30 gennaio 2012

Il “negoziato” europeo, guarda caso, è impantanato e La Grecia da parte sua non vuol saperne di venire commissariata dalla troika teutonica. L'Italia, senza nessuna dignità, aspetta ulteriori ordini

MONTI, MERKEL E SARKO' COSTRETTI A FISSARE UN NUOVO VERTICE A ROMA
Di compromesso in compromesso si lavora attivamente alla distruzione dell’Europa. Tanto che la vera notizia, in un giorno diinterminabili trattative sul Fiscal compact, non riguarda le decine di limature su questo o quel punto del “patto”, che nella sostanza resta un colpo mortale alle politiche di bilancio dei vari Paesi, o le fantasticherie di Manuel Barroso che sta pensando a “squadre contro la disoccupazione”, ma spostamento del vertice tra Monti, Sarkozy e Merkel a metà febbraio a Roma.
Intanto, i dati macroeconomici confermano che l’Europa sarà a “due velocità” o non sarà: la Germania scoppia di “salute occupazionale”, la Grecia è nel default tecnico, il Portogallo ha uno spread che nemmeno il prezzo della benzina, la Spagna ha dichiarato che non raggiungerà gli obiettivi del risanamento, e l’Italia è in piena recessione, anche se si accontenta di aver collocato 8 miliardi di titoli ad un tasso tutto sommato accettabile. Moody’s ha certificato che il cosiddetto “Salva-Italia” avrà effetti di vero e proprio “ammazza-redditi riducendo il reddito disponibile delle famiglie e segnando un calo dell'1% nel 2012.
A fare una analisi realistica della situazione è l’ex ministro Tremonti, che ha Radio Vaticana ha messo l’accento sulla combinazione di questa doppia crisi delle banche, della finanza e degli Stati, che “porta ad una realtà molto più difficile da gestire in Europa dove abbiamo un mercato, una moneta ma non abbiamo ancora una forma politica capace di gestire fenomeni così drammatici e così complessi”. Per uscire dall'impasse attuale, secondo l'ex ministro, occorre vietare la speculazione, dividendo le banche: banca industriale che finanza le imprese, le famiglie e le comunità, banca con una finanza che vive di speculazione girando poi il costo alle comunità. Bisogna quindi ridurre il potere “attualmente illimitato della finanza”, e poi bisogna fare “grandi investimenti pubblici, per esempio in Europa, fondamentalmente in Europa, finanziati con gli eurobond”.
Il “negoziato” europeo, guarda caso, è impantanato proprio su fondo salva-stati e default ellenico. Sono i due punti di maggior resistenza della Germania, che a questo punto, vista la forza che continua ad accumulare, diventa imprendibile. A nulla servirà la diplomazia di Monti e il gioco di sponda dei francesi. La Grecia da parte sua non vuol saperne di venire commissariata dalla troika teutonica, mentre alla Merkel tornerebbe molto utile come ammonimento verso gli altri stati-canaglia poter esibire le macerie del Partenone.
Il documento finale del Consiglio europeo usa più o meno le parole di sempre: “occorre fare di più affinchè l'Europa superi la crisi”, come si legge nella premessa. Il Consiglio europeo di marzo varerà le “linee guida”. Linee guida che conterranno le solite messe cantate sull’occupazione e la crescita sostenibile. Niente di più. Intanto, il “Trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance nell'Unione economica e monetaria”, meglio noto come Fiscal compact, composto da 16 articoli suddivisi in sei capitoli tematici, prevede che i paesi Ue s'impegnino ad avere il deficit sostanzialmente in equilibrio, con un valore massimo dello 0,5% rispetto al pil, e questa “regola d'oro” dovrà assumere la forma di una legge costituzionale o equivalente. Sarà la Corte di giustizia Ue a vegliare sulla corretta trasposizione di questa norma, mentre in caso di mancato rispetto potrà anche imporre multe pari allo 0,1% del pil. Nel caso in cui il deficit di un Paese superi la soglia del 3%, scatteranno sanzioni semiautomatiche. Gli altri Stati si impegnano infatti ad approvare le raccomandazioni della Commissione Ue, che potranno essere bloccate solo con un voto a maggioranza qualificata rovesciata. Quanto al debito, confermata la soglia del 60% e il ritmo medio di riduzione pari a un ventesimo all'anno, ma resta uno dei nodi aperti sul tavolo se aggiungere o meno il riferimento alle sanzioni semiautomatiche nell'articolo 7. In entrambi i casi, però, verrà effettuata una valutazione complessiva dell'andamento del ciclo economico e dei “fattori rilevanti” come richiesto dall'Italia.
Altro punto difficile, le modalità di partecipazione ai summit dell'eurozona, che dovranno essere convocati “almeno due volte all'anno”. I Paesi che non sono ancora parte della moneta unica ma che sottoscriveranno il Patto vogliono avere la possibilità di essere presenti agli incontri. A guidare la protesta è la Polonia (insieme alla Repubblica Ceca), alle cui richieste si oppone in particolare la Francia. Sul tavolo di Bruxelles un testo di compromesso prevede che i Paesi non membri dell'eurozona possano partecipare ad “almeno uno” degli “almeno due” eurosummit annuali. Il nuovo Trattato, che dovrebbe essere firmato al vertice dell'1 e 2 marzo, dovrà entrare in vigore il primo gennaio del 2013, previa ratifica da parte di 12 paesi dell'eurozona, ma si tratta di una clausola che potrebbe essere ancora modificata nel corso delle discussioni di oggi. Il Fiscal compact sarà strettamente collegato con il Trattato istitutivo dell'Esm, il fondo salvastati permanente, la cui entrata in funzione sarà anticipata a luglio di quest'anno. Potranno infatti, precisa il preambolo, fare ricorso all'assistenza finanziaria dell'Esm solo quei Paesi dell'eurozona che avranno ratificato il nuovo Patto di bilancio.

Fabio  Sebastiani
30/01/2012 
www.controlacrisi.org

Articolo 18, Cremaschi (FIOM): "rompere le trattative ora". Ferrero (PRC): "L'11 febbraio in piazza contro il governo!"

SABATO 11 TUTTI IN PIAZZA CONTRO IL GOVERNO!

"Il governo non vuole semplicemente aggirare, come dicono ridicolmente oggi gli organi di stampa. Il governo vuole abbattere l'articolo 18 nella maniera più fraudolenta possibile. Eliminare l'articolo 18 per le assunzioni significa solo affermare il principio che per lavorare bisogna rinunciare alla tutela contro i licenziamenti." Lo afferma Giorgio Cremaschi in una nota.
"Il passaggio successivo sarà inevitabilmente quello di estendere a tutti questa aggressione alle libertà e ai diritti fondamentali del lavoro. Se per cominciare a lavorare bisogna rinunciare all'articolo 18, sarà inevitabile dopo rinunciarvi anche per poter continuare a lavorare.
Si conferma così che il governo Monti segue le tesi più reazionarie in Europa sul mercato del lavoro e sull'occupazione. Quelle per cui per aumentare l'occupazione bisogna prima di tutto licenziare. Oramai è chiaro che la trattativa con il governo è solo a perdere ed è totalmente compromessa. Per il sindacato continuarla significa diventare ostaggi di quella politica economica contro cui oggi si sciopera in Belgio. A questo punto - continua Cremaschi - almeno la Cgil trovi il coraggio di rompere con il governo. In ogni caso ci si dovrà mobilitare comunque per fermare questa trattativa che preannuncia solo disastri".
Anche Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc, interviene oggi sull'argomento. Sul suo profilo Facebook si legge: "Il governo vuole fare una doppia operazione: da un lato togliere l'articolo 18 per i nuovi assunti. Dall'altra togliere la titolarità del posto di lavoro ai cassaintegrati, trasformandoli in disoccupati con sussidio. La logica del governo è quella di togliere ogni vincolo alle imprese nello sfruttamento della forza lavoro. Sono più estremisti di Sacconi e Berlusconi. SABATO 11 TUTTI IN PIAZZA CONTRO IL GOVERNO!"

28 gennaio 2012

Shoah, ricordare è un atto di giustizia, anche per noi stessi. Per tutti, Ebrei, Rom, Comunisti, Gay............

Giornata della (finta) memoria o sdoganamento di fascismi “leciti”?

La giornata in sé mi è abbastanza indifferente per come è concepita e ridiretta. Ché ai campi di concentramento non portarono solo gli ebrei. Lungi da me screditare quella gente, che anzi m’inbarbarisco l’umore se sento cose brutte che parlano male di loro. Per me sono persone, come tutte le altre, e questa perenne retorica e la legittimazione della violenza che Israele fa sui palestinesi mi infligge un elemento critico che non posso ignorare.
Grandi violenze su donne, lesbiche, omosessuali, rom, oppositori politici di ogni genere, ché se forse si ricordasse in questo giorno nella giusta maniera allora si capirebbe che ebrei a parte poi è rimasto tutto uguale. Le donne e lesbiche subiscono stermini, i gay e le trans continuano ad essere insultati da omofobi in processione mistica, tra vaticano e le televisioni, e i rom vengono sgomberati di città in città mentre c’è chi istiga o addirittura pratica roghi ai campi nomadi tanto per non perdere l’abitudine e il legame con quel brutto pezzo di storia. Gli oppositori politici ora li chiamano “antagonist*” e fanno i blitz di prima mattina con teoremi acconciati da magistrati che servono il regime, intoccabili, perché se dici boh o bah sei berlusconiano, e un po’ due ovaie che non si può dire che il magistrato è un servo dello stato e che lo stato è fatto di fascismi tutti in vita perchè la tentazione di spegnere il dissenso non è mai morta. Mai.

Brutta storia poi fingersi colmi di passione per quelle tragiche memorie mentre in italia si coccolano kapò che dentro i centri di identificazione ed espulsione tagliano l’aria a persone di altre etnie solo in virtù della loro provenienza. E ancora tutta la misoginia di cui siamo vittime e testimoni, che di negazionismi ce ne sono tanti, e la cultura bipartisan che ci obbligherebbe a dialogare con gente alla quale sputeremmo volentieri addosso e poi i rossobruni, fasci del terzo millennio, che regnano sovrani, prendono case e sovvenzioni pubbliche e vanno a braccetto con quelli che ci tolgono il diritto ad una sessualità consapevole, ai contraccettivi, al diritto alla salute, alla ru486, all’interruzione di gravidanza, ai consultori, e poi ci ricacciano a casa senza lavoro alle dipendenze di un padre padrone che piuttosto che mollarci ci ammazza e chi s’è visto s’è visto.

