30 dicembre 2011

Il vero riformismo nei confronti dell'Europa di Maastricht è rappresentato dalla tassazione vera dei patrimoni e dei movimenti finanziari; dalle normative di controllo della circolazione dei capitali; dalla nazionalizzazione delle banche; dai referendum europei come abbozzo di partecipazione democratica

L'alternativa non può ridursi a populismo o liberismo

Il presidente Napolitano, lo abbiamo scritto più volte, è il grande regista dell'operazione "Monti", il "governo tecnico"più politico che ci sia.La sua operazione politica si sta, ora,arricchendo di considerazioni di ampio respiro. E' importante lo scritto di ieri per la rivista "Reset", dedicato alle sfide che sono davanti all'Europa. Su un punto sono d'accordo con il presidente quando, rispondendo all'interrogativo sul perché la politica europea non riesca ad esprimere un gruppo dirigente all'altezza della attuale crisi, come accadde nel dopoguerra, cita lo storico Tony Judt che, nel volume «Guasto è il mondo», conclude la sua riflessione sul tema con queste parole: «Politicamente parlando, la nostra è un'epoca di pigmei». I quali, aggiungo io, non sanno e non vogliono salire sulle spalle dei giganti, cioè di Marx, dei marxisti, dei critici del liberismo e dei processi di valorizzazione del capitale, dei rapporti sociali che essi generano. Mi permetto, in questo breve articolo, solo due osservazioni. Non concordo con Napolitano sul fatto che, «all'indomani del grande mutamento del 1989», operò in modo possente una classe politica europea «formatasi nell'esperienza comunitaria in modo da trarne capacità di visione e padronanza istituzionale», da cui scaturirono il trattato di Maastricht e la scelta della moneta unica. L'analisi storica del capitalismo finanziario, dalla crisi del fordismo e del sistema monetario di Bretton Woods, fino all'attuale devastante crisi dei debiti pubblici indotta dalle politiche della Bce, mi pare dimostri, invece, quanto errata fosse l'analisi economica che era alla base di Maastricht e quanto socialmente distruttive fossero le ricette monetariste e liberiste. La crisi di oggi nasce proprio dal «divenire rendita dei profitti», come scrive Marazzi, «quel processo che dalla crisi del subprime del 2007 alla crisi dell'euro di oggi sta svelando la fragilità del sistema bancario mondiale e la ricerca disperata di misure politiche, istituzionali e soprattutto sociali volte a salvare il potere dei mercati finanziari». E' da qui che nasce in noi l'esigenza di lanciare la sfida di un'Europa "altra" rispetto alle oligarchie tecnocratiche, non chiusa nei nazionalismi e nei protezionismi, ma che guarda ad un orizzonte sopranazionale di progetti e conflitti per rompere la trappola del debito, che schiaccia i redditi sociali e frantuma i beni comuni.

L'orizzonte del presidente Napolitano sembra ridurre le alternanze politiche alla dialettica tra destra populista e destra liberista, tra Berlusconi e Monti, escludendo ogni alternativa, non solo di sistema, ma anche riformista. A questo proposito scrive Napolitano: «La guerra fredda generò dogmatismi che resero difficile alla sinistra distinguere le verità del liberismo einaudiano e dell'approccio ideale e politico liberale… Da un lato, quindi, occorre fare più che mai i conti con la realtà del mercato, e quindi del ruolo, già d'altronde ampiamente riconosciuto, che spetta all'iniziativa e all'impresa privata, con le sue esigenze di libertà, di affrancamento da vincoli che ne comprimano la competitività, e, dall'altro, c'è la valorizzazione di altre essenziali componenti di una visione liberale come fu quella di Einaudi». Qui il riformismo, con un rovesciamento semantico, viene tutto assorbito in una sorta di conservatorismo temperato, che sussume in sé ogni riformismo di matrice socialista. Come scrive Gramsci nei "Quaderni", in una siffatta visione, il riformismo indica non più l'evolversi del processo dialettico «rivoluzione/restaurazione», ma il momento nel quale «solo il secondo termine è valido». Cade, in definitiva, ogni sforzo di analisi del modo di produzione e delle soggettività. Il vero riformismo nei confronti dell'Europa di Maastricht, io credo, non è, invece, l'accettazione dell'assolutismo neoliberista, ma proposte quali la tassazione vera dei patrimoni e dei movimenti finanziari; normative di controllo della circolazione dei capitali; nazionalizzazione delle banche; referendum europei come abbozzo di partecipazione democratica. E' bene che anche il centrosinistra la smetta con la falsa coscienza.

 
Giovanni Russo Spena
30/12/2011
editoriale di Liberazione
www.liberazione.it

25 dicembre 2011

I poteri forti e il qualunquismo imperante tentano di spegnere le ultime voci di dissenso. Non lasciamo che vinca la logica del profitto

L'importanza vitale della stampa comunista


Sono i giorni della réclame per gli abbonamenti. I direttori e gli amministratori dei giornali borghesi rassettano la loro vetrina, passano una mano di vernice sulla loro insegna e richiamano l'attenzione del passante (cioè del lettore) sulla loro merce. La merce è quel foglio a quattro o sei pagine che va ogni mattino od ogni sera a iniettare nello spirito del lettore le maniere di sentire e di giudicare i fatti dell'attuale politica, che convengono ai produttori e venditori di carta stampata.

Vogliamo tentare di discorrere, con gli operai specialmente, dell'importanza e della gravità di quell'atto apparentemente così innocente, che consiste nel scegliere il giornale cui si vuole abbonarsi. E' una scelta piena di insidie e di pericoli che dovrebbe essere fatta con coscienza, con criterio e dopo maturata riflessione.

Anzitutto l'operaio deve negare recisamente qualsiasi solidarietà col giornale borghese. Egli dovrebbe ricordarsi sempre, sempre, sempre, che il giornale borghese (qualunque sia la sua tinta) è uno strumento di lotta mosso da idee e da interessi che sono in contrasto coi suoi. Tutto ciò che stampa è costantemente influenzato da un'idea: servire la classe dominante, che si traduce ineluttabilmente in un fatto: combattere la classe lavoratrice. E difatti, dalla prima all'ultima riga, il giornale borghese sente e rivela questa preoccupazione.

Ma il bello, cioè il brutto, sta in ciò: che invece di domandare quattrini alla classe borghese per essere sostenuto nell'opera di difesa spietata in suo favore, il giornale borghese riesce a farsi pagare... dalla stessa classe lavoratrice che egli combatte sempre. E la classe lavoratrice paga, puntualmente, generosamente.

Centinaia di migliaia di operai danno regolarmente ogni giorno il loro soldino al giornale borghese, concorrendo così a creare la sua potenza. Perché? Se lo domandate al primo operaio che vedete nel tram o per la via con un foglio borghese spiegato dinanzi, voi vi sentite rispondere: «Perché ho bisogno di sapere cosa c'è di nuovo». E non gli passa neanche per la mente che le notizie e gli ingredienti coi quali sono cucinate possono essere esposti con un'arte che diriga il suo pensiero e influisca sul suo spirito in un determinato senso. Eppure egli sa che il tal giornale è codino, che il tal altro è palancaio, che il terzo, il quarto, il quinto, sono legati a gruppi politici che hanno interessi diametralmente opposti ai suoi.

Tutti i giorni poi, capita a questo stesso operaio di poter constatare personalmente che i giornali borghesi raccontano i fatti anche più semplici in modo di favorire la classe borghese e la politica borghese a danno della politica e della classe proletaria.

Scoppia uno sciopero? Per il giornale borghese gli operai hanno sempre torto. Avviene una dimostrazione? I dimostranti, sol perché siano operai, sono sempre dei turbolenti, dei faziosi, dei teppisti. Il governo emana una legge? E' sempre buona, utile e giusta, anche se è... viceversa. Si svolge una lotta elettorale, politica od amministrativa? I candidati e i programmi migliori sono sempre quelli dei partiti borghesi. E non parliamo di tutti i fatti che il giornale borghese o tace, o travisa, o falsifica, per ingannare, illudere, e mantenere nell'ignoranza il pubblico dei lavoratori. Malgrado ciò, l'acquiescenza colpevole dell'operaio verso il giornale borghese è senza limiti. Bisogna reagire contro di essa e richiamare l'operaio all'esatta valutazione della realtà. Bisogna dire e ripetere che quel soldino buttato là distrattamente nella mano dello strillone è un proiettile consegnato al giornale borghese che lo scaglierà poi, al momento opportuno, contro la massa operaia.

Se gli operai si persuadessero di questa elementarissima

verità, imparerebbero a boicottare la stampa borghese con quella stessa compattezza e disciplina con cui la borghesia boicotta i giornali degli operai, cioè la stampa socialista. Non date aiuti di danaro alla stampa borghese che è vostra avversaria: ecco quale deve essere il nostro grido di guerra in questo momento che è caratterizzato dalla campagna per gli abbonamenti fatta da tutti i giornali borghesi. Boicottateli, boicottateli, boicottateli!
("Avanti", 1916)

Antonio Gramsci
24/12/2011

Si finisca di foraggiare speculatori e usurai

Nazionalizzare le banche

E se la breve e ridicola campagna per cancellare l'articolo 18 fosse stata solo un depistaggio? Sì, certo, Fiat, Fincantieri, il grande padronato italiano, tutti assieme non vedono l'ora di avere la libertà di licenziamento. Tuttavia la goffaggine con la quale la ministra del lavoro ha portato avanti la sua offensiva contro lo Statuto dei lavoratori mi ha fatto venire qualche dubbio. Così infatti è passata in secondo piano la catastrofe della manovra appena approvata e in particolare il massacro sociale sulle pensioni che colpisce vergognosamente gli operai e le donne.

E così è passata sotto silenzio la scandalosa manovra finanziaria attuata in questi giorni dalla Bce.

Ben 500 miliardi di euro sono stati prestati alle banche europee al tasso natalizio dell'1%. 116 di questi miliardi sono stati accaparrati dalle banche italiane. E' bene ricordare che lo stato italiano, se vuol fare prestiti per finanziare il debito con cui si pagano anche i beni e i servizi sociali, deve pagare il 7%, per ora, di interessi. Le banche hanno ottenuto questa cifra enorme con il tasso dell'1%, per cui se decidessero di prestare i soldi allo stato italiano, solo in virtù di questa operazione, guadagnerebbero il 6%.

Non sappiamo se lo faranno, perché la speculazione finanziaria dice alle banche di non acquistare buoni del tesoro. Quindi può darsi che quei soldi, versati dai cittadini europei, è bene ricordarlo, vadano persino in altri lidi, verso altre scelte speculative. Il peso complessivo delle manovre Berlusconi, Monti, Tremonti è di 75 miliardi di euro che gravano per il 90% su salari, pensioni, servizi sociali. Alle banche è stato dato molto di più di quello che i governi ci hanno preso.

Questa è l'Europa reale di oggi. Sbaglia il Presidente della Repubblica nell'esaltare la necessità di sacrifici nel nome di valori europei che in realtà non esistono. L'Europa di oggi è governata da un'alleanza tra tre grandi forze. La finanza internazionale, la tecnocrazia liberista, i governi di destra. Costoro sono quelli che comandano e le sinistre che accettano i loro ordini, in Italia come in Grecia come in tutta Europa, o si suicidano o diventano altro. Oppure entrambe le cose assieme.

