30 maggio 2011

Milano, Napoli, Cagliari: vittorie di esponenti della sinistra. Forse cambia il vento se il PD la smette di fare pasticci

Ora si può (e si deve) cambiare rotta
Attenzione: apre in una nuova finestra.

Evviva! Come non esultare per il vento che è cambiato? Ora soffia decisamente a sinistra con una forza tale da riaprire il cielo. Tale da travolgere anche il governo ed offrire importanti spazi alla domanda di un reale cambiamento.
Che questa sia la sua chiara direzione ce lo dimostrano in primis, come sgargianti “galletti segnavento” i nuovi sindaci di Milano, Napoli e Cagliari, il loro inequivocabile profilo, la riconoscibilità della proposta di governo ed il carattere delle campagne elettorali che li hanno portati alla vittoria. Essi non nascono certo nei laboratori degli apprendisti stregoni del centro sinistra che da anni sfornano proposte indistinte e candidati sbiaditi, nell’inutile rincorsa di un presunto centro moderato. Democrazia, solidarietà, legalità, giustizia sociale, accoglienza, beni comuni, ecologia: sono queste le parole chiave, i contenuti riconoscibili, chiari, alla base del loro successo e del nostro successo. Potranno dire ciò che vogliono ma sono proprio questi i pezzi del nostro Dna, i contenuti del patrimonio genetico di una sinistra che si voleva “superata dalla storia” e quindi bistrattata, censurata ed esclusa dai luoghi della rappresentanza da un bipolarismo del “pensiero unico”.
Se la direzione di questo vento nuovo appare chiara a tutti, non si può ancora dire altrettanto del contesto politico e sociale e delle prospettive generali. Non è certo cambiata d’incanto questa Italia socialmente disgregata, culturalmente ed eticamente degradata da almeno due terribili decenni di liberismo incontrastato e di Berlusconismo. Così come è innegabile la varietà e la diversità dei molteplici fattori che hanno generato questa spinta. Hanno inciso certamente l’impresentabilità dei “mostri” oggi al comando, la loro disgregazione interna, la crisi dello stesso blocco sociale che li ha espressi.
Ma come non riconoscere che è fondamentale, dentro questo dato, il peso della collera della crescente povertà, di chi subisce l’ingiustizia dilagante, la privazione del lavoro e dei suoi diritti, la negazione di futuro e del presente stesso? C’è dentro l’indignazione per le discriminazioni ed i soprusi di ogni tipo, il saccheggio dei beni comuni, lo spreco e la distruzione delle risorse naturali e dell’ambiente. C’è la consapevolezza, anche di chi non è morso così forte dalla crisi, che questo modello di economia e di società debba necessariamente imboccare una vera alternativa.
E allora, se questo è il vento, non si tratta semplicemente di cambiare il timoniere, come già avvenuto infruttuosamente nel passato, ma di lavorare per invertire decisamente rotta! Altro che le ricette, riproposte proprio in questi giorni, da Emma Marcegaglia ad una platea plaudente, larga e trasversale! Proprio le medesime ricette velenose che ci hanno condotto in questa “macelleria sociale” e che sappiamo essere care da sempre a larga parte dello stesso fronte del centrosinistra che ha sostenuto in queste elezioni i nostri stessi candidati vittoriosi. Tagli alle tasse per le imprese ed alla spesa sociale, privatizzazioni e grandi infrastrutture.
No. Oggi è necessario più che mai il coraggio di un netto cambiamento, di dare avvio ad una vera “alternativa di società” che, in vista dell’imminente e inesorabile cacciata del sultano da palazzo Chigi, questi nuovi sindaci possono iniziare a far vivere nei loro rispettivi territori. Stoppando, per fare qualche esempio, grandi infrastrutture speculative, privatizzazioni, poli logistici, centri commerciali, inceneritori di rifiuti, inutili consumi di territorio. Puntando invece su una nuova economia basata sulla conoscenza, la sostenibilità, la qualità e soprattutto sulla giustizia e l’equità sociale. Un cambiamento che, per essere tale, faccia leva sul conflitto sociale e sulla partecipazione. Perché non basta e non funziona l’affidarsi a nuovi timonieri, magari esperti e illuminati. Bisogna farlo ricorrendo a un modo nuovo di “navigare”. Un modo basato appunto sulla socializzazione delle conoscenze e sulla più larga partecipazione.
Anche questo ci dicono i risultati di ieri, scaturiti non a caso da coinvolgenti percorsi partecipativi in cui, tanto Pisapia quanto De Magistris e Zedda, non sono apparsi come leader carismatici o nuovi messia ma quali garanti dell’unica vera pratica del cambiamento: quella democrazia che chiama in causa la società e la spinta innovatrice dei suoi conflitti.
Ma siccome, avrebbe detto Seneca, «non c’è buon vento per marinaio che non conosce la rotta», c’è una bussola pronta ad indicarla. Sono i referendum sull’acqua e il nucleare. La loro vittoria, che non possiamo mancare, può affermare l’indisponibilità dei beni comuni e la necessità di ricostruire attorno ad essi una comunità partecipante che se ne prende cura collettivamente con scienza e con coscienza, per garantirne i benefici per tutti e per ognuno. Che poi tradotto in due parole vuol dire: bene comune. Senza dimenticare il quesito sul legittimo impedimento per dare voce a quell’indignazione nei confronti dell’arroganza del potere che è componente essenziale dell’ondata di Milano e Napoli. C’è da ricostruire la res pubblica. L’esatto contrario del neoliberismo in salsa italiana, con i suoi insopportabili privilegi, le sue cricche corrotte, la sua prepotenza nel cancellare diritti, la sua volontà famelica di accaparrarsi i beni comuni.
Per chi come noi della Federazione della Sinistra, da posizioni minoritarie e scomode, da tempo indica e lavora in quella direzione si riaprono pertanto spazi politici ed ambizioni nuove. Nuove responsabilità di lavorare ad un’ampia ed unitaria sinistra d’alternativa, capace di progettare e praticare quella diversa rotta economica e sociale, opposta al berlusconismo ma anche alle sirene della Marcegaglia ed ai ricatti di Marchionne. Si offrono inedite opportunità di praticare questa rotta con una diversa idea partecipata di “navigazione” che il vento nuovo ci consente.


Massimo Rossi
Portavoce nazionale della Federazione della Sinistra
30 maggio 2011

29 maggio 2011

Scontro di classe. Quando l'acqua arriva alla gola si chiede il sangue a chi lo ha già dato tutto

Di Vittorio, la Confindustria e "il Sole 24 Ore"
Roberto Napoletano, direttore del confindustriale Il Sole 24 ore, verga in prima, sull'edizione di ieri, un corsivo fantastico. L'incipit è semplicemente geniale: una citazione di Giuseppe Di Vittorio che negli anni Cinquanta del secolo scorso, da segretario generale della Cgil, lanciò la proposta di un grande piano del lavoro per la piena occupazione, in un'Italia uscita devastata e sfibrata dalla guerra nazifascista e impegnata nel suo esordio repubblicano, sotto l'egida della Costituzione democratica e antifascista. La citazione di Napoletano si sofferma sul passo in cui Di Vittorio spende la disponibilità dei lavoratori a farsi carico di ulteriori sacrifici, ove questi siano finalizzati ad un grande processo di «rinascita economica e civile dell'Italia». Poi, con un salto triplo (e avvitato), Napoletano tira (implicitamente) per la giacchetta la Cgil e fa capire che così si dovrebbe comportare, nel tempo presente, un sindacato che ambisse a svolgere una funzione nazionale, piuttosto che attardarsi in fumisterie ideologiche e in sterili pratiche barricadiere. Ora, chi ne sa qualcosa, ricorderà che l'obiettivo perseguito da Di Vittorio fu quello di imprimere un poderoso impulso allo sviluppo produttivo, infrastrutturale, sociale e civile del Paese che ponesse al suo centro, sotto ogni punto di vista, il lavoro e, primieramente, la soggettività, il protagonismo dei lavoratori e delle loro lotte per cambiare gli indirizzi generali dell'economia e della politica italiani. Un processo di modernizzazione, sì, ma profondamente innervato dalla presenza attiva delle classi lavoratrici, da una riorganizzazione del potere nella fabbrica e nella società. Non a caso fu proprio in quegli anni che lo stesso Di Vittorio formulò la prima proposta di un embrione di Statuto dei lavoratori, ponendo le basi di quel grande movimento che dalla fine degli anni Sessanta in poi condusse alla costituzionalizzazione della democrazia dentro i luoghi di lavoro. Questo Napoletano non ce lo racconta. E trasforma il grande sindacalista comunista di Cerignola in una specie di Menenio Agrippa, il console romano che intorno al 500 a.C. convinse la plebe romana a revocare lo sciopero che l'aveva portata ad incrociare le braccia e a ritirarsi sul Monte Sacro, per tornare a lavorare silenziosa e remissiva per i propri padroni.
Questo dovrebbe fare, secondo Napoletano, un sindacato "moderno e responsabile": trasformare i lavoratori in acquiescenti buoi da tiro, disposti a rinunciare ad ogni diritto e prerogativa, e pronti ad immolarsi per il bene del Paese, al quale, come ognuno sa, sono dediti, di giorno e di notte, senza mai riposare, lor signori. Tutto ciò mentre sono moneta corrente i licenziamenti di massa, la precarietà come destino, l'attacco frontale ai diritti dei lavoratori, la revoca unilaterale degli esiti della contrattazione collettiva, la distruzione del welfare.
In realtà, siamo alle solite. Quando l'acqua arriva alla gola si chiede il sangue a chi lo ha già dato tutto. Senza che da chi regge il gioco venga l'ombra di un'assunzione di responsabilità, senza uno straccio di umiltà, in un Paese nel quale, in piena crisi, le disuguaglianze, l'opulenza dei pochi e la disperante povertà dei moltissimi, hanno raggiunto proporzioni mai viste prima.
Ebbene, storia ed esperienza ci rendono consapevoli che i padroni e i loro governi non cederanno un solo pezzo, benché minimo, del loro potere, della loro ricchezza e dei loro privilegi, se non vi saranno costretti, finché le lotte sociali non riusciranno a mutare, sul campo, i rapporti di forza nel Paese. Solo allora sarà possibile costruire compromessi accettabili. Fino a quel momento ci sarà spazio solo per patti leonini imposti dai più forti a coloro che non hanno voce.

Dino Greco
Direttore di Liberazione
www.liberazione.it

27 maggio 2011

Esploderà quando alla rabbia si aggiunge la consapevolezza che tutto questo non solo è ingiusto, ma è anche senza futuro

La collera dei poveri è la nostra speranza
Prepariamoci alla collera dei poveri, ha detto monsignor Bregantini, responsabile della Commissione episcopale per il lavoro, in solidarietà con i lavoratori della Fincantieri.

La collera dei poveri, di coloro che secondo l'Istat possono diventare un quarto dell'intera popolazione italiana. La collera degli operai e dei ceti medi che si proletarizzano e che, sempre secondo l'Istat, sono ormai la maggioranza del Paese. La collera di chi rischia di perdere tutto per sé e per i propri figli, e che aumenta la propria rabbia e indignazione quando sente Berlusconi e Tremonti dire che le cose non vanno male, che i ristoranti sono pieni, che la povertà è un'invenzione mediatica.

