30 novembre 2011

La sinistra, quella di classe e anche quella socialdemocratica, è ininfluente se interna al centrosinistra e subalterna allo stato di cose presenti

Unità della sinistra e autonomia dal centrosinistra
Che a sinistra si pensi di ribaciare il rospo è un bel segno dei tempi. Dà in primo luogo la misura del disastro provocato dal berlusconismo. L’ossessione per l’immoralità e l’indecenza dei comportamenti è tale che la sostanza politica passa in second’ordine. Come se un governo non fosse un’impresa politica, e come se non si potesse essere galantuomini e reazionari, persone competenti fieramente impegnate nell’attacco ai diritti sociali. Ma non solo di Berlusconi si tratta. È questione, più in generale, di cultura politica. Ci si è talmente disabituati a pensare in termini di classe, che non si riesce più a leggere nemmeno un quadro nitido, di per sé inequivocabile. La cifra sociale di questo governo non è meno limpida di quella del precedente, lo è forse di più, se consideriamo il mandato che gli è stato affidato. Il governo Monti nasce per tradurre in realtà le indicazioni contenute nella lettera della Bce: occorre altro?
A scanso di equivoci, è bene tenere presente che Bruxelles non si limita a tuonare contro l’eccesso di deficit e debito, ma indica nel merito il modo di ridurli: gli Stati-azienda debbono finanziarsi privatizzando, licenziando e tagliando il welfare, non possono mica redistribuire ricchezza. Maastricht e Lisbona non sono carta straccia! Del resto, vorrà pur dire qualcosa la martellante invocazione di «scelte impopolari» da parte di leader della maggioranza vecchia e nuova, di industriali e grande stampa. Che cosa s’intenda lo sappiamo bene: dopo 35 anni di sacrifici imposti al lavoro dipendente (in Italia si è cominciato con la svolta dell’Eur nel nome delle compatibilità), la prospettiva è quella di altri sacrifici per il lavoro dipendente, nel nome del risanamento o del rigore o dell’interesse generale.
Non bastasse, c’è un problema costituzionale, grosso come una montagna. Il diktat della Bce rivoluziona la dinamica istituzionale, se è vero che la Costituzione riserva al Parlamento la prerogativa di esprimere maggioranze e governi, e al Presidente della Repubblica affida il compito di interpretare la volontà delle Camere e di favorirne la realizzazione. Se non vogliamo nasconderci dietro un dito, in questo frangente la sequenza è stata rovesciata. Il governo Monti è nato da un’iniziativa del Quirinale, che il Parlamento – sottoposto a una formidabile pressione interna e internazionale – si è limitato ad avallare.
Non siamo noi a dirlo, lo ha ammesso a chiare lettere chi ha parlato di «governo del Presidente» (formula ignota ai Padri costituenti) e di «governo dell’emergenza» (invocando lo stato di necessità o di eccezione).
Detto questo (che non è poco), la sostanza politica sta in una domanda: perché i partiti accettano di buon grado l’esproprio delle loro funzioni? perché consegnano ai «tecnici» il governo del Paese, mentre affermano di condividere il programma del nuovo esecutivo? Si dice: non c’erano le condizioni per un accordo tra Bersani e Alfano (né tra Casini e Di Pietro): Monti sarebbe lo snodo tecnico che permette una grande coalizione altrimenti impossibile. Ma è più verosimile un’altra spiegazione. Si tratta della classica astuzia tattica dei politici. Quando il sollievo per la cacciata di Berlusconi cederà il passo alla rabbia, si potrà spergiurare che il governo sceglie in piena autonomia e mettere in scena qualche scaramuccia parlamentare. Un bel parafulmine della collera popolare, già messa nel conto.
Il fatto è che questa operazione non sarà per tutti a costo zero. Probabilmente per il Terzo polo e il Pdl si rivelerà un buon affare. L’elettorato di Fini e Casini gradirà privatizzazioni e «riforme» in stile gelminian-sacconiano. E la destra, a suo tempo, trarrà vantaggio dal denunciare le forzature quirinalizie. Il centrosinistra invece, a cominciare dal Pd, difficilmente ci guadagnerà. Gran parte della sua gente pagherà care le ricette di Monti. Il lavoro dipendente sarà tartassato; gli operai faranno i conti col modello Marchionne, ammirato dal premier; e i giovani, che tutti a parole intendono proteggere, seguiteranno a pascolare nella precarietà. Con ogni probabilità le «scelte impopolari» del nuovo governo apriranno una grossa falla nei consensi del centrosinistra.
Ma se questo è vero, un nuovo scenario si apre anche per il nostro partito, per la Federazione e per l’intera sinistra. Alla domanda di reddito, di lavoro e di beni comuni questo governo e i partiti che lo sostengono non potrebbero dare risposta nemmeno se volessero. Dare visibilità e forza a tali rivendicazioni è compito dei comunisti e della sinistra di alternativa. Per far questo, due condizioni appaiono tuttavia ineludibili: l’unità della sinistra e la sua autonomia dal centrosinistra. Frammentata, la sinistra è ininfluente; interna al centrosinistra, sarebbe subalterna. I gruppi dirigenti ci riflettano e dimostrino di sapersi muovere con intelligenza e generosità. La nostra gente se lo aspetta, anzi, lo esige.

Alberto Burgio
29/11/2011
editoriale
www.liberazione.it

26 novembre 2011

E se invece di mandare i poliziotti a massacrare studenti e operai li mandassimo a proteggere il lavoro degli operai aggrediti dagli sgherri di tanti imprenditori delinquenti e i piccoli commercianti devastati dall'usura?

Malapolizia. Ovvero, quanto, come e perché aver paura di essere protetti

«Non sono contro la polizia, ne ho solo paura».
Alfred Hitchcock

Questo non è un pezzo contro la polizia.

Qualcuno leggendo il termine malapolizia potrebbe storcere il naso. Il prefisso “mala”, che posto prima di una parola la connota negativamente, invertendone il significato, è sempre utilizzato per parlare di sanità che non funziona, di pubblica amministrazione imbarbarita dalla burocrazia, di politica inefficace, di tutto ciò che a livello istituzionale non funziona come dovrebbe.

Difficilmente abbiamo visto il prefisso «mala» davanti alla parola «polizia», per indicare quei tutori dell'ordine che abusano dei propri poteri, abbandonandosi alla brutalità e alla violenza.

Il crescente numero di morti per mano delle Forze di Polizia parla chiaro: esiste un fenomeno di devianza poliziesca, è ormai sotto gli occhi di tutti.

Non esistono dati istituzionali né rilevamenti analitici interni ai vari corpi di polizia, ma tali carenze chiunque può compensarle leggendo le cronache o i pochi e preziosi studi specialistici.

Il numero di brutalità perpetrate da elementi delle Forze dell'Ordine1 e balzati all'onore delle cronache, ci pone di fronte a qualcosa di ben diverso da episodi isolati. Si tratta di un fenomeno in espansione, che pone interrogativi su tutta una serie di temi, come la gestione del disordine pubblico, i rapporti tra polizia giudiziaria ed organi inquirenti (rapporti che la nascente Riforma della Giustizia firmata Alfano vorrebbe riformulare), una mentalità semi-militarista che si traduce in atteggiamenti ampiamente repressivi, la formazione, l'addestramento, le modalità di reclutamento e arruolamento, lo spirito di corpo e non ultimo, il senso di impunità che induce molti pubblici ufficiali ad operare al di sopra della legge.

Con felice neologismo, il giornalista di Liberazione Checchino Antonini, ha coniato il termine malapolizia2 per definire le frange deviate delle Forze dell'Ordine.

Più in particolare, questo termine si associa correntemente ad episodi specifici di violenza che hanno causato la morte di un privato cittadino, in circostanze da appurare o già appurate in sede processuale. Pertanto analizzeremo i singoli casi, dall'omicidio Aldrovandi ai meno noti, e con essi i paradossi giuridici e procedurali che deformano la verità e possono arrivare, per esempio, a trasformare un evidente omicidio in una morte per cause naturali. Parlare di violenza poliziesca richiede un'attenzione particolare, perché significa gettare luce su quelle zone d'ombra - consistenti a dire il vero - che alterano i rapporti tra apparati dello Stato, in particolare tra FF.OO. (v. Polizia Giudiziaria) e Magistratura, nonché tra queste due e la società civile nella sua interezza.

Un campo minato.

Se prendiamo in esame la serie storica compresa tra il 2001 (dopo Carlo Giuliani) e il 2011 i nomi di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Riccardo Rasman, Giuseppe Uva, Aldo Bianzino, Domenico Palumbo, Stefano Brunetti, sono solo i primi di una lunga lista di vittime della brutalità poliziesca, e svelano per primi quei cortocircuiti che si verificano nei rapporti tra due fondamentali apparati dello Stato.

Molti sono gli elementi che lasciano pensare a morti violente: a testimoniarlo sono le foto dei cadaveri massacrati, i referti medici, le consulenze tecniche di parte civile, pile e pile di atti e sopratutto le lacrime dei familiari. Non sempre è così scontato per gli organi inquirenti.

Le indagini e i processi quasi mai partono da uno slancio istituzionale, da una sete di giustizia e di trasparenza, ma dai disperati appelli dei familiari.

Indagini e processi che finiscono con l'appurare verità diverse da quelle evidenti, artefatte e sofisticate da un'infinita gamma di scappatoie legali, cavillose procedure che quasi mai offrono una versione dei fatti almeno soddisfacente: ecco quindi che il corpo martoriato di Marcello Lonzi, morto in una cella nel carcere delle Sughere a Livorno, è stato ridotto così da un “forte infarto”. Un infarto che procura otto costole rotte e due buchi nel cranio.

Ecco che il corpo di Federico Aldrovandi, 18 anni, di Ferrara, brutalmente pestato da quattro poliziotti in seguito ad un fermo per accertamenti giace sull'asfalto pieno di ecchimosi, contusioni ed escoriazioni, mentre intorno gli stessi responsabili di quel martirio ingiustificato ridacchiano e fumano sigarette, già sicuri di farla franca.

«Federico è morto perché drogato!»: questa la versione ufficiale fornita alla stampa, di ciò che accadde la notte del 25 settembre 2005 a Viale Ippodromo, nella placida, tranquilla e borghese città di Ferrara. Queste le parole dell'allora Questore Elio Graziano, provvidenzialmente sbugiardato dalla sentenza di primo grado emessa dal giudice monocratico Francesco Caruso, nel lungo processo che vede coinvolti quattro agenti di Polizia:

[La morte di Federico Aldrovandi fu la] conseguenza della violenta colluttazione con quattro agenti armati di manganelli, decisi ad immobilizzarlo e ad arrestarlo ad ogni costo, per fargli scontare le conseguenze di una precedente fase di conflitto, con reciproci atti di violenza.3

Avremo modo di trattare ampiamente il caso Aldrovandi, forse il primo ad aver squarciato non poche coscienze, grazie all'enorme risonanza ottenuta dal blog aperto dalla madre, Patrizia Moretti. Il primo che incrinò quell'aura di inviolabilità e infallibilità che da sempre aleggia sulle FF.OO., rivelando una inedita inclinazione alla violenza e all'abuso. La morte di Federico e l'infinito corollario di menzogne, depistaggi, querele e controquerele sono paradigmatici dell'atteggiamento che le istituzioni preposte all'ordine pubblico assumono di fronte ad eventi del genere. Una malintesa cautela che sfocia nella deformazione dei fatti, una chiusura corporativa totale e condivisa che nel migliore dei casi degenera nella negazione della verità.

