30 giugno 2011

Accordo liberticida che toglie ai lavoratori le più elementari libertà sindacali all’interno dei luoghi di lavoro

Accordo interconfederale "stavolta l'hanno fatta sporca"'

«Con buona pace di chi per mesi ha raccontato la favoletta che la Cgil era diversa, che assumeva la democrazia nei luoghi di lavoro come tratto fondante del proprio agire, che non avrebbe mai potuto sottoscrivere un accordo che limitasse la democrazia e blindasse la rappresentanza, che non sarebbe tornata al fianco di cisl e uil, si è compiuto uno degli atti più vergognosi nella storia delle relazioni sindacali». C’è più che una semplice punta d’amarezza nel commento all’accordo interconfederale da parte dei sindacati di base (Usb). Dal loro punto di vista si inquadra questo senz’altro come il momento di una vera e propria svolta sul piano delle relazioni sindacali. Fabrizio Tommaselli non ha problemi a definire il testo un “porcellum” sindacale. Porcellum perché, innanzitutto, sulla certificazione, consuma nei confronti dei sindacati “fuori dal giro” una ingiustizia difficile da digerire: primo, perché le aziende possono decidere di non concedere il diritto alla ritenuta in busta paga della quota sindacale. Una pratica di antica data, che risale alla anomalia introdotta dal referendum abrogativo del 1995. La certificazione della rappresentanza è quindi viziata all’origine da un meccanismo di conta che di fatto è discrezionale. Ma le ingiustizie non finiscono qui perché il tanto decantato ”50% più uno” a veder bene per i sindacati, che “hanno diritto” alla quota dell’un terzo corrisponde al 33%. Uno “sconto” che, tra l’altro, si sono arrogati da soli.

Quale democrazia sindacale si può costruire su queste basi? «Peccato che non c’è, nell’accordo, nessun accenno alla scomparsa della riserva di un terzo dei seggi delle Rsu ai firmatari di contratto - si legge in un comunicato di Usb - e così il 50% diventa immediatamente 33% e così un terzo delle Rsu decide sul contratto aziendale che deroga quello nazionale e nessuno può metterci bocca, tantomeno i diretti interessati, cioè le lavoratrici e i lavoratori che quell’accordo dovranno digerire». Letto da questo punto di vista si capisce ancora meglio il “vulnus” del mancato voti ai lavoratori attraverso il referendum.

Se poi tutto questo non bastasse, il testo dell’accordo recita esattamente: “Per la legittimazione a negoziare è necessario che il dato di rappresentatività così realizzato per ciascuna organizzazione sindacale superi il 5% del totale dei lavoratori della categoria cui si applica il contratto collettivo nazionale di lavoro”. «Non bisogna quindi avere il 5% dei voti e il 5% degli iscritti calcolato sui lavoratori complessivamente sindacalizzati come funziona oggi nel pubblico impiego, ma il 5% si calcola sul totale dei lavoratori della categoria!», osserva l’Usb. Ovviamente, per il sindacato di base passa in seconda linea il pronunciamento dei lavoratori laddove c’è la presenza delle rappresentanze aziendali.

La Cub da parte sua parla di « accordo liberticida che toglie ai lavoratori le più elementari libertà sindacali all’interno dei luoghi di lavoro». «Ancora una volta - aggiunge Pier Giorgio Tiboni, coordinatore nazionale della Cub - Confindustria ha saputo con quali sindacati fare gli accordi. Un passo verso una deriva autoritaria, con la complicità di Cgil, Cisl e Uil, che dà mano libera alle imprese di disporre a proprio piacimento dei diritti, e delle vite, dei lavoratori». Sul piano delle mobilitazioni, il 15 luglio l’Unione Sindacale di Base indice la giornata nazionale di lotta contro la manovra del Governo Berlusconi dettata dall’Unione Europea e contro l’accordo sottoscritto tra Confindustria e Cgil Cisl Uil e Ugl, che seppellisce la democrazia nei luoghi di lavoro ed il pluralismo sindacale. Nel Pubblico Impiego sarà sciopero generale, con astensione di due ore alla fine di ogni turno di lavoro.

Fabio Sebastiani
30/06/2011

Rivendico il diritto di contestare le idee e le proposte di Marco Biagi, senza, per questo, dovermi sentire nella meschina condizione cui vorrebbe relegarci Sacconi attraverso il suo macabro anatema

Superato l’art. 18, azzerata la precarietà?
Da alcuni mesi, mi ero imposto di evitare ulteriori commenti e valutazioni sul ddl 1481/09 (del senatore Ichino). Lo ritenevo un tema ampiamente e sufficientemente dibattuto e - dal punto di vista dell’interesse di tipo giornalistico - già, sostanzialmente, “archiviato”.

Non avevo previsto che esso potesse (prepotentemente) tornare “alle luci della ribalta” attraverso una lettera-aperta di Joseph Fremder, Segretario nazionale di un sindacato autonomo dei bancari e, soprattutto, grazie ad un dibattito su “Le vie d’uscita dalla precarietà” - presente nel numero in edicola di “Micromega” - tra Pietro Ichino, Stefano Fassina e Piergiovanni Alleva.

Premetto, però, di riprendere la discussione sulla taumaturgica formula del “Tutti a tempo indeterminato, nessuno inamovibile”, per due ordini di motivi.

L’uno, perché esplicitamente “chiamato in causa” dallo stesso Ichino; l’altro, perché stimolato dall’interessante “triangolare”.

Sul primo punto: il senatore Pd, nel controreplicare a una lettera aperta del Segretario nazionale della Falcri-Silcea - rispetto all’accusa secondo la quale la legge 30/03 avrebbe aumentato il precariato - afferma: “Anche Fioretti, un altro nemico giurato della legge Biagi, ha tentato di rispondere, ma col risultato di confermare analiticamente l’esattezza della mia affermazione; la legge Biagi non ha alcuna responsabilità nell’aumento del precariato nel nostro Paese”.

Naturalmente, anche se tale dichiarazione meriterebbe (per l’ennesima volta) di essere contestata nel merito, in quest’occasione eviterò di farlo. Avverto solo l’esigenza di rilevare che il confronto che si sviluppò tra di noi, nel novembre dello scorso anno - grazie all’ospitalità offertaci dal sito web di “Micromega” - fu, da parte mia, tutt’altro che “un tentativo di risposta”.

Rappresentò, piuttosto, l’analitica illustrazione, “punto per punto”, dei motivi che, ancora oggi, mi inducono a considerare il decreto legislativo 276/03 - e non la legge 30/03, “evocata” da Ichino quale legge “Biagi” - un vero e proprio “Supermarket delle tipologie contrattuali”.

Uno strumento attraverso il quale sono state rese più precarie alcune forme di rapporti di lavoro già esistenti (in particolare: somministrazione a tempo determinato, somministrazione di lavoro per soggetti svantaggiati e disabili, modalità di cessione di ramo d’azienda e part-time) e istituite nuove tipologie contrattuali, altrettanto precarie, (somministrazione a tempo indeterminato e contratto d’inserimento).

Anzi, a questo proposito, sarebbe auspicabile che il senatore Ichino si sforzasse di esplicitare con maggiori e migliori argomentazioni i motivi che, incredibilmente - nel corso del nostro contraddittorio - lo inducevano a sostenere: ”La norma sulla cessione di ramo d’azienda si colloca in tutt’altro capitolo” (rispetto all’aumento del precariato) e ”Quello del part-time è tema del tutto diverso da quello del lavoro precario”!

Queste sì che sono affermazioni tendenti a negare anche l’evidenza!

Allo scopo, rispetto al giudizio sulle conseguenze prodotte dalla 30/03 e dal 276/03, mi conforta rilevare di essere in numerosa e qualificata compagnia.

Tra gli altri, già nel 2006 (intervista a “Il Manifesto”, del 17 febbraio), Piergiovanni Alleva affermava: ”Vi sono, però, leggi non meno importanti dello Statuto, che la legge Maroni, o altri interventi legislativi del Centro-Destra, hanno stravolto, come la legge 230/62 sui contratti a termine e il Dlgs. 61/2000 sul part-time. O hanno abrogato, come la fondamentale legge 1369/1960 che fissava un principio base di ordine pubblico del lavoro”.

E ancora: ” Pietro Ichino ha presentato una tesi polemica, semplice, ma insidiosa”, secondo la quale la legge “Biagi” avrebbe cambiato poco o nulla in materia di precarietà e mercato del lavoro.

“E’ vero l’esatto contrario (sosteneva Alleva) e non si può concedere all’Autore neanche l’attenuante dell’insufficiente informazione. Si tratta, infatti, di un giurista specializzato, ben addentro al dibattito di politica del diritto”!

Inoltre - per rispetto nei confronti di Marco Biagi e per tentare di porre fine a un’inutile querelle - è opportuno evidenziare che, in effetti, è letteralmente sbagliato pretendere di difendere la legge “Biagi” dall’accusa di aver prodotto un aumento della precarietà!

Lo ritengo (testualmente) inesatto perché la 30/03 (sistematicamente richiamata quale legge “Biagi”), come noto, è una legge-delega e, in quanto tale, rappresentò soltanto un insieme di “linee d’indirizzo” cui il parlamento delegava il governo. Il tutto, a distanza di ben undici mesi dal vile attentato delle Br!

E’ quindi evidente che, se c’è da difendere un provvedimento di legge dall’accusa di aver prodotto un aumento della precarietà, si tratta - senza alcun dubbio - del decreto legislativo 276/03!

Decreto emanato a distanza di diciotto mesi dalla morte di Biagi!

Certo, questo non significa disconoscere a Marco Biagi la sostanziale “paternità” sui provvedimenti adottati dai governi di centrodestra in materia di lavoro; si tratta, piuttosto, del tentativo di rappresentare quanta strumentalizzazione politica sia sottesa all’uso indiscriminato del suo nome.

Infatti, anche se profondamente convinto che - dalle disposizioni previste dal 276/03 al recentissimo “Statuto dei lavori” - oggi siamo nella condizione di certificare la grande capacità mostrata dal Legislatore nazionale nel tradurre in norme di legge i principi illustrati da Biagi nel 2001 (attraverso il “Libro bianco”), ritengo che ogni volta che si (s)parla di precarietà, abbinare a essa - in una sorta di collegamento automatico - Marco Biagi, piuttosto che il ministro (all’epoca in carica) Maroni, rappresenti un’inutile e strumentale forzatura.

La sensazione, anzi, la (personale) certezza, è che si utilizzi il nome del giuslavorista bolognese per comunicare - urbi et orbi - che criticare i contenuti del Libro bianco, della 30/03 e, ancora di più, del decreto 276/03, corrisponda a offendere il ricordo e infangare la memoria di Marco Biagi.

Niente di più falso e strumentale.

Personalmente, rivendico il diritto di contestare le idee e le proposte di Marco Biagi, senza, per questo, dovermi sentire nella meschina condizione cui vorrebbe relegarci Sacconi attraverso il suo macabro anatema: ”Il nome di Marco Biagi peserà come una maledizione su coloro i quali volessero cancellarne l’opera o la memoria”! Quasi che, criticare, proporre di modificare o, addirittura, abrogare una legge (impropriamente e strumentalmente, evocata sempre come legge “Biagi”) possa corrispondere a un deicidio!