Questa collera sta montando in tutto il Paese e la Chiesa, con le sue vigili antenne, l'ha ben compreso. Contro questa collera si sono già avute le prime reazioni scomposte. La più ridicola, ma anche la più inquietante, è quella del sindaco di destra Castellammare di Stabia, il quale ha invocato l'intervento dell'esercito per fermare gli operai. In realtà questo aspirante pronipote di Bava Beccaris ha la coscienza sporca. Eletto nel 2010 sull'onda della crisi delle amministrazioni di centrosinistra, ha sposato integralmente le promesse del Governo e dell'azienda. Quando i vertici di Fincantieri, il ministro Scajola prima, il suo successore Romani poi, promettevano luminoso futuro a un cantiere che si stava spegnendo, il sindaco di Castellammare non aveva trovato di meglio che polemizzare con la Fiom che non credeva a quelle false promesse. Per un po' gli operai di Castellammare hanno più creduto all'azienda, al Governo, al sindaco, che alla Fiom. E' in fondo normale, se uno ti dà una speranza, per quanto vaga, sei portato a crederci, soprattutto se sei in una situazione disperata, se vivi in una città ove la perdita del lavoro equivale alla distruzione di qualsiasi sicurezza e dignità sociale per te e per la tua famiglia. Per un po' la Fiom a Castellammare è stata contestata dai lavoratori.

Poi la drammatica verità è emersa. I programmi, i piani, gli annunci pubblicitari - dalle carceri galleggianti alle nuove navi multiruolo a tante altre invenzioni -; poi tutti questi programmi si sono rivelati aria fritta. Con chi se la dovevano prendere allora i lavoratori nella loro sacrosanta collera, se non anche con chi fino all'ultimo li aveva imbrogliati?

La storia della Fincantieri di questi ultimi anni è quasi un paradigma della involuzione economica e sociale del Paese.

Prima l'azienda ha cercato di privatizzarsi entrando in Borsa.

La Fiom sola si è opposta, ma alla fine il progetto è stato abbandonato perché il crollo delle Borse ne evidenziava la follia. Eppure ancora oggi l'azienda rimpiange i fantomatici guadagni di quella mancata operazione finanziaria, quando tutti i cantieri che si sono avventurati in queste scelte sono stati o comprati o smantellati.

Poi l'azienda ha scatenato l'attacco contro l'assenteismo e la fannullagine dei lavoratori. Nel 2009 c'è stato un accordo separato, anticipatorio di tanti altri, che introduceva un assurdo sistema di cottimo integrale che non ha mai funzionato. La Fiom sosteneva non essere questa la via, non solo perché ingiusta, ma perché non si compete nel mercato delle grandi costruzioni navali picchiando sullo sfruttamento dei lavoratori. Ci sono poi state le promesse vuote e le chiacchiere del Governo. Oggi il piano aziendale taglia quasi un terzo degli occupati e chiude tre cantieri navali, mentre chiede agli altri lavoratori "salvati" di accettare il degrado di tutte le condizioni di lavoro. L'ha già fatto con grande successo mediatico Marchionne, si deve essere chiesto l'amministratore delegato di Fincantieri, perché non posso farlo anch'io?

Proprio oggi l'amministratore delegato della Fiat dichiara l'uscita definitiva delle sue aziende dalla Confindustria, nella speranza così di non aver più accordi da rispettare. Anzi, pare che la Fiat rivendichi addirittura una legge che le eviti la condannata in tribunale per la denuncia presentata dalla Fiom. Dopo Bono anche Marchionne si deve essere chiesto: se Berlusconi può farsi leggi ad personam, perché non posso ottenerle anche io?

Il piano della Fincantieri, le newco di Marchionne, la politica di Berlusconi, sono tutti anelli della stessa catena. Una catena con cui gli affari, il mercato selvaggio, i profitti aziendali e il potere arrogante dei manager, soffocano ogni bene comune. Come ci ricorda oggi la Confindustria schierandosi per il nucleare e la privatizzazione dell'acqua, contro i referendum.

La collera dei poveri esplode quando alla rabbia si aggiunge la consapevolezza che tutto questo non solo è ingiusto, ma è anche senza futuro. Non si salverà la Fincantieri con il piano di Bono. Non produrrà la Fiat in Italia, con la metà degli impianti e dei lavoratori, tutte le auto che Marchionne promette. Non uscirà dalla crisi l'Italia inseguendo le follie di Berlusconi. Di tutto questo si diffonde la consapevolezza e così la collera sempre più spesso si unisce alla solidarietà.

In Fincantieri questi giorni non stanno lottando solo i lavoratori degli stabilimenti a minaccia di chiusura, ma anche tutti coloro che secondo l'azienda dovrebbero salvarsi. La pratica della frantumazione sociale, il ricorso alla guerra dei poveri per mantenere inalterati i privilegi dei ricchi, l'ottusità dell'aziendalismo e del localismo leghista, tutto questo oggi viene eroso dalla collera dei poveri, cioè dalla ripresa di un sacrosanto conflitto sociale. E' in questo conflitto che dobbiamo rafforzare le nostre speranze.

Giorgio Cremaschi
27/05/2011

24 maggio 2011

Intervista a Claudio Magris Tra i maggiori studiosi della letteratura mitteleuropea, saggista e romanziere di fama internazionale

«Se vince l'esclusione degli immigrati  l'Europa è semplicemente finita»
In un suo intervento pubblicato recentemente dal Corriere della Sera con il titolo di "Un dolore senza nome" lei ha evidenziato come alle tante vittime di un mondo sempre più fondato sulle disuguaglianze sia negato anche il nome, vale a dire la dignità stessa di esseri umani. Come dare "un nome" e restituire dignità a chi è oggi vittima di questa situazione?


Quel mio articolo partiva dall'episodio - e dunque dal problema generale - degli immigrati, degli spostamenti di masse sempre più grandi di persone, in condizioni di sofferenza, disagio, miseria e sfruttamento spesso intollerabili, migrazioni che avvengono per le ragioni più diverse. In primo luogo, per combattere concretamente l'atteggiamento di odioso rifiuto nei loro confronti, non bisogna sottovalutare la difficoltà oggettiva che potrebbe assumere il problema. Oggi in Italia si strepita indecorosamente - e vergognosamente sul piano umano - per un numero assolutamente sostenibile di persone che cercano rifugio da noi; è da vergognarsi anche rispetto ad altri paesi europei, che non gridano al disastro pur affrontando problemi numericamente più grandi dei nostri. Ma, proprio perché il numero dei dannati della terra che giustamente desiderano di vivere come gli altri, come noi, è altissimo, potrebbe arrivare un momento drammatico in cui non fosse materialmente possibile accettare tutti coloro che vengono a bussare alla nostra porta.

Come insegnare a dare dignità o meglio a sentire che ogni essere umano, a prescindere dalla sua condizione, ha la stessa dignità di ogni altro?
Credo che, più che le prediche, possa contare il piccolo lavoro quotidiano, non le grandi dimostrazioni o gli sbandieramenti ideologici, ma l'esperienza concreta del contatto, del rapporto vissuto con persone che arrivano da altri paesi o hanno un altro colore di pelle; un'esperienza che sfata i pregiudizi e disarma o almeno può facilmente disarmare il rancoroso timore. Certamente le masse di sfruttati e oppressi hanno in generale un livello di civiltà e di cultura meno alto di chi, godendo del benessere, ha potuto coltivarsi, ma anch'io, se fossi cresciuto in una favela miserabile e violenta, difficilmente avrei il mio livello di cultura, di educazione. Bisogna insegnare che, come diceva il grande liberale Mill, polemizzando contro Carlyle che sosteneva la schiavitù e l'inferiorità dei neri, se un albero nasce storto ciò dipende quasi sempre dall'aridità del terreno in cui cresce e che dunque, irrorando quel terreno, quest'albero lo si fa crescere dritto e bello come gli altri. Questo senso dell'uguale dignità di tutti gli uomini lo si impara soprattutto indirettamente; dagli amici che si frequentano e con cui si parla, dalla famiglia in cui si cresce, dai libri che si leggono, dagli incontri che si fanno. La letteratura, in questo senso, può fare molto; non perché debba "insegnare" come un maestro di scuola, ma perché, raccontando i casi e i fatti della vita, ci fa sentire concretamente la verità della vita, che è quella dell'umanità di tutti gli uomini o, nei casi atroci, della atroce disumanità o anche efferata colpa che può colpire tutti gli uomini. I torturatori nazisti non erano negri né zingari. Anche la frequentazione, ai vari livelli corrispondenti alle varie età e anche ai vari gradi di preparazione culturale, dei grandi pensieri formulati dall'umanità, delle grandi filosofie e delle grandi religioni, aiuta molto. Quando un prelato, mons. Fisichella, ha detto che la Lega si basa sui valori cristiani, io gli ho citato le dichiarazioni di tanti esponenti leghisti secondo i quali gli immigrati, in particolare quelli di colore, sono poco più che selvaggina e il testo del Vangelo in cui si dice che in Cristo non c'è né giudeo né greco né altre differenze.

Nello stesso intervento pubblicato dal Corriere lei sottolinea come immigrati e profughi appaiano oggi come "esclusi a priori": cosa resta dell'Europa se non è in grado di fare tesoro della sua Storia e accogliere chi fugge da guerre e povertà?

Se l'Europa è - com'è - una culla inestimabile di civiltà, nonostante le colpe anche gravissime di cui si sono macchiati tanti suoi Stati, essa lo deve proprio alla sua pluralità e all'apertura alla pluralità, che la contraddistingue sin dalle sue origini. La cultura europea ha sempre posto l'accento sull'individuo, piuttosto che sulle totalità filosofico-statali e l'individuo, gli individui, sono diversi per definizione ed è l'insieme delle loro diversità che costituisce una cultura, una civiltà. Se il meccanismo dell'esclusione o ancor peggio dell'esclusione a priori diventasse una caratteristica permanente dell'Europa, quest'ultima sarebbe finita. Sul piano pratico, proprio il caso dell'immigrazione è l'esempio della necessità di una politica europea unitaria. L'immigrazione è un problema che investe l'Europa e dev'essere affrontato concordemente, con una legge valida per tutti gli europei. E' ridicolo che si abbia un atteggiamento, una legge diversa a Milano e a Parigi o a Madrid, così come sarebbe ridicolo avere una legge diversa sull'immigrazione a Bologna e a Genova. Questa è una ulteriore ragione per la necessità di un vero Stato europeo che io sogno - federale, decentrato, ovviamente, ma uno Stato, con leggi cogenti per tutti. In questo momento, purtroppo, l'Europa appare estremamente debole, da una parte anchilosata da una burocrazia elefantiaca e ultracostosa, dall'altra spaccata da micronazionalismi incapaci di vedere al di là del proprio campanile. Io sono abbastanza pessimista per quel che riguarda l'immediato futuro, ma ottimista in una prospettiva più ampia; ci saranno passi indietro ma anche passi avanti. Altrimenti, non sarà solo l'Europa a perire, ma tutti noi. Gramscianamente, il pessimismo della mia ragione non paralizza, nel piccolissimo che io posso fare, l'ottimismo della mia volontà.
 
