30 ottobre 2011

USB, SLAI COBAS, CIB-UNICOBAS e SNATER hanno indetto lo Sciopero generale di tutte le categorie pubbliche e private per intera giornata del 2 dicembre 2011.

Sindacati di base: il 2 dicembre sarà sciopero generale

Lo sciopero generale e' indetto:

- contro le manovre del governo e le politiche dell'unione europea, che vogliono tutelare le banche e la finanza e far pagare la crisi ai lavoratori ed alle fasce di popolazione più disagiate;

- contro il patto sociale e l'attacco ai diritti dei lavoratori;

- contro le ultime decisioni del governo contenute nel documento inviato alla Comunità Europea e da essa approvato, che prevedono la conferma delle precedenti manovre del governo italiano di luglio ed agosto 2011 ed ulteriori misure su licenziamenti, privatizzazioni e peggioramento delle condizioni di lavoro del personale del pubblico impiego e della scuola (anche con l'accorpamento selvaggio degli istituti), compresa la riduzione del personale, la cassa-integrazione, la mobilità obbligatoria e la possibilità di licenziare;

- contro l'accordo del 28 giugno 2011 tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria, ratificato il 21 settembre scorso, che ha aperto la strada all'art. 8 della manovra del governo e alla cancellazione dei contratti nazionali.

Durante lo sciopero generale saranno garantiti i servizi minimi essenziali.

Si rammenta agli organi di informazione che le previsioni di legge a garanzia dell'utenza prevedono una compiuta informazione sullo sciopero.

Intervista. Se si parla di licenziamenti, il pensiero corre a Pier Giovanni Alleva, decano degli avvocati del lavoro italiani, una vita nell'ufficio giuridico della Cgil, sempre nei tribunali a difendere lavoratori, senza guardare alla tessera sindacale in tasca.

Lettera alla Bce - Alleva: «Sotto tiro c'è la giusta causa»


Dicono: «licenziamenti semplificati». Cosa significa nella legislazione attuale?

Questa cosa lascia sbigottiti. Sui licenziamenti «per motivo economico-produttivo»già oggi abbiamo una piena libertà. Senz'altro quando siano determinati da una comprovabile crisi aziendale. Paradossalmente, una legge che dicesse «sono possibili licenziamenti individuali e collettivi quando l'impresa ha una crisi comprovabile» la firmerei subito.

Perché?

La legislazione liberista è andata molto più in là, fino a dire che per «motivo economico» si deve intendere «qualsiasi motivo di maggiore redditività». Anche licenziare due persone per spremere di più i cinque che restano è - secondo quella giurisprudenza - un «motivo giustificato».

Un discorso falso... Ma perché lo fanno?

Per ingannare l'opinione pubblica, penso. Vogliono far passare l'idea che in Italia un'impresa in difficoltà non possa licenziare. Il che è contrario al buon senso: tutti sanno che è possibile, ma poi ci vogliono gli ammortizzatori sociali. All'ultimo momento, come hanno fatto spesso, cambiano le carte in tavola e attaccano l'art. 18 tout court. Su questo mi sono confrontato molte volte con Ichino. «Se siamo d'accordo che sul licenziamento individuale la reintegra (da parte del giudice, ndr) è adeguata, perché se non c'è il 'peccato' non ci può essere la 'punizione', perché insisti?» Mi ha sempre risposto «perché sono licenziamenti per motivo oggettivo». In realtà è un inganno mediatico. Fanno vedere una proposta razionale per fare invece tutt'altro.

E' l'unica possibilità?

Che vogliano eliminare - nei licenziamenti collettivi - i «criteri sindacali di scelta». Se 100 vanno licenziati, si tratta di capire le priorità (prima quelli con minor carico familiare, con minore anzianità, ecc). L'unica barricata che funziona è proprio questa; quindi potrebbero cercare di intervenire su questo punto. Oppure che «motivo economico» sia niente altro che un'etichetta insindacabile, per far passare cone «oggettivo» un licenziamento punitivo.

Un'autocertificazione aziendale...

Sì, ma di questo la giurisprudenza si è occupata spesso. Una volta i licenziamenti collettivi per «motivo oggettivo» non erano coperti dall'art. 18. E i padroni magari ne licenziavano sei con questa «giustificazione collettiva», anche senza nessuna crisi in atto. Ma i giudici hanno sempre sanzionato questa pratica applicando l'art. 18. Ma l'ipotesi principale, per me, è la prima. Vogliono di nuovo attaccare il 18, rendendo difficile distinguere quando è «motivo oggettivo» e quando no, così resta solo il risarcimento di un anno e mezzo o due.

Lo ripeteva ieri Ichino...

Lo dice da sempre. Per loro la «dignità» non significa nulla. Hanno una visione mercificata dei rapporti di lavoro, di supremazia e ricatto. E quindi hanno bisogno della licenziabilità ad usum. Il risarcimento, se il lavoratore non vuole tornare in azienda, c'è già adesso.

Ora tutti stanno reagendo...

Mi hanno meravigliato - positivamente - Cisl e Uil. Credo che il tentativo di mistificazione sia perciò fallito. Tutti hanno pensato «stanno mentendo». Dietro quella lettera c'è gente come Sacconi, Tiraboschi, Cazzola, Brunetta e altri.. Non sanno che il licenziamento economico in Italia è già liberalizzato? È un inganno mediatico. Stop.

Ma l'Europa chiede addirittura di anticipare a dicembre una legge così...

Ho l'impressione di una cosa guidata. L'Europa non può non sapere. O sa che si sta parlando dell'art. 18 (e allora...), oppure è disinformata. Qualcuno, magari un parlamentare europeo, dovrebbe scrivere a Barroso o chi per lui una lettera che dice «Signor presidente, lei deve sapere la verità. Le stanno raccontando delle balle...» Ma non ci possiamo far prendere in giro.

Dicono che compenseranno con la «riduzione degli abusi sui contratti atipici»...

È una balla. Se vogliono, la possono fare con quattro norme a costo zero. Anagrafe pubblica del lavoro, accessibile a chiunque: l'azione di trasformazione di un contratto va resa nota anche al sindacato, oltre che al lavoratore; gli ispettori del lavoro devono avere il potere di fare anche loro questa «trasformazione». Quarto, se il contratto è trasformato per via giudiziaria o amministrativa in «tempo indeterminato», si applica sempre l'art. 18. Voglio vedere chi poi continua ad «abusare» dei precari...

Francesco Piccioni
29/10/2011

29 ottobre 2011

La lettera cucinata dal governo italiano con la supervisione dell'Ue e delle autorità monetarie europee rappresenta un manifesto di intenti che sopravviverà a Berlusconi, anche con un governo dell'Ulivo. Meglio saperlo prima per fare scelte di voto utile per gli interessi popolari

La lettera all'Ue, fra cialtroneria e ferocia di classe
Peracottari o delinquenti? Si riduce a questo il dilemma che ci assale (si fa per dire) apprendendo i contenuti della lettera con cui il governo italiano si è presentato - cappello in mano - al cospetto dell'Ue (e della Bce) per ottenere un placet utile (forse e soltanto) ad assicurare alla propria sopravvivenza i tempi supplementari.

Da una parte, in questo testo non vi è nulla che possa minimamente influire sulla ripresa di un paese che continua a galleggiare senza una guida politica, che non sia quella prona e compartecipe del saccheggio brutale delle risorse umane e naturali del paese da parte di una insaziabile consorteria di lestofanti.

In queste ore c'è un pezzo d'Italia, fra le zone più suggestive della penisola, che viene letteralmente spazzato via da un mare di fango, prodotto da un alluvione ampiamente prevedibile, ma impossibile da arginare nei suoi devastanti effetti a causa di un dissesto territoriale, di una dissennata speculazione edilizia e di un equilibrio idrogeologico irrimediabilmente compromesso.

Tutto il paese soffre - ove più ove meno - di questo cronico stato di abbandono, di questa irresponsabile latitanza del potere politico, in primo luogo del governo centrale. Che anziché coltivare propagandistici, faraonici e inutili quando non dannosi progetti di opere pubbliche, avrebbe potuto, potrebbe, investire i proventi di una vera lotta all'evasione e di una seria redistribuzione della ricchezza nella infrastrutturazione primaria dell'Italia, essa sì motore di uno sviluppo sano, opposto all'irrefrenabile propensione a scavare e riempire buche, perché tanto tutto fa Pil.

Invece no. La lettera, frutto di palese improvvisazione, zeppa di frasi rimasticate, non fa che mulinare chiacchiere al vento.

Da una parte, come dicevamo, un puro esempio di italica cialtroneria, il peggio del nostro repertorio politico. Ma dall'altra, la vocazione delinquenziale, il feroce attacco al lavoro, distillato del peggior liberismo che è la quintessenza della cultura e dell'egemonia delle classi dominanti. Momentaneamente accantonato l'attacco alle pensioni di anzianità, ecco tornare prepotentemente il tema dei licenziamenti. «Più facile licenziare», titolava ieri con dissimulata soddisfazione il giornale di Confindustria e, più o meno così, si sono regolati i giornali della borghesia, taluni, come quelli che abitano presso la corte del sultano, esibendo sgangherato tripudio. Si è sbagliato di grosso chi credeva che il problema dell'Italia fosse il basso tasso di occupazione, la disoccupazione giovanile, la dilagante precarietà generata da un mercato del lavoro trasformato in supermercato delle braccia, balcanizzato come in nessun paese del mondo. Non ha capito nulla chi pensava che si trattasse di creare lavoro, di incentivare le assunzioni, di eliminare le tipologie più vessatorie della prestazione d'opera. No, niente di tutto questo. La ripresa del Paese è tutta consegnata alla libertà di licenziare. Qui, però, riaffiora la cialtroneria di cui sopra. Perché la formula adottata nella lettera sembra riferita ai «licenziamenti per motivi economici» che, come è noto - e come spiega col consueto rigore Piergiovanni Alleva nell'intervista all'interno del giornale - sono già ampiamente normati dalla legge e dagli accordi interconfederali. Dunque, delle due l'una. O nella lettera all'Ue si annuncia che si farà niente di più di ciò che già è contemplato nella legislazione vigente, e allora siamo di fronte ad un miserabile gioco di prestigio, ad un'illusionistica rappresentazione per allocchi, oppure, come è più probabile, non è ai licenziamenti «per giustificato motivo oggettivo» che si pensa, ma a quelli individuali, intimati senza giusta causa, oggi vietati dalla legge e - segnatamente - da quel monumento alla dignità del lavoro che è l'articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori.

