28 settembre 2011

Intervista a Paolo Ferrero. Verso il congresso del PRC, un ragionamento che tiene insieme il tema della crisi con le proposte di Rifondazione comunista

Attualità e utilità del comunismo (spiegata ai ventenni)


Parli spesso di "crisi costituente". Cosa intendi?

E' una crisi che cambierà tutto, che "costituirà" una nuova realtà delle cose. Non ci troviamo dinnanzi ad una crisi ciclica, ma del capitalismo in quanto tale. Questo vuol dire che per uscire dalla crisi occorre cambiare radicalmente politiche economiche e quindi demolire privilegi ed equilibri di potere costruiti in 25 anni di neo liberismo. Occorre discontinuità perché sono proprio le politiche neoliberiste che hanno portato alla crisi. Le classi dominanti, che non sono disponibili a cedere potere e privilegi, stanno al contrario reagendo con la demolizione delle conquiste di civiltà di questi 60 anni di dopo guerra. Non sono solo sotto attacco i diritti sociali, ma anche la democrazia. In questo senso dico "costituente", perché non se ne può uscire come ne siamo entrati. Ne usciremo da destra con una nuova "barbarie" o da sinistra, con maggior giustizia sociale e l'allargamento della democrazia, a partire da quella partecipata.

Come spiegheresti ad una delle tante persone stremate dalla crisi, magari ad un giovane o ad una giovane di 20 anni l'attualità e l'utilità del comunismo?

Si ripropone l'attualità del comunismo in quanto il capitalismo non è in grado di garantire lo sviluppo sociale e civile. Aver messo al centro il profitto, l'accaparramento privato delle risorse, il mercato, la finanza, ha generato la crisi e tende a produrre guerre e distruzione ambientale. Questo capitalismo non sa usare razionalmente le risorse sociali e materiali, non traduce in progresso sociale il progresso scientifico, anzi produce regressione. Occorre quindi uscire dal capitalismo per costruire una gestione democratica ed egualitaria dell'economia, una sua riconversione ambientale e sociale. Comunismo come gestione democratica delle potenzialità che già oggi ci sono per costruire una società senza classi sociali che veda il libero sviluppo i ogni essere umano. Nel documento congressuale abbiamo sottolineato come l'ideogramma cinese che esprime la parola crisi sia composto da due segni. Uno che significa pericolo e l'altro opportunità. Il pericolo è la prosecuzione delle politiche neoliberiste, l'opportunità è il comunismo.

Si deve essere rivolti a quanto accade fuori e contemporaneamente lavorare al congresso.

Abbiamo davanti due obiettivi. Il primo è la cacciata di Berlusconi, evitando qualsiasi governo tecnico che sarebbe socialmente irresponsabile e applicherebbe semplicemente i diktat dell'Ue, cioè delle banche e del padronato. Per questo proponiamo a tutte le forze del centro sinistra una mobilitazione per andare subito ad elezioni. Il secondo è la costruzione di un movimento di massa antiliberista, capace di battersi contro questo governo, ma anche contro le proposte della Marcegaglia e della Bce. Per questo il 15 ottobre saremo in piazza e consideriamo quella una manifestazione importantissima. Perché ha una dimensione europea ed è stata lanciata dagli indignados spagnoli su una chiara piattaforma antiliberista che ci fa uscire da una discussione provincialistica sui processi del premier. Questi sono un problema, ma certo non il principale. In questo quadro proponiamo di dar vita ad una "costituente dei beni comuni e del lavoro". Occorre collegare, in una rete di relazioni stabili, il complesso di forze piccole e grandi che danno vita al movimento e che pongono l'obiettivo di uscire dal neo liberismo. Manca oggi un punto di vista unitario di tutte le esperienze, dal movimento dell'acqua, al No-Tav, al sindacato conflittuale, alle associazioni, ai comitati: dobbiamo costruirlo per dare continuità al movimento. Gli avversari sono gli stessi per tutti i movimenti, dobbiamo costruire un'azione comune.

Nel documento emerge il quadro di una crisi globale in cui stanno crescendo, in gran parte del mondo risposte alternative e di massa che faticano a divenire opzione politica.

Questo problema c'è, anche perché predomina ancora la mistificazione sulla crisi, le fandonie di cui ci hanno riempito la testa. Non c'è ancora una comprensione di massa del fatto che i problemi si chiamano neoliberismo e capitalismo. L'ideologia dominante continua ad essere quella del pensiero unico anche se le sue realizzazioni sono fallite. Occorre quindi spiegare il fallimento del neo liberismo, produrre una critica di massa dell'economia politica. Per dare risposte giuste occorre capire bene il problema e su questo costruire la forza necessaria per battere i capitalisti che difendono i loro privilegi.

Nel documento si propone l'idea del Fronte democratico e del polo alternativo della sinistra. Come rendere effettivi questi percorsi?

Sono proposte che agiscono su due piani diversi. Il fronte lo proponiamo nella situazione attuale, con questa legge elettorale bipolare, per battere le destre e cacciarle all'opposizione. Una necessità inderogabile per potersi porre l'obiettivo di difendere la democrazia, le conquiste sociali e superare il bipolarismo. Sia chiaro, non sto dicendo che la sconfitta delle destre, di per sè, determini l'alternativa - non a caso non riteniamo possibile la partecipazione al governo - ma che può creare condizioni più favorevoli per lavorarci.
Il polo della sinistra di alternativa invece è la proposta strategica di fondo, perché l'assenza di una sinistra alternativa larga e plurale è il vero problema che abbiamo. La nostra proposta, che avanziamo sia all'interno della Federazione, sia alle altre forze politiche sociali e di movimento, è quella della realizzazione di un polo autonomo dal centro sinistra, fuori dal nuovo Ulivo.

Tu poni spesso il tema della centralità delle primarie di programma

E' inaccettabile che chi si è riconosciuto in questi anni nelle lotte per i beni comuni, che ha promosso vertenze locali e nazionali, quando arrivano le elezioni non conta più nulla: può solo votare. Noi proponiamo al contrario che lo schieramento che si oppone a Berlusconi organizzi le primarie sul programma: pochi punti qualificanti (la guerra, la patrimoniale, la legge 30 ecc…) con quesiti secchi, un sì o un no, con decisioni vincolanti. Per far sì che il popolo dell'opposizione possa decidere cosa si deve fare incrinando la separatezza folle della politica. Il profilo dello schieramento contro le destre deve diventare oggetto di battaglia politica di massa.

Ritieni che non basti la scelta del candidato premier?

La scelta del leader non risolve questi problemi. Neanche Obama, che ha un potere infinitamente superiore al nostro presidente del consiglio, ha mantenuto le promesse, perché i parlamentari pesano e molto. Il problema non è solo il profilo del presidente ma cosa si impegna a fare la maggioranza. Se i parlamentari fossero vincolati da un mandato di massa ad alcuni punti fondamentali, almeno su questi non potrebbero tornare indietro. Non accadrebbe quanto avvenuto con il governo Prodi, dove bastavano quattro assenze e le parti positive del programma non passavano.

Uno dei temi molto discussi è quello della Federazione. Come poter far compiere il salto in avanti necessario?

La Fds è un primo passo che abbiamo fatto verso l'unità delle forze della sinistra. Dobbiamo farla funzionare molto meglio di come è stato finora migliorando democrazia interna e capacità di iniziativa politica. Quindi avanziamo dentro e fuori la Federazione l'esigenza di un salto di qualità nella costruzione della sinistra di alternativa. Non dobbiamo chiudere la Federazione fra i quattro soggetti che l'hanno fatta partire, ma dobbiamo saperla allargare.

Quale è a tuo avviso lo stato del partito che va a congresso?

Da un lato un partito molto provato: la scissione, anni molto duri in trincea, oscuramento mediatico totale. Adesso, nella crisi, si inizia a vedere una situazione in movimento, realtà locali che hanno cominciato a far politica molto bene, accanto a realtà molto deboli e gracili. Occorre quindi dare una mano ai più deboli e a sviluppare le realtà dinamiche. Penso alla realtà Napoletana, che è in grandissimo movimento anche grazie alla vittoria elettorale, oppure al Nordest dove c'è un bel lavoro di massa operaio e sindacale. Radicamento sociale, costruzione del partito sociale e lotta all'oscuramento mediatico sono i punti su cui articolare il progetto politico che abbiamo messo alla base del congresso.

Prova ad indicare, in due parole, qual è il senso di fondo della Rifondazione comunista

La ricostruzione di un partito comunista e di una sinistra di alternativa che abbiano al centro il protagonismo dei lavoratori e dei movimenti; la ricostruzione sociale, dal basso, di una alternativa di società. La passivizzazione di massa non la si rompe con il leaderismo, ma con la capacità di mettere a valore l'esperienza e l'impegno degli uomini e delle donne.

Stefano Galieni
28/09/2011
www.liberazione.it

27 settembre 2011

Verso il 15 Ottobre, da Sabato 1 Ottobre

“Every day Patrimoniale”
L’alternativa c’è ed è nelle nostre mani. Gli esseri umani prima del profitto… Così recita l’appello unitario per la mobilitazione europea ed internazionale del 15 Ottobre.

L’alternativa c’è. Patrimoniale subito. Questo era il titolo del riuscitissimo “patrimoniale day” del 18 settembre promosso dalla Federazione della Sinistra in tutta Italia.

Tassare i patrimoni, tagliare le spese militari, le grandi opere inutili, i redditi dei manager e delle caste, recuperare i finanziamenti pubblici dalle aziende che delocalizzano, per investire sulla giustizia sociale, sulla conoscenza, la riconversione ecologica dell’economia, la cultura, i territori, la partecipazione… Non certo per assecondare gli strozzini della BCE, della Commissione Europea, del FMI ai cui dettati devastanti si inchinano dogmaticamente gli schieramenti bipolari dell’alternanza. E neppure per ingrassare le lobby finanziarie internazionali, le cui speculazioni possono e debbono essere bloccate subito!
Rilanciare la petizione popolare per la patrimoniale, a partire da Sabato 1° Ottobre significa quindi portare nelle strade, nelle piazze, nei luoghi di lavoro e di relazione, gli obiettivi della grande mobilitazione del 15 Ottobre. Vuol dire informare, coinvolgere, contribuire ad affollare le piazze, riempire le strade, reali e virtuali della partecipazione. Le strade lungo le quali la FdS è impegnata ad intrecciare le lotte per i diritti, il lavoro, la giustizia sociale, i beni comuni, la democrazia.
Le strade a sinistra. Le strade maestre che portano all’alternativa.

MASSIMO ROSSI
Portavoce FEDERAZIONE DELLA SINISTRA
27/09/2011

Intervista a Maurizio Landini, segretario della Fiom, dopo l'assemblea nazionale dei delegati: «Un referendum popolare per abrogare l'articolo 8 della manovra»

"Diritti, riunifichiamo tutte le lotte"
La Fiom non cambia linea. Chi ha letto nella conclusione unitaria dell'assemblea nazionale dei delegati e nella buona accoglienza riservata a Susanna Camusso un cambiamento di rotta dei metalmeccanici Cgil, un rientro «nei ranghi», ha preso un abbaglio. Parola di Maurizio Landini. Il segretario generale della Fiom ci rilascia questa intervista a conclusione dell'assemblea degli «indignati», in preparazione della giornata europea del 15 ottobre. Segno anche questo che la linea non cambia, e non cambiano le alleanze: con gli studenti, i precari, l'ambientalismo, i movimenti nati sul territorio contro le politiche liberiste e antipopolari. L'obiettivo è «la riunificazione delle lotte che hanno al centro diritti, dignità, un modello di sviluppo alternativo a quello che cancella ogni vincolo sociale e ambientale».


