30 aprile 2011

oggi il Primo Maggio ridiventa fino in fondo una giornata di lotta per la libertà delle lavoratrici e dei lavoratori.

«Buon Primo Maggio, compagne e compagni!»

Bisogna ringraziare prima di tutto i sindaci di Firenze e di Milano che, seguendo la moda dello spirito bipartisan con cui in Italia si approvano le peggiori nefandezze, hanno deciso che il Primo Maggio i lavoratori del commercio dovranno lavorare.
Bisogna ringraziare questi sindaci di centrodestra e centrosinistra, perché così hanno contribuito a chiarire che il Primo Maggio è ancora, come si scriveva sull'Avanti nel 1914, «una giornata di festa e di lotta».
Fu l'Internazionale dei lavoratori a decidere che il Primo Maggio, in ricordo dei militanti socialisti e anarchici impiccati a Chicago, sarebbe stato un appuntamento di lotta e festa, in particolare nella battaglia per le 8 ore. Oggi che l'orario di lavoro è di nuovo totalmente in discussione. Oggi che l'Unione Europea, tra le sue tante porcherie, propone orari fino a 65 ore settimanali, e che i contratti separati firmati in Italia, dalla Fiat al commercio, impongono il taglio delle pause e la brutale flessibilità degli orari, oggi il Primo Maggio ridiventa fino in fondo una giornata di lotta per la libertà delle lavoratrici e dei lavoratori.
Nella furia revisionista che oggi colpisce il nostro paese anche il Primo Maggio è in discussione. Lo fanno i sindaci che si dichiarano aideologici, e quindi rispettosi solo dell'ideologia e degli interessi del mercato; lo fanno tutti coloro che non hanno mai davvero accettato che le date che segnano la lotta per la democrazia e i diritti in Italia, diventassero feste. Il 25 Aprile viene così da un lato vilipeso e dall'altro affogato in una retorica neorisorgimentale che permette anche ai fascisti di celebrare la Resistenza. Contro il Primo Maggio l'attacco è più frontale. Già il ministro Calderoli aveva dichiarato che si poteva fare a meno di festeggiarlo e immagino che prima o poi ci sarà qualche parlamentare che proporrà, come per l'articolo 1 della Costituzione, l'abolizione di questa eredità comunista. Però, per fortuna, tutto questo suscita anche la risposta.
Il 25 Aprile è stata così una giornata di lotta, scandita da quei fischi in piazza che tanto hanno indignato Il Corriere della Sera, ma che in realtà sono la più limpida risposta all'ipocrisia con cui si mascherano i veri significati di quella data. Per il Primo Maggio ora si apre lo stesso scenario. Da un lato le celebrazioni ufficiali, compresa quella di Cgil Cisl e Uil a Marsala: celebrazioni assurde, perché con tutto quello che tocca oggi il mondo del lavoro, pensare di andare a festeggiare lo sbarco dei garibaldini significa proprio non voler parlare del significato attuale del Primo Maggio. D'altra parte, se si dicesse la verità, si dovrebbe cominciare col sostenere che oggi il terribile attacco che subiscono i lavoratori viene da politiche economiche e sociali attuate dal governo e dalla Confindustria, condivise e sottoscritte da parte di Cisl e Uil. Tacere su questo significa tacere sulla condizione reale nella quale oggi si svolge la festa dei lavoratori.
Per questo il Primo Maggio di oggi non può che essere una giornata di annuncio e preparazione dello sciopero generale del 6 maggio. Uno sciopero che, nonostante le timidezze e le autocensure della Cgil, è una risposta all'attacco globale che oggi colpisce i diritti fondamentali delle lavoratrici e dei lavoratori. Il Primo Maggio si scenda dunque in piazza e si scioperi, dove si vuole impedire ai lavoratori di fare festa. Troviamoci a Bologna dove la Cgil locale ha avuto il coraggio di dire a Cisl e Uil: «Basta con l'ipocrisia, non possiamo festeggiare assieme». Andiamo a Milano, dove si svolgerà la may-day, una delle più importanti manifestazioni del lavoro precario nel nostro paese. Andiamo ovunque si possa affermare e, se necessario urlare, la rabbia di un mondo del lavoro che da solo sta pagando tutti i costi della crisi.
Facciamo del Primo Maggio una giornata che ricordi davvero i sacrifici di coloro che l'hanno per primi promossa. Nel 1889 il congresso della Seconda Internazionale adottava la decisione storica che ha portato alla festa del Primo Maggio, indicendo: «una grande manifestazione internazionale… una volta per sempre perché simultaneamente in tutti i paesi e in tutte le città, in questo giorno stabilito, i lavoratori presentino alle autorità le loro rivendicazioni… Buon primo maggio compagne e compagni».

Giorgio Cremaschi
29/04/2011
www.liberazione.it

28 aprile 2011

“Il Ribelle” in sala a Madrid. Guido Picelli "L'antesignano del Che" adesso è un film

Oltre tre anni di lavoro. Ricerche meticolose e interminabili in archivi russi, italiani, francesi e spagnoli. Il ritrovamento di un filmato, unico al mondo, che lo ritrae in vita. E’ finalmente pronto il film documentario sulla vita di Guido Picelli che il regista parmigiano Giancarlo Bocchi ha iniziato nel 2007. La storia dell’antifascista che, nell’agosto 1922, guidò gli Arditi del popolo contro diecimila fascisti inviati da Italo Balbo per conquistare Parma, durante le famose Barricate, si vedrà in anteprima mondiale il prossimo 2 giugno a Madrid.La prima proiezione pubblica de «Il ribelle - Guido Picelli un eroe scomodo» avverrà alla Filmoteca Española, nella sala principale del cinema Dorè. Perché la scelta di Madrid e non dell’Italia? Picelli morì il 5 gennaio 1937, ad Algora, durante la guerra di Spagna, quando era vicecomandante del battaglione Garibaldi. Il film di Bocchi si avvale della voce narrante di Valerio Mastandrea.

