27 febbraio 2012

Assistendo al dibattito in corso tra “parti sociali” relativamente alle intenzioni dell’antisociale governo Monti di svuotare i contenuti dell’articolo 18 dello Statuto Lavoratori per estendere la precarietà a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori italiani, come se quelle presenti nel mercato del lavoro italiano non bastassero a renderlo drammatico, diamo un giudizio assolutamente negativo alla linea attendista e di “riduzione del danno” che sta portando avanti la CGIL Nazionale! (...)

Lettera aperta alla CGIL

A partire dalla riforma previdenziale contro la quale è palesemente mancata una reazione proporzionata all’offesa, che pesantemente e nuovamente ha colpito i redditi da lavoro rendendo una chimera la prospettiva di andare in pensione ad un’età accettabile, passando per l’affondo al contratto nazionale ormai azzerato, anche attraverso l’accordo del 28 giugno 2011, e arrivando alla totale assenza di conflitto quando la principale azienda manifatturiera italiana (la FIAT) decide con chissà quale legittimità di “licenziare” la rappresentanza FIOM, si palesa una chiarissima inadeguatezza del gruppo dirigente nazionale che letteralmente balbetta davanti ad attacchi così pesanti, che rischiano di essere gli ultimi per il mondo sindacale prima della disfatta definitiva!! Se poi a questo si aggiunge quel qualcosa di non chiarito su informali contatti tra la Camusso e Monti circa possibili modifiche all’art. 18, emerge pure un quadro di gravi e volontarie responsabilità della segreteria, in una gestione esageratamente verticistica ancora più grave di quella che denunciammo all’epoca dell’accordo del 28 giugno!!

 In rappresentanza di numerosi iscritti e iscritte che pure con il loro contributo mensile reggono la struttura confederale, vi diciamo che questo atteggiamento di pura passività che si limita a dichiarazioni sui media senza minacciare l’apertura di una fase conflittuale degna di questo nome, produrrà solo disastri per la classe lavoratrice, che millantate di rappresentare. Non è più possibile rilanciare il conflitto come nell’ultimo sciopero generale del 2011 !?? Cosa è cambiato nell’era Monti da dover far digerire a iscritti e iscritte, lavoratori e lavoratrici, un atteggiamento così subalterno alla classe borghese del nostro paese!?

 E’ per noi ormai evidente che con l’uscita di Berlusconi dal governo e con l’avvento del tecnico Monti, la CGIL mostra nuovamente quella subalternità più o meno strisciante dal partito del nulla (il PD), che sostiene in parlamento assieme al PDL di Berlusconi questo esecutivo, nonostante sia chiarissima la sua politica reazionaria e neoliberista, fuori dai dettami della Costituzione repubblicana ma fedelmente osservante delle ricette anti-sociali di BCE ed FMI!!

 Noi, come delegati, assieme a tanti iscritti/e, lavoratrici e lavoratori NON COMPRENDIAMO PIU’ IL SENSO di questo atteggiamento AUTOLESIONISTA!!

 Nel marzo del 2002, per aver tentato l’affondo con l’abolizione dell’art.18, l’allora Governo Berlusconi dovette fare retromarcia davanti ad una mobilitazione della sola CGIL veramente degna di questo nome, che portò a Roma tre milioni di lavoratrici e lavoratori. Oggi, dopo 10 anni, come se le condizioni delle classi subalterne fossero migliorate, la Confederazione non riesce a far di meglio che rilasciare dichiarazioni spesso smentite dai fatti, come quella per cui il numero 40, riferito agli anni di anzianità di lavoro, era un numero magico ed intoccabile, quasi che l’arroganza del nuovo esecutivo potesse essere frenata dalle sole parole!!

 Alla firma da parte della CGIL dell’accordo del 28 giugno 2011, che ha spianato la strada all’atteggiamento sempre più arrogante e antidemocratico dei padroni a partire da Marchionne, chiedemmo le dimissioni della segretaria generale Camusso, richiesta che oggi nelle sue motivazioni ci sembra ulteriormente rafforzata. Oggi, se la CGIL non riesce nei fatti a porre un argine alle misure nefaste di questo governo, saranno sempre più flebili le tutele nel mondo del lavoro, basterà - ed in FIAT a Pomigliano basta già oggi - essere iscritti al sindacato sbagliato per perdere il lavoro e comunque essere discriminati.

 MA il GRUPPO DIRIGENTE CGIL SE NE RENDE CONTO O NO CHE QUESTO SIGNIFICA CHIUDERE con 100 ANNI E PIU’ DI STORIA e TORNARE DRAMMATICAMENTE INDIETRO rispetto agli esiti di BATTAGLIE di CIVILTA’ di cui la CGIL è STATA PROTAGONISTA !???

 Capite o no che questa politica di passività non fa altro che CANCELLARE ANNI DI LOTTA, di sacrifici individuali e collettivi immani che hanno permesso fondamentali conquiste sociali, mentre non esiste alcuna sponda in parlamento in quanto lo stesso – in nome dell’emergenza di bilancio – è diventato una melassa indescrivibile senza né arte né parte, quindi senza capacità di discernimento e iniziativa, incapace di condizionare scelte economico sociali che non salvano proprio nessuno, se non i capitali finanziari dei più ricchi e dei più furbi !??

 Noi vi URLIAMO di SVEGLIARVI PRESTO da questo LETARGO, che avrà certamente una ragione, ma molto lontana dalla missione di una organizzazione sindacale come la CGIL, altrimenti l’alternativa sarà quella della resa delle armi per consegnarsi alla logica della CISL e UIL e diventare tutti un grande patronato assistenziale, privo – per volontà certa, non fato - della necessaria capacità contrattuale e di conflitto!!


RSU Fabio Perini spa - LUCCA

RSU KPL PACKAGING - BOLOGNA

Gruppo KORBER

RSU Finder Pompe Spa

Stabilimento Cerpelli

26/02/2012

dal sito Rete 28 Aprile

25 febbraio 2012

Un’opposizione politica alla politiche dei tecnici, della Bce e del Fmi viene per ora soprattutto espressa dalla destra populista europea: un insieme di partiti già saldamente insediati nelle istituzioni politiche, che hanno un accesso privilegiato al dibattito pubblico e ai media. I governi europei non hanno memoria.