No, quest'Europa della speculazione finanziaria che presta soldi alle banche ma che nello stesso tempo chiede agli stati di licenziare, di chiudere i servizi pubblici e distruggere i contratti nazionali, quest'Europa è oggi il nostro avversario. E per combattere questo avversario dobbiamo mettere in campo altri obiettivi, altre politiche rispetto a tutte quelle che si succedono stancamente nel disastro. Prima di tutto è chiaro che il finanziamento alle banche a fondo perduto deve finire. E' una scelta di buon senso che le banche, salvate dai nostri soldi, siano prese direttamente in mano pubblica. E così governate al fine di tagliare le unghie alla speculazione finanziaria e per fornire all'economia quel credito che oggi viene concesso a tassi di usura.

Il debito pubblico va congelato e ricontrattato. In ogni caso non può pesare a questi tassi di interesse su economie già in recessione. Gli economisti antiliberisti oggi sono divisi  tra chi pensa prioritario uscire dall'euro, moneta che oggi strangola la ripresa economica, e chi invece ritiene indispensabile prima di tutto non pagar più il debito, almeno alla finanza internazionale. In realtà questa divisione non ha molto senso, perché la sostanza di tutte le posizioni critiche è che noi non possiamo più accettare i vincoli imposti dal potere tripartito che governa l'Europa. Dobbiamo rilanciare l'economia reale partendo dai beni comuni e dai servizi pubblici, dobbiamo aumentare i salari e i redditi, dobbiamo trasferire ricchezza dalla speculazione finanziaria e dai grandi patrimoni ai cittadini in difficoltà. Tutte queste misure richiedono che salti completamente quel meccanismo di salvaguardia dell'euro e della finanza che oggi, sotto il nome di patto di stabilità, sta destabilizzando le vite della maggioranza dei popoli di tutta Europa. La nazionalizzazione delle banche è quindi solo un passo necessario per riconquistare il potere democratico di decidere sul nostro futuro, per sottrarre alla finanza internazionale impazzita il potere di decidere sulle nostre vite.

Finché non si percorrerà una strada di rottura in questa direzione continueremo a fare sacrifici sociali e di diritti sempre più ingiusti quanto inutili. Questa è la sostanza, questo è ciò che abbiamo di fronte nel 2012.

Dobbiamo darci obiettivi ambiziosi, ambiziosi non perché irrealistici, ma perché mettono in discussione il sistema di potere finanziario che ci impone i suoi diktat distruttivi. Dobbiamo sperare e operare affinché l'Europa del lavoro e dei popoli  si ribelli all'Europa dei padroni e delle banche.

 P.S.: un editoriale come questo può uscire solo su Liberazione. Diamoci tutti da fare perché nel 2012 questo nostro giornale sia ancora al fianco delle nostre lotte.


Giorgio Cremaschi

24/12/2011

22 dicembre 2011

Nascono inediti"poteri speciali". Siamo oltre la inaccettabile (ma pur teorizzata e praticata) dialettica tra norma e "stato di eccezione" emergenziale

Domande crude (ma essenziali) al Presidente Napolitano

Il presidente Napolitano non mi convince affatto quando sostiene che la democrazia non è sospesa. Penso,invece,che la democrazia(che la Costituzione pretende sia socialmente organizzata, politicamente dialettica e pluralista, sindacalmente conflittuale) sia,in questa fase, in Italia, proprio sospesa nella sostanza. Non parlo, ovviamente, di "colpo di Stato". Ma è banale sostenere che va tutto bene perchè il Parlamento, votando, ha "sanato" la situazione.Quando il dito indica la luna non si guardi il dito, per favore. Siamo, invece, ad una evidente manifestazione politica della sconnessione tra capitale e democrazia costituzionale; alla bancarotta del pensiero liberale, in questa fase. In Grecia un funzionario del capitale finanziario, Papademos, sostituisce un presidente del consiglio che aveva "osato" prospettare (forse strumentalmente) un referendum sulla manovra imposta dalla Bce. In Italia, poche ore dopo, il Presidente della Repubblica nomina senatore a vita il candidato presidente del consiglio, il "tecnico" Monti, come metafora del ruolo ancillare della dialettica politico-parlamentare. In quei giorni, il sollievo per l'allontanamento del guitto Berlusconi maschera il sostanziale commissariamento rispetto al naturale sbocco di immediate elezioni, ritenute un disastro dalla finanza internazionale e dai suoi interpreti istituzionali italiani. A me pare che, nella sostanza, i fondamenti della democrazia costituzionale siano stati sottoposti ad una clausola sospensiva. Nascono inediti"poteri speciali". Siamo oltre la inaccettabile (ma pur teorizzata e praticata) dialettica tra norma e "stato di eccezione" emergenziale. Perchè qui siamo all'obbedienza corale ad una "ragion di Stato" nemmeno formalmente proclamata, ma imposta attraverso il ricatto del debito sovrano. Siamo alla realizzazione del sogno dell'assolutismo liberista, come ci ha ricordato Franco Russo: prende corpo, nei fatti, la"democrazia senza partiti" (e senza sindacati), vecchio sogno del "dispotismo illuminato". Siamo, cioè, ad una regressione oligarchica. Ma il presidente Napolitano va oltre: nel suo recente,solenne intervento nel salone degli Arazzi del Quirinale, dinanzi ai vertici istituzionali, politici, sindacali, "blinda" il governo Monti rispetto ad ogni critica e ad ogni voto contrario in Parlamento, intimando ai partiti di permettere la vita del governo «fino alla data limite già segnata dal termine naturale della legislatura». Il Presidente si fa, cioè, garante, al di là del merito dei provvedimenti, della"unione sacra" alle dipendenze del governo. Ma si rivolge anche ai sindacati, con un riferimento pressochè esplicito all'aspro dibattito sull'articolo 18, con due riferimenti espliciti, nelle sue 21 cartelle, sui quali è opportuno meditare anche sul piano istituzionale. 5Da un lato non giovano dice il Presidente, «giudizi perentori», ma occorre non rifuggire «da spinose assunzioni di responsabilità»; dall'altro chiarisce il suo pensiero richiamando, mi sembra, in forma velata, il presunto scontro generazionale (cavallo di Troia della Fornero, di Ichino,ecc.) tra lavoratrici e lavoratori che sarebbero ultragarantiti e giovani precari non garantiti. Ma ci rendiamo conto del fatto che, nei prossimi giorni, il governo ci trascinerà sul terreno della truffaldina propaganda dello "scontro intergenerazionale" per tentare di fare dei giovani precari la guardia armata della guerra per l'abolizione dell'articolo 18? Il presidente Napolitano scrive che occorre dare la priorità alla condizione dei non rappresentati, dei giovani senza lavoro. Bene. Mi auguro che questo significhi che adopererà la sua capacità di persuasione per il reddito garantito,per il salario sociale, per gli aumenti salariali (e non per chiedere ai sindacati di accettare la proposta del ministro Fornero). Noi, presidente Napolitano, non siamo nè leghisti secessionisti nè neoborbonici. Le chiediamo di ritenere che si possa essere europeisti proprio perchè critichiamo (e sempre più criticheremo) i meccanismi del ricatto del debito (che distrugge coesione e formazione sociale) e quei trattati europei che sono sbagliati perchè puramente monetaristi e folli in quanto portano i popoli europei ad odiare l'idea stessa di Europa. Un'ultima domanda, presidente Napolitano: perchè non ha esercitato la sua grande influenza presso il governo affinchè lasciasse in bilancio quelle modeste risorse che permettessero a Liberazione e ad altre importanti testate di vivere, in un clima di pluralismo e di democrazia? Lo scrivo non solo perchè amo Liberazione, i suoi redattori, i suoi poligrafici; ma perchè vorrei ricordare a Monti e ai suoi ministri un principio fondamentale: ogni giornale critico che chiude ci rende tutte e tutti meno liberi.


Giovanni Russo Spena
22/12/2011

A conti fatti, ecco le misure della manovra e come cambieranno la vita dei cittadini italiani

