31 luglio 2012

Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista: "Bersani presentando la Carta d’Intenti del Pd dice che vuole uscire dalla politiche liberiste. Ma perché allora Bersani ha votato l’abolizione dell’articolo 18, la manomissione delle pensioni e approvato il Fiscal Compact, sostenendo Monti che delle politiche liberiste ha fatto il centro della sua azione di governo? Faccio quindi a Bersani alcune semplici domande: è disponibile a ripristinare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e a cancellare la Legge 30 e l’articolo 8 della finanziaria Berlusconi? Disponibile a cancellare la scandalosa riforma delle pensioni della Fornero? Disponibile a rigettare il Fiscal Compact che strozzerà l’Italia e la terrà in recessione per i prossimi vent’anni? Senza queste risposte le parole di Bersani sono solo chiacchiere in libertà"

Monti vede la fine del tunnel. Forse è un treno ad alta velocità che ci viene addosso
"Noi e l'Ue siamo alla fine del tunnel", queste le parole di speranza del premier Mario Monti parlando della crisi in collegamento con Radio Anch'io. Poi dice che "la spending review non è una nuova manovra" e che "i compiti non finiscono mai, come gli esami. Lo scenario peggiore che voglio esorcizzare sarebbe quello delle elezioni che si tengono a scadenza naturale ma a cui si arrivasse senza una riforma della legge elettorale e in un clima di disordinata rissa tra partiti", ha precisato Monti.
 Insomma, Monti è un artista in materia di mistificazione della realtà. Ci mancava solo che dicesse che la riforma delle pensioni serve ai giovani e che quella sul mercato del lavoro favorisce l'occupazione. Ma l'ha già detto in passato e a cosa serve ripeterlo?! I dati sulla produzione industriale, sulla disoccupazione, sulla povertà ci dicono qualcosa di nettamente diverso. Ci parlano di un Paese in forte recessione economica e sprofondato nel dramma sociale. Forse tengono i Paesi periferici a galla con le nuove misure annunciate da Draghi, ma il grosso è fatto, anzi, come dice Monti, i compiti a casa son fatti (tagli, riforme, fiscal compact...) e il destino dell'Italia, se non si inverte la tendenza con politiche di redistribuzione e di rilancio occupazionale, è segnato tragicamente.
La luce in fondo al tunnel potrebbe essere un treno ad alta velocità che ci viene addosso!
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31/07/2012 12:12 | CONFLITTI - ITALIA | Fonte: milanoinmovimento.it
Val Susa, la repressione continua: provvedimenti della magistratura in tutta Italia, anche a Milano.
Le mobilitazioni in Val Susa non accennano a diminuire per numero ed intensità e la magistratura, solerte ed imparziale come sempre, non tarda a farsi sentire.
In seguito alle recenti mobilitazioni, momenti significativi di un programma estivo d’iniziative no Tav in Val di Susa ricco e particolarmente lungo, la magistratura torinese ha deciso di notificare altri obblighi restrittivi a diversi militanti, in Valle, a Torino e in altre città d’Italia.
Tra le persone colpite da questi provvedimenti ci sono anche alcuni degli arrestati del 26 Gennaio ( http://www.notav.info/post/altri-obblighi-notificati-ai-notav/ );  il numero complessivo è ancora da quantificare.
Al momento abbiamo notizia di un provvedimento notificato anche a Milano ad un compagno del Collettivo Lambretta . Attendiamo notizie più precise relativamente a questo provvedimento (sembra si tratti di un divieto di dimora presso il comune di Chiomonte) e ad eventuali altri. Ne daremo notizia nel corso della giornata.
Ovviamente, anche se ai più tutto ciò apparirà scontato, questi provvedimenti confermano quanto detto più volte sino a questo momento, ovvero come le mobilitazioni in Val Susa rappresentino, per la loro radicalità e la dimensione trasversale e di massa che le caratterizza, un pericolo per il potere costituito che ne teme l’estensione e riproducibilità e per questo motivo si accanisce in ogni modo e con ogni pretesto per cercare di sopirne potenzialità ed efficacia.

31/07/2012 www.controlacrisi.org

29 luglio 2012

Il compito della sinistra antagonista: disvelare ciò che è occultato e mistificato, decostruire l'impianto ideologico liberista e ricostruire uno sguardo critico sulla realtà

Due formule infami
Sono entrate nel lessico mediatico di questa stagione drogata dall'ideologia liberista due formule infami. La prima, propinata un giorno sì e l'altro pure dalla Bce, è l'intimazione di “fare i compiti a casa”, che allude ad imperativi indiscutibili, per troppo tempo elusi da cicale pigramente appollaiate sull'albero della cuccagna, dedite a consumare ciò che non producono e a vivere (ecco un altro luogo comune) “al di sopra dei propri mezzi”. I compiti a casa sono in realtà posti tutti a carico di quanti sgobbano senza tregua per raccattare i propri deboli “mezzi”, ormai neppure sufficienti ad assicurare loro almeno la sopravvivenza. Il volgare eufemismo “fare i compiti a casa” significa, semplicemente, sbaraccare ogni forma di protezione sociale universalistica, ogni pezzo di welfare espressione di diritti che la Costituzione vorrebbe garantiti e protetti. “Fare i compiti a casa” vuol dire, ancora, privatizzare tutto ciò che può essere ridotto a merce e messo sul mercato per essere acquistato da un pubblico solvibile, pagante. La seconda formula, di cui Angela Merkel detiene il copyright, dice: “Nessun pasto è gratuito”, dove il rovesciamento della realtà è diametrale poiché i parassitati sono lì trasformati in parassiti e gli sfruttati spacciati per ingoiatori ad ufo di risorse. Dei ricchi, invece, non si può né si deve parlare, se non per dire che se tali sono diventati è per merito proprio, non per una congiura ordita contro i poveri. Dunque, “crepi chi non ce la fa”, perché ognuno è responsabile delle proprie disgrazie. Con questo epitaffio sulla solidarietà sociale e sulla Costituzione si chiude un'epoca e se ne schiude un'altra dove barbarie sociale, spoliazione democratica e modernità tecnologica si fondono come nelle più ardite fantasie letterarie e cinematografiche, dove cessa ogni forma di diritto e dove la sola legge operante in via di fatto è il mantra competitivo che recita “Mors tua vita mea”, direttamente dettato dai proprietari universali saldamente insediati in plancia di comando.

 Si tratta, a ben vedere, dell'applicazione delle teorie elaborate nei primi anni '70 del secolo scorso da Milton Friedman (insignito per questo del Premio Nobel per l'economia) e sperimentate dalla Scuola di Chicago nel Cile di Augusto Pinochet assurto al potere dopo avere liquidato il governo di Salvador Allende con un colpo di stato organizzato in partnership con gli Stati Uniti. Teorie che ora sono divenute, sotto forma di scienza economica, il Verbo che ispira la politica europea in gran parte del vecchio continente: la cavia è stata la Grecia, ora tocca alla Spagna e l'Italia è lì, ad un passo soltanto. Per mandare a compimento questo disegno occorrono due condizioni: da una parte un consenso di massa, convinto o passivo che sia, alla tesi che “non c'è alternativa” (letterale citazione dell'acronimo T.I.N.A, “There is no alternative”, desunto dalle regole d'oro fondate dalla Trilateral Commition) e che le classi subalterne vivano in uno stato di totale spaesamento e depressione; dall'altra che i ceppi resistenti ancora attivi e potenzialmente pericolosi siano del tutto inertizzati, messi nelle condizioni di non nuocere. Questo lo si fa in primo luogo usando la forza, in senso proprio, distruggendo la contrattazione collettiva, secondo gli insegnamenti di Von Hayek (ecco un altro genio insignito del Premio Nobel!), mutilando il potere di coalizione dei lavoratori, cacciando i reprobi e i sindacati non addomesticati dalle fabbriche, nonché reprimendo con la violenza ogni focolaio di opposizione che si manifesti nel Paese. Ecco perché Monti e Marchionne, per usare l'espressione più sintetica, rappresentano le due facce, perfettamente complementari, di un'identica politica: il colpo inferto, manu militari, ai lavoratori, la manomissione dell'intero impianto giuslavoristico e la demolizione del welfare. E poi lo si fa mettendo al lavoro un esercito di maitre a penser, di spin doctors,di giornalisti embedded, di esperti catechisti e apprendisti catecumeni, tutti impegnati in una colossale manipolazione mediatica, diretta ad istillare la convinzione che “ciò che è reale è assolutamente razionale” e che opporvisi è una passione pericolosa, oltre che inutile.

Sarebbe un errore letale sottovalutare quanto questo autentico, quotidiano bombardamento eserciti – anche su individui dotati di spirito critico e personalità indipendente – una funzione disciplinatrice del pensiero che si scopre prigioniero di tabù e di insospettabili recinzioni ideologiche. Sembrerebbe lecito pensare che una compromissione così estesa di diritti, di condizioni materiali e aspettative di vita spalancasse gli occhi anche di coloro che sono a lungo rimasti tramortiti dalla rapidità con cui si è consumata un'offensiva così devastante, per il successo della quale – è bene ricordarlo – erano tuttavia in incubazione tutte le premesse politiche e sociali. Eppure non è così o, perlomeno, non lo è necessariamente, come la storia drammaticamente ci ha insegnato. Le botte prese generano una reazione positiva solo quando si sa da che parte vengono, perché vengono, come è possibile evitarle e come sia possibile reagire. Ecco perché fra i nostri compiti più urgenti, insieme alla promozione e alla condivisione di tutti i conflitti antagonistici, c'è proprio da compiere questa doppia fatica: disvelare ciò che è occultato e mistificato, decostruire l'impianto ideologico liberista e ricostruire uno sguardo critico sulla realtà, condizione perché la proposta di un'altra rotta sia ritenuta plausibile, convincente, produttrice di lotta sociale e politica e di un'alternativa fatta non soltanto con le parole, ma con le forze reali che possono inverarla.

