29 giugno 2012

Intervista a Paolo Ferrero. Costruire una sinistra antiliberista con modalità di partecipazione e allargamento oltre quelle dei partiti. Nessun partito può pensare di crescere su se stesso. In Italia ci sono milioni di persone di sinistra, ma non c'è una forma politica che riesca a convincerli

«Ormai siamo maggioritari. Facciamo Syriza anche qua»

«Ha ragione Marco Revelli quando scrive sul manifesto: bisogna collocarsi fuori dalle compatibilità dell'attuale Europa in nome di una rifondazione, di una ricontrattazione dell'Unione. Chi ha fatto l'Europa così e chi ora la sta ridefinendo, popolari e socialisti, sta riconfermando la distruzione della civiltà europea, del welfare, dell'art.18».

Segretario Ferrero (del Prc, che aderisce alla Federazione della sinistra, ndr), però in Francia il Front de gauche ha sostenuto il socialista Hollande. Lei dice che anche i socialisti distruggono la civiltà europea?

Non dico che socialisti e popolari sono uguali: sono però varianti dello stesso indirizzo politico, quello che non mette in discussione l'impianto neoliberista. Prendiamo il fiscal compact: in campagna elettorale Hollande lo aveva contestato. Oggi già non è più in discussione. Il Front ha fatto bene ad appoggiarlo per sconfiggere Sarkozy, ma non è un caso che poi non è voluto entrare nel governo. Ha ancora ragione Revelli quando dice che serve una Syriza (la coalizione della sinistra greca, ndr) anche da noi: dobbiamo interpretare un sentimento che inizia ad essere maggioritario nella società.

Crede che in Italia una 'Syriza' sarebbe maggioritaria?

Sì. Le forze liberiste perdono egemonia perché ormai è chiaro che non funzionano. Se non ci diamo un'alternativa di sinistra, resterà solo il populismo di destra. O qualsiasi tipo di populismo.

Chiamarsi così nettamente fuori dalle compatibilità europee non spaventa l'elettorato, anche quello progressista, e i governi europei, anche di marca socialista, com'è successo a Syriza?

Syriza ha preso il 26 per cento, fino a tre mesi prima stava al 6: un risultato incredibile. Quanto ai governi europei, è vero che tifano per 'gli amici'. Ma poi, come hanno fatto con la Grecia, non li trattano meglio. Per noi, come per Syriza, il punto non è uscire dall'euro, ma ricontrattare l'Europa. Ma implica uno scontro politico. Non c'è una via tranquilla alla ricontrattazione, si tratta di interessi imponenti. Prendiamo Monti che minaccia di non votare la Tobin tax: sarebbe solo un favore agli speculatori. Dovrebbe invece minacciare di non votare il fiscal compact. Dicendo: cari signori, noi non ci stiamo a farci uccidere. La Grecia è piccola. L'Italia è grande e lo sanno tutti che non può fallire. Loro ti tengono in vita per poterti succhiare il sangue. E Monti e Merkel giocano nella stessa squadra.

Pd e Udc pensano ad un'alleanza. Sel dice no alle alchimie senza programmi e Bersani apprezza. La rottura con Sel non sembra all'orizzonte.

A Nichi dico: il punto dirimente non è che il Pd si allei con l'Udc, ma che il Pd stia facendo le attuali politiche economiche: pensioni, art.18, tasse, e ora fiscal compact, che per l'Italia è un disastro.

Vendola ha già detto che non potrebbe allearsi con un Pd neoliberista, sotto l'eventuale leadership di Renzi.

Renzi o no, il Pd appoggia Monti. Anche nel Pasok non sono tutti liberisti. Ma hanno appoggiato quelle politiche. Finoccchiaro non è Renzi, ma ha elogiato la riforma del lavoro. Insomma, come in Grecia, da noi devono decidere se fare un'alternativa di governo o una forza di complemento.

Perché ce l'avete sempre con Vendola e non chiedete lo stesso rigore di analisi a Di Pietro?

Non è vero, faccio a entrambi lo stesso appello: costruire un polo della sinistra che intrecci Alba, i comitati, le associazioni, la sinistra sindacale, la sinistra oggi in larga parte fuori dai partiti. Con un programma di governo: perché mai i nostri punti - patrimoniale, tetto alle pensioni, abbattere le spese militari - non dovrebbero essere un programma per governare?

Lei e il suo partito, in diverse stagioni politiche avete invocato modelli esteri. 'Fare come la Linke tedesca', poi come il 'Front de gauche', ora come Syriza. La Linke non gode di ottima tenuta interna, il Front ha deluso alle legislative. Lunga vita a Syriza, ma non è provinciale invocare modelli vincenti ma evidentemente non perfetti?

Ho sempre proposto a casa nostra lo schema federativo, il cui vero modello sono le esperienze latinoamericane. Fronti, alleanze, come lo sono Izquierda unita spagnola, Syriza e il Front. Il discorso sulla Linke è complesso: resta un riferimento, ma oggi sconta l'egemonia di un discorso di Merkel che all'operaio suona circa così: ci salviamo solo con i nostri padroni. Comunque la vogliamo chiamare, il punto è costruire una sinistra antiliberista con modalità di partecipazione e allargamento oltre quelle dei partiti. Nessun partito può pensare di crescere su se stesso. In Italia ci sono milioni di persone di sinistra, ma non c'è una forma politica che riesca a convincerli.

Anche Di Pietro aspetta le scelte di Bersani. Voi aspettate Di Pietro?

Proponiamo un polo della sinistra e di organizzare a metà settembre una manifestazione contro il governo Monti e le politiche europee. Ma in un processo unitario, l'ultima cosa da fare è rivendicare primazie e mettere cappelli. Abbiamo ancora un po' di tempo davanti. Luglio e agosto saranno i mesi di questa costruzione. Ma se serve una settimana in più per fare un passo avanti, aspetteremo.

Se invece tutto resta come oggi, parteciperete alle primarie?

No, noi siamo per mandare a casa il governo Monti. Se manca questo, mancano i presupposti della nostra partecipazione. Ed è ormai chiaro a tutti che l'alternativa non nascerebbe lì.

Daniela Preziosi
29 Giugno 2012

E’ palese che oggi il mondo del lavoro esce sconfitto, ma soprattutto vengono tradite stagioni di lotte che hanno visto con il sangue, con arresti e sacrifici ottenere una serie di diritti di lavoro e civiltà

La riforma Fornero e l’accomodante Cgil

"Il lavoro non è un diritto, deve essere guadagnato, anche attraverso il sacrificio"

Apriamo con la frase del ministro Fornero, giusto per far capire che fase politica stiamo attraversando. Ovviamente un frase che hanno presto rettificato ma intanto è stata detta e rimane insieme alle lacrime e a tante altre dette che hanno poi portato, passo dopo passo all’approvazione della riforma del lavoro.

La cosa che dovrebbe scandalizzare però in tutto questo, non sono di certo le parole della Fornero, ma l’atteggiamento della segreteria Cgil che volutamente senza consultare la base ha di fatto rotto il mandato delle 16 ore di sciopero, tramutandole in lotte territoriali di sole due ore di sciopero e la manifestazione di oggi davanti a montecitorio, nella speranza che potesse scalfire l’animo di un aula tutta compatta, chi più o chi meno, nel votare una riforma che cambia radicalmente il mondo del lavoro e pone definitivamente il lavoratore in posizione minoritaria negli equilibri lavorativi.

Ancora una volta si va contro le richieste di una base sempre più scontenta della dirigenza del più grande sindacato italiano, che ha virato, come il suo partito di riferimento il Pd, verso una posizione centrista e conservatrice rispetto alla situazione politica sociale attuale. La continua ricerca dell’ unita sindacale è nuovamente disattesa quando si parla di riforma del lavoro, ben voluta e decantata da Cisl e Uil, oppure con i sindacati di categoria della metalmeccanica di questi ultimi due, che non ci pensano un attimo a fare ricorso contro la Fiom per la sentenza pomigliano,la quale costringe di riassumere oltre 140 operai iscritti alla Fiom.

E’ proprio da queste due contradizioni interne che fa crescere il senso di rabbia e sconcerto tra la base, una base che è arrivata a contestare lo stesso Landini della Fiom, sempre più coinvolto lui stesso nel loop che ha preso dentro molti dirigenti della Cgil incapaci di contrastare un segretario nazionale che ancora una volta porta avanti gli interessi propri e non della base stessa, quella stessa base che rientrerà nei posti di lavoro con condizioni di lavoro che li faranno tornare ai primi anni del dopo guerra.

Allora non stupisce che molti lavoratori in maniera autonoma dettino la linea della lotta scavalcando le linee delle stesse camere del lavoro come successe per le manifestazioni dei metalmeccanici fiom che hanno occupato l’autostrada nei mesi scorsi, non stupiscono le mobilitazioni che hanno visto momenti di lotta negli stabilimenti pisani della fiat, ma allo stesso tempo non stupisce che la Cgil non emetta un comunicato alle multe ben mirate date ai lavoratori metalmeccanici di Modena per l’occupazione dell’autostrada.

