31 maggio 2012

"Lavoreremo per modificare il provvedimento" ha spiegato la Camusso. Ma ha capito cosa sta succedendo? E se ha capito allora è complice consapevole di un crimine contro la civiltà del lavoro. Cosa dire dell'assenso della maggior parte della dirigenza nazionale e territoriale Cgil? Drammatico è il silenzio delle strutture sindacali sui posti di lavoro!

IL DEFINITIVO ERRORE DELLA CGIL DELLA CAMUSSO
Ieri ero davanti al Senato con decine di compagni della FDS a manifestare contro la controriforma del lavoro. Abbiamo cercato - da soli purtroppo- di fare irruzione al Senato con i nostri ex senatori per segnalare cosa stava combinando il Governo sul ddl lavoro. Mentre tornavo a casa ho incrociato a poche centinaia di metri dal Senato, un presidio indetto in fretta e furia dalla CGIL per protestare - così dicono i comunicati che ho letto - contro la fiducia posta sul ddl lavoro. Oggi leggo che questi presidi continuano, perchè Monti avrebbe chiuso i possibili margini di mediazione sul collegato lavoro. Ma davvero pensano di prendenderci per i fondelli? Ma davvero la CGIL pensava di gestire una vicenda del genere rimandando la mobilitazione e sperando che il lavoro di mediazione del PD portasse a casa qualche briciola? Se è così, le cose sono due: o la Camusso ha dato una prova pessima di tattica oltre che d'incapacità di leggere la fase ed i rapporti di forza in campo, o la Camusso ha scelto di entrare nella CISL dimostrando la completa subalternità al PD. Una battaglia come questa si poteva anche perdere, ma si doveva fare fino in fondo, perchè non facendola in maniera decisa, su un punto di svolta regressivo come quello della riforma del lavoro, si rischia di far perdere di significato anche quelle passate. Ed il vero paradosso è che Monti è riuscito a fare con il PD quello che non è riuscito a fare Berlusconi. Vedere oggi i presidi davanti alle prefetture, con uno sciopero generale cancellato, e con Monti che il 22 giugno potrà mostrare alla Merkel lo scalpo dei lavoratori italiani fa onestamente ribollire il sangue. Un gran bel risultato ha raggiunto la linea Camusso, in un sol colpo la CGIL ha perso gran parte della sua credibilità e ha offerto su un piatto d'argento a banche e padroni l'ultimo pasto dei diritti del lavoro in Italia.

Francesco Piobbichi
31 maggio 2012
www.controlacrisi.org

30 maggio 2012

Chi il 2 giugno voglia curiosare tra i carri armati e i blindo se li vada a vedere nelle caserme. E i soldi della parata spendiamoli per le popolazioni colpite dal terremoto

Tenete a casa i carri armati
Spendere oltre 4 milioni di euro il prossimo 2 giugno per far sfilare carri armati e mezzi blindati mentre con gli stessi soldi si potrebbero soccorrere oltre 5 mila sfollati delle zone colpite dal terremoto per almeno una settimana, è una scelta irresponsabile e senza senso.
Fare una parata militare in tempi di crisi è già uno spreco. Ma nel caso di un terremoto così grave tutto ciò testimonia mancanza di sensibilità. E disinteresse per quello che prova il paese in queste ore. Per la gita dei carri armati ai Fori Imperiali non si lesinano spese, per aiutare le popolazioni colpite dal sisma si dovrà ricorrere probabilmente a un altro aumento delle accise sulla benzina.
Il modo migliore per celebrare la Repubblica il prossimo 2 giugno è tenere i carri armati a casa e mettersi a disposizione degli sfollati. E invece di sprecare 10 miliardi di euro per fare 90 cacciabombardieri F35, quei soldi (come propone Sbilanciamoci! nel Dossier 2012 sulle spese militari in Italia) potrebbero essere meglio spesi per mettere in sicurezza le migliaia di scuole, fabbriche, municipi che rischiano di venire giù ad ogni evento calamitoso.
Quella parata militare - così tronfia e retorica - che negli anni '80 era stata sospesa, dovrebbe essere definitivamente cancellata. Napolitano ha scelto diversamente, manterrà la manifestazione. Tra l'altro, già il 4 novembre si spendono altri milioni di euro per esporre al Circo Massimo elicotteri, aerei, carri armati, mitragliatrici in una sorta di fiera horror di strumenti di guerra. Cancellare le parate del 2 giugno (e del 4 novembre) è un segno di rispetto per le popolazioni e di intelligenza in tempi di crisi: se l'avessimo fatto 10 anni fa, avremmo avuto risorse sufficienti per mettere in sicurezza il territorio di buona parte dell'Emilia Romagna. Chi il 2 giugno voglia curiosare tra i carri armati e i blindo se li vada a vedere nelle caserme. E i soldi della parata spendiamoli per le popolazioni colpite dal terremoto.

Giulio Marcon
30 Maggio 2012
www.ilmanifesto.it

La storia del terremoto del 29 maggio 2012 in Emilia Romagna ha come simbolo i capannoni sotto cui sono stati trovati i lavoratori. Ha per simbolo una comunità senza distinzione di religione, di cultura, di nazionalità

Un'altra economia ci può aiutare anche contro i terremoti
La domanda è questa: ma i capannoni dove sono rimasti sepolti i lavoratori modenesi, migranti o italiani che fossero, erano agibili o no dopo l’ultimo terremoto? Rispondere a questa domanda farebbe certamente gravare su alcune coscienze il peso di una parte della morte di questi lavoratori che oggi si contano tra i morti di un martedì di fine maggio dove la terra non ha dato alcuna sosta in un balletto di distruzione e morte reso ancora più macabro dai mancati sensi di colpa di chi avrebbe potuto adeguare strutture e territorio ad eventi di questa natura e non l’ha fatto.
Non sono le colpe qui che mi interessano come elemento di sottolineatura di una negligenza o del padronato o dello Stato. Mi interessa di più domandarmi che tipo di economia è quella che sfrutta la mano d’opera, il lavoro salariato, qualunque lavoro fino all’osso e non si cura nemmeno minimamente delle condizioni in cui fa tutto questo.
Si chiama liberismo e ci ha mostrato il suo volto tantissime volte. Anzi, ogni giorno in tutto il mondo dà il meglio di sé nelle guerre, negli imperialismi più o meno a buon mercato.
E dunque cosa c’entra un terremoto, un evento naturale, impossibile da contenere con le sole forze umane, con l’economia? Apparentemente nulla. Ma nel momento in cui noi ci siamo dati un’organizzazione su questa terra, e siccome questa organizzazione – purtroppo – ad oggi si chiama capitalismo, e siccome prevede la proprietà privata dei mezzi di produzione, sarebbe buona cosa domandarsi come mai la linea sottile che divideva il rischio dalla sicurezza era per i lavoratori modenesi – migranti o italiani non fa alcuna differenza – così davvero tanto sottile da essere spezzata proprio nel punto in cui si trovavano i più poveri, i meno protetti, quelli più esposti a qualunque rischio del loro mestiere ma che mai avrebbero pensato di dover morire sotto il capannone della loro azienda per un terremoto.
Una cosa è certa: l’imprenditoria italiana ha sottovalutato, come lo ha fatto del resto anche lo Stato, l’intensificarsi di questi fenomeni sismici.
La storia del terremoto del 29 maggio 2012 in Emilia Romagna ha come simbolo i capannoni sotto cui sono stati trovati i lavoratori. Ha per simbolo una comunità senza distinzione di religione, di cultura, di nazionalità che si trova unita nel piangere chi è stato indotto ad andare a lavorare in strutture che erano state dichiarate sicure dopo l’ultimo sisma ma che non hanno retto a questo secondo scossone fatto di tanti colpi, di tanti balletti della terra non certo piacevoli, non certo deboli, ma intensi proprio per la loro superficialità, per la loro vicinanza alla nostra realtà, quella di superficie.
I geologi giustamente spiegano le cause del terremoto: se non ha compreso male, da profano, le Alpi e l’Appennino stringono l’Emilia in una morsa. Le Alpi si avvicinano all’Appenino e viceversa. Questo provoca il distacco delle faglie e il prodursi dei terremoti.
Affascinante lo spettacolo della scienza. Ma Quark e Piero Angela sono lontani e qui ci troviamo a parlare di sedici morti (augurandoci che il numero non aumenti) di cui la maggior parte sono quei lavoratori rimasti sepolti sotto strutture che probabilmente sono state troppo presto dichiarate agibili per la ripresa della produzione.
Ma tutto corre, tutto deve correre: l’economia non può e non deve fermarsi, nemmeno se arriva il terremoto.
Così si dichiara che tutto va bene, che tutto può ricominciare e al primo scossone restano sotto le macerie decine di persone. Non è farsa. E’ solo tragedia: ci rimettono sempre i più deboli e i più poveri, anche se un cataclisma – per definizione geofisica e naturale – non guarda in faccia nessuno: ricco o povero, bello o brutto. Proprio come la bomba di “Girotondo” di De Andrè.
La società moderna, occidentale, liberista ha ovviato in parte anche a questo: se sei ricco magari ti comperi una bella villa stile bunker, la fai fare con tutti i crismi antisismici che costano un patrimonio e ti salvi dalla maggior parte dei terremoti. Ma se la tua casa è vecchia o è una casa di quei quartieri dormitorio che sono stati magari pure costruiti con materiali scadenti per fare più profitto possibile su un qualunque appalto comunale, allora ecco che anche una catastrofe assume le connotazioni classiste e diventa una tragedia nella tragedia.
Un’altra economia va costruita proprio per evitare tutto questo anche davanti ad eventi che solo la natura può regola e che l’uomo non può pensare di dominare, ma solo di comprendere con l’aiuto sempre più imprescindibile della scienza. Un’economia che pensi al sociale e non al privato, che investa sul pubblico e non sul profitto, che si dedichi a rafforzare i pilastri morali e materiali della società invece che esaltare i disvalori dell’egoismo capitalistico.
Perché il terremoto diventa un’affare. Un affare per chi ricostruisce, tanto da gioirvi, come ricorda la triste telefonata che faceva sentire due voci sorridenti e brindanti all’apocalisse che aveva appena investito l’Abruzzo. Che resti solo una disgrazia e non diventi una fonte di profitto. Ecco perché un’altra economia serve. Ecco perché la parata del 2 giugno andrebbe sospesa e le risorse impiegate (circa 3 milioni di euro) dovrebbero essere dirottate sui terremotati emiliano-romagnoli. E, del resto, come dice un mio amico, una parata militare andrebbe proibita “a prescindere”. Ma questo è un concetto che affronterò un’altra volta.

