28 marzo 2012

Ecco chi è il tecnico in macelleria sociale, dirigente FIAT nel periodo di tangenti a Craxi

Il passato scomodo di Monti
Di seguito pubblichiamo un interessante dossier redatto dallo "Slai-Cobas" (www.slaicobas.it) di Arese e Pomigliano, riguardante il lungo passato da dirigente della Fiat di Mario Monti, ovvero il suo "trampolino di lancio" verso i prestigiosi incarichi ricoperti nei più potenti gruppi dell'alta finanza (Goldman Sachs, la banca d'affari più potente del mondo, ma come vedremo di seguito non solo) dell'industria (ha collaborato, tra gli altri con la super-holding "Coca-Cola Company) e delle associazioni massoniche (fa parte di praticamente tutti i gruppi di potere, dalla Commissione Trilaterale al Bilderberg, passando per l'Aspen Institute, nonché altri gruppi minori)
Con la speranza, o forse l'illusione, che gli italiani capiscano che quel "sobrio nonnetto che va in Chiesa" forse più che un pacioso professore è uno spietato braccio operativo dei poteri forti mondiali...
Staff nocensura.com
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da un volantino redatto da SLAI-COBAS di Arese e Pomigliano


Mario Monti: dirigente FIAT dal 1979 al 1993.
NON SA NULLA DELLE TANGENTI DATE A CRAXI ?
Dopo il regalo dell'Alfa Romeo, la FIAT prese precisi impegni con lo Stato su Arese e Pomigliano: perché Monti non li fece rispettare?
Nessuno ne parla ma il bocconiano Mario Monti non è solo l'uomo delle banche e della finanza (prima COMIT e Generali e poi Goldman Sachs), ma è stato innanzitutto un “UOMO FIAT”. Monti ha fatto parte dei CdA della FIAT dall'età di 36 anni (1979) all'età di 50 anni (1993); dopodiché, dal '94 al 2004, è stato Commissario UE.
E alla FIAT non era un comprimario ma comandava:
· CdA Gilardini (FIAT) dal 1979 al 1983;
· CdA FIDIS (FIAT) dal 1982 al 1988;
· Cda e comitato esecutivo FIAT dal 1988 al 1993;
oltre a Mario Monti, facevano parte del comitato esecutivo FIAT Gianni e Umberto Agnelli, Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens.
Dal 1° gennaio 1987 la FIAT ha avuto in regalo l'Alfa Romeo dall'IRI (Prodi) e dallo Stato (Craxi, Andreotti, Amato, Darida, ecc..) impegnandosi per iscritto con il CIPI a mantenere i 40.000 lavoratori di Arese e Pomigliano e a pagare quattro soldi allo Stato con 5 comode rate annuali a partire dal 1993. Ma nel novembre 1993 riduce a 4.000 (e poi a zero) i lavoratori di Arese e così poi con Pomigliano. E mentre la FIAT ridimensiona e poi chiude l'Alfa, riceve 1.000 miliardi dallo Stato solo per costruire gratis lo stabilimento di Melfi. E in questi anni la FIAT, mentre si sbarazzava di 40.000 operai Alfa Romeo, ha ricevuto “aiuti” di Stato di 2mila miliardi di lire per Arese e altrettanti per Pomigliano.
TUTTO CIO' E' AVVENUTO GRAZIE ALLE TANGENTI PAGATE DALLA FIAT AI POLITICI.
E TUTTO CIO' E' AVVENUTO MENTRE MARIO MONTI ERA A CAPO DELLA FINANZA FIAT (FIDIS) ED ERA UNO DEI 5 MEMBRI DEL COMITATO ESECUTIVO DI TUTTA LA FIAT.
Per le tangenti FIAT il 9 aprile 1997 il Tribunale di Torino ha condannato Romiti e Mattioli a oltre un anno di carcere, con sentenza confermata in Cassazione nel 2000 ma cassata qualche anno dopo con la legge di Berlusconi che ha depenalizzato il falso in bilancio. I 150 operai dello Slai Cobas che si costituirono parte civile nel processo di Torino furono comunque poi risarciti con 1milione e 600mila lire a testa.
"Una gran brutta notizia". E' questo il commento dell'amministratore delegato dell'Ambroveneto, Corrado Passera, alla notizia della sentenza di Torino (La Repubblica, 10 aprile 1997).
Ma la tangentopoli FIAT è solo di Romiti? Ma non scherziamo!
Soldi avvolti in carta da giornale "I pacchi di denaro arrivavano avvolti in carta da giornale accuratamente sigillati con nastro adesivo. Dal sesto piano di Corso Marconi, quartier generale della Fiat, le banconote - mezzo miliardo a pacco - venivano quindi portate al quinto piano, nell'ufficio della Signora Maria Nicola, addetta contabile e soprattutto segretaria di fiducia dell'Amministratore delegato C. Romiti. La funzionaria, impiegata presso la cassa centrale della Fiat S.p.A., ora in pensione, provvedeva poi a dividere il denaro in piccole mazzette" (La Repubblica 15.6.95).
"Sulla conoscenza da parte di Mario MONTI delle tangenti FIAT rimane perlomeno un ragionevole dubbio": Lo si può leggere a pag.627 di MANI PULITE “ LA VERA STORIA (di Barbacetto, Gomez, Travaglio)
Poteva il presidente onorario della FIAT, il senatore a vita Giovanni AGNELLI, non sapere nulla dei fondi neri e delle tangenti del suo gruppo? La Procura di Torino si è posta più volte questa domanda, ma non ha ricevuto alcuna notizia di reato né alcuna risposta utile dalle centinaia di testimoni e imputati interrogati (Pomicino avrebbe voluto parlarne fuori verbale ma, quando i pm torinesi gli hanno spiegato che non si può, si è avvalso della facoltà di non rispondere; Craxi ha giurato che di vil denaro si occupava Romiti, mentre l'Avvocato si limitava all'alta strategia). Così la Procura non ha potuto indagarlo.
Senonché il gup Saluzzo, nella sentenza che condanna Romiti e Mattioli, la invita esplicitamente ad aprire un'inchiesta sull'intero Comitato Esecutivo degli anni delle tangenti, e cioè su Giovanni e Umberto Agnelli, Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Mario Monti. I cinque vengono dunque inquisiti per falso in bilancio nel maggio 1998. Ma ogni tentativo di approfondire il loro eventuale ruolo nel sistema illecito si infrange dietro i "non so" e le negazioni di chi potrebbe inguaiarli. Così alla Procura non rimane che chiedere l'archiviazione, in quanto "non esistono sufficienti elementi di prova a carico dei membri del Comitato Esecutivo"...
Il 1° settembre 1998 il gip Paola De Maria archivia dunque il fascicolo sull'Avvocato e gli altri quattro, scrivendo che è "storicamente provato che Giovanni Agnelli avesse mentito agli azionisti nel negare" le tangenti FIAT, ma non è provato che le conoscesse. Anche se sulla conoscenza sua e degli altri quattro rimane perlomeno un "ragionevole dubbio”.
Romiti, secondo i magistrati di Torino, in soli 10 anni avrebbe accantonato fondi neri per almeno 1.000 miliardi!
"Centododici miliardi di lire falsamente dichiarati per un solo bilancio: quello del 1991. Le riserve occulte tuttavia risalirebbero "a far data dagli esercizi precedenti ad almeno il 1984". E fra queste disponibilità vi sarebbero pure i "versamenti per almeno 4 miliardi di lire nella primavera ‘92 destinati al PSI"("La Repubblica" del 13/12/95).
Questa tangente di 4 miliardi di lire fu versata con assegno da Romiti a Craxi il 20 marzo 1992. La fotocopia di questo assegno fu recapitata da Craxi (già allora ad Hammamet) allo Slai Cobas Alfa Romeo tramite l'avvocato Lo Giudice. Lo Slai Cobas consegnò la copia dell'assegno alla Procura di Torino.
Dato che Mario Monti è anche:
1. "Presidente europeo della commissione Trilaterale e presidente onorario di Brueguel, il think tank che lui stesso ha fondato nel 2005" (Libero, 15-11-2011);
2. "L’Italia sarà il primo Paese al mondo ad avere un capo del governo che fa parte allo stesso tempo del comitato esecutivo della Trilateral e del Bilderberg group, considerati come due superlobby globali più influenti di stretta osservanza liberista"(Il fatto Quotidiano);
3. Mario Monti fa anche parte dell'ASPEN Institute, abbondantemente foraggiato con centinaia di milioni di lire al colpo con i fondi neri tangentizi FIAT, come comprovato dal processo Romiti a Torino, lo SLAI COBAS chiede a Mario Monti di chiarire la sua posizione sulla FIAT e sulle Tangenti FIAT prima di dare altri soldi a sbafo a Marchionne e alla FIAT per licenziare e portare gli stabilimenti e i soldi all'estero.
Slai Cobas Arese-Pomiglianowww.slaicobas.it

24 marzo 2012

Alle origini «criminali» e dimenticate dell’Ue. L’incipit della globalizzazione armata dell’Occidente, europeo e statunitense. Dalla barbarie della guerra nei balcani è nata l'economia criminale di oggi della BCE e dei suoi bravi

La “prima volta” balcanica
Alle origini «criminali» e dimenticate dell’Ue. L’incipit della globalizzazione armata dell’Occidente, europeo e statunitense

Con la guerra «umanitaria» della Nato che scatta il 24 marzo 1999 si realizza un incipit davvero di rilievo, una vera epifania:

1 - per la prima volta (c’era stata solo un anticipo di due giorni di raid nel 1994 contro i serbi di Bosnia che assediavano Sarajevo) l’Alleanza atlantica, oltre il suo mandato costitutivo – che avrebbe dovuto essere residuale dopo il crollo dei regimi dell’est, essendo stata costituita come alleanza militare per fermarne l’eventuale aggressione – entra in guerra bombardando dal cielo, per 78 giorni, con tonnellate di missili Cruise e di cluster bomb un paese del sud-est europeo di milioni di abitanti. Distruggendo con «chirurgica» e «intelligente» precisione strade, ponti, scuole, ospedali, bus, treni, asili, città, mercati, fabbriche.