La verità ufficiale viene spacciata per unica possibile, la verità dei fatti può essere completamente ribaltata, anche prima che si sia compiuto un solo atto d'indagine. Elio Graziano docet, ma non solo lui. Anche il sottosegretario Carlo Giovanardi si lanciò in perentorie esternazioni sulla morte di Stefano Cucchi: «Cucchi è morto perché drogato», salvo poi aggiustare il tiro successivamente con tanto di scuse alla famiglia.4

Il passato da tossicodipendente di Stefano Cucchi ha giocato un ruolo determinante nella sua tragica morte, ed anche nei suoi rapporti con l'autorità giudiziaria, ma il punto è un altro. Stefano è stato massacrato di botte nella sua cella di detenzione a Piazzale Clodio, e forse anche subito dopo l'arresto. Ricostruire il momento esatto del pestaggio, risalire ai responsabili, accertare che sia realmente avvenuto sono atti soggetti ad una lunga serie di interpretazioni di carattere giuridico, nonostante le foto di ciò che rimaneva del suo corpo parlassero chiaramente, più di mille processi.

In eventi del genere, così complessi, così ambigui, la discrezionalità dei singoli, siano essi alte cariche istituzionali, giudici, avvocati, testimoni, medici o poliziotti si rivela determinante.

La ricerca della verità dipende dall'integrità professionale di un giudice o di un funzionario di polizia poco incline al compromesso;

può dipendere dal cinismo di un difensore, da un PM che decide di archiviare o da un GIP che dia luogo o meno a procedere in un'azione legale; può dipendere dalle capacità di avvocati di parte civile come Fabio Anselmo5 o Raffaele Mascia6 che, Codice alla mano, dimostrano l'infondatezza di teoremi difensivi, sfondano i muri di contiguità (v. caso Aldrovandi) tra inquirenti (PM) ed indagati (pubblici ufficiali) e arrivano a chiamare le cose col loro nome: omicidio, pestaggio, violenza, torture, sevizie, depistaggi. In una parola: menzogne.

Sono i rapporti tra magistratura e polizia giudiziaria a rivelarsi decisivi. Se si arriva al paradosso che ad essere indagati per un reato si ritrovino agenti di polizia o esponenti dell'Arma dei Carabinieri, spetta ai medesimi corpi, come prevede il codice, riferire all'autorità la notizia di reato: [la polizia giudiziaria]non ha l'obbligo di riferire[come stabilisce]l'articolo 347: “acquisita la notizia di reato la polizia giudiziaria senza ritardo riferisce al Pm per iscritto gli elementi essenziali del fatto”7 ma che vuol dire senza ritardo? E quali sono gli elementi essenziali? Chi lo decide?8

L'emergere della reale sostanza dei fatti dipende in modo esclusivo da chi compie i primi atti di indagine, ovvero dalla polizia giudiziaria, che stabilisce quali siano gli elementi prioritari o meno, in una scala di importanza del tutto arbitraria. Nei casi di malapolizia sussiste la certezza che le indagini avvengano nella piena trasparenza ed imparzialità? Ufficialmente sì.

Nei comunicati stampa, nelle occasioni di confronto pubblico tra FF.OO. e media/FF.OO. e società civile, i dirigenti non mettono mai in discussione le procedure volte ad individuare colpevoli e responsabilità.

Anche il GIP armato delle migliori intenzioni può finire col ritrovarsi tra le mani indizi insufficienti a formulare persino il più blando capo d'accusa. Nei casi di malapolizia la prossimità tra autorità giudiziaria e FF.OO. non agevola l'indagine, la rende più difficile, la altera. In quest'ottica se già diventa complicato condurre inchieste degne di questo nome ed avviare un processo, diventa impresa impossibile far comparire tra i capi di imputazione la parola omicidio, pur nelle sue varie declinazioni.

Come sostiene Luigi Manconi9 «per la vicenda Cucchi, sono gravemente insoddisfacenti i reati per i quali è stato chiesto il rinvio a giudizio» .10 Si è in presenza di elementi controversi, dove al magistrato arrivano dei dati profondamente soggetti a distorsione, manipolazione, selezione ad opera delle amministrazioni, che in questa ed altre circostanze mettono in moto meccanismi di autotutela di grande efficacia.

Tuttavia «dovendo valutare il caso nel suo complesso è importante sotto altri punti di vista: la mobilitazione dell'opinione pubblica e l'individuazione di alcuni gruppi di responsabilità».11 Compresa, nel caso Cucchi, la Polizia Penitenziaria.

Sarebbe auspicabile che magistratura e classe politica dismettessero un atteggiamento di subalternità nei confronti delle forze di Polizia e di Sicurezza, poiché quando ad essere coinvolte in indagini sono le FF.OO. «la presunzione di innocenza si trasforma in un pregiudizio così potente, da tutelare la persona indagata ben oltre qualunque principio garantistico».12

Il pubblico ufficiale medio così come il cittadino medio tende a sminuire, a minimizzare fatti di eccezionale gravità, esaltando invece il ruolo determinante che le FF.OO. svolgono quotidianamente nella società.

Il teorema dell'autoassoluzione è molto semplice: la «mela marcia» in polizia può capitare, perché è così in ogni settore della società, ciò però non deve gettare discredito su tutte le forze di Polizia. Un'affermazione del genere non tiene conto di un'aggravante fondamentale: la divisa. Chi la indossa ha più doveri di chi non la indossa. Chi delinque indossando la divisa, deve essere giudicato se non con più severità, almeno alla pari del criminale comune.

L'articolo 3 della Costituzione Italiana parla chiaro: «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana[...]».

Non sempre è così.

DOMANDA DI SICUREZZA E SOCIETA' DEL CONTROLLO

I pochi studiosi che trattano in modo scientifico temi inerenti la deriva autoritaria delle polizie, adottano un approccio quasi esclusivamente sociologico, individuando un nesso tra la crescente domanda di sicurezza da parte della collettività e la natura violenta che sembra manifestarsi in alcuni settori delle FF.OO.

La sicurezza urbana ovvero la garanzia dell'incolumità fisica e patrimoniale di ciascun cittadino è da sempre al centro di accese controversie, sopratutto negli ambienti più sindacalizzati della Polizia di Stato, i quali rimproverano alla politica di cavalcare l'argomento solo occasionalmente e per fini elettorali, senza avere mai pianificato serie strategie di controllo del territorio.

Una politica incapace di valutare le reali problematiche sia della cittadinanza che di quegli operatori di polizia che si trovano ad operare ogni giorno, in condizioni di difficoltà.

Le forze di polizia sono organi preposti all'ordine pubblico, alla tutela della legalità e al contrasto verso quelle forme di destabilizzazione che possano compromettere la pubblica sicurezza13.

La tesi condivisa dalla maggior parte dei teorici contemporanei che si occupano di «sociologia della devianza» - sopratutto quelli di impostazione marxista - è che la gestione dell'ordine pubblico rispecchi i radicali cambiamenti della società moderna, in particolar modo i mutamenti che a partire dagli anni '80 hanno stravolto l'economia e il mondo del lavoro.

L'affermarsi del neoliberismo, ovvero del processo economico di liberalizzazione dei mercati ed esaltazione della proprietà privata - avviato negli anni '80 da Deng Xiaoping14 prima e da Ronald Reagan e Margaret Thatcher in seguito – determina l'espandersi di classi sociali meno avvantaggiate, di fasce di popolazione tagliate fuori dalla corsa al libero mercato, che si ritrovano sprovviste dei mezzi necessari ad un dignitoso margine di sopravvivenza.

La standardizzazione della società in senso neoliberista non tollera le esclusioni che essa stessa produce ed aumenta in modo macroscopico le differenze di classe, di ceto e di reddito.

La ghettizzazione di grandi masse di popolazione inadeguate al nuovo standard cominciò quindi a sollevare nuovi interrogativi inediti in tema di penalità e correzione.

La risposta arrivò sotto forma di un nuovo sistema correzionale basato non più sui capisaldi del welfare come sostegno economico, reinserimento sociale, reintegrazione (anche attraverso strutture correzionali classiche come il carcere o come i luoghi dell'assistenza sociale in genere), ma su un approccio economico al controllo sociale, secondo la logica dei costi-benefici.

In questo contesto, persino il soggetto deviante, che sceglie cioè di delinquere e di vivere ai margini della società opera una scelta di tipo economico:

Il criminale, nel momento in cui agisce, si comporta come un attore del mercato che valuta i costi che è disposto a sopportare in relazione ai benefici che è convinto di poter trarre. In questo senso, la funzione di deterrenza non può che consistere nell'incrementare i costi per il criminale, e cioè in un progressivo innalzamento del livello di punitività. L'applicazione di questo approccio economico non riguarda solo l'efficacia delle strategie di controllo, bensì anche l'economicità delle strategie volte a una gestione razionale del sistema penale;[...]non ci saranno più valutazioni sulla riuscita dei programmi, ma bilancio dei costi sostenuti a fronte dei livelli di sicurezza ottenuti.15

Parallelamente alle dinamiche di esclusione sociale derivate dall'emarginazione economica, si sviluppa un nuovo assetto del sistema punitivo, anch'esso governato dalle regole dell'economia.

È economicamente svantaggioso per la società del controllo, correggere il singolo individuo e rimodularlo su parametri socialmente accettabili, come avveniva negli anni '60 e '70: si preferisce agire direttamente sui grandi numeri con politiche penali, punitive e correzionali di tipo pervasivo, che investono cioè in maniera indifferenziata la società nel suo insieme, con un “occhio di riguardo” verso le aree di marginalità sociale: microcriminali, disoccupati, tossicodipendenti, migranti ed esclusi in genere, di ogni sesso e categoria. Questo nuovo indirizzo delle politiche sicuritarie finisce col tradursi in repressione di tutto ciò agli occhi del mondo stabilizzato, e secondo la discrezionalità dei singoli operatori di Pubblica Sicurezza (e dei vari attori delle politiche sociali), possa produrre disordine, destabilizzazione, devianza rispetto all'ordine costituito:

[...]il controllo diviene in un certo senso fine a se stesso, autoreferenziale: perde ogni caratterizzazione disciplinare, cessa cioè di essere uno strumento di trasformazione dei soggetti. Dall'altra si produce uno spostamento del controllo: quest'ultimo fuoriesce dal carcere come luogo specifico, disperdendosi nell'ambiente urbano e metropolitano.16

La discrezionalità nel controllo sociale implica pregiudizi che possono sfociare in fenomeni di classismo e razzismo.