E’ palese che oggi il mondo del lavoro esce sconfitto, ma soprattutto vengono tradite stagioni di lotte che hanno visto con il sangue, con arresti e sacrifici ottenere una serie di diritti che hanno permesso al lavoratore di essere allo stesso livello, con dignità del padrone, che ora con scuse molto deboli potrà licenziare e tenere sotto ricatto tutta la sua forza lavoro.

Ma soprattutto chi ne esce sconfitta è la linea del più grande sindacato italiano, quasi quasi viene da rimpiangere Cofferati e i suoi tre milioni di lavoratori in piazza. Una linea perdente sin dal primo momento tanto era chiaro dove voleva arrivare la Camusso. Parlano di democrazia poi sono i primi a lederne i principi, non ascoltando quelle che sono le ragioni della base.

Riforma del lavoro: la scheda

Art.18, precari e partite Iva

Ecco la legge che introduce le nuove norme sui rapporti di lavoro dipendente e precario. Saranno più facili i licenziamenti individuali per motivi economici, modifiche anche ai contratti dei collaboratori e alla durata dei lavoratori a termine. Stretta sull’abuso delle partite Iva.

Licenziamenti individuali più facili, una stretta sull’uso delle partite Iva e retribuzioni dei contratti a termine legate ai contratti nazionali di categoria. Queste alcune delle norme introdotte dal disegno di legge oggi alla Camera dopo il passaggio al Senato. Cambiamenti che di fatto mutano i rapporti di lavoro dipendente e precario.

Licenziamenti e articolo 18. Ci sarà maggiore flessibilità in uscita. In caso di licenziamento per motivi economici, non sarà più previsto il reintegro automatico. In alcuni casi, sarà possibile un’indennità risarcitoria. E’ la norma che ha fatto discutere di più. Sarà sempre considerato nullo, il licenziamento discriminatorio per ragioni di credo politico, fede religiosa o attività sindacale. Nei casi dei licenziamenti disciplinari, per giusta causa o giustificato motivo soggettivo, il giudice avrà un minor margine di discrezionalità nella scelta del reintegro. Con le nuove norme il reintegro sarà possibile solo nei casi previsti dai contratti collettivi. Vengono meno, così, gli altri casi previsti anche dalla legge.

Contratti a termine. Il primo contratto a termine dovrà durare dodici mesi. Il rapporto di lavoro potrà essere stipulato senza specificare la causale, ovvero i requisiti per i quali viene richiesto. Vengono aumentate le pause obbligatorie che intercorrono tra un contratto e l’altro. Per un contratto della durata inferiore ai sei mesi la pausa diventa di 20 giorni (prima era di 10 giorni) mentre per un contratto di durata superiore ai sei mesi la pausa dovrà essere di 30 giorni.

Collaboratori e retribuzioni. Lo stipendio minimo dei collaboratori dovrà fare riferimento ai contratti nazionali di lavoro. Ci sarà una definizione più stringente del progetto con la limitazione a mansioni non meramente esecutive o ripetitive. L’aliquota dei contributi aumenterà di un punto percentuale l’anno. Nel 2018 dovrà raggiungere la stessa aliquota dei contratti dipendenti (il 33 per cento). Restano però molto esigui gli strumenti di sostegno al reddito quando si perde il lavoro. Viene infatti confermata, anche se in parte rafforzata, l’una tantum.

Partite Iva e requisiti. Verranno considerate vere quelle partite Iva che avranno un reddito annuo lordo superiore ai 18mila euro. La durata di collaborazione per chi avrà una partità Iva non deve superare gli otto mesi. Inoltre il corrispettivo pagato non deve essere superiore dell’80 per cento di quello di dipendenti e collaboratori. Il lavoratore non deve avere una postazione “fissa” in azienda. Nel caso in cui si realizzino almeno due delle tre precedenti condizioni, il rapporto di lavoro viene considerato come collaborazione coordinata e continuativa.

Assicurazione sociale per l’impiego. Ovvero tutto quello che non rientra nella cassa integrazione, indennità di mobilità, incentivi di mobilità, disoccupazione per apprendisti e una tantum per i collaboratori. La nuova assicurazione sociale per l’impiego (Aspi), che sostituirà tutte le indennità precedenti, partirà nel 2013 ma sostituirà a regime le altre indennità solo nel 2017. Ci sarà un incremento dell’aliquota dell’1,4 per cento per i lavoratori a termine. Il lavoratore perde però il sussidio, se rifiuta un’offerta di impiego che prevede una retribuzione di un valore superiore almeno del 20 per cento al valore dell’indennità.

Quanto agli importi, l’Aspi sarà pari al 75 per cento della retribuzione mensile nei casi in cui quest’ultima non superi, nel 2013, l’importo mensile di 1.180 euro. Nel caso in cui la retribuzione mensile sia superiore a tale importo l’indennità è pari al 75 per cento dell’importo prima indicato incrementata di una somma pari al 25 per cento del differenziale tra la retribuzione mensile e l’importo prima indicato. È comunque stabilito un massimale erogabile, che mensilmente risulta essere pari a 1.119,32 euro. Secondo i calcoli della Cgia di Mestre, il nuovo ammortizzatore sociale Aspi garantirà una copertura economica a 150 mila disoccupati in più rispetto alla situazione attuale.

Apprendistato e assunzioni. Arrivano norme più stringenti. Seppure le aziende potranno sempre assumere un nuovo apprendista, i contratti in media dovranno durare almeno 6 mesi. Per le imprese che impiegano almeno dieci dipendenti, l’assunzione di nuovi apprendisti sarà subordinata alla prosecuzione del rapporto di lavoro, al termine del periodo di apprendistato, nei 36 mesi precedenti la nuova assunzione, di almeno il 50 per cento degli apprendisti dipendenti dallo stesso datore di lavoro.

Le donne, l’equità e i voucher asili. Sono introdotte norme di contrasto alle dimissioni in bianco e viene incrementato a tre anni di età del bambino (era di un anno) del regime di convalida delle dimissioni rese dalle lavoratrici madri. Il congedo di paternità diventa obbligatorio, ma solo per un giorno. A questo si aggiungono altri due giorni facoltativi, che però vanno a ridurre il monte delle 20 settimane di congedo della madre. Le madri lavoratrici si vedranno erogati dei voucher per l’acquisto di servizi di baby-sitting da spendere nella rete pubblica dei servizi per l’infanzia o nei servizi privati accreditati. Le madri ne potranno usufruire al termine del periodo di congedo di maternità e per gli undici mesi successivi, in alternativa al congedo parentale.

29 giugno 2012 

Vertice europeo: dichiarazione di Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista - Federazione della Sinistra

Monti vince, il popolo italiano perde, le stangate e la recessione continuano

L’esito del vertice europeo è molto rilevante, ma non è positivo.

In primo luogo i cittadini pagheranno i debiti delle banche private di tutta Europa. Si tratta di una gigantesca socializzazione delle perdite che non ha precedenti. Gli speculatori non dovranno così pagare il conto dei propri azzardi perché il conto lo pagherà il Fondo Salva Stati cioè i cittadini di tutta Europa con le loro tasse. Si tratta di un salasso enorme ai danni dei cittadini se pensiamo che solo per le banche private spagnole sono stati stanziati 100 miliardi di euro .

In secondo luogo il Fiscal Compact non è stato modificato e questo determinerà un salasso per lo stato italiano di 45 miliardi all’anno per i prossimi vent’anni: la recessione è assicurata perché le misure per la crescita sono per quanto riguarda l’Italia molto inferiori e perché si taglia sul welfare e si investe su grandi opere sovente inutili e dannose  (come la TAV).

In terzo luogo, invece di permettere alla BCE di comprare direttamente i titoli di stato o di fare gli eurobond o di trasformare il Fondo “Salva stati” in una banca che possa accedere alla liquidità illimitata della BCE, si costruisce un meccanismo in cui il Fondo “Salva stati” - con pochissime risorse - può intervenire a sostegno dei paesi che abbiano già demolito il welfare e che si impegnino a continuare a farlo. Questo sotto stretto controllo della troica (BCE, FMI e UE) e firmando un memorandum in cui il paese viene nella sostanza commissariato. Si tratta di una misura - quantitativamente non diversa da quanto fatto dalla BCE fino ad ora - del tutto insufficiente per evitare la speculazione sull’Euro, ma efficacissima per continuare il ricatto sui singoli paesi, costringendoli a politiche di rigore che demoliscono il welfare e i diritti dei lavoratori.

Il tecnocrate liberista Monti esce vincente dal vertice, il popolo italiano perde e le stangate e la recessione continuano.