Manovra Monti - ABC

PENSIONI. Adeguamento all'inflazione del 100% per le pensioni fino a 1.400 euro, nel 2012 e 2013. Il contributo di solidarietà per le pensioni d'oro sale dal 10% (già previsto della manovra dello scorso anno) al 15%. Dal prossimo anno si applicherà a tutti il sistema di calcolo contributivo 'pro rata'; per lasciare il lavoro saranno necessari 42 anni e un mese per gli uomini e 41 anni e un mese per le donne, indipendentemente dall'età.
I requisiti saranno adeguati alle aspettative di vita. Più rapido il processo che avvicina l'età di pensionamento tra uomini e donne: la parità che sarà raggiunta nel 2018, a 66 anni. Si allenta la penalizzazione per chi lascia il lavoro prima dei 62 anni, con una riduzione dell'assegno che scende dal 2% all'1%.
Per ogni anno di anticipo ulteriore ai due anni la decurtazione è del 2%. I lvoratori con un'anzianità contributiva di almeno 35 anni al 31 dicembre 2012 possono andare in pensione anticipata a 64 anni. Mentre le donne potranno andare in pensione di vecchiaia a 64 anni se al 31 dicembre 2012 avranno almeno 20 anni di contributi e 60 anni d'età. Per i lavoratori autonomi i contributi pensionistici salgono di 1,3 punti percentuali per il prossimo anno, gli anni successivi di 0,45 punti, fino ad arrivare al 24%.
CASA. Sconto di 50 euro a figlio fino a 26 anni, della tassa sulla prima casa, fino a un massimo di 400 euro. Complessivamente la franchigia potrà arrivare fino a 600 euro. L'Imu (imposta municipale unica) dal prossimo anno prenderà il posto dell'Ici, con un'aliquota dello 0,4% sulla prima casa (che i Comuni potranno variare di 0,2 punti) e dello 0,76% sulle seconde case (che i comuni potranno variare di 0,3 punti).
Aumentano i moltiplicatori, utilizzati per la rivalutazione delle rendite catastali, che arrivano al 160% per gli immobili del gruppo A (abitazioni). Ancora un anno di tempo, invece, per la tassa sui rifiuti e servizi, che scatterà a partire dal 2013
CONTI CORRENTI. Eliminata l'imposta di bollo, per i conti correnti con giacenza media annua inferiore a 5.000 euro. Per le imprese il tributo sale da 73,8 a 100 euro, con un rincaro quindi di 26,2 euro.
FARMACI. L'Agenzia italiana del farmaco dovrà individuare entro quattro mesi l'elenco dei farmaci di fascia C (privi di ricetta) che potranno vendere anche le parafarmacie e la grande distribuzione. Diventa più soft anche la norma che fa decadere, entro il 13 agosto 2012, l'attuale disciplina sulle professioni. Scende da 15.000 a 12.500 abitanti la soglia delle attività che possono vendere farmaci senza ricetta.
FISCO. Vengono messe in campo diverse misure volte da un lato ad aiutare i contribuenti alle prese con il fisco e dall'altro a rendere più difficile la vita agli evasori. Proroga dei termini per beneficiare della rateazione dei debiti tributari. Chi decide di pagare le tasse a rate, invece, non avrà più l'obbligo di fideiussione. Viene stabilito anche il posticipo dell'operatività del nuovo sistema di accertamento e riscossione delle entrate dei comuni.
Più tempo, inoltre, per riscuotere le somme dovute dal fisco per chi ha aderito ai condoni (il termine viene spostato al 31 dicembre 2013). La soglia di pagamento in contanti scende dagli attuali 2.500 euro a 1.000 euro. Dal prossimo anno gli operatori finanziari dovranno comunicare all'anagrafe tributaria i movimenti dei conti correnti.
IVA E ACCISE. Aumento di due punti percentuali dell'Iva, sulle aliquote attualmente al 21% e 10%, a partire da ottobre del prossimo anno. L'incremento salterà se entro settembre saranno trovate le risorse dalla riforma fiscale, attraverso la revisione delle agevolazioni fiscali. Sale da subito, invece, l'accise sui carburanti, che per la benzina arriva a 704,2 millesimi a litro. Le aliquote saliranno di un altro 0,5% dal 2014.
LIBERALIZZAZIONI. Parte una prima tranche di misure per liberalizzare alcuni settori. Orari di apertura degli esercizi commerciali senza vincoli per tutti i comuni; cadono anche alcuni paletti previsti dalla disciplina degli ordini professionali a partire dall'agosto del prossimo anno e vengono ampliati i poteri dell'Antitrust. Si esclude la categoria dei tassisti, che sarà regolata da specifiche norme sul settore dei trasporti.
IRAP. Sconto Irap per le imprese che assumono a tempo indeterminato giovani sotto i 35 anni e donne. La deduzione sarà pari a 10.600 euro e sale a 15.200 euro per le regioni del Sud. È inoltre prevista la deducibilità integrale dell'Irap pagata sul costo del lavoro dall'Irpef e Ires. Resta la misura, già in vigore, che prevede la deducibilità degli interessi passivi. Arriva inoltre l'Ace, il regime fiscale che favorisce la patrimonializzazione delle imprese, e viene rifinanziato il fondo di garanzia per le pmi.
PAGAMENTI P.A. IN CONTANTI. Il tetto dei pagamenti in contanti da parte della pubblica amministrazione sale da 500 euro a 1.000, una modifica introdotta soprattutto per le persone anziane che riscuotono la pensione cash.
PROVINCE. Funzioni limitate per le Province, che dovranno fare a meno delle giunte e dovranno ridurre a 10 il numero dei membri del consiglio. Le funzioni saranno gradualmente trasferite a Regioni e Comuni.
SCUDO FISCALE. Diventa fissa la tassa sui capitali scudati. Prevista un'imposta di bollo speciale del 10 per mille nel 2012, che sale al 13,5 per mille l'anno successivo. A partire dal 2014 ci sarà una quota fissa del 4 per mille. Le attività prelevate dal rapporto di deposito saranno soggette a un'imposta del 10 per mille.
STIPENDI PARLAMENTARI. Il taglio non sarà più garantito da un decreto del governo. Se la commissione Giovannini (che ha il compito di preparare il rapporto sulla parametrazione degli stipendi italiani a quelli europei) non avrà completato il suo lavoro entro il termine del 31 dicembre, il Parlamento e il governo, "ciascuno nell'ambito delle proprie attribuzioni, assumono immediate iniziative idonee a conseguire" la riduzione delle retribuzioni.
TAGLI ENTI LOCALI E ADDIZIONALI IRPEF. Arrivano nuovi tagli per Comuni (1,45 miliardi) e Province (415 milioni) mentre gli enti a statuto autonomo rinunceranno a 920 milioni. È previsto l'incremento della quota fissa di addizionale regionale Irpef, gestita dallo Stato, che passa dallo 0,9% all'1,23%.
TASSA SUL LUSSO. Sarà versata dai proprietari di auto potenti (oltre 185 kw), aerei e barche oltre i 10 metri. Per le attività finanziarie detenute all'estero da chi risiede in Italia viene fissato un prelievo pari allo 0,1% per il prossimo anno, che sale allo 0,15% dal 2013. Inoltre a partire dal 2013 viene abolito il tetto di 1.200 euro per le attività finanziarie detenute in Italia. Arriva anche l'obolo per chi possiede immobili all'estero, pari allo 0,76% a partire già da quest'anno.
19/12/2011
Fonte: rassegna.it

Londra, Parigi, Atene, Roma, Los Angeles, Malmö. Violenze di piazza e rivolte che appaiono lontane anni 
luce ma forse parlano uno stesso linguaggio, perché rappresentano i diversi volti assunti dal disagio sociale 
in questa ‘età della crisi’

Riot (la rivolta ai tempi della crisi)
Le strade di Brooklands furono devastate dalla sommossa ancora per un’altra ora. Erano due le casacche indossate, quella della farsa e quella della crudeltà. Bande di tifosi di calcio entravano in ogni supermercato gestito da asiatici e facevano razzie sugli scaffali delle bevande alcoliche, e se la svignavano con casse di birra che poi ammassavano per le strade trasformate in bar che distribuivano bottiglie gratis alla gente che si trovava a passare. Tutti correvano, come se cercassero di scappare dalle loro paure. Il panico e la rabbia fuggivano in mille direzioni diverse. Sentivo il lamento dell’ambulanza che correva per le strade, il suono altalenante delle sirene della polizia. E oltre a quei rumori, rumori ancora più profondi, come il latrare della folla attorno alla porta dell’avversario. Le vetrine fracassate di un’agenzia di viaggi erano sparpagliate sul marciapiede davanti a me, una trappola di vetro pronta a mordere le caviglie di chiunque si trovasse a passare distrattamente da quelle parti. Avevo finalmente capito che eravamo stati tutti manipolati da un gruppetto sparuto di burattinai incapaci».

Nelle pagine di James Graham Ballard, lo scrittore inglese scomparso nell’aprile del 2009 che meglio di chiunque altro ha saputo descrivere, in un inedito mix tra fantascienza e critica sociale, il volto della metropoli e della società nell’era della globalizzazione, la sommossa compare spesso, anche se non ha il volto della rivolta degli esclusi, quanto piuttosto quello delle passioni tristi della crisi sociale: razzismo, intolleranza, sopraffazione. Per lui, le esplosioni di violenza urbana che gli anglosassoni definiscono con il termine di «riot», assumono il volto di una rivolta del ceto-medio, manovrata dall’alto e condotta nel nome del consumismo. «Nessuno crede più nelle ideologie politiche, oggi viviamo nella cultura dei consumi, non c’è nient’altro», aveva spiegato lo scrittore.

Eppure, sembra davvero difficile non scorgere nelle violenze degli ultrà del calcio di Brooklands, raccontate in Regno a venire (Feltrinelli, 2006), come anche nella crisi sociale e di valori che fa da sfondo ai terroristi «fai da te» protagonisti di Millennium People (Feltrinelli, 2004) – per non citare che due dei suoi più fortunati romanzi – un’eco della lunga serie di rivolte e violenze collettive che attraversano le metropoli occidentali con sempre maggiore frequenza. Solo che per Ballard – che pochi anni fa aveva affermato: «Il futuro è morto e noi siamo sonnambuli in un incubo» – si tratta di raccontare per questa via il lato oscuro del nostro tempo, l’orizzonte violento che scaturisce direttamente dalla centrifuga della società dei consumi che ha trasformato la merce in ideologia dell’esistenza: «Vedo periferie che si diffondono per il pianeta, la suburbanizzazione dell’anima, vite senza senso, noia assoluta… E poi, di tanto in tanto, bum! Un evento di una violenza assoluta, del tutto imprevedibile».

Roma, Atene, Londra, Santiago del Cile, Oakland, Parigi, Buenos Aires, Genova, Malmo, Berlino… Un lungo elenco di città che potrebbe continuare, accompagnato da immagini simili e ricorrenti, spesso a distanza di anni e di migliaia di chilometri da un caso all’altro: immagini di auto e blindati delle forze dell’ordine dati alle fiamme, di banche e negozi saccheggiati o distrutti, di merci rubate o sparpagliate a casaccio in mezzo a una strada, di scontri violenti e faccia a faccia brutali, di corpi feriti e violati, talvolta di morti. Se J.G. Ballard e la «fantascienza sociale» hanno raccontato da tempo «il futuro che è già tra noi» attraverso una versione tribale e selvaggia della realtà urbana e l’avvento di una sorta di «fascismo postmoderno» che dà voce alle frustrazioni che nascono nell’universo dei consumi, lo scenario della sommossa, del tumulto, del riot, si è fatto, nella realtà, sempre più concreto.

L’«età della crisi» è segnata dalla violenza sociale e dalla precarietà delle vite, dalla perdita di milioni di posti di lavoro, dalla disoccupazione di massa, dall’impoverimento di ampi settori del ceto medio, sospinto verso una drammatica proletarizzazione e dalla contemporanea comparsa, nel vecchio mondo operaio, della figura del «lavoratore povero», quella di chi, pur potendo contare su un salario, quasi non ce la fa a vivere e può ritrovarsi, da un momento all’altro, a perdere tutto. Ma a scandire il tempo del default sociale, quello che nelle biografie di tanti ha già anticipato il rischio di un crollo della Borsa o dell’economia nazionale, c’è anche, e sempre più spesso, la violenza della strada che assume le forme della furia devastatrice che si accanisce su cose o persone o che si declina nel saccheggio generalizzato, nella sospensione temporanea dell’ordine costituito cui si sostituiscono gli umori della folla e la sua brama di merci, senza però che a sostenerle vi sia, almeno in apparenza, una qualche forma di rivendicazione traducibile nel linguaggio conosciuto della politica.

Black bloc e banlieusard

È accaduto nel nostro paese, a Roma, nell’ottobre di quest’anno, ai margini della grande manifestazione degli «indignati», con ore di scontri, devastazioni e decine di feriti. Ma è successo, con esiti ancor più gravi, a Londra nel pieno della scorsa estate, con notti interminabili di saccheggi e incendi. Mentre ad Atene sono tre anni che al continuo peggiorare della situazione economica e politica del paese si accompagnano incidenti e violenze di piazza: oggi in pochi lo ricordano, ma le prime manifestazioni hanno avuto luogo nel paese dopo la morte di Alexis Grigoropoulos, un giovane minorenne ucciso dalla polizia nel quartiere ateniese di Exarchia nel dicembre del 2008. E nella Francia che si prepara a eleggere nella primavera del prossimo anno il suo presidente, le banlieue non hanno praticamente più smesso di bruciare da quella enorme rivolta che, nel 2005, offrì al ministro dell’Interno dell’epoca, Nicolas Sarkozy, una chance decisiva per presentarsi come «uomo d’ordine» e lanciare la propria candidatura per l’Eliseo. Ma era successo, nel 2008, anche nelle periferie dell’immigrazione di Malmö, la capitale industriale del Sud della Svezia, nelle stesse strade dove è cresciuto lo «zingaro» del football Zlatan Ibrahimovic´. Del resto, gli anni Duemila erano stati introdotti dal fuoco delle giornate genovesi del G8 del luglio del 2001 e dalle battaglie dei piqueteros nell’Argentina in bancarotta. E a più di dieci anni di distanza, dei cappucci neri dei black bloc si è tornati a parlare ancora poche settimane fa, all’inizio di novembre, quando, mentre l’accampamento di Zuccotti Park a Manhattan attirava l’attenzione dei media di tutto il mondo sul movimento Occupy Wall Street, per le strade della città di Oakland, che si affaccia sulla baia di San Francisco, le forze dell’ordine si scontravano per ore con centinaia di attivisti «radicali» che, hanno raccontato le cronache di stampa, «distruggevano tutto quello che avevano davanti». Nella stessa località californiana, un vero e proprio «riot» aveva avuto luogo già nel 2009, dopo che un giovane afroamericano era stato ucciso «per errore» da alcuni agenti dello speciale corpo di polizia che vigila sulla rete della metropolitana.