Picelli, un eroe internazionale e unitario

Picelli sta per diventare un eroe internazionale, un mito della lotta antifascista europea. Il comandante degli Arditi del popolo di Parma -dopo essere stato relegato per tutto il dopoguerra nel ruolo di tribuno locale, misconoscendone il ruolo e il valore sulla scena internazionale- a settantaquattro anni dalla tragica morte in Spagna avrà il meritato riconoscimento internazionale.
Il 2 giugno verrà proiettato in anteprima mondiale alla Filmoteca Espanola di Madrid, nella storica Sala Dorè, il film “Il Ribelle” diretto da Giancarlo Bocchi, frutto di anni di ricerca nei più importanti archivi internazionali su Guido Picelli, l’eroe scomodo. La pellicola approderà successivamente a Barcellona e a Parigi, ma ancora nessuna conferma di presentazioni a Parma. Il regista dice: «Considerati i problemi che ho avuto qualche anno fa con alcuni esercenti locali per la proiezione di un film, da me restaurato, sui partigiani di Parma, per ora non ci sarà l'anteprima nella mia città. In futuro si vedrà».
Settantadue minuti basati su filmati e carteggi storici rari, che vanno nella direzione del cinema e non del documentario; a fare da collante due voci importanti quali Valerio Mastandrea, come narratore e Francesco Pannofino, come voce di Picelli, quest’ultima ricostruita quanto più fedele all'originale. «Sono contento che due importanti attori come Mastandrea e Pannofino abbiano accettato. È un film che vuole parlare ai giovani» comunica a La Sera il regista Bocchi. «Mastandrea in particolare è un appassionato di storia, conosce molto bene l’avventura umana di Picelli, ma anche di Antonio Cieri, mentre Pannofino - secondo me forse la voce più bella del cinema italiano - darà le sue corde alla lettura dei documenti scritti da Picelli. Ho svolto una ricerca su quale fosse il timbro reale dell'eroe, dopo avere letto la biografia del comandante Vladimir Eisner che la definì “profonda e convincente”, mentre altre informazioni le ho ricavate parlando col nipote Guido jr., da poco scomparso a 95 anni. Tra l'altro Picelli in gioventù aveva fatto l'attore».
Per arrivare al montato definitivo Bocchi ha impiegato tre anni e mezzo, anche non continuativi, dal momento che è stato impegnato su più fronti, non ultimo il documentario “Wars” e la storia di quattro donne straordinarie che a rischio della vita difendono i diritti umani in Paesi in guerra. Da qualche giorno Bocchi è tornato dalla prima linea di Ajdabiya dove ha terminato le riprese sui giovani ribelli libici: «In qualche modo un omaggio a mio nonno materno, socialista e pacifista, che nel 1911 bloccò un treno militare in partenza per la guerra coloniale di Libia. Per questo gesto per tutto il ventennio fu perseguitato dalla polizia fascista».
Per il film su Picelli i materiali sono stati reperiti in Russia, Gran Bretagna, negli USA e in Spagna: «È una produzione assolutamente indipendente, al soldo di nessuna istituzione, tantomeno quelle locali. Non potevo pagare i costi assurdi, anche 3500 euro al minuto, che chiedono certi archivi parastatali italiani. Ma anche per questo la ricerca, prendendo strade nuove, è diventata molto fruttuosa, ad esempio ora si sa che l'uomo delle barricate fu perseguitato anche dagli stalinisti in Russia, rischiò la deportazione e il gulag». Dalle carte in mano a Bocchi esce una figura quasi antesignana di “Che” Guevara: rivoluzionario senza frontiere, teorico della guerriglia urbana, Picelli fu l’uomo che combattè per l'unità nel Fronte popolare della sinistra.
«Il suo pensiero è attualissimo» continua Bocchi «se guardiamo alla litigiosità, ancora una volta, tra le forze della sinistra italiana. Picelli fu l’uomo dell’unità, scomodo perché rappresentava la prova degli errori dei leader. Il suo respiro non era locale o provinciale, ma europeo: era conosciuto dalla Francia al Belgio, dalla Svizzera alla Spagna fino in Russia. Come mai la sua figura fu misconosciuta nel suo reale valore del dopoguerra? Il film dà una risposta». “Il Ribelle” promette anche di più: si potranno vedere immagini rarissime -alcune assolutamente inedite- della commemorazione funebre di Picelli a Barcellona alla presenza delle più alte autorità della Repubblica spagnola e delle Brigate Internazionali. Il pubblico di Madrid potrà anche vedere, per la prima volta, un filmato con Picelli stesso.
E cosa pensa lo studioso parmigiano del monumento all’eroe delle Barricate? «È una sciagura per la memoria di Picelli e per il buon nome della città. Il frutto dell’alleanza tra il peggior assessore alla cultura dal dopoguerra e due anziani stalinisti, analfabeti in fatto di arte e di cultura, ma molto istruiti dal Partito fin dagli anni ’50 nella strategia di misconoscere il valore di Picelli, nel celebrarlo in manifestazioni per proprio tornaconto e alle quali furono spesso invitati d’onore i suoi peggiori denigratori in Spagna come Antonio Roasio e Vittorio Vidali. Fossero stati solo denigratori sarebbe stata una bella fortuna! Qualsiasi amministrazione seria dovuto effettuare un concorso internazionale, o usufruire dei bozzetti di tre grandi artisti che avrebbero offerto gratuitamente la propria opera, o istituire una commissione di critici d’arte e storici. Il monumentino a Picelli è una trappola per ingenui. Le associazioni combattentistiche in cambio di questa assoluta vergogna stanno appoggiando e sostenendo un assessore in difficoltà di una giunta di centro destra di un Comune sull’orlo del dissesto. Complimenti alle associazioni per la loro lungimiranza politica! Sono molto contento che il mio film venga presentato a Madrid lontano dagli sciacalli, dai sedicenti storici e dagli approfittatori. L’eroe di Parma lo merita».