DinoGreco

28 luglio 2012

Dichiarazioni ipocrite sul provvedimento della Magistratura. Ipocrite perché sorvolano vergognosamente e con disinvoltura sugli anni di menefreghismo politico di fronte alle denunce circostanziate sui danni alla salute dei cittadini di Taranto, e degli stessi operai. Quindi la causa di migliaia di posti lavoro in pericolo va cercata in chi avrebbe dovuto intervenire, politica e sindacato, e non l’ha mai fatto se non a parole. Il dramma occupazionale dei lavoratori dell'Ilva di Taranto coglie in pieno questa contraddizione su questa fabbrica dei veleni. E’ il vile ricatto tra lavoro velenoso e condizione sociale ma sulla sicurezza non si può e non si deve derogare. La difesa del lavoro deve andare di pari passo con la difesa della salute, assunto elementare sul quale lo stesso sindacato rivendica in tutte le imprese con denunce e esposti atti a far rispettare leggi comunque lacunose nella difesa del diritto alla salute ed alla sicurezza. Dovrebbe essere la politica, con atti legislativi, e il sindacato con la lotta, prima ancora della Magistratura a sentenziare che un'industria non può avvelenare la vita di chi lavora e dei cittadini che hanno la sfortuna di vivere vicino a quella fabbrica insalubre. Dietro questa situazione di disperazione operaia c’è anche la vittoria di un modello che si è rivelato totalmente fallimentare. L’alfiere delle fiere forzate, degli stabilimenti in eccesso, delle giornate di cassa integrazione distribuite come bombe a grappolo è di certo l’amministratore delegato della Fiat, appoggiato dalla sudditanza dei partiti che occupano il Parlamento e dal sindacato confederale. Loro sono i responsabili della fine della civiltà del lavoro

Da Pomigliano a Taranto, delitto d'estate
A Taranto si è in fondo in questi giorni confermata la nemesi delle nefandezze connesse al modello di sviluppo. La parola d’ordine semplificata è semplice, o si crepa di cancro, grazie alle esalazioni prodotte dal polo siderurgico, o si crepa di disoccupazione se questo, come da decisioni giudiziarie, verrà chiuso. In mezzo loro, i lavoratori, le loro famiglie il cui destino è sospeso e carico di rabbia che non trova pace, loro che bloccano e occupano la città e che pretendono una soluzione che sembra incompatibile con le decisioni dei padroni. Tutto è sospeso fino al 15 settembre quando il tribunale si pronuncerà sulla richiesta di riapertura della fabbrica ma l’operazione che ha portato anche all’arresto di coloro che dovevano garantire anche la sua bonifica non promette bene.
Da Taranto arriva rabbia e disperazione a malapena fermata dall’intervento provvido di uno dei pochi uomini del sindacato ancora dotati di una certa credibilità come Maurizio Landini. Prevale il senso d’impotenza e del perso per perso, la lotta condotta giorno dopo giorno, forse senza prospettive, di pura anche se necessaria resistenza. La vicenda di Taranto è solo quella oggi alle cronache, il paese intero sembra devastato dalla metastasi del blocco del circuito produttivo, non si vende e non si consuma e allora perché produrre? Il viaggio che segue, a macchia di leopardo e senza nessuna pretesa di essere esauriente, è attorno a zone produttive, a singoli comparti, a vertenze particolari, lavoratori e lavoratrici che passeranno l’agosto in fabbrica o in piazza e che forse apriranno con largo anticipo l’autunno caldo. Ma dietro una situazione del genere c’è anche la vittoria di un modello che si è rivelato totalmente fallimentare. L’alfiere delle fiere forzate, degli stabilimenti in eccesso, delle giornate di cassa integrazione distribuite come bombe a grappolo è di certo l’amministratore delegato della Fiat, il dott. Marchionne. Facile prendersela con la politica dei prezzi della concorrenza tedesca quando si è puntato tutto sulla distruzione dei contratti nazionali, sui salari bassi, su modelli che non valgono la cifra a cui vengono venduti. «Gli ultimi giorni di produzione della “Musa” sono stati drammatici –racconta con rabbia Pasquale Lojacono, ex rappresentante Rsu della Fiom, ormai cacciata dagli stabilimenti – Ci rendevamo conto che tutto stava precipitando e che la Fiat non voleva fare investimenti ad agosto ma un colpo del genere è veramente di quelli che fanno male». Si perché da alcuni giorni i prodotti fallimentari elaborati dai geni della direzione non verranno più fabbricati, risultato per 2600 lavoratori non ci saranno più collocazioni mentre altri 2300 potranno lavorare al massimo 2 giorni a settimana.

Anche a Mirafiori si sta consumando l’ennesimo sterminio, alla faccia di trovate pubblicitarie come “Fabbrica Italia”, i lavoratori, anche quelli in attività, raccontano di aver perso con i diversi periodici cassa integrazione, almeno 18 mila euro ciascuno di salario. Chi aveva risparmi li ha bruciati, molti hanno dovuto attingere anche al fondo pension e al tfr.«Io ormai come sindacalista sono stato cacciato via- racconta ancora Pasquale – Ma alcuni giorni fa sono andato in direzione per accompagnare un lavoratore a cui avevano fatto una contestazione. L’impressione che ho avuto, parlano con i dirigenti, è che neanche loro credono più in un futuro. Il problema è che molti lavoratori ora non ce la fanno più a resistere, in parecchi si sono indebitati per andare avanti.

A Torino, come in qualsiasi altra città non campa una famiglia con 800 euro». La Fiom fa notare anche come il tanto decantato accordo che ha spaccato tutto, si sia rivelato totalmente inadeguato Nasconde il fatto che si vogliono produrre meno vetture con meno lavoratori e basta. Pasquale, come gran parte degli altri ,ha lavorato 12 giorni in 7 mesi, per il resto solo cassa integrazione. Questo impianto è uno di quelli che sta per morire nell’indifferenza generale, secondo Pasquale e la Fiom la sola soluzione per mantenere il livello occupazionale è quella della riduzione dell’orario di lavoro, ma da quell’orecchio l’ad della Fiat non ci vuole sentire, per mantenere un rapporto con i lavoratori si sono organizzate assemblee degli iscritti fuori dal luogo di lavoro, incontri con i simpatizzanti, ma a Torino è anche difficile, quello che resta della Fiat è sparso per un vasto territorio, anche raggiungere i lavoratori non è facile.
La situazione della Fiat e della produzione di veicoli è secondo Emanuele De Nicola, di Melfi, entrata in una fase che potrebbe essere di non ritorno.«Come annunciato ci hanno messo in cassa e riprenderemo a lavorare (forse) il 29 agosto. Ma qui non si illude nessuno, è troppo tempo che lavoriamo 8 giorni al mese se va bene, il salario diminuisce me non ci sono produzioni da fare. Si avvicina la fine se non ci sarà un intervento diretto del governo. Personalmente ho seri dubbi che la Fiat voglia realmente restare in Italia».

Anche i lavoratori di Melfi non passeranno ferie tranquille, si sta ancora aspettando la sentenza definitiva che riguarda lo scontro fra Fiom e Fiat, si aspetta dal 10 luglio ma ancora c’è il silenzio. Non si tratterebbe di una vittoria simbolica, si ridefiniscono anche con questa sentenza, le relazioni industriali in Italia. «Noi – continua Emanuele – auspichiamo una ripresa per fare chiarezza rispetto alle intenzioni reali della Fiat, dobbiamo capire se vogliono o meno riconvertire le produzioni. I dirigenti Fiom come Emanuele hanno una linea ben definita, sono convintiche soltanto investendo in ricerca e innovazione per creare un nuovo modello di auto a basso impatto ambientale e realmente ecocompatibile si possa uscire dalla crisi. Oggi si producono più automobili di quante se ne vendono, quindi andrebbe cambiata radicalmente la strategia industriale:«Dobbiamo partire dall’idea di città intelligenti – dice Emanuele – in cui si rimette in discussione il concetto stesso di mobilità, il servizio pubblico, capire come uscire prima che inizi la scarsità, dalla dipendenza dal petrolio, ragionare insomma. Cose che la Fiat sembra non voler fare. E il governo nazionale sembra subalterno alle decisioni di Marchionne, oppure si da credito a buffonate come la messa in affitto di stabilimenti industriali. Occorre altro, non basta la Punto Evo che produciamo noi, anche a metano che non si vende, bisogna sperimentare i motori ad idrogeno, investire sul fotovoltaico, e se la Fiat non è in grado di farlo che se ne vada senza pretendere nulla. A me sembra che il governo francese si sia creato meno problemi per affrontare la crisi della Peugiot . E chi pensava che la Fiom fosse la responsabile della chiusura degli stabilimenti ora ci deve ripensare.

La Fiat, e più in generale la produzione siderurgica, sono l’aspetto più visibile di un Paese in cui ad essere al crollo è l’economia reale che ne dica il presidente del consiglio. Le realtà produttive che sono rimaste hanno scelto di scaricare tutte le difficoltà sui lavoratori con orrende devastazioni contrattuali, l’uso massiccio della cassa integrazione (straordinaria o in deroga), cercando di espellere il conflitto dalla fabbrica e dimostrando assoluta assenza di volontà nella riprogrammazione della propria strategia di mercato. Migliaia e migliaia di lavoratori, le loro famiglie, che vivono questo scorcio d’estate in maniera drammatica, senza soldi e senza la voglia nemmeno di pensare alle meritate ferie. E poi ci sono gli altri, quelli che attengono ad altri comparti, il mondo frammentato e disperso dei lavoratori precari, delle piccole aziende, dei servizi in cui l’occupazione o diminuisce o è cattiva occupazione. Le cifre sono spaventose 3.152.763 sono quelli registrati come lavoratori precari 24.133.764 quelli a tempo indeterminato 2.402.482 gli ufficialmente disoccupati. Nel primo quadrimestre del 2012 sono state utilizzate dalle aziende 322 milioni di ore di cassa integrazione per una media di 470.000 lavoratori in cassa a tempo pieno. In media sono stati persi per ogni lavoratore 2.600 euro in busta paga per un totale di 1,2 miliardi di euro. Lo sottolinea la Cgil sulla base dei dati Inps sulla cig nel 2012. Dopo il dato record del 2011, anche nell’anno in corso le ore di cassa integrazione utilizzate dalle aziende si aggireranno intorno al miliardo.

Anche per questo 2012, quindi, il quarto anno consecutivo di crisi, “la cassa integrazione si avvia ad attestarsi attorno al miliardo di ore autorizzate”, osserva il segretario confederale, responsabile Industria, Elena Lattuada – si continuano a registrare dati negativi che indicano uno stato di profondissima crisi e di inesorabile declino del settore industriale. Senza ripresa – avverte – questi dati peggioreranno tirandosi dietro disoccupazione e desertificazione industriale. Bisogna dare risposte al profondo malessere sociale rimettendo al centro il lavoro”.
Ad aprile – sottolinea la Cgil nella sua elaborazione dei dati Inps diffusi nei giorni scorsi – sono stati chiesti 86 milioni di ore (-13,6% su marzo). Nel primo quadrimestre sono state autorizzate 322,8 milioni di ore in linea con lo stesso periodo del 2011. “Le ore di cig – afferma la Cgil – azzerano dall’inizio dell’anno 470.000 posizioni di lavoro ma coinvolgono mediamente 940 mila persone con un’incidenza di cig per occupato nell’industria pari a 46 ore per dipendente”.
Nei primi quattro mesi del 2012 il totale delle ore di cig ordinaria è stato di 101 milioni di ore (+26,54% tendenziale) . La richiesta di ore per la cassa integrazione straordinaria nel periodo gennaio-aprile (110,9 milioni) segna un calo del 18,6% sullo stesso periodo dell’anno scorso.
Infine la cassa integrazione in deroga (cigd) con 110,9 milioni di ore autorizzate (+3,79%) risulta lo strumento più usato. I settori che presentano un maggiore volume di ricorso alla cigs in questi quattro mesi sono quello del commercio con (39,9 milioni e +31,16%) e il settore meccanico (21,9 milioni ma con un -31,88%). Le regioni maggiormente esposte con la cassa in deroga da inizio anno sono la Lombardia con 20,5 milioni di ore (+19,70%), l’Emilia Romagna con 12,5 milioni (+15,19%) e il Lazio con 11,7 milioni di ore (+154,18%).
“Considerando un ricorso medio alla cig, pari cioè al 50% del tempo lavorabile globale (9 settimane) – afferma la Cgil – sono coinvolti da inizio anno 938.525 lavoratori in cigo, cigs e in cigd. Se invece si considerano i lavoratori equivalenti a zero ore, pari a 17 settimane lavorative, si ha un’assenza completa dall’attività produttiva per 469.262 lavoratori, di cui 160 mila in cigs e altri 160 mila in cigd. Continua così a calare il reddito per migliaia di cassintegrati: dai calcoli dell’Osservatorio cig, si rileva come i lavoratori parzialmente tutelati dalla cig abbiano perso nel loro reddito 1,2 miliardi di euro, pari a 2.600 euro per ogni singolo lavoratore”.

