Malapolizia. Ovvero, quanto, come e perché aver paura
di essere protetti
«Non sono contro la polizia, ne ho solo paura».
Alfred Hitchcock
Questo non è un pezzo contro la polizia.
Qualcuno leggendo il termine malapolizia potrebbe storcere
il naso. Il prefisso “mala”, che posto prima di una parola la connota
negativamente, invertendone il significato, è sempre utilizzato per parlare di
sanità che non funziona, di pubblica amministrazione imbarbarita dalla
burocrazia, di politica inefficace, di tutto ciò che a livello istituzionale
non funziona come dovrebbe.
Difficilmente abbiamo visto il prefisso «mala» davanti alla
parola «polizia», per indicare quei tutori dell'ordine che abusano dei propri
poteri, abbandonandosi alla brutalità e alla violenza.
Il crescente numero di morti per mano delle Forze di Polizia
parla chiaro: esiste un fenomeno di devianza poliziesca, è ormai sotto gli
occhi di tutti.
Non esistono dati istituzionali né rilevamenti analitici
interni ai vari corpi di polizia, ma tali carenze chiunque può compensarle
leggendo le cronache o i pochi e preziosi studi specialistici.
Il numero di brutalità perpetrate da elementi delle Forze
dell'Ordine1 e balzati all'onore delle cronache, ci pone di fronte a qualcosa
di ben diverso da episodi isolati. Si tratta di un fenomeno in espansione, che
pone interrogativi su tutta una serie di temi, come la gestione del disordine
pubblico, i rapporti tra polizia giudiziaria ed organi inquirenti (rapporti che
la nascente Riforma della Giustizia firmata Alfano vorrebbe riformulare), una
mentalità semi-militarista che si traduce in atteggiamenti ampiamente
repressivi, la formazione, l'addestramento, le modalità di reclutamento e
arruolamento, lo spirito di corpo e non ultimo, il senso di impunità che induce
molti pubblici ufficiali ad operare al di sopra della legge.
Con felice neologismo, il giornalista di Liberazione
Checchino Antonini, ha coniato il termine malapolizia2 per definire le frange
deviate delle Forze dell'Ordine.
Più in particolare, questo termine si associa correntemente
ad episodi specifici di violenza che hanno causato la morte di un privato
cittadino, in circostanze da appurare o già appurate in sede processuale.
Pertanto analizzeremo i singoli casi, dall'omicidio Aldrovandi ai meno noti, e
con essi i paradossi giuridici e procedurali che deformano la verità e possono
arrivare, per esempio, a trasformare un evidente omicidio in una morte per
cause naturali. Parlare di violenza poliziesca richiede un'attenzione
particolare, perché significa gettare luce su quelle zone d'ombra - consistenti
a dire il vero - che alterano i rapporti tra apparati dello Stato, in
particolare tra FF.OO. (v. Polizia Giudiziaria) e Magistratura, nonché tra
queste due e la società civile nella sua interezza.
Un campo minato.
Se prendiamo in esame la serie storica compresa tra il 2001
(dopo Carlo Giuliani) e il 2011 i nomi di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi,
Riccardo Rasman, Giuseppe Uva, Aldo Bianzino, Domenico Palumbo, Stefano
Brunetti, sono solo i primi di una lunga lista di vittime della brutalità
poliziesca, e svelano per primi quei cortocircuiti che si verificano nei
rapporti tra due fondamentali apparati dello Stato.
Molti sono gli elementi che lasciano pensare a morti
violente: a testimoniarlo sono le foto dei cadaveri massacrati, i referti
medici, le consulenze tecniche di parte civile, pile e pile di atti e
sopratutto le lacrime dei familiari. Non sempre è così scontato per gli organi
inquirenti.
Le indagini e i processi quasi mai partono da uno slancio
istituzionale, da una sete di giustizia e di trasparenza, ma dai disperati appelli
dei familiari.
Indagini e processi che finiscono con l'appurare verità
diverse da quelle evidenti, artefatte e sofisticate da un'infinita gamma di
scappatoie legali, cavillose procedure che quasi mai offrono una versione dei
fatti almeno soddisfacente: ecco quindi che il corpo martoriato di Marcello
Lonzi, morto in una cella nel carcere delle Sughere a Livorno, è stato ridotto
così da un “forte infarto”. Un infarto che procura otto costole rotte e due
buchi nel cranio.
Ecco che il corpo di Federico Aldrovandi, 18 anni, di
Ferrara, brutalmente pestato da quattro poliziotti in seguito ad un fermo per
accertamenti giace sull'asfalto pieno di ecchimosi, contusioni ed escoriazioni,
mentre intorno gli stessi responsabili di quel martirio ingiustificato ridacchiano
e fumano sigarette, già sicuri di farla franca.
«Federico è morto perché drogato!»: questa la versione
ufficiale fornita alla stampa, di ciò che accadde la notte del 25 settembre
2005 a Viale Ippodromo, nella placida, tranquilla e borghese città di Ferrara.
Queste le parole dell'allora Questore Elio Graziano, provvidenzialmente
sbugiardato dalla sentenza di primo grado emessa dal giudice monocratico
Francesco Caruso, nel lungo processo che vede coinvolti quattro agenti di
Polizia:
[La morte di Federico Aldrovandi fu la] conseguenza della
violenta colluttazione con quattro agenti armati di manganelli, decisi ad
immobilizzarlo e ad arrestarlo ad ogni costo, per fargli scontare le
conseguenze di una precedente fase di conflitto, con reciproci atti di violenza.3
Avremo modo di trattare ampiamente il caso Aldrovandi, forse
il primo ad aver squarciato non poche coscienze, grazie all'enorme risonanza
ottenuta dal blog aperto dalla madre, Patrizia Moretti. Il primo che incrinò
quell'aura di inviolabilità e infallibilità che da sempre aleggia sulle FF.OO.,
rivelando una inedita inclinazione alla violenza e all'abuso. La morte di
Federico e l'infinito corollario di menzogne, depistaggi, querele e
controquerele sono paradigmatici dell'atteggiamento che le istituzioni preposte
all'ordine pubblico assumono di fronte ad eventi del genere. Una malintesa
cautela che sfocia nella deformazione dei fatti, una chiusura corporativa
totale e condivisa che nel migliore dei casi degenera nella negazione della
verità.
La verità ufficiale viene spacciata per unica possibile, la
verità dei fatti può essere completamente ribaltata, anche prima che si sia
compiuto un solo atto d'indagine. Elio Graziano docet, ma non solo lui. Anche
il sottosegretario Carlo Giovanardi si lanciò in perentorie esternazioni sulla
morte di Stefano Cucchi: «Cucchi è morto perché drogato», salvo poi aggiustare
il tiro successivamente con tanto di scuse alla famiglia.4
Il passato da tossicodipendente di Stefano Cucchi ha giocato
un ruolo determinante nella sua tragica morte, ed anche nei suoi rapporti con
l'autorità giudiziaria, ma il punto è un altro. Stefano è stato massacrato di
botte nella sua cella di detenzione a Piazzale Clodio, e forse anche subito
dopo l'arresto. Ricostruire il momento esatto del pestaggio, risalire ai
responsabili, accertare che sia realmente avvenuto sono atti soggetti ad una
lunga serie di interpretazioni di carattere giuridico, nonostante le foto di
ciò che rimaneva del suo corpo parlassero chiaramente, più di mille processi.
In eventi del genere, così complessi, così ambigui, la
discrezionalità dei singoli, siano essi alte cariche istituzionali, giudici,
avvocati, testimoni, medici o poliziotti si rivela determinante.