Paolo Ferrero
segretario Rifondazione Comunista - federazione della Sinistra
29 giugno 2012 www.rifondazione.it

A rigor di logica, dovremmo tutti essere portati a pensare che i gruppi dirigenti del PD condividano in sostanza la bieca visione del mondo di Fornero, Monti e soci. Ma così non è, perchè?

Fornero bocciata in Costituzione, il Pd pure…


Quali sono le doti che si richiedono ai governanti, anche a prescindere, se vogliamo, dal loro orientamento politico? Certamente in primo luogo la fedeltà all’ordinamento giuridico e alle sue norme fondamentali, nel nostro caso, ovviamente, la Costituzione repubblicana, sulla quale sono stati chiamati a giurare non già per l’osservanza di un rituale bizzarro e desueto ma perché devono improntare tutto il loro agire al rispetto e all’attuazione dei principi giuridici in essa contenuti. Poi l’onestà, la trasparenza, la capacità di scindere i propri interessi personali da quelli del Paese.

Se ci chiediamo perché l’Italia vada male e verifichiamo l’esistenza o meno di tali elementari requisiti nei governanti degli ultimi anni, la risposta viene naturale e spontanea.

Il nostro paese va male perché, per una serie di ragioni che andrebbero attentamente analizzate, coloro che sono stati chiamati a governarlo negli ultimi anni si sono rivelati spesso del tutto privi di tali requisiti.

Non si pretende certo che la signora Fornero sia una luminare del diritto costituzionale e neanche del diritto in genere. Ma la sua battuta sul diritto al lavoro, che non sarebbe tale, è evidentemente rivelatrice, al di là della successiva penosa smentita, del suo approccio, assolutamente antitetico a quello proprio di un governante dignitoso di questo paese.

Che cosa dice l’art. 4 della nostra Costituzione? Il testo è il seguente:

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Ora, se la Repubblica è in mano a gente come Fornero, è evidente che nulla essa farà per promuovere le condizioni che rendano effettivo questo diritto, dato che, secondo lei, non di diritto di tratta, ma di una sciocchezza che i buontemponi dei nostri Costituenti hanno voluto inserire nel testo della legge suprema perché in preda a un accesso di populismo.

Perché stupirsi quindi se in Italia, secondo i dati ISTAT, ci sono 2 milioni e 354mila disoccupati, con un tasso di disoccupazione giovanile pari al 31,9% ?

Certo, c’è la crisi. Ma la crisi non è un evento naturale. E, se anche lo fosse, le collettività umane esistono e operano appunto per contrastare gli effetti negativi di eventi di qualsiasi genere.

Non occorre essere dei comunisti sfegatati per affermare questo. Pensiamo alle scelte operate da Franklin Delano Rooselevelt e al New Deal, ad esempio. Solo i più beceri fra i neoliberisti possono ancora essere convinti del fatto che il mercato, lasciato a se stesso, possa risolvere un problema, come quello della disoccupazione, che è un problema mondiale e che richiede pertanto politiche nazionali e internazionali precise basate sull’intervento pubblico.

Il difetto sta nel manico. Farsi governare da una come la Fornero è un po’ come andare a farsi fare un’operazione chirugica delicata da un macellaio o affidare alla banda bassotti la sicurezza delle banche. Questo oramai l’abbiamo capito tutti.

Quello che ancora forse qualcuno fatica a capire è perché un partito come il PD continui ad affidare le sorti del Paese a gente del genere (e perché la CGIL esiti ancora a convocare uno sciopero generale contro questo governo). Sempre a rigor di logica, dovremmo essere portati a pensare che i gruppi dirigenti di tale partito condividano in sostanza la bieca visione del mondo di Fornero, Monti e soci, secondo i quali, come dimostrano del resto le tristi vicende dell’art. 18 e degli esodati, è meglio avere un paese di sudditi servili e impauriti, privi per l’appunto di diritti, che di cittadini consapevoli e combattivi. Strada che porta alla rovina, anche economica, questo nostro disgraziato paese.

Sarò un inguaribile ottimista, ma voglio sperare che il popolo italiano mandi a quel paese (non il nostro paese), Fornero, Monti e i loro seguaci politici e sindacali. Infatti il nostro problema di fondo non si chiama spread e neanche globalizzazione, ma assume le sembianze di una classe politica-tecnica irrimediabilmente autoreferenziale, arrogante e impreparata, della quale è giunta l’ora di liberarsi.

Fabio Marcelli
29 giugno 2012
da Ilfattoquotidiano.it

26 giugno 2012

Libro di Paolo Ferrero. Cosa ci sta succedendo davvero, le origini della crisi, le balle che ci raccontano, come fare a uscirne.



Ci dipingono la crisi come un fenomeno naturale. E, come cura, ci propongono le ricette che sono all’origine della crisi: il neoliberismo. Tutto questo produce sofferenze tanto drammatiche quanto inutili, perché la loro ricetta non funziona e aggrava la crisi. Tutto questo possono farlo perché le persone, anche quelle informate, non capiscono nulla di economia e finanza.
Così la nostra vita, il nostro futuro e quello dei nostri figli vengono lasciati nelle mani di «tecnici» e apprendisti stregoni che si comportano come i medici medioevali: dicendo di curare la malattia, uccidono il paziente.
Questo libro prova, con un linguaggio elementare, senza usare termini incomprensibili, a spiegare cosa ci sta succedendo davvero: le origini della crisi, le balle che ci raccontano, come fare a uscirne.
È un libro che confida nella razionalità degli umani, nel fatto che dalla comprensione della realtà possa scaturire una coscienza, e quindi un comportamento diverso. È un libro che confida nel fatto che gli schemi di gioco delle squadre di calcio siano più complicati dell’economia. Se tutti discutono con competenza dei primi, potranno capire anche la seconda. Ed evitare di delegare a «tecnici» venduti la gestione della loro vita.

UN ASSAGGIO
Sganciate il nastro rosso! Qualche settimana fa sono andato a Torino in aereo. Sono sceso tra gli ultimi e dopo aver percorso qualche decina di metri ho trovato una gran coda di persone: tutti i passeggeri scesi prima di me dall’aereo erano fermi davanti a una porta a vetri, chiusa. Qualcuno protestava, qualcuno vociava ma senza ottenere alcun risultato: eravamo impossibilitati a entrare nell’atrio dell’aeroporto per potere finalmente andare a casa. Nel punto in cui sono rimasto fermo, in fondo alla coda, partiva un altro corridoio sul quale spiccava la scritta exit. A quel corridoio era però impedito l’accesso da un nastro rosso, di quelli che normalmente si utilizzano negli aeroporti per delimitare i passaggi consentiti. Conoscendo l’aeroporto ho pensato che gli addetti allo scalo avevano dimenticato di togliere il nastro rosso e che la strada giusta per uscire non era quella imboccata da tutti i passeggeri ma quella che il nastro vietava. Avendo le mani occupate da un paio di bagagli ho chiesto a una persona in piedi vicino a me di sganciare il nastro rosso in modo da poter imboccare il corridoio che io ritenevo portasse all’uscita. Il mio vicino mi ha guardato un po’ di traverso e si è ben guardato dal rimuovere il nastro. Ho quindi posato la borsa, ho tolto il nastro e – all’inizio un po’ titubante – mi sono incamminato per il corridoio «proibito». Come avevo previsto quello aveva le porte aperte e permetteva di raggiungere l’uscita senza problemi. Dopo qualche esitazione tutti mi sono venuti dietro e senza particolari problemi siamo usciti dall’aeroporto. Non ci sono state proteste né urla contro gli addetti allo scalo, e per la verità credo che molti di coloro che intasavano il corridoio non si siano nemmeno accorti di cosa fosse successo. Semplicemente hanno visto che la coda defluiva in un’altra direzione e l’hanno seguita. Quando mi sono messo a scrivere questo libro ho pensato sovente a quell’episodio, perché a mio parere rappresenta la metafora della situazione che viviamo nella crisi. In primo luogo la gente tende a seguire le indicazioni delle autorità, specie quando ci si trova in un terreno sconosciuto. Talvolta però quelle indicazioni sono sbagliate. In secondo luogo chi non sa come è fatto l’aeroporto non ha strumenti per pensare di fare una cosa diversa da quella predisposta – magari per errore, come in questo caso – dalle autorità. Per questo si lamenta, urla o si arrabbia, ma non avanza di un millimetro verso la soluzione del problema. In terzo luogo, pur incazzati, di fronte al nastro rosso che rappresenta il divieto posto dalle autorità ci si ferma impotenti. «Chi l’ha messo aveva l’autorità per farlo e sicuramente ne saprà più di noi». Infine, per uscire dall’impasse, occorre quindi ragionare, conoscere un po’ il territorio in cui si deve orientarsi e – soprattutto – decidere di togliere il nastro rosso, decidere cioè di infrangere il divieto dell’autorità. Questo libro prova ad affrontare la crisi da questo punto di vista. Nella prima parte affronta i luoghi comuni più diffusi sulla crisi e prova a mostrarne l’infondatezza. Cerca cioè di dimostrare che le cose non stanno come vengono raccontate dal governo e da larghissima parte dei mass media. Nell’economia – a differenza che nell’aeroporto – le vie sbagliate non sono indicate per errore o per sbadataggine, ma perché vi sono in gioco interessi enormi. Chi ha il potere, chi gode di privilegi, non vuole mollarli e sovente ci indirizza su una strada completamente sbagliata. In genere è anche molto contento se ci disperiamo e ci incazziamo tra di noi. Nella seconda parte del libro è contenuta una mappa grezza dell’aeroporto. Cerco cioè di raccontare «come effettivamente stanno le cose» dal mio punto di vista. A scanso di equivoci, il mio punto di vista si «appoggia» – non so quanto fedelmente – agli insegnamenti di Marx, che è a mio parere insuperato analista del capitalismo. Nella terza parte cerco di indicare una via di uscita. A differenza di quanto avvenuto in aeroporto imboccare la via di uscita non è così agevole. Non basta individuarla, occorre battere resistenze e interessi consolidati, occorre quindi avere il progetto – le ragioni – ma anche la forza. Lo scopo di questo libro è quello di spingervi a sganciare il nastro rosso e di fornirvi gli elementi fondamentali di orientamento per sganciare il nastro giusto, evitando di andare a sbattere in una nuova porta chiusa o, addirittura, di oltrepassare una porta spalancata sul vuoto. La scelta di sganciare il nastro rosso e di incamminarsi per la corretta via di uscita, di battersi per poterla raggiungere, non la può però fare questo libro. La dovete fare voi, perché alla base del cambiamento non vi può che essere la libera scelta, basata sul libero convincimento, di ogni uomo e di ogni donna.