Andando al singolo operatore di pubblica sicurezza, egli può optare per metodi di intervento non commisurati all'effetto che smira ad ottenere, con azioni che fanno della violenza e della brutalità le armi possibili.

In altri termini, trasferire la valutazione del potenziale “criminale” dal singolo individuo ad intere fasce sociali, è un approccio quantomeno grossolano e può arrivare a ledere i diritti più elementari; si tende a non distinguere più e a pescare nel mucchio e, aspetto ancor più preoccupante, si tende a ripristinare il vecchio concetto ottocentesco di “classe pericolosa”.

Secondo il legislatore ottocentesco e secondo il diritto pre-liberale (prima dello Stato di diritto), « la classe pericolosa era costituita da quei soggetti che pur senza commettere reati, costituivano un fattore di disordine sociale. Dal sovversivo al mendicante, dall'anarchico al senza fissa dimora».17

Questa è un'impostazione pre-liberale, perché lo stato di diritto – garantista - ha oggi il divieto di sanzionare qualcuno in ragione del proprio stato esistenziale, ed ha facoltà di sanzionare esclusivamente chi commetta atti lesivi di un terzo. Oggi classe pericolosa è il migrante, il barbone, il malato di mente che gira per strada, il cittadino che precipita nella scala sociale, la ragazza madre, il clandestino: persone innocenti viste dall'ordine costituito come minacciose e pertanto possibili vittime dell'arbitrio punitivo.

Prendiamo un pusher di strada nero, disoccupato, frequentatore di bische clandestine, consumatore a sua volta di sostanze stupefacenti; ha abbandonato la moglie e frequenta altri spacciatori, è pericoloso e merita una punizione esemplare. Appartiene sicuramente ad una classe pericolosa; poco importa se, soggettivamente, sia o no pericoloso. Immaginiamo adesso un ricco imprenditore della City di Londra, bianco, frequentatore del Rotary Club locale, che usa e spaccia cocaina nel proprio attico, magari in compagnia della moglie e degli amici del club. Costui non sarà pericoloso[...]appartiene ad una classe non pericolosa; anche qui, poco importa se egli sia o no individualmente pericoloso.18

Nel praticare il controllo, il potere getta via la maschera e rinuncia all'eguaglianza, privilegiando ove possibile dinamiche di discriminazione. Si tratta di un potere che raccoglie ed interpreta la domanda di sicurezza proveniente da ampie fasce della società civile, che percepiscono come minaccia ogni forma di diversità.

È la logica dell'esclusione che crea discriminazione, è il senso del diverso che genera violenza. Il migrante è diverso e va escluso, se non eliminato. I tossicodipendenti, i piccoli delinquenti di quartiere, i nomadi, i poveri, restituiscono un'immagine della società poco rassicurante ed alimentano tensioni sociali, squilibri, distanze incolmabili che possono essere annullate solo applicando una disciplina ferrea e coercitiva.

È innegabile che il controllo si applichi maggiormente su quelle categorie di soggetti considerate a rischio, e ciò vale non solo nell'esercizio della pubblica sicurezza, ma anche in altri ambiti come l'assistenza sociale, la psichiatria, l'immigrazione, le tossicodipendenze: non riabilitazione, ma repressione o come minimo un'errata interpretazione dei bisogni del singolo.

Come si gestisce una tale condizione di disordine pubblico permanente? Come si vive in questa quotidiana fabbrica di paura nei confronti del diverso?

Le FF.OO. si trovano in mezzo ad un fuoco incrociato. La loro presenza capillare sul territorio, con i relativi compiti di tutela della legalità, è la risposta più immediata e visibile alla pressante domanda di sicurezza. Ed è questo il punto più delicato di tutto il problema.

Lungi dal voler affermare che le Forze di Polizia altro non siano che il braccio armato della repressione – sarebbe ridicola un'affermazione del genere - bisogna considerare quale ruolo esse ricoprano in un equilibrio sociale così delicato, potenzialmente esplosivo. Le FF.OO. dovrebbero porsi, in teoria, come agenti di mediazione in situazioni di conflitto sociale; però i fatti che in seguito racconteremo dimostrano che non sempre le istituzioni si rivelano all'altezza di un compito così delicato. Coloro che sono morti nelle mani di poliziotti e carabinieri in seguito a percosse, gravi lesioni, pestaggi, provenivano quasi sempre da classi sociali svantaggiate. Riccardo Rasman era affetto da una grave forma di schizofrenia, ed era in cura presso un centro di igiene mentale a Trieste. Stefano Cucchi spacciava droga ed aveva un passato da tossicodipendente acuto. Stefano Brunetti, oltre ad essere affetto da patologie gravi, aveva precedenti penali per furto e piccolo spaccio, e viveva di espedienti. Giuseppe Turrisi era un clochard della stazione di Milano, ed è morto pestato da due agenti della Polizia Ferroviaria.

In questi casi, come in tutti i casi simili, i poliziotti colpevoli di tali crimini - processati o in procinto di esserlo, condannati o meno - non hanno agito da mediatori nello scontro ideale tra la presunta società alta, poco incline alla tolleranza, e la società bassa; piuttosto hanno funzionato da braccio violento della legge contro ciò che rappresentava una minaccia o un fattore di squilibrio rispetto all'ordine costituito.

I risultati? Un tossico in meno, un malato di mente in meno, un barbone in meno, passi avanti nel ripristino dell'ordine sociale.

Ecco quindi che le dinamiche di esclusione/inclusione degenerano in episodi di eccezionale violenza e gravità, quando a mediarle si trovano soggetti che indossano la divisa senza un'adeguata preparazione, senza cultura né morale interiore, senza addestramento e, va detto, mentalmente instabili.

La disfunzione però va ricercata all'origine: non dovrebbe essere compito delle forze di polizia fungere di volta in volta da assistenti sociali, infermieri, sociologi o mediatori culturali, nonostante la routine lavorativa quotidiana richieda, a seconda dei casi, di ricoprire uno di questi ruoli, se non tutti.

Un altra problematica è l'insicurezza percepita, che a volte sfibra nella paranoia vera e propria, quella metropolitana, da film noir, che fa vedere rischi e pericoli ovunque e che genera esigenze sicuritarie non rispondenti ad un reale senso di minaccia, quanto ad una diffusa ed inarrestabile paranoia collettiva:

[La domanda di sicurezza] non si limita a segnalare un atto o un comportamento effettivamente delittuoso, ma esprime una richiesta di rassicurazione e talvolta una sollecitazione ad un'azione di polizia orientata all'instaurazione dell'ordine sociale auspicato dal richiedente[...]La richiesta di certi cittadini è a volte esplicitamente una richiesta repressiva esagerata rispetto a comportamenti che certo possono dare fastidio, ma non sono neanche reati; l'intervento di polizia che si auspica è quello che si traduce in arresto e se non ci sono gli estremi si arriva a pretendere che si inventino.19


Questo clima di «paranoia metropolitana interclassista», produce anche frutti avvelenati come la partecipazione diretta del cittadino, che spesso vuole contribuire in prima persona al sistema del controllo e, in casi estremi, al sistema punitivo. È quella partecipazione diretta del cittadino auspicata dai settori più democratizzati della polizia, ma che spesso deprava in giustizia fai-da-te. Un esempio su tutti, il business della sicurezza privata che si trova spesso a sovrapporsi alla sicurezza istituzionale, con risultati spesso disastrosi. O le fallimentari ronde padane; o ancora, le varie strategie di controllo che coinvolgono gli abitanti di un quartiere nell'attività di sorveglianza delle strade, dei vicini, dei giardini pubblici e quant'altro, sul modello anglosassone del neighborhood watch.

Foucault afferma che « l'azione della polizia è quel gesto oscuro e sovrano attraverso il quale una società designa un individuo come indesiderabile o straniero».20

Si è detto della presenza capillare sul territorio, della capacità quindi di intervenire in maniera più o meno tempestiva in situazioni di urgenza, ovunque sul territorio. Garantire un tale livello di sicurezza corrisponde sempre più ad una militarizzazione delle nostre strade, arrivando ad «una produzione mostruosa e aberrante di dipositivi di sicurezza, che in realtà rende tutti sempre meno sicuri e meno liberi»21.

Una fabbrica di paura che si ripercuote sulla collettività creando miti negativi e alienazioni urbane, diffidenza, sospetto, un'insicurezza percepita che magari non corrisponde all'insicurezza reale. Ecco come si concretizza l'apparato del controllo, risposta fittizia a psicosi fittizie, pretesto per blindare strade e quartieri e per alimentare un clima di instabilità sociale che può sfociare in episodi di violenza.

Un'ultima e doverosa aggiunta: in dinamiche di questo genere, un ruolo determinante lo giocò, fino agli anni '90, anche la famigerata «Legge Reale,: disposizioni in materia di ordine pubblico». Varata nel 1975 e abrogata agli inizi degli anni '90, la legge Reale (dal nome del Ministro che la progettò, il repubblicano Oronzo Reale) accrebbe notevolmente i poteri e le immunità per gli uomini delle forze di polizia. Fu un provvedimento d'emergenza, conseguenza della condizione di scontro permanente che caratterizzò quegli anni. La legge Reale fece molto discutere, perché di fatto estendeva all'infinito i poteri degli operatori di pubblica sicurezza, sopratutto sull'uso delle armi e della forza, e ne sanciva di fatto l'impunità.

Luca Rossi, nella sua ricerca «625 - Libro bianco sulla Legge Reale», ci fornisce una preziosa statistica sui tragici effetti di questa norma illiberale. Dal 1974 al 1989 si contano 254 morti e 371 feriti per mano delle forze dell'ordine.

Morti e feriti rimasti senza giustizia, consegnati all'oblio della storia, vittime quasi sempre di «proiettili partiti accidentalmente» o non meglio specificati motivi di ordine pubblico. Citiamo tre casi, non meno eclatanti dei rimanenti 632.


Caso n.206, 07-01-81, Roma: Laura Rendina, 28 anni... La ragazza si era fermata in auto con altri parenti vicino all'abitazione della famiglia Moro e di altri politici, quando sente battere ai finestrini e si trova puntata una pistola. Presa dal panico riparte, ma viene raggiunta da colpi sparati all'impazzata. Forze dell'ordine: Digos. Fonte: Paese Sera.

Caso n.233, 26-07-81, S. Benedetto del Tronto (AP): Ennio Illuminati, 35 anni. Viene ucciso da tre colpi di pistola sparati da un agente della Digos. In compagnia della sua fidanzata, non si era fermato al posto di blocco istituito da agenti in borghese e, temendo di essere vittima di maleintenzionati, aveva cercato di fuggire. Forze dell'ordine: Digos. Fonte: Radicali Italiani.