Chi sono quelli che ricordano quest’oggi? Quelli che mettono in galera gli antifascisti e le antifasciste che contestano l’uso di uno spazio pubblico a gente che adora la svastica e mussolini? Quelli che se sei antifascista sei retrò perchè destra e sinistra sono cose superate? Quelli che coltivano ambiguità e tra una capatina a casapound e una demonizzazione alle antifasciste immaginano di poter fare un passo avanti e poi un altro per non perdere consensi e per farsi altri amiconi, ché sai, oggi domani un concorso, non si può mai sapere quale mano e quale favore può servire?

Vivo in una terra di puttane che poi se la prendono con le sex workers perché non sarebbero donne perbene. Vivo in mezzo a fascistoni che si chiamano democratici e a fascistissime stronze che se gli spieghi che il fascismo non è solo un campo di sterminio ti guardano basite, come dire: embè? questi di oggi, sono brava gente, in fondo. Ma molto in fondo.

Vabbè, interrompo, prima di straparlare, e vi suggerisco la lettura di un testo condiviso con passione e fatica, la nostra. Buona lettura!

In questa giornata in cui tutt* si battono la mano sul petto fingendo ipocritamente distanza dai fascismi ricordo che i fascismi sono tra noi, ci governano, egemonizzano la cultura italiana, impongono “dialoghi” con soggetti che dovrebbero stare nell’archivio della memoria.

27 gennaio 2012

Ci ripensi il governo ma ci pensi anche il sindacato prima di cadere nelle trappole e nelle finte promesse degli armieri.

F35. Ne facciamo volentieri a meno
Il decreto sulle liberalizzazioni – ieri pubblicato in Gazzetta Ufficiale – salva i poteri forti (banche, assicurazioni, petrolieri), colpisce i servizi pubblici locali – costringendo le amministrazioni locali a privatizzare – e solo marginalmente dà qualche sforbiciata alle rendite di posizione di corporazioni come quelle degli avvocati, dei farmacisti, dei tassisti. Che tutto questo – come ha detto Monti – faccia aumentare il Pil del 10% in 10 anni è abbastanza fantasioso.

Tra le corporazioni nemmeno sfiorate dal provvedimento c’è quella dei militari, che continuano a spendere e a sprecare una gran quantità di soldi. Come è noto, solo per la costruzione e l’acquisto dei cacciabombardieri F35 si prevede di spendere 15 miliardi di euro: più o meno la stessa cifra che gli esperti del governo stimano (anche qui in modo fantasioso) nel breve periodo come possibili risparmi per i cittadini dall’impatto del provvedimento sulle liberalizzazioni. Uno spreco, quello degli F35, di cui beneficiano i militari e il colosso della Finmeccanica, classico caso – a proposito della propaganda neoliberista antistato – di impresa lautamente assistita dai soldi pubblici, legata alla politica ed invischiata in opache vicende giudiziarie.

Per mettere uno stop alla costruzione degli F35 la campagna Sbilanciamoci, la Tavola per la pace, la Rete Disarmo e Unimondo hanno promosso un mese di mobilitazione che si conluderà alla fine di febbraio con manifestazioni in 100 piazze italiane e con la consegna di decine di migliaia di firme contro gli F35 al governo italiano.

Anche per ricordare – in tempi di crisi – che con quei 15 miliardi di euro si potrebbero ad esempio creare 4.500 nuovi asili nido comunali e mettere in sicurezza le oltre 12mila scuola italiane che non rispettano le norme antincendio, antisismiche e di idoneità statica e in questo modo creare più di 100mila posti di lavoro, a fronte degli 8-900 che si alimenterebbero con la costruzione degli F35.

Ci pensi anche il sindacato prima di cadere nelle trappole e nelle finte promesse degli armieri.

E ci ripensi anche il governo Monti. Mettere fine alla vicenda degli F35è sicuramente una scelta importante e impegnativa, ma sicuramente – per le nostre tasche e per i posti di lavoro – assai più concreta ed efficace di quelle misure del decreto liberalizzazioni come i tagliandi delle assicurazioni elettronici e delle Srl a 1 euro per i giovani, di cui tra qualche mese nessuno si ricorderà più.


Giulio Marcon

È quello che hanno chiesto gli oltre 27 milioni di cittadine e cittadini che a giugno, in occasione del referendum, si sono espressi in modo chiaro e netto, "costringendo" la politica e le istituzioni ad una riflessione sul senso di una crisi della rappresentanza che da tempo appesantisce il paese.

De Magistris: Ci vediamo a Napoli per l'alternativa

«Vedo la vita solo da un occhio, l'altro è di vetro. Se da questo unico occhio vedo molte cose, ne vedo molte più dall'altro. Perché l'occhio sano mi serve a vedere, quello cieco a sognare». Questa poesia di Sevak, poeta armeno, rispecchia al meglio, secondo me, lo spirito con il quale dovremmo disporci al Forum dei comuni per i beni comuni che si svolgerà sabato a Napoli. Le associazioni, i movimenti, le cittadine e i cittadini, gli amministratori che ne prenderanno parte, infatti, dovranno dimostrare al governo e all'Europa che esiste un'altra strada per rispondere alla crisi economica e istituzionale in atto.
Una strada alternativa alla risposta solo tecnocratica, alla contrazione dei diritti del lavoro, alle liberalizzazioni-privatizzazioni dei servizi pubblici, al taglio verso gli enti locali. Dovranno dimostrare, più in generale, di saper sintetizzare concretezza e utopia, avanzando proposte reali che sappiano tradurre in pratica, anche amministrativa, il sogno di una società più giusta e libera. Un modo per farlo, credo, è quello di partire dalla difesa dei beni comuni (acqua, internet, ambiente, saperi, solo per fare qualche esempio) e dalla promozione di una democrazia partecipativa.

È quello che ci hanno indicato, del resto, gli oltre 27 milioni di cittadine e cittadini che a giugno, in occasione del referendum, si sono espressi in modo chiaro e netto, "costringendo" la politica e le istituzioni ad una riflessione sul senso di una crisi della rappresentanza che da tempo appesantisce il paese. Una riflessione che oggi diviene ancora più urgente e pressante a causa della crisi economica, quella generata dal liberismo forzato e dal mercato incontrollato, rispetto alla quale le cittadine e i cittadini vogliono avanzare la loro proposta e la loro ricetta di superamento. Dunque a Napoli potremmo iniziare un percorso di semina politica collettiva molto importante, piantando i bulbi dei diritti comuni e della partecipazione, perchè appare indispensabile, in questo preciso momento storico, vigilare e prender parte. Contrastare la privatizzazione dei servizi pubblici che garantiscono i diritti di tutte e tutti (dal trasporto ai rifiuti) perchè restino nell'ambito del pubblico senza ambiguità (il che non vuol dire demonizzare il ruolo che pure il privato può avere ma in altri settori); contrastare l'aggressione ai diritti del lavoro e la marginalizzazione del sindacato, soprattutto la sua esclusione dai luoghi di occupazione quando non ratifica gli accordi che ledono la Costituzione (vedi il caso Fiom); contrastare la dittatura del patto di stabilità che rappresenta un vincolo inaccettabile per le autonomie locali. Promuovere, invece, la ripubblicizzazione dei servizi essenziali per difenderli dai monopoli privati che non aiutano l'efficienza e l'economicità degli stessi, favorendo l'istituzione delle aziende speciali di diritto pubblico, che vedano anche la partecipazione delle cittadine e dei cittadini; una razionalizzazione delle società partecipate diminuendo numero e stipendi dei membri dei loro cda; politiche inclusive sul piano della rappresentanza, aprendo i consigli alla partecipazione dei migranti; nuovi laboratori politici che realizzino una democrazia diretta e partecipativa, con consulte tematiche che esprimano pareri e osservazioni da sottoporre all'attenzione delle giunte e dei consigli per migliorare la prassi amministrativa, oppure con referendum locali.

A Napoli stiamo cercando di attuare queste "piccole" misure che sono espressione, però, di una "grande" rivoluzione politico-sociale, la stessa che ha spinto gli italiani a scrivere una pagina preziosa e bellissima in occasione dell'ultimo referendum, la stessa che ci porterà sabato, a Napoli, a scriverne un'altra. E sarà anch'essa preziosa e bellissima, grazie al contributo di tutti coloro che vi prenderanno parte, dagli amministratori ai movimenti, dalle associazioni ai comitati. Una nuova pagina che avrà il volto dei beni comuni come fondamento di una democrazia partecipativa. Il volto del futuro che in tantissime e tantissimi vogliamo realizzare a partire da oggi.

27/01/2012
www.controlacrisi.org

23 gennaio 2012

Di fronte a tutto questo è compito di chiunque creda nei diritti, nella democrazia, nell’uguaglianza sociale, scendere in lotta per non lasciare campo libero a una protesta populista, reazionaria, xenofoba

27 GENNAIO SCIOPERO DIFFICILE, MA GIUSTO

Il 27 gennaio sciopera una parte rilevante del sindacalismo di base. E’ uno sciopero difficile, perché con questa crisi la perdita di una giornata di lavoro è sempre un costo pesantissimo per chi lavora. Ma è uno sciopero giusto perché il mondo del lavoro non può continuare ad accettare o a subire l’aggressione ai suoi diritti.


Le ragioni immediate dello sciopero, a mio parere, sono almeno tre.


La prima è il massacro sulle pensioni che, in nome dei giovani, ha portato l’età pensionabile, prima di tutto proprio per i giovani, alla soglia dei settanta anni.


In secondo luogo tutte le misure della manovra economica del governo stanno colpendo le condizioni sociali e di vita di chi lavora, che vede ridotti i propri redditi, mentre il futuro è ancor più minacciato dalla recessione in arrivo, causata anche dalle manovre restrittive dei governi Monti e Berlusconi.


In terzo luogo, con l’ultimo decreto sulle liberalizzazioni, il governo Monti si è schierato armi e bagagli con Marchionne e la sua linea di distruzione del contratto nazionale. Lo ha fatto proprio per la materia di sua competenza, infatti ha stabilito per decreto che il trasporto pubblico non sarà più soggetto ai contratti nazionali, e quindi ha dato il via libera ai contratti low cost, sia nelle ferrovie, sia nel trasporto locale. Cosa questa che neppure il governo Berlusconi, autore dell’articolo 8 sulle deroghe contrattuali, si era sognato di fare.


Ora si apre il tavolo in cui, secondo Monti, il sindacato dovrebbe affrontare “senza tabù” la questione dell’articolo 18, cioè cominciare a rinunciarvi. Ci sono quindi molte ragioni immediatamente sindacali che portano alla necessità di uno sciopero generale contro le scelte di questo governo. Ma ce n’è anche una di significato più vasto, che è bene non trascurare. Il governo Monti, si dice, ha un grande consenso di opinione pubblica. Questa è una parziale verità e una sostanziale mistificazione. Infatti, chi afferma questo, dimentica di dire che il governo Monti ha il consenso di oltre il 90% del Parlamento, del Presidente della Repubblica, del 98% della carta stampata e del 100% delle grandi televisioni. Di fronte a questo consenso di regime enorme, il consenso reale nell’opinione pubblica del governo non raggiunge il 60%. C’è quindi una parte enorme del paese che non condivide le scelte del governo, nonostante il sostegno istituzionale e mediatico enorme che esso raccoglie.


