24 dicembre 2012

Ora Serve un nuovo governo del Paese che abbia la forza e la credibilità di ridiscutere le politiche europee e che imposti una nuova politica economica per l'Italia, progressista, trasparente e solidale, che parta dal lavoro, dai diritti civili, dal welfare e dalla giustizia sociale. Cambiare si può, si deve!


DOPO UN ANNO DI GOVERNO MONTI

1) I CONTI PUBBLICI SONO PEGGIORATI (-Pil, + debito/Pil, + debito pubblico, - incasso di Iva, + fuga di capitali)

2) I CONTI IN TASCA SONO IN ROSSO (+ tasse, - salari, - consumi, - risparmio, + indebitamento, + mense della Caritas, + tagli a Comuni e Regioni, + costi per la corruzione).

3) IL DECLINO PRODUTTIVO CON MONTI (- fatturato e produzione, - investimenti, + crisi industriali, + cassa integrazione, - risorse per lo sviluppo, + disoccupazione, - art. 18, + lavoro precario)

4) IL CALO DELLO SPREAD NON È OPERA DI MONTI E DEL RIGORE MA DEL PROGRAMMA EUROPEO OMT (Outright monetary transactions).

5) MONTI NON HA DATO MAGGIORE FIDUCIA AGLI INVESTITORI INTERNAZIONALI (i titoli italiani in mano ad investitori esteri sono scesi)

6) AMBIENTE ADDIO!

7) TAGLI ALL’ISTRUZIONE E ALLA SANITÀ

8) TANTI SOLDI ALLE BANCHE A SPESE DEL CONTRIBUENTE.

9) BRILLANO, FRA TANTA QUARESIMA, LE INUTILI SPESE MILITARI.

IN QUESTI ANNI ABBIAMO VISSUTO AL DI SOPRA DELLE NOSTRE POSSIBILITÀ? SCIOCCHEZZE! (spesa pubblica inferiore alle entrate dal 1992; dal 1980 –salari; quali le cause del debito pubblico; spesa sociale storicamente inferiore alla media dell’Europa Occidentale)

CONCLUSIONE

È trascorso poco più di un anno da quando Napolitano incaricò il Prof. Monti di dar vita a un nuovo governo. Le tre parole chiave da egli spesso ripetute– rigore, crescita, equità - sono state declinate con rilievo molto diseguale: tanto rigore per i redditi medi e bassi, poca crescita e scarsa equità. Ed oggi possiamo dire, dati alla mano, che anche l’obiettivo del risanamento delle finanze pubbliche è fallito: i numeri parlano da soli.

1) I CONTI PUBBLICI SONO PEGGIORATI (-Pi l,+ debito/Pil, + debito pubblico, - incasso di Iva, + fuga di capitali)

Il PIL La flessione del Pil nel 2012 si sta rivelando sei volte maggiore di quella prevista un anno fa da Monti (oggi -2,4% contro la previsione di -0,4%), con errori conseguenti nella stima del rapporto debito/Pil. Tra tagli alla spesa e aumenti delle tasse i governi Berlusconi e Monti, a partire dal 2010, hanno varato manovre per circa 300 miliardi di euro. L’effetto di questi provvedimenti, unito alla grave sottovalutazione dell'effetto recessivo dei tagli alla spesa pubblica, è stato una drastica diminuzione del Pil per il 2012. Per il 2013 le stime Ocse prevedono -1,5% di decrescita aggiuntiva rispetto alle stime che Monti ha fatto nella primavera col Primo Documento di Economia e Finanza. Ogni calo del Prodotto interno lordo superiore alle previsioni comporta un peggioramento della sostenibilità dei conti pubblici, un aumento del rapporto debito-PIL..

Il rapporto debito-PIL. È balzato dal 120% del 2011 fino al 126% del 2012  e al 129,6% nel 2013 e 132,2% nel 2014, secondo l’ OCSE, con tanti saluti alla stabilità dei conti pubblici. Un disastro. Causato dagli elevati tassi di interesse, dall'approvazione del 'Fiscal conpact' sottoscritto da Berlusconi e ratificato da Monti, dalla caduta del reddito, dall'accelerazione delle politiche di austerità data da Monti e dalla mancanza di appropriate politiche economiche per la crescita. Secondo le stime del Fondo Monetario (FMI), solo nel 2017 si tornerà ai livelli del 2011, cioè attorno al 120%.

Il debito pubblico è cresciuto di 102,304 miliardi dall'inizio del Governo Monti, toccando il record di €2000 miliardi. I Paesi in Europa che, come l’Italia, hanno applicato misure drastiche di controllo di bilancio, cioè misure depressive della domanda interna di beni e servizi, hanno continuato ad incrementare il loro debito e hanno avuto un maggiore crollo del Pil, con una contrazione permanente della base industriale. Fino al 2015 l’Italia dovrà rifinanziare circa 200 miliardi di euro di titoli a breve termine e 200 miliardi di titoli a lungo.

Deficit. L’Ocse prevede per l’Italia un deficit-PIL al -3%. nel 2012 e al 2,9% nel 2013 mentre il governo Monti si era dato l’obiettivo dello 0,5%. Il motivo è una crescita minore a quella inizialmente prevista, in pratica il fallimento delle politiche pubbliche e della cosiddetta austerity che ormai viene apertamente contestata anche dal Fondo Monetario Internazionale (FMI). Il governo italiano ha clamorosamente sottovalutato l’impatto della recessione e dei tagli di spesa sulla crescita economica.

Comunque non vi sarebbe alcuna ragione economica per portare il deficit entro la soglia comunitaria del 3%, dato che l'Italia ha avuto un saldo primario vicino all'equilibrio nel corso degli ultimi sei anni.

Gettito derivante dall’Iva. Dagli stessi dati governativi emerge un pessimo andamento del gettito: gli incassi Iva sono crollati del 2%, con una contrazione di 1,7 miliardi di euro. Il peggioramento dell’attività economica e il calo della dinamica dei redditi si è riflesso infatti sull’andamento delle tasse indirette nelle casse dello Stato, e anzi,  proprio l’incremento dell’aliquota ordinaria Iva (aumentata da Monti dal 20 al 21% nel settembre 2011), ha fatto aumentare la propensione all’evasione.

Fuga di capitali. La fuga dei capitali indica la debolezza del governo di Mario Monti rispetto al ceto economico e politico che dovrebbe sostenerlo. Il FMI fa sapere che l'Italia ha esportato valuta per 235 miliardi di euro, corrispondenti al 15% del prodotto interno lordo, tra luglio 2011 e 2012. È una fuga di investimenti potenziali che deve preoccupare.

La richiesta concordata da Monti  in Europa di un ‘Fondo salva Stati’ (EFSF) ha fatto balzare le erogazioni italiane dai 13,12 miliardi del 2011 ai 30,2 miliardi per il 2012: tutti soldi dati senza nulla in cambio, ascritti però come passività al debito pubblico, che di conseguenza risulta aumentato. Il Fiscal Compact (che impone un limite severo alle politiche fiscali espansive) accettato da Monti senza chiedere contropartite alla Germania, ha fatto il resto. Così il prossimo governo riceverà da Monti un’eredità pesantissima.

2) I CONTI IN TASCA SONO IN ROSSO (+ tasse, - salari, - consumi, - risparmio, + indebitamento, + mense della Caritas, + tagli a Comuni e Regioni, + costi per la corruzione).

Tagli di spesa, riduzione degli stipendi e aumenti di imposte (Imu, Iva, accise sui carburanti e addizionali Irpef), decisi da Mario Monti, hanno avuto l’effetto di ridurre la domanda e far cadere la produzione, prolungando la recessione. Dov’è finita l’equità sociale proclamata da Monti all’atto del suo insediamento?

La pressione fiscale schizza dal 42,5% del 2011 al 44,7% del 2012 al 45,3% prevista nel 2013. Il colossale aumento delle tasse ha fatto aumentare le entrate complessive dello Stato del 4% rispetto all'anno precedente, ma a scapito degli introiti di IVA, come si è visto, perchè gli italiani si sono difesi comprando meno, e spendendo meno, con effetti depressivi su consumi ed economia.

I salari sono "rigidi" verso il basso. Le retribuzioni contrattuali orarie a settembre salgono solo dell'1,4% su base annua, perciò sotto l'inflazione addirittura di 1,8 punti! Monti ha deciso il blocco contrattuale nel Pubblico Impiego fino al 2014, contribuendo non poco alla frenata dei consumi e alla stagnazione della produzione. Con “L’accordo di produttività”, inoltre, mentre si perdono gli automatismi previsti fino a oggi, solo  una minoranza potrà mantenere il potere d’acquisto se lavora di più in una azienda che va bene, e solo questa minoranza avrà meno tasse sulla busta paga.

