31 agosto 2011

Il sindacalista Bonanni da tempo truschina, sotto l'ala protettrice della gerarchia vaticana più conservatrice. Seguito dall'altro filogovernativo Angeletti della UIL

Bonanni sulle orme del “sindacato giallo” di Valletta

A partire dai primi anni Cinquanta, quando l'effetto della Guerra Fredda a livello internazionale si riverberò con asprezza anche all'interno del nostro Paese, la campagna anticomunista ebbe alla Fiat il suo epicentro con il professor Vittorio Valletta (capo assoluto della grande industria automobilistica torinese), prono agli ordini dell'ambasciatrice Usa in Italia.

La signora Clara Boothe Luce infatti intimò, in termini esplicitamente ricattatori, alla direzione Fiat di liberarsi con ogni mezzo degli operai comunisti, o comunque di sinistra, altrimenti sarebbero saltate le commesse (la famosa "campagnola").

E Valletta obbedì, avviando una vera e propria caccia alle streghe all'interno degli stabilimenti, creando un clima di paura, con sospensioni dal lavoro, licenziamenti di rappresaglia, giungendo a creare un reparto confino (l'OSR, Officina Sussidiaria Ricambi, subito denominata dagli operai "Officina Stella Rossa").

Dall'esterno della fabbrica agiva in questa azione intimidatoria, il gruppo "Pace e Libertà", capeggiato da Edgardo Sogno e da Luigi Cavallo, un noto rottame della provocazione.

Alla vigilia delle elezioni delle Commissioni Interne, del 1955, la città fu tappezzata di manifesti in cui si leggeva: "Presentarsi candidato o scrutatore per la Fiom significa mettersi in lista per il licenziamento. No alla Fiom".

In quelle elezioni la Fiom-Cgil subì un tracollo perdendo in tutti gli stabilimenti la maggioranza nelle Commissioni Interne, ad eccezione del Lingotto.

Non pago di aver addomesticato la Cisl e l'Uil Valletta, per migliori garanzie, favorì la nascita di un sindacato giallo guidato da Edoardo Arrighi (cislino) e Aldo Bartoletti (socialdemocratico).

Seguendo con attenzione le vicende attuali della Fiat, del suo amministratore delegato, l'italo-canadese-svizzero Sergio Marchionne e i comportamenti dei segretari nazionali della Cisl (Bonanni) e dell'Uil (Angeletti) ci è venuto spontaneo l'accostamento con Valletta ed i due fondatori degli LLD (Liberi Lavoratori Democratici), successivamente SIDA (Sindacato Italiano Dell'Automobile).

Di fronte alla proposta del governo di vanificare, con la legge finanziaria, lo Statuto dei Lavoratori, per meglio assecondare i desideri di Marchionne, Bonanni, ancora una volta, si è schierato dalla parte dei padroni.

Va ricordato che il leader della Cisl aveva affermato pochi mesi fa che il contratto di Pomigliano sarebbe stata un eccezione per poi invocare "cento, mille, Pomigliano", sottoscrivendo il vergognoso principio imposto da Marchionne, secondo cui «il sindacato che non accetta un accordo aziendale firmato da altre sigle viene privato di rappresentanza».

D'altra parte non c'è da stupirsi ricordando che lo stesso Bonanni alla vigilia dell'ultimo referendum si schierò con Berlusconi, dichiarando la sua totale contrarietà alla consultazione popolare, sostenendo il nucleare, la privatizzazione dell'acqua, tacendo sulle leggi ad personam del premier.

Il sindacalista Bonanni da tempo truschina, sotto l'ala protettrice della gerarchia vaticana più conservatrice, per dare vita ad un nuovo partito dei cattolici, chiaramente orientato sul centrodestra.

Uno dei padri dello Statuto dei Lavoratori è stato Carlo Donat Cattin, sindacalista cattolico, autorevole esponente della Democrazia Cristiana.

Chissà che cosa penserebbe oggi del suo erede Bonanni, che ricalca le orme del sindacato giallo di vallettiana memoria?

Diego Novelli

29 agosto 2011

La sostanziale diversità di vedute - in termini di riferimenti, alleanze, strategie e obiettivi - accentuerà sempre più le distanze tra le tre sigle sindacali.

Pagheranno i lavoratori la crisi dei sindacati

Personalmente, al contrario di quanto sostenuto da Susanna Camusso, non ho mai ritenuto che il conflitto registrato (nel corso degli ultimi anni) con Cisl e Uil fosse motivato - e nobilitato, dal mio punto di vista - da contrasti di carattere eminentemente “politico”.

A mio parere, non si è mai trattato di problemi “di metodo” - circa le modalità di confronto e l’atteggiamento da assumere rispetto al governo di centrodestra di Berlusconi - quanto, piuttosto, di rilevanti contrasti su questioni “di merito”, sempre sottaciuti in passato.

Con motivazioni dettate - esclusivamente - da opzioni di natura squisitamente sindacale, che, oggettivamente, avevano (ed hanno) ben poco in comune con la politica.

Si è realizzato, in sostanza, quello che alcuni di noi sospettavamo da tempo, in pochi avevamo avuto l’ardire di ufficializzare e, altrettanti, di denunciare.  

In questo senso, già in altra occasione, ho inteso rappresentare questo convincimento attraverso quello che ho definito l’atto di “affrancamento” - di Cisl e Uil - dalla Cgil.

Come se, a un certo punto della storia (e, soprattutto, della cronaca) sindacale del nostro Paese, Cisl e Uil - resi forti dalla “sponda” offerta dai governi presieduti dal barzellettiere più ricco d’Italia e sostenuti (con fortissima determinazione) dall’improponibile erede al dicastero che fu dei Brodolini, Donat Cattin e Gino Giugni - avessero trovato (finalmente, dal loro punto di vista) la forza sufficiente a comunicare “Urbi et orbi” che, in effetti, il loro ideale di sindacato confederale rappresenta qualcosa di assolutamente diverso da quello espresso dalla Cgil.  

Naturalmente, qualcuno potrebbe obiettare che già nel 1984, all’epoca del “decreto di San Valentino” - primo grande accordo separato post 1968 - Cisl e Uil avevano assunto una posizione in netto dissenso dalla Cgil.

Costui dimenticherebbe, però, che quella sì, fu una vicenda di carattere esclusivamente “politico” - e in quanto tale, degna della massima considerazione e rispetto - che, addirittura, spaccò la stessa Cgil. Una sofferta e tormentata parentesi del Sindacato confederale italiano che, però, non aveva nulla a che vedere con la situazione attuale; laddove le divergenze soggiacciono, a mio parere, non a scelte politiche, ma a una visione dell’azione sindacale profondamente “diversa”.

A opzioni, quindi, strategiche, che tendono a realizzare forme di assistenza e tutele sindacali sostanzialmente diverse da quelle che hanno caratterizzato tanta parte della storia del sindacalismo italiano.

In questo quadro, è normale - a mio avviso - che le rispettive posizioni, di là dai più sinceri e accorati appelli all’unità d’azione (come si diceva fino a qualche tempo fa), tendano a radicalizzarsi.

Non a caso, è stato sufficiente attendere appena poche settimane per rendersi conto che l’Accordo interconfederale del 28 giugno - sulle nuove regole della contrattazione e sulla rappresentanza sindacale - non è affatto servito a superare le divisioni e, secondo gli auspici della Camusso, a “aprire una stagione nuova” nei rapporti tra Cgil, Cisl e Uil!


E’ stato sufficiente, infatti, che la maggiore delle Confederazioni sindacali, a valle della pubblicazione del decreto legislativo 138/2011, assumesse l’iniziativa di indirizzare a Cisl e Uil una “lettera aperta” - allo scopo di porre alcune domande sui temi della manovra economica e sul futuro del mondo del lavoro - per realizzare che le rispettive posizioni sono sostanzialmente “inconciliabili”.

Nel merito delle risposte pervenute alla Cgil, è particolarmente significativa quella di Angeletti. Lo è perché chi conosce la storia dei rapporti sindacali realizzatisi nel nostro Paese - almeno di quella relativa a partire dagli anni 60/70 - sa bene che soltanto fino a qualche anno fa, il Segretario generale della Uil, la “cenerentola” tra le maggiori Confederazioni sindacali, non avrebbe mai avuto l’ardire di rispondere a un formale invito della Cgil definendolo “una provocazione”!   

Così come il Segretario generale della Cisl, non si sarebbe mai permesso - come, invece, ha fatto Bonanni in quest’occasione - di definire “stucchevoli” le posizioni espresse dalla Cgil.

Certo, è pur vero che la Cgil aveva già annunciato l’intenzione di indire uno sciopero generale contro la “manovra di ferragosto”, ma è altrettanto vero che: un conto è il non condividere il ricorso a tale forma di protesta - soprattutto se non “concordata” preventivamente con le altre OO. SS. - altra cosa è, invece, porsi nella condizione - come, oggettivamente, fanno Cisl e Uil - di “avallare” le scelte del governo Berlusconi. Soprattutto rispetto all’ormai ricorrente tema del “superamento” dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori.

Infatti, tra le pieghe dei provvedimenti in materie di carattere finanziario, l’art. 8 del decreto legislativo 13 agosto 2011, nr. 138, prevede, in sostanza, la possibilità che eventuali intese a carattere aziendale (o territoriale) possano produrre deroghe all’applicazione delle vigenti norme sui licenziamenti “senza giusta causa”!