La ricerca della verità dipende dall'integrità professionale
di un giudice o di un funzionario di polizia poco incline al compromesso;
può dipendere dal cinismo di un difensore, da un PM che
decide di archiviare o da un GIP che dia luogo o meno a procedere in un'azione
legale; può dipendere dalle capacità di avvocati di parte civile come Fabio
Anselmo5 o Raffaele Mascia6 che, Codice alla mano, dimostrano l'infondatezza di
teoremi difensivi, sfondano i muri di contiguità (v. caso Aldrovandi) tra
inquirenti (PM) ed indagati (pubblici ufficiali) e arrivano a chiamare le cose
col loro nome: omicidio, pestaggio, violenza, torture, sevizie, depistaggi. In
una parola: menzogne.
Sono i rapporti tra magistratura e polizia giudiziaria a
rivelarsi decisivi. Se si arriva al paradosso che ad essere indagati per un
reato si ritrovino agenti di polizia o esponenti dell'Arma dei Carabinieri,
spetta ai medesimi corpi, come prevede il codice, riferire all'autorità la
notizia di reato: [la polizia giudiziaria]non ha l'obbligo di riferire[come
stabilisce]l'articolo 347: “acquisita la notizia di reato la polizia
giudiziaria senza ritardo riferisce al Pm per iscritto gli elementi essenziali
del fatto”7 ma che vuol dire senza ritardo? E quali sono gli elementi
essenziali? Chi lo decide?8
L'emergere della reale sostanza dei fatti dipende in modo
esclusivo da chi compie i primi atti di indagine, ovvero dalla polizia
giudiziaria, che stabilisce quali siano gli elementi prioritari o meno, in una
scala di importanza del tutto arbitraria. Nei casi di malapolizia sussiste la
certezza che le indagini avvengano nella piena trasparenza ed imparzialità?
Ufficialmente sì.
Nei comunicati stampa, nelle occasioni di confronto pubblico
tra FF.OO. e media/FF.OO. e società civile, i dirigenti non mettono mai in
discussione le procedure volte ad individuare colpevoli e responsabilità.
Anche il GIP armato delle migliori intenzioni può finire col
ritrovarsi tra le mani indizi insufficienti a formulare persino il più blando
capo d'accusa. Nei casi di malapolizia la prossimità tra autorità giudiziaria e
FF.OO. non agevola l'indagine, la rende più difficile, la altera. In
quest'ottica se già diventa complicato condurre inchieste degne di questo nome
ed avviare un processo, diventa impresa impossibile far comparire tra i capi di
imputazione la parola omicidio, pur nelle sue varie declinazioni.
Come sostiene Luigi Manconi9 «per la vicenda Cucchi, sono
gravemente insoddisfacenti i reati per i quali è stato chiesto il rinvio a
giudizio» .10 Si è in presenza di elementi controversi, dove al magistrato
arrivano dei dati profondamente soggetti a distorsione, manipolazione,
selezione ad opera delle amministrazioni, che in questa ed altre circostanze
mettono in moto meccanismi di autotutela di grande efficacia.
Tuttavia «dovendo valutare il caso nel suo complesso è
importante sotto altri punti di vista: la mobilitazione dell'opinione pubblica
e l'individuazione di alcuni gruppi di responsabilità».11 Compresa, nel caso
Cucchi, la Polizia Penitenziaria.
Sarebbe auspicabile che magistratura e classe politica
dismettessero un atteggiamento di subalternità nei confronti delle forze di
Polizia e di Sicurezza, poiché quando ad essere coinvolte in indagini sono le
FF.OO. «la presunzione di innocenza si trasforma in un pregiudizio così
potente, da tutelare la persona indagata ben oltre qualunque principio
garantistico».12
Il pubblico ufficiale medio così come il cittadino medio
tende a sminuire, a minimizzare fatti di eccezionale gravità, esaltando invece
il ruolo determinante che le FF.OO. svolgono quotidianamente nella società.
Il teorema dell'autoassoluzione è molto semplice: la «mela
marcia» in polizia può capitare, perché è così in ogni settore della società,
ciò però non deve gettare discredito su tutte le forze di Polizia.
Un'affermazione del genere non tiene conto di un'aggravante fondamentale: la
divisa. Chi la indossa ha più doveri di chi non la indossa. Chi delinque
indossando la divisa, deve essere giudicato se non con più severità, almeno
alla pari del criminale comune.
L'articolo 3 della Costituzione Italiana parla chiaro:
«tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge,
senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni
politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica
rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto
la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della
persona umana[...]».
Non sempre è così.
DOMANDA DI SICUREZZA E SOCIETA' DEL CONTROLLO
I pochi studiosi che trattano in modo scientifico temi
inerenti la deriva autoritaria delle polizie, adottano un approccio quasi
esclusivamente sociologico, individuando un nesso tra la crescente domanda di
sicurezza da parte della collettività e la natura violenta che sembra
manifestarsi in alcuni settori delle FF.OO.
La sicurezza urbana ovvero la garanzia dell'incolumità
fisica e patrimoniale di ciascun cittadino è da sempre al centro di accese
controversie, sopratutto negli ambienti più sindacalizzati della Polizia di
Stato, i quali rimproverano alla politica di cavalcare l'argomento solo
occasionalmente e per fini elettorali, senza avere mai pianificato serie
strategie di controllo del territorio.
Una politica incapace di valutare le reali problematiche sia
della cittadinanza che di quegli operatori di polizia che si trovano ad operare
ogni giorno, in condizioni di difficoltà.
Le forze di polizia sono organi preposti all'ordine
pubblico, alla tutela della legalità e al contrasto verso quelle forme di
destabilizzazione che possano compromettere la pubblica sicurezza13.
La tesi condivisa dalla maggior parte dei teorici
contemporanei che si occupano di «sociologia della devianza» - sopratutto
quelli di impostazione marxista - è che la gestione dell'ordine pubblico
rispecchi i radicali cambiamenti della società moderna, in particolar modo i
mutamenti che a partire dagli anni '80 hanno stravolto l'economia e il mondo
del lavoro.
L'affermarsi del neoliberismo, ovvero del processo economico
di liberalizzazione dei mercati ed esaltazione della proprietà privata -
avviato negli anni '80 da Deng Xiaoping14 prima e da Ronald Reagan e Margaret
Thatcher in seguito – determina l'espandersi di classi sociali meno
avvantaggiate, di fasce di popolazione tagliate fuori dalla corsa al libero
mercato, che si ritrovano sprovviste dei mezzi necessari ad un dignitoso
margine di sopravvivenza.
La standardizzazione della società in senso neoliberista non
tollera le esclusioni che essa stessa produce ed aumenta in modo macroscopico
le differenze di classe, di ceto e di reddito.
La ghettizzazione di grandi masse di popolazione inadeguate
al nuovo standard cominciò quindi a sollevare nuovi interrogativi inediti in
tema di penalità e correzione.
La risposta arrivò sotto forma di un nuovo sistema
correzionale basato non più sui capisaldi del welfare come sostegno economico,
reinserimento sociale, reintegrazione (anche attraverso strutture correzionali
classiche come il carcere o come i luoghi dell'assistenza sociale in genere),
ma su un approccio economico al controllo sociale, secondo la logica dei
costi-benefici.
In questo contesto, persino il soggetto deviante, che
sceglie cioè di delinquere e di vivere ai margini della società opera una
scelta di tipo economico:
Il criminale, nel momento in cui agisce, si comporta come un
attore del mercato che valuta i costi che è disposto a sopportare in relazione
ai benefici che è convinto di poter trarre. In questo senso, la funzione di
deterrenza non può che consistere nell'incrementare i costi per il criminale, e
cioè in un progressivo innalzamento del livello di punitività. L'applicazione
di questo approccio economico non riguarda solo l'efficacia delle strategie di
controllo, bensì anche l'economicità delle strategie volte a una gestione
razionale del sistema penale;[...]non ci saranno più valutazioni sulla riuscita
dei programmi, ma bilancio dei costi sostenuti a fronte dei livelli di
sicurezza ottenuti.15
Parallelamente alle dinamiche di esclusione sociale derivate
dall'emarginazione economica, si sviluppa un nuovo assetto del sistema
punitivo, anch'esso governato dalle regole dell'economia.