Marco Sferini
30 maggio 2012
www.rifondazione.it

28 maggio 2012

L’appello di Rosa al mondo: madre, detenuta e torturata in carcere. Una lettera, a Il Manifesto, di Rosa López Díaz, 33 anni, indigena tzotzil, chiusa nel carcere di San Cristóbal col suo bambino. Ha visto morire l’altro suo figlio, nato con gravi danni cerebrali per le torture inflitte a lei mentre era incinta

Liberiamo Rosa, prigioniera politica del Chiapas!
Rosa López Díaz ha 33 anni, è indigena di lingua tzotzil e proviene da una famiglia povera. Detenuta nel carcere messicano di San Cristóbal de las Casas, in Chiapas, con il suo secondo bambino, Leonardo, ha visto morire a 4 anni l’altro suo figlio, Natanael, nato con gravi danni cerebrali in seguito alle torture subite da lei al momento dell’arresto - avvenuto nel 2007 - mentre era incinta. Condannata a 27 anni e 6 mesi di reclusione (dopo uno sconto di pena di 17 giorni al processo d'appello) insieme a suo marito, Alfredo López Jiménez, al cugino di lui, Juan Collazo Jimenez, e a un loro amico, Jimenez Pedro Lopez, Rosa è stata accusata di un reato – un sequestro di persona - che non ha mai commesso ed è stata costretta a firmare una confessione in bianco sotto la minaccia della violenza dopo essere stata picchiata malgrado fosse incinta di 4 mesi.

Rosa è l’emblema di tutte le discriminazioni che un essere umano può subire: è donna, indigena, povera, detenuta e madre, e per questo più esposta perché ricattabile attraverso il figlio. Ma Rosa è anche il simbolo di tutte le mamme che sono costrette a crescere i propri figli in carcere dove i bambini rimangono, per lo più, fino a 5-6 anni: in Messico, Argentina, Bolivia, in Salvador, in Afghanistan, in Iran, in tutto il Medio Oriente, in Africa, e nel mondo intero, compresa l’Italia. Donne che, per la maggior parte, sono in carcere per motivi legati al disagio sociale e alla povertà ma anche per motivi politici o reati inesistenti. Rosa da un anno porta avanti la sua lotta per la libertà e per il riconoscimento dei diritti dei detenuti insieme alla sezione maschile del carcere N. 5 e al collettivo “Los solidarios de la Voz del Amate”, ma i funzionari governativi le fanno pressione perché abbandoni la lotta, e ora lei chiede aiuto al mondo.
“Il nostro obiettivo è esigere che si rispettino i diritti umani e che ci restituiscano la libertà che ci è stata tolta dal mal governo – spiega Rosa in una lettera che ci ha mandato la settimana scorsa – e lo sciopero della fame che abbiamo fatto a settembre ha avuto l’appoggio degli altri detenuti e la solidarietà di chi è fuori e lotta con noi. Nell’atto di resistenza io ero l’unica donna e ho ricevuto minacce da parte delle autorità, ma grazie alle denuncie che abbiamo fatto, alla fine hanno rispettato la mia protesta”. Rosa ora vuole far conoscere a tutti e a tutte la sua storia che, come quella di altri e altre, è una storia brutale di violazione dei diritti fondamentali e con questa lettera scritta dalle sue mani mentre sconta la pena nella cella della prigione di Cristobal, in Messico - dove ha imparato a leggere e a scrivere – lancia il suo appello al mondo raccontando la sua storia.

Questa è la storia di Rosa López Díaz, raccontata da lei stessa, in esclusiva per il manifesto.

“A 5 anni preparavo tortillas per tutta la famiglia, andavo al mulino di Nixtamal dove si tritano i chicchi di mais, bollivo i fagioli, pulivo la casa, lavavo i vestiti. Ero la più grande e accudivo i miei fratellini perchè mia madre vendeva tortillas al mercato e mio padre coltivava il campo. A 14 anni ho cominciato a lavorare in una casa come serva dove facevo i lavori domestici per 100 pesos al mese (6 euro, ndr) e in questo periodo conobbi Rafael che sposai dopo pochi mesi con il consenso dei miei genitori. Un matrimonio infelice, perché presto le botte e maltrattamenti diventarono all’ordine del giorno. Rimasta incinta a 17 anni, partorii 5 figli, uno dietro l’altro, sempre sotto la minaccia delle botte, e sopportai i tradimenti di mio marito, solo perché i nostri costumi e le nostre tradizioni ci dicono di sopportare l'uomo e tutte le umiliazioni fino a che uno dei due muore.
"Poi venne il giorno in cui lui se ne andò con un’altra donna, lasciandomi sola con 5 figli da crescere, e dentro di me ringraziai dio ma non dissi nulla. Durante la giornata facevo la domestica per 800 pesos al mese (50 euro, ndr), e di notte gli orli alle camicie per dar da mangiare ai figli. Poi arrivò Alfredo che vendeva vestiti al mercato. Ci siamo sposati dopo un po’ che ci frequentavamo ed ero davvero felice prima di cadere in questo incubo. Io e Alfredo nel 2007 siamo stati accusati di un sequestro che non abbiamo fatto e condannati per un reato che non abbiamo commesso. Il fatto è che il cugino di Alfredo, il giovane Juan Collazo Jimenez, e la figlia dello zio del mio ex marito, Claudia Estefani, si sono innamorati e sono scappati insieme senza il consenso dei genitori malgrado lei fosse minorenne, e per questa loro decisione io e mio marito siamo stati condannati a 27 anni e 6 mesi di carcere. Il padre della ragazza ci ha denunciati sapendo di mentire e alcune voci dicono che c’è stata anche una mazzetta di 40.000 pesos che è servita a farci arrestare senza troppe indagini, tant’è che per farci firmare una confessione in bianco ci hanno torturati.
"Quando ci hanno presi io ero incinta di 4 mesi ed ero con mio marito nel centro della città di San Cristobal seduti sulle panchine della piazza. Mentre mangiavamo cocco all'improvviso qualcuno ci ha gridato di sdraiarci a terra ma noi non pensavamo che fosse diretto a noi. Così i poliziotti ci colpirono alle spalle, noi cademmo a terra e cominciarono a perquisirci come fossimo delinquenti. Mio marito chiese la ragione di quell’azione e se avessero un mandato per fare quello che facevano, e uno di loro gli puntò la pistola alla tempia per farlo stare zitto. Ci alzarono e ci coprirono la faccia portandoci via su una camionetta. All'arrivo fecero scendere prima mio marito e poi mi portarono in un altro posto. Qui cominciarono a domandarmi: Dove la tenete sequestrata? Io non sapevo di chi stessero parlando e continuavo a rispondere: chi? Chi cercate? Poi, a un certo punto, cominciarono a darmi cazzotti.
"Mi colpirono allo stomaco e io li avvisai che ero incinta ma loro dissero che non importava e continuarono a colpirmi. Mi misero un pezzo di stoffa bagnata in bocca e una busta di plastica in testa e sentii che mi stavano asfissiando e in quei secondi sentii la morte. Non so per quanto tempo mi torturarono, sentivo solo dolori insopportabili dovuti alla gravidanza. Non potevo vedere la faccia di quelli che mi picchiavano perché ero bendata e legata. Mi dettero un calcio e caddi a terra, e mi presero per i capelli trascinandomi per 2 o 3 metri, e cominciarono a toccarmi in tutte le parti del corpo. Poi mi tolsero i pantaloni e le manette, mi bloccarono togliendomi la camicetta e lasciandomi completamente nuda. Non so quanti erano, sentii solo uno che diceva: Io sarò il primo. Pensai che mi avrebbero violentata e allora gridai: Vi prego, vi supplico per l'amor di Dio non mi violentate dirò quello che volete. Così accettai di essere colpevole di un delitto che non ho commesso.
"A quel punto uno di loro disse: Vedi com'è facile? se l'avessi detto prima non avresti passato tutto ciò. Dirai che avete sequestrato Claudia Estefani chiedendo un riscatto di 2 milioni di pesos. L'avete progettato tu e Alfredo. E poi mi chiesero: Sei pronta? E io risposi di sì perché avevo troppa paura. Allora arrivò una donna, che mi vestì e mi rimise le manette dicendomi: Cammina, stupida! Poi mi fecero sedere in una stanza dove registrarono la mia voce che diceva quello che loro mi itimavano di dire, e lì vidi le facce degli uomini che mi avevano picchiata e torturata: uno di loro era grasso e con occhiali. Dopo un po’ mi fecero delle foto e alcune persone eleganti mi fecero firmare dei fogli in bianco, più un foglio in cui non so cosa c’era scritto perché all’epoca non sapevo né leggere né scrivere. Qui una donna, indigena, analfabeta e povera non ha diritti e mi trattarono peggio che un animale. Fu spaventoso, terribile, e la paura di morire era forte perché mi dissero che se non mi dichiaravo colpevole mi avrebbero portata in un terreno abbandonato e mi avrebbero amazzata.
"Nel momento in cui entrai nella sezione femminile del carcere avevo paura perché ero incinta e dolente per tutte le botte prese. Lì trovai altre donne indigene che mi diedero una coperta, caffè, cibo. Altre vittime di ingiustizia che sapevano cosa mi avevano fatto. La cosa più brutta fu però quando Natanael venne al mondo perché aveva danni cerebrali, il volto deforme ed era paralizzato. Qui in carcere non c’erano cure e medicinali per lui e quando i miei genitori si presero cura di Natanael, il piccolo non poteva neanche piegare la testa per vedere il suo corpo e furono i medici che lo visitarono a dire che il bambino era nato malato per le torture che avevo ricevuto quando mi arrestarono. La vita di mio figlio è stata quella di un morto vivente che a 4 anni e 16 giorni è morto tra le braccia di mia madre. Un dolore molto grande, insopportabile.
"Dopo Natanael, durante uno degli incontri con mio marito, ho concepito Leonardo che sta con me e ci rimarrà fino alla metà del mese di luglio perché dopo andrà a vivere con i miei genitori. Mi duole stare senza di lui, non vederlo crescere, non vedere i suoi primi disegni, ma è troppo duro e difficile tenere un figlio in carcere: noi ci ammazziamo di lavoro fino all’alba per guadagnare qualcosa e comprare pannolini, vestiti e altre cose per i nostri piccoli perché nessuno qui ci dà niente. Quando le detenute partoriscono le portano all’ospedale ma dopo il parto ci riportano al penitenziario dove non c’è pediatra, non ci sono medicine nè per i bambini nè per noi, e ci portano all’ospedale solo quando vedono che qualcuno sta morendo. Il settore femminile dove viviamo lo puliamo noi una volta alla settimana, turnandoci il naso. I neonati vivono con noi in celle di 3 metri x 4 in cui ci sono alemno 6 donne e non c’è un luogo per i neonati perché ogni donna cura il figlio da sola e senza niente. Per il resto abbiamo un bagno in ogni cella e il pranzo che ci danno è lo stesso anche per i piccoli perché non ci sono cibi speciali per loro. Spesso abbiamo dolore di stomaco e mal di testa, o malattie tipo influenza ma anche salmonellosi.
"Qui in Chiapas e in Messico non c’è giustizia. Le autorità che si dicono competenti si dedicano solo a ledere i diritti umani, a inventare delitti contro persone innocenti, e come oggi lo hanno fatto con me, domani continueranno a farlo con altri e altre. Per questo chiedo umilmente alle organizzazioni internazionali che lavorano sui diritti umani e denunciano le ingiustizie nei confronti delle persone che non possono difendersi, di intervenire nella mia situazione affinchè nessun’altra donna sia vittima di ingiustizia. Quello che più desidero nella vita e quello che chiedo è ottenere la libertà per me e pèer gli altri ingiustamente condannati, per continuare a lottare per la società, conquistando altri cuori alla nostra causa. La forza me la dà mio figlio. Quando vedo il suo visetto innocente, mi viene una grande tristezza, ma dalla tristezza nasce il mio coraggio e la rabbia, grandi e degni come il mio dolore”.