 
In "Utopia e disincanto" lei scrive che «l'identità non è un rigido dato immutabile, ma è fluida, un processo sempre in divenire, in cui continuamente ci si allontana dalle proprie origini». Eppure in Europa l'idea oggi dominante è quella delle "piccole patrie" chiuse e ostili verso l'esterno. Come coniugare identità, legame con il territorio e apertura verso l'"altro"?

Allontanarsi dalle proprie origini non significa negare queste origini o non amarle, così come uscire dalla casa paterna per fondare una famiglia non significa rinnegare la famiglia d'origine da cui si proviene né amarla di meno. Anzi, la si ama liberamente e ancora di più, molto di più di chi ha verso le proprie origini un bloccato e ossessivo complesso viscerale. E' naturale, è giusto amare la propria particolarità; io amo il mio dialetto triestino e lo parlo con tutti i miei amici di Trieste, amo il paesaggio in cui sono cresciuto e che mi è apparso come la prima faccia del mondo, amo il mio paese, così come amo i miei amici e i miei compagni di classe. Ma ideologizzare tutto ciò reca offesa non solo agli "altri", a tutti coloro che si vorrebbero tenere fuori, considerare altri e stranieri; reca offesa soprattutto a questo schietto amore delle origini, alla sciolta e spontanea naturalezza con cui si vive la propria identità o meglio si vivono le proprie identità (perché ne abbiamo molte, non solo quella nazionale, ma anche quella culturale, politica, religiosa, sessuale e così via). La nostra identità nazionale per così dire originaria è spesso tutt'altro che compatta e monolitica, grazie a Dio. Mio nonno materno, nato in Dalmazia in una famiglia veneta d'origine greca, era un irredentista italiano, ma io ho anche dei cugini, credo di terzo grado, croati, il che vuol dire che in un determinato momento della Storia, nella stessa famiglia, un fratello si è sentito italiano e un altro croato. Il rancoroso micronazionalismo (peggiore dei grandi nazionalismi che sono naturalmente nefasti ma che comunque hanno delle valenze di ampio respiro), sterile e gretto, trasforma il paesaggio natio in una artificiosa ideologia; è come la masturbazione rispetto al fare l'amore. L'identità, la particolarità - essere italiano o tedesco, uomo o donna, bianco o nero, credente o agnostico e così via - non è ancora di per sé un valore, ha scritto giustamente Matvejevic; è la premessa di un eventuale valore che noi possiamo costruire crescendo e operando sulla base di quella identità. L'identità autentica si apre verso l'altro come l'amicizia, come l'amore; e tutto questo non per buoni sentimenti o per nobili ideologie, ma per spontanea, organica e creativa esigenza della persona. Io sono quello che sono grazie alle persone che ho conosciuto e amato e con cui ho vissuto, e che naturalmente erano diverse da me; ai libri che ho letto e che non ho scritto io e così via. Dante ha espresso tutto questo una volta per tutte quando ha scritto che a furia di bere l'acqua dell'Arno aveva imparato ad amare fortemente Firenze, aggiungendo però che la nostra patria è il mondo come per i pesci il mare.

In quest'epoca di conflitti culturali e scontri di civiltà sembra si sia persa anche solo l'idea di uno spazio cosmopolita dove gli stessi individui possano condividere culture e identità diverse e multiple. Cosa significa osservare una simile situazione da una città di frontiera come Trieste e con alle spalle l'eredità culturale della Mitteleuropa?

Non credo che oggi Trieste sia un osservatorio particolare per osservare questi fenomeni. Non lo è più; la Trieste crogiolo di culture e insieme separatezza delle sue componenti, che ha creato una grande letteratura e anche situazioni pesanti e difficili, in particolare ma non soltanto fra italiani e sloveni, è profondamente mutata. E' diventata da un lato molto più vivibile, specie per quel che riguarda appunto il suo vulnus principale, il rapporto tra italiani e sloveni, che, nonostante qualche rimasuglio e rigurgito di tensioni passate, è decisamente e radicalmente migliorato; dall'altra meno interessante, molto più simile a una media città italiana. Anche se è sempre ricca di stimoli e io ci vivo molto volentieri. La frontiera, ieri con la Iugoslavia e oggi con la Slovenia, causa di tanto sangue, non esiste più; Trieste non ha per ora veri problemi con gli immigrati (specialmente romeni, serbi, cinesi e senegalesi). Con ciò non intendo affatto sottovalutare le condizioni difficili in cui vivono questi ultimi, ma Trieste non è, come in passato, un luogo così "diverso". Questo può essere una perdita ma anche un progresso.

Guido Caldiron
22/05/2011

Approfondimento sul Rapporto Istat: un italiano su 4 fa da caregiver, per 3 miliardi di ore all’anno in totale.

Il vero welfare italiano? Una “rete informale” di 14 milioni di persone
Più di un italiano su quattro fa parte di una rete informale, cioè in qualità di amico, parente, collega, vicino di casa si mette a disposizione di altre persone bisognose di aiuto. Per un totale di 3 miliardi di ore all’anno. È questo il vero welfare italiano, fotografato dall’Istat nel “Rapporto annuale sulla situazione del paese”. È il volto di un’Italia che si riscopre solidale e che trova nelle reti familiari e amicali una vera e propria àncora. Si tratta di oltre 14 milioni di persone, chiamate “caregiver”, il cui numero è in crescita rispetto al 1983: allora erano il 20,8%, oggi il 26,8% della popolazione italiana.

I motivi dell’aumento. Il merito di questo aumento è dovuto a più fattori, tutti comunque strettamente riconducibili alle profonde trasformazioni demografiche che hanno interessato il paese negli ultimi anni. Ma dipende anche dai criteri usati dall’Istat per definire il “caregiver”: solo le persone che non vivono nella stessa abitazione della famiglia che riceve aiuto. Poiché i nuclei familiari sono diventati sempre più piccoli, con al massimo due generazioni conviventi sotto lo stesso tetto, ne risulta che una nonna che dà appoggio esterno rientra a pieno titolo nei caregiver, anche se il suo lavoro di assistenza non è cambiato rispetto al passato. Un altro motivo dell’aumento sta nel maggior numero di anziani in buona salute, che diventano risorsa attiva per la famiglia di riferimento e sempre più spesso per l’intera comunità. Lo dimostrano, ancora una volta, i dati: l’Istat riferisce di un significativo aumento dell’età media dei caregiver, passata dai 43,2 anni del 1983 ai 50,1 del 2009. Il terzo motivo è l’ingresso della donna nel mercato del lavoro, che ha costretto le famiglie a pensare soluzioni alternative soprattutto per l’assistenza ai bambini, richiedendo sempre più spesso un aiuto esterno. In ogni caso, crescendo il numero di caregiver cala, parallelamente, il numero di ore impiegate da ciascuno di essi: da 26,4 a 21,8 ore al mese per gli uomini, da 37,3 a 31,2 ore per le donne in 10 anni.

Donne schiacciate. Questa vasta rete solidale non riesce però a dare risposte sufficienti ai bisogni crescenti: difficoltà economiche, “grandi anziani” spesso non autosufficienti da accudire, figli da gestire sono ancora appannaggio della donna, costretta a far fronte a un carico di cura che l’Istat definisce “insostenibile”. Questo “pilastro delle reti di aiuto”, come viene definito nel rapporto, da solo fornisce i due terzi di tutto l’aiuto informale, con 2,2 miliardi di ore sul totale di 3 miliardi. Si prenda ad esempio una 55enne-tipo di oggi: nonna, madre, lavoratrice, con i genitori in vita da accudire, i nipotini cui badare, i figli da aiutare. È tutto sulle sue spalle e ci sono meno persone nella rete di parentela su cui contare rispetto alla generazione che l’ha preceduta. Tutte queste difficoltà sono probabilmente alla base del rapporto - solo apparentemente paradossale - tra incremento dei caregiver e calo delle famiglie aiutate (dal 23,3% del 1983 al 16,9% del 2009). Una stessa famiglia, infatti, necessita del sostegno di più persone per far fronte a tutte le incombenze. Ma il calo dei beneficiari può essere spiegato anche dal fatto che, soprattutto nelle regioni del Nord maggiormente benestanti, alla rete informale si è sostituto il servizio pubblico o quello privato.

Difficoltà economiche e giovani. Sale il numero delle famiglie sostenute economicamente dalla rete informale: sono il 20,6% (18,9% nel 1998, con forte incremento dal 2003 quando erano 16,8%): un segno delle crescenti difficoltà a far quadrare i bilanci domestici. I destinatari sono perlopiù persone disoccupate (67%), con madre sola casalinga (42,7%), ma aumentano significativamente gli aiuti ai giovani: dal 24% a 29% per famiglie con capofamiglia tra 25 e 39 anni.

Assistenza ai minori. Se la voce “assistenza agli anziani” incide molto sul carico di cura della donna, non è comunque la più onerosa. L’Istat infatti riferisce che è cambiata la distribuzione delle ore di assistenza: prima di tutto vengono i bambini. Le ore dedicate ai minori aumentano del 50% dal 1998 al 2009, arrivando a 1 miliardo e 322 milioni e coinvolgendo 4 milioni di caregiver. Non solo: il 40,2% degli aiuti informali in un anno è rivolto a bambini, soprattutto al Centro-Nord. Al contrario, cala il tempo per l’assistenza agli adulti, per attività domestiche e prestazioni sanitarie. Nel 2009 il 36,7% delle famiglie con bambino di età inferiore ai 14 anni è stata raggiunta da aiuti informali, pubblici o privati (nel 1998 erano il 30,5%). Di queste, il 26,6% riceve aiuto dalla rete informale (+6% in 10 anni). Nel 2009 3,7 milioni di bambini sono stati affidati a un adulto almeno una volta a settimana (47,4% del totale). Nel 75,7% dei casi le figure di riferimento sono i nonni, e soprattutto le nonne, che in Italia sono 4 milioni e 200 mila. Ancora: il 12% delle famiglie con bambini riceve aiuti di tipo economico, con un netto aumento rispetto al 5,5% del 1998, specialmente per l’assegno di maternità e quello per il terzo figlio. Di contro, il numero di famiglie con anziani che ha avuto un aiuto di qualche tipo si ferma al 29,2%. Anche in questo caso incide molto il ricorso ai servizi pubblici o privati, ma ci sono anche 651 mila anziani gravemente limitati nello svolgimento delle attività quotidiane che non ricevono aiuti di nessun tipo.

Apporto del volontariato. Anche il mondo del volontariato fa la sua parte, rappresentando il 6,6% dei caregiver: è in calo rispetto al 2003, quando era al 7,9%, ma in crescita rispetto al 1998 (5,6%). L’attività dei volontari assorbe il 5,5% delle ore fornite in un anno e l’aiuto più frequente è quello economico: questa voce ha subito un netto incremento rispetto a dieci anni fa. Dal 4,6% del 1998 si è arrivati nel 21% sul totale degli aiuti. Importante resta il ruolo di compagnia (17,2%), di assistenza ai bambini (15,3%) e agli adulti (12,3%). (gig)

24/05/2011
Fonte: redattoresociale.it

Questo movimento sta dicendo che occorre cambiare le regole del gioco che cosí come sono impediscono o bloccano sul nascere qualsiasi cambiamento

Grazie Spagna, adelante compañeros
Visti dall'accampamento di Puerta del Sol i risultati elettorali spagnoli producono un miscuglio contraddittorio di sensazioni e considerazioni che cercheró di dipanare con calma. L'obiettivo é quello di cogliere elementi utili per una riflessione che possa servire anche altrove, per esempio in Italia, dove i problemi e le questioni che stanno di fronte all'attivismo sono assai simili, anche se calati in un contesto che presenta le sue peculiaritá.