Caso n.622, 27-06-89, Nave (BS): Claudio Ghidini, 19 anni. Un'auto con tre giovani a bordo viene fermata dai carabinieri per un controllo. Un milite intima a Ghedini di salire sulla sua auto: il giovane si rifiuta per aspettare gli amici, ma viene preso a schiaffi e poi ucciso da un colpo di pistola alla testa. Forze dell'ordine: carabinieri. Fonte: Il Giorno.22


Thomas Hobbes, uno dei primi filosofi della modernità, sosteneva che lo Stato deve svolgere una funzione «rassicurante» nel momento stesso in cui, come si è detto, il capitalismo accresce le insicurezze distruggendo i legami sociali, sfaldando la società nel suo insieme.23

Date queste premesse è arrivato il momento di comprendere il ruolo ricoperto dalle forze di polizia, in un gioco delle parti in cui lo Stato genera le stesse disfunzioni sociali che si trova a dover controllare e punire.

La guerra sicuritaria trova il proprio apice nella cosiddetta politica della «Tolleranza zero», maldestra riproduzione in salsa italica, di quella Zero Tolerance adottata dall' ex sindaco di New York Rudolph Giuliani.

Il mito della Tolleranza Zero in Italia però, si è tristemente sgretolato sotto il peso della sua inefficacia ed inapplicabilità sopratutto sul lungo periodo, proprio perché incapace di adattarsi alla società contemporanea, alle sue contraddizioni, alle sue molteplici componenti; ed anche per i costi proibitivi che avrebbe comportato. Una strategia del genere rispondeva anche alle esasperazioni sicuritarie generate dal dopo 11 settembre, laddove il confine tra ordine pubblico e militarizzazione pervasiva del territorio diventò di fatto nullo, per poi tronare ad essere marcato nei giorni nostri.

Pur fallendo su tutta la linea, la tolleranza zero ha lasciato dietro di sé non poche spore velenose, che permangono stabili in un modo di approcciare il lavoro di polizia, fondato sulla mano pesante e sulla violenza; come se i rozzi limiti operativi sanciti dalla Legge Reale si riproponessero oggi sotto forme più sofisticate e subdole, pur non essendostabiliti da alcuna legge.

Uno dei punti fermi della Zero Tolerance di Giuliani era il riconoscimento di poteri discrezionali alla polizia nel procedere ad arresti, fermi e perquisizioni personali. Era il singolo poliziotto a decidere chi fermare e in che modo farlo.

Il grosso problema delle tragiche morti è proprio la discrezionalità dei singoli - poliziotti o pattuglie -

che in seguito a controlli di normale amministrazione, hanno perso il polso della situazione causando la morte violenta del fermato, in modo arbitrario e secondo dinamiche di gruppo o branco del tutto criminali.


Le polizie non sono mai più autoritarie o più democratiche di quanto lo sia la società di cui fanno parte, ma esse sono sempre corpi separati che possono essere influenzati se non egemonizzati da orientamenti autoritari che sono più o meno socialmente condivisi.24


L'atteggiamento repressivo alle FF.OO. è l'unica risposta che lo Stato ha dato a malesseri e problemi sociali di estrema compolessità, che richiederebbero approcci più a misura d'uomo. Quando tutto viene ridotto ad una questione di insicurezza che si suppone scaturita all'aumento della criminalità, le polizie dovrebbero rispondere in maniera adeguata, mentre non sanno fare altro che arrestare. E reprimere.

VIOLENZA E IMPUNITA'

Attraverso i capisaldi del pensiero sociologico in tema di sicurezza e società del controllo, abbiamo provato ad individuare i modi in cui si affermano certi sistemi di punizione e repressione.

Ora è il momento di osservare da vicino la violenza mascherata da ordine pubblico e gli infiniti esempi di come essa rimanga quasi sempre impunita.

L'esempio paradigmatico della violenza in divisa rimane la guerriglia urbana del G8 di Genova, esemplare storico di conflitto politico, momento irripetibile in cui le parti sociali si sono affrontate in uno scontro diretto.

Il G8 di Genova non va inteso come l'inizio di un'era di violenza poliziesca (casomai una recrudescenza), ma come l'occasione in cui le FF.OO. hanno dimostrato la propria vera natura, rispolverando condotte che si credevano superate con la fine degli anni '70; emersero i cortocircuiti interni, le logiche di potere che contrapponevano una polizia ad un'altra, le carenze nella catena di comando, le lacune nell'addestramento e nella formazione, l'ignoranza cronica sul modo di relazionarsi al dissenso e alla protesta. Quei giorni di follia collettiva vanificarono l'intero processo di democratizzazione delle polizie, e sancirono una distanza abissale tra le forze di polizia e ampie fasce della società del dissenso.

Al G8 di Genova un po' tutte le polizie vengono travolte dall'ansia di non restare indietro, di dover mostrare i muscoli per non perdere peso politico o per acquistarne di più[...]durante il G8 di Genova, ognuno per conto suo e anche all'interno di ciascuna polizia, è stato perseguito un disegno che si riassume nell'obiettivo di mostrare i muscoli e giocare sul disordin25.

Sul G8 si è discusso abbondantemente, si è spaccato il capello in quattro su ogni singolo episodio, ma si è persa l'occasione per approfondire un aspetto fondamentale: il senso di impunità, ovvero la certezza di poter commettere abusi senza doverne poi rispondere adeguatamente davanti alla legge.

Sono tante le motivazioni che favoriscono questa condotta, ma la lievità delle pene gioca un ruolo fondamentale. Quando ad andare sotto processo è un intero apparato dello Stato, così come il singolo operatore di polizia, la giustizia segue un corso tutto suo. Per meglio intenderci, bisogna elencare sinteticamente gli esiti processuali sui fatti del Genoa Social Forum 2001.

Al culmine del primo grado del processo più importante, ovvero quello per le violenze di strada consumatesi il 21 luglio 2001, furono assolti tutti i vertici della Polizia.

Solo in appello per Giovanni Luperi, attuale capo del Dipartimento di analisi dell'Aisi (ex Sisde), nel 2001 vice direttore dell'Ucigos, e per Francesco Gratteri, attuale capo dell'Anticrimine, all'epoca dei fatti direttore dello Sco, e Gilberto Calderozzi, oggi capo dello Sco, nessuna condanna: erano quelli che firmarono il verbale di perquisizione alla scuola Diaz.

13 condanne furono emesse solo per gli esecutori materiali della famosa «macelleria messicana»26 nella scuola Diaz: quattro anni (di cui tre condonati) al capo del 7° Nucleo Mobile Vincenzo Canterini, accusato di calunnia, falso ideologico e lesioni. Tre anni ai suoi sottoposti Fabrizio Basili, Ciro Tucci, Carlo Lucaroni, Emiliano Zaccaria, Angelo Cenni, Fabrizio Ledoti e Pietro Stranieri, accusati di lesioni aggravate in concorso. Il vice di Canterini, Michelangelo Fournier, è invece stato condannato a due anni di reclusione. Per la vicenda delle molotov introdotte all'interno della scuola Pietro Troiani è stato condannato a tre anni e Michele Burgio a due anni e 6 mesi. Ambedue erano imputati di calunnia, falso ideologico e violazione della legge sulle armi. Infine Luigi Fazio è stato condannato a un mese di reclusione.

Per quanto riguarda le torture nella Caserma Bolzaneto, su 44 imputati, a causa dei reati prescritti i giudici riescono ad emettere solo 7 condanne «a complessivi dieci anni di reclusione nei confronti di quattro guardie carcerarie responsabili di falso - reato non prescritto - , e di tre poliziotti che avevano rinunciato alla prescrizione. I sette imputati condannati sono: l'assistente capo della Polizia di stato Massimo Luigi Pigozzi (3 anni e 2 mesi), gli agenti di polizia penitenziaria Marcello Mulas e Michele Colucci Sabia (1 anno) e il medico Sonia Sciandra (2 anni e 2 mesi). Pene confermate a 1 anno per gli ispettori della Polizia di Stato Matilde Arecco, Mario Turco e Paolo Ubaldi».27


I restanti 37 imputati dovranno pagare, in teoria, cospicui risarcimenti alle vittime della caserma Bolzaneto ma, beffa delle beffe, non metteranno mai mano al portafogli. Infatti, nel gennaio 2011 il giornalista di Famiglia Cristiana Luciano Scalettari svela l'ennesima scappatoia legale che consentirà ai picchiatori in divisa di farla franca anche dal punto di vista pecuniario. Parliamo delle aggiunte al Decreto legge 187 del 12 novembre 2010, dal titolo «Misure urgenti in materia di sicurezza», al Capo 1, «Misure per gli impianti sportivi».


Ben camuffata, l’aggiuntina. Occorre andare all’articolo “2 bis”, dall’innocuo titolo “Fondo di solidarietà civile”. Che dice: «A favore delle vittime di reati commessi in occasione o a causa di manifestazioni sportive ovvero di manifestazioni di diversa natura, è istituito, presso il Ministero dell’interno, il Fondo di solidarietà civile». L’aggiuntina è nelle parole: «ovvero di manifestazioni di diversa natura». Non sportive, quindi? E allora di quale natura? Il testo non lo dice. Né lo specifica in seguito. Il Decreto legge, dopo aver chiarito che tale Fondo di solidarietà serve a risarcire – nella misura del 30 per cento – «a) le vittime di reati commessi con l’uso della violenza su persone o cose in occasione o a causa di manifestazioni sportive e dei soggetti danneggiati dagli stessi reati», inserisce la seconda magistrale chiosa: «Il Fondo, nell’ambito delle risorse annualmente disponibili, provvede nella misura del 70 per cento, a interventi di solidarietà civile nei confronti delle vittime di azioni delittuose avvenute in occasione o a causa di manifestazioni diverse da quelle di cui alla lettera a), per le quali la vigente normativa non prevede altre provvidenze, comunque denominate, a carico del bilancio dello Stato» e «finalizzato anche alla definizione transattiva di liti concernenti il risarcimento dei danni alla persona e l’eventuale pagamento delle somme disposte dal giudice». Infine, terza e ultima variazione del testo, il Decreto specifica che «All’elargizione delle somme e agli interventi di cui al comma 2 (cioè i risarcimenti per le manifestazioni non sportive, ndr), nonché all’individuazione delle modalità relative all’esercizio del diritto di rivalsa o all’eventuale rinuncia ad esso, provvede il Ministero dell’interno». Ecco fatto. Risolto il problema. Con queste poche frasi è stato ritagliato un abito su misura. Per cosa? Per i risarcimenti legati alle violenze di Genova 2001, in occasione del Forum sociale mondiale.Somme che avrebbero dovuto pagare i colpevoli. E che invece pagheranno in gran parte tutti i cittadini italiani. Insomma, sembra tutto sistemato. Giusto in vista del decennale che fra pochi mesi ricorderà i drammatici giorni di Genova.28


L'insieme delle pene appare inadeguato alla reale gravità dei fatti di Genova. Non c'è - e forse non ci sarà mai - piena aderenza tra le gravi responsabilità dei singoli, dei gruppi e dei vertici e il prezzo che pagheranno. Discorso a parte fu l'episodio culminante di quei giorni di violenza, l'omicidio di Carlo Giuliani.