Enrico Veronese
28/04/2011
http://www.laseradiparma.it/

26 aprile 2011

Proprio il 25 aprile il PD, a braccetto con il PDL, oltraggia la Costituzione dando l'assenso ai crimini della NATO

Libia: Berlusconi a Obama, si' dell'italia ai bombardamenti

L'Italia partecipera' ai bombardamenti Nato sulla Libia. Lo ha annunciato il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in una telefonata al Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. L'Italia, si apprende da una nota di Palazzo Chigi, 'ha deciso di aumentare la flessibilita' operativa dei propri velivoli con azioni mirate contro specifici obiettivi militari selezionati sul territorio libico, nell'intento di contribuire a proteggere la popolazione civile libica. Con cio', nel partecipare su un piano di parita' alle operazioni alleate, l'Italia si mantiene sempre nei limiti previsti dal mandato dell'operazione e dalle Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite' .

Fonte: kataweb

Bombe Libia, Pd:ok se in risoluzione Onu

'Se verranno confermati i confini della risoluzione Onu 1973, non manchera' l'assenso del Pd'. La capogruppo Pd al Senato Finocchiaro commenta la svolta della missione italiana in Libia che prevede l'uso di missili su obiettivi mirati. Finocchiaro chiede che il Governo venga al piu' presto in Parlamento, ma lamenta il fatto che il Pd non sia stato informato prima. 'L'Italia non vuole sentirsi da meno degli altri Paesi', aggiunge il ministro La Russa, mentre la Nato plaude alla decisione. (ANSA)

LIBIA: NATO, BENVENUTA DECISIONE ITALIANA

«Diamo il benvenuto all'annuncio che l'Italia ha deciso di fare un passo in più». Lo ha detto un responsabile dell'Alleanza Atlantica, commentando la decisione di palazzo Chigi sulla partecipazione ad azioni di attacco sulla Libia. La scelta del Governo italiano fa seguito alla richiesta avanzata dal segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, per avere maggiori forze operative avanzata nella ministeriale di Berlino del 14 aprile scorso (ANSA).

25/04/2011

24 aprile 2011

Intervista a Gianni Minà, direttore della rivista Latinoamerica

«A Cuba riforme "rallentate" per garantire la rivoluzione»

Un anniversario, il cinquantesimo della vittoria alla Baia dei Porci. Mille delegati da tutto l'arcipelago. E un congresso, il sesto della storia del Partito comunista cubano, per cambiare il passo a un paese in difficoltà, ma che cerca di non perdere le ragioni della propria diversità. Da pochi giorni si è chiuso un importante capitolo della storia cubana. Ne abbiamo parlato con un giornalista noto, da sempre vicino all'isola, che conosce molto bene. Gianni Minà è tra l'altro anche direttore di una rivista, Latinoamerica, che dedica sempre grande attenzione a Cuba. Come nell'ultimo numero, uscito il mese scorso.

Minà, le attese per un cambio generazionale al vertice del partito, nel comitato centrale, sono andate in gran parte deluse. Perché?
C'è una realtà che pervicacemente l'occidente fa finta di ignorare. Cuba è un paese assediato da 50 anni. L'unico al mondo che ha un embargo crudele e senza spiegazioni. E' chiaro che chi vive questa realtà immorale tenda a fidarsi di chi, nel corso del tempo, ha saputo resistere. Il cambio è lento e complicato: si deve essere sicuri che chi subentra sappia difendere l'isola dall'assedio più lungo e più duro che la storia moderna abbia riservato a un paese. Fino a oggi Cuba ha dimostrato una straordinaria resistenza: il blocco dei paesi sovietici è crollato più di venti anni fa. Cuba è ancora lì. Non mi sorprende, insomma, che il cambiamento sia molto lento. La successione è una delle cose che più interessa l'occidente ma che non avverrà a breve.

A proposito di occidente...
C'è un'altra cosa che l'occidente non vuol capire. E cioè il perché, negli ultimi dieci anni, metà continente latinoamericano sia andato a sinistra, o abbia scelto governi di centrosinistra. Questo cambio è avvenuto perché i popoli hanno visto che la resistenza di Cuba ha pagato: l'America Latina non chiede più il permesso agli Stati Uniti per scegliere politiche di progresso. E questo è frutto dell'esempio cubano, che ha sostenuto la speranza per l'indipendenza dei paesi a Sud del Texas anche quando pareva lontanissima.
A me pare invece poco comprensibile che l'ex direttore de il manifesto, Barenghi, oggi quasi si sorprenda su La Stampa che l'America Latina stia con Cuba. E' una cosa normale: buona parte di quel continente sogna il riscatto, l'autonomia dagli Usa. Certo, Cuba ha fatto anche tanti errori. Come ne ha fatti il capitalismo, che condanna 1,5 miliardi di persone alla fame. Ma il grande mondo occidentale si autoassolve spudoratamente.

Non è però solo l'occidente a sognare la successione. Anche a Cuba ci sono voci critiche, come quella dell'ormai famosa blogger cubana Yoani Sanchez.
E' vero. Yoani Sanchez si augura che ora, con il processo di cambiamento innescato dal sesto congresso del Partito Comunista cubano, la rivoluzione si sfarini. Ma chi è Yoani Sanchez? Gli stessi Stati Uniti puntano su questi personaggi senza entusiasmo. Wikileaks, per esempio, ha rivelato le considerazioni del responsabile dell'Ufficio di interessi di Washington a Cuba. Jonathan D. Farrar, ha scritto al Dipartimento di stato: «Dissidenti inaffidabili e noti solo all'estero. Non ci rimane che puntare su Yoani». Da noi nessun giornale ha ripreso queste considerazioni. La "bloguera" Sanchez, negli ultimi due anni, ha raccolto 250mila dollari di premi in tutto il mondo, neanche fosse il Nobel della letteratura Vargas Llosa e in verità il diplomatico nordamericano non le fa fare una bella figura. Certe notizie, però, sono indigeste per molti giornalisti italiani. Come quella di questi giorni che segnala come Menard, il leader dei "mitici" Reporter Sains frontiere sia passato in Francia a sostenere il partito fascista e razzista di Le Pen. Ricordo che I Reporter Sains Frontieres sono quelli che hanno sempre sbraitato contro Cuba, il Venezuela e tutta l'America Latina progressista.