25/06/2012
Fonte: http://www.deriveapprodi.org/
ed. Derive Approdi -
euro 12 IN TUTTE LE LIBRERIE

25 giugno 2012

Il paradosso (solo per noi cittadini) è che per salvare le banche gli Stati si indebitano sempre di più e sempre di più si allontana la prospettiva di risanare i conti. Pratiche delinquenziali dei governi liberisti

Banca che vai, signoraggio che trovi
«Meno male che la popolazione non capisce il nostro sistema bancario e monetario, perché se lo capisse, credo che prima di domani scoppierebbe una rivoluzione». La voce dal sen fuggita è quella di uno che quel sistema lo capiva eccome: Henry Ford. Ma ben prima di lui molti “ben informati” già avevano chiaro in testa che l'interesse delle banche va di qua e quello delle nazioni, cioè dei popoli, di là.
Per esempio Sherman Rothschild, di mestiere banchiere, così parlava nel 1863 alla Kliemer, Morton e Vandergould di New York: «Pochi comprenderanno questo sistema, coloro che lo comprenderanno saranno occupati nello sfruttarlo, il pubblico forse non capirà mai che il sistema è contrario ai suoi interessi». Ancora più lucido, benché agli albori del moderno sistema bancario, un altro Rothschild, Amschel Mayer, che nel 1773 così sentenziava: «Le guerre devono essere dirette in modo tale che le nazioni, coinvolte in entrambi gli schieramenti, sprofondino sempre di più nel loro debito e, quindi, sempre di più sotto il nostro potere».
Il fatto che sia passato qualche secolo, che in mezzo ci sia stata la nascita delle democrazie moderne e persino il New Deal, non tragga in inganno: più o meno le regole e la mission sono rimaste le stesse; la differenza è che gli strumenti sono oggi più raffinati (basta pensare ai derivati e ai subprime) e le conseguenze sono enormemente più catastrofiche a causa del fatto che il “finanzcapitalismo” (copyright di Luciano Gallino) opera su scala globale. Altrimenti non avrebbe alcun senso ciò che sta accadendo dal 2008, cioè dallo scoppio della crisi negli Usa, ad oggi.
Ciò che sta accadendo è questo: in quattro anni, per “salvare” il sistema creditizio mondiale, quello stesso responsabile del disastro economico, sono stati spesi 3.500 miliardi, quanto basterebbe a pagare tutti i debiti di Italia, Spagna, Grecia e Portogallo messi insieme. Si dice (e forse c'è anche del vero) che le banche servono alle economie: senza il credito le imprese si fermano e le famiglie arrancano. E dunque non le si può lasciar fallire, perché nel tracollo trascinerebbero con sé tutti gli altri. Il punto è: quali banche? E per quale scopo?
Prendiamo l'ultimo caso, la spagnola Bankia. Si tratta di un colosso nato poco meno di un anno fa dalla fusione di varie casse di risparmio in gravi difficoltà per la bolla immobiliare, nel tentativo di risanare il sistema bancario iberico. L'operazione è salutata positivamente dagli esperti del settore: il gruppo è forte e risanato, si dice. Poiché però grandi investitori stranieri disposti ad accollarsi quote della banca non se ne trovano, parte la caccia disperata ai piccoli risparmiatori spagnoli che fanno arrivare nelle casse di Bankia poco più di tre miliardi, con il titolo valutato a 4,5-5 euro. Ma, al momento del debutto in Borsa, il 20 luglio scorso, il valore viene tagliato a 3,75 perché comincia ad emergere qualche dubbio sulla solidità di Bankia; undici mesi dopo il titolo crolla del 72% e la perdita per i raggirati risparmiatori spagnoli è di 2,2 miliardi di euro. La beffa? Ce n'è più di una. Il presidente Rodrigo Rato e il consigliere delegato Francisco Verdù Pons se ne sono andati incassando ciascuno un milione; Aurelio Izquierdo, direttore generale, ha lasciato Bankia con una buonuscita di 14 milioni; le grandi banche internazionali (da Jp Morgan a Deutsche Bank, da Unicredit a Barlays, da Bank of America-Merril Lynch a Lazard) si portano a casa quasi 146 milioni di euro per aver venduto le azioni di una banca nata fallita ai risparmiatori spagnoli (perché col cavolo che se le sono comprate loro...). «Che cos'è una rapina in banca a confronto della fondazione di una banca?», tornerebbe a domandarsi oggi Bertold Brecht.
Tant'è. Per Bankia, l'Europa deve ora tirare fuori cento miliardi, che si vanno ad aggiungere ai 3.500 di cui sopra, e non un centesimo andrà ai cittadini spagnoli, nemmeno a quelli ai quali i finanzcapitalisti hanno rifilato azioni-spazzatura. Anzi, i soldi per darli alle banche li prendono proprio dalle nostre tasche. Per dire, il boccheggiante governo greco, che ha fondi per pagare gli stipendi solo fino a luglio (così si dice) ha sborsato 18 miliardi per i suoi istituti di credito; il Portogallo 6,6 miliardi; la Spagna 23 miliardi e non sono nemmeno serviti. Per poi si scoprire che le squadre di calcio spagnole hanno debiti per 5 miliardi con le banche nazionali; che le medesime banche, pur in rosso, hanno concesso il favore di dilazionare il debito addirittura al 2020; e che, dunque, saranno i contribuenti europei, attraverso gli aiuti agli istituti di credito iberici, a pagare gli stipendi milionari dei calciatori del Real Madrid o del Barcellona.
Ma c'è di peggio. Il paradosso (solo per noi cittadini) è che per salvare le banche gli Stati si indebitano sempre di più e sempre di più si allontana la prospettiva di risanare i conti; scopo per il quale ci vengono imposte le politiche di austerità. Il finanziamento dei due fondi di salvataggio previsti dall'Unione europea (l'European financial stability facility e l'European stabilyty mechanism) all'Italia costerà entro il 2012 ben 48 miliardi di euro (e mancano le quote da versare entro il 2014). Parliamo di due-tre punti di Pil. E pazienza se questo aggraverà il nostro debito pubblico, quello stesso che è intoccabile quando si tratta di pagare le pensioni di noi comuni mortali; di trovare i soldi per dare crescita all'economia; di risolvere il problema degli esodati ecc. Come dire: cosa non si fa per una banca.
E' quella che qualcuno chiama la truffa del debito pubblico, il meccanismo attraverso il quale i soldi pubblici vengono drenati nelle casse private di banchieri, squali della finanza, magnati dell'industria ecc. A proposito della Banca d'Inghilterra (fondata nel 1694), Marx scriveva: «Fin dalla nascita le grandi banche agghindate di denominazioni nazionali non sono state che società di speculatori privati che si affiancavano ai governi e, grazie ai privilegi ottenuti, erano in grado di anticipare loro denaro. Quindi l'accumularsi del debito non ha misura più infallibile del progressivo salire delle azioni delle banche». In altre parole, più uno stato si indebita, più le banche (centrali ma non solo) si arricchiscono. Indovinate chi comanda a quel punto? «La Banca d'Inghilterra - descrive Marx - cominciò col prestare il suo denaro al governo all'otto per cento; contemporaneamente era autorizzata dal parlamento a battere moneta con lo stesso capitale, tornando a prestarlo un'altra volta al pubblico in forma di banconote. Non ci volle molto tempo perché questa moneta di credito fabbricata dalla Banca d'Inghilterra diventasse la moneta nella quale la Banca faceva prestiti allo Stato e pagava per conto dello Stato gli interessi del debito pubblico». Così, conclude Marx «proprio mentre riceveva, (la Banca) rimaneva creditrice perpetua della nazione fino all'ultimo centesimo che aveva dato».
Provate a sostituire “Banca d'Inghilterra” con “Banca centrale europea”: notate somiglianze? Con due operazioni di finanziamento a basso costo, la Bce ha messo a disposizione del sistema bancario europeo una montagna di liquidità, di cui solo briciole sono andate a imprese e famiglie. Quei soldi sono per lo più serviti, da noi, a comprare i titoli di stato italiani. Uno dice: beh, è per salvare il paese dalla bancarotta e i risparmi di una vita. Macché. Secondo Marco Della Luna e Antonio Miclavez (autori di “Euroschiavi”, Arianna Editrice) funziona così: mettiamo che «lo Stato ha bisogno di 100 milioni di euro per finanziare il proprio deficit di bilancio»; siccome non può stampare moneta, «emette Bot o altri titoli per 100 milioni; la banca centrale li acquista pagandoli con 100 milioni emessi ad hoc a costo zero. La banca centrale è ora creditrice di 100 milioni senza aver speso alcunché. Poi la banca centrale vende ad altri (banche commerciali, fondi di investimento, risparmiatori, banche centrali straniere) questi 100 milioni di Bot e incamera il ricavato. Questi 100 milioni sono il suo guadagno di signoraggio» (si dice proprio così, ndr), mentre lo Stato deve pagare i Bot via via che scadono. E «poiché il guadagno da signoraggio solo in parte viene reimmesso nel circuito produttivo industriale nazionale, il paese dovrà indebitarsi ulteriormente per pagare i titoli del debito pubblico alla scadenza. In questo modo molti paesi occidentali hanno avuto una crescita esponenziale del debito pubblico … mentre gli Stati devono destinare quote ampie e crescenti del bilancio pubblico al pagamento di debito e interessi»; ovvero, «lo Stato dovrà raccogliere sempre più tasse per i banchieri e sempre meno spenderà per la società».
Ingegnoso no? «E' assurdo dire che il nostro paese può emettere trenta milioni di dollari in titoli ma non trenta milioni in moneta. Entrambe sono promesse di pagamento; ma una ingrassa l'usuraio, l'altra invece aiuta la collettività», scriveva Thomas Edison nel 1921. Eppure gli «usurai» non sono ancora soddisfatti. Basta vedere l'esito del voto greco: alla vigilia, tutti gli occhi erano puntati su Atene, con le luci dellEurotower (sede della Bce) accese fino a notte fonda; sembrava (e questo hanno fatto credere ai greci) che da quel voto dipendessero le sorti dell'umanità. Invece, tutto è rimasto tale e quale: borse giù, spread su. La nuova tiritera adesso è: «Serve l'unione bancaria europea!», guarda un po'. Di nuovo la stessa domanda: indovinate a quel punto chi comanderà?
Capito perché «il sistema è contrario agli interessi del pubblico»?

