30 aprile 2012

Mi chiedo, con quale faccia chi sostiene questo governo illegale (non eletto dagli italiani) parteciperà ai cortei di domani? Non proveranno neanche un pò di vergogna? Dovrebbero sfilare con gli occhi per terra per rispetto delle vittime della loro politica stragista, contro i diritti sociali e il lavoro, e le vite di chi muore sul lavoro e di chi si suicida per disperazione.

Storia del Primo Maggio
Il 1° Maggio nasce come momento di lotta internazionale di tutti i lavoratori, senza barriere geografiche, né tanto meno sociali, per affermare i propri diritti, per raggiungere obiettivi, per migliorare la propria condizione.

"Otto ore di lavoro, otto di svago, otto per dormire" fu la parola d'ordine, coniata in Australia nel 1855, e condivisa da gran parte del movimento sindacale organizzato del primo Novecento. Si aprì così la strada a rivendicazioni generali e alla ricerca di un giorno, il primo Maggio, appunto, in cui tutti i lavoratori potessero incontrarsi per esercitare una forma di lotta e per affermare la propria autonomia e indipendenza.

La storia del primo Maggio rappresenta, oggi, il segno delle trasformazioni che hanno caratterizzato i flussi politici e sociali all'interno del movimento operaio dalla fine delL'ottocento in poi.


Le origini

Dal congresso dell'Associazione internazionale dei lavoratori - la Prima Internazionale - riunito a Ginevra nel settembre 1866, scaturì una proposta concreta: "otto ore come limite legale dell'attività lavorativa".

A sviluppare un grande movimento di lotta sulla questione delle otto ore furono soprattutto le organizzazioni dei lavoratori statunitensi. Lo Stato dell'Illinois, nel 1866, approvò una legge che introduceva la giornata lavorativa di otto ore, ma con limitazioni tali da impedirne l'estesa ed effettiva applicazione. L'entrata in vigore della legge era stata fissata per il 1 Maggio 1867 e per quel giorno venne organizzata a Chicago una grande manifestazione. Diecimila lavoratori diedero vita al più grande corteo mai visto per le strade della città americana.

Nell'ottobre del 1884 la Federation of Organized Trades and Labour Unions indicò nel 1 Maggio 1886 la data limite, a partire dalla quale gli operai americani si sarebbero rifiutati di lavorare più di otto ore al giorno.


1886: I "martiri di Chicago"

Il 1 Maggio 1886 cadeva di sabato, allora giornata lavorativa, ma in dodicimila fabbriche degli Stati Uniti 400 mila lavoratori incrociarono le braccia. Nella sola Chicago scioperarono e parteciparono al grande corteo in 80 mila. Tutto si svolse pacificamente, ma nei giorni successivi scioperi e manifestazioni proseguirono e nelle principali città industriali americane la tensione si fece sempre più acuta. Il lunedì la polizia fece fuoco contro i dimostranti radunati davanti ad una fabbrica per protestare contro i licenziamenti, provocando quattro morti. Per protesta fu indetta una manifestazione per il giorno dopo, durante la quale, mentre la polizia si avvicinava al palco degli oratori per interrompere il comizio, fu lanciata una bomba. I poliziotti aprirono il fuoco sulla folla. Alla fine si contarono otto morti e numerosi feriti. Il giorno dopo a Milwaukee la polizia sparò contro i manifestanti (operai polacchi) provocando nove vittime. Una feroce ondata repressiva si abbatté contro le organizzazioni sindacali e politiche dei lavoratori, le cui sedi furono devastate e chiuse e i cui dirigenti vennero arrestati. Per i fatti di Chicago furono condannati a morte otto noti esponenti anarchici malgrado non ci fossero prove della loro partecipazione all'attentato. Due di loro ebbero la pena commutata in ergastolo, uno venne trovato morto in cella, gli altri quattro furono impiccati in carcere l'11 novembre 1887. Il ricordo dei "martiri di Chicago" era diventato simbolo di lotta per le otto ore e riviveva nella giornata ad essa dedicata: il 1 Maggio.


1890: 1 maggio, per la prima volta manifestazione simultanea in tutto il mondo


Il 20 luglio 1889 il congresso costitutivo della Seconda Internazionale, riunito a Parigi, decise che "una grande manifestazione sarebbe stata organizzata per una data stabilita, in modo che simultaneamente i tutti i paesi e in tute le città, i lavoratori avrebbero chiesto alle pubbliche autorità di ridurre per legge la giornata lavorativa a otto ore".

La scelta cadde sul primo Maggio dell'anno successivo, appunto per il valore simbolico che quella giornata aveva assunto.

In Italia come negli altri Paesi il grande successo del 1 Maggio, concepita come manifestazione straordinaria e unica, indusse le organizzazioni operaie e socialiste a rinnovare l'evento anche per 1891.

Nella capitale la manifestazione era stata convocata in pazza Santa Croce in Gerusalemme, nel pressi di S.Giovanni. La tensione era alta, ci furono tumulti che provocarono diversi morti e feriti e centinaia di arresti tra i manifestanti.

Nel resto d'Italia e del mondo la replica del 1 Maggio ebbe uno svolgimento più tranquillo. Lo spirito di quella giornata si stava radicando nelle coscienze dei lavoratori.


1891: la festa dei lavoratori diventa permanente

Nell'agosto del 1891 il II congresso dell'Internazionale, riunito a Bruxelles, assunse la decisione di rendere permanente la ricorrenza. D'ora in avanti il 1 Maggio sarebbe stato la "festa dei lavoratori di tutti i paesi, nella quale i lavoratori dovevano manifestare la comunanza delle loro rivendicazioni e della loro solidarietà".



Il primo maggio durante il fascismo

Nel nostro Paese il fascismo decise la soppressione del 1 Maggio, che durante il ventennio fu fatto coincidere il con la celebrazione del 21 aprile, il cosiddetto Natale di Roma. Mentre la festa del lavoro assume una connotazione quanto mai "sovversiva", divenendo occasione per esprimere in forme diverse (dal garofano rosso all'occhiello, alle scritte sui muri, dalla diffusione di volantini alla riunione in osteria) l'opposizione al regime. Il 1 Maggio tornò a celebrarsi nel 1945, sei giorno dopo la liberazione dell'Italia.

1947: L'eccidio di Portella della Ginestra

La pagina più sanguinosa della festa del lavoro venne scritta nel 1947 a Portella della Ginestra, dove circa duemila persone del movimento contadino si erano date appuntamento per festeggiare la fine della dittatura e il ripristino delle libertà, mentre cadevano i secolari privilegi di pochi, dopo anni di sottomissione a un potere feudale. La banda Giuliano fece fuoco tra la folla, provocando undici morti e oltre cinquanta feriti. La Cgil proclamò lo sciopero generale e puntò il dito contro "la volontà dei latifondisti siciliani di soffocare nel sangue le organizzazioni dei lavoratori".

La strage di Portella delle Ginestre, secondo l'allora ministro dell'Interno, Mario Scelba, chiamato a rispondere davanti all'Assemblea Costituente, non fu un delitto politico. Ma nel 1949 il bandito Giuliano scrisse una lettera ai giornali e alla polizia per rivendicare lo scopo politico della sua strage. Il 14 luglio 1950 il bandito fu ucciso dal suo luogotenente, Gaspare Pisciotta, il quale a sua volta fu avvelenato in carcere il 9 febbraio del 1954 dopo aver pronunciato clamorose rivelazioni sui mandanti della strage di Portella.


Il primo Maggio oggi

Le profonde trasformazioni sociali, il mutamento delle abitudini, la progressiva omogeneizzazione delle abitudini hanno profondamente cambiato il significato di una ricorrenza che aveva sempre esaltato la distinzione della classe operaia. Il modo di celebrare il 1 maggio è quindi cambiato nel corso degli anni.

Da diversi anni Cgil, Cisl, Uil hanno scelto di celebrare la giornata del 1 Maggio promovendo una manifestazione nazionale dedicata ad uno specifico tema. E' diventato un appuntamento anche il tradizionale concerto rock che i sindacati confederali organizzano in piazza San Giovanni a Roma

(dal sito della CGIL Lombardia)


Umberto Santino

La strage di Portella della Ginestra

Nel pianoro a metà strada tra i comuni di Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello, in provincia di Palermo, la festa del primo maggio 1947, a cui partecipavano migliaia di persone, fu interrotta da una sparatoria che, secondo le fonti ufficiali, causò 11 morti e 27 feriti. Successivamente, per le ferite riportate, ci furono altri morti e il numero dei feriti varia da 33 a 65.

I contadini dei paesi vicini erano soliti radunarsi a Portella della Ginestra per la festa del lavoro già ai tempi dei Fasci siciliani, per iniziativa del medico e dirigente contadino Nicola Barbato, che era solito parlare alla folla da un podio naturale che fu in seguito denominato "sasso di Barbato". La tradizione venne interrotta durante il fascismo e ripresa dopo la caduta della dittatura. Nel 1947 non si festeggiava solo il primo maggio ma pure la vittoria dei partiti di sinistra raccolti nel Blocco del popolo nelle prime elezioni regionali svoltesi il 20 aprile. Sull'onda della mobilitazione contadina che si era andata sviluppando in quegli anni le sinistre avevano ottenuto un successo significativo, ribaltando il risultato delle elezioni per l'Assemblea costituente. La Democrazia cristiana era scesa dal 33,62% al 20,52%, mentre le sinistre avevano avuto il 29,13% (alle elezioni precedenti il Psi aveva avuto il 12,25% e il Pci il 7,91%).