Di fronte a tutto questo è compito di chiunque creda nei diritti, nella democrazia, nell’uguaglianza sociale, scendere in lotta per non lasciare campo libero a una protesta populista, reazionaria, xenofoba. Non parliamo affatto dei tassisti o degli autotrasportatori. La loro protesta ha sicuramente degli elementi di ambiguità, ma parte da un’indignazione comprensibile. Non si può sostenere realmente che la crisi economica si risolve aumentando le licenze per i taxi o per le farmacie. Questo è un vero e proprio depistaggio propagandistico, che fa parte di quella campagna ideologica che cancella le ragioni reali della crisi, il debito, l’usura della finanza internazionale, le politiche restrittive invece che quelle espansive di bilancio, la distruzione del pubblico. Invece si dà la colpa ai tassisti, come nel film Johnny Stecchino si spiegava al protagonista che il problema di Palermo era il traffico.


Ecco, contro questo depistaggio occorre che scenda in campo il movimento sindacale e democratico e lo sciopero del 27 è un primo segnale di una mobilitazione necessaria.


Poi seguirà la manifestazione della Fiom dell’11 febbraio e le iniziative proposte a tutti i movimenti di lotta per marzo dal movimento No Debito. Si tratta di scendere in piazza per affermare un’idea di uscita dalla crisi opposta, sia a quella del capitalismo delle multinazionali, di cui il governo è interprete, sia a quella del populismo reazionario, agitata in particolare dalla Lega Nord. Si tratta, cioè, di difendere il lavoro e la democrazia. Dovrebbero farlo anche Cgil, Cisl e Uil, invece che farsi imprigionare in una trattativa in perdita sul mercato del lavoro. Se però i grandi sindacati confederali non lo fanno non è per questo giusto rimanere a casa. Bene quindi lo sciopero del 27 e tutte le lotte che portano e porteranno i diritti del lavoro e la democrazia in piazza.

Giorgio Cremaschi
23/01/2012
Fonte: www.usb.it

la drammaticità dell’attuale situazione economica non può costituire il cavallo di Troia attraverso il quale si accettino soluzioni di stampo neothatcheriano, a detrimento del fattore lavoro, già da anni tartassato da una notevole perdita del potere di acquisito delle retribuzioni, dalla diminuzione della quota dei salari sul pil, dall’aumento delle disuguaglianze, e dall’incremento della pressione fiscale

Il superamento del dualismo nel mercato del lavoro: veri e falsi problemi
E’ aperto il dibattito sulla riforma del mercato del lavoro in modo da superare il cosiddetto dualismo tra lavoratori protetti e non protetti e contrastare la precarietà.

La sensazione però è quella che talvolta, dietro questo condivisibile obiettivo, si nasconda l’intenzione di ridurre le tutele nell’area protetta e mascherare la conservazione della precarietà sotto nuove formule. Ciò è dimostrato dal fatto che vari progetti circolanti mirano a ridurre l’ambito di operatività dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori che, com’è noto, offre una vera tutela al lavoratore che sia stato arbitrariamente licenziato.

Pertanto, sembra opportuno rifuggire da soluzioni riformatrici come quella del contratto unico, nelle sue varie versioni, di grande suggestione, ma incapaci di sconfiggere realmente la precarietà. Condividendo gran parte di quanto suggerito da Cesare Damiano e Tiziano Treu, si tratta, invece, di intervenire con piccoli, ma significativi ritocchi della disciplina attuale in modo da contrastare soprattutto la proliferazione degli abusi.

In primo luogo, bisogna partire dalla consapevolezza che il contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato deve restare il modello standard o tipico, come d’altra parte sostiene la normativa europea, perché esso, in un sistema economico virtuoso, tendenzialmente realizza un equilibrato contemperamento degli interessi delle parti. Il lavoratore ha la ragionevole aspettativa di godere di un’occupazione relativamente stabile, può progettare il proprio futuro e sentirsi partecipe delle esigenze dell’impresa. Il datore di lavoro può appunto contare sulla fidelizzazione del dipendente e investire sulla sua formazione e crescita professionale. Ciò comporta che il ricorso a tipologie contrattuali diverse dal modello standard (cosiddette flessibili e/o atipiche) debba essere almeno tenuto sotto controllo e consentito solo di fronte a giustificate esigenze dell’impresa.

Orbene, tutti sanno che gran parte delle assunzioni avviene con i contratti di lavoro subordinato a tempo determinato. Tale contratto trova giustificazione in un esigenza temporanea del datore di lavoro, ma spesso rappresenta un’alternativa funzionale ad un periodo di prova allungato. E grazie alla possibilità di proroghe e rinnovi del contratto a termine, insieme a combinazioni con altre tipologie contrattuali pure a termine, il lavoratore si può trovare intrappolato in un perverso circuito della precarietà: di fatto lavora per anni alle dipendenze dello stesso datore, ma senza essere assunto a tempo indeterminato e godere delle relative garanzie.

E’ necessario allora promuovere le assunzioni a tempo indeterminato, con forti sconti fiscali e contributivi, e abbattere gli incentivi al ricorso alle tipologie contrattuali temporanee.

In questa direzione, si tratta di valorizzare ulteriormente come strumento di primo ingresso nel mercato del lavoro il contratto di apprendistato che è un contratto a termine, in cui è pregnante il ruolo della formazione, già ricco di agevolazioni per il datore di lavoro. Alla conclusione di questo contratto va sostenuta l’assunzione definitiva con significative riduzioni degli oneri fiscali e contributivi. Mentre l’uso del contratto a termine dovrebbe essere reso più costoso, come già in parte avviene nel caso del lavoro somministrato. Basterebbe questa piccola modifica per indurre i datori a ricorrere al lavoro a termine solo nei casi in cui ne abbiano effettivo bisogno e non per godere di una eccessiva flessibilità nel governo della forza lavoro.

Desta qualche perplessità l’idea di introdurre un contratto unico di inserimento formativo con un periodo di prova fino ad un massimo di tre anni, durante il quale il lavoratore è liberamente licenziabile. Ciò perché tale dilatazione del periodo di prova (che al momento è al massimo di sei mesi) manterrebbe il lavoratore troppo a lungo in uno stato di incertezza e riprodurrebbe la precarietà che invece si dichiara di volere contrastare. Semmai, un incentivo all’uso di tale contratto per la creazione di occupazione a tempo indeterminato potrebbe essere costituito dalla previsione, a favore del lavoratore non stabilizzato, alla fine del periodo di prova, del diritto alla percezione di un’indennità la cui entità aumenti proporzionalmente mano a mano che la prova si estenda dal sesto mese fino al terzo anno.

Inoltre, andrebbero fissati limiti più netti e costi maggiori alle possibilità di utilizzo degli altri contratti di lavoro subordinato flessibili o non standard, tutti caratterizzati della temporaneità e/o dalla discontinuità dell’occupazione: come il lavoro somministrato, il lavoro intermittente, il lavoro ripartito e il lavoro part-time con clausole di variazione dell’orario. Appare, per esempio, opportuna l’abrogazione della somministrazione a tempo indeterminato, e cioè dello staff leasing, perché consente all’effettivo datore di lavoro di realizzare il suo sogno nascosto della fabbrica senza dipendenti diretti, in mancanza di adeguate garanzie per la continuità dell’occupazione degli stessi lavoratori.

Poi, è noto che, da parte delle imprese, vi è una diffusa utilizzazione di varie tipologie contrattuali non di lavoro subordinato che, al momento, hanno il vantaggio di costare meno (rispetto a quest’ultimo) sul piano retributivo e contributivo e che, proprio perché formalmente riconducibili al lavoro autonomo, non offrono al dipendente le tutele del lavoro subordinato. Si tratta soprattutto dei cosiddetti rapporti a partita IVA, del lavoro a progetto, dell’associazione in partecipazione. Qui non v’è bisogno di particolare fantasia istituzionale: sarebbe sufficiente parificare i costi contributivi del ricorso a questi moduli con quelli del lavoro subordinato e già verrebbe meno un forte incentivo a fare loro uso. Inoltre, andrebbero introdotte, per i lavoratori coinvolti da queste tipologie contrattuali determinate tutele simili a quelle del lavoro subordinato, rafforzando ad esempio quelle già previste dalla normativa sul lavoro a progetto.

E’ necessario peraltro reprimere l’uso illegale di queste tipologie per mascherare lavoro subordinato, come è indispensabile avviare una grande strategia di lotta a tutte le forme di illegalità nel mercato del lavoro di cui le spaventose percentuali di lavoro nero e sommerso sono un esempio da far rabbrividire. Andrebbe poi fatta una seria analisi sull’applicazione dell’istituto del lavoro accessorio. Questa peculiare figura trova giustificazione nell’esigenza di incentivare l’emersione anche parziale di lavori destinati alle esigenze familiari e di cura della persona che altrimenti sfuggirebbero a qualunque possibilità di formalizzazione. Il sospetto è che, a seguito del recente ampliamento del suo campo di applicazione, il lavoro accessorio possa rappresentare uno strumento per sostituire, a prezzi scontati, il lavoro tipico.

La parificazione dei costi contributivi per tutte le forme di lavoro permetterebbe altresì di costruire un sistema di ammortizzatori sociali in grado di offrire garanzie comuni a tutti in caso di perdita di lavoro e di coprire i periodi di non lavoro di coloro i quali siano impegnati in occupazioni discontinue.

Un tassello fondamentale di un sistema tale da eliminare distorsioni, dualismi e sfruttamento, dovrebbe essere costituito dall’introduzione di un salario minimo garantito per tutti rapporti contrattuali implicanti lo svolgimento di una prestazione lavorativa, qualunque sia la sua forma giuridica. Il salario minimo andrebbe determinato con il coinvolgimento delle parti sociali. E ciò avrebbe il vantaggio di liberare la contrattazione collettiva dalla necessità di svolgere tale compito nel dettaglio e le permetterebbe di concentrarsi sulle specifiche esigenze dei settori in cui opera, collegando la crescita dei salari agli incrementi di produttività.