Questa però è una lettura - del comma 2, dell’art. 8 del decreto - che tanto Bonanni quanto Angeletti contestano con forza.

Infatti, per il Segretario generale della Cisl “l’intervento del governo è compatibile e può addirittura rafforzare l’accordo interconfederale del 28 giugno”, contribuendo, attraverso la previsione di specifici “accordi tra le parti”, ad allontanare il rischio di un’abolizione “sic  et simpliciter” dell’art. 18 della legge 300/70.

Da parte di Angeletti, si assiste, invece, a un incredibile ”contorsionismo lessicale”, attraverso il quale la ricerca dell’occultamento della verità procede di pari passo con un’improbabile “traduzione” della norma prevista all’articolo 8 della manovra.

Infatti, il Segretario generale della Uil afferma:

1)     “La manovra non rappresenta una minaccia per l’articolo 18”;

2)     “Per modificare l’articolo 18 occorrerebbe un accordo tra le parti sociali e noi non lo faremo mai”;

3)     “L’attacco (della Cgil) alla misura che stabilisce il reintegro del lavoratore licenziato senza giusta causa è ”.

Appare quindi evidente il - patetico - tentativo del leader della Uil di smentire e occultare la reale portata di quanto previsto all’art. 8, comma 2, lettera e, del decreto.  

Perché è evidente che prevedere specifiche intese tra le parti - contratti sottoscritti a livello aziendale o territoriale - al fine di “regolare le materie inerenti l’organizzazione del lavoro e della produzione incluse quelle relative (……) alle conseguenze del recesso dal rapporto di lavoro, fatta eccezione per il licenziamento discriminatorio e il licenziamento della lavoratrice in concomitanza del matrimonio”, rappresenta - contrariamente a quanto cerca di nascondere Angeletti - la strada attraverso la quale lo stesso Bonanni dichiara possibili (previo accordo tra le parti) le deroghe all’articolo 18!

Si tratta, quindi, di prendere definitivamente atto di una realtà, a mio parere, incontrovertibile.

Di là da quelle che possano essere le simpatie e le opzioni “politiche” dei maggiori rappresentanti delle OO. SS. Confederali, il futuro delle scelte “strategiche” di Cgil, Cisl e Uil continuerà a essere caratterizzato da un dato che - dai più - solo fino a qualche anno fa sarebbe stato definito blasfemo.

La sostanziale diversità di vedute - in termini di riferimenti, alleanze, strategie e obiettivi - che accentuerà sempre più le distanze tra le tre sigle sindacali.

In questo quadro, il rischio maggiore, a mio avviso, lo corrono i lavoratori.

A una Cgil comunque osteggiata, a Cisl e Uil preda di un (inevitabilmente) esiziale approdo “filogovernativo e aziendalistico”, non potranno non corrispondere rappresentanze sindacali ridimensionate e, direi, “normalizzate”, rispetto a quelle che hanno consentito la crescita morale e civile di milioni di lavoratori italiani.

Renato Fioretti
Collaboratore redazione di Lavoro e Salute

Articolo già pubblicato, in data 28 agosto 2011, dal sito web di “Micromega”

27 agosto 2011

Avete scoperto che Camila è bella? Ora ascoltatela, non è una velina

Cile. Chi è la leader studentesca che si dichiara comunista
Per il quotidiano britannico Guardian la leader del movimento studentesco cileno Camila Vallejo che sta mettendo in seria difficoltà il governo neoliberale del miliardario Sebastián Piñera - l'80% degli impiegati pubblici avrebbe aderito allo sciopero generale di mercoledì - sarebbe il più affascinante dirigente politico in America latina dall'apparizione sulla scena del Subcomandante Marcos nel Messico zapatista del 1994.

Evidentemente l'articolista, tale Jonathan Franklin, ha perso la testa per la bella Camila (del resto anche il vicepresidente boliviano Álvaro García Linera se n'è dichiarato innamorato) e ha voluto far parlare del suo viaggio nella gelida Santiago d'agosto facendo un salto logico rispetto ad un continente dove di leader e movimenti di massa, dall'epoca degli zapatisti, ne sono sorti a dozzine nell'ignoranza più totale della stampa europea che ha sempre preferito evitare di fare i conti con una realtà, quella latinoamericana, dove da almeno un decennio si sta lottando contro il modello neoliberale che, imposto con il sangue dei desaparecidos dalle dittature militari, ha fatto perdere 30 anni di cammino democratico al Continente.

Intendiamoci, Camila Vallejo è uno straordinario personaggio. Neanche 23 anni, geografa, oggettivamente molto bella, dichiaratamente comunista per quanto la cosa possa apparire scandalosa, straordinariamente fluente nell'eloquio, chiara e radicale nel ragionamento politico, sa perfettamente di bucare lo schermo. E lo dichiara: dichiara apertamente di usare il proprio fascino per accedere a mezzi di comunicazione dove da 38 anni - ovvero dall'11 settembre - nessun dirigente politico comunista aveva più avuto il diritto di parlare. Parole d'ordine come «non vogliamo migliorare il sistema, vogliamo cambiarlo completamente» in Cile non avevano più diritto di cittadinanza dal tempo di Unidad Popular e grandi leader della sinistra, penso a Gladys Marín, avevano subito anche dopo la fine della dittatura pinochetista l'ostracismo più totale.

Dunque è l'America latina ad andare avanti continuando a produrre straordinarie figure di donne militanti cantate dai poeti, dall'Anaclara di Daniel Viglietti alla guerrigliera cantata da Gioconda Belli che percorrono le strade del Continente ribelle lottando fianco a fianco con i loro compagni. E allora l'articolo del Guardian va interpretato in un'altra maniera dal ridicolo vuoto individuato dall'inglese se tra Marcos e Camila scorrono le figure di decine di dirigenti e milioni di militanti.

Adesso che in poche settimane l'account twitter di Camila @camila_vallejo si è permesso il lusso di superare quello del Governo @GobiernodeChile (184.000 a 180.000, erano appena 10.000 due mesi fa) è possibile scorrere i quasi 18 anni che ci separano dall'Alba zapatista in una crescita continua di esperienze che hanno portato l'America latina integrazionista a rompere con la "fine della storia" neoliberale. Se gli zapatisti erano il primo fuoco, la prima dignità ad insorgere pubblicamente contro il modello che sembrava aver vinto per mille anni a venire, oggi gli studenti cileni stanno rompendo l'ultimo argine e stanno riaprendo le grandi alamedas dove nell'ultimo discorso Salvador Allende vedeva passare l'umanità libera. Insomma, avete scoperto che Camila è bella? Non è una velina. Ascoltatela.

pubblicato su Liberazione
27/08/2011

23 agosto 2011

Ma veramente quello che si sta profilando per il popolo libico è un futuro di libertà e benessere? Non esiste conquista della libertà quando questa avviene attraverso i bombardamenti della Nato

E' solo l'inizio
1991, prima guerra del Golfo; 1999, guerra contro la Serbia per il Kossovo; 2001, guerra contro l'Afghanistan; 2003, seconda guerra del Golfo; 2011,guerra di Libia. Una sequenza lineare. Con partecipazione a volte diretta a volte obliqua dell'Onu, sempre più succube, e con la Nato sempre più calata nel suo ruolo di agenzia militare delle Nazioni unite.

Fuori Saddam, fuori Milosevic, fuori i taleban (fuori?) e adesso fuori Gheddafi (comunque finisca). Anche per il Colonnello vale l'immortale risposta data da Tony Blair a chi gli rinfacciava la dubbia o nulla legalità dell'attacco militare contro Saddam e le sue «armi di distruzione di massa»: il mondo va meglio senza di lui.

Nessuna lacrima per Gheddafi. Uno in meno. La partita è finita come doveva finire e come era scritto fin da quando nella notte successiva al voto della risoluzione 1973 nel Consiglio di sicurezza, il 17 marzo, i caccia francesi si assunsero per primi (c'era il famoso freedom-fighter Bernard-Henri Levy a garantire) il compito di «difendere i civili» sotto attacco a Bengasi e Misurata andando a bombardare la caserma del Colonnello a Tripoli nella speranza di farlo fuori al primo colpo. Era solo questione di tempo. Non poteva che finire così anche se gli insorti da soli non ce l'avrebbero mai fatta a scalzare l'uomo che era ormai diventato la triste parodia di se stesso e del suo passato non tutto disprezzabile. La «guerra di liberazione» non l'hanno vinta loro ma le migliaia di raid aerei, le migliaia di missili e di bombe che i caccia della Nato (con il valido contributo italiano enfatizzato dai La Russa e dai Frattini ma anche dal presidente Napolitano) hanno sganciato sulla Libia per 5 mesi, con il solito interrogativo, senza importanza nei bollettini di vittoria, dei «tragici errori» e degli «effetti collaterali» sui civili: il prezzo da pagare per il trionfo della libertà e della democrazia contro la tirannide.

La Nato, che a rigore dopo la scomparsa del nemico storico, il Patto di Varsavia, non avrebbe neanche più ragione di esistere, ci ha messo 5 mesi per vincere una guerra contro un nemico che sulla carta non esisteva, il popolo tutto contro il tiranno, le sue forze militari subito annientate, solo qualche milizia personale e qualche banda di «mercenari» nero-africani. La Nato ha vinto ma ha dato un segnale di debolezza clamoroso. Oltre che oscenamente costoso - 700 milioni solo per l'Italia - nel mezzo della devastante crisi economica globale (è demagogia ricordarlo o sarà forse che guerra e industria bellica sono rimaste le uniche voci dell'economia che «tirano» e l'unica cifra della «giustizia» internazionale?).