Cifre di questo tipo fanno pensare che il numero di coloro che quest’anno stanno già riducendo in maniera tremenda il proprio tenore di vita e che difficilmente potranno permettersi una vacanza estiva, è destinato a crescere in maniera esponenziale.
Come se non bastasse bisogna considerare che fra chi ha un contratto a tempo indeterminato, cresce in maniera esponenziale il numero di colo che si ritrova in cassa integrazione sapendo che la mobilità, ovvero il licenziamento, restano dietro l’angolo, mondi diversi fra di loro che spesso non hanno neanche modo di incontrarsi e di dialogare, di fare massa comune, in cui si cercano le soluzioni per sbarcare il lunario. Parlare di “ferie” e di vacanze a chi vive in una simile condizione spesso suona come un insulto, come il voler rammentare che le condizioni di vita, di un anno due anni addietro, oggi non hanno modo di esistere. Stefano Materia, segretario Fiom Cgil di Catania, ci racconta sconsolato di come stia morendo l’attività produttiva nella sua provincia. «In questi giorni abbiamo saputo che per i 39 lavoratori della Nokia, che producono software – dice ,con tono irato – non ci sono prospettive se non qualche ricollocazione individuale. Lo stesso per gli altri che costituivano l’indotto. Catania e Siracusa sono il cuore produttivo della Sicilia ma da noi ormai siamo con la Cig al 70%, resiste Siracusa ma è come se si tenesse su una gamba sola. La produzione nostra finisce in Portogallo, noi resistiamo, lunedì e martedì saremo in sciopero e manifesteremo». Si c’è chi l’estate la vive anche come momento di lotta e di difesa del posto di lavoro, combattendo contro un sistema che li vuole schiacciati.

Ma c’è chi lotta, resiste e in qualche maniera riesce a non lasciarsi, per ora schiacciare. Tutti al mondo conoscono gli “studios” di Cinecittà, luogo storico per la produzione culturale in Italia e nel mondo. Luigi Abete è un imprenditore che intende acquistare l’area ( in cui per altro sorge anche un parco) per creare altra speculazione edilizia, ovviamente dichiarando di voler invece mettere in atto un rilancio. Messi in discussione i posti di lavoro dei circa 250 che degli studios sono l’anima e anche la storia, ma anche le migliaia di posti che ruotano attorno all’industria cinematografica. Sono intervenute le Rsu interne, si è tentato di rompere il silenzio che il potente Abete ha tentato di imporre sulla vertenza e si sono attuati presidi,ci si è relazionati alla città anche con momenti spettacolari come la finta nevicata di inizio luglio. Alla fine,grazie al prezioso lavoro di compagni come Citto Maselli, si è mosso il mondo della cultura, quella che si percepisce anche come opportunità di vita e di lavoro. Hanno preso parola persone come Ghini, Tognazzi, Tornatore. La vicenda è uscita dai confini nazionali e sono intervenuti Loach e Tritignant, lo stesso Le Figarò si è soffermato sulla vicenda. Abete non ha preso molto bene la determinazione dei lavoratori, continua a dichiarare di volersi liberare dei riottosi ma nel frattempo c’è chi comincia a chiedere le sue di dimissioni. A protestare contro lo smantellamento di un pezzo di industria privatizzata già 15 anni fa ora ci sono anche gli abitanti del quartiere che non vogliono vedere trasformato un parco importante per il territorio in cemento allo stato puro. Il comitato “Cinecittà bene comune” e forze politiche come il Prc sostengono la loro lotta.
Stefano Galieni
28/7/2012 www.controlacrisi.org/ombrerosse/

27 luglio 2012

LA DIREZIONE NAZIONALE DEL PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA APPROVA LA LINEA DURA CONTRO MONTI E CHI LO SOSTIENE. Il CHE FARE contro la revisione autoritaria della Costituzione democratica, contro il massacro sociale dei lavoratori, dei disoccupati, dei pensionati e dei giovani, operato dall'illegale governo Monti, con la complicità dei suoi tutori politici e sindacali

LA DIREZIONE NAZIONALE DEL PRC APPROVA LA LINEA DURA CONTRO MONTI E CHI LO SOSTIENE
All’interno della crisi economica mondiale ed europea, la situazione economica del paese sta peggiorando rapidamente a seguito delle politiche del governo Monti. Le politiche neoliberiste praticate con grande forza e determinazione stanno producendo una pesante recessione economica e non hanno ovviamente alcun peso nel mitigare la speculazione finanziaria. In virtù di queste politiche la situazione sociale sta peggiorando con rapidità maggiore della stessa crisi economica ed è destinata ad aggravarsi ulteriormente nei prossimi mesi. Abbiamo un aumento della disoccupazione, una ulteriore perdita di potere d’acquisto di salari e pensioni e un drastico taglio dei trasferimenti alle regioni e agli enti locali che determinerà un ulteriore compressione del welfare e una ulteriore perdita di salario indiretto.

In questo contesto già molto pesante, vi sono due provvedimenti del governo Monti che sono destinati ad avere effetti gravissimi e strutturali nei prossimi anni, sia sul terreno dei rapporti di classe che sul terreno macroeconomico.
Da un lato l’approvazione della legge Fornero sul mercato del lavoro intrecciata con la già approvata controriforma delle pensioni. La sostanziale abolizione dell’articolo 18, l’ulteriore allargamento delle maglie della precarietà e il progressivo ridimensionamento degli ammortizzatori sociali, sono destinate a determinare una condizione di precarietà generalizzata di tutto il mondo del lavoro. Il disegno chiaro è quello di distruggere il movimento operaio e di ridimensionare drasticamente il ruolo del sindacato, anche del sindacato concertativo. E’ un disegno reazionario che estende l’offensiva di Marchionne e di Federmeccanica al complesso delle relazioni lavorative, producendo un deciso spostamento dei rapporti di forza tra le classi a favore del capitale.

In secondo luogo l’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione e la successiva approvazione del Fiscal Compact hanno già definito il quadro delle politiche economiche dei prossimi vent’anni: politiche recessive destinate a smantellare lo stato sociale, privatizzare ogni patrimonio pubblico e presumibilmente a vendere buona parte delle riserve auree del paese. Ci troviamo di fronte ad una scelta che è al tempo stesso recessiva, privatizzatrice e contro i lavoratori.
Il complesso di queste manovre prospetta ha quindi pesanti effetti sia sul piano dei rapporti di classe che sul piano dell’impoverimento complessivo del paese. Le scelte fatte produrranno lavoratori e lavoratrici più poveri dentro un paese più povero: gli interessi di classe e gli interessi del paese sono stati calpestati da questa maggioranza tanto variegata quanto determinata nell’applicare le politiche neoliberiste.

Il nostro giudizio negativo sul governo Monti non solo viene confermato ma aggravato dalle scelte fatte e si estende sulle forze politiche che queste politiche hanno approvato. Nelle politiche praticate non si scorge alcun elemento di compromesso; queste si collocano sulla stessa linea di quanto fatto dal governi greci e spagnoli, contro cui i lavoratori e la sinistra stanno giustamente lottando. Il punto politico è molto chiaro: il governo e la sua maggioranza, utilizzando la speculazione come scusa, stanno producendo il peggiore attacco al movimento operaio dal dopoguerra ad oggi. Come abbiamo più volte ribadito, esiste una cosa peggiore di un governo di destra ed è un governo di destra senza opposizione.
In questo contesto drammatica è l’assenza di iniziativa del sindacato confederale, cosa che contribuisce non poco al disorientamento sociale e alla difficoltà a costruire un esteso conflitto sociale.

In questo contesto la Direzione Nazionale ritiene necessario operare sin da subito e con determinazione per la costruzione di uno schieramento politico che possa diventare uno schieramento elettorale delle forze politiche sociali e associative che si oppongono da sinistra al governo Monti. La nostra proposta, che si rivolge in primo luogo a SEL, all’IdV, ad Alba e al complesso delle forze associazionistiche, sociali e culturali disponibili, è finalizzata a costruire un ampio schieramento di sinistra e di alternativa che si ponga l’obiettivo di governare e di costruire una risposta ai problemi del paese attraverso il rovesciamento delle politiche economiche e sociali e quindi in aperta opposizione alle politiche europee. Occorre operare per dar vita ad un punto di riferimento crdibile per coloro che sono colpiti dagli effetti della crisi e delle politiche del governo Monti. Al di la delle possibili modifiche alla legge elettorale - che contribuiranno a determinare le forme concrete della nostra presentazione elettorale – il giudizio che diamo del governo Monti e della sua maggioranza impone una scelta politica di fondo: la costruzione di una alternativa politica e programmatica a quel governo e alle forze politiche che l’hanno sostenuto. In questo contesto il nostro obiettivo è la costruzione di un effettivo spazio pubblico della sinistra, che faccia i conti fino in fondo con la critica della politica e sia portatore di una forte critica dell’economia politica.

Occorre uscire da ogni politicismo per avviare, all’interno del fronte di opposizione, un processo costituente di una sinistra di alternativa e di una terza repubblica basata sulla democrazia partecipata. Questo è l’obiettivo centrale che ci poniamo, che poniamo ai compagni e alle compagne con cui abbiamo costruito la Federazione della Sinistra, che poniamo al complesso delle forze e degli uomini e delle donne che vogliono costruire una sinistra antiliberista nel nostro paese. La costruzione di un processo inclusivo e partecipato, che allarghi il terreno della partecipazione politica unitaria a sinistra, la realizzazione in Italia del progetto della Sinistra Europea, la costruzione in Italia del corrispettivo di Syriza, del Front de Gauche, di Izquierda Unida, della Linke, è l’obiettivo fondante il nostro progetto politico, a cui subordinare ogni tattica politica e su cui lavorare nei prossimi mesi.
In secondo luogo dobbiamo rafforzare enormemente la nostra capacità di produrre una demistificazione delle spiegazioni dominanti della crisi e delle ricette che vengono messe in campo e nello stesso tempo dobbiamo avanzare una proposta compiuta e comprensibile di una politica economica radicalmente alternativa, a partire dalla proposta di acquisto dei titoli di stato direttamente dalla BCE. In questo quadro decisivi sono i terreni della formazione e della elaborazione partecipata del programma per uscire a sinistra dalla crisi.
In terzo luogo dobbiamo riorganizzare il partito al fine di renderlo più efficace nella costruzione del conflitto e nella costruzione delle pratiche mutualistiche utili a resistere all’attacco sul piano del lavoro e sociale. La nostra risposta alla critica della politica non deve concedere nulla ad una idea di delega al leader o alla personalizzazione della politica. Noi dobbiamo costruire una risposta alla critica della politica basata sull’autorganizzazione dei soggetti sociali su tutti i terreni: sociale, culturale, politico. Questa è la frontiera che oggi deve porsi un partito comunista per essere protagonista dello scontro sociale.

La Direzione Nazionale del PRC decide quindi le seguenti iniziative:
- operare al fine di costruire per l’autunno e con le diverse forze politiche, sociali e associative che si oppongono da sinistra al governo Monti, una manifestazione nazionale contro le politiche neoliberiste e il governo Monti.

- Iniziare subito, anche usando le feste la raccolta delle firme su una petizione che chieda alla BCE di acquistare direttamente i titoli di stato al fine di porre fine alla speculazione finanziaria sull’Euro e la raccolta di firme sulla proposta di legge di iniziativa popolare sul reddito minimo e sull’ICE europea sul Basic Income.