2 - Da lì, per la prima volta, la Nato ricostruirà e legittimerà la sua esistenza, con il vertice dell’aprile 1999 di Washington – in piena guerra – ridefinendo e trasformando in chiave offensiva ruolo e strategia internazionale. Che poi porterà l’Alleanza in guerra in Afghanistan nel 2003, in Libia nel 2011, e a definire una operatività militare in Africa e Medio Oriente.

3 - Per la prima volta, esplicitamente, la guerra contro l’ex Jugoslavia si chiamerà «umanitaria», non più solo il «Desert storm» dell’Iraq o il «Ridare speranza» della Somalia.

4 - La guerra aerea, gestita in prima persona dall’aviazione statunitense, per la prima volta accrescerà il potere di controllo della leadership di Washington dentro la Nato sull’Europa, fino al condizionamento dei bilanci militari dei vari paesi aderenti, rivelatisi con la guerra di bombardamenti aerei sull’ex Jugoslavia, inappropriati ai nuovi compiti bellici. E questo a ovest e, per la prima volta a est. Fino al coinvolgimento nel 2004 nella coalizione dei volenterosi, da parte del presidente americano Gorge W. Bush, di tutti i paesi dell’ex Patto di Varsavia, Russia esclusa, nella guerra all’Iraq per fermare le «armi di distruzione di massa» che proprio non c’erano.

5 - Da lì nasce e si rafforza, per la prima volta, la rischiosa strategia dell’allargamento a est della Nato che porterà l’Alleanza atlantica ad aprire basi militari in tutto l’est europeo, ai confini dell’ex nemico numero uno, la Russia (certo non paragonabile all’ex Urss) fino alla guerra del 2008 nel Caucaso in sostegno alla Georgia che decise, su consiglio atlantico, di attaccare militarmente l’Abkhazia che aveva proclamato la secessione da Tbilisi.

6 - Altro incipit non trascurabile: si conferma la giustizia internazionale dei vincitori. Con l’istituzione all’Aja del Tribunale internazionale per i crimini nell’ex Jugoslavia, ad hoc, visto che la potenza militare guida della Nato, gli Stati uniti, non riconoscono il Tribunale penale internazionale dei diritti umani. E all’Aja, in modo a dir poco manicheo, saranno processati e condannati solo i criminali doc già additati dai media internazionali al seguito delle potenze occidentali; mentre i crimini della Nato – nei raid aerei le vittime civili secondo il governo filoccidentale di Belgrado furono 3.500 – restano impuniti (con tanto di protesta addirittura di Antonio Cassese, già presidente del Tribunale dell’Aja sull’ex Jugoslavia, contro il procuratore dell’epoca Carla Del Ponte). Come impuniti restano, dopo la giusta condanna internazionale del massacro di Srbrenica, le altre «Srbrenica» commesse dai musulmani contro i serbi, come la strage di Kazany a Sarajevo.

7 - E se parliamo di «prima volta», come dimenticare che con la guerra di bombardamenti aerei della Nato nasce, in aperto disprezzo del diritto internazionale , un nuovo Stato, il Kosovo, autoproclamatosi indipendente nel febbraio del 2008 con sostegno esplicito degli Stati uniti. Nasce una nuova nazione grande quanto il Molise, sulla base di una secessione etnica dalla Serbia – un nuovo innesco d’incendio nei Balcani – e intorno alla megabase statunitense di Camp BondSteel, presso Urosevac. Anch’essa costruita fuori dal Trattato di pace di Kumanovo del giugno 1999. Che poneva fine alla guerra avviando una amministrazione internazionale che escludeva basi militari straniere, acconsentiva all’ingresso delle truppe Nato (e dell’amministrazione Un-Mik) in Kosovo ma pariteticamente riconoscendo l’autorità di Belgrado sulla regione, del resto culla storica della nazione, della religione e dell’identità dei serbi.

8 - Inoltre, ed è per noi forse l’incipit più importante, la guerra «umanitaria» del 1999 venne gestita in chiave bipartisan dal governo «più di sinistra» che il Belpaese abbia mai avuto: il governo D’Alema. L’Italia aderiva a questa guerra che si aggiungeva al conflitto sul campo e arrivava buon ultima nelle guerre balcaniche degli anni Novanta. Alle quali, ecco l’altro incipit europeo, la nascente Unione europea che emergeva politicamente nel 1991 aveva dato il suo criminale contributo, insieme ai sanguinari nazionalismi interni. Aiutando a demolire la Federazione jugoslava – che ancora esisteva con un governo autonomo, riconosciuto in sede Onu – con i riconoscimenti delle indipendenze di Slovenia e Croazia proclamate su base etnica. Poi tutto, inevitabilmente, precipitò nella Bosnia Erzegovina che in piccolo rappresentava la complessità dei popoli e delle etnie dell’intera Federazione jugoslava. Così si abdicava, anche da parte delle forze del movimento operaio, alla nostra Costituzione fondativa. Che all’articolo 11 dichiara di «bandire la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali» È da lì che è cominciata a sparire ogni identità della sinistra.

Tommaso Di Francesco
24 marzo 2012
www.ilmanifesto.it

Intanto la disperazione e lo sconforto aumentano, lavoratori che già erano stati traditi e venduti da sindacati e partiti buttati in mezzo alle strade, i giovani sempre di più senza speranze, gli anziani alla fame dovranno solo organizzare il proprio morire...

CI AMMAZZANO E SI SCANDALIZZANO PER UNA MAGLIETTA
Un esecutivo che innalza all’inverosimile il conflitto sociale non solo è criminale, ma cieco e sordo, non merita di governare una nazione, soprattutto in un periodo come questo.
Un Presidente della Repubblica che rappresenta la Costituzione e dimentica l’Art. 1, parteggiando per i padroni, la confindustria e contro la classe operaia è disonorevole.
Già quando si fa le sue uscite ufficiali lo fischia tutta italia, ieri si è addirittura calato nel ridicolo ruolo del mago di Stato: "non ci saranno licenziamenti in massa dopo la riforma dell’art. 18".
Così abbiamo capito che Napolitano dopo essere stato per anni il "pennino nazionale" di Ballusconi & Co., si scopre pure sindacalista di Marchionne, si schiera con i cacciapalle servi dei banchieri che ha voluto lui al governo, non noi!, che bella figura che sta facendo!
Un dirigente del PCI passato per gli scranni di questo Parlamento infetto, che fa carriera, si fa contagiare dalla peste allineandosi con chi lo sta mettendo nel culo agli operai.
E’ ora di parlare chiaro e smetterla con le ipocrisie.
Finirla anche di scandalizzarsi per la maglietta "Fornero al cimitero" e cose simili.
Questi professoroni che si sono ritrovati a fare i ministri, da quando sono lì, hanno solo dimostrato prepotenza, tracotanza, arroganza, sicumera e interesse solo per i loro amici borghesi e industriali.
Sanno perfettamente che il governo che li ha preceduti non ha fatto nulla di nulla per il welfare, non un solo provvedimento per tutelare il lavoro, la sanità, le pensioni, la famiglia, la scuola... anzi, si è dato da fare per smantellare tutto il possibile in chiave sfascista e puttaniera.
Ha favorito i grandi evasori inventandosi lo scudo fiscale, voluto anche da quei cialtroni del PD, tant’è che solo in Svizzera sono 160 i miliardi di euro sottratti alle entrate dello Stato.
Ballusconi e i suoi peones neonazisti [Calderoli, Maroni, Bossi, Borghezio...] fin dal 2001 [G8, Genova, ministro degli Interni Scajola lo smemorato] hanno saputo dialogare con il popolo italiano solo con i manganelli, la repressione e le morti e la negazione delle libertà è andata sempre peggio.
Tutti coloro che si sono macchiati di sangue e torture nei confronti dei giovani manifestanti, in 19 anni continui, sono sempre stati osannati dai governanti penosi, promossi a ruoli superiori con innalzamenti vertiginosi di stipendi.
Manganelli, ora capo della polizia, viene pagato, di tasca nostra, oltre 600 mila euro l’anno: lo paghiamo per farci menare ogni volta che dissentiamo.
Noi italiani siamo proprio furbi, talmente da meritare tutto quello che ci sta accadendo.
Siamo dei poveri coglioni che si fanno fare di tutto e sono pure contenti.
La morte totale berlusconiana se ne va a casa, si fa per dire, arriva Monti, voluto da Giorgio il "Compagno", e con il Magnifico Rettore maggiordomo dei poteri forti dei banchieri e della finanza massonica mondiale, si aggiungono i suoi fidati baroni, che con la vita reale quotidiana di noi tutti c’entrano una beata minchia.
Gli illusi, tanti e troppi, speravano in gente "illuminata" e fuori dai meccanismi partitocratici, la risposta di questo governo dello schifo non si è fatta attendere: hanno nulla da invidiare a La Brunetta e il Saccone, Enterogelmini o La muffa, Due Maroni e Stracquadanio... quelli facevano gli squallidi palesemente, usando l’insulto più basso per i lavoratori italiani in diretta; questi, i professori, sono più formali, pacati, distaccati, ma in culo ce l’hanno messo lo stesso e più pesantemente dei primi.
Un esecutivo "tecnico" che afferma: "riformiamo l’articolo 18 e il mercato del lavoro anche senza il consenso delle parti sociali" [ e l’ha fatto!] è pura pornografia di Stato, gestita pure da una "signora" che ha sempre dichiarato di non sapere di cosa tratti lo Statuto dei Lavoratori e in particolare l’articolo 18 che le dava così tanto fastidio.
Incompetenti che si travestono da Treccani a Memoria, tanto sanno perfettamente che qualsiasi macellazione infliggeranno ai già fin troppo affamati non sarà contrastata, perché gli italiani sono sempre stati imbecilli e mai hanno osato ribellarsi veramente andando a prendere i politicanti da strapazzo e mandandoli via a calci nel culo.
Hanno riformato il lavoro, così com’era stato applicato e chiesto da Marchionne, Bonanni, Angeletti & Berluscones, hanno eseguito gli ordini della BCE, fottendosene di quello che succederà da adesso in poi; Napolitano batte le mani, il PdL, ma guarda caso!, è felice e contento, Monti subito dopo invita a cena, a casa sua, Schifo Schifani.
Poteva anche farci andare quel Gialli Lecca che lui stima tanto, "fonte di saggezza ed illuminazione", come il premier ha avuto a dire pochi giorni or sono.
Intanto la disperazione e lo sconforto aumentano, lavoratori che già erano stati traditi e venduti da sindacati e partiti buttati in mezzo alle strade, i giovani sempre di più senza speranze, gli anziani alla fame dovranno solo organizzare il proprio morire... e sarà sempre peggio.
Questi che impogono la morte, incrementano i suicidi, trattano come vacche al macello i lavoratori dipendenti... si scandalizzano e si offendono, querelano pure per la maglietta "Fornero al Cimitero"?
Tirano fuori il video che "incastra Diliberto".
Ma chi se ne fotte!
Quella T-Shirt mi piace, non è ipocrita, non è buonista e con questa gente, cinica e crudele il buonismo e reato.
Hanno voluto, scientemente, innalzare lo scontro sociale?
Adesso si fottano e non rompano.
Accettino le conseguenze, come noi subiamo le loro.
Punto a basta.
Potrebbero chiudere la partita che hanno giocato malissimo, chiedere scusa all’Italia che lavora e andarsene via, insieme a Napolitano.
Nessuno ne sentirebbe la mancanza.
Se stanno lì si assumano le proprie responsabilità, tutte.