Ma cosa c’entrano i black bloc, nostrani o d’Oltreoceano, con le sommosse che vedono protagonisti nelle città della Francia come della Gran Bretagna o del Nord Europa quelle che vengono definite come le seconde e terze generazioni dell’immigrazione postcoloniale? Cosa possono avere in comune quelli che la stampa presenta come grotteschi epigoni della violenza politica degli anni Settanta con i protagonisti dei riot metropolitani, quei giovani che dai «ghetti» muovono all’assalto del centro delle città, saccheggiando supermercati e negozi di elettrodomestici? E, ancora, come paragonare Atene con Buenos Aires, Genova con Parigi o la Svezia con la California?

È naturale e legittimo che di fronte all’ipotesi di veder affrontare nel medesimo contesto eventi tra loro diversi e lontani che di comune sembrano avere solo il proprio carattere violento, si abbia l’impressione che il risultato non potrà che essere una gran confusione. Per evitare ogni fraintendimento, si deve perciò chiarire come il nesso che si può ipotizzare, e che diversi studiosi hanno già, come si vedrà tra breve, ipotizzato concretamente tra tutti questi fenomeni, non riguarda tanto i loro eventuali tratti similari, quanto piuttosto il loro rappresentare i diversi volti assunti da questa «età della crisi» in cui siamo oggi tutti irrimediabilmente immersi. In altre parole, a rendere immaginabile che si possa tentare una sorta di «analisi comparata» dei fatti di Roma, Londra, Atene o Parigi non è l’esistenza di una relazione diretta tra ciò che è avvenuto in queste città, bensì il comune profilo dello scenario che, a livello internazionale, vi ha fatto da sfondo. Quale sia questo scenario, è stato ben sintetizzato dal filosofo sloveno Slavoj Žižek, in un articolo pubblicato originariamente sul Guardian nel 2010 e riproposto di recente nell’Almanacco Guanda 2011 dedicato alla «politica della paura». «Dopo decenni di speranza sostenuta dallo Stato sociale, durante i quali i tagli finanziari venivano spacciati per temporanei, e compensati dalla promessa che le cose sarebbero presto tornate alla normalità», ha spiegato Žižek, «stiamo entrando in una nuova epoca nella quale la crisi – o, meglio, una specie di stato economico d’emergenza, con il relativo bisogno di misure d’austerità d’ogni tipo (tagli dei sussidi, riduzione dei servizi sanitari e scolastici, maggiore precarietà dei posti di lavoro) – si è fatta permanente. La crisi sta diventando uno stile di vita».

La politica della strada

È la way of life della crisi, radicale e spietata, che annuncia una sorta di «no future» sociale a fare da sfondo al moltiplicarsi dei riot, a una nuova stagione di violenze «di piazza», al diffondersi delle esplosioni di rabbia da parte di chi è, si percepisce, o si rappresenta come «un escluso». A segnalare un primo elemento su cui riflettere in questa direzione è Alain Bertho, uno dei più brillanti sociologi francesi che alla fine del 2009 ha dato alle stampe un volume che scommette proprio sul ruolo crescente di questi fenomeni e che non a caso si intitola Le temps des émeutes (Bayard), «il tempo delle sommosse». «Gli émeutes», spiega Bertho, «non rappresentano né il riemergere di forme arcaiche di rivolta, né il prolungamento senza fine di ciò che gli storici hanno chiamato “le emozioni popolari”. Sono al contrario uno dei volti che definiscono l’epoca in cui viviamo e una delle chiavi di lettura, nella loro dimensione, sia soggettiva che globalizzata, del presente».

Studioso delle periferie francesi, Bertho ha iniziato dapprima ad analizzare le ricorrenti esplosioni di rabbia delle banlieue per poi volgersi verso ogni forma di «rivolta» che attraversi lo spazio sociale in tutte le metropoli del mondo. Un percorso che lo ha condotto, dopo aver misurato il tipo di relazione che questi fenomeni hanno con la realtà sociale, con lo spazio urbano, con l’appartenenza generazionale dei loro protagonisti e con la stessa politica, ad affermare che la stagione degli émeutes rappresenta all’interno dell’odierno mondo globalizzato una sorta di «sequenza dello scontro», qualcosa di paragonabile a ciò che un tempo si sarebbe definito come un «ciclo rivoluzionario». La rivolta delle banlieue francesi del 2005 e il riot londinese della scorsa estate, e ciò che vi ha fatto seguito in molte altre metropoli, finiscono così per assumere agli occhi di Bertho caratteristiche paragonabili, con le dovute proporzioni, alla Primavera dei popoli del 1848, alla Rivoluzione del 1917 e alle sue conseguenze internazionali o agli avvenimenti del Sessantotto.

Il fatto che queste vicende siano spesso derubricate a puri fenomeni di ordine pubblico, non abbiano alcuna relazione diretta le une con le altre o non sembrino esprimere, al di là dell’incendio di qualche macchina, del saccheggio di un negozio o dello scontro con le forze dell’ordine, alcuna rivendicazione o alcun esplicito «messaggio» politico, non sembra turbare né suggerire maggiore cautela allo studioso francese. Rispondendo all’analisi corrente che legge nelle rivolte urbane un malessere sociale che la politica dovrebbe tentare di tradurre in rivendicazioni e proposte, Bertho conclude affermando invece l’assoluta novità di questo fenomeno. «L’émeute», spiega, «non enuncia un limite del campo politico che dovrebbe aprirsi per integrare nuove rivendicazioni, nuove sfide e nuovi attori sociali. In realtà, siamo in presenza di qualcosa di più profondo che indica l’esaurimento dello spazio pubblico moderno e delle forme di azione collettiva che vi si sono dispiegate fin qui. Possiamo ipotizzare che questa famosa “traduzione politica” sia oggi semplicemente impossibile. Questi giovani sembrano infatti dirci che le loro rivendicazioni e il loro farsi ascoltare dallo Stato non passano per la politica, ma per un “faccia a faccia” che può essere anche violento».

È in questo «confronto» dei giovani con lo Stato, quasi un’i­stantanea tratta da ogni rivolta urbana, che sembra prendere corpo ciò che Bertho definisce come «lo spazio necessario di un’interlocuzione»: una sorta di rifondazione dello spazio pubblico che passa per i corpi e per le strade, negando legittimità a quella rappresentanza politica che non appare più in grado di incontrare buona parte della società e certamente non i settori giovanili e quelli più soggetti alle forme di esclusione. Se gli émeutes «non comunicano», nessuno sembra del resto davvero interessato ad ascoltarli. La storia delle rivolte urbane racconta ovunque qualcosa di simile.

Londra e Parigi

In Francia – dopo che nell’ottobre del 2005 la morte accidentale a Clichy-sous-Bois, periferia Nord di Parigi, di due adolescenti, ragazzi francesi figli dell’emigrazione africana e maghrebina, che cercavano di sottrarsi a un controllo di polizia, fece da detonatore per l’inizio di scontri poi protrattisi per circa un mese e conclusisi con diverse centinaia di auto bruciate, più di cinquecento arrestati e la reintroduzione della legge sullo stato di emergenza varata nel 1955 durante la guerra d’Algeria – nulla sembra essere cambiato. Per i circa sei milioni di francesi che abitano nelle periferie urbane – quasi uno su due tra i cittadini d’Oltralpe che hanno meno di venticinque anni – povertà, disoccupazione e abbandono scolastico restano problemi quotidiani. Una situazione disastrosa, che ha prodotto un’altra mezza dozzina di émeutes, circa uno l’anno, nella stagione che va dal 2005 ad oggi, a cui si aggiungono le continue tensioni tra i giovani di questi quartieri e le forze dell’ordine e la comparsa di vere e proprie bande che si scontrano per il controllo del territorio.

Non è diverso anche lo scenario che ha fatto da sfondo alla rivolta scoppiata nell’agosto di quest’anno nelle città inglesi dopo che un ventinovenne nero era stato ucciso dalla polizia nel quartiere londinese di Tottenham. Per quattro notti consecutive gruppi di giovani si sono scontrati con le forze dell’ordine, hanno dato alle fiamme interi edifici, talvolta anche abitati, e hanno saccheggiato diversi negozi. Alla fine, il premier conservatore David Cameron ha scelto di schierare oltre 16 mila agenti in tutte le zone più calde del paese, riuscendo così a porre un limite alle violenze; oltre 1.100 persone sono state arrestate anche grazie ai filmati delle telecamere di sorveglianza, di cui il paese detiene il primato internazionale. Particolarmente violenta, la rivolta inglese ha però colpito gli osservatori anche per alcune sue caratteristiche «sociali»: tra i fermati per gli incidenti ci sono stati infatti anche ragazzini di poco più di dieci anni e in molti hanno raccontato ai cronisti accorsi di aver visto delle donne adulte che, fermata la macchina davanti a un grande magazzino assaltato dalla folla, reclamavano qualcosa anche per sé. Evidente anche il ruolo che le street gangs, censite a centinaia in tutto il paese da Steve Hackman, il giornalista autore di Young Guns (Milo Book, 2010), hanno avuto nei giorni della rivolta.

Hanif Kureishi – lo scrittore figlio di un pakistano e di un’inglese che con la sceneggiatura di My Beautiful Laundrette, film diretto nel 1985 da Stephen Frears, aveva raccontato il razzismo e la violenza nell’Inghilterra degli anni della Lady di ferro Margaret Thatcher – ha descritto in questi termini le zone in cui è accaduta la rivolta e i giovani che ne sono stati protagonisti: «Sono aree dove tantissimi ragazzi girano armati o fanno uso di droghe. I trentenni non hanno mai lavorato e mai lavoreranno, cittadini britannici, e non immigrati, che perlopiù sono dei paria di un sistema economico di cui non sono mai riusciti a far parte. Per molti il passatempo principale è il crimine, al massimo il rap. Vivono in quartieri dove la disoccupazione è tra le più alte del paese e con la consapevolezza che la loro condizione s’aggraverà sempre di più».

Complessivamente, ha spiegato il sociologo Agostino Petrillo, autore di Città in rivolta (ombre corte, 2004), «queste rivolte trovano spazio nell’ambito di una “nuova questione urbana” che si è sviluppata in rapporto ai processi di globalizzazione. E il filo che lega tra loro simili eventi è rappresentato proprio da queste trasformazioni: in particolare l’emergere di nuove diseguaglianze e polarizzazioni nelle metropoli, alle quali non è stata data ancora alcuna risposta in termini di governo e di gestione della città». Una condizione a cui negli ultimi anni, e con l’emergere della crisi globale, si è aggiunta una sorta di convergenza nella disperazione di un ceto medio sempre più declassato e privo di prospettive e di settori popolari – che nelle società degli ex paesi coloniali hanno soprattutto il volto dei figli dell’immigrazione – che vivono da tempo ai margini della realtà sociale o subiscono forme crescenti di esclusione. Scorrendo gli articoli di stampa che hanno tracciato una sorta di «sociologia» degli arrestati per gli incidenti di Roma dello scorso ottobre, emerge del resto un ritratto del genere. Circa metà degli arrestati sono minorenni, alcuni sono precari, alcuni vengono dalle periferie urbane. A dispetto della lettura che parla per quell’intera giornata di «violenze orchestrate da parte di gruppi organizzati», che in ogni caso ci sono state, alcune delle persone accusate di aver preso parte agli «scontri» appaiono lontane da qualunque coinvolgimento attivo in formazioni politiche, anche estremiste, mentre altri fanno sinceramente pensare alla marginalità e all’esclusione.