Luisa Betti
27.05.2012
www.ilmanifesto.it

Una firma online e qualche informazione sul caso di Rosa Lopez Diaz:
http://www.autistici.org/nodosolidale/news_det.php?l=it&id=2166

Parole di Rosa Lopez sulla lotta in carcere in Chiapas:
http://www.autistici.org/nodosolidale/news_det.php?l=it&id=2167

Secondo l’ex capo della BCE, sarebbero da sottomettere i Paesi con Parlamenti e governi incapaci di eseguire gli ordini della Banca Centrale Europea. Chi non ha dimenticato la storia può trarne le conclusioni

TRICHET PROPONE DI ABOLIRE LA DEMOCRAZIA PER SALVARE L’EURO
Tratto da: TRICHET PROPONE DI ABOLIRE LA DEMOCRAZIA PER SALVARE L’EURO | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2012/05/28/trichet-propone-di-abolire-la-democrazia-per-salvare-leuro/#ixzz1wBsu7YNq
- Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario!
L’ex presidente della BCE stima che l’Unione Europea deve poter gestire il budget di uno stato membro in caso di stallo.
Jean-Claude Trichet ha proposto giovedì che l’Unione Europea possa gestire il budget di uno stato membro se essa constata la sua incapacità di mettere in ordine le proprie finanze, come parte delle misure da prendere per preservare l’Euro dalla crisi greca.

L’ex presidente della Banca Centrale Europea, il cui mandato è terminato a novembre, propone, in assenza di un’unione federale politicamente difficile da attuare, l’attivazione di un meccanismo eccezionale, quando la politica fiscale di un paese minaccia l’insieme dell’unione monetaria.
Jean-Claude Trichet ha fatto notare che gli elementi di questo meccanismo erano di fatto già in vigore, visto che i paesi membri avevano accettato, il patto fiscale europeo, sorvegliando i rispettivi budget e sanzionando i deficit eccessivi.
Il prossimo passo, secondo l’ex capo della BCE, sarebbe di mettere un paese sotto amministrazione europea quando il suo governo o il suo parlamento non sono in misura di applicare delle politiche fiscali approvate dall’UE.
VEN 18 MAI 2012
Traduzione by Informare Per Resistere
Fonte: http://www.lesechos.fr/economie-politique/monde/actu/0202068917762-jean-claude-trichet-a-un-plan-pour-sauver-l-euro-324689.php


Tratto da: TRICHET PROPONE DI ABOLIRE LA DEMOCRAZIA PER SALVARE L’EURO | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2012/05/28/trichet-propone-di-abolire-la-democrazia-per-salvare-leuro/#ixzz1wBsc0utK
- Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario!

27 maggio 2012

Ormai siamo alla commedia delle comari inacidite perchè il parroco se ne sta in sagrestia ad attendere altre comari. A parte la battuta, mi chiedo se Vendola e Di Pietro pensano veramente che la loro partecipazione in un governo padroneggiato dal PD possa rimettere in discussione tutti i disastri che questo governo PD/PdL sta facendo. Se ci credono siamo al puro egocentrismo da curare con sedute permanenti di psicoanalisi e terapie farmacologiche; se hanno delle perplessità siamo all'ipocrisia politicista elevata all'ennesima potenza. Ma ci vuole tanto a capire quanto sta succedendo in mezza Europa? Ci vuole tanto a capire, anche per i loro interessi elettorali di partito, che un polo unitario di forze diverse e antagoniste a questo drammatico stato di cose presenti è l'unica, e opportuna, strada da intraprendere per dare una rappresentanza politica ai drammi della società italiana? Vendola e Di Pietro vogliono governare, e chi non lo vorrebbe? Ma preferiscono farlo subito (????) da comparse o costruendo le condizioni per farlo da protagonisti e senza il tutoraggio dei poteri forti? Se non capiscono queste cose elementari, o se non vogliono capire, sappiano che verranno sepolti da tonnellate di ortaggi che gli spettatori stanno accumulando nel mentre assistono a questa commedia della " Foto di Vasto".