Lucio Galluzzi
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su Twubs Editor e Administrator Italia e Mondo per Iran Election
24 marzo 2012

21 marzo 2012

Ve la ricordate la criminale campagna mediatica e politica, iniziata a fine anni 70, sul costo del lavoro, la scala mobile, l'assenteismo in fabbrica? Ora i parassiti vogliono dare il colpo di grazia ai lavoratori con l'abolizione dell'ultima difesa della dignità del lavoro

LAVORO, NON C'E' L'ACCORDO MA IL CONFRONTO CONTINUA. PRC: "SI VADA ALLO SCIOPERO GENERALE"
L’accordo formale sulla riforma del mercato del lavoro “ancora" non c’è. Al massimo potrebbe uscire, come proprone il presidente del Consiglio Mario Monti, un verbale “con le posizioni di accordo o di disaccordo” che sia la base del dibattito parlamentare. Al termine di un tour de force durato due giorni interi, la trattavia sembra arrestarsi a un passo prima della firma definitiva. Il nodo rimane quello dell'Art. 18. Un momento delicatissimo, che quasi tutti si affannano a non far precipitare in una rottura completa. Il Governo ha preteso il massimo. E ciò non ha consentito alla Cgil di mettere la firma. Per la Cgil, “nonostante gli sforzi unitari per costruire una mediazione con il governo, l’esecutivo ha solo manistestato l’intenzione di manomissione dell’articolo 18. È più che fondato il timore che in realtà l’obiettivo del governo non sia un accordo positivo per il lavoro ma i liceniziamenti facili”.

E’ lo stesso ministro Elsa Fornero che a conclusione del confronto a palazzo Chigi invita le parti sociali a non considerare chiusa la fase. “Il dialogo non finisce oggi - dice- ma continua per la scrittura delle norme”. Gli fa eco l’ineffabile Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl, che dà un giudizio positivo sulle “linee guida e sull’articolo 18”. La Cisl, dunque, “apprezza” la spinta verso il tempo indeterminato e “la stabilizzazione per i giovani precari attraverso la stretta forte sulle partite Iva ed altre forme di flessibilità malate”. Non solo. Il sindacato, prosegue Bonanni rivolto al governo , “è soddisfatto sugli ammortizzatori sociali“ che sono usciti confermati. Serve però, aggiunge, “il mantenimento dei contratti di solidarietà come avviene in Germania e occorrono maggiori politiche attive per il reimpiego”. “Possiamo lavorare ancora intensamente fino alla fine della settimana per migliorare la riforma”, conclude.

I testi sulla riforma del mercato del lavoro si chiuderanno “definitivamente entro venerdì”, 23 marzo, come puntualizza Fornero. Intanto, però, alcune cose nel “verbalino” vengono scritte. Questo è il testo per punti presentato da Fornero.

Art. 18. Resta in vigore l’Art.18 per i licenziamenti discriminatori, mentre per quelli economici sarà previsto solo l’indennizzo al lavoratore. Per i licenziamenti economici, ha spiegato Fornero, sarà previsto solo il pagamento del risarcimento, che va da un minimo di 15 mensilità a un massimo di 27, facendo riferimento all’ultima retribuzione. Per i licenziamenti per motivi discriminatori, il reintegro sarà accompagnato dai contributi non versati durante il periodo di sospensione dal lavoro. Per i licenziamenti disciplinari sarà previsto il rinvio al giudice che deciderà il reintegro nei casi gravi o l’indennità con massimo 27 mensilità.

Tipologie contrattuali/Partite iva.
La proposta del governo sulle partite Iva prevede l’introduzione di lavoro subordinato dopo 6 mesi, se la prestazione di lavoro è presso un committente. I contratti di compartecipazione possono riguardare solo i familiari di primo grado.

Tipologie contrattuali/Apprendistato.
Il percorso lavorativo “inizia con un apprendistato vero”, che diventa un investimento per la formazione “e non strumento di flessibilità”. Al contratto di apprendistato segue la stabilizzazione e prosegue con la formazione on the job. Su questo “le imprese e il lavoro si devono impegnare per quelll’incremento di produttività necessario affinchè questo Paese cresca”.

Tipologie contrattuali/Contratti a termine. Sarà prevista una aliquota contributiva aggiuntiva per finanziare l’Aspi (il nuovo sussidio di disoccupazione, ndr) dell’1,4% sulla retribuzione ma saranno esclusi i contratti sostitutivi e quelli stagionali.

Tipologie contrattuali/Contratto a tempo indeterminato.
Il contratto di lavoro a tempo indeterminato diventa quello che domina sugli altri per ragioni di produttività e di legame tra lavoro e imprese.

La bozza del Governo ha ben poco di innovativo, e non rinuncia per niente a portare l’offensiva contro l’Art. 18. Sulla precarietà, poi, rimane nel solco dell’impostazione precedente, ovvero un taglio agli eccessi da parte degli imprenditori biricchini.
Mentre a palazzo Chigi era in corso l’incontro tra Governo e parti sociali in piazza Montecitorio è andata “in onda” la protesta della sinistra antagonista che per un intero pomeriggio è riuscita a mettere insieme le varie anime: dalla Federazione della sinistra (Massimo Rossi) a Sel (Alfonso Gianni), passando per il coordinamento ”No debito”, che ha lanciato la scadenza del 31 marzo a piazza Affari, Cobas, e via via anche alcuni personaggi ed esponenti politici e sindacali come Gianni Rinaldini, Paolo Ciofi, Dino Greco, Fausto Bertinotti, Roberta Fantozzi, Cesare Salvi, Franco Russo, Cremaschi, Tomaselli, Roberto Musacchio, Patrizia Sentinelli, Nando Simeone (Sinistra Critica). A chiudere gli interventi il segretario del Prc Paolo Ferrero.

“Le parole della Fornero significano di fatto la cancellazione dell'articolo 18 - sottolinea Paolo Ferrero in una dichiarazione congiunta con la responsabile Lavoro Roberta Fantozzi- Sostenere che il reintegro nel posto di lavoro sarà possibile solo nei casi di licenziamento discriminatorio e nei casi 'gravi' di licenziamento disciplinare, mentre per i licenziamenti per motivi economici non vi sarà reintegro ma solo un indennizzo significa che tutte le aziende licenzieranno per motivi economici. La reintegra ci sarà nel solo caso in cui il datore di lavoro dichiari che licenzia una persona perchè è nera o comunista o iscritta al sindacato. Cioè mai. È una proposta inaccettabile che non può essere firmata dai sindacati. Si vada allo sciopero generale; noi continueremo la mobilitazione"

Fabio Sebastiani
20 marzo 2012
www.controlacrisi.org

18 marzo 2012

Altro che modernizzazione, l'economia italiana sta implodendo per ignoranza in storia. L'ignoranza la possiamo compatire se governano individui come Berlusconi e Bossi ma non la si può perdonare a saccenti professori e tecnici in violenza politica

Destra, sinistra e l’apologo di Menenio Agrippa
Non è una legge naturale che i plebei debbano occuparsi di procurare il cibo e i patrizi di digerirlo. Eppure gli ultimi provvedimenti del governo…

L’apologo di Menenio Agrippa rischia di tornare di un’attualità disarmante nel dibattito politico attuale su quale politica sia di destra e quale di sinistra. Menenio Agrippa paragonò i plebei dell’antica Roma alle braccia e i patrizi allo stomaco. L’apologo dice che se le braccia, stufe di lavorare mentre lo stomaco attende solo il cibo, decidono di non procurarne più, la mancanza di nutrimento indebolisce e danneggia le stesse braccia, oltre che lo stomaco. L’apologo è il prototipo del ragionamento che, basandosi su un argomento né di destra né di sinistra, serve in realtà a far accettare una conclusione di destra.