Romina Velchi
24 giugno 2012
www.rifondazione.it

Non importa se il gverno USA sia "repubblicano" o "democratico", è nel loro DNA la pratica del fomentare golpe militari ed economici nei Paesi sovrani, ma solo se ci sono governi di sinistra. La Bolivia di Evo Morales come il Cile di Salvador Allende?

Bolivia, lo sciopero sembra un golpe

La scarsa simpatia delle destre americane per Evo Morales, il presidente indio della Bolivia, giustifica l'allarme golpe. La polizia, che nega intenti golpisti, è scesa in sciopero, richiedendo paghe più alte, la retribuzione media di 150/200 dollari mensili non basta più. E non basta neanche la proposta governativa di un aumento del 7%. Ma l'azione contro la centrale dell'intelligence boliviana, dove i poliziotti hanno distrutto tutto, a cominciare dai computer per arrivare all'archivio, sembra dare ragione al governo di sinistra del presidente eletto Evo Morales.

I poliziotti hanno occupato caserme e uffici pubblici a La Paz, capitale del Paese, Cochabamba, seconda città boliviana, come in altri centri strategici. La situazione sembra gravissima e la memoria non può non andare a tempi non certo lontani, quando in Bolivia c'erano i filo-americani, e il presidente sconfitto nelle urne scappò come un Ben Ali latino americano, con casse di documenti e lingotti d'oro stipati nel bagagliaio di un aereo messo a sua disposizione dagli statunitensi. Erano i tempi in cui si privatizzava l'acqua a Cochabamba, con aumenti delle bollette del 500/600 % . Tutto a vantaggio di una nota multinazionale nord-americana, la Bechtel. 

L'elezione di Evo Morales, un indio, ha spostato il paese nell' orbita venezuelana. E una sorta di internazionale nera ha da allora tentato più volte o di eliminarlo o di realizzare un vero e proprio golpe. Passando magari per la secessione dell'area bassa, amazonica e ricca, del paese. Ora i poliziotti presidiano e devastano uffici e piazze. Il governo, lasciato senza sponde, è scivolato per forza in un chavezismo radicale e ha deluso ampi settori della popolazione; forse adesso i poliziotti sono l'avanguardia del vecchio campo golpista. di certo la Bolivia "traballa".

24 giugno 2012
da globalist.it

24 giugno 2012

Danni collaterali questi morti per Israele. Danni collaterali che non fanno notizia. Sui nostri media si parla di altro. Di tutto si parla. Ma mai di Palestina. E di morti palestinesi.

Gaza, tutto l'orrore di cui i mass media non parlano
«Guardate questo bambino guardatelo bene l'ho fotografato stamattina nell'obitorio.
Un carroarmato israeliano l'ha ucciso sabato mattina in Khan Younis a sud della Striscia di Gaza. Ali Moutaz Al Shawat aveva 5 anni e mezzo.
Queste sono le vittime della follia criminale israeliana. Sono dei pazzi stanno attaccando anche al centro della città in pieno giorno, un altro civile è morto ve lo mostrerò nell'obitorio e molti feriti. Sono da poco tornata a casa con la morte negli occhi e addosso mi viene da vomitare. Vi prego chiedete di fermare questo massacro».
Nel pomeriggio di sabato 23 giugno, Rosa Schiano, l’attivista italiana dell’International Solidarity Movement che vive ormai da tempo a Gaza, ho postato su Facebook la foto che vedete e questo righe. Chiede a tutti noi una presa di coscienza su quanto avviene, celato dal silenzio di tutti i media, a Gaza. Ci chiede di fare qualcosa per fermare il massacro. Da lunedì 18 giugno è in atto una guerra. L’ennesima. Chiamiamo le cose con il loro nome. E’ una guerra che nessuno sta raccontando. E’ una guerra che nessuno conosce. Eppure ha già causato 16 morti e 60 feriti. Almeno. Perché gli attacchi continuano e il bilancio si aggrava di ora in ora. E mentre sto scrivendo sono in corso altri attacchi a Gaza.

Danni collaterali questi morti per Israele. Danni collaterali che non fanno notizia. Sui nostri media si parla di altro. Di tutto si parla. Ma mai di Palestina. E di morti palestinesi. Mai si racconta la “normalità” della morte in questa terra, dove è più facile restare uccisi che vivere. Non fa notizia. Sono sessantaquattro anni che non fa notizia, a meno che non si possa dire che i palestinesi sono terroristi.

Questo silenzio uccide come le bombe israeliane. Uccide dentro. Rosa Schiano, con il suo prezioso lavoro, con la sua passione, con il suo coraggio, riesce a spezzare questo silenzio e ci mette di fronte la realtà che racconta e fotografa. Poche parole per dirci l’orrore quotidiano in cui si vive in Palestina. Poche parole per far sapere. E’ importante tutto questo. Per ogni palestinese e per noi che ci siamo fatti palestinesi nell’anima per tentare, ognuno come può, di fare qualcosa. Piccole gocce in quel mare di impegno necessario. Noi non abbiamo giornali. Nessuno pubblicherà le nostre grida, la nostra indignazione. Abbiamo la rete e con questa cerchiamo di far sapere, perché tutti aprano gli occhi e prendano coscienza. La Palestina brucia. Da decenni. Ma quanto sangue palestinese ancora vorrete far scorrere? Quanta sofferenza ancora si spargerà nella terra di Palestina? Per quanto ancora? Chi può faccia qualcosa. Fermi i massacri. Non chiuda gli occhi. Non finga di non sapere. Non gettate altra ingiustizia sulla terra degli ulivi.