È economicamente svantaggioso per la società del controllo,
correggere il singolo individuo e rimodularlo su parametri socialmente
accettabili, come avveniva negli anni '60 e '70: si preferisce agire
direttamente sui grandi numeri con politiche penali, punitive e correzionali di
tipo pervasivo, che investono cioè in maniera indifferenziata la società nel
suo insieme, con un “occhio di riguardo” verso le aree di marginalità sociale:
microcriminali, disoccupati, tossicodipendenti, migranti ed esclusi in genere,
di ogni sesso e categoria. Questo nuovo indirizzo delle politiche sicuritarie
finisce col tradursi in repressione di tutto ciò agli occhi del mondo
stabilizzato, e secondo la discrezionalità dei singoli operatori di Pubblica
Sicurezza (e dei vari attori delle politiche sociali), possa produrre
disordine, destabilizzazione, devianza rispetto all'ordine costituito:
[...]il controllo diviene in un certo senso fine a se
stesso, autoreferenziale: perde ogni caratterizzazione disciplinare, cessa cioè
di essere uno strumento di trasformazione dei soggetti. Dall'altra si produce
uno spostamento del controllo: quest'ultimo fuoriesce dal carcere come luogo
specifico, disperdendosi nell'ambiente urbano e metropolitano.16
La discrezionalità nel controllo sociale implica pregiudizi
che possono sfociare in fenomeni di classismo e razzismo.
Andando al singolo operatore di pubblica sicurezza, egli può
optare per metodi di intervento non commisurati all'effetto che smira ad
ottenere, con azioni che fanno della violenza e della brutalità le armi
possibili.
In altri termini, trasferire la valutazione del potenziale
“criminale” dal singolo individuo ad intere fasce sociali, è un approccio
quantomeno grossolano e può arrivare a ledere i diritti più elementari; si
tende a non distinguere più e a pescare nel mucchio e, aspetto ancor più
preoccupante, si tende a ripristinare il vecchio concetto ottocentesco di
“classe pericolosa”.
Secondo il legislatore ottocentesco e secondo il diritto
pre-liberale (prima dello Stato di diritto), « la classe pericolosa era
costituita da quei soggetti che pur senza commettere reati, costituivano un
fattore di disordine sociale. Dal sovversivo al mendicante, dall'anarchico al senza
fissa dimora».17
Questa è un'impostazione pre-liberale, perché lo stato di
diritto – garantista - ha oggi il divieto di sanzionare qualcuno in ragione del
proprio stato esistenziale, ed ha facoltà di sanzionare esclusivamente chi
commetta atti lesivi di un terzo. Oggi classe pericolosa è il migrante, il
barbone, il malato di mente che gira per strada, il cittadino che precipita
nella scala sociale, la ragazza madre, il clandestino: persone innocenti viste
dall'ordine costituito come minacciose e pertanto possibili vittime
dell'arbitrio punitivo.
Prendiamo un pusher di strada nero, disoccupato,
frequentatore di bische clandestine, consumatore a sua volta di sostanze
stupefacenti; ha abbandonato la moglie e frequenta altri spacciatori, è
pericoloso e merita una punizione esemplare. Appartiene sicuramente ad una
classe pericolosa; poco importa se, soggettivamente, sia o no pericoloso.
Immaginiamo adesso un ricco imprenditore della City di Londra, bianco,
frequentatore del Rotary Club locale, che usa e spaccia cocaina nel proprio
attico, magari in compagnia della moglie e degli amici del club. Costui non
sarà pericoloso[...]appartiene ad una classe non pericolosa; anche qui, poco
importa se egli sia o no individualmente pericoloso.18
Nel praticare il controllo, il potere getta via la maschera
e rinuncia all'eguaglianza, privilegiando ove possibile dinamiche di
discriminazione. Si tratta di un potere che raccoglie ed interpreta la domanda
di sicurezza proveniente da ampie fasce della società civile, che percepiscono
come minaccia ogni forma di diversità.
È la logica dell'esclusione che crea discriminazione, è il
senso del diverso che genera violenza. Il migrante è diverso e va escluso, se
non eliminato. I tossicodipendenti, i piccoli delinquenti di quartiere, i
nomadi, i poveri, restituiscono un'immagine della società poco rassicurante ed
alimentano tensioni sociali, squilibri, distanze incolmabili che possono essere
annullate solo applicando una disciplina ferrea e coercitiva.
È innegabile che il controllo si applichi maggiormente su
quelle categorie di soggetti considerate a rischio, e ciò vale non solo
nell'esercizio della pubblica sicurezza, ma anche in altri ambiti come
l'assistenza sociale, la psichiatria, l'immigrazione, le tossicodipendenze: non
riabilitazione, ma repressione o come minimo un'errata interpretazione dei
bisogni del singolo.
Come si gestisce una tale condizione di disordine pubblico
permanente? Come si vive in questa quotidiana fabbrica di paura nei confronti
del diverso?
Le FF.OO. si trovano in mezzo ad un fuoco incrociato. La
loro presenza capillare sul territorio, con i relativi compiti di tutela della
legalità, è la risposta più immediata e visibile alla pressante domanda di
sicurezza. Ed è questo il punto più delicato di tutto il problema.
Lungi dal voler affermare che le Forze di Polizia altro non
siano che il braccio armato della repressione – sarebbe ridicola
un'affermazione del genere - bisogna considerare quale ruolo esse ricoprano in
un equilibrio sociale così delicato, potenzialmente esplosivo. Le FF.OO.
dovrebbero porsi, in teoria, come agenti di mediazione in situazioni di
conflitto sociale; però i fatti che in seguito racconteremo dimostrano che non
sempre le istituzioni si rivelano all'altezza di un compito così delicato. Coloro
che sono morti nelle mani di poliziotti e carabinieri in seguito a percosse,
gravi lesioni, pestaggi, provenivano quasi sempre da classi sociali
svantaggiate. Riccardo Rasman era affetto da una grave forma di schizofrenia,
ed era in cura presso un centro di igiene mentale a Trieste. Stefano Cucchi
spacciava droga ed aveva un passato da tossicodipendente acuto. Stefano
Brunetti, oltre ad essere affetto da patologie gravi, aveva precedenti penali
per furto e piccolo spaccio, e viveva di espedienti. Giuseppe Turrisi era un
clochard della stazione di Milano, ed è morto pestato da due agenti della
Polizia Ferroviaria.
In questi casi, come in tutti i casi simili, i poliziotti
colpevoli di tali crimini - processati o in procinto di esserlo, condannati o
meno - non hanno agito da mediatori nello scontro ideale tra la presunta
società alta, poco incline alla tolleranza, e la società bassa; piuttosto hanno
funzionato da braccio violento della legge contro ciò che rappresentava una
minaccia o un fattore di squilibrio rispetto all'ordine costituito.
I risultati? Un tossico in meno, un malato di mente in meno,
un barbone in meno, passi avanti nel ripristino dell'ordine sociale.
Ecco quindi che le dinamiche di esclusione/inclusione
degenerano in episodi di eccezionale violenza e gravità, quando a mediarle si
trovano soggetti che indossano la divisa senza un'adeguata preparazione, senza
cultura né morale interiore, senza addestramento e, va detto, mentalmente
instabili.
La disfunzione però va ricercata all'origine: non dovrebbe
essere compito delle forze di polizia fungere di volta in volta da assistenti
sociali, infermieri, sociologi o mediatori culturali, nonostante la routine
lavorativa quotidiana richieda, a seconda dei casi, di ricoprire uno di questi
ruoli, se non tutti.
