31 luglio 2011

Siamo di fronte a un passaggio drammatico della vita sociale e politica del nostro Paese

"Dobbiamo fermarli", un appello contro il Governo delle banche
E’ da più di un anno che in Italia cresce un movimento di lotta diffuso. Dagli operai di Pomigliano e Mirafiori agli studenti, ai precari della conoscenza, a coloro che lottano per la casa, alla mobilitazione delle donne, al popolo dell’acqua bene comune, ai movimenti civili e democratici contro la corruzione e il berlusconismo, una vasta e convinta mobilitazione ha cominciato a cambiare le cose. E’ andato in crisi totalmente il blocco sociale e politico e l’egemonia culturale che ha sostenuto i governi di destra e di Berlusconi. La schiacciante vittoria del sì ai referendum è stata la sanzione di questo processo e ha mostrato che la domanda di cambiamento sociale, democrazia e di un nuovo modello di sviluppo economico, ha raggiunto la maggioranza del Paese.

A questo punto la risposta del palazzo è stata di chiusura totale. Mentre si aggrava e si attorciglia su se stessa la crisi della destra e del suo governo, il centrosinistra non propone reali alternative e così le risposte date ai movimenti sono tutte di segno negativo e restauratore. In Val Susa un’occupazione militare senza precedenti, sostenuta da gran parte del centrodestra come del centrosinistra, ha risposto alle legittime rivendicazioni democratiche delle popolazioni. Le principali confederazioni sindacali e la Confindustria hanno sottoscritto un accordo che riduce drasticamente i diritti e le libertà dei lavoratori, colpisce il contratto nazionale, rappresenta un’esplicita sconfessione delle lotte di questi mesi e in particolare di quelle della Fiom e dei sindacati di base. Infine le cosiddette “parti sociali” chiedono un patto per la crescita, che riproponga la stangata del 1992. Si riducono sempre di più gli spazi democratici e così la devastante manovra economica decisa dal governo sull’onda della speculazione internazionale, è stata imposta e votata come uno stato di necessità.

Siamo quindi di fronte a un passaggio drammatico della vita sociale e politica del nostro Paese. Le grandi domande e le grandi speranze delle lotte e dei movimenti di questi ultimi tempi rischiano di infrangersi non solo per il permanere del governo della destra, ma anche di fronte al muro del potere economico e finanziario che, magari cambiando cavallo e affidando al centrosinistra la difesa dei suoi interessi, intende far pagare a noi tutti i costi della crisi.

Nell’Unione europea la costruzione dell’euro e i patti di stabilità ad esso collegati, hanno prodotto una dittatura di banche e finanza che sta distruggendo ogni diritto sociale e civile. La democrazia viene cancellata da questa dittatura perché tutti i governi, quale che sia la loro collocazione politica, devono obbedire ai suoi dettati. La punizione dei popoli e dei lavoratori europei si è scatenata in Grecia e poi sta dilagando ovunque. La più importante conquista del continente, frutto della sconfitta del fascismo e della dura lotta per la democrazia e i diritti sociali del lavoro, lo stato sociale, oggi viene venduta all’incanto per pagare gli interessi del debito pubblico che, a loro volta, servono a pagare i profitti delle banche. Di quelle banche che hanno ricevuto aiuti e finanziamenti pubblici dieci volte superiori a quelli che oggi si discutono per la Grecia.

Questo massacro viene condotto in nome di una crescita e di una ripresa che non ci sono e non ci saranno. Intanto si proclamano come vangelo assurdità mostruose: si impone la pensione a 70 anni, quando a 50 si viene cacciati dalle aziende, mentre i giovani diventano sempre più precari. Chi lavora deve lavorare per due e chi non ha il lavoro deve sottomettersi alle più offensive e umilianti aggressioni alla propria dignità. Le donne pagano un prezzo doppio alla crisi, sommando il persistere delle discriminazioni patriarcali con le aggressioni delle ristrutturazioni e del mercato. Tutto il mondo del lavoro, pubblico e privato, è sottoposto a una brutale aggressione che mette in discussione contratti a partire da quello nazionale, diritti e libertà, mentre ovunque si diffondono autoritarismo padronale e manageriale. L’ambiente, la natura, la salute sono sacrificate sull’altare della competitività e della produttività, ogni paese si pone l’obiettivo di importare di meno ed esportare di più, in un gioco stupido che alla fine sta lasciando come vittime intere popolazioni, interi stati. L’Europa reagisce alla crisi anche costruendo un apartheid per i migranti e alimentando razzismo e xenofobia tra i poveri, avendo dimenticato la vergogna di essere stato il continente in cui si è affermato il nazifascismo, che oggi si ripresenta nella forma terribile della strage norvegese.

Il ceto politico, quello italiano in particolare coperto di piccoli e grandi privilegi di casta, pensa di proteggere se stesso facendosi legittimare dai poteri del mercato. Per questo parla di rigore e sacrifici mentre pensa solo a salvare se stesso. Centrodestra e centrosinistra appaiono in radicale conflitto fra loro, ma condividono le scelte di fondo, dalla guerra, alla politica economica liberista, alla flessibilità del lavoro, alle grandi opere.

La coesione nazionale voluta dal Presidente della Repubblica è per noi inaccettabile, non siamo nella stessa barca, c’è chi guadagna ancora oggi dalla crisi e chi viene condannato a una drammatica povertà ed emarginazione sociale.

Per questo è decisivo un autunno di lotte e mobilitazioni. Per il mondo del lavoro questo significa in primo luogo mettere in discussione la politica di patto sociale, nelle sue versioni del 28 giugno e del patto per la crescita. Vanno sostenute tutte le piattaforme e le vertenze incompatibili con quella politica, a partire da quelle per contratti nazionali degni di questo nome e inderogabili, nel privato come nel pubblico.

Tutte e tutti coloro che in questi mesi hanno lottato per un cambiamento sociale, civile e democratico, per difendere l’ambiente e la salute devono trovare la forza di unirsi per costruire un’alternativa fondata sull’indipendenza politica e su un programma chiaramente alternativo a quanto sostenuto oggi sia dal centrodestra, sia dal centrosinistra. Le giornate del decennale del G8 a Genova, hanno di nuovo mostrato che esistono domande e disponibilità per un movimento di lotta unificato.

Per questo vogliamo unirci a tutte e a tutti coloro che oggi, in Italia e in Europa, dicono no al governo unico delle banche e della finanza, alle sue scelte politiche, al massacro sociale e alla devastazione ambientale.

Per questo proponiamo 5 punti prioritari, partendo dai quali costruire l’alternativa e le lotte necessarie a sostenerla:

1. Non pagare il debito. Bisogna colpire a fondo la speculazione finanziaria e il potere bancario. Occorre fermare la voragine degli interessi sul debito con una vera e propria moratoria. Vanno nazionalizzate le principali banche, senza costi per i cittadini, vanno imposte tassazioni sui grandi patrimoni e sulle transazioni finanziarie. La società va liberata dalla dittatura del mercato finanziario e delle sue leggi, per questo il patto di stabilità e l’accordo di Maastricht vanno messi in discussione ora. Bisogna lottare a fondo contro l’evasione fiscale, colpendo ogni tabù, a partire dall’eliminazione dei paradisi fiscali, da Montecarlo a San Marino. Rigorosi vincoli pubblici devono essere posti alle scelte e alle strategie delle multinazionali.

2. Drastico taglio alle spese militari e cessazione di ogni missione di guerra. Dalla Libia all’Afghanistan. Tutta la spesa pubblica risparmiata nelle spese militari va rivolta a finanziare l’istruzione pubblica ai vari livelli. Politica di pace e di accoglienza, apertura a tutti i paesi del Mediterraneo, sostegno politico ed economico alle rivoluzioni del Nord Africa e alla lotta del popolo palestinese per l’indipendenza, contro l’occupazione. Una nuova politica estera che favorisca democrazia e sviluppo civile e sociale.

3. Giustizia e diritti per tutto il mondo del lavoro. Abolizione di tutte le leggi sul precariato, riaffermazione al contratto a tempo indeterminato e della tutela universale garantita da un contratto nazionale inderogabile. Parità di diritti completa per il lavoro migrante, che dovrà ottenere il diritto di voto e alla cittadinanza. Blocco delle delocalizzazioni e dei licenziamenti, intervento pubblico nelle aziende in crisi, anche per favorire esperienze di autogestione dei lavoratori. Eguaglianza retributiva, diamo un drastico taglio ai superstipendi e ai bonus milionari dei manager, alle pensioni d’oro. I compensi dei manager non potranno essere più di dieci volte la retribuzione minima. Indicizzazione dei salari. Riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, istituzione di un reddito sociale finanziato con una quota della tassa patrimoniale e con la lotta all’evasione fiscale. Ricostruzione di un sistema pensionistico pubblico che copra tutto il mondo del lavoro con pensioni adeguate.

4. I beni comuni per un nuovo modello di sviluppo. Occorre partire dai beni comuni per costruire un diverso modello di sviluppo, ecologicamente compatibile. Occorre un piano per il lavoro basato su migliaia di piccole opere, in alternativa alle grandi opere, che dovranno essere, dalla Val di Susa al ponte sullo Stretto, cancellate. Le principali infrastrutture e i principali beni dovranno essere sottratti al mercato e tornare in mano pubblica. Non solo l’acqua, dunque, ma anche l’energia, la rete, i servizi e i beni essenziali. Piano straordinario di finanziamenti per lo stato sociale, per garantire a tutti i cittadini la casa, la sanità, la pensione, l’istruzione.