La tentazione del populismo in Europa

La crisi economica avviata con il collasso finanziario del 2008-2009 sta rapidamente cambiando gli scenari della democrazia in Europa. Per fronteggiare gli effetti della crisi si attribuiscono sempre più funzioni di governo ai “tecnici”, che inevitabilmente ridimensionano non solo il ruolo e la visibilità dei partiti, ma anche i poteri e i diritti politici dei cittadini. Governi guidati da tecnici sono al lavoro in Italia e in Grecia, sostenuti da coalizioni politiche trasversali. Ma ancora più importante è il ruolo della “troika” formata da Commissione europea, Bce e Fmi che svolge un ruolo da “supergoverno”, commissariando di fatto le politiche economiche e sociali dei paesi più in difficoltà dell’Eurozona. L’intervento del “tecnico” Mario Draghi ha poi esplicitato un progetto di trasformazione epocale del Vecchio continente, con l’archiviazione del “modello europeo” soprattutto per le protezioni sociali e i diritti del lavoro. Tutto questo avviene mentre, al di là dell’atlantico, il “politico” Obama è accusato di voler trasformare gli Stati Uniti imitando il modello europeo.
Da dove nasce il potere dei tecnici? Il loro punto di forza è quello di poter imporre anche politiche impopolari, perché non hanno la necessità di conquistare il consenso elettorale. Possono d’altra parte contare sulle debolezze e la poca credibilità dei partiti: per affrontare i problemi posti dalla crisi economica l’opinione pubblica sembra più disposta ad affidarsi a una élite di tecnici piuttosto che alle tradizionali élite politiche. Si sta anche affermando un “retorica dei tecnici”, ripetuta come un mantra da Monti, da Draghi e dalla Fornero: l’idea di agire nell’interesse delle future generazioni, soprattutto dei giovani che sperimentano sempre più la disoccupazione e il precariato. Una retorica che non solo è smentita da tutti gli economisti più seri, ma che ha scarsissima credibilità presso i giovani. In Italia il consenso per il governo dei tecnici è elevato soprattutto fra gli anziani e i pensionati, mentre è molto più limitato nelle giovani generazioni; è molto forte fra gli imprenditori e i liberi professionisti mentre si riduce drasticamente tra i disoccupati.
Come ci si può opporre al potere dei “tecnici” e al rigido paradigma neoliberista di cui diventano esecutori? Il dissenso si manifesta soprattutto nella “piazza”, come dimostrano le ripetute mobilitazioni che si sono registrare in Grecia, Spagna, Portogallo e (in misura per ora limitata) in Italia. Le mobilitazioni hanno però molte difficoltà ad incidere sui processi in corso perché prive di una rappresentanza politica. Emerge così un diffuso senso di impotenza dei cittadini, una percezione di espropriazione della sovranità popolare, che si lega spesso con la perdita delle sovranità nazionale. Una opposizione politica alla politiche dei tecnici, della Bce e del Fmi viene per ora soprattutto espressa dalla destra populista europea: un insieme di partiti già saldamente insediati nelle istituzioni politiche, che hanno un accesso privilegiato al dibattito pubblico e ai media. Queste formazioni hanno avuto successo negli ultimi venti anni soprattutto gestendo l’antipolitica e denunciando le minacce ai diritti e al benessere delle comunità nazionali attribuite agli immigrati. Oggi appare ancora più facile una gestione politica populista della proteste perché da una parte viene messa in discussione la sovranità popolare e dall’altra si ridimensionano i sistemi di welfare locali, chiedendo allo stesso “popolo” di pagare i costi per risanare i bilanci statali e fronteggiare i collassi delle banche.
La destra populista europea gestisce le tensioni sociali contrapponendosi non solo al ceto politico nazionale ma anche alle oligarchie economiche e finanziarie che dominano a livello internazionale. La polemica contro gli effetti della globalizzazione e della crisi economica è strettamente intrecciata a quella contro l’Unione Europea: si rifiuta ogni tipo di solidarietà per gli stati in difficoltà, e si sottolineano i vantaggi di un possibile abbandono dell’Euro. In alternativa alle pratiche della democrazia partecipativa, le formazioni populiste valorizzano una sorta di democrazia plebiscitaria, di fatto realizzata chiedendo un pronunciamento con il voto per i loro leader come interpreti dell’autentica volontà popolare.
I principali partiti di centrosinistra europei appaiono oggi in gravi difficoltà: non sono più in grado di gestire i problemi e le nuove domande prodotte dalla crisi perché dovrebbero rimettere in discussione il paradigma di “neoliberismo temperato” su cui si sono posizionati negli ultimi venti anni.
I partiti europei di centrodestra si muovono in modo molto diverso: di fronte alle scadenza elettorali cercano di recuperare alcune idee e soprattutto la retorica della destra populista. Viene in parte rimessa in discussione la divisione del lavoro che si era realizzata di fatto in diversi paesi europei: i partiti di centrodestra gestivano le politiche neoliberiste mentre i partiti populisti davano espressione alle insicurezze e alle domande di protezione dei ceti popolari. In Francia Sarkozy cerca di presentarsi come “presidente del popolo” prendendo le distanze dalle élite economiche che erano state favorite dalla sua politica fiscale. Chiede un affidamento plebiscitario alla sua persona per salvare la nazione dalla “catastrofe” e al tempo stesso manda precisi segnali all’elettorato del Front National con la promessa di frenare l’immigrazione, di escludere i matrimoni omosessuali e di riformare la politica riducendo il numero dei parlamentari.
In Germania, per riconquistare popolarità, la Merkel cerca di presentarsi come la paladina del “popolo tedesco” riducendo al minimo la solidarietà nell’ambito dell’Unione. La Grecia e gli stati in difficoltà vengono offerti ai cittadini tedeschi come possibili capri espiatori per l’indignazione e la rabbia popolare. Una strategia nel contesto dell’Eurozona molto simile a quella che la Lega ha praticato in Italia. Il Carroccio ha cercato di gestire il malcontento crescente delle regioni del Nord rilanciando le polemiche contro le responsabilità delle popolazioni del mezzogiorno, presentando la secessione come l’unica via per portare la Padania fuori dalle difficoltà economiche.

Roberto Biorcio
25 febbraio 2012
www.ilmanifesto.it

21 febbraio 2012

Un nutrito gruppo di un centinaio di avvocati giuslavoristi ha reso pubblico un appello per il mantenimento dell'articolo 18. La sua lettura è istruttiva, perchè fa chiarezza su alcuni luoghi comuni errati.

ART. 18: LE VERITA' NASCOSTE

Desta grande sconcerto, tra gli operatori giuridici (avvocati, magistrati) che quotidianamente hanno a che fare, per il loro lavoro, con la tematica dei licenziamenti, il livello di approssimazione e di assoluta lontananza dalla realtà con cui tanti autorevoli personaggi della politica, del giornalismo e persino dell'economia affrontano l'argomento, contribuendo ad alimentare una campagna di disinformazione senza precedenti.

Sta infatti entrando nella convinzione del cittadino (che non abbia, in prima persona o attraverso persone vicine, vissuto il dramma della perdita del posto di lavoro) la falsa impressione che in Italia sia pressoché impossibile licenziare, persino nei casi in cui un'impresa, in comprovate difficoltà economiche e finanziarie, con forte calo di ordini e bilanci in rosso, avrebbe necessità di ridurre il proprio personale (caso spesso citato nei dibattiti televisivi per mostrare l'assurdità di una legislazione che ingessi fino a questo punto l'attività imprenditoriale). Queste leggi assurde, poi, si salderebbero con una asserita "eccessiva discrezionalità interpretativa" dei magistrati (categoria della quale, nell'ultimo ventennio, ci hanno insegnato a diffidare) e sarebbero la causa, o quantomeno la concausa, del precariato giovanile.

Senza considerare che è l'Europa a chiederci di rivedere la normativa in tema di licenziamenti, perché eccessivamente rigida. Inoltre il diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro sarebbe un' "anomalia nazionale".

Come si sa, il principio di propaganda che sostiene che "una bugia ripetuta mille volte diventa verità" paga, ed è estremamente rara, nei talk show televisivi, la presenza di giuslavoristi che raccontino cosa effettivamente accade nei luoghi di lavoro, nelle trattative sindacali, negli studi degli avvocati e nelle aule di giustizia: che cioè la legge già consente di licenziare per motivi "inerenti all'attività produttiva, all'organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa" e che conseguentemente i licenziamenti per riduzione di personale avvengono quotidianamente, sia da parte di aziende con meno di 16 dipendenti (che non hanno altro onere che quello di pagare un'indennità di preavviso molto più bassa di quella prevista in altri paesi europei: solo ove un giudice accerti che le motivazioni addotte non sono vere, dovrà pagare un'ulteriore indennità, comunque non superiore a sei mensilità) sia da parte delle grandi aziende (che in caso di esubero di personale di più di cinque unità devono solo seguire una procedura che coinvolge il sindacato, ma che le vincola - anche in caso di mancato accordo sindacale al suo esito - esclusivamente a seguire dei criteri oggettivi nella selezione del personale da licenziare). Al di fuori dei licenziamenti per motivi economici - rispetto ai quali il giudice ha (solo) il potere di effettuare un controllo: a) di verità sui motivi addotti nei licenziamenti individuali e b) di regolarità della procedura nei licenziamenti collettivi - l'art. 18 si applica, ai datori di lavoro con più di 15 dipendenti, in caso di licenziamenti individuali, quasi sempre per motivi disciplinari.