La verità contenuta nell’apologo, fuor di metafora, è che le società e i sistemi economici debbono soddisfare delle condizioni di riproduzione per poter esistere. Se queste condizioni di base non sono soddisfatte, tutti i componenti la società affrontano un peggioramento delle proprie condizioni che può essere anche catastrofico. La conclusione nascosta di destra è che si pretende che i rapporti di forza, di potere e di condizioni economiche della società, cioè i rapporti di classe, coincidano con le condizioni “naturali” della riproduzione, cosicché rispettare queste condizioni significa mantenere o rafforzare questi rapporti. Ma non è una legge naturale che i plebei debbono procurare il cibo e i patrizi occuparsi di digerirlo.

Che questa storia, vecchia di millenni, possa essere considerata il modello per affrontare i cambiamenti in atto, la cosiddetta modernizzazione, è semplicemente deprimente. Per riportare il problema ai dati concreti e non ideologici, è confermato da moltissimi studi e statistiche che l’andamento delle economie sviluppate negli ultimi decenni hanno visto crescere la diseguaglianza nella distribuzione del reddito (la crescita degli indici Gini di distribuzione del reddito) e la diminuzione della quota dei compensi dei lavoratori dipendenti sul reddito, a beneficio delle rendite e dei profitti. È vero che la questione della distribuzione del reddito non esaurisce il campo di una politica di sinistra, ma l’andamento costante di queste tendenze indica in modo molto chiaro che lo sviluppo cui abbiamo assistito dagli anni ottanta ha un connotato di restaurazione rispetto alla cosiddetta età dell’oro del dopoguerra, in cui l’andamento di questi dati era invece opposto (La tesi sostenuta anche dagli economisti liberal americani e quindi rientra in un’idea ampia di sinistra).

A rischio di sembrare per qualche verso semplicistici e riduzionisti, si potrebbero allora chiamare di destra tutte le posizioni che accettano il peggioramento degli indici sulla diseguaglianza come “naturali”, giusti o anche solo inevitabili. Di converso si potrebbero chiamare di sinistra quelle posizioni e proposte che si pongano l’obiettivo di contrastare e rovesciare le tendenze che hanno caratterizzato le ultime fasi dello sviluppo, prevedendo prima e verificando poi la loro efficacia guardando l’andamento di questi indici. Per questo motivo, mi sembra che quelle posizioni che si autoproclamano riformiste, senza offrire nessuna soluzione al problema della crescita delle diseguaglianze e alla perdita di centralità del lavoro, possano essere chiamate di destra senza che nessuno si senta offeso. Tre esempi possono servire a chiarire di cosa sto parlando.

Dagli anni ’80 e ’90 è stata perseguita una politica di moderazione salariale. Si è cercato di convincere i lavoratori che la rinuncia a rivendicazioni salariali non in linea con le compatibilità stabilite da altri sarebbe stata nel loro interesse. Lo sviluppo economico conseguente avrebbe infatti favorito la diffusione dei suoi benefici anche ai lavoratori. Un caso di scuola, avrebbe detto il Pareto sociologo, nel convincere i governati (i salariati) a porre in essere azioni non logiche che vanno in realtà a beneficio dei governanti. Infatti gli anni novanta sono quelli in cui la quota dei salari sul reddito è diminuita in modo drammatico in Italia, sia in termini assoluti che relativamente agli altri paesi sviluppati.

È davvero estremista proporsi politiche economiche effettive che invertano questa tendenza? Uno dei provvedimenti Salva-Italia del governo Monti più discussi è stata la riforma delle pensioni. Tuttavia, nessuno si è dato la pena di prevedere quali effetti la riforma avrà sulla diseguaglianza dei redditi delle persone in età della pensione. Secondo l’Ocse l’indice Gini dei redditi di mercato per le classi di persone sopra i sessantacinque anni, senza considerare la redistribuzione del reddito dovuta all’intervento dello stato con la tassazione progressiva e con i trasferimenti, cioè l’erogazione delle pensioni pubbliche, è in Italia molto alto in confronto ai paesi per i quali il calcolo è stato possibile (per la precisione al secondo posto, dopo la Repubblica Ceca, su 34 paesi). È solo dopo l’erogazione delle pensioni, che l’indice di diseguaglianza della distribuzione del reddito raggiunge in Italia livelli meno alti (precisamente si colloca all’undicesimo posto tra gli stessi 34 paesi). Non si doveva forse analizzare anche l’impatto della riforma in un paese in cui la distribuzione del reddito di mercato mostra livelli di diseguaglianza tanto più alti rispetto ai paesi con cui siamo soliti confrontarci (compresi i paesi anglosassoni)? L’ultimo esempio riguarda la riforma del mercato del lavoro.

Anche sulla protezione del lavoro dai licenziamenti esistono valutazioni dell’Ocse che sembrano smentire la “saggezza convenzionale” secondo cui in Italia i lavoratori a tempo indeterminato sono meglio garantiti dei lavoratori degli altri paesi europei. I dati sono consultabili all’interno del database dell’Ocse Employment and Labour Market Statistic, Employment Protection Legislation e consistono di indici che cercano di misurare il costo delle imprese nell’assumere e licenziare i lavoratori, compresi i costi di reintegrazione dei lavoratori licenziati senza giusta causa, sia per i lavoratori a tempo indeterminato che per quelli a tempo determinato. Dal confronto degli indici di protezione del lavoro dei “cattivi” garantiti in Italia e negli altri paesi europei, emerge che l’indice della protezione del lavoro a tempo indeterminato nel nostro paese è uguale a 1,77, in Francia a 2,47 e nella Germania addirittura a 3.

Si dovrebbe quindi rovesciare l’impostazione e cercare di stimare l’effetto delle varie le varie proposte sull’indice. In ogni caso l’idea che per aumentare l’occupazione occorra rendere più facile licenziare è l’ennesimo esempio di quella tesi, che persone razionali dovrebbero considerare quantomeno bizzarra, secondo cui il miglior modo per raggiungere una meta è incamminarsi nella direzione opposta.


Stefano Perri
docente presso l’Università di Macerata
18 marzo 2012

Forum alternativo per l'acqua pubblica. A Marsiglia, ieri corteo dei movimenti. Un milione di firme per una legge popolare continentale

«Benecomunisti» di tutto il mondo
Si è chiuso ieri con una grande e colorata manifestazione che ha attraversato il centro di Marsiglia il Forum mondiale alternativo dell’acqua. Contemporaneamente andava in scena ai margini della città il consueto carnevale locale, che quest’anno è stato finanziato delle multinazionali riunite nel Consiglio mondiale dell’acqua, l’organizzazione privata organizzatrice del foro ufficiale, ed è stato così costretto a partire dal Palazzo dei Congressi sede dei lavori. Una fotografia che ben rappresenta il diverso esito dei due eventi. Il forum ufficiale, un flop costato milioni di euro e che ha costretto Nicolas Sarkozy a cancellare la sua partecipazione pochi giorni prima dell’apertura dei lavori, è stato snobbato da tutte le altre cariche degli stati, incluso il nostro ministro Corrado Clini.
Dall’altro lato della città il forum alternativo in mattinata si era chiuso con l’approvazione di una dichiarazione finale che ribadisce la volontà del movimento di arrestare la privatizzazione e la finanziarizzazione dell’acqua e ottenere il pieno riconoscimento dell’acqua come diritto. Il testo contiene anche un diretto appello alle Nazioni Unite di riportare il dibattito politico sulle risorse idriche in seno istituzionale organizzando un forum “legittimo” a ottobre del 2014. Un movimento che sembra crescere molto rapidamente e che esce dall’appuntamento marsigliese estremamente rafforzato. L’assemblea si è infatti conclusa con le dichiarazioni di impegno delle reti regionali. Il balzo in avanti più significativo è stato il lancio ufficiale della rete europea dei movimenti dell’acqua, fortemente voluta dalla delegazione italiana e che aveva mosso i suoi primi passi a Napoli lo scorso dicembre.
La rete ha varato una carta basata su quattro punti fondamentali: 1) l’acqua non è una merce ma un diritto universale ed un bene comune 2) il superamento del full cost recovery come principio guida del finanziamento del servizio idrico 3) garantire a tutti l’accesso al quantitativo minimo vitale d’acqua 4) la partecipazione dei cittadini e dei lavoratori alla gestione del servizio.
La prima attività su scala europea sarà quella di utilizzare l’Iniziativa dei cittadini europei, ovvero lo strumento di democrazia diretta recentemente introdotto dal trattato di Lisbona. L’obiettivo è raccogliere un milione di firme in sette paesi per invertire la trazione privatizzatrice dell’Unione e proporre un’iniziativa legislativa alla Commissione.
Un bilancio positivo anche nei numeri e nella qualità del dibattito e della partecipazione. Oltre 2000 partecipanti registrati e 50 fra workshop e conferenze, che hanno approfondito tutti i principali temi legati all’acqua, ma soprattutto hanno rafforzato i legami e la strategia interna. Una delle questioni che maggiormente ha animato i dibattiti è quella su quale modello di pubblico il movimento intende abbracciare. Un dibattito aperto che apre un interessante confronto sia culturale che fra tradizioni politiche diverse ed essenziale nella riflessione complessiva sul tema dei beni comuni. Nel giorno di chiusura è arrivata anche la notizia che la sezione francese di Amnesty International e Reporter sans Frontière hanno aperto un fascicolo sul caso dei mediattivisti fermati dalla polizia in occasione dell’apertura dei lavori del forum ufficiale. Gli attivisti erano stati prelevati dal palazzo dei congressi e trasportati in questura per poi essere rilasciati, al termine della cerimonia, senza nessuna spiegazione e richiesta di scuse. Un fatto inquietante che ben si sposa con la natura privatistica dell’evento.