5. Una rivoluzione per la democrazia. Bisogna partire dalla lotta a fondo alla corruzione e a tutti i privilegi di casta, per riconquistare il diritto a decidere e a partecipare affermando ed estendendo i diritti garantiti dalla Costituzione. Tutti i beni provenienti dalla corruzione e dalla malavita dovranno essere incamerati dallo Stato e gestiti socialmente. Dovranno essere abbattuti drasticamente i costi del sistema politico: dal finanziamento ai partiti, al funzionariato diffuso, agli stipendi dei parlamentari e degli alti burocrati. Tutti i soldi risparmiati dovranno essere devoluti al finanziamento della pubblica istruzione e della ricerca. Si dovrà tornare a un sistema democratico proporzionale per l’elezione delle rappresentanze con la riduzione del numero dei parlamentari. E’ indispensabile una legge sulla democrazia sindacale, in alternativa al modello prefigurato dall’accordo del 28 giugno, che garantisca ai lavoratori il diritto a una libera rappresentanza nei luoghi di lavoro e al voto sui contratti e sugli accordi. Sviluppo dell’autorganizzazione democratica e popolare in ogni ambito della vita pubblica.

Questi 5 punti non sono per noi conclusivi od esclusivi, ma sono discriminanti. Altri se ne possono aggiungere, ma riteniamo che questi debbano costituire la base per una piattaforma alternativa ai governi liberali e liberisti, di destra e di sinistra, che finora si sono succeduti in Italia e in Europa variando di pochissimo le scelte di fondo.

Vogliamo trasformare la nostra indignazione, la nostra rabbia, la nostra mobilitazione, in un progetto sociale e politico che colpisca il potere, gli faccia paura, modifichi i rapporti di forza per strappare risultati e conquiste e costruire una reale alternativa.

Aderiamo sin d’ora, su queste concrete basi programmatiche, alla mobilitazione europea lanciata per il 15 ottobre dal movimento degli “indignados” in Spagna. La solidarietà con quel movimento si esercita lottando qui e ora, da noi, contro il comune avversario.

Per queste ragioni proponiamo a tutte e a tutti coloro che vogliono lottare per cambiare davvero, di incontrarci. Non intendiamo mettere in discussione appartenenze di movimento, di organizzazione, di militanza sociale, civile o politica. Riteniamo però che occorra a tutti noi fare uno sforzo per mettere assieme le nostre forze e per costruire un fronte comune, sociale e politico che sia alternativo al governo unico delle banche.

Per questo proponiamo di incontrarci il 1° ottobre, a Roma, per un primo appuntamento che dia il via alla discussione, al confronto e alla mobilitazione, per rendere permanente e organizzato questo nostro punto di vista.


Elenco promotori e Per adesioni

29 luglio 2011

Un contributo sul "patto sociale" spacciato da sindacati, governo e opposizione parlamentare come "interesse generale". Un film dell'horror già visto troppe volte dal 1977

28 giugno 2011: il 24 ottobre 1917 del contratto nazionale?

Il recente Accordo interconfederale sulle nuove regole della contrattazione e sulla rappresentanza sindacale ha prodotto disparate valutazioni e considerazioni.

Tra l’altro, un dato molto interessante è rappresentato dal fatto che esso si prestava a diversi tipi di “interpretazioni”.

Infatti, molti osservatori - tanto “esterni”, quanto “addetti ai lavori” - hanno inteso riconoscergli (e approfondirne) un carattere specifico piuttosto che un altro.

In questo senso, il testo è stato - di volta in volta - oggetto di una “lettura” essenzialmente politica, piuttosto che sindacale.

Inoltre, la stessa “esegesi” di carattere esclusivamente sindacale, si è, di fatto, realizzata attraverso “due scuole di pensiero”. Ci sono stati commentatori che hanno preferito “stimare” l’accordo partendo dalla situazione (sindacale) antecedente il 28 giugno 2011, mentre altri l’hanno fatto prescindendo da qualsiasi tipo di valutazione pregressa.

Naturalmente, credo sia stato estremamente difficile - per tutti - rappresentare il proprio pensiero riuscendo, contemporaneamente, nella difficile impresa di non subire alcun condizionamento dalle (note) vicende che hanno caratterizzato il confronto politico-sindacale degli ultimi mesi.

E’ quindi probabile che le conclusioni e i giudizi espressi abbiano, di norma, risentito del postulato di turno.

Personalmente, nei giorni immediatamente successivi alla firma di quella che, formalmente, è ancora da considerare “un’ipotesi di accordo”, avevo dichiarato di voler adottare il massimo della cautela prima di esprimermi nel merito.

Infatti - alla luce delle prime dichiarazioni dei leader sindacali e, soprattutto, delle considerazioni “in libertà” di Sacconi e Tremonti - ritenevo fosse molto concreto il rischio di raccogliere provocazioni e rispondere a sollecitazioni “di parte”, piuttosto che esprimere serene considerazioni.

Solo a distanza di qualche settimana - quando (ormai) tutti hanno già inteso manifestare, “a caldo”, il proprio parere - in ossequio ad un metodo di lavoro che non intendo rinnegare, reputo opportuno procedere a una personale “lettura” dell’accordo.

Anticipo che mi sforzerò di farlo cercando di esprimere valutazioni e considerazioni di carattere (essenzialmente) “tecnico”. Laddove opportuno, richiamerò all’attenzione del lettore i corrispondenti contenuti del “Protocollo Ciampi” (23 luglio 1993) e dell’Accordo “separato” del 15 aprile 2009.

Eviterò, quindi, di soffermarmi su quelle che alcuni osservatori hanno indicato come le “ragioni politiche”, sottese all’intesa. Rispetto a queste, mi limito (solo) a rilevare che ancora oggi, a prescindere dalle motivazioni di “realpolitik” (tutte interne al centrosinistra) - che avrebbero indotto Cgil, Cisl e Uil a “ricompattarsi” - nulla lascia, in effetti, prevedere che, dopo il 28 giugno, si possa ritenere (definitivamente) superata la fase di sostanziale divaricazione tra le OO. SS.

Un commento al testo sottoscritto tra Confindustria e Cgil, Cisl e Uil, non può non partire dall’analisi della premessa.

In questo senso, dando per scontata l’obiezione secondo la quale un conto sono le considerazioni di carattere generale, espresse in una qualsiasi premessa, altra è la sostanza di un’intesa, il primo elemento d’interesse è rappresentato dalla formula dell’incipit attraverso il quale viene presentato l’obiettivo “comune” delle parti: “Un sistema di relazioni industriali che crei condizioni di competitività e produttività tali da rafforzare il sistema produttivo, l’occupazione e le retribuzioni”.

“Niente di straordinario”, a sentire la maggioranza dei commentatori. Sennonché, a qualche attento osservatore l’inciso in questione - competitività, produttività e solo successivamente occupazione e retribuzioni - ricorda troppo da vicino un passaggio di cui all’art. 1, comma 1, del decreto legislativo 276/03.

Quello, per intenderci, attraverso il quale il Legislatore nazionale - nel dare applicazione ai contenuti della legge-delega 30/03 (per alcuni la c.d. “legge Biagi”) - prevedeva il ricorso a contratti a contenuto formativo e a orario modulato “compatibili con le esigenze delle aziende e le aspirazioni dei lavoratori”. Appunto: in primis le esigenze (delle aziende) e, solo successivamente, le aspettative (dei lavoratori)!

Secondo questa lettura, la cronaca degli anni di vigenza del 276/03 è ancora tanto attuale da non essere ancora “storia”. Già rappresenta - però - l’odissea di milioni di lavoratori per i quali la “flessibilità” è diventata, troppo presto e sovente, sinonimo di “precarietà”, modulata (solo ed esclusivamente) in ossequio alle “esigenze” delle aziende, piuttosto che alle (evidentemente residuali) “aspettative” dei lavoratori.

Tra l’altro, solo per il piacere della cronaca, rilevo che lo stesso Accordo interconfederale “separato” del 15 aprile 2009, sulla riforma degli assetti contrattuali, indicava - in premessa - che l’obiettivo dell’intesa era: “Il rilancio della crescita economica, lo sviluppo occupazionale e l’aumento della produttività”. E’ quindi evidente che almeno una “subordinata” - nello spazio di un biennio - è divenuta una “principale”; e non si tratta né della crescita economica, né dell’occupazione!

La seconda curiosità è rappresentata dalla particolare enfasi con la quale - già in premessa - ci si riferisce al “rispetto delle regole”. Quasi a voler sottolineare che, in tal senso, da parte di qualcuno (il sindacato?), si renda necessario un impegno particolare e più stringente rispetto al passato!

Un’altra considerazione, rispetto all’ultimo capoverso della premessa, è dettata dalla spiacevole sensazione che, “archiviata” velocemente la pratica del Ccnl - “Fermo restando …” - il nocciolo della questione si riduca, in sostanza, all’esigenza di “garantire una maggiore certezza alle scelte” (di secondo livello).

Procedendo all’analisi del testo: quasi a voler confermare una particolare lettura dell’accordo - secondo la quale, rispetto alle (non previste) modalità attraverso le quali si dovrebbe pervenire alla stipula dei contratti nazionali, ci si trova al cospetto di una palese (rinunciataria e opportunistica) “non scelta” - il primo punto si limita a individuare la quota di “rappresentatività” necessaria (5 per cento) per partecipare alla contrattazione collettiva nazionale di categoria.

Naturalmente, sarebbe grave sottovalutare il grande elemento di novità rappresentato dal fatto che, per la prima volta, si procede all’individuazione di un “indice di rappresentatività nazionale” che abilita (e legittima) alla contrattazione.