Calo dei consumi. Tasse e perdita di posti di lavoro hanno determinato il tracollo dei consumi (-4,8% rispetto al 2011), uno dei dati peggiori dal dopoguerra ad oggi come sottolinea l’Ocse nel suo outlook. Secondo il Censis gli italiani rinunciano a viaggi (42%), articoli di abbigliamento o calzature (circa 40%), pranzi e cene fuori casa (38%).

Il risparmio. La dieta dimagrante a cui ci hanno costretto Monti, Grilli e Passera ha eroso quest'anno del 64% il risparmio delle famiglie italiane.

L’indebitamento. Il Centro Studi della Cgia di Mestre (associazione artigiani piccole imprese), calcola che l’indebitamento medio delle famiglie ormai supera i 20mila euro: è ovvio che continuare a tartassare gli italiani con continui interventi li avrebbe spinti ad indebitarsi sempre di più. Per sopravvivere alla crisi si vende anche l’oro: negli ultimi due anni 2,5 milioni di famiglie hanno venduto oro e altri oggetti preziosi (Rapporto Censis).

Mense della Caritas. Nell’ultimo anno le presenze sono cresciute del 10% con elevato numero di pensionati e disoccupati. Come evidenzia la Caritas, gli italiani costretti a rivolgersi ai centri assistenziali sono ormai il 33,3%, cioè uno su tre e nei primi sei mesi dell'anno sono aumentati gli interventi di assistenza materiale per casalinghe, pensionati ed anziani. Allo stesso tempo, osserva Save The Children, il 22,6% dei bambini italiani è a rischio povertà, mentre 1,8 milioni di fanciulli già vivono in condizioni di privazione. Il totale dell'area di disagio calcolata dal Centro studi Unimpresa sulla base di dati Istat comprende perciò 8,47 milioni di persone. Il governo Monti sembra dunque aver reso l'Italia un Paese simile al Terzo mondo.

Tagli a Comuni e Regioni. Bersagliati dalle manovre del governo, si ritrovano con minori trasferimenti statali per quasi 8,4 miliardi di euro in tre anni. Per i cittadini questo significa meno servizi e più tasse locali. Nel 2012 i contribuenti verseranno 3,5 miliardi di euro a Comuni e Regioni, secondo la stima  del Centro Studi Cgia di Mestre. Diventa sempre più difficile giustificare le tasse se ad esse non corrisponde un servizio.

Corruzione ed evasione. 180 miliardi di euro ogni anno si perdono in Italia tra corruzione ed evasione e pesano sulle spalle dei cittadini. Quanto a pulizia e trasparenza eravamo sessantanovesimi nel mondo con Berlusconi, ora con Monti siamo finiti al settantaduesimo posto, secondo la classifica di Transparency International.

3) IL DECLINO PRODUTTIVO CON MONTI (- fatturato e produzione, - investimenti, + crisi industriali, + cassa integrazione, - risorse per lo sviluppo, + disoccupazione, + lavoro precario)

Calo del fatturato e della produzione. Il fatturato delle imprese industriali nei primi nove mesi di quest’anno, è sceso rispetto all’analogo periodo del 2011 del 4%. Le vendite espresse in termini reali sono scese del 6,5%. I dati Istat della produzione industriale confermano che l'Italia ha visto sparire quasi un quarto della sua produzione. Ad agosto 2012 rispetto ad agosto 2011 il calo della produzione industriale in Italia è stato -5,2%. In pratica la produzione industriale è regredita a livelli simili a quella di fine anni ‘80.

Gli investimenti delle imprese e dello Stato crollano (-7,2% per l'Istat). Gli investimenti in macchinari e attrezzature registrano un -10,6% nel 2012

Crisi industriali 160 crisi in atto tutte da risolvere, con il rischio di perdere altri trecentomila posti di lavoro. È  notevolmente aumentato il numero di fallimenti di imprese. I posti di lavoro sono calati di 124.700 unità ma la stima è destinata a salire per i rovinosi effetti della spending review del governo Monti. 30mila imprese hanno chiuso i battenti in meno di tre anni

Cassa integrazione. Per il 2012 la Cgil ne stima un utilizzo per oltre un miliardo di ore con 510mila lavoratori coinvolti

Riduzione delle risorse per lo sviluppo. Riduzione di più del 30% delle risorse (da 13,9 miliardi nel 2013 a 10 miliardi nel 2015). C’è stata la detassazione degli aumenti di produttività per 1.200 milioni di euro per il 2013 e 400 milioni per il 2014, ma se consideriamo l’attuale calo della produzione, ormai prossimo al livello degli anni ‘80, è difficile immaginare dove possano mai realizzarsi gli aumenti di produttività.

Disoccupazione. È aumentata in un anno dal 8,5% al 10,8%. Da novembre 2011 ad ottobre 2012 + 506 mila disoccupati. Per il 2014 il Governo ha corretto la sua stima per la disoccupazione da 8,9 a 11,3% e l’Ocse prevede addirittura 11,8%. Errori non da poco! Al contrario della teoria dominante, la riduzione salariale non ha portato a maggiore occupazione, semmai è successo l’esatto opposto. La disoccupazione di massa è stata ricercata apposta dal governo per costringere i lavoratori a piegarsi a maggiore sfruttamento.

Abbiamo un esercito di quasi 3 milioni di senza lavoro. Impressionate il tasso di disoccupazione giovanile, che è al 36,5%. Se si tiene conto di coloro che sarebbero disposti a lavorare, ma hanno rinunciato a cercare attivamente un lavoro, i disoccupati salgono a 4,2 milioni. I giovani che non lavorano e non frequentano alcun corso di istruzione o formazione sono 2.071.000 unità, 103.000 in più rispetto al primo semestre del 2011. Contando anche i 610 mila in cassa integrazione, la disoccupazione raggiunge il 17,6% e coinvolge 4,8 milioni di persone. Diminuiscono anche le immatricolazioni all’università (-3% nel 2011/2012 – Rapporto Censis), perché a causa della crisi la laurea non costituisce più un valido scudo contro la disoccupazione giovanile.

Ci è stato detto che la riforma delle pensioni (400.000 esodati. 2 anni in più di lavoro, riduzione del vitalizio) del Ministro Fornero era necessaria per salvaguardare gli interessi delle giovani generazioni, ma gli istituti di statistica già certificano gli effetti negativi di quella riforma sull'occupazione giovanile. Ci era stato detto anche che la riforma dell'articolo 18 dello statuto dei lavoratori era necessaria per creare posti di lavoro e ridare flessibilità ad un mercato del lavoro più rigido dei nostri partner-concorrenti europei, mentre la stessa Ocse certificava che l'indice di rigidità della protezione del lavoro a tempo indeterminato in Italia era già più bassa di quella della maggioranza dei Paesi europei e della media Ocse. E ora ci ritroviamo senza posti di lavoro in più e con centinaia di lavoratori licenziati senza giusta causa.

Lavoro precario o atipico. Il 50% di tutta la forza lavoro ha un contratto precario; l’occupazione è quindi sempre più precaria e si sono ridotti quelli che erano stati assunti a tempo indeterminato. Sono quasi tre milioni (2milioni 877mila) i lavoratori precari nel terzo trimestre del 2012. Sempre nel terzo trimestre del 2012, i lavoratori part time hanno raggiunto la soglia record di 3 milioni 847mila unità: per oltre la metà dei lavoratori (58%), il part time è involontario.

4) IL CALO DELLO SPREAD NON È OPERA DI MONTI E DEL RIGORE MA DEL PROGRAMMA EUROPEO OMT (Outright monetary transactions).

Il 24 luglio 2012 lo spread toccava in Italia valori intorno al 5,4%, ma subito dopo il governatore della BCE, Mario Draghi, faceva capire a tutti che avrebbe finalmente assunto una linea interventista, in funzione anti-spread. Nel giro di tre giorni lo spread si riduceva di un punto percentuale. Successivamente, ai primissimi di settembre, i nuovi annunci sulla disponibilità della BCE ad effettuare acquisti illimitati dei titoli dei Paesi in difficoltà procurò, nel giro di un paio si settimane, un nuovo crollo dello spread che andava ad attestarsi su valori di poco superiori al 3%. L’austerità di Monti e i “compiti a casa” non c’entrano quindi niente con le dinamiche dello spread, perché il motivo del calo è in primo luogo nella liquidità erogata dalla BCE nel gennaio 2012 alle banche dei vari Paesi, che hanno acquistato titoli di stato, riducendone i tassi d'interesse, come conferma l’ABI; e in secondo luogo  nella disponibilità a intervenire in chiave antispeculativa della Bce, peraltro con vincoli troppo severi e recessivi (Memorandum). I mercati dunque hanno percepito una qualche determinazione a evitare la deflagrazione dell’area euro ed hanno agito di conseguenza. Le riforme del governo Monti non solo non hanno convinto nessuno ma sono state giudicate negativamente dagli operatori che hanno scommesso contro l’Italia ogni volta che il governo varava le sue cosiddette riforme strutturali (spread sopra il 7% in concomitanza col “salva Italia” e in risalita proprio quando in Parlamento si discuteva la “Riforma del lavoro”).