La campagna elettorale era stata abbastanza animata, non erano mancate le minacce e la violenza mafiosa aveva continuato a mietere vittime. Il 1947 era cominciato con l'assassinio del dirigente comunista e del movimento contadino Accursio Miraglia (4 gennaio) e il 17 gennaio era stato ucciso il militante comunista Pietro Macchiarella; lo stesso giorno i mafiosi avevano sparato all'interno del Cantiere navale di Palermo. Alla fine di un comizio il capomafia di Piana Salvatore Celeste aveva gridato: "Voi mi conoscete! Chi voterà per il Blocco del popolo non avrà né padre né madre" e la stessa mattina del primo maggio a San Giuseppe Jato la moglie di un "qualunquista truffatore" - come si legge in un servizio del quotidiano "La Voce della Sicilia" - aveva avvertito le donne che si recavano a Portella: "Stamattina vi finirà male" e a Piana un mafioso non aveva esitato a minacciare i manifestanti: "Ah sì, festeggiate il 1° maggio, ma vedrete stasera che festa!" (in Santino 1997, p. 150). Eppure nessuno si aspettava che si arrivasse a sparare sulla folla inerme, ormai lontana la memoria dei Fasci siciliani e dei massacri successivi.

Prima i mafiosi e i partiti conservatori poi solo i banditi

La matrice della strage appare subito chiara: la voce popolare parla dei proprietari terrieri, dei mafiosi e degli esponenti dei partiti conservatori e i nomi sono sulla bocca di tutti: i Terrana, gli Zito, i Brusca, i Romano, i Troia, i Riolo-Matranga, i Celeste, l'avvocato Bellavista che durante la campagna elettorale aveva tuonato contro le forze di sinistra e a difesa degli agrari. I carabinieri telegrafano: "Vuolsi trattarsi organizzazione mandanti più centri appoggiati maffia at sfondo politico con assoldamento fuori legge"; "Azione terroristica devesi attribuire elementi reazionari in combutta con mafia" (ivi, p. 153). Vengono fermate 74 persone tra cui figurano mafiosi notori. All'Assemblea costituente il giorno dopo la strage Girolamo Li Causi, segretario regionale comunista, lancia la sua accusa: dopo il 20 aprile c'è stata una campagna di provocazioni politiche e di intimidazioni, durante la strage il maresciallo dei carabinieri si intratteneva con i mafiosi e tra gli sparatori c'erano monarchici e qualunquisti. Viene interrotto da esponenti dei qualunquisti e della destra e il ministro degli interni Mario Scelba dichiara che non c'è un "movente politico", si tratta solo di un "fatto di delinquenza" (ivi, p. 155). Scelba ritorna sull'argomento in un'intervista del 9 maggio: "Trattasi di un episodio fortunatamente circoscritto, maturato in una zona fortunatamente ristretta le cui condizioni sono assolutamente singolari" (ivi, p. 159). Nel frattempo i fermati vengono rilasciati e si afferma la pista che porta alla banda Giuliano, il cui nome viene fatto dall'Ispettore di Pubblica Sicurezza Ettore Messana, lo stesso che l'8 ottobre 1919 aveva ordinato il massacro di Riesi (15 morti e 50 feriti) e che ora Li Causi addita come colui che dirige il "banditismo politico". La banda Giuliano sarà pure indicata come responsabile degli attentati del 22 giugno in vari centri della Sicilia occidentale, con morti e feriti.

L'inchiesta giudiziaria si concentra sui banditi e procede con indagini frettolose e superficiali: non si fanno le autopsie sui corpi delle vittime e le perizie balistiche per accertare il tipo di armi usate per sparare sulla folla. Il 17 ottobre 1948 la sezione istruttoria della Corte d'appello di Palermo rinvia a giudizio Salvatore Giuliano e gli altri componenti della banda. La Corte di Cassazione, per legittima suspicione, decide la competenza della Corte d'assise di Viterbo, dove il dibattimento avrà inizio il 12 giugno 1950 e si concluderà il 3 maggio 1952, con la condanna all'ergastolo di 12 imputati (Giuliano era stato assassinato il 5 luglio del 1950).

Nella sentenza, a proposito della ricerca della causale, si sostiene che Giuliano compiendo la strage e gli attentati successivi ha voluto combattere i comunisti e si richiama la tesi degli avvocati difensori secondo cui la banda Giuliano aveva operato come "un plotone di polizia", supplendo in tal modo alla "carenza dello Stato che in quel momento si notò in Sicilia" (ivi, pp. 191 s). Cioè: la violenza banditesca era stata impiegata come risorsa di una strategia politica volta a colpire le forze che si battevano contro un determinato sistema di potere. Restava tra le righe che le "carenze dello Stato" erano da attribuire all'azione della coalizione antifascista allora al governo del Paese. La sentenza di Viterbo non toccava il problema dei mandanti della strage e dell'offensiva contro il movimento contadino e le forze di sinistra, affermando esplicitamente che la causa doveva essere ricercata altrove.

Contro la sentenza fu proposto appello e il processo di secondo grado si svolse presso la Corte d'assise d'appello di Roma (nel frattempo molti degli imputati, tra cui Gaspare Pisciotta, erano morti). La sentenza del 10 agosto 1956 confermava alcune condanne, riducendo la pena, e assolveva altri imputati per insufficienza di prove. Con sentenza del 14 maggio 1960 la Corte di Cassazione dichiarava inammissibile il ricorso del pubblico ministero e così la sentenza d'appello diventava definitiva.


Una strage per il centrismo

Nella storia d'Italia il 1947 è un anno di svolta e la strage di Portella ha avuto un ruolo nello stimolare e accelerare questa svolta, intrecciandosi con dinamiche che maturano a livello locale, nazionale e internazionale. Il 13 maggio si apre la crisi politica con le dimissioni del governo di coalizione antifascista presieduto da De Gasperi. Il 30 maggio a Roma e a Palermo si formano i nuovi governi: De Gasperi presiede un governo centrista con esclusione delle sinistre e alla Regione siciliana il democristiano Giuseppe Alessi presiede un governo minoritario appoggiato dai partiti conservatori, senza la partecipazione del Blocco del popolo, nonostante la vittoria alle elezioni del 20 aprile. Si apre così una nuova fase della storia d'Italia, in cui le forze di sinistra saranno all'opposizione. La svolta si inserisce nella prospettiva aperta dagli accordi di Yalta che hanno codificato la divisione del pianeta in due grandi aree di influenza, con l'Italia dentro lo schieramento atlantico egemonizzato dagli Stati Uniti e la guerra fredda come strategia di contrasto e di contenimento del potere sovietico.

Nel gennaio del '47 De Gasperi era andato negli Stati Uniti ma è frutto di una visione semplificatrice pensare che abbia ricevuto l'ordine di sbaraccare le sinistre dal governo. In realtà la svolta del '47 è figlia di un matrimonio consensuale in cui interessi locali, nazionali e internazionali coincidono perfettamente. Il messaggio contenuto nella strage è stato pienamente recepito e da ora in poi a governare, accanto alla Democrazia cristiana che nelle elezioni del 18 aprile 1948 si afferma come partito di maggioranza relativa, dopo una campagna elettorale volta a esorcizzare il "pericolo rosso", saranno i partiti conservatori vanamente indicati come mandanti del massacro. In questo quadro la Chiesa cattolica ha un ruolo di primo piano. Il cardinale Ernesto Ruffini, a proposito della strage di Portella e degli attentati del 22 giugno, scrive che era "inevitabile la resistenza e la ribellione di fronte alle prepotenze, alle calunnie, ai sistemi sleali e alle teorie antiitaliane e anticristiane dei comunisti" (in Santino 2000, p. 180), plaude all'estromissione delle sinistre dal governo, ma la sua proposta di mettere i comunisti fuori legge, rivolta a De Gasperi e a Scelba, rimarrà inascoltata. I dirigenti democristiani sanno perfettamente che sarebbe la guerra civile.





Alla ricerca dei mandanti



La verità giudiziaria sulla strage si è limitata agli esecutori individuati nei banditi della banda Giuliano. Nell'ottobre del 1951 Giuseppe Montalbano, ex sottosegretario, deputato regionale e dirigente comunista, presentava al Procuratore generale di Palermo una denuncia contro i monarchici Gianfranco Alliata, Tommaso Leone Marchesano e Giacomo Cusumano Geloso come mandanti della strage e contro l'ispettore Messana come correo. Il Procuratore e la sezione istruttoria del Tribunale di Palermo decidevano l'archiviazione. Successivamente i nomi dei mandanti circoleranno solo sulla stampa e nelle audizioni della Commissione parlamentare antimafia che comincia i suoi lavori nel 1963. Nel novembre del 1969 il figlio dell'appena defunto deputato Antonio Ramirez si presenta nello studio di Giuseppe Montalbano per recapitargli una lettera riservata del padre, datata 9 dicembre 1951. Nella lettera si dice che l'esponente monarchico Leone Marchesano aveva dato mandato a Giuliano di sparare a Portella, ma solo a scopo intimidatorio, che erano costantemente in contratto con Giuliano i monarchici Alliata e Cusumano Geloso, che quanto aveva detto, nel corso degli interrogatori, il bandito Pisciotta su di loro e su Bernardo Mattarella era vero, che Giuliano aveva avuto l'assicurazione che sarebbe stato amnistiato (in Santino 1997, p. 207).

Montalbano presenta il documento alla Commissione antimafia nel marzo del 1970, la Commissione raccoglierà altre testimonianze e nel febbraio del 1972 approverà all'unanimità una relazione sui rapporti tra mafia e banditismo, accompagnata da 25 allegati, ma verranno secretati parecchi documenti raccolti durante il suo lavoro. La relazione a proposito della strage scriveva: "Le ragioni per le quali Giuliano ordinò la strage di Portella della Ginestra rimarranno a lungo, forse per sempre, avvolte nel mistero. Attribuire la responsabilità diretta o morale a questo o a quel partito, a questa o quella personalità politica non è assolutamente possibile allo stato degli atti e dopo un'indagine lunga e approfondita come quella condotta dalla Commissione. Le personalità monarchiche e democristiane chiamate in causa direttamente dai banditi risultano estranee ai fatti". Il relatore, il senatore Marzio Bernardinetti, addebitava i risultati deludenti alla mancata o scarsa collaborazione delle autorità: "Il lavoro, cui il comitato di indagine sui rapporti fra mafia e banditismo si è sobbarcato in così difficili condizioni, avrebbe approdato a ben altri risultati di certezza e di giudizio se tutte le autorità, che assolsero allora a quelli che ritennero essere i propri compiti, avessero fornito documentate informazioni e giustificazioni del proprio comportamento nonché un responsabile contributo all'approfondimento delle cause che resero così lungo e travagliato il fenomeno del banditismo" (in Testo integrale…1973).