A pochi giorni dalla ratifica della firma di Susanna Camusso con Cisl, Uil e Confindustria, in calce all'accordo del 28 giugno che voi contestate, improvvisamente la Fiom ritrova l'unità e si riapre positivamente il confronto con la Cgil? Chi è andato a Canossa, tu o la Camusso?Nessuno dei due. Io sono un sindacalista e sto al merito delle questioni: sulle politiche contrattuali, sia l'opposizione agli accordi separati che la rottura con la Fiat di Marchionne non hanno visto forti divisioni tra Fiom e Cgil. Comune è il giudizio negativo sull'articolo 8 della manovra. Noi abbiamo costruito una proposta convincente e condivisa sulla piattaforma contrattuale con un lavoro determinato nel territorio nell'ultimo anno e mezzo segnato da difficoltà e conflitti. Un'esperienza che ha unito l'organizzazione e rafforzato il rapporto con i lavoratori, ma anche posto le condizioni per una ripresa di un confronto più sereno con la nostra confederazione, che ha assunto la piattaforma votata quasi all'unanimità. Ciò non toglie che sull'accordo del 28 giugno e sulla decisione di ratificare la firma della Cgil senza consultare i lavoratori restano due giudizi diversi, esplicitati nella mia relazione, nell'intervento di Camusso e nel dibattito. La dialettica è molto forte, ma è possibile uscirne positivamente.


Veniamo alla piattaforma contrattuale. Quali sono gli aspetti caratterizzanti?Al primo punto metterei la definizione di un accordo con tutte le controparti sulle regole democratiche, per evitare nuovi accordi separati. Come? Innanzitutto garantendo sempre il voto dei lavoratori. Questa condizione non è garantita dall'accordo del 28 giugno, e tantomento dall'articolo 8 della manovra. Chiediamo a tutti, sindacati e organizzazioni imprenditoriali, un atto di responsabilità per chiudere una stagione orribile, segnata da idee e contratti diversi: c'è chi come noi riconosce quello del 2008 oggi in scandenza e chi invece si rifà a quello separato del 2009. La Fiom vuole riconquistare il contratto unitario, sottoscritto da tutti, questo è l'asse portante della nostra piattaforma assunta dalla Cgil.


Fa discutere la disponibilità della Fiom a raffreddare il conflitto. Non sarà un modo sotterraneo per accettare la sospensione del diritto di sciopero?Noi difendiamo il contratto nazionale, il suo primato all'interno del sistema contrattuale, la sua non derogabilità. In qualche caso, penso all'informatica o alle istallazioni telefoniche, è possibile che il contratto nazionale che resta uguale per tutti e ovunque, demandi al contratto aziendale la definizione di normative congrue con la specificità dei singoli settori, in materia di orari, trasferte e quant'altro. Vogliamo anche noi qualificare la contrattazione nelle aziende e il ruolo delle Rsu, e a questo scopo chiediamo alle controparti informazioni preventive sulle eventuali modifiche dell'organizzazione del lavoro, sulle ristrutturazioni, sui progetti, sui trasferimenti, per farla finita con l'unilateralità delle imprese. Se si accetta questo principio, se dentro la crisi si riconosce il ruolo del sindacato e si smette di attaccare i diritti dei lavoratori, allora anche noi siamo disponibili ad evitare azioni unilaterali. Oggi non abbiamo né informazioni né confronto sindacale ma solo aggressioni ai diritti sindacali e del lavoro. Senza un accordo chiaro, controfirmato e rispettato è impensabile qualsiasi raffreddamento del conflitto.


Che cosa ha prodotto in piattaforma il rapporto costruito con il mondo giovanile e il precariato?Ci diciamo disponibili a un maggior utilizzo degli impianti previa contrattazione, ma se ci si chiede di andare oltre la situazione attuale, si pone il problema della riduzione degli orari e l'aumento dell'occupazione. E alle controparti chiediamo di sviluppare un'azione comune nei confronti del governo per favorire la stabilizzazione dei precari. Ribadiamo, a parità di prestazione parità di diritti e condizioni lavorative. Le forme di lavoro temporaneo devono costare di più, proprio per stabilizzare i lavoratori. Infine, accettiamo la trimestralizzazione del contratto e per questo chiediamo un aumento salariale di 208 euro tra il 3° e il 5° livello. Questo aumento dovrebbe essere detassato.


Come pensate di continuare la battaglia contro l'articolo 8 della manovra?Andremo avanti fino al ripristino del diritto del lavoro, la nostra piattaforma è alternativa all'articolo 8. Qui c'è un punto di unità con la Cgil e con il paese, come testimonia lo straordinario successo dello sciopero del 6 settembre che ha convinto tante persone anche esterne alla Cgil, magari iscritte ad altre organizzazioni. Condividiamo la scelta della confederazione di ricorrere alla Corte costituzionale, ma se ciò non bastasse dovremmo continuare con le lotte, fino a organizzare un referendum popolare abrogativo dell'articolo 8. Non sarà soltanto questa battaglia a caratterizzare l'iniziativa della Fiom. Abbiamo deciso 8 ore di sciopero per proseguire nel territorio la mobilitazione avviata con lo sciopero generale. Poi terremo un'assemblea generale dei delegati Fiat per decidere insieme iniziative, così come avverrà in altri gruppi come la Finmeccanica. L'obiettivo resta la riunificazione delle lotte, a cui non è estraneo l'impegno sociale per la caduta del governo Berlusconi.


La battaglia contro Berlusconi legittima l'alleanza con la Confindustria che chiede più privatizzazioni e liberalizzazioni, mentre pratica l'attacco ai diritti?Certo che no. Ho letto il manifesto di Confindustria, teso a peggiorare le politiche sociali ed economiche del governo. Noi ci battiamo contro la filosofia che ha prodotto la crisi e contro una risposta che si fonda sulla stessa filosofia e sulle stesse persone.


Hai faticato a spiegare agli indignati che la Fiom non cambia la sua linea in nome di esigenze superiori?Nessuna fatica, e per altro nessun sospetto all'assemblea sul 15 ottobre. La Fiom è un sindacato, le sue posizioni e le sue battaglie sono note e se queste incontrano la condivisione della Cgil credo che ciò faccia bene alla Fiom, alla Cgil, ai lavoratori e ai movimenti.

Loris Campetti
26 settembre 2011
www.ilmanifesto.it

23 settembre 2011

Intervista a Piergiovanni Alleva, giurista e professore di diritto del lavoro

«Articolo 8 già neutralizzato? Cgil s'illude. Ora referendum»

«Vedo che Bonanni non la pensa così. Ma anche se la corretta interpretazione di quelle cinque righe aggiunte all'accordo del 28 giugno fosse quella divulgata dalla Cgil, è comunque un'illusione ritenere che basti questo per neutralizzare l'articolo 8. Perchè la legge è più forte di qualsiasi accordo». Piergiovanni Alleva, giuslavorista e responsabile della consulta giuridica della Cgil, non condivide l'entusiasmo di Susanna Camusso dopo la formalizzazione dell'accordo tra sindacati e Confindustria su contratti e rappresentanza. E annuncia la presentazione di un referendum per togliere di mezzo la norma "salva Fiat", inserita nella manovra economica dal ministro Sacconi. Una norma oltretutto incostituzionale, perché consente a soggetti privati - tali sono sindacati e imprese - di derogare non solo contratti nazionali ma persino leggi dello Stato.

La Cgil canta vittoria. Secondo Susanna Camusso, l'inserimento della clausola aggiuntiva che impegna tutti i firmatari, Confindustria compresa, ad «attenersi all'accordo interconfederale del 28 giugno, applicandone compiutamente le norme» sarebbe «il segnale che l'operazione del governo sull'articolo 8 non è stata condivisa dalle parti». Basta ciò per poter dire che questa bomba che minaccia le fondamenta del diritto del lavoro è stata disinnescata?

Dal punto di vista giuridico sicuramente no. Perché l'articolo 8, a parte il fatto che è incostituzionale, finché non sarà dichiarato tale o non sarà abrogato per altra via è una norma di legge. Ed è una norma che conferisce una potestà diretta ai rappresentanti aziendali dei sindacati maggiormente rappresentativi sul piano nazionale o territoriale. Tali soggetti potranno fare accordi in deroga sia ai contratti nazionali che alle precedenti leggi del lavoro. Questa potestà discendente dalla legge non può essere inibita da un accordo. E quindi se qualche sindacalista locale, malgrado l'accordo del 28 giugno, decidesse di avvalersi delle deroghe previste dall'articolo 8, avremmo al massimo una responsabilità di tipo disciplinare interno del singolo appartenente a una determinata organizzazione. Risultato: la sanzione sarebbe acqua fresca, ma intanto il contratto derogatorio resterebbe valido e i lavoratori coinvolti perderebbero il diritto. L'unica difesa che si può ipotizzare - ma è complicato - è che i lavoratori medesimi possano chiedere un risarcimento ai sindacalisti che si sono avvalsi dell'articolo 8 o al sindacato nazionale che non li ha tenuti a freno, visto che l'accordo del 28 giugno impegna tanto i vertici quanto le strutture periferiche. Ecco perché l'articolo 8 deve essere tolto di mezzo.

Tanto più che già si vedono interpretazioni diverse. Bonanni ha chiarito che, secondo lui, le parti sociali si sono semplicemente impegnate «a gestire in piena autonomia tutti i punti che lo stesso articolo 8 demanda alla volontà di sindacati e imprese». Forse le tutele dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non verranno toccate, perché la Cisl ha già chiarito che non vuole. Ma la prima parte dell'articolo 8, ha precisato Bonanni, «rimane un fatto positivo», con riferimento alla legalizzazione retroattiva degli accordi di Pomigliano e Mirafiori.

Quella clausola aggiuntiva impegna tutti i firmatari e le rispettive strutture a tutti i livelli a rispettare l'accordo del 28 giugno, accordo che, a determinate condizioni, consente deroghe a contratti ma non a leggi nazionali. Tuttavia, quella stessa clausola non prevede l'impegno esplicito di non applicare l'articolo 8. Per cui, anche se l'interpretazione corretta di quelle cinque righe fosse quella della Cgil - e cioè "l'articolo 8 c'è ma non lo usiamo" - è chiaro che quello che sta venendo fuori è un feroce guazzabuglio. Che va gestito promuovendo un referendum abrogativo dell'articolo 8, come ci apprestiamo a fare.

Che effetti immediati può avere l'articolo 8 sui ricorsi che la Fiom ha presentato contro la Fiat?