Duole, quindi, rilevare che siano ancora tanti coloro i quali si rendono (anche inconsapevolmente) partecipi di strumentalizzazioni dal carattere esclusivamente politico.

In questo senso, a onor del vero, lo stesso Ichino non è esente da critiche quando, nel replicare al segretario della Falcri-Silcea - per difendere la legge “Biagi” - lo invita a non ripetere “l’errore in cui è caduta la sinistra politica e sindacale in questi otto anni: quello di demonizzare una legge che non ha alcuna responsabilità nell’aumento del precariato nel nostro Paese. Anche perché sulla base di quell’errore si è sparso il sangue di una persona”.

Un “inciso”, quest’ultimo, assolutamente “gratuito” e fuori luogo. Impropriamente (e irresponsabilmente) teso - a mio parere - ad associare qualsiasi (legittima) posizione di dissenso all’atto di barbarie prodotto il 19 marzo del 2002! Così come, d’altra parte, aveva già (subdolamente) fatto Sacconi nei confronti di Cofferati.

Tra l’altro, al riguardo, sarebbe opportuno tenere presente che, nel nostro Paese, il riferimento alle leggi è sempre avvenuto attraverso il loro numero cronologico (rispetto all’anno di approvazione) e/o - in alternativa - richiamando il ministro o il “presentatore” di turno.

Senza andare troppo a ritroso, è sufficiente rilevare che ciò è stato fatto con la legge “Treu” (ministro del lavoro in carica), con la “Bossi-Fini” (idem), con la legge “Calderoli” (anche se, giustamente, meglio nota come legge “porcata”), con la riforma “Gelmini”, ecc.

Perché, quindi - per concludere su questo punto - insistere con la “Biagi”, se non per perpetrare l’uso distorto e strumentale che, del nome dello studioso spietatamente ucciso, è stato fatto dagli esponenti del centrodestra?

L’altro motivo, che m’induce a riprendere la discussione sulla proposta Ichino, è rappresentato da alcuni problemi “di merito” che il confronto ospitato da “Micromega” ha avuto il notevole pregio di (prepotentemente) riproporre.

Mi riferisco, in particolare, all’esigenza di operare una sorta di “ricapitolazione” della sostanza del problema: cosa è la precarietà, qual è la condizione di coloro che la vivono, l’ipotesi Ichino risolve il problema o, piuttosto, servirebbe qualcosa di diverso?

In questo senso, se le note (difficili e generalizzate) condizioni professionali e sociali denunciate da milioni di lavoratori - costretti (come iconograficamente ama rappresentarli Ichino) in regime di “apartheid” - offrono già un’esauriente risposta alle prime due domande, si può tranquillamente rappresentare che cosa significhi, in estrema sintesi, vivere una condizione di precarietà.

Una situazione lavorativa condizionata da un termine di scadenza (della stessa) già noto, o, comunque - anche se in assenza di un termine prefissato - dall’assoluta impossibilità di un minimo di garanzia circa la (pur minima e/o eventuale) continuità della prestazione professionale offerta!

Senza dimenticare che - in virtù della tipologia contrattuale “scelta” dal datore di lavoro - ci si può trovare anche di fronte ad “aggravanti” di notevole entità (senza diritto a ferie retribuite, alla tutela della malattia, a una previdenza “sufficiente”, ecc.).

E’, quindi, evidente che la condizione di precarietà lavorativa - tanto quella vissuta dalla stragrande maggioranza degli “atipici”, quanto quella di molti subordinati “non standard” (a tempo pieno e indeterminato) - finisce per accompagnarsi a una situazione di altrettanta “instabilità” familiare e sociale.

In un contesto di questo tipo, la soluzione può - oggettivamente - essere rappresentata dalla formula del: ”Tutti a tempo indeterminato, nessuno inamovibile”, tanto cara al senatore Pd?

Altrimenti detto: fermo restando che l’ipotesi Ichino continuerebbe a non garantire nulla circa la continuità temporale dei rapporti di lavoro - anzi, per i pochi che avrebbero potuto goderne, verrebbero meno le garanzie (attualmente) offerte dall’art. 18 dello Statuto - è credibile che i guasti prodotti dalla precarietà siano miracolosamente risolti grazie all’istituzione di un indennizzo economico e di un sostegno “alla danese”, in caso di licenziamento?

O, piuttosto - come sosteneva Eugenio Scalfari già nel 2006 - si tratta di una costruzione ideologica? Grazie alla quale “Questo tipo di riforme in realtà rendono impossibile il riformismo, accentuano il conflitto sociale e politico, si configurano infine come vere e proprie controriforme condotte all’insegna dell’antipolitica e di opzioni di natura tecnocratica” (in “La terapia che vuole dissolvere la sinistra”, La Repubblica, 18.01.2006)?

Tra l’altro, a proposito di protezione “alla danese” - o a livello di qualunque altro paese europeo (spesso richiamati dal senatore Pd) - in ossequio a quell’onestà intellettuale cui, sovente, lo stesso invita i propri interlocutori, sarebbe opportuno che Ichino, nel “reclamizzare” - soprattutto presso i giovani - il suo progetto, alternativo alla situazione presente nel nostro mercato del lavoro, riportasse anche due elementi di non trascurabile importanza.

Il primo, costituito dal fatto che, contrariamente a quanto si è (per tanto tempo) cercato di far credere agli italiani, l’ultimo “Rapporto sull’occupazione in Europa” rileva che il “grado di rigidità normativa” - che regola i rapporti di lavoro - è, in Italia, più basso di quello presente in molti dei paesi europei più avanzati.

Il secondo elemento - anch’esso indispensabile, ai fini di una corretta informazione - è rappresentato dalla non irrilevante circostanza che, negli altri paesi dell’UE a 27, non esiste nulla di paragonabile al “gran bazar” delle tipologie contrattuali presenti in Italia!

Quindi, se è vero (perché “certificato”) che - nonostante la presenza, nel nostro ordinamento, della tutela prevista dalla (vituperata) “giusta causa” - il grado di rigidità normativa presente in Italia è inferiore a quello di molti altri paesi europei, diventano stucchevoli le ricorrenti accuse, mosse all’art. 18 dello Statuto, rispetto al “nanismo” delle imprese e, addirittura, al “freno” nei confronti dell’occupazione.

Tra l’altro, rispetto al tema dell’incremento o meno dell’occupazione, è interessante rilevare che - di là dai proclami governativi che hanno contrassegnato gli anni successivi all’entrata in vigore del 276/03, secondo i quali in Italia l’incremento dell’occupazione aveva superato il milione e mezzo di unità - dall’ultimo trimestre 2003 al corrispondente trimestre del 2007, prima che la grande crisi economica e finanziaria sconvolgesse l’Europa, nel nostro Paese il “Padre di tutti i decreti” aveva prodotto un incremento dell’occupazione pari ad appena 864 mila unità!

Con un tasso di disoccupazione solo “formalmente” calato dell’1,7 per cento, perché, in effetti, determinato da circa 400 mila soggetti che, “scoraggiati”, avevano abbandonato la ricerca attiva di un’occupazione. Senza contare che al 1° gennaio 2004, secondo i dati Istat: ” Con la legge 189/02, per l’emersione del lavoro irregolare prestato da cittadini extracomunitari presso le famiglie, è stata sanata la posizione di 316.489 immigrati; mentre con la legge 222/02 le imprese hanno ufficializzato la presenza di 330.340 immigrati che lavoravano in nero”!

In realtà, il motivo grazie al quale, negli altri paesi europei - anche in quelli evocati da Ichino - non esistono lavoratori di serie A e di serie B, non è (certamente) rappresentato dall’assenza di una norma corrispondente al nostro (ormai) famigerato art. 18, quanto, piuttosto, da scelte di politiche del lavoro nettamente diverse da quelle adottate - in particolare negli ultimi dieci anni - in Italia.

Prima, tra tutte, l’illusione che le (fallimentari) politiche neo-liberiste - realizzate dai governi di centrodestra, in tema di lavoro - potessero (genericamente) limitarsi ad assecondare il mitico “mercato”, offrendo ai datori di lavoro le più ampie possibilità di scelta delle modalità attraverso le quali chiedere ai lavoratori di offrire la propria prestazione lavorativa. Da qui, l’incomprensibile proliferazione (unica in Europa) delle tipologie contrattuali attualmente disponibili nel nostro Paese.

Personalmente - considerata la situazione realizzatasi - continuo a essere convinto che: anche se la disponibilità di nuove (generalizzate e più “generose”) forme di “ammortizzatori sociali” - di natura economica e di supporto per l’accompagnamento a un’altra occupazione - sarebbe opportuna e graditissima, al fine di superare senza eccessivi affanni eventuali periodi di “vacanza occupazionale”, ciò non concorrerebbe minimamente a risolvere la condizione di precarietà nella quale, quasi sicuramente, ciascun lavoratore ricadrebbe una volta concluso il periodo di sostegno.

A tal fine, per evitare il pur minimo rischio di esprimere “certezze” e per tentare di rendere “visibili” le condizioni oggettive di coloro i quali Ichino - giustamente - definisce “lavoratori di serie B”, è (evidentemente) opportuno porsi qualche domanda. Soprattutto allo scopo di “smascherare” i tanti taumaturghi che accorrono al capezzale dei “precari” dopo aver ampiamente condiviso, sostenuto, difeso ed esaltato tutti i provvedimenti di legge che hanno concorso a determinare tali (sofferte) condizioni lavorative e professionali.

Quindi, ipotizzando di operare in una condizione di proposta Ichino “a regime”:

a) quanti potrebbero (impunemente) sostenere che un qualsiasi lavoratore (impegnato, già da alcuni anni, presso un call-center, con un falso - perché in regime di sostanziale “subordinazione” - contratto di lavoro “a progetto”) vedrebbe, miracolosamente e definitivamente, ridotto l’indice di precarietà del proprio rapporto di lavoro solo in virtù del fatto che, licenziato anche senza giusta causa, avrebbe titolo a un indennizzo economico, salvo, poi, ricadere di nuovo nell’identica condizione di precarietà?

b) chi sarebbe in condizione di garantire a un precario “pubblico” (medico, ricercatore, professore, pompiere, ecc), in regime di collaborazione coordinata e continuativa già da diversi anni (situazione diffusamente attuale) - per coprire, tra l’altro, veri e propri “vuoti” di organico - che la sua condizione di precario sarebbe (magicamente) superata?

c) chi potrebbe, tranquillamente, indurre un lavoratore (reiteratamente) “a tempo determinato” a non considerarsi più un precario, solo perché, se licenziato (anche senza giusta causa), titolare di un indennizzo economico? Soprattutto se lo stesso sarà stato (adeguatamente e correttamente) informato del - non insignificante - particolare che il suo rapporto a termine potrà avere, presso lo stesso datore di lavoro, una durata di ben sei anni; salvo poi, essere assunto - con la stessa o diversa tipologia contrattuale - da un altro datore di lavoro e “ricominciare il giro”?

d) chi non proverebbe (almeno) un attimo di titubanza e/o smarrimento di fronte alla concreta ipotesi che un qualsiasi lavoratore possa ritrovarsi nella non invidiabile condizione di essere vittima di un licenziamento non “collettivo”, non individuale “per motivi oggettivi”, “per motivi disciplinari” o “per motivi discriminatori” - ben più ardui da dimostrare, di quanto tenti di far credere Ichino - ma, semplicemente perché, il datore di lavoro, senza che il giudice possa contestarne l’illegittimità, abbia ritenuto di assegnargli una (falsa) motivazione di carattere economico od organizzativo?