- Operare al fine di costruire per l’autunno una schieramento referendario per l’abrogazione della controriforma Fornero e il ripristino dell’articolo 18 e per l’abrogazione dell’art. 8 della finanziaria di Berlusconi dell’agosto scorso. Lo slittamento temporale dei referendum per i vincoli di legge, non rende meno necessaria la costruzione di una campagna di massa su questi temi, anche attraverso la presentazione di proposte di legge di iniziativa popolare. Proposte di legge a cui affiancare la raccolta di firme sul Piano per il Lavoro e sull’ICE sulla banca pubblica promossa dal Partito della Sinistra Europea.

- Operare a partire da tutti gli enti locali in cui siamo presenti contro la privatizzazione e la svendita delle aziende pubbliche locali, sulla base della sentenza della Corte.

- Aprire una discussione ampia e partecipata sulla bozza di programma.

La Direzione nazionale da mandato alla segretaria nazionale di muoversi nella direzione sopra indicata che proponiamo prima di tutto alle compagne e ai compagni con cui abbiamo costruito la Federazione della Sinistra, ricercando – pur nelle evidenti articolazioni – il massimo di unità della Federazione della Sinistra su questo impianto politico e di iniziativa.
La Direzione impegna inoltre tutto il gruppo dirigente ed in particolare i nuovi organismi regionali eletti dai recenti congressi regionali, a rafforzare il Prc anche sul piano organizzativo, concludendo e rilanciando il tesseramento e l’adesione al Prc, definendo piani di lavoro con cui realizzare localmente l’impegno per il raggiungimento degli obiettivi e la buona riuscita delle campagne decise a livello centrale.

 Approvato all’unanimità

27 luglio 2012

Salutiamo Alberto Tridente. Grande sindacalista torinese della Fim-Cisl e della Flm (la Federazione unitaria) dei metalmeccanici, è morto questa notte dopo una lunga malattia. Aveva da poco compiuto 80 anni. Tridente è stato un protagonista delle lotte operaie nella Torino degli anni ’50-60 e 70. Un innovatore nella cultura sindacale di quegli anni. Fece fare, infatti, un salto di qualità all’internazionalismo sindacale.



Alberto Tridente, la passione internazionale del Sindacato

Alberto Tridente, grande sindacalista torinese della Fim-Cisl e della Flm (la Federazione unitaria) dei metalmeccanici, è morto questa notte dopo una lunga malattia. Aveva da poco compiuto 80 anni. Tridente è stato un protagonista delle lotte operaie nella Torino degli anni ’50-60 e 70. Un innovatore nella cultura sindacale di quegli anni. Fece fare, infatti, un salto di qualità all’internazionalismo sindacale. Grazie a lui il sindacalismo italiano strinse rapporti di solidarietà con il sindacalismo dell’America Latina (in particolare con Lula – futuro Presidente del Brasile – cui divenne grande amico) e di altri parti del mondo.
E’ stato anche parlamentare europeo (venne eletto come indipendente nelle liste di DP).
Il suo impegno è stato sempre dalla parte degli oppressi e degli ultimi della società.
Alberto è instancabile nella promozione di coordinamenti tra i lavoratori e i sindacati delle imprese
transnazionali, per l’estensione dei diritti sindacali, sollecitando al massimo le centrali internazionali come la Fem (Federazione europea dei metalmeccanici) e la Fism (Federazione internazionale dei sindacati metalmeccanici).
Al cuore del suo impegno è la battaglia per la riconversione, parziale e progressiva, delle produzioni belliche in produzioni civili. Qui si scontra con molte resistenze, anche interne al sindacato,
ma Alberto non demorde, anzi provoca apertamente il sindacato e gli stessi lavoratori. In una assemblea tenuta nel 1974 alla Oto Melara, fabbrica bellica di La Spezia che aveva inviato cannoni al Cile di Pinochet senza che nessuno del sindacato o della sinistra locali avesse avuto da eccepire, Alberto lancia una provocazione che diventa uno slogan da lui ripetuto in ogni occasione:
“produrre armi nella settimana e poi manifestare il sabato per i popoli contro i quali quelle armi
saranno usate è semplicemente incoerente e vergognoso”.
Alberto è anche l’animatore di una gigantesca operazione di boicottaggio del rame cileno, che
coinvolge aziende e sindacati di Italia, Francia e Olanda. Propone alla Fem (Federazione europea
dei metalmeccanici) e al Coordinamento dei delegati del settore bellico di affrontare gradualmente
il problema della riconversione; la questione entra anche in un discreto numero di piattaforme rivendicative, segno di un crescente interesse per il problema tra i lavoratori. Entra a far parte del Tribunale Russel.
“La sua storia di importante sindacalista – scrivono i suoi amici sindacalisti tra cui Pierre Carniti e Raffaele Morese - , soprattutto negli anni in cui i diritti dei lavoratori erano negati e si dovettero costruire del nulla, dice tanto ma non tutto della sua umanità e della sua dedizione a confrontarsi ed impegnarsi con gli altri e per gli altri; della sua amicizia che metteva a disposizione soprattutto di chiunque avesse bisogno di sostegno; del suo ottimismo che rifletteva tanto la sua origine di povero ed operaio, quanto il suo convincimento che l’impegno sindacale e la solidarietà cristiana sono riferimenti decisivi per il possibile riscatto sociale e per la resistenza ad ogni sofferenza”.
Così ci è sembrato doveroso ricordalo in questo blog di “confine”.

Quello che pubblichiamo è una parte della sua biografia, uscito per la casa editrice “Rosenberg & Sellier” Dalla parte dei diritti (pp. 360, euro 25.50, presentazione di Gian Giacomo Migone).

I luoghi dove ho lavorato

“Scorrendo questi decenni di storia vado spesso con il pensiero ai luoghi dove ho lavorato, sofferto per la fatica, e al solo ricordo provo ancora pena e sgomento, forse perché si tratta di posti abbandonati, senza più vita. Eppure lì ho lavorato, vissuto, ancora bambino, affrontando le dure realtà della vita, della guerra.
Ho già scritto di questi luoghi, forse non a sufficienza, specialmente di quelli che spesso rivedo perché su strade abituali o di altri volutamente rivisitati. Ho già parlato di Venaria Reale e della Reggia restaurata – in quella città sono nato e ci vivono una sorella, la vedova di mio fratello maggiore, i loro figli e altri parenti – e anche della cascina di Borgaro, nei pressi dell’uscita dalla Tangenziale nord, dove lavorai alcuni mesi nell’estate-autunno 1944. Ho anche scritto del Morin, il barbiere di Viale Buridani, dove ho incominciato a lavorare come “ragazzo spazzola” nel 1941: la bottega, prossima alle Case Operaie della Snia Viscosa, dove ha lavorato tutta la mia famiglia, genitori e fratelli e sorelle, non c’è più. Rimangono invece i vecchi estesi stabilimenti riutilizzati per altre attività. La cascina di Borgaro è ancora lì: abbandonata e silenziosa. Si intravedono solo dei silos, chissà che cosa contengono. I campi dove nell’autunno 1944 guidavo i buoi nell’aratura sono quasi del tutto scomparsi. Non si può immaginare che in quei campi un ragazzino di soli dodici anni lavorava duramente, scalzo e affamato, conducendo anche le pecore al pascolo. Da quella cascina fuggii di notte, in pieno coprifuoco, calandomi nel torrente Stura. Seguì il primo lavoro in fabbrica, la Giuntini, una quindicina di operai in Via Don Bosco, al Martinetto, uno dei quartieri popolari della città. Di quella piccola fabbrica rimane la sola targhetta della famiglia che vi abita a ricordarmi che lì ho lavorato per due anni, il mio primo ingresso in una fabbrica vera dal 1945 al 1947. Poco lontano, in Borgo Vittoria, c’era l’altra fabbrica, dove lavorai dal 1947 alla fine del 1953: la Fonti Luigi Eredi in Via Carlo Lorenzini, l’inventore di Pinocchio, meglio noto come Collodi. La fabbrica della Fonti Luigi Eredi è anch’essa silenziosa: non filtrano luci e i riflessi violetti dell’arco elettrico delle saldatrici al lavoro sono solo un ricordo. Fa tristezza la fabbrica muta; senza vita, morta, Fa tristezza come la cascina e la “boita” di Via Don Bosco, la fabbrichetta Giuntini. Anche la Fonti non era grande: una cinquantina di lavoratori tra meccanica e falegnameria, tutti amici i giovani, guardati con riverenza gli anziani. Ci lavorarono fraterni amici della Ceseta: Mario Barletta, Gualtiero Marangon, e altri di diverse comunità parrocchiali con i quali andai per montagne negli anni successivi. I tre fratelli Fonti l’avevano ereditata dal padre Luigi: erano professori alla Casa di Carità Arti e Mestieri, la scuola dove tornai a studiare dopo l’abbandono del 1941 per frequentare i corsi serali di orientamento professionale. In quella fabbrica imparai a saldare banchi per scuole, tralicci per appendere il tabellone con il cesto del gioco della pallacanestro e altre attrezzature ginniche per palestre. Infine ci furono le Ferriere di corso Mortara, il settore siderurgico della Fiat, dove lavorai per tre anni. In origine si chiamavano le Ferriere Piemontesi, prima che la Fiat le acquistasse per rifornire di lamiera le carrozzerie del Lingotto e poi di Mirafiori. In Via Livorno vi è ora la Ipercoop e dell’acciaieria di corso Mortara non rimangono che tralicci verniciati di rosso e l’immenso tetto che ricopriva la fila dei forni di rifusione dei metalli ferrosi. Lavoro duro, faticoso, caldo insopportabile: era però un mestiere importante. A seconda del rottame e degli ingredienti aggiunti, l’acciaio era trasformato in nobile metallo, anche inox, per i molti prodotti di uso quotidiano. Di quel mondo non è rimasto più nulla. Saranno pochi gli operai sopravvissuti all’usura, alle malattie, agli anni, soprattutto i miei più anziani compagni di lavoro, che mi insegnarono a lavorare, a saldare, a capire i processi chimici che avvengono durante la fusione dei metalli. Meno nobili, naturalmente, le patologie causate da quel lavoro: la silicosi era una di quelle più micidiali e frequenti, colpiva i polmoni degli operai e mieteva vittime nelle acciaierie e nelle fonderie. Era ed è ancora la malattia professionale più temuta, apre infatti la strada ad altre non meno gravi, come i tumori polmonari. Quelle malattie mi erano state risparmiate dalla provvidenziale proposta di andare alla scuola sindacale di Firenze, il ritorno alla scuola vera, quella che mi avrebbe aperto le porte agli incarichi e alle responsabilità da dirigente sindacale. Nonostante tutto quegli anni di lavoro manuale mi avevano dato molto, sempre accompagnati dalla professionalità e dalla conoscenza della vita operaia, dall’umanità dei compagni di lavoro, lottatori sindacali onesti, laboriosi padri di famiglia. Nella loro umiltà mi hanno insegnato molto, non solo professionalmente. Le grandi opportunità di crescita culturale e politica, che mi sono state offerte nel corso del tempo e che mi hanno portato lontano, sono state permesse anche dalla loro preziosa capacità di offrire esempi di vita ricca di validi insegnamenti. A tutti questi indimenticabili compagni di lavoro, di cui ricordo solo i soprannomi – come tali erano quasi sempre conosciuti – debbo molto, per tutto quanto è poi stato negli anni successivi della mia vita.
A Roma la Fim e la Flm sono rimaste in corso Trieste. Seppure nuovamente separate, le organizzazioni dei metalmeccanici coabitano nello stesso edificio di sempre, che vide nascere la Fim. Lì nacque anche il sindacato unitario di polizia, il Siulp. Ricordo con emozione la sera che tornando in sede vidi numerose auto della polizia ferme con le radio gracchianti. Erano le sollecitazioni che pervenivano dalla Centrale, ma gli equipaggi delle volanti non rispondevano: si erano riuniti nella sede sindacale dei metalmeccanici per costituire il loro sindacato, il primo sindacato di polizia, autonomo, democratico. Era stato uno straordinario passo in avanti nella democratizzazione del paese e si compiva nella sede del mio, del nostro sindacato!
Termina qui la storia, ma non la corsa. Questa continua nel tentativo di aggregare strutture di servizio pubblico ed enti amministrativi territoriali per realizzare altre iniziative da inserire nel programma di cooperazione, al quale sto dedicando immutata passione e gran parte del mio tempo. Non sento stanchezza né vivo delusioni di sorta, nonostante difficoltà non facili da superare. Il mio inesauribile ottimismo mi sorregge sempre, affidato non solo al mio carattere naturale, ma basato su quanto di nobile esiste nell’essere umano, che al meglio si esprime nella solidarietà e nel dono. Traggo fiducia ed energia dai molti e generosi esempi di dedizione di quanti si applicano ogni giorno all’attività nel volontariato, nelle ong, nelle cooperative sociali, negli ospedali. Traggo fiducia dagli onesti operatori dei servizi pubblici dei vari campi di attività e da quant’altro viene offerto alla cittadinanza da credenti e laici, uomini e donne dagli alti profili civili, e anche, nonostante tutto, dai molti altri onestamente impegnati ogni giorno nella politica e da semplici cittadini che, nel privato e nel pubblico, svolgono con rigore il proprio lavoro e dovere di cittadini. Dall’impegno dei singoli e dei gruppi, che non badano al proprio tornaconto personale o alla sola carriera, traggo questi stimolanti esempi.
Le carriere sono possibili e lecite, opportunità che non vanno ricercate come fine a se stesse, come del resto l’ascesa sociale spesso offerta dalle circostanze, senza per ciò dover vendere la propria anima a chicchessia. Basta fare il proprio dovere ed essere disponibili a servire ideali”.