VENDOLA E DI PIETRO PREFERISCONO IL CARTONE DI BERSANI ALLA SINISTRA MODELLO SYRIZA
Giornata memorabile quella di oggi per il popolo della sinistra: mentre al Senato è in discussione la manomissione dell'art.18 e la ratifica del Fiscal Compact, Di Pietro e Vendola non trovano di meglio da fare che rilanciare la foto di Vasto come se niente fosse, come se il Governo Monti fosse una piccola parentesi, un brutto inciampo, passato il quale tutto ritorna come prima. I due leader lo fanno dal palcoscenico di Luca Telese, vendoliano doc, cercando di fare la solita mossa della spinta a sinistra del centro sinistra. Evidentemente il vero obbiettivo è evitare che alla prossima direzione del PD i centristi spostino ancora più a destra l'asse della coalizione. Bersani però si nega, e come in un gioco al massacro i due leader del centro sinistra non trovano di meglio da fare che abbracciare un Bersani di cartone. Bella trovata, Grillo ci farà la zuppa. Così mentre il popolo calcola l'imu e bestemmia, mentre la Fornero porta avanti con lucidità la riforma del lavoro, Vendola e Di pietro danno appuntamento a settembre invitando Bersani alla festa di Vasto. Il PD voti pure favorevole alla riforma del lavoro e la ratifica del Fiscal compact, non ci saranno problemi. SEL e IDV vanno così in ferie prima del previsto, ma minacciano il PD che se continua a tentennare sulle alleanze i due andranno da soli e lo faranno lanciando il cantiere del centro sinistra. Bello spot, necessario visto i sondaggi in discesa, peccato però che non ci crede nessuno, basta vedere le scelte di campo fatte da IDV alle regionali e da Vendola a Napoli e Palermo. Il primo a rispondere dalle parti del PD ai leader di SEL e IDV è Fassina, che accetta l'invito di Vasto e rilancia. « Prima riusciamo ad offrire un percorso aperto e plurale per la definizione del programma di governo - dice Fassina - più efficace è la ricostruzione della fiducia nella politica, nella buona politica». Mentre in tutta Europa la sinistra si sta riorganizzando federandosi e dotandosi di un programma radicale in un rapporto fecondo con i movimenti sociali, in Italia le cose sembrano andare diversamente. Vendola e Di Pietro non scelgono le coalizioni sociali ma le usano, invocandole senza praticarle per contrattare con i partiti che appoggiano Monti. Francia, Spagna, Grecia, però ci indicano un'altra strada. Queste nazioni a noi vicine stanno diventando per la sinistra di opposizione alle politiche liberiste, dei laboratori importantissimi che sembrano rompere, nella crisi economica, la crisi della politica, rigenerando partecipazione e conflitto. In Grecia addirittura Syriza con una proposta unitaria e radicale è riuscita a diventare una forza sociale in grado di concorrere alla guida del Paese, anni luce di distanza dalla foto di Vasto con o senza cartoni. Un elemento questo che non sfugge a Paolo Ferrero e alla Federazione della Sinistra, che Vendola non cita mai, nonostante gli estenuanti appelli all'unità della sinistra d'opposizione arrivati in questi mesi. "A Vendola e Di Pietro dico - dichiara il segretario del PRC - uniamoci per fermare il governo Monti. Organizziamo rapidamente una manifestazione unitaria per bloccare la manomissione dell'articolo 18 e il Fiscal Compact. Così come dico: uniamo subito la sinistra per costruire con i movimenti la piattaforma dell'alternativa. Tsipras in Grecia come Mélenchon in Francia hanno indicato la strada: uscire dalle politiche neoliberiste che hanno portato alla crisi - conclude Ferrero - occorre costruire un polo di sinistra che sappia parlare il linguaggio dell'alternativa: se non ora quando?".

ps. Ma secondo voi perchè mai Bersani non dovrebbe presentarsi a settembre a Vasto?


Redazione www.controlacrisi.org
26 maggio 2012

26 maggio 2012

Cremaschi: "occorre un movimento sindacalista antagonista e unitario". E la Cgil? Nella Cgil c'è un bisogno vitale di rinnovamento progettuale e di democrazia sostanziale per tutta l'organizzazione. I danni fatti da Epifani e dalla Camusso nel loro deviante rapporto con i governi, amici e nemici, hanno trasformato la natura del nostro sindacato con un fare molto vicino al "sindacato dei servizi" strada scelta 30 anni da Cisl e Uil. La cgil ha bisogno di una governata implosione interna che porti a un comitato di gestione unitario per una fase di ricostruzione ideale e conflittuale. Da tanti anni c'è una stortura micidiale che ha portato la base ad aspettare gli ordini della dirigenza prima di pensare e muoversi sui posti di lavoro. Antagoniste assemblee autoconvocate e unitarie come questa dovremmo farle in tutti i territori per crepare la cappa di piombo dell'appartenenza, di sigla e di componente, e per ricostruire un senso alla militanza sindacale sui posti di lavoro.

Assemblea autoconvocata delegati RSU a Roma

25 maggio 2012

Il ciclone si sta per abbattere anche sulla categoria più "garantita" del Bel Paese. Del resto, non è la prima volta che i dipendenti pubblici vengono attaccati frontalmente. Già con il blocco della contrattazione si è assestato un colpo non certo lieve. “Gli unici a fingere di non essersene resi conto sono Cgil Cisl Uil e Ugl che con la firma apposta al protocollo sul lavoro pubblico del 3 maggio scorso avallano supinamente licenziamenti e smantellamento della Pubblica Amministrazione”. Incredibile il consenso della Camusso; a nome del PD?

Lavoro, domani, sabato 26, a Roma l'assemblea autoconvocata dei delegati e militanti sindacali
Una assemblea di lavoratori e rappresentanti sindacali per provare a dire che "è proprio arrivato il momento della mobilitazione". L'assemblea autoconvocata a Roma all'Ambra Jovinelli domani è uno di quei momenti che nascono da una autentica spinta dal basso. Se da una parte sta nel filone della mobilitazione del "No debito", dall'altra non si può negare che il mondo del lavoro è sotto pressione. Una pressione che Cgil, Cisl e Uil hanno scelto, forse un po' irresponsabilmente, di contenere da troppo tempo.

E allora ecco l'idea di una assemblea autoconvocata che nasce da un appello firmato da centinaia di delegati.

"Siamo lavoratrici e lavoratori, delegati e delegate, precari e disoccupati, militanti - si legge all'inizio del testo - di diverse storie, esperienze, organizzazioni e movimenti. E riteniamo nostro dovere oggi lanciare un appello per discutere e decidere tutti insieme come agire, perché non possiamo più continuare così".

Un "non si può più continuare così" che allude non a una semplice insoddisfazione ma al “cambio di passo" di uno schema "il sindacato dispone e il lavoratore esegue" nato proprio nella durezza della crisi economica.

"Quello che stiamo cercando di superare - sottolinea Cristiano, Rsu Usb - è una vecchia idea di fare sindacato che aveva al centro lo scambio tra i diritti, dei lavoratori, contro il ruolo del sindacato".

Probabilmente ci sarà bisogno di altri incontri. E questo non se lo nasconde nessuno dei promotori. Ma l'idea di tornare nei luoghi di lavoro e "proporre qualcosa di concreto" in questo momento coglie nel segno.

Lo sciopero generale? Nell'appello l'allusione è continua. Ma è chiaro che si tratta di un percorso tutto da costruire.

La piattaforma non è da poco perché spazia, ovviamente, dal "No all'art. 18" alla costruzione di una rete contro le privatizzazioni (all'assemblea interverranno i promotori del referendum sull'acqua), dal no alle pensioni al "diritto all'abitare", al reddito generalizzato.

"Per tutte queste ragioni e per ripartire unitariamente ma dal basso - continua l'appello - riteniamo necessario costruire un’assemblea del mondo del lavoro, più o meno precario che sia, aperta a tutte e tutti coloro che, senza mettere in discussione le proprie collocazioni e le proprie appartenenze, vogliono oggi liberamente discutere su come mobilitarsi per costruire una risposta all’offensiva che stiamo subendo, fino ad uno sciopero generale che fermi il paese".

L’Unione Sindacale di Base sostiene e partecipa all’assemblea.

Fabio Sebastiani

Monti spoglia lo Stato e danneggia il sistema produttivo per far guadagnare le banche e la finanza parassitaria. Azioni di vera e propria delinquenza politica e di terrorismo sociale

La commedia dei ritardati pagamenti
E’ andata in onda in primissima serata, in tutti i media più seguiti, con rullar di tamburi e squilli di tromba: “lo Stato paga i debiti”, “30 miliardi al sistema delle imprese”, “torna la liquidità”, “ossigeno per lo sviluppo”; addirittura sul mitico salotto di Porta a Porta è stato fatto campeggiare un tabellone con la scritta “lo stato restituisce i soldi alle imprese”, quasi glie li avesse rubati!
Una commedia, si una commedia, che, sotto la regia del governo Monti, ha avuto per protagonisti le banche, la Confindustria le associazioni delle piccole imprese (queste più o meno convinte). L’effetto sul telespettatore è stato quello di fargli sapere (credere) che finalmente, grazie all’azione del governo, lo Stato regolava una ingiustificata e protratta insolvenza con le imprese private, fornitrici di beni e servizi, strangolate da questi crediti inevasi e le metteva finalmente in condizione di potersi sviluppare.
Una commedia, per coprire una operazione ideologica e politica. Ideologica perché mettere in cattiva luce il “pubblico”, lo Stato burocratico, inefficiente e despota, non fa mai male: politica, perché utile a dimostrare che non è vero che il governo Monti pratica una politica recessiva, ma, al contrario, sostiene le imprese e lo sviluppo e lo fa principalmente (compensazione dovuta ad una delle forze di maggioranza) su input, per così dire, del Pdl e del suo segretario.
Perché una commedia? Perché si sopravvaluta l’impatto che le misure potranno avere sull’economia e sulle imprese (oltre che l’ammontare delle risorse messe in circolo), perché si chiama col nome di risarcimento dei debiti quello che in realtà è un sistema di incentivi alle imprese accollato allo stato e perché, infine, di tutto il marchingegno messo in piedi con i decreti approvati dal governo, alla fine, a beneficiarne veramente e più di tutti saranno non le imprese, ma…le banche.
Vediamo di spiegarci. Innanzitutto, si fa una gran confusione tra mancati e ritardati pagamenti. Sono cose diverse; i secondi che costituiscono la gran parte del problema sono in realtà già previsti (ogni contratto tra stato o altri enti pubblici e fornitori include obbligatoriamente tempi di pagamento ed eventuali penali in caso di insolvenza) e quindi, come dire, già considerati e “scontati” nei bilanci delle aziende che il più delle volte, pur conoscendo i tempi lunghi, preferiscono comunque lavorare con il “pubblico” perché sono soldi “sicuri”. Nel computo dei “mancati” pagamenti vengono considerate somme molto spesso oggetto di contenzioso o contestazioni o con liquidazione in attesa di procedimenti giudiziari, quindi di complicata o difficile esigibilità. Un’altra parte ancora dei mancati pagamenti è attribuibile al cosiddetto “patto di stabilità”, cioè alla impossibilità, imposta per legge dal governo agli enti locali, di saldare debiti per i quali, pure, avrebbero risorse a disposizione.