La stretta relazione tra questi ricorrenti scoppi di violenza e l’età della crisi non deve però far pensare che non esista anche una sorta di genealogia della rivolta, con due illustri precedenti: Brixton e Los Angeles. Proprio in occasione dei riot inglesi di quest’estate il Guardian aveva evocato quello scoppiato nel quartiere di Brixton, a Londra, nel 1981 dopo l’arresto di un giovane nero. Ed è a proposito di quella memorabile rivolta che lo storico Marco Crispigni aveva parlato, in La città senza luoghi (Costa & Nolan, 1997), di «conflitti impolitici», una definizione oggi tornata d’attualità: «Nel giro di pochi minuti, gioiellerie, negozi di abbigliamento e di elettrodomestici, un magazzino intero, vengono svaligiati, distrutti e poi incendiati. Il saccheggio e la riappropriazione delle merci coniugano la radicalità del conflitto all’accettazione del consumismo. Ciò che manca sono le usuali rivendicazioni della conflittualità sociale e politica». Qualcosa del genere sarebbe avvenuto anche a Los Angeles nella primavera del 1992 dopo il pestaggio di un automobilista afroamericano da parte della polizia. Per tre giorni decine di migliaia di persone daranno vita a scontri, incendi e saccheggi. Per il sociologo Massimo Ilardi (Ragazzi senza tempo, Costa & Nolan, 1993), «la miseria dei ghetti ha insegnato a questi giovani che i diritti, prima che su qualsiasi pezzo di carta, sono scritti sull’asfalto. È lì, tra i grandi centri commerciali e i supermercati scintillanti di merci che si gioca la partita».



Guido Caldiron
22/12/2011

19 dicembre 2011

Tutte novità di quegli anni che cambiarono nel profondo l'Italia sono state recuperate dal mercato e piegate alle esigenze del profitto di pochi, come prima del 68/69

Dalle piazze del ’68 alla restaurazione drammatica dei nostri giorni: regnano le vecchie mani e i poteri di sempre
 Il “Time” ha proclamato uomo dell’anno The protester, il contestatore. Tali sono gli sdegnati che in gran parte del mondo scendono in piazza contro le ingiustizie e le disuguaglianze tanto sperticate da inficiare la democrazia in alcuni casi, in altri da negarla. Queste persone non si lasciano irreggimentare da alcun partito e sono difficilmente strumentalizzabili dall’apparato statale: sanno infatti che i partiti tendono a portare i cervelli degli uomini all’ammasso per i loro fini. “Un partito, qualsiasi partito- scrive Orwell in 1984- è come una di quelle macchine che tengono i macellai per macinare la carne: schiaccia e trita e fa polpette di tutte le teste. I programmi dei partiti, di tutti i partiti, soffocano ogni verità, le verità pulsanti di vita e di giovinezza”.

I motivi del disagio, anche questo globale, sono tanti e vari, ma forse quelli prevalenti e comuni a tutti, “motivi chiave” si potrebbero chiamare, sono l’indigenza materiale e la prepotenza dei governi, uno strapotere che va dalla tirannide palese a forme camuffate di ristretta oligarchia. Nel ’68 ci ribellavamo all’autoritarismo familiare, scolastico, statale, alla repressione sessuale e a un conformismo arretrato rispetto allo sviluppo economico. In seguito lo stile di vita diventò meno inamidato, più libero e sciolto, non senza nuovi conformismi a dire il vero. Molte regole caddero in disuso, diventò “in” la sregolatezza. Tutte novità che poi sono state recuperate dal mercato, sregolato infatti, e piegate alle esigenze del profitto.

Il duro autoritarismo del presessantotto però non è più tornato, anche perché l’autorità in molti paesi si è sempre più spersonalizzata, divenendo qualche cosa di nascosto e misterioso, come nel romanzo Il castello di Kafka. Qual è il volto delle lobby che ora impediscono le liberalizzazioni? Intanto la cultura è scemata e la gente si è impoverita. Il deficit culturale ha portato con sé una diminuzione progressiva dello spirito critico e della capacità di reagire ai soprusi. Ma quando questi diventano troppo pesanti, quando la carenza di beni provoca la fame e la miseria, allora si scatena la rabbia e il furore dei poveri.

La gente digiuna non ha paura di scendere in piazza. Per questo i Cesari nutrivano la plebe romana con il pane e i circensi. Negli ultimi decenni gli spettacoli ingannevoli e volgari orditi per irretire la massa, dal grande fratello in giù, non sono mancati, ma ora è decisiva la povertà, già attuale per tanti e minacciosa per i più. Chi sente il freddo e la fame, non vuole ascoltare più le chiacchiere e le fandonie degli imbonitori.

Le avanguardie, formate da intellettuali e da giovani, sono disgustate dalle menzogne e , mi si passi l’ossimoro, dall’impotenza del potere apparente.

Chi davvero comanda sono le banche, i mercati, le lobby, secondo una logica del profitto del tutto indifferente all’umanità degli uomini che è una tautologia, eppure risulta incomprensibile all’avidità antiumana degli speculatori senza volto e senza cuore. A questo proposito: tante persone scontente, sentono anche il bisogno di una maggiore moralità, e contestano l’egoismo, l’indifferenza e addirittura l’inimicizia dell’uomo per l’uomo impartita dal culto del denaro, della borsa, del pil. Non è un caso che in questi giorni nelle migliori sale cinematografiche siano proiettati, e molto visti, tre film che celebrano la generosità di persone buone: Miracolo a le Havre, Le nevi del Kilimanjaro e The artist.

Tutti e tre raccontano storie di solidarietà umana, un valore che l’egoismo degli speculatori aveva messo in soffitta.

Giovanni Ghiselli
19-12-2011

Le misure sono definitive, ecco i provvedimenti che cambiano la vita degli italiani: dal blocco delle pensioni alla nuova Ici, fino all'aumento dell'Iva e alle prime liberalizzazioni. E ancora bollo su conti correnti, tassa su lusso e capitali scudati

Manovra Monti - ABC
Il percorso della manovra Monti è segnato: sarà approvata prima di Natale, come previsto dall'esecutivo tecnico guidato dal professore. La manovra arriva oggi pomeriggio (19 dicembre) al Senato nelle commissioni Bilancio e Finanze. Mercoledì mattina approderà in aula. Il via libera finale è atteso entro venerdì. A quanto si apprende, il provvedimento verrà approvato da Palazzo Madama senza nessun cambiamento. Nel periodo successivo, il governo sarà impegnato nella cosiddetta "fase due": l'attenzione è puntata ai temi fiscali, al dossier liberalizzazioni e alla riforma del lavoro, per il quale i sindacati temono un intervento sull'articolo 18. Ma intanto, a conti fatti, ecco le misure della manovra e come cambieranno la vita dei cittadini italiani.

PENSIONI. Adeguamento all'inflazione del 100% per le pensioni fino a 1.400 euro, nel 2012 e 2013. Il contributo di solidarietà per le pensioni d'oro sale dal 10% (già previsto della manovra dello scorso anno) al 15%. Dal prossimo anno si applicherà a tutti il sistema di calcolo contributivo 'pro rata'; per lasciare il lavoro saranno necessari 42 anni e un mese per gli uomini e 41 anni e un mese per le donne, indipendentemente dall'età.

I requisiti saranno adeguati alle aspettative di vita. Più rapido il processo che avvicina l'età di pensionamento tra uomini e donne: la parità che sarà raggiunta nel 2018, a 66 anni. Si allenta la penalizzazione per chi lascia il lavoro prima dei 62 anni, con una riduzione dell'assegno che scende dal 2% all'1%.

Per ogni anno di anticipo ulteriore ai due anni la decurtazione è del 2%. I lavoratori con un'anzianità contributiva di almeno 35 anni al 31 dicembre 2012 possono andare in pensione anticipata a 64 anni. Mentre le donne potranno andare in pensione di vecchiaia a 64 anni se al 31 dicembre 2012 avranno almeno 20 anni di contributi e 60 anni d'età. Per i lavoratori autonomi i contributi pensionistici salgono di 1,3 punti percentuali per il prossimo anno, gli anni successivi di 0,45 punti, fino ad arrivare al 24%.

CASA. Sconto di 50 euro a figlio fino a 26 anni, della tassa sulla prima casa, fino a un massimo di 400 euro. Complessivamente la franchigia potrà arrivare fino a 600 euro. L'Imu (imposta municipale unica) dal prossimo anno prenderà il posto dell'Ici, con un'aliquota dello 0,4% sulla prima casa (che i Comuni potranno variare di 0,2 punti) e dello 0,76% sulle seconde case (che i comuni potranno variare di 0,3 punti).

Aumentano i moltiplicatori, utilizzati per la rivalutazione delle rendite catastali, che arrivano al 160% per gli immobili del gruppo A (abitazioni). Ancora un anno di tempo, invece, per la tassa sui rifiuti e servizi, che scatterà a partire dal 2013.

CONTI CORRENTI. Eliminata l'imposta di bollo, per i conti correnti con giacenza media annua inferiore a 5.000 euro. Per le imprese il tributo sale da 73,8 a 100 euro, con un rincaro quindi di 26,2 euro.

FARMACI. L'Agenzia italiana del farmaco dovrà individuare entro quattro mesi l'elenco dei farmaci di fascia C (privi di ricetta) che potranno vendere anche le parafarmacie e la grande distribuzione. Diventa più soft anche la norma che fa decadere, entro il 13 agosto 2012, l'attuale disciplina sulle professioni. Scende da 15.000 a 12.500 abitanti la soglia delle attività che possono vendere farmaci senza ricetta.

FISCO. Vengono messe in campo diverse misure volte da un lato ad aiutare i contribuenti alle prese con il fisco e dall'altro a rendere più difficile la vita agli evasori. Proroga dei termini per beneficiare della rateazione dei debiti tributari. Chi decide di pagare le tasse a rate, invece, non avrà più l'obbligo di fideiussione. Viene stabilito anche il posticipo dell'operatività del nuovo sistema di accertamento e riscossione delle entrate dei comuni.

Più tempo, inoltre, per riscuotere le somme dovute dal fisco per chi ha aderito ai condoni (il termine viene spostato al 31 dicembre 2013). La soglia di pagamento in contanti scende dagli attuali 2.500 euro a 1.000 euro. Dal prossimo anno gli operatori finanziari dovranno comunicare all'anagrafe tributaria i movimenti dei conti correnti.