26/07/201
Dal sito www.sbilanciamoci.info


24 luglio 2012

Una delle storie dell'Italia di oggi, comune a milioni di persone. "Di fronte alll'imbarbarimento il mio modo di combattere è rivendicare con forza, anche con il ricorso alla legge, i miei diritti e non mi tirerò indietro. Altri dovrebbero fare così, i sani, i più forti, i giovani, la politica, ........"

Diventare fragili per colpa della crisi

Sono una docente inidonea all'insegnamento. Qualche anno fa ho cominciato ad avere problemi di salute legati al mio lavoro che pure amavo profondamente. Ho resistito, ma poi il mio fisico ha vinto. Dopo varie visite sono stata ritenuta inidonea all'insegnamento, ma idonea ad altri compiti.
Sono quindi rimasta nella scuola, non vado in classe, ma svolgo altre attività. Mi occupo della biblioteca, che senza di me sarebbe chiusa; mi occupo di progetti culturali per la scuola e la cittadinanza.
Negli ultimi anni nella mia zona coi ragazzi ho organizzato Letture Dantesche e da quest'anno una rassegna sul mito. Qualcuno già pensa che sono una privilegiata. Faccio un lavoro che mi piace, vario, e sono sfuggita all'insegnamento che è missione davvero faticosa. Chi dice questo dimentica che non ho scelto di essere fragile, non ho scelto di ammalarmi, non ho scelto di essere così come sono: inidonea. L'inidoneità può essere, come l'inettitudine di Svevo, un punto di vista privilegiato sul mondo. La fragilità, secondo me, è stata determinante nello sviluppo dell'umanità verso ciò che è appunto più “umano”. Nonostante dunque qualcuno mi ritenga privilegiata e anche fannullona, ho tirato avanti, facendo del mio meglio, cercando di raggiungere un nuovo equilibrio. Ora con la spending review il governo ha deciso che io transiterò in segreteria, prenderò il posto a un precario (spesso donna e non più giovanissima) che senza di me avrebbe finalmente avuto un posto fisso; la scuola perderà le mie competenze; i libri giaceranno negli scaffali; i progetti culturali resteranno lettera morta.

Io verrò declassata non per miei errori o gravi colpe, solo perché non sono più produttiva, utile, adeguata ai canoni standard. Io verrò punita perché mi sono ammalata, per la mia fragilità, che diventa colpa. E altri pagheranno insieme a me, restando precari, magari senza lavoro.

Tutto questo in nome della crisi. Chi non ha un lavoro mi reputa fortunata e tutti vorrebbero farmi sentire in colpa: “Di che ti lamenti? Mica ti licenziano. In fondo non fai più quello che facevi prima, no?”. Ebbene io non mi sento in colpa a far valere i miei diritti, io non mi sento in colpa a contestare questa erosione dei diritti, fatta in nome della crisi. Anzi, secondo me, solo da noi, dai più fragili può nascere una rivolta verso questo sistema che, in nome della finanza, dello spread ecc. vuole ridurre i diritti di (quasi) tutti. Ecco a rafforzare questa mia considerazione è il fatto che hanno tagliato i fondi anche a chi ha gravi e rare patologie. Noi fragili e fragilissimi lottiamo per la sopravvivenza e siamo più forti di chi non ha la stessa disperazione. Però io vorrei allargare ancora il campo. È chiaro che, colpendo le persone deboli, si fa un salto indietro, è chiaro che, colpendo noi, si colpisce in pieno tutto il sistema di tutele e diritti maturati in Europa dopo la seconda guerra mondiale. Colpendo i più deboli, si colpisce il fondamento stesso della nostra civiltà. E allargo ancora il campo. In un mondo migliore io sarei disposta a rinunciare a molti dei miei privilegi, non certo il lavoro né la tutela della mia malattia, ma potrei rinunciare tranquillamente al superfluo perché altri vivano una vita degna. Invece questa crisi peggiora la vita di (quasi) tutti. E io non sono disposta a cedere nulla ai pochi sempre più ricchi e privilegiati.

Per ora il mio modo di combattere l'imbarbarimento è rivendicare con forza, anche con il ricorso alla legge, i miei diritti e non mi tirerò indietro. Altri dovrebbero fare così, i sani, i più forti, i giovani, la politica, cioè la cura della polis. Alla fine tocca alla debolezza nella crisi farsi forza.
Maria Rosa Pantè
da agoravox.it

Informazione vs democrazia: alla fonte del dramma italiano. Nota di Alberto Burgio, Mario Dogliani, Gianni Ferrara, Luciano Gallino, Giorgio Lunghini, Alfio Mastropaolo, Guido Rossi, Valentino Parlato "Non possiamo sottacere,,,,,,,"

Furto d'informazione
La politica è scontro d'interessi, e la gestione di questa crisi economica e sociale non fa eccezione. Ma una particolarità c'è, e configura, a nostro avviso, una grave lesione della democrazia.
Il modo in cui si parla della crisi costituisce una sistematica deformazione della realtà e una intollerabile sottrazione di informazioni a danno dell'opinione pubblica. Le scelte delle autorità comunitarie e dei governi europei, all'origine di un attacco alle condizioni di vita e di lavoro e ai diritti sociali delle popolazioni che non ha precedenti nel secondo dopoguerra, vengono rappresentate, non soltanto dalle forze politiche che le condividono (e ciò è comprensibile), ma anche dai maggiori mezzi d'informazione (ivi compreso il servizio pubblico), come comportamenti obbligati ("non-scelte"), immediatamente determinati da una crisi a sua volta raffigurata come conseguenza dell'eccessiva generosità dei livelli retributivi e dei sistemi pubblici di welfare.
Viene nascosto all'opinione pubblica che, lungi dall'essere un'evidenza, tale rappresentazione riflette un punto di vista ben definito (quello della teoria economica neoliberale), oggetto di severe critiche da parte di economisti non meno autorevoli dei suoi sostenitori.
Così, una teoria controversa, da molti ritenuta corresponsabile della crisi (perché concausa degli eccessi speculativi e degli squilibri strutturali nella divisione internazionale del lavoro e nella distribuzione della ricchezza sociale), è assunta e presentata come autoevidente, sottraendo a milioni di cittadini la nozione della sua opinabilità e impedendo la formazione di un consenso informato, presupposto della sovranità democratica.
Non possiamo sottacere che, a nostro giudizio, a rendere particolarmente grave tale stato di cose è il fatto che la sottrazione di informazione che riteniamo necessario denunciare coinvolge l'operato delle stesse più alte cariche dello Stato, alle quali la Costituzione attribuisce precise funzioni di garanzia e vincoli d'imparzialità. Tutto ciò costituisce ai nostri occhi un attacco alla democrazia repubblicana di inaudita gravità, che ai pesantissimi effetti materiali della crisi e di una sua gestione politica volta a determinare una redistribuzione del potere e della ricchezza a beneficio della speculazione finanziaria e dei ceti più abbienti assomma un furto di informazione e di conoscenza gravido di devastanti conseguenze per la democrazia.

24/7/2012

L’eventuale ritorno alle monete nazionali non è un ostacolo alla costruzione dell’Europa Unita e agli interventi di rafforzamento delle istituzioni comunitarie in una prospettiva democratica