5) MONTI NON HA DATO MAGGIORE FIDUCIA AGLI INVESTITORI INTERNAZIONALI (i titoli italiani in mano ad investitori esteri sono scesi)

Non c’è stata una rinnovata fiducia degli investitori internazionali dovuta alla ritrovata credibilità italiana attribuita a Monti. Le cifre parlano da sé: i titoli italiani in mano ad investitori esteri sono scesi dai 796,85 miliardi del 2010 ai 721,7 del 2011 e ancora ai 676,5 di settembre 2012.

6) AMBIENTE ADDIO! LA BELLEZZA DEL CREATO RINGRAZIA.

I tagli lineari del decreto Spending Review ha ridotte quasi del tutto le risorse destinate al ministero dell’Ambiente. In compenso si destinano nel triennio 2013-2015 addirittura 6,2 miliardi di euro (stimati a preventivo) per il Terzo Valico dei Giovi, un costo lievitato dell’800% per la realizzazione di metà della nuova linea Milano-Genova, al un costo stratosferico di 115 milioni di euro al Km. Per non dire dei miliardi stanziati per la nuova linea Torino-Lione, un intervento dai ritorni finanziari molto discutibili per il continuo calo del traffico nelle relazioni tra Italia e Francia, che nell’anno 2000 era di 10 milioni di tonnellate/anno ed oggi appena 3,9 milioni di tonnellate l’anno.

Da segnalare anche l’evidente esiguità delle risorse destinate alla messa in sicurezza del territorio, che di fatto è la più grande opera pubblica su cui sarebbe prioritario investire.

7) TAGLI ALL’ISTRUZIONE E ALLA SANITÀ

In piena sintonia con l’errore liberista che ha dominato gli ultimi decenni, Monti ha proseguito nell’azione di taglio della spesa sociale, pur essendo l’Italia all’ultimo posto tra i paesi dell’Ocse per quota di finanziamento del welfare. La spesa sanitaria è addirittura sotto la media OCSE (9,3 % sul PIL, contro una media di 9,5, mentre Francia e Germania spendono l’11,6%), e spendiamo meno degli altri in istruzione .

Monti ha ignorato il fatto che il taglio alla spesa aumenta la recessione perché  riduce la domanda e fa cadere la produzione (v. working paper del Fondo Monetario Internazionale scritto da Nicoletta Batini, Giovanni Callegari e Giovanni Melina, e  Lawrence Summers, già ministro del Tesoro e consigliere economico della Casa Bianca, sul Financial Times  del 30 aprile 2012). Ad esempio, gli stipendi pagati a insegnanti o infermieri, nonché gli acquisti di beni e servizi, sono tutti soldi che entrano nel circuito dell’economia al pari di ogni altra spesa, trasformandosi in domanda, crescita  e occupazione, dunque rappresentano un formidabile antidoto alla crisi. Il rapporto del FMI sulla Grecia dice chiaramente che più ci si impegna a ridurre la spesa pubblica più l'effetto negativo dei tagli si ripercuote sul Pil abbassandolo ed aumentando il rapporto debito/Pil.

Altra cosa sono invece gli sprechi, gli abusi, la corruzione, le esternalizzazioni improprie fatte solo per favorire gli amici, gli stipendi d’oro, le consulenze d’oro ecc. tutte cose sulle quali purtroppo il governo ha fatto molto poco.

Monti dovrebbe sapere che la spesa primaria dell’Italia è tra le più contenute dei Paesi di area euro, in costante riduzione negli ultimi dieci anni e con un peso sempre minore per le casse dello Stato, con salari morsi dall'inflazione e adesso persino bloccati per legge. In soli 10 anni il numero di dipendenti pubblici ogni 100 abitanti è passato da 6,4 a 5,8, in controtendenza con altri Paesi europei. Un dato destinato a peggiorare a causa di un'accelerazione delle fuoriuscite (quasi 160mila nel solo 2010) e della mancata sostituzione del personale causata dal blocco del turn over.

I servizi pubblici aiutano a vivere meglio e a non affrontare la crisi in solitudine, mentre il disinvestimento genera un costante abbassamento della qualità del servizio e pressioni sempre più forti verso una privatizzazione totale di reti e servizi, a tutto danno delle tasche dei cittadini e della qualità del servizio,come dimostra un’ampia casistica.

a) ISTRUZIONE

La scuola pubblica, a causa dei tagli, fino al 2015 perderà circa 700 milioni di euro, mentre nelle scuole private i finanziamenti aumentano, senza contare i fondi

stanziati dalle Regioni e dagli enti locali per i “buoni scuola” elargiti alle famiglie che scelgono istituti privati. Il DDL Aprea istituisce la possibilità di finanziamenti privati alle scuole, sancendo di fatto l’ingresso dei privati in questo settore.

I tagli di Monti hanno reso difficile anche la gestione ordinaria degli istituti, e quindi si devono accorpare le classi, trasformandole in veri e propri pollai non a norma; si riducono gli insegnamenti, e si aumentano i “contributi volontari” delle famiglie. I contributi delle famiglie hanno raggiunto, nello scorso anno scolastico,

picchi di 200 euro, cui bisogna aggiungere gli altri costi che le famiglie si sobbarcano interamente, in primis quelli esorbitanti dei libri scolastici (il Codacons calcola il tetto

medio di spesa nel 2012 a 1233 euro), dei trasporti, eventualmente di mense e affitti. Questo governo ha fatto diventare lo studio un lusso per quei pochi che se lo possono permettere. Così anche per l’Università, che ha sofferto l’insufficienza delle risorse finanziarie e l’inadeguatezza del sistema di finanziamento sia per i posti letto – del tutto insufficienti - che per gli aventi diritto alla borsa di studio: uno studente su quattro pur soddisfacendo i requisiti per beneficiare di borsa, non la riceve. Poi ci sono stati gli aumenti registrati su tasse e contributi universitari: nell’ultimo anno gli studenti universitari tramite le loro tasse hanno versato una cifra superiore a quella versata complessivamente dallo Stato e dalle Regioni, diventando paradossalmente i primi finanziatori del diritto allo studio! Nel frattempo il dato dell’abbandono scolastico è salito al 16,4% e rappresenta uno dei più elevati in Europa.

Un taglio lineare è stato fatto da Monti anche riducendo la spesa per il personale insegnante, collaboratori scolastici e precari.

b) IL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE

- Siamo un Paese che spende per la sanità solo il 7,1 % del Pil (la media europea è dell’8,9). I dati dell’Università Bocconi, che il professor Monti dovrebbe conoscere, dicono che in Italia la spesa nazionale pro capite è di 2.964 euro mentre la media europea è di 3.765. Ma nonostante ciò, secondo uno studio del workshop Ambrosetti, la sanità pubblica ha subìto tagli per 26 miliardi tra il 2010 e il 2014, che col 2015 arriveranno a 30, come conferma una relazione della Corte dei conti. Ci sono state ben 6 manovre in 5 anni: quattro del governo Berlusconi e due del governo Monti: i tagli di quest'ultimo, tra spending review e legge di stabilità, ammontano a 6,3 miliardi, di cui 0,9 nel 2012, 2,4 nel 2013 e 3 nel 2014. Che si vanno a sommare agli oltre 19 miliardi delle altre quattro manovre di Berlusconi e Tremonti. Con Monti abbiamo avuto un taglio lineare del 3,5% per la spesa “farmaceutica”, e, se continua così, ben presto saremo costretti a pagare i farmaci. Abbiamo avuto la riduzione lineare di altri 7.389 posti letto e dei servizi ospedalieri senza potenziare i presidi sul territorio; c’è stato il licenziamento dei precari nella sanità, il taglio lineare del 5% per acquisti di beni e servizi del sistema sanitario e la ricontrattazione degli appalti per prezzi di beni e servizi superiori del 20% a quanto disposto dall'Osservatorio per i contratti pubblici. Questi tagli lineari di Tremontiana memoria, sono del tutto ingiustificati, dal momento che il nostro Servizio Sanitario Nazionale è tra i migliori ed i meno costosi al mondo.