Sicuramente li avrà. E' probabile che nelle cause di Torino il terzo comma ci sarà giocato contro per confutare la ultrattività - che la Fiom invece sostiene - del contratto nazionale del 2008. Ma io li aspetto a pie' fermo. Anzi, ci farebbero un favore. Perchè per noi è il modo più veloce per arrivare in Corte Costituzionale.
 
 
Roberto Farneti
23/09/2011
www.liberazione.it

20 settembre 2011

Il coordinamento 15 ottobre, luogo di convergenza organizzativa dei soggetti sociali impegnati, invita tutti e tutte a preparare la mobilitazione e a essere in piazza a Roma, riempiendo la manifestazione con i propri appelli, con i propri contenuti, con le proprie lotte e proposte.

VERSO IL 15 OTTOBRE: FISCHIO D'INIZIO

Che questo autunno si presentasse nella forma urgente di una risposta collettiva all’incalzare delle crisi è stato evidente durante tutta questa caldissima estate, durante tutto l’agosto passato ad osservare la caduta schizofrenica delle borse, gli ultimatum della Bce e gli appelli all’austerità e al sacrificio che si passavano di bocca in bocca i “responsabili” di turno. Che il lavoro politico dentro ed attorno le nostre reti sociali cominciasse con un certo anticipo a causa della convocazione dello sciopero generale della Cgil del 6 settembre, è stata la naturale conseguenza di una necessaria risposta all’approvazione di una manovra finanziaria che con l’approvazione di questi giorni si appresta a cambiare la vita di tutti e tutte segnandola come uno spartiacque.
Lo sciopero del 6 settembre fino ad ora è stato il tentativo di opposizione alla manovra più organizzato, a fronte di numerosi tentativi sempre generosi ma talvolta di mera testimonianza se non forzatura. L a partecipazione allo sciopero tutto sommato non bassa - né in termini di adesione allo sciopero, né in termini di presenza nei cortei- ma neppure solo sindacalizzata, non ha espresso l’incontenibilità di un sentimento di vera indignazione e stanchezza nei confronti del decisionismo dei governi e delle banche. Una indignazione che cova nel paese ma che oggi non è ancora un dato reale. Sebbene la radicalità dei contenuti di chi è sceso nelle piazze il 6 settembre travalichi la rappresentanza sindacale intesa come espressione della maggioranza Cgil di Susanna Camusso, non si scorge ancora all’orizzonte un insorgenza sociale nel paese. Chi sostiene il contrario e magari ci appella “falsi comunisti” per sottolineare il giusto solco tra noi e loro, semplicemente ha dimenticato la X-Box accesa e continua a giocare a Call Duty.
Il 6 settembre ha segnato un fischio d’inizio, la partita è cominciata senza azioni mirabolanti, ma a velocità sostenuta, ora però va giocata e va giocata fino in fondo. Giocarla significa essere consapevoli che se è vero che dentro la Cgil l’accordo del 28 giugno ha aperto una profonda frattura e forse una ferita insanabile, probabilmente non soltanto tra due mozioni, ma tra due modi differenti di vedere e di immaginare l’uscita dalla crisi, è vero pure che in questo dibattito tutto interno, i movimenti ed il loro anelito plurale e moltitudinario non possono essere affogati. Che si aprano le contraddizioni dentro quello che resta il più grande sindacato del paese, che dentro questa contraddizione si produca una battaglia politica incalzante, è certo a nostro avviso un fatto sempre positivo, tuttavia questa breccia non può e non deve diventare determinante e condizionante il farsi di un movimento generalizzato e plurale, che parta dal rifiuto della manovra, ma che diventi immediatamente movimento contro la crisi, movimento per un modello diverso di società. Se nella Cgil ci sono due modi diversi di intendere e combattere la crisi, una pienamente attestata dentro il quadro della compatibilità e dell’alternanza e l’altra che pone l’alternativa a questo modello di sviluppo come snodo centrale del proprio ragionamento politico, i protagonisti di questa contrapposizione devono comprendere come loro stessi, esattamente come gli altri sindacati, gruppi, centri sociali, collettivi, sono insufficienti per i tempi che viviamo. L’auspicio di un movimento che travalichi le organizzazioni non è semplicemente l’augurio di un autunno effettivamente caldo, ma la condizione necessaria per poter prefigurare una uscita dalla crisi fuori dai diktat della Bce. A cominciare proprio dalla Cgil e della stessa Fiom bisogna assumere il dato dell’insufficienza di ciò che c’è, di conseguenza non immaginare questo autunno come una battaglia interna – sacrosanta e legittima – ma davvero come una fase che cambia la storia del paese e dell’Europa.
Uniti contro la crisi per l’alternativa, è certamente quello spazio politico che presenta una sedimentazione più proficua dei rapporti tra le parti, una condivisione reale e vera dei contenuti elaborati dalle specificità che compongono il contenitore stesso: non è da sottovalutare che la relazione con la Fiom ci ha permesso di aprire , già dal 16 ottobre dell’anno scorso spazi di comune. Oggi quel contenitore relazionale, politico e laboratoriale produce l’elaborazione di un alfabeto condiviso, che vede noi stessi farci promotori della difesa del contratto nazionale o dell’articolo 18 - spazzati via senza appello dall’articolo 4 e dall’articolo 8 di questa manovra - ma soprattutto vede il sindacato metalmeccanico assumere per parte sua la rivendicazione del reddito e la condanna alla precarietà diffusa come aspetti centrali delle proprie piattaforme. Così come il tema della nuova gestione dei beni comuni, della riconversione ecologica e della necessità di un nuovo modello di sviluppo è diventato patrimonio collettivo. E allora è chiaro che Uniti contro la crisi per l’alternativa ha già fatto molto più che sommare una ad una realtà strutturate di grande, medio e piccolo calibro, ma ha cominciato a sperimentare cosa significa stare insieme nelle diseguaglianze, nella differenze, conservando la specificità della propria storia, la singolarità imperdibile del proprio portato politico e affrontando con responsabilità il tema del tetto comune che diventa istituzione dal basso di alternativa che vorremmo tradurre in programma politico.
La scommessa è oggi, esprimere, insieme dei punti programmatici semplici e tremendamente concreti, a partire dai quali, noi crediamo, nasca e si sviluppi l’idea di un paese diverso. Questi punti devono certamente tenere al centro la difesa, o meglio il ripristino, del contratto collettivo nazionale e dell’articolo 18, ma pure l’abolizione della legge Biagi, vero incubatore della precarietà in questo paese, un modello nuovo di gestione dei beni comuni, il ripristino dell’iniezione di risorse indirizzate ai luoghi della cultura e della formazione, la riformulazione di un sistema di welfare che si rispetti, la tutela dei diritti tutti, da quello all’abitare, al reddito, alla mobilità, alla salute…
La sfida dell’autunno di sembra questa.
Siamo noi che, costruiamo sì ponti generazionali con lavoratori più vecchi e più garantiti – oramai per poco - ma che abbiamo il compito di partire, affinché questi ponti siano solidi e permettano di camminarci su senza cadere, dalle nostre soggettività, ricombinando il nostro essere centri sociali e strutture di movimento innanzitutto come veicolo di organizzazione autonoma di fette di popolazione irrappresentabili. Non solo precari, ma espressioni diversificate delle periferie e delle sacche di subalternità delle metropoli, dei neet ma anche dei giovani iper-formati e senza lavoro, dei giovani artisti, di tutti quelli che lo Svimez, nelle statistiche di recente pubblicazione chiama gli “inattivi”. La soggettivazione di questo sottobosco ormai maggioritario dentro i grafici che fotografano le realtà sociale del paese, deve essere il vettore della creazione di nuove e produttive reti, e di nuove forme di organizzazione che tengano conto della complessità sociale in cui ci andiamo a muovere.
Da questa soggettivazione bisogna provare a costruire inneschi per una esplosione sociale che è la precondizione per poter discutere di una uscita dalla crisi contro Tremonti e contro l’alternanza del Pd al Pdl. Fertilizzare il terreno del conflitto sociale, agevolare i processi di autorganizzazione nella metropoli, essere agit prop contro la crisi, pensiamo che oggi esiste l’esigenza a partire dalla necessità di re/ immaginare noi stessi, di provare ad essere tutto questo.
Individuare chi la crisi continua a non pagarla, costruire con questo comune nella moltitudine, davanti ad un processo di impoverimento generale che rende inedito ed emergenziale il tempo che attraversiamo. E’ pure a partire da questa ridefinizione delle nuove povertà urbane, che assume concretezza straordinaria il tema del reddito. E’ a partire dall’osservazione dei dati dell’Istat o dello Svimez, che ci chiediamo, come si possa ancora opporre un feticismo lavorista o un’utopia strumentale e inaccettabile che ancora parla di piena occupazione, al reddito come ragionevole proposta di uscita dalla povertà generalizzata e dalla lotta alla sopravvivenza che soprattutto le giovani generazioni affrontano durante tutta la propria esistenza .
Una complessità che si manifesta anche nella capacità di produzione di conflitto. Siamo tra quelli che pensano che non esista un nesso di causa effetto tra le rivolte dell’area euro-mediterranea, tra i riots delle povertà urbane londinesi o tra gli indignados spagnoli e le capacità insurrezionale di questo paese. Sappiamo che i nostri detonatori interni sono viziati da macchinosi e lenti processi ricompositivi. Sappiamo che questo è il paese che ha dato vita ad un grandissimo processo di partecipazione e riappropriazione che si è organizzato attorno al referendum per l’acqua e contro il nucleare, un fenomeno sociale e politico che parla già di alternativa. Sappiamo che l’elezione di De Magistris a Napoli e di Pisapia a Milano non è stato un fatto esauritosi nelle giornate del voto, ma è stato il frutto di un grandissimo processo di partecipazione popolare che ha segnato di fatti un punto di svolta, sia nelle nuove forme sinergiche di interazione tra movimenti ed istituzioni, sia nella messa al bando del decisionismo partitocratico. Piazza o urne, se definiamo il nostro tempo come veramente inedito, non ci azzardiamo nemmeno alla narrazione esotica di insurrezioni ancora da venire.
Ecco perché riteniamo fare nostre le istanze che esprime l’indignazione del paese: l’indiscutibile critica ai privilegi del clero, la rabbia degli indebitati, il forte sentimento anti-corruzione o la spinta oppositiva nei confronti della casta, consapevoli certo dei germi legalisti che si nascondono dietro le ultime due, ma leggendone anche e soprattutto il contesto in cui si esprimono ovvero in un paese dove tangentopoli non è mai finita e l’esercizio della democrazia lascia spazio allo stato d’eccezione. La spirale degenerativa dell’indignazione contro la casta rischia però di azzerare lo spazio della politica sfociando in tecnocrazia, per questo dobbiamo segnalare con forza che la casta è anche e soprattutto quella delle banche, e che le tecnocrazie sono niente altro che la formalizzazione della perdita di sovranità degli Stati, a favore di una sovranità accentrata nella mani dei poteri finanziari.
E’ dentro questa rimodulazione dei linguaggi si iscrive pienamente una necessaria difesa della democrazia, del suo terreno franoso che nella crisi cede il passo all’autoritarismo e a orribili performance di violenza.
Difendere la democrazia è una sfida al Capitale. Auspicare tumulti in virtù della sua difesa, ma pure assumersi la responsabilità di dettare punti di programma e di governo in virtù del superamento dell’alternanza, è una sfida al capitale.
Quando diciamo che “è tempo di osare” intendiamo questo. Misurarsi con il presente, spegnere i videogames del conflitto e proiettarsi nel mondo reale, essere agitatori contro la crisi, essere consapevoli della nostra insufficienza, costruire punti di programma e modelli sociali che definiscano l’alternativa, rinnovare il rapporto tra politica e movimenti, cancellare i tabù novecenteschi della stereotipizzazione dell’antagonismo di classe per proiettarsi in un tempo nuovo. Questo vuol dire osare.
Per fare tutto questo però ci vuole coraggio e convinzione, pure perché la partita è appena cominciata, siamo solo al fischio d’inizio!