La fine di una moneta
Il disordine regna sovrano in Europa. Se il presidente della Bce Mario Draghi asserisce in un’intervista al quotidiano Le Monde che l’euro è irreversibile, il cancelliere tedesco Merkel si dichiara «ottimista» ma non sicura della sopravvivenza dell’euro. La scorsa settimana l’Eurosistema ha deciso di non accettare titoli di stato emessi o garantiti dalla Repubblica ellenica come collaterale per ottenere prestiti fino alla «conclusione dell’esame condotto dalla Commissione europea, in raccordo con la Bce e l’Fmi, sui progressi compiuti dalla Grecia»; il Fondo Monetario Internazionale, a sua volta, secondo quanto riportato da autorevoli fonti di stampa, starebbe valutando l’idea di bloccare gli aiuti alla Grecia. Il mese di luglio è ormai trascorso senza che siano state avviate misure concrete per rendere operativo il cosiddetto «scudo anti spread» che era stato approvato alla fine di giugno, con grande risalto mediatico, dai capi di stato e di governo dell’Unione europea.
La prolungata assenza di indicazioni precise, convergenti e realizzabili, oltre che di misure concrete, da parte di coloro che hanno il potere di prendere decisioni rilevanti per i mercati finanziari ha favorito l’attuale drammatica situazione.
Malgrado l’elevatissimo rendimento atteso, le decisioni di disinvestimento dai titoli degli stati periferici dell’area dell’euro sopravanzano sempre più largamente le decisioni di acquisto. Il divario tra il rendimento dei titoli decennali dello stato spagnolo e quelli analoghi tedeschi ha ampiamente superato i 600 punti base, quello sui titoli italiani ha nuovamente valicato la soglia dei 500 punti base; si tratta di livelli insostenibili per le finanze pubbliche e l’economia di entrambi gli stati che incorporano un’elevatissima probabilità di fallimento.
In questa situazione l’Europa e i governi degli stati nazionali non possono più tergiversare. L’economia reale e finanziaria dei paesi periferici dell’Eurozona è in via di smantellamento; in Grecia si intensificano i fenomeni di denutrizione di ampie fasce di popolazione, tra cui tanti bambini; dovunque la disoccupazione ha raggiunto livelli insostenibili, anche se i salari e le pensioni sono stati drasticamente diminuiti e le tutele sociali smantellate. Il fallimento delle politiche economiche neoliberiste, che in Italia sono sostanzialmente proseguite senza soluzione di continuità rispetto al passato, sollecita un immediato cambiamento negli indirizzi di governo, ma purtroppo è probabile che sia troppo tardi perché possa avere effetto. La situazione è precipitata a un punto tale che in assenza di acquisti di quantità elevatissime di titoli di stato da parte dell’Eurosistema, non si può che predisporre un’uscita ordinata dalla moneta unica.
Non è detto che sia un dramma; l’euro non può essere un tabù. Con l’attuale livello di sviluppo delle tecnologie informatiche e delle reti telematiche, la moneta unica costituisce essenzialmente un mero valore simbolico, perché i vantaggi negli scambi sono trascurabili; viceversa, in assenza di un piano di convergenza verso un’unione istituzionale ed economica, la moneta unica costituisce un insuperabile fattore di rigidità.
L’esperienza degli ultimi anni ha dimostrato che in situazioni di squilibrio negli scambi reali e finanziari tra nazioni, gli interventi sul costo del lavoro, anche drastici, tendono ad accentuare gli squilibri piuttosto che a superarli; ciò è stato tanto più vero quando non sono stati accompagnati da efficaci interventi redistributivi del reddito e della ricchezza. Ripristinare la leva del cambio consente non solo di agire sul livello dei prezzi relativi dei beni prodotti in paesi diversi ma anche sul valore delle attività e passività finanziarie senza influire sui rischi di rimborso del capitale. Anche sui mercati internazionali gli effetti sarebbero trascurabili perché l’euro è stato finora utilizzato in misura molto contenuta come moneta internazionale di riserva, funzione mantenuta in modo pressoché monopolistico dal dollaro.
Va poi considerato che l’uscita dalla moneta unica potrebbe accompagnarsi al potenziamento del sistema europeo di banche centrali del quale fanno parte gli stati che non hanno adottato l’euro (ad esempio Gran Bretagna, Danimarca, Svezia) per irrobustire il coordinamento delle politiche finanziarie tra i Paesi Ue. Di per sé, l’eventuale ritorno alle monete nazionali non è un ostacolo alla costruzione dell’Europa Unita e agli interventi di rafforzamento delle istituzioni comunitarie in una prospettiva democratica e meno tecnocratica.

Pitagora
24/07/2012 www.ilmanifesto.it

22 luglio 2012

Mantre il killer economico in Europa cerca di dare infantili spiegazioni alla sfiducia provocata dai suoi e altrui atti contro i popoli, l'altro Mario, killer in loco, spiega, altrettanto infantilmente, che l'aggravarsi della crisi è dovuto alle proteste di piazza in Spagna, sperando così di esorcizzarle in Italia, fidando della codardia dei suoi complici in Parlamento e del silenzio-assenso dei sindacati

Mario il "draghetto" pompiere seduto sulla Santa Barbara dell'Europa
La crisi economica potrebbe innescare "un'esplosione sociale" in tutto il vecchio continente: l'allarme arriva dal presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, all'indomani delle manifestazioni in Spagna. Intervistato dal tabloid tedesco Bild, Schulz ha detto che si profila "un'esplosione sociale a causa dell'ampio tasso di disoccupazione tra i giovani in Europa". Schulz ha esortato alla rapida attuazione dei "nuovi programmi europei per creare finalmente piu' posti di lavoro per questa generazione".
Il punto rimane la strada che l’Europa sta percorrendo per uscire dall’impasse. Il rinvio a settembre della sentenza dell’Alta corte tedesca sull’Esm ha di fatto ridato fiato ai movimenti speculativi. Nello stesso tempo la quasi assoluta ininfluenza dell’operazione di sostegno alle banche spagnole come uno degli strumenti per arginare l’aumento dello spread tra i titoli spagnoli e tedeschi pone dei seri interrogativi sulla efficacia delle decisioni prese nel vertice di fine giugno e ribadite all’inizio di luglio. La verità è che anche i mercati non credono più nell'austerity.
A dare un segnale di “normalità” ci ha pensato il governatore della Bce Mario Draghi in una intervista comparsa oggi su “Le Monde”. Draghi ha definito l'euro moneta "irreversibile". Non non c'è un rischio di "esplosione" dell'unione monetaria e la Banca centrale europea, ha aggiunto, è pronta ad agire "senza tabù" se necessario. "Vediamo analisti immaginare scenari di esplosione della zona euro vuol dire mal conoscere il capitale politico che i nostri dirigenti hanno investito in questa Unione e il sostegno degli europei", ha spiegato Draghi.

Fabio Sebastiani
21/7/2012 www.controlacrisi.org

21 luglio 2012

Dopo la grande conquista del Servizio Sanitario Nazionale, che arrivava dopo una straordinaria stagione di lotte per i diritti civili e sociali che il Paese non aveva mai conosciuto prima, si scatenò quella che possiamo definire una vera e propria controriforma ancora in atto.

La Costituzione violata dal mercato. E la riforma sanitaria è ormai un ricordo
Quando si parla in continuazione di tagli alla sanità pubblica e di aziendalizzazione delle struttura sanitarie, non si sta discettando semplicemente se si debba affidare la cura delle persone al pubblico o invece al privato. O capire se vale la pena, conti alla mano, ridimensionare la gestione pubblica della salute perché troppo dispendiosa. Molti hanno dimenticato, o hanno fatto finta di dimenticare, che si sta parlando anche del rispetto della nostra carta costituzionale. Alla fine della Seconda guerra mondiale in Europa la consapevolezza che bisognasse garantire ai cittadini tutto ciò che serve per vivere una vita dignitosa, dalla scuola alla sanità, dalla casa al lavoro, era diventato un fatto acquisito non solo dalle grandi forze socialiste, socialdemocratiche o comuniste, ma anche da quelle moderate e di ispirazione cattolica. Questo avveniva, sia pure in contesti politici e sociali diversi, sia nell’Europa comunista che in quella occidentale.

Quando i nostri costituenti hanno realizzato e poi approvato il 22 dicembre del 1947 una della carte costituzionali più avanzate d’Europa proprio sul terreno dei diritti sociali, non hanno certo dimenticato che tra quei diritti bisognasse annoverare anche la salute. Così nacque l’articolo 32 della Costituzione che recita: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti». Ma questo punto così importante venne di fatto disatteso per trent’anni. Bisognò infatti aspettare il 1978 per vedere approvata la legge 833, meglio nota come riforma sanitaria. Quella normativa abolì le casse mutue, strettamente legate all’attività professionale dell’individuo e che dunque negavano proprio quel punto della Costituzione che prima abbiamo riportato. In altre parole il diritto alla salute era legato non dal fatto di essere un cittadino ma un lavoratore, mettendo dunque ai margini proprio i più bisognosi.

Va ricordato che già prima della 833 venivano collocate le premesse appunto della riforma con altri provvedimenti. Dieci anni prima, nel 1968, la legge Mariotti trasformò gli ospedali in enti ospedalieri, sottraendoli dunque ad una logica di tipo assistenziale o di beneficenza o peggio ancora caritatevole. Nel 1977 toccò agli enti mutualistici essere messi in liquidazione quali gestori di attività sanitarie. I principi cardine del nuovo sistema sanitario italiano erano dunque tre e tutti molto avanzati: l’universalità, cioè aveva l’ambizione di garantire la salute a tutti; l’unificazione perché un solo contributo copriva l’insieme dei rischi; e infine l’uniformità perché garantisva le stesse prestazioni a tutti, senza discriminazione alcuna.

Questa grande conquista arrivava dopo una straordinaria stagione di lotte per i diritti civili e sociali che il Paese non aveva mai conosciuto prima e, dobbiamo dire, anche dopo, quando si scatenò quella che possiamo definire una vera e propria controriforma ancora in atto. Sulla sanità ricordiamo l’approvazione della legge sull’interruzione di gravidanza, la 194, e quella sulla psichiatria, la 180/78, meglio conosciuta come legge Basaglia, che chiuse gli ospedali psichiatrici. Malgrado gli indiscussi vantaggi che la riforma portò a tutti i cittadini, e che ancora adesso malgrado tutto possiamo verificare, le difficoltà nell’applicare la 833 non mancarono e furono sostanzialmente di due ordini: uno pratico, ma in realtà anche politico, che riguardava la programmazione e la riorganizzazione della rete dei servizi e la necessità di eliminare il capitolo drammatico degli sprechi che caratterizzò tutta la storia della sanità italiana e divenne lo spunto per dare spazio ai privati. Senza dimenticare l’ostilità di una fetta consistente della classe medica, che vedeva messi in discussione con la riforma antichi privilegi.

Gli enti mutualistici soppressi portarono poi all’interno dei bilanci della sanità pubblica un’eredità pesante a causa di buchi ingenti di carattere finanziario. Così dopo solo tre mesi dall’approvazione della 833 venne introdotta la cosiddetta “tassa sulla salute” oltre che ad una serie di ticket sui farmaci e sulle prestazioni sanitarie. Il concetto di sanità pubblica e gratuita veniva così minato, sia pure parzialmente, praticamente fin dall’inizio. Ascoltando le affermazioni dell’epoca, «una spesa sanitaria improduttiva quando va bene e fonte di spreco e di sperpero quando va male», sembra di sentire i politici di oggi che puntano l’indice contro le risorse ingenti che vengono stanziate per la sanità, di solito inferiori a quelle degli altri paesi europei. Anche allora si dicevano le stesse cose. Peccato che l’Italia stanziasse in quegli anni per la sanità il 6% del Pil contro il 10% degli Stati Uniti e l’8% della Germania.

Queste cifre e il fatto che molte regioni riuscirono a raggiungere risultati eccellenti coniugando conti in ordine ed efficienza non riuscirono a frenare il tentativo di emulare quello che stava succedendo negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Cominciava così, e questo fu il secondo grande problema, l’era dell’aziendalizzazione della sanità italiana già annunciata nel 1987 dal ministro Carlo Donat Cattin, che cominciò a ridurre i posti letto, le assunzioni e il numero delle stesse Usl. Il cambiamento più radicale avvenne però il 23 ottobre del 1992, quando fu approvata la legge 421 che “delega al Governo la razionalizzazione e la revisione delle discipline in materia di sanità, di pubblico impiego, di previdenza e di finanza territoriale”. Le Usl divennero Asl, appunto aziende, con tanto di personalità giuridica e direttore generale alla guida. Anche gli ospedali vennero aziendalizzati e vennero istituzionalizzate nuove forme di assistenza integrativa. Furono i decreti 502/92 o decreto De Lorenzo, e il 517, o decreto Garavaglia, a favorire l’introduzione massiccia del mercato nella sanità pubblica, fino ad equiparare il sistema privato a quello pubblico. Di fatto l’articolo 32 della Costituzione poteva essere ormai considerato disatteso o modificato senza passare per la procedura prevista dall’articolo 138 della stessa Carta Costituzionale.

Da allora fu un susseguirsi di decisioni che avevano come obiettivo quello di ridurre le spese, introdurre nuovi tickets, favorire l’attività privata dei medici – tranne il caso di Rosy Bindi che li obbligò a scegliere tra pubblico e privato – sottoporre al vincolo di bilancio l’attività delle Asl e trasformare i medici in veri e propri manager che dovevano appunto lavorare con criteri aziendalistici. Il titolo V della Costituzione, introdotto nel 2001 dal centrosinistra, diede più potere alle Regioni le quali aprirono le porte alla privatizzazione più spinta e alla cancellazione delle piccole strutture territoriali a favore delle attività ultraspecialistiche dei grandi ospedali e delle assicurazioni. L’ultima ciliegina sulla torta è quella che ci sta regalando il governo Monti con questi nuovi ulteriori tagli. “Spending review: per riqualificare la spesa o per tagliare ancora sanità e welfare?” si chiede retoricamente la Cgil.