- La ricetta che Monti auspica apertamente nelle sue dichiarazioni è più fondi privati, colpendo il diritto universale alla salute e alle cure garantito dalle risorse pubbliche, spalancando le porte al mercato assicurativo che curerebbe solo chi se lo può permettere, oppure al sistema delle vecchie mutue, carrozzoni di dubbia qualità e pieni di debiti, da cui l'Italia si è liberata proprio con il SSN pubblico ed universale. Per fortuna Monti si è dimesso prima di poter attuare questo insano progetto! Il sistema americano, in via di cambiamento grazie a Obama, è basato proprio sulle assicurazioni private pagate dai cittadini, ed è costoso più del doppio di quello europeo, meno efficace (la durata media della vita è più bassa rispetto a quella europea e sono peggiori le statistiche di mortalità infantile, mortalità neonatale, ecc.); ed é ingiusto, perché i ricchi pagano direttamente le migliori prestazioni, mentre circa 50 milioni di cittadini sono privi di assistenza.

- La spesa che il cittadino effettua per avere ciò di cui avrebbe gratuitamente diritto è altissima: siamo a 2 punti di pil. Nel 2011 le famiglie hanno tirato fuori di tasca loro, per acquistare beni e servizi sanitari, 28 miliardi di euro (Rapporto Censis). Per questo è insensato il progetto delle franchigie che prevede che ciascun cittadino paghi fino a una certa soglia, modulata sul reddito Isee, e superata la quale il servizio sanitario si fa carico di tutto.

- Non vi è motivo di ritenere che la spesa sanitaria debba esplodere di qui a 50 anni Secondo le valutazioni più recenti (“Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario”, Rapporto n. 13, Nota di aggiornamento, settembre 2012), l’aumento della spesa sanitaria tra il 2010 e il 2060 risulta inferiore a un punto di PIL nello scenario di riferimento. Non sembra molto, in 50 anni. Con ipotesi diverse, la RGS ottiene incrementi di spesa che oscillano tra 0,5 e 1,3 punti. E poi le previsioni di lungo periodo sono solo tendenze, la cui effettiva realizzazione è soggetta ad un margine di incertezza molto elevato. La letteratura ha mostrato da tempo che le previsioni sui “drammatici effetti dell’invecchiamento” erano allarmistiche e sbagliate, in quanto soggette a errori “di composizione”, dovuti ad una proiezione meccanica nel tempo dei profili di spesa per età e genere. Si è osservato infatti che gli anni guadagnati grazie appunto all’allungamento della speranza di vita saranno probabilmente trascorsi per lo più in buona salute e che la maggior parte dei costi sanitari si concentra solo negli ultimi mesi di vita. È tenendo conto di queste considerazioni che le proiezioni per il 2060 della RGS calano dall’8,3% del PIL al 7,8%. L’effetto, correttamente calcolato, dell’invecchiamento sulla spesa sanitaria resta dunque pari ad un aumento di 0,5 punti di PIL in 50 anni. Del resto l'esperienza dell'Emilia Romagna ci dice che ci sono più anziani, eppure la spesa non è cresciuta perché sono stati meglio organizzati i servizi sul territorio, per prima cosa l'assistenza domiciliare.

8) TANTI SOLDI ALLE BANCHE A SPESE DEL CONTRIBUENTE.

Ai contribuenti italiani il salvataggio delle banche spagnole è costato ben 19,8 miliardi di euro dei 100 miliardi stanziati al Meccanismo Europeo di Stabilità (MES).

Per ricapitalizzare il Monte dei Paschi di Siena (MPS) sono stati trovati senza batter ciglio dai 2 ai 4 miliardi di euro. Tutti soldi dei cittadini, costretti a finanziare coi loro sacrifici, oltre a MPS, il pagamento degli interessi sul debito, posseduto per lo più dallo stesso sistema bancario nazionale e internazionale. Com’è che per le banche, le spese militari, le pensioni d’oro e gli stipendi d’oro i soldi ci sono sempre e per tutti gli altri no? Certo, evitare fallimenti a catena del sistema bancario è fondamentale per la sopravvivenza del sistema, ma perchè i manager responsabili non devono rispondere delle loro azioni e sono pure pagati profumatamente per lasciare il loro posto? Qualcuno ha prestato incautamente perché aveva la spudorata certezza che al momento opportuno sarebbe stato tirato fuori dai guai dal governo amico, il quale avrebbe fatto carne di porco dei cittadini.

9) BRILLANO, FRA TANTA QUARESIMA, LE INUTILI SPESE MILITARI.

Brilla invece, fra tanta quaresima il ministero della Difesa, che riesce a mettere a bilancio un aumento del proprio budget nel prossimo triennio. Il bilancio del Ministero passa infatti dai 19.962 milioni dell’esercizio 2012 a 20.935 di euro nel 2013, fino a 21.024 milioni di euro nel 2015. In tre anni, il ministero della Difesa aumenta del 5,3% le proprie risorse. La Ragioneria dello Stato dice che attualmente la spesa militare è all'1,4%, la seconda in Europa. È vero poi che il personale militare di esercito, marina e aviazione sarà ridotto, ma i soldi risparmiati in stipendi resteranno alla Difesa anziché essere impiegati in spese sociali. Per soddisfare il nuovo modello di Difesa guerrafondaio, si spenderanno nei prossimi anni 14 miliardi di euro per 90 cacciabombardieri F35. L’Università del Massachussetts ha stimato che con un miliardo di dollari di investimenti si creano nel settore della difesa 11mila posti di lavoro, ma ben 17mila ne sarebbero creati nel settore delle energie rinnovabili e 29mila nel settore dell’istruzione. La produzione degli F35 porterà solo 7-800 posti di lavoro nuovi, quindi i benefici andranno solo agli affaristi e ai faccendieri delle lobby collegate.

IN QUESTI ANNI ABBIAMO VISSUTO AL DI SOPRA DELLE NOSTRE POSSIBILITÀ? SCIOCCHEZZE! (spesa pubblica inferiore alle entrate dal 1992; dal 1980 –salari; quali le cause del debito pubblico; spesa sociale storicamente inferiore alla media dell’Europa Occidentale)

- La spesa pubblica al netto degli interessi è stata inferiore alle entrate pubbliche. Dal 1992 ad oggi, mediamente abbiamo conseguito ogni anno un avanzo primario di 31 miliardi di euro. Vale a dire che in questi 21 anni le politiche di bilancio hanno sottratto dalle tasche dei cittadini 650 miliardi in più di quanto siano ritornati in termini di servizi e investimenti pubblici. Se osserviamo l’andamento degli avanzi primari notiamo che è stato in media per ciascuno degli anni che vanno dal 1995 al 2011 del 2,7%, che significa che ogni anno, in media, abbiamo fatto in modo che le Amministrazioni Pubbliche spendessero il 2,7% del pil in meno rispetto a quanto veniva riscosso mediante le entrate pubbliche. Non c’è stata quindi nessuna spesa incontrollata. Le Amministrazioni Pubbliche, al netto degli interessi, hanno sempre speso meno di quanto entrava. In questi vent’anni tutto si è tagliato o si è fatto pagare ai cittadini - i posti letto negli ospdeali, i servizi sociali, le rette, i ticket, gli aumenti dell’Iva, delle accise sui carburanti o sul riscaldamento, le addizionali IRPEF regionali, provinciali e comunali, l'Imu, - tranne che tagliare le pensioni d’oro, i vitalizi, le spese militari e gli sprechi e le inettitudini della classe politica.

- Secondo l’ILO, International Labour Organization, l'agenzia specializzata delle Nazioni Unite, dal 1980 assistiamo in Italia ad una progressiva diminuzione dei salari, con effetti sulla domanda aggregata di beni e servizi (consumi delle famiglie, investimenti del settore privato, esportazioni e spesa pubblica).  La busta paga dei dipendenti è ferma da 10 anni in termini nominali e con una perdita enorme dal punto di vista del potere d’acquisto. Le retribuzioni medie reali nette, dal 2000 al 2010, sono aumentate solo di 29 euro, passando da 1.410 a 1.439 euro (+2%). (relazione annuale di Bankitalia elaborata dall'Adnkronos) con una perdita di 5.435 euro l’anno, per ogni lavoratore dipendente, dovuti all’aumento del costo della vita e al progressivo aumento dell’inflazione. Di più: l'indice di Gini, che misura il grado di disuguaglianza, risulta in aumento.