Non dovremo attendere molto per sapere di cosa effettivamete si tratti e come e in quali tempi il governo più screditato di sempre intenda procedere. Sarebbe ora il caso che il sindacato, tutto il sindacato, almeno per una volta, ritrovasse l'unità d'azione e si mettesse per davvero di traverso. Comincia la Cgil, mobilitando i suoi pensionati, oggi a Roma per opporsi al picconamento del welfare e delle pensioni: quello che è già stato fatto e quello che il governo si appresta a fare, fingendo di voler così salvare quelle generazioni future a cui è stata tolta ogni speranza. Allora prendiamo l'odierna manifestazione come il segnale incoraggiante che gli anziani, protagonisti di tante storiche conquiste per il lavoro e per la democrazia, non accetteranno di farsi giocare strumentalmente contro chi oggi si affaccia al lavoro. Tuttavia serve, e subito, qualcosa di molto più forte. Serve una chiamata generale alla lotta, allo sciopero. Perché la lettera cucinata dal governo italiano con la supervisione dell'Ue e delle autorità monetarie europee rappresenta un manifesto di intenti che sopravviverà a Berlusconi, un lascito che ha per eredi predestinati anche futuri governi, frutto di coalizioni magari composite, ma pur sempre espressione del grande capitale che intende continuare a suonare la grancassa. A nostre spese.


Dino Greco
28/10/2011

26 ottobre 2011

Se i proletari di tutti i paesi...
Un tg2, o 3 o 5 non importa. Un sedicente programma di approfondimento di quelli che tanto costano e appassionano un pubblico di videodipendenti avvezzi a lasciarsi permeare dalle più solenni fregature dell’era moderna, spiegano molto più di qualsiasi alta analisi politica lo stato della miseria a cui si è giunti. La crisi europea esplode nel suo massimo splendore, le banche si preparano a godere di una nuova ondata speculativa, giungono diktat che impongono di rivedere da cima a fondo le condizioni di vita di decine di milioni di persone e quale è il tema che appassiona il centro sinistra, i sedicenti intellettuali e opinion maker, i sondaggisti di ogni risma? Semplice il confronto con l’infida Francia e la perfida Germania. Come se si trattasse di una partita di calcio si tifa per la “propria nazionale” si urla contro l’arbitro quando fischiano agli azzurri un fallo o un fallimento, si minacciano rappresaglie tali che se il tono degli annunci corrispondesse a realtà avremmo già le truppe al confine con Mentone. Difendere l’Italia, indignarci contro chi ci deride, chinare il capo alle richieste della Bce ma esigere contemporaneamente il rispetto e la stima che si devono ad una grande potenza. Ed è patetico come anche il Capo dello Stato guidi questo patriottismo strapaesano secondo cui le regole vanno rispettate, i debiti vanno pagati, ci si deve adeguare ma l’Italia non si deve toccare. Ed è un tintinnar di sciabole, uno sbattere di tacchi, un garrire di tricolori esposti in ogni dove. Drammatico come anche in movimenti che si rifanno ad una sana indignazione popolare il vessillo bianco rosso e verde venga considerato puro e inclusivo a differenza delle “lerce” bandiere di partiti e sindacati. Guai poi a definirsi con orridi aggettivi novecenteschi del tipo “comunisti”, parola indicibile come ebbe a dire un infausto profeta, meglio il tricolore e la difesa dell’identità nazionale. Strumento utile: nel centro sinistra lo si usa per affondare la ridicola padania ma anche per ammazzare qualsiasi collocazione che ricordi l’idea stessa di classe. A destra serve anche per tener fuori dal cerchio ristretto degli aventi diritto, migranti e cittadini del mondo intero. Ma si tratta di un elemento grottesco che è in voga anche nel resto d’Europa: se in Svizzera spopolano i “leghisti anti italiani” che paragonano chi è nato sotto Chiasso a dei ratti, Germania e Francia ripropongono il cliché dell’Italia cialtrona e inadatta alle ferree regole del mercato, in Gran Bretagna invece non si è ancora spenta l’eco della cacciata di lavoratori italici rei di aver accettato salari e condizioni di lavoro concorrenziali. Si torna ad un patriottismo novecentesco in cui la bandiera annulla le differenze e si mandano a crepare al fronte (militare o dei sacrifici) i più svantaggiati, chi ha meno potere contrattuale, chi è escluso dal ciclo produttivo. Non si contestano le regole del gioco al massimo si critica la formazione in campo. E ci si sente rappresentati da squali del calibro di Draghi, Monti, Montezemolo, Marcegaglia, Marchionne, bella squadra non c’è che dire e che pensare poi della gioia con cui ci si parla di sacrifici e di austerity (parole disseppellite dagli anni Settanta) in nome della necessità di salvare le care banche private che continueranno a speculare avendo nuovi capitali in mano. Penetra l’idea che certi signori possano diventare i salvatori della patria, perché siamo tutti sulla stessa barca, il precario e Briatore, la madre disoccupata e il furbetto del quartierino. In nome di cosa? E, anche se in condizioni diverse, lo stesso avviene negli altri paesi, si erigono steccati antiquati in nome del suolo natio, come se secoli e secoli di Storia, di padroni e sfruttati non ci avessero insegnato nulla. Non sarebbe ora di stracciare i vessilli dei padroni, delle borghesie che li hanno imposti anche nella cultura popolare, veri e propri pali piantati nel cervello e nelle coscienze, come le religioni monoteistiche. Siamo tornati a dio, patria e famiglia come alvei di consolazione in un mondo che stritola, non siamo neanche più capaci di cogliere i nessi fra una autorità tre volte patriarcale con l’oppressione concreta e simbolica che determinano. E allora Novecento per Novecento, diventa più giusto riproporre l’antica affermazione: proletari di tutti i paesi unitevi-

Stefano Galieni
26/10/2011
www.controlacrisi.org

“Una persona onesta starà sempre contro qualsiasi ingiustizia che si commetta in qualsiasi paese del mondo"

Il ruolo genocida della NATO
Questa brutale alleanza militare si è trasformata nel più perfido strumento di repressione che la storia dell’umanità ha mai conosciuto.

La NATO ha assunto questo ruolo repressivo tanto rapidamente quanto la URSS, che era servita agli Stati Uniti come pretesto per crearla, ha smesso d’esistere.

Il suo criminale proposito divenne evidente in Serbia, un paese d’origine slava, il cui popolo lottò molto eroicamente contro le truppe naziste nella Seconda Guerra Mondiale.

Quando nel marzo del 1999 i paesi di questa nefasta organizzazione, nei loro sforzi per disintegrare la Yugoslavia dopo la morte di Josip Broz Tito, inviarono le loro truppe in appoggio ai secessionisti del Kossovo incontrarono una forte resistenza in quella nazione le cui sperimentate forze erano intatte.

L’amministrazione yankee, con i consigli del Governo di destra spagnolo di José María Aznar, attaccò l’emittente televisiva della Serbia, i ponti sul fiume Danubio e Belgrado, la capitale di questo paese. L’ambasciata della Repubblica Popolare della Cina fu distrutta dalle bombe yankee, vari funzionari morirono, e non ci potevano essere errori possibili, dichiararono gli autori.

Numerosi patrioti serbi persero la vita. Il presidente Slobodan Miloševiс, schiacciato dal potere degli aggressori e dalla scomparsa della URSS, cedette alle esigenze Della NATO e ammise la presenza delle truppe di questa alleanza nel Kossovo con un mandato Della ONU e questo finalmente portò alla sua sconfitta politica e al suo successivo giudizio in tribunali per niente imparziali a L’Aia. È morto stranamente in prigione.

Se il leader della Serbia avesse resistito alcuni giorni ancora, la NATO sarebbe entrata in una grave crisi che era al punto di scoppiare. L’impero dispose così di molto più tempo per imporre la sua egemonia tra i sempre più subordinati membri di questa organizzazione.

Tra il 21 febbraio e il 27 aprile di quest’anno, ho pubblicato nel sito web CubaDebate nove Riflessioni sul tema, nelle quali ho ampliamente analizzato il ruolo della NATO in Libia e quello che secondo me sarebbe successo.

Per questo mi vedo obbligato ad una sintesi delle idee essenziali che ho esposto e dei fatti che sono avvenuto così come erano stati previsti, adesso che il personaggio centrale di questa storia, Muammar Al-Gaddafi, è stato ferito gravemente dai più moderni cacciabombardieri della NATO, che hanno intercettato e reso inutile il suo veicolo, lo hanno catturato vivo e assassinato per mano degli uomini che questa organizzazione militare ha armato.

Il suo cadavere è stato sequestrato ed esibito come un trofeo di guerra, una condotta che viola i più elementari principi delle norme musulmane e di altri credo religiosi che prevalgono nel mondo.

Si annuncia che molto presto la Libia sarà dichiarata “Stato democratico e difensore dei diritti umani”.

Mi vedo obbligato e a dedicare varie Riflessioni a questi importanti e significativi fatti.


Fidel Castro Ruz

23 ottobre del 2011

Ore 18.10


Poco più di otto mesi fa, il 21 febbraio di quest’anno, ho affermato con piena convinzione: “Il piano della NATO è occupare la Libia”. Con questo titolo ho affrontato per la prima volta il tema, in una Riflessione il cui contenuto sembrava frutto della fantasia.

Includo in queste linee gli elementi di giudizio che mi avevano portato a quella conclusione.

“Il petrolio è divenuto la principale ricchezza nelle mani delle grandi multinazionali yankee; attraverso questa fonte d’energia dispongono di uno strumento che ha accresciuto considerevolmente il loro potere politico nel mondo”.

“Su questa fonte d’energia si è sviluppata la civiltà attuale. Il Venezuela è la nazione di questo emisfero che ha pagato il prezzo più alto. Gli Stati Uniti erano divenuti i padroni degli enormi giacimenti che la natura ha concesso a questo fraterno paese”.

“Alla fine dell’ultima Guerra Mondiale si cominciarono ad estrarre dai giacimenti dell’Iran, così come da quelli dall’Arabia Saudita, l’Iraq e i paesi arabi situati attorno a questi, le maggiori quantità di petrolio. Costoro diventarono i principali fornitori. Il consumo mondiale si elevò progressivamente alla favolosa cifra di circa 89 milioni di barili al giorno, includendo quelli che si estraggono nel territorio degli Stati Uniti, ai quali poi si sommarono il gas, l’energia idraulica e la nucleare”.

“Lo spreco di petrolio e gas è associato ad una delle maggiori tragedie, assolutamente irrisolta: il cambio climatico”.

“Nel dicembre del 1951, la Libia fu il primo paese africano che ottenne l’indipendenza dopo la Seconda Guerra Mondiale, e il suo territorio fu scenario d’importanti combattimenti tra le truppe tedesche e quelle del Regno Unito”.

“Il 95% del suo territorio è totalmente desertico. La tecnologia ha permesso di scoprire importanti giacimenti di petrolio leggero d’eccellente qualità, che oggi raggiungono un milione 800.000 barili al giorno e abbondanti depositi di gas naturale. [... ] Il suo rigoroso deserto è situato sopra un enorme lago d’acqua fossile, equivalente a tre volte la superficie di Cuba, che ha reso possibile la costruzione di un’ampia rete di condutture d’acqua dolce che si estende per tutto il paese”.