Ciò nonostante, ritengo sia stato un errore non prevedere (anche) il grado di rappresentatività - da calcolare, ad esempio, rispetto al numero dei lavoratori complessivamente iscritti alle OO. SS. stipulanti - richiesto, ai sindacati firmatari, affinché il Ccnl sia ritenuto valido.

In pratica, se è chiaro che:

1)    un sindacato che non rappresenti almeno il 5 per cento del totale dei lavoratori della categoria cui si applicherà il Ccnl, non potrà sedere al tavolo di contrattazione nazionale;

2)    non si potrà avviare una contrattazione nazionale di categoria “separata”, escludendo cioè la presenza di un’organizzazione dotata del previsto grado di rappresentatività.

E’ altrettanto evidente che nulla è stato definito rispetto alla possibilità - abbastanza prevedibile - che a sottoscrivere il Ccnl siano solo alcune delle OO. SS. “abilitate”.   Quale sarà il grado di “rappresentatività complessiva” necessaria per ritenere valido il contratto? In pratica (e brutalmente): quale percentuale sarà richiesta in futuro per rendere applicabile alla totalità degli iscritti anche un - eventuale - accordo “separato”?

Certo, l’intesa allegata all’Accordo prevede che saranno le singole categorie a dotarsi delle procedure e degli strumenti per definire l’iter procedurale dei rinnovi contrattuali e dei momenti di verifica, ma - personalmente - non avrei considerato una limitazione del potere decisionale delle categorie, un accordo interconfederale che avesse deciso (anche) regole certe rispetto a questo tema. In questo senso, ho il timore che un rinvio così generalizzato alle categorie possa produrre troppe (diffuse e inspiegabili) difformità procedurali rispetto a questioni che rappresentano, per i lavoratori, i momenti più importanti di partecipazione democratica alle scelte sindacali.

Contemporaneamente, è opportuno rilevare che il rinvio offre alle categorie - in primis alla Fiom - l’opportunità di ricercare tutte le soluzioni possibili per tentare di coinvolgere i lavoratori interessati. Senza, peraltro, dimenticare che, alla luce delle esperienze degli ultimi anni, la possibilità d’intese unitarie - in particolare nel settore metalmeccanico - continuerà, probabilmente, a essere molto difficile da realizzare.

Tra l’altro, un acuto e attento osservatore come Piergiovanni Alleva rileva che “tutta la documentazione, sia quella iniziale già presente nell’accordo interconfederale, sia quella futura da scrivere negli accordi di categoria, è concepita come regolamentazione di natura esclusivamente contrattuale” e, in quanto tale, se non sancita attraverso una legge, “niente e nessuno garantisce che l’unità sindacale ora recuperata duri all’infinito o anche nel medio periodo”.

Un altro (importante) problema posto da Alleva è relativo alla concreta possibilità che “un sindacato non confederale potrebbe comunque farsi il suo contratto collettivo secondo il vecchio sistema e dunque a prescindere da qualsiasi regola di rappresentatività”.

Per concludere su questo punto, è il caso di evidenziare che, probabilmente, la Camusso eccede in ottimismo nel sostenere che l’ipotesi di accordo “supera la stagione degli accordi separati”. Così come riesce difficile concordare con Bonanni quando reputa non indispensabile una legge a supporto dell’intesa unitaria; soprattutto quando - improvvidamente - arriva a sostenere che “L’accordo ha maggiore forza della legge, perché impegna tutti i protagonisti della vita sociale e ciò, di fatto, dà una validità erga-omnes all’intesa”!

Il secondo punto dell’accordo contiene - a differenza di quanto avveniva nel 1993 - la specifica indicazione della funzione del Ccnl.

Tra l’altro, il dover garantire, da parte del contratto nazionale di lavoro, “la certezza dei trattamenti economici e normativi comuni per tutti i lavoratori ….”, sembra corrispondere alla visione “ottimistica” di alcuni commentatori e spazzare (definitivamente) via la paventata “alternabilità/sostituibilità” tra contrattazione nazionale e aziendale. Confermando, in questo senso, il contenuto del Documento finale del Comitato direttivo della Cgil del 5 luglio 2011 - secondo il quale “l’ipotesi di accordo ricolloca al centro del sistema contrattuale il Ccnl” - e, contemporaneamente, smentendo tanto le anticipazioni di Bonanni, quanto, le considerazioni finali di Sacconi.

Infatti, in un’intervista al “Sole 24 Ore” (23 giugno), il Segretario generale della Cisl anticipava che, a suo parere: “Ai contratti nazionali deve rimanere un ruolo di entro la quale la funzione principale è la tenuta dei salari e degli stipendi rispetto all’erosione dell’inflazione, (mentre) …. il baricentro della contrattazione e delle relazioni sindacali si sposta nelle aziende e nei territori”.

Gli corrispondeva il ministro Sacconi, che, in una nota di commento “a caldo” affermava: “L’accordo è più importante del “Protocollo Ciampi” del 1993, perché riconosce la centralità della contrattazione aziendale nell’organizzazione del lavoro e della produzione ….”.

Personalmente, prima di correre il rischio di anticipare considerazioni che potrebbero, comunque, essere smentite nel corso di questa stessa analisi, credo sia opportuno operare “per sottrazione”, nel senso che, una volta valutate le competenze assegnate alla contrattazione aziendale, sarà (forse) più agevole riuscire a esprimere un giudizio compiuto sul reale ruolo riconosciuto dall’accordo al Ccnl.

Anche perché ritengo non privo di significato il fatto che quanto previsto al secondo punto rappresenti, in effetti, il “copia e incolla” del punto 2.1bis dell’accordo separato del 2009!

I punti dell’accordo che vanno dal terzo al settimo, sono relativi a quella che una volta era definita contrattazione “di secondo livello” e che - evidentemente - a valle del 28 giugno, sarà da intendersi esclusivamente di carattere “aziendale”.

Al terzo comma, nel rilevare che la contrattazione collettiva aziendale si esercita per le materie delegate dal Ccnl o dalla legge, la prima impressione è di ritrovare, sostanzialmente, la dizione prevista dagli “assetti contrattuali” del 1993. Non è così, purtroppo!

Rispetto a quel 23 luglio, infatti, c’è qualcosa che manca e qualcosa di nuovo.

Manca il limite posto alla contrattazione aziendale: affrontare e disciplinare esclusivamente “materie e istituti non ripetitivi rispetto a quelli retributivi propri del Ccnl”. C’è - di nuovo - che la contrattazione aziendale potrà essere esercitata, tanto “per le materie delegate dal contratto nazionale, quanto per quelle delegate dalla legge”!

Non appare, quindi, inverosimile il rischio che, in futuro, ci si possa trovare alla presenza di norme di contratti aziendali - relative a materie delegate dalla legge - eventualmente peggiorative rispetto a quelle previste dal Ccnl.

Tra l’altro, anche rispetto a questo passaggio, ci sono - in effetti - più “assonanze” con l’accordo separato che non con il Protocollo Ciampi.  

Difatti, nel 2009, già si prevedeva la possibilità di operare su delega della legge. Contemporaneamente, ancora si escludeva - in ossequio al principio del “ne bis in idem” - che la contrattazione di secondo livello potesse riguardare materie e istituti già negoziati in altri livelli di contrattazione. Invece, il testo sottoscritto appena qualche settimana fa, ha, nei fatti, evitato alcun riferimento alla clausola che vietava di trattare le stesse materie! E’ quindi evidente - alla luce della semplice considerazione secondo la quale: “Ciò che non è espressamente vietato, è da considerarsi consentito” - che si aprono scenari e prospettive assolutamente nuove e, temo, difficilmente “governabili”.

A questo riguardo, esclusivamente a titolo di curiosità, rilevo che correva l’anno 2008 quando Federica Guidi, in qualità di presidente dei giovani imprenditori - all’annuale Convegno in quel di Santa Margherita ligure - auspicava la possibilità, per la contrattazione di secondo livello, di derogare “in pejus” al Ccnl e di prevedere (per i lavoratori) anche l’eventualità “di scivolare indietro nella scala dei voti”!

Infine, per concludere su questa questione: osservo che il punto tre dell’intesa rinvia ai contratti collettivi di categoria l’individuazione delle materie che potranno essere oggetto della contrattazione “decentrata”, ma, contemporaneamente, il successivo punto sette già indica rispetto a quali istituti e situazioni - “crisi” o “investimenti significativi” - saranno possibili intese di livello aziendale.

Attraverso il quarto comma si afferma il principio secondo il quale i contratti aziendali vincolano le OO.SS. firmatarie dell’accordo e svolgono la loro efficacia per tutto il personale in forza, se approvati dalla maggioranza dei componenti le Rappresentanze sindacali unitarie (Rsu).

Rispetto a questo punto, rilevo (almeno) due elementi di particolare interesse.

Il primo è dettato dalle forti perplessità circa la concreta possibilità che un contratto aziendale, ancorché approvato dalle Rsu, possa avere - in virtù della “legittimazione elettorale” delle stesse - una valenza “erga omnes” e considerarsi “efficace per tutto il personale in forza”. Anche per i lavoratori non iscritti o, piuttosto, iscritti a un sindacato non compreso tra i firmatari dell’accordo del 28 giugno.

A meno che, non si voglia correre il rischio - al pari di Bonanni - di subire clamorose smentite. Non a caso, a parere di Piergiovanni Alleva, la pretesa di “pensare che un accordo contrattuale possa avere efficacia giuridica generale e vincolante per tutti, ricorda la prodezza, che riuscì solo al Barone di Munchausen, di tenersi a galla sulla superficie di un lago tirandosi per i capelli con il proprio braccio”!