Il 24 marzo 2011 la Corte Europea dei diritti umani di Strasburgo, la stessa che ha promulgato il Codice Europeo per l'etica di polizia, ha assolto lo Stato italiano dall'accusa di aver procurato la morte di Carlo Giuliani. È solo l'ultimo atto di un'odissea giudiziaria senza fine, anch'essa caratterizzata dall'infinito corollario di indagini approssimative e deboli slanci degli organi inquirenti, che di fronte alle colpe poliziesche arretrano il passo, svelando quello che appare sempre di più una subalternità della magistratura nei confronti delle FF.OO.29

Il caso Giuliani si differenzia dagli altri, perché inserito in un contesto di scontro politico e di piazza, ma non per questo va considerato meno importante degli altri. Non è stato mai chiaro, e forse mai lo sarà, se il carabiniere Mario Placanica avesse agito o meno per legittima difesa di fronte alla presunta aggressione di Giuliani, fatto sta che il carabiniere venne prosciolto dall'accusa di omicidio: la verità processuale stabilisce che si trattò di legittima difesa ed uso legittimo dell'arma di ordinanza.

Dopo le prescrizioni, le assoluzioni e gli avanzamenti di carriera di poliziotti e carabinieri imputati nei processi del G8, l'ultima parola spetta alle sentenze definitive della Corte di Cassazione.

Una è già arrivata l'8 aprile 2011: la Suprema Corte di Cassazione ha reso definitiva la sentenza di Corte d’Appello di Genova (sugli scontri di piazza), ed ha confermato la condanna nei confronti del funzionario di Polizia Alessandro Perugini30 ad un anno di reclusione. I suoi subalterni, e cioè Antonio Del Giacco, Sebastiano Pinzone, Enzo Raschellà e Luca Mantovani, sono stati invece definitivamente condannati ad otto mesi. Per tutti pena sospesa. Dopo dieci anni, per la prima volta diviene irrevocabile una condanna nei confronti delle Forze dell’Ordine.

Tutti i condannati così come quelli per i quali ora dovrà pronunciarsi nuovamente la Cassazione, prescrizione permettendo, hanno comunque fatto carriera in Polizia.

Giovanni de Gennaro, all'epoca del G8 capo della Polizia di Stato è oggi Direttore del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (il servizio segreto civile): era stato condannato ad un anno e quattro mesi per istigazione alla falsa testimonianza.

Gilberto Caldarozzi era il numero due dello Sco, il Servizio Centrale Operativo: prima ne ha assunto la direzione e poi è diventato dirigente superiore “per meriti straordinari” per aver partecipato alla cattura del boss Bernardo Provenzano. Francesco Gratteri, uno dei picchiatori della Diaz, da direttoredello Sco è diventato prima questore di Bari, poi responsabiledella Direzione Anticrimine Centrale (D.A.C.). Giovanni Luperi, anche lui presente alla Diaz, lavora oggi presso il Dipartimento analisi del nuovo servizio segreto civile. Spartaco Mortola, ex capo della Digos genovese, nonostante la condanna in appello a tre anni e quattro mesi, da vice questore vicario a Torino nel 2010 sta per essere promosso questore in una città da definire. Filippo Ferri è oggi capo della Squadra Mobile di Firenze. Fabio Ciccimarra da vice questore aggiunto (già commissario a Napoli) è diventato capo della squadra mobile di Cosenza.

Questi sono solo i nomi degli imputati cosidetti “eccellenti”, ma l'elenco è ancora lungo ed in continuo divenire.

Le violenze di Genova e tutti i casi di “malapolizia” evidenziano un problema ben più articolato delle scelte morali di singoli poliziotti.

Il G8 di Genova è importante, perché ha ufficializzato agli occhi dell'opinione pubblica molti meccanismi interni alle forze di pubblica sicurezza, finora sottaciuti. Ha svelato l'esistenza di un'omertà corporativa, alimentata dalla mentalità militaresca delle FF.OO. e dagli stretti rapporti di queste con gli apparati della giustizia. È emersa con prepotenza la doppia morale della Giustizia, efficiente e altamente punitiva contro chi non indossa la divisa, contro i deboli e i marginali, refrattaria invece, ipergarantista, debole e lenta nei confronti di chi la divisa la indossa.

Di fronte a colpe anche gravi e davanti alla necessità di assegnare le responsabilità, Stato e FF.OO. fanno fronte comune, queste ultime ritenendosi infallibili e al di sopra delle leggi. È stato così per Genova, e negli anni a venire sarà così ogni volta che emergeranno episodi di abusi.

C'è motivo di ritenere che questa situazione difficilmente cambierà, finché non si modificheranno le slabbrature normative che di fatto sanciscono l'enorme autonomia operativa delle FF.OO. Inoltre se un pubblico ufficiale sbaglia, arrivando a commettere un omicidio o ad esserne complice, disporrà di una abbondante serie di attenuanti per il solo fatto di indossare la divisa.

Ecco che l'omicidio non è più omicidio ma può trasformarsi in «eccesso colposo in omicidio colposo».

Ecco che l'assassinio di un tossicodipendente pregiudicato può declinare in blandi processi per lesioni, abuso d'ufficio, falso ideologico ed altro ancora.

Quando sul banco degli imputati sale un pubblico ufficiale, il giustificazionismo dilaga e può arrivare al paradosso massimo, ovvero al ribaltamento dei ruoli da carnefici a vittime, e da vittime a carnefici: il processo per la morte di Federico Aldrovandi ha messo in risalto non tanto il brutale accanimento di quattro poliziotti su un giovane appena maggiorenne, quanto lo stato di alterazione psicofisica di Federico, che aveva assunto delle droghe in seguito ad una serata tra amici e che quella notte, in Viale Ippodromo, si mostrava aggressivo e pericoloso.

Il colpevole morale era Federico, perché drogato, la violenza era stata una reazione giusta e proporzionata ad un suo atteggiamento “istituzionalmente” errato. La negazione della verità sembra affermarsi in maniera sistematica e la maggior parte dei casi lo dimostrano in maniera pressoché scientifica. Il consenso morale, tacito – quasi un tabù - verso la “mano pesante” delle FF.OO. è ampiamente diffuso presso ampie fasce della società civile, ed è trasversale.

La logica del ribaltamento da vittima a colpevole, quella che rende i “morti di Stato” quasi meritevoli di una morte atroce, non è più esclusivo appannaggio di mendaci strategie difensive nelle aule dei tribunali, ma si trasferisce nella coscienza comune, nelle opinioni del cittadino medio che si rivolgerà - per la costruzione delle proprie verità e dei propri saperi - a fonti istituzionali e per questo più credibili. Non presterà orecchio al grido disperato di un familiare che cerca giustizia, ma ascolterà un sottosegretario o un Ministro che difende, al di là di ogni ragionevole dubbio, tutto ciò che ha a che fare con le istituzioni, perché lo Stato è nel giusto, lo Stato non sbaglia, la polizia rischia la vita ogni giorno e in fin dei conti «se quel ragazzo è morto in fondo se l'è cercata».

Le difficoltà del mestiere, lo stipendio esiguo, il rischio di non tornare a casa la sera, il doversi rapportare ogni giorno con la feccia della società sono tutte attenuanti morali che rendono un poliziotto colpevole un po' meno colpevole.

Il risultato è il lento, ma crescente consenso ad una cultura della violenza poliziesca, per strada e nelle carceri, come strumento di mediazione dei conflitti sociali. Come a dire che le polizie hanno due strumenti a disposizione: il dialogo o le botte.


Visto l'assetto di “rimilitarizzazione” della Polizia di Stato, con le relative influenze nei metodi di addestramento, “molta marcia e poco diritto” come dicono alcuni, quando l'agente finisce col fare ordine pubblico, in piazza o durante il normale svolgimento del proprio lavoro quotidiano, chi si trova di fronte diventa un potenziale nemico e (con le dovute eccezioni) non una persona, delle persone con i propri trascorsi e le proprie convinzioni.31


Le ragioni della brutalità ad opera di singoli o gruppi, sono molteplici.

Se prendiamo ad esempio le modalità di reclutamento dell'Arma dei Carabinieri vediamo che le nuove leve, nei ranghi inferiori, vengono reclutate direttamente dagli ex Volontari in Ferma Breve dell'Esercito Italiano. Si tratta di individui con una mentalità diversa, acquisita in altre Forze Armate. Le nuove leve spesso non si rendono conto della realtà in cui subentrano, a causa della loro precedente formazione, che nulla ha a che vedere con il ruolo di vero e proprio "poliziotto". Dagli scenari di guerra afghani o iraeni, diventano protagonisti della vita civile dei cittadini, portandosi dietro retaggi di mentalità militaresca e corporativa del tutto distanti da quelle che possono essere le emergenze quotidiane di una metropoli, ma anche di un paesino di duemila anime.


Secondo Max Weber lo Stato detiene il monopolio della violenza in qualsiasi occasione lo ritenga necessario: dall'insurrezione armata, a qualsiasi occasione in cui la sovranità dello stato e l'ordine pubblico vengano messi in discussione. Bisogna solo intendersi su quali siano i reali pericoli per lo Stato e per l'ordine costituito: la diffusa legittimazione della violenza in divisa o la condotta criminale del delinquente comune? Dove finisce l'uso legittimo della forza e dove comincia l'abuso di potere? Cos'è che trasforma un intervento di routine in un omicidio? E come viene giudicato un poliziotto che commette un abuso, sostenendo di essere stato costretto a farlo?


«Un giudice è capace, per la sua indipendenza, di assolvere un cittadino in mancanza di prove della sua colpevolezza, anche quando il sovrano o la pubblica opinione ne chiedono la condanna, e di condannarlo in presenza di prove anche quando i medesimi poteri ne vorrebbero l'assoluzione».32


Un pubblico ufficiale è prima di tutto un cittadino, che per professione e vocazione si relaziona ad altri cittadini. Spetta ai giudici condannarli o assolverli, secondo legge e secondo coscienza. L'avvocato Fabio Anselmo, nell'arringa conclusiva del processo Aldrovandi, definì la morte violenta del ragazzo e i tentativi di insabbiarla, come una «frattura insanabile tra gli organi dello Stato», e con una ellissi retorica evocava per i quattro poliziotti imputati un impossibile processo «per alto tradimento».