Primo dato contraddittorio: mentre si produce prima a Madrid, cittá tradizionalmente poco reattiva ai movimenti sociali, e poi via via in moltissime altre localitá della Spagna, l'incredibile fenomeno del movimento 15-M, con l'occupazione di centinaia di piazze, assemblee spontanee e un frenetico lavorio di costruzione di reti partecipative, la Spagna si sposta politicamente ed elettoralmente a destra. Il risultato é cosí chiaro che per una volta chi perde riconosce apertamente la sconfitta.

 In queste settimane non sono mancate le occasioni nelle quali a molti tornavano alla mente i fatti del 2004, quando a seguito dell'attentato della stazione Atocha si produsse uno spontaneo movimento popolare che invase le piazze e reclamó la veritá dal governo di destra di Aznar. Quei fatti sconvolsero improvvisamente tutti i sondaggi che davano vincenti le destre nelle imminenti elezioni e portarono al governo i socialisti di Zapatero.

 Due fenomeni ben distinti ma con in comune il carattere spontaneo e di massa ed il suo prodursi senza la partecipazione di alcun partito o importante organizzazione. Nei fatti di queste settimane peró c'é un dato storico in piú: il consumarsi dell'esperienza socialista e la rivendicazione di totale indipendenza da qualsiasi formazione politica da parte delle acampadas. Non ci sono bandiere nelle piazze occupate, non ci sono partiti, né si sono visti candidati. Izquierda Unida ha tentato di segnalare simpatie verso il movimento ma é stata semplicemente ignorata.

 Se c'é un dato evidente e inequivocabile di questo movimento é il suo rifiuto verso i partiti e le forme tradizionali di rappresentanza e la rivendicazione di un'altra politica. La sua determinazione a rimanere in piazza durante le elezioni segnala proprio la volontá di distinguersi dalla competizione elettorale, di non sostenere alcun candidato e di non credere nella possibilitá di produrre un cambiamento attraverso le elezioni.

 Il secondo dato contraddittorio é il programma delle acampadas, dove convivono insieme proposte e rivendicazioni sui temi sociali, ambientali, di genere, sull'immigrazione e la pace insieme alla rivendicazione di un cambiamento nella legge elettorale e in alcuni meccanismi della rappresentanza. La apparente contraddittorietá qui non sta nella convivenza di tanti temi, quanto nella rivendicazione di indipendenza dalle vicende elettorali insieme alla proposta di cambiarne le regole. Mi sembra una questione importante. Questo movimento non sta dicendo che le elezioni non gli interessano “in assoluto”, ma che occorre cambiare le regole del gioco che cosí come sono impediscono o bloccano sul nascere qualsiasi cambiamento; occorre promuovere nuovi soggetti perché quelli che ci sono appartengono a questa logica della rappresentanza che non funziona piú; occorre insomma rifondare la politica attraverso un sistema assembleare o consiliare, piú vicino alle persone e ai territori e piú aderente alle enormi potenzialitá di comunicazione orizzontale che si sono prodotte con la diffusione delle nuove tecnologie.

 Il terzo dato contraddittorio é costituito dai risultati del paese basco, dove Bildu ha ottenuto uno straordinario successo, il migliore in assoluto in tutta la storia delle elezioni in quella regione per una formazione di sinistra vicina a quella che era Herri Batasuna. L'interpretazione plausibile sembra essere che quando si presenta una formazione politica che riesce a convincere della propria totale alteritá rispetto allo schieramento politico tradizionale allora é possibile anche il successo elettorale. E che Bildu sia qualcosa di profondamente diverso dal resto del panorama politico basco lo dimostra il fatto che fino a poche settimane dal voto tutti i grandi partiti spagnoli ne chiedevano la esclusione.

 Se proviamo a mettere insieme questi elementi contraddittori per ricavarne qualche suggerimento utile anche dalle nostre parti ne viene fuori un quadro complesso ma tuttavia coerente. Gli spagnoli ci stanno dicendo che occorre rompere con la tradizionale divisione partitica destra/sinistra e non cedere al ricatto elettoralistico ma organizzarsi su un terreno radicalmente indipendente. In questo anche la vicenda basca non dice cose diverse da quelle del M-15.

 Ci segnalano l'importanza di tenere insieme l'ampio spettro delle questioni cruciali che ci sono oggi in campo, senza stabilire una dominanza del tipo: il sociale prima del politico, i diritti civili primi di quelli economici, ecc. Il programma é generale anche se questo non impedirá di definire tempi diversi.

 Ci dicono peró che é importante misurarsi anche con il tema delle regole politico-elettorali, contestare e provare a cambiare come funziona il sistema della rappresentanza perché é evidente che esso continua a svolgere una funzione ancora molto importante nella vita pubblica contemporanea.

 E ci invitano a non essere timidi nella sperimentazione di nuove forme di organizzazione politica, caratterizzate da un alto tasso di orizzontalitá, dalla lotta alla burocratizzazione e alla costruzione degli apparati, e dal desiderio di utilizzare al meglio le nuove tecnologie della comunicazione rivalutando al tempo stesso il rapporto diretto tra uguali.

 Sintetizzando: indipendenza dai partiti attuali, capacitá di segnalare la propria totale diversitá ed alteritá rispetto all'attuale quadro politico, produzione di forme innovative di partecipazione orizzontale, utilizzo democratico dei media indipendenti, programma sociale e politico di ampio respiro, messa in discussione delle regole politico-elettorali. Grazie Spagna, adelante compañeros.....

Guido Lutrario
Blocchi Precari Metropolitani
Madrid, 23 maggio 2011
da contropiano.org

22 maggio 2011

Milano e Napoli sono le facce opposte della stessa medaglia, esse oggi assieme rappresentano la crisi di quel modello sociale berlusconiano

La differenza la fa il lavoro
Nei ballottaggi di Milano e Napoli la differenza la può fare il lavoro.
Milano è stata per anni la capitale ideologica dell'esaltazione della flessibilità. Centinaia di migliaia di giovani, e anche meno giovani, sono entrati nelle nuove professioni, come nelle vecchie, nel lavoro cognitivo come in quello materiale, sull'onda di una campagna ideologica che, iniziata con la "Milano da bere" di Bettino Craxi, prometteva carriere prestigiose e ricchezza a chi, pur nella precarietà, fosse capace di arrangiarsi.
Questa Milano è stata la base ideologica di Berlusconi, del suo blocco sociale, del suo modello di società. Ora questa Milano è profondamente in crisi. Milano è diventata anche la città della precarietà giovanile, ove intelligenza, cultura e professionalità sono sprecate e disperse in miriadi di contratti capestro, siano essi di lavoro dipendente, siano essi partite Iva o quant'altro. La Milano postfordista è diventata così la Milano di San Precario, delle mobilitazioni dei giovani, della ricerca delle strade nuove per la conquista dei diritti e della dignità del lavoro. Anche la mobilitazione dei disabili, i loro fischi alla Moratti e a Formigoni, sono il segno di una città e di un mondo del lavoro frantumato e disperso che si sta riorganizzando e che sicuramente non crede più alle favole di Berlusconi, degenerate, è bene ricordarlo, nella risposta data a una giovane precaria che chiedeva del suo futuro: «sposare un milionario». Ma questa città dei lavori nuovi, delle nuove professioni, improvvisamente due anni fa si è incontrata con la più tradizionale delle lotte sindacali. Quella dei 50 operai specializzati metalmeccanici dell'Innse, che dopo una durissima occupazione durata più di un anno, sono riusciti a vincere la loro vertenza salendo, per primi, sulla loro gru e inaugurando così un modello di protesta sociale. Davanti ai cancelli della fabbrica, presidiati da ingenti forze di polizia, in quei giorni c'erano tantissimi giovani del lavoro precario. Coloro che, secondo l'ideologia dominante, avrebbero dovuto sentirsi i più lontani da quella vertenza di operai metalmeccanici. E invece quella lotta riuscì a mobilitare una solidarietà civile e culturale enorme, che scosse la città. Il ministro Tremonti, quando gli operai vinsero, dichiarò che quella era la più bella notizia che aveva ricevuto in quell'anno.
Peccato però che in quei mesi i più tenaci avversari degli operai, coloro che avevano spinto perché venisse chiusa la fabbrica e trasformato il tutto in un centro commerciale, erano la giunta di Milano e, in particolare, la Lega. Sì, proprio quella Lega Nord che si finge popolare e che quei giorni, di fronte alla lotta dell'Innse, parlò di esproprio proletario per bocca di un suo esponente di governo. La Milano civile, la Milano dei diritti di cui parla Pisapia, è anche la Milano dei diritti del lavoro, quello più antico e quello più nuovo, quello delle fabbriche come quello del lavoro diffuso nell'informazione e nella commercializzazione.
A Napoli la questione lavoro è la priorità delle priorità. Tutto ruota attorno ad essa. Il dilagare del lavoro nero e del caporalato, delle clientele e delle discriminazioni, che sfruttano drammaticamente la disoccupazione, hanno creato dei veri e propri padroni del lavoro, come denuncia De Magistris, che sono figli dell'intreccio tra criminalità affaristica e criminalità camorrista.
L'attacco ai diritti e al contratto nazionale che in particolare nel Mezzogiorno è un indispensabile bene comune; l'assenza di interventi, piani, programmi di investimento per il lavoro e lo sviluppo degni di questo nome; tutto questo ripropone la questione sociale come la priorità assoluta della città. Già i lavoratori di Pomigliano hanno saputo con grande coraggio dire in tanti no al ricatto di Marchionne, due volte più feroce perché rivolto a un Mezzogiorno nel quale la distruzione delle fabbriche, come la Fiat ha fatto a Termini Imerese, è una vera e propria devastazione sociale. In tutta Napoli c'è oggi una domanda di riscatto che vuol dire una speranza per il lavoro per sé, per i figli, per il futuro. Il candidato del centrodestra viene dai meandri della Confindustria napoletana. E' dunque uno dei principali artefici, economici prima che politici, del disastro sociale della città. Presentarlo come il nuovo è un imbroglio misero, privo di qualsiasi efficacia. A Napoli le lotte per la legalità, il risanamento ambientale, la giustizia e la democrazia, hanno sempre un preciso riscontro e versante nella lotta per il lavoro. La mobilitazione del lavoro che si può mettere in campo mentre si riprogetta e si riorganizza la vita della città, dalla raccolta differenziata porta a porta fino al rilancio dei beni comuni e dei beni culturali, tutto questo può sfociare in un vero e proprio piano per il lavoro. Che naturalmente può essere messo in campo solo c'è un profondo cambiamento nei gruppi dirigenti della politica. Ed è questa la speranza che si è raccolta e si sta organizzando attorno a De Magistris.
E' vero, Milano e Napoli paiono oggi i poli opposti della società italiana. Uno il polo della ricchezza e di un modello di sviluppo che vogliamo cambiare, l'altro il polo della devastazione e della subalternità quasi coloniale e quello stesso modello di sviluppo. Milano e Napoli sono le facce opposte della stessa medaglia, esse oggi assieme rappresentano la crisi di quel modello sociale e culturale che Berlusconi ha rappresentato politicamente e che con Berlusconi va oggi in crisi. Per uscire con diritti e democrazia da questa crisi, il lavoro, il diritto al lavoro e i diritti del lavoro, assieme, possono fare la differenza decisiva. E la faranno.