In questo caso, in realtà non incidente in maniera molto significativa, basterebbe semplicemente allentare i vincoli di quella politica rigorista di cui, da ultimo, il governo Monti, si propone come campione assoluto. 
Queste considerazioni rendono evidente, dunque, come il problema dei ritardati pagamenti sia un problema “storico”, con il quale le imprese hanno fatto i conti anche, forse soprattutto, nella fasi di maggiore espansione economica (perché allora la spesa pubblica era maggiore).
Quando esplode dunque e perché esplode il problema? Semplicemente perché le banche decidono di chiudere i cordoni della borsa e pur avendo avuto ingenti risorse ad un tasso di interesse irrisorio da parte della Banca Centrale Europea, decidono che, invece di finanziarie imprese e famiglie è molto più vantaggioso acquistare titoli pubblici, italiani ed europei a rendimenti sei, sette volte più elevati degli interessi pagati alla Bce.
E il governo “equo e solidale” di Monti e Passera, a questo punto, che fa? Invece di costringere o “convincere” le banche ad altri “impieghi” sociali e produttivi (quelli per i quali hanno avuto soldi dall’Europa) , “scopre” l’”emergenza” dei ritardati pagamenti e consente alle stesse banche, a spese dello stato e delle imprese, di guadagnarci sopra!
Come? Per ottenere la liquidità che chiedono, le imprese avranno due possibilità. Potranno “vendere” i loro crediti con gli enti pubblici alle banche; ma in questo caso, che lo facciano con il sistema del pro solvendo o del pro soluto, saranno comunque “fregate”, perché nel primo caso, nel quale la banca si accolla l’onere dell’eventuale insolvenza del debitore, riceveranno una somma inferiore al valore reale del credito, mentre nel secondo dovranno accollarsi il rischio, che per una banca è sopportabile, per un privato più consistente. In alternativa le imprese potranno chiedere un prestito al Fondo nazionale di garanzia (o ai Consorzi Fidi da questo finanziati), prestito che dovranno naturalmente rimborsare seppure con un interesse, dicono le banche, bontà loro!, un po’ inferiore a quello di mercato, per il quale, udite, udite!, le stesse banche (questa è la condizione che hanno chiesto e ottenuto per scucire un po’ di soldi) saranno esentate dal rischio di insolvenza del cliente, che sarà in toto considerato e trasferito a carico dello stato.
Con un colpo solo, Monti piazza un colpo pubblicitario sull’opinione pubblica perché può dire di “sostenere la ripresa”, “cura” gli interessi della sua parte (le banche), quelli di Confindustria, dominata dalla grandi imprese che hanno consistenti quote in banche e Fondazioni e utilizza il ricatto della liquidità sulle piccole imprese per legarle al “carro” di quelle grandi e delle banche.

Come sempre sarà la realtà delle cose, nei prossimi mesi, a sbugiardare agli occhi della opinione pubblica e delle stesse piccole imprese, la politica classista e truffaldina di Monti e del suo governo.

Il rischio è che accada troppo tardi, quando danni ulteriori e irreparabili saranno stati fatti.

Bisogna mandarlo via il prima possibile.

Leonardo Caponi
247572012 redazionale www.esserecomunisti.it

23 maggio 2012

Il Rapporto annuale fotografa l'Italia prima delle «riforme dei tecnici». Poi... In soli quattro anni di salari fermi abbiamo perso il 5% di potere d'acquisto. Ce n'eravamo accorti da soli, prima che ce lo confermasse l'ISTAT

Più poveri, impauriti e single
Stiamo impoverendo. Ce n'eravamo accorti da soli, ma l'Istat ce ne dà la conferma - per quanto possibile - scientifica, cioè statistica. Usciamo dal ventennio berlusconiano incerottati e un po' laceri; il resto lo sta facendo Monti, con il valido supporto di Fornero e dei quasi tutti i partiti presenti in Parlamento. Ma gli effetti statistici saranno registrati solo dopo. Partiamo dai redditi delle famiglie. Negli ultimi quattro anni - dal 2008 alla fine del 2011 - abbiamo lasciato per strada il 5% pro capite. Rispetto al 207 la perdita sale al 7%, mentre confrontata con il 2002 è leggermente inferiore: -4. Di fatto, stiamo alla pari con dieci anni fa, ma molto peggio rispetto a 20. I redditi nominali sono cresciuti di pochissimo, «grazie» a retribuzioni contrattuali - quelle sempre indicate dalla Bce come un pericolo da tenere sotto controllo - effettivamente rimaste ferme. Al contrario, i prezzi, le tariffe e le tasse hanno seguito tutt'altra dinamica. Generando così un divario irrecuperabile nel «potere d'acquisto»: guadagnamo suppergiù le stesse cifre, possiamo comprarci sempre meno cose. Nel leggere il Rapporto annuale, nella sala della Lupa, a Montecitorio, il presidente dell'istituto, Enrico Giovannini, ha dovuto mettere in luce un altro fenomento che smonta completamente la retorica ufficiale degli ultimi governi (compreso l'attuale) e di Confindustria: tra il 1995 e il 2008 l'Italia ha introdotto tanta precarietà legalizzata nel mondo del lavoro da diventare il paese più «flessibile» d'Europa. Ciò nonostante - o forse proprio per questo - ha smesso di «crescere». La ragione in fondo è semplice. La «produttività» del lavoro dipende dall'innovazione tecnologica di processo (ovvero investimenti fissi da parte delle imprese) e dall'intensità della prestazione lavorativa. Un paese che pensa di «competere» pigiando sul secondo pedale è destinato a perdere, perché più di tanto non si puù lavorare; e se si viene pagati poco - come accade a tutti gli «atipici», qualsiasi mestiere facciano - si consuma anche poco, deprimendo la «domanda interna». Le imprese e le banche ci hanno messo molto del loro. Gli investimenti fissi sono caduti, nel solo 2011, dell'1,9%, togliendo così un altro 0,5% a una «crescita» che sarebbe stata comunque anemica. L'nica giustificazione accettabile che possono portare è che le banche hanno ristyretti drasticemente il credito nella seconda metà dell'anno. Oscilla tra il 35 e il 45% il numero delle imprese che hanno dovuto registrare difficoltà o inieghi davanti allo sportello, E infatti dal 2000 ad oggi la crescita media è stata dello 0,4% annuo: l'ultimo posto dell'Europa a 27 non ce lo toglie nessuno. Nel decennio precedente, i roaring ninethies , era andata un po' meglio: 1,8% annuo, meglio solo della Germania alle prese con i problemi giganteschi della «riunificazione». Venti anni di controllo assoluto dei salari e di favori alle imprese hanno prodotto questo «brillante» risultato, che ora si vorrebbe «migliorare» aumentando il dosaggio della stessa medicina deflazionistica. Anche la povertà non è uguale per tutti. Esplode al Sud, dove si sono persi 200mila posti di lavoro in 15 anni. 23 famiglie su 100 sono statisticamente povere (solo 4,9 al Nord); e per lo l' intensità della povertà è maggiore. Specie se ci sono 5 persone o più in famiglia. In ogni angolo del paese, comunque, si sta fermando la mobilità sociale. Chi ha un padre operaio ragne gli stranieri, ma anche genericamente «la criminalità». Anche se lo stesso ministero dell'interno comunica - via Istat - che al contrario sono diminuiti tutti i reati che potrebbe sollevare «paura». Gli omicidi sono quantitativamente crollati (da 2,9 a 0,9 l'anno ogni 100.000 abitanti; ma l'uccisione di donne rimane costante); i furti in casa si sono ridotti del 30% e gli scippi del 75. L'unico reato che cresce sono truffe, soprattutto clonazione delle carte di credito, bancomat, telefoniche o online. Si vede che le banche hanno prodotto fenomeni di imitazione, oltre a diffondere le occasioni tramite l' home banking . giunge una professione «apicale» solo nell'8,5% dei casi. Si iscrive infatti più di rado all'università (il 20,3% contro il 61,9 degli «agiati»). E persino nella scuola superiore - nonostante tasse scolastiche grosso modo uguali per tutti - fanno registrare tassi di abbandono più elevati. Abbiamo perciò 2,1 milioni di giovani Neet ( not in education, employement or training ) tra i 15 e i 29 anni; il 22,1% di fronte a una media europea del 15. Naturalmente ciò comporta una forte diminuzione delle nascite, anche perché il 41,9% della fascia d'età tra i 25 e i 34 anni vive con i genitori, perché non ha un lavoro che gli permetta di mantenersi. Diminuiscono perciò i matrimoni, aumentano coabitazioni e separazioni; anche se alla fine sono i single quelli che vivono peggio, specie se donne. E anche se le donne ora al lavoro oggi sono più numerose (l'aumento degli occupati è rappresentato soltanto da loro, di fatto), non per questo hanno raggiunto alcuna «parità»: nei due anni successivi alla nascita di un figlio una su 4 lascia o perde il lavoro. E vanno aumentando (dal 7 al 24%) i licenziamenti motivati con la maternità. È il quadro di un paese imbestialito e impaurito, continuamente sollecitato (da media, partiti, governo) a scaricare su nemici di comodo i timori per un futuro opaco. Vanno bene gli stranieri, ma anche genericamente «la criminalità». Anche se lo stesso ministero dell'interno comunica – via Istat – che al contrario sono diminuiti tutti i reati che potrebbe sollevare «paura». Gli omicidi sono quantitativamente crollati (da 2,9 a 0,9 l'anno ogni 100.000 abitanti; ma l'uccisione di donne rimane costante); i furti in casa si sono ridotti del 30% e gli scippi del 75. L'unico reato che cresce sono truffe, soprattutto clonazione delle carte di credito, bancomat, telefoniche o online. Si vede che le banche hanno prodotto fenomeni di imitazione, oltre a diffondere le occasioni tramite  l'home banking.

