Creeremo un fronte nazionale e non ci fermeranno più. Chi ha governato sulla nostra sofferenza dovrà risponderne di fronte alla Magistratura. Saranno giudicati e per questo temono la legalità“.

Alessandro Marescotti, Presidente di PeaceLink.

15 agosto 2012

LA MARCIA DEL SINDACO ROSSO, ESEMPIO PER TUTTA EUROPA. La lotta di Sanchez Gordillo, sindaco comunista, parlamentare di Izquierda Unida che la scorsa settimana ha redistribuito generi di prima necessità alle mense sociali dopo averli "contrattati" gratuitamente dalle grandi catene di distribuzione. Oggi, Sanchez Grodillo annuncia che si metterà in marcia contro la politica di austerity e contro le banche. Sanchez Gordillo incita alla rivolta, dice agli altri suoi colleghi di rifiutarsi di pagare il debito, chiede a tutti di fermare le privatizzazioni, i licenziamenti, gli sfratti. Parole semplici e comprensibili che rappresentano il popolo della crisi intrecciate al coraggio di azioni dirette, senza paura di sfidare la legalità borghese, il pensiero unico, la rassegnazione. La sua lotta è la nostra lotta, il suo coraggio serva d'esempio a tutti noi.

Il sindaco rosso guida gli espropri nei supermercati. Tre carrelli di cibo per 37 famiglie povere di Siviglia. In Andalusia requisiti a un duca 1.200 ettari incolti

MADRID
L’ ultima clamorosa protesta è stata un «esproprio alimentare» in un supermercato: martedì scorso Juan Manuel Sanchéz Gordillo, 60 anni, dal 1979 sindaco con maggioranza assoluta della comunistissima Marinaleda, ha diretto l’assalto a un supermercato nella limitrofa Ecija, portando via tre carrelli pieni di pasta, fagioli, lenticchie e latte, che ha donato a 36 famiglie di squatter disoccupati di Siviglia. Unanime la condanna del governo, dei socialisti, di lu. Ovviamente è stato denunciato. Ma lui se la ride: «È stata un’azione simbolica. Il prossimo obbiettivo? Le banche».

Sanchéz Gordillo, non è solo sindaco, è anche molto altro: deputato regionale andaluso, leader del Cut-Bai (Collettivo unità dei lavoratori-Blocco andaluso di sinistra) e del sindacato agricolo Sat. E da sempre fa parlare di sé, occupando terre incolte o la Moncloa, il Palazzo del governo, con l’ex premier socialista González dentro. Ma nella regione con più disoccupati d’Europa (34%), nel suo Comune non ce n’è uno grazie alle cooperative comunali ortofrutticole da lui inventate e dove tutti guadagnano lo stesso stipendio: 1128 euro al mese. «Non ho mai fatto parte del partito comunista con la falce e martello, però mi sento comunista, o comunitarista, come credo si sentissero Cristo, Gandhi, Lenin e il Che», dice questo professore di storia, figlio di un poverissimo muratore, che ha potuto andare all’Università grazie a una borsa di studio.

Entrato in Izquierda Unita (il cartello elettorale comunista*) nell’86, nemico acerrimo dei socialisti («Zapatero rubava ai poveri per dare i soldi ai ricchi»), gode di una popolarità impressionante, e non solo nella sua Marinaleda (2645 abitanti): nelle regionali andaluse del marzo scorso, come capolista di Iu per Siviglia, ha ottenuto116.726 voti (il 12,18%).
Il suo motto è sempre stato: «La terra a chi la lavora». E Gordillo, che pare uscito da «Novecento» di Bertolucci anche se usa Twitter, è un leader che fa quello che dice. Nell’Andalusia agraria in mano a ricchissimi proprietari terrieri, il barbuto sindaco, dopo 12 anni di occupazioni, nel 1992 è riuscito a espropriare 1200 ettari che erano del Duca dell’Infantado.
Sempre in prima linea, venerdì scorso è stato sloggiato dalla Guardia Civil, insieme ad altri 200 militanti del Sat, da un terreno militare. «Torneremo. Abbiamo già cominciato a lavorare la terra», ha detto agli agenti delle Benemérita.

L’esproprio terriero è stato il volano della sua revolución, sempre perseguita con la non violenza. Il sindaco che tiene la foto del Che nel suo ufficio sempre aperto al pubblico e porterà la kefiah al collo «finché i palestinesi non avranno una loro patria», ha costituito la Cooperativa Hu Humar-Marinaleda, ovviamente ecologicamente corretta. Produce carciofi, peperoni, fave, olio di oliva. Il comune è proprietario di una fabbrica di conserve, un frantoio, serre, allevamenti bovini. Salario: 47 euro al giorno, 6 giorni la settimana, 35 ore settimanali. Ecco perché non ci sono disoccupati.
Ma c’è di più. A Marinaleda non è mai entrato un costruttore. Il municipio regala il terreno per costruire un villino a schiera (90 metri quadrati su due piani, più 100 metri di cortile), anticipa i soldi per i lavori ed esige che il proprietario collabori alla costruzione della sua casa o paghi un sostituto. Restituirà il debito in rate di 15,52 euro al mese.

Dulcis in fundo, non esiste la polizia locale. «Da noi non è necessaria», vanta Gordillo.
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nota di controlacrisi.org: per chi non lo sapesse Izquierda Unida tradotto Sinistra Unita è la coalizione federativa che riunisce comunisti, verdi e altre formazioni della sinistra spagnola e insieme a Rifondazione Comunista, Linke, Front de Gauche. Syriza ecc. fa parte del Partito della Sinistra Europea