- Il debito pubblico italiano è assai più antico dell’euro, ed è dovuto alla tolleranza all’evasione Iva e Irpef per ragioni politico-clientelari; all’abolizione nel 1981 dell’obbligo per la nostra Banca centrale di acquistare i titoli del debito pubblico invenduti in asta (il debito schizzò dal 57,7% sul Pil nel 1980 al 124,3% nel 1994!); al conseguente peso della crescita degli interessi sul debito, che crebbe dall’8% del Pil nel 1984 al 13% del 1993; all’esposizione del nostro debito alle manovre speculative degli investitori internazionali a causa della mancanza del cordone protettivo della Banca d’Italia; agli squilibri commerciali dovuti allo scorretto mercantilismo egemonista tedesco; alla riduzione dell'onere fiscale, alle rottamazioni d’auto, ai crediti agevolati concessi in questi anni alle imprese (40 miliardi di euro l’anno circa per ogni anno v. Marco Cobianchi “Mani bucate” ed. Chiarelettere, 2011).

- La nostra spesa sociale è sempre stata storicamente inferiore alla media dell’Europa Occidentale e l’Italia è all’ultimo posto tra i paesi dell’Ocse per quota di finanziamento del welfare: la spesa sanitaria è sotto la media OCSE (9,3 % sul PIL, contro una media di 9,5, mentre Francia e Germania spendono l’11,6%); spendiamo meno degli altri in istruzione ; non abbiamo il reddito minimo garantito, le politiche per l’abitazione sono insignificanti e quelle per l’infanzia spesso inesistenti. Il nostro è un Paese che  per la ricerca spende meno della media europea e si trova agli ultimi posti per la spesa pro-capite nei campi dell'assistenza e dell'ambiente.

CONCLUSIONE

“La crescita sta arrivando”, “La crisi è alle nostre spalle” “Vediamo la luce in fondo al tunnel”, diceva il governo Monti: l’unica disciplina in cui i nostri “tecnici” hanno brillato è stata l’auto-promozione pubblicitaria, rivelandosi in questo ottimi allievi di chi li ha preceduti al governo, quell’omino che vedeva i ristoranti e gli aerei sempre pieni e negava irresponsabilmente la crisi.

I dirigenti pubblici sottoscrivono gli obiettivi dell’anno entrante e, se non li raggiungono, perdono una fetta cospicua di stipendio e a volte anche il posto. Monti invece di cambiare mestiere si mette a dottoreggiare in televisione, e forse ce lo ritroveremo dopo le elezioni.
Chi semina vento raccoglie tempesta, dice la Bibbia. Se, in una fase di recessione un Paese viene costretto a stringere la cinghia tagliando la spesa pubblica e aumentando le tasse, la sua economia si contrarrà, come si è visto da tutti i dati finora. E’ la bassa crescita a generare deficit di bilancio pubblico, non il contrario come ci ha spiegato il il premio Nobel Joseph Stiglitz. La spesa pubblica  traina investimenti e ripresa; lo stimolo pubblico ai consumi e una migliore distribuzione dei redditi, possono far riprendere crescita ed occupazione. A questo scopo va modificato il Fiscal Compact. La stabilizzazione del rapporto debito pubblico/Pil, accompagnato dalla garanzia illimitata e senza condizioni della BCE a ridurre i tassi sui titoli sovrani ai livelli pre-crisi consentirebbe politiche fiscali espansive: bisogna battersi per questi obiettivi.

In 12 mesi i tecnici, non solo non hanno trovato soluzioni, ma hanno addirittura aggravato i problemi con scelte sciagurate e inutili. Hanno realizzato "riforme" spesso senza nessuna sensibilità agli effetti sociali dei provvedimenti assunti, perché per costituzione essi sono ostili al confronto con le parti sociali,  pensato come un vincolo di un passato da superare. "Eguaglianza", “giustizia sociale", "pubblico” “beni comuni " non sono mai state parole contemplate nel loro vocabolario.

La ragione per cui Monti è stato così popolare in Germania è semplicemente che la sua austerità faceva buon gioco agli interessi tedeschi. Certo con Monti c’è stato un cambio di stile, di toni rispetto a prima, ma non di contenuti, perchè il suo programma è stato quello di un liberista di destra neoconservatore, forte con i deboli e debole con i forti.

C’è bisogno di discontinuità col governo Monti. Serve un nuovo governo del Paese che abbia la forza e la credibilità di ridiscutere le politiche europee e che imposti una nuova politica economica per l'Italia, progressista, trasparente e solidale, che parta dal lavoro, dai diritti civili, dal welfare e dalla giustizia sociale.

Francesco Pinerolo

23 dicembre 2012


17 dicembre 2012

Appello di OLIVIERO BEHA, FIORELLA MANNOIA, GIANFRANCO MASCIA, MASO NOTARIANNI, ALDO NOVE, PIERGIORGIO ODIFREDDI, MONI OVADIA, GINO STRADA, GUIDO VIALE, MASSIMO ROSSI e altri


Fate presto: in 70 firmano appello per il quarto polo

Le prossime elezioni politiche saranno un momento costituente per la ricostruzione del nostro paese: dalla nuova legislatura - se ci impegneremo tutti - può nascere un'Italia più civile, più onesta, più giusta. Che sostiene il pubblico e non il privato, rifiuta la guerra, combatte davvero la corruzione e l'evasione.

Ad aprire questa porta verso il futuro saranno i cittadini e le cittadine: non le banche, non i poteri forti, non le cancellerie europee.

Nelle ultime settimane si è andata formando, per molti versi in modo spontaneo e fuori dagli apparati dei partiti, un'area civica e politica che si ispira alla pagina più bella della storia italiana recente: quella dei referendum vittoriosi sull'acqua, sul nucleare e sul legittimo impedimento; quella dei nuovi sindaci che hanno vinto a sorpresa in tanti comuni piccoli e grandi.

Quest'area civica e politica, che viene oggi chiamata arancione, si è presentata il 1° e il 12 dicembre a Roma, con le assemblee di Cambiare si può e del Movimento Arancione. Ma sta già attraendo decine di migliaia di semplici cittadini così come di attivisti di associazioni, movimenti, sindacati, ma anche militanti di base ed elettori di partiti già esistenti come Sinistra Ecologia e Libertà, Partito democratico, Italia dei Valori, Federazione della sinistra, Verdi, Radicali e altri ancora.

Per questo chiediamo che ci si organizzi rapidamente in un unico progetto di unione civica arancione in vista delle elezioni del 2013.

Per questo chiediamo un atto di grande generosità e di altruismo da parte dei vertici dei partiti più vicini a questo progetto - Italia dei Valori e Rifondazione in testa - perché rinuncino al nome e al simbolo così come alla spartizione delle liste arancioni.

Per questo chiediamo un atto di grande responsabilità ad Antonio Ingroia, a Luigi De Magistris e ai promotori di Cambiare si può perché si impegnino in prima persona e insieme nella definizione dell'unione civica arancione e nella creazione di un comitato elettorale di garanzia per arrivare alle liste delle candidature e dare il via alla campagna elettorale.

Il tempo è poco, bisogna fare presto!

CLAUDIA ADAMI
ISSI ADEMI
ANDREA BAGNI
OLIVIERO BEHA
GIULIANA BELTRAME
VALERIANO CAPPELLO
ALESSANDRO CAPRICCIOLI
CHIARA CANDELA
DANIELA CARAMEL
EGIDIO CASATI
FABRIZIO CATTARUZZA
MICHELE CAVALIERE
SALVO CENTAMORE
GABRIELE CIAPPARELLA
ADRIANO COLAFRANCESCO
BARBARA COLLEVECCHIO
FRANCESCO COLONNA
CRISTINA CUCCINIELLO
EMMANUELE CURTI
MINO DENTIZZI
ARTURO DI CORINTO
FEDERICO DI FAZIO
LUCA D'INNOCENTI
VALENTINA FEULA
JULIA FILINGERI
FRANCESCA FORNARIO
ALESSANDRO GILIOLI
MAURIZIO GIUDICE
CHIARA GIUNTI
PATRIZIA GRANDICELLI
MARCELLO GUERRA
ALEXANDER HILAL BERAKI
ANDREA LECCESE
LOREDANA LIPPERINI
BRUNELLA LOTTERO
MASSIMO MALERBA
FRANZ MANNINO
FIORELLA MANNOIA
MARCELLA MARRARO
GIANFRANCO MASCIA
TERESA MASCIOPINTO
ANTONELLA MONASTRA
CATIA NAFISSI
LUCA NIVARRA
MASO NOTARIANNI
ALDO NOVE
PIERGIORGIO ODIFREDDI
MONI OVADIA
LUIGI PANDOLFI
FRANCESCO PAPETTI
DANIELA PASSERI
PIERGIORGIO PATERLINI
ITALO PATTARINI
VERONICA PASSARO
MATTEO PUCCIARELLI
MARCO QUARANTA
MASSIMO ROSSI
GABRIELLA ROSSI CRESPI
GIACOMO RUSSO SPENA
VALERIA SANFILIPPO
LUCA SAPPINO
ANTONIO SCIOTTO
GUIDO SCORZA
GINO STRADA
GLORIA TEDESCHI
EMANUELE TOSCANO
ELENA TRIMARCHI
ENZA TURRISI
GUIDO VIALE
PASQUALE VIDETTA