Ha vinto ma il bello comincia adesso. O il brutto. Perché ora i vincitori dovranno uscire allo scoperto, non facendosi più scudo delle bombe della Nato. Chi sono? Che sarà la nuova Libia che inalbera la bandiera della putrida monarchia di re Idriss (sarà anche un caso, ma i simboli sono importanti)? Esagerato realismo quello dell'editoriale di ieri del Corriere della sera (il Corriere non il manifesto) in cui si legge che «nella migliore delle ipotesi il paese sarà governato da una coalizione di opportunisti post-gheddafiani, lungamente complici di colui che ha dominato la Libia per 42 anni»? Si vedrà.

Quello che angoscia l'Occidente e le petro-monarchie del Golfo, in queste ore di una vittoria che potrebbe rivelarsi «catastrofica», non è solo il fantasma enunciato di al Qaeda e degli islamisti che forse si nascondono dietro il giacca e cravatta dei volti in tv del Cnt. Peggio, è il fantasma della (fu) Somalia e anche, ugualmente inquietante, quello dell'Iraq del post-Saddam e dell'Afghanistan post-taleban (post?), in un'area depositaria del 60% del petrolio mondiali e immersa in un incontenbile ebolizione dagli esiti quanto mai confusi.

Ha vinto il Napoleoncino in sedicisimo Sarkozy? Ha vinto il pallido Cameron colpito dalla sindrome della perdita (dell'Impero)? Hanno vinto le petro-monarchie del Golfo? Tempo al tempo. Di certo non ha vinto l'Italia dei Frattini, il più mellifluo ministro degli esteri nella storia della repubblica, e dei La Russa, il vecchio balilla sempre sulla breccia (e neanche di Napolitano, dimentico dell'articolo 11 della costituzione). Il rimbalzo della Borsa di Milano (Eni, Enel, Unicredit...), forse è solo un fuoco di paglia. L'unico visibile risultato della nuova guerra d'Italia alla Libia (1911-2011, un secolo dopo), per ora, è la conferma da parte degli insorti che il criminale trattato di controllo-respingimento degli immigrati sarà rispettato alla lettera come ai tempi di Gheddafi. Sarkozy e Cameron e, più defilati, gli Usa di Obama e dell'ambasciatore all'Onu Susan Rice, «the wonderful four» i cui volti campeggiavano ieri in una infiammata piazza di Bengasi, ora si presenteranno all'incasso (in palio 1.6 milioni di barili al giorno). Ma il futuro della Libia è un'incognita assoluta.

Per ora si possono dire solo due cose. La prima, la «primavera araba» finisce in Libia, almeno per ora. Le petro-monarchie del Golfo (con in testa la troppo mitizzata al-Jazeera) e la madre di tutte le satrapie, l'Arabia saudita, ben più di Gheddafi e del siriano Assad, hanno avuto successo nel fermare la spinta democratica partita da Tunisia ed Egitto: hanno schiacciato nel sangue le «loro» primavere e sono riuscite a farsi coprire, nella lotta «per la democrazia», dall'Occidente a cui in fin dei conti devono la loro nascita e sopravvivenza miliardaria. La seconda, la vittoria degli insorti e la «liberazione» di Tripoli puzzano fin troppo di quell'altra impresa di liberazione che fu l'avventura neo-coloniale di Francia e Inghilterra nel '56 contro l'Egitto di Nasser che aveva nazionalizzare il canale. Gli anni passano, i tempi cambiano ma non cambia il vizietto dell'Occidente, anche se con le pezze al culo.


Maurizio Matteuzzi
23 agosto 2011

22 agosto 2011

Lettera aperta da Gaza ai colleghi giornalisti italiani

MASSACRI IN MEDIO ORIENTE
 In tutti i 360 km² della Striscia di Gaza si succedono i bombardamenti di elicotteri Apache, Droni e cacciabombardieri F16 israeliani che si aggiungono ai cannoneggiamenti dal mare. L’offensiva lanciata da Israele dopo l’attentato di Eliat – immediatamente scattata senza aprire alcuna inchiesta sui reali responsabili – colpisce i civili: solo il primo giorno, 3 i bambini morti su 9 persone: 11, 13, 2 anni i piccoli angeli schiacciati da un odio più grande di loro. Con l’unico peccato – mortale – di esser nati Gazawi. Sabato 20 agosto 2011, alle ore 11 locali, le vittime confermate dagli ospedali sono oltre 40.

 Da Facebook a Twitter, i giovani palestinesi della striscia più martoriata del Medio Oriente chiedono umanità, stanchi di essere prigionieri 1, 2, 3, 4 volte.

 Ostaggi delle divisioni/corruzioni/politiche dei loro Governi. Fatah e Hamas.

 Della ferrea volontà del Governo dei falchi israeliano,

 che persegue un sistema di Apartheid in tutti i Territori Palestinesi.

 E che a Gaza opera un vero genocidio. Continuo, implacabile, passivamente accettato dal mondo.

 Il segretario generale dell’ONU Ban-Ki-Moon ha espresso sdegno.

 Come se bastasse a salvare le vite di persone innocenti, costrette a scrutare il cielo in attesa di capire dove colpirà la prossima bomba, quale amico, moglie, sorella, figlio, fratello, cugino ucciderà.

La conta dei morti aumenta di ora in ora. Dall’altro ieri alle 17 l’attacco non è mai cessato: si sposta da Gaza City a Rafah, da Khan Yunis a Deir al Bahal fino ai confini con il Sinai, dove sono stati uccisi anche soldati egiziani. Lascia dietro di sé cadaveri di persone già disperate.

 Già provate dall’operazione Piombo Fuso del 2008-2009.

La campagna militare delle Forze Armate Israeliane doveva colpire i miliziani islamisti di Hamas saliti al potere dopo le “libere” elezioni volute da USA e Israele. Che Hamas ha pensato bene di “santificare” con un bagno di sangue di civili dissenzienti e militanti di Al Fatah (500 morti in un solo giorno, neanche gli israeliani vantano un tal successo). Invece  ha falcidiato più di 2.500 persone – tra cui centinaia di bambini, migliaia di civili inermi e qualche (solo qualche) miliziano.

 Il 6 gennaio i carri armati israeliani hanno sparato due colpi contro una scuola dell’ONU nel campo profughi di Jabalya utilizzata come rifugio dalla popolazione dalla furia dei combattimenti tra Hamas e l’esercito israeliano. 30 morti e 55 feriti solo in questo attacco.

 Fortunatamente durante tutto Piombo Fuso, gli israeliani uccisi dai razzi Qassam sono stati 4 in totale. 16 le vittime degli ultimi anni. Morti importanti, da ripettare e onorare. Come da onorare sono i 2500 caduti palestinesi.

Oggi i Gazawi temono una nuova campagna, atterriti si chiedono quando cesserà l’ennesimo massacro.

 I nipoti dei sopravvissuti dell’Olocausto usano la stessa tragica matematica dei nazisti. Ma la centuplicano: 1 israeliano morto  significa 100 cadaveri palestinesi. L’1 a 10 tedesco è superato.

Vorrei poteste vedere i visi, leggere i commenti su social network e siti, ascoltare il susseguirsi dei nomi di morti e feriti, di luoghi attaccati e palazzi crollati. Invece non potete. Nessun giornalista italiano può testimoniare quello che accade dentro la città-prigione.

 Vittorio Arrigoni è morto e Gaza è più sola.

 Sappiate però che nella Striscia coraggiosi e quasi sempre gratis, agiscono reporter, fotografi, videomaker, giornalisti. CNN, BBC, Al Jazeera, Reuters collaborano con loro.

 E pubblicano notizie verificate alla fonte.

L’Italia tace. Gli articoli hanno la certezza dei numeri forniti dagli israeliani, la debolezza dei “si dice” e dei “dati non confermati” che riempie ogni articolo senza conferme ha la flebile voce palestinese.

 Più spesso c’è solo il loro silenzio di morte.

Ci sono, contattate i colleghi. Non solo tutti parziali, non sono tutti hamaisti, o terroristi: il pregiudizio comune non vi spinga, cari colleghi giornalisti,  a dimenticare l’obbiettività. L’umanità.

 Parlate per favore un linguaggio che non sia il solito, straziante monologo dettato da Israele.

Allego telefoni, indirizzi di posta elettronica, link di siti. Indagate. Fate il vostro lavoro.

 Ricordate il valore della nostra professione.

 Basta guardare: video, foto, dichiarazioni mediche. Già dalle immagini potrete vedere bimbi straziati, abbrustoliti – letteralmente -  da armi non convenzionali e proibite dalla legislazione internazionale come le bombe al fosforo bianco.

Guardare e scrivete. Per favore.

 Contribuite a far cessare lo sterminio. Provate a guardare quelle facce stravolte, quella carne lacerata, carbonizzata, violentata. Dopo io credo, potrete pubblicare articoli più imparziali di quelli pieni di ignoranza che funestano in questi giorni web e carta stampata.