Parliamo del comitato centrale. Ci sono solo tre nomi nuovi.
Le tre novità sono: l'economista Marino Murillo, la responsabile del partito a L'Avana Mercedes Lopez Acea e il ministro dell'Economia Adel Izquierdo Rodriguez, che è reputato un astro nascente, un economista preparato, molto più giovane degli altri.
Tra i riconfermati c'è invece il vecchio Abelardo Colomé Ibarra, un generale pieno di medaglie, con una storia di impegno in Angola e Namibia. Ricardo Alarcón, presidente del parlamento di Cuba da oltre dieci anni, l'uomo che ha tenuto in piedi la battaglia per la liberazione dei cinque agenti dell'intelligence che hanno smascherato il terrorismo, da sempre attivo dalla Florida contro Cuba. E per questo ora sono in carcere negli Stati Uniti. Non è un caso, quindi, che nel governo cubano ci siano ancora persone come Ramiro Valdes, che è stato il più grande amico di Ernesto Che Guevara, il suo secondo e, successivamente, in molte occasioni, ministro dell'Interno. Sono persone di una certa età, è vero, ma che hanno dedicato se stessi alla Rivoluzione.

Qual è la difficoltà più grande che il paese si troverà ad affrontare per realizzare le riforme?
Il ricollocamento di almeno 550mila persone dal pubblico impiego al settore privato. D'altra parte era necessario: un'isola dei Caraibi contornata da paesi capitalisti non può reggere un apparato statale così pesante. Ma la struttura del paese, il socialismo inteso come rispetto dei cittadini, resta. I cubani avranno sempre una casa, non una baracca in una "villa miseria", come in altri paesi dell'America Latina. E avranno sempre un'adeguata educazione scolastica, una sanità povera, ma d'avanguardia. Inoltre, rimarranno importantissimi la cultura e lo sport.

Come si procederà sulla strada delle riforme?
La prima mossa è stata quella di permettere lo sviluppo dei mestieri artigianali, attraverso la concessione di più di 200mila licenze per attività di piccola impresa. Un passo necessario per assorbire chi uscirà dal pubblico impiego. Sarà questa la grande sfida. Poi, a breve, non ci saranno altri cambiamenti significativi. L'intero impianto di oltre 300 riforme sarà attuato. Raul Castro stesso ha ribadito che non si può derogare. Ma con tempi possibili e sempre nella logica del socialismo che non ha vissuto, mi pare, meno fallimenti del capitalismo.

Come sta Cuba oggi dal punto di vista economico?
L'isola sta resistendo alla più dura siccità degli ultimi cinquant'anni. E nel decennio scorso ha dovuto subire gli effetti devastanti di cinque uragani, che pochi ricordano. Nonostante ciò il pil è in aumento, al contrario che in Italia. Di poco, certo non ai livelli del Brasile, ma la stabilità sociale aiuta l'economia del paese.

Ci si può aspettare che in qualche modo cambi, ora, il rapporto con gli Usa? Tempo fa c'era stato un segnale dell'ammorbidimento della legislazione per l'invio delle rimesse degli esuli ai parenti.
Gli Stati Uniti di Obama devono prendere un'iniziativa, e forse l'hanno già presa, anche se molti non se ne sono accorti. Mi riferisco alla visita di due settimane fa a Cuba dell'ex presidente Usa Jimmy Carter che è andato personalmente a trovare Fidel Castro nella villetta dove trascorre le sue giornate scrivendo riflessioni sul mondo attuale per il "Granma". Un segno di grande rispetto che io interpreto come il tentativo di Obama di attenuare l'assurda chiusura verso Cuba. Un embargo bocciato tra l'altro ogni anno all'ONU da più di 180 nazioni del mondo. L'iniziativa di Carter è coraggiosa perché i violenti anticastristi di Miami continuano a predicare la violenza e a sostenere terroristi come Luis Posada Carriles che circolano indisturbati in Florida. Non è un caso, poi, che questa visita l'abbia effettuata il più etico ex presidente della storia Usa, un politico che, nell'80 perse le elezioni contro Reagan solo perché Bush senior, allora al vertice della Cia, andò a Parigi a trattare con alcuni mullah iraniani perché quel Paese ritardasse la liberazione di un gruppo di cittadini statunitensi sequestrati, facendo così apparire Carter come un leader debole e senza orgoglio. Una storia ambigua, anche perché più tardi si seppe che Bush aveva usufruito, per quel viaggio a Parigi, dell'aereo del fratello di Bin Laden.

Matteo Alviti
24/04/2011
http://www.liberazione.it/

23 aprile 2011

Le forze del centrodestra, Fini compreso, sono sempre stati affascinati e trascinati dall’idea di sostituire la centralità del Parlamento