Federica Pitoni
24/06/2012
Fonte: mezzaluna rossa palestinese in Italia

20 giugno 2012

Si tratta di costruire una sinistra che individuando chiaramente l’avversario da battere nella finanza e nelle multinazionali, riesca a raccogliere i disoccupati, i pensionati, i lavoratori e le lavoratrici, gli artigiani, i commercianti, i piccoli imprenditori. Si tratta cioè di fare un sinistra che per la chiarezza degli obiettivi difenda gli interessi della maggioranza della popolazione.

Bisogna costruire Syriza anche in Italia
Il risultato delle elezioni greche segna una vera novità nella situazione europea. Per la prima volta una forza di sinistra contro le politiche di austerità europee, dichiaratamente antiliberista e anticapitalista, raggiunge una percentuale del 27% e complessivamente le forze della sinistra antiliberista arrivano attorno al 40%. Lo fa in nome di una altra Europa, di una Europa democratica basta sui diritti sociali e civili, dove il rovesciamento delle attuali politiche europee non è finalizzato ad un nuovo nazionalismo ma ad una nuova Europa.
Il messaggio che ci viene dalla Grecia è quindi un messaggio di speranza perché ci parla della possibilità di rovesciare le folli politiche neoliberiste. Sarebbe infatti sbagliato pensare che la vicenda greca sia chiusa con queste elezioni. Oggi, in virtù di una legge elettorale maggioritaria Nuova Democrazia può formare il governo ma tra qualche mese, quando sarà chiaro che la situazione è destinata a peggiorare, la situazione sarà molto più bollente. In questa condizione, pensare che il governo che verrà formato in questi giorni sia destinato ad aprire una fase di stabilità per la Grecia è una pura illusione. Anche perché la Merkel ha già pensato bene di spiegare a tutti che non farà sconti al governo greco. Come abbiamo visto nel caso spagnolo, questi delinquenti che governano l’Europa, sono disponibili a mettere risorse (100 miliardi) per salvare le banche, ma non sono disponibili a permettere alla BCE di salvare gli stati, cioè i popoli. Le banche vengono salvate, le famiglie no.
La situazione greca è quindi tutt’altro che stabilizzata e nei prossimi mesi Syriza è nelle condizioni di costruire – da sinistra – una opposizione sociale, politica e culturale alle politiche europee, ponendo le condizioni per un deciso cambio di marcia. In altre parole la Grecia ci dice che è possibile anche in Europa avviare un percorso come quello imboccato negli ultimi decenni dall’America Latina, in cui le politiche neoliberiste sono state sconfitte e con esse buona parte delle forze politiche che le proponevano.
Il punto è di non lasciare isolata la sinistra greca. La Grecia da sola non può cambiare l’Europa, serve il contributo di tutti , a partire dal nostro. Per questo è necessario costruire anche negli altri paesi europei una sinistra antiliberista che abbia due caratteristiche fondamentali:
In primo luogo di essere molto netta nelle posizioni contro le politiche di austerità europee. Non si tratta quindi di fare qualche emendamento – come propongono il PD e i partiti socialisti – ma di rovesciare radicalmente l’impostazione economica e sociale: occorre demolire la speculazione, ridistribuire reddito e costruire un intervento pubblico in economia finalizzato alla riconversione ambientale e sociale dell’economia. Si tratta di costruire una sinistra che individuando chiaramente l’avversario da battere nella finanza e nelle multinazionali, riesca a raccogliere i disoccupati, i pensionati, i lavoratori e le lavoratrici, gli artigiani, i commercianti, i piccoli imprenditori. Si tratta cioè di fare un sinistra che per la chiarezza degli obiettivi difenda gli interessi della maggioranza della popolazione.
In secondo luogo si tratta di fare un sinistra che superi i confini delle attuali organizzazioni politiche. Per questo penso che il nostro compito sia quello di costruire una Syriza italiana, di dar vita ad un processo di aggregazione paritario tra tutti coloro che ritengono necessario costruire questo polo di sinistra, autonomo dal PD e dal centro sinistra.

Paolo Ferrero
Segretario di Rifondazione Comunista
Federazione della Sinistra
19/6/2012 www.rifondazione.it

Governo, PD, PDL, col silenzio complice dei sindacati, senza freni vanno all'approvazione della controriforma del lavoro, mentre viene già annunciata la pubblica svendita di tutti i beni comuni

In piazza per reagire alla nausea

Ci sono delle giornate peggiori delle altre e ieri era una di quelle.
Innanzitutto la vomitevole felicità del regime per la vittoria dell'euro in Grecia. Sì perché secondo i principali commentatori è proprio la moneta che ha vinto le elezioni. Monti e il suo governo dell' austerità hanno dimenticato che il primo partito greco è quello accusato di aver falsificato i bilanci di quel paese portandolo alla catastrofe.
Centrodestra e centrosinistra sono a loro volta apparsi felici perché i partiti che formeranno il governo greco sono i loro gemelli e se l'euro ha salvato quelli, perché non sperare che lo faccia anche con questi?
Solo i mercati, gli unici marxisti rigorosi rimasti, han creduto poco alla vittoria della moneta e han continuato a speculare partendo dai dati reali della crisi economica, che continua come prima. (...)
Anche la Cgil ha colto al balzo la palla delle elezioni greche, sarà un puro caso naturalmente, per revocare quello sciopero in difesa dell'articolo 18, che peraltro aveva congelato da mesi. Questa decisione è stata presa proprio mentre il governo si appresta a ricorrere alla fiducia per portare al vertice europeo di fine mese lo scalpo degli ultimi diritti costituzionali del lavoro. Quando il governo si irrigidisce, il sindacato confederale si ammorbidisce. Questa è la formula che ha permesso di far passare la più feroce controriforma delle pensioni d'Europa, il cui l'effetto esodati, che si tenta goffamente di limitare, è solo uno dei primi danni collaterali. Ora va all'approvazione la controriforma del lavoro, mentre viene già annunciata la pubblica svendita di tutti i beni comuni e un esponente del governo in cerca di notorietà vuol abolire le ferie. Ma i greci han votato per l'euro di che preoccuparci allora?
Non sempre la cura contro i conati di vomito è stare fermi e aspettare che passino . A volte un po’ di sano movimento può far stare meglio. Per questo suggerisco a tutte e tutti coloro che come me rischiano di non sopportare la nausea per un regime ove i governanti ricattano i cittadini con la moneta e se ne vantano pure, suggerisco di reagire scendendo in piazza. Non è sicuramente sufficiente, ma può farci stare meglio. Appuntamento il 22 allora, in difesa dell'articolo 18, contro il governo Monti e tutti coloro che imbrogliano ricattando con l' euro. Con i greci che non s arrendono e con chi sta con loro.

Giorgio Cremaschi
dal Sito Rete 28 Aprile
 19 Giugno 2012

Quello che viene presentato come reintegrazione nel posto di lavoro, tale non è, nel senso che attraverso uno «sporco» gioco di parole si dà il nome di reintegra ad una fattispecie che della reintegra non ha più nulla

Con la modifica dell’art. 18 una falsa reintegra
Sostenere, come ha fatto il responsabile economico del PD Stefano Fassina, che nel  disegno di legge uscito dal Senato il 31 maggio scorso è stato reintrodotto il diritto alla reintegra per i licenziamenti  economici non corrisponde assolutamente a verità

Il diritto alla reintegra, così come stabilito dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori del 1970, prevede che il lavoratore abbia diritto a riprendere il suo posto di lavoro come se il licenziamento non fosse mai  intervenuto; e quindi ha diritto a percepire tutte le retribuzioni dal momento del licenziamento all’effettiva reintegra (c.d. tutela reale)

Il comma 42 dell’art. 1 del d.d.l. in discussione alla Camera riscrive l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori prevedendo che «il Giudice (nelle ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi del giustificato motivo oggettivo) dichiara risolto il rapporto di lavoro con effetto dalla data del licenziamento e condanna il datore di lavoro al pagamento di un’indennità risarcitoria». Dunque non è smentibile che anche nell’ipotesi in cui il licenziamento economico sia illegittimo il lavoratore non avrà più diritto alla reintegra, ma soltanto ad un’indennità. Quelli come Fassina si riferiscono forse all’ipotesi in cui il Giudice accerti «la manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo»?

Ma anche in tale ipotesi quello che viene presentato come reintegrazione nel posto di lavoro, tale non è, nel senso che attraverso uno «sporco» gioco di parole si dà il nome di reintegra ad una fattispecie che della reintegra non ha più nulla. Esattamente come quando a Polifemo fu detto che a causargli la cecità era stato «Nessuno». Ed infatti, la «reintegra» prevista dal comma 4 del nuovo art. 18 stabilisce sì la «ricostituzione del rapporto di lavoro», ma senza più la previsione del diritto del lavoratore a percepire tutte le retribuzioni perse dal momento del licenziamento all’effettiva reintegra.