Un altra problematica è l'insicurezza percepita, che a volte
sfibra nella paranoia vera e propria, quella metropolitana, da film noir, che
fa vedere rischi e pericoli ovunque e che genera esigenze sicuritarie non
rispondenti ad un reale senso di minaccia, quanto ad una diffusa ed
inarrestabile paranoia collettiva:
[La domanda di sicurezza] non si limita a segnalare un atto
o un comportamento effettivamente delittuoso, ma esprime una richiesta di
rassicurazione e talvolta una sollecitazione ad un'azione di polizia orientata
all'instaurazione dell'ordine sociale auspicato dal richiedente[...]La
richiesta di certi cittadini è a volte esplicitamente una richiesta repressiva
esagerata rispetto a comportamenti che certo possono dare fastidio, ma non sono
neanche reati; l'intervento di polizia che si auspica è quello che si traduce
in arresto e se non ci sono gli estremi si arriva a pretendere che si
inventino.19
Questo clima di «paranoia metropolitana interclassista»,
produce anche frutti avvelenati come la partecipazione diretta del cittadino,
che spesso vuole contribuire in prima persona al sistema del controllo e, in
casi estremi, al sistema punitivo. È quella partecipazione diretta del
cittadino auspicata dai settori più democratizzati della polizia, ma che spesso
deprava in giustizia fai-da-te. Un esempio su tutti, il business della
sicurezza privata che si trova spesso a sovrapporsi alla sicurezza
istituzionale, con risultati spesso disastrosi. O le fallimentari ronde padane;
o ancora, le varie strategie di controllo che coinvolgono gli abitanti di un
quartiere nell'attività di sorveglianza delle strade, dei vicini, dei giardini
pubblici e quant'altro, sul modello anglosassone del neighborhood watch.
Foucault afferma che « l'azione della polizia è quel gesto
oscuro e sovrano attraverso il quale una società designa un individuo come
indesiderabile o straniero».20
Si è detto della presenza capillare sul territorio, della
capacità quindi di intervenire in maniera più o meno tempestiva in situazioni
di urgenza, ovunque sul territorio. Garantire un tale livello di sicurezza
corrisponde sempre più ad una militarizzazione delle nostre strade, arrivando
ad «una produzione mostruosa e aberrante di dipositivi di sicurezza, che in
realtà rende tutti sempre meno sicuri e meno liberi»21.
Una fabbrica di paura che si ripercuote sulla collettività
creando miti negativi e alienazioni urbane, diffidenza, sospetto,
un'insicurezza percepita che magari non corrisponde all'insicurezza reale. Ecco
come si concretizza l'apparato del controllo, risposta fittizia a psicosi
fittizie, pretesto per blindare strade e quartieri e per alimentare un clima di
instabilità sociale che può sfociare in episodi di violenza.
Un'ultima e doverosa aggiunta: in dinamiche di questo
genere, un ruolo determinante lo giocò, fino agli anni '90, anche la famigerata
«Legge Reale,: disposizioni in materia di ordine pubblico». Varata nel 1975 e
abrogata agli inizi degli anni '90, la legge Reale (dal nome del Ministro che
la progettò, il repubblicano Oronzo Reale) accrebbe notevolmente i poteri e le
immunità per gli uomini delle forze di polizia. Fu un provvedimento
d'emergenza, conseguenza della condizione di scontro permanente che
caratterizzò quegli anni. La legge Reale fece molto discutere, perché di fatto
estendeva all'infinito i poteri degli operatori di pubblica sicurezza,
sopratutto sull'uso delle armi e della forza, e ne sanciva di fatto l'impunità.
Luca Rossi, nella sua ricerca «625 - Libro bianco sulla
Legge Reale», ci fornisce una preziosa statistica sui tragici effetti di questa
norma illiberale. Dal 1974 al 1989 si contano 254 morti e 371 feriti per mano
delle forze dell'ordine.
Morti e feriti rimasti senza giustizia, consegnati all'oblio
della storia, vittime quasi sempre di «proiettili partiti accidentalmente» o
non meglio specificati motivi di ordine pubblico. Citiamo tre casi, non meno
eclatanti dei rimanenti 632.
Caso n.206, 07-01-81, Roma: Laura Rendina, 28 anni... La
ragazza si era fermata in auto con altri parenti vicino all'abitazione della
famiglia Moro e di altri politici, quando sente battere ai finestrini e si
trova puntata una pistola. Presa dal panico riparte, ma viene raggiunta da
colpi sparati all'impazzata. Forze dell'ordine: Digos. Fonte: Paese Sera.
Caso n.233, 26-07-81, S. Benedetto del Tronto (AP): Ennio
Illuminati, 35 anni. Viene ucciso da tre colpi di pistola sparati da un agente
della Digos. In compagnia della sua fidanzata, non si era fermato al posto di
blocco istituito da agenti in borghese e, temendo di essere vittima di
maleintenzionati, aveva cercato di fuggire. Forze dell'ordine: Digos. Fonte:
Radicali Italiani.
Caso n.622, 27-06-89, Nave (BS): Claudio Ghidini, 19 anni.
Un'auto con tre giovani a bordo viene fermata dai carabinieri per un controllo.
Un milite intima a Ghedini di salire sulla sua auto: il giovane si rifiuta per
aspettare gli amici, ma viene preso a schiaffi e poi ucciso da un colpo di
pistola alla testa. Forze dell'ordine: carabinieri. Fonte: Il Giorno.22
Thomas Hobbes, uno dei primi filosofi della modernità,
sosteneva che lo Stato deve svolgere una funzione «rassicurante» nel momento
stesso in cui, come si è detto, il capitalismo accresce le insicurezze
distruggendo i legami sociali, sfaldando la società nel suo insieme.23
Date queste premesse è arrivato il momento di comprendere il
ruolo ricoperto dalle forze di polizia, in un gioco delle parti in cui lo Stato
genera le stesse disfunzioni sociali che si trova a dover controllare e punire.
La guerra sicuritaria trova il proprio apice nella cosiddetta
politica della «Tolleranza zero», maldestra riproduzione in salsa italica, di
quella Zero Tolerance adottata dall' ex sindaco di New York Rudolph Giuliani.
Il mito della Tolleranza Zero in Italia però, si è
tristemente sgretolato sotto il peso della sua inefficacia ed inapplicabilità
sopratutto sul lungo periodo, proprio perché incapace di adattarsi alla società
contemporanea, alle sue contraddizioni, alle sue molteplici componenti; ed
anche per i costi proibitivi che avrebbe comportato. Una strategia del genere
rispondeva anche alle esasperazioni sicuritarie generate dal dopo 11 settembre,
laddove il confine tra ordine pubblico e militarizzazione pervasiva del
territorio diventò di fatto nullo, per poi tronare ad essere marcato nei giorni
nostri.
Pur fallendo su tutta la linea, la tolleranza zero ha
lasciato dietro di sé non poche spore velenose, che permangono stabili in un
modo di approcciare il lavoro di polizia, fondato sulla mano pesante e sulla
violenza; come se i rozzi limiti operativi sanciti dalla Legge Reale si
riproponessero oggi sotto forme più sofisticate e subdole, pur non
essendostabiliti da alcuna legge.
Uno dei punti fermi della Zero Tolerance di Giuliani era il
riconoscimento di poteri discrezionali alla polizia nel procedere ad arresti, fermi
e perquisizioni personali. Era il singolo poliziotto a decidere chi fermare e
in che modo farlo.
Il grosso problema delle tragiche morti è proprio la
discrezionalità dei singoli - poliziotti o pattuglie -
che in seguito a controlli di normale amministrazione, hanno
perso il polso della situazione causando la morte violenta del fermato, in modo
arbitrario e secondo dinamiche di gruppo o branco del tutto criminali.