“La Rivoluzione Libica è avvenuta nel mese di settembre del 1969. Il suo principale dirigente fu Muammar Al-Gheddafi, militare d’origine beduina, che giovanissimo s’ispirò alle idee del leader egiziano Gamal Abdel Nasser. Senza dubbio molte delle sue decisioni furono associate ai cambi che si produssero quando, così come in Egitto, una monarchia debole e corrotta fu abbattuta in Libia”.

“Si potrà essere e no d’accordo con Gheddafi. Il mondo è stato invaso da ogni genere di notizie, utilizzate soprattutto dai mezzi di massa dell’informazione. Si dovrà aspettare il tempo necessario per conoscere con rigore quanto c’è di verità o di menzogna o una miscela di fatti di ogni tipo che, nel mezzo del caos, sono avvenuti in Libia.

Quello che per me è assolutamente evidente è che il Governo degli Stati Uniti non è preoccupato in assoluto della pace in Libia e non esiterà nel dare alla NATO l’ordine d’invadere questo ricco paese. Forse è questione di ore o di pochi giorni”.

“Coloro che con perfide intenzioni hanno inventato la menzogna che Gheddafi stava raggiungendo il Venezuela, così come hanno fatto nel pomeriggio di ieri, domenica 20 Febbraio, hanno ricevuto oggi una degna risposta del Ministro degli Esteri del Venezuela, Nicolás Maduro...”

“Da parte mia, non immagino il dirigente libico che abbandona il paese, eludendo le responsabilità che gli si imputano, siano o no false, in parte o totalmente”.

“Una persona onesta starà sempre contro qualsiasi ingiustizia che si commetta in qualsiasi paese del mondo e la peggiore di queste, in questo istante sarebbe stare zitti di fronte al crimine che la NATO si prepara a commettere contro il popolo della Libia”.

“Alla cupola di questa organizzazione guerrafondaia serve urgentemente farlo e va denunciato!”

In quella data anticipata mi ero reso conto di quel che era assolutamente ovvio.

Domani martedì 25 ottobre parlerà il nostro ministro degli Esteri, Bruno Rodríguez nella sede delle Nazioni Unite per denunciare il criminale blocco degli Stati Uniti contro Cuba. Seguiremo da vicino questa battaglia che metterà in evidenza ancora una volta la necessità di mettere fine non solo al blocco, ma al sistema che crea l’ingiustizia nel nostro pianeta, che dilapida le sue risorse naturali, e pone a rischio la sopravvivenza umana. Presteremo un’attenzione speciale all’allegato di Cuba.

Proseguirà mercoledì 26.


Fidel Castro Ruz

24 Ottobre 2011

Ore 17.19

Il 3 Novembre a Nizza si svolgerà la manifestazione internazionale contro il vertice del G20

Occorre riprendere la mobilitazione per un movimento di massa antiliberista

Nonostante la grande partecipazione popolare, la manifestazione degli Indignados del 15 ottobre scorso non ha potuto realizzarsi come grande spazio pubblico nel quale potesse prendere forma e contenuto un forte e largo movimento antiliberista di massa. Gli atti di teppismo e violenza, nonché l’uso sconsiderato della repressione in Piazza San Giovanni da parte della polizia, hanno finito per oscurare le ragioni dei manifestanti. Proprio perché in gioco è la possibilità stessa che possa nascere nel nostro paese una opposizione politica e sociale alle politiche della “troika” (Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale) di dimensioni di massa riteniamo fondamentale spezzare la dinamica violenza/repressione nel quale le forze di governo vorrebbero rinchiuderci.
Il successo della manifestazione della Fiom il 21 Ottobre (sciopero della Fincantieri e della Fiat e manifestazione in piazza del Popolo a Roma) e della manifestazione contro la Tav del 23 ottobre in Val di Susa dimostrano che è forte la volontà di rompere quella morsa e riproporre al centro i contenuti della lotta e il protagonismo diretto dei lavoratori e delle lavoratrici nonché della popolazione.

La Federazione della Sinistra ha dimostrato con la preparazione e la sua presenza organizzata il 15 ottobre, nonché alle successive manifestazioni della Fiom e in Val di Susa (in questo caso unica forza politica presente), di essere parte significativa e indispensabile di un processo unitario per il rilancio del movimento e delle lotte.
Per questa ragione abbiamo invitato ad organizzare assemblee di discussione e di confronto sui fatti del 15 ottobre e sulle prospettive del movimento con l’obiettivo di valorizzare e non disperdere il tessuto unitario di chi – autofinanziandosi – aveva deciso di venire a Roma. Il post 15 ottobre deve essere affrontato allargando lo sguardo a ciò che in quel giorno è avvenuto nel mondo. In oltre cento paesi di tutti e cinque i continenti si è manifestato contro i responsabili della crisi e le loro ricette economiche che vorrebbero imporre ai popoli. Questa consapevolezza di essere dentro un movimento internazionale – che ha contenuti radicali e pratiche inclusive – deve spingerci a reggere il contraccolpo negativo dei fatti di Roma e a rilanciare l’iniziativa.
Dall’”attendamento”, ad eleggere in ogni città una “piazza della partecipazione e democrazia”, al ripetersi organizzato di manifestazioni davanti alle banche e alle sedi della CONFINDUSTRIA, al collegamento diretto alle lotte degli studenti e dei precari, ai presidi davanti alle fabbriche in lotta, è possibile lavorare per unire le soggettività che resistono alle politiche governative e della Bce. La manifestazione dei pensionati della Cgil del 28 ottobre a Roma acquista – in una fase in cui su pressione della Commissione Europea ci si appresta a manomettere in modo definitivo la previdenza pubblica – può avere un grande valore simbolico alla luce del fatto che anche il Pd con Enrico Letta si è dichiarato favorevole all’innalzamento dell’età pensionabile.

Il 3 Novembre a Nizza si svolgerà la manifestazione internazionale contro il vertice del G20 alla quale la FDS parteciperà con una propria delegazione e con una presenza delle nostre realtà liguri.
Il 26 Novembre, la manifestazione indetta dal Forum per l’acqua pubblica avrà come obiettivo di richiedere l’attuazione della volontà popolare espressa negli oltre 26 milioni di Si all’abrogazione delle leggi che hanno privatizzato la risorsa idrica. Si tratta di costruirla dal basso, evidenziando territorio per territorio i ritardi o la mancanza di volontà anche delle amministrazioni di centrosinistra di non ripubblicizzare la risorsa idrica.


MASSIMO ROSSI
PORTAVOCE FEDERAZIONE DELLA SINISTRA
26/10/2011

20 ottobre 2011

In vista dello sciopero e manifestazione di Fiat e Fincantieri, il sindacato non si arrende. Tensioni con Alemanno e la questura. Landini: «Non si può vietare ai lavoratori di manifestare». Appello a tutte le forze democratiche

«Tutti a Roma con la Fiom»
Quando tutto precipita, può sembrare che le cose avvengano per caso. Ma è un errore. Se il problema della Fiat e dell'attacco al contratto nazionale si sommano all'attacco alla democrazia - nella forma della libertà di manifestare; e se tutto questo avviene per un corteo dei metalmeccanici, in una città governata da un ex neofascista che va in giro con la celtica al collo... il caso non esiste.


Maurizio Landini, segretario della Fiom Cgil in un momento tra i più difficili della storia del sindcato, mantiene un tono molto calmo mentre ripercorre le tappe che hanno portato a un divieto mai visto prima in Italia. «La scorsa settimana avevamo chiesto il permesso per un corteo da piazza Esedra a Santi Apostoli, e non era stato sollevato alcun problema. Dopo gli incidenti di sabato il quadro è cambiato. Il Comune ha deciso che non si potevano tenere cortei nel primo municipio. A quel punto abbiamo proposto un altro percorso, da piazza Partigiani a Bocca della Verità passando per il Circo Massimo; che ci sembrava tenesse conto dei "problemi di ordine pubblico"».

Ma «anche questa non è stata autorizzata dal sindaco, che ha indicato - con un'apposita lettera - sette piazze disponibili per una manifestazione "stanziale", perché i cortei si potevano fare solo fuori dal primo municipio». A quel punto la Fiom ha chiesto il via libera da piazzale Flaminio a viale Mazzini, sotto la sede Rai; oppure da piazzale dei Partigiani a piazza Schuster, fuori dalla gigantesca «zona rossa» arbitrariamente tracciata da Alemanno. «Abbiamo scoperto che anche fuori da quest'area non è possibile fare cortei, per scelta della questura».

Ma «troviamo inaccettabile che l'effetto di episodi di violenza, che condanniamo, sia che lavoratori con già le lettere di licenziamento, come in Irisbus, o in cassa o che stanno occupando stabilimenti di Fincantieri, non possano manifestare pacificamente. Questo dovrebbe interrogare tutte le forze democratiche di questo paese, e preoccuparle per una risposta che mette in discussione diritti costituzionali».

La Fiom calcola in almeno 90 pullman la partecipazione da fuori Roma del gruppo Fiat e Fincantieri, cui vanno aggiunti tutti i metalmeccanici del Lazio. «Facciamo un atto di responsabilità. Chiediamo noi di fare la manifestazione in piazza del Popolo per far parlare le ragioni e le rivendicazioni di quei lavoratori; e ci rivolgiamo a tutte le forze sociali e della cultura della nostra città di dar forza alle ragioni dei lavoratori e della democrazia, per fare di Roma una "città aperta"». E visto che Maroni pensa di poter permettere di manifestare «solo a chi ha un patrimonio, chiederemo un euro per la democrazia, per sostenere i lavoratori fino a quando non si raggiunge un risultato».

Le dichiarazioni di Marchionne, del resto, confermano una volontà di abbandonare il paese. «Un piano "fabbrica Italia" non esiste, Fiat fa quello che vuole senza che un governo gli chieda conto del suo modo di stare in questo paese». Discorso simile per Fincantieri, «che è anche pubblica».

La denuncia della «strumentalizzazione da parte del governo di un fatto grave» è molto forte. Così come la centralità delle ragioni di chi oggi «è in sciopero da 100 giorni, oppure lavora al massimo 15 giorni al mese».

La prima domanda è scontata: «cosa farete se vi diranno ancora no?». Secca e calma la risposta: «Occuperemo piazza del Popolo. È o no una delle sette piazze indicate dal sindaco come libere? Se non fosse possibile nemmeno lì, troverei che siamo di fronte a un problema ancora più grave».

Poi, dopo la riunione in questura e una dichiarazione di Alemanno che si rimetteva alle decisioni della questura, arriva il «sì» che scioglieva la tensione intorno a un appuntamento. La questura e il sindaco la gestiscono subito come una vittoria «non ci sarà alcun corteo». Ma intanto alla Fiom arrivano centinaia di attestati di solidarietà: forze politiche, sindacali, studenti di ogni ordine e grado. E persino dai «sindacati complici» che hanno firmato fin qui gli accordi separati che hanno reso possibile un braccio di ferro del genere. Ci sono piccoli «passi indietro» che producono una ripresa del cammino. La Fiom sembra essere riuscita nello scopo. Ma il problema del diritto a manifestare - indipendentemente dal patrimonio o dal «gradimento» riscosso presso il potere, resta aperto.