E’, quindi, credibile che un contratto a tempo “indeterminato” (alla Ichino), unilateralmente risolvibile dal datore di lavoro in qualsiasi momento della sua vigenza, sia, in concreto, qualcosa di diverso - in termini di precarietà - da un qualsiasi rapporto di lavoro a termine “a scadenza variabile”?

Se, come personalmente immagino e auspico, già queste prime domande dovessero trovare risposte univoche, è pensabile che Ichino non avverta il peso dell’enorme responsabilità - morale, oltre che politica - che si accolla nell’alimentare una vera e propria “guerra tra poveri”, quando fa intravedere nella vigenza dell’art. 18 l’unico impedimento al superamento di quello che lui definisce “il dualismo del mercato del lavoro”?

Se è vero - come lo stesso denuncia - che “Esistono interi comparti dell’economia italiana nei quali non si assume in forma regolare”, che “Questa è una situazione di grave e diffusa illegalità, che andrebbe corretta applicando la legge come si deve” e, ancora, che “In una vasta zona del nostro tessuto produttivo il diritto al lavoro non c’è più”, perché proporre (molto semplicisticamente, a mio parere) di “arrendersi all’evidenza”?

Di fronte ad una situazione di diffusa e palese violazione delle norme - determinata anche da una legislazione per lo meno molto “permissiva” (per usare un eufemismo) - che senso ha procedere con ulteriori “deregolamentazioni”, piuttosto che pretendere l’irrinunciabile rispetto della legalità?



In estrema sintesi, posto che l’obiettivo indicato da Ichino - il superamento della condizione di apartheid nella quale versano i lavoratori da lui definiti “non garantiti”, rispetto a coloro i quali, invece, sono tutelati dall’art. 18 dello Statuto - è certamente condivisibile, perché, pur in presenza di una legittima quota di flessibilità “numerica” (oltre che “funzionale”), non mettere in campo tutti gli strumenti possibili (normativi, ispettivi, incentivanti, repressivi, dissuasivi, ecc) per impedire la proliferazione e, soprattutto, l’improprio (e reiterato) ricorso alle (troppe) tipologie contrattuali attualmente disponibili?

In questo senso, considerato che il senatore Pd afferma la verità quando sostiene che la maggioranza dei circa 900 mila lavoratori che hanno perso il posto di lavoro nel corso della grande crisi degli ultimi due anni sono quasi tutti collocati nell’area dei lavori di “serie B”, perché non “fare della coerenza virtù” e riconoscere che sono le modalità attraverso le quali, da alcuni anni a questa parte, si accede - di norma - al lavoro, a determinare l’incontrovertibile carattere della “cattiva occupazione”?

Tra l’altro, rispetto ai lavoratori di “serie A”, è solo il caso di rilevare che la c.d. “garanzia” - della quale, teoricamente, godrebbero i lavoratori tutelati dall’art. 18 dello Statuto - è tale solo sulla carta!

Le conseguenze della recente crisi economica, patite dai lavoratori “garantiti”, dimostrano - senza tema di smentite - che nessun lavoratore italiano è nell’oggettiva condizione di considerarsi tale.

Tra l’altro, sono convinto che Ichino ricorra ad una forzatura e commetta un errore di grande sottovalutazione (e semplificazione) del fenomeno quando afferma: “E’ la possibilità di non applicare la normativa in materia di licenziamento che costituisce un potente incentivo economico a ricorrere alla simulazione della collaborazione autonoma o comunque alla forma del lavoro precario da parte delle imprese”.

Personalmente, sono dell’avviso che i motivi siano almeno tre:

a) un indubbio beneficio economico, costituito dai minori costi (retributivi e contributivi);

b) un altrettanto consistente vantaggio di tipo “normativo”, rappresentato da: ferie non pagate, malattia non riconosciuta, modalità di “recesso”, ecc;

c) uno stato di “soggezione permanente” e di sostanziale “condizionamento” del lavoratore.

Senza, peraltro, dimenticare che, nel nostro Paese, oltre il 95 per cento delle imprese occupano meno di dieci dipendenti, con quasi il 50 per cento degli addetti totali. Se si considera, inoltre, che le piccole imprese (fino a 49 addetti) impiegano un ulteriore 21 per cento degli addetti, appare chiaro che l’area di applicazione dell’art. 18 non è poi così rilevante.

In più - e chiudo sul punto - sarebbe interessante (e istruttivo) se il senatore Pd, all’illustrazione delle catastrofiche conseguenze prodotte (alle imprese) dall’applicazione dell’art. 18, facesse seguire anche la puntuale e precisa indicazione del numero delle “reintegre” effettive disposte dai giudici italiani.

Certo, la condizione di diffusa precarietà che caratterizza la stragrande maggioranza dei nuovi rapporti di lavoro - e non solo quelli che coinvolgono i figli, anche quelli che riguardano molti padri - rappresenta un fardello molto gravoso che, però, a mio avviso, non si attenua né si riduce significativamente privando tutti i nuovi assunti della tutela dell’art. 18.

Così come non concorre a risolverlo la sterile (e, spesso, strumentale) contrapposizione tra giovani e vecchie generazioni di lavoratori.

Né concorre a “derubricare” il danno - arrecabile a tutti i futuri lavoratori, privati dell’art. 18 - la previsione della riconferma dell’illegittimità del licenziamento discriminatorio (come già anticipato, sempre estremamente difficile da dimostrare).

Anzi, a questo proposito, ritengo addirittura offensivo che - nella risposta al Segretario nazionale della Falcri-Silcea - il senatore Pd affermi di non considerare “In alcun modo coinvolte la dignità e la libertà del lavoratore in un licenziamento di natura economica o organizzativa, dove è invece essenziale proteggere la sicurezza economica e professionale del lavoratore”.

Personalmente, indifferente agli interessi di tipo “aziendalistico”, che sottacciono all’idea di (sostanziale) liberalizzazione del licenziamento, continuo, piuttosto, a sostenere che l’ipotesi di consentire un licenziamento senza “giusta causa” - per motivi di carattere “economico od organizzativo”, aggiuntivi a quelli (legittimamente previsti e ampiamente utilizzati) di carattere collettivo o individuale, per ragioni “oggettive” - rappresenta (ancora e sempre) una grave offesa alla dignità dei lavoratori. Che non sarà mai adeguatamente (e sufficientemente) quantificabile in termini meramente economici!

In definitiva, reputo che la soluzione al problema della precarietà non abbia nulla a che vedere con l’ abrogazione dell’art. 18 della legge 300/70 e - pur senza ripetere tutti i motivi che mi fanno ritenere il ddl 1481/09 non condivisibile - temo che lo stesso - per i circa nove milioni di lavoratori che Ichino definisce di “serie B” - rappresenti, in sostanza, un vero e proprio “specchietto per le allodole”. Nonché il più classico dei “cavalli di Troia”, per quel che (oggi) resta del Diritto del lavoro italiano.

Esso, infatti, seppur presentato nell’accattivante veste di epocale “Riforma del diritto del lavoro”, finalmente “traducibile in inglese”, come (ossessivamente) ama ripetere l’autore - tende, a mio parere, a produrre la sostanziale “stabilizzazione della precarietà” e, contemporaneamente, realizzare il sogno di generazioni d’imprenditori: il definitivo superamento dell’art. 18 della legge 300/70.

Questa volta, addirittura, attraverso il consenso di milioni di lavoratori (precari)!
Renato Fioretti
Collaboratore redazionale di Lavoro e Salute
Articolo già pubblicato, il 22 giugno, sul sito web di “Micromega”

29 giugno 2011

La firma a questo accordo da parte della Cgil va ritirata e dobbiamo tutti mobilitarci per ottenere questo risultato

CONTRATTI: CREMASCHI, CAMUSSO SI DIMETTA E CGIL RITIRI FIRMA

«L'accordo sottoscritto anche dalla Cgil è un accordo liberticida, che viola le libertà sindacali e contrattuali dei lavoratori e che apre la via allo smantellamento del contratto nazionale». Giorgio Cremaschi, leader della 'Cgil che vogliamo' attacca duramente la decisione del sindacato di Corso d'Italia, che ieri sera ha firmato l'intesa sui contratti, e aggiunge: «ritengo che la segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso, debba dimettersi, per aver mancato ai suoi doveri di rappresentanza dell'organizzazione. La firma a questo accordo da parte della Cgil va ritirata e dobbiamo tutti mobilitarci per ottenere questo risultato». Nel merito, l'accordo prevede «la più ampia derogabilità al contratto nazionale, ipocritamente chiamata "intese modificative". Inoltre stabilisce un mostruoso principio per cui se la maggioranza delle Rsu approva un accordo, la minoranza non si può opporre, naturalmente senza che i lavoratori abbiano mai votato. Lo stesso naturalmente vale per il contratto nazionale». Quest'accordo «accoglie le richieste della Fiat sulla limitazione del diritto di sciopero e sull'obbligo di applicare gli accordi peggiorativi senza contestazioni sindacali. Se fosse stato in vigore un anno fa la Fiom non avrebbe potuto opporsi agli accordi di Pomigliano e agli altri accordi Fiat». Ancora, sostiene Cremaschi, «giustamente Tremonti e Sacconi esaltano questo accordo, perchè corrisponde totalmente alle loro scelte e alla loro filosofia economica e sociale. Per la Cgil è un cedimento gravissimo, che viola lo spirito e le norme dello Statuto».
 
(Sec/Ct/Adnkronos)

Il coordinatore de «La Cgil che vogliamo» boccia senza appello metodo e merito dell'accordo con Cisl, Uil e Confindustria sulla rappresentanza e i contratti. L'«avviso comune» cancella il diritto di voto dei lavoratori

Intervista a Rinaldini: «È il suicidio del sindacato»

Gianni Rinaldini:«Lunare e imbarazzante». Per Gianni Rinaldini, 8 anni da segretario generale della Fiom, ora coordinatore dell'area «La Cgil che vogliamo» e membro del Direttivo nazionale di Corso Italia, la discussione che va avanti tra Confindustria e i sindacati è fotografata da questi due aggettivi. Che valgono però anche per il dibattito interno alla Cgil.

Sembra abbiano firmato l'accordo...

È la conferma delle voci che dicevano che il testo c'era già. Non è credibile che, in una trattativa così complicata, abbiano fatto tutto nel giro di poche ore.
Si apre un problema nella Cgil?

Non è stato presentato nessun testo scritto. Al tavolo non c'era neppure una «delegazione trattante». Han fatto tutto in due o tre della segreteria. Una roba inaccettabile nella vita interna della Cgil. Non c'è stato nemmeno un «ufficio» ad affiancare, come si fa di solito, con i segretari di categoria. Nei miei ricordi, trattative così delicate e importanti vedevano la Direzione della Cgil (ora non c'è più) convocata in seduta permanente e in continuo contatto con la delegazione al tavolo. Viene siglato o firmato un accordo assolutamente misterioso per i segretari generali di categoria e il coordinatore di un'area nazionale della Cgil. Di fatto il Direttivo sarà messo nelle condizioni votare una sorta di «fiducia» alla segretaria. Sì, esiste ormai un problema di democrazia nella vita interna della Cgil.
Non si è discusso abbastanza?