La sovversione è nel DNA del PDL

La puntata è sempre più alta in questo pericoloso gioco alla roulette istituzionale. Ora il bersaglio, senza più infingimenti, è direttamente il Presidente della Repubblica, la funzione massima stabilita dalla nostra Costituzione come elemento di garanzia in ogni settore della vita pubblica dello Stato.
La lettera di Napolitano che criticava, in sostanza, l’accostamento tra magistrati e Brigate Rosse, e il definire molto esplicitamente il clima attuale come al limite dell’esasperazione. Scrive il Presidente Napolitano: “…nelle contrapposizioni politiche ed elettorali, e in particolare nelle polemiche sull’ amministrazione della giustizia, si stia toccando il limite oltre il quale possono insorgere le più pericolose esasperazioni e degenerazioni.“.
La risposta, di tutto punto, è stata la presentazione di una proposta di legge per la modifica dell’articolo 1 della Costituzione in questo senso: “”L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro e sulla centralità del Parlamento quale titolare supremo della rappresentanza politica della volontà popolare espressa mediante procedimento elettorale.” che sostituirebbe addirittura la “sovranità popolare” in “volontà” e che metterebbe il Parlamento al centro assoluto della delega di base verso la rappresentanza istituzionale.
Analizziamo questa proposta di modifica: nell’attuale testo dell’articolo, che non ha mai subito alcuna modifica in oltre 60 anni di vita della Repubblica e della Costituzione, si recita: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”
Che il nostro Paese fosse una repubblica parlamentare lo sapevano e lo sanno pure i sassi: la formazione delle leggi e la loro discussione e approvazione non la fa il governo, ma la fa per l’appunto il Parlamento. E, fino a prova contraria, la Legge (quella con la “elle” maiuscola) è la fonte di regolamentazione (o così dovrebbe essere nella maggior parte dei casi) della vita pubblica, singola e collettiva del popolo.
Le forze del centrodestra, Fini compreso, sono sempre stati affascinati e trascinati dall’idea di sostituire questa centralità del Parlamento, necessaria per la democrazia rappresentativa piena e completa, ad un nuovo ruolo del Presidente della Repubblica, trasformando lo Stato da una forma di repubblica parlamentare ad una di repubblica presidenziale.
E’ stata una costante nei programmi di tutte le tornate elettorali politiche delle destre, ed è stato anche un forte discrimine per poter realizzare, da parte loro e da parte anche del PD (ancor prima da parte dei DS), una riforma dell’impianto costituzionale che muovesse in questa direzione.
Che oggi, davanti all’espressione corretta del ruolo di garanzia che il Capo dello Stato esercita come da sua prerogativa, la maggioranza tenti di mascherare come riforma democratica una proposta di modifica dell’articolo 1 che diverrebbe una tautologia evidente nello stesso testo della Costituzione.
Non mi convince neppure la sostituzione del termine “sovranità” con “volontà”. Essere volenterosi è certo un bene, ma essere “sovrani” vuol dire esplicitamente che ogni istituzione della Repubblica alla fine deve rendere conto al popolo di quanto fa in suo nome.
La proposta del PDL suona invece come l’affidamento al Parlamento di una delega in bianco per poter esprimere liberamente la sua sovranità che antecederebbe quella degli altri organi costituzionali.
E proprio questo è il punto: il Parlamento è e deve restare sovrano nella sua funzione e non essere dichiarato “primus inter pares“: così deve essere per la Magistratura, per il Governo, per la Presidenza della Repubblica.
Nessuno di questi organi è al di sopra della Legge, nessuno ha il permesso e la potestà di affermare che il suo ruolo è prevalente rispetto a quello degli altri.
La proposta del PDL, dunque, ancora una volta sovverte l’armonia costituzionale e la distrugge in nome di una finta, ipocrita e pelosa importanza dell’organo parlamentare in virtù del fatto che il Colle ha stigmatizzato le parole di Berlusconi sui magistrati e quei manifesti veramente vergognosi che equiparavano il ruolo dei pubblici ministeri a quello delle Brigate Rosse.
E’ nel DNA dei berlusconiani la sovversione antidemocratica: anche quando vogliono mettere al centro (e abbiamo visto come vogliono farlo…) la centralità del Parlamento finiscono per mortificarlo ancora una volta e per mettere in atto un nuovo scontro tra i poteri dello Stato.
Cari berlusconiani, lasciatevelo dire: la politica non fa per voi. A meno che non sia, questo è certo, per esclusivi personalissimi interessi.

Marco Sferini
21/04/2011
la Sinistra quotidiana

20 aprile 2011

Gli amministratori locali umbri considerano un'offesa essere anche lontanamente paragonati a Berlusconi? Si facciano un esame di coscienza

I sindaci berlusconiani del partito democratico

Le reazioni degli enti locali di Terni alla sentenza ThyssenKrupp servono a capire perché Berlusconi si senta autorizzato a dire quel che dice contro i giudici e la magistratura.
Mi si dirà che il linguaggio e i toni dei rappresentanti delle istituzioni umbre non sono gli stessi del Presidente del Consiglio. E' assolutamente vero, nessuno nega la gravità estrema del linguaggio e delle scelte di Berlusconi. E, tuttavia, dobbiamo chiederci perché dopo una sentenza che per la prima volta inchioda alle sue responsabilità il gruppo dirigente e l'azienda dove è avvenuta una strage, vi siano state a sinistra, nel fronte che tutti i giorni accusa Berlusconi di voler sovvertire la Costituzione, reazioni come quelle del Sindaco e del Presidente della provincia di Terni. Costoro hanno subito paventato la possibilità che la ThyssenKrupp, troppo condannata, abbandoni l'Italia.
Nessuno, tranne qualche pazzo milanese, attacca la magistratura in quanto tale. Se i giudici si limitano al minimo sindacale ed esercitano la loro funzione soprattutto senza invadere il campo della politica o del mercato, non c'è niente da dire. I contrasti sorgono quando il potere giudiziario pone dei limiti veri all'arbitrio dei potenti. Siano essi quelli eletti dai cittadini, siano essi quelli che guidano il mercato. Si vorrebbe una magistratura di tipo ottocentesco, che non tocchi i notabili e gli affari ma che si limiti a perseguire i reati di coloro che possono essere condannati senza danneggiare alcun potere. E c'è ancora una parte della magistratura che a queste regole non scritte si attiene.
Se seguiamo lo sviluppo di altri processi per strage sul lavoro, la Saras di Cagliari o l'Umbria Olii ancora nell'Umbria, troviamo una giustizia molto più cauta, sia nella estensione, sia nella qualità, sia nella forza delle indagini e delle incriminazioni.
La battaglia di Berlusconi contro la magistratura non è quindi solo un atto di follia senile. Essa nasce nei poteri profondi del paese. La Fiat e Craxi negli anni Ottanta si lanciarono in campagne contro i “pretori del lavoro” che, si diceva, con le loro sentenze toglievano potere alle imprese e ai sindacati. Oggi, in una condizione sociale e democratica molto più degenerata, è chiaro che un intervento rigoroso della giustizia per affermare i principi contenuti nella Costituzione sconvolge gli equilibri sociali e politici consolidati. Questo perché il paese sta scivolando verso un regime aziendalistico padronale nel quale i diritti scompaiono sotto il peso degli interessi e dei poteri.
Sono convinto che gli amministratori locali umbri considerino un'offesa essere anche lontanamente paragonati a Berlusconi. Eppure le loro affermazioni stanno dentro quel corso politico e culturale. Quello di chi pensa che a un certo punto la giustizia si deve fermare, se mette in discussione troppe cose nell'assetto costituito.
D'altra parte il sindaco di Terni è in buona compagnia. Il suo collega di Torino era parte civile contro la ThyssenKrupp, che in quella città conta ormai poco, Ma quando Marchionne ha minacciato lo stesso ricatto che oggi lancia la multinazionale tedesca, si è piegato in due secondi. Il sindaco democratico di Torino, il suo collega di Pomigliano del Pdl, hanno fatto proprie le minacce dell'azienda e hanno spiegato ai lavoratori che le rinunce ai diritti e ai contratti sono poca cosa di fronte al rischio che il padrone se ne vada.
Il degrado della nostra democrazia è prima di tutto dovuto al fatto che c'è sempre un contesto, c'è sempre un territorio, c'è sempre un'istituzione o un'azienda ove le regole e i principi devono essere adattate agli interessi concreti in campo. I diritti, la salute e la sicurezza, la democrazia e la legalità, o sono esigibili sempre, o non lo sono mai. E se non fermiamo questa subalternità crescente dei poteri politici ai diktat del mercato e delle multinazionali, noi non avremo più in Italia un posto ove si possa dire: qui è ancora in vigore la Costituzione della Repubblica.