Ieri l’ANSA citava i morti di Erat, scordando che ai 6 caduti israeliani già se ne erano aggiunti 5 da Gaza. Oggi un post di Rainews http://www.rainews24.it/it/news.php?newsid=155690&utm_source=Rainews24+via+twitterfeed&utm_medium=twitter&utm_campaign=news

 riporta le dichiarazioni di Hamas che considerano rotta la tregua con Israele stabilita nel 2009, riporta numeri e dichiarazioni di morti israeliani. Non cita nemmeno uno dei 40 gazawi uccisi dalle forze armate israeliane: da quel pezzullo si deduce che Hamas attacchi Israele, nulla a indicare che Gaza da 3 giorni è bombardata da mattina a notte fonda. E che dopo una breve sospensione all’alba, ricominciano i tuoni delle bombe e i suoni disperati delle ambulanze.

 Questa informazione univoca deve finire. Ne va della nostra professione.

Nessun distinguo: sono tutti vittime e carnefici. Palestinesi e israeliani: come insegna Albert Camus l’uno si trasforma nell’altro durante l’asprezza di una guerra. Nessuna presa di posizione contro gli uni per gli altri.

 Solo la richiesta di usare l’umanità che solo una verità approfondita determina, di saper guardare la differenza tra Popolo e Governo.

Le parole possono essere paragonate ai raggi X; usate a dovere, attraversano ogni cosa. Leggi, e ti trapassano. Aldous Huxley IL MONDO NUOVO.

Ecco. Siate i raggi x di questo conflitto. Raggi x anziché fotocopie.

 Perché ora i media italiani non pubblicano analisi e approfondimenti bilaterali, scrivono le parole di una sola parte offesa. Dimenticando che questa è anche parte in causa. Una parte belligerante, attiva si: di Droni, Apache, F16. Attivamente omicida verso i civili così come lo è Hamas. Fortunatamente a oggi sono 10 le vittime israeliane tra soldati e cittadini. Sui 40 morti palestinesi, solo 3 i miliziani.

Lo squilibrio inizia dalle vostre penne incerte. Aiutate Gaza e i Gazawi. Non Hamas. Il Popolo palestinese. Il popolo della Striscia. Gente, persone, non terroristi.

 Aiutateli ritrovando l’equanimità persa.  I pregiudizi di cui sono vittime li uccidono ogni volta.

Come scrive Vittorio Arrigoni sul libro Gaza Restiamo Umani, se ognuno di noi fosse solo per un minuto al giorno palestinese così come i nostri nonni sono stati ebrei, non ci sarebbe questa strage impunita e inascoltata.

 L’Europa ha combattuto Hitler e Mussolini. Italiani comuni e partigiani hanno combattuto nazismo e fascismo. La tragedia dei campi di sterminio è tra le più drammatiche e tra le più documentate della storia.

Oggi si ripete la discriminazione razziale, oggi la Striscia di Gaza è un lager a cielo aperto. Che non può liberarsi di nessuno dei suoi aguzzini. Non del proprio Governo di Hamas, che impone un vero Stato di Polizia. Non delle persecuzioni israeliane, che falcidiano vittime inermi. Non del silenzio assordante del mondo che pare non considerarli umani.

RIEPILOGO

 A 6 ORE FA

 Gaza Hospitals Announces The State of Extreme Emergency In Gaza City

 And the Final Outcome For the Past Hour Is :

 1- Five Raids On Center Gaza City .. And Two On Khanyounis City.

 2- One Martyr ” 13-y Old ” And 12 Injuries, In the Attack Of Abu-Samra Home.

 3- Two Martyrs In The Attack Of Anssar Building.

 4- Abu-Samra Home Was Totally Destroyed.

 5- Anssar Building, Arafat Police Academy and Al-Muntada Building Were poorly Damaged.

ORA SI AGGIUNGE LA 9 VITTIMA Mohammed Enaya, 22, just killed by israeli missiles not in Gaza but .. Eastern Zeitoun from Danmike

E nel mentre scrivevo questo pezzo, che non ha certo la velleità di essere un articolo, è arrivato il NUMERO 10. Era un uomo che percorreva la strada con la sua motocicletta a nord della Striscia.

 Due i bambini feriti, nel tempo di mezz’ora. Uno ha perso le gambe.

PER UN TOTALE A ORA DI 10 MORTI E 23 FERITI GRAVI.

Ma questa conta è superata: oggi sabato 20 agosto 2011 alle ore 11 locali le vittime confermate dagli ospedali sono oltre 40.

Mara Bottini
22-08-2011

17 agosto 2011

Noi sottoscritti cittadini italiani siamo indignati.Il governo, con la scusa della crisi economica e della speculazione, vuole demolire lo stato sociale, i diritti dei lavoratori, la democrazia nel paese. Il tutto per difendere privilegi e grandi ricchezze. Noi proponiamo una politica economica rovesciata

Manovra, una "ricetta" alternativa c'è

1) Tassa sui grandi patrimoni al di sopra del milione di euro

2) Lotta all’evasione fiscale facendo pagare per intero le tasse a chi ha usato lo scudo fiscale

3)Dimezzare le spese militari. Basta con la guerra in Afghanistan e in Libia

4) Dimezzare gli stipendi delle caste e mettere un tetto agli stipendi dei manager

5) Le aziende che delocalizzano devono restituire i finanziamenti pubblici

6) Bloccare le grandi opere inutili come la Tav e il Ponte sullo Stretto e usare quelle risorse per un grande piano di sviluppo delle energie alternative e di riassetto idrogeologico del territorio

QUI PUOI SCARICARE I MODULI PER LA RACCOLTA FIRME.
http://www.controlacrisi.org/joomla/images/modulo-petizione-patrimoniale.pdf

Ogni pulsione ribelle e ogni nuovo fenomeno sociale o giovanile che abbia incendiato le notti londinesi, è entrato a far parte del lessico universale della rivolta

Londra, il riot dell'immaginario

«Londra è una moderna Babilonia, spesso una tollerante Babilonia, ma non sempre una Babilonia pacifica», racconta Enrico Franceschini dopo tanti anni passati da corrispondente della stampa italiana nella capitale inglese (Londra Babilonia, Laterza 2011).

Londra non è solo una città, è un frammento consistente dell'immaginario globale, specie quello giovanile. Ancor di più, fin dagli anni Sessanta è qui che sono nate e si sono sviluppate gran parte delle sottoculture giovanili e di quella che si potrebbe definire come "rock culture". Dai tempi dei Beatles e delle guerre tra mods e rockers, è per le strade della città che ha preso corpo l'idea stessa di un'identità generazionale che si definisse in base a simboli, linguaggi e stili. Se gli Stati Uniti hanno inventato i teenager e il rock'n'roll negli anni Cinquanta, in un mix tra film di fantascienza e Elvis, è a Londra che tutto questo è stato, organizzato, codificato, trasformato in un brand senza tempo nel decennio successivo intorno a Carnaby Street. E mentre creava quelle che un tempo si definivano come "tribù urbane", Londra ha sperimentato il meticciato e la multiculturalità, ha visto crescere sintesi fantastiche tra esperienze culturali metropolitane e retaggi migratori, ma anche la fierezza dell'identità ritrovata delle mille diaspore che nella città si sono incontrare, e hanno saputo costruire, non senza difficoltà, una convivenza basata sul rispetto reciproco e talvolta sulla solidarietà aperta.

Perciò da sempre le ferite inferte a Londra rappresentano anche altrettanti colpi subiti dalla sua identità culturale, dalla sua anima creativa di laboratorio del futuro, di confine incerto tra la vecchia Europa e ciò che il mondo, fattosi sempre più piccolo, può costruire in uno spazio urbano comune. «Credo sia forte la voglia di colpire questo simbolo, questa metropoli che vive quotidianamente la propria dimensione multietnica. - aveva spiegato a Liberazione il sociologo inglese Iain Chambers, tra i maggiori studiosi della cultura postcoloniale e docente all'Orientale di Napoli, all'indomani dei gravi attentati che colpirono la città nel luglio del 2005 - Londra, come del resto anche New York e Los Angeles, rappresentano una realtà complessa, multiculturale e multietnica. Si tratta di luoghi che contengono in sé, e offrono di condividere a chi ci vive, una serie di possibilità nuove rispetto alle vecchie città dell'Occidente. In queste metropoli sono diventati evidenti gli sviluppi multiculturali che attraversano oggi a fondo il cosiddetto "primo mondo". Anche se su questa dinamica già in atto pesano poi le scelte del potere politico, che non sempre sembra in grado di raccogliere le nuove domande che su questo terreno vengono poste dalla società».

Allo stesso modo ogni pulsione ribelle e ogni nuovo fenomeno sociale o giovanile che abbia incendiato le notti londinesi, è entrato a far parte del lessico universale della rivolta, anche quando i ricercatori sociali parlavano di "conflitti impolitici" e, cercando di fotografare l'anima dei riot, a partire da quello "storico" di Brixton del 1981, si sentivano rispondere dai diretti interessati: «We want to riot, not to work», vogliamo ribellarci non lavorare.