Francesco Piccioni
20/10/2011

In questa rappresentazione che si fa realtà scompare d’incanto la responsabilità dei media. Il loro intervento nella costruzione delle notizie è mascherato da neutrale descrizione dei fatti

La spettacolarizzazione del 15 ottobre e il corto circuito tra media e black bloc
Le reti televisive continuano a trasmettere le immagini delle devastazioni dei “black bloc”, come fosse la ripetizione ossessiva di un film. Auto in fiamme, blindati sottratti alla polizia, lanci di sampietrini, vetrine infrante e bancomat assaltati sono divenuti immagini così familiari da costituire ormai una sorta di scenografia del discorso pubblico. Una memoria fotografica a portata di tutti.
Già nella serata di sabato, nelle prime trasmissioni televisive allestite a caldo, ha preso forma un racconto della manifestazione che non collima affatto con quello della maggior parte dei protagonisti scesi in piazza. Molti giovani manifestanti, intervistati dai conduttori televisivi, lamentavano che neppure una parola venisse spesa per raccontare le parole d’ordine del movimento, le ragioni politiche degli indignati, il lavoro di preparazione dei comitati e che tutta l’attenzione dei giornalisti fosse spostata, al contrario, sulle devastazioni e sugli scontri. Ma la sovraesposizione narrativa delle violenze è davvero la conseguenza logica del dovere di cronaca? Oppure questo voyeurismo mediatico è la spia di una spirale perversa che lega tutti gli attori in scena - media e black bloc - in un unico, pervasivo principio di spettacolarizzazione del reale? C’è un sottile confine oltre il quale il compito di informare sui fatti rischia di trasformarsi in una rappresentazione della realtà, anziché in una fotografia della medesima. I fatti sono fatti, si dirà. Ma non è così ovvio come sembra. Raccontare un fatto significa escludere altri fatti. Nel giornalismo esiste una grammatica del discorso, una gerarchia delle notizie, alcune delle quali occupano il centro della scena, altre sono relegate sullo sfondo e altre ancora spariscono dallo sguardo. Ma la gerarchia è l’esito di una interpretazione, niente affatto neutrale. Se si sceglie di raccontare la manifestazione di sabato mostrando unicamente la sequenza di distruzioni, la conseguenza è che si esclude dal racconto ufficiale tutto il resto. Nella migliore delle ipotesi le ragioni delle centocinquantamila persone scese in piazza diventano marginali. Quel che è incompatibile all’interno della narrazione prescelta viene oscurato. Non resta che un unico, esclusivo, significante universale della piazza: le auto in fiamme. Una rappresentazione, certo, che però finisce per avere effetto di realtà. Il risultato è che per il senso comune la manifestazione degli indignati resterà indissociabilmente legata all’immagine delle carcasse carbonizzate delle auto.
In questa rappresentazione che si fa realtà scompare d’incanto la responsabilità dei media. Il loro intervento nella costruzione delle notizie è mascherato da neutrale descrizione dei fatti. Da un lato, il primato dell’immagine spinge a enfatizzare quegli aspetti della realtà più compatibili col linguaggio televisivo - cosa c’è di meglio di un riot in stile londinese per un racconto mozzafiato! - e dall’altro ci si occulta dietro la convinzione che le immagini non siano altro che riflessi immediati della realtà. Quel che ha fatto della televisione - almeno sinora - la protagonista dei media è che nel prodotto finale scompare la sua natura di mezzo, occultando allo sguardo gli interventi che sono stati necessari per ridurre la realtà a racconto audiovisivo. Esiste una letteratura così ampia sull’argomento che non è necessario insistere oltre. I media agiscono secondo un principio di spettacolarizzazione della realtà - per logica interna ancor prima che per eventuali operazioni politiche. E’ molto facile che nella loro sfera d’attenzione finiscano notizie più adatte a essere inserite in un plot, in una sceneggiatura, che non, al contrario, fatti più resistenti a una riduzione narrativa a uso e consumo del grande pubblico. L’assalto a una vetrina compiuto da una decina di persone, fuor d’astrazione, si presta molto più a essere raccontato per immagini rispetto alla critica alla mercificazione contenuta nelle parole d’ordine di un movimento di centinaia di migliaia di persone.
Ma se così stanno le cose, non c’è il rischio che si crei un corto circuito tra il linguaggio spettacolare dei media, da un lato, e l’azione altrettanto spettacolare dei black bloc?
Solo per incompetenza o per intorbidire ancor più le acque, si può ravvisare un’analogia tra la guerriglia dei black bloc e la lotta armata degli anni Settanta. Nella logica del terrorismo - sbagliata e infondata quanto si vuole - c’era la convinzione che la lotta armata fosse una strategia, un mezzo per raggiungere un fine. Nello schematismo dottrinario delle Br l’atto terroristico non era fine a se stesso, ma strumentale a innescare un presunto movimento rivoluzionario nella società italiana. Niente di simile c’è nel modo di agire dei black bloc. La guerriglia urbana, lo scontro fisico, la distruzione di bancomat e negozi, l’incendio di vetture non ambiscono ad andare oltre la loro dimensione presente. La violenza di piazza è quel che è, un attacco ai simboli più superficiali del potere, nel migliore dei casi - la filiale della banca (il denaro), la polizia (braccio armato dei governanti), il commercio (i negozi), la proprietà (automobili) - ma senza che quelle azioni abbiano la possibilità di andare oltre loro stesse. Mandare in frantumi una vetrina non può avere altro fine se non quello di esibire la propria esistenza. Fine del discorso. La lotta armata era una strategia, la violenza black bloc performance, reality, spettacolo - nel senso tecnico di drammatizzazione. Il terrorismo anni Settanta era ancora interno a una rivoluzione immaginata come processo. Nel caso dei black bloc, invece, non c’è nessuna progettazione del tempo, nessuna concatenazione di cause ed effetti. Tutto si gioca nella situazione, nell’attimo accelerato dell’ipermodernità, nella puntualità dell’istante, nel culto estetico dell’azione. La stessa logica - guarda caso - implicita nel modus operandi dei media. Il principio-spettacolo con cui la televisione racconta la realtà è lo specchio in cui la guerriglia black bloc si riflette e si riconosce, l’elemento in cui essa si esibisce e dimostra la propria esistenza. L’attenzione spasmodica dei media hanno dedicato alle devastazioni rischia per assurdo di diventare la prova del successo simbolico delle performance violente dei black bloc, catapultati al centro della scena pubblica proprio per effetto dei riflettori puntati.

Tonino Bucci
20/10/2011
www.liberazione.it

18 ottobre 2011

Un mese a Piazza della Libertà. Occupazioni diffuse in oltre 100 città degli Stati Uniti

Il Movimento per la giustizia economica raggiunge una dimensione globale
Piazza della Libertà, New York, NY - Un mese fa, oggi circa 2.000 persone si sono radunate a Lower Manhattan e hanno marciato fino a Broadway. Fermandosi a Zuccotti Parco circa 150 hanno trascorso la notte e hanno iniziato un accampamento. Rinominando lo spazio "Piazza della Libertà" abbiamo dato il via a una protesta contro i salvataggi bancari, l'avidità aziendale e il potere incontrollato di Wall Street a Washington. Nell'ultimo mese, il messaggio di "Noi siamo il 99%" ha conquistato i cuori e le menti di più della metà degli americani (secondo un recente sondaggio Time) e sta guadagnando terreno a livello globale, con 1500 manifestazioni di protesta in 82 paesi sabato scorso (15 ottobre).

"Sono qui per celebrare il 30 ° giorno di questa protesta contro il potere corporativo", ha detto Karanja Gacuca da Piazza della Libertà, un ex analista di Wall Street, che organizza ormai con Occupy Wall Street. "Preoccupato per i cospicui bonus di Wall Street - in particolare dopo che l'industria ha accettato un salvataggio a carico del contribuente e la classe media continua ad essere spremuta - Credo che sia tempo per un sistema più equo che fornisca assistenza sanitaria, istruzione e opportunità per tutti, e respinga l'influenza delle multinazionali sul governo ".

Ispirati dalle rivolte in tutto il mondo arabo, e alimentato dai sentimenti di rabbia e impotenza degli americani di tutti i giorni, nell'ultimo mese Occupy Wall Street è:

• diventato globale: Il 15 ottobre, le proteste si sono tenute da Nord e Sud America in Asia, Africa ed Europa, con oltre 1.500 eventi in 82 paesi, come parte di una giornata di azione globale.

• fiorito con la diversità: occupanti di diverse età, razze, ceti sociali, e convinzioni politiche si sono uniti al movimento. Il mix è cresciuto rapidamente con la presenza di studenti, anziani, famiglie con bambini, lavoratori edili nella loro pausa pranzo, disoccupati, dirigenti di Wall Street, veterani dell'Iraq e dell'Afghanistan, mamme, e molti altri.

• ottenuto il sostegno in Heartland (America profonda): le azioni di Occupy stanno accadendo in tutta l'America centrale, dal Kethcum, ID a Kalamazoo, MI, da Orlando a Anchorage. Ogni giorno i contributi finanziari arrivano con vestiti, cibo, e messaggi di sostegno da tutto il paese. Una coppia dal West Virginia che ha inviato le forniture agli occupanti di Piazza della Libertà scrive: "Siamo molto grati a tutti voi coinvolti in questa difesa dell’America. Crediamo fermamente che di questo si tratta. Se non possiamo prendere questa democrazia questa volta, affonderemo e ci vorrà un sacco di tempo prima che avremo di nuovo questa opportunità. Grazie per aver dedicato tempo della vostra vita frenetica per essere lì. "

• Modificata la conversazione: la forza popolare di condividere la rabbia verso un sistema malato che favorisce l'1% a scapito del resto di noi ha spostato i termini del nostro dibattito nazionale. La protesta di Occupy Wall Street è diventata un fenomeno culturale, citato ovunque, dagli scherzi a Saturday Night Live al solenne memorial del monumento nazionale di Martin Luther King, Jr. dal presidente Obama domenica. Noi, gli occupanti, abbiamo dimostrato al nostro paese come unirsi e rispettare le differenze mentre si lavora insieme per costruire un movimento per il cambiamento.


traduzione di Maurizio Acerbo

testo originale: http://occupywallst.org/article/occupy-wall-street-marks-one-month/

17 ottobre 2011

L’obiettivo del governo era fare fallire la manifestazione. Si spiega solo in questo modo il comportamento delle forze di polizia in Piazza S. Giovanni. I caroselli con il camion con gli idranti lanciati a tutta velocità sui manifestanti hanno alimentato la dinamica di contrapposizione con la polizia