La lingua biforcuta del novello legislatore, infatti, ha stabilito che «in ogni caso la misura dell’indennità risarcitoria non può essere superiore a 12 mensilità».

Dunque, il lavoratore, anche nell’ipotesi in cui riesca a dimostrare «lamanifesta insussistenza» del fatto posto alla base del licenziamento (se un fatto è insussistente già di per sé, perché aggiungere l’aggettivo «manifesta», se non per aggravare l’onere probatorio del lavoratore?) difficilmente otterrà l’ordine di reintegra prima che sia decorso un anno dall’intimazione del licenziamento.

Viene cioè posto a carico del lavoratore il «costo» della durata del processo di primo grado; senza contare che è praticamente impossibile che nel giro di poco si arrivi ad una sentenza della Corte d’Appello o della Cassazione.

Visto dal lato del lavoratore significa che egli – pur nella «eccezionale ipotesi» di vedersi riconosciuta la «manifesta insussistenza» da un giudice nei tre gradi di gidizio – sa già che dovrà restare per molti anni senza reddito e senza poterlo recuperare, inducendolo quindi a rinunciare al suo diritto alla «reintegrazione possibile» in cambio di una monetizzazione rapida della rinuncia al ricorso, a fronte dell’esiguità del beneficio economico che gli deriverebbe anche in caso di esito positivo. Detto in parole più semplici: se un lavoratore sa che mediamente potrebbe ottenere un sentenza di reintegra nel giro di due o tre anni, deve sapere anche che il datore di lavoro al massimo sarà condannato a pagargli 12mensilità; e lui non avrà risarciti gli altri due in cui è rimasto in attesa della sentenza favorevole.

Di più. Il nuovo art. 18, comma 4, prevede che va «dedotto quanto il lavoratore ha percepito, nel periodo di estromissione, per lo svolgimento di altre attività lavorative nonché quanto avrebbe potuto percepire dedicandosi con diligenza alla ricerca di un nuova occupazione». In conclusione, il lavoratore licenziato ingiustamente deve mettere in conto: da un lato che per tre anni (come dato medio probabilistico di successo giudiziario definitivo) non avrà la sentenza di reintegra, resterà senza lavoro e dovrà dedurre quanto percepito nell’attesa di giustizia attraverso un’altra attività (a quel punto necessaria per sopravvivere fino alla sentenza); dall’altro l’indennità risarcitoria massima che potrà spuntare sarà di dodici mensilità. E allora che Giustizia è mai quella che, riconoscendo a distanza di due o tre anni il diritto alla reintegra, prevede per il lavoratore un risarcimento di poche migliaia di euro a fronte di una perdita di decine di migliaia di euro?

Stefano Fassina e quelli come lui continuano a chiamare reintegra ciò che reintegra non è e se non mentono a sé stessi mentono certamente ai lavoratori.

Antonio Di Stasi
Professore di Diritto del lavoro nell’Università Politecnica delle Marche

20/06/2012
www.ilmanifesto.it

18 giugno 2012

Dopo che la Cgil ha revocato le otto ore di sciopero generale che aveva precedentemente deciso, rimane soltanto USB e il sindacalismo di base, indipendente e conflittuale a indicare ai lavoratori la strada dello Sciopero generale. A questo punto è ancora più decisivo, per chi vuole realmente opporsi alle politiche antipopolari del Governo Monti, per chi vuole dire no al ricatto del debito della BCE, della Comunità europea e delle banche, per chi vuole contrastare la Fornero e la sua controriforma, scioperare il 22 giugno in tutta Italia e scendere in piazza a Roma e Milano.

USB: IL 22 GIUGNO IN PIAZZA. CE LO CHIEDE LA GENTE D’EUROPA
I risultati elettorali in Grecia e la vittoria delle forze politiche che sostengono la necessità del pagamento del debito e delle politiche di austerità imposte dalla Comunità europea e dalla BCE, disegnano uno scenario ancora più fosco e preoccupante per tutti i lavoratori europei e soprattutto per paesi come la Spagna e l'Italia che vivono da mesi una situazione economica estremamente preoccupante su cui stanno calando gli stessi avvoltoi della Troika che hanno ridotto in macerie la Grecia.

La vittoria di Nuova Democrazia in Grecia produrrà quindi lo spostamento della ricerca di nuovi profitti e delle speculazioni internazionali soprattutto verso questi due stati e si tradurrà nelle prossime ore in un irrigidimento di tutti quei processi che vedono nella riduzione dei diritti e nell'attacco allo stato sociale, all'occupazione e ai salari le linee guida di governi, forze economiche e politiche.

Già Monti, plaudendo al risultato ellenico, si è affrettato a richiedere, costi quel che costi, l'approvazione della controriforma del lavoro prima del vertice europeo del 28 giugno, che significa altro voto di fiducia alla Camera su un provvedimento che rimarrà tale e quale a quello approvato in Senato e senza neanche alcuna possibilità di modifica.

La cosiddetta spending review si sta dimostrando ciò che è realmente: vendita del patrimonio pubblico, tagli allo stato sociale e pesantissimo attacco all'occupazione e al reddito dei lavoratori del pubblico impiego

Se a ciò aggiungiamo che l'inflazione aumenta di mese in mese, seconda soltanto ai dati relativi alla disoccupazione, che il salario medio dei dipendenti è sceso a livelli di insopportabilità e che ormai milioni di famiglie vivono in uno stato di vera e propria povertà, mentre aumentano le tasse e il divario tra ricchi e poveri aumenta in modo esponenziale, è ormai chiaro che siamo di fronte ad una situazione esplosiva.

Di fronte ad una situazione simile Cgil, Cisl e Uil si radunano di sabato a Roma in Piazza del popolo, in poche migliaia, evitando accuratamente di parlare della devastante riforma del lavoro e addirittura la Camusso revoca formalmente le ore di sciopero decise il mese scorso contro l’attacco all’articolo 18. Evidentemente il Ddl della Fornero incontra il favore e il plauso del direttivo CGIL

Non resta che lo sciopero generale del 22 giugno, proclamato da un ampio arco di forze conflittuali e di base, a cui stanno arrivando adesioni anche da parte di consistenti pezzi di Cgil, di intere RSU, di giuristi, costituzionalisti ed esperti del diritto, nonché di articolazioni dei movimenti sociali che stanno contribuendo a rendere visibile la risposta ai progetti del governo dei banchieri.

Il 22 giugno può essere lo sciopero di tutti. Al di la delle appartenenze sindacali e politiche. Uno sciopero capace di indicare una strada di lotta e di conflitto, che non faccia più dichiarare a Monti che le sue controriforme in Italia passano senza alcuna opposizione e senza un’ora di sciopero. Ce lo chiede la gente d’Europa.

18/06/2012
Unione Sindacale di Base

C'è una grossa e preoccupante somiglianza tra la sinistra greca e quella italiana che inficia, per adesso, l'evoluzione delle forze di sinistra su un percorso di scelte in rapporto diretto con la realtà politica sociale. In Grecia la sordità del KKE, Sinistra Democratica e verdi soffrono dello stesso male politicista che affligge in Italia SEL, Verdi, Sinistra Crtitica e il resto dell'arcipelago di sinistra. In stretta connessione con l'IDV.

Una sinistra antiliberista e autonoma
Il risultato delle elezioni greche rappresenta un fatto storico per la sinistra europea. Viene rotto in modo stabile il bipolarismo delle banche, rappresentato dai governi socialdemocratici e conservatori, e Syriza si afferma nettamente come seconda forza politica del paese, con un aumento impressionante di consensi, soprattutto fra i giovani e nei centri urbani. Solo una legge elettorale truffa permette ai conservatori di Nuova Democrazia e ai loro alleati della grande coalizione, i socialisti, di poter avere una maggioranza in Parlamento. Non ha vinto l'euro, come scrive la stampa italiana, hanno vinto gli speculatori, la Merkel, i tecnocrati che vogliono continuare ad imporre le folli politiche di austerità e liberiste che producono solo recessione e disocuppazione di massa. Se in Europa si parla di rinegoziazione dei trattati è grazie alla coraggiosa battaglia di Syriza e del popolo greco. Una battaglia comune alle forze del Partito della Sinistra Europea, a Rifondazione Comunista, il Front de Gauche, Izquierda Unida, che si battono contro il fiscal compact, il liberismo e il capitalismo. Serve, come in questi paesi, costruire una sinistra unita antiliberista e autonoma da quelle forze complici dell' austerità e della demolizione dello stato sociale, come quelle che in Italia sostengono Monti. Come Syriza è autonoma dal Pasok, in Italia questo significa una sinistra autonoma dal PD.