Antonio Musella e Eleonora de Majo 18 / 9 / 2011
www.controlacrisi.org

17 settembre 2011

Emilio Molinari, Forum italiano dei movimenti per l'acqua

«Privatizzare non aiuta
il Paese,
il governo
viola la Costituzione»
Emilio Molinari, "Pierino" Sacconi ne ha combinata un'altra delle sue. Ora vuole rimettere in discussione l'esito dei referendum con cui gli italiani, appena tre mesi fa, hanno deciso che l'acqua deve rimanere in mani pubbliche. Il ministro del Lavoro si è rivolto a Enrico Letta del Pd auspicando «larghe intese» con l'opposizione su questo tema. Come a dire: "se siamo tutti d'accordo, allora si può fare". Ma davvero si può fare?

Ci proveranno. Penso però che nel Pd si aprirebbero contraddizioni non da poco e che quindi non sarà facile farlo. Violare la Costituzione e il pronunciamento di 27 milioni di cittadini sarebbe una vergogna non da poco per l'opposizione. Credo perciò che quella di Sacconi, al momento, sia poco più che una "boutade", una provocazione, che però dimostra con chi abbiamo a che fare. E cioè con gente che considera la democrazia un orpello di cui si può fare a meno. Quello che più mi preoccupa è che da due e mesi e mezzo il referendum - acclamato da molti politici, dopo la vittoria del Sì, come la grande novità degli ultimi trent'anni - sia finito nel silenzio più totale. Di questo silenzio ne ha approfittato il governo per inserire nella manovra due articoli, il 4 e il 5, che liquidano il primo quesito del referendum, reintroducendo la privatizzazione dei servizi pubblici locali prevista dalla legge Ronchi, tranne che per l'acqua. E tuttavia la previsione di incentivi per i Comuni che privatizzano mette a rischio anche l'acqua. Perchè con i tagli previsti dalla manovra, molti sindaci saranno tentati dalla "mancetta" che gli offre il governo. Tutto ciò contraddice il risultato referendario, eppure il grosso delle forze politiche di opposizione è stato zitto, non c'è stata una reazione. Se togliamo alcune città - a Napoli, in Puglia - in cui c'è stato un riconoscimento del soggetto referendario, con l'apertura di un confronto con la gente su come realizzare localmente la ripubblicizzazione dell'acqua, quasi dappertutto gli stessi sindaci sono rimasti in silenzio.


Il problema è che dal referendum a oggi, come ha detto a un certo punto il ministro Tremonti, il mondo è cambiato. C'è stata l'accelerazione della crisi economica, la famigerata lettera della Bce, la manovra da 53 miliardi. Il governo considera le privatizzazioni un passaggio essenziale per rimettere il paese in carreggiata. Cosa rispondi? Privatizzare i servizi, costringere i cittadini a sborsare più soldi per prendere un autobus o per lavarsi, giova all'economia?

L'allarme crisi è reale ed è reso ancor più drammatico dal fatto che avviene in assenza di prospettive politiche alternative. La cura che si sta mettendo in piedi però non funzionerà, per il semplice motivo che segue la stessa ricetta che ha prodotto questa crisi. Privatizzare, svendere i beni comuni dello Stato, consegnare aziende come Enel ed Eni ai fondi sovrani della Cina, significa dare agli speculatori le risorse per continuare a speculare. Il Pil degli Stati Uniti è di 16mila miliardi di dollari, praticamente la cifra sborsata dalla Federal Reserve, senza neanche informare il Congresso, per salvare banche e imprese. Più o meno lo stesso ha fatto la Bce in Europa, sborsando 4mila miliardi. Invece basterebbe leggere il primo discorso di Franklin Delano Roosevelt da presidente degli Stati Uniti. Di fronte alla grande crisi del 1929, Roosevelt spiega cosa bisogna fare: isolamento degli speculatori; massiccio intervento del governo per far crescere l'occupazione: riduzione dell'orario di lavoro e aumento dei salari; tre miliardi di dollari per finanziare la riforestazione e la prevenzione dalle alluvioni e dalle frane. Non sembrano cose scritte per noi? Il vero problema è che ormai la politica è morta, comandano i mercati. Per inseguire la speculazione, sono state distrutte intere economie, dalla Grecia, al Portogallo, all'Irlanda. Lo stanno facendo con l'Italia. E tra un po' toccherà pure alla Francia.


Il 15 ottobre i movimenti torneranno in piazza per la giornata di mobilitazione europea promossa dagli indignados spagnoli. Cosa si può fare in Italia perché il patrimonio del referendum non vada disperso?

Non sarà facile, ma credo che dobbiamo rimontare la china impegnandoci tutti a riprendere un contatto con la gente. Il che vuol dire moltiplicare nei territori iniziative di discussione, di dibattito, di protesta. Dobbiamo ripartire dall'annullamento del referendum e dall'incostituzionalità di questa azione per affrontare il tema della crisi e dare di nuovo speranza ai cittadini. Vanno bene gli indignados, vanno bene anche questi appuntamenti, ma se c'è una cosa che insegna il movimento per l'acqua è che non è stato un movimento di scesa in piazza e basta. Il risultato referendario è il frutto di dieci anni di costante rapporto con la gente, di lavoro paziente parlando a tutti: dall'estrema sinistra alla Lega. Parteciperemo a tutte le iniziative di lotta, parleremo con il sindacato, proveremo a rimettere in piedi tutte le associazioni che hanno aderito. Con due obiettivi: far rispettare il referendum e trovare una proposta unificante - la patrimoniale piuttosto che la Tobin Tax - per recuperare le risorse che ci servono per rimettere a posto il paese, facendo pagare chi ha prodotto la crisi. E non le vittime.

Roberto Farneti
17/09/2011
www.liberazione.it

13 settembre 2011

Infine, siamo arrivati a una stangata da 55 miliardi. Una manovra vendicativa e recessiva, che rischia di non bastare. Una mappa per orientarsi, e i documenti del governo

La manovra-mostro, voce per voce
1. Vincoli macroeconomici dell’Italia
2. Impatto fiscale delle misure finanziarie
3. Misure irrilevanti dal lato finanziario, ma pesantissime dal lato sociale
4. Privatizzazione delle municipalizzate
5. Emendamento al decreto legge di agosto

1. Vincoli macroeconomici dell’Italia

Quando analizziamo la crisi economica internazionale, e quella italiana in particolare, tendiamo a neutralizzare le differenze. Più o meno la denuncia tipo è: la crisi economica e sociale dell’Italia è imputabile alle politiche restrittive europee, che puntano alla riduzione dello stato sociale, dei salari e in generale dell’intervento pubblico.

Questa generalizzazione non solo è sbagliata, ma impedisce la ricerca di soluzioni adeguate alla particolare crisi italiana. Infatti, la crisi economica italiana è molto diversa da quella media europea. Per questo occorre un’azione straordinaria, cioè un progetto di transizione.

Mettiamo in fila alcuni s-nodi che occorre non dimenticare se si vogliono adottare dei provvedimenti coerenti per la crescita e lo sviluppo del paese:

l’Italia cresce meno della media dei paesi europei da oltre 15 anni, con un cumulato di minore crescita del pil pari a oltre 150 mld;

gli investimenti delle imprese italiane sono del 50% meno produttivi delle imprese europee;

il salario medio italiano è significativamente più basso della media europea (area euro), ma nel contempo il costo del lavoro, che è un indicatore di prezzo e non di competitività, è in forte crescita;

la produzione ad alto contenuto tecnologico delle imprese italiane è più bassa del 75% di quella media delle imprese europee;

la spesa pubblica italiana primaria è la più bassa tra tutti i paesi europei.

Molti sostengono che un aumento della domanda potrebbe risolvere una parte dei problemi del paese, ma la domanda è fatta da consumi e investimenti. Qual è la domanda che si vuole sostenere? Questo snodo non è irrilevante, e condiziona le proposte di tutte le politiche di crescita e di sviluppo.

È bene ricordare che la domanda di consumi italiani, come per la maggior parte dei paesi a capitalismo maturo, non è una domanda in espansione, ma di sostituzione. Difficile credere che un aumento del reddito possa determinare una crescita del pil. Semmai il problema dei salari e dei redditi deve essere collocato dentro uno scenario più ampio di politica economica e di giustizia-diritti presi sul serio (Einaudi). L’aumento della domanda dal lato dei consumi ben poco può fare per la crescita del paese, mentre può fare molto per il benessere dei lavoratori e dei cittadini. Si tratta, insomma, di redistribuire il reddito disponibile in percentuali diverse da quelle attuali. Per traguardare una situazione almeno pari a quella del 1995, occorre ri-allocare 50 mld di euro. Questo è un obiettivo sociale, non un obiettivo per la crescita economica.

Per la crescita economica sono molto più importanti gli investimenti e l’innovazione, ma qui iniziano i problemi più gravi. Se gli investimenti italiani sono del 50% meno produttivi di quelli europei, la crescita del pil legata agli investimenti è esattamente pari alla metà di quella europea, senza contare il più basso effetto moltiplicatore keynesiano implicito. L’esito non deve sorprendere. Infatti, tutta la componente ad alta tecnologia, anche quella legata alle tecnologie per la produzione di energia rinnovabile, è sostanzialmente importata. Stante l’attuale specializzazione produttiva del paese, la domanda di investimenti delle imprese italiane è soddisfatta via importazioni. L’esempio più eclatante è quello dei pannelli solari: su 100 pannelli installati, 98 sono importati, 1 è prodotto da una impresa estera in Italia e 1 è realizzato da una impresa italiana. La stessa cosa si può dire per molti dei beni e servizi ad alto contenuto tecnologico, dalla cura, all’ambiente e via discorrendo.

Ma a livello europeo e internazionale sono proprio gli investimenti nella green economy e nell’alta tecnologia a crescere in misura doppia rispetto agli investimenti per la produzione “meccanica”. Il difetto dell’Italia è proprio quello di avere una struttura produttiva del tutto inadeguata per affrontare i settori emergenti. Quindi occorre un intervento diretto per modificare la struttura dell’offerta dei beni e servizi del paese. Si potrebbe intanto differenziare gli stimoli pubblici agli investimenti. Per esempio, gli stimoli pubblici potrebbero essere concessi solo per i progetti ad alto contenuto tecnologico generati dalle imprese, cioè non importati dall’estero, meglio ancora se la cassa depositi e prestiti industrializzasse la ricerca e sviluppo pubblica.