La tensione costante tra il rischio e la possibilità, tra la felicità e il malessere, tra l'affermazione di sé e l'incontro con l'altro, sullo sfondo di una società che andava radicalmente cambiando, e che non si è mai ripresa del tutto dallo tsunami del thatcherismo che ha trasformato quartieri urbani e intere regioni del paese in lande desolate da Terzo mondo postindustriale, hanno attraversato le pagine di buona parte della narrativa britannica delle ultime stagioni. Questo mentre un pugno di scrittori, alternando ironia, disincanto e rabbia, hanno fatto proprio dell'osservazione quotidiana dello spazio metropolitano, con tutta la sua energia e le sue tensioni, la chiave del loro lavoro e, spesso, del loro successo. A testimoniarlo, decine di romanzi e racconti che hanno descritto i riot del futuro, quelli che il presente ci ha poi presentato nell'ultima settimana, e l'universo delle street gang, ma anche le rivolte urbane degli anni Settanta e Ottanta e le grandi battaglie che hanno accompagnato la fine della working class del Novecento, ma anche il razzismo, i conflitti tra comunità e le difficoltà della convivenza, fino all'11 settembre londinese delle stragi jihadiste del 2005. Le rivolte delle periferie britanniche possono perciò essere raccontate anche partendo da qui.

«Una fila di ambulanze comparve attraverso il fumo e la foschia. Erano in attesa davanti all'entrata del pronto soccorso dell'ospedale di Brooklands. Gli agitatori si erano spostati sulla strada davanti all'ospedale e avevano distrutto diversi negozi. Le vetrine fracassate di un'agenzia di viaggi erano sparpagliate sul marciapiede davanti a me, una trappola di vetro pronta a mordere le caviglie di chiunque si trovasse a passare distrattamente da quelle parti». Nelle pagine di J. G. Ballard, lo scrittore inglese scomparso nell'aprile del 2009 e considerato come uno degli inventori della "fantascienza sociale", il riot del nuovo millennio assume il volto di una rivolta del ceto-medio, manovrata dall'alto e condotta nel nome del consumismo. Eppure, sembra davvero difficile non scorgere nella rivolta degli ultrà del calcio raccontata in Regno a venire (Feltrinelli, 2006), come anche nella crisi sociale e di valori che fa da sfondo ai terroristi "fai da te" di Millennium People (Feltrinelli, 2004), un'eco di quanto è appena accaduto in Gran Bretagna. «Le strade di Brooklands furono devastate dalla sommossa ancora per un'altra ora. Erano due le casacche indossate, quella della farsa e quella della crudeltà. - scrive ancora Ballard - Bande di tifosi di calcio entravano in ogni supermercato gestito da asiatici e facevano razzie sugli scaffali delle bevande alcoliche, e se la svignavano con casse di birra che poi ammassavano per le strade trasformate in bar che distribuivano bottiglie gratis alla gente che si trovava a passare».

La stampa inglese ha però spiegato in questi giorni che il libro che aveva davvero anticipato tutto è Hood rat, appena uscito per l'editore Picador: la cronaca, raccontata quasi in forma narrativa, del lungo viaggio compiuto dal giornalista Gavin Knight nel mondo delle street-gang del paese e che i suoi editor hanno già paragonato a Gomorra di Roberto Saviano. «L'esplosione del lato oscuro e violento dei quartieri marginali del Regno Unito non mi ha sorpreso. - racconta ora Knight - L'avevo respirata per tutto lo scorso anno che ho passato a condividere le giornate con le unità speciali anti-gang della polizia di Londra, Manchester e Glasgow. Pensate che in un quartiere di case popolari tra i più poveri del paese, una madre ha regalato a suo figlio, che compiva 13 anni, un machete, "per potersi difendere meglio"». «I rivoltosi hanno messo a ferro e fuoco i loro stessi quartieri. Sembrano un miscuglio di ragazzi in cerca di emozioni forti, ladri e delinquenti. Sembrano un'estensione delle gang giovanili coinvolte nello spaccio di droga», aggiunge John King, lo scrittore londinese che ha raccontato la violenza e la cultura degli hooligans del calcio in una serie di fortunati romanzi, tra cui Fedeli alla tribù e Cacciatori di teste, pubblicati da Guanda.

Tra i primi a stabilire un legame tra il clima sociale e politico del paese, le rivolte e le sottoculture giovanili, David Peace, nato nello Yorkshire e vissuto fin qui tra Londra e Tokio, si è fatto conoscere a livello internazionale con il suo "Red Riding Quartet", una quadrilogia di noir cupi e ossessivi che raccontano la storia dell'Inghilterra tra il 1974 e la metà del decennio successivo, tra serial killer, thtacherismo, musica punk e riot. «Penso che l'Inghilterra subisca ancora oggi pesantemente l'eredità del thatcherimo. - ci aveva spiegato solo qualche anno fa - Lo slogan della Lady di ferro era "Nessuna società", il suo obiettivo quello di rompere ogni vincolo di solidarietà nel paese per concentrare invece attenzione e risorse solo sulla famiglia: ebbene, ancora oggi in Inghilterra le cose vanno così, nessuno prova compassione o empatia verso persone che non sono amici o familiari».

Anche le scrittrici e gli scrittori che hanno incarnato prima il profilo multiculturale della letteratura britannica, e poi il suo volto mainstrema tout court, da Zadie Smith a Monica Ali, da Nadeem Aslam a Hanif Kureishi, da Jhumpa Lahiri allo stesso Salman Rushdie, hanno spesso riflettutto sui conflitti che covano in quella società. Kureishi, figlio di un pakistano e di un'inglese che con la sceneggiatura di My Beautiful Laundrette, film diretto nel 1985 da Stephen Frears, aveva raccontato il razzismo e la violenza dell'Inghilterra della Thatcher, parla in questi termini dei riot di questi giorni e dei quartieri in cui si sono sviluppati: «Sono aree dove tantissimi ragazzi girano armati o fanno uso di droghe. I trentenni non hanno mai lavorato e mai lavoreranno, cittadini britannici, e non immigrati, che perlopiù sono dei paria di un sistema economico di cui non sono mai riusciti a far parte. Per molti il passatempo principale è il crimine, al massimo il rap. Vivono in aree dove la disoccupazione è tra le più alte del paese. Per di più, con la consapevolezza che la loro condizione s'aggraverà ancora di più nei prossimi cinque anni». Quanto a Nadeem Aslam, nato in Pakistan ma a Londra fin da quando era un adolescente, che ha descritto soprattutto la crisi interna alle comunità dell'immigrazione e lo "scontro di civiltà" (Mappe per amanti smarriti e La veglia inutile, entrambi per Feltrinelli), ancora pochi anni fa metteva in guardia, su queste stesse pagine, dal perdurare di pregiudizi e razzismo nella Londra del multiculturalismo: «Il riconoscimento (delle minoranze) sul piano culturale c'è stato, per quello politico c'è invece ancora molto da fare. Del resto, perlomeno fino agli anni Ottanta, era normale che nel corso di una trasmissione televisiva qualcuno venisse definito "negro" o "paki", e questo non suscitava alcuno scandalo. Oggi gli inglesi si mostrano più aperti, in particolare verso coloro che vengono dal subcontinente indiano, ma questo perché il loro rifiuto si indirizza su altri immigrati che arrivano dal Kurdistan o dall'Iraq».
Guido Caldiron
14/08/2011
http://www.liberazione.it/

14 agosto 2011

Stop al governo unico delle banche

Dobbiamo fermarli subito
Stupidi banchieri. Dopo aver chiesto con lettera firmata Draghi e Trichet al governo italiano di cancellare sessant'anni di conquiste sociali e di libertà per rendere solidi i crediti delle banche, ora fanno dire ai loro portavoce sparsi per tutti i giornali e i partiti che forse non basta e che manca la crescita.

Ma di quale crescita si parla, di quale sviluppo dopo una botta di novanta miliardi di euro sottratti alle tasche dei cittadini, in gran parte lavoratori dipendenti e pensionati. Ma quale sicurezza per il futuro può dare la cancellazione del contratto nazionale e dello Statuto dei lavoratori, affidati a tutti i piccoli e grandi Marchionne che vorranno incrudelire sul lavoro. Ma quale ripresa se le donne verranno licenziate a 45 anni perché troppo vecchie, per lavorare, ma dovranno aspettare i 65 per andare in pensione. Ma quale futuro ci dà la negazione del pronunciamento dei referendum con la messa all'asta di tutti i servizi pubblici, di tutti i beni comuni. Si tagliano i salari e i diritti, si cancellano per sempre libertà fondamentali, garantite dalla nostra Costituzione. Che non a caso si vuol stravolgere con la folle aggiunta dell'obbligo di pareggio di bilancio e con la vergognosa cancellazione del primo maggio, del 25 aprile, del 2 giugno. Ma di quale crescita, di quale sviluppo si parla se si affossa la democrazia costituzionale? Siamo davvero ad un meccanismo impazzito che divora sé stesso nella speranza di sopravvivere. Di questa devastazione sociale non è responsabile solo Berlusconi. Certo, dobbiamo anche pagare il prezzo delle sue escort e dei suoi festini, dell'impresentabilità del suo governo. Ma paradossalmente la debolezza e lo stato confusionale del governo della destra sono serviti a renderlo ancora più acquiescente a chi comanda davvero, a quel governo unico delle banche che oggi impone le sue decisioni, le sue ricette di destra estrema, a tutta l'Europa.

Questo massacro è anche frutto dei balbettii ridicoli di un'opposizione che sinora ha saputo solo rimproverare a Berlusconi di non essere al passo e al tempo dei mercati. Questo massacro è frutto anche della scomparsa della funzione storica del sindacalismo confederale, che in questa crisi ha scelto come portavoce la presidente della Confindustria. E infine questo massacro è frutto anche della decadenza culturale e morale di un élite intellettuale e mediatica che si è trasformata in una ridicola trombetta della globalizzazione, proprio quando la globalizzazione è andata in crisi.