Giorgio Cremaschi
20 aprile 2011)
http://www.liberazione.it/

17 aprile 2011

Chi ti ha ucciso è riuscito a fare e realizzare ciò che non è riuscito a fare e realizzare da tempo il nemico comune: l'occupante israeliano

Ciao Vittorio... Di sicuro i tuoi assassini conoscevano chi eri e cosa rappresentavi. Non è importante chi erano gli assassini e cosa rappresentano, ma alla fine dei conti, hanno commesso un delitto e un brutale odioso assassinio. Hanno ucciso un uomo libero, un amante della libertà e della giustizia, un amico della pace e del popolo palestinese, che tu ha difeso, hai amato e che hai fatto della sua causa una ragione di esistenza e di vita. Non so chi sono e cosa rappresentano, ma so che NON sono palestinesi, che sono un pericolo serio e costante per i palestinesi e che sono degli assassini della Palestina, della sua causa, del suo popolo e dei suoi veri e sinceri amici. Sono nemici dell'umanità che Vittorio ha sempre cercato di difendere e fare vincere in Palestina. Vittorio potevi rimanere in Italia a fare la bella vita e so che tu appartieni a una grande famiglia, benestante e ricca di grandi valori, hai lasciato il tuo benessere per venire a vivere fra i più poveri e sfortunati della terra, nell'inferno di Gaza e hai voluto sposare la giusta causa del popolo più disgraziato e sfortunato al mondo. La morte drammatica tua, Vittorio non è diversa ed è simile con quella del grande artista palestinese ebreo, Juliano Mer Khamis, ucciso una settimana prima nel Campo profughi di Jenin. Lo so che il destino dei liberi sognatori, dei veri rivoluzionari, degli onesti idealisti è in contrasto con ed in scontro continuo contro il mondo dell'ignoranza, dell'estremismo, della prepotenza, della pazzia e della repressione e della brutalità dell'occupazione israelo-sionista alla Palestina. Lo so e lo sappiamo che l'arma dell'ignoranza e dell'estremismo è la pallottola, la violenza e l'odio ed in pochi attimi può sterminare una vita buona ed innocente dedicata a favore e al servizio della causa palestinese e del suo popolo. Di sicuro chi ti ha ucciso, sa chi sei e cosa rappresenti, la carica ideale, i valori che porti e che difendi e di sicuro è riuscito a fare e realizzare ciò che non è riuscito a fare e realizzare da tempo il nemico comune: l'occupante israeliano. E' l'occupazione israeliana è l'unica parte vantaggiato dalla tua scomparsa, grande e caro amico Vittorio. Vittorio ti sei innamorato della Palestina e di Gaza in particolare ma anche i palestinesi e particolarmente quelli di Gaza, si sono innamorati di te, Vittorio e della tua bella Italia. Vittorio sarai sempre nei nostri cuori e viverai sempre nella nostre lotte, per una Palestina libera, laica e democratica. ADDIO CARO FRATELLO E RESTIAMO ANCORA UMANI.. Yousef Salman medico, delegato della Mezzaluna rossa palestinese in Italia 15/04/2011

16 aprile 2011

Un’intera popolazione prigioniera nella sua terra. Prigioniera di un’occupazione militare e di una politica di apartheid, ha perso uno di loro, di noi

«Restiamo umani». Che non rimanga un grido inascoltato Faceva un lavoro semplice, Vittorio. Testimoniare la verità. Un lavoro facile: basta dire ciò che vedi. E, insieme, difficilissimo. Devi dire tutto, senza filtri, preconcetti, convenienze, calcoli politici. Lo faceva con un sentimento che sta diventando raro in politica: la passione. La passione per la giustizia. Quella passione che impedisce di girare la testa. E Vittorio, da nonviolento, la testa non l’ha mai girata. Non quando la Nato bombardava Belgrado, non quando la “coalizione dei volenterosi” attaccava l’Iraq. Ma è in Palestina, a Gaza, che aveva dato il meglio di sè. Documentando da anni quanto avveniva. Giorno per giorno, ora per ora. Richiamando le nostre coscienze intorpidite al dramma che si stava consumando. Un’intera popolazione prigioniera nella sua terra. Prigioniera di un’occupazione militare e di una politica di apartheid, dell’arroganza e del cinismo dei potenti del mondo, dell’ignavia di chi, per calcolo politico, tace credendo di non acconsentire. Non sappiamo e non sapremo mai chi lo ha ucciso. Sappiamo il messaggio implicito che ne risulta: state alla larga dalla Palestina. Non importa se sia stato un gruppo palestinese o di importazione, se autonomo o ispirato da Israele, o dall’Arabia Saudita. Tutte le congetture possono essere fondate. Ciò che sappiamo è che da sempre la guerra e l’oppressione producono disumanizzazione, che la lotta per il potere in nome di Dio produce ferocia, che non c’è servizio segreto che si fermerebbe di fronte ad un assassinio. Sappiamo quindi che per evitare l’assassinio di Vittorio serviva una soluzione politica, nella giustizia e nel riconoscimento dei diritti degli uomini e delle donne palestinesi, del conflitto, serviva libertà e democrazia a Gaza, la stessa per cui si battono le popolazioni della Tunisia e dell’Egitto. Serviva, e serve ancora. Perché la sua non è l’unica vita immolata in quella terra. Ricordo l’ultima volta che ho letto un suo messaggio: «Gaza sotto attacco. Bombardamenti aerei e carri armati israeliani hanno invaso la Striscia. Per il momento si contano 2 feriti, fra i quali un bambino di 3 anni ferito alla testa. Stay human Era il 19 marzo, giorno dell’attacco alla Libia. Più tardi ci informò che una folla di mille palestinesi chiedeva provocatoriamente l’istituzione della no-fly zone su Gaza. Dove erano i tornado italiani mentre i caccia israeliani bombardavano Gaza? Stay human Restiamo umani… Il monito con cui chiudeva molte sue corrispondenze sembra oggi, di fronte alla disumanità di chi lo ha ucciso e di chi non vuol vedere il dramma del popolo per cui è morto, un grido disperato. Sta a noi fare che non sia un grido nel deserto. Fabio Alberti http://www.liberazione.it/ 16/04/2011