Ancora Alleva considera reale il rischio di una vera e propria “fuga dalle organizzazioni sindacali di quanti temono futuri contratti aziendali derogatori in pejus del contratto nazionale”.

Il secondo elemento (di curiosità) - molto meno rilevante, ma ugualmente interessante - è relativo al fatto che, nel fare riferimento alle rappresentanze sindacali unitarie, si richiamino le “regole confederali vigenti”. Purtroppo, rilevo che le suddette erano previste dall’Accordo interconfederale del 1993, che - come a tutti noto - era già stato (platealmente) “disdetto” dalla Uil lo scorso 13 giugno!

A questo proposito, qualcuno, anche tra i commentatori più autorevoli, ha ipotizzato che si sia trattato di una semplice svista.

Tra l’altro, è anche opportuno evidenziare che, contemporaneamente, nell’Intesa Cgil, Cisl e Uil - che accompagna il testo sottoscritto con Confindustria - si demanda alle categorie la definizione di regole e criteri per le elezioni delle Rsu, prefigurando, di fatto, una sicura differenziazione, senza più “regole interconfederali vigenti”.

Personalmente, anche a costo di essere accusato di chissà quali malevole intenzioni, non credo si possa parlare di una “svista”. Ritengo, piuttosto, che - in attesa della definizione delle regole (per l’elezione delle nuove Rsu) da parte delle singole categorie - per consentire, comunque, le “deroghe” (eventualmente) previste dai contratti aziendali approvati dalle “vigenti” Rsu, si sia, sostanzialmente, preferito fingere di dimenticare la disdetta della Uil!

Il comma cinque prevede che i contratti collettivi aziendali “esplicano pari efficacia” - di quelli sottoscritti dalle Rsu - se approvati dalle Rsa che, singolarmente o assieme ad altre, risultino destinatarie della maggioranza delle deleghe. 

In questo caso, però, poiché l’OK al contratto risulterebbe espresso da un organismo sì rappresentativo, ma, in ogni caso, “nominato” dalle organizzazioni sindacali, si è inteso non considerare inappellabile la sua “omologazione”.  

Infatti, entro dieci giorni dalla “conclusione del contratto” (che, reputo, corrisponda alla data della formale “sottoscrizione” tra le parti), una tra Cgil, Cisl, Uil, o almeno il trenta per cento dei lavoratori dell’impresa, può avanzare la richiesta di sottoporre al voto l’intesa.

La consultazione è considerata valida se partecipata da almeno il 50 per cento più uno degli aventi diritto al voto. Per respingere l’intesa è sufficiente la maggioranza semplice dei votanti.  

Su questo punto, sottolineo che, se la riscoperta delle Rsa è una sorta di “ritorno alla Statuto”, in singolare contro-tendenza al più recente passato, contemporaneamente, essa rappresenta - in termini di democrazia rappresentativa - un’involuzione in confronto ai progressi realizzati con l’accordo interconfederale del 1993.

Anche se, ad onor del vero, le stesse Rsu hanno una natura “ibrida”, perché - come noto - un terzo dei loro componenti, designato dalle organizzazioni sindacali, non ha legittimazione elettorale ma rappresenterà, però, una quota determinante ai fini della formazione della maggioranza semplice (prevista per la sottoscrizione delle intese aziendali) di cui al quarto comma dell’Accordo del 28 giugno.

Il comma sei è quello che, tra gli oppositori all’accordo, ha scatenato le più vibrate proteste, perché, si sostiene - non senza ragione - che obbligare un’organizzazione sindacale al rispetto di un contratto aziendale (approvato a maggioranza Rsu o Rsa) impedendole il ricorso allo sciopero, rappresenti un’insopportabile limitazione dei diritti.

A questo proposito, rilevo due importanti elementi.

Il primo è relativo alla circostanza che nel 1993 era già presente una clausola di “tregua”, ma essa interveniva per tutt’altra questione. Infatti, attraverso il secondo paragrafo del capitolo 2.4. del Protocollo, le OO. SS. s’impegnavano - (solo) in occasione dei rinnovi contrattuali - a “non assumere iniziative unilaterali né azioni dirette” nei tre mesi precedenti la scadenza dei contratti e in quello immediatamente successivo.

Con il secondo evidenzio che l’impegno che le associazioni sindacali firmatarie si assumono attraverso il punto 6, rappresenta, in sostanza, la riproduzione di quelli già sottoscritti attraverso i paragrafi precedenti.

Probabilmente, con questa - tecnicamente superflua e scontata - riproposizione del vincolo a carico di Cgil, Cisl, Uil, si è, molto più realisticamente, inteso ribadire “Urbi et orbi” che, per il futuro, la firma di un eventuale accordo aziendale, non condiviso dalle rappresentanze sindacali Fiom, ma approvato secondo le procedure di cui ai commi 4 e 5 dell’intesa del 28 giugno, non potrà più dare corso a legittime manifestazioni di sciopero.

E’ anche questo, evidentemente, un punto dirimente del documento.

Personalmente, sono sempre stato convinto che la migliore azione di un sindacato democratico si eserciti attraverso un mix fatto di rivendicazioni, forme di protesta, contrattazione, mediazioni e, infine, “esigibilità” degli accordi sottoscritti. Uguali e corrispondenti diritti, ho sempre riconosciuto alle controparti. Non meraviglia, quindi, la richiesta di “esigibilità” degli accordi aziendali che perviene dalle imprese.

Che, però, questo debba escludere la possibilità di manifestare il proprio dissenso (ricorso allo sciopero) anche nei casi in cui ai lavoratori non sia stato consentito di esprimere direttamente la propria volontà - contratti collettivi aziendali approvati dalla maggioranza delle Rsu - non appare affatto condivisibile.

Certo, si potrà obiettare che le Rsu rappresentano un organismo eletto da tutti i lavoratori e, in quanto tale, espressione democratica degli stessi. Di conseguenza, un contratto aziendale sottoscritto dalla maggioranza dei componenti l’organismo, dovrebbe garantire tutti rispetto alla democraticità della scelta; anche l’eventuale “minoranza” che, in democrazia, si adegua alle scelte della maggioranza.

Contemporaneamente, a mio parere, resta in sospeso una (legittima) domanda.

La mia (singola) scelta di voto, a favore del lavoratore X, per la composizione della Rsu - organismo preposto a rappresentarmi e tutelarmi sul mio posto di lavoro, al fine di non compromettere la mia condizione di lavoratore, titolare di norme, diritti e tutele - comporta (anche) la mia incondizionata “delega” a contrattare eventuali condizioni “in pejus” del mio stato in azienda”?

La mia risposta è no!

Il punto sette dell’accordo, come già anticipato in sede di approfondimento del terzo, è relativo all’indicazione delle condizioni che - in attesa delle “deleghe” previste dai Ccnl - consentono la stipula dei contratti aziendali.

Anche qui, sono opportune alcune considerazioni.

Innanzi tutto, rilevo che, in attesa delle deleghe di categoria (o della legge), è già previsto che gli accordi aziendali possono “attivare strumenti di articolazione contrattuale mirati ad assicurare la capacità di aderire alle esigenze degli specifici contesti produttivi”.

Quindi, se non erro nel ritenere che le esigenze degli specifici contesti produttivi rappresenteranno numeri e diversità pari (quasi) all’infinito, è lecito pensare alla “moltiplicazione” degli strumenti di articolazione contrattuale (leggi: deleghe) cui i contratti aziendali saranno chiamati a fare fronte.

Una vera “chicca” è, purtroppo, rappresentata dal contenuto del secondo periodo del punto 7, attraverso il quale si prevede la possibilità d’intese modificative “anche in via sperimentale e temporanea” (il che da per scontate quelle definitive) del Ccnl.

Si tratta, in effetti, dell’apoteosi del “trasformismo” applicato alla lingua italiana.

In sostanza, attraverso un’accorta “ricollocazione” dei singoli termini, il secondo periodo del punto 7 dell’accordo interconfederale del 28 giugno 2011, corrisponde integralmente - in una sorta di “cocktail del copia e incolla” - al punto 5.1 dell’intesa “separata” del 2009!

Al riguardo, evito alcun commento; reputo il rinvio alla comparazione dei testi, più eloquente che qualsiasi tipo di considerazione.

Non si può, però, non rilevare che quanto previsto nel 2009 era, addirittura, più restrittivo di quanto richiesto nel 2011. Infatti, l’accordo separato prevedeva la possibilità d’intese modificative delle regolamentazioni previste nei Ccnl, condizionandole all’individuazione - attraverso i contratti nazionali - di parametri oggettivi: mercato del lavoro, professionalità, tasso di produttività, ecc.

Per quanto attiene al terzo periodo del punto in esame, è già stato evidenziato che, attraverso lo stesso, si prevedono le condizioni che - sempre in attesa delle (ormai “superflue”, a mio avviso) disposizioni dei Ccnl - consentono di siglare, in via immediatamente esecutiva, accordi aziendali relativi agli istituti contrattuali “che disciplinano la prestazione lavorativa, gli orari e l’organizzazione del lavoro”.

In definitiva, non è peregrino immaginare che, quando (finalmente) le parti s’incontreranno per definire - attraverso i contratti collettivi nazionali di categoria - vincoli e limiti ai contratti aziendali, ai sensi dei commi tre e sei del recente accordo, le “delegazioni trattanti” della Cgil si troveranno di fronte ad una semplicissima richiesta di Confindustria, Cisl e Uil.

Lasciare inalterato tutto quanto di “general-generico” già previsto nel giugno 2011 per giustificare le “deroghe”: “stato di crisi aziendale e investimenti per favorire lo sviluppo”!