IVA E ACCISE. Aumento di due punti percentuali dell'Iva, sulle aliquote attualmente al 21% e 10%, a partire da ottobre del prossimo anno. L'incremento salterà se entro settembre saranno trovate le risorse dalla riforma fiscale, attraverso la revisione delle agevolazioni fiscali. Sale da subito, invece, l'accise sui carburanti, che per la benzina arriva a 704,2 millesimi a litro. Le aliquote saliranno di un altro 0,5% dal 2014.

LIBERALIZZAZIONI. Parte una prima tranche di misure per liberalizzare alcuni settori. Orari di apertura degli esercizi commerciali senza vincoli per tutti i comuni; cadono anche alcuni paletti previsti dalla disciplina degli ordini professionali a partire dall'agosto del prossimo anno e vengono ampliati i poteri dell'Antitrust. Si esclude la categoria dei tassisti, che sarà regolata da specifiche norme sul settore dei trasporti.

IRAP. Sconto Irap per le imprese che assumono a tempo indeterminato giovani sotto i 35 anni e donne. La deduzione sarà pari a 10.600 euro e sale a 15.200 euro per le regioni del Sud. È inoltre prevista la deducibilità integrale dell'Irap pagata sul costo del lavoro dall'Irpef e Ires. Resta la misura, già in vigore, che prevede la deducibilità degli interessi passivi. Arriva inoltre l'Ace, il regime fiscale che favorisce la patrimonializzazione delle imprese, e viene rifinanziato il fondo di garanzia per le pmi.

PAGAMENTI P.A. IN CONTANTI. Il tetto dei pagamenti in contanti da parte della pubblica amministrazione sale da 500 euro a 1.000, una modifica introdotta soprattutto per le persone anziane che riscuotono la pensione cash.

PROVINCE. Funzioni limitate per le Province, che dovranno fare a meno delle giunte e dovranno ridurre a 10 il numero dei membri del consiglio. Le funzioni saranno gradualmente trasferite a Regioni e Comuni.

SCUDO FISCALE. Diventa fissa la tassa sui capitali scudati. Prevista un'imposta di bollo speciale del 10 per mille nel 2012, che sale al 13,5 per mille l'anno successivo. A partire dal 2014 ci sarà una quota fissa del 4 per mille. Le attività prelevate dal rapporto di deposito saranno soggette a un'imposta del 10 per mille.

STIPENDI PARLAMENTARI. Il taglio non sarà più garantito da un decreto del governo. Se la commissione Giovannini (che ha il compito di preparare il rapporto sulla parametrazione degli stipendi italiani a quelli europei) non avrà completato il suo lavoro entro il termine del 31 dicembre, il Parlamento e il governo, "ciascuno nell'ambito delle proprie attribuzioni, assumono immediate iniziative idonee a conseguire" la riduzione delle retribuzioni.

TAGLI ENTI LOCALI E ADDIZIONALI IRPEF. Arrivano nuovi tagli per Comuni (1,45 miliardi) e Province (415 milioni) mentre gli enti a statuto autonomo rinunceranno a 920 milioni. È previsto l'incremento della quota fissa di addizionale regionale Irpef, gestita dallo Stato, che passa dallo 0,9% all'1,23%.

TASSA SUL LUSSO. Sarà versata dai proprietari di auto potenti (oltre 185 kw), aerei e barche oltre i 10 metri. Per le attività finanziarie detenute all'estero da chi risiede in Italia viene fissato un prelievo pari allo 0,1% per il prossimo anno, che sale allo 0,15% dal 2013. Inoltre a partire dal 2013 viene abolito il tetto di 1.200 euro per le attività finanziarie detenute in Italia. Arriva anche l'obolo per chi possiede immobili all'estero, pari allo 0,76% a partire già da quest'anno.

Fonte: rassegna.it
19/12/2011

16 dicembre 2011

Finora è stata scritta una ricostruzione palesemente inventata al solo scopo di non portare a processo i poliziotti e i carabinieri responsabili, tra loro il commissario Luigi Calabresi


Come morì Giuseppe Pinelli, squarci di verità da alcune carte dimenticate

Giuseppe Pinelli precipitò dal quarto piano della questura di Milano pochi minuti dopo la mezzanotte del 15 dicembre 1969. Ferroviere di quarantun anni, storico dirigente del Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, era stato fermato dal commissario Luigi Calabresi la sera del 12 dicembre, qualche ora dopo la strage di piazza Fontana, e trattenuto illegalmente.
Come più volte è stato raccontato, dapprima si sostenne, da parte dei dirigenti della questura, che Pinelli era implicato nella strage di piazza Fontana, poi che, sentendosi perduto, si sarebbe suicidato.
La conclusione giudiziaria fu scandalosa. La pietra tombale fu posta nell'ottobre 1975 dal giudice istruttore Gerardo D'Ambrosio con la sua famosa sentenza di proscioglimento, unica nella giurisprudenza italiana, per cui non si trattò né di omicidio né di suicidio. Giuseppe Pinelli, in spregio alle più elementari leggi della fisica e della medicina legale, causa un «malore attivo» fu preda, secondo questa ricostruzione, di un'«improvvisa alterazione del centro di equilibrio», che innescando «movimenti scoordinati» lo proiettò letteralmente fuori dalla finestra. Un fenomeno senza precedenti, mai più verificatosi in nessun altro luogo e in nessun altro Paese. Ma solo quella notte, a quell'ora, in quell'ufficio della questura di Milano, vittima un ferroviere anarchico.
Una ricostruzione palesemente inventata al solo scopo di non portare a processo i poliziotti e i carabinieri responsabili, tra loro il commissario Luigi Calabresi, come testimoniò Pasquale Valitutti, un altro anarchico, che lo vide entrare e non uscire da quell'ufficio prima del "volo" di Pinelli. Un atto di vergognosa sottomissione della giustizia.
Da allora sono state formulate diverse ipotesi sulla fine dell'anarchico. Alcune decisamente fantasiose. Una, in particolare, tra le ultime, ha lasciato tutti esterrefatti. A esternarla non uno qualsiasi, ma addirittura un ex commissario di polizia, Giordano Fainelli, ora in pensione, presente quella notte in questura. In un'intervista rilasciata all'agenzia giornalistica Il Velino, nel luglio 2006, raccontò che «Pinelli era stato lasciato completamente solo» e che «intorno a mezzanotte» gli «venne incontro il collega Mainardi concitatissimo» che gli disse: «E' scappato Pinelli, non si trova più». Ma la fuga si era conclusa tragicamente: l'anarchico, attaccatosi, per scappare, alla ringhiera di una porta-finestra (secondo Fainelli del terzo piano, mentre Pinelli precipitò dal quarto) era scivolato schiantandosi nel cortile sottostante. Il motivo di questo maldestro tentativo il fatto che non potesse «più negare il suo coinvolgimento» nei precedenti attentati in agosto.
Incredibile che a raccontare una frottola di questa portata sia stato un funzionario di polizia, che non solo ha fatto finta di non sapere che per quegli attentati di agosto furono poi condannati con prove inoppugnabili i fascisti di Ordine nuovo, ma che in tutti questi anni ben si è guardato di riferire il suo racconto a un magistrato.
Uno squarcio di verità, passato sotto silenzio, c'è stato consegnato, invece, da un'altra inchiesta, questa sì incredibilmente dimenticata. Ci riferiamo a un interrogatorio accluso agli atti dal giudice veneziano Carlo Mastelloni nel corso della sua indagine riguardante l'aereo militare C-47 Dakota, in sigla Argo 16, a disposizione dei servizi segreti italiani, caduto il 23 novembre 1973 a Marghera, in cui persero la vita quattro membri dell'equipaggio. Si ipotizzò il sabotaggio da parte del Mossad israeliano come atto di ritorsione per la politica filo araba italiana. Lo stesso velivolo, alcune settimane prima, era stato, infatti, utilizzato per riportare in Medio Oriente cinque palestinesi fermati a Ostia mentre preparavano un attentato contro un aereo della compagnia di bandiera El Al.
Ebbene, in una lunga deposizione dell'ex maresciallo Giuseppe Mango, dal 1965 presso la direzione centrale del ministero dell'Interno, rilasciata il 19 aprile 1997 e riguardante il funzionamento dell'Ufficio affari riservati, si parlò anche della morte di Giuseppe Pinelli.
Antonino Allegra, il dirigente dell'Ufficio politico della questura di Milano «fu convocato a Roma da D'Amato», il direttore della Divisione affari riservati, «ed entrambi si recarono da Vicari», l'allora capo della polizia, così disse Giuseppe Mango.
«Allegra sosteneva che Pinelli si era appoggiato di spalle alla finestra e che improvvisamente si era buttato giù». Una ricostruzione nuova, mai avanzata in precedenza, in palese contrasto con le deposizione di tutti coloro che si trovavano in quell'ufficio, accompagnata da un ulteriore elemento chiarificatore. «Dal D'Amato medesimo seppi che al Pinelli era stata contestata una falsa confessione di Valpreda, notizia improvvisamente portata da qualcuno, credo dal capitano dei carabinieri il quale aveva fatto irruzione nella stanza piena di personale della questura».
Evidente la concatenazione dei due eventi. Pinelli di spalle alla finestra era stato violentemente aggredito da chi, attraverso una dichiarazione inventata ad arte, gli contestava la colpevolezza degli anarchici. Una pressione anche fisica. Da qui la caduta nel vuoto. Ma anche la spiegazione dell'assenza sulle sue mani e sulle sue braccia di abrasioni. In quella posizione era caduto all'indietro, a corpo morto. Non aveva neanche potuto tentare di aggrapparsi alle sporgenze del muro. Aveva picchiato sul cornicione sottostante ed era poi finito nel cortile.
Forse le cose andarono proprio così. Con buona pace di D'Ambrosio.

Saverio Ferrari 
16/12/2011
www.liberazione.it

Con la complicità di Cisl, Uil, Ugl prima di tutto. Quella dei molti cantori della Fiat, presenti trasversalmente nello schieramento politico, ed in non piccola parte, purtroppo, nello stesso Partito Democratico.