15 aprile 2011

ha raccontato quotidianamente per il manifesto l’operazione “piombo fuso” del 2008

Il pacifista Vittorio Arrigoni rapito a Gaza Vittorio Arrigoni, volontario in Palestina e collaboratore de il manifesto, è stato rapito nelle scorse ore a Gaza, da un gruppo islamico salafita. Qualche ora fa su youtube è apparso un video che ritrae Vittorio con le mani legate e bendato, visibilmente ferito sul lato destro del volto. Sulle immagini scorrono alcune scritte in arabo con la data di oggi. Secondo le prime notizie i rapitori hanno chiesto la liberazione dello sceicco Abu Al Waleed Al Maqdisi, detenuto da Hamas. Se entro 30 ore il governo di Hamas non accoglierà la richiesta, Vittorio sarà ucciso. Vittorio Arrigoni ha raccontato quotidianamente per il manifesto l’operazione “piombo fuso” del 2008, unico giornalista italiano rimasto nella zona della striscia di Gaza attaccata dalle forze militari israeliane. Dalla sua esperienza di quei mesi è nato il volume “Restiamo umani”, pubblicato nel 2009 da manifestolibri. Il suo blog è un punto di riferimento per chi vuole conoscere quanto avviene in Palestina: guerrillaradio.iobloggo.com Il rapimento dovrebbe essere avvenuto tra ieri sera e questa mattina. Sul profilo facebook di Vittorio Arrigoni appare un suo post inviato alle 19.12 di mercoledì 13 aprile, che riportava la storia di quattro lavoratori palestinesi morti in uno dei tunnel scavati sotto il confine di Rafah, per aggirare l’assedio delle forze israeliane. 14/04/2011 Fonte: andrea palladino (ilmanifesto.it)

11 aprile 2011

Lavoro: il paradosso della situazione (politico-sindacale) italiana. La rappresentazione piddina