Una via difficile, ma occorre molta attenzione nelle proposte per uscire dalla crisi. La domanda è un insieme complesso di attività, di cui quella da consumo è la meno rilevante. Il paese esce dalla crisi se “rompe” il vincolo di struttura produttiva, che vale una minore crescita del pil rispetto all’Europa per oltre 150 mld di euro. Questa è l’unica via per aumentare i salari, creare le condizioni per un lavoro buono dei giovani, agganciare il nuovo paradigma tecnologico e crescere quanto fanno altri paesi.

2. Impatto fiscale delle misure finanziarie

La manovra correttiva predisposta dal governo del 13 agosto, assieme alle successive modifiche è pari a oltre 55 miliardi di euro tra il 2012 e il 2014. Una parte della manovra si applica anche al 2011 per un importo di quasi 2 mld di euro, mentre per il 2012 è previsto un intervento di 23.932 mln di euro, e per il 2013 le misure adottate sono pari a 49.865 mln di euro. Alla fine del 2014 ci sarà una manovra cumulata pari a 55.405 mln.

Il risultato è dato dall'effetto del decreto di luglio, e dal decreto di agosto che anticipa e aggiunge ulteriori provvedimenti per un valore pari a quasi 7 mld di euro.

Più in particolare l'incidenza delle maggiori entrate sul complesso dei tagli cresce progressivamente, dal 56,3% del 2013 al 78,8% del 2014, che si amplia con l’aumento dell’IVA di un punto dal 20 al 21%, per un importo pari a 700 mln nel 2011, e 4.236 mln dal 2012.

Ovviamente la “correzione” è al netto delle implicazioni macroeconomiche. Secondo il ministro Tremonti, nonostante l’anticipo della manovra economica dal 2013-14 al 2012-2013, il quadro macroeconomico rimane invariato. Sostanzialmente l’anticipo della manovra, non dovrebbe avere ripercussioni sui consumi delle famiglie, sugli investimenti delle imprese e sulla dinamica dell’import-export. Difficile crederlo, soprattutto se consideriamo che la riduzione della spesa pubblica, in ragione dell’identità economica pil uguale a consumi, investimenti e spesa pubblica, comprime i consumi pubblici di almeno 18 mld di euro nel periodo considerato, che difficilmente possono essere compensati, in questo quadro di recessione internazionale, da una equivalente crescita di investimenti e consumi privati. Inoltre, l’ipotesi di una crescita del pil via export è impossibile per ragioni di struttura produttiva nazionale, e alla dinamica complessiva del reddito dei paesi di area euro. Infatti, a livello europeo è in atto una politica di austerità delle politiche pubbliche che comprimono la domanda aggregata. Il rischio è quello di ridurre l’unica domanda “effettiva” e di un “double dip”.

Non solo la domanda aggregata subisce una compressione dal lato pubblico, ma l'incremento delle tasse rendono la manovra ancor più recessiva. Le maggiori entrate legate all'aumento della tassazione, riducono la domanda potenziale di consumo per almeno 1 punto di pil. Più precisamente, la rimodulazione delle agevolazioni, del contributo di solidarietà per 300 mln, invero molto contenuto, determineranno un aggravio di spesa privata, cioè alcune spese delle famiglie saranno rimandate in ragione dell’incertezza economica. Inoltre, l'incertezza riduce la propensione marginale al consumo, oltre a peggiorare la coerenza tra il sistema fiscale italiano e spesa pubblica. Si pensi al sistema di welfare diretto (servizi) e indiretto (tasse), per non parlare dell’incapacità del sistema fiscale italiano nel ri-orientare il risparmio dall’accumulo di ricchezza agli investimenti.

I tagli ai ministeri sono pari a 6 mld per il 2012 e 2.500 mln per il 2013, anche se dalla relazione tecnica sono previsti ulteriori risparmi per 1.500 mln. Di poco inferiori sono i tagli agli enti locali. Complessivamente valgono 4.200 mln nel 2012 e 3.200 mln nel 2013(1). I tagli agli enti locali sono così ripartiti: 2.400 mln per le regioni SO, 3.000 mln per regioni SS e province autonome, 1.300 mln per le province e 2.700 mln per i comuni sopra i 5.000 abitanti. Come già segnalato in nota, i tagli agli enti locali sono stati ridotti di 1.800 mln.

L'aspetto sottovalutato e molto ideologico è legato alle misure di contenimento della previdenza, TFR pubblico e lavoro. Questi provvedimenti, tutti insieme, danno risparmi ben oltre il 2014, e sono del tutto irrilevanti rispetto alla manovra complessiva e rispetto al pil. Questi provvedimenti superano a malapena lo 0,001 dello stesso. Solo la posticipazione del tfr pubblico permetterebbe un risparmio di 330 mln nel 2012, 1.065 mln nel 2013 e 723 mln nel 2014.

Dal lato delle entrate è introdotta la tassazione al 20% della rendita finanziaria, al netto dei titoli di stato, pari ad una entrata di 1.421 mln nel 2012, 1.534 mln nel 2013 e 1.919 mln nel 2014.

Tra le maggiori entrate troviamo anche l'addizionale ires per le società elettriche. Da questa entrata sono attesi almeno 1.800 mln nel 2012, che nalla relazione tecnica non trovano conferma negli anni successivi. In qualche misura il settore contribuisce ad alimentare le entrate del paese (2), ma ai più sfugge che proprio il settore dei consumi energetici, anche in virtù degli incentivi all'energia solare, da sempre ha contribuito in misura importante alle entrate dello stato, via azioni e via imposte. Infatti, occorre ricordare che gli incentivi ai pannelli solari non sono erogati dallo stato, ma dai cittadini attraverso la bolletta elettrica.

Di maggiore interesse sono le misure legate agli studi di settore e alla tracciabilità. Da queste misure sono attesi 330 mln nel 2012, 231 mln nel 2013 e 2014. Sostanzialmente il governo diminuisce il limite per le transazioni in contanti, assegni e vaglia a 2.500 euro. Probabilmente una tracciabilità a 1.000 euro sarebbe molto più efficace, adottando tutti i provvedimenti legati all’obbligo di tenere l’elenco clienti-fornitori e la descrizione del patrimonio nella dichiarazione dei redditi.

Altra partita fiscale rilevantissima è legata alla ex delega fiscale su assistenza e fisco, ora inserita nel decreto legge del 13 agosto. Da questo pacchetto sono attesi maggiori entrate pari a 4 mld di euro per il 2012 e 12 mld di euro per il 2013, per un ammontare complessivo al 2014 di 20 mld di euro. Se l’operazione al governo non riuscisse scatterebbero i tagli lineari su diverse forme di detrazione pari al 5% nel 2012 e 20% nel 2013. Se accadesse, e la cosa non è improbabile, le maggiori entrate del governo valgono quasi l’intera manovra. Infatti, le detrazioni-deduzioni valgono complessivamente oltre 160 mld di euro (fonte ministero dell'economia).

3. Misure irrilevanti dal lato finanziario, ma pesantissime dal lato sociale

Ci sono poi le misure di classe che non hanno nessun impatto sulla finanza pubblica, se non in misura marginale o comunque in misura sproporzionata agli effetti sociali. Il lavoro pubblico e privato è colpito non solo nei diritti cosiddetti positivi, ma anche nei diritti cosiddetti naturali-negativi. Per esempio … “Fermo restando il rispetto della Costituzione, nonché i vincoli derivati dalle normative comunitarie e delle convenzioni internazionali sul lavoro, le specifiche intese di cui al comma 1 operano anche in deroga delle disposizioni di legge che disciplinano le materie richiamate dal comma 2 ed alle relative regolamentazioni contenute nei contratti collettivi nazionali”. Persino il diritto naturale è compromesso con questo provvedimento. Come il diritto al tfr (pubblico) posticipato in ragione di vincoli finanziari. Come se il salario fosse retrocedibile in base alla disponibilità finanziaria, e non come diritto legato alla prestazione lavorativa.

Altro punto, che poco interessa l’equilibrio fiscale complessivo del paese, è l’anticipo dell’età pensionabile delle donne a 65 anni dal 2014, unitamente ad un allungamento della finestra di uscita dal lavoro di un anno e nove mesi per gli insegnanti, assieme all’aggiornamento del coefficiente che inciderà pesantemente sui tassi di sostituzione degli assegni previdenziali. Se consideriamo che tutte queste misure portano poco meno di 1 mld di euro, comprendiamo l'inutilità (finanziaria) di queste misure. Più delicata è la questione del mercato del lavoro. Tutte le misure delineate, oltre all’erga omnes retroattiva per giustificare gli accordi Fiat di Pomigliano e Melfi, che modifica persino i processi in corso, sono misure che agiscono dal lato dell’offerta di lavoro che già conta più di 35 modelli di assunzione. L’ipotesi di fondo è sempre la stessa: occorre aumentare la produttività del lavoro. Purtroppo il problema principale del sistema industriale italiano è quello di una produttività degli investimenti delle imprese pari alla metà di quello medio europeo.

4. Privatizzazione delle municipalizzate

Un’altra partita delicata delle misure del decreto legge sono le privatizzazioni delle public utility locali con un premio di 500 mln agli enti locali se fossero realizzate. Sono in gioco più di 5.000 società controllate dagli enti locali.

Su questo punto c’è un nodo giuridico ed economico. Il nodo giuridico è legato al referendum che era finalizzato non alla proprietà pubblica dell’acqua, ma alla pubblicizzazioni delle municipalizzate, oltre ad un vincolo europeo che ha declassato il mercato da principio a regola, ed è sempre soggetto alla fruizione del servizio stesso.

Non deve allora sorprendere che il decreto assegni agli enti locali la fattibilità della privatizzazione. Infatti, gli enti locali devono verificare la realizzabilità, non la fattibilità, entro 12 mesi dall'entrata in vigore del decreto, di una gestione concorrenziale delle public utility di rilevanza economica, compatibilmente con l'universalità e accessibilità dei servizi, limitando il ricorso al privato se non è idoneo a soddisfare siffatte finalità. Non a caso gli enti locali devono adottare una delibera che descrivere questi vincoli e inviarla, periodicamente, all'autorità garante della concorrenza. Ovviamente questa delibera deve essere predisposta prima delle procedure di conferimento del servizio. Semmai è la possibilità data a terzi di produrre siffatti servizi indipendentemente dai diritti di esclusività di gestione a destare forti dubbi. Il rischio è quello dell'affitto delle reti sul modello delle ferrovie dello stato.

Solo dopo la verifica dell'ente locale delle condizioni di concorrenzialità, per le attività già interessate al diritto di esclusività, tale esclusività vale anche per le società a capitale pubblico con la presenza di un socio privato pari al 40% del capitale, mentre per i servizi di valore uguale o inferiore a 900.000 euro, esso è realizzato solo da società pubbliche.