E qui, di volta in volta, il magistrato valuta il caso concreto, che non è mai come quelli da barzelletta che vengono talvolta riportati per dimostrare l'arbitrarietà del giudice e la presunta assurdità del sistema. Da oltre trent'anni si sente parlare del caso del garzone del macellaio amante della moglie del datore di lavoro, che sarebbe stato reintegrato perchè i fatti avvenivano al di fuori dell'orario di lavoro. Basta che una falsa notizia come questa venga detta in televisione, ed ecco che il quadro è completo e il prodotto confezionato: l'opinione pubblica, dopo un mese di questa martellante propaganda, è pronta ad accettare le giuste soluzioni che - condivise o non condivise da tutti i sindacati - ci facciano fare quel passo decisivo per adeguare l'Italia alle nuove esigenze della globalizzazione e renderla finalmente competitiva anche rispetto ad altri paesi europei che hanno una maggiore flessibilità in uscita.

Ma è proprio vera quest'ultima cosa? Come mai non riusciamo a leggere in nessun giornale che gli indici OCSE che segnalano la cd. rigidità in uscita collocano attualmente l'Italia (indice dell'1.77) al di sotto della media europea (basti dire che la Germania ha l'indice 3.00)? Ed è proprio vero che il diritto alla reintegrazione (in caso di licenziamento dichiarato illegittimo) è previsto solo nel nostro Paese? Premesso che il discorso dovrebbe essere approfondito, va detto che in certi Paesi è addirittura costituzionalizzato (Portogallo) ed in altri è un rimedio possibile (ad esempio Svezia, Germania, Norvegia, Austria, Grecia, Irlanda, in taluni casi Francia) spesso accompagnato da ulteriori tutele.

La verità è che non esiste un vero collegamento tra la ripresa produttiva e la libertà di licenziare, e forte è quindi il timore che il "governo tecnico", approfittando della crisi economica, possa dare attuazione ad un antico progetto di riassestamento del potere nei luoghi di lavoro, che per essere esercitato in modo sovrano mal tollera l'esistenza di norme di tutela dei lavoratori dagli abusi. Perchè è questo, e solo questo, il senso profondo dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori: una norma che sanziona il comportamento illegittimo del datore di lavoro ripristinando lo status quo ante che precedeva il licenziamento - lo si ribadisce - illegittimo. E la cui esistenza, per l'appunto, impedisce che il potere nei luoghi di lavoro (con più di 15 addetti, purtroppo, perchè altrove, appunto, tale tutela non c'è) possa essere esercitato in modo arbitrario e lesivo della dignità dei dipendenti.

Ma nello stesso tempo occorre valutare con estrema attenzione anche tutte quelle prospettate soluzioni che, prevedendo la "sospensione temporanea" dell'articolo 18 per i primi tre o quattro anni per i giovani in cerca di un'occupazione stabile, teoricamente non sottrarrebbero la tutela dell'art. 18 "a chi già ce l'ha".

Occorre, infatti, quanto meno scongiurare l'ipotesi che in tale formula rientrino tutti i nuovi rapporti di lavoro poiché, altrimenti, inevitabilmente vi ricadrebbero anche coloro che, pur avendo goduto in passato della tutela dell'articolo 18, si ritrovino in stato di disoccupazione (dato che, come abbiamo visto, la norma non vieta affatto di licenziare, sanzionando solo i licenziamenti privi di giusta causa o giustificato motivo, e quindi solo quelli illegittimi). E dal momento che, checché se ne dica, il posto di lavoro fisso a vita è veramente un sogno e il mercato del lavoro è in continuo movimento (specie per quanto riguarda l'invocata flessibilità in uscita), nel caso in cui le disposizioni in cantiere non siano circoscritte con precisione, avremmo un esercito di disoccupati attuali o potenziali anche ultracinquantenni che, lungi dal portarsi dietro, infilato nel taschino della giacca, l'articolo 18 goduto nel precedente posto di lavoro, ingrosserebbero le fila dei nuovi precari. Perchè diversamente non possono essere considerati dei dipendenti che per tre o quattro anni siano sottoposti al ricatto della mancata stabilizzazione ove non "righino dritto" senza ammalarsi, fare figli, scioperare o avanzare rivendicazioni di sorta (e se, alla fine del triennio, non vi sarà - com'è probabile - alcuna garanzia di "stabilizzazione" del rapporto, in questo gioco dell'oca si potrà tornare alla casella di partenza, con un diverso datore di lavoro...).

Ecco quindi che, per altra strada, si arriverebbe a ridimensionare anche i diritti di coloro ai quali l'articolo 18 attualmente si applica, risultato che la propaganda vorrebbe finalizzato a favorire quelli che ne sono esclusi: come ha scritto Umberto Romagnoli, è come avere la pretesa di far crescere i capelli ai calvi rapando chi ne ha di più.

Un'ultima annotazione su un'altra soluzione di cui si sente parlare: la sostituzione della sanzione prevista dall'articolo 18 (reintegrazione) con un'indennità in tutti i casi di licenziamenti semplicemente motivati da ragioni economiche.

Si è già detto che tali licenziamenti sono già consentiti, e secondo l'art. 30 della legge 183 del 2010 "il controllo giudiziale è limitato esclusivamente (...) all'accertamento del presupposto di legittimità e non può essere esteso al sindacato di merito sulle valutazioni tecniche, organizzative e produttive che competono al datore di lavoro".

Cosa si vuole di più? Perchè si vorrebbe impedire al giudice anche un accertamento di legittimità (e non di merito) sulle motivazioni addotte? Forte è il sospetto che in questo modo si voglia consentire al datore di lavoro di liberarsi di dipendenti scomodi semplicemente adducendo una motivazione economica, anche se non vera. Sancendo così, automaticamente, il pieno ritorno agli anni cinquanta, quando i licenziamenti erano assolutamente liberi e la Costituzione nei luoghi di lavoro, faticosamente introdotta nel 1970 dallo Statuto dei lavoratori, semplicemente un sogno.

Auspichiamo proprio che, con la scusa di dover riformare il mercato del lavoro, non si arrivi a tanto.

15 febbraio 2012

La Fiom mette i piedi sul tavolo. Sciopero e corteo a Roma il 9 marzo


UNA SCELTA DI CLASSE, UNA LOTTA PERMANENTE

La Fiom è il convitato di pietra al tavolo indetto dal governo dei tecnici su lavoro e welfare. Ma alla trattativa la Fiom partecipa a suo modo: con la mobilitazione. Primo appuntamento: sabato 18, a Roma, per un attivo nazionale di quadri e delegati del sindacato dei metalmeccanici. Seconda data da tenere a mente: venerdì 9 marzo, grande manifestazione nazionale a Roma e 8 ore di sciopero nelle industrie metalmeccaniche.
I metallurgici della Cgil hanno più di un motivo per protestare: lo scippo del Contratto nazionale, con l'accordo separato firmato da Cisl e Uil e mai validato da un referendum; l'offensiva di Fiat, che ha cancellato il diritto di rappresentanza degli iscritti al più antico sindacato dell'industria con un colpo di penna e ha esteso il "modello Pomigliano" a tutto il gruppo.
E poi la crisi, che strangola molte aziende: dalle piccole, sottoposte alla gelata dell'economia internazionale, a quelle grandi e strategiche, vittime della lunga latitanza dei governi dai tavoli che dovrebbero decidere la politica industriale.
Ma la manifestazione del 9 marzo, accanto ai temi "sindacali" dei metalmeccanici, metterà al centro anche i grandi temi politici, quelli "confederali", in discussione nel tavolo con le parti sociali indetto a palazzo Chigi. Su quei temi la piattaforma della Fiom è netta: nessuna manomissione dell'articolo 18 (al massimo la Fiom dà la sua «disponibilità per una normativa che acceleri la celebrazione dei processi»); riduzione della precarietà, estensione dei diritti, tutela del reddito, ampliamento degli ammortizzatori sociali a tutte le imprese e a tutte le forme di lavoro. Come dire, parafrasando Monti e Ichino: «basta con l'apartheid tra protetti e non protetti». Però con una strategia opposta: per riunificare il mondo del lavoro non bisogna togliere i diritti a chi li ha, ma darli a chi non li ha (se di "protetti" si può ancora parlare durante l'era Marchionne e con la disoccupazione in vertiginoso aumento). Infine, la Fiom chiede un piano straordinario di investimenti pubblici e privati per il rilancio del sistema industriale.
In sintesi, la Fiom dice un no netto alle politiche del governo Monti. Le sue parole d'ordine non sono molto dissimili da quelle della Cgil, che però è stabilmente seduta al tavolo di confronto col governo, nonostante molti provino a far saltare i nervi della Camusso (vedi Repubblica coi suoi scoop) e la fragile unità sindacale con Cisl e Uil. La segretaria generale della Cgil ha salutato la mobilitazione della Fiom con fredda condivisione: «Lo sciopero è per il contratto nazionale di lavoro, per la democrazia in Fiat, per l'esclusione della Fiom e per il mancato reintegro al lavoro a Pomigliano dei metalmeccanici iscritti alla Fiom», ha dichiarato Camusso, lasciando da parte i temi "confederali" affrontati nella piattaforma presentata da Landini. Quanto all'articolo 18, «la Cgil ha già espresso la sua posizione», chiosa la Camusso.
Il corteo si preannuncia lungo e partecipato. Come sempre, accanto alla Fiom scenderanno in piazza movimenti, associazioni, partiti della sinistra, a partire dal Prc e dal Pdci. «Sosteniamo la decisione della Fiom di indire lo sciopero generale per i diritti dei lavoratori, per l'articolo 18, contro il governo Monti», ha dichiarato il segretario del Prc Paolo Ferrero. Più qualche esponente sparso del Pd. Il segretario dei democratici capitolini Miccoli ha già annunciato la sua partecipazione. Facile prevedere che sul corteo della Fiom si assisterà all'ormai classica spaccatura del Pd tra fan di Monti e fan della Cgil.