Con il meccanismo sviluppatosi purtroppo negli ultimi anni, ogni votazione del comitato direttivo si configura alla fine come un voto di fiducia sul segretario generale. Pensando in questo modo di annullare l'articolazione del dibattito esistente. Stavolta non mi sorprenderei che qualcuno, rientrato recentemente in Cgil come coordinatore della segreteria del segretario generale, dopo aver svolto a lungo ruoli amministrativi (Gaetano Sateriale, ndr), abbia in questi giorni lavorato alla definizione del testo.
Cosa sai sul merito dell'accordo?

E' riassumibile in un aspetto centrale decisivo, da cui discende tutto il resto: lavoratori e lavoratrici non sono chiamati a votare le piattaforme e gli accordi che li riguardano. Il meccanismo individuato prevede che attraverso la «certificazione» (un mix tra iscritti e voti alle rsu) le organizzazioni che superano il «50%+1» possono fare accordi che diventano immediatamente esecutivi. Questo è devastante. Perché nega la democrazia, che assieme al conflitto è l'unico strumento a disposizione dei lavoratori per intervenire sulla propria condizione. E inquina fortemente gli stessi tavoli di trattativa, perché quando ci si parla tra soggetti sociali espressione di interessi diversi, non si è in un club di amici. È prevedibile che si darà vita a un mercato del tesseramento, teso a favorire le organizzazioni più disponibili a certi accordi. Non mi sorprenderebbe che arrivassero pacchi di iscritti a questa o quell'organizzazione. Sta nelle cose.

Qual'è il punto di principio?

Non sottoporsi al voto e al giudizio dei lavoratori vuol dire affermare il concetto che i contratti sono proprietà delle organizzazioni sindacali, e non fanno capo all'espressione della volontà dei soggetti interessati. Non era mai avvenuto che la Cgil istituzionalizzasse in un accordo che questi sono validi senza il pronunciamento dei lavoratori. Tutt'al più, in questi anni, si è discusso sulle forme della consultazione. Faccio presente che gli accordi separati dei metalmeccanici, nel 2001 e 2003, avvennero proprio sul referendum tra i lavoratori a fronte di posizioni diverse. In ambedue i casi, Fiom e Cgil decisero congiuntamente.
Che fine fanno le rsu?

A livello aziendale, lì dove ci sono le rsu, queste decidono senza il voto dei lavoratori; dove ci sono le rsa, i lavoratori possono votare il loro contratto. Inoltre, sulle deroghe, c'è una questione che non ho capito o che è inaccettabile: invece di «deroghe» di parla di «adattabilità» a livello aziendale. È anche peggio delle «deroghe definite».
E sul diritto di sciopero?

Anche qui. o non ho capito bene oppure è inaccettabile: si parla genericamente di possibilità di una «tregua», che in termini sindacali non può che voler dire tregua sugli scioperi. La clausola della Fiat, insomma. Ma la Cgil non ha mai firmato limiti all'esercizio del diritto di sciopero. E mi domando: se si accettano questi criteri in una trattativa con le aziende private, non credo si possano affermare cose diverse nel corso di una trattativa interconfederale col governo. Penso che questa operazione sia il suicidio della Cgil.
Ma perché la Cgil si va a suicidare?

Non vorrei che fosse per le cosiddette «ragioni politiche»... Una divisione sindacale può creare problemi a partiti che in tutti questi anni si sono limitati a dire «fate l'unità», per evitare di pronunciarsi sul merito. Poi c'è l'idea folle per cui, in questo modo, si creerebbe un rapporto «dinamico» nei confronti del governo «tra le forze sociali», con Confindustria. E questo alla vigilia di una manovra economica in cui il contributo di Confindustria è chiedere sia ancora più pesante nei confronti di lavoratori e pensionati...
In queste condizioni, com'è possibile fare opposizione al la manovra?

La Cgil non potrà che decidere le necessarie iniziative di lotta contro la manovra. Sarà difficile spiegare che un accordo che annulla la democrazia dei lavoratori sia un elemento che rafforza le iniziative contro il governo.

Se la democrazia sta così, anche in Cgil, come si cambiano le cose?

Siamo di fronte a una questione enorme. Abbiamo già convocato l'assemblea dell'area congressuale per il 13 luglio (dopo il Direttivo dell'11- 12), lì decideremo le iniziative conseguenti. È incredibile, con quello che è successo in altri paesi europei e in Italia - il voto di amministrative e referendum, il crescere di forti movimenti fondati sulla richiesta di partecipazione e democrazia - la Cgil non trovi di meglio che negare a chi lavora un diritto democratico fondamentale. Con l'evidente rischio di complicare tutti i rapporti con tutti i movimenti che ci sono nel paese, a partire da studenti, precari, diverse forme di autorganizzazione e inziative. Ed è ora di dire che il «patto di stabilità» europeo va assolutamente cambiato.
In quale direzione?

Questo è un patto tutto finalizzato alla stabilità monetaria, senza alcuna politica: sociale, sull'ambiente, sull'armonizzazione fiscale. Niente. Alla fine l'Europa si presenta solo con la faccia dei vincoli monetari.

Rocco Di Michele
29/06/2011
http://www.ilmanifesto.it/

Il grosso dei 47 miliardi ricadrà negli anni 2013 e 2014, cioè dopo le elezioni politiche e probabilmente con un altro governo, di centrosinistra

PACCO, DOPPIO PACCO E CONTROPACCOTTO. ECCO A VOI LA MANOVRA DA 47 MILIARDI
Cari lettori sta accadendo quello che si temeva. La manovra 'lacrime e sangue', il super 'pacco' pre-estivo da 47 miliardi, è pronta. A pagare l'alto prezzo chiesto dallo scellerato patto europeo, firmato da Tremonti e Berlusconi, saranno come al solito i milioni di cittadini che la crisi l'hanno solo subita e non certo causata. Viene reintrodotto il ticket sanitario, aumenterà l'età pensionabile delle donne anche nel privato, blocco turnover p.a. Ma il bello è che il grosso dei 47 miliardi ricadrà negli anni 2013 e 2014, cioè dopo le elezioni politiche e probabilmente con un altro governo, di centrosinistra, che vorremmo sapere sin da subito cosa farà. Parlerà di responsabilità e sacrifici da fare o inizierà a redistribuire la ricchezza? Su questo tema gli esempi nel resto d'europa sono preoccupanti, basti pensare alla Grecia o alla Spagna o al Portogallo. E' l'ora dell'indignazione e della lotta, facciamo nostra la scritta apparsa sullo striscione dispiegato ieri sull'Acropoli di Atene: "Il popolo ha il potere e non si arrenderà mai".


28/06/2011

Il menu' delle misure e' ancora suscettibile di modifiche ma l'ossatura della manovra che - secondo le ultime indiscrezioni - si aggira sui 47 miliardi (di cui 1,8 mld nel 2011, 5,5 mld nel 2012 e i restanti spalmati tra il 2013 e 2014) e' ormai delineata. Ancora da sciogliere il 'nodo' pensioni: la bozza del provvedimento prevede il graduale aumento dell'eta' pensionabile delle donne a 65 anni ma l'intervento e' stato smentito dal Ministro del Welfare, Maurizio Sacconi. Tra le novita' che approderanno al Consiglio dei Ministri di giovedi', lo stop alla rivalutazione automatica delle pensioni piu' alte e la riduzione delle pensioni di reversibilita' per frenare i matrimoni d'interesse tra badanti e pensionati. Ecco le principali misure previste dalla bozza.

- PENSIONI: aumento progressivo dell'eta' pensionabile delle donne, sia del settore pubblico che del privato, fino a 65 anni a partire dal 1 gennaio 2012. Il requisito anagrafico di 60 anni per l'accesso alla pensione di vecchiaia e' aumentato di un anno dal 2012. E' previsto un altro aumento di un anno dal primo gennaio 2014 e di un ulteriore anno per ogni biennio successivo fino al raggiungimento dei 65 anni.

- STOP RIVALUTAZIONE AUTOMATICA PENSIONI PIU' ALTE: la misura si applica per il biennio 2012-2013 ai trattamenti pensionistici superiori a cinque volte il trattamento minimo Inps mentre per quelli compresi tra tre e cinque volte il minimo la rivalutazione automatica e' del 45%.

- BLOCCO TURNOVER P.A.: prorogato di un anno il blocco del turn over nel pubblico impiego a eccezione dei corpi di polizia, del corpo nazionale dei vigili del fuoco, delle agenzie fiscali e degli enti pubblici non economici.

- CONGELATI AUMENTI STIPENDI STATALI FINO 2014: proroga fino al 2014 del congelamento degli aumenti contrattuali del personale delle pubbliche amministrazioni.

- SANITA': torna il ticket sanitario a partire dal 2012, 10 euro per la specialistica ambulatoriale e 25 euro per i codici bianchi di Pronto Soccorso.

- NORMA ANTI-TRUFFA BADANTE: per dare un freno ai matrimoni di interesse tra badanti e pensionati, dal primo gennaio 2012 la pensione di reversibilita' e' ridotta del 10% nel caso in cui il matrimonio con il pensionato sia stato contratto a eta' superiore ai 60 anni e la differenza di eta' tra i coniugi sia superiore ai 20 anni.

- PROROGA MISSIONI INTERNAZIONALI: dal 1 luglio 2011 e fino al 31 dicembre 2011 per la proroga delle missioni internazionali verrano stanziati 700 milioni di euro.

- LIBERO ACCESSO A PROFESSIONI: saltano le restrizioni "indebite" per l'accesso e per l'esercizio delle professioni, tranne che per ingegneri, avvocati, notai, farmacisti e autotrasportatori.