Nel 1977, in pieno clima di "compromesso storico" tra Partito comunista e Democrazia cristiana, ben poco propizio alla ricerca della verità, il Centro siciliano di documentazione comincia la sua attività con un convegno nazionale dal titolo "Portella della Ginestra: una strage per il centrismo" in cui si ricostruisce il quadro in cui è maturata la strage, considerata non come il prodotto di un disorientamento e di un vuoto politico (come sosteneva anche la storiografia di sinistra: Francesco Renda considerava l'uso della violenza come "repugnante delinquenza comune" e un "errore grossolano" che avrebbe portato all'isolamento dei proprietari terrieri: Renda 1976, p. 23) ma come "un atto di lucida, e ragionata, violenza volto a condizionare il quadro politico, regionale e nazionale" purtroppo coronato da successo (Centro siciliano di documentazione 1977; Santino 1997, pp. 8, 60).

Successivamente ci sono state varie pubblicazioni, più meno documentate, sulla strage e sulla banda Giuliano (Galluzzo 1985, Magrì 1987, Barrese - D'Agostino 1997, Renda 2002) e l'interpretazione della strage di Portella come "strage di Stato" ha segnato buona parte dei lavori del convegno che si è svolto nel maggio del 1997, nel cinquantesimo anniversario (Manali, a cura di, 1999; Santino ivi). Il convegno si concluse con la richiesta della desecratazione della documentazione raccolta dalla Commissione antimafia, pubblicata negli anni successivi in vari volumi (Commissione antimafia 1998-99). Nel frattempo la costituzione dell'Associazione "Non solo Portella", ad opera di familiari delle vittime, e l'attività di ricerca del suo presidente, lo storico Giuseppe Casarrubea, figlio di una delle vittime dell'attentato di Partinico del 22 giugno, hanno portato a significativi risultati (Casarrubea 1997, 1998, 2001). Anche sulla base di perizie effettuate sui corpi di alcuni superstiti si è documentato che tra le armi utilizzate c'erano bombe-petardo di produzione americana; da testimonianze risulta che tra gli esecutori c'erano mafiosi e le ricerche sui materiali dell'archivio dell'Oss (Office of Strategic Services) e del Sis (Servizio Informazioni e Sicurezza) del ministero dell'Interno hanno prodotto ulteriore documentazione sul ruolo degli Stati Uniti (già documentato precedentemente: sugli incontri del bandito Giuliano con l'agente americano Michael Stern: Sansone - Ingrascì 1950, pp.143-150; sulla politica estera degli Stati Uniti, ricostruita attraverso documenti d'archivio: Faenza - Fini 1976) e rivelato i rapporti tra banditismo e formazioni neofasciste (Vasile 2004, 2005).

Ricostruzioni recenti (La Bella - Mecarolo 2003) hanno contribuito ad arricchire il quadro della documentazione sul contesto, sono stati pubblicati significativi documenti degli archivi italiani e americani sui primi anni della Repubblica (Tranfaglia 2004) e un film (Segreti di Stato del regista Paolo Benvenuti, accompagnato da un volume: Baroni-Benvenuti 2003) ha riproposto il tema delle complicità chiamando in causa vari soggetti, dai dirigenti della Democrazia cristiana alla X MAS di Junio Valerio Borghese, ai servizi segreti americani, al Vaticano, in un "gioco delle carte" non sempre convincente.

Sulla base di nuove acquisizioni documentali nel dicembre 2004 i familiari delle vittime hanno chiesto la riapertura dell'inchiesta. Per Portella, come del resto per le altre stragi che hanno insanguinato l'Italia, la verità è ancora lontana.


Riferimenti bibliografici

Baroni Paola - Benvenuti Paolo, Segreti di Stato. Dai documenti al film, Fandango, Roma 2003.

Barrese Orazio - D'Agostino Giacinta, La guerra dei sette anni. Dossier sul bandito Giuliano, Rubbettino, Soveria Mannelli 1997.

Casarrubea Giuseppe, Portella della Ginestra. Microstoria di una strage di Stato, F. Angeli, Milano 1997; Fra' Diavolo e il Governo nero. "Doppio Stato" e stragi nella Sicilia del dopoguerra, F. Angeli, Milano 1998; Salvatore Giuliano. Morte di un capobanda e dei suoi luogotenenti, F. Angeli, Milano 2001.

Centro siciliano di documentazione, 1947-1977. Portella della Ginestra: una strage per il centrismo, Cooperativa editoriale Cento fiori, Palermo 1977. Una parte degli Atti del convegno fu pubblicata nel fascicolo Ricomposizione del blocco dominante, lotte contadine e politica delle sinistre in Sicilia (1943-1947), Cento fiori, Palermo 1977.

Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia, Pubblicazione degli atti riferibili alla strage di Portella della Ginestra, Roma 1998-99, Doc. XXIII, nn. 6, 22, 24.

Faenza Roberto - Fini Marco, Gli americani in Italia, Feltrinelli, Milano 1976.

Galluzzo Lucio, Meglio morto. Storia di Salvatore Giuliano, Flaccovio, Palermo 1985

La Bella Angelo - Mecarolo Rosa, Portella della Ginestra. La strage che ha insanguinato la storia d'Italia, Teti Editore, Milano 2003.

Magrì Enzo, Salvatore Giuliano, Mondadori, Milano 1987.

Manali Pietro (a cura di), Portella della Ginestra 50 anni dopo (1947-1997), S. Sciascia editore, Caltanissetta-Roma 1999, con 2 volumi di Documenti, a cura di G. Casarrubea.

Renda Francesco, Il movimento contadino in Sicilia e la fine del blocco agrario nel Mezzogiorno, De Donato, Bari 1976; Salvatore Giuliano. Una biografia storica, Sellerio, Palermo 2002.

Sansone Vincenzo - Ingrascì Giuseppe, 6 anni di banditismo in Sicilia, Le edizioni sociali, Milano 1950.

Santino Umberto, La democrazia bloccata. La strage di Portella della Ginestra e l'emarginazione delle sinistre, Rubbettino, Soveria Mannelli 1997; La strage di Portella, la democrazia bloccata e il doppio Stato, in P. Manali (a cura di), op. cit., pp. 347-375; Storia del movimento antimafia. Dalla lotta di classe all'impegno civile, Editori Riuniti, Roma 2000.

Testo integrale della relazione della Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia, vol. II, Cooperativa Scrittori, Roma 1973, Relazione sui rapporti tra mafia e banditismo in Sicilia, pp. 983-1031.

Tranfaglia Nicola, Come nasce la Repubblica. La mafia, il Vaticano e il neofascismo nei documenti americani e italiani. 1943-1947, Bompiani, Milano 2004.

Vasile Vincenzo, Salvatore Giuliano, bandito a stelle e a strisce, Baldini Castoldi Delai, Milano 2004; Turiddu Giuliano, il bandito che sapeva troppo, con un saggio di Aldo Giannuli, l'Unità, Roma 2005.


Pubblicato su "Narcomafie", n. 6, giugno 2005

(tratto dal sito del centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato)

L'Ilo, l'organizzazione internazionale del lavoro ci aveva visto giusto. All'inizio della crisi preventivò un calo di occupazione intorno ai duecennto milioni. Oggi a quattro anni circa l'ultimo rapporto annuale corregge in eccesso questa cifra: 202 milioni, con previsioni di crescita nel 2013.

Banche e politiche di bilancio stanno portando le economie al disastro
L'Ilo individua con molta precisione la cosiddetta "trappola dell'austerità", ovvero l'approccio monetarista alla risoluzione della crisi che di fatto sta tagliando gli investimenti, anche grazie alla complicità delle banche.

In Italia, le misure di austerità, intanto, "rischiano di alimentare ulteriormente il ciclo di recessione e di rinviare ancora l'inizio della ripresa economica e il risanamento fiscale". La ripresa, rileva l'istituto, viene frenata dalla contrazione del consumo privato. Tale contrazione è aggravata dal fatto che gli stipendi crescono meno velocemente rispetto all'inflazione. Inoltre, il tasso di investimento è diminuito nel 2010 e l'aumento della domanda estera è rallentato. Infine, tra il 2009 e il 2011, la spesa pubblica è diminuita del 2% in rapporto al PIL, con effetti negativi diretti sugli investimenti pubblici. Su fornte dei conti, l'Ilo fa riferimento al peggioramento degli ultimi 5 anni e agli interventi recenti per invertire la rotta. Il debito pubblico è schizzato dal 103% del PIL nel 2007 al 120% nel 2011. A seguito dell'aumento dei tassi di interesse nazionali sono anche sorti dubbi sulla tenuta delle finanze pubbliche. Per ridurre il deficit, il governo ha aumentato la pressione fiscale che dovrebbe raggiungere il 45% nel 2012. Il rallentamento dell'economia, si fa notare, è anche legato all'accesso più difficile al credito. Nonostante le importanti immissioni di liquidità da parte della Banca Centrale Europea (BCE), la maggior parte delle PMI deve fare i conti con maggiori difficoltà di accesso al credito bancario mentre aumentano i tassi di interesse; a ciò si aggiungono i problemi tradizionali della pesantezza amministrativa. L'accesso limitato al credito, insieme alle incertezze nel mercato europeo, contribuisce a ridurre gli investimenti privati, con conseguenze negative sulla ripresa del mercato del lavoro.