Francesco Piccioni
23/5/2012
www.ilmanifesto.it

Intervista a Sofia Sakorafa, deputata di Syriza, ex campionessa mondiale di giavellotto che gareggerà a Londra sotto la bandiera della Palestina.

"Se restare nella zona euro significa la distruzione della Grecia, dovremo andarcene”
Un poster di Hugo Chavez decora l’ufficio di Sofia Sakorafa (Trikala, 1957) nel quartiere di Exarchia, dove non c’è facciata che si salvi da qualche graffito anarchico.
Ex deputata del Pasok, appartiene alla coalizione di sinistra radicale Syriza ed è stata la parlamentare più votata nelle elezioni del 6 maggio.
Ex lanciatrice olimpionica di giavellotto, è stata il primo membro del Pasok a dissentire, votando contro il piano di aggiustamento imposto alla Grecia dall’Unione europea, il che ha portato alla sua espulsione dal partito. “Non potevo ritrovarmi in un partito che ha virato verso destra e ha messo in attuazione una politica neoliberista, che rompe con le sue tradizioni e con il suo programma delle origini.”

Campionessa mondiale di lancio del giavellotto nel 1982, Sofia Sakorafa ha assunto la nazionalità palestinese nel 2004, ma le è stato impedito di partecipare alle Olimpiadi estive di quell'anno con la squadra palestinese. [Nota, 2 agosto 2004: Quattro atleti rappresenteranno la Palestina ai Giochi che inizieranno il prossimo 13 agosto: tra essi i velocisti degli 800 metri Sana Abu Bekhet, Abdel Salam al-Didji ed il nuotatore Raed Ewisat. Con i colori della Palestina gareggerà, in segno di grande solidarietà, l'atleta greca Sofia Sakorafa, 47 anni, lanciatrice del giavellotto.]

Syriza è una coalizione di gruppi diversi, alcuni di questi difendono l’uscita dall’euro. In una questione tanto cruciale, non dovreste presentarvi tutti uniti?È molto salutare che in un partito possano coesistere differenti opinioni. Antitetico a questa condizione è il Partito Comunista, che presenta un’unica linea dogmatica e nessuno può discuterla. In Syriza vi sono molto opinioni. Si discute, e quando si decide una linea tutti la rispettano.

Fino a che punto l’euro costituisce una priorità per Syriza?Noi vogliamo rimanere in Europa e, dal di dentro, cambiarne gli equilibri di potere e le dure politiche neoliberiste, decise ora da un gruppo ristretto di politici. Non possiamo più tollerare che la crescita della Germania e della Francia avvenga a spese della sopravvivenza della Grecia e di altri popoli, come quello spagnolo.
Essere nella zona euro non può significare sacrificare il popolo, che la gente muoia di fame. Ora, la questione non è l’euro. Stiamo lottando per sopravvivere. E se rimanere nell’area euro significa la distruzione della Grecia, allora dovremo andarcene.


Secondo un sondaggio, il 78% dei Greci ritiene che il governo deve fare tutto ciò che serve per mantenere l’euro.Non capisco come si possa decidere di rimanere nell’euro, se il prezzo è ricevere stipendi da 200 euro al mese. Comunque, Syriza non vuole decidere per conto del popolo. Se la situazione diventerà così difficile, da farci ritenere che la cosa migliore per la Grecia sia quella di uscire dall’euro, chiederemo al popolo di pronunciarsi alle urne.
Comunque, non andiamo ad asserire adesso una cosa e poi, una volta al governo, farne un’altra.
Sofia Sakorafa, in Parlamento


Syriza afferma che l’Unione europea non può permettersi di espellere la Grecia dall’Eurozona, ma però in Europa esiste un’opinione diffusa che pensa che questa sia l’unica soluzione.

Ci hanno detto che se non accettiamo la ricetta della Troika, noi moriremo di fame, che se usciamo dall’euro non avremo futuro. Ci minaccia gente che non ha nessun incarico ufficiale all’interno dell’Unione, come Schäuble, il ministro delle Finanze tedesco. E, ad ogni minaccia è seguito un disastro. Qualcuno deve pur dire alla gente che non esiste alcun meccanismo per espellere un membro dall’Unione europea. Visto che non possono cacciarci, cercano che sia nostra la decisione dell’uscita!

Perché vi rifiutate di rinegoziare l’accordo con la Troika, come ora viene suggerito dal Pasok e da Nea Dimokratia?L’accordo non si può migliorare. Che c’è da migliorare quando la distruzione è pressoché totale? Non ci sono soldi per pagare le pensioni, sono stati persi i diritti del lavoro conseguiti durante secoli dai popoli d’Europa ...L’accordo contraddice i principi fondamentali dell’Unione europea, che parlano di protezione dei diritti, di copertura sociale, di protezione dell’infanzia…

Avete intenzione di rigettare gli accordi firmati?
Noi non affermiamo che, prima, tutto era meglio. Anche noi vogliamo riforme, che il paese sia più competitivo, che lo Stato sia più funzionale, che ci sia meritocrazia. Però il Memorandum ha distrutto lo Stato. Ora, non funziona nulla. Gli ospedali vivono nel caos, non esistono più funzionari per raccogliere le imposte. Chiediamo solo del tempo per organizzarci, e poi andare avanti.

Voi volete anche smettere di pagare gli interessi!Chiediamo una verifica internazionale del debito. Hanno detto al popolo greco, che infine è quello che paga, che possiede un debito, però nessuno sa come questo debito si è formato, o chi sta pagando.
Bisogna chiarire che parte del debito è illegale e odiosa. Inoltre, ci dovrebbe essere anche una inchiesta politica: il denaro è stato veramente speso per ciò che è stato dichiarato? Conosciamo, per esempio, che l’impresa tedesca Siemens ha concluso contratti in Grecia pagando commissioni e tangenti per corrompere dei politici. Tutto deve essere sottoposto a verifiche, perché hanno pagato i Greci, quel medesimo popolo che è stato accusato di essere pigro, corrotto, di trascorrere tutto il giorno nelle danze, anche se le statistiche dimostrano che siamo il secondo popolo in Europa per ore lavorate.


Non è che mancate di autocritica? Perché avete tollerato per tanti anni la corruzione?Non capisco perché noi Greci dobbiamo essere castigati per la corruzione dei nostri politici e di alcuni funzionari, quando l’Europa non ha punito il popolo tedesco dopo una guerra che ha ammazzato milioni di persone e distrutto il continente. L’Europa ha fatto bene, perché non era colpa del popolo tedesco, ma dei loro politici. A meno che la Grecia non sia l’unico paese dove esiste la corruzione…

Quali altre condizioni pone Syriza alla Troika, oltre alla verifica sul debito?Ci sono cinque punti.
Primo, l’abolizione del Memorandum, di tutte le misure di austerità e delle riforme sul lavoro che stanno distruggendo il paese.
Secondo, la nazionalizzazione delle banche: a partire dal momento in cui ricevono aiuti pubblici, lo Stato deve potere avere una voce all’interno del Consiglio di amministrazione delle banche, almeno fino a quando queste non restituiranno il denaro dovuto.
Terzo, il mutamento della legge elettorale.
Quarto, l’abolizione dell’immunità per i ministri.
E quinto, l’audit, la verifica del debito!


E se la Troika rifiutasse? Avete in prospettiva un piano B?Le risponderò con una storiella. Una donna si rende conto che suo marito passa le notti senza poter dormire. Egli le confida che deve del denaro al vicino ed è molto preoccupato. Allora, lei apre la finestra e grida: “Ehi! Vicino! Dice mio marito che ti deve del denaro. Non te lo possiamo restituire.” Chiude la finestra e dice: “ Ora è il vicino che non può più dormire!”
Questo solo è quello che cerchiamo di ottenere con la revisione del debito. Cerchiamo di dimostrare che gran parte del debito è stato contratto in maniera illegale.
Perfino la Germania riconosce che la sua economia sta beneficiando della situazione greca. Stiamo comprando al 100% del loro valore i buoni di Stato greco che la Banca centrale europea ha acquistato a metà prezzo. La Banca centrale europea non è nata per guadagnare denaro da un paese distrutto. Noi vogliamo che cessi ogni speculazione nei confronti del popolo greco.

Per concessione di la Vanguardia
Fonte: http://www.lavanguardia.com/internacional/20120515/54293524445/sofia-sakorafa-euro-grecia.html

Data dell’articolo originale: 15/05/2012
URL dell'articolo: http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=7348

Gemma Saura
Giornalista spagnola (Barcellona). Redattrice presso la sezione internazionale del quotidiano La Vanguardia, come inviata speciale si è interessata, fra l’altro, alla crisi islandese (2008), all’elezione di Jacob Zuma nel Sud-Africa, al referendum in Svizzera sulla proibizione dei minareti (2009), o alla crisi greca (2012).