- RICORSI: sara' necessario versare un contributo, fino a 1.500 euro, per i ricorsi davanti alle commissioni tributarie provinciali e regionali.

fonte: AGI - Roma, 28 giugno 2011

27 giugno 2011

Nei fatti viene chiusa la stagione dei movimenti e della democrazia partecipata. Si dice sì all'aziendalismo, al salario legato alla produttività e ai sacrifici

Contratti e rappresentanza, la Cgil svolta a destra. E dentro Corso Italia è scontro
Mentre in Italia spira un vento politico nuovo, la Cgil svolta a destra. Domani il maggiore sindacato italiano tornerà a sedersi al tavolo con Confindustria, Cisl e Uil pronto a firmare l'accordo su esigibilità dei contratti e rappresentanza sindacale. Ipotesi su cui la segretaria generale Susanna Camusso ha chiesto oggi al proprio direttivo il mandato a chiudere il negoziato, ma che è stata bocciata con toni durissimi dagli esponenti de “la Cgil che vogliamo",
l'area di sinistra dell'organizzazione, che ora annunciano battaglia dentro Corso Italia e nel paese. Secondo quanto trapela, il testo dell'accordo che si profila sarebbe persino peggiore di quello interconfederale del 2008, da cui  pure il negoziato era partito. In primo luogo, perché un accordo sia considerato valido è sufficiente che sia stato siglato dalle organizzazioni che, insieme o da sole, raccolgono il 50% più uno della rappresentanza, misurata in base alla media tra il numero degli iscritti e i voti ottenuti nelle elezioni delle Rsu. In questo caso il voto dei lavoratori non verrebbe preso nemmeno in considerazione. I lavoratori avrebbero il diritto di pronunciarsi solo nelle aziende dove ci sono le Rsa, vale a dire i rappresentanti dei lavoratori non eletti ma nominati direttamente dai sindacati
di appartenenza. Non solo: nell'accordo sarebbero previsti altri due punti delicatissimi, la tregua sugli scioperi e la possibilità di deroghe al contratto nazionale, anche se il termine usato è stato “adattabilità" dei contratti nazionali alle situazioni aziendali. Gianni Rinaldini, ex segretario generale della Fiom e uno dei leader de “La Cgil che vogliamo", scuote la testa: «La Cgil - denuncia - non ha mai siglato accordi confederali che non prevedono il voto dei lavoratori. Si è sempre discusso sulla modalità di consultazione, se per alzata di mano in assemblea o con referendum a scrutinio segreto, come è previsto nella proposta di legge presentata dalla Fiom. Ma qui non c'è né l'uno né l'altro. Non c'è niente». Tra gli interventi contrari all'accordo con Confindustria registrati nel corso del direttivo Cgil, si segnalano quelli di Carlo Podda e del segretario generale della Fiom Maurizio Landini. Giorgio Cremaschi ha espresso un no «politico e di merito». Con la firma di questo accordo da parte della Cgil, «nei fatti - accusa Cremaschi - viene chiusa la stagione dei movimenti e della democrazia partecipata. Si dice sì all'aziendalismo, al salario legato alla produttività e ai sacrifici. Per questo mi opporrò con tutte le mie forze dentro la Cgil e nel paese»

Roberto Farneti
in data:27/06/2011

21 giugno 2011

Intervista a Thomas Sommer, tra i coordinatori del progetto "Vele al vento, verso Gaza"

La Freedom Flotilla pronta a partire
Questione di pochi giorni ormai. Anche se probabilmente molti tra coloro che prenderanno il mare alla volta di Gaza a bordo di una delle navi della Freedom Flotilla, stanno già contando le ore. ''Finalmente siamo pronti a partire'', dice da Atene Thomas Sommer, attivista e scrittore francese, tra i coordinatori del convoglio umanitario intitolato alla memoria di Vittorio Arrigoni.

Un anno fa la mattanza a bordo della Mavi Marmara. L'assalto delle squadre speciali dell'esercito israeliano si concluse con la morte di nove attivisti. Un massacro. Oggi il traghetto turco torna ad essere sotto i riflettori a una settimana o poco più dalla partenza: ''Purtroppo - continua Sommer - le notizie che ci arrivano da Istanbul non ci fanno ben sperare, la possibilità che la Mavi Marmara rinunci a salpare è concreta, anche se l'ultima parola non è ancora detta. In mezzo 13 mesi di lavoro frenetico, di contatti e viaggi, veri e virtuali, in giro per il Mediterraneo e anche oltre. Mesi carichi di tensioni e paure in cui gioia e soddisfazioni si alternavano a frustrazioni e rabbia: una strada comunque sempre in salita''.

Poteva essere diversamente?

Purtroppo no. Basti pensare che la prima riunione formale sulla Flotilla 2011 avvenne nel carcere israeliano di Beer Sheva all'indomani della strage sulla Mavi Marmara. La questione palestinese era e resta un tabu per la politica occidentale e Gaza è un buco nero dentro un buco nero.

Quando avete avuto capito che la Freedom Flotilla sarebbe ripartita?

Io personalmente appena uscito dal carcere. All'improvviso mi sono reso conto di quanta gente fosse dalla nostra parte. Ero sorpreso. Per la prima volta il muro di omertà che da sempre cela i crimini israeliani si era crepato. Una breccia era stata aperta. Allora ho capito che quel muro con un po' di dedizione si poteva abbattere...

Quali sono le principali differenze tra le due esperienze?

La Flotilla è cresciuta. È aumentata la mole di lavoro. Più persone coinvolte, più cose da fare. Anche se fondamentalmente ciò che è davvero cambiato è stato l'approccio della gente comune verso la Flotilla. Ci siamo impegnati fin dall'estate scorsa a scendere per le strade e a bussare porte e finistre. Di conseguenza i politici e i media si sono svegliati. In Francia per esempio abbiamo più di 400 amministratori e rappresentanti eletti, dal piccolo comune al parlamento europeo, che hanno aderito ufficialmente offrendoci supporto mediatico, economico e logistico. E anche se in gran parte parliamo di partiti e movimenti di sinistra non sono mancati felici eccezioni in forza alla destra repubblicana. E poi come detto siamo diventati grandi: siamo passati da 6 a 14 coordinamenti nazionali. L'anno scorso eravamo 700, quest'anno siamo più del doppio. Solo in Francia siamo riusciti a raccogliere quasi 600 mila euro grazie soprattutto alla gente normale che ha contribuito con 5 o 10 euro...

L'ostacolo che sembrava insormontabile?

Ho l'imbarazzo della scelta. Sicuramente quello che ha fatto e che fa tuttora più male sono le campagne subdole, meschine e ipocrite che ci dipingono come violenti e strumentalizzati e che ignorano e fanno di tutto per nascondere quella che è la vera missione della Freedom Flotilla. A questo bisogna aggiungere anche le pressioni internazionali, veri e propri ricatti, che alcuni paesi terzi stanno esercitando verso i governi più esposti come la Turchia. Per parlar chiaro se la Mavi Marmara non dovesse unirsi alla Flotilla non sarà sicuramente una scelta libera.

Quali sono invece i vosti rapporti con le autorità Palestinesi, sia a Gaza che a Ramallah?

Non abbiamo alcun rapporto ufficiale né con l'Autorità Palestinese né con con il governo di Hamas a Gaza, ma entrambi in più occasioni hanno espresso apprezzamento e gratitudine per quello che stiamo facendo. Ovviamente per poter, in linea teorica, attraccare nel porto di Gaza dovremmo ottenere un'autorizzazione formale da parte delle autorità locali, ma ci hanno assicurato che questo non sarà un problema. Quello che più mi preme di sottolineare è piuttosto l'incredibile supporto che ci arriva giorno dopo giorno dalla popolazione palestinese sia a Gaza sia nei Territori. Un coinvolgimento profondo e concreto visto che sono proprio in base alle esigenze dei comuni cittadini che abbiamo deciso cosa caricare sui cargo destinati a Gaza.


di Karim Fael

20/06/2011

Società finanziarie, hedge fund e istituzioni. Sono loro l'anello tra il land grabbing e la speculazione che ha innescato la spirale inflazionistica dei prodotti alimentari

Africa, terra, cibo e borsa. Gli intrecci pericolosi
Gli autori della speculazione che hanno portato allo scoppio della bolla immobiliare negli Stati Uniti e allo scandalo dei mutui sub-prime non si sono nascosti, sono sempre all'opera ma hanno spostato il loro obiettivo sull'Africa. Lo dice una nota dell'Oakland Institute, think tank americano molto attento alle questioni socio-ambientali, in procinto di pubblicare una serie di report monografici dedicati alla questione del land grabbing, la vendita a multinazionali di enormi porzioni di territorio, in Etiopia, Mali, Mozambico, Sierra Leone, Sud Sudan e Tanzania, dal titolo Understanding Land Deals in Africa. Gli analisti dell'organizzazione si sono spulciati centinaia di pagine di contratti, business plan e mappe e hanno svelato, per la prima volta, i trucchi di schemi speculativi che questa volta non giocano col mattone ma col cibo. "Le stesse società finanziarie che ci hanno portato alla recessione globale, gonfiando la bolla immobiliare attraverso manovre rischiose, adesso stanno facendo lo stesso con le scorte mondiali di cibo", dice Anuradha Mittal, direttore esecutivo dell'Oakland Institute. "In Africa - accusa Mittal - questo sta causando lo sfollamento dei piccoli proprietari, devastazioni ambientali, perdita d'acqua e un'ulteriore instabilità politica che si è tradotta nelle food riots che hanno preceduto le rivoluzioni di Egitto e Tunisia".



Cosa leghi l'acquisto di appezzamenti di enormi dimensioni alla speculazione, secondo l'istituto è chiaro: le società che comprano, mirano a consolidare la loro presa sul mercato alimentare globale ma anche a destinare i terreni alla produzione di biocarburanti o fiori. "Tutto questo sta generando una insicurezza nel sistema alimentare mondiale che potrebbe rivelarsi una minaccia molto più pericolosa del terrorismo", spiegano i ricercatori dell'Oakland Institute, che a sostegno della loro analisi forniscono cifre allarmanti. Soltanto nel 2009, gli speculatori hanno comprato o affittato terreni per una superficie pari a 60 milioni di ettari, vale a dire un'area grande come il Sud Sudan o come l'intera Francia, per essere più chiari. I compratori sono società mediorientali e asiatiche, ma anche europee ed americane: ci sono hedge fund, equity fund, fondi pensione ma anche istituzioni come le università statunitensi di Harvard, dell'Iowa, Spellman e Vanderbilt. Ma lo studio dell'Oakland è solo l'ultima di una serie di autorevoli pubblicazioni che hanno indagato il land grabbing, un fenomeno quasi sconosciuto fino a pochi anni fa, le cui finalità speculative sono state già accertate da organismi autorevoli. Non era un segreto che dietro agissero anche investitori istituzionali.



Illuminante è la trascrizione della deposizione di un esperto del settore, tale Michael W.Masters, portfolio manager della Masters Capital Management, davanti al Committee on Homeland Security and Governmental Affairs del Senato americano, del 20 maggio 2008. L'uomo si presenta così: "Ho gestito con successo equity hedge fund per 12 anni e ho contatti importanti a Wall Street e nella hedge fund community". E' un esperto, quindi, e sa di cosa parla. "Mi avete chiesto se investitori istituzionali stiano contribuendo all'inflazione dei prodotti alimentari e in campo energetico e la mia risposta è inequivocabilmente si". Basta affidarsi alla logica, spiega Masters, per capire quale gioco si nasconda dietro l'impennata dei prezzi: "Se la fornitura di prodotti è costante ma i prezzi salgono vuol dire che c'è stata un aumento della domanda. Ma come spiegare una domanda che continua a crescere nonostante i prezzi delle commodities siano duplicati o triplicati in cinque anni?". Il prezzo del cibo, insomma, si trova a non essere più legato ai meccanismi di domanda/offerta e non più soggetto a oscillazioni fisiologiche ma ad esser pilotato da chi compra quantità impressionanti di futures sul grano o sul caffè per avere riserve con cui pilotare i prezzi, con meccanismi di controllo e profitto che sono simili a quelli esercitati dall'Opec in campo petrolifero. Schemi d'azione frequenti e sempre più riconoscibili, come la raffinata operazione speculativa orchestrata da Armajaro sul cacao ivoriano e raccontata di recente da Peacereporter. Le conseguenze di questi giochi le ha spiegate l'ong britannica Oxfam, nel rapporto intitolato Growing a Better Future, pubblicato a fine maggio: attenzione, dicono gli analisti dell'organizzazione, entro il 2030 i prezzi dei prodotti alimentari raddoppieranno. Alla base della spirale inflazionistica, una crescita tra il 120 e il 130 per cento delle principali colture.