Giorgio Cremaschi
21/05/2011
www.liberazione.it

18 maggio 2011

Non è un tracollo, ma quasi. Berlusconi ce l'ha messa tutta alla vigilia per politicizzare queste elezioni.

Lo sconfitto
è Berlusconi.
La sinistra
ce la fa
da solaAttenzione: apre in una nuova finestra.
Gli è andata male, come a D'Alema, che nel 2000 si dimise da presidente del consiglio per la batosta alle Regionali. Milano è il caso più eclatante. Per la città in mano al centrodestra da decenni, Berlusconi aveva addirittura pronosticato una vittoria al primo turno di Letizia Moratti. Così non è stato. La discesa in campo del premier non ha sortito l'effetto sperato. Al momento le proiezioni danno Giuliano Pisapia, il candidato del centrosinistra e Fds compresa, in un sorprendente vantaggio su Letizia Moratti (46,5 % contro 42). E neppure a Napoli il candidato del centrodestra Lettieri riesce a sfondare nonostante il declino del sistema di potere bassoliniano. Anzi, si tiene ben al di sotto del cinquanta per cento, al 38 per la precisione, stando sempre ai dati di cui disponiamo al momento della chiusura del giornale. Cautela è d'obbligo, ma se venisse confermato il quadro, le opposizioni a Berlusconi non se la caverebbero affatto male, complessivamente parlando. Se si va a vedere nel dettaglio la situazione nelle quattro città più grandi - Milano, Torino, Napoli e Bologna - neppure il Pd può però dire di farcela da solo. Dei suoi candidati fabbricati in casa passa al primo turno solo Piero Fassino, che a Torino raccoglierebbe quasi il 57 per cento. Altra storia invece a Napoli dove il candidato "bassoliniano" di Pd e Sel, Morcone, arriverebbe addirittura solo alle spalle di Luigi De Magistris (Idv e Fds), 19 % il primo, oltre il 25 il secondo. A Milano, per la cronaca, Giuliano Pisapia è diventato candidato del centrosinistra solo perché ha sconfitto alle primarie di novembre il candidato originario del Pd, Stefano Boeri. A Bologna, il candidato di centrosinistra e sinistra, Merola, dovrebbe avercela fatta al primo turno con il 52 per cento. Ma non è da sottovalutare il risultato del candidato della Lega (Bernardini), che raccoglierebbe il 29 per cento, e di quello del Movimento 5 stelle (Bugani), arrivato intorno al 10. A Cagliari - dove l'affluenza è più alta della media nazionale, quasi il 75 - è in vantaggio il candidato del centrosinistra Zedda (49 per cento) su quello del centrodestra, Fantola (al 41,9). Più aperta la partita a Trieste, dove dietro a Consolini, centrosinistra (39,9), e Antonione, centrodestra (28,2), ci sono i candidati della Destra (Bandelli, 11,1) e della Lega (Fedriga, 6,2).
Veniamo ai commenti. «Queste elezioni hanno uno sconfitto, si chiama Silvio Berlusconi», dice il segretario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero. «Secondo punto, l'affermazione di De Magistris è un segnale, una richiesta di radicalizzazione a sinistra. Chi ha interpretato una linea di sinistra ma in discontinuità con la passata gestione del comune di Napoli è stato premiato. Chi invece, Pd e Sel, si è posto in continuità con l'esperienza passata è stato punito. Terzo, alla luce della sconfitta di Berlusconi e della richiesta di radicalizzazione a sinistra con De Magistris e Pisapia, il dato è che centrosinistra più sinistra possono essere maggioranza in tutta Italia senza bisogno del centro. Abbiamo di fronte una necessità: sconfiggere Berlusconi con un'alleanza tra sinistra e centrosinistra senza inventarsi alchimie con il centro».
Berlusconi non parla. Forse lo farà in tarda serata. «Non ci attendevamo questi dati», dice il coordinatore del Pdl Denis Verdini. Nel centrodestra si cerca il colpevole per lo schiaffo di Milano. In cima nella lista dei sospettati ci sono i "traditori" finiani. «Era impensabile che ce la potessimo fare al primo turno», dice Daniela Santanché, «rispetto alle comunali dell'altra volta mancano i voti di Fini». Più o meno la linea di La Russa: «Tutte le volte che il centrodestra si è presentato diviso è sempre andato al ballottaggio». Dal fronte dei finiani risponde Bocchino: «se questi dati si confermeranno, segnano la fine del berlusconismo». Anche Granata dice la stessa cosa: «Il dato di Milano è il più importante. Se Berlusconi voleva trasformare queste elezioni amministrative in un referendum pro o contro se stesso, dai primi dati possiamo dire che l'ha perso alla grande».
Anche la Lega non parla. Bossi, chiuso nel suo ufficio a via Bellerio, è apparso irritato. A cinque ore dalla chiusura delle urne nessun dirigente nella sede federale ha commentato i risultati. Ha parlato, invece, il segretario del Pd, Luigi Bersani. «La sfida che Berlusconi ha lanciato si è rivelata un boomerang. Io chiedo alla Lega di fare una riflessione. Perchè si può stare con uno che vince se tu perdi. Si può stare con uno che perde, se tu vinci. Ma se tu perdi e lui perde, ci sarà qualcosa che non gira». In vista dei ballottaggi sarà decisivo l'atteggiamento del Terzo polo. «Sconti non ne facciamo a nessuno» dichiara Casini, che però aggiunge: «Queste erano elezioni amministrative ma se c'è uno che ha voluto trasformarle in referendum è Berlusconi. E il referendum lo ha perso».
Last but not least, il referendum regionale sul nucleare che s'è tenuto in Sardegna (dove per le amministrative si votava solo a Cagliari) è un'altra tegola per il governo nazionale. Oltre il sessanta per cento dei votanti - ben al di sopra del quorum, quindi - ha bocciato con una valanga di Sì (98,14 per cento) la politica delle centrali nucleari.
Tonino Bucci
17/05/2011
www.liberazione.it

14 maggio 2011

L’elenco dei motivi per i quali certe proposte sono mortali per le sorti dei lavoratori

Ichino, gli errori della Cgil ed il “mea culpa” della Fillea (di Modena)

Era trascorsa appena qualche settimana dall’(ennesima) intervista di Pietro Ichino al “Corriere” (6 maggio 2011), attraverso la quale denunciava “Urbi et Orbi” che da almeno sessant’anni le posizioni Cisl si dimostrano vincenti rispetto a quelle della Cgil, che un solerte dirigente sindacale ritenne opportuno “voltare pagina” e fare ammenda degli errori del passato!
Tra l’altro, Sauro Serri - segretario Fillea di Modena - intese farlo, bontà sua, in modo clamoroso attraverso un comunicato stampa (20 aprile).
Infatti, il rappresentante degli edili, commentando le dichiarazioni del locale direttore della Confapi - che, sostanzialmente, prendeva atto del persistere della crisi di settore e indicava come “meritevole di attenzione” la proposta Ichino del: Tutti a tempo indeterminato, nessuno inamovibile” - auspicava, come possibile “via di uscita”, proprio quanto - incessantemente - invocato dal senatore Pd.
Dimostrando, evidentemente, almeno da parte della Fillea di Modena, piena disponibilità a ripudiare il passato.
Purtroppo, però, l’incauto Serri si è reso responsabile, a mio parere, di almeno un paio di clamorosi errori che, immagino, richiederanno un (approfondito) confronto con i responsabili regionali dell’Organizzazione.
Infatti, a prescindere dal suo pieno e incondizionato diritto a esprimere qualsiasi tipo di valutazione personale su quello che, in sintesi, indicherò come “Contratto unico” (versione Ichino), reputo che lo stesso - nella veste di responsabile provinciale - non abbia espresso, al riguardo, la posizione ufficiale della Cgil.
A meno che la stessa non sia recentemente cambiata! Non che l’ipotesi Ichino abbia - nel corso degli ultimi anni - lasciato completamente insensibili tutti i dirigenti (locali e nazionali) della Cgil, ma, almeno, non risulta essere mai stata espressamente condivisa dai vertici nazionali.
Inoltre, non è ininfluente una considerazione (del rappresentante Fillea) che, personalmente, temo dettata da una frettolosa o, addirittura, distratta lettura del disegno di legge Ichino. Il che, evidentemente, non depone a favore di Sauro Serri.
Questo perché rilevare, in un passaggio del comunicato stampa: ” La legge Maroni (detta legge Biagi), nell’ipotesi si approvassero le proposte Ichino, dovrebbe per intero essere abrogata e questo, di per sé, è già un indiscutibile pregio della proposta Ichino”, è - per lo meno, fuorviante - oltre che profondamente sbagliato.
Infatti, sin dalla Relazione di accompagnamento al ddl 1481/09, si evince che tutte le norme previste da quel vero e proprio “Supermarket delle tipologie contrattuali”, rappresentato dal decreto legislativo 276/03 - e non, come erroneamente e strumentalmente indicato da molti, dalla legge “Biagi” - resterebbero regolarmente vigenti.
L’unica novità sarebbe (oggettivamente) rappresentata dal ricomprendere nella nuova tipologia contrattuale - perché considerati in posizione di sostanziale “dipendenza economica” - una parte dei soggetti attualmente impegnati come prestatori d’opera a carattere continuativo, in regime di sostanziale mono - committenza (entro un limite di compenso annuo).
Quindi, rispetto al pregio, che Serri riconosce alla proposta Ichino: nel senso della reale abrogazione del 276/03, nulla di più immeritato!
Concretamente, all’indomani dell’eventuale entrata in vigore della legge “Ichino”, ci ritroveremmo nella condizione di:
a) contare una nuova tipologia contrattuale (che - inevitabilmente - finirebbe con il sostituire anche quel che resta dell’attuale contratto di lavoro “standard”, a tempo pieno e indeterminato);
b) non avere più l’art. 18 dello Statuto;
c) non aver risolto il dramma della “flessibilità” tradotta in “precarietà”;
d) avere ancora tutte le tipologie contrattuali oggi disponibili;
e) avere un contratto a tempo determinato della durata massima di sei anni (tre iniziali più tre di proroga o rinnovo) che, ineluttabilmente, sarebbe “slegato” da causali oggettive.
Per quanto, invece, attiene l’altro punto del comunicato di Serri - l’applicazione anche in Italia degli standard dei paesi europei più avanzati (?) - rilevo di non condividere l’idea di “svendere” l’art. 18 (che non è solo una norma di garanzia, rappresenta ancora, oggi più di ieri, l’estrema forma di tutela della dignità del lavoratore) per un “miraggio”.
In sostanza, a prescindere dalla (apprezzabile) previsione di misure di assistenza post licenziamento - previste dalla proposta in discussione - nulla garantirebbe ai lavoratori assunti attraverso la nuova tipologia contrattuale di poter contare su di un’occupazione stabile nel tempo.
Questo perché, alle già numerose possibilità di vedere improvvisamente interrotto il proprio rapporto di lavoro - dai licenziamenti collettivi a quelli individuali per motivi oggettivi - si aggiungerebbe quella del licenziamento “senza giusta causa”!
Salvo riuscire a dimostrare - con tanta fortuna e perseveranza e molte prove, a carico del lavoratore - la natura “discriminatoria” dello stesso.
Naturalmente, l’elenco dei motivi per i quali reputo la proposta Ichino negativa per le sorti dei lavoratori, va ben oltre quanto (appena) accennato in questa breve nota che, però, mi auguro, risulti sufficientemente esaustiva circa l’opportunità, per la Cgil, di “continuare a sbagliare”!