23/05/2012
www.contropiano.org
(Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)

20 maggio 2012

Roma, sabato 2 Giugno 2012 Manifestazione nazionale dei Movimenti per l’Acqua Pubblica - Ore 15.00 P.zza della Repubblica

LA REPUBBLICA SIAMO NOI
per l’attuazione del risultato referendario, per la riappropriazione sociale e la tutela dell’acqua e dei beni comuni, per la pace, i diritti e la democrazia, per un’alternativa alle politiche d’austerità del Governo e dell’Europa

Ad un anno dalla straordinaria vittoria referendaria, costruita da una partecipazione sociale senza precedenti, il Governo Monti e i poteri forti si ostinano a non riconoscerne i risultati e preparano nuove normative per consegnare definitivamente la gestione dell’acqua agli interessi dei privati, in particolare costruendo un nuovo sistema tariffario che continua a garantire i profitti ai gestori.

Non solo. Da una parte BCE, poteri forti finanziari e Governo utilizzano la crisi economico-finanziaria per rendere definitive le politiche liberiste di privatizzazione dei beni comuni e dei servizi pubblici, di smantellamento dei diritti del lavoro, del welfare e dell’istruzione, di precarizzazione dell’intera vita delle persone. Dall’altra le politiche d’austerità ridimensionano il ruolo dell’intervento pubblico per poi alimentare l’idea che la crescita sia possibile solo attraverso investimenti privati, che in realtà si appropriano dei servizi e devastano il territorio.

E’ in atto il tentativo di imporre definitivamente il dominio delle "esigenze dei mercati" sulla democrazia, ovvero il diritto di tutte e di tutti a decidere collettivamente sul proprio presente e futuro.

Il 2 giugno è da sempre la festa della Repubblica, ovvero della res publica, di ciò che a tutte e tutti appartiene. Una festa ormai da anni espropriata alle donne e agli uomini di questo Paese e trasformata in parata militare, come se quella fosse l’unica funzione rimasta ad un “pubblico”, che si vuole progressivamente consegnare agli interessi dei grandi gruppi bancari e dei mercati finanziari.

Ma la Repubblica siamo noi.

Le donne e gli uomini che nella propria quotidianità ed in ogni territorio lottano per la riappropriazione sociale e la tutela dell’acqua e dei beni comuni, per un welfare universale e servizi pubblici di qualità, per la dignità del lavoro e la fine della precarietà, per il diritto alla salute e all’abitare, per l’istruzione, la formazione e la conoscenza, per la trasformazione ecologica della produzione, a partire dal Forum Alternativo dei Popoli di Rio+20, per politiche di pace e cooperazione.

Le donne e gli uomini che, come nel resto d’Europa, pensano che i beni comuni siano fondamento di un nuovo modello produttivo e sociale.

Le donne e gli uomini che dentro la propria esperienza individuale e collettiva rivendicano una nuova democrazia partecipativa, dentro la quale tutte e tutti possano contribuire direttamente a costruire un diverso futuro per la presente e le future generazioni.

Crediamo sia giunto il momento in cui siano queste donne e questi uomini a riempire la piazza del 2 giugno. Con l’allegria e la determinazione di chi vuole invertire la rotta. Con la consapevolezza di chi sa che il futuro è solo nelle nostre mani.

Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

Gesto isolato di un folle? Una delle ipotesi ma occhio alla disinformazione e ai depistaggi, abbiamo grandi mestieranti in Italia, nel mentre potrebbe rappresentare un segnale politico sinergico atto a colpire sentimenti di ribellione contro il sistema politico ed economico dell'Europa delle banche. Colpire un luogo simbolico come una scuola con il nome di Falcone, luogo di giovani e di sensibilità democratica, è un segnale forte in un territorio forse politicamente marginale nello scacchiere politico italiano ma di forte impatto emotivo e geopolitico, per i poteri e i loro strateghi del disordine sociale, di fronte alla possibilità di un governo di sinistra antiliberista in un Paese vicino come la Grecia.

Terrore della strategia
Pendolavano ogni mattina da Mesagne a Brindisi per andare a scuola Melissa Bassi e Veronica Capodieci, arrivavano qualche minuto prima dei compagni di Brindisi ed è per questa oncia di dedizione in più ai loro studi che hanno pagato di più. La violenza stragista è cieca, ma non fino al punto di non colpire i più inermi fra gli inermi e i più innocenti fra gli innocenti. Alla storia repubblicana mancava una strage di ragazzini, anzi di ragazzine, che contro la mafia sono le più attive; ora ce l’abbiamo.
Aggiungi cinismo al cinismo, orrore all’orrore, messaggio al messaggio. Un nome simbolico, in una giornata simbolica e a ridosso di un anniversario simbolico, ha sintetizzato efficacemente qualcuno poco dopo l’esplosione. Un nome, anzi due, Falcone e Morvillo, sulla facciata della scuola prescelta, nel luogo e nel giorno della tappa brindisina della marcia antimafia, a quattro giorni del ventennale della strage di Capaci che già riempiva gli speciali in tv, come ogni anno uguali all’anno precedente. Ma ecco invece che quest’anno, nell’ossessiva ripetizione che mette in scena, l’anniversario sarà diverso.
La differenza la fanno le ragazze, «l’obiettivo». Non eravamo forse alle prese con una insostenibile condizione giovanile, studenti precari disoccupati senza futuro? Non arrivava ogni mattina il sermone del politico o del presidente di turno, a predicare tagli e rigore in nome del futuro dei giovani? Eccolo qua, il futuro dei giovani. Quelle «strane» bombe a gas che sorprendono gli inquirenti mandano a dire intanto questo, che il futuro ha da restare nelle stesse mani di chi le ha tenute sul passato.
E’ l’Italia, bellezza, un posto in cui in qualsiasi stagione di turbolenza e transizione, quale che ne sia il segno, il passato che non passa agguanta il presente e pregiudica il futuro. Accadde venti anni fa quando la strage di Capaci – e poi via d’Amelio e poi le bombe, anche quelle «strane», del ’93 a Firenze, Milano e Roma – impressero alla transizione dalla prima alla seconda repubblica una curvatura di cui ancora, malgrado le molte verità assodate, siamo lungi dall’aver chiarito tutte le implicazioni politiche. Accade di nuovo oggi, e accade con una citazione talmente esplicita di quella stagione che è bene guardarsi dal prenderla alla lettera, e diffidare della firma.
Il messaggio è chiaro: nel pieno di una crisi sociale drammatica e di una ennesima transizione quantomai incerta, l’Italia va riportata alla sua eccezionalità. Nessuna chance a ciò che resta della democrazia e delle sue pretese redistributive, dei redditi e dei poteri: occorre fare il caos, perché regnino o i poteri stragisti che non perdonano, o l’ordine pubblico che non ammette deroghe, con annessa protesi dell’unità nazionale. I soliti noti, da una parte e dall’altra. Ma che a firmare il messaggio sia una cosa che si chiama mafia, citazione tanto perfetta quanto sospetta di quella di vent’anni fa, è tutto da dimostrare.
Di certo quella firma non viene da dove l’allarme per la «coesione sociale» delle ultime settimane si era concentrato: gambizzatori, «terroristi» anti-tav, testimoni degli anni ’70, imprenditori suicidi, disoccupati disperati e precari incazzati. Come al solito nell’eccezione italiana, questi sono i ragazzini, si mandano avanti per alzare l’allarme. Poi arrivano i duri, fanno le stragi e consentono ad altri di fare ordine, in nome dello Stato.

20 maggio 2012
redazione
www.esserecomunisti.it

19 maggio 2012

Bomba in una scuola di Brindisi. La mafia, alla pari del poetre economico e finanziario capitalista, ha paura solo di due cose: la scuola pubblica e la giustizia indipendente.

Contro tutte le bombe, contro le stragi che stanno riemergendo nel Paese, serve una mobilitazione generale, popolare, democratica. Serve un impegno sociale costante per dimostrare che, laddove lo Stato è assente, c'è una presa di coscienza ...forte di tutte e tutti i cittadini per contrastare il terrore che si vorrebbe spargere per evitare la concentrazione della protesta contro i fautori della crisi economica.
La destabilizzazione sociale è la prima "strategia della tensione" che viene usata per far dimenticare e mettere sullo sfondo, in secondo piano i guai del Paese e la rovina economia che ci costringe a sopravvivere.
Rifondazione Comunista risponde a tutto questo invitando tutte le sue strutture a mobilitarsi contro la nuova strategia della tensione, partecipando e promuovendo qualunque azione pacifica e democratica volta a creare coscienza civile e a non far dimenticare il grave momento storico, sociale ed economico che viviamo.
 