L'anno scorso, i mercati del lavoro hanno subito gli effetti del rallentamento della crisi economica ed è poco probabile che l'economia mondiale cresca ad un ritmo sufficiente nei prossimi anni per colmare l'attuale deficit di posti di lavoro e fornire un impiego agli 80 milioni di persone attese sul mercato del lavoro nello stesso periodo, spiega l'Ilo. La disoccupazione globale ha iniziato a risalire dalla fine del 2011, invertendo la tendenza degli anni precedenti, e nel 2012, il numero di disoccupati nel mondo dovrebbe quindi salire a circa 202 milioni, un dato in aumento rispetto ai 196 milioni del 2011 e pari a un tasso di disoccupazione del 6,1% . Per il 2013, gli esperti prevedono un tasso del 6,2 %. Inoltre, il numero di persone alla ricerca di un lavoro continuerà a crescere per raggiungere i 210 milioni nel 2016, malgrado un graduale ma limitato declino dei tassi di disoccupazione. Secondo l'Ilo, le tendenze "sono particolarmente preoccupanti in Europa", dove i tassi di disoccupazione sono aumentati in quasi i due terzi dei Paesi dal 2010. Ma la ripresa del mercato del lavoro è "al punto morto" anche in altre economie avanzate come Usa o Giappone.

Nelle economie avanzate, il livello di occupazione non dovrebbe recuperare i livelli pre-crisi prima della fine 2016, più tardi del previsto. Per l'Ilo il peggioramento della situazione illustra la trappola costituita dall'austerità e della riduzione del deficit di bilancio "ad ogni costo" per molte economie avanzata e in "primo luogo per l'Europa". "L'austerità si è tradotta in una debole crescita economica, un'accresciuta volatilità ed un deterioramento dei bilanci delle banche all'origine di una contrazione supplementare del credito, un calo degli investimenti e quindi nuove perdite di lavoro", si legge nel Rapporto. Il "World of Work Report 2012- Better jobs for a better economy" (128 pagine) si sofferma anche sulle politiche di deregulation del lavoro ed afferma che nemmeno quelle riescono a rilanciare la crescita e l'occupazione nel breve periodo. Gli effetti sull'occupazione delle riforme del mercato del lavoro dipendono fortemente sul ciclo economico. Di fronte a una recessione, una regolamentazione meno rigorosa può portare a più licenziamenti senza sostenere la creazione di posti di lavoro. Analogamente, l'indebolimento della contrattazione collettiva rischia di provocare una spirale al ribasso dei salari, e ritardare ulteriormente il recupero. Tra gli aspetti preoccupanti, sottolinea infine l'Ilo, c'è il tasso di disoccupazione giovanile, aumentato in circa l'80% delle economie avanzate e i due terzi dei Paesi in via sviluppo.

Fabrizio Salvatori
30 aprile 2012
www.controlacrisi.org

28 aprile 2012

Su acqua, roaming tlc e, perché no, tassazione sulle transazioni finanziarie dal primo aprile i cittadini dell’Unione europea hanno voce in capitolo. Come? Attraverso il classico strumento del referendum. Venne scritto dal Trattato di Lisbona ma, in questi tempi di crisi politica ed economica, ha avuto scarsa risonanza. In sostanza basta raccogliere un milione di firme in sette stati sui 27 dell'Unione Europea per imporre ai legislatori europei di regolare materie fondamentali agli occhi dei cittadini, quali la disoccupazione, l'acqua, il roaming dei telefonini e la tassazione delle transazioni finanziarie

Europa, c'è la possibilità di indire referendum, ma nessuno lo sa...
Si chiama European Citizen’s Initiative e non ha granché di miracoloso dal punto di vista della democrazia. Però permettere alle reti di poter esercitare qualche pressione diretta.
Secondo Martin Schultz, leader dei Socialisti al Parlamento Ue, potrebbe essere lo strumento decisivo per convincere le autorità ad adottare una tassa sulle transazioni finanziarie. Della quale si discute da anni, ma di cui non si è mai vista l'ombra, per via della divergenza di opinioni tra le potenze mondiali e d'Europa. Se i politici non riescono a trovare un'intesa, spetta ai cittadini imporre la direzione da prendere. Un po’ come avviene nella Confederazione Elvetica.
Nell'articolo 11 al paragrafo 4 del Trattato di Lisbona si legge che "un milione di cittadini residenti in un numero significativo di stati membri puo' invitare la Commissione Europea, nell'ambito di quelle che sono le sue facoltà, a sottomettere qualsiasi proposta nelle materie sulle quali i cittadini considerano indispensabile che l'Unione emetta un atto legale volto a implementare i Trattati".
Le procedure e le condizioni richieste per un'iniziativa popolare di questo tipo sono determinate nel primo paragrafo dell'articolo 24 del Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea (TFEU). Secondo i promotori si tratta del "primo esperimento di democrazia partecipativa trasnazionale". Ma solo in pochi sanno di cosa si tratta o sono stati informati della sua esistenza. Un esempio su tutti: in Irlanda un sondaggio ha rivelato che l'86% della popolazione non ha la minima idea di cosa si tratti, non avendone mai sentito parlare.
Il 70% degli interpellati nel 2010, tuttavia, ha dichiarato che prenderebbe seriamente in considerazione l'ipotesi di servirsene. Un altro esempio: alla consultazione pubblica del 2009-2010, in cui la Commissione chiedeva ai cittadini cosa ne pensassero dell’iniziativa, sui 500 milioni che la Eci punta a coinvolgere, hanno risposto appena 160 persone.

Fabrizio Salvatori
27 aprile 2012
www.controlacrisi.org

27 aprile 2012

Italia e Grecia: due esempi piuttosto significativi di come vanno le cose con la politica del rigore e dell'austerity

MISERIA FA MISERIA

Sul Financial Times di ieri spiccava un titolo assai eloquente e tempestivo: «Time to say basta to the nonsense of austerity». Parole sante con quel «basta» in corsivo sulle quali dovrebbero riflettere i nostri attuali governanti che di tagli e austerità hanno fatto la loro bandiera.

Vediamo come vanno le cose in Italia secondo una rilevazione dell'Istat e dell'Inps. Nel 2010 quasi la metà dei pensionati (7,6 milioni) ha ricevuto pensioni per un importo medio mensile inferiore a 1.000 euro. Per gli altri 2,4 milioni l'importo delle pensioni non ha superato i 500 euro. In totale i pensionati sono 16,7 milioni e percepiscono in media 15.471 euro l'anno, e sappiamo bene che le medie coprono disparità abissali. Questo è un aspetto dello stato della nostra società, nella quale la disoccupazione è in aumento e i prezzi in rialzo.

Questa la situazione in Italia, ma anche in Spagna e terribilmente in Grecia. Secondo l'Ocse, ad Atene i redditi nel 2011 sono diminuiti di ben il 25 per cento rispetto al 2010. Per questo 2012 la recessione toccherà il 5 per cento mentre la Banca centrale prevede che per il periodo2013-2014 i redditi dei lavoratori del settore pubblico e privato subiranno una ulteriore riduzione di circa il 20 per cento e il tasso di disoccupazione resterà al di sopra del 19 per cento. Lo scorso gennaio, sempre in Grecia, la disoccupazione è arrivata al 21,8 per cento. Dunque la disoccupazione è quasi raddoppiata rispetto al 2010, quando la Grecia si rivolse alla Ue e la Fmi per ottenere prestiti di emergenza con l'impegno di praticare austerità.

Italia e Grecia: due esempi piuttosto significativi di come vanno le cose con la politica del rigore e dell'austerity. Ma il male si sta diffondendo in tutta l'Europa, e non pare che i nostri attuali governanti ne traggano insegnamento e neppure le sinistre (mi pare) si stanno impegnando a frenare questa corsa al disastro, che - tra l'altro - come in Francia fa crescere la destra, nel senso che cresce una disperazione popolare che ha sempre meno fiducia in una sinistra succube dell'austerità risanatrice.

Certo, c'è il debito pubblico e i debiti si debbono pagare. Ma c'è modo e modo di pagarli ed è forte il pericolo che queste imposizioni sul pagamento del debito blocchino la crescita e portino al tanto temuto default. Insomma siamo in una situazione nella quale Monti dice «no al keynesismo vecchio stile». E nel contempo l'altro Mario, Mario Draghi, dice giustamente che ci vuole «subito un patto per la crescita. Troppe tasse creano recessione».

Mio nonno, che non sapeva chi fosse Keynes, mi ripeteva: «Miseria fa crescere miseria». Parole sante e, aggiungo, che il rigore tende ad avvicinarci al rigor mortis. Insomma sarebbe ora di avere il coraggio di finirla con i miti rigoristici e suicidi.

Valentino Parlato
27/4/2012
www.ilmanifesto.it

Una tassa che colpisce i più deboli, mentre i grandi costruttori restano fuori. Per chi ha comprato casa, dopo 30 anni di risparmi, sarà come pagare il fitto per vivere a casa sua

IMU, CORNUTI E MAZZIATI
Un tempo c’era l’Ici, poi abolito. Oggi arriva l’Imu. Forse Berlusconi aveva illuso gli italiani? Lo abbiamo chiesto a Ferruccio Sansa, che recentemente, insieme a Claudio Gatti, ha scritto “Il Sottobosco – berlusconiani, dalemiani, centristi uniti nel nome degli affari” (Chiarelettere).

Berlusconi aveva vinto le elezioni anche grazie a questo suo cavallo di battaglia, questo slogan “Aboliremo l’Ici“, e noi italiani gli siamo subito corsi dietro dimenticandoci che l’Ici era una tassa che ovviamente non fa piacere a nessuno pagare, perché a nessuno fa piacere pagare le tasse. Dimenticammo, però, che l’Ici si traduceva in servizi che arrivavano a noi: scuole, trasporti, servizi sociali. Berlusconi però tagliò le tasse, soprattutto quelle che andavano agli enti locali. E lo fece perché gli enti locali erano amministrati, spesso, dal centro-sinistra. Tagliando queste tasse ci siamo trovati a vivere in un Paese dove le scuole in cui vanno i nostri figli sono sempre peggiori e le insegnanti sono costrette a fare i salti mortali per garantire un servizio decente. Ecco, questo era l’Ici: era le scuole dove noi mandiamo i nostri figli, era i servizi sociali per chi aveva bisogno, era i trasporti per chi vuole andare a lavorare. Questo era l’Ici e Berlusconi l’ha tagliato e lo ha tagliato con una manovra che era evidentemente destinata poi a scontrarsi con la realtà. Oggi gli enti locali sono in miseria.