Caterina Amicucci
18 marzo 2012
www.ilmanifesto.it

15 marzo 2012

Questo è un momento cruciale per verificare se nella maggioranza Cgil ci sono dirigenti che si ricordano chi sono i loro datori di lavoro. Decidano se sono i lavoratori o il PD

MERCATO DEL LAVORO, LA CGIL SI SPACCA SULL'ART. 18. IL 21 IL DIRETTIVO CHE DECIDERA'

Il destino di decine di milioni di persone, per oggi e per domani, viene gestito e manipolato come "cosa privata in mano a un pugno di dirgenti sindacali sudditi dei partiti che mantengono in vita un governo illegale e violento contro gli ultimi


RACCOLTA FIRME SULLA PETIZIONE PER L’ARTICOLO 18 
Le proposte avanzate ieri da Fornero nella trattativa sulla cosiddetta "riforma del mercato del lavoro" sono tutte pesantemente regressive. Si lascia intatta la pletora dei rapporti di lavoro precari esistenti, dopo che il governo ha già varato un provvedimento per ampliare il lavoro interinale. Si riduce la durata della copertura degli ammortizzatori sociali in maniera micidiale e si cancellano intere fattispecie, mentre i requisiti per l'accesso alla cosiddetta "ASPI" sono tali da tenere comunque fuori i lavoratori precari. A tutto questo si accompagna la volontà di cancellare l'articolo 18, evidente nelle varie indiscrezioni che circolano.

La volontà del governo inoltre è quella di accelerare i tempi della "riforma" e di chiudere il confronto entro il 23 di marzo. Ovviamente anche se questo avvenisse, non si tratterebbe della chiusura di tutto il percorso, dato che ogni provvedimento deve poi passare dal Parlamento. E' inoltre possibile che il confronto non si chiuda con la firma delle organizzazioni sindacali, in particolare per quel che riguarda la Cgil. Il quadro è tale, anche sul versante politico, da registrare crescenti problemi per lo stesso PD.

In questa situazione la raccolta delle firme sulla petizione per l'articolo 18 è uno strumento molto importante, sia per intercettare la "rabbia" esistente, che per far crescere l'opposizione al governo. Ed è importante continuare a seguire la linea di provare a costruire iniziative congiunte di contrasto al governo con organizzazioni sindacali, movimenti, forze politiche della sinistra (a partire da Idv e Sel).

A livello nazionale abbiamo deciso di anticipare al 21 marzo una prima iniziativa davanti al Parlamento, in cui consegneremo le firme finora raccolte, organizzando una sorta di assemblea di piazza con lo spettro di presenze più ampie possibili. Questo non significa che la raccolta di firme finisce in quella data, perché per i motivi primi detti è invece nostro interesse continuarla anche oltre, ma che va accelerata il più possibile.

Per questo vi chiediamo:

1. Di organizzare il maggior numero di banchetti possibili in questo fine settimana (per quel che riguarda i territori) e nei luoghi di lavoro nei giorni utili di questa settimana e dell'inizio della prossima.

2. Di inviare i moduli delle firme raccolte in forma cartacea entro l'ora dipranzo di martedì 20 via Fax ai seguenti numeri 06 44239490 e 06 44182301. Ovviamente le sottoscrizioni sono materiale utile per costruire mailing list e anche per poter contattare chi ha firmato (in particolare nei luoghi di lavoro) e rafforzare radicamento e l'iniziativa del partito.

3. Di inviare l'invito a sottoscrivere la petizione on line a tutte le mailing list che avete, sottolineandone l'importanza e urgenza.

Vi ricordo che la petizione è promossa come Federazione della Sinistra e dunque si possono attivare le energie di tutti per il miglior esito possibile dell'iniziativa.


Roberta Fantozzi
Resp. naz. Lavoro e Welfare Prc
14 Marzo 2012

14 marzo 2012

Il 14 marzo 1883 moriva Karl Marx. Ecco le parole di Friedrich Engels in ricordo del grande rivoluzionario, pronunciate tre giorni dopo nel Cimitero di Highgate a Londra.

OGGI " MORI' "KARLO MARX CHE E' VIVO E LOTTA INSIEME A NOI
ll 14 marzo, alle due e quarantacinque pomeridiane, ha cessato di pensare la più grande mente dell'epoca nostra. L'avevamo lasciato solo da appena due minuti e al nostro ritorno l'abbiamo trovato tranquillamente addormentato nella sua poltrona, ma addormentato per sempre.
Non è possibile misurare la gravità della perdita che questa morte rappresenta per il proletariato militante d'Europa e d'America, nonché per la scienzastorica. Non si tarderà a sentire il vuoto lasciato dalla scomparsa di questo titano.
Così come Darwin ha scoperto la legge dello sviluppo della natura organica, Marx ha scoperto la legge dello sviluppo della storia umana cioè il fatto elementare, sinora nascosto sotto l'orpello ideologico, che gli uomini devono innanzi tutto mangiare, bere, avere un tetto e vestirsi, prima di occuparsi di politica, di scienza, d'arte, di religione, ecc.; e che, per conseguenza, la produzione dei mezzi materiali immediati di esistenza e, con essa, il grado di sviluppo economico di un popolo e di un'epoca in ogni momento determinato costituiscono la base dalla quale si sviluppano le istituzioni statali, le concezioni giuridiche, l'arte e anche le idee religiose degli uomini, e partendo dalla quale esse devono venir spiegate, e non inversamente, come si era fatto finora.
Ma non è tutto. Marx ha anche scoperto la legge peculiare dello sviluppo del moderno modo di produzione capitalistico e della società borghese da esso generata. La scoperta del plusvalore ha subitamente gettato un fascio di luce nell'oscurità in cui brancolavano prima, in tutte le loro ricerche, tanto gli economisti classici che i critici socialisti.
Due scoperte simili sarebbero più che sufficienti a riempire una vita. Fortunato chi avesse avuto la sorte di farne anche una sola. Ma in ognuno dei campi in cui ha svolto le sue ricerche — e questi campi furono molti e nessuno fu toccato da lui in modo superficiale — in ognuno di questi campi, compreso quello delle matematiche, egli ha fatto delle scoperte originali.
Tale era lo scienziato. Ma lo scienziato non era neppure la metà di Marx. Per lui la scienza era una forza motrice della storia, una forza rivoluzionaria. Per quanto grande fosse la gioia che gli dava ogni scoperta in una qualunque disciplina teorica, e di cui non si vedeva forse ancora l'applicazione pratica, una gioia ben diversa gli dava ogni innovazione che determinasse un cambiamento rivoluzionario immediato nell'industria e, in generale, nello sviluppo storico. Così egli seguiva in tutti i particolari le scoperte nel campo dell'elettricità e, ancora in questi ultimi tempi, quelle di Marcel Deprez.
Perché Marx era prima di tutto un rivoluzionario. Contribuire in un modo o nell'altro all'abbattimento della società capitalistica e delle istituzioni statali che essa ha creato, contribuire all'emancipazione del proletariato moderno al quale egli, per primo, aveva dato la coscienza delle condizioni della propria situazione e dei propri bisogni, la coscienza delle condizioni della propria liberazione : questa era la sua reale vocazione. La lotta era il suo elemento. Ed ha combattuto con una passione, con una tenacia e con un successo come pochi hanno combattuto. La prima "Rheinische Zeitung " nel 1842, il "Vorwàrts ! " di Parigi nel 1844, la "Deutsche Brùsseler Zeitung " nel 1847, la "Neue Rheinische Zeitung " nel 1848-49, la "New York Tribune " dal 1852 al 1861 e, inoltre, i numerosi opuscoli di propaganda, il lavoro a Parigi, a Bruxelles, a Londra, il tutto coronato dalla grande Associazione internazionale degli operai, ecco un altro risultato di cui colui che lo ha raggiunto potrebbe esser fiero anche se non avesse fatto nient'altro.
Marx era perciò l'uomo più odiato e calunniato del suo tempo. I governi, assoluti e repubblicani, lo espulsero, i borghesi, conservatori e democratici radicali, lo coprirono a gara di calunnie. Egli sdegnò tutte queste miserie, non prestò loro nessuna attenzione, e non rispose se non in caso di estrema necessità. E' morto venerato, amato, rimpianto da milioni di compagni di lavoro rivoluzionari in Europa e in America, dalle miniere siberiane sino alla California. E posso aggiungere, senza timore: poteva avere molti avversari, ma nessun nemico personale.
Il suo nome vivrà nei secoli, e così la sua opera!

Friedric Engels

fonte www.marxismo.net

12 marzo 2012

Una situazione ormai arrivata a un punto di non ritorno. Anche la pazienza palestinese ha un limite. E più di sessant’anni di pazienza ci sembrano veramente tanti. Troppi.

A Gaza un omicidio premeditato e una strage di Stato


Mentre scriviamo continuano i raid israeliani nella Striscia di Gaza, iniziati nella giornata del 9 marzo. Ma più che di raid, sarebbe opportuno parlare di una strage di stato, iniziata con un omicidio premeditato.

Vi racconteranno che il raid è scattato come rappresaglia contro il lancio di razzi Qassam verso Israele. Ma la dinamica dei fatti non è questa. Non è questo l’ordine cronologico degli avvenimenti. E ancora una volta la stampa occidentale, seguendo i diktat di Israele, si copre di vergogna, narrando una verità distorta, omettendo, occultando, tacendo, travisando. Questa volta, come mille altre volte. Propaganda. Propaganda per negare l’ennesima aggressione e le responsabilità di un omicidio premeditato e di una strage studiata a tavolino.

Il Jerusalem Post del 10 marzo in un articolo ci racconta di un’«ondata di razzi palestinesi» e ci dice che «i terroristi palestinesi hanno lanciato più di 90 razzi, fra Qassam e Grad a più lunga gittata. Almeno otto i feriti, venerdì sera, nella zona di Eshkol, compresi alcuni lavoranti stranieri. Danni a vetture, tralicci elettrici, finestre delle abitazioni». Ci dice anche che venerdì sera «le Forze di Difesa israeliane hanno colpito e ucciso Zuhair al Qaissi, comandante dell’ala terroristica dei Comitati di Resistenza Popolare» aggiungendo: «nel corso della notte di venerdì e della mattinata di sabato, le Forze di Difesa israeliane hanno individuato e colpito a più riprese cellule di terroristi impegnate nel lancio di razzi».