Redazione Rifondazione.it
15 Febbraio 2012

14 febbraio 2012

Eternit: condannati a 16 anni i responsabili. Soddisfatti, ma impegno deve continuare. La politica faccia la sua parte, finalmente!!!!

Verità e giustizia

Nessuno restituirà la vita alle migliaia di persone uccise dall'amianto, operai e cittadini colpevoli solo di aver lavorato nelle fabbriche della morte, oppure di aver lavato le tute impregnate di veleno dei loro compagni, o di aver respirato in casa o al bar quelle maledette fibre. Una strage, a Casale Monferrato e nelle città di tutto il mondo in cui il miliardario svizzero Schmidheiny e il barone belga de Cartier hanno ucciso e intossicato in nome di un profitto che sapevano fondarsi sul sangue di tanta povera gente. Nessuno restituirà il sorriso a chi ha perso il marito o il figlio, o l'uno e l'altro, in base al principio criminale per cui la salute e la vita di chi lavora sono variabili dipendenti del plusvalore, architrave dell'impresa capitalistica.

Eppure, la sentenza di condanna a 16 anni per disastro doloso e omissione dolosa di misure antinfortunistiche emessa ieri dal tribunale di Torino, ha un grandissimo merito: restituisce a intere comunità vittime dell'amianto il rispetto che meritano e, insieme, la fiducia se non in un futuro ormai intimamente compromesso, almeno nella giustizia. Questa volta gli assassini non l'hanno fatta franca, uccidevano sapendo di uccidere e per questo sono stati condannati. Le lacrime di commozione di chi per anni ha lottato per avere non quel che aveva perso - e nessuna sentenza potrà restituirgli - ma verità e giustizia, mostrano la riappropriazione da parte di migliaia di persone del diritto a vivere ed elaborare il lutto più grande, sapendo però che la loro battaglia civile non è stata inutile. Il Comitato familiari delle vittime dell'amianto ne aveva appena vinta un'altra di battaglia, costringendo il sindaco e l'amministrazione comunale di Casale a tornare sulla sua decisione intollerabile di accettare i soldi del carnefice, mister Eternit, il magnate Schmidheiny, a condizione di rinunciare alla costituzione di parte civile. Uno schiaffo che la comunità delle vittime non poteva accettare. Quel sindaco di destra, oltre che cinico e disumano, neanche sapeva fare i conti, dato che la giustizia ha deciso un risarcimento al comune superiore a quello «offerto» dal miliardario in cambio dell'uscita di scena.

Chissà se qualche mascalzone verrà a spiegarci che sentenze come queste allontanano gli investimenti stranieri in Italia. Chissà se Schmidheiny interverrà a qualche congresso di Confindustria per protestare contro la sentenza, come avevano fatto i suoi colleghi della ThyssenKrupp.

Sarebbe bello, al contrario, se la condanna di Torino istillasse almeno un dubbio nella testa di chi, in fabbrica come in Parlamento, a palazzo Chigi come nelle redazioni dei grandi giornali, cavalcando la crisi si batte per cancellare diritti e dignità di chi lavora. La cui sicurezza, oggi, viene in secon'ordine rispetto al profitto. La sentenza interroga chi in nome della crisi sta cancellando il contratto nazionale, lo Statuto dei lavoratori, le norme sulla sicurezza. Sono quelli per cui i profitti vengono prima dell'ambiente.

Della conclusione del processo di Torino dobbiamo ringraziare una magistratura che ha avuto il coraggio di formulare una sentenza che farà giurisprudenza in tutto il mondo. Dobbiamo ringraziare per primo il pm Raffaele Guariniello che ha istruito il processo, un uomo giusto, tenace, puntiglioso. Non un eroe, gli eroi non servono. Un magistrato.

Loris Campetti

14.02.2012

12 febbraio 2012

Domani 13 febbraio 2012 la sentenza contro la multinazionale Eternit, un atto di giustizia atteso in tutto il mondo per la criminale produzione di morte che ha colpito migliaia di lavoratori e familiari, che continua a colpire e continuerà se non la si blocca con una pena esemplare

PROCESSO ETERNIT: SU TORINO GLI OCCHI DEL MONDO

In occasione della sentenza di primo grado del processo Eternit per le migliaia di morti per mesotelioma pleurico in seguito ad esposizione alla fibra di amianto negli stabilimenti della Eternit disseminati in mezza Europa, i familiari delle vittime ed ex operai della ThyssenKrupp di Torino riuniti nell’Ass. Legami d’Acciaio onlus saranno presenti, in segno di solidarietà e vicinanza, al presidio organizzato davanti al Tribunale di Torino: una battaglia di giustizia e verità che la città di Casale M.to porta avanti da decenni con coraggio e abnegazione in nome di tutti i lavoratori e i cittadini casalesi uccisi dalla fibra-killer e da chi ha taciuto delle condizioni di lavoro negli stabilimenti del gruppo svizzero, sacrificando inermi lavoratori in nome del profitto.

Importante esempio di come una comunità compatta e unita possa raggiungere importanti obiettivi (uno fra tutti: la messa al bando dell’amianto), creare solidarietà e coordinamento con altre realtà di lotta impegnate in battaglie analoghe.

Battaglie sul piano giudiziario, quelle rappresentate dalle vicende ThyssenKrupp ed Eternit, che si iscrivono in una battaglia più ampia per cambiare questo ordine sociale e questo sistema produttivo che provoca morti e sofferenze e che già oggi molti combattono su vari fronti di lotta: sul piano della sicurezza sul lavoro, contro la devastazione ambientale, per i diritti dei lavoratori, ecc.

Nessuna chiusura di siti produttivi nocivi (che vedrebbe lavoratori perdere la propria fonte di sostentamento) ma riconversione ad altre produzioni (possibile e necessaria) utili e nel rispetto di persone e ambiente.

Per questo saremo presenti a fianco dei parenti delle vittime e dei lavoratori e dei cittadini ammalatisi a causa dell’amianto, nell’ottica di coordinamento tra le lotte e per la dignità del lavoro: utile e dignitoso per tutti!