"...il capitale non ha riguardo per la salute e per la durata della vita dell'operaio, quando non sia costretto a tali riguardi dalla società" (K. Marx)


Amianto. Una storia operaia

Con tenerezza e con rabbia. E’ così che si legge “Amianto. Una storia operaia” di Alberto Prunetti, con qualche sbuffo di risa (sufficiente per passarci da scema mentre lo leggi sul treno) e una gran voglia di spaccare tutto. A tratti con un leggero imbarazzo, per il fatto di sentirti un po’ un’intrusa in mezzo a tanti ricordi così intimi. Ti sembra di avercelo lì, Renato Prunetti, mentre si infervora prima di un calcio di rigore o bestemmia contro i preti in livornese. Nei ricordi di suo figlio  scorrono le loro vite – una passata in fabbrica, l’altra nella precarietà del lavoro cognitivo – così diverse, così legate fra loro da una complicità maschile che ha la  concretezza delle cose costruite assieme. Scorrono i 31 anni che hanno condiviso negli intervalli fra una trasferta e l’altra, perché Renato è operaio trasfertista, esperto nell’installazione e manutenzione di grandi impianti, uno che “smonta le fabbriche e le rimonta in un giorno” agli occhi di suo figlio bambino.
Renato percorre l’Italia su treni notturni, seguendo itinerari non segnalati dalle guide turistiche: periferie urbane, acciaierie, petrolchimici. Là dentro ha vissuto molto più che a casa, spesso lontano da quella maremma popolare, veloce di lingua e di schiaffone, piena di mangiapreti e personaggi mitici. Ricostruire la sua vita significa ripercorrere la mappa delle nocività industriali nel nostro paese: Rosignano Solvay, Scarlino, Piombino,Taranto, Terni, Castellanza, Priolo, Casale Monferrato, Busalla, l’Amiata. Dovunque vada l’amianto è una costante, assieme al ferro, al cromo, al nickel e al manganese del fumo delle saldature. Il resto può variare seguendo le infinite combinazioni fra gli elementi della tavola periodica di Mendeleev.
Renato fa un mestiere che non è alla portata di tutti, sa compiere operazioni complesse e pericolose. E’ capace, e cosciente di esserlo. Il suo lavoro definisce gran parte della sua identità e del suo ruolo nel mondo. E’ “aristocrazia operaia”, poco sostituibile, più garantito e pagato degli operai della catena. Nonostante questo subisce anche lui l’arrivo degli anni ’80: la crisi dell’industria pesante (il crollo, a livello di immaginario, del mito di sviluppo che rappresenta) e il ribaltamento dei rapporti di forza fra operai e capitale sancito dalla marcia dei quarantamila. Vede le condizioni di lavoro in fabbrica precipitare sempre di più assieme alla sicurezza, vede aumentare il pericolo e l’arroganza dei capi. Cerca di opporsi, di smuovere il sindacato, inutilmente.
Aristocrazia operaia, dicevo, ma è un “blasone” che ha un prezzo. Per Renato la moneta di scambio, oltre al suo lavoro, la sua capacità e il suo tempo, è il suo corpo.
Ci sono momenti che vorresti presentarti da quelli che hanno deciso di trasformare il lavoro in un ergastolo, rinchiudendo la gente in fabbrica e cantiere oltre i 66 anni. Ci sono momenti che vorresti strascinarli nei fanghi al mercurio di Rosignano, o nei parchi minerari dell’ILVA,  costringendoli a urlartela di nuovo la supercazzola dell’aumento della vita media, che nella realtà si allunga solo per quelli che in fabbrica e cantiere non ci mettono piede. Questo è uno di quei momenti, perché Renato Prunetti muore a 59 anni. Alla sua morte seguono gli oltraggi dell’Inail dell’Inps – a cui bisogna fare causa perché riconoscano l’evidenza dell’esposizione all’amianto – e l’impunità di chi l’ha ucciso: Gargano, Solmine, Solvay, ENI, Italsider, Maura, Iplom … L’hanno ucciso tutti e quindi nessuno: ai padroni non si applicano i reati associativi. A suo figlio va il mio ringraziamento, perché raccontare la realtà significa sottrarre al capitale il monopolio della narrazione del mondo, e anche per avermi fatto conoscere, con affetto e ironia, questo suo padre riottoso, amante del cibo e del vino, orgoglioso fino all’ultimo, refrattario alle tonache e alla pietà.

Il libro: Alberto Prunetti, Amianto. Una storia operaia, Agenzia X, 2012, 141 p. Leggil’introduzione di Valerio Evangelisti e un estratto del libro.

Taranto si ribella alle imposizioni di palazzo Chigi e dei suoi inbianchini politici e sindacali


Diecimila in corteo contro i veleni dell'Ilva

"Un grande successo". Cosi' gli organizzatori hanno salutato la manifestazione che si è svolta ieri pomeriggio a Taranto per protestare contro l'Autorizzazione integrata ambientale rilasciata all'Ilva e il decreto legge, in discussione in Parlamento, che impone alla magistratura il riavvio della produzione e il dissequestro dei prodotti finiti.
Non meno di diecimila persone hanno attraversato in corteo la citta', muovendosi dalla periferia sino al centro. Molta gente affacciata ai balconi e decine di negozianti che hanno abbassato le saracinesce in segno di solidarietà. Al corteo anche un gruppo giunto da Genova e due esponenti dei No Tav della Val di Susa. ''La lotta No-Tav - ha detto uno dei due, Claudio - ci ha insegnato che solo con la solidarieta' si puo' portare avanti una battaglia e si possono raggiungere risultati. Bisogna combattere questa casta di imprenditori e politici, coperti dallo Stato, che hanno portato alla distruzione dell'ambiente''.
Tantissimi gli slogans contro il ministro dell'Ambiente, Corrado Clini, e la famiglia Riva, proprietaria dell'Ilva; sostegno pieno, invece, all'azione dei giudici. Piu' in generale è emersa una forte disapprovazione per come la vicenda dell'Ilva e' stata gestita sinora. Molte le critiche espresse al decreto legge che, secondo i manifestanti, viola i principi della Costituzione e antepone le questioni della produzione e del lavoro a quelle della tutela della salute. Nessun politico o amministratore era presente nel corteo, solo il consigliere regionale dell'Idv, Patrizio Mazza, e il leader dei Verdi, Angelo Bonelli, consigliere comunale di Taranto, che da tempo hanno assunto una posizione fortemente critica e disapprovano sia l'Aia sia il decreto legge sull'Ilva.
'Ma quale profezia Maya. Noi ci ammazza l'Aia', si leggeva su uno striscione. Una ragazza con abiti della Palestina tiene alzato un cartello su cui c'é scritto 'Caro Gesu' quest'anno i pastori verranno da te senza pecore’, chiaro riferimento alle migliaia di pecore che si sono dovute abbattere a Taranto perché avvelenate dalla diossina. C'é qualche striscione più tradizionale come 'Basta ricatto occupazionale, chi ha inquinato deve pagare', ma la maggior parte sono ironici come 'La nostra salute non è d'acciaio', o con un accenno diretto al ministro dell'ambiente, Corrado Clini, come 'Caso CLINIco' e 'Non siamo inClini a morire'. Alcuni striscioni sono di sostegno alla magistratura. Su uno, sono state riprodotte le facce di coloro che sono coinvolti nell'inchiesta giudiziaria Ilva.