Ora Monti lo reintroduce, però chiamandolo Imu…

Era quasi inevitabile visto che Berlusconi per anni ha evitato di ammettere la presenza della crisi. Ma se era inevitabile che il Governo Monti mettesse delle altre tasse, è pur vero che questo governo sta andando a prendere soldi dove sono capaci tutti a prendere. Questo governo, anziché combattere l’evasione che potrebbe da sola garantire 10 manovre del governo, è andato a prendere ai soliti che dichiarano, ai soliti che non possono farsi schermo di società o che non possono nascondersi in società che sono magari in paradisi fiscali. Il risultato è che questa tassa ha un risultato paradossale: ormai dobbiamo pagare l’affitto, l’equivalente di un affitto, per vivere in casa nostra. Ci sono persone che sono riuscite, dopo decenni di risparmi, a comprare una casa per sé e per i propri figli e adesso si trovano nella condizione di non riuscire a mantenerla e si trovano in una condizione in cui l’immobile che hanno comprato, proprio per queste tasse, per la politica che sta facendo il governo, varrà sempre meno. Uno per 20/30 anni ha risparmiato ogni giorno, ogni mese per riuscire i comprarsi la casa, la paga 100, dopo due anni gli vale 60 e addirittura deve pagarci un Imu. Oggi ci sono famiglie che con tanti figli a carico non sanno come pagare, non hanno i soldi, c’è poco da fare.

Ma poi quest’Imu non pare brillare per equità… O no?

Hanno iniziato a parlare di Imu qualche mese fa. Adesso, piano piano, dopo che è stata digerita dalla gente questa amara pillola, la pillola viene caricata nel dosaggio doppio. Addirittura si parla di un Imu ancora più alta per le seconde case sfitte e poi ecco che spuntano ancora una volta le solite esenzioni per i soliti privilegiati: c’è chi presenta emendamenti dicendo che i grandi costruttori che hanno decine di case vuote, non dovranno pagare l’Imu. Allora ecco che chi paga oltre a essere cornuto è anche mazziato!

 Anche in questo caso viene fuori quello che è il grande male di questo paese, che il Governo Monti non ha assolutamente sanato. La storia dell’Imu non è assolutamente l’unica, pensiamo alla questione delle barche e degli yacht di cui abbiamo parlato anche su Il Fatto quotidiano, era stata avanzata questa proposta di una tassa per cercare di colpire quelli che non venivano colpiti. Ricordiamoci che c’è chi ha degli yacht da 60/70 metri, evade l’Iva da un miliardo di Euro l’anno complessivamente, con le bandiere del Panama, delle Cayman e dei vari paradisi fiscali. La proposta era di tassarli, ma è stata cambiata alla chetichella, senza che nessuno se ne accorgesse. E ora la tassa colpirà i possessori di barche con la bandiera italiana, cioè quelle delle persone che magari hanno una barca più piccola, magari una barca vecchia che vale 4 soldi, che hanno comprato come passione della loro vita. Mentre quelli che hanno lo yacht di 60/70 metri, mettono la bandiera delle Cayman sono felici, contenti e non pagano nulla.

Al di là del danno e del sacrificio enorme che impone l’Imu, il grandissimo danno che fanno queste misure è che oltre a non essere giuste, consumano la fiducia, quel poco che resta nei confronti dello Stato.

27/04/2012

26 aprile 2012

O c'è il rigore o c'è la crescita, è bene parlar chiaro, l'esempio della Grecia serva almeno come monito.

La Francia contro Sarkozy, Merkel, Monti e… Napolitano
Nonostante i filtri del palazzo e del sistema informativo italiano, il messaggio delle elezioni francesi è chiaro. Da sinistra e anche da destra si dice basta con l’Europa delle banche, della finanza e dell’austerità. E il sistema finanziario l’ha capito subito e ha automaticamente reagito facendo salire lo spread e calare le borse. Non sappiamo se alla fine la sinistra vincerà. Se dovesse succedere e se, cosa non scontata, Hollande dovesse mantenere i suoi programmi, si aprirebbe finalmente la crisi di quell’Europa che ci sta dissanguando.
Le elezioni francesi infatti sono avvenute all’insegna della messa in discussione dell’innalzamento dell’età pensionabile, della flessibilità del lavoro, delle delocalizzazioni, e – ultimo ma non da ultimo – del pareggio di bilancio e dell’accordo di rigore e austerità che, con il nome di fiscal compact, sta imprigionando nella catastrofe economica tutta l’Europa.
Per essere ancor più chiari i francesi hanno votato contro la politica economica del loro Presidente, che è la stessa del governo italiano di unità nazionale. Politiche che poi nascono dalle scelte di fondo e dagli indirizzi del governo tedesco, della signora Merkel, e della Banca centrale europea, guidata da Mario Draghi. E’ questa Europa delle banche e della finanza, dell’austerità e del rigore, che sta esplodendo nelle proprie contraddizioni, come dimostra anche la crisi del governo Olandese e come mostreranno tutte le prossime elezioni, a partire da quelle greche. E’ l’Europa della dittatura delle banche che viene contestata dai suoi popoli e quest’onda di contestazione arriverà anche in Italia.
Se si vuole qui da noi apprendere qualcosa dalla lezione francese bisogna allora cominciare a dire che il sistema politico e istituzionale che sostiene il governo Monti è l’avversario da battere. In Italia abbiamo un governo indicato dallo spread e nominato dal Presidente della Repubblica. Come è utile ricordare, fu il capo dello Stato a negare il ricorso alle urne dopo il crollo di Berlusconi. L’argomento principale era che l’aumento dello spread sui titoli di stato avrebbe travolto l’Italia. Oggi lo spread risale. In tutta Europa ogni elezione, ogni crisi politica diventa occasione per speculazioni finanziarie. O vota lo spread, o votano i cittadini, questa è l’alternativa secca che oggi è di fronte ai popoli europei. Il peccato originale del governo Monti e della scelta del Presidente delle Repubblica può essere rimosso quindi solo ripristinando la democrazia e mandando a casa una classe politica che si è piegata ai voti della finanza. Nessun trasformismo, nessun gattopardismo della ultima ora sarebbe a questo punto tollerabile. Il governo tecnico è nato per attuare in Italia i dettami della signora Merkel e della finanza internazionale. Se davvero si vuol cambiare, i professori debbono essere rimandati al loro mestiere e chi ha voluto questo governo deve democraticamente pagare il prezzo di questa scelta disastrosa.
Giorgio Cremaschi
www.rifondazione.it

16 aprile 2012

APPELLO ALLA MAGGIORANZA DELLA CGIL IN DIFESA DELL'INTEGRITA' DELL'ART. 18

art. 18: firma anche tu !!!
le adesioni vanno inviate a: rsursaindifesalegge300@gmail.com oppure puoi firmare la petizione on line su: http://www.petizionepubblica.it/?pi=art18

«no all'imbroglio sull'articolo 18»
I sottoscritti Rappresentanti Sindacali CGIL chiedono a Susanna Camusso e alla Segreteria Nazionale CGIL di modificare il parere positivo espresso in merito al DDL sul Mercato del Lavoro, relativamente alle modifiche apportate all’articolo 18.


Siamo davanti ad una controriforma che, e sono parole del Presidente del Consiglio, rende la reintegra nel posto di lavoro un caso estremo e raro, assai improbabile nella sua applicazione concreta.

La segreteria della Cgil quindi sbaglia profondamente e compromette una battaglia per il lavoro che è tanto più necessario nel momento in cui la crisi si aggrava.

La sostanza del provvedimento è che l'articolo 18 viene scardinato, rendendo la reintegra nel posto di lavoro l'ultima ed estrema soluzione in caso di licenziamento ingiusto. La nuova legge renderà possibile licenziare senza la reintegra, concedendo solo un piccolo indennizzo.

Siamo convinti che la stragrande maggioranza degli iscritti della Cgil non siano d’accordo con la loro segreteria, che accetta questa drastica riduzione della tutela dei lavoratori.

Inoltre il provvedimento non riduce la precarietà, non rende universali per tutte le forme di lavoro e per tutte le imprese gli ammortizzatori sociali e il sostegno al reddito.

Continuiamo a riconoscerci nelle parole d’ordine che la CGIL ha riportato sui moduli per la raccolta delle firme per difendere l’Articolo 18:
“Il lavoro non è una merce “
“Salviamo la dignità del lavoro e delle persone che lavorano”
“Il lavoro non può essere usa e getta”

La mobilitazione va ripresa in ogni posto di lavoro, gli scioperi che vengono mantenuti devono diventare scioperi contro la truffa sull’articolo 18 e la controriforma sul lavoro, il Direttivo CGIL del 19 deve confermare lo Sciopero Generale in difesa dell'Articolo 18.

RSU/RSA in difesa dello Statuto dei lavoratori

Diffondi  l'appello

15 aprile 2012

Lorsignori lavorano senza tregua per un’estensione micidiale della precarietà anche delle generazioni degli adulti e persino degli anziani. Quale risposta?

La “Riforma” Monti: il lavoro è una merce. Approfondimento per attrezzarsi e lottare...
La “riforma” del lavoro del governo Monti rappresenta un altro gravissimo tassello della destrutturazione dei diritti e della controriforma in atto del modello sociale. Il suo segno è complessivamente regressivo: per la manomissione e lo svuotamento dell’articolo 18, per gli interventi che vengono fatti sugli ammortizzatori sociali, per quelli relativi alle tipologie contrattuali.

Il disegno che ne emerge è un disegno organico di ulteriore precarizzazione del mondo del lavoro che coinvolgerà in particolare le fasce dei lavoratori adulti/anziani, in un mix micidiale con la controriforma delle pensioni. Un disegno non evidenziato a sufficienza da un dibattito pubblico inquinato dai molti elementi di propaganda e di vera e propria falsificazione.