La risposta è ovvia anche se il governo dei tecnici cerca di convincere gli italiani che si tratterà di una razionalizzazione. La verità è che si tratta di un’altra brutta spallata all’edificio costituzionale costruito nel 1947. Un ulteriore svuotamento dei contenuti della massima legge dello Stato, realizzato con la complicità del principale partito del centro-sinistra e contro il quale c’è ancora troppo poca opposizione anche da parte dei sindacati che pure a parole denunciano la gravità di quanto sta avvenendo.



Vittorio Bonanni

Si apre una nuova epoca post-democratica, post-capitalistica e dai caratteri autoritari e neo-feudali, La posta in gioco è ora o il declino sociale definitivo gestito e condotto dai poteri delle elites interne ed esterne, oppure recuperare sovranità e democrazia rischiando periodi certamente molto difficili e dolorosi, come altre situazioni ci hanno mostrato, ma recuperando alle popolazioni, il ruolo di decisore.

Ratificato il fiscal compact. E ora?
Nel più ampio silenzio mediatico che si sia mai registrato (assenza di servizi radiotelevisivi pressoché totale, autocensura della quasi totalità dei giornali), la Camera dei Deputati ha ratificato oggi, con grande zelo e senza alcun dibattito significativo, con l’opposizione di 65 parlamentari di Italia dei Valori e Lega e con l’astensione di altri 65 parlamentari, il cosiddetto “Fiscal Compact”, che entrerà in vigore il prossimo gennaio a condizione che almeno 12 paesi lo abbiano ratificato (al momento erano solo 9, Cipro, Danimarca, Grecia, Irlanda, Lituania, Lettonia, Portogallo, Romania e Slovenia).

L’Italia è quindi il decimo paese. Come si vede non ci sono ancora né Francia, né Germania, paese in cui la Corte Costituzionale si è riservata di emettere entro Settembre, la propria sentenza sulla costituzionalità o meno del provvedimento, che limita definitivamente e rende permanente, almeno per i prossimi 20 anni, la sovranità dei singoli paesi che lo accettano in materia di politica economica e sociale.

Il «fiscal compact» prevede infatti, come punti centrali, “l’impegno delle parti contraenti ad applicare e ad introdurre, entro un anno dall’entrata in vigore del trattato, con norme costituzionali o di rango equivalente, la ‘regola aurea’ per cui il bilancio dello Stato deve essere in pareggio o in attivo”. “Qualora il rapporto debito pubblico/Pil superi la misura del 60%, (in Italia siamo al 120%) le parti contraenti si impegnano a ridurlo mediamente di 1/20 all’anno per la parte eccedente tale misura”. “Qualsiasi parte contraente che consideri un’altra parte contraente inadempiente rispetto agli obblighi stabiliti dal patto di bilancio può adire la Corte di giustizia dell’Ue, anche in assenza di un rapporto di valutazione della Commissione europea”.

Il meccanismo significa per il nostro paese la definitiva cancellazione di ogni ipotesi di ruolo pubblico nello sviluppo (già peraltro ottenuto con la recente l’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione), ma soprattutto obbliga al rientro del 50% dell’ammontare complessivo del debito pubblico che eccede il 60% del PIL.

Attualmente il nostro debito è pari ad oltre 1.900 miliardi Euro e raggiungerà entro fine 2012/inizio 2013, i 2.000 miliardi di Euro.

Dal 2013, oltre alle normali manovre di riduzione del Deficit di bilancio, al finanziamento dell’ESM e di probabili altre misure a salvataggio di altri paesi della zona Euro, dovremo aggiungere la somma impressionante di ulteriori 50 Miliardi all’anno da reperire con salassi generalizzati sulla ricchezza pubblica e privata italiana.

E questo non per un anno, ma per i prossimi 20 anni. Con questo provvedimento, il futuro di due e più generazioni di italiani è ipotecato e ancorato ad una nuova e permanente dimensione di miseria sociale. Il patrimonio pubblico sarà sacrificato sull’altare di questa decisione ideologica del neoliberismo che ha messo al rogo Keynes e le sue scoperte decisive per lo sviluppo del modello sociale europeo della seconda parte del ‘900, ed con cui una classe politica imbelle, totalmente ignorante delle conseguenze di ciò che ha sottoscritto, ha abdicato senza averne adeguata coscienza o per costitutiva subalternità, al ruolo che i principi democratici riconquistati nel dopoguerra e la Costituzione Italiana le avevano riservato.

Sarà bene tenere a mente i nomi di questa banda di irresponsabili bipartisan (del PDL del PD dell’UDC e degli altri gruppuscoli che sostengono Monti) che al Senato (il 12 luglio scorso) e alla Camera (oggi 19 luglio) hanno votato a favore: abbiamo 20 anni ed oltre per ricordare in ogni occasione a queste persone il danno decisivo e irrecuperabile che hanno causato con questa decisione al nostro paese.

La decisione di oggi rende tra l’altro insignificante la presunta battaglia politica tra il cosiddetto centro-sinistra e il centro-destra a cui dovremmo assistere di qui a poco: qualsiasi maggioranza parlamentare e qualsiasi governo ne risulti eletto alle prossime elezioni, a meno che non decida di uscire dall’Euro e dall’Unione Europea denunciando questo contratto e i trattati, non avrà alcuna possibilità di rinverdire le sorti economiche del paese e il recupero di uno spazio sociale coerente con i principi dello Stato Sociale.

Si può dire che con l’approvazione del Fiscal Compact, termina definitivamente, in Italia, la democrazia fondata sulla sovranità popolare e nazionale.

Si apre una nuova epoca post-democratica, post-capitalistica e dai caratteri autoritari e neo-feudali, una configurazione che è la sola, secondo i sostenitori postumi del neoliberismo, per garantire la sopravvivenza sistemica di poteri nazionali ed internazionali costituiti dai processi di finanziarizzazione dell’economia, dei beni comuni, della natura e della vita di centinaia di milioni di persone.

La decisione presa costituisce infatti un volano formidabile di ulteriore recessione, una spirale senza fondo che si aggraverà di anno in anno e che non raggiungerà alcuno degli obiettivi decantati dalle elite tecnocratiche europee: il prossimo anno, i miliardi da sborsare per soddisfare solo la decisione assunta oggi dal Parlamento, in corrispondenza di un PIL che diminuirà almeno del 2% nel 2012, farà lievitare le 20 rate annuali, ben oltre il previsto, rendendone impraticabile la gestione, a meno di una svendita progressiva dei beni fisici del paese, cioè di una nuova colonizzazione dell’Italia. Il salasso finanziario imposto dal Fiscal Compact sarà del 2,5% del PIL attuale, a bocce ferme, ma facile ipotizzare che esso possa cresce fino al 3-4%.

Alla fine del ventennio, nel 2043, il bel paese potrebbe assomigliare ad un grande spazio geografico simile a quello del dopoguerra, le cui maestranze saranno state riconvertite in guide turistiche e camerieri al servizio dei turisti dei paesi avanzati d’Europa, d’Asia e d’America.

Una nuova Dolce Vita e magari nuove Cinecittà, insieme allo svuotamento del territorio delle nuove generazioni in fuga verso altri lidi.

Non tutto è perduto, tuttavia, ammesso che, a questo punto, tutte le ambiguità e le incertezze presenti nella sinistra sociale e politica vengano sciolte: se si vuole continuare a pensare ad un futuro potabile e sostenibile socialmente, non vi è ormai altra alternativa a quella dell’uscita dall’Euro. La quale, da decisione si trasforma in necessità indotta dagli eventi.

La posta in gioco è ora o il declino sociale definitivo gestito e condotto dai poteri delle elites interne ed esterne, oppure recuperare sovranità e democrazia rischiando periodi certamente molto difficili e dolorosi, come altre situazioni ci hanno mostrato, ma recuperando alle popolazioni, il ruolo di decisore.

Il un certo senso, si tratta di decidere se ci accodiamo all’antica abitudine di “Francia o Spagna (oggi Germania) purchè se magna”, oppure se riproviamo, come in altri contesti storici risorgimentali, a contare sulle nostre forze, espungendo tutti gli elementi di costrizione esterne e di subalternità di classe interne.

Secondo alcuni c’è una terza via, che sarebbe la più sensata e politicamente corretta, quella di una reale e completa unità politica europea e di un nuovo protagonismo delle classi lavoratrici del continente. Ma questa possibilità esisteva, per quanto ci riguarda come italiani, fino a ieri.

Da oggi questa prospettiva è casomai da recuperare solo con passaggi nazionali che impongano la distruzione dell’Europa neoliberista e la sua ricostruzione in Europa sociale; in cui si sia capaci di imporre il recupero dell’equilibrio tra pubblico e privato, di processi democratici autonomi e non subalterni ai mercati, di mettere un guinzaglio ferreo e permanente alla finanza, allo strapotere dei megagruppi bancari e alle imprese multinazionali: insomma solo a condizione che si estrometta per sempre l’ideologia neoliberista e che si inauguri il nuovo paradigma di sostenibilità sociale ed ambientale, di una nuova centralità dell’uomo e della vita contro la riduzione dell’uomo e della vita a numeri e rapporti contabili.

Tutte cose giuste e condivisibili, ma dal punto di vista politico, ciò può avere qualche chance di realizzarsi solo se, al punto a cui siamo arrivati, saremo in grado di far saltare il banco.

E, come i fatti stanno dimostrando, la chiave decisionale non è un’inesistente Europa, ma sono gli ancora esistenti (per il momento), Stati Nazionali. E’ a questi, infatti che si è chiesta la ratifica della nuova dogmatica. E’ da questi che essa può essere fatta saltare.

Rodolfo Ricci
20 luglio 2012 www.rifondazione.it

19 luglio 2012

Sciopero per aprire un vero confronto? Ma la Camusso sta scherzando? La segretaria del mio sindacato continua senza pietà a prendere in giro i lavoratori pubblici (dopo aver dimenticato del tutto gli operai) perchè farà una commediola a settembre (se non farà l'ennesima errata corrige) e la chiamerà "sciopero generale" dopo aver permesso a un governo illegale di distruggere alla base tutto il sistema socile e giuridico dei diritti costituzionale del lavoro. Si è forse dimenticata che Monti quando ha parlato dei danni della concertazione, e quindi dell'inutilità di questi sindacati, ha detto a chiari lettere che non gliene frega niente di cosa fanno e dicono Cgil-Cisl-Uil? Se lo faccia ricordare dai mandanti del criminoso governo, telefoni alla segreteria del suo PD. Oppure, ridia dignità al suo ruolo di segretaria della Cgil e dichiari uno sciopero generale del Paese con all'ordine del giorno la caduta del governo!

Camusso: a settembre sciopero generale lavoro pubblico
“Con la manifestazione nazionale di oggi a Roma in piazza Vidoni, indetta dalle categorie del pubblico impiego di Cgil e Uil. abbiamo dato il via ad una fase di mobilitazione che riguarderà tutto il paese e che culminerà a settembre con lo sciopero generale del lavoro pubblico, contro l'ennesima manovra che colpisce ancora una volta i cittadini, i lavoratori e la pubblica amministrazione”. Lo afferma il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso.