Resta il tanto discusso divario di tutela tra lavoratori subordinati (con contratto a tempo indeterminato) delle grandi e delle piccole imprese. I primi godono nei confronti dei licenziamenti ingiustificati della tutela forte dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, i secondi di una più blanda tutela risarcitoria. Appare sorprendente l’idea, sempre ricorrente, che l’eliminazione del dualismo di tutele andrebbe perseguita peggiorando la situazione dei primi. Se il lavoratore non è una merce, perché egli non deve usufruire, qualunque sia la dimensione dell’impresa datrice di lavoro, di una protezione come quella dell’art. 18 che impedisce la sua espulsione senza alcun valido motivo, come se fosse un prodotto avariato? Non va dimenticato che l’art. 18 svolge un’importante funzione deterrente di tipo sistemico. La norma, infatti, elimina il rischio di licenziamenti arbitrari dei lavoratori impegnati nell’attività sindacale e quindi garantisce le precondizioni per la diffusione della coalizione sindacale. Sicché, il sindacato, negoziando con la controparte, produce istituti normativi e retributivi che costituiscono la base di riferimento anche per la determinazione dei trattamenti dei lavoratori delle piccole e piccolissime imprese dove il medesimo sindacato è assente. In altre parole, eliminare l’art. 18 significherebbe rendere più deboli tutti i lavoratori.

L’art. 18 è accusato di disincentivare le assunzioni da parte delle imprese che, se lo facessero, supererebbero le soglie a partire dalle quali scatta l’applicazione della disposizione. E quindi questa norma sarebbe causa del cosiddetto nanismo industriale che è una delle ragioni della bassa crescita e qualità dell’economia italiana. Tuttavia, serie ricerche dimostrano che il nanismo industriale è determinato da motivi differenti, riconducibili all’essenza di una vera politica industriale e a forti ritardi culturali del mondo imprenditoriale. Inoltre, altre indagini mettono in luce che le imprese non assumono nuovi lavoratori soprattutto perché mancano prospettive di incremento dell’attività, e quindi tali decisioni sono indipendenti dalla rigidità o meno della disciplina dei licenziamenti.

In altre parole, è indiscusso che il grado di protezione nei confronti dei licenziamenti non influisce sulla crescita dell’occupazione.

Nemmeno si può dire che la tutela reintegratoria offerta dall’art. 18 rappresenti un unicum, e cioè un’anomalia, in Europa. In realtà, in molti paesi europei, come mettono in luce indagini approfondite, esistono forme di protezione, nei confronti dei licenziamenti ingiustificati, del tutto identiche o che producono effetti analoghi all’art. 18.

Altra accusa rivolta all’art. 18 è quella che, a causa della durata del processo, il datore di lavoro corre il rischio di essere eccessivamente penalizzato con ingenti risarcimenti a favore del lavoratore. Ma di ciò la colpa non è dell’art. 18, bensì delle disfunzioni dell’organizzazione della giustizia. Si tratta quindi di riformare le regole del processo sulla linea di proposte già avanzate da tempo. Per esempio, le cause di licenziamento rientranti nel campo di applicazione dell’art. 18 potrebbero essere assoggettate ad un rito speciale che assicuri la celerità della conclusione del contenzioso. Ed è paradossale che non si abbia avuto la volontà di intervenire su questi aspetti in anni in cui la riforma della giustizia è stata al centro del discorso pubblico.

Come s’è accennato, al momento sono in discussione variegate proposte di unificare, per il futuro, le molteplici tipologie contrattuali di lavoro (formalmente e economicamente dipendente) attraverso un cosiddetto contratto unico a tempo indeterminato. Questo, in una versione, sarebbe caratterizzato da un primo periodo d’ingresso (tre anni) con una protezione meramente indennitaria nel caso di licenziamento per motivi economici (e cioè non dovuto a colpa del lavoratore, bensì ad esigenze dell’impresa), per poi pervenire all’applicazione integrale delle tutele esistenti. Qui il rischio è che, attraverso la via d’uscita del licenziamento per motivi economici, il lavoratore non superi mai la fase d’ingresso e si stimoli un eccessivo turnover della forza lavoro. Un rischio analogo, ma più intenso, contiene un’altra versione del contratto unico, nella quale scomparirebbe del tutto il controllo giudiziale sui licenziamenti per motivi economici nonché l’applicazione dell’art. 18 nel caso di ingiustificatezza dello stesso licenziamento, e la tutela sarebbe solo indennitaria. In questo modo, verrebbe introdotto un incentivo perverso ad avvalersi del licenziamento per motivi economici quale escamotage per sbarazzarsi arbitrariamente dei lavoratori, con il solo onere del pagamento di un’indennità. Di conseguenza, non vi sarebbero più (ma solo apparentemente) licenziamenti per motivi disciplinari, ma soltanto economici. E così ci sarebbe una precarizzazione generalizzata per via istituzionale.

E’ noto peraltro che la proliferazione della precarietà è stata fortemente avallata dai governi di centrodestra che, in vario modo, hanno stimolato una flessibilità in entrata con tipologie contrattuali diverse dal modello standard di contratto di lavoro e appunto contraddistinte da una durata temporanea e da poche tutele. Con ciò è stata consentita l’utilizzazione del lavoro a costi ridotti rispetto appunto allo schema tipico. Questa politica ha prodotto l’effetto deleterio di indurre molte imprese a difendere la propria competitività solo agendo sul costo del lavoro, e favorendo la diffusione di lavori di bassa qualità. Non v’è stata un’adeguata politica industriale tale da perseguire la via alta della competitività fondata su investimenti, innovazione dei processi e dei prodotti, alta qualità del lavoro.

Le politiche del lavoro del centrodestra non hanno nemmeno realizzato l’equilibrio prospettato nel disegno del noto Libro bianco del 2001, in cui l’aumento della flessibilità nel rapporto doveva essere compensato da un incremento delle tutele nel mercato, delle quali il cardine sarebbe stata la riforma degli ammortizzatori sociali. S’è agito solo nella prima direzione, trascurando la seconda e rinviandola di continuo, appellandosi alla mancanza di risorse. Tutto questo giustifica il forte sospetto con cui le organizzazioni sindacali dei lavoratori ormai guardano ogni annunciata riforma del mercato del lavoro. Ciò perché aleggia il timore che qualunque intervento, al di là della declamata virtù taumaturgica, produca in concreto un peggioramento delle garanzie dei lavoratori.

Pertanto, la precarietà e la diffusione del lavoro non protetto sono il risultato non del caso, bensì delle politiche dei governi di centrodestra. E’ quindi falsa l’affermazione che spiega tale fenomeno solo sulla base delle pretese rigidità in uscita dal modello standard, e a cui ora qualche pseudoriformista vorrebbe porre rimedio estendendo la precarietà e la mancanza di protezione in tutti gli ambiti del mercato del lavoro.

In un un’opinione pubblica narcotizzata da anni dalla narrazione berlusconiana v’è il rischio che attecchiscano idee rudimentali, come appunto quella in base alla quale la crescita dell’occupazione dipenderebbe dallo sfoltimento delle tutele del lavoro, di cui l’art. 18 è l’emblema; tutele che per giunta, si dice non troverebbero riscontro negli altri paesi europei. E’ qui evidente il pericolo dell’abuso del cosiddetto metodo comparato che (prendendo spunto da una nota metafora), a forza di semplificazioni, può portare alla stesso errore madornale in cui incorre chi, volendo descrivere a un cieco un elefante, pone troppa attenzione sulla proboscide e quindi finisce per disegnare i contorni di un grosso serpente. In altri termini, nel confrontare i vari sistemi di diritto del lavoro non è sufficiente limitarsi ai singoli istituti, ma bisogna tenere conto dell’intero contesto (economico, sociale, culturale) in cui essi operano e dei condizionamenti che da questo subiscono. Ad esempio, ritornando all’art. 18, v’è chi ne denuncia l’anomalia nel quadro comparato sostenendo che, negli altri paesi, la tutela reintegratoria, seppure esistente, non verrebbe mai applicata, perché sostituita da un’indennità compensativa dell’effettiva reintegrazione sul luogo di lavoro. L’argomentazione è risibile, poiché trascura che anche in Italia il lavoratore può scegliere di rinunciare alla reintegrazione in cambio di un’indennità e che, nelle altre esperienze giuridiche, è logicamente improbabile che la soluzione alternativa alla reintegrazione pregiudichi il lavoratore rispetto alla sanzione tipica.

Beninteso, la drammaticità dell’attuale situazione economica non può costituire il cavallo di Troia attraverso il quale si accettino soluzioni di stampo neothatcheriano, a detrimento del fattore lavoro, già da anni tartassato da una notevole perdita del potere di acquisito delle retribuzioni, dalla diminuzione della quota dei salari sul pil, dall’aumento delle disuguaglianze, e dall’incremento della pressione fiscale. Esistono, per fortuna, altre strade da percorrere tali da consentire di coniugare efficienza del sistema produttivo e benessere dei lavoratori.

In Germania, per esempio, la crisi economica è stata affrontata in linea con la tradizione concertativa e collaborativa ivi diffusa. Ciò ha spinto le imprese a ridurre al minimo i licenziamenti e a cercare soluzioni alternative, come un’ampia flessibilità interna, attraverso il dialogo con le rappresentanze dei lavoratori. In Italia, il tema della reale partecipazione dei lavoratori alle scelte delle imprese continua ad essere declinato al ribasso e talvolta, come nel caso Fiat, in modo strumentale ed autoritario. Con ciò si ignora che, come insegna la Germania, il forte coinvolgimento dei lavoratori e delle loro rappresentanze costituisce una risorsa fondamentale per le imprese di fronte alla sfida dei mercati globali e, più in generale, per mantenere la coesione sociale.