Renato Fioretti
collaboratore redazionale di Lavoro e Salute

La mossa della Cgil non affronta minimamente i drammatici problemi sociali del mondo del lavoro, la caduta dei salari e dei diritti

Dopo lo sciopero la Cgil svolta: ma dove?

Patto per la crescita. Questo è il titolo con cui è stato annunciato dalla stampa il documento votato poi a maggioranza dal direttivo della Cgil. La sintesi, per quanto brutale, chiarisce il senso negativo di questa scelta.

La Cgil fa propria la priorità della "crescita", sulla quale si stanno orientando non solo le posizioni della Confindustria, ma tutta la politica economica dell'Unione Europea, del sistema bancario, del Fondo monetario internazionale. E' una scelta profondamente sbagliata che, al di là delle cautele e delle attenuazioni di circostanza, accetta che la crisi possa essere affrontata con il rilancio dell'attuale modello di sviluppo. Tutti vogliono la crescita, ma la crescita di che? Quella dei salari, quella dei diritti sociali, quella dell'area dei beni comuni e dell'economia sottratta a una produzione di massa che distrugge tanto la salute delle persone quanto quelle del pianeta, oppure la crescita del Pil secca e brutale? Non si scappa da questo punto e assumere oggi la priorità della crescita significa inevitabilmente diventare subalterni alla strategia della competitività, della produttività, del profitto a tutti i costi che oggi anima gli indirizzi della Confindustria e dei principali governi europei.

Non è un caso che da questa scelta derivi sul piano sindacale il secco ridimensionamento del contratto nazionale. Per la prima volta il direttivo della Cgil auspica un contratto «meno prescrittivo e più inclusivo» che, tolto il sindacalese, vuol dire un contratto nazionale più leggero, che abbassi il livello delle tutele e dei diritti nella speranza di allargare l'area dei lavoratori compresi in esso.

Questo significa sposare una vecchia tesi, mai provata dai fatti. Quella dei vasi comunicanti dei diritti, per la quale si spera di estendere un po' di tutele ai precari, ai disoccupati, al lavoro nero, abbassando la qualità e la quantità dei diritti medi per tutti. Questa teoria alimenta la campagna contro il "privilegio" di chi ha ancora la tutela dell'articolo 18 e che, non essendo licenziabile, non può essere sostituito da un giovane precario. La Cgil non ha mai sposato queste teorie, e non lo fa tuttora, ma il documento apre inevitabilmente ad esse dal momento che indebolisce complessivamente il ruolo e il peso del contratto nazionale. Di cui vengono ridotte la funzione salariale così come quella normativa, in particolare sugli orari e le flessibilità. Si apre così la via alla cosiddetta articolazione della contrattazione, che nei fatti significa dare spazio alle deroghe "contrattate" dalle Rsu, soprattutto quando sono sotto ricatto occupazionale.

La Cgil respinge le clausole di responsabilità, con cui Marchionne in Fiat attenta alle libertà costituzionali dei lavoratori. Tuttavia accetta l'idea che ci sia una "esigibilità dei contratti". Parola terribile questa, che nel linguaggio delle imprese significa una sola cosa: una volta che qualcuno ha firmato, non puoi più discutere, né tantomeno rifiutare.

Si apre così la via, come ha denunciato nel suo intervento contrario al documento Maurizio Landini, alla generalizzazione del sistema delle deroghe.

Oltre alle evidenti obiezioni di merito, c'è anche una fortissima obiezione politica a questa scelta della maggioranza della Cgil. Anche questa è stata argomentata nel direttivo, in particolare da Gianni Rinaldini. Che ragione c'era, dopo uno sciopero che ha dato un importante segnale di combattività di massa, che ragione c'era di proporre questa svolta? E' stato detto forse nelle piazze del 6 maggio che si scioperava per il ritorno alla concertazione e per il patto sociale? E' chiaro che questa scelta, giustificata con il solito motivo che la Cgil non può non avere una proposta, si dà una torsione negativa a tutto il movimento di lotta che si è sviluppato in quest'ultimo anno, a partire da Pomigliano. E' tutto da discutere che questo movimento si sia sviluppato per arrivare al contratto leggero e a un nuovo sistema di regole finalizzato alla produttività e alla crescita. A me sembra, al contrario, che l'anima vera e profonda di questo movimento, sia stato il no al modello proposto dalla Confindustria e dalla Fiat, il no alla flessibilità e alla produttività come vie principali per la crescita, il no insomma al modello Marchionne non solo nella fabbrica, ma nella scuola, nella cultura, in tutta la società. Ci sono stati arretramenti in questa battaglia, difficoltà, sconfitte dolorose come alla Bertone. Ma l'anima vera del movimento di lotta è stata questa. Quella che chiedeva una piattaforma di cambiamento sociale fondata sui diritti e le libertà e non un nuovo patto con la Confindustria.

Con questa accelerazione moderata la maggioranza della Cgil ha riassorbito tutte le sue articolazioni interne e ha messo di nuovo ai margini la maggioranza della Fiom e la minoranza congressuale, che hanno votato contro.

Bisogna allora prendere atto che, pur tra conflitti e contraddizioni, è in atto un processo che punta alla sostituzione di Berlusconi con una concertazione politica e sociale di stampo neocentrista. La maggioranza della Cgil, con il suo documento, entra in questo processo politico. E' vero che le confusioni del governo, le rigidità e gli applausi agli omicidi dell'assemblea della Confindustria, non rendono vicinissimo un nuovo accordo. Verso di esso però marcia la maggioranza della Cgil. Ed è questa una direzione di marcia pericolosa e anche sbagliata nella prospettiva, perché non solo l'Italia, ma tutta l'Europa è colpita dalla crisi del modello di sviluppo, dalle catastrofi sociali che provocano le politiche liberiste di risanamento quali quelle che stanno massacrando la Grecia, dall'assenza di una vera strategia di cambiamento sociale.

La mossa della Cgil può forse servire a rimettere nei giochi della politica la principale confederazione italiana, ma non affronta minimamente i drammatici problemi sociali del mondo del lavoro, la caduta dei salari e dei diritti, l'aggressione alla libertà dei lavoratori che si sta scatenando.

Il voto del direttivo della Cgil è sul piano sindacale l'equivalente degli indirizzi politici del Partito Democratico. Non coincide in tutto con essi, ma la direzione di marcia è quella. Alla base di quella scelta sta l'idea che si possa sostituire Berlusconi rendendolo inutile anche per le imprese, con un nuovo patto con questa Confindustria, questo sistema di potere economico, questo modello di sviluppo. Un'idea che comporta inevitabilmente la normalizzazione dell'opposizione sociale.

Di fronte a questo passaggio tutte e tutti coloro che, nel sindacato e nei movimenti credono e pensano ad un'altra prospettiva, oggi hanno il dovere di ritrovarsi per contrastare queste scelte e per costruire una piattaforma alternativa ad esse.

Giorgio Cremaschi
13/05/2011
www.liberazione.it

10 maggio 2011

Un infame, colossale "depistaggio" fu organizzato da settori politici, dei carabinieri, della magistratura