L’ultimo punto dell’intesa, come già sostenuto in altra occasione, non fa che enfatizzare ancora di più quella che - forse a giusta ragione - Raffaele Ronanni, definisce un’operazione tesa a “spostare il baricentro della contrattazione”, laddove lo spostamento, in sostanza, sottintende addirittura un’opera di “sostituzione funzionale” - tra i due livelli classici - piuttosto che di equivalenza e/o alternabilità.

In questo quadro, resta da evidenziare che appare veramente difficile condividere l’ottimismo espresso dal Documento finale del Comitato direttivo della Cgil.    

In particolare, laddove si afferma che l’accordo “blocca la deriva dei contratti separati” e che lo stesso “supera la pratica delle derive ai Ccnl”.

Certo, è vero: nel testo sottoscritto il 28 giugno - a differenza di quello “separato” del 2009 - non ricorre mai il termine “deroghe”, ma, purtroppo, è drammaticamente vero che parlare di “intese modificative con riferimento agli istituti ..”, o di “strumenti di articolazione contrattuale”, non convincerà mai nessuno della circostanza che si stia parlando di qualcosa di diverso dalle “deleghe”!

Tra l’altro, non è fuori del tema, fare presente che, ad appena qualche settimana dall’accordo interconfederale, Cgil, Cisl, Uil, sono già - clamorosamente - tornate alla “cattiva abitudine” di divedersi; anche su questioni rispetto alle quali, teoricamente, non esisterebbe alcun motivo di contrasto.

Alludo al giudizio “articolato” e alle mobilitazioni “separate” rispetto alla manovra economica del governo. Eppure, anche gli ottimisti ad oltranza, sanno perfettamente, che le materie del contendere sono: le pensioni, la riforma fiscale e il blocco dei contratti nel pubblico impiego.

Sarebbe quindi il caso di prendere, realisticamente, atto che le recenti divaricazioni che hanno rappresentato - e, sono sicuro, continueranno a rappresentare - motivi di aspre contrapposizioni tra Cgil, Cisl e Uil, non sono affatto sopite.

In questo senso, tra l’altro, ribadisco che ho sempre ritenuto in errore la Camusso quando sosteneva che le più recenti divergenze con le altre Confederazioni avessero un carattere esclusivamente “politico”.

A esser franco, sono, invece, convinto che esse rappresentassero la naturale conseguenza del definitivo superamento di una sorta di “complesso d’inferiorità”, nei confronti della Cgil.

Un (inconfessabile e liberatorio) “affrancamento” - complice il convinto supporto del governo di centrodestra - dal timore di sostenere tesi e predicare comportamenti in oggettivo contrasto con le logiche di un sindacalismo realmente confederale.

Renato Fioretti
collaboratore radazionale di Lavoro e Salute

28 luglio 2011

L'appello per una soluzione equa della crisi

I veri creditori siamo noi!

Dieci anni fa a Genova chiedevamo la cancellazione del debito estero dei paesi impoveriti e la fine degli aggiustamenti strutturali imposti su quei popoli dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale con insostenibili costi sociali ed ambientali. Dopo Genova si sono registrati molti passi in avanti sulla questione del debito: l'Ecuador ha compiuto un importante processo di auditoria, la Norvegia primo stato al mondo, ha riconosciuto l'illegittimità; del debito estero, l'Italia che si è dotata per prima una legge sul debito -la 209 - ha applicato la cancellazione vanificandone gli effetti positivi, poiché contestualmente ha cancellato i cosiddetti aiuti allo sviluppo. I G8 che seguirono Genova misero in agenda il debito raccontandoci la solita favola di una presunta epocale e reale cancellazione. L'Italia ha brillato in questa bugia beffarda. Noi lo dicemmo allora e lo diciamo ancora oggi: per perseguire reali e verificabili cancellazioni del debito è necessaria una forte azione di monitoraggio da parte della società civile per sapere come e se e come queste cancellazioni vengono praticate.
Da quegli anni però qualcosa è cambiato: oggi abbiamo maturato una nuova consapevolezza. Oggi siamo noi cittadini e cittadine d'Europa a dover chiedere conto del nostro debito pubblico e degli effetti delle manovre finanziarie imposte dal patto per l'Euro e dalla Banca Centrale Europea sui nostri diritti.

Oggi la stragrande maggioranza degli aiuti del FMI sono diretti ai paesi europei, mentre altri paesi quali l'Egitto hanno rifiutato aiuti delle Istituzioni di Bretton Woods , in quanto le condizionalità; macroeconomiche annesse sono contrarie al pubblico interesse.

Oggi i nostri diritti fondamentali ed i beni comuni subiscono un attacco senza precedenti, in nome del pareggio di bilancio e dell'uscita dalla crisi prodotta dallo strapotere dei mercati finanziari e dal restringimento progressivo della capacità dei paesi e degli organismi democraticamente eletti di recuperare un potere di indirizzo sulle proprie economie e spesa pubblica.

Ci dicono che non c'è alternativa. I movimenti del Sud del mondo ci mostrano invece che un'alternativa esiste, e dobbiamo pretenderla con determinazione.
Abbiamo il diritto di sapere, e rivendichiamo il nostro diritto di non pagare i debiti odiosi e illegittimi prodotti da chi ha costruito la propria ricchezza con la corruzione e la gestione del potere economico e finanziario con l'unico scopo di soddisfare ragioni private, a chi sui beni comuni vuole continuare ad arricchirsi, sottraendoli al pubblico interesse. Se per pagare il debito pubblico si accumula un debito sociale ed ecologico per queste generazioni e quelle a venire, questo debito non va pagato.
Abbiamo pertanto anzitutto il diritto di sapere come questo debito si è accumulato, le responsabilità politiche, quale non va pagato perchè legato a corruzione, fughe di capitali, speculazioni finanziarie, investimenti fallimentari in infrastrutture inutili alla collettività, spese militari e quale può; essere rinegoziato. E quale debito andrà pagato, facendo tesoro delle proposte alternative formulate da campagne quali Sbilanciamoci.
Sia in Grecia che in Irlanda, come in Spagna e Francia, movimenti sociali e cittadini chiedono la convocazione di una commissione pubblica di "auditing" del debito, sulla scorta delle esperienze fatte in paesi quali l'Ecuador, il Brasile e le proposte formulate dai movimenti sociali del Sud del mondo.
Un "auditing" del debito italiano è il primo passo per costruire una soluzione politica alla crisi, che possa aprire una via alternativa, che deve necessariamente affrontata con maggior democrazia e partecipazione, e dovrà essere improntata su principi di giustizia sociale, economica ed ambientale.
Per questo ci opporremo all'introduzione del vincolo di pareggio di bilancio nella Costituzione italiana, giacché quella Costituzione è alla base dei nostri diritti fondamentali che non potranno mai essere messi allo stesso livello degli interessi dei mercati finanziari. A questo sarà necessario aggiungere altre proposte a livello europeo, quali l'adozione di un' imposta sulle transazioni finanziarie, l'abolizione dei paradisi fiscali, la creazione di un'agenzia europea di rating, modalità di indirizzo e controllo politico sulla Banca Centrale Europea, un'agenzia fiscale europea, l'emissione di Eurobonds ed il sostegno a programmi virtuosi di spesa per il rilancio delle piena e buona occupazione, una riconversione ecologica dell'economia, un welfare europeo fondato sul reddito di cittadinanza.
Crediamo che la soluzione al problema della crisi debba passare attraverso un rinnovato ruolo dell'Europa, ed un rilancio del progetto politico dell'Unione Europea, un progetto incompiuto, mentre procede a gran forza l'altra Europa, quella del patto di stabilità, del patto dell'Euro. Un rilancio che passa necessariamente attraverso maggior partecipazione e coinvolgimento diretto dei cittadini e cittadine d'Europa come proposto dalle varie campagne per le iniziative dei cittadini europei.
Per questo oggi crediamo che debba partire proprio da Genova un messaggio chiaro. Questa crisi provocata dalle speculazioni finanziarie noi non la vogliamo pagare né farla pagare alle generazioni a venire.
Genova, 22 luglio 2011
Primi firmatari:
Francesco Martone, Raffaella Chiodo, Nicola Vallinoto, Maurizio Gubbiotti, Luca Basile, Vittorio Agnoletto

Gli italiani guadagnano meno di un anno fa. E 4,4 milioni di lavoratori sono in attesa di un nuovo contratto


In Italia stipendi quasi fermi e l'inflazione corre

Retribuzioni quasi ferme a giugno rispetto a maggio: lo comunica l'Istat che ha registrato un incremento su base mensile dello 0,1%, mentre su base annua l'aumento è dell'1,8%. Ma l'Istat ricorda anche che il tasso d'inflazione a giugno è stato pari al 2,7%. Quindi, ancora una volta, il rialzo tendenziale delle retribuzioni è stato inferiore a quello dei prezzi al consumo. Inoltre, fa sapere l'Istituto di statistica, nella media del primo semestre 2011 (gennaio-giugno) l'indice delle retribuzioni, in termini tendenziali, è cresciuto dell'1,9%.

I settori che presentano gli incrementi più elevati sono: militari-difesa (4,0%), forze dell'ordine (3,7%) e attività dei vigili del fuoco (3,4%). Le variazioni più contenute si osservano, invece, per gli accordi riguardanti: servizi d'informazione e comunicazione, ministeri, regioni e autonomie locali, servizio.
A fine giugno, comunica ancora l'Istat, risultano in attesa di rinnovo 34 accordi contrattuali, relativi a circa 4,4 milioni di dipendenti. La quota di dipendenti che aspettano il rinnovo è pari al 33,6%; si tratta di una percentuale in calo sia rispetto al mese precedente (34,7%), che ad un anno prima (35,7%).
Tuttavia, l'istituto di statistica osserva che i tempi per il rinnovo degli accordi contrattuali si allungano: in media i mesi di attesa per i lavoratori con il contratto scaduto a giugno 2011 sono 18,3, ovvero più di un anno e mezzo, in "deciso" aumento rispetto allo stesso mese del 2010 (12,2).