Ora dobbiamo reagire, ma non possiamo permetterci sconti o ingenuità. L'obiettivo non può essere il meno peggio del peggio, ma un rovesciamento della manovra, delle idee e dei poteri che la ispirano.

Bisogna travolgere il governo di Berlusconi, il cui cuore gronda del nostro sangue. Ma bisogna anche combattere il governo unico europeo.

Bisogna fermare la spirale del debito cancellando le spese militari, combattendo davvero l'evasione fiscale che è prima di tutto dei grandi capitali, nazionalizzando le banche, fermando con un muro di tasse la speculazione finanziaria. Bisogna dire basta al patto di stabilità europeo che distrugge la più grande conquista del continente, lo stato sociale. Bisogna riconquistare diritti e libertà per il lavoro, ridurre l'orario e aumentare i salari, costruire un futuro produttivo fondato sulla conoscenza e sui beni comuni. Insomma ci vuole un'alternativa complessiva alla follia liberista del taglio continuo. E' un obiettivo troppo ambizioso? Non credo, perché l'alternativa sarebbe rassegnarci a riservare per nostri figli una società peggiore di quella di cent'anni fa. L'Inghilterra insegna.

Certo questa svolta non si realizza con le attuali classi dirigenti politiche e sindacali, esse sono totalmente subalterne al potere finanziario che ci schiaccia. Per questo un'alternativa economica e un nuovo modello di sviluppo richiedono anche una radicale svolta nella democrazia. Chi governa deve tornare a temere di più il giudizio del proprio popolo rispetto a quello di Standard e Poor's. Oggi non è così. Per questo è necessaria una vera e propria rivoluzione democratica.

Andiamo allo sciopero generale, ma consideriamolo solo l'avvio di un movimento per ridare ai lavoratori un sindacato che ne rappresenti gli interessi rifiutando patti sociali e coesione nazionale. Mobilitiamoci nelle piazze, ma proviamo finalmente a costruire un'alternativa politica a questo sistema istituzionale totalmente subalterno al regime dei padroni. In Italia oggi ci sono tre poli che al momento buono, quando sono in gioco i valori sacri della globalizzazione del mercato, dicono e fanno le stesse cose. Per questo è giunto il momento di costruire un quarto polo anticapitalista, alternativo a tutti gli altri, che dia voce e forza a quei milioni di persone che non ne possono più e che vogliono provare con la lotta a cambiare le cose. Dobbiamo fermarli.

Giorgio Cremaschi
14/08/2011

12 agosto 2011

L'USB ha inviato una lettera a tutte le organizzazioni sindacali conflittuali proponendo un incontro al fine di decidere iniziative e mobilitazioni comuni. La lettera, che riportiamo in allegato, è stata inviata a FIOM, ORSA, CUB, Confederazione Cobas, Slai Cobas, Unicobas, Snater, Usi e SiCobas.

LOTTA AL GOVERNO DELLE BANCHE, L'USB PROVA AD ALLARGARE IL FRONTE
Alle organizzazioni del sindacalismo conflittuale

Oggetto: proposta di incontro

Cari compagn*

Riteniamo che la situazione sociale sia molto grave. La risposta alla crisi economica predisposta dal governo, e sostanzialmente condivisa dall’opposizione parlamentare che ne ha consentito il varo e non la contrasta, è di attacco frontale al nostro blocco sociale per salvaguardare gli interessi delle banche, della speculazione finanziaria, dell’Europa dei poteri/paesi forti.

La risposta sociale e sindacale è stata finora piuttosto debole e sicuramente insufficiente da parte di tutti noi. Le poche iniziative che ci sono state di contrasto alla manovra hanno visto una partecipazione assai scarsa e sicuramente non di massa e non adeguata alla portata dell’attacco.

E’ probabile che abbia influito il periodo estivo ma è più verosimile che stia insorgendo nel paese una sorta di rassegnazione/condivisione delle scelte attuate dal nostro governo in quanto ritenute indispensabili e non si intravvede né un programma alternativo di misure attraverso cui affrontare la crisi, né una forte aggregazione di massa capace di sostenerle tra la gente. La coesione sociale è un concetto che sta facendo breccia e che ha già prodotto l’obbrobrio delle “parti sociali” a cui partecipano banchieri, padroni, mondo cooperativo ( leggi templari della precarietà) e sindacati concertativi/complici.

Riteniamo indispensabile costruire al più presto una mobilitazione di massa capace di reagire immediatamente ma anche di reggere nel tempo, portando la risposta al livello più adeguato possibile e coinvolgendo larghe masse di lavoratori e di cittadini aggrediti dalla manovra e dalle scelte dell’Europa.

Ci sembra vadano rapidamente messe nel cassetto tutte quelle differenze e distanze che nell’ultimo periodo ci hanno fatto marciare divisi e ci hanno impedito di raggiungere la massa critica necessaria a fare delle nostre scadenze – tutte, nessun esclusa – mobilitazioni capaci di incidere davvero.

Non c’è una categoria più avanti, nè ci sono settori da difendere più di altri, c’è da attrezzarsi per una lotta di lunga durata di fronte alla peggiore crisi che abbiamo conosciuto e che vogliono farci pagare.

Noi riteniamo indispensabile decidere con ogni urgenza il da farsi, costruire scadenze generali e locali, territoriali e categoriali capaci di far ripartire un ciclo di lotte adeguato alla pesantezza dell’avversario a cominciare dalla proclamazione unitaria di uno sciopero generale e generalizzato.

Vi proponiamo quindi di incontrarci al più presto, sicuramente entro agosto, per valutare assieme se esistano le condizioni per far ripartire un lavoro comune di contrasto alla crisi e alla manovra del governo.

Cordiali saluti

Confederazione USB
Roma, 9 agosto 2011

Le considerazioni di un magistrato da anni in prima linea nella lotta a cosa nostra. Le nuove norme, se non subiranno modifiche nell'ultimo scorcio dell'iter di approvazione, rischiano di vanificare il lavoro di giudici e magistrati a tutti vantaggio degli uomini "d'onore"

Il cosiddetto “codice antimafia”: orrori di una riforma a lungo attesa, ma che contiene tanti favori alla criminalità
La recente presentazione del cosiddetto “codice antimafia”, prossimo alla definitiva approvazione da parte del governo in virtù della legge delega già emanata dal Parlamento, rappresenta una vera occasione mancata. È da decenni, infatti, che si attendeva che il legislatore si decidesse a varare finalmente un testo normativo
 organico che riunisse e coordinasse l’intero corpus della frammentaria legislazione antimafia, di volta in volta emanata sull’onda dell’emergenza per gravi fatti di sangue. Di qui, la disorganicità, i difetti di coordinamento, insomma quella certa schizofrenia legislativa che è stata per anni la caratteristica della nostra normativa antimafia e che aveva indotto perciò tutti a richiedere un intervento legislativo che riunisse in un nuovo testo unico tutta la materia.

Finalmente, nel 1998 si è insediata presso il Ministero della Giustizia una commissione di studio presieduta dal prof. Fiandaca che aveva proprio il compito di predisporre un testo unico antimafia. Una commissione che fece un lavoro duro, ma incompleto, anche perché le difficoltà della maggioranza che sosteneva quel governo condannò la commissione a una prematura interruzione dei lavori che dal 2000 non venne più rinnovata.
Il risultato fu che il lavoro della commissione rimase negli armadi polverosi del ministero, lavoro che finalmente è stato ripescato da un cassetto proprio in occasione della predisposizione di quello che un po’ troppo pretenziosamente si è voluto definire “codice antimafia”, ma che del codice non ha proprio nulla, trattandosi del mero collage delle varie disposizioni emanate in materia di criminalità organizzata nei più disomogenei settori di cui è costellato il nostro ordinamento.
Inevitabilmente, con queste premesse, la formulazione del testo non poteva che essere ben lontana perfino dallo spirito del testo unico antimafia, essendo totalmente priva di unità sistematica e dei requisiti di completezza e organicità che un testo unico, ed ancor più un codice deve avere. Come dire, molti intenti propagandistici, poca volontà riformatrice. Peccato perché poteva essere l’occasione per ammodernare la materia dove occorrevano interventi di adeguamento della disciplina.
La verità è che questo codice sembra il rimaneggiamento dell’opera per quell’ormai antico testo unico antimafia, ma più di dieci anni dopo i lavori di quella commissione ministeriale. Peraltro, la mafia nel frattempo è cambiata, e quindi questo codice nasce già vecchio. Basti pensare alle sue inadeguatezze per colpire la mafia finanziaria, difettando ancora la previsione dell’incriminazione per autoriciclaggio, sicché oggi è impossibile incriminare un mafioso che si prodiga per riciclare il denaro frutto delle sue stesse attività illecite, mentre sarà possibile condannare solo i suoi complici.
E difetta altresì il recepimento in Italia della direttiva comunitaria prevede l’obbligo di confiscare in qualsiasi paese membro dell’Unione Europea beni che risultino riferibili ad attività criminali commesse in altro paese membro, col risultato che, sulla base del principio di reciprocità, gli Stati esteri hanno spesso rifiutato di eseguire nel loro territorio sentenze di confisca di beni di organizzazioni mafiose italiane. E non è forse giusto parlare di occasione mancata se non si è neppure pensato di rendere finalmente adeguato ed efficiente l’art. 416 ter che dovrebbe punire le relazioni mafia-politica contemplando come tipica promessa politica non certo la consegna di somme di denaro, come oggi previsto, ma provvedimenti politico-amministrativi di favore verso le organizzazioni mafiose?
Per non parlare, poi, di alcune complicazioni nella disciplina delle misure di prevenzione che rischiano di essere dannose, come la nuova previsione di un termine massimo di due anni e sei mesi entro cui definire il procedimento per sequestro e confisca di beni, una sorta di applicazione del “processo breve” anche ai procedimenti di prevenzione che rischia di trasformarsi in un’ulteriore opportunità di impunità per l’economia mafiosa anziché uno strumento in più per l’antimafia, visto che un termine così ristretto appare assolutamente insufficiente, considerata la straordinaria complessità degli accertamenti normalmente necessari per verificare l’origine illecita dei patrimoni. Sbagliamo, allora, nel parlare di occasione mancata? Il rischio è, paradossalmente, di un arretramento piuttosto che di un miglioramento rispetto alla normativa vigente. Non resta che sperare solo che da occasione mancata non si trasformi in occasione perduta. Per sempre.