In Fiat siamo allo squadrismo antisindacale

«Il diktat di Marchionne, che Cisl e Uil hanno firmato, contiene una clausola inaudita, che nemmeno negli anni dei reparti-confino di Valletta era stata mai immaginata: la cancellazione dei sindacati che non firmano l'accordo, l'impossibilità che abbiano una rappresentanza aziendale, la loro abrogazione di fatto. Questo incredibile annientamento di un diritto costituzionale inalienabile non sta provocando l'insurrezione morale che dovrebbe essere ovvia tra tutti i cittadini che si dicono democratici. Eppure si tratta dell'equivalente funzionale, seppure in forma post-moderna e soft (soft?), dello squadrismo contro le sedi sindacali, con cui il fascismo distrusse il diritto dei lavoratori a organizzarsi liberamente».
Cominciava così l'appello promosso ormai quasi un anno fa da Micromega dopo la firma del diktat di Marchionne a Mirafiori. Le poche righe di quell'appello vanno ricordate per due motivi. Il primo sta nella nettezza del giudizio espresso: la cancellazione dei sindacati che non firmano è l'equivalente funzionale dello squadrismo fascista contro le sedi sindacali. Il secondo sta nel richiamo alla "insurrezione morale" che a fronte di questo fatto dovrebbe essere espressa da tutti i cittadini democratici, come invece purtroppo non avviene.
Quell'appello è straordinariamente attuale oggi, più di un anno fa. La necessità di quell'"insurrezione morale" va richiamata a tutti noi come un vaccino contro ogni adattamento, persino quell'adattamento inconsapevole e quasi naturale che deriva dal fatto che eventi a lungo incubati non suscitano più lo scandalo del primo sguardo.
Il 13 dicembre 2011 si è consumata una svolta epocale per quel che riguarda i rapporti di lavoro, il modello sociale, la democrazia. Che svolta è, anche se da tempo annunciata. Nel più grande gruppo industriale di questo paese le lavoratrici e i lavoratori non potranno più eleggere i loro rappresentanti, che saranno invece nominati. Nel più grande gruppo industriale di questo paese l'organizzazione sindacale con il maggior numero di consensi ed il maggior numero di iscritti non avrà più diritto di rappresentare le lavoratrici e i lavoratori, indire assemblee, avere a disposizione locali e permessi per l'esercizio di queste funzioni, né ricevere i contributi dei propri iscritti. Questo perché si è rifiutata di firmare un accordo che distrugge il contratto collettivo nazionale e viola diritti inalienabili delle lavoratrici e dei lavoratori, a partire dal diritto di sciopero e dalle garanzie di retribuzione in caso di malattia. 
Si è rifiutata di firmare un accordo che peggiora in maniera micidiale le condizioni di lavoro, con il comando totale dell'azienda sui tempi di lavoro e di vita, dagli straordinari che possono arrivare fino a 200 ore annue ai 18 turni, dal taglio delle pause alla mensa a fine turno. Tutto questo avviene mentre quel grande gruppo industriale, dopo aver promesso 20 miliardi di investimenti, continua a dismettere parti rilevanti del proprio apparato produttivo, colloca il proprio baricentro sempre più oltreoceano, e inaugura la nuova Panda a Pomigliano, avendo finora riassunto 594 dipendenti sui 5000 precedenti, tutti ovviamente ben selezionati, senza nessun impegno reale sull'occupazione complessiva. In quel grande gruppo industriale, infine, mentre si è imposto alle lavoratrici e ai lavoratori di votare con il ricatto della perdita del posto di lavoro a Pomigliano, a Mirafiori, alla Bertone, gli oltre 80.000 lavoratori e lavoratrici non avranno possibilità alcuna di pronunciarsi con un referendum. Forse voteranno le Rsu come ultimo atto prima del loro scioglimento.
Sono cose che sappiamo ma che vanno ricordate. Perché non esiste politica che non parta dall'indignazione.
A questo esito prodotto dalla lunga offensiva di Marchionne e dall'azione solerte del governo Berlusconi, tanto assente nel richiedere qualsiasi impegno sul terreno industriale quanto presente nello smantellamento dei diritti, hanno contribuito in molti. La complicità di Cisl, Uil, Ugl prima di tutto. Quella dei molti cantori della Fiat, presenti trasversalmente nello schieramento politico, ed in non piccola parte, purtroppo, nello stesso Partito Democratico. Qui ora stiamo. Ad un intreccio micidiale tra le norme approvate - con l'articolo 8 fatto apposta per proteggere la Fiat dal giudizio dei tribunali e per smantellare tanto il contratto nazionale quanto l'intera legislazione a tutela del lavoro - e le pratiche messe in campo dalla Fiat. Un intreccio il cui obiettivo è la distruzione di ogni conquista del movimento dei lavoratori. Né è credibile che il nuovo governo, a cui pure da più parti ci si è appellati, come sempre si fa, rimetta in discussione il quadro che si è determinato. Del resto, non una parola è venuta dai ministri presenti a Pomigliano, mentre all'ordine del giorno, dopo la micidiale finanziaria in approvazione, pare essere il nuovo intervento definitivamente liquidatorio dell'articolo 18.
Qui ora stiamo ed è necessario attrezzarsi. Attrezzarsi ad un'emergenza democratica che è il segno regressivo di questi tempi. I tempi del divorzio tra capitalismo e democrazia, dello stato di eccezione permanente, della complicità della politica delle èlites dominanti al finanzcapitalismo. Ad un'emergenza democratica che riguarda quello che sta avvenendo nei rapporti di lavoro, ma anche vicende apparentemente "minori", come la chiusura a cui saranno forse costrette decine di testate giornalistiche, voci libere indispensabili per una società pluralista.
Costruire l'opposizione è una necessità per impedire la degenerazione che può investire la nostra società. Nessuna mobilitazione in sé sarà risolutiva, ma tutte saranno indispensabili, perche si determini l'accumulo di forze soggettive in grado di rendere credibile un'alternativa. Sostenere la Fiom nelle iniziative che metterà in campo e nel frattempo attrezzarsi al referendum sull'articolo 8, come sull'articolo 19 dello Statuto dei lavoratori usato per negare il principio di libertà sindacale sancito in Costituzione, sono strade che vanno da subito rilanciate, a prescindere dai tempi in cui sarà possibile attivare i concretamente i percorsi referendari. Fare della democrazia e del lavoro il centro di un'iniziativa in grado di ricostruire percorsi unitari a sinistra è decisivo. Intanto sarà bene appuntarsi sui cappotti quella spilla «Voglio la Fiom in Fiat», che dovremmo far diventare quello che sono state le bandiere della pace appese alle finestre. Il segno che diritti e libertà nel lavoro riguardano tutti, e che vogliamo riprenderceli.

Roberta Fantozzi
16/12/2011
www.liberazione.it

15 dicembre 2011

Dopo il tentativo, riuscito, del precedente Governo di smantellare un sistema pubblico e universalistico per sostituirlo con un modello residuale e caritatevole, oggi il Governo Monti prova a completare l’opera introducendo un sistema di welfare di stampo familistico. Chiesa, Udc, Cisl e tanti altri ringraziano.

Nella Manovra la revisione dell'ISEE. A rischio milioni di prestazioni sociali.


Nella manovra ‘Salva-Italia’ è presente una preoccupante misura di cui nessuno parla, ma che potrebbe avere un impatto pesante sul versante sociale: la revisione dell’ISEE (Indicatore della Situazione Economica Equivalente), che dovrebbe avvenire entro il 31 maggio 2012 per entrare in vigore a partire dal 2013. L’ISEE, per chi non lo sapesse, è la dichiarazione richiesta per accedere a prestazioni sociali agevolate.

La misura è presente nell’articolo 5 della manovra e ridisegna in poche righe le modalità di determinazione e i campi di applicazione dell’ISEE introducendo novità importanti in un settore delicato che intreccia fisco ed assistenza. Tra gli elementi da considerare per determinare il nuovo indicatore, oltre che un maggior peso del patrimonio di ciascun componente del nucleo, vengono inclusi la percezione di somme anche se esenti da imposizione fiscale e i pesi dei carichi familiari, in particolare dei figli successivi al secondo. Questo significa che saranno calcolate, anche se esenti da Irpef, tutte le provvidenze assistenziali agli invalidi civili, ai ciechi e ai sordi, alcune borse di studio, l’assegno sociale. Inoltre, vengono riconosciute come beneficiarie ‘privilegiate’, attraverso l’abbassamento della soglia ISEE, le famiglie numerose con più di due figli senza calcolare altri gradi di parentela. Insomma, una politica miope che non tiene conto dei reali problemi che vivono le famiglie, ma che riconosce solo l’idea della famiglia “tipo” marito-moglie-figli.

Per quanto riguarda i campi di applicazione, l’articolo 5 prevede espressamente che l’ISEE deve essere applicato per le agevolazioni fiscali (es. carichi di famiglia, spese di assistenza, ecc.), le agevolazioni tariffarie (elettricità, gas, asporto rifiuti ...) e, novità assoluta, le provvidenze di natura assistenziale (es. pensione e indennità per gli invalidi civili, assegni e pensioni sociali ecc.). Attualmente l’ISEE è applicato per un numero limitato di servizi e benefici, altri ne sono esclusi come anche lo è l’accesso a prestazioni monetarie come pensioni e assegni per gli invalidi, per cui si fa riferimento al reddito personale o al massimo a quello del coniuge. Dunque, è prevedibile che dal primo gennaio 2013 molte agevolazioni e provvidenze, come l’indennità di accompagnamento, non siano più riconosciute a quelle persone che superano la soglia, da individuare attraverso uno specifico decreto, del nuovo ISEE. C’è da segnalare che nel testo si raccomanda la differenziazione dell’indicatore per le diverse tipologie di prestazioni, ma questo non riduce la gravità e il potenziale danno che il provvedimento contiene, soprattutto se viene precisato che dall’attuazione del nuovo articolo “non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”, ma anzi, nella parte finale dell’articolo si prevedono espressamente dei risparmi rispetto ad oggi. Risparmi destinati all'attuazione di politiche sociali e assistenziali, senza specificare neanche un preciso rifinanziamento del Fondo per le Politiche Sociali, ridotto all’osso dal precedente Governo (69 milioni per il 2012 e 44 per il 2013) o del Fondo Non Autosufficienza, addirittura azzerato.

Dopo il tentativo, riuscito, del precedente Governo di smantellare un sistema pubblico e universalistico per sostituirlo con un modello residuale e caritatevole, oggi il Governo Monti prova a completare l’opera introducendo un sistema di welfare di stampo familistico. Chiesa, Udc, Cisl e tanti altri ringraziano.

Antonio Ferraro
15/12/2011
www.controlacrisi.org

Saldatura pericolosa fra il razzismo istituzionale e quello popolare, grazie all’opera ‘pedagogica’ svolta dalla Lega Nord nonché da governanti e amministratori, con l’attiva complicità di buona parte dei media e la connivenza, esplicita o implicita, di alcune élite

Il ventre razzista dell'Italia
In pochi giorni il ventre razzista dell’Italia ha partorito un pogrom contro una collettività rom e una strage di cittadini senegalesi compiuta con modalità da Ku Klux Klan. Il primo episodio è accaduto in un quartiere popolare per antonomasia, Le Vallette di Torino, il secondo fra la periferia e il centro di Firenze, città reputata tollerante, democratica, civile per eccellenza. Il pogrom torinese ha avuto come vittime i capri espiatori di sempre, quelli che –dicono sondaggi e inchieste- occupano il primo posto nella scala dell’antipatia, del disprezzo e della xenofobia. All’opposto, la strage di Firenze ha colpito coloro che, fra i migranti, sono i più ‘integrati’, accettati, se non benvoluti.

In entrambi i casi, l’informazione si è comportata secondo quella coazione a ripetere che è uno dei tratti peculiari del circolo vizioso del razzismo all’italiana. Infatti, perfino quotidiani ‘progressisti’ come La Repubblica sulle prime hanno dato credito alla falsa accusa di stupro contro i rom, architettata da una giovane ‘peccatrice’ dal cervello infarcito di stereotipi razzisti (“puzzavano”, “uno aveva una cicatrice sul viso”…). E finanche di fronte a una violenza omicida così palesemente razzista come quella fiorentina, un altro quotidiano, La Nazione, non ha saputo resistere alla tentazione di parlare di “regolamento di conti”. Del resto, è quel che fece nel 2008 La Repubblica nel primo pezzo sulla strage di camorra di sei lavoratori subsahariani, compiuta nel 2008 a Castelvolturno: il titolo parlava di “scontro a fuoco” e di “agguato contro il clan degli immigrati”.