Guadando ai diversi comparti, nel settore privato è in vigore l'83,2% dei contratti monitorati, con quote molto differenziate per attività economica: la copertura è del 100% per il settore agricolo, del 97,4% per l'industria e del 67,6% per i servizi privati. Mentre a partire da gennaio 2010 tutti i contratti della pubblica amministrazione sono scaduti.


28/07/2011

26 luglio 2011

Doveva essere una giornata colorata, pacifica, resistente ancora una volta all’insegna della non violenza che da sempre contraddistingue le azioni del movimento NO TAV

il video
http://youtu.be/-joCay544Ms

Val di Susa. Hanno di nuovo sparato ad altezza uomo per uccidere

Nella valle che resiste un uomo che decide di stare al posto giusto, nel momento giusto, diventa l’uomo sbagliato nel momento sbagliato, nel luogo peggiore. Era giusto esserci, oggi, insieme a chi ha scelto di indossare il cappello degli alpini e passeggiare al di là delle reti di un cantiere che non c’è. Ed era giusto esserci, questa sera, per partecipare all’evento NO TAV = NO MAFIA organizzato per ricordare Borsellino, Falcone e tutte le vittime della mafia, inclusi gli uomini e le donne della scorta che per lottare contro la mafia hanno perso la vita. Al contrario di chi, oggi, ha ancora una volta attaccato cittadini disarmati, sparando NON per allontanarli per effetto dei gas lacrimogeni (peraltro tossici, al CS), ma con il preciso intento di COLPIRLI con i proiettili, troppo spesso sparati ad altezza uomo, puntando non tanto chi si avvicina al cancello, ma chi si avvicina con una fotocamera o una telecamera in mano. Già, perché di questo hanno paura più che di una pietra, di chi si "arma" di pericolose videocamere e poi è pronto a raccontare la verità, quella che non sentirete a nessun TG.
La verità è che non è stato possibile commemorare le vittime della mafia, non è stato possibile ricordare i nomi di Agostino, Claudio, Emanuela, Vincenzo, Eddie Walter, uccisi per mano della mafia e schegge deviate di quello stato che con la mafia aveva scelto di venire a patti piuttosto che combatterla. A.L., Valsusino doc over 45, come tutti noi, voleva tenere viva la memoria di questi uomini e queste donne, ricordandoli nel luogo dove oggi un’intera popolazione resiste e lotta contro l’ennesima grande opera inutile e devastante che vogliono imporre con la forza per favorire gli interessi di pochi, consapevoli e noncuranti dell’altissimo rischio di infiltrazioni di mafia e ’ndrangheta.
Alle 19:45 stava preparando, insieme ai compagni di Resistenza Viola, il materiale per allestire la videoproiezione del film "IO RICORDO" davanti alla centrale, poiché era previsto di estendere l’invito anche alle forze dell’ordine, alle quali avremmo regalato alcune Agende Rosse. Poi gli spari, alcuni lacrimogeni arrivano nell’area tende ed è il caos. A.L. ha già vissuto quella scena, lo sgombero, il 3 luglio, le notti... è pronto, indossa la maschera antigas, gli occhialini e corre nella zona dove si stava recando per preparare l’evento, tiene in mano la macchina fotografica per documentare ed è pronto ad aiutare chi ne avesse bisogno. Raggiunge il ponte tra una marea di gente che corre, occhi gonfi, tosse, qualcuno sembra disorientato. C’è molto fumo, troppo per capire da dove stanno sparando, quasi una coltre di nebbia. A.L. tenta di filmare e, poco prima di essere colpito al volto riesce a filmare il lancio di un lacrimogeno che parte, presumibilmente, dai mezzi mobili, quelli che hanno montati dei piccoli "cannoni" usati soprattutto per lanciare lacrimogeni a lunghe distanze. Ma qui parliamo di 20, forse 30 metri. Con quei mezzi, infatti, stavano sparando NON SOLO nell’area tende, ma anche sui NO TAV che ancora resistevano nella zona del ponte, a pochi metri dal cancello dietro il quale erano fermi i blindati. UN SECONDO è il tempo impiegato dal colpo che dal blindato raggiunge il ponte. Poi il video s’interrompe. A.L. viene colpito in pieno volto pochi secondi dopo, la maschera distrutta, il colpo è talmente forte da farlo cadere a terra. Alcuni compagni lo aiutano a sollevarsi e allontanarsi, ha il volto coperto di sangue, è confuso, non riesce a parlare. Raggiunge l’area tende dove subito arrivano alcuni medici presenti alla manifestazione e gli prestano le prime cure, la situazione è grave, naso e mascella sono gonfi, perde molto sangue, ha lacerazioni interne, sotto il palato, viene portato in auto al pronto soccorso di Susa.
Arrivato al pronto soccorso i medici, vista la gravità della situazione, lo sottopongono ad una TAC, che rivelerà fratture multiple a naso, mascella, lacerazioni profonde che vengono suturate immediatamente, ma la prognosi resta riservata, in attesa di trasferimento al reparto di chirurgia maxilo facciale di un ospedale di Torino, dove verrà sottoposto ad intervento chirurgico.

Doveva essere una giornata colorata, pacifica, resistente ancora una volta all’insegna della non violenza che da sempre contraddistingue le azioni del movimento NO TAV. Ma la frangia violenta ha agito ancora, presumibilmente usando nel modo peggiore (sparando a distanza troppo ravvicinata) un’arma che avrebbe lo scopo di allontanare le persone per effetto dei GAS e non per la spinta dei PROIETTILI! In questo modo la frangia violenta è quella in divisa, l’ingiustizia è coperta ancora una volta da una legalità svuotata ormai di ogni significato, se non quello di garantire l’impunità a chi commette forse la peggiore delle violenze, perché di questo si tratta quando un esercito armato fino ai denti spara a cittadini disarmati. La macchina del fango ha continuato per giorni nell’azione preventiva di costruire quanto oggi è accaduto, parlando di "infiltrati" reduci dalle manifestazioni per il decimo anniversario del G8 di Genova, oltre ai black bloc dei quali si continua a parlare, ma che nessuno evidentemente è in grado di identificare e arrestare (sarà che sono sempre un’invenzione?), quindi dovevano agire, dovevano creare gli scontri e l’hanno fatto prima del solito. Perché le altre sere attendevano una certa ora, ma questa volta no: hanno gasato il campeggio, dove c’erano anche anziani, donne e bambini, tra le 19:30 e le 20:00, annullando così gli eventi previsti, perché nella valle che resiste non si può dire che NO TAV = NO MAFIA!

Dall’ospedale A.L. manda un messaggio a tutti: "non mollate, ragazzi. Non molliamo. Resistere! Resistere! Resistere!". Uno dei medici che lo ha accolto al pronto soccorso ha semplicemente detto, dopo averlo esaminato "Lo stato è morto, la democrazia è morta, ma te ne rendi conto solo quando vedi queste cose". Queste cose noi non vogliamo più vederle. Abbiamo il diritto di conoscere le regole d’ingaggio, e di sapere chi ha ordinato di sparare sulle persone (altezza uomo) da quei blindati, con una potenza che ha rischiato di UCCIDERE perché avrebbe potuto finire così se A.L. fosse stato, come tanti, sprovvisto di maschera. Sappiamo che gli uomini in divisa hanno filmato tutto, sta a loro identificare esecutori e mandanti, inclusi i responsabili politici. Perché ancora una volta è stata ridotto ad una questione di ordine pubblico un problema che ha a che fare con la democrazia, con il fallimento della politica, con uno stato assente. Ora è giusto che nelle forze dell’ordine sia avviata un’inchiesta ed è tempo che la politica torni ad affrontare la questione che da 22 anni non trova soluzione. E’ tempo di riportare il tema sul piano politico, dove da sempre avrebbe dovuto essere affrontato democraticamente. La Valsusa è pronta, ma non chiedeteci di ascoltare, o di discutere "come" accettare quest’opera inutile e devastante, e non tentate di farcela digerire spostandola in Liguria perché il messaggio è sempre stato forte e chiaro: né qui, né altrove.
E’ arrivato il momento di fare allontanare le truppe e riaprire il dialogo. La Valsusa è pronta a spiegare le ragioni del NO, come lo è gran parte degli italiani.
Alberto Perino
26 Luglio 2011 
www.italia.attac.org

Ma l'ultima parola è stata già detta dal movimento stesso e dalle popolazioni meridionali che sin dall'inizio non hanno creduto al teorema