Alberto Tundo
20/06/2011

20 giugno 2011

Globalizzazione, immigrazione, mercato del lavoro duale: le parole chiave per comprendere il ritorno del fenomeno in edilizia e agricoltura. Uno sfruttamento che degenera in forme di schiavitù e violenza

Il fenomeno del caporalato mai sconfitto. Schiavitù e violenza in edilizia e agricoltura. Cosa fare.
Lo spostamento su scala globale di persone e capitali ha riportato alla ribalta fenomeni che sembravano ormai estinti o in via di estinzione, come alcune forme di sfruttamento della persona, quali il caporalato e la riduzione in schiavitù, che erroneamente si era pensato, almeno nell’ambito dei confortanti confini degli Stati membri dell’Unione europea, di poter archiviare negli annali della storia.
Il caporalato è un fenomeno da tempo noto al mercato del lavoro italiano. Negli anni cinquanta e sessanta, si indicava col termine caporalato quella forma di utilizzazione dei lavoratori che avviene per via indiretta, senza l’instaurazione di un rapporto di lavoro tra il lavoratore e colui che beneficia delle sue prestazioni, ma attraverso l’interposizione di un soggetto terzo, il “caporale”, che si limita a reclutare la manodopera e a inviarla al soggetto utilizzatore delle prestazioni di lavoro, non senza avere prima trattenuto una parte del compenso da corrispondere al lavoratore.
La diffusione in Italia del fenomeno del caporalato - significativa soprattutto nel settore agricolo - fu messa in evidenza da un’indagine parlamentare commissionata alla fine degli anni ’50 alla Commissione Rubinacci, la quale diede luogo nel 1959 a una celebre relazione che fu d’impulso all’introduzione della legge n. 1369 del 1960, che ha sancito il divieto di interposizione nelle prestazioni di lavoro.
Da allora la materia dell’interposizione nelle prestazioni di lavoro è stata progressivamente oggetto di modifiche legislative, volte ad adattare questa legislazione alle nuove esigenze dell’economia dei servizi. Tutte queste modifiche - riassumibili nei due passaggi fondamentali della l. n. 196/1997 (il c.d. pacchetto Treu), che ha autorizzato la fornitura di lavoro temporaneo, e del d. lgs. n. 276/2003, che ha riformulato dalle fondamenta la materia, abrogando la stessa legge del 1960 (ma non, secondo i più, il principio generale che vieta l’interposizione nelle prestazioni di lavoro) – hanno avuto come punto di riferimento le nuove forme del decentramento produttivo, alle quali questo “nuovo” caporalato è completamente estraneo.
I fatti di cronaca mostrano infatti che il fenomeno del caporalato rivive nell’ambito del mercato del lavoro italiano, e trova terreno fertile soprattutto in alcuni settori - agricoltura ed edilizia -, in alcuni ambiti territoriali – le regioni meridionali -, e con riferimento ad alcuni gruppi di lavoratori - in prevalenza lavoratori immigrati, non di rado clandestini.
Il fenomeno del “nuovo” caporalato si contraddistingue per una duplice caratteristica: da un lato, le vittime di questo caporalato di seconda generazione versano in una condizione di bisogno estremo, della quale non è particolarmente difficile approfittare offrendo lavoro a condizioni che di molto si discostano da quei minimi che la nostra Costituzione richiede a tutela della dignità e della libertà dell’esistenza della persona umana (artt. 35, 36, 41 comma 2 Cost.). D’altro lato, il fatto che spesso le vittime del caporalato coincidano con lavoratori immigrati incide fortemente sul dato delle asimmetrie informative, che, se caratterizzano di norma tutte le relazioni di lavoro, in questi contesti si presentano particolarmente marcate in ragione di fattori linguistici, economici e culturali.

Questo fenomeno sembra una ulteriore conferma di quella tesi che da tempo descrive il mercato del lavoro degli immigrati come “duale”, in virtù dei differenziali retributivi, dei diversi tassi di disoccupazione, del diverso tasso di accesso al lavoro qualificato e, soprattutto, della diversa incidenza del lavoro regolare.
Il lavoro irregolare (o sommerso) è uno dei tratti caratterizzanti di questo “nuovo” caporalato. Non di rado il caporale “arruola” lavoratori immigrati senza alcuna forma di contratto regolare, e al di fuori di ogni regola soprattutto per quel che riguarda le disposizioni poste a tutela della salute e sicurezza del lavoratore (non è un caso che a queste vicende venga data pubblicità proprio in seguito a episodi di infortunio del lavoratore). Da ciò deriva, peraltro, l’inafferrabilità del fenomeno per mezzo delle tradizionali tecniche del diritto del lavoro, che per reprimere le forme di interposizione nel rapporto di lavoro fanno leva, comunque, sulla verifica delle caratteristiche di imprenditorialità del presunto appaltatore, e presuppongono, perciò, un minimo di formalizzazione contrattuale della vicenda (data dalla presenza, almeno, di un contratto di appalto e di un contratto di lavoro).
Di fronte al “nuovo” caporalato, l’impressione è che il mercato duale che si è sviluppato intorno all’espansione del fenomeno migratorio richieda forme di intervento e tecniche di tutela del lavoro del tutto diverse, in grado di incidere proprio sui fattori responsabili di questa segmentazione e generatori delle condizioni di bisogno su cui il caporalato prolifera. Di questa necessità si sono peraltro accorte di recente sia le forze politiche che quelle sindacali, dalle quali arrivano alcuni segnali interessanti.
Il primo segale in questa direzione è offerto dall’Indagine conoscitiva presentata dalla Commissione XI (lavoro pubblico e privato) della Camera dei deputati il 26 maggio 2010, su taluni fenomeni del mercato del lavoro (lavoro nero, caporalato e sfruttamento della manodopera straniera). Le proposte emerse nel corso di questa indagine sono riassumibili in alcune riforme dell’amministrazione e della legislazione. Sul piano dell’attività amministrativa si segnala, in particolare, la necessità di un rafforzamento dell’attività degli Ispettorati del lavoro presenti sul territorio, mediante un abbandono dell’approccio formalistico basato sui monitoraggi, a favore di un approccio che consenta di concentrare l’attenzione sulle violazioni sostanziali delle norme, anche attraverso una maggiore mobilità degli ispettori.
Quanto alle modifiche normative, è significativa la proposta di estendere il campo di applicazione dell’art. 18 del testo Unico sull’immigrazione - che prevede un permesso di soggiorno e forme di protezione sociale per le vittime della tratta degli esseri umani – anche alle forme di grave sfruttamento della manodopera. A ciò si aggiunge la necessità di potenziare (o di avviare) adeguate politiche sociali di integrazione, che vanno dagli alloggi, alla formazione linguistica e scolastica. Sono da segnalare infine una serie di misure che dovrebbero incidere sull’organizzazione delle imprese, per arginare questi fenomeni di competizione alterata.
Compie un passo deciso nella direzione della saldatura tra prevenzione del fenomeno del caporalato e necessità di politiche di integrazione degli immigrati la proposta di legge elaborata in ambito sindacale dalle sigle Fillea e Flai (Cgil). La proposta, che a quanto risulta non è ancora sfociata in un vero e proprio disegno di legge, si inserisce in una più ampia campagna di informazione sul fenomeno che il sindacato sta portando avanti nei diversi territori delle regioni interessate (si tratta della campagna “Stop-caporalato”).
Accanto a obiettivi di repressione del fenomeno perseguiti mediante il rafforzamento delle sanzioni penali, il progetto di legge insiste sulla necessità di promuovere l’integrazione dei lavoratori stranieri e dei lavoratori di lunga disoccupazione o svantaggiati in genere, soprattutto nei settori dell’edilizia e dell’agricoltura. L’attivazione concreta di queste politiche di integrazione è affidata dal progetto a protocolli di intesa tra strutture pubbliche (Stati, regioni e altri enti territoriali) e associazioni imprenditoriali e sindacali, che dovrebbero avviare sperimentazioni su base locale o settoriale, promuovendo buone prassi e meccanismi di incentivo per le imprese virtuose.
Si segnala, poi, nell’ambito delle proposte di dettaglio, la previsione di corsi di lingua italiana e adeguate campagne informative, a carico del Ministero del lavoro e delle politiche sociali di concerto con i centri per l’impiego. L’importanza dell’aspetto formativo emerge, peraltro, anche dai risultati dell’indagine parlamentare sopra citata.
Più che una riforma che introduca regole speciali per l’utilizzazione indiretta del lavoro, in deroga a quanto previsto dalla legislazione attuale in materia di interposizione nelle prestazioni di lavoro, sembra allora più efficace puntare sull’introduzione di tecniche di tutela che consentano di colmare il deficit informativo e formativo delle vittime del “nuovo” caporalato. A quanto pare, è questa la radice che consente alle nuove forme di caporalato di attecchire e prosperare. E’ da qui che occorre allora partire per estirpare questo fenomeno, che sembra altrimenti difficile non solo da combattere, ma anche da identificare, soprattutto per il suo profondo radicamento nell’ambito dell’economia informale.
di Luisa Corazza
Professore associato di diritto del lavoro presso la facoltà di giurisprudenza dell’Università del Molise

17/06/2011

18 giugno 2011

Dal Rapporto sullo stato sociale, due proposte per evitare una vecchiaia da fame ai giovani lavoratori: integrazione garantita, e l'aumento dei contributi per i parasubordinati

Come dare una pensione ai giovani non garantiti
Il Rapporto sullo stato sociale per il 2011 è dedicato a “Questione giovanile, crisi e welfare state”. Pubblichiamo qui alcuni stralci dell'introduzione di Felice Roberto Pizzuti, ossia la parte contenente le proposte sulle nuove pensioni e le conclusioni.

A seguito delle riforme iniziate negli anni '90, la dinamica della spesa previdenziale, un tempo molto più accentuata, si è allineata a quella del Pil già dal 2006.

 Nel biennio 2008-2009 la forbice si è riaperta, ma essenzialmente a causa del forte calo del Pil indotto dalla crisi globale.

Per il futuro, le proiezioni effettuate con il modello realizzato nel nostro dipartimento indicano che il rapporto tra la spesa pensionistica IVS (invalidità, vecchiaia e superstiti, ndr) e il Pil, dopo l’aumento dal 14,3% del 2008 al 15,4% del 2010 (collegato al calo del denominatore), avrà un andamento piatto fino al 2020. Successivamente, è atteso prima un leggero aumento fino al 15,8% nel 2028 e poi la diminuzione continua fino al 13,8% nel 2050 .

Tuttavia, già a partire dal 2025, la pensione media perderà terreno rispetto al reddito medio degli occupati; il rapporto calerà ininterrottamente fino a ridursi del 20% alla metà del secolo cioè quando andranno in pensione i giovani che oggi stanno entrando nel mondo del lavoro.

 Il calo della copertura pensionistica offerta dal sistema pubblico sarà naturalmente maggiore per i non pochi lavoratori cui si prospetta la combinazione di una carriera lavorativa discontinua, lunghi periodi di contratti con basse aliquote contributive e retribuzioni salariali modeste.