Peppino Impastato: il suo impegno e il suo ricordo per cambiare la società

Il 9 maggio 1978 veniva ucciso, dalla mafia, Peppino Impastato attivista di Democrazia Proletaria. Il Potere aveva relegato Peppino in un cono d'ombra; l'ha indicato, dal 1978 fino al 2001, come un "terrorista", favorito dal clima creato dall'uccisione di Aldo Moro.
Vi è, allora, anche un aspetto istituzionale, anzi di morfologia del potere da ricordare: per insabbiare la verità sull'uccisione di Peppino, che i suoi compagni subito gridarono e coraggiosamente pretesero, è stato organizzato da settori politici, dei carabinieri, della magistratura, un infame, colossale "depistaggio". Ci sono voluti 23 anni, perché sentenze e relazioni parlamentari accertassero che l'uccisione di Peppino configurava un delitto politico-mafioso di grande rilievo.
Oggi quella dell'antimafia è divenuta un'etichetta utile a tutti: istituzioni, partiti, aziende ed associazioni fanno a gara per accaparrarsi il bollino della legalità. Ma cosa è oggi la legalità? Quale processo ha permesso ad un concetto quale quello di "legalità"di divenire la bandiera di un presunto movimento di opposizione quale quello genericamente definito "movimento antimafia"? Se il termine "legalità" è palesemente connotato dall'attuale sistema di potere che identifica lo Stato-legislatore come unico beneficiario della possibilità di definizione di ciò che è legale e ciò che è non, sarà ancora lo Stato l'unico attore in grado di sconfiggere l'apparato mafioso e imporre le sue leggi?
Nel dizionario della lingua italiana per legalità si intende:
1- carattere di ciò che è legale, conforme alle disposizioni di legge;
2- condizione fissata dalla legge: restare nell'ambito della legalità.
La legalità è derivata e declinata nelle sue varie forme dallo Stato, perché la Legge è definita dallo Stato; ci troviamo così di fronte ad un cane che si morde la coda: la legge è lo strumento per antonomasia che il potere si da per garantirsi la riproduzione sociale, ma nonostante questa peculiarità immutabile, l'unica risposta che il "movimento antimafia" è capace di darsi come soluzione di cambiamento radicale della società meridionale e nazionale è la riproposizione estenuante del binomio magistratura-legalità, cioè del potere stesso. Le misure puramente repressive non possono in alcun modo cancellare il fenomeno mafioso la cui necessità sociale, economica e politica garantisce il continuo riformarsi delle gerarchie criminali. Le centinaia di arresti continuamente spacciati dalla propaganda ufficiale come segno di una supposta vittoria sono mera rappresentazione di un teatrino opprimente per la nostra terra. Crediamo sia giusto sottolineare un aspetto centrale: a guardare la composizione sociale del nostro territorio, la sua storia e le sue lotte, riconosciamo anche noi che molto spesso, dietro la richiesta di legalità si nasconda un'immediata (ma superficiale) forma resistenziale (e di lotta) ad un potere che in Italia, più che altrove, ha mostrato grande arbitrarietà rispetto ai proprio ordinamenti giuridici; una voglia di cambiamento che però, rispondendo proprio alle sollecitazioni del potere stesso che si vuol combattere, adagiandosi sui suoi strumenti oppositivi e sul suo linguaggio, finisce inevitabilmente per essere più funzionale che conflittuale ed antagonista al sistema stesso. Per cui, chi grida alla legalità, sostiene un concetto che è al contempo legge e controllo, è Stato e appiattimento sociale, è filosofia della conservazione e antirivoluzione per definizione. In questo senso va anche visto il ruolo ricoperto dalla venerata e osannata Magistratura; affidare ai tempi (e ai fini) della magistratura i tempi della lotta è l'errore più grande in cui i movimenti di opposizione possano cadere; il potere giudiziario in quanto tale è potere politico a tutti gli effetti e in questo purtroppo Berlusconi ha ragione) con precisa funzione sociale: "tale questione non ha nulla a che fare (come talvolta si vuol credere) con la supposta esistenza di buoni o cattivi giudici, di una magistratura corrotta che si oppone ad una di onesti funzionari al servizio della giustizia. La questione è il ruolo che l'apparato giudiziario e repressivo dello stato riveste nell'economia generale dell'abnorme macchina governamentale che disciplina ed organizza le nostre vite. Questo ruolo, recitato con estrema disciplina, è il ruolo del conservatore dello status quo, del mantenimento dell'ordine e della disciplina, è il ruolo di chi giudica e punisce chiunque da quell'ordine si allontani, il ruolo che magistratura e polizia hanno è, in estrema e brutale sintesi, quello di permettere, al potere attualmente dominante, di dispiegarsi in tutta la sua arrogante violenza e di generare tutto l'orrore di cui è capace".Sostenere la magistratura "adognicosto" significa in ultima istanza mettere il ruolo della legge in primo piano rispetto alla legittimità delle lotte sociali e delle forme di antagonismo che, spontaneamente o meno, si danno nei territori. E ciò significa purtroppo difendere lo staus quo dal cambiamento reale e materiale della nostra terra. Processo dirimente è quindi l'immediato abbandono di una visione dualistica e di contrapposizione tra stato e mafia. Lo dimostrano gli eccidi di Giardinelli e Lercara commissionati direttamente da Crispi; lo dimostrano gli omicidi di quadri proletari, sindacalisti e capi contadini nel primo-dopoguerra; lo dimostra ancora l'eccidio miserabile di Portella della Ginestra, ordito dai più alti vertici del capitalismo globale e nazionale; lo dimostra la morte di Peppino Impastato, impegnato contro le lobbies affaristiche costituitesi dietro la costruzione dell'aeroporto di Punta Raisi a cui erano legati i vertici della Democrazia Cristiana meridionale e non solo; e la lista potrebbe continuare ancora a lungo. Affidare allo Stato Italiano, lo "Stato delle stragi" e della repressione violenta e antidemocratica di tutti i movimenti rivoluzionari che la storia ha saputo esprimere e lasciarci in eredità, vuol dire consegnare il ricordo di Peppino ai suoi infami assassini.
Un esempio ne è il fatto che nelle scorse settimane Roberto Saviano “eroe” dell’antimafia ha presentato denuncia contro Paolo Persichetti, giornalista di Liberazione, in quanto non ha gradito la diffida inoltrata dal centro Peppino Impastato all’editore del suo penultimo libro, “La parola contro la camorra”.
Nella ricostruzione proposta da Saviano il merito di aver lacerato il velo di silenzio sulla morte di Impastato, consentendo anche la riapertura dei processi, viene attribuito per intero al film I cento passi di Marco Tullio Giordana, presentato al festival di Venezia nel settembre 2000. I due decenni precedenti, il fondamentale lavoro di controinformazione, condotto all’inizio in piena solitudine, dal Centro Impastato e dai suoi familiari scompaiono nel buco nero della storia. L’omissione, segnalano i legali del Centro, è tanto più grave perché l’operazione editoriale mira ad una diffusione di massa del testo che così contribuirebbe a edificare una riscrittura del passato contraria alla verità storica. L’infaticabile lavoro di denuncia del Centro Impastato aveva portato la commissione antimafia ad occuparsi della vicenda già nel 1998 mentre le indagini e i processi hanno tutti avuto inizio prima del film, che semmai ha coronato questo risveglio d’attenzione sulla vicenda. Saviano non è nuovo ad operazioni del genere. Quando non abbevera i suoi testi alle fonti investigative da mostra di evidenti limiti informativi. In un’altra occasione aveva anche raccontato di una telefonata ricevuta dalla madre di Impastato, «che abbiamo verificato non essere mai avvenuta» come ci ha spiegato Umberto Santino. Quest’ultimo episodio ripropone nuovamente gli interrogativi sul ruolo di amministratore della memoria dell’antimafia che a Saviano è stato attribuito da potenti gruppi editoriali. L’inquietante livello di osmosi raggiunto con gli apparati inquirenti e d’investigazione, che l’hanno trasformato in una sorta di divulgatore ufficiale delle procure antimafia e di alcuni corpi di polizia, dovrebbe sollevare domande sulla sua funzione intellettuale e sulla sua reale capacità d’indipendenza critica. Saviano oramai è un brand, un marchio, una sorta di macchina mediatica in mano ad alcuni apparati. L’uomo Saviano sembra divenuto un replicante. L’omissione del lavoro delle compagne/i e del centro Peppino Impastato, non appare affatto innocente ma la diretta conseguenza di una diversa concezione dell’antimafia risolutamente opposta all’antimafia sociale di Peppino Impastato. Una verità che con tutta evidenza il dispositivo Saviano non può più raccontare.
L’Impegno e il ricordo di Peppino parla quindi a noi, oggi, ancora di più, per il suo rigore scientifico, la sua tensione, la sua passione. Anche se tentano di trasformarlo in una icona imbalsamata, in un "santino" (come stanno tentando, del resto, con Che Guevara) va ricordato che Peppino fu, come amava rivendicare, un sessantottino, un comunista. Fu un organizzatore sociale e politico; organizzò il conflitto bracciantile; occupò terre. Fu un innovatore culturale, anche sul piano della comunicazione: "Radio Aut" fu esempio straordinario della capacità comunicativa di attaccare il comando mafioso anche con lo sberleffo, con la satira aspra e documentata che parte dall'inchiesta sul territorio. Ricordiamo Peppino, oggi, dopo tanti anni, con il sentimento vivo e l'affetto di chi si sente, anche emotivamente, parte di uno splendido impegno collettivo. Tanto più perché controcorrente.

09/05/2011
Osservatorio sulla Repressione
www.osservatoriorepressione.org

Solo grazie ai volontari delle associazioni umanitarie centinaia di persone sono state salvate

Denuncia choc del Guardian: «La Nato ha lasciato morire decine di migranti»

La scorsa notte a Lampedusa si è rischiato un altro dramma dell’immigrazione clandestina: quasi 500 migranti coinvolti, a Cala Francese, proprio alle spalle del porto commerciale. Dopo che nel barcone si è rotto il timone, l’imbarcazione è rimasta incastrata tra gli scogli con il mare molto mosso, rischiando di capovolgersi. Fortunatamente, sono intervenuti guardia costiera ie forze dell'ordine, ma è stato soprattutto grazie alle decine di volontari delle associazioni umanitarie che hanno formato una vera e propria catena umana che ha consentito a centinaia di migranti di giungere a terra sani e salvi. Una vera e propria gara di solidarietà dove nessuno dei lampedusani si è risparmiato. Eppure, alla notizia dell'immediata solidarietà dei lampedusani fa da contraltare un altro dispaccio terribile: verso la fine di marzo la Nato avrebbe fatto morire di fame e di sete decine di migranti africani nel mar Mediterraneo. A dirlo è il quotidiano britannico Guardian, precisando che le unità europee e della Nato hanno ignorato le richieste di aiuto dei migranti. Il giornale inglese spiega che una barca partita da Tripoli il 25 marzo, con a bordo 72 persone, tra cui donne e bambini, e diretta a Lampedusa, dopo 18 ore di navigazione si è trovata in difficoltà. Nonostante le richieste di aiuto, gli immigrati sono stati lasciati alla deriva per sedici giorni e alla fine solo 11 di loro sono riusciti a sopravvivere. Uno di loro, Abu Burke, ha raccontato: «Ogni mattina ci svegliavamo e trovavamo nuovi cadaveri, che lasciavamo stare per 24 ore prima di gettarli in mare». I sopravvissuti hanno spiegato di aver chiesto aiuto a un prete eritreo che vive a Roma, padre Moses Zerai, il quale ha contattato la Guardia costiera italiana. Poco dopo un elicottero ha gettato acqua e cibo ai migranti. Nessun paese ha ammesso di aver inviato l'elicottero. L'imbarcazione si sarebbe ritrovata accanto a una portaerei della Nato, la francese Charles de Gaulle, ma anche questa volta nessuno avrebbe aiutato i migranti, tra cui due neonati. Le autorità francesi hanno inizialmente negato la loro presenza nella zona, ma di fronte alle prove mostrate dal Guardian un portavoce ha negato ogni commento. La Nato, invece, ha smentito che una cosa del genere sia mai avvenuta. Ma ora si è aperta un'inchiesta perché, se l'accaduto fosse vero, di per sé sarebbe un atto criminale. E dire che, al contrario, a Lampedusa nessuno si è risparmiato per salvare i naufraghi del barcone che stava per affondare di fronte alle coste.
Le operazioni di soccorso sono durate oltre un’ora e mezza e alcuni profughi sono stati salvati quando già erano in acqua e rischiavano di annegare, a causa delle onde e dell’impossibilità di raggiungere gli scogli per potersi mettere al riparo. Il buio, il panico e le grida hanno fatto il resto. Agghiacciante il resoconto di un dispaccio dell’agenzia AdnKronos: “Una donna di colore cade in acqua e viene tratta in salvo dopo pochi istanti, ma appena arriva sugli scogli inizia a gridare: ‘Where is my baby, where is my baby, please?’. Vuole sapere dove è il suo bambino di quattro mesi. I fari illuminano il mare, ma non c’è traccia del bambino. La donna si accascia terra e continua a piangere. Poi un uomo indica un bambino sul barcone che sta per cadere in acqua e i finanzieri si fiondano per recuperarlo. Sono minuti concitati. Tutti urlano, tutti cercano di dare una mano per salvare il bambino che alla fine viene restituito sano e salvo alla sua mamma. Molti profughi riescono a risalire sugli scogli grazie alla catena umana, ma a causa del buio non vedono le falle d’acqua e qualcuno si ritrova con la faccia contusa, un altro si è rotto una gamba”.
“Il giovane tenente della Guardia di Finanza Davide Miserendino – si legge ancora – non ci pensa su due volte e si getta in acqua, tutto vestito, per prendere dei bambini caduti in mare. E’ bagnato fradicio, ma sembra non accorgersene. Si rigetta nel mare e continua la sua opera di salvataggio. Così come il commissario di Polizia, Corrado Empoli, che riesce a salvare diverse donne, tirandole su dagli scogli e bambini ancora piccoli. Sono quasi le cinque del mattino, ma è ancora buio fuori. Nel frattempo sono arrivate due motovedette di Guardia costiera e Guardia di Finanza che illuminano il barcone. Ma non basta. La luce è troppo fioca. Non si vede nulla. Due barchette e un gommone fanno su e giù dalla carretta per tentare di salvare almeno i bambini e le loro mamme. Tra loro ci sono anche dei pescatori lampedusani arrivati appena è scattato l’allarme. Si sentono solo le grida di terrore dei profughi a bordo che temono di morire proprio a un passo dal loro futuro. I profughi che riescono ad arrivare sugli scogli, bagnati fino al midollo, vengono soccorsi con coperte termiche”. Quando tutto sembrava finito, si è scoperto che su un’ambulanza “ci sono quattro bambini senza genitori. Uno ha pochi mesi, un altro poco meno di un anno e due bambine di cinque-sei anni. I piccoli vengono portati all’Area marina protetta. Qui le mamme, terrorizzate, riabbracciano i loro figli dopo avere temuto per quasi due ore di averli persi. Mentre 24 donne in stato di gravidanza sono state ricoverate al Poliambulatorio di Lampedusa”.
Intanto, a svariate centinaia di chilometri di distanza, prosegue la durissima protesta di una decina di immigrati nella piazza centrale di Massa. I motivi della loro lotta sono stati già descritti da InviatoSpeciale: col passare dei giorni la situazione si è fatta piuttosto tesa, dopo che i migranti hanno deciso di percorrere la disperata strada dello sciopero della fame e della sete (interrotto soltanto nella giornata di ieri).
Il presidio permanente comunque prosegue e i migranti restano in attesa di ricevere risposte sulla possibilità di ottenere un permesso temporaneo. Intanto hanno incassato il sostegno dei lavoratori di due tra le principali aziende della zona, la Eaton (attualmente chiusa e al centro di una dura vertenza in vista di una possibile riapertura) e la Nca (Nuovi cantieri apuani), che si sono schierati al fianco degli immigrati e della loro lotta.
Il messaggio portato in piazza dai lavoratori è esemplare: “Il lavoro ci accomuna”. Non a caso i migranti hanno partecipato allo sciopero generale indetto venerdì dalla Cgil e, dal canto loro, le tute blu sono salite sulle scale del Duomo ad esprimere la loro concreta solidarietà.
Importante anche l’apporto fornito agli stranieri da un pool di avvocati, tra i quali spiccano i legali della stessa Cgil e della Caritas, nel tentativo di affrontare e risolvere la vertenza alla base della protesta, ovvero le conseguenze della ‘sanatoria-truffa’. A tale riguardo, ha spiegato Michela Poletti, avvocato della Cgil, “sono stati aperti diversi filoni di indagine: si tratta di capire se i pubblici ministeri, titolari delle inchieste, riconoscono nei migranti persone offese, la cui testimonianza è necessaria al processo”. Se così fosse il pm “potrebbe chiedere un permesso di soggiorno per motivi giudiziari”. In caso contrario, sostengono ancora i legali, “dovranno essere percorse vie alternative, come ad esempio quella di un altro tipo di permesso di soggiorno, magari per motivi di protezione sociale”.
Continuano nel frattempo, le iniziative solidali organizzate davanti al Duomo da associazioni e collettivi giovanili (cui partecipano moltissimi cittadini comuni), anche al fine di stemperare il clima di tensione. Dalla Nato, al contrario, non arriva nessuna notizia.