E allora proviamo a ricapitolare i fatti, solamente i fatti, nell’ordine cronologico in cui sono avvenuti. Nella giornata di venerdì 9 marzo, con un’esecuzione mirata, gli israeliani hanno ucciso Zuhair al Qaissi, comandante dei Comitati di Resistenza Popolare, una formazione alleata di Hamas. Al Qaissi si trovava a Tel al Hawa, a Gaza, ed era in auto con Ahmed Hananni, quando un cacciabombardiere israeliano ha sganciato un razzo che li ha centrati uccidendoli. Si può quindi parlare di un’esecuzione, di un omicidio mirato.

E da lì è iniziata una notte di inferno per Gaza, dove l’aviazione israeliana ha lanciato raid a ripetizione, in risposta al lancio di alcuni razzi, in vari punti del capoluogo, uccidendo, nella sola nottata, 12 palestinesi e ferendone 25. Raid che non si sono fermati. Nella giornata di sabato sono continuati gli attacchi, facendo altri morti e feriti, con un bilancio in continua evoluzione. Attacchi e bombardamenti che hanno colpito civili inermi: un ragazzo di vent’anni è morto per le ferite riportate dal bombardamento del quartiere al Tuffah, a Gaza Est, insieme ad altre persone che sono rimaste ferite. Due passanti sono rimasti uccisi e un terzo gravemente ferito per un bombardamento vicino al Consiglio legislativo. Due case sono state distrutte dal bombardamento a Beit Lahia, a nord di Gaza, che ha prodotto altri due morti e diversi feriti. All’alba altri due palestinesi sono morti, uno vicino al Consiglio legislativo, l’altro era in un’auto civile a Deir al Balah. A mezzogiorno di sabato nella parte est di Khan Yunis un aereo ha preso di mira una motocicletta. Ci sono stati, è ovvio, anche attacchi ad obiettivi militari: alla sede delle Brigate Al Qassam e contro una postazione delle Brigate Al Naser Saleh a Rafah.

Rosa Schiano, l’attivista italiana che da tempo vive a Gaza, posta continui aggiornamenti su Facebook. Questo è un suo post del pomeriggio di sabato: «Non è finita, gli attacchi continuano. Da poco tornata a casa, sono andata al funerale di una delle vittime in Jabalia. Ho abbracciato la moglie mentre piangeva a dirotto, l’ho stretta forte nello strazio, sono andata poi allo Shifa Hospital, il capo del reparto di emergenza ci ha detto che 14 morti e 20 feriti sono arrivati allo Shifa, 4 di loro sono gravemente feriti. Israele ha usato armi non convenzionali, molti morti sono arrivati senza testa. Non sanno di che armi si tratti. E’ arrivato poi in ospedale uno dei feriti da Shijaia, dove i soldati israeliani hanno aperto il fuoco contro i manifestanti dopo un funerale. Alcuni ragazzi si erano avvicinati al confine tirando pietre e i soldati hanno risposto sparando. Mentre ero per strada un’enorme esplosione, hanno colpito una zona dove si trova un campo militare, ho visto ambulanze sfrecciare, ho saputo di tre feriti. Per il momento questi sono gli aggiornamenti».

Questa è la cronaca dei fatti, nella giusta cronologia. Ad ora ci troviamo con il bilancio di alcuni feriti israeliani (quattro secondo alcune fonti, otto secondo fonti israeliane), e di 15 morti e 30 feriti palestinesi. Temiamo che purtroppo il bilancio possa aggravarsi.

Ora, il racconto cronologico dei fatti ci narra una versione molto diversa da quella raccontata dai media e ci pone di fronte a un’altra realtà, altre responsabilità, e la sproporzione tra le vittime dei bombardamenti è un altro elemento di chiarezza, di tragica chiarezza, in questo ennesimo attacco alla popolazione civile di Gaza.


Ci si può chiedere perché oggi si sia di nuovo scatenato l’inferno in questa piccola, martoriata, striscia di terra. A chi giova versare ancora sangue palestinese? Chi vuole spezzare la volontà di dialogo e il processo di unione dei palestinesi? Chi sistematicamente, impunemente, può calpestare il diritto internazionale? Chi ha interesse a schiacciare ogni passo verso un processo di pace? Ma quel che indigna oggi è anche l’occultamento, l’ennesimo occultamento della verità da parte della stampa occidentale, che si fa complice come sempre della criminale arroganza del governo israeliano.


E’ forte ormai il disagio da parte palestinese verso un’Europa debole che non prende alcuna posizione, che non riesce a far elevare una voce di dissenso nei confronti della politica del governo israeliano. Una situazione di stagnazione negoziale e di aggressione interna sui Territori Occupati e a Gaza.

Una situazione ormai arrivata a un punto di non ritorno. Anche la pazienza palestinese ha un limite. E più di sessant’anni di pazienza ci sembrano veramente tanti. Troppi.

Federica Pitoni
(Federica Pitoni fa parte della Mezzaluna Rossa Palestinese-Italia)

LIBRI & CONFLITTI. Estratto da Sulla pelle viva. Nardò la lotta autorganizzata dei braccianti immigrati AA. VV. DeriveAPPRODI

È accaduto a Nardò, quest’estate, con esattezza il 30 di luglio 2011: dopo una contrattazione fra un gruppo di lavoratori e un caporale, ben 400 lavoratori migranti, ospiti della Masseria Boncuri, hanno abbandonato i campi e, a seguito di un blocco stradale e la prima assemblea dei lavoranti, hanno messo in atto, per due settimane, il primo sciopero autorganizzato degli immigrati. Questa vicenda, i braccianti di Nardò e la loro battaglia sono il cuore vivo del testo edito da DeriveAPPRODI: Sulla Pelle viva. Nardò: la lotta autorganizzata dei braccianti immigrati (testi di Brigate di solidarietà attiva, Gianluca Nigro, Mimmo Perrotta, Devi Sacchetto, Yvan Sagnet).
Estratto dal capitolo 1:
"Un piccolo sentimento di vittoria".
Note sullo sciopero di Nardò
Mimmo Perrotta, Devi Sacchetto

4. «Se non si lotta non otteniamo niente»
La sera del 30 luglio, giorno di inizio dello sciopero, alla Masseria Boncuri si svolge la prima assemblea.

Yvan Sagnet, uno studente di ingegneria di origine camerunense, giunto a Nardo per sostenersi negli studi universitari, e tra i braccianti che, al mattino, avevano rifiutato di lavorare alle condizioni imposte dal caporale, dando inizio alla protesta. Con un vecchio megafono in mano egli apre l’assemblea con queste parole, cercando di gettare le basi del piu importante sciopero auto-organizzato dai braccianti stranieri in Italia: Con l’accordo di tutti non lavoriamo per 3,5 euro i pomodori grandi e 7 euro per i pomodori piccoli. Abbiamo deciso di fissare con l’accordo di tutti un prezzo unico per i pomodori piccoli e [uno per] quelli grandi: il prezzo dei pomodori grandi a 6 euro al cassone, per i piccoli pomodori 10 euro. Intanto domani nessuno va a lavorare. Domani ci alziamo tutti alle quattro e nessuno va a lavorare fino a che il prezzo del cassone non si e stabilizzato e fino a che il problema del contratto si e risolto. Domani alle quattro del mattino ci alziamo tutti per dire alla gente che vuole andare a lavorare che non si va a lavorare, per impedire che la gente vada a lavorare. Siete d’accordo?