B. BellavistaA. Garilli
docenti nell'Università di Palermo
www.controlacrisi.org

21 gennaio 2012

La lotta dei lavoratori Fiat non riguarda solo loro né solo i metalmeccanici, a cui è stato rubato il contratto nazionale, ma la società di cui facciamo parte

Voglio la Fiom in Fiat
Si sa che in tempi di crisi la solidarietà è la pianta che fa più fatica a crescere; invece l’attacco ai diritti e alle libertà è invasivo: se lo si lascia attecchire, non si riesce più a fermare (…) L’attacco a diritti e democrazia senza risposte forti dilagherà facilmente. Per questo, la campagna della Fiom contro la distruttiva politica della Fiat, avviata a Pomigliano nel dicembre 2010 e consolidata con l’accordo separato che estende a tutto il gruppo l’attacco alle condizioni di lavoro e alle libertà sindacali, viene alimentata da scioperi, manifestazioni ed anche azioni legali.
Ma la Fiat/Chrysler è una azienda globale: le violazioni dei diritti e delle libertà in Italia riguardano anche tutti coloro che lavorano nei suoi stabilimenti nel mondo. Non attacca solo leggi e Costituzione in Italia, ma viola anche il diritto internazionale del lavoro, contenuto nelle Convenzioni dell’Oil: la n. 87 sulla libertà sindacale (1948) e la n. 98, sul diritto di organizzazione e contrattazione collettiva (1949), entrambe ratificate dal governo italiano nel 1958.
Della violazione della n. 87, sono esempi il divieto per i lavoratori di eleggere rappresentanti della Fiom in fabbrica e il non versamento al sindacato delle quote di iscrizione alla Fiom da parte dell’azienda; riguardo alla Convenzione n. 97, è eclatante la non riassunzione di lavoratori iscritti alla Fiom nella fabbrica di Pomigliano. Inoltre, la Fiat ha annunciato l’esclusione della Fiom dalla delegazione che tratterà la costituzione del Comitato aziendale europeo di Fiat Industrial. Negli anni scorsi per ben due volte la Fiat ha rifiutato di negoziare con la Federazione Internazionale dei sindacati (Fism) un accordo quadro (già sottoscritto da diverse aziende dell’auto) per la globalizzazione dei diritti fondamentali (core labour standards) contenuti nelle Convenzioni Oil.
Dunque, la campagna nazionale «Voglio la Fiom in Fiat» è diventata anche una campagna internazionale, in collaborazione con il sito LabourStart, subito dopo l’accordo separato. A oggi hanno firmato 6500 sindacalisti e attivisti sindacali, per un terzo da Stati Uniti e Canada, poi dall’Europa, in testa la Gran Bretagna, la Francia, la Germania. Ma c’è stata una risposta da tutti i continenti: dall’India all’Australia al Nord Africa. E intendiamo presentare un ricorso all’Oil, unica agenzia dell’Onu tripartita, che dovrà fare pressione sul governo perché imponga il rispetto delle Convenzioni. L’incontro avuto a Ginevra con rappresentanti dell’Oil ci ha incoraggiato in tal senso.
In che democrazia viviamo se la politica tace di fronte alla estromissione dai posti di lavoro del sindacato più rappresentativo e il divieto per chi lavora di eleggere il sindacato che vuole, e fare attività sindacale, mentre deve subire un peggioramento della condizione di lavoro? Questa domanda verrà fatta ad alta voce da tutti/e coloro che la condividono, metalmeccanici e non, che non si rassegnano alla regressione e all’ingiustizia, nella manifestazione nazionale indetta dalla Fiom per l’11 febbraio “Democrazia al lavoro”.
La lotta dei lavoratori Fiat non riguarda solo loro né solo i metalmeccanici, a cui è stato rubato il contratto nazionale, ma la società di cui facciamo parte. Nella profonda crisi sociale e democratica, in cui vive l’Europa, lottare per la democrazia e il lavoro non è solo un diritto, ma un dovere civile.
Alessandra Mecozzi
responsabile Ufficio internazionale Fiom-Cgil
21/01/2012 
www.ilmanifesto.it

Per sottoscrivere la campagna: www.labourstart.org/cgi-bin/solidarityforever :: www.fiom.cgil.it

C’è bisogno di riandare in piazza, di lottare, di rendere visibile la nostra assoluta alterità a queste scelte del governo deile banche, la profonda convinzione che il debito non debba essere pagato e che la cura è peggio della malattia, soprattutto perché la malattia è del loro sistema

Sindacato di base, il 27 gennaio sciopero generale
Per Usb, Orsa, SlaiCobas, Cib-Unicobas, Snater, SiCobas e Usi il 27 gennaio sarà sciopero generale con manifestazione nazionale a Roma. La mobilitazione è indetta, si legge in una nota unitaria dei sindacati, oltre che “contro le precendenti manovre del governo Berlusconi, contro il governo Monti, che conferma le precedenti manovre riduce il potere d'acquisto dei salari attraverso l'aumento dell'Iva, dell'Irpef locale, dei ticket sanitari, delle accise sulla benzina e l'adozione dell'Ici sulla prima casa, colpisce l'intero sistema pensionistico e il livello di vivibilità economica dei pensionati, privatizza beni comuni e servizi pubblici applicando i dettami della Bce e dell'Unione Europea, che tutelano gli interessi del grande capitale bancario, finanziario ed economico, scaricando i costi della crisi capitalista sui lavoratori e sulle fasce di popolazione più disagiata". L'agitazione, continua la nota, contesta anche “le politiche del piano Marchionne, le delocalizzazioni e la deindustrializzazione in atto, l'estensione dell'accordo Pomigliano in tutto il gruppo Fiat e nelle aziende metalmeccaniche collegate, la cancellazione del contratto nazionale e la svolta autoritaria in atto nelle relazioni sindacali". Tra gli obbiettivi dei sindacati di base è incluso infine anche "il patto sociale e l'attacco ai diritti dei lavoratori" nonchè "l'accordo del 28 giugno 2011 tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria, che ha aperto la strada all'art. 8 della manovra del governo e alla cancellazione dei contratti nazionali".

19 gennaio 2012

L'alternativa di società deve partire coraggiosamente dalle persone prima che dai soldi, e dai contenuti di cittadinanza prima che dai contenuti dell’economia. Questo governo al traino di Germania e Francia ha fatto scelte opposte

A CHE PUNTO È LA CRISI


La domanda ha senso perché una crisi è sempre un percorso. E’ costituita di momenti diversi, pur dentro un'unica, più o meno lunga fase di difficoltà o di vera e propria recessione economica. D’altraparte, ogni crisi è anche un nuovo inizio, come suggerisce l'etimologia stessa (krìsis in greco vuol dire “scelta”, “decisione”, oltre che “separazione”). Si tratta, perciò, di una dinamica di disequilibrio e, contemporaneamente, di ricerca di nuovi equilibri. Ed è bene non sottovalutare questo carattere costituente della crisi, il fatto, cioè, che essa prelude e prepara un nuovo assetto delle relazioni capitalistiche, tanto all'interno dei singoli sistemi-paese quanto a livello delle più complessive relazioni tra i diversi Stati nazionali.

Ovviamente coloro che pensano di essere alla vigilia del vero e proprio crollo del sistema capitalistico non hanno affatto bisogno di interrogarsi sul decorso della crisi, tantomeno sul suo andamento costituente. Se si stabilisce in maniera apodittica che siamo di fronte a un'agonia, l'unica trasformazione possibile diventa il passaggio dall'agonia alla morte. E però, un tale convincimento a me pare non solo immotivato nei suoi termini teorici, ma anche linearmente contraddetto da quanto avviene in vaste aree del mondo, dalla Cina al Brasile all'India, che presentano ancora consistenti trend di crescita, capitalistica appunto, e sono soltanto marginalmente sfiorati dalla crisi economica, la quale si incentra tutta, invece, tra le due sponde dell’Atlantico. Lo stesso Giappone, pur drammaticamente colpito dal disastro nucleare dei mesi scorsi, e penalizzato nelle esportazione da uno yen troppo forte, mantiene un trend economico più che accettabile, tanto che la borsa di Tokyo ha già sostanzialmente recuperato rispetto alla caduta del 2008.

In realtà, se lo consideriamo nel suo complesso, è davvero difficile sostenere che il capitalismo, in questo primo scorcio del secolo XXI, sia moribondo. E seppure fossimo di fronte ad una nuova  dislocazione geografica dei suoi centri di gravità, solamente un inguaribile eurocentrismo ci potrebbe far parlare di superamento storico del rapporto sociale di capitale. Anzi, proprio la diversa condizione della sua salute nei diversi angoli del mondo ci conferma come ilcapitalismo, in quanto sistema, sia ben lontano dalla sua ultima ora - a meno di non sostenere, come pure alcuni fanno, ma si tratta di argomenti davvero inconsistenti, che in Cina, Brasile, India, ecc., esisterebbero ormai una struttura economica e dei rapporti sociali già “post-capitalistici”…

Dunque, assumendo che la crisi è una difficoltà reale del capitalismo, e al tempo stesso anche una opportunità per avviarsi ad una nuova fase, la domanda “a che punto è la crisi” è da giudicare senz’altro utile politicamente, oltre che teoricamente.

Io ritengo che, nell’insieme degli anni che vanno dal 2008 ad oggi, possiamo agevolmente individuare una prima fase, grossomodo fino agli inizi del 2010, legata allo scoppio delle bolle finanziarie, dei subprime e dei titoli tossici, caratterizzata da una brusca fermata della circolazione facile del denaro. Ciò che i singoli segmenti di capitale avevano provato a fare negli anni precedenti - e cioè, sottrarsi alle rigidità di crescita dei livelli dati di produzione dei sistemi-paese di riferimento, investendo “al di fuori” di essi, in particolare sul futuro, e ipotecando così le produzioni degli anni a venire -, veniva alfine ruvidamente bloccato. I singoli segmenti di capitale sono stati richiamati all’ordine dalle stesse regole di funzionamento del capitalismo, che hanno il loro fondamento nella capacità produttiva potenziale di un sistema-paese, capacità produttiva teoricamente illimitata, e però comunque fissata concretamente ad uno specifico, determinato livello in ogni determinato momento. Il denaro doveva smetterla di provare ad innalzarsi alla stessa grandezza di valore di quella capacità produttiva potenzialmente illimitata e doveva rapportarsi, più prosaicamente, alla sola produzione effettivamente data. Il punto di difficoltà di un tale “blocco” era che l'esposizione dei vari segmenti di capitale si presentava con dimensioni veramente enormi, e la loro necessità di remunerazione andava, perciò, ben oltre la “bramosia dell’oro” dei capitalisti e dei loro manager. I grandi fondi d'investimento, i fondi pensione, gli stessi fondi sovrani, ma anche le grandi compagnie di assicurazione e le grandi banche, tutte ormai indistintamente banche commerciali e d’affari, avevano e hanno bisogno di una remunerazione elevata proprio per onorare l'esposizione gigantesca costruita nell’ultimo ventennio. Concretamente, il sistema finanziario deve onorare una pluralità di impegni che richiedono ampia liquidità: si tratta di pensioni integrative, di interessi annuali sui depositi, di cedole trimestrali e semestrali sulle obbligazioni, di linee di credito aperte per le grandi imprese e i grandi progetti, dei fondi di garanzia dei processi di ristrutturazione e di fusione
produttiva, ecc. Ma se l'ipoteca del futuro risultava bloccata, ed appariva comunque poco praticabile, dove si potevano mai trovare le emunerazioni necessarie?