Invitiamo sindacati confederali e di base, associazioni, comitati di lotta, cittadini e i rappresentanti degli Enti locali a partecipare e ad estendere l’invito a partecipare a questa importante giornata di lotta per la verità e la giustizia.

 Ass. Legami d’Acciaio onlus
Torino, 11 febbraio 2012      

10 febbraio 2012

Sul banco degli imputati, i vertici della Eternit. Il pubblico ministero di Torino Raffaele Guariniello ha chiesto la condanna a 20 anni per i massimi dirigenti della multinazionale

Eternit, il processo in diretta su rassegna.it
Lunedì 13 febbraio, al Palazzo di Giustizia di Torino, è attesa la sentenza sulle vittime della Eternit . È il più grande processo penale in Italia e nel mondo per le morti dovute all’amianto. Sono circa tremila, tra lavoratori e cittadini deceduti o ammalati, le vittime dell’amianto. Oltre allo stabilimento di Casale (il vero epicentro della tragedia con 1.700 morti) sono coinvolti anche gli altri di proprietà del colosso svizzero nel nostro paese: Cavagnolo (Torino), Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli). In quest’ultimo, ricorda la Cgil Campania, nel corso degli anni 1045 dipendenti sono morti: “Tra le patologie responsabili, il cancro ai polmoni, il cancro alla laringe, le asbestosi polmonari, il mesotelioma pleurico”.

“Purtroppo - ricorda l’Associazione Familiari Vittime Amianto (Afeva) - altre centinaia di vittime si sono aggiunte in questi ultimi anni. Le patologie da amianto che hanno colpito e ancora stanno colpendo le ex lavoratrici e lavoratori e le popolazioni sono mesotelioma (tumore maligno alla pleura o peritoneo), carcinoma polmonare e asbestosi”.

Sul banco degli imputati, i vertici della Eternit. Il pubblico ministero di Torino Raffaele Guariniello ha chiesto la condanna a 20 anni per Stephan Schmidheiny, miliardario svizzero di 64 anni, e Jean Louis Marie Ghislain de Cartier de Marchienne, barone belga di 89 anni, i massimi dirigenti della multinazionale. Le accuse contestate sono disastro ambientale doloso (per l'inquinamento e la dispersione delle fibre-killer) e omissione volontaria di cautele nei luoghi di lavoro. L'accusa ha chiesto anche tre pene accessorie: l'interdizione perpetua dai pubblici uffici, l'incapacità di trattare con la pubblica amministrazione per tre anni e l'interdizione temporanea dalla direzione di imprese per dieci anni.

“Dopo oltre trent’anni di lotta per la giustizia-bonifica-ricerca – denunciano in un comunicato Afeva e Cgil Cisl Uil – auspichiamo che questa sentenza possa offrire un grande contributo alla lotta mondiale contro l’uso dell’amianto e per la salvaguardia della salute”.

La lettura della sentenza si potrà seguire in diretta video su rassegna.it , a partire dalle 09.00, grazie allo streaming fornito dalla Provincia di Torino .

RadioArticolo1 dedicherà a questo evento l’intera programmazione della giornata. Una lunga diretta che alternerà il racconto della vicenda con collegamenti da Torino, testimonianze dal vivo, interviste ai protagonisti della lunga vertenza. 

5 febbraio 2012

Lettera a Monti su una storia incredibile. Sono questi i valori in questo disastro epocale?

L'ARTICOLO 18? ECCO A COSA SERVE
A cosa serve l’articolo 18? Caro presidente del Consiglio Mario Monti, abbia la pazienza di ascoltare questa storia, che arriva dal profondo Nord. Una di quelle storie che fanno riflettere, a meno di non avere il cervello obnubilato dalla eccessiva monotonia (non è il suo caso) del posto fisso, sull’importanza dell’Art. 18.

La vicenda si svolge a Mantova, città di Emma Marcegaglia, la presidente degli industriali italiani. Un’azienda, la Primafrost, che opera nella filiera del settore alimentare, ha licenziato una ventina di lavoratori che protestavano per le proibitive condizioni di lavoro a cui erano sottoposti. Per carità il loro non era un “lavoro fisso” quindi, per cortesia, non si indisponga. Diciamo che era ragionevolmente continuativo. Va bene così? Ci segua in questo istruttivo racconto e scoprirà delle cose che da “tecnico”, quale lei si qualifica, forse nemmeno immaginava. Lo vede che c’è sempre qualcosa da imparare nella vita?

A dirla tutta, questi lavoratori, che “godono” (anzi, godevano) di un lavoro ragionevolmente continuativo, non hanno grandi motivi per annoiarsi. Pensi, trascorrevano la loro giornata in piedi senza protezione su ponteggi alti 4-5 metri, con scarpe anti-infortunistica rattoppate con il nastro adesivo. Avevano gli straordinari pagati come semplici rimborsi per alleggerire buste paga e tasse (qui lei dovrebbe storcere il naso eh!). In più, c’era anche il mancato riconoscimento per un lavoro a 30 gradi sotto zero che durava fino a 13-14 ore al giorno. Lei si annoierebbe al loro posto? Nemmeno per sogno! Come è e come non è… un giorno questi poveri cristi che non ce la fanno più di tutto questo divertimento si rivolgono al sindacato, che si rivolge agli ispettori, che chiamano i carabinieri, che confermano la versione, … che parte l’inchiesta. Che interviene, non ci crederà, anche la Guardia di Finanza, come a Cortina, a Roma e a Milano. I dipendenti infatti, per rendere un po’ più frizzante il clima si sono autodenunciati, il 25 gennaio scorso, alla Guardia di Finanza per le buste paga irregolari. Si arriva anche all’autolesionismo in questo strano Paese pur di rompere sto brutto clima di monotonia.

C’è di più, molto di più. E questa volta tocchiamo proprio il cuore dell’Articolo 18, quello che lo fa così tanto arrabbiare. L’azienda ha lasciato a casa tutti quelli che non hanno accettato di abbandonare il sindacato e smettere di protestare per lo sfruttamento. E per chi ha accettato di stracciare la tessera della Cisl il posto in azienda è rimasto. Ma guarda un po’!

Ah dimenticavo di dire, i lavoratori non sono dipendenti diretti della Primafrost. Troppo monotono no? Sono dipendenti di una coop, la Bbs di Bresso, che si è vista revocare l’appalto nel giro di un battibaleno.

Titolari e dirigenti di Primafrost si sono chiusi in un silenzio ostinato: non rispondono al sindacato, e nemmeno alla stampa. Non rispondono, pensi, nemmeno ad una istituzione come la Provincia. Può fare qualcosa lei? Le dò un suggerimento: tolga i politici e ci metta i tecnici, magari quelli della Primafrost si impressionano.

Morale della storia. Grazie all’Art. 18 ora i “lavoratori annoiati” della Primafrost qualche speranza del reintegro ce l’hanno. Torneranno ad annoiarsi. È vero, ma con la dignità e l’amor proprio perfettamente integri. E non mi dica che questi valori non aiutano l’Italia ad andare avanti in questo disastro epocale.

Fabio Sebastiani
04/02/2012

Al contrario, saranno aumentati i controlli sulle prestazioni previdenziali, in modo da ridurre al minimo il rischio che quei furbastri dei vecchietti. Misure di classe e ignobili

Meno controlli per le aziende


Il volto spiritato di Calderoli aleggia ogni volta che risuona la parola «semplificazioni». Certo, tra il medico leghista e i professori di prima fascia, la differenza c’è. Ma la filosofia è la stessa. E si può riassumere facilmente: tutto quel che facilita la vita dell’azienda va bene. Il ruolo dello stato nell’economia è insomma quello di un «autorizzatore automatico», che restringe al minimo (come tempi e invasività) i controlli.