Di “frattura insanabile tra due corpi dello Stato” si deve parlare, quando a Trieste quattro agenti fanno irruzione nella casa di Riccardo Rasman, colpevole (si presume) di aver lanciato due petardi dal balcone, e lo ammazzano di botte, ben consapevoli di avere a che fare con uno schizofrenico; quando a Varese due carabinieri arrestano Giuseppe Uva e il suo amico Alberto Biggiogero e li portano in caserma dove - per puro arbitrio - i carabinieri non hanno dubbi su chi massacrare di botte: Giuseppe Uva. Si deve parlare di “frattura insanabile tra due organi dello Stato”, quando a Ferrara la mattina in cui Federico viene ucciso, la Questura fornisce ai giornali una versione dei fatti completamente falsa, sostendendo che Federico era morto per un "malore" in circostanze non violente; “frattura insanabile” quando Domenico Palumbo, per un caso fortuito, finisce con la macchina in un fossato davanti alla Scuola di Polizia Penitenziaria di Aversa, la lascia accesa per andare a cercare aiuto, ma due agenti di turno presso la Scuola decidono che quello è un ladro, va fermato, e lo comprimono sull'asfalto fino a farlo morire soffocato dal suo vomito.

Una frattura insanabile alla quale le forze dell'ordine possono porre rimedio in un solo modo: recuperando una credibilità che va sgretolandosi giorno per giorno, con il risultato di mettere in secondo piano le eccellenze, i successi operativi, la stessa onorabilità delle divise.

Gli atti giudiziari, le interviste, le testimonianze raccontano storie di violenza segnate dall'abuso di autorità; iter giudiziari faticosi, paradossali, segnati da interessi di parte e non dalla sete di verità e giustizia.

Storie di individui liberi, cittadini italiani che hanno perso la vita o hanno rischiato di perderla per mano di poliziotti, carabinieri, agenti di polizia municipale e agenti di polizia penitenziaria. Storie in cui la legge annulla se stessa.


1 Da ora in poi definite «FF.OO.»

2 Termine ripreso poi nell'articolo, Riccardo Rasman, processo a Trieste: la Malapolizia, di A. Rossitto, «Panorama», 25 maggio 2010.

3 Motivazioni della sentenza di primo grado nel processo Federico Aldovandi,

depositate il 5/09/09 presso il Tribunale di Ferrara.

4 Lo stesso Giovanardi che riconobbe formalmente le cliniche di recupero per

tossicodipendenti definite Narconon, legate a Scientology, poderosa macchina di plagio

mentale e denaro. Anche in quel caso, dopo una formale protesta della parlamentare Pd

Donata Lenzi, Giovanardi fece pubblica ammenda.

5 Fabio Anselmo, avvocato penalista di Ferrara, è parte civile nei processi Aldrovandi,

Cucchi e Isidro Diaz. Si è occupato anche della cruenta morte di Riccardo Rasman. Il

suo metodo si contraddistingue per la forte risonanza mediatica di tutti i casi di

malapolizia di cui si occupa.

6 Raffaele Mascia, avvocato penalista, vice-presidente della Camera Penale di Santa

Maria Capua Vetere, si è occupato della morte di Domenico Palumbo (v. capitolo

«Domenico Palumbo, morte ab ingestis»).

7 Salvatore Palidda, Polizia Postmoderna – Etnografia del nuovo controllo sociale, pag.

41, Milano, maggio 2000.

8 Si consultino, a tal proposito, Titolo IV: attività e iniziativa della Polizia

Giudiziaria, articoli dal 347 al 357 del Codice di Procedura Penale.

9 Politico, sociologo e saggista. Tra i molteplici incarichi pubblici e politici, il sen. Luigi Manconi ha ricoperto quello di ex sottosegretario di Stato alla Giustizia nel secondo governo Prodi, dal 2006 al HYPERLINK "http://it.wikipedia.org/wiki/2008"2008. Ha fondato l'associazione “A Buon Diritto”, che si occupa di diritti civili con particolare riferimento ai casi di abusi di polizia.

10 Intervista dell'autore al Sen. Luigi Manconi, Roma, 15 febbraio 2011.

11 ibidem

12 ibidem

13 Per maggiore chiarezza, è opportuno illustrare in maniera sintetica quali siano le

principali differenze tra Polizia ed Arma dei Carabinieri, le due principali

istituzioni preposte alla Pubblica Sicurezza. La principale differenza è che i

carabinieri sono Forza Armata, la quarta per esattezza, dopo Esercito Italiano, Marina

Militare, Aereonautica Militare. La Polizia invece è Forza dell' Ordine, perché civile

e non militare. Solo in operazioni di Ordine Pubblico (ad es.: manifestazioni) i

carabinieri sono subordinati alla Polizia, poichè quest'ultima è la forza per eccellenza "specializzata" in compiti di questo tipo. Per quanto riguarda l'operatività in genere, restano forze autonome ed indipendenti l'una dall'altra, pur ricoprendo entrambe, ad esempio, compiti di polizia giudiziaria. I carabinieri hanno un ordinamento militare e il personale è diviso in 3 classi: appuntati e carabinieri, sottufficiali - ovvero brigadieri e marescialli - e ufficiali, a loro volta suddivisi in ufficiali inferiori, ufficiali superiori, ufficiali generali. La Polizia di Stato è a ordinamento civile con personale diviso in agenti e assistenti, sovrintendenti, ispettori, funzionari e dirigenti. L'Arma dei Carabinieri in definitiva ha gli stessi compiti di controllo e tutela della legalità ricoperti dalla polizia pur avendo un'impostazione gerarchica e formativa di tipo militare, con tutto ciò che ne consegue. In più l'Arma, così come la Polizia di Stato, dipende direttamente dal Ministero degli Interni. Si crea così un duplice approccio alla politica di sicurezza nazionale: uno di impostazione “civile”(Polizia di Stato), l'altro fortemente caratterizzato come militare. Non è questa la sede adatta per raccontare anni ed anni di divisioni tra i due corpi, il che implicherebbe un'analisi più approfondita su questioni sindacali, divergenze insanabili su tutta una serie di questioni: il modus operandi, i rapporti con la politica, le gerarchie interne, lo squilibrio di potere e competenze che vedrebbe l'Arma primeggiare sulla Polizia di Stato. Questa distinzione serve più che altro a comprendere la diversità di approccio rispetto al tema della sicurezza.

14 Deng Xiaoping è stato il leader più importante della Cina postmaoista. Partecipa con Mao Zedong alla militanza nella regione dello Jangxi (1930); è commissario politico durante la lunga marcia (1937-1945); nel 1945 entra a far parte del comitato centrale del Partito comunista. Fu promotore di una serie di riforme sociali ed economiche che razionalizzarono il sistema produttivo, promossero l’iniziativa privata, aprirono l’economia alle leggi di mercato della concorrenza e del profitto e agli investimenti stranieri.

15 A. de Giorni, Zero tolleranza. Strategie e politiche della società di controllo, DeriveApprodi, Roma, Marzo 2000, pagg. 31-32

16 Ibidem, (pag. 34)

17 Cfr. intervista dell'autore al sen. Luigi Manconi

18 A. De Giorni, op. cit., pag. 39

19 S. Palidda, op. cit., pag.165

20 Michel Foucault, Histoire de la Folie, Gallimard, Paris,1972, pagg.464-465

21 Alfredo Racovelli, deputato dei Verdi in Domani sit-in in Piazza Unità per

ricordare Stefano Cucchi, «Il Piccolo di Trieste» , 01 novembre 2009

22 Luca Rossi, 625 Libro bianco sulla Legge Reale, a cura del Centro di iniziativa Luca Rossi, Milano, 1990.

23 T. Hobbes, Leviatano, a cura di T. Magri, Editori Riuniti, Roma 1976.

24 Salvatore Palidda in Marcello Zinola, Ripensare la polizia: ci siamo scoperti diversi da come pensavamo di essere, Fratelli Frilli Editori, Genova, 2003, pag. 58.

25 ibidem

26 Definizione coniata da Michelangelo Fournier che era «al comando del più grosso reparto entrato alla Diaz»; Dopo aver riconfermato di aver giudicato l’irruzione nella scuola «un’operazione di macelleria messicana, il dirigente della Ps ha fatto una importante ammissione rispondendo alle domande del pubblico ministero Enrico Zucca: “Quando sono arrivato nella scuola ho visto quattro poliziotti, due in divisa, due in borghese che al primo piano infierivano su una decina di persone a terra, non erano miei uomini”. Immediata la richiesta del Pm Zucca che ha chiesto a Fournier come mai non avesse mai detto prima di aver assistito al pestaggio. Fournier ha risposto: “Non erano uomini miei e se non l’ho detto prima l’ho fatto per senso di appartenenza al corpo. Comunque non ho mai pronunciato la frase 'basta, basta, basta' che mi viene attribuita», G8 Fournier: 'sembrava una macelleria messicana', «La Stampa di Torino», 13 giugno 2007.

27 Massimo Calandri, Violenze a Bolzaneto, 44 condanne. Reati prescritti, le vittime

saranno risarcite, «La Repubblica» , 05 marzo 2010.

28 Luciano Scalettari, L'ultima beffa del G8, «Famiglia Cristiana», 21 gennaio 2011.

29 Checchino Antonini, giornalista di «Liberazione», Atti del convegno sulla Repressione del Conflitto Sociale, Roma, 20 marzo 2011: “La mutazione nella gestione dell'ordine pubblico[...]ha avuto ricadute nell'abbassamento del livello delle violazioni tollerate e ha fatto saltare la consuetudine della gestione concordata della piazza. Frutto avvelenato di quella stagione, ha segnalato Liana Nesta, avvocato di parte civile per la mattanza di Piazza Municipio ( a Napoli il 17 marzo 2001, n.d.r.), è anche l'«immunità funzionale», l'impunità, pretesa dagli operatori di polizia. Nei dieci anni presi in esame, le novità giuridiche, come la propensione crescente dei pm a farsi strumento delle polizie, hanno preso le mosse comunque da vecchi arnesi come il Codice Rocco di epoca fascista, cuciti su misura per perseguitare gli attori del conflitto sociale. Un esempio per tutti, quel reato di cospirazione appiccicato agli imputati del Sud Ribelle, fa presente la loro legale Simonetta Crisci. Quegli arnesi, spesso, sono così obsoleti da non condurre in galera, perché «i cattivi pensieri non si possono punire», ha detto Sergio Moccia, professore alla Federico II, ma «la vera pena - ha aggiunto - è il lunghissimo processo che attende gli inquisiti». «Dai processi di Genova è emerso anche che, per le forze dell'ordine, guerra e ordine pubblico sono la stessa cosa», ha spiegato Haidi Giuliani, la mamma di Carlo, ucciso a Genova da uno dei carabinieri che avevano aggredito un corteo regolarmente autorizzato. Da allora Haidi non smette di reclamare un processo, di mettere in collegamento le vittime dell'ordine pubblico e di denunciare come la repressione sia indice della debolezza della democrazia.