Si apriva così una seconda fase della crisi, grossomodo dagli inizi del 2010 fino all’autunno del 2011, collegata esattamente al tentativo dei singoli segmenti di capitale di mantenersi a galla. Questa seconda fase è divenuta ben presto un vero e proprio braccio di ferro fra i singoli segmenti di capitale e i sistemi-paese, incentrato sul debito sovrano. I singoli segmenti di capitale, ovvero i grandi investitori, hanno chiesto ai propri sistemi-paese di garantire le loro remunerazioni sia attraverso un innalzamento dei rendimenti di titoli di Stato, sia attraverso fondi diretti di sostegno alle grandi imprese finanziarie in difficoltà, sia attraverso ampie dismissioni del patrimonio pubblico al fine di moltiplicare le occasioni di collocamento profittevole del denaro. Si è trattato, in sostanza, di una breve ma intensa “guerra civile” capitalistica, con i segmenti specifici di capitale che hanno provato a condizionare, e finanche aggredire, i sistemi-paese in quanto tali, anche quelli da cui essi stessi provenivano. I cosiddetti speculatori, in altri termini, si sono precisati come null’altro che l’insieme degli investitori di borsa; e le loro azioni, tutte più o meno obbligate e tutte più o meno “speculative”, si sono rivolte progressivamente verso tutti i titoli di Stato, in particolare quelli più esposti, cioè più bisognosi di essere venduti e messi sul mercato. Così, dentro questa “guerra civile capitalistica”, si profilava anche un primo avvio di guerra economica tra gli Stati. Siamo adesso ad una evoluzione ulteriore. Detto in estrema sintesi, ciò che sta succedendo in queste settimane è che i sistemi-paese ai quali afferiscono buona parte dei grandi fondi di investimento, vale a dire gli Stati Uniti d'America e la Gran Bretagna, ricostruita una  relativa condizione di intensa con i loro segmenti di capitale - e l’hanno costruita anche adoperando le “maniere forti”, per esempio  chiamando i grandi istituti finanziari in tribunale (lo ha fatto il governo USA nel settembre scorso) per rispondere delle bolle finanziarie del 2007 e 2008 -, spingono l’insieme della cosiddetta “speculazione” ad aggredire i sistemi paesi concorrenti, prima fra tutti l’Europa.

E’ subentrata, in altre parole, una terza fase del decorso della crisi. Dal blocco delle scorribande del denaro si era passati al braccio di ferro tra i segmenti di capitale e i sistemi-paese; ed ora si passa, da quel braccio di ferro, ad uno scontro reale, seppure non- militare (o, forse, ancora non-militare), tra i principali sistemi- paese. In questo scontro i singoli segmenti di capitale fungono da armate mobili. E’ questo il passaggio che precisamente stiamo vivendo: l'avvio di una guerra incruenta, per dirla con una battuta, fra l’Europa (l’Europa a 26, beninteso, senza la Gran Bretagna) e l’insieme del capitalismo angloamericano. Questa terza fase della crisi, in effetti, è appena cominciata.

Intendo, cioè, la fase di “guerra economica” consapevole. Finora, infatti, l'aggressione ai debiti sovrani dell'Europa conteneva molto ancora della “guerra civile intercapitalistica” fra l'insieme dei mercati e l'insieme dei sistemi-paese. Coloro che parlavano, fino a qualche mese fa, di situazione confusa e di mercati sostanzialmente “impazziti” avevano più di un argomento per sostenere i loro discorsi.

Tuttavia, Inghilterra e Stati Uniti cominciavano già ad indirizzarsi, dentro quella stessa dinamica, verso uno scenario di depotenziamento  del peso dell'Europa nell'economia mondiale. Un'Europa più debole, infatti, va bene tanto al dollaro quanto alla sterlina: al dollaro, per evitare di perdere progressivamente il monopolio di moneta di riferimento delle transazioni internazionali; alla sterlina, per evitare di essere tagliata fuori, in una tenaglia dollaro/euro, dallo scenario della finanza e dei commerci mondiali.

Il prolungarsi della incertezza dei governi americano e inglese, e la conseguente “confusione” dei mercati, avevano però una loro ragion d’essere nella materialità stessa del capitalismo, nel fatto, cioè, che i capitali sono sì tutti specifici ma anche tutti interconnessi: una crisi brusca e verticale dell’euro avrebbe potuto creare, allo stesso dollaro e alla stessa sterlina, più problemi di quanti non ne risolvesse. Di qui un periodo di strategia incerta, con atti di latente “guerra economica”, ma non ancora una guerra economica dispiegata.

La differenza l'hanno fatta, in qualche modo, gli stessi mercati. I singoli segmenti di capitale allocati a New York e a Londra, che già sullo scacchiere globale soffrono la concorrenza proveniente dai paesi del cosiddetto Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), e che hanno sempre nel Giappone un altro elemento di inquietudine, non potevano essere ricondotti a una condizione di normalità in maniera assoluta. La soluzione è stata, e non poteva essere altrimenti, una sorta di relativa pacificazione dei “fronti interni” americano ed inglese, in cambio di una convergenza aggressiva di grandi investitori e governi nell'attacco all'Europa. Insomma, può essere pure che Obama e Cameron si stiano facendo prendere la mano dai loro grandi investitori, e che non abbiano affatto deciso “a freddo” la guerra economica con l'Europa, ma ormai, al di là delle intenzioni singole, la guerra guerreggiata è sopravvenuta.

Fungono da cannoniere di prima linea, come spesso è successo negli ultimi due decenni, le famigerate agenzie di rating, le quali non sono affatto i “soggetti terzi” che dicono di essere ed hanno tutte domicilio stabile a New York. Esse proclamano, sempre più ad alta voce, un declassamento di valutazione dell’intera Europa, col proposito, neppure tanto nascosto, di sollecitare il “ritorno a casa” di dollari e sterline, al fine di aggravare, nell’immediato, le difficoltà finanziarie e produttive dell’Europa, e, soprattutto, per marcare una linea di divisione netta tra zona euro e resto del mondo. Né più né meno che una “linea del fronte”.

L'elemento nuovo degli ultimissimi giorni è che l'Europa sta progressivamente acquisendo consapevolezza della situazione. La Germania è ancora attraversata da dubbi e resistenze, ma il trattato a 26 che si profila per la fine di marzo tende già a presentarsi come un passaggio decisivo della mobilitazione europea, così come momenti di blindatura e di mobilitazione sono già stati i cambi di governo in Grecia, Spagna e Italia.

Siamo dunque, in sostanza, ai primi posizionamenti di una guerra economica conclamata fra i principali stati capitalistici dell'Occidente, il cui esito, allo stato, non è facilmente prevedibile.

E’ verosimile che i prossimi mesi vedano un'iniziativa stringente dei principali paesi europei, con una Germania più decisa alla battaglia e più disponibile a solidificare l'alleanza europea, e ciò sia attraverso il sostegno (condizionato, ovviamente) ai paesi minori, sia attraverso una riorganizzazione regolamentare tanto delle istituzioni europee quanto dei mercati finanziari e commerciali, sia attraverso una più chiara individuazione ed esplicitazione del nemico, per esempio creando un'agenzia europea di rating in diretta contrapposizione alle agenzie di rating americane, sia, infine, avviando intese più o meno cordiali con l’area Brics e almeno un patto di “non belligeranza” col Giappone.

E’ verosimile, d'altra parte, che inglesi e americani provino insistentemente a spaccare l'Europa, evitando frizioni dirette con la Germania e premendo a vario titolo verso i paesi più deboli. In ogni caso, cercheranno di bloccare l’euro presso gli altri protagonisti dello scenario mondiale e punteranno a cementare quanto più possibile l'asse tra dollaro e sterlina. Sul piano pratico è possibile anche che si realizzi ampiamente ciò che già chiedono le agenzie di rating, ovvero una sorta di “ritorno a casa” del dollaro e della sterlina dai loro vari impieghi in Europa, la qualcosa avrebbe certamente pesantissime ricadute sul tessuto produttivo e sugli assetti occupazionali. Ed è finanche possibile che, da qualche parte, americani ed inglesi “mostrino i muscoli” in senso letterale, per esempio contro l’Iran, e ciò anche col proposito di creare scompiglio al blocco europeo. Le cannoniere vere e proprie ai confini dell’Europa sarebbero un monito più che eloquente, e fungerebbero da richiamo per una  rinnovata “solidarietà” occidentale a guida americana…

Ma non serve congetturare ora sul percorso specifico dello scontro. Di sicuro, è possibile già ipotizzare le sue ricadute sulla quotidianità di lavoro e vita delle persone. Detto con tutta la brutalità necessaria, sui lavoratori e sulle classi popolari si scaricherà senza misericordia l’incipiente organizzazione del “fronte interno” europeo. Da qualche parte già si ricomincia a parlare di “patria” e di “traditori della patria”. L’ha detto qualche ministro qui in Italia, riferendosi agli evasori, i quali quasi sempre sono, ovviamente, dei ricchi farabutti. Ma al netto degli evasori, l’uso altisonante della parola “patria”, la dice lunga su come ci si attrezzerà sul piano della disciplina interna. Ed è una cosa che riguarda molto da vicino proprio gli strati popolari. Già, perché saranno proprio le classi popolari, così come avviene nelle guerre cruente, a dover sopportare il peso di questa “guerra economica”. Esse saranno chiamate a terribili sacrifici per mantenere, dentro la contesa economica internazionale, l’insieme della struttura sociale, e concretamente l’insieme delle classi privilegiate.

Si spiega anche in relazione a un tale scenario il ruolo del governo Monti, che non è una pura espressione delle banche (come in troppi, a sinistra, hanno frettolosamente detto). Con funzioni di ministro abbiamo già prefetti, ammiragli, ambasciatori, grandi funzionari dello Stato. E gli stessi “banchieri” Monti e Passera sono esattamente l'espressione dell'intreccio strettissimo di economia e Stato che si determina in un periodo di guerra economica. E’ un intreccio destinato a irrobustirsi ulteriormente.

Ma poiché in questa guerra economica il ruolo fondamentale continuerà ad essere svolto senz’altro dallo Stato, è più che probabile anche un aumento delle pulsioni autoritarie. Quelli che danno fastidio, che sono riottosi ad irreggimentarsi, che hanno da dire suisacrifici, che vogliono mettere in discussione lo stesso assetto sociale e alludono,  magari, a un percorso “altro”, incentrato sul congelamento del debito sovrano e, conseguentemente, su una sorta di disarmo unilaterale rispetto allo scenario di guerra economica: ebbene, tutti costoro, nella logica della “mobilitazione patriottica europea”, dovranno essere “messi in condizione di non nuocere”. Saranno additati come particolarmente pericolosi proprio i discorsi che prospettano una modifica dell'assetto assetto sociale costituito e le iniziative che mettono al primo posto il lavoro, i beni comuni e i diritti invece che il denaro, la proprietà e il mercato, e che perciò vanno nella direzione di una esplicita compressione delle classi possidenti. Chi lotta per il lavoro e per i diritti sarà ben presto segnalato come nemico conclamato della patria. Altro che gli evasori!

Ma, ammesso che tutto questo ragionamento abbia autentico fondamento, sarà poi possibile spiegarlo in maniera semplice a quelli che sono costretti ad un lavoro sempre più faticoso e sempre meno remunerato, o ai giovani in cerca di occupazione?