di Antonio Ingroia
11-08-2011

(Questo articolo è inserito nel numero 76 “Verità e giustizia”, la newsletter di Libera Informazione, approfondimento dell’osservatorio sull’informazione per la legalità e contro le mafie)

9 agosto 2011

È giunta l’ora di dispiegare questo stratagemma emergente contro il più grande corruttore della nostra democrazia: Wall Street, la Gomorra finanziaria d’America

Appello da New York. Prendiamo il toro per le corna

Adbusters, collettivo grafico-editoriale di cultural jamming, di deturnamento e provocazione tra i più efficaci e conosciuti nel mondo, lancia un’idea. Può sembrare uno scherzo o una provocazione, ma in rete e sui social network si diffonde a macchia d’olio l’appello. Il collegamento con gli indignati spagnoli e con la giornata mondiale del 15 ottobre è immediato. È l’inizio di un nuovo movimento negli Usa? Conviene guardare con molta attenzione. Carta seguirà gli sviluppi
E allora, novantamila liberatrici e liberatori, ribelli e radicali,
in questo esatto momento la tattica rivoluzionaria sta attraversando un cambiamento che fa sperare bene per il futuro. Lo spirito di questa nuova tattica, una fusione tra Tahrir e le acampadas di Spagna, è ben espresso da queste parole:

“Il movimento antiglobalizzazione è stato il primo passo lungo questa strada. All’epoca il nostro modello era attaccare il sistema come un branco di lupi. C’era un maschio alfa, un lupo che guidava il gruppo, e altri che seguivano. Ora il modello si è evoluto. Oggi siamo un grande sciame di persone “.

-Raimundo Viejo, Università Pompeu Fabra

Barcellona, Spagna
La bellezza di questa nuova formula, e ciò che rende questa inedita tattica così avvincente, è la sua semplicità pragmatica: ci incontriamo fisicamente in varie sedi e in assemblee virtuali… capiamo quale può essere la nostra rivendicazione comune, una rivendicazione capace di risvegliare l’immaginazione che, se strappata, ci farà avanzare verso la democrazia radicale del futuro … e poi ci andiamo a prendere una piazza di forte valenza simbolica e rischiamo il culo per raggiungere il nostro obiettivo.
È giunta l’ora di dispiegare questo stratagemma emergente contro il più grande corruttore della nostra democrazia: Wall Street, la Gomorra finanziaria d’America. Il 17 settembre vogliamo vedere 20.000 persone riversarsi a Lower Manhattan, tirare su tende, cucine, barricate pacifiche e occupare Wall Street per qualche mese. Una volta lì, ribadiremo incessantemente un’unica, semplice, rivendicazione in una pluralità di voci.
Se Tahrir ha funzionato è stato soprattutto perché il popolo egiziano ha posto un ultimatum chiaro e tondo – Mubarak se ne deve andare -, reiterandolo più e più volte fino alla vittoria. Se volessimo seguire questo modello, quale sarebbe la nostra altrettanto chiara rivendicazione?
La candidata più entusiasmante che abbiamo sentito finora va dritta al perché oggi l’establishment politico americano è indegno di essere chiamato una democrazia: chiediamo che Barack Obama istituisca una commissione presidenziale incaricata di porre fine all’influenza esercitata dal denaro sui nostri rappresentanti a Washington. È tempo di democrazia e non corporatocrazia, o per noi sarà la fine.

Questa rivendicazione sembra cogliere lo stato d’animo del paese al momento, perché liberare Washington dalla corruzione è qualcosa che tutti gli americani, a destra e a sinistra, desiderano e che sono pronti ad appoggiare. Se sapremo tenere duro, ventimila volte forti, una settimana dopo l’altra, contro ogni tentativo della polizia e della Guardia Nazionale di cacciarci da Wall Street, Obama non potrà ignorarci. Il nostro governo sarà costretto a scegliere pubblicamente tra la volontà del popolo e le corporation che lucrano.
Potrebbe essere l’inizio di una dinamica sociale del tutto nuova in America, una spanna sopra il movimento Tea Party, dove invece di finire prede inermi dall’attuale struttura di potere noi, il popolo, iniziamo a prenderci ciò che vogliamo. Dallo smantellamento di metà delle mille basi militari americane nel mondo, al ripristino del Glass-Steagall Act o di una legge che sancisca il principio “alla terza volta sei fuori” per i criminali aziendali.

A partire da una semplice rivendicazione – una commissione presidenziale per la separazione tra denaro e politica – possiamo iniziare a delineare il progetto di una nuova America.
Invia un commento e capiamo insieme quale sarà la nostra rivendicazione. E poi tiriamo fuori il nostro coraggio, prepariamo le tende e incamminiamoci verso Wall Street per la vendetta del 17 settembre.

per i selvaggi,

Culture Jammers HQ

traduzione a cura di Carta&friends
9/08/2011

http://www.carta.org/

Come comprendere il fenomeno, a coglierne le potenzialità, le possibile derive problematiche, gli spazi dell’azione politica?

Vivere nel tumulto di Londra

Il 6 agosto camminavo alle tre di notte su Kingsland Road, a Dalston, rientravo a casa con lo stomaco pieno di birra. Le solite auto della polizia con le tipiche sirene ansiogene di Londra solcavano veloci la strada. Non ci faccio caso, il suono delle sirene è onnipresente nelle notti londinesi, ti ci devi abituare. Poi ad un certo punto qualcosa mi costringe a chiedermi che succede: le auto della polizia che passano ad intervalli regolari diventano un fila ininterrotta di camionette, con i finestrini protetti da grate.

Allora lo so cosa è successo. Lo aspettavo da mesi, dalla prima volta che ho attraversato la periferia inoltrata per andare all’Ikea. Quel giorno di ottobre avevo pensato che quei sobborghi fantasma che si stendevano sotto la pioggia erano una cassa di tritolo dimenticata nell’umido di una cantina. E poi i devastanti tagli al welfare approvati a fine ottobre mi avevano fatto pensare ancora: qui non regge più.

Poi c’è stato il movimento studentesco, dalle periferie i ragazzi dei licei raggiungevano i palazzi del centro si mischiavano alla folla di studenti universitari, attivisti, cittadini indignati, sfuggivano alle kettle della polizia, spaccavano i vetri, resistevano negli scontri, ballavano intorno ai pannelli bruciati. Erano una componente fondamentale delle mobilitazioni, i ragazzi dei licei, delle periferie, quelli che all’università forse non ci sarebbero andati e quelli a cui stava per essere tolta anche la possibilità di frequentare le scuole superiori visto che l’assegno di mantenimento previsto dallo stato inglese per i liceali (EMA) era stato semplicemente smantellato da Cameron&friends.

Che rapporto c’era tra le lotte universitarie e questi scatenati adolescenti in branco? Non lo so. Nessuno lo sa. Ogni risposta netta sarebbe una falsità. Dire che erano la stessa cosa sarebbe ipocrita. Dire che erano lotte separate sarebbe miope. In piazza in qualche modo ci si ricomponeva per scomposizione: la dinamica di piazza inglese non richiede e non ricerca azioni di massa centralizzate, succede sempre che ci si perde, ci si divide in gruppi, per affinità, per casualità o per strategie di fuga. Le pratiche scelte da un gruppo influenzano poco quelle scelte da un altro e alla fine si solidarizza (dato non scontato) tutti insieme con arrestati e feriti, che alla fine siamo tutti sulla stessa barca. Basta questo a parlare di ricomposizione sociale? Forse è una premessa ma ci vuole uno sforzo ulteriore.
I riot delle due notti precedenti accadono a Londra dopo 30 anni di calma nelle periferie, non a caso, a mio avviso, nell’anno in cui l’Inghilterra comincia a sentire la crisi sui dati occupazionali, si tagliano benefit su disoccupazione, case e maternità e soprattutto si danno dei, seppur embrionali, processi di soggettivazione che coinvolgono nuovi soggetti, come gli ultra-giovani delle periferie. Dopo le linee tracciate nell’inverno, ad agosto è scoppiato un nuovo incendio. Nessuna data lanciata da sindacati stavolta, nessuna assemblea preparatoria o volantino, ma non per questo mancanza di organizzazione nella “burning and looting night” di Tottenham.
La faccenda è partita da una scintilla tipica della dinamica banlieue francese, e a questa somiglia anche da molti altri punti di vista: l’uccisione, a quanto pare ingiustificata, di un giovane del quartiere da parte della polizia. Cosa succede quindi da Tottenham in avanti?
Nelle interviste sul posto del giorno dopo c’era una parola che colpiva l’orecchio per l’insistenza con cui veniva ripetuta: “community”. La comunità incazzata, la comunità contro lo stato, contro le istituzioni violente e cieche, estranee e discriminatorie. Molti degli elementi tipici dei riots di periferia, inglesi e non, ricorrono. Della banlieue francese ritroviamo le pratiche, la linea del colore e l’effetto domino, le dinamiche di impoverimento, razzismo e marginalità delle periferie metropolitane. A Londra però diversamente che a Parigi il confine tra banlieue e centro è più sfumato, mobile e a macchia di leopardo. La banlieue londinese è più vicina, a volte è “dentro”, circondata dal resto della città. Questo spiega perché io abito a dieci minuti da Tottenham, ed esco a bere a Brixton la sera.