5. Emendamento al decreto legge di agosto

Se il decreto legge di agosto era caratterizzato da un sensibile incremento delle entrate fiscali, l’emendamento correttivo del relatore del decreto, in accordo con il Ministro Tremonti, assieme al maxiemendamento del 7 settembre, cambiano solo in parte il segno della manovra. Per alcuni versi diventa ancor più incerta la copertura di alcune poste, ancorché corrette con l’aumento dell’iva che dovrebbe dare maggiori entrate fiscali per poco oltre 4 mld. Infatti, prima del maxiemendamento del 7 settembre mancavo all’appello più di 4 mld di euro per centrare gli obiettivi delineati dal decreto (55 mld). Ora l’aumento dell’iva corregge il provvedimento nel suo insieme.

Le principali misure dell’emendamento con incerta copertura sono:

La rimodulazione del contributo di solidarietà per i redditi sopra i 300.000 euro, invero molto piccolo, sul triennio (2012-2013-2014), è molto contenuto (300 per il biennio 2013-14 mln);

La riduzione dei tagli agli enti locali (1,8 mln) coperti, come già ricordato dalla robin tax);

L’adozione del metodo spending review nella predisposizione del bilancio dei ministeri;

L’adozione di un pacchetto antievasione per coprire le mancate entrate legate alla cancellazione del contributo di solidarietà (261 mln da soggetti in perdita sistematica, 92 mln da società di comodo, 169 mld da società cooperative, 1.075 mln da sanzioni penali per gli evasori, 138 mln da indeducibilità beni in godimento, 145 mln da nuovi obblighi dichiarativi, 283 mln da liste di contribuenti a rischio, 143 mln da operazioni soggetti ad iva, 145 mln da premio a PMI che non usano);

Aumento di un punto dell’IVA dal 20 al 21%, per maggiori entrate pari a oltre 4 mld di euro.

Alcune coperture sono in qualche modo incerte (le entrate da evasione non si dovrebbero mai quantificare), mentre la riduzione dei tagli agli enti locali (da 6 mld a 4,2 mln) sono legate ad una partita di giro.

Al momento, le uniche entrate certe sono quelle legate alla revisione delle detrazioni-deduzioni fiscali legate all’assistenza e all’iva, che sono già indicate nel decreto. Insieme valgono più di 25 mld di euro.

Il grosso della manovra rimane centrato sulla riorganizzazione delle agevolazioni fiscali pari a 20 mld di euro, come ben esplicitato all’art. 1, comma 6 che prevede la rimodulazione delle aliquote delle imposte indirette, inclusa l’accisa, qualora non fosse per tempo delineata la rimodulazione delle agevolazioni.

Inoltre sono confermate tutte le addizionali locali. Insomma, la manovra correttiva è profondamente recessiva, tanto è vero che il quadro macroeconomico è compromesso. Il pil sicuramente subirà una contrazione che farà crescere l’indebitamento netto del paese come percentuale del pil. Dovremmo allora fare un’altra manovra correttiva tra 5-10 mld di euro a fine anno?

di Roberto Romano
12/09/2011

(1) Con l’emendamento del relatore del decreto, i tagli agli enti locali sono stati ridotti di 1.800 mln, ma solo per il 2012.
(2) Che compenseranno i tagli agli enti locali.

12 settembre 2011

Si seminano caos e ingiustizia perché il mondo del lavoro diverrebbe "la pelle di leopardo"

L'articolo 8 della manovra va abolito - Aderisci all'Appello
L'inseguirsi quotidiano di proposte inique ed estemporanee che caratterizza il cammino tormentato della manovra finanziaria rischia di distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica dalla sorte dell'art. 8 del Decreto, ossia dalla norma che rappresenta l'attentato più grave - e quasi incredibile - che si sia avuto, fin dalla nascita della Repubblica, ai danni dei diritti dei lavoratori.

Infatti, non è in gioco questa o quella legge protettiva, ma lo sono tutte, ovvero l'intero diritto del lavoro, perché l'art. 8 consente ai contratti aziendali (o territoriali) di derogare non solo ai contratti collettivi nazionali, ma - e questo è davvero enorme - anche ai disposti di legge.

Si tratta di un vero tentativo di eversione dell'ordinamento, ed in specifico del principio fondante di gerarchia delle fonti del diritto, che da sempre prevede la prevalenza della legge sul contratto individuale e collettivo, e, in materia di lavoro, che le leggi siano inderogabili, perché i lavoratori siano protetti anche contro sé stessi, contro la loro debolezza e ricattabilità. Proprio questo, invece, vogliono il Ministro Sacconi e la Confindustria: che ogni datore di lavoro possa eliminare una, più di una o tutte le tutele legislative dei suoi dipendenti (a cominciare, ovviamente, da quella contro i licenziamenti ingiustificati) solo concordandolo con un sindacalista locale, ricattabile o corruttibile o comunque "comprensivo".

In questo modo si seminano caos e ingiustizia perché il mondo del lavoro diverrebbe "la pelle di leopardo" a seconda che il rappresentante sindacale aziendale sia "rigido" o "cedevole" e si sparge altresì il seme della discordia civile, perché le reazioni degli interessati contro la svendita "al minuto" a livello aziendale dei loro diritti potrebbero divenire incontrollabili.

È, invece, principio irrinunciabile che su eventuali sacrifici che vengano loro richiesti - ma che mai possono comunque riguardare diritti legislativamente stabiliti - i lavoratori interessati si pronunzino direttamente, con referendum, in modo vincolante.

L'art. 8 del Decreto è, anche tecnicamente, una norma insostenibile, e per più versi incostituzionale e come tale, se dovesse il Decreto esser convertito in legge, sarà fermamente combattuta da tutti gli operatori giuridici democratici nelle sedi di competenza, ma occorre adesso privilegiare il profilo politico, e cioè scongiurare la vergogna che una norma del genere possa, anche per poco tempo, divenire legge della nostra Repubblica.
*** Umberto Romagnoli, Luciano Gallino, Mario Tronti, Piergiovanni Alleva, Associazione per i diritti sociali e di cittadinanza, Flavia Bruschi, Antonio Di Stasi, Filippo Distasio, Giuseppe Giacomino, Carlo Guglielmi, Silvana Lamacchia, Andrea Lassandari, Vincenzo Martino, Sergio Mattone, Nyranne Moshi, Giovanni Naccari, Pierluigi Panici, Alberto Piccinini, Nino Raffone...

L'appello è aperto alle adesioni, che possono essere inviate a: associazione@dirittisocialiecittadinanza.org
11/09/2011
- la vignetta è di Tubal, collaboratore di Lavoro e Salute
http://sporcomondo.it/

11 settembre 2011

Cesare Salvi " Quando nei talk show televisivi sento promettere che con i referendum si tornerà alla legge elettorale Mattarella, mi indigno "

“L’inammissibilità dei referendum elettorali”

La serietà nell’iniziativa politica, in un momento nel quale purtroppo cresce la sfiducia dei cittadini nei confronti dei partiti, è più che mai necessaria. Vorrei quindi sottoporre ai sostenitori del referendum, che dicono di voler abrogare l’attuale legge elettorale per sostituirla con la precedente legge Mattarella, se hanno riflettuto sulle conseguenze che si determineranno tra i cittadini, chiamati in questi giorni a firmare, quando la Corte Costituzionale dichiarerà inammissibili i quesiti.

Allo stato attuale della giurisprudenza della Consulta, questo esito negativo sarà infatti inevitabile.

Fin dalla sua prima sentenza (29/1987), che riguardava la legge elettorale del Consiglio Superiore della Magistratura, la Corte Costituzionale affermò che “l’organo, a composizione elettiva formalmente richiesta dalla Costituzione, non può essere privato, neppure temporaneamente, del complesso delle norme elettorali contenute nella propria legge di attuazione.

Tali norme elettorali potranno essere abrogate nel loro insieme esclusivamente per sostituzione con una nuova disciplina, compito che solo il legislatore rappresentativo è in grado di svolgere”. Questo principio è ribadito da tutta la giurisprudenza successiva.

Il primo dei due quesiti sottoposto in questi giorni alle firme dei cittadini, che prevede l’abrogazione in toto della legge Calderoli, è dunque palesemente inammissibile. Né si può sostenere, come pure ho avuto purtroppo occasione di leggere, che l’abrogazione dell’attuale legge fa rivivere quella precedente. Come dovrebbe essere noto, “la natura del referendum abrogativo nel nostro sistema costituzionale è quello di atto-fonte dell’ordinamento dello stesso rango della legge ordinaria”. E, come si insegna al primo anno di giurisprudenza, “l’abrogazione di una norma, che a sua volta aveva abrogato una norma precedente, non fa rivivere quest’ultima” (cito dal noto manuale che adotto per i miei studenti, il Torrente-Schlesinger).

Naturalmente, se uno studente rispondesse all’esame sostenendo il contrario, sarebbe subito bocciato.

Probabilmente non ignari di ciò, i promotori hanno proposto anche un secondo quesito, che abroga solo parzialmente la legge Calderoli. La Corte costituzionale ha affermato, infatti, che il referendum in materia elettorale è ammissibile se dal “ritaglio” della legge vigente emerge una normativa immediatamente applicabile: se cioè si può andare a votare senza bisogno di ulteriori interventi legislativi. In passato, proprio perché questo esito non era garantito dal quesito, la Corte costituzionale (sent. 47/1991) dichiarò inammissibile il referendum sulla legge elettorale del Senato; mentre, avendo i promotori riformulato il quesito, la Corte lo ritenne questa volta ammissibile (sent. 32/1993) appunto perché la normativa di risulta avrebbe consentito l’operatività del sistema elettorale, senza alcun ulteriore intervento del legislatore.

Per cercare di infilarsi in questo spiraglio, i promotori hanno provato a ritagliare la legge Calderoli, per far emergere una normativa direttamente applicabile. Ma non ci sono riusciti. Diversi punti del quesito numero 2, infatti, contengono abrogazioni di legge abrogate (mi si scusi il bisticcio). Il quesito prevede in particolare l’abrogazione delle norme della legge vigente, che a loro volta avevano abrogato i decreti legislativi sulla determinazione dei collegi uninominali della Camera e del Senato. Ma, come si ricordava, l’abrogazione non può far rivivere norme abrogate, e quindi l’eventuale approvazione del quesito produrrebbe una legge priva della normativa che riguarda il suo punto centrale, cioè l’adozione dei collegi uninominali. Ne risulterebbe una legge non immediatamente operativa, in contrasto con quanto richiesto dalla Corte costituzionale.

Chiedo scusa per i tecnicismi. Sono anch’io contrario al “porcellum” (non nascondo di essere favorevole a un sistema elettorale di tipo tedesco), e comprendo le ragioni di un’iniziativa referendaria. Per esempio, quella promossa da Passigli (il quesito sull’abolizione del premio di maggioranza è sicuramente ammissibile). Ma, come dicevo all’inizio, il problema è un altro: quando nei talk show televisivi sento promettere che con i referendum si tornerà alla legge elettorale Mattarella, mi indigno, come si dice adesso. Da giurista e da politico di altri tempi.