 In effetti, l’evoluzione assunta dal mondo del lavoro successivamente all’introduzione del sistema contributivo sta determinando un problema di copertura pensionistica di notevoli dimensioni che manifesterà maggiormente il suo impatto economico e sociale solo tra 15-20 anni, ma è già adesso che richiede di essere affrontato con modifiche dell'assetto normativo vigente.

Quelle che seguono sono alcune proposte presenti nel Rapporto.

1. Sarebbe auspicabile che le sperequazioni previdenziali generate dalle segmentazioni del mondo del lavoro fossero rimosse alla radice.

 Un passo in tal senso sarebbe l’equiparazione al 33% delle aliquote contributive dei lavoratori parasubordinati; in tal modo, oltre a migliorare la copertura pensionistica di questi lavoratori, si eliminerebbe una differenziazione del costo del lavoro economicamente e socialmente distorsiva che incentiva i rapporti di lavoro instabili e i settori produttivi meno innovativi.

 Questa misura avrebbe anche il non trascurabile effetto di migliorare da subito e stabilmente il bilancio pubblico di un ammontare pari allo 0,7% del Pil.

2. Nell’ambito del necessario potenziamento del nostro sistema di ammortizzatori sociali, andrebbero previste contribuzioni figurative per i periodi di disoccupazione.

3. Anche in omaggio all’equità attuariale, nel calcolo della pensione si dovrebbe tener conto che le attività lavorative più usuranti riducono la durata di vita: i coefficienti di trasformazione dovrebbero essere corrispondentemente aumentati.

4. In attesa che misure come quelle sopra accennate possano essere decise e avere effetto, occorrerebbe pensare a coloro che, pur essendo entrati nel mondo del lavoro anche da oltre un decennio, hanno accumulato una contribuzione così bassa da aver già compromesso la possibilità di maturare una pensione adeguata.

 In primo luogo per costoro, ma per chiunque venisse a trovarsi in queste condizioni, andrebbe introdotto un meccanismo di integrazione pensionistica rispetto alla prestazione calcolata nell’assetto vigente.

 Il livello massimo della pensione da garantire dovrebbe essere definito applicando un adeguato tasso di sostituzione alla retribuzione salariale media corrente.

 Tuttavia, per disincentivare comportamenti opportunistici, la pensione da garantire a ciascun lavoratore dovrebbe variare proporzionalmente sia alla lunghezza del suo periodo di presenza accertata nel mercato del lavoro (inclusi i periodi di disoccupazione) sia alla sua età al momento del pensionamento.

 Anche per limitare l’onere del suo finanziamento, che comunque sarebbe parzialmente bilanciato dalla riduzione dei vigenti assegni sociali, l’integrazione potrebbe essere concessa solo a partire dall’età del pensionamento di vecchiaia e solo a chi ha redditi complessivi inferiori ad un dato limite.

La previdenza complementare

Le adesioni dei lavoratori alla previdenza complementare, che il governo contava di portare al 40% sono arrivate solo al 23%, testimoniando una scarsa propensione dei lavoratori, specialmente i più giovani, a spostare verso i mercati finanziari i loro risparmi.

 D'altra parte, a causa dello scarso spessore dei nostri mercati finanziari e della bassa propensione delle nostre imprese a quotarsi in Borsa, soltanto una parte irrisoria di questo risparmio torna a sostenere le nostre aziende come investimento in titoli di capitale; lo 0,9% da parte dei fondi negoziali e il 3,3% da quelli aperti. Anche l’investimento in titoli di debito viene diretto per circa i due terzi all’estero.

5. Per favorire un maggior impiego del nostro risparmio previdenziale nel nostro sistema produttivo e, allo stesso tempo, per offrire ai fondi pensioni nuove forme d’investimento con rendimenti più stabili e costi minori, potrebbero essere pensati nuovi titoli del nostro debito pubblico emessi espressamente per il finanziamento di infrastrutture economico-sociali e per l’innovazione del nostro sistema produttivo.

 L'acquisto di questi titoli potrebbe essere effettuato anche direttamente dai fondi pensione, risparmiando i costi dei gestori.

 Ma per tutti gli altri impieghi va ribadito il principio della separatezza di funzioni tra gli amministratori dei fondi cui competono le scelte degli indirizzi strategici e la responsabilità professionale dei gestori cui è affidata la puntuale allocazione delle risorse tra i vari titoli finanziari. Questa separazione è indispensabile per garantire la competenza delle scelte allocative e per evitare conflitti d’interesse che in altri sistemi hanno avuto effetti distruttivi del risparmio previdenziale.

6. Il numero complessivo degli iscritti ai fondi della previdenza complementare nell’ultimo anno ha registrato un aumento del 4,3%, che, tuttavia, è la media di una riduzione dell’1,4% nei fondi negoziali e di aumenti del 3,4% nei fondi aperti e di quasi il 30% nei nuovi PIP. Questi andamenti appaiono del tutto irrazionali se si pensa che i fondi negoziali sostengono costi di gestione 6 o 7 volte inferiori rispetto ai fondi aperti e ai PIP e che solo l’adesione ai primi consente ai lavoratori di usufruire dei contributi aggiuntivi dei datori di lavoro.

 Evidentemente c'è quanto meno un deficit informativo tra i lavoratori.

Nelle simulazioni delle prestazioni attese a distanza di trenta o quarant’anni che i fondi sono obbligati ad offrire ai loro iscritti sarebbe opportuno sottolineare ulteriormente l’estrema aleatorietà di previsioni riferite a periodi così lunghi. A tal fine, gli scenari adottati dai fondi per le simulazioni dovrebbero essere compresi in una varietà estesa e omogenea che sia stabilita e periodicamente aggiornata dalle autorità di controllo. Attualmente, invece, il prospetto esemplificativo si fonda su un solo scenario e molto ottimistico che, dunque, rischia di ingenerare aspettative di pensioni difficilmente realizzabili.

7. In una organizzazione ottimale del complessivo sistema pensionistico, i fondi pensione privati e a capitalizzazione dovrebbero svolgere un ruolo aggiuntivo, non sostitutivo, rispetto a quello del sistema pubblico, obbligatorio e a ripartizione. A quest’ultimo, per le sue intrinseche caratteristiche di avere costi minori e offrire prestazioni più stabili e meglio allineate alle tendenze economico-demografiche del paese, dovrebbe essere affidato l’obiettivo previdenziale di garantire una adeguata continuità di reddito dopo il ritiro dal lavoro e comunque di erogare pensioni sufficienti alla sussistenza.

 La possibilità di estendere sopra questi livelli la copertura pensionistica è certamente auspicabile; ma per come realizzarla, a ciascun individuo dovrebbe essere lasciata la scelta libera e reversibile tra tutti i canali esistenti.

 Diversamente da quanto è previsto dall'assetto normativo attuale, ad ogni lavoratore, oltre che iscriversi ad un qualsiasi fondo privato, dovrebbe essere concessa anche la scelta di aumentare la propria contribuzione al sistema pubblico, nella misura e per il tempo voluto.

 Questa innovazione produrrebbe diversi effetti positivi.

Considerando i versamenti per il TFR e la contribuzione delle imprese private e dei loro dipendenti, questi lavoratori hanno una potenzialità di contribuzione aggiuntiva a fini previdenziali pari a circa il 10% del costo del lavoro.

 Se il 72 % dei lavoratori dipendenti del settore privato che non aderisce ai fondi pensione versasse solo poco più della metà di quella potenzialità contributiva al sistema pensionistico pubblico, andando in pensione a 65 anni, maturerebbero un aumento del tasso di sostituzione di circa sette punti. Allo stesso tempo, per il bilancio pubblico ci sarebbe da subito un miglioramento stabile pari all'1,4% del Pil.

8. In ogni caso, tutte le scelte possibili per incrementare la copertura pensionistica dovrebbero essere trattate in modo fiscalmente omogeneo e comunque nel rispetto del criterio dell’imposizione progressiva, eliminando dunque gli elementi di regressività che attualmente caratterizzano l’adesione alla previdenza privata.

Conclusioni

L’analisi della condizione dei giovani e delle loro prospettive mostra l’esistenza di una vera e propria questione giovanile.

 L'indebolimento economico-sociale generato dalle tendenze e dalle politiche affermatesi negli ultimi tre decenni, la conseguente crisi globale e le attuali incerte prospettive penalizzano in maggiori misura i giovani poiché è in questo contesto deteriorato che essi stanno passando all’età adulta.

 Sarebbe fuorviante e controproducente attribuire tale esito a un più accentuato conflitto intergenerazionale determinato da comportamenti egoistici dei "padri" verso i "figli"; piuttosto il peggioramento della condizione giovanile è il risultato congiunto di un mutamento strutturale degli equilibri complessivi che nella sua essenza non discrimina tanto in base all'età delle persone, quanto in rapporto alla loro appartenenza a classi sociali, settori produttivi, famiglie e territori d'appartenenza più o meno favoriti o penalizzati dai nuovi assetti economici, sociali e politici.

 Per affrontare la questione giovanile vanno intraprese anche politiche specificamente rivolte ad alleviare la condizione della generazione dei giovani d'oggi.

 Ma sarebbe illusorio pensare di risolvere questi problemi senza affrontare quelli più complessivi del modello di crescita e di sviluppo venuti al pettine con la crisi globale.

 La natura e la dimensione dei problemi, inclusi quelli particolari dei giovani, hanno anche una specificità nazionale.

 L'Italia, come altri paesi europei dell'area mediterranea, mostra particolari difficoltà che affondano le loro origini nella maturità del sistema produttivo, nel mercato del lavoro segmentato che genera una selezione avversa delle iniziative imprenditoriali a danno di quelle più innovative, in alcune specifiche inadeguatezze del sistema di welfare e in una progressiva deresponsabilizzazione delle istituzioni che, sotto il vincolo di bilancio, tendono a scaricare problemi tipicamente collettivi sulle famiglie e sugli individui.

 Nel Rapporto sono presentate alcune proposte che tendono a disinnescare la bomba previdenziale che sta inesorabilmente maturando nel nostro paese ma, allo stesso tempo, puntano a ridurre le distorsive disomogeneità esistenti nel mercato del lavoro e, non da ultimo, a migliorare il bilancio pubblico.

 I problemi dei giovani sono aumentati con la crisi globale la quale si sta manifestando con modalità più eclatanti nel nostro continente perché s'intreccia negativamente con le contraddizioni del processo unitario europeo.

 Il superamento di queste contraddizioni favorirebbe la possibilità e l'efficacia di misure comuni necessarie a rilanciare la crescita complessiva e, contemporaneamente, la riduzione degli squilibri regionali.

 Il potenziamento e la riqualificazione del cosiddetto Modello Sociale Europeo fondato sui sistemi di welfare pubblici potrebbe giocare un significativo ruolo propulsivo.

 Purtroppo, il dibattito sul nuovo Patto di Stabilità non autorizza a pensare che si stia andando in questa direzione.

 Tuttavia, i margini per politiche di progresso economico e sociale perseguite autonomamente a livello nazionale sono sempre più ristretti per tutti i paesi membri, anche i più grandi.