1. LA MANOMISSIONE DELL’ARTICOLO 18.

L’articolo 18 viene svuotato perché è manomesso in radice il suo principio fondante. Quel principio sanciva con una logica elementare, che se un licenziamento viene giudicato illegittimo, il lavoratore ha il diritto ad essere reintegrato nel proprio posto di lavoro. Una volta che il licenziamento era giudicato illegittimo cioè non contava più la motivazione che l’impresa aveva addotto per giustificarlo, ma il giudizio di illegittimità. Come logica vorrebbe.

Con la “riforma” Monti, è la logica invece a non contare più. Anche se il licenziamento viene giudicato illegittimo infatti, le motivazioni addotte dall’impresa per giustificarlo continuano a valere e servono per differenziare le tutele del lavoratore.

I casi in cui scatta la reintegra diventano quantitativamente residuali ed alle imprese viene data la possibilità di scegliere la motivazione che rende più agevole la possibilità di licenziare. La reintegra da regola che era, diventa dunque eccezione, caso “estremo e improbabile” per citare lo stesso Monti.

In dettaglio:

1. Solo nel caso di licenziamento discriminatorio si mantengono le tutele preesistenti secondo la più generale normativa antidiscriminatoria che prevede la nullità del licenziamento e la reintegra del lavoratore. Va ricordato che i casi in cui il giudice può dimostrare il licenziamento discriminatorio (per motivi di sesso, “razza”, credo religioso, politico, sindacale ecc.) sono rarissimi, come è dimostrato statisticamente. L’onere della prova è infatti in capo alla lavoratrice o al lavoratore, che può dimostrare la discriminazione sostanzialmente solo nei casi in cui un datore di lavoro sia così poco accorto da dichiararla, con una sorta di autodenuncia. Un recente studio della Cgil Toscana ha quantificato i licenziamenti discriminatori nell’1,2% del totale dei licenziamenti riconosciuti come illegittimi nel 2011.

2. Nel caso di licenziamento cosiddetto “disciplinare” che viene cioè motivato con il comportamento della lavoratrice o del lavoratore, il ddl Monti prevede la reintegra in soli tre casi: quando sia accertato che il fatto imputato al lavoratore non sussiste o che il lavoratore non l’ha compiuto o laddove il contratto prevede esplicitamente che quel fatto deve essere punito con una sanzione minore. Per il resto “il giudice, nelle altre ipotesi in cui accerta che non ricorrano gli estremi del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa addotti dal datore di lavoro, dichiara risolto il rapporto di lavoro... e condanna il datore di lavoro al pagamento di un’indennità risarcitoria..” Dunque anche se il giudice valuta che il licenziamento è ingiustificato, non può ordinare la reintegra ma è obbligato a disporre l’indennizzo. Una norma di questa natura è una sorta di incentivo a che le imprese “ci provino”. E’ utile sottolineare che anche in questo caso siamo di fronte alla limitazione fortissima anche da un punto di vista quantitativo della possibilità della reintegra (Nanni Alleva stimava i casi riconducibili alle tre tipologie “pure” per cui è prevista la reintegra in un decimo del totale).

3. Il terzo caso è quello del licenziamento per motivi “oggettivi” cioè economici o organizzativi. La reintegra in questi casi sarà possibile solo a fronte della “manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento”. Come è stato sottolineato questa plateale insussistenza è sostanzialmente impossibile da provare. E in pratica si traduce nella necessità di dimostrare che il licenziamento è discriminatorio, con un onere della prova di fatto scaricato sul lavoratore. Anche nel caso si riuscisse a capire in cosa si concretizza la “manifesta insussistenza” e a dimostrarla, la reintegra è solo possibile, a discrezione del giudice, e non obbligatoria. Il giudice “può” ordinarla ma anche disporre l’indennizzo. Mentre in tutti gli altri casi, anche se è accertato che per il licenziamento “non ricorrono gli estremi del predetto giustificato motivo” il giudice può solo disporre l’indennizzo. Il licenziamento a cui il datore di lavoro apporrà l’etichetta del motivo “oggettivo” si configura insomma come la corsia preferenziale per disfarsi dei lavoratori indesiderati.

4. E’ stato sottolineato giustamente come la “riforma” Monti non intervenga solo sui licenziamenti individuali, ma anche sui licenziamenti collettivi, cioè superiori a 5 persone. Il rispetto delle procedure definite dalla legge 223/91 è in questo caso uno degli elementi di garanzia più importanti per le lavoratrici e i lavoratori. Ora la “riforma” dispone che un accordo sindacale possa “sanare” i vizi della comunicazione che avvia la procedura di licenziamento collettivo, e sostituisce all’obbligo di reintegra in caso di violazione delle procedure, la possibile alternativa tra reintegra e indennizzo.

Vanno fatte infine due ulteriori considerazioni.

La prima riguarda l’introduzione di un altro elemento: l’obbligo del tentativo di conciliazione unito alla previsione che il risarcimento per il lavoratore che riuscisse ad ottenere il reintegro “non potrà essere superiore a dodici mensilità della retribuzione”, scoraggia con tutta evidenza dal perseguire la strada del reintegro e spinge ad accettare la monetizzazione del licenziamento. Se viene indubbiamente prevista infatti un’accelerazione dei tempi della giustizia, il protrarsi di un processo oltre i dodici mesi è eventualità tutt’altro che impossibile, che graverà sulle spalle del lavoratore ingiustamente licenziato. Chiamato a supplire anche agli oneri dell’inefficienza dello stato!

La seconda considerazione riguarda il lavoro pubblico. La “riforma” rinvia a specifiche iniziative normative “gli ambiti, le modalità e i tempi di armonizzazione”. Ma c’è qualcuno che crede davvero che il pubblico impiego possa restare fuori? Per il governo è stato tutto sommato relativamente semplice, cioè relativamente privo di opposizione, estendere le modifiche drasticamente peggiorative delle pensioni di vecchiaia dalle lavoratrici pubbliche a quelle private, dopo che si era giurato e spergiurato che l’allungamento dell’età pensionabile sarebbe restato circoscritto al pubblico impiego. Non è difficile immaginare quanto possa essere facile l’operazione opposta, dal privato al pubblico. Non solo per la natura già privatistica del rapporto di lavoro, ma per il senso comune diffuso che anche ingiustamente, vede comunque il settore pubblico come luogo di privilegi. Livellare al ribasso non sembra davvero un’operazione difficile, una volta che la “riforma” sia passata.

La manomissione dell’articolo 18 c’è ed è pesantissima dunque. E tutto questo sta in un rapporto organico con le altri parti: quella relativa alla riforma degli ammortizzatori sociali e quella relativa alle tipologie contrattuali. Il disegno di legge, su questi punti è persino peggiorativo rispetto alle linee guide presentate precedentemente da Fornero, ma già in quel testo era più che evidente la regressione complessiva che si prospettava. La descrizione che è stata avanzata da più parti, di un intervento positivo al 90% e problematico “solo” sul punto dei licenziamenti è totalmente falsa.

2. GLI AMMORTIZZATORI SOCIALI

Il sistema previsto dalla riforma Monti è organizzato a regime su due pilastri: le tutele in costanza del rapporto di lavoro e quelle in caso di cessazione del rapporto di lavoro. Le conseguenze della “riforma” sono riassumibili nella riduzione secca della durata delle tutele che si combina con gli effetti della controriforma delle pensioni in un mix micidiale, mentre lo sbandierato allargamento della platea dei beneficiari è sostanzialmente inesistente. Ed è davvero insostenibile parlare di universalizzazione degli strumenti di sostegno.

A. Per quel che riguarda le tutele in costanza del rapporto di lavoro sono previste la cassa integrazione ordinaria e quella straordinaria per crisi e ristrutturazione. Viene invece abolita la cassa straordinaria per cessazione di attività connessa a procedure fallimentari e viene abolita la cassa integrazione in deroga che è sostituita dall’istituzione di fondi di solidarietà bilaterali presso l’Inps. La cassa in deroga viene mantenuta nella fase transitoria, fino a tutto il 2016 con finanziamenti dalla fiscalità generale di  1 miliardo per il 2013 e 1 per il 2014, 700 milioni per il 2015,  400 milioni per il 2016.

L’abolizione della Cigs connessa a procedure fallimentari accorcia i tempi delle tutele per i lavoratori che potranno contare in luogo dei precedenti 12 o 24 mesi per la Cigs, sui 12 mesi di Aspi elevabili a 18 in caso siano ultra 55enni. La diminuzione dei tempi diventa micidiale poiché si somma agli effetti dell’eliminazione della mobilità. L’indennità di mobilità notoriamente varia a seconda dell’area geografica e dell’età del lavoratore da un minimo di 12 mesi ad un massimo di 36 nel centro-nord, da un minimo di 24 ad un massimo di 48 nel sud.

Dunque in una regione come la Toscana il mix dell’abolizione della Cigs per cessazione di attività per procedure fallimentari e della mobilità abbassa il periodo di tutela che oggi va da un minimo di 24 mesi ad un massimo di 60 mesi, ai 12 mesi dell’Aspi elevabili a 18 per gli ultracinquantacinquenni. Fino a 4 anni in meno, che diventano 5 in una regione come la Campania.

Ovviamente è previsto una fase di transizione, a tutele calanti, fino alla nuova situazione a regime.

La soppressione della cassa integrazione in deroga per i settori non coperti e la sua sostituzione con i fondi di solidarietà bilaterali costituiti presso l’Inps è l’altra modifica significativa che viene fatta.

La cassa in deroga ( finanziata dalla fiscalità generale per il  60%  e con fondi europei da parte delle Regioni per il restante 40%) aveva un problema evidente di incertezza e discrezionalità, ma il nuovo meccanismo è negativo per più di un aspetto.