Fabio Sebastiani

15 dicembre 2012

In Italia c'è un nuovo senso comune maggioritario che aspetta solo di potersi esprimere, come dimostrano quotidianamente le mobilitazioni dei giovani, delle donne, dei migranti, dei lavoratori, degli studenti, dei senza lavoro, contro i saccheggi dei territori e per la valorizzazione del lavoro

Cambiare si può rispettando la Costituzione

La democrazia della rappresentanza si è trasformata progressivamente in un simulacro di cooptati e tecnocrati “calati dall’alto”, tradendo lo spirito della nostra Costituzione che intendeva costruire le politiche pubbliche su un intreccio virtuoso tra rappresentanza, democrazia diretta e democrazia partecipativa. Occorre ridare forze e potere ai cittadini, evitando che l’art 1 della nostra Costituzione, che assegna al popolo la sovranità, rischi di divenire une vera e propria mistificazione; uno strumento ipocrita che consente alle élites ed alla degenerazione del sistema dei partiti di governare indisturbati. Soltanto una democrazia partecipativa e diretta, fondata sui principi di giustizia sociale, equità, solidarietà, inclusività, può fronteggiare poteri irresponsabili, oscuri e tecnocratici, il cui orizzonte di breve periodo non stimola il senso etico individuale e sociale perché l’investimento morale non può essere misurato in ritorni monetari. Il confronto politico, in vista delle elezioni di febbraio, è caratterizzato oggi dal consolidamento di un fronte, rappresentato in chi, a livello singolo o di gruppi, si identifica nelle linee del Movimento Arancione di Luigi de Magistris e in Cambiare si Può, di chi ritiene che sia arrivato il momento di disconoscere il principio della “sovranità” dei “giudizi dei mercati”, ovvero dei giudizi espressi da un modello capitalistico-affaristico al collasso.

E’ arrivato il momento di comprendere che le misure anti-spread sono le stesse che ci hanno portato al collasso; è venuto il momento di affermare nuovi modelli di democrazia economica, nel quale l’economia ed il diritto - non quale strumento di affermazione di soprusi dei più forti ma quale strumento di tutela dei più deboli e degli emarginati - proteggano la persona umana e non il mercato che si occupa soltanto del profitto dei ricchi a discapito dei meno abbienti.

Fiscal compact, spending review
, pareggio di bilancio sono tutte misure incostituzionali che negano lo Stato sociale e la sovranità economico-sociale al nostro Paese. Sono strumenti del distruttivo turbo-capitalismo che non impediscono in nessun modo di fronteggiare la cieca e possente opera distruttiva della speculazione finanziaria, anzi ne sono strumenti ancellari.
Queste misure si stanno dimostrando assolutamente miopi e non in grado di evitare che la ricchezza degli speculatori, che oggi supera di dieci volte il prodotto interno lordo mondiale, pari a 600.000 miliardi di dollari, giri per il mondo senza aver alcun rapporto con l’economia reale, ponendosi come obiettivo soltanto la produzione di capitale finanziario mediante lo stesso capitale finanziario.

In questo senso occorre con legge disporre la nullità assoluta, per causa illecita, delle transazioni finanziarie speculative e tassare le stesse con una patrimoniale progressiva, ai sensi dell’art. 51 Costituzione.
Il modello capitalistico al quale si rifà il rigore del Governo Monti è in contrasto con i principi della nostra Costituzione, violando apertamente gli articoli che garantiscono la dignità della persona umana, l’eguaglianza tra i cittadini, lo sviluppo materiale e spirituale della società, il paesaggio ed il patrimonio storico-artistico del Paese, la proprietà personale dei beni strettamente indispensabili per la necessità della vita, la proprietà comune e collettiva demaniale. Tuttavia, nonostante la crisi globale, gli Stati hanno ancora ampie risorse, troppo spesso accaparrate abusivamente sotto forma di rendita e privatizzazione dei beni comuni, che la buona politica deve saper restituire alla comunità, stabilendo priorità ed offrendo indicazioni per il loro uso funzionale.

In Italia c'è un nuovo senso comune maggioritario che aspetta solo di potersi esprimere, come dimostrano quotidianamente le mobilitazioni dei giovani, delle donne, dei migranti, dei lavoratori, degli studenti, dei senza lavoro, contro i saccheggi dei territori e per la valorizzazione del lavoro.

Ripartiamo dall'eliminazione dei privilegi, da una politica “di mestiere” con costi fin troppo fuori controllo. Puntiamo all'annullamento del fiscal compact ed alla rinegoziazione del debito pubblico, attraverso un audit che ne certifichi le relative responsabilità e puntiamo all'introduzione di un reddito di cittadinanza, al potenziamento degli interventi a sostegno delle fasce più deboli.

Questi sono i primi passi, necessari, per combattere l'Europa delle banche e dei banchieri, e per avviare un programma di rilancio dell'economia, in grado di sostenere un tessuto economico fatto di microimprese e cooperative, per favorire l'occupazione giovanile e il reinserimento dei lavoratori espulsi dal sistema produttivo.

Vanno ripristinate da subito le tutele occupazionali e dei lavoratori cancellate dai governi Berlusconi e Monti, attivata un'imposizione fiscale più incisiva sui redditi elevati, sui patrimoni e sulle rendite finanziarie, cancellando gli aumenti delle imposte indirette e gli inasprimenti della fiscalità nei confronti dei redditi medio-bassi.

Moralità della politica per dare un segnale forte al ripristino della legalità, bloccando ogni tipo di infiltrazioni nelle istituzioni e nel sistema produttivo. Un fronte che deve esterndersi alla lotta all'evasione fiscale e alla corruzione, con recupero di risorse da destinare ad un welfare risanato dal clientelismo.

La scelta politica dei movimenti, inoltre, è soprattutto una scelta pacifista e di dialogo tra i popoli, con la destinazione dei risparmi delle spese militari a sanità, scuola pubblica, ricerca e innovazione. Cambiare si può, lottando ogni forma di discriminazione e razzismo, per una società inclusiva dove ci sia il pieno riconoscimento dei diritti civili di individui e coppie a prescindere dal genere, dove la cittadinanza sia un diritto per tutti i nati in Italia.

Alberto Lucarelli
15/12/2012 www.controlacrisi.org/ombrerosse/

In realtà in questo anno, sotto il cosiddetto ricatto dello spread, si è approfittato della crisi per scassinare la Costituzione e far passare a tamburo battente le contro-riforme del lavoro e delle pensioni

Il ricatto dei mercati e la grande bugia dello spread

Cade il governo e ricomincia la solita storia: panico e preoccupazione per la reazione dei mercati. Il solito ricatto che sentiamo da almeno 12 mesi. Non si può fare politica, bisogna semplicemente ubbidire a quello che richiede il mercato, pena la bancarotta.
E dunque, lo scorso weekend è stato tutto un piangersi addosso. Ha iniziato Napolitano che invece di tranquillizzare ha deciso di buttare benzina sul fuoco, con parole torve e minacciose: «I mercati? Vedremo cosa fanno lunedì». E poi han continuato Corriere e Repubblica e tutti gli altri grandi sponsor del governo tecnico: «Comunità internazionale che non capisce e da lunedì ci farà pagare un prezzo assai alto» (De Bortoli), «Le dimissioni di Monti sono arrivate come un fulmine. Non certo un fulmine a ciel sereno perché sereno non è affatto ed anzi è rigonfio di nubi nere e cariche di tempesta….una campagna elettorale con l'insegna del "tanto peggio tanto meglio", con i mercati in agguato e la finanza pubblica a rischio di grave pericolo» (Scalfari). Il messaggio era chiaro: non si può mettere in discussione la linea di politica economica finora adottata.

Lunedì la Borsa ha aperto in ribasso, lo spread è salito, ed ecco che tutti i giornali titolavano sul grande rischio che correva l’Italia. Intanto Monti ribadiva: «I mercati? Li capisco». E di questo, almeno, nessuno ha mai dubitato. Forse allora avevano avuto ragione l’anno scorso quando ci era stato imposto il governo tecnico, una sorta di male necessario per evitare il peggio.

Ed invece… Mercoledì l’asta dei Bot è stata un successo coi rendimenti in ribasso, nonostante la crisi di governo. E giovedì è intervenuto addirittura Moody’s con una dichiarazione che ha tagliato la testa al toro: «Le turbolenze politiche in Italia hanno conseguenze limitate sull'affidabilità creditizia del Paese». Ma che sorpresa! Allora si può andare a votare senza mettere a rischio la stabilità del Paese, come d’altronde, nel mezzo della crisi, avevano fatto in Spagna, Portogallo, Irlanda e perfino, per ben due volte, in Grecia.

Attenzione però, ci dicono ora. Votare va bene, ma bisogna votare in un certo modo. Non a caso la preoccupazione principale del centrosinistra è quella di rassicurare i mercati e i partner europei (così giorni fa l’Unità ed anche Bersani intervistato dal Wall Street Journal). Che tradotto vuole circa dire, votate, vinciamo, ma la famosa agenda rimane sempre la stessa perché lo vogliono i mercati. E chi la discute è demagogico, populista, irresponsabile.