L’atmosfera nel campo e tesa, le telecamere e le altre presenze esterne provocano una certa agitazione nei migranti, tanto in coloro che partecipano all’assemblea quanto in quelli che non aderiscono. Una tensione pronta a esplodere: i migranti che prendono la parola rivendicano con forza la rottura di una gerarchia lavorativa che li vede estremamente penalizzati. Il prezzo al cassone, cioe il sistema salariale, e la stipula di contratti di lavoro «veri», cioe il sistema contrattuale, sono gli elementi centrali della protesta che compattano inizialmente i migranti. Quasi immediatamente, a queste si aggiungono la questione dei capi neri – cosi i migranti chiamano i caporali africani –, cioe l’organizzazione del lavoro, e l’apertura di un ufficio di collocamento nel campo, vale a dire la gestione del mercato del lavoro. La lotta dei migranti quindi si impone fin dai primi giorni per un’articolazione complessa che abbraccia le condizioni generali del lavoro. Un elemento problematico resta, come vedremo, la rivendicazione dell’incremento del cottimo, un sistema di retribuzione illegale ma che, nelle mansioni in cui sono impegnati questi braccianti, e generalizzato: gli scioperanti, almeno inizialmente, non chiedono di ricevere una paga oraria, ma che il prezzo del cassone aumenti. Lo sciopero non tocca invece le questioni relative alle condizioni abitative, cioe la dimensione della riproduzione. Non che le lamentele rispetto alla situazione della tendopoli non vi siano, ma esse rimangono sovente sullo sfondo: la morte improvvisa, sembra per arresto cardiaco dopo una doccia gelata, di un migrante tunisino subito dopo l’inizio dello sciopero non produrra particolari rimostranze, mentre e alla chiusura del campo che la tensione salira poiche i migranti si troveranno costretti a reperire un’altra sistemazione. A pochi giorni dall’inizio dello sciopero, un incontro informale ci permette di iniziare a raccogliere del materiale importante su quanto sta accadendo. Al colloquio partecipano sette, otto persone di nazionalita diversa. I burkinabe sembrano quelli piu risoluti. Uno dei motivi della loro determinazione nell’aderire allo sciopero risiede, ci pare, nel fatto che essi trovano giornate di lavoro con piu difficolta rispetto a migranti di altre nazionalita. In un mercato del lavoro controllato dai caporali, infatti, i lavoratori piu «fortunati» sono coloro che hanno qualche rapporto (di parentela, di amicizia, di generica connazionalita) con uno o piu capi neri e quindi sono piu spesso da questi reclutati; a Nardo non vi sono contrariamente ad altre zone del Sud Italia, come nel Nord della Basilicata – caporali burkinabe, ma per lo piu tunisini, sudanesi e ghanesi. I burkinabe si trovano quindi in condizioni materiali peggiori rispetto a migranti di altre nazionalita e sviluppano un’avversione maggiore nei confronti dei caporali e della loro gestione del mercato del lavoro. Tra i partecipanti a questo incontro, alcuni sono da poco giunti in Italia dalla Libia, dove hanno sperimentato condizioni di lavoro anche peggiori, ma che hanno inteso in fretta la possibilita di reclamare un insieme di diritti stabiliti dalla legislazione italiana. La discussione si focalizza innanzitutto sul salario, sull’organizzazione del lavoro e quindi sui caporali e sui contratti di lavoro. Nella raccolta del pomodoro le condizioni di lavoro sono penose, si lavora fianco a fianco seguendo ognuno la sua fila. Quanti hanno gia lavorato in Africa in agricoltura notano la differenza nell’estrema velocita dell’esecuzione delle mansioni, mentre coloro con esperienze pregresse in agricoltura in altre aree italiane esprimono la sensazione che Nardo si collochi in una situazione lavorativa intermedia tra il ragusano e il napoletano da un lato, che sembrano le situazioni «migliori», e il foggiano, il nord barese e l’alta Lucania, dove le condizioni sarebbero ancora piu penalizzanti. Il sistema del caporalato, spiegano questi migranti, e diffuso piu in Puglia e in alcune aree della Campania, rispetto a Rosarno e alla Sicilia. «Ogni posto ha i suoi capi neri», afferma Yayi, beninese, riferendosi alle esperienze di Nardo, Foggia e Palazzo San Gervasio. Il congolese Laurent, come altri migranti presenti, ha esperienze nel settore industriale nell’Italia settentrionale, che ha lasciato a causa della crisi; le sue conoscenze sono preziose per l’articolazione dello sciopero e rimangono un punto di vista importante, quando sbotta: «Qui non e Africa, io non ho mai sentito questa cosa ‘non si puo fare il contratto a nessuno’… non si puo andare avanti cosi in Italia, io ho lavorato a Como, Milano, Lecco, mai visto questa cosa e qui l’ho vista». All’incontro di tanto in tanto si aggiungono altre persone; la discussione si sofferma quindi sullo sciopero, sul blocco delle strade intorno alla Masseria attuato da una trentina di migranti per evitare che i caporali raccolgano la loro forza lavoro. Jean-Claude, burkinabe, sottolinea l’importanza della lotta rispetto alle generazioni future, sebbene sia consapevole delle difficolta connesse alle «aziende che vogliono da tanti anni che questo sistema perduri, perche loro guadagnano». Nella Masseria serpeggia qualche malumore perche una parte dei migranti, ancora minoritaria, vorrebbe riprendere il lavoro. Gli scioperanti sono consapevoli anche del fatto che la loro azione sta scardinando gli equilibri locali. La presenza continua delle forze dell’ordine nel campo e nei dintorni, cosi come l’arrivo dei mezzi  di comunicazione di massa, sono segnali di come l’attenzione verso la loro lotta si stia diffondendo.

Come abbiamo visto, le precarie condizioni di vita alla Masseria sono oggetto di un interesse minore rispetto ai temi legati al lavoro. Diversamente da altre aree dell’Italia meridionale, i migranti coabitano in un’area delimitata:

se questo e fonte talvolta di tensioni, quest’anno ha invece messo i braccianti in una condizione di aggregazione e di forza: «ci troviamo, ci parliamo. E molto piu facile», racconta Alaeldin, sudanese. Se il sistema del caporalato trae linfa vitale dall’isolamento fisico, sociale e politico della manodopera, la Masseria Boncuri, gestita da volontari e militanti solidali con i migranti, rompe questa segregazione e permette di costruire un luogo di socializzazione, scambio e sostegno. Come in altre occasioni, il ghetto puo produrre anche relazioni sociali aggreganti. D’altra parte, Tarek, tunisino, riconosce come proprio l’unita tra lavoratori di differenti nazionalita sta contribuendo alla riuscita dello sciopero e traccia un filo diretto tra la rivoluzione tunisina e la lotta di cui e protagonista a Nardo. La sua visione non si ferma all’immediato, ma cerca di guardare lontano.

Spero che ce la faremo, dobbiamo continuare fino in fondo… Io voglio sapere magari quanto vale, qual e il prezzo del cassone. Almeno devi sapere quello che stai mangiando, stai fregando il mio sangue. O i nostri paesani, che sono i caporali, o magari voi che siete i proprietari di qualche zona… io sto facendo la manifestazione, magari per gli amici miei l’anno prossimo… e la prima volta [che faccio sciopero] perche ho trovato magari della gente brava, che mi da una mano per fare queste cose… Quelli che siamo noi, gli africani qua, non so… c’e qualcuno di tunisini, pero la siamo la maggior parte ghanesi, sudanesi c’e qualcuno… abbiamo parlato della Tunisia autonomamente che abbiamo mandato la fuori ogni dittatura [ride]… e quasi come abbiamo fatto uscire fuori [il dittatore] possiamo fare pure altre cose qua, e il nostro diritto. Uno degli effetti piu interessanti «prodotti» dallo sciopero e la rottura degli schemi «interetnici»: i portavoce sono stati scelti «per lingua», perche possono comunicare con parti importanti dei migranti nel campo, e non per gruppo nazionale. Non a caso Yvan, il leader, e un camerunense, una nazionalita sostanzialmente assente nel campo, ed e riconosciuto come portavoce non solo per le sue capacita personali, ma anche perche puo rappresentare meglio di altri le diverse componenti presenti

al campo e attive nella mobilitazione. La sera del 2 agosto una nuova assemblea auto-organizzata viene introdotta, in presenza di giornalisti e telecamere, da Yvan Sagnet, che cerca di spiegare le ragioni dello sciopero e la necessita di continuarlo. Resisteremo fino alla fine… e una lotta difficile, pero vi assicuro che vinceremo… Abbiamo il nostro potere, siamo una forza, dovete voi stessi capire che siamo una forza tutti uniti, non dobbiamo mollare. So che e difficile questo messaggio perche la maggior parte di voi siete venuti qua per lavorare. Lo sappiamo tutti che manifestare e difficile, pero tutto quello che c’e di bello in questo mondo si e ottenuto manifestando. So che sono belle parole, alcuni di voi se ne fregano niente, pero sono importanti. Quindi iniziamo tutti, tutti che subiscono le pressioni esterne, di questi… di queste mani… di continuare la resistenza… Vi lascio quest’ultimo appello: a tutti quelli che vi hanno chiesto domani di andare a lavorare, a qualunque prezzo, e di continuare a subire questo lavoro sporco e far parte di questo sistema sporco, di dire a loro che voi avete capito il loro sistema sporco. Che voi siete degli uomini. Che voi siete una forza. Che voi avete un’intelligenza. Che non e piu l’epoca della schiavitu. Che volete avere i vostri diritti. Che tutti voi volete avere un contratto vero, come tutti i lavoratori del mondo. Perche tutti quelli che lavorano non sono schiavi. Che volete avere uno stipendio della giusta misura, proporzionale al rendimento che voi fate sul lavoro. Che volete essere trattati come tutti i lavoratori, che voi non volete piu lavorare con uno stipendio cosi basso… Che questo sistema e finito da oggi, avete aperto gli occhi, e che siete coscienti di quello che fanno, che si arricchiscono dietro di voi, vi prendono come gli animali, quindi… dite loro che avete capito, tutto quello che succede. E che a partire da oggi noi vogliamo trattare direttamente con le aziende, questo e il messaggio che lasciamo ai rappresentanti della stampa, dei giornalisti che sono qua… Avere i contratti veri, che ci danno una busta paga e i contributi. A dire che quando arriveremo, quando saremo alla disoccupazione, di avere anche… di potere toccare, di avere i contributi… della disoccupazione, quindi insomma vogliamo essere trattati come i lavoratori normali…

Questo e il nostro scopo. Questa e la nostra lotta. E per quello che siamo riuniti stasera. Per non subire piu questo sistema falso, che abbiamo subito da tanti anni. Quindi domani non vogliamo vedere nessuno andare a lavorare, qualunque sia la mansione.

Mandiamo ancora il messaggio a queste persone: noi siamo decisi a resistere. Vi ringraziamo, grazie mille. [Applausi].

Dopo pochi minuti Yvan Sagnet chiede di nuovo la parola. E visibilmente emozionato, ma sente l’esigenza di condividere con i presenti, e soprattutto di denunciare davanti alle telecamere, le minacce rivoltegli da alcuni caporali: Delle persone mi hanno minacciato di morte, hanno detto che stasera la mia vita e in pericolo. Io non ho paura di loro, continuero a lottare, quindi quelli che vogliono uccidermi, io gli mando un messaggio, a tutte quelle persone, a tutte queste forze invisibili che sono nascoste dietro, che io ho Dio con me, ho la mia fede con me e la mia forza con me, io non scappero davanti a questa lotta che e giusta, quindi continuero anche domani, dopodomani fino a che questa situazione si stabilisce, a lottare, quindi questo era il messaggio che volevo lanciare a loro.

Sulla pelle viva.
Nardò: la lotta autorganizzata dei braccianti immigrati, di Brigate di solidarietà attiva, Gianluca Nigro, Mimmo Perrotta, Devi Sacchetto, Yvan Sagnet collana Samizdat
pagine 166 euro 12,00

Isabella Borghese
www.contyrolacrisi.org

Amiche ed amici della FIOM

Ci stiamo giocando la democrazia

Ci accomuna l’aver partecipato, con un nostro contributo di appassionata militanza, a fasi diverse e importanti della storia della Fiom: ognuno di noi a vari livelli, in diversi momenti, anche con diverse posizioni e opinioni. Tutti abbiamo ricevuto da questa esperienza un indimenticabile arricchimento e la consapevolezza del ruolo dei metalmeccanici per un movimento sindacale e operaio al servizio dei lavoratori e della loro emancipazione, per l’affermazione della democrazia a tutti i livelli. Ci appare pertanto oggi di straordinaria gravità l’attacco cui sono sottoposti i lavoratori e le lavoratrici e la Fiom, sul piano dei diritti civili, sociali e contrattuali, delle libertà sindacali e della democrazia.