15 OTTOBRE: NON CI TOGLIERANNO LA PAROLA

Il 15 ottobre interessi convergenti di chi non vuole che nasca nel nostro paese un movimento antiliberista di massa hanno impedito che piazza S. Giovanni diventasse la nostra piazza Tahrir. Chiunque abbia agito per togliere la parola a decine di migliaia di persone venute da tutta Italia lo ha fatto perché ha paura di questo movimento e dei suoi contenuti. Vorrebbero adesso zittirci, cancellare le nostre parole d’ordine e le nostre proposte, schiacciarci sulla dinamica violenza/repressione, ammutolire la consapevolezza che questo movimento rappresenta – e non solo in Italia- una speranza per la maggioranza degli esseri viventi del pianeta.
Il primo pensiero è per chi è venuto per la prima volta in piazza,superando ritrosie, diffidenze, sentendo dentro una forte esigenza di unire volti, parole, mani , generazioni e percorsi. A loro dico di non rassegnarsi, di non darla vinta agli incendiari e al governo delle banche. Non siete soli, non dovere essere lasciati soli a rimuginare sui lacrimogeni, i caroselli infami , le vetrine in frantumi e le auto dissennatamente date alle fiamme. E’ il momento di non dargliela vinta, di tornare ad essere protagonisti. Non disperdete l’elenco dei pullman, di questo straordinario popolo che è l’indignazione, convocateli e convocatevi insieme nelle vostre città. Parlatevi , parliamoci , facciamo si che nelle nostre città quello spazio pubblico che ci è stato impedito a Roma si formi in ogni dove. Da subito organizziamo centinaia di assemblee e momenti di confronto. Sono altri che devono sparire dalla scena politica non le idee di chi si batte per un’altra società. Sommiamo la voce di ognuno di noi a quella di un’altro. Se non ci rinchiudiamo in noi stessi non l’avranno vinta

PERCHE’ IL CORTEO NON E’ STATO DIFESO ADEGUATAMENTE
In diversi mi hanno domandato perché il corteo prima e piazza S. Giovanni dopo non sono stati tutelati dagli organizzatori. Credo che sia una domanda legittima ed è giusto non sfuggire ad essa. Il coordinamento 15 ottobre ha messo insieme uno schieramento molto vasto ed eterogeneo, in larga parte fatto da forze sociali e politiche organizzate ed altre più spontanee e di base. Tutte queste forze si sono mosse con spirito di servizio nell’organizzazione dei pullman, nella promozione della manifestazione, nel provare a fare di piazza S. Giovanni il luogo di una agorà in cui un intero popolo potesse prendere parola e riconoscersi. La scelta di predisporre la formazione del corteo dopo al testa unitaria (il movimento dell’acqua) mettendo subito a ridosso spezzoni asserenti a diverse sigle dell’universo precario , si è rivelata un grave errore. Per più di un motivo. Il primo è che chi è venuto alle riunione a rappresentarla non ha detto tutta la verità. Il secondo è che è non è accettabile che un punto così sensibile del corteo – sostanzialmente la vera testa – sia affidato ad una componente informe e non organizzabile. E’qui che si sono infilati spezzoni organizzati con caschi , zaini pieni di ogni cosa e che – nello stile classico dei black block , che agiscono distruggendo e incendiando cose e sfuggono sistematicamente allo scontro con la polizia – hanno iniziato da via Cavour la loro opera distruttiva mettendo a serio repentaglio l’incolumità stessa dei manifestanti (si pensi cosa sarebbe successo se una delle auto date alle fiamme fosse stata alimentata a GPL).

LA CAMPAGNA CONTRO LE FORZE ORGANIZZATE FUNZIONALE AL BOICOTTAGGIO DEL CORTEO
La prima osservazione dunque è che è stata sbagliata questa formazione del corteo. Davanti dovevano starci le strutture più organizzate perché prioritario era salvare e garantire la fruizione dello spazio pubblico di S. Giovanni. Invece le forze organizzate sono state per settimane sottoposte ad una polemica montata ad arte contro i partiti , i sindacati, le bandiere etc. Si è arrivati a strumentalizzare anche un comunicato degli Indignados spagnoli contro al presenza di forze organizzate ignorando o non dicendo che il movimento 15 M - essendoci l’elezioni imminenti in Spagna - era molto rigido su questo perché non voleva giustamente che la mobilitazione del 15 di ottobre venisse trasformata in un luogo di campagna elettorale. Per questo siamo arrivati all’assurdo, che una delle forze più organizzate presenti in massa alla manifestazione di Roma , la Federazione della Sinistra, fosse messa in fondo al corteo e dunque non in grado d’intervenire a tutela del corteo stesso. Anche altre forze dotate di un livello organizzativo importante come la Fiom si sono ritrovate troppo dietro. I Cobas erano da soli a contato con il blocco nero , con cordoni organizzati ma non i grado di liberare la testa da questi soggetti. Ferma restando l’autonomia del movimento - che non può però al contempo essere pregiudicata da una sparuta minoranza armata di tutto punto- sarebbe opportuno che anche in rete si aprisse una discussione su questa campagna contro le forze organizzate e sull’irresponsabilità di averla alimentata. Che si torni ai fondamenti e all’abc della scelta sui contenuti : è stato assurdo mettere sullo stesso piano partiti politici che sono contro la Bce con quelli che invece sono a favore delle politiche neoliberiste.

CHI VOLEVA IL FALLIMENTO DELLA MANIFESTAZIONE
L’obiettivo del governo era fare fallire la manifestazione. Si spiega solo in questo modo il comportamento delle forze di polizia in Piazza S. Giovanni. I caroselli con il camion con gli idranti lanciati a tutta velocità sui manifestanti hanno alimentato la dinamica di contrapposizione con la polizia. Per un niente si è evitato un nuovo caso Zibecchi. I black block si erano già dileguati avendo raggiunto l’obiettivo (spezzare il corteo , far parlare di loro, impedire lo spazio pubblico del movimento di massa) e il comportamento della polizia in e nei pressi di Piazza S. Giovanni è stata tale da provocare la ribellione dei presenti - specialmente settori giovanili – in una logica tipica da stadio. E’ scattata cioè una dinamica propria della relazione periferia – centro, dove il termine periferia non va inteso solo in senso urbanistico. C’è una generazione precaria senza futuro nelle cui viscere monta una rabbia che può trovare sfogo nello scontro con la polizia. E’ un fenomeno presente in molte realtà europee è per molti versi prepolitico se non addirittura antipolitico. Leggere questo fenomeno con le lenti tradizionali è un errore. Questo non significa che dobbiamo assecondarli, ma è fondamentale capire il fenomeno per poterlo affrontare e indirizzare.

LA SPINTA AUTORITARIA CONTRO IL MOVIMENTO
Solo l’altissima partecipazione popolare alla manifestazione e la reazioni contro il blocco nero di molti manifestanti, ha impedito che contro il movimento si scatenasse la classica bagarre criminalizzante. Il risultato intanto il governo l’aveva ottenuto . cancellare dal dibattito politico i temi della manifestazione (basta privatizzazioni, non paghiamo il debito fatto dagli speculatori, salviamo la scuola non le banche, riduciamo le spese militari, giù le mani dall’articolo 18 etc). Ad alimentare la spirale autoritaria d’altronde arriva in soccorso della destra personaggi come Antonio Di Pietro che non ha di meglio che rispolverare l’infame legge Reale degli anni ’70 che criminalizzò le lotte, fece centinaia di morti “accidentali” nei posti di blocco , sospese lo stato di diritto, proibì l’agibilità democratica nelle piazze. Se lo Stato scegliesse questa via darebbe alibi e argomenti a chi il 15 ha scelto – invece che la strada della democrazia partecipata e del protagonismo diretto delle persone – la scorciatoia dell’azione militare eclatante e la violenza distruttiva.

NON DISPERDIAMO LA DOMANDA DI UNITA’ DAL BASSO
Dobbiamo riprendere la parola proprio perché la spirale repressione/violenza può essere mortale per le nostre ragioni. Occorre non disperdere l’enorme forza di quella mobilitazione popolare. Avevamo detto che il 15 ottobre era solo l’inizio di un ciclo di lotte. L’ha capito anche il potere che ha provato a spezzarlo e proverà ancora ad ucciderlo nella culla. Sta a noi avere l’intelligenza di “scartarlo”, di obbligare anche le forze organizzate, a partire da quelle che si sono riconosciute nel coordinamento 15 ottobre a non ripiegare su se stesse ma ad insistere su un percorso unitario. Dalle città, dal basso, può arrivare la spinta affinché l’anima vera del 15 ottobre, riprenda a camminare .

Alfio Nicotra

Chi cerca di interpretare quella che è stata per partecipazione una delle più grandi manifestazioni degli ultimi anni esclusivamente come un “grande problema di ordine pubblico” lo fa strumentalmente