Io credo di sì, che è possibile e comprensibile un discorso incentrato su parole d'ordine del tipo “noi la guerra economica non la vogliamo fare”, “il debito va congelato perché non può essere un macigno nell'esistenza delle persone”, “il lavoro deve valere più del danaro depositato in banca o immobilizzato nella proprietà”. Si tratta di partire coraggiosamente dalle persone prima che dai soldi, e dai contenuti di cittadinanza prima che dai contenuti dell’economia, prospettando esplicitamente un mondo diversamente organizzato, dove le classi privilegiate non impongano agli strati popolari le loro guerre, cruente e non, e dove soprattutto gli strati popolari rialzino la testa, in nome delle loro necessità, dei loro diritti e delle loro speranze.

Rino Malinconico
18/01/2012

La prefazione del libro di Daniele Nalbone e Giacomo Russo Spena

“Ripuliti, postfascisti durante e dopo Berlusconi”

«Pronto, so’ Fabio de Roma e ve volevo dì che so’ un fascio da panico!». Novembre 1993, il primo turno delle elezioni municipali di molte grandi città italiane si è chiuso con risultati sconvolgenti: a Roma e Napoli i candidati a sindaco del partito neofascista Msi, Gianfranco Fini e Alessandra Mussolini, hanno raccolto tra un terzo e la metà dei voti. Intanto, le cronache di stampa parlano con sempre maggiore frequenza di un nuovo fenomeno giovanile, quello dei cosiddetti «naziskin», violenti e razzisti, che qualcuno arriverà a presentare come l’aspetto più visibile e inquietante di una sorta di «Sessantotto di Destra».


In quegli stessi giorni Radio Radicale, che ha aperto i suoi microfoni agli ascoltatori alla metà di ottobre raccogliendo oltre 10mila telefonate al giorno, sta mandando in onda i messaggi che vengono registrati dalla sua segreteria telefonica. Via radio si inseguono senza tregua i frammenti di un discorso delirante, demenziale e tragico allo stesso tempo. Il Nord contro il Sud, la voglia di secessione dei leghisti, i tifosi della Roma contro quelli della Lazio, i sostenitori di Fini e quelli di Rutelli – i due contendenti per il Comune di Roma – insulti e appelli al Duce, Moana Pozzi e Bossi. C’è di tutto nelle telefonate alla radio, anche se gli ascoltatori più attenti assicurano che rispetto a qualche anno addietro sono diventati il razzismo e l’apologia del Ventennio i temi più gettonati. È poi il ballottaggio per le elezioni amministrative, in particolare quelle capitoline, che sembra interessare molto a chi telefona a Radio Radicale. Ragazzini, spesso poco più che adolescenti, intasano le linee telefoniche per scongiurare il «pericolo rosso» che a loro dire rischia di abbattersi su Roma, in caso di vittoria di Francesco Rutelli. «Votate Fini, pure perché è della Lazio» o «anche se è della Lazio», spiegavano Tony della Magliana e un suo amico, che «già vota» e che «de politica ce capisce», prima di salutare tutti i «bastardi milanesi».


Il palinsesto di insulti razzisti e apologia dello stupro proposto allora da Radio Radicale non rappresenta certo il più scientifico tra i punti di osservazione sul clima complessivo vissuto dal nostro Paese in quel momento, ma certamente fotografa bene una fase che avrebbe segnato l’inizio delle affermazioni politiche di massa della Destra. In un editoriale comparso su «il manifesto» in quei giorni, si proponeva questa lettura della raffica di parole inquietanti diffuse dalla radio: «Sono messaggi disperati e tristissimi, come di chi non abbia patrimonio né genealogia, né senso a cui attingere. Quasi che gli ultimi due anni di crisi italiana avessero fatto tabula rasa di un tessuto civile restato senza radici, in nome dei corrotti da giustiziare e dei politici da distruggere. C’è l’ostinato ricorrere a pulsioni di base, quelle e solo quelle, come se ogni capacità simbolica, quella che serve a dare nome alle cose e alle passioni, a metterle tra loro in connessione e farle diventare senso comune e condiviso, fosse esaurita ed esautorata».


Se il «voto Fini perché mi piace il Duce» gridato al telefono di Radio Radicale sembrò dare allora improvvisamente corpo a un’armata di invisibili, quei primi segnali mostruosi e brutali, che parlavano di «soluzione finale per i negri e i terroni», avrebbero finito per trasformarsi poi pian piano in una ben più «normale» e socialmente accettata rappresentanza politica. Il voto delle amministrative della fine del 1993, come i messaggi a Radio Radicale, erano solo un pallido annuncio di quanto sarebbe seguito.

Il 27 marzo del 1994 le due coalizioni di Destra costruite dall’imprenditore Silvio Berlusconi, il «Polo delle libertà» tra Lega Nord e Forza Italia nelle regioni del Nord del Paese e quello «del buon governo» tra il Msi/An e Forza Italia nel Sud, raccolgono la maggioranza dei consensi. Nascerà così il primo governo guidato dal Cavaliere e prenderà corpo per la prima volta quella sfida di Destra alla società italiana destinata a durare per quasi un ventennio.


Sconfitto dalla crisi economica, «battuto dallo spread» più che dai suoi oppositori politici, indebolito da una serie di scandali economici e sessuali, Silvio Berlusconi sembra ora parzialmente uscito di scena, ma la pesante eredità della lunga egemonia che ha esercitato sulla politica italiana sarà difficile da cancellare o anche solo da superare fino in fondo. Ed è all’interno di questa strategia che si è realizzato il definitivo «sdoganamento» di quell’estrema Destra, erede diretta e orgogliosa del Fascismo storico, che racconta e descrive minuziosamente questa inchiesta. Per tentare di comprendere cosa è stato e cosa potrà diventare il neofascismo durante e dopo «l’era Berlusconi», come ci invitano a fare Daniele Nalbone e Giacomo Russo Spena, si devono perciò ripercorrere le coordinate fondamentali dell’«invenzione politica» berlusconiana, all’ombra della quale si è operata quella incredibile trasformazione di una comunità rancorosa e violenta di nostalgici mussoliniani in una moderna e riconosciuta Destra di governo, che è sotto gli occhi di tutti.


«L’Italia è il Paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti. Qui ho imparato, da mio padre e dalla vita, il mio mestiere di imprenditore. Qui ho appreso la passione per la libertà. Ho scelto di scendere in campo e di occuparmi della Cosa pubblica perché non voglio vivere in un Paese illiberale, governato da forze immature e da uomini legati a doppio filo a un passato politicamente ed economicamente fallimentare. La storia d’Italia è a una svolta. Da imprenditore, da cittadino e ora da cittadino che scende in campo, vi dico che è possibile realizzare insieme un grande sogno. Vi dico che possiamo, vi dico che dobbiamo costruire insieme, per noi e per i nostri figli, un nuovo miracolo italiano».


L’annuncio della «discesa in campo» di Berlusconi arriva nel gennaio del 1994. Il «miracolo» annunciato dal Cavaliere si candida palesemente a colmare il vuoto di rappresentanza politica che fa seguito agli esiti dell’inchiesta su Tangentopoli e allo smottamento dell’intera classe politica, rappresentata in primo luogo da democristiani e socialisti, che ha guidato il Paese per oltre mezzo secolo. Per raggiungere questo scopo, spiega lo storico inglese Paul Ginsborg (L’Italia del tempo presente, Einaudi), il Cavaliere elabora un «formidabile progetto egemonico» «che non pretendeva di abolire la democrazia, ma sicuramente mirava a mutarne il contenuto e gli equilibri. Berlusconi nutriva l’aspirazione a diventare una figura presidenziale forte e proponeva un programma economico fondamentalmente neoliberista, con forti connotazioni thatcheriane: meno tasse, maggiori possibilità di scelta per i cittadini, competizione ed efficienza nella vita pubblica, uno Stato sociale residuale. Inoltre il primato della famiglia come nucleo di solidarietà e imprenditorialità veniva riaffermato con forza».


A metà degli anni Novanta, la rivoluzione conservatrice italiana guidata da Berlusconi accompagna però anche l’emergere di un altro fenomeno. La rapida trasformazione del quadro politico avvenuta per «via giudiziaria» si compie sullo sfondo di uno scenario economico e sociale profondamente mutato, accompagna una delle più profonde ristrutturazioni vissute dal capitalismo nell’arco della sua storia. L’industria manifatturiera perde il ruolo centrale che aveva avuto per più di un secolo, molte fabbriche chiudono o trasferiscono la propria produzione nei Paesi dell’Est europeo o dell’Estremo Oriente: comunicazione, informatica e terziario assumono un ruolo economico di primo piano. Per il sociologo Marco Revelli (Le due destre, Bollati Boringhieri) la classe politica sembra così subire, in rapporto a questa transizione dal modello di produzione fordista a quello postfordista, «una rapida obsolescenza». La vecchia figura del politico «mediatore», di democristiana memoria, non serve più, sta per essere soppiantata dalla spietata logica d’impresa. Non solo: rispetto alla rapidità dei cambiamenti conosciuti dal lavoro e dalla società, è la stessa politica, per come era stata conosciuta in Italia fin dalla nascita della Repubblica dopo la caduta del Fascismo, ad apparire «inutile». Prende così corpo quella che Revelli definisce come «una deriva di Destra che dalla crisi del “politico mediatore”» conduce direttamente alla ricerca di figure ben più inquietanti: quelle del «“politico manager”, liquidatore dell’antico sistema delle garanzie e amministratore del “sistema Paese” con piglio imprenditoriale», e del «“leader carismatico”, capace di rispondere alla domanda altrettanto pressante di una identità nazionale, di appartenenza e di deresponsabilizzazione partecipante». Per lo studioso torinese, a raccogliere la maggioranza dei consensi nel Paese, fino ad assumere un profilo egemonico, è perciò, incarnato da Berlusconi, «quel potenziale di sfida alla democrazia sociale e all’ordine costituzionale che fino ad allora era stato confinato, in forma minoritaria, nei settori più coperti della nostra Destra nazionale».


L’esecutivo guidato dal Cavaliere nel 1994 comprenderà così, per la prima volta nella storia delle istituzioni repubblicane sorte dalla battaglia democratica della Resistenza e dopo la fine della dittatura mussoliniana, ben cinque esponenti neofascisti. «Il vero fatto nuovo del governo Berlusconi è l’inclusione, per la prima volta in Europa, di un partito diretto discendente della tradizione fascista. Il gruppo parlamentare eletto sotto la sigla di Alleanza nazionale non è altro infatti che il vecchio Msi più qualche esterno», sottolineavano non a caso all’epoca i politologi Piero Ignazi e Richard S. Katz (Politica in Italia. Edizione 95, Il Mulino).