Cesare Salvi
FONTE: sito di Socialismo 2000

Dice che «il blocco interclassista ha come valori fondanti Dio, Patria e Famiglia» Roba da ventennio ma siamo nel 2011

Sacconi e l'armamentario della Cisnal

Se sei vivo ti vorrebbe morto. E se sei morto ti vorrebbe vivo. Sacconi è così. Milioni di persone lo ricorderanno per la distruzione del proprio futuro e la famiglia Englaro lo ricorderà per sempre con orrore per l'ostinazione con cui voleva prolungare l'agonia di Eluana. Ossessionato dal «lunghissimo 68», dai «bastardi anni 70», si sta dedicando alla lotta alla «secolarizzazione» che per lui è la somma dell'articolo 18 più la legge 194. Sacconi crede che i reduci degli anni 70 facciano solo i giornalisti, magistrati e docenti perché non hanno voglia di lavorare. «Essi sono fra di noi!», ulula nei salotti e nei convegni con sincero dolore. Per questo Berlusconi lo ha voluto alla guida di ministeri chiave: lavoro, sanità e welfare. Ieri, di fronte a una platea di aclisti, ha sostenuto che «nel nostro Paese non si trova un cassintegrato che torna a casa ubriaco e picchia la moglie». Brusio in sala e qualche fischio. Se si informasse saprebbe dell'impennata di antidepressivi e dei suicidi ricorrenti o di chi muore di miseria. Lo scrittore Stefano Tassinari fa dire a un suo personaggio che «fino al decennio iniziato nel '68 in questo Paese non esistevano diritti né civili né sindacali, ma in compenso il nostro codice prevedeva ancora il delitto d'onore e il reato di adulterio femminile, così come si votava a ventun anni e si andava in galera a diciotto, si veniva arrestati per obiezione di coscienza al servizio militare o per detenzione di un grammo d'hashish, c'erano le gabbie salariali tra nord e sud e tra uomini e donne, nei manicomi si "curava" la gente a colpi di elettrochoc, licenziare un lavoratore era un gioco da ragazzi». Bei tempi quelli che si potevano picchiare le mogli anche senza essere sotto l'effetto di ammortizzatori sociali! Il "nostro" Guido Caldiron ricorda - nel recente "La destra sociale da Salò a Tremonti" - la traiettoria politica di Sacconi dal Psi di Craxi e quello veneto dell'indimenticabile De Michelis (tanto per dire di «cattivi maestri») fino al forzismo spinto con altri due "compagni" dell'epoca, Tremonti e Brunetta. E' un «laico devoto», Sacconi, come Ferrara Giuliano, contro l'aborto e contro i poveri, specie quelli che si rifiutano di essere «responsabili». A lui piacciono i legami «verticali», tra nonni e nipoti ma, soprattutto, tra padroni e servi. Oppure tra ministero della Salute e Farmindustria quando lui era ministro e sua moglie dirigeva la confindustria dei farmaceutici. Dice che «il blocco interclassista ha come valori fondanti Dio, Patria e Famiglia». Allo Statuto dei lavoratori vuole sostituire uno Statuto dei lavori dove l'unica solidarietà possibile è quella tra lavoratori e imprenditori di una stessa azienda. Scavalcando gli anni "bastardi", i Seventies, Sacconi pesca nell'armamentario della Cisnal, il sindacato missino. Ma se qualcuno gli dà del fascista, come ieri un allibito delegato Acli, allora il ministro la prende male. Ma forse era già arrivato con la luna storta perché oltre ai leghisti perfino i docili Bonanni e Angeletti lo hanno lasciato col cerino in mano rivelando che quella pensata di impedire il riscatto della laurea e del servizio militare era farina del suo sacco. Di chi se no?

Checchino Antonini
09/09/2011

Lavoro e diritti. La soluzione prospettata dal più “aziendalista” tra i senatori del Pd è in perfetta aderenza alle sue conclamate convinzioni neo-liberiste

ICHINO ASSOLVE A PRESCINDERE I DATORI DI LAVORO
Ancora una volta, nel rispondere - attraverso il suo sito internet - al quesito di una giovane “praticante”, il giuslavorista Pietro Ichino cerca di cogliere l’occasione per “mischiare le carte”!

L’interrogativo posto dalla lettrice era relativo all’opportunità di lasciarsi (eventualmente) influenzare - nell’intraprendere la futura attività forense - da convinzioni ideologiche o politiche. Chiedeva, in sostanza, se fosse opportuno - e giusto dal punto di vista professionale - schierarsi “a prescindere” dalla parte dei lavoratori - piuttosto che da quella dei datori di lavoro - o viceversa.

La soluzione prospettata dal più “aziendalista” tra i senatori del Pd è in perfetta aderenza alle sue conclamate convinzioni neo-liberiste. Questo, naturalmente, non sorprende; né rappresenta una novità, il tentativo di rifuggire dalla chiarezza!

E’ esemplare, in questo senso, l’ (infondata e abusata) accusa - rivolta all’ordinamento italiano - secondo la quale la protezione della stabilità del rapporto di lavoro è, nel nostro Paese, la più forte rispetto a qualsiasi altro paese dell’occidente industrializzato.

Il tutto, in palese contraddizione con l’ultimo “Rapporto sull’occupazione in Europa”.

Infatti, lo stesso certifica che sono numerosi i paesi che precedono l’Italia nella speciale graduatoria relativa al “grado di rigidità normativa” che disciplina i rapporti di lavoro.

Tra l’altro - nonostante non fosse stato messo in discussione il diritto dei datori di lavoro a godere di assistenza legale - Ichino ritiene opportuno esordire escludendo che gli stessi debbano essere considerati colpevoli.

Trattasi, evidentemente, di un semplice caso di “excusatio non petita, accusatio manifesta”!

Ma è nel merito del problema che Ichino riesce a “inanellare una perla dopo l’altra”!

Infatti, dopo aver sostenuto che la scelta di un avvocato che assiste normalmente i lavoratori di non assistere anche le aziende, o viceversa, rappresenta una semplice esigenza “tecnica” - per evitare di sostenere orientamenti avversati in altre cause analoghe - piuttosto che un ostacolo di carattere etico o deontologico; l’esponente del Pd tradisce - attraverso una banalissima considerazione - quanto siano radicati in lui convincimenti e pulsioni politiche che hanno poco a che vedere con un sano riformismo e riflettono, invece, una visione “classista” della società.

Allo scopo, rispetto al primo punto, rilevo che offrire la propria assistenza legale alle parti datoriali - piuttosto che ai lavoratori - o viceversa, forse, più che da esigenze di carattere “tecnico”, discenda da rispettabilissime opzioni personali, culturali, ideologiche e/o politiche, che nulla hanno a che vedere con la deontologia professionale.

Quindi, che Ichino faccia dipendere dalla “maturità” del singolo professionista - e dalla sua capacità di tenere conto delle esigenze “tecniche” - la decisione di “selezionare” i propri clienti, non appare condivisibile.

Inoltre, rispetto alla quarantennale esperienza forense di Ichino, nel corso della quale afferma di avere - indifferentemente - offerto o rifiutato assistenza tanto ai lavoratori quanto ai datori di lavoro, faccio solo notare che i primi dieci anni, presso la Camera del Lavoro di Milano, furono (certamente per sua scelta e non per motivi di carattere “tecnico”), dedicati esclusivamente a sostenere le ragioni dei lavoratori. Ancora oggi, almeno per quanto riguarda i legali che operano in Cgil, svolgere assistenza a favore dei lavoratori è incompatibile con qualsiasi altro incarico dello stesso tipo a favore dei datori di lavoro!

Non ragioni tecniche, quindi, ma - molto più banalmente - quelle che definirei “scelte di vita” (anche se, ormai, molto lontane nel tempo).

Per quanto riguarda, invece, la banalissima considerazione di Ichino, secondo il quale ci sarebbero addirittura numerosi avvocati giuslavoristi schierati politicamente a destra che difendono prevalentemente o esclusivamente i lavoratori, o viceversa, con avvocati “di sinistra”, mi limito a rilevare che siamo di fronte all’ennesima - semplicistica - riproposizione degli scenari offerti dalla saga di “Peppone e don Camillo”!

I lavoratori - e chi ne sostiene la causa - tutti “comunisti” e i datori di lavoro - e chi ne rappresenta gli interessi - tutti “fascisti”!

Uno stereotipo agli antipodi di quel “riformismo” nel quale il più “aziendalista” del Pd cerca, invano, di identificarsi.

Renato Fioretti
collaboratore redazionale di lavoro e Salute

8 settembre 2011

L’ipotesi di una crisi “finale” del capitalismo, avanzata da qualche autore, si scontrerebbe peraltro con diversi dubbi e con alcuni punti oscuri.

Il punto sulla crisi e sui suoi possibili sbocchi

Se fosse la tanto vituperata "finanza" a garantire la sopravvivenza alla way of life occidentale? Nel riflettere sulla crisi dell'economia mondo sono tante le possibili interpretazioni...

“…in un modo o nell’altro, ciascuno ha l’impressione che il terreno sia sul punto di affondare sotto i suoi piedi…; …c’è la sensazione diffusa che la festa sia finita…”
Anselm Jappe

Premessa
Nonostante che il fenomeno della crisi in atto sia stato esplorato in tutte le direzioni e continui costantemente a esserlo, permangono molti punti controversi sulla sua origine, sulla sua stessa definizione e sulla sua natura di fondo, nonché conseguentemente sulle vie di salvezza, if any.
In ogni caso, sono ormai passati diversi anni dallo scoppio della crisi e nessuno sembra avere a livello politico delle idee adeguate, nonché la capacità e la volontà per uscire fuori dai guai.

Una definizione della crisi

Manca intanto apparentemente una qualche espressione definitoria che sintetizzi la sostanza del fenomeno in atto e questo appare piuttosto sorprendente. Al momento delle sue prime manifestazioni si è parlato di crisi del sub-prime; successivamente, man mano che essa si apriva nuove strade, si è tentato di appiccicargli qualche altra etichetta, quale “crisi sovrana”, “crisi finanziaria” o anche “crisi del credito”, ecc., ma nella sostanza sembrerebbe mancare a oggi, almeno sui media occidentali, una definizione chiara e convincente.
Dobbiamo andare in Asia per trovarne una che sembri plausibile; in tale angolo del mondo si parla chiaramente di “crisi atlantica” (Padis, 2010), di un fenomeno cioè che riguarda essenzialmente la parte più sviluppata del pianeta.
Prendendo per buona, almeno per il momento, tale definizione, apparentemente censurata dalle nostre parti, si tratta di individuare soprattutto le ragioni di fondo del fenomeno, nonché le vie per poterne uscire. Le due cose sono ovviamente strettamente legate.
Il fronte finanziario

Molti concentrano la loro attenzione critica sul tema della finanza. Di fronte a un’economia reale considerata sana, il marcio starebbe negli “eccessi” del sistema finanziario che, sfuggito a ogni regola e a ogni controllo, metterebbe in pericolo l’economia mondiale. Si sottolinea così l’avidità degli speculatori, la complicità e i conflitti di interesse delle agenzie di rating, la follia delle borse, la rapacità dei manager delle istituzioni finanziarie, le male azioni delle banche.