USB: IL NOSTRO 15 OTTOBRE

La prima considerazione da fare in merito alla manifestazione del 15 ottobre è che sono scese in piazza 500.000 persone che hanno dimostrato che in tutto il paese esiste un forte e diffuso dissenso che esprime un punto di vista sociale non omogeneo al proprio interno ma che sicuramente fa emergere una rinnovata voglia di protagonismo e di cambiamento e la necessità di proposte ed alternative radicali.
Non si tratta esclusivamente di mandare a casa il governo Berlusconi, ma di comprendere che la causa e la regia internazionale della crisi che sta producendo povertà, precarietà e assoluta incertezza per il futuro, è la politica delle banche e della finanza che per continuare ad accumulare profitti sta distruggendo le politiche e le economie di interi paesi, Italia compresa. Una “dittatura” che si è manifestata ultimamente con estrema violenza istituzionale nella lettera di Mario Draghi e del presidente della Bce, Jean-Claude Trichet che hanno imposto condizioni, tempi e modalità delle misure economiche di uno stato sovrano, in nome e per conto dei “mercati” e di chi dietro a questo paravento continua a fare profitti.
Questa è la traduzione della parola d'ordine “noi il debito non lo paghiamo” che ha aperto uno spezzone del corteo del 15 ottobre e che ha accolto molte decine di migliaia di lavoratori, cittadini, migranti, precari e pensionati.
E' questo il corteo che USB ha promosso insieme a tante altre realtà ed al quale ha partecipato il 15 ottobre. Chi cerca di interpretare quella che è stata per partecipazione una delle più grandi manifestazioni degli ultimi anni esclusivamente come un “grande problema di ordine pubblico” lo fa strumentalmente per evitare di parlare dei problemi di milioni di famiglie che con il loro salario, la loro pensione o la loro cassa-integrazione non ce la fanno ad arrivare neanche al 15 del mese, di giovani e di precari che non hanno davanti nessun futuro ed a stento riescono a far fronte al presente.
Noi non ci stiamo a questa lettura della realtà che vuole nascondere sotto il tappeto le storture di un meccanismo economico e finanziario che sta triturando lo stato sociale e qualsiasi concetto e valore di solidarietà umana, immolando milioni di persone al “dio mercato”.
Sabato 15 ottobre chiunque ha potuto vedere le bandiere e gli striscioni di USB, dietro ai quali c'erano i volti di lavoratori in carne ed ossa che stanno pagando una crisi che non hanno prodotto ed ai quali si vuol far pagare un debito di cui non sono responsabili. Hanno sfilato per le vie di Roma in modo composto ma esprimendo rabbia e dissenso, in modo assolutamente tranquillo ma esprimendo contenuti radicali e conflittuali.
USB, insieme a tante altre realtà sindacali, sociali, studentesche e politiche avrebbe voluto occupare Roma in modo pacifico, fermandosi in tante vie, accampandosi nelle piazze, montando tende e rimanendoci a dormire, parlando con la gente che dentro e fuori la manifestazione dimostra ormai che questo governo e questa politica non ci rappresentano più, che la gestione dell'economia dovrebbe essere fatta per i cittadini e non contro di loro.
Invece non abbiamo avuto la possibilità di esprimerci in questo modo perché ha prevalso la disperazione e la violenza sulla ragione, sulla passione e sul conflitto sociale.
Una giudizio negativo, quello dell'uso della violenza nella giornata del 15 ottobre, che non può nascondere che tali espressioni e pratiche sono figlie della mancanza assoluta di rappresentanza sociale e politica alla quale è stato portato il nostro paese, sono frutto di un sistema dei partiti corrotto ed asservito alle banche e alla finanza internazionale, di un sindacato che in gran parte ha abbandonato il ruolo di rappresentante dei lavoratori, di una precarietà che dal lavoro si è trasferita al sociale, al quotidiano, alla vita di tutti i giorni e si trasforma spesso in disperazione.
Non vedere o far finta di non vedere questa tragica realtà vuol dire sottovalutare una situazione che si fa di giorno in giorno sempre più grave, vuol dire non affrontare in modo razionale ed analitico una realtà complessa e socialmente frammentata.
Come grave è strumentalizzare in modo inaccettabile, come ha fatto il quotidiano “La Repubblica” rispetto al quale ci riserviamo di procedere legalmente, chi esprime conflitto sindacale e sociale come USB e si trova appiccicate etichette che non riguardano questa organizzazione.
L'Unione Sindacale di Base vuole continuare serenamente e con determinazione la mobilitazione iniziata almeno un anno fa e ritiene che il conflitto sindacale, lungi dal poter essere considerato un problema di ordine pubblico come vorrebbe ridurlo qualcuno, aumenterà di intensità con il peggioramento della situazione sociale. I lavoratori lo sanno ed è per questo che tanti di loro da mesi abbandonano le vecchie aristocrazie sindacali e aderiscono ad USB che dimostra coerenza, fermezza, intelligenza e determinazione nel portare avanti tanto le lotte generali quanto quelle che quotidianamente si affrontano sui posti di lavoro.

Roma, 15/10/2011

14 ottobre 2011

Verso il 15 ottobre. Intervista a Paolo Ferrero (Prc): "Evitare di cadere dalla padella alla brace. Occorre un movimento antiliberista di massa"

Controlacrisi.org intervista Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista.

Nella direzione nazionale di Rifondazione Comunista giungono notizie sempre più positive per la manifestazione di sabato. Saranno in migliaia le compagne e i compagni vicini al partito e alla FdS che si preparano a raggiungere Roma, consapevoli di ritrovarsi forse alla prima tappa di un percorso di cambiamento molto radicale non solo nel Paese. Paolo Ferrero, segretario del Prc, giudica molto importante l’impegno del partito in questa mobilitazione, tanto nella sua espansione del 15 ottobre quanto nel radicamento nei territori.«Il problema che abbiamo in Italia è quello di non cadere dalla padella alla brace. Dobbiamo riuscire a cacciare Berlusconi ma non dobbiamo permettere che si costituisca un governo senza che cambi la sostanza del proprio operato. Per questo occorre costruire un movimento antiliberista di massa e lavorare affinché diventi anticapitalista. La crisi è del liberismo e solo uscendo da questo si può determinare una soluzione della crisi. Non basta prendersela contro questo o quel leader, dobbiamo affrontare l’origine del problema. Perciò siamo interessati a costruire unitariamente un movimento che deve sedimentarsi nei territori e divenire punto di aggregazione di massa».
Su quali prospettive secondo te?
«Affinché possa proseguire credo occorrano due elementi fondamentali. Innanzitutto la democrazia e la partecipazione. Non è casuale che ad aprire la manifestazione di sabato ci siano esponenti di vertenze in corso, e poi realtà come i comitati per l’acqua e il movimento della Val di Susa. Rappresentano una istanza di democrazia e della partecipazione dal basso e che mirano agli interessi e al potere del popolo intero. Anche per questo noi proporremo un referendum per l’abolizione dell’Articolo 8 della manovra e della Legge 30 sulla precarietà. Il secondo elemento riguarda il fatto che questo movimento deve poter decidere e mantenere una autonomia dal quadro politico. La sua costruzione deve restare indipendente dalle dinamiche ristrette, non deve piegarsi sulle elezioni cercando la propria soluzione in questa o quella lista. Il punto che secondo me deve essere posto è quello di una strategia di allargamento degli spazi di democrazia».
Ma sono molto diffuse nel movimento le posizioni di chi rifiuta la presenza dei partiti, avverte la distanza dalla politica e si sente irrappesentabile
«Si tratta di una distanza che è frutto della distruzione che si è operata della democrazia attraverso il bipolarismo e attraverso partiti che non fanno il loro mestiere. Una questione seria a cui ognuno deve dare una risposta. Il nostro rapporto con i movimenti vuole essere quello di esserci costantemente e coscientemente sottolineando la necessità di autonomia ed evitando ogni forma di strumentalizzazione. Ogni volta che si partecipa devono essere chiare e dichiarate le ragioni per cui si è presenti».
L’appello del Coordinamento 15 ottobre è breve e denso. Quali sono le ragioni per cui il Prc ci si riconosce?
«Per noi il senso è abbastanza semplice: o l’Europa cambia politica e non si deve pagare il debito. Pagare significa essere macellati e finire come la Grecia. Non lo diciamo per uscire dall’euro. L’obbiettivo è costringere l’Europa a cambiare politica ma perché cambi realmente non si può restare nelle regole già dettate. Sono regole fatte per mantenere lo status quo, è per questo che da queste regole bisogna uscire».

Verso il 15 ottobre. Intervista a Marinella Correggia: "In piazza anche contro la guerra!"

Controlacrisi.org intervista Marinella Correggia, Giornalista

Sei stata in Libia due volte dall’inizio dell’operazione NATO, hai scritto e pubblicato diversi articoli e reportage. Ci puoi dire in due parole perché hai deciso di andare in Libia in un momento in cui il movimento pacifista a cui hai sempre partecipato non ha dato quasi alcun segnale della sua presenza e la stessa sinistra sembrava piuttosto confusa quando non consenziente addirittura?
Non è la prima volta che vado in un paese bombardato dalla Nato, nel 1991 sono andata in Iraq, poi c’é stato l’Afghanistan, e non dimentichiamo la Jugoslavia. La Libia sta subendo lo stesso tipo di aggressione. L’unica differenza è che allora c’erano più persone che si univano in delegazioni per raggiungere i luoghi bombardati. Questa volta non c’era tutta questa disponibilità, tant’è che la mia proposta di formare una delegazione che si recasse in Libia non ha trovato. Alla fine mi sono aggregata a una delegazione internazionale. Ho voluto verificare sul posto e attraverso la gente la gestione mediatica dell’intervento: una guerra ha delle cause e degli obbiettivi, ma gli interventi Nato dell’ultimo ventennio si sono sempre presentate attraverso un pretesto che richiedeva una risposta: l’intervento umanitario, il ripristino della democrazia. E’ stato così dal ’91 in poi, e di questo non mi stupisco.
Ciò che mi stupisce e che “ci caschiamo ancora “, come dice la storica Anne Morelli , autrice di : “Storie di propaganda di guerra, storie di propaganda di pace”. … Una propaganda che usa sempre gli stessi sistemi mediatici e le stesse immagini: i civili in pericolo, le fosse comuni…
Dalla lettura dei tuoi molti reportage viene fuori la ricchezza di testimonianze che hai raccolto. Delle voci che hai raccolto, parlaci di quelle più emblematiche…
Di testimonianze ne ho raccolte tante, e non si trovano nei media perché mettono in luce quello che invece deve essere oscurato. Per questo voglio ricordarne tre significative, la prima sulla dimensione del massacro di civili, che la NATO giustifica senza preoccuparsi di contraddire apertamente il pretesto della missione militare – la protezione dei civili!- Un’anziana donna sopravvissuta con le sue nipotine al bombardamento del quartiere di Arrada mi ha detto di essere pronta ad andare a testimoniare contro i veri crimini di guerra che i bombardamenti NATO stanno compiendo insieme a tutti gli abitanti della strada. Nelle conferenze stampa della Nato, invece, attraverso il media office a cui mi sono rivolta, giustificano apertamente questo tipo di operazione, come è successo per gli 85 morti del bombardamento di Mejer a Zliten, che la Nato ha rivendicato pur sapendo che non era un sito militare e dove, secondo loro, si erano rifugiati dei militari prendendo in ostaggio i civili. Sulla base di questo, hanno dichiarato legittimo l’intervento con i bombardieri provocando 85 vittime.
Un’altra testimonianza significativa riguarda l’esodo di circa 40.000 lavoratori del Niger dalla Libia, parte di un esodo assai più vasto che è quello che riguarda 1.000.000 di lavoratori provenienti da tutto il sud del mondo e che vivevano e lavoravano in Libia.
Ho parlato a lungo con un ragazzo del Niger che lavorava in Libia e che ora è scappato in Tunisia e mi ha spiegato tutto questo…a proposito di effetti collaterali!
E infine il peso dell’assenza di mobilitazioni internazionali e italiane soprattutto, viste le proporzioni del movimento contro la guerra in Italia nello scorso decennio: come posso non ricordare l’insistente domanda di Nassed, che mi ha chiedeva perché c’erano manifestazioni contro i bombardamenti. Ma se lo chiedevano in molti.
Come continua il tuo impegno contro questa guerra?
Con la controinformazione, che in realtà preferisco chiamare informazione, perché è la Nato che contro - informa mistificando la realtà. E’ una lavoro importante perché attraverso i media la NATO ha condotto la SUA operazione. Se alle loro conferenze stampa ci fosse una presenza organizzata di giornalisti “alternativi”, con domande puntute, il mainstream dovrebbe dar conto delle contraddizioni che inevitabilmente si mostrerebbero in tutta la loro evidenza. Nessuno ha dato informazione della proposta dell’ALBA e dell’Unione Africana! Il paradosso è stato che persino Wallerstain ha deriso Chavez con la motivazione che si stava agitando inutilmente visto che non ci sarebbe stata alcuna risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che avrebbe dato il via ai bombardamenti. Abbiamo poi letto la sua analisi sul Manifesto lo stesso giorno che la risoluzione veniva approvata. La mancanza di informazione su tutto ciò ha facilitato il lavoro dei media e, nella migliore delle ipotesi, ha alimentato posizioni confuse.
Il 15 ottobre è una giornata di mobilitazione internazionale del cosiddetto movimento degli indignados. Qual è il tuo messaggio?
Intanto registro un’assenza di parole d’ordine contro la guerra in Libia, almeno nei principali raggruppamenti che hanno indetto la manifestazione. Ho trovato delle parole d’ordine contro quest’intervento Nato all’Assemblea all’Ambra Jovinelli, ma non nelle iniziative di Uniti contro la crisi. Eppure è semplice: chi, più dei paesi del Sud del mondo sono stati depredati a causa del debito con il Fmi e la Banca Mondiale? La stessa primavera araba nasce da questo strozzamento che l’occidente ha messo in opera attraverso il debito anche in quella parte del sud del mondo. E poi , si tratta di dire NO AL SOSTEGNO ECONOMICO DELLA GUERRA IN LIBIA.
Una carenza del movimento pacifista c’è, storicamente non ha mai avuto un approccio strutturale all’organizzazione delle mobilitazioni contro la guerra, ma se non siamo in grado nemmeno di organizzare la nostra opposizione alla guerra e la nostra solidarietà a chi sta nella stessa nostra situazione già da molto tempo è ancora peggio!
Ma intanto possiamo far diventare globalmente visibile la nostra opposizione alla guerra in Libia e in Afghanistan, e al complesso NatOnu, se porteremo nei cortei dei cartelli grandi e chiari. A Roma gli antiguerra si vedono a Santa Maria degli Angeli (partenza del corteo) alle 13,30. Il messaggio viene lanciato anche in altri paesi. La pace si deve vedere. Per questa guerra sarà ""troppo poco e troppo tardi"; ma servirà contro le prossime. 15 OTTOBRE...COME IL 15 FEBBRAIO 2003. CONTRO LA GUERRA
Anna Cotone 13 ottobre 2011