“Sempre di più - aggiunge il numero uno della Cgil - il governo si accanisce contro i soggetti deboli, salvaguardando al contempo le grandi ricchezze e le spese superflue, con un’operazione fatta d soli tagli lineari che colpiscono il servizio sanitario nazionale, il welfare locale, l’istruzione, l’università e la ricerca, così come settori nevralgici della sicurezza e della giustizia, che apre la strada a pericolosi processi di privatizzazione di vitali funzioni pubbliche”.

“Una manovra - prosegue Camusso - fatta semplicemente contro il lavoro, che determina migliaia di esuberi e che rischia di creare un’ulteriore divisione tra lavoratori pubblici e privati oltre che ulteriore disoccupazione in tutti i settori”.

“Non ci troviamo, quindi, - conclude il segretario generale della Cgil - di fronte ad una 'revisione della spesa' per tagliare gli sprechi, come avremmo voluto, ma ad un insieme di tagli drastici e insostenibili che il Paese non potrà reggere. Per questo è necessario aprire un vero confronto, ripartendo dai contenuti dell'intesa sul lavoro pubblico firmata il 3 maggio. Altrimenti la spending review produrrà solamente risultati marginali dal punto di vista della tenuta dei conti ed effetti devastanti per gli italiani”.

AGLI ITALIANI E' STATO MESSO IL CAPPIO AL COLLO PER 20 ANNI. GRAZIE AI VOTI DI PDL, TERZO POLO E PD. Se a sinistra ci fosse ancora qualcuno che nutre ancora speranza sui futuri atti politici del PD, vedi Vendola, ne prenda finalmente atto o ne diverrà complice.

FISCAL COMPACT: LA CAMERA DA' IL VIA LIBERA DEFINITIVO ALLA RATIFICA. BLITZ FDS ALLA CAMERA
Sì definitivo dell'Aula della Camera alla ratifica del Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell'Ue sottoscritto il 2 marzo e integralmente applicabile ai 17 Stati della zona euro. Il Trattato entrerà in vigore l'1 gennaio 2013, se ratificato da almeno 12 Paesi. I sì sono stati 380 , 59 i no, 36 gli astenuti. Il fiscal compact obbliga i Paesi a ridurre il proprio debito fino al 60% in 20 anni. Il nostro debito, che è oltre il 120% dovrebbe 'dimagrire' di oltre 900 miliardi (45-50 miliardi all'anno). Significa solo una cosa: tagli, tagli e ancora tagli alla spesa pubblica con la fine dello stato sociale, una recessione interminabile, disoccupazione e povertà. Lacrime e sangue a go go perché ce lo chiedono i mercati. Ringraziamo Monti e anche quei partiti, compreso il Partito Democratico, che stanno sostenendo questo massacro pluriennale, un vero e proprio cappio al collo per il nostro Paese, nella falsa illusione che in questo modo si è più credibili a livello internazionale e che anche la Merkel cambierà politica.

Questa mattina alcuni ex parlamentari del Prc hanno fatto un blitz alla Camera, distribuendo alcuni volantini contro il fiscal compact, chiedendo ai deputati di non votarlo. Presente anche Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc, che ha dichiarato: "Il voto sul fiscal compact è una dichiarazione di guerra all’Italia: una stangata pazzesca che significherà tagli per 45 miliardi all’anno per i prossimi vent’anni. Per questo oggi abbiamo distribuito in Transatlantico un volantino che chiedeva ai parlamentari di non votare il fiscal compact. Nella totale assenza di informazioni la maggioranza che sostiene Monti ha dichiarato guerra all’Italia con un provvedimento che determinerà l’aggravamento della crisi, la distruzione dello stato sociale, l’aumento della disoccupazione e della povertà. Pdl, UdC e Pd sono responsabili di un gravissimo attacco alle condizioni di vita degli italiani, che pagheremo noi e i nostri figli".

Anche Massimo Rossi, portavoce della Federazione della Sinistra, attacca senza mezzi termini la maggioranza parlamentare che sostiene Monti e le sue politiche folli: "Non ancora soddisfatta del disastro economico e sociale prodotto dalle politiche ingiuste e recessive del Governo Monti, la sua maggioranza Alfano/Bersani/Casini, come i gli antichi romani fecero a Cartagine nelle guerre puniche, ha ora deciso di spargere il sale sulle macerie del nostro Paese, per far si che nulla possa risorgere. I 50 Miliardi l’anno di manovre finanziarie lacrime e sangue (oltre al pareggio di bilancio e alle conseguenze dell’aumento dello spread) che il Fiscal Compact approvato stamane dal Parlamento costringerà ad adottare per i prossimi 20 anni equivalgono all’inesorabile impoverimento del popolo i taliano ed alla svendita dell’intero patrimonio pubblico. Costruire un’alternativa di Governo a sinistra rispetto l’attuale insana maggioranza è urgente e obbligatorio anche per revocare, oltre alla manomissione degli articoli 18 dello statuto dei lavoratori e 81 della Costituzione, la distruzione del sistema pensionistico, anche questo ennesimo misfatto!".

19/7/2012
redazione www.controlacrisi.org

..........Per finire con questa Cgil: che appare (ancora e inspiegabilmente) succube di un potere ormai evanescente e in fase di estinzione. Vittima delle ultime illusioni prodotte da antichi legami, il cui sviluppo nel tempo è stato caratterizzato - a mio avviso - da un procedimento alternativo e inversamente proporzionale a quello della teoria evoluzionistica: dal PCI per finire, attraverso il PDS e poi i DS, all’attuale PD!

Il declino del sindacato nell’Italia di Monti
Come già brillantemente dimostrato da Piergiovanni Alleva, attraverso un articolo pubblicato da “Il Manifesto” del 26 giugno 2012, con l’approvazione della legge 92/2012, è giunto per tutti - partiti, sindacati, operatori giuridici, sociali e culturali e per lo stesso Governo - il momento della verità.

Di fronte a una serie di norme che non hanno neanche il pregio di presentare una somma algebrica pari più o meno a zero; con il (sostanzialmente) mancato inasprimento delle norme relative alla “flessibilità in entrata”, per compensare i minori vincoli “in uscita”, si è prodotta una riforma rispetto alla quale, a parere di Alleva, “ci perdono tutti”.

In questa sede, nel concordare con il responsabile della Consulta giuridica della Cgil - anche rispetto all’ipotesi di un referendum abrogativo della riforma Fornero - eviterò di entrare nel merito della legge.
Mi preme evidenziare un altro aspetto della questione: quello relativo al “clima” nel quale si sono svolti gli ultimi fatti.

A tal fine, anticipo che, dal giorno dell’insediamento del governo c.d. “tecnico” e dell’avvio del programma, la mia sensazione era di assistere a una mano di poker giocata “a carte scoperte”. Nella quale ciascuno dei partecipanti ricorre(va) con sistematicità al bluff, ben sapendo che la mossa non avrebbe sortito alcun effetto pratico, se non un contro-bluff.

Con l’obiettivo, però, di poter finalmente svelare il proprio gioco. Come per liberarsi di un peso - o di una maschera - sostenuto/a per troppo tempo. Fino ad arrivare a un Presidente del Consiglio che - fiero sostenitore della cultura neoliberista attualmente prevalente in Europa - interviene “in tackle” sul sistema pensionistico e aumenta brutalmente l’età pensionabile di centinaia di migliaia di lavoratori in un Paese che vive una drammatica situazione di disoccupazione giovanile. Evidentemente convinto, il Premier, che i nostri giovani godano effettivamente della condizione di “bamboccioni”.

Analoga filosofia - “perché ce lo chiede l’Europa” - si applica alla riforma dell’art. 18 dello Statuto.
Per venire all’attualità: chissà cosa penserà l’abusata Europa di un “professore” che, facendo finta di ignorare una consolidata prassi presente in molti paesi, spara “a pallettoni” contro la concertazione. Scoprendo, addirittura, che: ”La crescita del debito pubblico è stata causata da un pervasivo consociativismo sociale, che ha, tra l’altro, impedito negli anni un’efficace azione di governo”!
C’è n’è abbastanza da giustificare lo sconcerto.

Naturalmente, per carità di Patria, evito di chiedermi in quali faccende fosse affaccendato Monti e cosa insegnasse ai suoi studenti quando nel 1993 - con un governo inoppugnabilmente “tecnico” - l’Italia esaltava la pratica, sociale, prima che politica, della concertazione.
Non poteva mancare, al tavolo da gioco, colui che - credo - sarà ricordato come “Il picconatore” del Sindacato; dopo quello della Prima Repubblica. Intendo riferirmi a quel Bonanni che, rispetto all’attacco frontale portato alla concertazione, non trova di meglio che ignorare il problema e cavarsela con la battuta secondo la quale il Premier parla a suocera (Cgil) perché nuora (Pd) intenda.
Dando, evidentemente, ad intendere, che il problema sia estraneo tanto a lui quanto alla Cisl.

In questo senso, l’ultima sua dichiarazione - rispetto all’ipotesi Cgil di uno sciopero generale contro i tagli occupazionali nella pubblica amministrazione - rappresenta, a mio avviso, la sintesi dell’ignavia del personaggio: “La Cisl non ha alcuna intenzione di far perdere i soldi ai lavoratori o creare disagi a chi paga le tasse e sopporta già tante difficoltà” (La Repubblica del 12 luglio 2012).
Come se il sindacato (la Cgil) traesse benefici dalle manifestazioni di sciopero dei lavoratori e godesse delle difficoltà relative all’astensione dal lavoro degli aderenti alla protesta.

E’ quindi evidente, a questo punto della partita, che anche il più solerte e accanito sostenitore degli accordi separati, fa finta di non capire - e, soprattutto, non si preoccupa più nasconderlo - che è solo grazie all’accondiscendenza e alla sostanziale complicità della sua organizzazione alle “manovre” di Berlusconi prima e Monti dopo, se il sindacato confederale italiano, nel suo complesso, mostra di essere avviato a un inarrestabile declino.

Al “tavolo”, però, sedevano anche altri. Quel Pd che continua a oscillare tra le posizioni di una “destra interna” sempre più forte e minacciosa e una pseudo “sinistra” che non riesce ad avere alcuna autorevole voce propositiva.
Tra un D’Alema - certamente lieto di vedere realizzata la sua antica proposta (1998) da Premier: “sterilizzazione”, per tre anni, dell’art. 18 dello Statuto - e una Bindi che potrebbe, ma forse (in fondo) non vuole e/o non può dire qualcosa diverso.

Per finire con questa Cgil: che appare (ancora e inspiegabilmente) succube di un potere ormai evanescente e in fase di estinzione. Vittima delle ultime illusioni prodotte da antichi legami, il cui sviluppo nel tempo è stato caratterizzato - a mio avviso - da un procedimento alternativo e inversamente proporzionale a quello della teoria evoluzionistica: dal PCI per finire, attraverso il PDS e poi i DS, all’attuale PD!

Come da consuetudine, non poteva mancare - naturalmente - il “pensiero” di un altro “professore”.
Quel Pietro Ichino - ormai storica “quinta colonna del liberalismo”, tra le ceneri del Centro-sinistra - che, tanto per spiegare “urbi et orbi” la sua concezione della democrazia, sostiene che la concertazione è “buona” se c’è piena concordanza rispetto agli obiettivi da raggiungere, mentre diventa la causa dei mali italiani quando non c’è concordanza sugli obiettivi (di una sola delle due parti, evidentemente).

Renato Fioretti
Collaboratore redazione di lavoro e Salute
16 luglio 2012
Gia pubblicato su micromega.it