Le polizie non sono mai più autoritarie o più democratiche
di quanto lo sia la società di cui fanno parte, ma esse sono sempre corpi
separati che possono essere influenzati se non egemonizzati da orientamenti
autoritari che sono più o meno socialmente condivisi.24
L'atteggiamento repressivo alle FF.OO. è l'unica risposta
che lo Stato ha dato a malesseri e problemi sociali di estrema compolessità,
che richiederebbero approcci più a misura d'uomo. Quando tutto viene ridotto ad
una questione di insicurezza che si suppone scaturita all'aumento della
criminalità, le polizie dovrebbero rispondere in maniera adeguata, mentre non
sanno fare altro che arrestare. E reprimere.
VIOLENZA E IMPUNITA'
Attraverso i capisaldi del pensiero sociologico in tema di
sicurezza e società del controllo, abbiamo provato ad individuare i modi in cui
si affermano certi sistemi di punizione e repressione.
Ora è il momento di osservare da vicino la violenza
mascherata da ordine pubblico e gli infiniti esempi di come essa rimanga quasi
sempre impunita.
L'esempio paradigmatico della violenza in divisa rimane la
guerriglia urbana del G8 di Genova, esemplare storico di conflitto politico,
momento irripetibile in cui le parti sociali si sono affrontate in uno scontro
diretto.
Il G8 di Genova non va inteso come l'inizio di un'era di
violenza poliziesca (casomai una recrudescenza), ma come l'occasione in cui le
FF.OO. hanno dimostrato la propria vera natura, rispolverando condotte che si
credevano superate con la fine degli anni '70; emersero i cortocircuiti
interni, le logiche di potere che contrapponevano una polizia ad un'altra, le
carenze nella catena di comando, le lacune nell'addestramento e nella
formazione, l'ignoranza cronica sul modo di relazionarsi al dissenso e alla
protesta. Quei giorni di follia collettiva vanificarono l'intero processo di
democratizzazione delle polizie, e sancirono una distanza abissale tra le forze
di polizia e ampie fasce della società del dissenso.
Al G8 di Genova un po' tutte le polizie vengono travolte
dall'ansia di non restare indietro, di dover mostrare i muscoli per non perdere
peso politico o per acquistarne di più[...]durante il G8 di Genova, ognuno per
conto suo e anche all'interno di ciascuna polizia, è stato perseguito un
disegno che si riassume nell'obiettivo di mostrare i muscoli e giocare sul
disordin25.
Sul G8 si è discusso abbondantemente, si è spaccato il
capello in quattro su ogni singolo episodio, ma si è persa l'occasione per
approfondire un aspetto fondamentale: il senso di impunità, ovvero la certezza
di poter commettere abusi senza doverne poi rispondere adeguatamente davanti
alla legge.
Sono tante le motivazioni che favoriscono questa condotta,
ma la lievità delle pene gioca un ruolo fondamentale. Quando ad andare sotto
processo è un intero apparato dello Stato, così come il singolo operatore di
polizia, la giustizia segue un corso tutto suo. Per meglio intenderci, bisogna
elencare sinteticamente gli esiti processuali sui fatti del Genoa Social Forum
2001.
Al culmine del primo grado del processo più importante,
ovvero quello per le violenze di strada consumatesi il 21 luglio 2001, furono
assolti tutti i vertici della Polizia.
Solo in appello per Giovanni Luperi, attuale capo del
Dipartimento di analisi dell'Aisi (ex Sisde), nel 2001 vice direttore
dell'Ucigos, e per Francesco Gratteri, attuale capo dell'Anticrimine, all'epoca
dei fatti direttore dello Sco, e Gilberto Calderozzi, oggi capo dello Sco,
nessuna condanna: erano quelli che firmarono il verbale di perquisizione alla
scuola Diaz.
13 condanne furono emesse solo per gli esecutori materiali
della famosa «macelleria messicana»26 nella scuola Diaz: quattro anni (di cui
tre condonati) al capo del 7° Nucleo Mobile Vincenzo Canterini, accusato di
calunnia, falso ideologico e lesioni. Tre anni ai suoi sottoposti Fabrizio
Basili, Ciro Tucci, Carlo Lucaroni, Emiliano Zaccaria, Angelo Cenni, Fabrizio
Ledoti e Pietro Stranieri, accusati di lesioni aggravate in concorso. Il vice
di Canterini, Michelangelo Fournier, è invece stato condannato a due anni di
reclusione. Per la vicenda delle molotov introdotte all'interno della scuola Pietro
Troiani è stato condannato a tre anni e Michele Burgio a due anni e 6 mesi.
Ambedue erano imputati di calunnia, falso ideologico e violazione della legge
sulle armi. Infine Luigi Fazio è stato condannato a un mese di reclusione.
Per quanto riguarda le torture nella Caserma Bolzaneto, su
44 imputati, a causa dei reati prescritti i giudici riescono ad emettere solo 7
condanne «a complessivi dieci anni di reclusione nei confronti di quattro
guardie carcerarie responsabili di falso - reato non prescritto - , e di tre
poliziotti che avevano rinunciato alla prescrizione. I sette imputati
condannati sono: l'assistente capo della Polizia di stato Massimo Luigi Pigozzi
(3 anni e 2 mesi), gli agenti di polizia penitenziaria Marcello Mulas e Michele
Colucci Sabia (1 anno) e il medico Sonia Sciandra (2 anni e 2 mesi). Pene
confermate a 1 anno per gli ispettori della Polizia di Stato Matilde Arecco,
Mario Turco e Paolo Ubaldi».27
I restanti 37 imputati dovranno pagare, in teoria, cospicui
risarcimenti alle vittime della caserma Bolzaneto ma, beffa delle beffe, non
metteranno mai mano al portafogli. Infatti, nel gennaio 2011 il giornalista di
Famiglia Cristiana Luciano Scalettari svela l'ennesima scappatoia legale che
consentirà ai picchiatori in divisa di farla franca anche dal punto di vista
pecuniario. Parliamo delle aggiunte al Decreto legge 187 del 12 novembre 2010,
dal titolo «Misure urgenti in materia di sicurezza», al Capo 1, «Misure per gli
impianti sportivi».
Ben camuffata, l’aggiuntina. Occorre andare all’articolo “2
bis”, dall’innocuo titolo “Fondo di solidarietà civile”. Che dice: «A favore
delle vittime di reati commessi in occasione o a causa di manifestazioni
sportive ovvero di manifestazioni di diversa natura, è istituito, presso il
Ministero dell’interno, il Fondo di solidarietà civile». L’aggiuntina è nelle
parole: «ovvero di manifestazioni di diversa natura». Non sportive, quindi? E
allora di quale natura? Il testo non lo dice. Né lo specifica in seguito. Il
Decreto legge, dopo aver chiarito che tale Fondo di solidarietà serve a
risarcire – nella misura del 30 per cento – «a) le vittime di reati commessi
con l’uso della violenza su persone o cose in occasione o a causa di
manifestazioni sportive e dei soggetti danneggiati dagli stessi reati», inserisce
la seconda magistrale chiosa: «Il Fondo, nell’ambito delle risorse annualmente
disponibili, provvede nella misura del 70 per cento, a interventi di
solidarietà civile nei confronti delle vittime di azioni delittuose avvenute in
occasione o a causa di manifestazioni diverse da quelle di cui alla lettera a),
per le quali la vigente normativa non prevede altre provvidenze, comunque
denominate, a carico del bilancio dello Stato» e «finalizzato anche alla
definizione transattiva di liti concernenti il risarcimento dei danni alla
persona e l’eventuale pagamento delle somme disposte dal giudice». Infine,
terza e ultima variazione del testo, il Decreto specifica che «All’elargizione
delle somme e agli interventi di cui al comma 2 (cioè i risarcimenti per le
manifestazioni non sportive, ndr), nonché all’individuazione delle modalità
relative all’esercizio del diritto di rivalsa o all’eventuale rinuncia ad esso,
provvede il Ministero dell’interno». Ecco fatto. Risolto il problema. Con
queste poche frasi è stato ritagliato un abito su misura. Per cosa? Per i
risarcimenti legati alle violenze di Genova 2001, in occasione del Forum
sociale mondiale.Somme che avrebbero dovuto pagare i colpevoli. E che invece
pagheranno in gran parte tutti i cittadini italiani. Insomma, sembra tutto
sistemato. Giusto in vista del decennale che fra pochi mesi ricorderà i
drammatici giorni di Genova.28
L'insieme delle pene appare inadeguato alla reale gravità
dei fatti di Genova. Non c'è - e forse non ci sarà mai - piena aderenza tra le
gravi responsabilità dei singoli, dei gruppi e dei vertici e il prezzo che
pagheranno. Discorso a parte fu l'episodio culminante di quei giorni di
violenza, l'omicidio di Carlo Giuliani.