C’è chi, con una leggera variante rispetto all’analisi precedente, cerca di distinguere la buona dalla cattiva finanza. La prima sarebbe quella che sostiene l’economia, le imprese, i cittadini, la seconda quella che si dà alla speculazione e trascura e umilia il mondo produttivo. La prima forma avrebbe sostanzialmente caratterizzato la fase che dal dopoguerra va sino grosso modo alla fine degli anni settanta, la seconda avrebbe poi preso il sopravvento a partire dai primi anni ottanta, facendosi poi sempre più aggressiva e dominante.

Ma “basterebbe” sistemare il fronte finanziario con i suoi cattivi protagonisti per bloccare alla radice la crisi? Chi scrive ha pubblicato diversi testi che cercano di contribuire a individuare le vie per una possibile riforma del sistema finanziario e quindi pensa che in effetti l’influenza della finanza sulla vita economica e sociale sia stata negli ultimi decenni devastante e che una profonda riforma del settore sia comunque indispensabile e urgente, ma non ha mai pensato che questo potrebbe bastare per risolvere tutti i problemi posti dalla crisi. D’altro canto, è giocoforza constatare che i governi e le istituzioni internazionali stanno facendo sostanzialmente troppo poco per sistemare la questione.

Ma anche quando tale fronte venisse largamente presidiato, il che appare molto improbabile, ci troveremmo di fronte a un problema ancora maggiore, quello delle difficoltà dell’economia reale.

Viene alla mente, in effetti, anche un altro pensiero: e se i processi di finanziarizzazione in realtà, invece di rovinare l’economia reale, l’avessero aiutata a sopravvivere al di là della sua “data di scadenza” (Jappe, 2011)? Di fatto, nel decennio che ha preceduto la crisi, solo la finanza e l’immobiliare, attività per molti aspetti sorella della prima, hanno sostenuto in qualche modo la crescita dell’economia occidentale. E se quindi in tale periodo la finanza avesse continuato a far respirare un corpo moribondo? E se, alla fine, all’origine della malattia stiano problemi più gravi di quelli provocati dagli speculatori?

Il fronte dell’economia reale
In effetti, molto presto tra i seguaci dell’analisi economica di tipo keynesiano e comunque tra gli economisti “radicali” l’origine della crisi è stata fatta risalire all’avvio della fase tatcheriana-reaganiana dell’economia, che ha portato tra l’altro in occidente, oltre che a una profonda messa in discussione del ruolo dello stato, a una forte crescita delle diseguaglianze, con un sostanziale blocco dei redditi da lavoro in valori assoluti e a un loro arretramento rispetto a quelli di capitale nella composizione del pil dei vari paesi. Le classi medie e popolari non hanno più, da un certo punto in poi, avuto altra via per continuare a consumare e investire che quella di aumentare il loro livello di indebitamento, ciò che ha portato alla fine al crollo della piramide. Parallelamente, negli ultimi decenni non si è manifestato alcun grosso stimolo alla domanda attraverso lo sviluppo di qualche nuovo settore che fungesse, come in epoche passate, da traino per tutta l’economia. E trascuriamo, per semplicità, i fattori internazionali, pur rilevanti.
In tale quadro, le malefatte della finanza sono state certamente stimolate ed esse hanno sicuramente contribuito ad aggravare la situazione, ma alla radice della crisi starebbe una carenza di domanda nel settore dell’economia reale, più di recente aggravata dal tentativo da parte dell’operatore pubblico di ridurre il livello di indebitamento attraverso il ridimensionamento della spesa pubblica.

Il suggerimento di fondo che viene conseguentemente da tale tipo di analisi è quello che appare necessario, da una parte, ridistribuire il surplus prodotto nell’economia indirizzandolo maggiormente a favore del lavoro, avviare poi, dall’altra, da parte degli stati, un grande programma di investimenti nel settore dell’economia verde, accompagnato anche da forti e paralleli stimoli all’industria privata; tale settore potrebbe e dovrebbe costituire il prossimo asse di sviluppo dell’economia del mondo.

Che dire di tutto questo? Chi scrive appare sostanzialmente convinto che nella situazione attuale sia presente certamente un problema di domanda, con l’evidente necessità di ridistribuire la torta tra il lavoro e il capitale e che sia anche indifferibile spingere per una grande riconversione “ecologica” dell’economia.

Ma duole constatare che nessun paese occidentale è in grado in questo momento di avanzare in maniera significativa sul primo fronte – anzi, tutti i programmi di controllo della spesa pubblica dovrebbero avere un effetto di riduzione nella stessa domanda, nonché della qualità dell’offerta – né sul secondo. Così Obama era partito dichiarando la volontà di avviare grandi sforzi verso una nuova politica energetica e constatiamo tutti come la cosa sia in effetti andata a finire.

In tale quadro è evidente come l’uscita dalla crisi appaia una possibilità sempre più lontana.

L’ipotesi giapponese
A questo punto l’ipotesi più immediata che viene alla mente è quella che il mondo occidentale si stia avviando verso una situazione di tipo giapponese, cioè verso un periodo di lunga e persistente stagnazione economica; il paese del sol levante non cresce ormai in effetti da una ventina d’anni. Il timore di una giapponesizzazione è ormai fortemente presente nelle classi dirigenti atlantiche.

Il modello giapponese appare caratterizzato da alcune caratteristiche di fondo che gli altri paesi ricchi sembrano stare acquisendo più o meno rapidamente con il tempo: alto rapporto debito/pil, bassa crescita della popolazione, sostanziale blocco e debolezza della politica, tassi di interesse molto bassi e deflazione o minaccia di deflazione, banche in difficoltà, crolli di borsa e del settore immobiliare (Milne, 2011).

Va sottolineato che una stagnazione prolungata dei vari paesi potrebbe certamente manifestarsi con qualche possibile variante rispetto al caso giapponese, che tutto sommato presenta diverse caratteristiche positive, quali un elevato livello tecnologico, un alto livello di benessere accompagnato da una distribuzione della ricchezza tra le meno diseguali tra quelle dei paesi ricchi, una buona efficienza della macchina pubblica, una coesione sociale piuttosto elevata. La variante italiana, altro paese in difficoltà economica almeno da una quindicina di anni, potrebbe esserne per molti versi una sua versione in peggio.

Peraltro bisogna sottolineare che il modello giapponese si regge su di una continua crescita del livello dell’indebitamento pubblico, che ha ormai raggiunto cifre elevatissime e che non appare più sopportabile a medio termine.
L’ipotesi argentina e quella di una crisi finale del capitalismo

A questo punto quella del fantasma giapponese potrebbe comunque costituire ancora un’ipotesi consolatoria. C’è chi comincia invece a pensare a uno scenario di tipo argentino. Il paese sudamericano alla fine della seconda guerra mondiale era uno dei più prosperi del mondo; da allora esso ha registrato un lento ma inesorabile declino, precipitando poi qualche anno fa in un crollo improvviso. D’altro canto, lo stesso modello giapponese potrebbe anche preludere a quello argentino.

Ma è peraltro possibile tornare invece al modello di sviluppo keynesiano del dopoguerra, cioè a un capitalismo “ben temperato”, regolato e governato dalla politica, a un modello molte delle cui basi materiali sono state nella sostanza distrutte dall’avanzamento tecnologico e dalle mutazioni economiche e sociali degli ultimi decenni? Hic Rodhus, hic salta.

Alla fine, viste le difficoltà di azione da parte dei paesi occidentali e gli ostacoli di peso collocati sulla strada di un ritorno a un modello pre-tatcheriano dello sviluppo, può venire persino il dubbio che la situazione attuale non abbia sbocchi possibili. Allora diventerebbe in qualche modo plausibile anche l’ipotesi che la crisi in atto sia in realtà quella finale del capitalismo.
Naturalmente, potrebbe certamente accadere che invece, in qualche modo, la situazione migliori e l’economia atlantica prima o poi si riprenda. Da molte parti si può sostenere che il modello capitalistico abbia molte vite, che troppe volte esso sia stato dato per morto e che anzi le sue crisi periodiche rappresentino di solito dei momenti di “distruzione creatrice” di tipo schumpeteriano, di riorganizzazione e di riavvio del sistema su nuove e anche migliori fondamenta e non sono in molti, per la verità, ad avanzare, almeno per il momento, l’ipotesi estrema.
A conoscenza di chi scrive soltanto poche persone hanno messo in campo di recente tale eventualità. Da una parte, Immanuel Wallerstein, in un articolo scritto nelle prime fasi della crisi (Wallerstein, 2008), testo accolto a suo tempo con molto scetticismo anche a sinistra; dall’altra, uno studioso francese, Anselm Jappe (Jappe, 2011), autore che ha ispirato in parte questo articolo; possiamo ancora citare Steven Stoll, la recensione del cui testo sulla crisi si può trovare su di un numero recente di un periodico francese (Books, 2011). Infine, ricordiamo la pubblicazione dell’ultimo volume di Slavoj Zizek che sembra, in qualche modo, aprire alla stessa ipotesi (Zizek, 2011).

Sottolineiamo soltanto quello che a tale proposito sostiene in particolare A. Jappe. La crisi del capitalismo viene ormai per l’autore non solo dai limiti esterni alla sua crescita, sotto forma di esaurimento delle risorse e di distruzione delle sue basi naturali a livello mondiale, ma anche da quelli intrinseci al suo sviluppo, della sua forma di accumulazione e di riproduzione sociale; “…la merce… il denaro… la concorrenza… il mercato: dietro le crisi finanziarie che si ripetono da più di venti anni, ogni volta più gravi, si profila la crisi di tutte queste categorie…”.
E i paesi emergenti?

L’ipotesi di una crisi “finale” del capitalismo, avanzata da qualche autore, si scontrerebbe peraltro con diversi dubbi e con alcuni punti oscuri. Ne vogliamo ricordare uno soltanto, l’esistenza dei paesi emergenti, molti dei quali presentano da tempo una situazione di pieno boom economico.
La crisi dei paesi ricchi travolgerebbe anche loro, o essi riuscirebbero invece, in qualche modo, a resistere alle difficoltà e a riavviare una nuova epoca, un nuovo modello capitalistico? Nessuno può concretamente immaginare cosa potrebbe accadere. Non si potrebbe invece forse parlare, almeno per quanto riguarda la Cina, di gran lunga peraltro il paese più importante tra quelli emergenti, dell'esistenza di un modello di mercato non capitalistico, come a suo tempo ipotizzato da Giovanni Arrighi (Arrighi, 2011)? E allora il problema non si porrebbe, almeno in parte.

Solo il futuro, comunque, potrà sciogliere molti dei dubbi che abbiamo oggi davanti.


Testi citati nell’articolo

Arrighi G., Adam Smith a Pechino, Feltrinelli, Milano, 2007
Books, aprile 2011
Jappe A., Credit à mort, Nouvelles Editions Lignes, Parigi, 2011
Milne R., West shows worrying signs of “Japanisation”, www.ft.com, 18 agosto 2011

Padis M. O., Le bosculement des puissances, Esprit, n. 10, 2010
Wallerstein I., Le capitalisme touche à sa fin, Le Monde, 11 ottobre 2011

Zizek S., Vivre la fin des temps, Flammarion, Parigi, 2011

Vincenzo Comito
31/08/2011

http://www.sbilanciamoci.info/