 Se la consapevolezza di questa circostanza guiderà le scelte degli adulti che oggi hanno maggiori responsabilità decisionali e se essi avranno la capacità d’invertire le tendenze economiche, sociali e politiche sfociate nella crisi globale, la condizione presente e futura delle attuali giovani generazioni di cittadini europei potrà avvantaggiarsene.

di Felice Roberto Pizzuti

 Rapporto sullo stato sociale 2011, a cura di Felice Roberto Pizzuti,Simone editore (40 euro)

14 giugno 2011

Contingenze, opportunismi e ipocrisie. Molti, troppi, sono stati favorevoli alla privatizzazione, anche se oggi cantano vittoria

Vittoria! Ma chi ha vinto? E chi ha perso?
di Ramon Mantovani
News imageIl risultato dei referendum è chiaro. Non c’è bisogno di descriverlo. I quesiti erano chiari ed inequivocabili. Il Governo Berlusconi ha perso nettamente sul nucleare e sul legittimo impedimento. Ma sui due quesiti riguardanti l’acqua hanno perso tutti quelli che per quasi vent’anni hanno sostenuto e proposto la privatizzazione della gestione dell’acqua. Hanno cambiato opinione? Bene! Hanno deciso di votare si solo per non entrare in contraddizione con il loro elettorato e/o per sfruttare i referendum sull’acqua per mettere in difficoltà il governo in carica? Benino! Hanno, coma già fa Bersani, votato si ma ora dicono che è stata sventato l’obbligo a privatizzare e che gli enti locali possono, se lo vogliono, privatizzare? Male! Malissimo! Nelle prossime settimane, passata l’euforia, bisogna sapere che si giocherà una battaglia forsennata, anche se i talk show non ne parleranno o ne parleranno invitando i soliti voltagabbana e presunti esperti, perché in gioco ci sono cifre da capogiro dal punto di vista delle multinazionali che hanno già messo e vogliono mettere le mani sull’acqua. Spero che la battaglia si svolga nella chiarezza. E che i contenuti dei referendum sull’acqua non vengano sacrificati sull’altare della perniciosa e vomitevole dialettica bipolare. Perché molti, troppi, sono stati favorevoli alla privatizzazione, anche se oggi cantano vittoria. Spero, ma so che è una speranza pressoché infondata, che a chi ha vinto veramente, perché da sempre contrario alla privatizzazione dell’acqua, venga riconosciuto il lavoro svolto in tutti questi anni. E spero che la litania antiberlusconiana o, peggio ancora, quella della società civile contrapposta ai partiti, non cancelli i meriti di chi in tutti questi anni ha onorato il compito di lottare dentro e fuori le istituzioni, insistendo sulla necessità di salvaguardare i beni comuni dal mercato e dal profitto, raccogliendo le firme per i referendum. Parlo del mio partito.
Essendomene occupato allora mi è tornato alla mente il dibattito che si fece in parlamento sulla famosa Legge Galli. Nel 1993. Un secolo fa. Quando eravamo soli a sostenere la battaglia contro la privatizzazione dell’acqua. Quasi soli. Perché oltre a Rifondazione solo il MSI votò contro, anche se per motivi diversi. Mentre Verdi e PDS furono favorevoli. La legge Galli è stata citata mille volte in queste ultime settimane. Ma nessun santone televisivo o giornalistuncolo si è preso la briga di rileggere quel dibattito. Anche solo per dare conto di chi fu favorevole e chi contrario alla privatizzazione. Così, giusto per amore di verità e per informare.
Lo faccio io. Rimettendo qui la mia dichiarazione di voto finale sulla legge Galli. Ed invitando chi lo volesse fare a rileggersi gli interventi di Edo Rochi a nome dei Verdi che ignorò totalmente la questione della privatizzazione. E quello di Valerio Calzolaio a nome del PDS (oggi SEL) di cui pubblico subito un piccolo passo. Eccolo: “Così, alla pubblicità delle risorse, delle priorità e dei criteri di utilizzo, può corrispondere anche la privatizzazione di questa o quella gestione. Noi non abbiamo timori: le gestioni pubbliche possono e debbono riconquistarsi sul campo la riconferma di un ruolo. Occorre garantire al cittadino, un servizio efficiente e a basso prezzo, non sostenere ad ogni costo che il servizio lo deve dare lo Stato.”

Lo stenografico delle dichiarazioni di voto finali lo si può leggere integralmente qui, dalla pagina 18588 in poi:http://legislature.camera.it/_dati/leg11/lavori/Stenografici/Stenografico/34842.pdf#page=16&zoom=95,0,70

Questo il mio intervento a nome di Rifondazione Comunista.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l’onorevole Ramon
Mantovani. Ne ha facoltà.

RAMON MANTOVANI. Signor Presidente, colleghe, colleghi, all’originaria proposta di legge dell’onorevole Galli, nel corso della discussione in Commissione, sono stati apportati
molti e notevoli miglioramenti.
È stato sventato il reiterato tentativo di mettere in discussione il comma 1 dell’articolo
1, nel quale si afferma la pubblicità di tutte le acque; sono state accolte le nostre
proposte circa il risparmio idrico; sono state introdotte norme che prevedono una certa
— solo una certa — unificazione della gestione dei sistemi idrici, una maggiore tutela
dall’inquinamento, uno stimolo alla depurazione delle acque con il vincolo dei fondi ai
quali affluiscono le tariffe per la depurazione e un maggiore, anche se assolutamente
insufficiente, equilibrio tariffario.
Tuttavia, noi voteremo contro il provvedimento perché, accanto ai principi generali che
noi stessi abbiamo sollecitato, difeso e voluto e che costituiscono un importante passo in avanti, soprattutto dal punto di vista culturale, c’è l’operazione che porta dritto alla tendenziale privatizzazione della gestione del sistema idrico.
Nei fatti si sancisce che il profitto, che al comma 2 dell’articolo 13 viene eufemisticamente definito adeguata «remunerazione del capitale investito», possa essere — anzi, è — il fine perseguito dai soggetti gestori. Si tenta comunque — e noi, in via subordinata, abbiamo a ciò contribuito — di imbrigliare la più che probabile logica intrinseca dei soggetti privati, che per loro natura non possono che considerare la difesa di una risorsa scarsa come l’acqua, la salvaguardia dell’ambiente, il soddisfacimento del bisogno di acqua potabile e la tutela della salute umana, come variabile dipendente rispetto ai conti economici dell’azienda e al profitto.
Ma è prevedibile che, come in tante altre occasioni, ad essere premiato sarà l’interesse
privato e non quello collettivo ed ambientale.
Basta leggere l’articolo 16 per rendersi conto di come un comune, un’amministrazione
comunale, venga messo sullo stesso piano di un soggetto gestore privato. Un comune, secondo l’articolo 16, non può realizzare un acquedotto od una fognatura senza aver prima stipulato una convenzione con il soggetto gestore, il che significa, pari pari, che un’azienda privata che gestisce può ostacolare le opere che dal punto di vista dei suoi conti economici consideri superflue, anche se sono utili sul piano sociale ed ambientale.
Come se non bastasse, all’articolo 13, che noi consideriamo deleterio, si stabilisce che
con la tariffa si devono coprire tutti gli investimenti, compresi quelli per la realizzazione delle opere. È come dire che non si paga più solo il servizio e che le infrastrutture non sono più realizzate con i soldi dello Stato, vale a dire con i fondi provenienti dalle tasse dei cittadini, ma che a questi ultimi spetta, oltre al pagamento delle innumerevoli tasse, anche l’onere di pagare, attraverso le tariffe, tutte le infrastrutture: acquedotti, fogne, depuratori, eccetera. Andando avanti di questo passo un altro novello De Lorenzo stabilirà che con i ticket bisognerà pagare le spese per la costruzione degli ospedali o qualcun altro proporrà che, oltre alle tasse scolastiche, gli studenti paghino per la costruzione delle scuole.
Ci si è resi conto, anche perché lo abbiamo ripetuto fino alla noia, che in questo modo si sarebbero create gravissime sperequazioni tra zona e zona del paese, con un’insopportabile penalizzazione delle aree più povere di acqua e di infrastrutture, come il meridione, o più inquinate, come, ad esempio, la Lombardia. Per questo sono state messe alcune pezze, come la tariffa di riferimento ed altro, ma non si è fatta la cosa più semplice: una tariffa unica per l’acqua in tutto il paese, una variabile interna alla tariffa entro limiti prefissati riguardante la gestione del servizio e, infine, gli investimenti
infrastrutturali a carico dello Stato e degli enti locali. Ma tutto questo, me ne rendo
conto, sarebbe stato semplicemente incompatibile con la filosofia liberista delle privatizzazioni.
Qualcuno potrebbe pensare che, per lo meno, tutto si semplifichi e diventi efficiente.
Non è così: permane una straordinaria frammentazione della gestione delle competenze.
Tralasciando, infatti, quelle dello Stato, permangono quelle delle regioni, degli enti locali, dei loro consorzi, dei soggetti gestori — pubblici o privati che siano —,
delle autorità di bacino, eccetera. Non a caso è stato necessario inventarsi un’ulteriore
autorità superiore con il relativo osservatorio, e lo si è fatto in modo tale da sollevare
le ire della Commissione lavoro, ire che noi abbiamo considerato del tutto giustificate.
E ancora: gli ambiti territoriali ottimali, pur se rivedibili ogni triennio, presentano
una scarsa flessibilità. Investimenti, decisioni, organizzazione di utenze delicate e complesse come quelle idriche non potranno essere rivoluzionati ogni tre anni; seguiranno
criteri derivati dalla situazione esistente e finiranno, come abbiamo già detto, anche
per un motivo organizzativo, per soggiacere rispetto ai fattori economici, finanziari, industriali ed agricoli e non rispetto ai tanto proclamati, quanto traditi, obiettivi di salvaguardia dell’ambiente e delle risorse idriche.
Nella stesura di questa proposta di legge si sono fatte sentire in forze le lobbies degli
agricoltori e degli industriali, abituati da sempre a considerare l’acqua come una
risorsa ed una materia prima a costo zero.
Ed ecco gli articoli del provvedimento sui canoni per gli usi agricoli ed industriali,
contro i quali hanno votato quelle forze che sono libere da pressioni e che in qualche
modo, anche se a volte illusoriamente, hanno a cuore l’ambiente.
Troviamo francamente incomprensibile e sbagliato che non si sia accettata la nostra
proposta — per quanto attiene specificatamente ai tassi di inquinamento — di introdurre
una novità importantissima: vale a dire, la misurazione e la regolazione non solo assoluta, ma anche nell’unità di tempo, delle sostanze inquinanti che vengono introdotte
nell’ambiente e nell’acqua.
Per concludere, come si sarà capito dai nostri voti sugli articoli, consideriamo questa
legge alquanto contraddittoria. Da una parte vi è un’ottima impostazione delle questioni
di principio, a cominciare dalla pubblicità delle acque, ma dall’altra un’incoerente,
e per alcuni versi contraria, impostazione del sistema della gestione delle risorse idriche. Ma giacché sappiamo molto bene che la salvaguardia delle acque si fa
con il governo del territorio e con la gestione delle risorse e non con le proclamazioni retoriche e di principio, non ci resta che votare contro. E, credetemi, lo facciamo veramente a malincuore.

(Applusi dei deputati del gruppo di rifondazione comunista)