Gli esponenti del partito fondato nel 1946, all’indomani della sconfitta militare del Fascismo, che ha riunito dapprima elementi di primo piano del regime mussoliniano e della Repubblica di Salò, sostenuta dai nazisti, e intorno alle cui fila è sorta la Strategia della Tensione, la lunga scia di sangue e bombe che ha segnato il Paese per almeno due decenni, diversi tentativi golpistici e una lunga serie di violenze politiche, giurano fedeltà a una Repubblica antifascista di cui sono sempre stati i più acerrimi nemici. Ad essere cambiati, per il momento almeno, non sono stati però i neofascisti, ma il quadro complessivo della politica e della società italiana.


Che sia il debutto di una nuova epoca, e l’arrivo di un’inedita figura politica quale è quella di Silvio Berlusconi, ad aver reso possibile questo «sdoganamento» della Destra nazionale, i missini lo sanno bene. Al punto che, quando nei primi giorni del 1995 il Msi celebra a Fiuggi il congresso che sancirà la nascita di Alleanza nazionale, il primo passo di quel processo progressivo che porterà infine gli ex missini nel Popolo della libertà, il documento proposto ai delegati celebra l’avvento di una «nuova fase storica». «Il Movimento sociale italiano-Destra nazionale, come tale, ha raggiunto in pieno gli scopi che si era prefisso: la Prima Repubblica, contro la quale si era battuto, è crollata sotto i colpi dei giudici ed è stata poi travolta dal voto degli elettori. Insieme ad essa si chiude la fase storica della Destra di alternativa al sistema e si apre una fase nuova nella quale la Destra ha il dovere di partecipare per rinnovare la politica e rifondare lo Stato. In questo contesto Alleanza nazionale è il primo, vero movimento politico della Seconda Repubblica».


La genesi di ciò che è andato in seguito sotto il nome di «postfascismo», l’uscita del vecchio mondo dell’estrema Destra dal ghetto della nostalgia e da un posizionamento politico anti-sistema, è riconducibile a questa fase decisiva della recente storia nazionale. Completando l’opera di normalizzazione della memoria pubblica del Paese, già intrapresa da Bettino Craxi e Francesco Cossiga, interessati a superare la dicotomia fascismo/antifascismo che era stata fondativa dell’identità italiana post-1945 e che considerava il conflitto politico e sociale come parte decisiva del processo democratico, Berlusconi farà del vecchio neofascismo, come della nuova Destra leghista, gli alleati fondamentali della propria strategia politica.


Ma il ruolo assunto dalla cultura politica dell’estrema Destra attraverso quella che è stata definita come la lunga «transizione italiana» degli anni Novanta, termine cui si dovrebbe forse tornare a guardare oggi con attenzione nel pieno di una ulteriore fase costituente per nuovi equilibri politici, stavolta fondata sull’emergenza della crisi economica e finanziaria internazionale, non può essere ridotto a una sorta di revanche sulla Storia da parte degli sconfitti del ’45. Al centro dell’invenzione politica berlusconiana c’è infatti la definizione di un nuovo orizzonte, quello di una «Destra plurale» che contenga al proprio interno tutte le tendenze politiche che si oppongono alle culture progressiste: dal conservatorismo di matrice economica o religiosa, fino al neofascismo e alle spinte apertamente identitarie e xenofobe. In un Paese che dopo il Ventennio della dittatura fascista ha conosciuto la lunga egemonia democristiana, il Cavaliere crea una Destra che semplicemente non è mai esistita prima. Non qualcosa che assomigli al conservatorismo inglese, né al gaullismo francese, né alla tradizione cristiano-sociale bavarese, ma che sia in grado di contenere tutte queste tendenze, mescolate con la cultura dei partiti dell’estrema Destra, come il Msi, e con le spinte del liberismo economico più estremo. La scommessa prima tentata e infine vinta con la nascita nel 2009 del Pdl, è stata quella di plasmare un soggetto politico unitario che superasse la dicotomia presente in Europa tra estrema Destra e mondo conservatore.


Ben prima del «caso Haider», l’ingresso nel 2000 del leader della Destra liberalnazionale austriaca, che sarebbe poi scomparso nel 2008 in seguito a un incidente stradale, nel governo di Vienna in una coalizione con i democristiani locali, l’Italia aveva per questa via rotto il tabù che escludeva in Europa i nostalgici del passato dai vertici del potere democratico. Non solo, dopo aver trasformato per sempre il volto della politica italiana, la «Destra plurale» costruita sotto l’egida del Cavaliere ha contribuito nell’arco dell’ultimo ventennio a mutare anche gli equilibri e il profilo delle Destre europee. Mentre i conservatori si misuravano con la sfida dei nuovi partiti xenofobi, sorti soprattutto in contrapposizione ai fenomeni migratori presenti in Occidente, che volevano interpretare per questa via la crisi dello Stato sociale, rivendicando una «preferenza» nazionale o etnica nell’accesso al welfare – il Front National in Francia, i Republikaner in Germania, il Vlaams Blok nelle Fiandre, i partiti del Progresso nelle regioni scandinave e via dicendo – dall’Italia arrivava il segnale che quegli stessi partiti potevano essere ricondotti nell’ambito di una Destra «normale». L’esempio del «Centrodestra» del nostro Paese e il peso numerico degli eletti della coalizione berlusconiana in Europa, hanno così finito per influenzare fortemente il definirsi del volto attuale dello stesso Partito popolare europeo. Il Popolo della libertà ha infatti portato gli eredi politici della Repubblica sociale italiana, i postfascisti e postmissini di Alleanza nazionale confluiti nella formazione della Destra italiana, tra i democristiani europei, che hanno finito così per assomigliare sempre meno a quell’idea della politica continentale immaginata un tempo da Adenauer, De Gasperi e Schuman. Con il risultato che il Ppe è stato attraversato sempre più frequentemente da spinte populiste, mentre al suo interno sono confluiti partiti che dalla Danimarca all’Ungheria e dalla Polonia alla Francia si sono alleati con formazioni razziste ed estremiste o hanno cercato di recuperarne gli elettori facendo proprie le pulsioni xenofobe che specie la crisi sta facendo emergere nelle società europee.


Il punto d’approdo europeo di oggi è, in questo senso, l’evidente sviluppo di una strategia che si è cominciata a immaginare nel nostro Paese già a metà degli anni Novanta quando, come ha spiegato lo storico Roberto Biorcio (La Padania promessa, Il Saggiatore), «la leadership di Berlusconi ha espresso una sorta di rassicurante “populismo di governo” ricco di promesse concrete, che si è combinato con il “populismo di protesta”, diversamente interpretato, della Lega Nord e di Alleanza nazionale».

L’immaginare cosa sarà della Destra italiana dopo Berlusconi è perciò legato, come le interviste e i ritratti proposti in questo volume ci invitano a fare, alla «tenuta» o meno di questa costruzione politica e culturale di lungo corso. Se alcune crepe potranno farsi sempre più evidenti, ad esempio nel ritorno del movimento leghista a una logica anti-sistema e dai contorni «indipendentisti», magari sull’esempio di quanto sta nel frattempo avvenendo in Scozia o in Catalogna, e quindi in una progressiva rottura dell’alleanza a livello nazionale con il «Centrodestra», è più difficile immaginare l’evoluzione delle componenti identitarie e postfasciste del Popolo della libertà.


Resta la possibilità, sulla base degli elementi che ci sono forniti da Nalbone e Russo Spena, di delineare alcune ipotesi. In primo luogo è chiaro come proprio le componenti che vengono dall’estrema Destra, sia quelle di origine missina che quelle provenienti dall’«arcipelago nero» che sono entrate progressivamente nell’orbita del Pdl, non possono trarre alcun vantaggio dalla fine della «Destra plurale» berlusconiana che ha consentito loro di uscire da una lunghissima marginalità politica e di accedere alle stanze del potere a tutti i livelli della politica e delle istituzioni, dal governo nazionale alla guida di numerose città e aziende controllate dallo Stato. La nascita di un eventuale «polo nazionale», talvolta evocata da qualche esponente dell’ex Alleanza nazionale, potrebbe, in questa prospettiva, rappresentare solo l’extrema ratio in caso di implosione del Pdl. Più probabile appare invece l’ipotesi di una battaglia interna, per il controllo del partito fondato dal Cavaliere, che veda gli ex An schierarsi contro ogni ipotesi di convergenza centrista con altre formazioni politiche, a partire dal cosiddetto Terzo polo. Fin qui siamo però sul terreno della «politica politicante», del braccio di ferro negli organismi dirigenti di partito, delle querelle che la definitiva uscita di scena di Silvio Berlusconi potrebbe provocare in seno alla sua creatura politica. Per questa via, e su questo piano, è difficile immaginare un «ritorno del neofascismo» che rinunci alla patina di moderatismo e di rispettabilità che ha conquistato, insieme ai dividendi di anni di governo della Cosa pubblica, lungo l’ultimo ventennio.


Altra cosa è però definire i contorni che «la Destra nazionale», a partire dalla sue propaggini radicali e «movimentiste», potrà assumere all’interno della stagione della crisi, che da finanziaria ed economica si sta facendo ogni giorno di più anche sociale e politica. Le passioni tristi del rancore, dell’invidia e della paura che hanno già contribuito, accompagnandosi al sogno di benessere annunciato dall’uomo di Arcore, a fare le fortune della Destra nell’Italia degli ultimi due decenni, rischiano di trovare nuovo alimento nell’inquietudine e nello spaesamento che accompagnano il diffondersi dei fenomeni di impoverimento e di marginalità sociale. Su questo terreno, come è già stato nel recente passato con lo sviluppo anche nel nostro Paese di un «partito della paura» che ha puntato tutto sulla domanda di sicurezza e sul timore di ogni diversità, la Destra potrà giocare la propria partita ma, probabilmente, solo al prezzo di perdere per strada una parte di quell’appeal «moderato» che ha cercato di costruire in tutti questi anni tra strappi con il passato, rinuncia alla cultura della nostalgia e definizione di una propria identità in termini plurali. Questo volume racconta come, nell’attesa e nell’incertezza di dover, o voler, operare una scelta tra queste due tendenze, il mondo della Destra nazionale abbia continuato a mantenere una propria forte dialettica interna, nella certezza che, come si ama dire in questo ambiente riprendendo le parole del creatore de Il signore degli anelli J. R. R. Tolkien, «le radici profonde non gelano mai». Oggi il rischio non è tanto quello che torni il Novecento e il Fascismo di un tempo, quanto che la crisi proietti l’Europa e il nostro Paese in una sorta di «ritorno al futuro» dove l’odio e le spinte identitarie abbiano il sopravvento su società sempre più indebolite e impaurite. Per l’Italia è anche questo uno dei possibili scenari del dopo-Berlusconi.


Guido Caldiron
18/01/2012
Fonte: micromega