DA COSENZA A GENOVA L'INCHIESTA SUL SUD RIBELLE
 Per capire il perché si sia deciso da parte dello Stato  l’attacco al movimento meridionale del Sud Ribelle bisogna conoscere cosa è successo immediatamente prima gli arresti del 15 novembre del 2002. Il territorio meridionale per la prima volta dopo decenni di silenzio è attraversato da una serie di lotte dure ed autonome. Dai disoccupati di Napoli, agli operai di piccole fabbriche in chiusura, all’occupazione di strade e ferrovie, è un fiorire di lotte, dove il controllo tradizionale dei partiti e delle istituzioni è completamente sfuggito loro di mano. La prova del fuoco sarà il Global Forum di Napoli a maggio del 2001. Il movimento riesce a portare in piazza, per la prima volta cinquantamila persone provenienti da tutti i territori meridionali. Comitati contro le discariche e gli inceneritori, comitati di base sindacali, comitati di lotta di fabbriche, studenti, immigrati, per la prima volta sono insieme a Napoli per protestare contro la vergogna rappresentata dai capi di stato riuniti e barricati in piazza Plebiscito , nel Palazzo Reale che fu dei Borboni. E’ una grossa prova di forza autonoma che non poteva essere lasciata sola a se stessa, in quanto metteva in discussione i partiti tradizionali, le istituzioni , il Governo allora fatto dal centrosinistra. Ecco perché una manifestazione assolutamente pacifica verrà attaccata da tutti i lati in piazza Municipio, trasformata in una moderna Little Big Horn, dai reparti speciali di polizia, carabinieri e finanza. E’ una mattanza. Centinaia di compagni e compagne verranno massacrati dai manganelli di Stato e dai lacrimogeni e trasportati in caserme dove verranno picchiati e torturati.  E’ la prova su Genova. Il Ministro degli Interni, ulivista è il Ministro Bianco che durante gli scontri se ne starà seduto comodamente in un ristorante napoletano mentre la polizia si sbizzarrisce fra i vicoli di Napoli alla ricerca di sovversivi. Ma il movimento non si ferma. L’esperienza di Napoli impone livelli di coordinamento organizzativo e soprattutto impone una piattaforma sulle istanze che provengono dal sud. Nasce così il Sud Ribelle. Per la prima volta a Cosenza si riuniranno gruppi, comitati, sindacati di base, associazioni, centri sociali, per decidere di andare insieme al G8 di Genova e portare insieme quelle che sono le realtà e le specificità del sud. In preparazione del contro G8 di Genova il Sud ribelle mette in atto una serie di iniziative che porranno al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica le problematiche del sud. Problematiche ancora esistenti e che dimostrano oggi come allora si sia visto giusto. La militarizzazione dei territori, la presenza delle basi Nato, la mafia di stato, la devastazione ambientale del territorio, le scorie nucleari a Policoro, le prime sperimentazioni di OGM su territori da sempre dediti all’agricoltura tradizionale, la disoccupazione ed il degrado sociale. Problematiche che in seguito diventeranno quotidiane, quali quelle la militarizzazione attorno alle discariche. A giugno 2001 si manifesta a  Policoro contro il deposito di scorie nucleari e contro le sperimentazioni ogm sulle melanzane. A luglio si occupano le agenzie di lavoro a Napoli, Taranto, Cosenza, Palermo. Il movimento cresce e diventa sempre di più presente all’interno delle lotte.

Dalla Calabria partiranno per Genova in 400 occupando treni ed organizzando pullman. A Genova per la prima volta si arriverà uniti ed organizzati. Ed a Genova scatta la seconda repressione dello stato e dei suoi sbirri sul movimento. Al posto di Bianco , questa volta, alla cabina di comando ci sono Scajola e Fini. Genova sarà la prova generale su come si può reprimere nelle piazze un movimento. Il Sud Ribelle arriva a  Genova con le valige di cartone e sfila il 19 luglio insieme agli immigrati, a simboleggiare i nuovi immigrati. Il 20 luglio il sud ribelle si scioglie in tutte le piazze tematiche. Sarà presente a piazza De Novi, così come nelle altre piazze attaccate dalle forze del disordine. Il ritorno da Genova rappresenterà l’avvio di una serie di nuove iniziative sui territori meridionali. La via è stata tracciata , la presenza nelle lotte sarà sempre più significativa e soprattutto organizzata. Lo stato non può più stare fermo di fronte alla crescita evidente del movimento e dà mandato ai Ros di organizzare gli arresti. Trova nella Procura di Cosenza e nei magistrati, Serafini, Fiordalisi e Plastina i servi fedeli per una montatura poliziesca che era stat rifiutata dalle Procure di Napoli e di Genova , dove secondo le accuse sarebbero avvenuti i gravi fatti eversivi.  Cominciano così, partendo da Cosenza, una serie di pedinamenti, intercettazioni, servizi fotografici, sull’attività di cento militanti del sud. La loro vita viene scandagliata fin nei piccoli particolari. Il pedinamento e controllo sarà continuo fino al 15 novembre del 2002 quando scatterà la grossa operazione con centinaia di perquisizioni e l’arresto di 18 militanti appartenenti al Movimento del Sud ribelle.  Il Sud ribelle secondo gli investigatori è un enorme associazione sovversiva all’interno della quale agisce un gruppo ristretto di sovversivi con intenti  terroristici. I 18 attivisti, considerati elementi pericolosissimi,  vengono portati in carceri speciali e qui restano per 20 giorni fino a quando il tribunale del riesame di Catanzaro non ne deciderà la scarcerazione. Gli attivisti del sud ribelle verranno accusati di reati pesantissimi che vanno dalla  Cospirazione politica mediante associazione al fine di : Turbare l’esercizio delle funzioni del governo italiano durante il G8 a Genova nel luglio 2001; Effettuare propaganda sovversiva; Creare una più vasta associazione composta da migliaia di persone volta a sovvertire violentemente l’ordinamento economico costituito nello Stato. E poi ancora, Associazione per delinquere, Associazione sovversiva , Attentato contro organi costituzionali a Genova , Attentato contro organi costituzionali a Napoli,  Porto di oggetti atti ad offendere, Resistenza a pubblici ufficiali, Turbativa violenta del possesso di cose immobili, Propaganda sovversiva.   Queste le tappe dell’inchiesta e del processo al sud ribelle. 

- 15 Novembre 2002: 18 attivisti del movimento meridionale sono tratti in arresto per vari reati associativi (associazione sovversiva, cospirazione politica, attentato agli organi costituzionali dello stato).

- 23 Novembre 2002: Cinquantamila persone scendono in piazza a Cosenza per chiedere la liberazione immediata di tutte e tutti gli arrestati.

- Dicembre 2002: Il Tribunale della libertà di Catanzaro produce una sentenza che, oltre a rimettere in libertà tutti gli arrestati, demolisce dalle fondamenta l’impianto accusatorio del provvedimento. "Esprimere  il dissenso non è reato" è il messaggio cardine delle motivazioni di quella sentenza.

- Maggio 2003: Nonostante la richiesta dello stesso procuratore generale di rigettare il ricorso presentato dal Pm titolare dell’indagine, la Cassazione annulla la sentenza del Tdl di Catanzaro per esclusivi vizi di forma, mentre i contenuti della sentenza contestata non sono minimamente messi in discussione.

- Luglio 2003: Il Pm Fiordalisi presenta una “memoria” in cui ribadisce la volontà di arrestare nuovamente tutti e 20 gli indagati, ed estende all’intero movimento le accuse già formulate contro il Sud Ribelle. Fiordalisi chiede di depositare decine di migliaia di pagine contenenti "nuove" prove: si tratta essenzialmente di altre intercettazioni telefoniche riciclate (e molte di queste palesemente manomesse dalla digos di Cosenza) da altre procure che le avevano dichiarate inutili e insignificanti, ma per Fiordalisi sono una conferma: le contestazioni al G8 di Genova erano un attacco al governo Berlusconi. Secondo lui, gli indagati volevano "turbare l’esecuzione delle funzioni del governo italiano, sovvertire violentemente l’ordinamento economico costituito dello Stato, sovvertire la globalizzazione economica”.

- Novembre 2003: Nuova sentenza del tribunale della libertà di Catanzaro. A carico di cinque su diciotto già scarcerati, rimangono i gravi indizi di colpevolezza. A tre di loro viene addirittura imposto l’obbligo di firma (Caruso, Cirillo, Santagata) che terranno per un anno e 2 mesi e verrà tolto dal giudice del processo della corte d’assise; per tutti gli altri cade ogni contestazione.

- Aprile 2004: Richiesta di rinvio a giudizio per tredici degli indagati, due dei quali completamente estranei fino a quel momento a tutta la vicenda giudiziaria (Luca Casarini e Alfonso De Vito). Le posizioni di altri 41 indagati vengono archiviate. Solo per 11 dei 18 arrestati nel novembre 2002, è stata presentata richiesta di rinvio a giudizio; cinque di quelli che finirono nelle carceri speciali vedono cadere ogni contestazione a proprio carico. Fiordalisi aggiunge il reato di “associazione a delinquere”. Quindi, non solo sovversivi e cospiratori, ma anche delinquenti.

- Maggio 2004: Prima udienza preliminare. I legali si oppongono alla costituzione di parte civile presentata dalla Presidenza del Consiglio e dai Ministeri dell’Interno e della Difesa, che è stata però accolta. Il governo chiede cinque milioni di euro di risarcimento per i danni non patrimoniali, cioè d’immagine, subiti in occasione dei vertici di Napoli e di Genova. Ma il Gup respinge questa e tutte le altre eccezioni della difesa, e prim’ancora fissa il calendario del dibattimento, stralciando la perizia sulle intercettazioni (che sono il cuore del “teorema Fiordalisi”). Gli imputati, dinanzi a questo atteggiamento del Gup, che mostra già di aver deciso l’esito dell’udienza, chiedono la ricusazione del magistrato.

- Giugno 2004: La Corte di Appello rigetta la ricusazione del Gup fatta dagli imputati e ristabilisce il collegio. Gli imputati che hanno firmato la richiesta di ricusazione vengono anche multati di 1500 euro ciascuno. - Giugno 2004: La Corte di cassazione rigetta il ricorso presentato da Caruso e Santagata contro l’obbligo di firma che li costringe ormai da nove mesi a firmare in caserma. Oltre al rigetto, i due imputati sono condannati ad una multa di 500 euro ciascuno.