In primo luogo, i fondi pur essendo privi di personalità giuridica ed essendo definiti come “gestioni dell’Inps” si pongono come evidente transizione verso il modello più generale della bilateralità, quello che ha l’obiettivo di trasferire parti crescenti del welfare dalla garanzia e gestione pubblica a quella bilaterale di imprese e sindacati, privatizzando il welfare e mutando anche per questa via il ruolo delle organizzazioni sindacali. Nel caso specifico, l’abolizione della cassa in deroga non diventa occasione per istituire strumenti generali a carico della fiscalità generale come il reddito sociale minimo, in una divisione di ruolo limpida tra tutele finanziate dai contributi di imprese e lavoratori e le garanzie pubbliche universaliste e non discrezionali. Semplicemente il contributo pubblico al sostegno al reddito non esiste, il meccanismo assicurativo è l’unico previsto con i fondi obbligati al pareggio di bilancio, e viene prefigurata una gestione degli ammortizzatori sociali affidata alla bilateralità.

In secondo luogo i fondi (istituiti entro il 2013 da accordi tra sindacati e imprese, o in assenza di accordo, dallo stato in forma residuale, fermo restando il meccanismo contributivo per il loro finanziamento) configurano tutele diverse a secondo dei settori e non garantiscono le tutele per le lavoratrici e i lavoratori delle imprese con meno di 15 addetti, essendo obbligatori solo al di sopra di tale soglia.

Per quel che riguarda la cassa integrazione l’unico “ampliamento” della platea dei beneficiari è in realtà limitato al fatto che una serie di settori (attività commerciali e turistiche con più di 50 dipendenti, imprese di vigilanza con più di 15, trasporto aereo e sistema aeroportuale) per cui ogni anno veniva finanziata la deroga, entrano invece a far parte strutturalmente del sistema di ammortizzatori sociali.

B. Per quel che riguarda le tutele in caso di cessazione del rapporto di lavoro, vengono abolite l’indennità di mobilità e le diverse forme di indennità di disoccupazione (ordinaria non agricola, a requisiti ridotti, speciale edile) che confluiranno nell’ASPI e nella mini Aspi.

Come si è già detto l’eliminazione della mobilità comporta una riduzione micidiale della durata del sostegno al reddito. Fino ad oggi le lavoratrici e i lavoratori che usufruivano della mobilità erano coperti per un periodo di 12 mesi, elevato a 24 per i lavoratori da 40 a 50 anni, e a 36 per gli ultracinquantenni, nel centro nord. Per i lavoratori delle aziende ubicate a sud le coperture, sempre in relazione all’età dei lavoratori, andavano invece da 24 a 36 a 48 mesi. L’Aspi dura 12 mesi, elevabili a 18 per gli ultracinquantacinquenni.

Una riduzione della durata certo non commensurabile con il modesto incremento che si registra con il passaggio dall’indennità di disoccupazione ordinaria all’Aspi (più 4 mesi fino a 50 anni, stessa durata da 50 a 55 anni, più 6 mesi oltre i 55 anni).

Va anche evidenziato come con la diminuzione dell’indennità del 15% dopo i primi 6 mesi, tutte le retribuzioni basse ( quelle entro i 1500 euro lordi al mese) vedono diminuire l’indennità percepita nel corso dei 12 mesi, con un ulteriore abbassamento per gli ultra55enni per cui c’è un abbassamento del 30% rispetto al primo importo (mentre oggi la penalizzazione era solo del 20% dal secondo anno di mobilità).

L’estensione della platea dei beneficiari che l’introduzione dell’Aspi comporterebbe è inoltre pura propaganda. La platea è sostanzialmente la stessa, dato che le sole tipologie a cui l’Aspi viene estesa rispetto alla vecchia indennità di disoccupazione, sono gli apprendisti e gli artisti.

Resta fuori tutto il falso lavoro autonomo, i para-subordinati, e gran parte del lavoro dipendente a tempo determinato. L’Aspi è esclusa per le partite IVA, l’associazione in partecipazione, il lavoro a progetto, i voucher, il lavoro a chiamata...

Ma resta fuori anche gran parte del lavoro dipendente a tempo determinato in virtù di requisiti d’accesso che restano identici a quelli previsti per la vecchia indennità di disoccupazione. Per il lavoro precario, il doppio requisito dei due anni di iscrizione all’Inps e delle 52 settimane di contributi versati nel biennio, restano infatti in larga parte soglie irraggiungibili. Lo studio con cui la Cgil aveva accompagnato poco più di un anno fa la presentazione della propria proposta di riforma degli ammortizzatori sociali, aveva quantificato in circa la metà del totale dei lavoratori a termine, la quota di esclusi dall’indennità di disoccupazione.

Per questi ci sarà forse la mini Aspi equivalente della disoccupazione a requisiti ridotti, per chi ha almeno 13 settimane di contribuzione, con una durata pari alla metà della contribuzione dell’ultimo biennio.

Mentre per i collaboratori a progetto viene resa strutturale l’una-tantum già prevista, una sorta di “mancia” con requisiti di accesso iper-selettivi.

3. L’EFFETTO CONGIUNTO DELLE “RIFORME” DEGLI AMMORTIZZATORI SOCIALI E DELLE PENSIONI.

La “riforma” del lavoro prevede la possibilità di accordi sindacali di incentivo al pre-pensionamento dei lavoratori più anziani, totalmente a carico delle imprese, per quei lavoratori che nei 4 anni successivi al licenziamento raggiungano i requisiti per la pensione. La possibilità per l’appunto, che assai difficilmente si tramuterà in una strada effettivamente percorribile! Pare davvero difficile convincere un padrone a farsi carico per 4 anni del pagamento della pensione dei lavoratori, contributi compresi, in maniera assolutamente volontaria!

Nel frattempo è utile citare un paio di esempi degli effetti del combinato disposto riforma delle pensioni/ riforma degli ammortizzatori sociali contenuti in un recente lavoro della CGIL Toscana.

1° esempio.

Prima del governo Monti: un lavoratore di 57 anni di età e 32 di contributi, collocato ad ottobre 2010 in cigs per un anno e successivamente in mobilità per 3 anni avrebbe avuto diritto alla pensione nel 2014 a 61 anni di età.

Con la nuova riforma pensionistica non avrebbe raggiunto alla fine della mobilità, i 42 anni e 6 mesi previsti per la pensione anticipata. Dovrà pagarsi i versamenti o attendere la pensione di vecchiaia a 67 anni. Senza stipendio per 6 anni.

Con i nuovi ammortizzatori sociali: se avesse avuto solo l’Aspi per 18 mesi, alla fine della stessa avrebbe dovuto pagarsi i contributi volontari per raggiungere i 42 anni e 1 mese di contributi, oppure attendere la pensione di vecchiaia nel 2020 a… 67 anni. Senza stipendio per 8 anni e 4 mesi.

2° esempio

Prima del governo Monti: una lavoratrice di 56 anni di età e 28 anni di contributi al 2010, collocata ad ottobre 2010 in Cigs per 1 anno e poi in mobilità per 3 anni, avrebbe avuto diritto alla pensione di vecchiaia nel 2014 a 60 anni di età e 32 di contributi.

Con la nuova riforma pensionistica: non avrebbe raggiunto alla fine della mobilità i 63 anni e 9 mesi previsti per la pensione di vecchiaia nel 2014. Andrà in pensione nel 2021 a 67 anni e 2 mesi. Senza stipendio per 7 anni.

Con i nuovi ammortizzatori sociali: se avesse avuto solo l’Aspi per 18 mesi, alla fine della stessa dovrà attendere la pensione di vecchiaia nel 2021. Senza stipendio per 8 anni e mezzo.

In conclusione

Gli esempi mettono a confronto le due situazioni a regime. Nel mezzo ci sono le misure di attenuazione degli effetti delle “riforme” previste per gestire la transizione. Ma la modifica strutturale che si produce, con tutta evidenza ridisegna la società nel profondo. L’esito è la precarizzazione della vita in ogni età e per ogni generazione. Ed alla domanda su dove si collocheranno le lavoratrici e i lavoratori espulsi dai luoghi di lavoro, senza tutele, e lontanissimi dall’accesso alla pensione, risponde la riforma delle tipologie contrattuali che poco o niente ha a che vedere con la riduzione della precarietà dei giovani e molto invece con la gestione della precarizzazione degli adulti/anziani nel generale e fortissimo abbassamento delle tutele e dei salari.

4. LE TIPOLOGIE CONTRATTUALI.

La propaganda di Fornero e Monti, ma anche del PD e perlomeno fino ad una certa data, della stessa CGIL ha descritto questa parte della “riforma” come quella “progressiva” seppure in maniera insufficiente. A questa valutazione hanno concorso oltre agli elementi propagandistici, una sorta di ipertrofia del dettaglio che ha fatto velo ad una analisi più complessiva delle dinamiche del sistema.

La prima osservazione che va fatta riguarda allora il fatto che i diversi tipi di contratti nel concreto dei processi sociali non operano come sistemi chiusi e statici, ma come sistemi comunicanti e dinamici. Detto in altri termini o l’intervento è tale da ridisegnare effettivamente il sistema nel senso della radicale riduzione della giungla contrattuale oppure, se una tipologia contrattuale viene resa più garantita ma accanto ad essa continua a sopravvivere un rapporto di lavoro meno tutelato, quella via diventerà perlomeno in una certa misura, il contratto preferito dalle imprese. La retorica della “flessibilità buona” da contrapporre a quella “cattiva” andrebbe contrastata con la realtà della moneta cattiva che scaccia quella buona.

Dunque il fatto che le 46 tipologie di contratto restino tutte è in certo modo decisivo rispetto al giudizio anche su questa parte della riforma. Da osservare comunque nei dettagli almeno per quel che riguarda le tipologie principali.

I RAPPORTI “ATIPICI” DI LAVORO AUTONOMO O PARASUBORDINATO.

L’associazione in partecipazione.