09/05/2011

5 maggio 2011

Note sullo scontro nel PD sulla precarietà, a partire dalla consueta litania circa la presunta “rigidità” del mercato del lavoro italiano



Il “paradigma ideologico e fasullo” di Ichino, Rossi e Montezemolo

Per chi (come me) nato nello stesso anno della “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” e dell’entrata in vigore della nostra Carta Costituzionale, il rispetto della famosa “massima” attribuita a Voltaire - secondo la quale bisogna essere disponibili fino alla morte nel difendere l’altrui libertà di pensiero e di opinione - ha sempre costituito un elemento fondante del proprio Dna, senza mai rappresentare motivo di dubbio o perplessità, è più facile comprendere tante “umane debolezze”! Anche se allevato in quel clima “sessantottesco” che - per tanta parte di giovani italiani - rappresentò, altresì, un momento di assoluta rinuncia all’individualismo “borghese” a beneficio di un (talvolta esasperato) “collettivismo” che, drammaticamente, si sarebbe contrapposto in misura sempre più virulenta ad antagonisti ed avversari - piuttosto che semplici “interlocutori” - di diversa estrazione sociale e politica.
Ciò consente di assistere (oggi), con sufficiente (e quasi benevola) indulgenza, anche alla ricorrente offerta di ricette e soluzioni che - sempre e comunque - rappresenterebbero, almeno a parere degli ostinati proponenti, la panacea per l’articolato e complesso mercato del lavoro italiano.
E’ questo il caso del sistematico richiamo al tema del contratto di lavoro “a protezione crescente nel tempo”, secondo la formula - tanto cara al suo autore - del “tutti a tempo indeterminato, nessuno inamovibile”.
Alludo alla proposta che il Senatore del Pd Pietro Ichino propone - come lui stesso ama (spesso) ricordare - sin dal 1996 e, dopo averla tradotta in un ddl (1481/09), prospetta - ad ogni occasione - quale vero e proprio (ormai ossessivo) “refrain”.
Al riguardo, nonostante si tratti di un argomento già ampiamente discusso e (anche) oggetto di alcune interessanti considerazioni di Emilio Carnevali - espresse, all’indomani della recente manifestazione di protesta dei lavoratori “precari”, per rilevare l’evidente interrelazione fra rivendicazioni sociali e rappresentanza politica - ritengo opportuno approfondirne qualche aspetto di carattere particolare; che ha poco a che vedere con i contenuti della proposta di merito.
In questo senso, credo sia importante rilevare che questa volta - a differenza di quanto verificatosi in passato - l’ennesima “sortita” di Ichino ha prodotto una ferma “presa di posizione” del Pd che, attraverso il responsabile nazionale per l’economia e il lavoro, ha inteso dissociare il partito in modo netto e incontrovertibile.
Infatti, contrariamente a quanto accaduto nei mesi scorsi - nel corso dei quali le diverse posizioni, in materia di lavoro, espresse da Ichino e Stefano Fassina, venivano (sostanzialmente) “derubricate” a semplice “dialettica costruttiva” all’interno di un partito “plurale” e “articolato” - in quest’occasione il confronto ha assunto toni d’inusitata contrapposizione.
Il tutto ha avuto origine da un articolo - firmato da Pietro Ichino, Nicola Rossi e Luca Cordero di Montezemolo - attraverso il quale i due senatori Pd e il nuovo “astro nascente” della politica italiana (come definito da Emilio Carnevali) affidavano alle pagine del Corriere della Sera il panegirico dell’ipotesi di “contratto di lavoro a protezione crescente”!
Se a questo si aggiunge che, lo stesso 8 aprile, l’articolo in discussione fu oggetto di un’entusiastica accoglienza da parte di Piercamillo Falasca - vicepresidente di “Libertiamo.it”, organo dell’associazione riconducibile alla neo-nata formazione politica “Futuro e Libertà” del Presidente della Camera, Gianfranco Fini - è facile intuire quanto fosse stato ritenuto indifferibile, dai vertici del maggior partito di opposizione, intervenire con il massimo della determinazione.
Infatti, il giorno stesso della pubblicazione dell’articolo, fu diffuso in rete un intervento di Stefano Fassina che - senza riguardo alcuno per gli illustri interlocutori - non esitava a parlare di proposte “tendenti a creare fatue illusioni” ai giovani afflitti dal dramma della precarietà del lavoro e del protrarsi di “un paradigma ideologico e fasullo” realizzato attraverso la contrapposizione (forzata e strumentale) della “generazione 1000 euro” dei figli, a quella 1200 euro dei padri!
Lo stesso Fassina, abbandonando ogni precedente remora e ignorando anche le più elementari norme di quella “diplomazia politica” cui - grazie ad alcuni decenni di “regime” democristiano - erano state educate intere generazioni di politici italiani, denunciava il tentativo, da parte dell’insolito trio, di “illudere i figli che, eliminando l’art. 18 dello Statuto, magicamente finirebbe la precarietà”.
Naturalmente, senza prima perdere l’occasione di denunciare “l’ideologia neo-liberista, ancora presente e potente nei media, nella politica e nell’accademia” (naturale ispiratrice e sostenitrice di certe pseudo soluzioni), come da copione, l’intervento del responsabile economico del Pd terminava con la riproposizione della nota e, a mio parere, semplicistica “ricetta” contro la precarietà: allineare gli oneri sociali sul lavoro ad un livello intermedio tra quanto oggi previsto per i contratti “standard” (a tempo pieno e indeterminato) e per i contratti “low cost”.!
La “stizzita” reazione di Ichino non tardava a manifestarsi.
E, come già rilevato in altre occasioni, evidenziava ancora - in modo palese - se non la “subalternità culturale” richiamata da Fassina, la sostanziale “subalternità agli interessi degli imprenditori” dalla quale - in applicazione della famosa formula della “Excusatio non petita, accusatio manifesta” - Ichino riteneva di doversi difendere nel corso della prima parte della sua replica!
Il seguito era rappresentato dalla consueta litania circa la presunta “rigidità” del mercato del lavoro italiano e da una (condivisibile) valutazione negativa della soluzione adottata da Fassina e dal Pd per combattere la precarietà.
Rispetto alla prima questione, è appena il caso di rilevare che non è affatto vero che il nostro Paese presenti un diritto del lavoro tra i più rigidamente protettivi, nel panorama dei Paesi occidentali.
Infatti, come a molti già ampiamente noto e contrariamente a quanto sostiene Ichino, l’ultimo Rapporto sull’occupazione in Europa rileva che sono numerosi i paesi che precedono l’Italia nella speciale graduatoria relativa al “grado di rigidità normativa” che disciplina i rapporti di lavoro. Tra l’altro, ad eccezione del Belgio, sono tutti paesi - Svezia, Germania, Belgio, Francia, Spagna e Portogallo - che presentano tassi di occupazione superiori alla media dell’ UE a 27!
Ancora, è opportuno evidenziare una macroscopica contraddizione di Ichino laddove afferma che, nello stesso Paese nel quale sarebbe vigente - a suo dire - il diritto del lavoro più rigidamente protettivo d’Europa, “più dei tre quarti dei contratti che vengono stipulati sono diversi da quello di lavoro regolare a tempo indeterminato”, grazie all’ampia discrezionalità di scelta concessa ai datori di lavoro.
Su di un punto concordo con il senatore Ichino. Sono anch’io convinto che (spesso) “l’art. 18 - che lui intende abolire - non è affatto l’unico modo, né il migliore, in cui si può garantire sicurezza professionale e di reddito ai lavoratori”.
Infatti, è (a molti) ampiamente noto che - contrariamente a quanto da lui sostenuto - i lavoratori ai quali, in caso di licenziamento “senza giusta causa”, si applica la tutela di cui all’art. 18 dello Statuto, non sono da considerare né “privilegiati”, né “garantiti”, perché, laddove supportata da motivi validi ed “oggettivi”, non c’è nulla che ne impedisca l’interruzione del rapporto di lavoro.
E’ evidente, invece, che l’art. 18 della legge 300/70 - attraverso la c.d. tutela “reale” -garantisce la dignità della persona, prima che del lavoratore, impedendone il licenziamento in base all’insindacabile discrezionalità del datore di lavoro!
Che poi Ichino, Rossi, Montezemolo, Fini, Falasca e & richiamino un’esigenza di equità e si dichiarino convinti che il fenomeno attuale del precariato costituisca una “conseguenza del regime di rigida stabilità del posto di lavoro fondato sull’art. 18”, senza avvertire l’esigenza - morale, prima che politica - di intervenire legislativamente al fine di impedire che milioni di lavoratori, sostanzialmente subordinati, siano fraudolentemente utilizzati attraverso il ricorso ad una miriade di tipologie contrattuali “atipiche”, appare, oggettivamente, fuorviante e strumentale!

di Renato Fioretti
collaboratore redazionale di Lavoro e Salute