E ricorrono anche le analisi: le visioni di sinistra che accentuano l’elemento dell’esclusione sociale dei giovani suburbani e solidarizzano con i “veri poveri”, il “vero popolo”; le letture antiautoritarie che spiegano tutto nell’ottica azione-reazione tra guardie e ladri e le interpretazioni, ma in questo caso direi versioni romanzate ma di scarso valore letterario, che si immedesimano semplicemente nel ruolo di tifosi del riot.
Ma basta tutto ciò a comprendere il fenomeno, a coglierne le potenzialità, le possibile derive problematiche, gli spazi dell’azione politica? Il rapporto tra movimenti sociali e dinamiche di riot delle periferie urbane ci fa immergere nella complessità della metropoli produttiva. Questa insorgenza come diviene nuova soggettivazione? Come si evita il rischio di chiusure comunitarie dei ghetti urbani? Saremo davvero capaci di inventare un linguaggio comune?

Sono le quattro e sono in un pub, la BBC si divide tra il crollo dei mercati e il fatto che la “polizia sta perdendo il controllo della città”. Non solo le speculazioni finanziare a far tremare il potere costituito nei giorni e nelle notti di mezza estate. L’attacco ai mercati vede aperto un altro fronte, non solo la Borsa, la City, Wall Street, ma anche Tottenham, Hackney, Peckham, da qui soffia un vento monsonico carico di conflitti, si segna la fine della sopportazione e dell’isolamento.
Le impressioni sono che un tessuto di lotte si stia costituendo, fragile e fatto di strappi improvvisi, ma allo stesso tempo ricco di richiami e stratificazioni, di fili intrecciati. Le impressioni sono che dei processi si siano avviati come ingranaggi fuori controllo, come uno stereo a tutto volume con un unico tasto, quello forward!
In questo momento la proprietaria del pub mi chiede di uscire perché la polizia li ha invitati a chiudere l’attività per pericoli di ordine pubblico, il tumulto dilaga.

Shendi Veli
(studentessa di Unicommon)
9/08/2011

6 agosto 2011

Patto sindacati-governo-confindustria: intervista a Sergio Cofferati, già segretario generale della Cgil

«Patto per la crescita, proposte vaghe ed inique. La Cgil sbaglia»

Sergio Cofferati, malgrado la manovra da 80 miliardi, l'Italia è nella bufera. Il differenziale di rendimento tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi ha toccato livelli record. L'economia è ferma: nel secondo trimestre 2011 il Pil è cresciuto appena dello 0,3%. Dopo avere negato la crisi, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi annuncia adesso la sigla entro settembre di un patto con le parti sociali per la crescita.
La presidente di Confindustria Emma Marcegaglia ha sottolineato come negli otto punti dell'agenda del governo siano presenti molte delle proposte avanzate congiuntamente da imprese e sindacati. Un accordo è perciò probabile. E' così che si esce da questa situazione?

Penso proprio di no. La situazione è drammatica perchè l'economia è ferma e la nostra credibilità sul piano internazionale è caduta verticalmente. La crescita del Pil prevista per quest'anno e per l'anno prossimo è del tutto insufficiente a garantire le risorse per, da un lato ridurre il debito e, dall'altro, creare le condizioni per attuare politiche redistributive a vantaggio della parte più debole della popolazione. In questo quadro, occorre definire interventi di emergenza capaci nel brevissimo periodo di ridurre la spesa e di migliorare i nostri conti e, al tempo stesso, utili per stimolare una crescita possibile. Di tutto ciò non c'è traccia nei provvedimenti del governo e negli annunci fatti nei giorni scorsi. Per quanto riguarda il rapporto con le parti sociali, se qualcuno si era illuso che per placare i mercati sarebbe bastato l'annuncio di un confronto su capitoli vagamente descritti e variamente interpretabili, purtroppo ora si deve ricredere.
Nel 1992 ci fu un patto tra governo, imprese e sindacati per fare entrare l'Italia in Europa. Vista la gravità della situazione, ha senso oggi provare a ripetere un'operazione di quel tipo o al paese serve ben altro?

La situazione di oggi ricorda molto il 1992 per la gravità, il contesto è però ben diverso. All'epoca non c'era l'euro, il paese doveva agire da solo. Inoltre il governo Amato e poi soprattutto il governo Ciampi avevano una forza e una credibilità, malgrado tangentopoli, che il governo Berlusconi neanche si immagina. Per questo credo che oggi la situazione sia peggiore. Nelle azioni del governo, ma nemmeno nelle proposte delle parti sociali, non si vede nulla di preciso. A cominciare da quella che dovrebbe essere la base di ogni ragionamento: una volta infatti che si dice che bisogna favorire la crescita - e vengono individuati settori di intervento come infrastrutture, opere pubbliche, reti materiali e immateriali - bisognerebbe immediatamente dopo, o addirittura un attimo prima, indicare dove si reperiscono le risorse necessarie per questi investimenti. Di ciò invece non si parla. Se il tutto si traduce in una generica intenzione di lotta all'evasione fiscale, è evidente che non si può essere credibili. In Europa si discute della creazione di Eurobond e della tassa sulle transazioni finanziarie, temi ignorati dal dibattito italiano.
Inserire il pareggio di bilancio nella Costituzione, come propongono governo e parti sociali, è coerente con obiettivi di sviluppo? Gli economisti insegnano che gli investimenti si fanno anche in "deficit spending", tanto li recuperi con la crescita.
Come dicevo prima, ci troviamo di fronte a una serie di "titoli", ma nessuno ha spiegato come realizzare gli obiettivi annunciati. E' facile immaginare che un avvicinamento anche cauto al merito di ogni singolo capitolo porterà a una divaricazione tra le stesse parti sociali. Sul fisco, ad esempio, la Cgil ha fatto una campagna per la patrimoniale. Faccio notare che nei testi di questo tema non c'è traccia, ma se verrà riproposto al tavolo, non credo che sarà ben accolto dalle associazioni imprenditoriali o dalle banche. Dunque siamo di fronte a un quadro confuso. Altra piccola considerazione: tutto ciò avviene mentre sta diventando operativa una legge finanziaria definita "macelleria sociale" persino dai commentatori più moderati. Degli effetti disastrosi di questa manovra in queste ore non si parla. Possono le parti sociali discutere di sviluppo prescindendo dagli effetti drammatici della manovra soprattutto sui più deboli, i poveri, le famiglie?
La Cgil ha espresso forti critiche alla manovra. Poi però si è fatta rappresentare dalla Marcegaglia al tavolo con il governo. Che effetto le ha fatto vedere sui giornali la foto della presidente di Confindustria che parla anche a nome dei sindacati?

Le critiche della Cgil alla manovra dovrebbero sfociare in iniziative di lotta molto diffuse e consistenti per arrivare allo sciopero generale. E' evidente che c'è un salto logico tra quelle critiche, il bisogno di mobilitazione per cambiare i contenuti più iniqui della manovra e la discussione alla quale la stessa Cgil partecipa. Una discussione che proseguirà a settembre su punti che evocano ulteriori provvedimenti destinati a colpire le fasce sociali già duramente penalizzate dal governo. E' difficile comprendere come si potrà discutere di ulteriori ridimensionamenti dello stato sociale e delle protezioni per milioni di persone e al contempo non dare uno sfogo rivendicativo e conflittuale alle esigenze di queste persone. C'è una contraddizione che la Cgil rischia di pagare pesantemente.

Susanna Camusso ha precisato che l'unico punto che la Cgil non condivide del documento delle parti sociali è quello sulle privatizzazioni. Ciò ha provocato malumori in Corso Italia, persino nella maggioranza che sostiene il segretario generale.

Le parti sociali avevano chiesto al governo discontinuità. Discontinuità che non c'è né nelle affermazioni del presidente del Consiglio e nemmeno nell'indicazione dei capitoli che il governo vorrebbe discutere con le parti sociali. Vedremo cosa succederà a settembre, quando la discussione entrerà più nel merito. Se le cose che il governo intende fare colpiscono ancora pensionati e lavoro dipendente, come può la Cgil assecondarle?
In questo caso, si fa sempre in tempo a tornare indietro...

Fermarsi non è mai impossibile, è chiaro che si rischia di pagare poi il prezzo delle proprie contraddizioni. Se la manovra presentata dal governo è stata giudicata negativa e lesiva delle condizioni materiali di tanta gente, è difficile poi rimuovere questo tema e cominciare una discussione che potrebbe addirittura produrre ulteriori danni per queste persone.

di Roberto Farneti
6 agosto 2011