 Quasi tutte le norma approvate nel consiglio dei ministri di ieri ricalcano alla lettera questa impostazione, a partire dalle misure che pure dovrebbero servire a tutelare l’ambiente: tutte le autorizzazioni oggi necessarie per le imprese saranno ridotte a una, con un solo ufficio. Anche per quel che riguarda i «materiali» da buttare in mare; e persino annullando la tracciabilità col Sistri per l’ammasso temporaneo dei rifiuti «prodotti in loco». Semplificazioni anche per i rigassificatori e le piattaforme petrolifere o gasiere in mare (competenza affidata alle regioni). Autorizzazioni più semplici anche per l’ingrandimento dei depositi di prodotti petroliferi o il riciclo di raffinerie dismesse. Le delucidazioni su una materia così «fragile» sono rinviate a un regolamento da scrivere entro sei mesi. Drastica anche la riduzione dell’efficacia delle sanzioni per «infrazioni» che ora comportano l’esclusione dagli appalti pubblici: la condanna a un anno sarà il «massimo della pena», con un ampio ventaglio di opzioni minori. Una «banca degli appalti pubblici», infine, dovrebbe evitare la fastidiosa duplicazione dei documenti da presentare (resta naturalmente la domanda su chi mai dovrà certificare eventuali mutamenti sostanziali nella credibilità dell’impresa, se la stessa documentazione resta valida per anni).

 Anche l’automobile sarà facilitata. Il «bollino blu» diventa biennale – come anche il controllo del tachigrafo dei tir – e in pratica coinciderà con la revisione. Il box sarà vendibile separatamente dall’appartamento, ecc. E anche i tir, che diamine, perché mai dovrebbero rispettare dei giorni di fermo nella circolazione? Camminino sempre, siamo o non siamo liberi? E anche i «padroncini» non dovranno più sostenere alcun esame. Basta un titolo di studio (avrà «valore legale» solo in questo caso?).

 Una «cabina di regia» (ancora?!) si occuperà della diffusione della «banda larga», di più, dell’«agenda digitale», tramite la diffusione delle cloud e dell’opendata nella pubblica amministrazione. Il caso Della Valle-Colosseo ha infine consigliato di mettere a punto norme specifiche per la sponsorizzazione dei monumenti in cambio di un restauro. Soprattutto, si «liberalizza» la possibilità di togliere la qualifica di «bene di interesse culturale» a un immobile pubblico; che a quel punto potrà essere agevolmente messo sul mercato, in modo da moltiplicare le occasioni per fare plusvalenze da 18 milioni in una mattinata.

 Il credito d’imposta per facilitare le assunzioni al Sud viene prolungato di un anno. Il pane fresco la domenica diventa quasi obbligatorio – se si vuol restare «sul mercato» – tramite la cancellazione dei vincoli di chiusura domenicale e festiva.

 Ma il vero tributo arriva con i «controlli delle imprese». Gli uffici pubblici dovranno mettere sui loro siti obiettivi e modalità di svolgimento dei controlli stessi, che saranno anche ridotti di numero «evitando duplicazioni» e «intralci all’attività». A parte il controllo degli scontrini, insomma, per il resto si chiuderanno molti occhi.

 Al contrario, saranno aumentati i controlli sulle prestazioni previdenziali, in modo da ridurre al minimo il rischio che quei furbastri dei vecchietti (e soprattutto le vedove) possano usufruire di due agevolazioni. Riesumata persino la «social card» (50 milioni di fondo per tutta Italia!), che viene se non altro affidata ai comuni.

 Il resto è roba che si poteva già fare quasi venti anni fa, come la documentazione on line per i cittadini (ricordiamo l’ottimo lavoro dell’Aipa sotto la direzione di Guido Maria Rey, per esempio), o la scadenza dei documenti di identità nel giorno del compleanno (per facilitare il rinnovo). «Farla facile» per le aziende e difficilissima per chi sta sotto, insomma, dovrebbe «favorire la crescita».


Francesco Piccioni
4 febbraio, 2012

2 febbraio 2012

Questo è l’aspetto devastante per la nostra democrazia, di cui ha gravissime responsabilità anche il Presidente della Repubblica.

Precarietà, se Monti parla come un Berlusconi sobrio

Se l’avesse detto Berlusconi! Se il vecchio Presidente del Consiglio o magari Brunetta avessero vantato la bellezza della precarietà, si sarebbe scatenato lo scandalo, giustamente. Invece Monti ha parlato, non a caso in una rete berlusconiana, con la stessa arroganza, con la stessa ottusità sociale di un salotto di Cortina, e per questo viene considerato uno statista coraggioso.
Naturalmente una responsabilità non piccola di questo ce l’ha il sistema informativo, quel giornale e quel telegiornale unici che da quando è andato al governo il professore della Bocconi ci forniscono solo la versione ufficiale del palazzo.

Ma resta il fatto che le frasi di Monti sono comunque rivelatrici del degrado sociale e culturale del paese. Nessun capo di governo di paese occidentale potrebbe parlare così in un momento di crisi drammatica e di disoccupazione di massa come questo. Se lo fa quello italiano è perché pensa di poterselo permettere.

Certo queste frasi dimostrano che Monti e il suo governo sono in larga parte persone sopravvalutate, com’è sopravvalutata la Bocconi e com’è sopravvalutato un certo mondo culturale e intellettuale che non è mai stato in grado di spiegare davvero nulla del nostro paese e della sua crisi. Ma resta il fatto che frasi di questo genere sono un segno politico chiaro. Se dopo averle dette Monti è ancora lì al suo posto a salvare l’Italia, vuol dire che il degrado dell’epoca di Berlusconi sta ancora continuando.

Monti è un Berlusconi sobrio e casto, ma è anche il continuatore radicale ed estremo dell’ideologia e della cultura politica del padrone di Mediaset. La crisi vera dell’Italia sta tutta qui: nel fatto che il Presidente del Consiglio possa fare affermazioni di destra liberista estrema, a cui peraltro paiono corrispondere le reali intenzioni del governo, e che tutto questo sia presentato e gestito in un regime di unità nazionale.

Questo è l’aspetto devastante per la nostra democrazia, di cui ha gravissime responsabilità anche il Presidente della Repubblica. Che un capo di governo, espressione degli interessi delle banche e della grande finanza, parli con arroganza del lavoro, e che di fronte a tutto questo ci siano balbettii in quella che era una volta la sinistra e nel movimento sindacale, questo ci fa dire che il regime Monti è un regime più dannoso per la nostra democrazia di quello berlusconiano.

Contro Berlusconi qualche difesa in questi vent’anni si era costruita. Contro Monti la democrazia, i diritti sociali, il pensiero critico, sembrano andare tranquillamente al macello. Per questo dobbiamo solo augurarci che Monti fallisca, e magari fare qualcosa perché ciò succeda. Solo la sconfitta politica e sociale di questo governo può davvero chiudere l’era berlusconiana.

Giorgio Cremaschi

1 febbraio 2012

L'obiettivo che le controparti stanno perseguendo è molto chiaro: o il sindacato diventa complice oppure è fuori. Per uscire dal ricatto abbiamo bisogno di un movimento più ampio che offra un nuovo punto di vista generale.

Perché scenderemo in piazza l’11 febbraio
La crisi economica e finanziaria che ha sconvolto le società occidentali sta presentando un conto pesantissimo per le lavoratrici, i lavoratori e i giovani nel nostro paese. Il bilancio drammatico dei suicidi dati dalla disperazione per la mancanza di speranza sul futuro dovrebbero allarmare chi nel corso degli ultimi due anni ha inforcato gli occhiali dell'eccezionalità che, con qualche azione tecnica, avrebbe nel giro di poco riattivato la crescita o se non altro almeno attenuato gli effetti del calo produttivo e dei consumi.

Il nuovo anno invece si è aperto con novità che non fanno ben sperare: le migliaia di esuberi dichiarati da Fincantieri, la mancanza di un piano industriale per la Fiat, la chiusura di uno stabilimento dell'Alcoa con cinquecento occupati a cui bisogna aggiungere l'indotto, solo per citare alcuni casi eclatanti.