L’associazione in partecipazione con mero apporto di lavoro (cioè il fatto che il lavoro dipendente venga camuffato da partecipazione all’impresa a cui si contribuisce mettendo a disposizione il proprio nudo lavoro), era la tipologia per cui la prima versione della “riforma” prevedeva un intervento di un qualche significato. L’ipotesi presentata nelle linee-guide, se non la eliminava del tutto la circoscriveva fortemente, limitandola al coniuge e ai parenti di primo grado. Ora l’associazione in partecipazione viene nuovamente estesa a tre associati, più coloro che sono legati da rapporto coniugale, di parentela entro il terzo grado e affinità entro il secondo. Questo consente di utilizzare questa tipologia al posto del lavoro dipendente ad esempio in esercizi commerciali anche di una certa dimensione, coprendo i turni necessari, come già avviene.

La partite IVA.

Sulle partite Iva resta il meccanismo “a scale” previsto nelle linee guida. La partita Iva, se ricorrono una serie di presupposti, si presume collaborazione coordinata e continuativa. A loro volta le collaborazioni coordinate e continuative possono trasformarsi in un rapporto di lavoro subordinato. Non è data la possibilità di trasformazione diretta. Inoltre i casi in cui da partita Iva si può passare a collaborazione, per cui nella prima versione era sufficiente ricorresse uno solo dei tre presupposti indicati nel testo, ora prevedono almeno la presenza di due requisiti, indicati in una durata superiore ai sei mesi, nel fatto che i corrispettivi costituiscano più del 75% di quanto percepito nell’anno solare, e nell’utilizzo di una postazione di lavoro presso la sede del committente. Restano fuori da questa possibilità di trasformazione le attività professionali per il cui esercizio è necessaria l’iscrizione ad un albo.

Il lavoro a progetto.

Per quel che riguarda il contratto a progetto il testo introduce requisiti più rigidi: che il progetto non possa ricalcare l’oggetto sociale del committente, che non possa comportare lo svolgimento di compiti meramente esecutivi o ripetitivi, che non possa riguardare attività svolte con modalità analoghe a quelle dei dipendenti dell’impresa committente.

Ovviamente non è stato oggetto nemmeno di discussione la possibilità per distinguere il vero dal falso lavoro autonomo, di indicare come criterio idenitificativo del lavoro dipendente la cosiddetta “doppia alienità”: dei mezzi di produzione e del risultato utile della prestazione.

Dunque queste tipologie di lavoro continueranno ad essere utilizzate per coprire la realtà di rapporti di lavoro subordinato. Inoltre il fatto che non siano state almeno agganciate ai minimi retributivi del lavoro dipendente, non solo le continuerà a configurare come le forme di lavoro da sottopagare, ma l’incremento dei contributi dal 27 al 33% nel 2018, verrà scaricato, come già avvenuto in passato sui lavoratori.

IL LAVORO DIPENDENTE.

L’apprendistato.

Si è fatto un gran parlare dell’apprendistato come del canale di accesso privilegiato dei giovani nel mondo del lavoro.

Vale intanto la considerazione fatta all’inizio: nel perdurare di tutte le altre tipologie di lavoro, la scelta dell’apprendistato è una, soltanto una, delle tipologie a cui si può ricorrere, nell’ampio menù che continua ad esistere.

Il testo della “riforma” inoltre pare contenere elementi peggiorativi rispetto alle norme preesistenti prefigurando una sorta di uso dell’apprendistato - particolarmente favorevole per gli sgravi contributivi e i vantaggi retributivi di cui gode - per sostituire le residue assunzioni con rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato, quello che dovrebbe essere il rapporto “normale”. Non pare essere altro il significato della norma che innalza il rapporto tra apprendisti e lavoratori qualificati, dall’1 a 1, previsto dal testo unico sull’apprendistato approvato poco tempo fa, al 3 a 2 che prevede la “riforma”. Non solo, mentre il testo iniziale stabiliva che l’assunzione di nuovi apprendisti fosse subordinata alla prosecuzione del rapporto di lavoro, al termine dell’apprendistato, della metà degli apprendisti assunti nei tre anni precedenti, ora questo viene dilazionato per tre anni, durante i quali il vincolo di “stabilizzazione” è abbassato al 30%.

Vale infine la pena di notare come sul terreno contrattuale si stiano determinando accordi che svuotano totalmente i cosiddetti contenuti formativi dell’apprendistato, come l’accordo separato con Assolavoro, non firmato dalla Cgil, che prevede la somministrazione degli apprendisti su più imprese!

Il lavoro a termine e in somministrazione.

E’ dalle modifiche introdotte sul lavoro a termine e in somministrazione (ex-interinale) che però emerge con maggiore chiarezza il disegno organico del governo Monti. Alla faccia di tutte le dichiarazioni sul contrasto alla precarietà e sul lavoro a tempo indeterminato come forma “comune” di rapporto di lavoro, si introducono una serie di modifiche profondamente regressive. In parte nel testo della “riforma”, ed in parte con il decreto del governo che ha recepito la direttiva europea sul lavoro interinale, varato a marzo, fuori dai tavoli di confronto.

Nel primo caso il modesto incremento contributivo sul lavoro a termine, viene accompagnato dalla eliminazione della causale finora necessaria, per il “primo rapporto a tempo determinato di durata non superiore a sei mesi, concluso tra un datore di lavoro o utilizzatore e un lavoratore, per lo svolgimento di qualunque tipo di mansione.” Sparisce dunque la necessità di giustificare l’instaurazione del contratto a termine in base a ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo, e il tempo determinato si “giustifica” dunque solo per l’elemento ricattatorio della scadenza del contratto. Per come è scritta la norma inoltre, questo primo rapporto privo di causali pare essere reiterabile senza limiti per lo stesso lavoratore, in un’altra mansione o con un'altra impresa. Va ricordato che fino ad oggi l’insussistenza di quelle ragioni che dovevano essere comunicate in forma scritta, era motivo di nullità del termine.

Per quel che riguarda il lavoro interinale, il decreto che il governo ha fatto, al di fuori dalla trattativa, fa di peggio. Vengono eliminati sia le causali e dunque l’obbligo di fornire i motivi del ricorso al lavoro interinale, sia i tetti quantitativi previsti dai contratti, in tutti i casi in cui vengano assunti con contratto di somministrazione, una platea amplissima di soggetti: tutte le lavoratrici e i lavoratori percettori di ammortizzatori sociali da almeno 6 mesi e i lavoratori cosiddetti svantaggi e molto svantaggiati ai sensi del regolamento della comunità europea del 2008 (oltre a chi non ha un impiego da sei mesi, gli ultracinquantenni, i privi di diploma superiore, gli adulti soli con una o più persone a carico.. e i senza lavoro da 24 mesi che sono qualificati come molto semisvantaggiati.) Siamo al rilancio in grande stile del lavoro interinale, a cui è affidato il compito di ricollocare tutti i lavoratori espulsi, nella crisi, dai processi produttivi e impossibilitati ad accedere all’ormai irraggiungibile pensione.

5. LE DONNE E LA “RIFORMA”.

Analizzare la “riforma” dal punto di vista delle conseguenze di genere richiede una riflessione più consistente di quella che si può fare in questo documento. Qui intanto si deve sottolineare come non ci sia nessun ripristino di una procedura realmente efficace contro le  “dimissioni in bianco”, diversamente da quanto affermato dalla propaganda di Fornero. Per altro verso  è davvero risibile presentare i 3 giorni retribuiti di congedo parentale che il padre lavoratore deve prendere entro i 5 mesi dalla nascita come uno dei modi per redistribuire i ruoli familiari! All’opposto, in uno dei paesi europei dove è più forte l’asimmetria di genere nel lavoro produttivo e di cura, i 3 giorni sono evidentemente  assai peggiorativi rispetto ai 15 richiesti dal Parlamento Europeo. Inoltre la “riforma” ha l’evidente obiettivo di spingere le donne lavoratrici a tornare subito al lavoro, ottenendo “in cambio” per 11 mesi dei voucher per la baby-sitter.  Con il che si chiude il cerchio, promuovendo il lavoro precario di altre donne piuttosto che l’incremento dei servizi.

IN CONCLUSIONE

La “riforma” del lavoro di Monti configura dunque complessivamente un quadro di profonda regressione. Come abbiamo continuato a ripetere, l’articolo 18 è il diritto su cui si fonda la possibilità di esercitare tutti gli altri diritti, di sottrarre le lavoratrici e i lavoratori al ricatto e all’asimmetria di potere nel rapporto di lavoro. Ed è assieme all’articolo 28 uno dei due pilastri su cui si fonda l’impianto dello Statuto dei Diritti dei Lavoratori.  La sua manomissione significa un salto di qualità dei processi di dominio e mercificazione del lavoro. Tanto più in un contesto segnato dai tanti gravissimi provvedimenti che sono intervenuti sul terreno del lavoro: dall’articolo 8 - i cui effetti micidiali non sono ancora visibili, ma stanno cominciando a manifestarsi, che scardina la contrattazione collettiva e l’intero corpo della legislazione a tutela del lavoro - all’espulsione della Fiom dai luoghi di lavoro, a cui si sta ponendo parziale rimedio non con provvedimenti generali, ma sul terreno giudiziario.  Né c’è nessuno “scambio” con le altre parti della riforma, come si è cercato di evidenziare. Il complesso degli interventi tra controriforma delle pensioni, intervento sugli ammortizzatori sociali e sulle tipologie contrattuali, disegna piuttosto un quadro in cui la risposta alla crisi, con  l’espulsione dai luoghi di lavoro e l’impossibile accesso alla pensione, si traduce in un’estensione micidiale della precarietà anche alle generazioni degli adulti ed anzi degli anziani. Il tutto ovviamente nel quadro delle scelte generali di politica economica assunte a livello europeo, del Fiscal Compact come della lettera della BCE. Quelle che stanno archiviando ciò che resta del modello sociale europeo: diritti del lavoro, welfare, democrazia.

Per quel che ci riguarda dunque l’impegno è quello di intensificare la mobilitazione per determinare la più ampia opposizione sociale e politica alla “riforma” del lavoro e alle politiche del governo.

Roberta Fantozzi
segreteria Rifondazione Comunista
15 aprile 2012
www.controlacrisi.org