 Partito della Rifondazione Comunista

18 maggio 2012

Quattro giorni di protesta, da mercoledì a domenica per paralizzare la capitale finanziaria tedesca ed europea. La lotta continua contro la barbarie dei governi delle banche

400 arresti a Francoforte la polizia usa gli idranti
Ancora fermi nella "capitale" della banche europee in Germania. La polizia tedesca per la prima volta ha fatto ricorso ai cannoni ad acqua per disperdere i manifestanti di Blockupy che hanno bloccato gli ingressi di diversi istituti di credito. La tensione è altissima.
Ancora scontri questa mattina a Francoforte sul Meno, in Germania, nei quartieri della finanza europea e della Banca Centrale. La polizia tedesca ha arrestato ben 400 persone e per la prima volta ha fatto ricorso ai cannoni ad acqua per disperdere i manifestanti di Blockupy che hanno bloccato gli ingressi di diverse banche.
La protesta, riporta il sito della Berliner Zeitung, era iniziata queta mattina con una marcia di alcune centinaia di persone dalla stazione centrale di Francoforte verso la Bce. Poi gli attivisti si sono suddivisi in gruppi di una cinquantina di persone avviandosi verso le strade laterali. La polizia ha bloccato le uscite e poi ha fermato i dimostranti caricandoli su bus e trasportandoli verso diversi luoghi di detenzione nella città. Il gruppo di "Blockupy Frankfurt" ha lanciato un appello a quattro giorni di protesta, da mercoledì a domenica per paralizzare la capitale finanziaria tedesca ed europea. Le autorità comunali hanno di conseguenza vietato qualsiasi assembramento. Molte banche hanno deciso di chiudere gli uffici e gli sportelli fino a lunedì in previsione di possiili scontri.
Il sindaco della città aveva vietato la gran parte delle manifestazioni, concedendo solo l'autorizzazione a una marcia prevista domani. Alcune centinaia di dimostranti, in buona parte molto giovani, hanno comunque preso d'assedio in modo che la stessa polizia ha definito del tutto pacifico la Willy Brandt Platz, dove ha sede la BCE. Da mercoledì la città è presidiata dalle forze dell'ordine. Davanti alla sede della banca, come riportano i siti web degli attivisti, si possono contare almeno 50 camionette a presidiare le vie di accesso, cannoni ad acqua, centinaia di agenti che cercano di bloccare i gruppi di dimostranti. C'è anche un reparto speciale di ''Polizei Communicator'' che avvisa ''con il sorriso sulle labbra'' i manifestanti seduti che verranno arrestati se non abbandonano la piazza. ''Abbiamo ridato vita alla disobbedienza civile'', ha dichiarato all'emittente tedesca Phoenix il portavoce di Blockupy.
 
 
18 maggio 2012

Obama ha portato speranza, ma niente è cambiato, non importa più chi sia al comando, sono le corporation che guidano tutti i giochi

LA BATTAGLIA DI CHICAGO E' INIZIATA
Inizia con un rally a Delay Plaza il weekend di proteste che Occupy Wall Street porterà avanti contro il g8. I manifestanti tenuti a distanza da Camp David - la residenza tra le montagne del Maryland, dove si incontrano gli otto leader del G8 - hanno organizzato a Chicago la loro lotta dove domenica e lunedì si svolgerà il summit della Nato. Un programma fitto di iniziative, proteste con cui il movimento degli indignati intende tornare alla ribalta, anche in vista delle elezioni di novembre. Tra le dimostrazioni in programma, c'è anche per domani una marcia verso la casa di Rahm Emanuel, sindaco della città ed ex capo dello staff e coriaceo braccio destro del presidente. Mentre per domenica, è previsto, oltre ad una grande marcia, il tentativo di sortite nella zona rossa del convention center dove inizierà il vertice. Ed è prevista la protesta, fortemente simbolica, dei reduci dell'Afghanistan e dell'Iraq che restituiranno le medaglie ricevute. Occupy Chicago — da settimane impegnata nell'organizzazione logistica del weekend di proteste - conta su una partecipazione massiccia alla protesta. La marcia organizzata con autobus che hanno cominciato ad arrivare già da ieri da diverse città americane è di per se un evento storico che rimanda alla gloriosa battaglia di Seattle quando il movimento no global apri le danze della contestazione ai grandi della terra. «Una manifestazione così importante come il vertice Nato è un'occasione perfetta per far arrivare il nostro messaggio», ha detto uno degli attivisti. Il presidente democratico Obama è un bersaglio della protesta, e sarà duramente contestato proprio nella città in cui ha iniziato la sua attività politica proprio come militante di base, con azioni, per esempio, per difendere i diritti degli inquilini delle case popolari. Ma ora ha completamente voltato pagina, secondo gli attivisti di Occupy: «Obama ha portato speranza, ma niente è cambiato, non importa più chi sia al comando, sono le corporation che guidano tutti i giochi».

La repressione militare non fermerà la lotta contro la violenza economica e politica dei governi delle banche!

Francoforte, centinaia di fermati
Ieri a Francoforte. Le autorità in serata parlavano di «fermo di polizia provvisorio» e assicuravano il rilascio degli attivisti entro la mezzanotte, a patto che i fermati non fossero già segnalati nei data-base delle polizie europee per disordini di piazza. Non è chiaro se al rilascio seguirà il foglio di via.
Nel pomeriggio di ieri si è svolta a Bologna, davanti alla prefettura, una manifestazione di solidarietà con i fermati della rete Riseup organizzata dal centro sociale Tpo. È stato esposto uno striscione con la scritta «Libertà di dissenso contro l’austerity». Una decina dei fermati nella città tedesca appartengono al centro sociale bolognese e al collettivo universitario Sadir. «Si trovavano lì – spiega un comunicato – per contestare le politiche di austerity e del debito come strumento di comando imposto dal regime finanziario». Solidarietà ai fermati è stata espressa anche dal leader di Prc, Paolo Ferrero.
«È una vergogna, basta con la repressione del dissenso, le proteste contro gli speculatori non possono essere sgomberate e impedite. Angela Merkel, che ha affossato la Grecia con le sue folli politiche, non solo aiuta gli speculatori a scapito delle popolazioni europee ma impedisce anche che la gente protesti liberamente contro queste sue scellerate idee». Tutta la nostra solidarietà a chi sta manifestando oggi a Francoforte e a chi lo farà nei prossimi giorni».

18/05/2012

16 maggio 2012

La controriforma dell’art. 18 che ammazza i diritti sul lavoro nel privato non si applicherà al pubblico impiego? FALSO!

LAVORO PUBBLICO: VERITÀ E BUGIE SUL PROTOCOLLO


Tutti i sindacati presenti al tavolo della Funzione Pubblica, tranne USB P.I. si apprestano a sottoscrivere il nuovo protocollo sul lavoro pubblico.
Nel frattempo, nei posti di lavoro, vendono fumo ai lavoratori e dicono che:
Il sindacato si è riappropriato di un ruolo che gli era stato sottratto dalla riforma Brunetta
VERO: i sindacati firmatari diventano cogestori dei tagli alla spesa pubblica, della messa in esubero-mobilità-licenziamento dei lavoratori attraverso “ un coinvolgimento … nei processi di razionalizzazione delle pubbliche amministrazioni (ad esempio spending review)” ed attraverso “il coinvolgimento in tutte le fasi dei processi di mobilità collettiva …”. E’ il via libera alle politiche del Governo da attuare attraverso una cogestione necessaria ad arginare il conflitto. Questo è il ruolo di cui si sono riappropriati!
Sono state superate le fasce Brunetta '25-50-25'
VERO: il protocollo parla di superamento delle fasce di merito, ma nello stesso tempo afferma “prevedendo …meccanismi atti ad assicurare la retribuzione accessoria differenziata in relazione ai risultati conseguiti…” ed ancora “in modo da avere parametri significativi per le politiche premiali nei confronti dei lavoratori pubblici”. In sostanza la filosofia della premialità, della differenziazione della retribuzione individuale e quindi della divisione tra lavoratori, è stata rafforzata attraverso meccanismi premiali che “…tengano conto dei diversi livelli di responsabilità ed inquadramento del personale”.
Sono previste nuove norme sulla mobilità a favore dei lavoratori
FALSO: le norme sulla mobilità (art.33 del d.lgs.165/2001) dei dipendenti pubblici rimangono le stesse. E prevedono che, in caso di eccedenze del personale, lo stesso venga collocato in mobilità con un assegno pari all’80% dello stipendio per due anni e poi licenziato. Cambia il ruolo di cogestione che il sindacato giocherà in questa partita, tanto da essere coinvolto persino nei “percorsi di qualificazione e formazione professionale … per garantire la funzionalità e la qualità del lavoro nell’amministrazione di destinazione …” Un nuovo business sulla pelle dei lavoratori, proprio come i fondi pensione! E quali saranno le amministrazioni di possibile destinazione dal momento che tutta la P.A. sarà costretta ad operare tagli sulle spese al personale? O si pensa ad una formazione verso il settore privato?
Si prevede un nuovo processo di stabilizzazione per i precari del pubblico impiego
FALSO: sarà introdotta anche nella P.A. la riforma sul mercato del lavoro della Fornero, creando maggiore precarietà. Forse saranno previste proroghe e rinnovi, ma “nel quadro della normativa vigente”, e soprattutto “nell’ambito delle risorse disponibili”. (?)
La riforma dell’art. 18 non si applicherà al pubblico impiego
FALSO: l’accordo prevede maggiori poteri alla dirigenza e parla di “riordinare la disciplina dei licenziamenti per motivi disciplinari…”, e di “rafforzare i doveri disciplinari dei dipendenti prevedendo al contempo garanzie di stabilità in caso di licenziamento illegittimo”. Garanzie di stabilità non necessariamente equivalgono a reintegro. Perché, allora, non è stata usata la parola reintegro in caso di licenziamento illegittimo che non avrebbe dato adito a dubbi? E soprattutto perché, nella stesura definitiva del testo, la cgil ha chiesto di togliere, per motivi “formali”, “…secondo il medesimo impianto del lavoro nelle imprese private…”?

Unione Sindacale di Base
www.usb.it