Fabio Amato
resp. Esteri Prc
18 giugno 2012

16 giugno 2012

Domani, domenica 17 e lunedì 18 giugno, una delegazione del Partito della Rifondazione comunista composta dal segretario nazionale Paolo Ferrero e dal responsabile Esteri Fabio Amato, sarà in Grecia, ad Atene, al quartier generale di Syriza, in piazza Eleftherias, per le elezioni.

Domani saremo con Syriza a seguire le elezioni greche. Saremo ad Atene con le altre delegazioni del Partito della Sinistra europea di cui Alexis Tsipras è vice presidente e di cui fa parte Rifondazione comunista. Le elezioni in Grecia possono rappresentare un cambiamento epocale non solo per Atene ma per l’Europa intera, per il popolo greco e per tutti i popoli europei. C’è in gioco la scelta tra il neoliberismo, l’austerità e il modello Monti-Merkel che ci sta portando al disastro aggravando la crisi e, dall’altra parte, la possibilità di un’uscita da sinistra dalla crisi, basata sulla giustizia sociale e sulla libertà dei popoli. Paolo Ferrero

Aspettando la vittoria di Syriza...

È stata la piu difficile campagna elettorale quella che si chiude oggi in Grecia, con il tentativo del leader della destra Samaras di ritornare in piazza Syntagma per il suo ultimo comizio, per dimostrare che Nuova Democrazia ha ancora i numeri per governare. Intanto ieri decine di migliaia di ateniesi sono andati in piazza Omonoia a sentire Alexis Tzipras, il leader di Syriza, che in un clima di allegria
e di speranza ha chiesto il voto per un governo di sinistra in Grecia e per una svolta per l'Europa.

Tsipras ha insistito che la vittoria di Syriza rappresenta la miglior garanzia che la Grecia rimanga nella eurozona e ha chiesto la collaborazione degli altri partiti di sinistra per allargare l'alleanza politica e sociale che potra sostenere le riforme per creare sviluppo e posti di lavoro. Gia ieri Elstat (l'Istata greco) ha annunciato che la disoccupazione ufficiale è arrivata al 22,60%, cioè alle 1.120.097 persone senza lavoro già il primo trimestre dell'anno. Di pari passo Tsipras ha chiesto anche una nuova alleanza politica e sociale in Europa, per vincere le politiche neoliberaliste e per mettere le basi per una Europa «della solidarieta e della democrazia economica e sociale».

Tsipras non chiede solo l'unità della sinistra ma un vero sostegno dal popolo delle sinistre, mentre i militanti di Syriza e tanti dei suoi elettori si dichiarano pronti a passare l'estate in piazza Syntagma con Tsipras o no al governo. Per loro il governo di sinistra avrà bisogno della mobilitazione dei lavoratori, dei disoccupati, degli statali, delle donne e dei giovani per imporre la sua politica alla Merkel, a Bruxelles e anche ai poteri forti in Grecia; mentre, nel peggior dei casi, sanno molto bene che dovranno opporsi come hanno dimostrato di saper fare ai nuovi tagli.

Ma come potranno Tsipras e i suoi vincere le elezioni senza una grande giornale o gruppo editoriale alle spalle, con la radiotelevisione pubblica apertamente contro e le televisioni private dei costruttori, dei banchieri e degli armatori impegnate in una guerra meschina contro Syriza e i suoi candidati?

Gli unici a offrire facilmente spazio a Syriza sono i media internazionali, alla ricerca di qualche trafiletto per far saltare le borse. Gli ultimi sondaggi, «segreti» per la legislazione elettorale greca, danno la coalizione di Nuova Democrazia e Pasok in testa, con un 1-2% di percentuale davanti a Syriza, con il Pasok in caduta libera. Poco importa se i neonazisti di Alba Dorata a quanto pare all'ultimo momento rimontano solo grazie ai violenti attacci contro immigranti e gente di sinistra. La borsa di Atene ha fatto un salto di 10,12% e le quotazioni delle azioni delle banche sono volato con un salto del 23%, appena sono trapelate notizie di questi sondaggi «segreti» che danno la vittoria agli stessi partiti che hanno fatto della corruzione la loro attività, affondato il paese.

Il problema vero pero è chi sarà tra Syriza e Nuova Democrazia ad avere un pugno di voti preziosi in più per prendere il premio di 50 seggi sui 300 del parlamento. Syriza dichiara da giorni che si aspetta di tutto. Ieri è perfino accaduto che la macchina di una sua candidata a Serres, nella regione macedone, è stata fermata dai «soliti ignoti» che le hanno impedito di tenere il comizio nela cittadina considerata «di destra» e da loro controllata.


 Argiris Panagopoulos

Chi sono i lestofanti che operano crimini veri e propri sotto l'etichetta di organismi economici, finanziari, legali e illegali, con la copertura dei governi e dei partiti che li sostengono?

I mercati, chi sono costoro?
Nella crisi, quella grazie alla quale un pugno di lestofanti sta devastando la vita di miliardi di persone e saccheggiando le risorse del pianeta, " tutti i misteri vengono in chiaro. E si assiste - come scrive Paolo Ciofi in un suo recente lavoro - al miracolo dei ricchi salvati dai poveri. E tuttavia diventa finalmente di senso comune ciò che fino a ieri restava avvolto nella nebbia delle manipolazioni mediatiche orchestrate da un agguerrito esercito di spin doctors, asserviti ai potentati economici e finanziari.

 Ora che il re appare nelle sue nudità occorre chiedersi: chi sono i mercati? Dove si nascondono questi invisibili, impersonali demiurghi che si muovono come giudici inappellabili in un mondo opaco, come forze inafferrabili dotate di un potere quasi divinatorio?

 Ebbene, si tratta di circa mille persone: sono i proprietari universali che controllano, dispongono di 50 trilioni di dollari, pari a 2/3 dell'intera ricchezza mondiale; sono coloro che si incontrano ogni anno a Davos, una ridente località svizzera, per discutere - e decidere - cosa fare del mondo e di tutti noi. Sono il gotha del capitalismo finanziario: banchieri, proprietari di imprese transnazionali, gestori di fondi di investimento, accademici, direttori delle più importanti testate giornalistiche.

 Poi c'è un gruppo più piccolo, che screma quello più grande, e si chiama Commissione Trilaterale (in tutto fanno 400 persone), fondata nel 1973 da un povero miliardario, David Rokefeller, che ha per finalità dichiarata la conservazione del capitale, l'affrancamento delle istituzioni dal sovraccarico democratico, la diminuzione del peso del welfare, il contrasto dei sindacati e l'attacco al potere di coalizione dei lavoratori.

 Infine, il terzo cerchio, il più stretto, il Gruppo Bilderberg, in tutto 120 persone, un ridotto di quelli precedenti. Funziona come una loggia massonica coperta, si riunisce quasi in clandestinità, è vietato l'accesso ai giornalisti e a recintare le riunioni di quel selezionatissimo consesso è posto uno stuolo di vigilantes armati. Di cosa si occupano costoro? Di governance planetaria, di economia globale, di finanza, di sicurezza internazionale, di risorse energetiche, di conflitti militari.

 Ecco: questi sono i fantomatici mercati. Quelli che fanno schizzare in alto i titoli delle corporations quando licenziano, quelli che se il ministro Fornero spendesse i soldi necessari per tutelare tutti gli "esodati" si vendicherebbero sui titoli del debito sovrano.

 Ebbene, Monti, sino all'investitura a presidente del Consiglio ha fatto parte di tutti e tre i potentissimi consessi: presidente del gruppo europeo della Trilateral, membro del consiglio esecutivo del Gruppo Bilderberg, e invitato permanente a Davos.

 Ecco perché il governo "tecnico" è una colossale menzogna: tecnico vorrebbe dire "oggettivo", che ha il crisma della scienza, che vara misure giuste e, soprattutto, senza alternative. E invece è il trionfo dell'ideologia mercatista e iperliberista, spacciata per inesorabile necessità. Esattamente come lo è l'attacco all'articolo 18, gabellato senza pudore come strumento per promuovere investimenti e occupazione.

 E' la lotta di classe, signori, la guerra senza esclusione di colpi - per dirlo con le parole del miliardario Warren Buffet - che i ricchi stanno facendo contro i poveri. Vincendola. Fino a che glielo lasceremo fare.

Dino Greco
www.rifondazione.it

14 giugno 2012

APPELLO GIURISTI IN CONCOMITANZA SCIOPERO 22 GIUGNO A DIFESA DIRITTI DEL LAVORO

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La Fiom, una realtà di popolo in carne ed ossa, con le sue sofferenze di classe sfruttata, e una massa informe di immaginaria politica protestaria sui generis, speculare alla massa dei politicanti del PD

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