30 Alessandro Perugini, capo della squadra di celerini che massacrò Marco Mattana, selvaggiamente picchiato per interminabili minuti mentre giaceva a terra sull’asfalto di Corso Barabino nel quartiere genovese della Foce. Quando i sanitari del 118 lo soccorsero il suo volto era irriconoscibile. I poliziotti accusarono Mattana di averli aggrediti. I giudici di Genova dimostrarono che gli aggressori erano i poliziotti guidati dal Dirigente della Digos del Capoluogo ligure Alessandro Perugini.

31 Salvatore Palidda in Marcello Zinola, op. cit., pag. 120.

32 Relazione per l'anno giudiziario 2011 della Corte di Cassazione

Adriano Chiarelli
(autore di Malapolizia, Newton Compton editori)

21/11/2011

Tanto per fare un esempio. Nell'ultimo decennio il sostegno pubblico alla Fiat è stato ingente. L'aiuto più cospicuo, pari a 6059 miliardi di lire, deriva dal contributo in conto capitale e in conto interessi ricevuti a titolo di incentivo per gli investimenti nel Mezzogiorno in base al contratto di programma stipulato col governo nel 1988

Come gli Agnelli hanno rapinato l'Italia lungo un intero secolo

Gioanin lamiera, come scherzosamente gli operai chiamavano l'Avvocato, ha succhiato di brutto; ma prima di lui ha succhiato suo padre; e prima di suo padre, suo nonno Giovanni. Giovanni Agnelli Il Fondatore. Hanno succhiato dallo Stato, cioè da tutti noi. E' una storia della Fiat a suo modo spettacolare e violenta, tipo rapina del secolo, questa che si può raccontare - alla luce dell'ultimo blitz di Marchionne - tutta e completamente proprio in chiave di scandaloso salasso di denaro pubblico. Un salasso che dura da cent'anni. Partiamo dai giorni che corrono. Per esempio da Termini Imerese, lo stabilimento ormai giunto al drammatico epilogo (fabbrica chiusa e operai sul lastrico fuori dai cancelli). Costruito su terreni regalati dalla Regione Sicilia, nel 1970 inizia con 350 dipendenti e 700 miliardi di investimento. Dei quali almeno il 40 per cento è denaro pubblico graziosamente trasferito al signor Agnelli, a vario titolo. La fabbrica di Termini Imerese arriva a superare i 4000 posti di lavoro, ma ancora per grazia ricevuta: non meno di 7 miliardi di euro sborsati pro Fiat dal solito Stato magnanimo nel giro degli anni. Agnelli costa caro. Calcoli che non peccano per eccesso, parlano di 220 mila miliardi di lire, insomma 100 miliardi di euro (a tutt'oggi), transitati dalle casse pubbliche alla creatura di Agnelli. Nel suo libro - "Licenziare i padroni?", Feltrinelli - Massimo Mucchetti fa alcuni conti aggiornati: «Nell'ultimo decennio il sostegno pubblico alla Fiat è stato ingente. L'aiuto più cospicuo, pari a 6059 miliardi di lire, deriva dal contributo in conto capitale e in conto interessi ricevuti a titolo di incentivo per gli investimenti nel Mezzogiorno in base al contratto di programma stipulato col governo nel 1988». Nero su bianco, tutto "regolare". Tutto alla luce del sole. «Sono gli aiuti ricevuti per gli stabilimenti di Melfi, in Basilicata, e di Pratola Serra, in Campania». A concorrere alla favolosa cifra di 100 miliardi, entrano in gioco varie voci, sotto forma di decreti, leggi, "piani di sviluppo" così chiamati. Per esempio, appunto a Melfi e in Campania, il gruppo Agnelli ha potuto godere di graziosissima nonché decennale esenzione dell'imposta sul reddito prevista ad hoc per le imprese del Meridione. E una provvidenziale legge n.488 (sempre in chiave "meridionalistica") in soli quattro anni, 1996-2000, ha convogliato nelle casse Fiat altri 328 miliardi di lire, questa volta sotto la voce "conto capitale". Un bel regalino, almeno 800 miliardi, è anche quello fatto da tal Prodi nel 1997 con la legge - allestita a misura di casa Agnelli, detentrice all'epoca del 40% del mercato - sulla rottamazione delle auto. Per non parlare dell'Alfa Romeo, fatta recapitare direttamente all'indirizzo dell'Avvocato come pacco-dono, omaggio sempre di tal Prodi. Sempre secondo i calcoli di Mucchetti, solo negli anni Novanta lo Stato ha versato al gruppo Fiat 10 mila miliardi di lire. Un costo altisssimo è poi quello che va sotto la voce"ammortizzatori sociali", un frutto della oculata politica aziendale (il collaudato stile "privatizzazione degli utili e socializzazione delle perdite"): cassa integrazione, pre-pensionamenti, indennità di mobilità sia breve che lunga, incentivi di vario tipo. «Negli ultimi dieci anni le principali società italiane del gruppo Fiat hanno fatto 147,4 milioni di ore di cassa integrazione - scrive sempre Mucchetti nel libro citato - Se assumiamo un orario annuo per dipendente di 1.920 ore, l'uso della cassa integrazione equivale a un anno di lavoro di 76.770 dipendenti. E se calcoliamo in 16 milioni annui la quota dell'integrazione salariale a carico dello Stato nel periodo 1991-2000, l'onere complessivo per le casse pubbliche risulta di 1228 miliardi». Grazie, non è abbastanza. Infatti, «di altri 700 miliardi è il costo del prepensionamento di 6.600 dipendenti avvenuto nel 1994: e atri 300 miliardi se ne sono andati per le indennità di 5.200 lavoratori messi in mobilità nel periodo». Non sono che esempi. Ma il conto tra chi ha dato e chi ha preso si chiude sempre a favore della casa torinese. Ab initio. In un lungo studio pubblicato su "Proteo", Vladimiro Giacché traccia un illuminante profilo della storia (rapina) Fiat, dagli esordi ad oggi, sotto l'appropriato titolo"Cent'anni di improntitudine. Ascesa e caduta della Fiat". Nel 1911, la appena avviata industria di Giovanni Agnelli è già balzata, con la tempestiva costruzione di motori per navi e sopratutto di autocarri, «a lucrare buone commesse da parte dello Stato in occasione della guerra di Libia». Non senza aver introdotto, già l'anno dopo, 1912, «il primo utilizzo della catena di montaggio», sulle orme del redditizio taylorismo. E non senza aver subito imposto un contratto di lavoro fortemente peggiorativo; messo al bando gli "scioperi impulsivi"; e tentato di annullare le competenze delle Commissioni interne. «Soltanto a seguito di uno sciopero durato 93 giorni, la Fiom otterrà il diritto di rappresentanza e il riconoscimento della contrattazione collettiva» (anno 1913). Anche il gran macello umano meglio noto come Prima guerra mondiale è un fantastico affare per l'industria di Giovanni Agnelli, volenterosamente schierata sul fronte dell'interventismo. I profitti (anzi, i "sovraprofitti di guerra", come si disse all'epoca) furono altissimi: i suoi utili di bilancio aumentarono dell'80 per cento, il suo capitale passò dai 17 milioni del 1914 ai 200 del 1919 e il numero degli operai raddoppiò, arrivando a 40 mila. «Alla loro disciplina, ci pensavano le autorità militari, con la sospensione degli scioperi, l'invio al fronte in caso di infrazioni disciplinari e l'applicazione della legge marziale». E quando viene Mussolini, la Fiat (come gli altri gruppi industriali del resto) fa la sua parte. Nel maggio del '22 un collaborativo Agnelli batte le mani al "Programma economico del Partito Fascista"; nel '23 è nominato senatore da Mussolini medesimo; nel '24 approva il "listone" e non lesina finanziamenti agli squadristi. Ma non certo gratis. In cambio, anzi, riceve moltissimo. «Le politiche protezionistiche costituirono uno scudo efficace contro l'importazione di auto straniere, in particolare americane». Per dire, il regime doganale, tutto pro Fiat, nel 1926 prevedeva un dazio del 62% sul valore delle automobili straniere; nel '31 arrivò ad essere del 100%; «e infine si giunse a vietare l'importazione e l'uso in Italia di automobili di fabbricazione estera». Autarchia patriottica tutta ed esclusivamente in nome dei profitti Fiat. Nel frattempo, beninteso, si scioglievano le Commissioni interne, si diminuivano per legge i salari e in Fiat entrava il "sistema Bedaux", cioè il "controllo cronometrico del lavoro": ottimo per l'intensificazione dei ritmi e ia congrua riduzione dei cottimi. Mussolini, per la Fiat, fu un vero uomo della Provvidenza. E' infatti sempre grazie alla aggressione fascista contro l'Etiopia, che la nuova guerra porta commesse e gran soldi nelle sue casse: il fatturato in un solo anno passa da 750 milioni a 1 miliardo e 400 milioni, mentre la manodopera sale a 50 mila. «Una parte dei profitti derivanti dalla guerra d'Etiopia - scrive Giacché - fu impiegata (anche per eludere il fisco) per comprare i terreni dove sarebbe stato costruito il nuovo stabilimento di Mirafiori». Quello che il Duce poi definirà «la fabbrica perfetta del regime fascista». Cospicuo aumento di fatturato e di utili anche in occasione della Seconda guerra mondiale. Nel proclamarsi del tutto a disposizione, sarà Vittorio Valletta, nella sua veste di amministratore delegato, a dare subito «le migliori assicurazioni. Ponendo una sola condizione: che le autorità garantissero la disciplina nelle fabbriche attraverso la militarizzazione dei dipendenti». Fiat brava gente. L'Italia esce distrutta dalla guerra, tra fame e macerie, ma la casa torinese è già al suo "posto". Nel '47 risulta essere praticamente l'unica destinataria dell'appena nato "Fondo per l'industria meccanica"; e l'anno dopo, il fatidico '48, si mette in tasca ben il 26,4% dei fondi elargiti al settore meccanico e siderurgico dal famoso Piano Marshall. E poi venne la guerra fredda, e per esempio quel grosso business delle commesse Usa per la fabbricazione dei caccia da impiegare nel conflitto con la Corea. E poi vennero tutte quelle autostrade costruite per i suoi begli occhi dalla fidata Iri. E poi venne il nuovo dazio protezionistico, un ineguagliabile 45% del valore sulle vetture straniere... E poi eccetera eccetera. Mani in alto, Marchionne! Questa è una rapina.