Approfondimenti
http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2011/mese/03/articolo/4283/
(Sulla Primavera araba e guerra in Libia)
http://www.aporrea.org/imprime/a121886.html (sulla propaganda di guerra)
http://www.nena-news.com/?p=10037 (testimonianze)

Verso il 15 ottobre. Intervista a Cremaschi (Fiom): "Accordo 28 giugno di stampo medievale. A dicembre nasce movimento NO DEBITO"

Controlacrisi.org intervista Giorgio Cremaschi, presidente del Comitato centrale della Fiom-Cgil e leader del movimento "il debito non lo paghiamo"

L’attenzione che si è creata intorno al movimento "il debito non lo paghiamo" ha permesso una straordinaria assemblea all’Ambra Jovinelli a Roma due settimane fa. A cosa credi sia dato questo successo?

Siamo gli unici che crediamo al mercato si può dire scherzando, perché siamo gli unici che rischiamo rispetto al muro di silenzio che c’è in Italia sul liberismo e sulla Bce. L’unica reazione autorevole, se così possiamo dire, è stata quella del ministro Sacconi, che ha gioito per la prova di quanto andava dicendo sulla manovra. Questo è il regime che c’è in Italia. Questa è la legge-bavaglio che c’è su chi dissente. La lettera firmata da Draghi e Trichet, oltre ad essere di una violenza inaudita, è un programma di governo scadenzato, rigoroso, brutale. Noi siamo partiti prima che ci fosse la tempesta estiva, con storie sindacali e politiche diverse, con la volontà di aprire una discussione sulla schiavitù del debito. Davanti a noi c’è una grande fase di mobilitazione e a dicembre l’appuntamento per dare vita al movimento “no debito”.Perché l’avete fatto?
Perché in Italia non è vero che non ci sono le lotte. E’ circa un anno, un anno e mezzo, che in Italia c’è la mobilitazione. Il movimento ha avuto la scintilla di avvio dal “No” degli operai di Pomigliano a Marchionne un anno fa. La prima verifica che in Italia c’è un regime padronale che controlla e decide è stata quella, e questo grazie alla politica che ha accettato tutto senza reagire. Tranne la Fiom e il sindacalismo di base, tutto il resto del mondo sindacale e politico è stato dalla parte di Marchionne. Da allora abbiamo avuto un continuo passaggio di testimone: precari, donne, migranti, studenti, i cittadini con il movimento contro la privatizzazione dell’acqua. Ci hanno fatto capire che l’Italia non è più una democrazia non solo perché siamo commissariati dalla Bce o un presidente del Consiglio che in qualsiasi altro paese occidentale sarebbe stato preso a calci nel sedere, ma perché abbiamo milioni di persone che non hanno diritti. Siamo una specie di Sud Africa.
Qual è il senso della giornata del 15 ottobre?
In Italia c’è un prodotto che non ha legittimità, il no al debito. Scenderemo in piazza sulla base di un appello che non ce l’ha con Berlusconi ma con la Banca Europea, con i cosiddetti programmi di riassetto del fondo monetario internazionale che sono programmi criminali che dovrebbero far arrestare per crimini contro l’umanità tutti i dirigenti dell’Fmi. Insomma, questo spazio politico non c’è. E se c’è non se lo fila nessuno. E quindi dobbiamo costruire uno spazio che abbia la forza di intervenire anche nella politica italiana perché ormai è chiaro che il governo Berlusconi è al tramonto ma non vogliamo farci fregare un’altra volta come nel 2006. Non vogliamo che sia un cambiamento di facciata sotto lo stesso programma. Vogliamo costruire un movimento sociale e politico che intervenga su tutte le questioni della politica partendo dalla schiavitù del debito e non un cartello elettorale. Chi vuole rimandare la lettera al mittente sta con noi chi l’accetta non sta con noi. E’ una cosa semplicissima. E’ un fattore costituente. Essere contro Marchionne, Draghi e Trichet vuol dire che si sta di qua. Gli altri, di là. Coloro i quali si ostinano a stare in mezzo spariranno. L’assemblea all’Ambra Jovinelli ha rappresentato l’avvio del percorso, che dice anche “democrazia ovunque” anche nei luoghi di lavoro. Ecco perché l’accordo del 28 giugno rimette in pista un principio medievale in base al quale un sindacato corrotto e un imprenditore che vuole negare i diritti possono rendere l’azienda terra di nessuno. La manovra sul legame tra articolo 8 e accordo del 28 giugno l’ha chiarita molto bene Emma Marceglia. E qual è stata la risposta della Cgil? Il silenzio.
Con quale programma?
Il primo punto è non pagare il debito. Gli interessi sul debito italiano sono al 7%, mentre il pil italiano cresce allo 0,5%. Gli interessi sono in realtà una usura. Noi siamo contro l’usura. Vogliamo la patrimoniale e la lotta all’evasione ma diciamo anche via le spese militari. Queste voci qui non devono servire a pagare il debito ma al welfare, a pagare case, scuole e ospedali. Il problema per loro non è ripianare il debito ma ripianare i profitti delle banche prima con 4600 miliardi e ora con altri tremila. Questo mentre il default della terra è una realtà dal 27 settembre. Sono tre i default, questo, quelle delle famiglie e il default dei diritti. Noi siamo creditori e loro sono debitori.
Infine la democrazia. Se sono così convinti che bisogna tagliare il bilancio dello Stato per i vincoli europei allora ci facciano votare.

9 ottobre 2011

Manifestazione 15 ottobre: corteo da piazza della Repubblica a Piazza San Giovanni - ore 14.00

Alessandra Riccio, in questi giorni il suo libro Racconti di Cuba (Iacobelli Editore, pp. 128, euro 10,00), un'opera piccola per dimensione e grande per stile, un'opera, allo stesso tempo, allegra e profonda, per spiegare dal di dentro e capire un paese e un popolo che da mezzo secolo smentiscono tutti.