Dagli accordi separati su contratti nazionali privi di verifica democratica, al gravissimo art. 8 della legge 148 del 14 settembre 2011, ai diktat imposti dalla Fiat, sino all’attacco in corso all’art. 18 dello Statuto, si configura un quadro che priva i lavoratori e le lavoratrici di diritti e certezze contrattuali.

Questo attacco mira a impedire che si costituiscano libere rappresentanze, che i lavoratori e le lavoratrici possano esercitare la solidarietà e praticare un’idea confederale di sindacato; si vuole impedire loro di far valere un autonomo punto di vista sulla loro condizione e sulle risposte da dare alla crisi.

In sostanza si vuole che i lavoratori all’interno del luogo di lavoro si considerino in guerra gli uni contro gli altri e che ognuno, sotto il ricatto di cui è vittima nella sua specifica condizione lavorativa, sia costretto ad adeguarsi a tale situazione. Per questa via si nega il ruolo fondamentale del conflitto sociale, indebolendo così la coesione sociale. Come sempre è accaduto nel nostro paese, l’attacco alla democrazia nei luoghi di lavoro ha anticipato una più generale crisi democratica come quella che stiamo vivendo nella gestione della crisi. Ciò che è nuovo è il grado di scasso delle regole democratiche che, nella storia della Repubblica, non ha precedenti, nemmeno nei momenti più drammatici.

Nel mentre quindi rileviamo lo straordinario valore della battaglia della Fiom e dei lavoratori e delle lavoratrici metalmeccaniche nell’opporsi alla deriva in atto, sentiamo il dovere di impegnarci affinché le ragioni di tale opposizione divengano sempre più consapevolezza generale sia per il movimento sindacale sia nell’insieme della società italiana. Nell’ambito delle molteplici iniziative che si stanno sviluppando a sostegno della Fiom con questo appello vogliamo impegnarci personalmente per contribuire a impedire che la grave situazione economica e sociale sia utilizzata come pretesto per rinunciare a una democrazia piena, ai diritti dei lavoratori e alle libertà sindacali, il cuore della nostra Costituzione.

Per questo ci costituiamo in coordinamento «Amici e amiche della Fiom» e ci sentiamo impegnati a promuovere iniziative territoriali che preparino un’iniziativa nazionale a sostegno della Fiom nella battaglia per affermare democrazia e diritti nel lavoro e nella società. L’attacco alla Fiom è inoltre esercitato con il ricatto sulle risorse economiche, sia quelle necessarie a sostenere e promuovere iniziative come la manifestazione nazionale del 9 Marzo, sia attraverso la progressiva negazione, a partire dalla Fiat, degli spazi e dei diritti per le attività sindacali. Basti ricordare la chiusura delle sedi sindacali Fiom interne alle aziende, la non concessione delle ore di permesso per i delegati e per le assemblee, il venir meno delle quote contrattuali e della raccolta delle trattenute aziendali delle quote degli iscritti Fiom.

Per questo il nostro appello è rivolto alle donne e agli uomini interessati a sostenere anche finanziariamente questa lotta per la democrazia e i diritti. Sottoscriviamo e invitiamo a sottoscrivere un contributo a sostegno delle iniziative della Fiom con una quota mensile di almeno 10 euro per tutto l’anno in corso.

Per sottoscrizione: bonifico bancario, Iban: IT 33 O 03127 05011 000000000259; C/o Unipol banca, Filiale 157 – Via Messina, 24 – 00198 Roma (Rm). Intestato a: Fiom-Cgil nazionale. Causale: «Io sostengo la Fiom-Cgil». Per le adesioni all’appello e per la segnalazione del versamento inviare e-mail all’indirizzo: info@amicidellafiom.it



*** Maria Sciancati, Antonio Pizzinato, Giovanni Pedò, Osvaldo Squassina, Gino Mazzone, Neva Bernardi, Amabile Carretti, Paolo Franco, Tiziano Rinaldini, Luciano Pregnolato, Silvio Canapè, Pierfranco Arrigoni, Renato Bonati, Luciano Gallo, Marilde Provera, Francesco Garibaldo, Carlo Moro, Umberto Duina, Anna Naldi, Maurizio Zipponi, Giatti Marco, Fabio Carletti, Tino Magni, Gianguido Naldi, Candido Salvato, Flavio Vallan, Evaristo Agnelli, Gianni Rinaldini.

«Splendida accoglienza. Facciamo le stesse lotte per ripristinare la legalità democratica nei luoghi di lavoro e nella società»

«È stato anche il nostro corteo»

Lo striscione dei No Tav: «La Grecia siamo noi» è piaciuto molto a Giannis Stefanopoulos, il presidente della federazione dei metalmeccanici greci Poem, che dal palco della Fiom ha rivendicato sviluppo e occupazione per la sua Grecia. L’operaio dei cantieri di Eleusi si è commosso per i gesti di solidarietà del «popolo della Fiom». «Abbiamo visto a Roma un’Italia diversa da quella che ci fanno vedere le nostre televisioni. Come credo che in Italia vedano una Grecia diversa da quella che viviamo noi. Alla faccia dei nostri governi tecnici», ci dice Stefanopoulos, ripetendo che la Grecia è solo una cavia da laboratorio per riportare l’Europa nel medioevo.

 Paure confermate ieri dai dati della recessione, arrivata nel paese al 7,50% nel quarto trimestre del 2011, mentre la disoccupazione a dicembre è salita al 21%, dal 14,80% dell’anno precedente. Il governo greco e la troika festeggiavano ieri il cambio dei bot greci nelle mani dei privati, il cosiddetto swap o Psi, mentre i sindacati erano sul piede di guerra contro Venizelos, arrivato a minacciare gli enti di previdenza che non volevano aderire al Psi. Sei enti non hanno aderito per paura di perdere le loro risorse e non avere soldi per pagare le pensioni, mentre il governo di Papadimos si è rifiutato di offrirgli le stesse garanzie che ha dato gratis alle banche. Con il «successo» del Psi ieri ad Atene è cresciuto il timore per una nuova ondata di tagli a giugno – con la perdita tra l’altro della tredicesima e della quattordicesima – e per un nuovo taglio delle pensioni.


Come vi è sembrata la manifestazione della Fiom?

 La Fiom e Landini sono ammirevoli per il loro lavoro. Mi hanno sorpreso molto l’entusiasmo e la grande partecipazione. Ho visto un grande spirito combattivo per difendere i diritti dei lavoratori metalmeccanici dentro le fabbriche. Capisco molto bene perché tante persone hanno viaggiato ore e ore per venire a stare con la Fiom a Roma e perché hanno resistito tutte queste ore a camminare nelle strade della città e ad aspettare i comizi. Noi del Poem abbiamo partecipato al corteo. Mi sono veramente commosso per i gesti di solidarietà della gente quando vedeva la nostra bandiera. Abbiamo avuto un caloroso abbraccio dove siamo passati. Nessuno di noi si aspettava questa accoglienza. Voglio ringraziare tutti i manifestanti per la loro solidarietà, ci hanno fatto sentire subito che eravamo nel “nostro” corteo e con la “nostra” gente.


Perché siete stati a Roma?

 Per dire ai nostri compagni di lavoro in Italia che le misure che applicano in Grecia distruggono il nostro paese e il nostro lavoro. Per metterli in guardia da queste politiche recessive. In Grecia chiudono le fabbriche, non pagano i lavoratori, violano le regole e i contratti nazionali. A Komotini, nel nord del paese, chiude un’impresa metallurgica, a Tripoli nel Peloponneso chiude Rocas, a Volos, in Tessaglia, chiude la grande impresa del settore Dmt. A Eleusi, che ha una delle più grandi aree di cantieri in Europa, gli operai sono senza busta paga da mesi. Lo stesso succede in tante altre imprese del settore. Nei cantieri vicini di Skaramagas fanno pressioni per applicare il lavoro a turni, con orari e giorni di lavoro ridotti. Noi metalmeccanici in Grecia ci troviamo in una situazione drammatica grazie alle politiche della troika.


Come reagiscono i lavoratori del settore?

 Siamo da due anni in lotta. Giovedì abbiamo uno sciopero di 24 ore e faremo un corteo da piazza Omonoia fino alla sede del governo, a palazzo Maximou, dove vive Papadimos. Chiediamo un progetto per salvare i cantieri e i loro fornitori in tutta la Grecia. Mentre noi saremo in corteo contro il governo di Papadimos che cerca di distruggere completamente il settore dei cantieri, l’associazione delle imprese metallurgiche sarà di fronte al tribunale del Pireo per sostenere l’abolizione del contratto nazionale del settore.


Il settore metallurgico si trova in queste condizioni per problemi strutturali o a causa delle politiche della troika e di Papadimos?

 Le misure imposte dalla troika e applicate dai suoi “impiegati” che governano la Grecia distruggono il nostro paese e ne distruggeranno altri. Abbiamo fatto da cavia e probabilmente non solo per l’Europa del Sud. L’attacco alla nostra sovranità nazionale si estenderà ad altri paesi, vogliono schiavizzare i popoli dell’Europa del Sud. Utilizzano la crisi del debito per cancellare la democrazia politica e sindacale e i diritti sociali, governando con regimi tecnici che nessun cittadino ha votato. In Grecia, in Italia e nel resto dell’Europa del Sud facciamo le stesse lotte per ripristinare la legalità democratica nella società e nei luoghi di lavoro.


Argiris Panagopoulos

10 marzo 2012
www.ilmanifesto.it