Ma siamo sicuri che sia proprio così? Chi sono questi mercati e cosa vogliono esattamente? Occorre fare chiarezza. I mercati sono entità astratte, composte da migliaia di operatori. I mercati, in fondo, siamo anche noi quando compriamo un Bot o un CCT. Gli investitori, quelli cioè che hanno messo i soldi, vogliono semplicemente una cosa, che i debiti vengano onorati. Che lo si faccia tassando i ricchi o i poveri, per loro ha poca importanza. Altra cosa, invece, è quella che vogliono i grandi capitalisti (anche se non tutti, per fortuna): loro vogliono meno tasse per i ricchi, libertà di licenziamento, salari bassi. C’è una bella differenza.

Per un anno e più ci hanno detto che l’austerity non si poteva discutere se non si voleva fallire. E che austerity non vuol dire, ad esempio, patrimoniale, ma Iva maggiorata e tagli a sanità e scuola. Ma eran tutte balle. In America, dove non c’è stata austerity, ed il debito è salito, i tassi di interesse sono scesi, non saliti. E recentemente, l’ex vice presidente di Moody’s ha attaccato Monti e Draghi, responsabili dei pessimi risultati dell’Italia. Ed anche un editoriale del Financial Times ha festeggiato le dimissioni di Monti, le cui politiche si sono rivelate inadeguate. Tanto per citare alcune autorevoli voci dei mercati finanziari che non credono in questo tipo di politica economica che arricchisce alcuni ma mette a rischio la tenuta proprio di quei famosi mercati di cui tanto parliamo. Gli investitori, infatti, sarebbero ben più contenti se l’Italia crescesse, perché soltanto con la crescita, e non certo con l’austerity, si possono pagare i debiti.

In realtà in questo anno, sotto il cosiddetto ricatto dello spread, si è approfittato della crisi per scassinare la Costituzione e far passare a tamburo battente le contro-riforme del lavoro e delle pensioni. L’agenda Monti è stata l’agenda del grande capitale che si approfitta di crisi, disastri ed emergenze per imporre politiche altrimenti inaccettabili, come spiegato già qualche tempo fa da Naomi Klein nel suo Shock Doctrine. Ora ci vorrebbero far votare sotto lo stesso ricatto, ripetendo le stesse bugie.

Nicola Melloni
15/12/2012 www.controlacrisi.org/ombrerosse/

La sconfitta del movimento operaio e lo spostamento dei rapporti di forza fra le classi hanno prodotto la barbarie in Europa

La guerra di classe che infuria in Europa

C'è molto su cui riflettere a proposito di quel Nobel per la pace con cui Stoccolma ha inteso gratificare l'Europa, capace di non replicare la drammatica stagione dei conflitti intercapitalistici e le spaventose mattanze che due guerre nate dal suo seno hanno provocato nel secolo scorso.
Il parlamento europeo ha accolto con grande soddisfazione e con iperboli retoriche l'importante riconoscimento, che ha tuttavia steso un velo omertoso sulle guerre – evidentemente giudicate “minori” - a cui gli stati membri hanno preso e stanno tuttora prendendo attivissima parte, dentro e fuori dai confini del vecchio continente: le due guerre del Golfo, il conflitto nei Balcani, il bombardamento della Serbia e della sua capitale, la spedizione Afgana e – da ultima – l'aggressione alla Libia evidentemente non contano. Né fanno testo le stragi e le sofferenze inflitte a popolazioni inermi cui si attribuisce, evidentemente, un diversa qualità umana: è la morale a scacchi, intimamente ipocrita, dell'Occidente che riemerge come un cinico retaggio neocoloniale.

Per l'Italia, per la sua Costituzione, violata e vilipesa dai governi e dalle stesse istituzioni che dovrebbero presidiarla le cose stanno anche peggio: del solenne giuramento con cui si era ripudiata la guerra bandendola dal consesso dei popoli civili non è rimasto più nulla e le spese per munire gli arsenali militari dei più sofisticati armamenti e per finanziare le “missioni” all'estero sono lievitate sino all'assurdo.
E tuttavia, la guerra è stata e viene scatenata anche in forme diverse. Anzi, parafrasando von Clausewitz, possiamo ben dire che, oggi più che mai, la politica è la continuazione della guerra, sebbene condotta con altri mezzi. Ci riferiamo alla politica sequestrata dal capitalismo finanziario che proprio in Europa si è direttamente insediato al potere e che per il tramite della Banca centrale detta agli stati un tempo sovrani la perentoria ricetta economica e sociale che sta demolendo il welfare e archiviando le moderne costituzioni fondate sui diritti sociali e sulla democrazia parlamentare.

Il mercatismo assoluto alla von Hayek e alla Milton Friedman è la spina dorsale che ispira l'Europa della moneta, del mito del pareggio di bilancio, non meno che della speculazione finanziaria, calati come clave chiodate su tutte le conquiste sociali del secondo dopoguerra.
Il capitalismo reagisce oggi alla più devastante delle sue crisi con una concentrazione inaudita delle leve di comando nelle proprie mani a cui corrisponde un'analoga polarizzazione della ricchezza prodotta dal lavoro.

La sconfitta del movimento operaio e lo spostamento dei rapporti di forza fra le classi hanno contemporaneamente prodotto due effetti fra loro concatenati: la crescita del plusvalore assoluto estratto dal lavoro vivo, la disgregazione delle idee e della capacità di coalizione delle classi subalterne e della loro rappresentanza politica.

L'approvazione della costituzionalizzazione del pareggio di bilancio e del Fiscal compact da parte dei partiti di ispirazione socialista (e a maggior ragione di quelli, come il Partito democratico, che sono approdati sulle sponde della liberaldemocrazia) si configura come una resa senza condizioni, prima culturale che politica, all'ideologia delle classi dominanti, paragonabile al voto sui crediti di guerra che alla vigilia del primo conflitto mondiale portò allo scacco della socialdemocrazia e alla dissoluzione della Seconda internazionale.

Se il paragone sembra ardito, si guardi alle conseguenze reali che la politica economica, definita con molta audacia di “austerità”, ha provocato, in Grecia in proporzioni già ora catastrofiche, ma in forme tendenzialmente simili in Spagna, Portogallo e, solo un passo indietro, in Italia. Si capirà allora quanto perversamente classista sia quel disegno e quanto il circolo vizioso sia senza via d'uscita. A meno che non si trovi la lucidità di analisi che si è smarrita, la capacità di proposta e di aggregazione politica che consenta di “fare saltare il banco” e di aprire un'altra fase.

La forza dei poteri dominanti è infatti sin qui consistita nella capacità di insufflare nelle menti la convinzione che una diversa strada non è data, che c'è “nelle cose” un'inerzia invincibile. Rompere questa camicia di forza, uscire da questo fatalismo impotente sono le precondizioni necessarie per affrancarsi dal giogo liberista.

E' dunque di vitale importanza sottrarsi al gioco di specchi in cui si svolge la contesa fra gli schieramenti politici maggiori, quelli sostanzialmente intercambiabili in virtù del comune afflato montiano, quelli profondamente innervati di populismo reazionario o, ancora, quelli che sono espressione di una protesta molto urlata, ma priva di bussola e di progetto.

Il progetto politico e di governo in gestazione nella coalizione di forze, movimenti, associazioni, cittadini che va raggruppandosi intorno a “Cambiare si può”, segna invece un punto nella direzione giusta, apre una strada nuova, redistribuisce le carte ad un gioco politico ingessato, demistifica i luoghi comuni che riducono la politica ad una finta contesa, feroce nella forma, inconsistente nei contenuti.
Nel poco tempo a disposizione, le assemblee in corso di svolgimento in tutta Italia devono apportare contributi e consolidare la coesione programmatica che deve rimanere il solo punto discriminante della coalizione.

Anche nella composizione delle liste deve vivere un metodo nuovo, dialogante, aperto alle soggettività prodotte dal multiforme conflitto sociale di questi anni: senza che nessuno avanzi pretese di primazia, ma senza pregiudiziali esclusioni; senza boria di partito, ma anche senza spocchia professorale. Tutti alla pari: movimenti, cittadinanza attiva, partiti. Sì, anche partiti, quelli che con coerenza si sono battuti contro le politiche di Monti non meno che contro quelle di Berlusconi: perché non tutti i gatti sono bigi e non servono lavacri purificatori officiati da sacerdoti con zelo manicheo.

Concentriamoci invece sul lavoro di inclusione, di costruzione e di divulgazione che ha bisogno di tutte le risorse che possiamo mettere in campo, perché all'oscuramento mediatico, che sarà totale, dovremo opporre la generosità della militanza, la più estesa e capillare possibile.

Dino Greco
15/12/2012 www.controlacrisi.org/ombrerosse/