In quel settembre del 2008 solo una minoranza d’italiani –i soliti antirazzisti: intellettuali, attivisti, organi d’informazione di nicchia- si allarmò per un’escalation di violenza razzista che in quattro giorni aveva fatto ben sette vittime, da un capo all’altro della Penisola: oltre alla strage di Castelvolturno, l’assassinio, a Milano, di Abdul Guiebre, diciannovenne italiano con genitori del Burkina Faso.

Oggi la storia si ripete: i pogrom contro i rom –tali in senso proprio, benché per ora incruenti- avvengono con le stesse modalità al Sud come al Nord d’Italia, spesso in quartieri un tempo ‘rossi’ e operai, spesso ispirati anche da assai concreti interessi economici. Alle Vallette la miccia simbolica che ha appiccato il rogo reale dell’insediamento rom è stata un’accusa da manuale del buon razzista antigitano. Ancor più classica la leggenda che in un altro quartiere popolare, Ponticelli, a Napoli, sempre nel 2008, servì da detonatore dell’attacco razzista che costrinse alla fuga tutti i rom della zona: la figlia di un camorrista aveva accusato una sedicenne rom di aver tentato di rapirle il bebè. La povera ragazza fu poi condannata a una pena severa da giudici forse anch’essi educati da genitori che li minacciavano: ‘non fare il cattivo se no ti rapiscono gli zingari!’. In entrambi i casi il pogrom si svolge secondo un tipico copione che vede protagonista una folla inferocita composta anche da famigliole: donne e bambini compresi, riferiscono le cronache.

Più ‘anomala’ è la strage fiorentina, almeno rispetto al contesto italiano. Ed è essa a segnare una svolta minacciosa nel ventennio abbondante di crimini razzisti che inizia almeno nel 1989, con l’omicidio di Jerry A. Masslo. E non solo perché compiuta da un killer, Gianluca Casseri, apertamente razzista, nazista, negazionista, iscritto o comunque frequentatore abituale di Casa Pound, ovvero dei “fascisti del terzo millennio”, troppe volte protetti e legittimati a destra, ovviamente, ma perfino a sinistra. Quel che rende ancor più allarmante questo massacro è che sia stato compiuto non in un contesto marginale, degradato e/o conflittuale, ma nel cuore di Firenze e con freddezza e determinazione. Inoltre, fra l’agguato mortale in piazza Dalmazia e il nuovo tentativo di strage in San Lorenzo passano più di due ore: è solo dopo che “gli investigatori si mettono alla caccia dell’assassino”, per dirla alla maniera dei giornali. Qualcosa di simile è accaduta alle Vallette: le forze dell’ordine sono arrivate solo a corteo e pogrom compiuti. Sarebbe accaduta la stessa cosa se un “extracomunitario”, come dicono loro, si fosse scatenato nella caccia ai bianchi, armato di una 357 magnum? O se degli “zingari” si fossero messi in marcia per incendiare un quartiere ‘bene’ di Torino?

Oggi si cerca di far passare Casseri per un pazzo isolato, quando invece non si contano i siti e i giornali on line dei quali era collaboratore abituale, in compagnia di pezzi grossi del ‘pensiero’ di estrema destra. Fra questi, Gianfranco de Turris, ben noto non tanto quale ‘studioso’ dell’opera di Julius Evola ma piuttosto come caporedattore per la cultura del Giornale radio RAI. Non v’è impresa ‘culturale’ compiuta dallo stragista suicida (o suicidato?) che non lo veda in sua compagnia. I due, Casseri e de Turris, sono fianco a fianco nel Centro Studi La Runa (che ora, con scarso senso di rispetto per il defunto, ne ha cassato gli articoli). Si scambiano i ruoli di relatore e moderatore in numerosi convegni e incontri di studio (si veda, prima che lo cancellino: HYPERLINK "http://ko-kr.facebook.com/note.php?note_id=335652373875" http://ko-kr.facebook.com/note.php?note_id=335652373875). E l’uno, de Turris, scrive prefazioni o presentazioni alle opere dell’altro.

Un pazzo isolato? Ci spieghino allora come mai un giornalista RAI frequentasse un simile folle e la RAI spieghi ai cittadini italiani perché abbia (o abbia avuto per tanti anni) come redattore uno che, oltre a recensire e divulgare robaccia neonazista, aveva frequentazioni così pericolose. Fra l’altro, Casseri era attivo collaboratore del sito Stormfront, avatar del Ku Klux Klan: dunque, non è in senso metaforico che rimarchiamo le modalità da incappucciati della strage fiorentina.

Infine: da molti anni chi scrive cerca di mettere in guardia dalla saldatura pericolosa che in Italia si è realizzata fra il razzismo istituzionale e quello popolare, grazie all’opera ‘pedagogica’ svolta dalla Lega Nord nonché da governanti e amministratori di ogni tendenza, con l’attiva complicità di buona parte dei media e la connivenza, esplicita o implicita, di alcune élite. Oggi appare evidente come il cumulo di pacchetti-sicurezza, leggi e norme tesi a discriminare, inferiorizzare, mettere al bando immigrati e rom abbia ottenuto anche il suo secondo scopo: accendere le torce di folle inferocite e armare la mano di killer razzisti. Con l’avanzare della crisi, dell’impoverimento di massa, della disgregazione sociale e del rancore collettivo che diviene razzismo, ne vedremo sempre di più. A meno che il conflitto sociale non imbocchi la strada giusta della lotta contro i poteri finanziari ed economici responsabili di un tale disastro e i loro comitati d’affari insediati nelle istituzioni.

Annamaria Rivera
15/12/2011
www.liberazione.it

Per reggere dobbiamo ripartire dall'opposizione a questo governo, alla logica e ai principi che lo ispirano, ai mandati che deve eseguire.

No al debito, no a Monti. Il 17 assemblea a Roma

Dobbiamo fermarli! Così concludevamo l'appello lanciato nel luglio scorso contro l'Europa delle banche e della speculazione finanziaria, appello che portò all'assemblea di Roma del 1° ottobre. Quando siamo partiti c'era ancora il governo Berlusconi e la politica economica dettata dalla finanza internazionale si era scatenata soprattutto sulla Grecia. Pensavamo che sarebbe arrivata da noi, visto che l'Ue di oggi ne è una pura esecutrice, tuttavia non potevamo prevedere che tutto sarebbe precipitato così in fretta. Invece l'attacco speculativo al debito pubblico italiano e a quello di tutti i principali paesi dell'Ue, e il contemporaneo totale fallimento del governo Berlusconi, hanno portato a far sì che il governo unico delle banche divenisse il concreto governo della Repubblica italiana. Ora che la lettera della Bce è diventata formalmente programma di governo, ciò che sembrava largamente diffuso nell'opinione pubblica e soprattutto nella grande informazione, non lo è più. Come in Fiat la brutalità di Marchionne ha cancellato il contratto nazionale e ha costruito il consenso alla schiavitù del lavoro rispetto alla globalizzazione, così il governo Monti costruisce il consenso alla schiavitù del paese rispetto al diktat della speculazione sul debito. Eppure basterebbero poche cifre, per dare l'idea della brutalità, e anche della follia dell'offensiva che stiamo subendo. La manovra lacrime e sangue del governo porta via dalle nostre tasche sostanzialmente 30 miliardi di euro. Secondo la Cgia di Mestre la somma complessiva delle manovre adottate dal governo Berlusconi e da quello Monti, porta via, entro la fine del 2014, 208 miliardi di euro. E' una cifra enorme, in gran parte, almeno al 90%, pagata dai lavoratori, dai pensionati, dai poveri. Eppure non basterà. Con i tassi di interesse attuali sui buoni del tesoro l'Italia dovrà pagare dagli 80 ai 90 miliardi all'anno solo per gli interessi sul debito. Quindi nello stesso periodo di tempo ci vorranno dai 250 ai 300 miliardi solo per pagare gli interessi sul debito, senza intaccarlo minimamente nella sua dimensione complessiva. Queste aride cifre ci dicono che le manovre non basteranno, che si dovrà tagliare ancora e che tutto questo provocherà ulteriori disastri all'economia. E' la medicina greca, adottata da tutti i governi dell'Europa, cambiando solo le dosi a seconda del Paese a cui viene applicata. Oggi pare che in Grecia l'Ue chieda il licenziamento di 150mila dipendenti statali, fatte le proporzioni sarebbe quasi un milione da noi. Si fanno le manovre, si scopre che non bastano perché l'economia si deprime ancora di più e quindi si torna a farne delle altre, mentre il debito resta sempre lì a imporci la sua schiavitù. E' un meccanismo di semplice usura, quello a cui i governi europei sotto il dettato della finanza internazionale e delle banche stanno sottoponendo i loro cittadini. Il governo Monti è espressione di questa politica fallimentare. Nello stesso tempo si affossa la democrazia. In Grecia il primo ministro Papandreu è stato sostituito quando voleva fare un referendum sulle misure dettate dall'Europa. In Italia si è fatto il governo Monti, per non andare al voto, perché lo spread non voleva. Qui bisogna essere chiari. La stima personale che abbiamo nei confronti del presidente della Repubblica non cancella il fatto, ormai riconosciuto in Italia e all'estero, che stiamo precipitando verso un modello di governo più monarchico che repubblicano. Nella nostra democrazia costituzionale non sono previsti governi del presidente, governi del sovrano, e il precedente è inquietante. Immaginiamo infatti se al posto di Napolitano ci fossero altre personalità, simili ad altri presidenti che hanno esercitato la loro funzione nella storia della nostra Repubblica. Immaginiamo come potrebbero utilizzare il potere presidenziale che si è così creato. Sì, dobbiamo essere preoccupati profondamente per la crisi della nostra democrazia. E d'altra parte, cosa si sta realizzando in Fiat se non prima di tutto la cancellazione delle libertà fondamentali di sciopero e di rappresentanza per i lavoratori del gruppo? L'economia della globalizzazione, se non viene contrastata distrugge la democrazia, nella fabbrica, nella società, nelle istituzioni. E il governo Monti non ha nemmeno un centesimo di anticorpo culturale per opporsi a questa deriva.

Per reggere dobbiamo ripartire dall'opposizione a questo governo, alla logica e ai principi che lo ispirano, ai mandati che deve eseguire.

Il 17 a Roma ci troviamo proprio per questo. Per costruire un punto di vista alternativo a quello del governo delle banche che domina l'Europa oggi e per essere coerentemente alternativi al governo Monti e a chi lo sostiene. La situazione è troppo grave per limitarci a chiedere il cambiamento a questa o a quella misura. E' la schiavitù del debito che va rovesciata, e con essa, in tutta Europa, i governi che se ne sono fatti interpreti. E' una grande sfida democratica, decisiva per non precipitare nella barbarie, nelle guerre tra i poveri, nei razzismi, che crescono come sempre nella storia europea in tempi di crisi. Bisogna dire basta alle politiche liberiste che ci governano da trent'anni e che ci hanno portato a questa crisi. E' necessaria l'unità tra chi si oppone oggi da sinistra al governo Monti. La situazione è troppo grave perché si possa continuare così e a mobilitarsi in ordine sparso. E' allarme rosso, compagni e compagne, dobbiamo unirci per lottare contro chi ci vuole distruggere e l'assemblea del 17 a Roma vuole mandare questo chiarissimo messaggio.


Giorgio Cremaschi.
15/12/2011
www.liberazione.it