Inoltre, moltissime aziende hanno esaurito o stanno esaurendo gli ammortizzatori sociali con conseguenze di proporzioni ad oggi non quantificabili sull'occupazione. Il 2012 rischia di essere un anno nel segno dei licenziamenti. La crisi sta presentando un conto sociale pesante: chi un lavoro ce l'ha rischia di vederselo tolto e chi non lo ha, ha poche possibilità per trovarlo. Per anni ci è stato spiegato che il mercato avrebbe perseguito il bene comune, come la «Dea bendata» della giustizia avrebbe di per sé ribilanciato i piatti della distribuzione del profitto, invece il 10 per cento del paese detiene quasi il 50 per cento delle ricchezze. Quello che stupisce è che questo non desti nessuno scandalo, anzi. L'opera di rimozione delle cause della crisi rende la crisi stessa un fenomeno straordinario ma naturale come uno tsunami che arriva imprevedibile, devasta e lascia dietro di sé macerie senza alcuna possibilità di intervenire per eliminare le cause che lo hanno scatenato. Forse l'unico sentimento che si riesce a provare per chi un lavoro lo perde o non riesce a trovarlo è un po di compassione proprio come verso le persone che hanno subito una calamità. Non può essere questa la lettura, perché così si è passati dall'incertezza del futuro alla paura del domani.

Pensate a chi in una ristrutturazione aziendale avendo la possibilità di accedere alla mobilità volontaria incentivata si è fatto due conti e con la copertura degli ammortizzatori sociali si sarebbe agganciato alla pensione e poi si è trovato con l'allungamento dell'età pensionabile. Pensate a un ragazzo che dopo anni di precariato rischia di trovarsi con la cancellazione dell'articolo 18, oppure a un migrante che oltre a pagare come tutti i tagli alla spesa sociale si vede aumentare la tassa di soggiorno in un clima crescente di intolleranza xenofoba e di violenza. Questi elementi sono o non sono costi della crisi? E in quale bilancio si iscrivono se l'unico parametro è lo spread che comunque continua ad essere alto per via delle speculazioni finanziarie. È l'ineluttabilità degli eventi o invece si possono mettere in moto politiche che ridiano una spinta all'economia reale senza che si barattino per questa via i diritti?

Quando da soli gli operai della Fiat di Pomigliano spiegavano che quello che lì stava accadendo non era l'eccezione ma la riscrittura delle regole la reazione è stata «sono quelli estremisti della Fiom Cgil». Oggi che il «modello Marchionne» si è esteso a tutti gli ottantamila lavoratori Fiat e contamina tutto il sistema delle relazioni industriali del nostro paese nessuno ne assume la gravità. Il silenzio assordante che ai primi di gennaio ha avvolto la cacciata delle Rsu della Fiom dagli stabilimenti Fiat dice dell'incapacità ancora oggi di capire quello che sta accadendo.

È diventato normale che le imprese possano scegliersi il sindacato? No, chiedo? È normale che si chiuda l'Irisbus e che l'Italia subisca un procedimento di infrazione dall'Europa perché non ha una mobilità sostenibile? E ancora, è normale che i lavoratori iscritti alla Fiom Cgil non siano reintegrati al lavoro alla Fiat di Pomigliano? È normale che di fatto, nel caso ci fossero nuovi assunti in Fiat, abbiano un salario inferiore ai vecchi assunti? Questi sono problemi della Fiom Cgil o del governo e più in generale del paese? Aggiungo che l'uso spropositato dell'istituto del lavoro straordinario, la riduzione delle pause, la totale flessibilità dell'orario di lavoro impediscono nuova occupazione e riducono la vita delle persone che lavorano a un mero fattore competitivo su cui si scarica l'incapacità di innovazione e programmazione.

Noi non accettiamo lo scambio diritti-lavoro. Anche perché non è più lavoro quello che viene offerto, e inoltre per essere precisi nel «caso Fiat» non c'è neanche il lavoro visto che sono stati chiusi Termini Imerese e Avellino. Il «famoso» piano industriale non lo conosce nessuno e tutte le notizie che rimbalzano dai giornali americani ci dicono che il centro si sta spostando negli Stati Uniti. Dove va il paese e dove va l'Europa se il lavoro è un oggetto e non persone? La tendenza aperta dalla Fiat e che si sta facendo strada anche in altri settori è che si possono fare profitti senza che ci siano ricadute positive sociali, altro che la redistribuzione. Ma addirittura con la divisione globale del lavoro assistiamo al fatto che non è assolutamente conseguente alla crescita della capacità produttiva l'aumento dell'occupazione e dei diritti.

L'obiettivo che le controparti stanno perseguendo è molto chiaro: o il sindacato diventa complice oppure è fuori. In questo, voglio essere chiaro, la Fiom Cgil è oggetto di un attacco violentissimo per la sola ragione che non è diventato un sindacato di comodo. Noi rifiutiamo l'idea che il compito del sindacato è firmare testi che scrivono altri e poi convincere i lavoratori che non c'era null'altro da fare. Ed è per questa ragione che l'antidoto alla completa subalternità dei lavoratori è la democrazia. Una testa un voto. Liberi di poter decidere, non la Fiom Cgil ma i lavoratori che quelle condizioni di lavoro affrontano ogni giorno nella loro postazione.

È per questa ragione che abbiamo fatto nostra la scelta dei lavoratori della Fiat di raccogliere le firme per indire un referendum abrogativo che bocci il testo sottoscritto dalle altre organizzazioni sindacali. Chi vuole la Fiom Cgil fuori dagli stabilimenti deve sapere che metteremo in moto tutta le nostre forze sindacali e legali per riconquistare il diritto costituzionale dei lavoratori a potersi organizzare e a poter decidere. Sappiamo che non è semplice, anzi. Sappiamo che dopo la scelta della Federmeccanica di raggiungere l'ennesimo accordo separato che recepisce la possibilità di poter derogare al contratto nazionale e, con l'articolo 8 del decreto del governo Berlusconi, di poter addirittura derogare alle leggi, la strada da percorrere è difficile e non riguarda solo i metalmeccanici.

Per uscire dal ricatto abbiamo bisogno di un movimento più ampio che offra un nuovo punto di vista generale. Ed è proprio per proporre un punto di vista generale che da tempo discutiamo fuori e dentro la Fiom Cgil di come affrontare il problema dell'inoccupazione, della precarietà e della condizione degli studenti, che abbiamo deciso di introdurre il reddito di cittadinanza insieme all'estensione dell'articolo 18 come uno dei punti qualificanti della nostra piattaforma con cui scenderemo in piazza l'11 di febbraio. Una piattaforma che chiede il sostegno di chi con noi vuole fare del lavoro, dell'ambiente, della formazione, del welfare e della legalità un bene comune.

La manifestazione che attraverserà le strade di Roma è il tentativo di non lasciare solo nessuno, perché la crisi innanzitutto produce disperazione e solitudine. Senza le manifestazioni pacifiche e democratiche c'è l'imbarbarimento. Ne sono un esempio gli omicidi dei migranti negli ultimi mesi. Pensiamo che possa esserci una grande manifestazione di massa a Roma, in cui i metalmeccanici sfileranno insieme a chi pretende di avere un futuro che non può fare a meno dei diritti e della democrazia.

Maurizio Landini
1/01/2012
Fonte: micromega

Le mosse del governo contro il diritto costituzionale disegnano un percorso a ritroso verso ill ventennio fascista

Stanno privatizzando il diritto del lavoro
L'articolo 8 della manovra anti-crisi di ferragosto (legge 148/2011) spiana la strada alla disseminazione di una quantità imprecisabile di particolarismi regolativi incistati nelle periferie aziendali e/o territoriali del sistema paese. Il che lascia prevedere l'incontrollata disgregazione di un corpus normativo come il diritto del lavoro che, sia pure con fatica, aveva acquistato ed era riuscito a conservare una propria organicità e una propria identità. Per questo tutti i commentatori concordano che l'articolo 8, anche se la mentalità perversa del suo autore gli attribuisce una valenza liberatoria, ha materializzato un incubo da Apocalisse. Finora, però, non è stato notato che in greco questa parola non significa soltanto distruzione. Significa anche rivelazione di cose nascoste.