Il 24 marzo 2011 la Corte Europea dei diritti umani di
Strasburgo, la stessa che ha promulgato il Codice Europeo per l'etica di
polizia, ha assolto lo Stato italiano dall'accusa di aver procurato la morte di
Carlo Giuliani. È solo l'ultimo atto di un'odissea giudiziaria senza fine,
anch'essa caratterizzata dall'infinito corollario di indagini approssimative e
deboli slanci degli organi inquirenti, che di fronte alle colpe poliziesche
arretrano il passo, svelando quello che appare sempre di più una subalternità
della magistratura nei confronti delle FF.OO.29
Il caso Giuliani si differenzia dagli altri, perché inserito
in un contesto di scontro politico e di piazza, ma non per questo va
considerato meno importante degli altri. Non è stato mai chiaro, e forse mai lo
sarà, se il carabiniere Mario Placanica avesse agito o meno per legittima
difesa di fronte alla presunta aggressione di Giuliani, fatto sta che il
carabiniere venne prosciolto dall'accusa di omicidio: la verità processuale
stabilisce che si trattò di legittima difesa ed uso legittimo dell'arma di
ordinanza.
Dopo le prescrizioni, le assoluzioni e gli avanzamenti di
carriera di poliziotti e carabinieri imputati nei processi del G8, l'ultima
parola spetta alle sentenze definitive della Corte di Cassazione.
Una è già arrivata l'8 aprile 2011: la Suprema Corte di
Cassazione ha reso definitiva la sentenza di Corte d’Appello di Genova (sugli
scontri di piazza), ed ha confermato la condanna nei confronti del funzionario
di Polizia Alessandro Perugini30 ad un anno di reclusione. I suoi subalterni, e
cioè Antonio Del Giacco, Sebastiano Pinzone, Enzo Raschellà e Luca Mantovani,
sono stati invece definitivamente condannati ad otto mesi. Per tutti pena
sospesa. Dopo dieci anni, per la prima volta diviene irrevocabile una condanna
nei confronti delle Forze dell’Ordine.
Tutti i condannati così come quelli per i quali ora dovrà
pronunciarsi nuovamente la Cassazione, prescrizione permettendo, hanno comunque
fatto carriera in Polizia.
Giovanni de Gennaro, all'epoca del G8 capo della Polizia di
Stato è oggi Direttore del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (il
servizio segreto civile): era stato condannato ad un anno e quattro mesi per
istigazione alla falsa testimonianza.
Gilberto Caldarozzi era il numero due dello Sco, il Servizio
Centrale Operativo: prima ne ha assunto la direzione e poi è diventato
dirigente superiore “per meriti straordinari” per aver partecipato alla cattura
del boss Bernardo Provenzano. Francesco Gratteri, uno dei picchiatori della
Diaz, da direttore
dello Sco è diventato prima questore di Bari, poi responsabile
della
Direzione Anticrimine Centrale (D.A.C.). Giovanni Luperi, anche lui presente
alla Diaz, lavora oggi presso il Dipartimento analisi del nuovo servizio
segreto civile. Spartaco Mortola, ex capo della Digos genovese, nonostante la
condanna in appello a tre anni e quattro mesi, da vice questore vicario a
Torino nel 2010 sta per essere promosso questore in una città da definire.
Filippo Ferri è oggi capo della Squadra Mobile di Firenze. Fabio Ciccimarra da
vice questore aggiunto (già commissario a Napoli) è diventato capo della
squadra mobile di Cosenza.
Questi sono solo i nomi degli imputati cosidetti
“eccellenti”, ma l'elenco è ancora lungo ed in continuo divenire.
Le violenze di Genova e tutti i casi di “malapolizia”
evidenziano un problema ben più articolato delle scelte morali di singoli
poliziotti.
Il G8 di Genova è importante, perché ha ufficializzato agli
occhi dell'opinione pubblica molti meccanismi interni alle forze di pubblica
sicurezza, finora sottaciuti. Ha svelato l'esistenza di un'omertà corporativa,
alimentata dalla mentalità militaresca delle FF.OO. e dagli stretti rapporti di
queste con gli apparati della giustizia. È emersa con prepotenza la doppia
morale della Giustizia, efficiente e altamente punitiva contro chi non indossa
la divisa, contro i deboli e i marginali, refrattaria invece, ipergarantista,
debole e lenta nei confronti di chi la divisa la indossa.
Di fronte a colpe anche gravi e davanti alla necessità di
assegnare le responsabilità, Stato e FF.OO. fanno fronte comune, queste ultime
ritenendosi infallibili e al di sopra delle leggi. È stato così per Genova, e
negli anni a venire sarà così ogni volta che emergeranno episodi di abusi.
C'è motivo di ritenere che questa situazione difficilmente
cambierà, finché non si modificheranno le slabbrature normative che di fatto
sanciscono l'enorme autonomia operativa delle FF.OO. Inoltre se un pubblico
ufficiale sbaglia, arrivando a commettere un omicidio o ad esserne complice,
disporrà di una abbondante serie di attenuanti per il solo fatto di indossare
la divisa.
Ecco che l'omicidio non è più omicidio ma può trasformarsi
in «eccesso colposo in omicidio colposo».
Ecco che l'assassinio di un tossicodipendente pregiudicato
può declinare in blandi processi per lesioni, abuso d'ufficio, falso ideologico
ed altro ancora.
Quando sul banco degli imputati sale un pubblico ufficiale,
il giustificazionismo dilaga e può arrivare al paradosso massimo, ovvero al
ribaltamento dei ruoli da carnefici a vittime, e da vittime a carnefici: il
processo per la morte di Federico Aldrovandi ha messo in risalto non tanto il
brutale accanimento di quattro poliziotti su un giovane appena maggiorenne,
quanto lo stato di alterazione psicofisica di Federico, che aveva assunto delle
droghe in seguito ad una serata tra amici e che quella notte, in Viale
Ippodromo, si mostrava aggressivo e pericoloso.
Il colpevole morale era Federico, perché drogato, la
violenza era stata una reazione giusta e proporzionata ad un suo atteggiamento
“istituzionalmente” errato. La negazione della verità sembra affermarsi in
maniera sistematica e la maggior parte dei casi lo dimostrano in maniera
pressoché scientifica. Il consenso morale, tacito – quasi un tabù - verso la
“mano pesante” delle FF.OO. è ampiamente diffuso presso ampie fasce della
società civile, ed è trasversale.
La logica del ribaltamento da vittima a colpevole, quella
che rende i “morti di Stato” quasi meritevoli di una morte atroce, non è più
esclusivo appannaggio di mendaci strategie difensive nelle aule dei tribunali,
ma si trasferisce nella coscienza comune, nelle opinioni del cittadino medio
che si rivolgerà - per la costruzione delle proprie verità e dei propri saperi
- a fonti istituzionali e per questo più credibili. Non presterà orecchio al
grido disperato di un familiare che cerca giustizia, ma ascolterà un
sottosegretario o un Ministro che difende, al di là di ogni ragionevole dubbio,
tutto ciò che ha a che fare con le istituzioni, perché lo Stato è nel giusto,
lo Stato non sbaglia, la polizia rischia la vita ogni giorno e in fin dei conti
«se quel ragazzo è morto in fondo se l'è cercata».