- Luglio 2004: A Roma nasce l’Osservatorio parlamentare sul diritto al dissenso: seguirà il processo di Cosenza. I firmatari sono 12 deputati e due senatori. Il Gup rinvia a giudizio 13 indagati. Le pene previste per i reati contestati, vanno da 12 a 15 anni di carcere.

- Agosto 2004: La Cassazione respinge i ricorsi sulla presunta incompetenza territoriale del tribunale di Cosenza. La Procura presenta una “integrazione d’indagine”. I mezzi di informazione locali annunciano che tra i testi d’accusa il Pm Fiordalisi ha inserito il capo della polizia De Gennaro.

- 2 Dicembre 2004: Inizio del processo.

Il processo al Sud Ribelle si è aperto in una regione devastata dalla mafia, dalla disoccupazione e da un degrado ambientale senza precedenti. Il processo vede coinvolti 13 imputati accusati di reati gravissimi che vanno dall’associazione sovversiva , all’associazione per delinquere, all’attentato contro gli organi costituzionali fino alla sovversione violenta dell’ordinamento economico dello stato. Come sarebbe riuscita una “banda di malfattori” composta si e no di una cinquantina di persone a far crollare l’ordinamento economico dello Stato Italiano non è stato mai spiegato dall’abile Pm Fiordalisi titolare ed inventore dell’inchiesta . Fatto sta che il gruppo ha dovuto rispondere di tutto questo  e dimostrare la sua estraneità ai fatti che gli venivano addebitati pena il carcere ed il pagamento di 5 milioni di euro allo Stato. In una Calabria devastata dalla mafia e dalla corruzione a tutti i livelli tutto questo dovrebbe far pensare. E si dovrebbe anche riflettere sul perché la ‘ndrangheta, la principale organizzazione terroristica “interna” allo Stato riesce a prosperare ed a vincere controllando interi territori  della Calabria. Si è sempre lamentata sia da parte dei magistrati delle varie procure calabresi , che da avvocati ed istituzioni varie , della carenza del personale esistente nelle nostre Procure, oltre all’assurda assenza anche di penne, carta, e fotocopiatrici, che la dice lunga sullo stato dei nostri tribunali. Ma non si dice mai come questi magistrati vengono impiegati dai vari procuratori capo, perché si sceglie di investire su un inchiesta piuttosto che su un altra. Fiordalisi venne premiato nel ritorno al Tribunale di Paola nonostante “l’incompatibilità ambientale” con un perito che lavorava, e lavora tutt’oggi, all’interno dello stesso tribunale ( storia scritta nel libro “Come nasce una mafia”  di L.Michele Perri – Periferia editore), l’altro Gip Nadia Plastina  come ha scritto il Presidente del Tribunale di Cosenza , premiata per “meriti” e trasferita a Roma  presso il Ministero di Grazia e Giustizia. Per il processo al Sud ribelle vennero spesi ad occhio e croce oltre un miliardo di vecchie lire. Soldi spesi per le infinite intercettazioni telefoniche ed ambientali sulle quali si basa l’intero processo. Soldi spesi per piazzare gli impianti nelle nostre case, nelle nostre auto, nelle sale dove si sono svolte pubbliche riunioni. Abbiamo letto , fra i 50 mila fogli di carte processuali, le fatture presentate da questi esperti e sono botte di centinaia di milioni di lire per microspie, impianti satellitari, per trasferimenti da Roma di “esperti serraturieri” che hanno fatto copie delle nostre chiavi di casa per entrarvi nottetempo e montarvi le microspie, per l’acquisto di computer, fax ed attrezzature varie. Che spesso non hanno funzionato!  Come quelle messe in casa mia per ben due volte, e dove per meglio attivarle fecero installare dalla Telecom un palo di cemento alto venti metri proprio di fronte  alla mia abitazione per creare un ponte che attivasse le microspie. A tutto questo poi bisogna aggiungere tutti i pedinamenti fatti dalle abitazioni di ognuno dei cinquanta indagati prima e dei tredici imputati poi. Pedinamenti che avvenivano fino a Taranto da Cosenza, fino a Napoli da Diamante. Non un solo pedinamento è finito in una località segreta. Non una sola riunione è avvenuta in una abitazione diversa da quella detta per telefono. Tutti i pedinamenti finivano in sale di Rifondazione Comunista, di qualche Comune che concedeva la sala consiliare, di qualche circolo  o sindacato come quello della CGIl di lametia terme. Spesso gli stessi pedinatori vi entravano e facevano finta di essere pubblico. Avvenne a Lametia nella sede di Rifondazione Comunista , avvenne a Lametia nella sede del Circolo Josè della Rua, avvenne al Gramna a Cosenza. Insomma tutto pubblico e tutto alla luce del sole, tranne che per Fiordalisi e la Plastina. Ma mentre avveniva tutto questo cosa succedeva in Calabria ? Ecco la riflessione che occorre fare. Solo a Cosenza una ventina di omicidi. Uno degli ultimi avvenne proprio sotto casa di un magistrato, di giorno , in una grande piazza. Ma non solo omicidi sono avvenuti. Almeno un centinaio di attentati sono stati fatti contro sindaci, amministratori, sedi municipali. E almeno un migliaio quelli contro commercianti, aziende ,semplici cittadini, che non pagano le tangenti, o che non  rispettano le rate dell’usura. Ma non basta. I processi e le indagini sulla ‘ndrangheta dei rifiuti sono fermi o incastrati per burocrazie varie. Ne cito uno dei più importanti. Quello sui rifiuti tossici dell’Enichem di Crotone. Parliamo di ben 35 mila tonnellate di rifiuti tossici seppelliti nella piana di Sibari e mai scoperti, o scoperti in parte ed ancora a distanza di dieci anni ancora da bonificare. Intanto il processo ai responsabili non è stato celebrato e la maggior parte dei funzionari e dei politici che hanno partecipato alla grande truffa sono ancora in giro riciclati in partiti politici o negli uffici della stessa Regione Calabria. Ed ancora . Non si è mai indagato sulle navi di rifiuti tossici. Dopo 14 anni arrivò alla Procura di Paola il fascicolo riguardante la Jolly Rosso , una nave spiaggiata con tutto il suo carico tossico a qualche chilometro dal Tribunale di Paola e guarda caso l’inchiesta venne archiviata proprio dal solerte ( per il nostro caso ) Pm Fiordalisi. Il fascicolo dell’inchiesta poi  finì a Reggio Calabria dove venne tenuto per ben 14 anni. Intanto i veleni seppelliti nella costa tirrenica hanno continuato a generare tumori e malattie varie. Ne parlai in varie inchieste fin dal 1999 su un settimanale  calabrese, Mezzoeuro, al quale collaboro tutt’ora. Fra una riunione sovversiva ed un “attacco terroristico” faccio il giornalista e mi occupo di ambiente. Ma ho potuto scoprire in seguito al mio arresto, che mentre io scrivevo dei mali della Calabria , in almeno un migliaio di articoli pubblicati dal “Domani” , da “Mezzoeuro” e dalle “Calabrie”, la magistratura indagava su di me. Che mentre mettevo in evidenza le discariche abusive sparse nel nostro territorio, i villaggi abusivi della mafia del riciclaggio del danaro sporco a San Nicola Arcella e a Praia, mentre censivo le 35 dighe inutili e mai terminate che hanno succhiato migliaia di miliardi al nostro Stato , che mentre lottavo con gli ambientalisti contro la portomania del Tirreno che vuole finanziamenti per centinaia di miliardi per costruire una decina di porti inutili e dannosi, ebbene qualcuno si preparava al mio arresto, perché io cospiravo e delinquevo contro lo Stato. Ho parlato di me, ma lo stesso è avvenuto in altri campi con gli altri miei coimputati. Si è indagato su Caruso, Azzarita e De Vito che si occupavano a Napoli dei disoccupati e dei precari; il curriculum di lotte di Caruso, poi divenuto parlamentare per Rifondazione Comunista , e di De Vito è lunghissimo così come quello di Michele Santagata che si occupava di migranti e di come accoglierli a Cosenza, di Campennì professore ricercatore dell’Università di Cosenza , di Dionesalvi giornalista e militante da sempre,  di Annetta Curcio che si occupava di giovani emarginati di Cosenza , di Emiliano Cirillo semplice frequentatore di centri sociali, di Oliva Vittoria e Antonio Rollo impegnati sui detenuti e di prigionieri politici, di Giuseppe Fonzino e Salvatore Stasi pugliesi impegnati da sempre nel difficile sociale di quella regione.

Il processo iniziato quel 2 dicembre del 2002 dopo 52 udienze terminò il 24 aprile del 2008. Tutti assolti perché i fatti non esistevano proprio. In parole povere si erano inventati tutto per reprimere un movimento e mettere sotto processo militanti che agivano alla luce del sole così come avevamo sempre sostenuto. Ma il nuovo colpo all’inchiesta Fiordalisi arrivò il 20 luglio del 2010. Il giorno dell’assassinio di Carlo Giuliani a Genova nel 2001, il giorno che secondo la teoria fantasiosa del PM Fiordalisi iniziarono le tattiche guerrigliere del Sud Ribelle. Ebbene quel giorno anche la Corte d’Appello di Catanzaro assolse da ogni accusa tutti gli imputati. Ora si attende l’ultima parola, quella della Cassazione.  Ma l'ultima parola è stata già detta dal movimento stesso e dalle popolazioni meridionali che sin dall'inizio non hanno creduto al teorema Fiordalisi ed a tutte le invenzioni del Ros.

Francesco Cirillo