I racconti cubani
Succede a volte che persone con le quali hai grande consuetudine e per le quali nutri indiscutibile stima, siano capaci di sorprenderti ancor più del solito per la loro eccellenza e per la loro bravura. E' il caso per me di Alessandra Riccio, specie dopo aver letto in questi giorni il suo libro Racconti di Cuba (Iacobelli Editore, pp. 128, euro 10,00), un'opera piccola per dimensione e grande per stile, un'opera, allo stesso tempo, allegra e profonda, per spiegare dal di dentro e capire un paese e un popolo che da mezzo secolo smentiscono tutti. Sia quelli come Alessandra e me che temono per l'assedio politico, economico e mediatico al quale Cuba è ancora assurdamente sottoposta, anche nell'era in cui è Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, sia quelli che detestano la Rivoluzione nonostante nella maggior parte dei casi non la conoscono o la disprezzano solo per invincibile pregiudizio ideologico.
Alessandra Riccio, che per le sue scelte di vita professionale ha imparato a conoscere da tempo l'anima testarda e solidale di un'isola come Cuba, forgiata, nel bene e nel male, dall'ultima rivoluzione autentica del nostro tempo, ha deciso così ad un certo punto che era arrivato il momento, da parte sua, di spiegarla quest'isola anomala. Per farlo, con molta umiltà, si è appoggiata alla vita che aveva vissuto a Cuba, come corrispondente dell'Unità, in stagioni (gli anni '90) nevralgiche per la Rivoluzione.
Ha raccontato, così, persone note e meno note, sincere e contraddittorie che, in alcuni casi, avevano frequentato quel terrazzo al terzo piano della palazzina di Calle 11 dove i corrispondenti dell'Unità abitavano e che Alessandra aveva fatto diventare in poco tempo un vero e proprio luogo di ritrovo delle idee più disparate, insomma della vita.
Ma nei 18 ritratti da lei messi insieme in Racconti di Cuba non c'è solo la cronaca magari della vita quotidiana del barrio o delle confidenze di Paquita, la compañera, che l'aiutava nelle faccende domestiche e che ha rifiutato di raggiungere il figlio a New York, dove se n'era andato, perché come tanti cubani non si sentiva pronta a rinunciare al medico di famiglia al pianterreno, che le controlla la pressione ogni mattina o alla ginnastica al parco vicino casa con una simpatica e giovane istruttrice, o alla possibilità di andare in gita al santuario della Madonna del Cobre, mille chilometri, in un pullman scassato ma pieno di anziani allegri. Nel libro di Alessandra c'è anche l'eco degli errori della rivoluzione e dei suoi momenti di illiberalità e la conferma delle disoneste campagne di discredito ritualmente montate sulle vicende di personaggi contraddittori come il poeta Heberto Padilla, la scrittrice Zoe Valdés o l'agente Cia Armando Valladares, ex poliziotto ai tempi del dittatore Batista, accusato di terrorismo. Un presunto dissidente, che non era né poeta, né invalido come lo presentavano i media occidentali, ma era invece un vecchio attrezzo della Cia che non a caso, poco dopo il suo rilascio dalle carceri cubane, per intervento del presidente francese Mitterand, ottenne immediatamente la cittadinanza Usa e fu nominato da Ronald Reagan addirittura capo della delegazione degli Stati Uniti al comitato Onu per i diritti umani.
Così Alessandra Ricco ricostruisce per il lettore dei suoi ritratti di sapore habanero, un paese inedito, a volte inaspettato, per molti di quelli che in buona o cattiva fede sono andati e vanno da mezzo secolo a "scoprire Cuba" senza capirla quasi mai, se è vero com'è vero che i più insistenti, negli ultimi vent'anni, a predire la fine della Rivoluzione e delle "utopie" dell'America Latina sono stati spesso proprio alcuni ex comunisti come il Premio Nobel Mario Vargas Llosa che ora vedono a sorpresa, e per ironia della storia, fallire miseramente la tanto decantata economia neo liberale. La Riccio ricorda che «dall'Italia arrivavano a decine i colleghi disposti a certificare la morte di quell'esperimento che aveva entusiasmato mezzo mondo negli anni Sessanta». Ma Cuba, paese con il chiodo fisso della cultura che fondò Casa de las Americas e l'Istituto del Cinema prima ancora di varare la riforma agraria, li ha smentiti diventando, pur fra tante contraddizioni, un esempio di riscatto per tutta l'America Latina. Mollò invece (per poi riuscire a rinascere anni dopo) l'Unità la cui amministrazione, già in caduta libera, a un certo momento, decise di chiudere il trentennale ufficio di corrispondenza dell'Avana. Chiuse anche la casa di Calle 11 con la terrazza che aveva ospitato tanti amici e nemici di Cuba, tanti intellettuali, politici, musicisti, scrittori, professionisti.
Da Hilda, la prima figlia del Che prematuramente scomparsa ad Assata Shakur, la Black Panther rifugiata all'Avana, ad Antonio Arrufat e Lisandro Otero, per i retori della Rivoluzione considerati, ad un certo momento, eretici ma che allora, come adesso, sono rimasti a Cuba. C'era spesso in quella casa anche Titòn Gutierrez Alea, il regista di Fragola e Cioccolata e Guantanamera, uno dei fondatori della Scuola di Cinema di Cuba, unica in America Latina, che fu protagonista di una lunga battaglia dentro l'Icaic per l'indipendenza e l'autonomia degli autori cinematografici.
Per questo mi piacerebbe chiedere ad Alessandra chi, fra gli scettici sul futuro di Cuba, che disturbavano con le loro voci i pazienti vicini di quell'angolo del Vedado, si alterava di più sulla terrazza del numero civico 464, diventata una vera palestra di dibattito quando Alessandra sostituì nella corrispondenza Massimo Cavallini che scelse di vivere in Florida e ora, con il suo blog, spara bordate contro Cuba.
Mi piacerebbe ricordare chi erano i più definitivi, all'epoca, nel bocciare ogni scelta della Rivoluzione, perché è da allora che una parte della nostra sinistra pontifica su quello che avrebbe dovuto fare Cuba per non morire. Bene: la Rivoluzione è ancora lì, ammaccata ma viva. Nel frattempo, però, è morta la sinistra italiana e, salvo la Germania, anche quella europea. Ma, secondo me, dove Alessandra raggiunge il massimo dell'eccellenza in questo piccolo-grande libro, non è solo nella interpretazione politica di Cuba, o nella bellissima prosa che usa per raccontare la storia edificante di Eusebio Leal, autodidatta, historiador della città dell'Avana premiato dall'Unesco, o nelle parole con cui illustra la poesia e la saggistica di Roberto Fernandez Retamar. L'intellettuale che a 27 anni insegnava già all'Università di Yale, lasciò l'incarico prestigioso per incorporarsi alla Rivoluzione e ora, mezzo secolo dopo, dirige Casa de Las Americas, l'istituzione letteraria più prestigiosa del continente.
Per me, i ritratti indimenticabili del libro della Riccio (con la quale ho il piacere di condividere la direzione di Latinoamerica) sono quelli di due donne di grande dignità e orgoglio, Dulce Maria Loynaz e Nati Revuelta.
La prima, poetessa insigne e aristocratica, amica di Garcia Lorca e mai tenera con la Rivoluzione, non pensò mai di far di professione la dissidente. Lasciò l'Avana per pochi giorni solo quando, nel 1992, risarcita nel suo orgoglio dal Premio nazionale di Letteratura, dopo anni di dimenticanze, andò novantenne in Spagna per ritirare il Premio Cervantes, il più prestigioso dopo il Nobel. Morì nel '97.
Nati Revuelta invece, nei giorni febbrili della Rivoluzione, amò Fidel, gli dette l'unica figlia femmina e quando questa figlia decise clamorosamente di andarsene a vivere in Spagna e poi negli Stati Uniti, preferì rimanere nell'Isola, fedele alle proprie radici come Dulce Maria Loynaz. Ora ottantenne, Nati guida ancora una vecchia Wolkswagen maggiolino per le strade dell'Avana. Per questo penso che, in questi racconti, c'è tutto il sapore dell'anomalia che Cuba rappresenta.

Gianni Minà
su Liberazione del 08/10/2011

Mentre dell'11 settembre 2001 nessuno s'è dimenticato, della guerra che ne scatutrì dieci anni fa non c'è traccia nel dibattito politico italiano. Nemmeno un lancio d'agenzia. Con l'eccezione di Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione. Eppure dovrebbero bucare gli schermi 67mila morti di cui almeno 15mila civili (dato sottostimato), 38mila talebani, 10mila militari afgani, 2.600 della Nato (e 20mila feriti e mutilati) e 1.800 contractors, negli ultimi cinque anni 730mila sfollati, pari a una media di 400 al giorno

Afghanistan, la guerra nascosta: 67mila morti non fanno notizia
Mentre dell'11 settembre 2001 nessuno s'è dimenticato, della guerra che ne scatutrì dieci anni fa non c'è traccia nel dibattito politico italiano. Nemmeno un lancio d'agenzia. Con l'eccezione di Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione. Eppure dovrebbero bucare gli schermi 67mila morti di cui almeno 15mila civili (dato sottostimato), 38mila talebani, 10mila militari afgani, 2.600 della Nato (e 20mila feriti e mutilati) e 1.800 contractors, negli ultimi cinque anni 730mila sfollati, pari a una media di 400 al giorno (stime ufficiali di Onu, Nato, Crocerossa, Human Rights Watch, Unhcr).
Dei 40 miliardi di dollari di aiuti quasi tutti sono finiti nelle tasche dei signori della guerra. La povertà assoluta è salita dal 23% al 36%, l'aspettativa di vita è scesa da 46 a 44 anni (Italia: 81 anni), la mortalità infantile è aumentata dal 147 al 149 per mille (Italia: 3 per mille), il tasso di alfabetizzazione è sceso dal 31 al 28% (Italia:98). La produzione di oppio ha surclassato quella dell'epoca talebana, da 82mila a 123mila e l'Afghanistan esporta direttamente eroina (400 tonnellate l'anno) e la consuma (350mila tossicodipendenti e conseguente esplosione dell'Aids). Un giro, quello del narcotraffico, di 150 miliardi di dollari l'anno. E la Cia ne sa abbastanza visto che c'era lei dietro al boom della produzione di oppio/eroina negli anni '70 nel cosiddetto Triangolo d'Oro (Laos, Birmania e Cambogia) con un sistema esportato negli anni '80 in America Latina e in Afghanistan in funzione antisovietica. Dal 2002 la produzione è ripresa polverizzando - immagine quanto mai calzante - ogni record. Oggi viene da lì il 93% della produzione mondiale). La Cia - avrebbe in sostanza appaltato l'affare al "narco-Stato" guidato da Karzai, proteggendo le rotte di smercio via terra (Pakistan, Iran e Tajikistan) e gestendo direttamente il trasporto aereo all'estero. Secondo la tv russa Vesti l'eroina afgana viene portata fuori dall'Afghanistan a bordo dei cargo militari Usa diretti nelle basi di Ganci, in Kirghizistan, e di Inchirlik, in Turchia. Sul Guardian la giornalista afgana Nushin Arbabzadah ha scritto che nelle bare c'è droga al posto dei cadaveri. «Gli Usa non contrastano il narcotraffico per non minare la stabilità di un governo sostenuto dai principali trafficanti di droga del Paese, a cominciare dal fratello di Karzai», si legge sull'Huffington Post. D'altronde si tratta dell'«unica industria in espansione» e gran parte di quei soldi viene riciclato. «E' ovviamente arduo dimostrarlo, ma ci sono indicazioni che un certo numero di banche sia stato salvato con questi mezzi», ha detto Antonio Maria Costa, direttore generale dell'Ufficio delle Nazioni Unite per la Droga e la Criminalità (Unodc). Non stupisce - e non sfugge alla Casa Bianca che ha redatto un rapporto - che la popolazione locale sia sempre più sfiduciata: solo il 33% si sente sicuro e ancora meno, il 25%, ritiene che le forze di sicurezza nazionali «probabilmente» o «certamente» riusciranno a sconfiggere l'insorgenza a breve. Dopo le irregolarità nelle elezioni dello scorso anno l'87% della popolazione è convinta che «la corruzione del governo incida sulla loro vita quotidiana».
L'Italia schiera su quel fronte 4.300 soldati. Finora i caduti sono stati 45, centinaia i feriti. Un dato triplicato negli ultimi tre anni - come rivelato da Liberazione il 14 settembre e il 7 ottobre - per via della clamorosa inefficienza dell'intelligence nell'ambito di una missione che costa ogni anno circa 800 milioni di euro, 2 milioni al giorno. Ma al partito trasversale della guerra, che si appresta a rifinanziarla, tutto ciò non interessa. Solo l'Aise, l'Agenzia informazioni e sicurezza esterna (Aise), «sentite le autorità militari menzionate nell'articolo definisce in una nota diffusa ieri sera«destituite di qualsiasi fondamento le notizie pubblicate dal quotidiano Liberazione». E' una smentita d'ordinanza essendo nota a tutto il ministero della Difesa l'insofferenza dell'esercito nei confronti dell'Aise. Inoltre, per quanto riguarda lo smantellamento del network spionistico, avvenuto dopo una serie incredibili di errori, non solo possiamo confermare parola per parola il racconto dell'ex fonte del Sismi, ma aggiungiamo che esiste un appunto del 2007 sulla fallimentare operazione. Curioso, infine, è che la smentita venga dall'Aise, ossia l'oggetto delle lamentele, e non dagli autori delle proteste. A questo punto ci auguriamo che il Copasir voglia davvero andare fino in fondo e che in Parlamento più voci chiedano chiarezza.
Ma che sia un «bilancio del tutto negativo», si apprende anche dal generale Mini intervistato da Peacereporter, sito da cui sono tratti molti dei dati di questo articolo. L'ex comandante della missione Nato in Kosovo deve ammettere che nemmeno uno degli obiettivi è stato centrato e prevede che gli americani resteranno là per sempre.

Checchino Antonini
08/10/2011