Le difficoltà del mestiere, lo stipendio esiguo, il rischio
di non tornare a casa la sera, il doversi rapportare ogni giorno con la feccia
della società sono tutte attenuanti morali che rendono un poliziotto colpevole
un po' meno colpevole.
Il risultato è il lento, ma crescente consenso ad una
cultura della violenza poliziesca, per strada e nelle carceri, come strumento
di mediazione dei conflitti sociali. Come a dire che le polizie hanno due
strumenti a disposizione: il dialogo o le botte.
Visto l'assetto di “rimilitarizzazione” della Polizia di
Stato, con le relative influenze nei metodi di addestramento, “molta marcia e
poco diritto” come dicono alcuni, quando l'agente finisce col fare ordine
pubblico, in piazza o durante il normale svolgimento del proprio lavoro
quotidiano, chi si trova di fronte diventa un potenziale nemico e (con le
dovute eccezioni) non una persona, delle persone con i propri trascorsi e le
proprie convinzioni.31
Le ragioni della brutalità ad opera di singoli o gruppi,
sono molteplici.
Se prendiamo ad esempio le modalità di reclutamento
dell'Arma dei Carabinieri vediamo che le nuove leve, nei ranghi inferiori,
vengono reclutate direttamente dagli ex Volontari in Ferma Breve dell'Esercito
Italiano. Si tratta di individui con una mentalità diversa, acquisita in altre
Forze Armate. Le nuove leve spesso non si rendono conto della realtà in cui
subentrano, a causa della loro precedente formazione, che nulla ha a che vedere
con il ruolo di vero e proprio "poliziotto". Dagli scenari di guerra
afghani o iraeni, diventano protagonisti della vita civile dei cittadini,
portandosi dietro retaggi di mentalità militaresca e corporativa del tutto
distanti da quelle che possono essere le emergenze quotidiane di una metropoli,
ma anche di un paesino di duemila anime.
Secondo Max Weber lo Stato detiene il monopolio della
violenza in qualsiasi occasione lo ritenga necessario: dall'insurrezione
armata, a qualsiasi occasione in cui la sovranità dello stato e l'ordine
pubblico vengano messi in discussione. Bisogna solo intendersi su quali siano i
reali pericoli per lo Stato e per l'ordine costituito: la diffusa
legittimazione della violenza in divisa o la condotta criminale del delinquente
comune? Dove finisce l'uso legittimo della forza e dove comincia l'abuso di
potere? Cos'è che trasforma un intervento di routine in un omicidio? E come
viene giudicato un poliziotto che commette un abuso, sostenendo di essere stato
costretto a farlo?
«Un giudice è capace, per la sua indipendenza, di assolvere
un cittadino in mancanza di prove della sua colpevolezza, anche quando il
sovrano o la pubblica opinione ne chiedono la condanna, e di condannarlo in
presenza di prove anche quando i medesimi poteri ne vorrebbero
l'assoluzione».32
Un pubblico ufficiale è prima di tutto un cittadino, che per
professione e vocazione si relaziona ad altri cittadini. Spetta ai giudici
condannarli o assolverli, secondo legge e secondo coscienza. L'avvocato Fabio
Anselmo, nell'arringa conclusiva del processo Aldrovandi, definì la morte
violenta del ragazzo e i tentativi di insabbiarla, come una «frattura
insanabile tra gli organi dello Stato», e con una ellissi retorica evocava per
i quattro poliziotti imputati un impossibile processo «per alto tradimento».
Di “frattura insanabile tra due corpi dello Stato” si deve
parlare, quando a Trieste quattro agenti fanno irruzione nella casa di Riccardo
Rasman, colpevole (si presume) di aver lanciato due petardi dal balcone, e lo
ammazzano di botte, ben consapevoli di avere a che fare con uno schizofrenico;
quando a Varese due carabinieri arrestano Giuseppe Uva e il suo amico Alberto
Biggiogero e li portano in caserma dove - per puro arbitrio - i carabinieri non
hanno dubbi su chi massacrare di botte: Giuseppe Uva. Si deve parlare di
“frattura insanabile tra due organi dello Stato”, quando a Ferrara la mattina
in cui Federico viene ucciso, la Questura fornisce ai giornali una versione dei
fatti completamente falsa, sostendendo che Federico era morto per un
"malore" in circostanze non violente; “frattura insanabile” quando
Domenico Palumbo, per un caso fortuito, finisce con la macchina in un fossato
davanti alla Scuola di Polizia Penitenziaria di Aversa, la lascia accesa per
andare a cercare aiuto, ma due agenti di turno presso la Scuola decidono che
quello è un ladro, va fermato, e lo comprimono sull'asfalto fino a farlo morire
soffocato dal suo vomito.
Una frattura insanabile alla quale le forze dell'ordine
possono porre rimedio in un solo modo: recuperando una credibilità che va
sgretolandosi giorno per giorno, con il risultato di mettere in secondo piano
le eccellenze, i successi operativi, la stessa onorabilità delle divise.
Gli atti giudiziari, le interviste, le testimonianze
raccontano storie di violenza segnate dall'abuso di autorità; iter giudiziari
faticosi, paradossali, segnati da interessi di parte e non dalla sete di verità
e giustizia.
Storie di individui liberi, cittadini italiani che hanno
perso la vita o hanno rischiato di perderla per mano di poliziotti,
carabinieri, agenti di polizia municipale e agenti di polizia penitenziaria.
Storie in cui la legge annulla se stessa.
1 Da ora in poi definite «FF.OO.»
2 Termine ripreso poi nell'articolo, Riccardo Rasman, processo
a Trieste: la Malapolizia, di A. Rossitto, «Panorama», 25 maggio 2010.
3 Motivazioni della sentenza di primo grado nel processo
Federico Aldovandi,
depositate il 5/09/09 presso il Tribunale di Ferrara.
4 Lo stesso Giovanardi che riconobbe formalmente le cliniche
di recupero per
tossicodipendenti definite Narconon, legate a Scientology,
poderosa macchina di plagio
mentale e denaro. Anche in quel caso, dopo una formale
protesta della parlamentare Pd
Donata Lenzi, Giovanardi fece pubblica ammenda.
5 Fabio Anselmo, avvocato penalista di Ferrara, è parte
civile nei processi Aldrovandi,
Cucchi e Isidro Diaz. Si è occupato anche della cruenta
morte di Riccardo Rasman. Il
suo metodo si contraddistingue per la forte risonanza
mediatica di tutti i casi di
malapolizia di cui si occupa.
6 Raffaele Mascia, avvocato penalista, vice-presidente della
Camera Penale di Santa
Maria Capua Vetere, si è occupato della morte di Domenico
Palumbo (v. capitolo
«Domenico Palumbo, morte ab ingestis»).
7 Salvatore Palidda, Polizia Postmoderna – Etnografia del
nuovo controllo sociale, pag.
41, Milano, maggio 2000.
8 Si consultino, a tal proposito, Titolo IV: attività e
iniziativa della Polizia
Giudiziaria, articoli dal 347 al 357 del Codice di Procedura
Penale.
9 Politico, sociologo e saggista. Tra i molteplici incarichi
pubblici e politici, il sen. Luigi Manconi ha ricoperto quello di ex
sottosegretario di Stato alla Giustizia nel secondo governo Prodi, dal 2006 al
HYPERLINK "http://it.wikipedia.org/wiki/2008"2008. Ha fondato
l'associazione “A Buon Diritto”, che si occupa di diritti civili con
particolare riferimento ai casi di abusi di polizia.
10 Intervista dell'autore al Sen. Luigi Manconi, Roma, 15
febbraio 2011.