In effetti, è come se l'art. 8 sollevasse un velo, rendendo palese quel che celava una prassi circondata da vasti consensi. La norma cioè estremizza la logica privatistica sulla quale si è venuto costruendo con dogmatica durezza, nel dopo-Costituzione, l'impianto politico-culturale di un settore cruciale dell'esperienza giuridica. Pur non essendone a rigore la conseguenza necessitata e inevitabile, non segna nemmeno una netta cesura. Tutt'al contrario, si colloca lungo una linea di continuità col processo di de-costituzionalizzazione che ha fatto defluire ed ha allontanato il lavoro, le sue regole e il sindacato, dalla sfera dell'interesse pubblico rappresentato dallo Stato e presidiato dalle leggi. Essendone l'approdo finale, la norma ne svela l'interna coerenza di svolgimento fino a celebrarne l'apologia. Peraltro, l'autore dell'art. 8 si propone di andare oltre la dissoluzione in ambito privatistico del diritto del lavoro. Si propone di esorcizzare programmi di politica del diritto che, come lo Statuto dei lavoratori, sono uno sviluppo deduttivo del seguente principio: senza la libertà dei privati il lavoro non può spostare in avanti l'equilibrio dei rapporti di forza col capitale, ma la libertà dei privati da sola non basta a metterlo in sicurezza. Ecco, allora, il messaggio trasmesso dall'art. 8: lo Stato con le sue leggi e i suoi apparati coercitivi o di controllo deve rimpicciolire il suo ruolo, ritrarsi e poi sparire dall'orizzonte del diritto sindacale e del lavoro - irrilevante essendo che lo Stato abbia la forma di «una Repubblica democratica fondata sul lavoro». Fondata sul lavoro legale, la cui accessibilità essa medesima si obbliga a promuovere (art. 4), retribuito con un salario «sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa» (art. 36), protetto da un welfare idoneo a fornire mezzi adeguati per fronteggiare situazioni di bisogno (art. 38), munito del diritto di auto-organizzarsi, sia per negoziare i trattamenti minimi inderogabili (art. 39), che per gestire la lotta sindacale (art. 40).

La descritta chiave di lettura dell'art. 8 offre la ghiotta opportunità di verificare come e quanto i fideismi possano alla fine risultare deleteri, malgrado la bontà delle motivazioni originarie. Con ciò intendo dire che non ha senso demonizzare l'opzione di politica del diritto, risalente agli anni Cinquanta, secondo la quale la privatizzazione del diritto sindacale e del lavoro è sinonimo di libertà intesa come potere dei privati di gestire i propri interessi senza le stampelle del potere pubblico e dunque senza doverne pagare il prezzo. Sarebbe saggio, invece, contestualizzarla. 

La ripresa degli studi giuridici decollò sull'onda di un'indignazione per l'orgia pubblicistica dell'età fascista che faceva apparire prioritaria l'esigenza di evitare ogni contaminazione con un regime che aveva vampirizzato il diritto sindacale, trasformandolo in altro-da-sé, e aveva penalizzato il diritto del contratto di lavoro, riducendone drasticamente lo spazio di autonomia creativa che soltanto il conflitto sociale può procurargli. Viceversa, il rischio di contaminazioni era nelle cose, dal momento che si era concordemente deciso di demandare la responsabilità politica di defascistizzare l'ordinamento (ereditato con beneficio d'inventario stante la pessima fama del de cuius) alle future maggioranze parlamentari e, nel frattempo, al ceto professionale politicamente meno responsabile e culturalmente più legato al passato: ossia, ai giudici ordinari, al giudice delle leggi (che si sarebbe insediato soltanto nella seconda metà degli anni Cinquanta) e in genere agli operatori giuridici. Come dire che la giovane democrazia ha dovuto imparare a vivere senza Costituzione - e non solo in materia sindacale e del lavoro - perché occorreva tempo per bonificare il terreno nel quale era germogliata la normativa fascista. E ciò soprattutto perché il giudizio di disvalore che si era guadagnato la legificazione cingolata emanata in età fascista non era affatto generalizzato; anzi, erano in molti a ritenere che fosse possibile democratizzarla previo un intelligente maquillage. In un clima culturale così ambiguo, la soluzione della disputa sull'attuazione dell'art. 39 (che portava con sé, per una sorta di automatismo, l'attuazione dell'art. 40 secondo il quale lo sciopero è «un diritto che si esercita nell'ambito delle leggi che lo regolano») venne facilitata dalla larga condivisione del pregiudizio favorevole di cui godeva il diritto privato codificato nel 1942.

Un pregiudizio avvalorato da un'accomodante storiografia, secondo la quale l'elaborazione del codice era riuscita a sottrarsi a pesanti compromissioni col regime. Pertanto, l'ancoraggio privatistico del diritto sindacale e del lavoro venne enfatizzato perché consentiva di dare una giustificazione politico-culturale ad un'inadempienza costituzionale. L'essenziale era che a un movimento sindacale come il nostro, con enormi ritardi da colmare quanto a esperienza di libertà, non fosse negata la chance di costruirsi la sua al di fuori di schemi regolativi prefabbricati con materiali avariati.

Insomma, la delegittimazione della costituzione del 1948 in materia sindacale e del lavoro è iniziata in nome della democrazia. 

Buttato lì con una franchezza che rasenta la ruvidità, l'assunto fa una certa impressione. Eppure, è ovvio che la Cgil non si fidasse di un Parlamento che nell'età dei governi centristi detestava tutto ciò che aveva odore di sinistra di classe e che, da parte sua, la neo-nata Cisl premesse sulla Dc per dissuaderla dall'approvare una legge che, trasferendo il principio di maggioranza nella dinamica delle relazioni collettive di lavoro formulato dall'art. 39, rischiava di strozzarla nella culla. Casomai, bisognerebbe chiedersi quale significato abbia finito per acquistare la disattivazione costituzionale che i sindacati hanno continuato a reclamare anche dopo che la Cisl, raggiunte le dimensioni di un'organizzazione di massa, non aveva più bisogno di protezioni; dopo che il Muro di Berlino è crollato e la conventio ad excludendum su cui si reggeva la Repubblica dei partiti non è un esangue anacronismo soltanto per Silvio Berlusconi - anche perché non si sa che fine abbia fatto la sinistra: desaparecida come un soldato spedito al fronte i cui cari attendono con apprensione il ritorno a casa, c'è chi dice che sia morta, chi dice che sia prigioniera del nemico, chi dice che abbia disertato. 

Il tasso di ascolto della reiterata denuncia del pericolo mortale che correrebbe il lavoro a gravitare nell'orbita del diritto dello Stato per il quale si è combattuta una guerra civile è troppo elevato per non insospettire. Il fatto è che fa comodo crederci, allo Stato e ai partiti, perché li de-responsabilizza in ordine all'attuazione di mezza Costituzione; che viene così appaltata a soggetti privati il cui coinvolgimento istituzionale si sviluppa in una cornice di bassa politica.

Per questo, domina la tendenza a premiare la fatalistica credenza dell'immutabilità di ciò che, dovendo essere, è stato - irrilevante essendo l'entità dello sbrego subito dal tessuto della democrazia costituzionale. 

Infatti, a furia di rivendicare all'auto-determinazione delle parti sociali la regolazione del lavoro e del sindacato, un poco alla volta esse hanno finito col maturarne una concezione proprietaria finalizzata alla crescita del loro potere di rappresentanza ed al consolidamento organizzativo del loro ruolo. Ne costituisce un sicuro indizio la postilla dell'accordo del 28 giugno 2011 dalla quale si desume che le confederazioni giudicano l'art. 8 non tanto come un indebolimento della tutela del lavoro quanto piuttosto come un fattore di disturbo della propria primazia.

È un sintomo che pesca nel profondo. Per questo, bisognerebbe analizzarlo. Sia pure dicendo, con Massimo Troisi, «scusate il ritardo».

Umberto Romagnoli
31/01/2012