Maria Rosa Calderoni
26/11/2011
www.liberazione.it

20 novembre 2011

I progetti allo studio: Contratto a stabilità crescente, contributivo per tutti. Monti, il terminator inviato a finire il lavoro sporco di Berlusconi

Pensione a 70 anni, via l'art.18 Così il governo aiuta i giovani


Contratto unico "a stabilità crescente" per i nuovi assunti e sistema contributivo per tutti. Sono queste le ipotesi di riforma del mercato del lavoro e del sistema previdenziale attribuite al nuovo governo. Mentre su altri capitoli economici fondamentali (crescita, infrastrutture, politica energetica) l'indicazione degli interventi è ancora vaga, il presidente del Consiglio Mario Monti ha subito spiegato qual è il suo concetto di equità sociale: togliere ai padri per dare ai figli. Coerentemente con questa visione, ha scelto Elsa Fornero alla guida del ministero del Welfare, forse dopo avere letto un articolo da lei scritto per il Sole24Ore l'agosto scorso: «Salvaguardare le pensioni di anzianità o la più bassa età di pensionamento delle donne nel settore privato - sosteneva Fornero - non equivale a salvare i (quasi) pensionati ma implica, al contrario, penalizzare i giovani, sui quali la crisi sta scaricando i maggiori effetti e sui quali i pensionati "salvati" graveranno per più anni».

L'attuale ministra sollecitava quindi l'immediata introduzione, a partire dal gennaio 2012, del sistema contributivo "pro rata". Se è vero infatti che il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo è datato 1995 (riforma Dini), «tuttavia - scrive Fornero - essa peccò di mancanza di coraggio cercando di salvaguardare i "diritti acquisiti" delle generazioni vicine alla pensione». Si decise cioè che chi, al 31 dicembre di quell'anno, avesse maturato almeno 18 anni di contributi - avendo già compiuto almeno metà della propria vita lavorativa e quindi pianificato la propria esistenza sulla base del sistema allora in vigore - avrebbe continuato a godere del regime retributivo, più vantaggioso del contributivo perché, in questo caso, il calcolo dell'assegno viene fatto dall'Inps sulla base della media degli ultimi dieci anni di retribuzione di un lavoratore. Con il contributivo per tutti ("pro rata" significa applicarlo solo agli anni residui di attività, non retroattivamente) questo doppio binario sparirebbe. La riforma Fornero si completerebbe con l'innalzamento dell'età per andare in pensione a 63 anni per tutti - anche quindi per coloro che avessero maturato 40 anni di contributi - con un sistema di disincentivi e incentivi per scoraggiare l'uscita dal lavoro prima dei 65 anni e premiare chi rimarrà al lavoro fino a 70 anni. La qual cosa però, paradossalmente, finirà col danneggiare anche i giovani in cerca di lavoro, desiderosi di prendere il posto dei loro genitori.

Per Vera Lamonica, segretaria confederale Cgil, le vere iniquità sono altre: «Le legislazioni previdenziali - spiega la sindacalista - devono essere per forza sul lungo termine. Nel 1995 si fece quella scelta, giusta o sbagliata che fosse. Adesso il tema non è più questo. Le iniquità vere sono altre. Riguardano i precari, i giovani che rischiano di avere una pensione da fame o di non averla per niente, la giungla delle aliquote contributive. Vorrei far notare che i Parlamentari pagano l'8,6%, i commercianti e gli artigiani il 20%, contro il 33% dei lavoratori dipendenti. Quindi se dobbiamo fare un ragionamento sulle distorsioni del nostro sistema previdenziale cominciamo da qui. Non si devono usare i giovani per togliere i diritti a chi ce li ha».

Stesso discorso per quanto riguarda l'occupazione. La tesi di Monti (contestata da diversi economisti di sinistra e dalla Cgil) è che se oggi i giovani trovano solo contratti precari, ciò accade perché «nel mercato del lavoro alcuni sono fin troppo tutelati». Il governo sembra perciò orientato a discutere con le parti sociali una proposta di riforma basata sul progetto di legge già presentato in Parlamento dal senatore del Pd Pietro Ichino (ma ufficialmente non condiviso dal partito di Bersani). Sostanzialmente, tale proposta prevede la scomparsa dei contratti a tempo determinato. "In cambio" alle aziende viene però data la possibilità, per tre anni, di licenziare senza giusta causa il nuovo assunto, pagandogli un'indennità monetaria. Superato il termine fissato, il lavoratore accede alle tutele più forti di cui godono gli altri che, ha chiarito Monti, «non verranno modificate».

Ichino si ispira al modello danese della flexsecurity. Con la piccola differenza che in Danimarca chi perde il posto di lavoro può contare su una rete di protezione fatta di ammortizzatori sociali e di percorsi di riqualificazione professionale finalizzati alla ricerca di nuova occupazione che in Italia non esiste. Peraltro gli economisti del sito la voce.info, Boeri e Garibaldi, stimano in 15,5 miliardi di euro a regime la spesa per introdurre un sussidio unico garantito a tutti. Non a caso nel suo ddl, Ichino pone il costo dell'indennità per la ricollocazione a carico delle imprese (90% della retribuzione per il primo anno, 80% il secondo, 70% il terzo). Ma è improbabile che Confindustria arrivi a condividere questa ipotesi, troppo costosa per i suoi iscritti. In pratica, si rischia di creare un sistema con una gamba sola: licenziamenti facili e nessuna protezione. A quel punto l'assunzione a tempo indeterminato sarebbe tale solo sulla carta, perché le aziende potrebbero ritenere più conveniente sbarazzarsi di un giovane prima che scadano i tre anni di franchigia.

Inoltre la proposta Ichino non cancella affatto la legge Biagi, per cui il ricorso ai contratti precari non verrebbe automaticamente escluso. La Cgil propone invece ridurre a quattro le forme di lavoro diverse dal tempo indeterminato (con causali precise e percentuali di utilizzo) e di aumentare i costi del lavoro precario per diminuirne il potere attrattivo da parte delle imprese.

Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione comunista, scuote la testa: «L'idea di Monti è proseguire le politiche di Berlusconi e della Lega sulle questioni economico-sociali. Ma con queste linee programmatiche la crisi si aggraverà, invece di ridursi».

Roberto Farneti
19/11/2011
www.liberazione.it

Un uomo alla Bce, uno a capo del governo italiano, uno in Grecia: in teoria la banca americana disporrebbe oggi di una fantastica rete di relazioni a Francoforte, Roma e Atene

Tutti gli uomini di Goldman Sachs
Mario Monti, Lucas Papademos e Mario Draghi hanno qualcosa in comune: hanno tutti lavorato per la banca d’affari americana. La rete d’influenza dell’istituto corresponsabile del crack greco si stringe attorno ai vertici dell’eurozona.

Sono seri e competenti, pronti a soppesare i pro e i contro, capaci di studiare a fondo le varie questioni prima di pronunciarsi. L’economia è la loro passione. Si scoprono solo molto di rado, questi figli dei Lumi entrati nel Tempio dopo una lunga e difficile procedura di reclutamento. Sono al tempo stesso un gruppo di pressione, un’amichevole rete di informatori, una struttura di mutuo soccorso. Sono i compagni, dei maestri e dei grandi maestri che devono "diffondere nell’universo la verità acquisite nella loggia".

I suoi detrattori accusano la rete di influenza europea organizzata dalla banca americana Goldman Sachs (Gs) di funzionare come una loggia massonica. A livelli diversi il nuovo presidente della Banca centrale europea Mario Draghi, il presidente del consiglio italiano Mario Monti e quello greco Lucas Papademos sono le figure totemiche di questa rete di relazioni.

Il primo è stato vicepresidente di Goldman Sachs International per l’Europa fra il 2002 e il 2005, era "associato" incaricato delle "imprese e dei paesi sovrani", il dipartimento che poco prima del suo arrivo aveva aiutato la Grecia a truccare i suoi conti grazie a dei prodotti finanziari "swap" sul debito sovrano.

Il secondo è stato consigliere internazionale di Goldman Sachs dal 2005 a oggi. Secondo la banca forniva consulenze sugli "affari europei e sulle grandi questioni delle politiche pubbliche mondiali". Di fatto Monti è stato un "apritore di porte", il cui compito consisteva nel penetrare nel cuore del potere europeo per difendere gli interessi di Gs.

Il terzo è stato governatore della banca centrale greca dal 1994 al 2002. A questo titolo ha svolto un ruolo poco chiaro nel mascheramento dei conti pubblici compiuto con l’aiuto di Gs. Il principale amministratore del debito greco rimane Petros Christodoulos, ex trader della banca americana a Londra.

Altri due pesi massimi della rete di Goldman Sachs in Europa sono stati molto presenti nella crisi dell’euro: Otmar Issing, ex membro del direttorio della Bundesbank ed ex capo economista della Banca centrale europea, e l’irlandese Peter Sutherland, un amministratore di Goldman Sachs international che ha partecipato dietro le quinte al salvataggio dell’Irlanda.

Crisi d’immagine

Come si è costituita questa rete? Negli Stati Uniti è costituita da ex responsabili dell’istituto passati alle più alte cariche della funzione pubblica. In Europa invece Gs è diventata fervida sostenitrice del capitalismo di relazione. Ma al contrario delle sue concorrenti, la banca non si interessa né ai diplomatici in pensione né agli alti funzionari nazionali o internazionali, né tanto meno agli ex primi ministri o ministri delle finanze. Nel mirino ci sono soprattutto i responsabili delle banche centrali e gli ex commissari europei.

Il loro compito principale consiste nel raccogliere informazioni in modo del tutto legale sulle future operazioni o sulla politica dei tassi d’interesse delle banche centrali. La banca americana preferisce piazzare le sue pedine con la massima discrezione. Per questo i suoi uomini cercano di nascondere il rapporto nelle interviste e nelle missioni ufficiali. Bene introdotti, questi "ex" chiacchierano del più e del meno con i loro interlocutori. Le lingue spesso si sciolgono davanti a personaggi così famosi, che sanno capire in che direzione "tira il vento". Dopodiché le informazioni esclusive cominciano a circolare nelle sale della banca.

Un uomo alla Bce, uno a capo del governo italiano, uno in Grecia: in teoria la banca americana disporrebbe oggi di una fantastica rete di relazioni a Francoforte, Roma e Atene che potrebbe rivelarsi molto utile in momenti difficili. Ma al di là delle apparenze, il governo Goldman in Europa non ha più il potere che aveva prima o durante la crisi finanziaria del 2008.

Le vecchie complicità degli ex banchieri centrali si rivelano oggi meno utili di fronte a uomini politici sensibili all’impopolarità dei professionisti della finanza, ritenuti responsabili della crisi. Là dove Gs poteva facilmente esercitare i suoi talenti, una serie di rivelazioni le hanno messo contro i poteri pubblici. Le relazioni non bastano più in un mondo finanziario sempre più complesso e tecnico, e di fronte a una nuova generazione di industriali meno in soggezione di fronte all’establishment.

I grandi imprenditori europei si sono emancipati dai crociati dell’alta finanza stile Gs. La ricerca di rendimento degli azionisti, le esigenze di trasparenza e il dinamismo dei contropoteri (media, ong, investitori istituzionali) tendono a cancellare "l’effetto rete".

Marc Roche
(Le Monde)
19 novembre 2011
Traduzione di Andrea De Ritis per PressEurop