11 ibidem
12 ibidem
13 Per maggiore chiarezza, è opportuno illustrare in maniera
sintetica quali siano le
principali differenze tra Polizia ed Arma dei Carabinieri,
le due principali
istituzioni preposte alla Pubblica Sicurezza. La principale
differenza è che i
carabinieri sono Forza Armata, la quarta per esattezza, dopo
Esercito Italiano, Marina
Militare, Aereonautica Militare. La Polizia invece è Forza
dell' Ordine, perché civile
e non militare. Solo in operazioni di Ordine Pubblico (ad
es.: manifestazioni) i
carabinieri sono subordinati alla Polizia, poichè
quest'ultima è la forza per eccellenza "specializzata" in compiti di
questo tipo. Per quanto riguarda l'operatività in genere, restano forze
autonome ed indipendenti l'una dall'altra, pur ricoprendo entrambe, ad esempio,
compiti di polizia giudiziaria. I carabinieri hanno un ordinamento militare e
il personale è diviso in 3 classi: appuntati e carabinieri, sottufficiali -
ovvero brigadieri e marescialli - e ufficiali, a loro volta suddivisi in
ufficiali inferiori, ufficiali superiori, ufficiali generali. La Polizia di
Stato è a ordinamento civile con personale diviso in agenti e assistenti,
sovrintendenti, ispettori, funzionari e dirigenti. L'Arma dei Carabinieri in
definitiva ha gli stessi compiti di controllo e tutela della legalità ricoperti
dalla polizia pur avendo un'impostazione gerarchica e formativa di tipo
militare, con tutto ciò che ne consegue. In più l'Arma, così come la Polizia di
Stato, dipende direttamente dal Ministero degli Interni. Si crea così un
duplice approccio alla politica di sicurezza nazionale: uno di impostazione
“civile”(Polizia di Stato), l'altro fortemente caratterizzato come militare.
Non è questa la sede adatta per raccontare anni ed anni di divisioni tra i due
corpi, il che implicherebbe un'analisi più approfondita su questioni sindacali,
divergenze insanabili su tutta una serie di questioni: il modus operandi, i
rapporti con la politica, le gerarchie interne, lo squilibrio di potere e
competenze che vedrebbe l'Arma primeggiare sulla Polizia di Stato. Questa
distinzione serve più che altro a comprendere la diversità di approccio
rispetto al tema della sicurezza.
14 Deng Xiaoping è stato il leader più importante della Cina
postmaoista. Partecipa con Mao Zedong alla militanza nella regione dello Jangxi
(1930); è commissario politico durante la lunga marcia (1937-1945); nel 1945
entra a far parte del comitato centrale del Partito comunista. Fu promotore di
una serie di riforme sociali ed economiche che razionalizzarono il sistema
produttivo, promossero l’iniziativa privata, aprirono l’economia alle leggi di
mercato della concorrenza e del profitto e agli investimenti stranieri.
15 A. de Giorni, Zero tolleranza. Strategie e politiche
della società di controllo, DeriveApprodi, Roma, Marzo 2000, pagg. 31-32
16 Ibidem, (pag. 34)
17 Cfr. intervista dell'autore al sen. Luigi Manconi
18 A. De Giorni, op. cit., pag. 39
19 S. Palidda, op. cit., pag.165
20 Michel Foucault, Histoire de la Folie, Gallimard,
Paris,1972, pagg.464-465
21 Alfredo Racovelli, deputato dei Verdi in Domani sit-in in
Piazza Unità per
ricordare Stefano Cucchi, «Il Piccolo di Trieste» , 01
novembre 2009
22 Luca Rossi, 625 Libro bianco sulla Legge Reale, a cura
del Centro di iniziativa Luca Rossi, Milano, 1990.
23 T. Hobbes, Leviatano, a cura di T. Magri, Editori
Riuniti, Roma 1976.
24 Salvatore Palidda in Marcello Zinola, Ripensare la
polizia: ci siamo scoperti diversi da come pensavamo di essere, Fratelli Frilli
Editori, Genova, 2003, pag. 58.
25 ibidem
26 Definizione coniata da Michelangelo Fournier che era «al
comando del più grosso reparto entrato alla Diaz»; Dopo aver riconfermato di
aver giudicato l’irruzione nella scuola «un’operazione di macelleria messicana,
il dirigente della Ps ha fatto una importante ammissione rispondendo alle
domande del pubblico ministero Enrico Zucca: “Quando sono arrivato nella scuola
ho visto quattro poliziotti, due in divisa, due in borghese che al primo piano
infierivano su una decina di persone a terra, non erano miei uomini”. Immediata
la richiesta del Pm Zucca che ha chiesto a Fournier come mai non avesse mai
detto prima di aver assistito al pestaggio. Fournier ha risposto: “Non erano
uomini miei e se non l’ho detto prima l’ho fatto per senso di appartenenza al
corpo. Comunque non ho mai pronunciato la frase 'basta, basta, basta' che mi
viene attribuita», G8 Fournier: 'sembrava una macelleria messicana', «La Stampa
di Torino», 13 giugno 2007.
27 Massimo Calandri, Violenze a Bolzaneto, 44 condanne.
Reati prescritti, le vittime
saranno risarcite, «La Repubblica» , 05 marzo 2010.
28 Luciano Scalettari, L'ultima beffa del G8, «Famiglia
Cristiana», 21 gennaio 2011.
29 Checchino Antonini, giornalista di «Liberazione», Atti
del convegno sulla Repressione del Conflitto Sociale, Roma, 20 marzo 2011: “La
mutazione nella gestione dell'ordine pubblico[...]ha avuto ricadute
nell'abbassamento del livello delle violazioni tollerate e ha fatto saltare la
consuetudine della gestione concordata della piazza. Frutto avvelenato di
quella stagione, ha segnalato Liana Nesta, avvocato di parte civile per la
mattanza di Piazza Municipio ( a Napoli il 17 marzo 2001, n.d.r.), è anche
l'«immunità funzionale», l'impunità, pretesa dagli operatori di polizia. Nei
dieci anni presi in esame, le novità giuridiche, come la propensione crescente
dei pm a farsi strumento delle polizie, hanno preso le mosse comunque da vecchi
arnesi come il Codice Rocco di epoca fascista, cuciti su misura per
perseguitare gli attori del conflitto sociale. Un esempio per tutti, quel reato
di cospirazione appiccicato agli imputati del Sud Ribelle, fa presente la loro
legale Simonetta Crisci. Quegli arnesi, spesso, sono così obsoleti da non
condurre in galera, perché «i cattivi pensieri non si possono punire», ha detto
Sergio Moccia, professore alla Federico II, ma «la vera pena - ha aggiunto - è
il lunghissimo processo che attende gli inquisiti». «Dai processi di Genova è
emerso anche che, per le forze dell'ordine, guerra e ordine pubblico sono la
stessa cosa», ha spiegato Haidi Giuliani, la mamma di Carlo, ucciso a Genova da
uno dei carabinieri che avevano aggredito un corteo regolarmente autorizzato.
Da allora Haidi non smette di reclamare un processo, di mettere in collegamento
le vittime dell'ordine pubblico e di denunciare come la repressione sia indice
della debolezza della democrazia.
30 Alessandro Perugini, capo della squadra di celerini che
massacrò Marco Mattana, selvaggiamente picchiato per interminabili minuti
mentre giaceva a terra sull’asfalto di Corso Barabino nel quartiere genovese
della Foce. Quando i sanitari del 118 lo soccorsero il suo volto era
irriconoscibile. I poliziotti accusarono Mattana di averli aggrediti. I giudici
di Genova dimostrarono che gli aggressori erano i poliziotti guidati dal
Dirigente della Digos del Capoluogo ligure Alessandro Perugini.
31 Salvatore Palidda in Marcello Zinola, op. cit., pag. 120.
32 Relazione per l'anno giudiziario 2011 della Corte di
Cassazione
Adriano Chiarelli
(autore di Malapolizia, Newton Compton
editori)
21/11/2011