I “contorsionismi” di Pietro Ichino



E’ (ormai) da tempo che, nel nostro Paese, le discussioni intorno alle questioni del lavoro hanno assunto un carattere paradossale. Tutti convergono sul problema della diffusa precarietà e sulla conseguente opera di vera e propria “ghettizzazione” cui finiscono per essere destinati milioni di lavoratori. Persino la Presidente di Confindustria ha, recentemente, “scoperto” che in Italia “C’è un problema di flessibilità in ingresso, forse eccessiva, con strumenti che vanno tarati.” e - al fine di porvi rimedio, “a modo suo” - ha posto “un problema di flessibilità in uscita che, appunto, prima o poi va affrontato”! Naturalmente, l’esito finale previsto dalla collega del Presidente del Consiglio in carica dovrebbe essere rappresentato dal bilanciare l’eccessiva flessibilità in entrata con una corrispondente dose di flessibilità “in uscita”. Si tratterebbe, in sostanza, della riproposizione di un antico tema: il superamento dell’art. 18 dello Statuto. Però, a ben vedere, la soluzione proposta dalla Marcegaglia non presenta nulla di eclatante o stravagante; rientra nell’assoluta normalità che la rappresentante della maggiore associazione degli imprenditori italiani continui la consueta “litania” di accuse e improperi all’indirizzo dell’art. 18. Responsabile - a suo parere - di un’infinita sequenza di “freni allo sviluppo”: dal “nanismo” delle aziende al basso indice di produttività dei lavoratori, passando, inevitabilmente, attraverso la perversa “rigidità” di un mercato del lavoro fiero e insormontabile ostacolo verso il definitivo sviluppo dell’occupazione! Al riguardo, tuttavia - come già evidenziato in altra occasione - è solo il caso di rilevare che l’ultimo rapporto sull’occupazione in Europa rileva che tutti i paesi che precedono l’Italia nella speciale graduatoria relativa al “grado di rigidità normativa” che disciplina i rapporti di lavoro, presentano (ad eccezione del Belgio) tassi di occupazione superiori alla media dell’UE a 27. E’ questo il caso di Svezia, Germania, Belgio, Francia Spagna e Portogallo. Tra l’altro, la posizione “defilata” del nostro Paese - nell’ambito della suddetta classifica - dovrebbe (risolutivamente) smentire la strumentale indicazione della “giusta causa” quale essenza della fantomatica e specialissima “rigidità” della normativa italiana. La stessa posizione di quanti - nell’ambito della maggioranza di governo - continuano a difendere strenuamente tutti i provvedimenti di legge adottati dai governi Berlusconi - a partire dal famoso “Libro bianco” del lontano 2001 - non rappresenta, a mio parere, alcuna sorpresa, né infrange alcuna illusione in merito alle reali intenzioni dell’ex ministro del lavoro Maroni e del suo degno successore. E’ sin troppo evidente che, per costoro, si tratterebbe di rendere “compiutamente operativa” - come amano sostenere - la legge 30/03; adottando, in particolare, semplici provvedimenti di sostegno al reddito (i c.d. “ammortizzatori sociali”) di tipo più generalista. In definitiva, per i fautori di questo tipo di soluzione - di là da qualsiasi retorica circa la (cattiva) sorte di milioni di lavoratori “di serie B” - è importante che nulla alteri l’attuale “status quo”. Resta, al riguardo, solo da registrare il profondo rammarico per un’opzione che, nei fatti, realizza un’inconsueta “comunione d’intenti” tra l’Esecutivo in carica e Cisl e Uil! A ben vedere, è proprio questo il primo aspetto “stravagante” della questione lavoro nel nostro Paese. Infatti, la cronaca degli ultimi anni, a partire dall’insediamento del Berlusconi II, è stata caratterizzata dal susseguirsi di una serie di accordi sindacali “separati” - da quello sulla (contro)riforma del rapporto di lavoro a tempo determinato (D. Lgs. 368/2001) a quello sulla “Contrattazione di secondo livello”, fino alla recentissima firma “disgiunta” sull’ipotesi di Ccnl del settore Terziario - che hanno fatto da contraltare a una profonda e sistematica divergenza di posizioni rispetto ai provvedimenti adottati dai governi di centrodestra. Non è questa, però, l’occasione per affrontare un esame “di merito” della situazione realizzatasi tra le maggiori Confederazioni sindacali. In questa sede mi preme (solo) evidenziare che riesce davvero difficile non contestare adeguatamente, se non, addirittura (nei fatti) condividere - come troppo spesso hanno (recentemente) fatto Cisl e Uil - provvedimenti governativi che spaziano dall’abrogazione della legge 188/2007 (che cercava, per quanto possibile, di porre un argine all’abuso del ricorso alle c.d. dimissioni “in bianco”) all’arbitrato “secondo equità”! Il tutto va, comunque, rinviato a più approfondite indagini e riflessioni. Tornando all’aspetto più eclatante e, appunto, paradossale di come viene affrontata la questione “lavoro” nel nostro Paese, è - piuttosto - opportuno evidenziare la/e posizione/i assunta/e dal più grande partito di opposizione. In questo senso, il Pd - nel mentre afferma di considerare il lavoro un “tema” centrale della propria azione politica, lasciando intendere di volersi ergere a sostenitore delle rivendicazioni di una rilevante parte di quei soggetti la cui esistenza è scandita da una qualsiasi attività prestata in cambio di una sostanziale “dipendenza economica” - dimostra di non essere in grado di sapere, o (forse) potere, andare oltre il semplice “effetto placebo” e si esercita, quindi, in precari e incomprensibili giochi di equilibrismo. E’ questa la prima sensazione che scaturisce dalla presa d’atto che, nel Partito democratico, se l’Assemblea nazionale approva - a maggioranza molto ristretta - una precisa linea d’indirizzo, rispetto alle modalità attraverso le quali tentare di risolvere il problema della dilagante “precarietà” di tanta parte dei lavoratori italiani, contemporaneamente, Pietro Ichino - a nome dei senatori - è artefice di tutt’altra ipotesi. Anticipo che non è mia intenzione entrare nel merito della (prima) proposta “ufficiale” del Pd. Mi limito a evidenziare che reputo la soluzione ideata: cioè l’aumento del costo del lavoro “atipico” - per renderne meno “appetibile” il massiccio e reiterato ricorso - frutto di un malcelato sentimento di sostanziale acquiescenza allo “status quo” realizzatosi nel mercato del lavoro italiano. Espressione dell’unica sintesi possibile in un partito “bicefalo” che, a mio avviso, soffre di un male incurabile: l’assoluta incapacità di assumere una posizione univoca; soprattutto se in linea con i trascorsi di ex e lontana “sinistra” di una parte dei suoi dirigenti più noti! Reputo più interessante, invece, rilevare qualche “segno particolare” della seconda proposta dello stesso Pd. Allo scopo, chiarisco, innanzi tutto, i due motivi per i quali considero “ufficiale” - e degna di dignità almeno pari alla prima - anche l’ipotesi cara a Pietro Ichino. Il primo è rappresentato dal fatto che la soluzione adottata in sede di Assemblea nazionale è stata - come già anticipato - approvata con appena tre/quattro voti di scarto (una cinquantina quelli favorevoli e circa altrettante astensioni). Il secondo, determinante ai fini dell’esito del precedente, è dettato dalla circostanza che al Senato - a nome e per conto del Pd - Pietro Ichino aveva già presentato, insieme con una cinquantina di altri suoi colleghi, un ddl che, sostanzialmente, parte dalle stesse premesse, si pone lo stesso obiettivo, ma prevede l’adozione di un provvedimento di tutt’altra natura: il suo “tutti a tempo indeterminato ma nessuno inamovibile”. Un eufemismo attraverso il quale il più (implicitamente) “aziendalista” presente tra le fila del Partito democratico, insiste - in estrema sintesi - nel perseguire lo stesso obiettivo al quale tende la presidente di Confindustria; il definitivo superamento dell’art. 18 dello statuto! Tra l’altro, a mio parere, quella di Ichino è (ormai) divenuta una vera e propria ossessione: fino al punto di riproporla in “tutte le salse” quale panacea del mercato del lavoro italiano. L’ultima occasione, solo in ordine di tempo, è stata rappresentata da una recente sentenza attraverso la quale il Tribunale di Genova ha accolto il ricorso e riconosciuto a 15 insegnanti “precari” - con tre anni di servizio su posti vacanti - un maxi risarcimento danni pari a circa 30 mila Euro per la mancata stabilizzazione. Al riguardo, considero semplicemente disarmante la versione che Ichino offre delle motivazioni (non ancora ufficializzate) della sentenza. Innanzi tutto, non condivido l’affermazione secondo la quale i circa 150 mila “precari” della scuola - potenziali beneficiari dello stesso trattamento riconosciuto ai 15 ricorrenti - rappresentino l’effetto della “flessibilità” di cui ha oggi bisogno il sistema scolastico. Nulla di più falso. Si tratta di una sostanziale distorsione della realtà! I 150 mila si trovano nella non invidiabile condizione di “precari pluriennali” non in conseguenza di una sana - legittima, motivata e comprensibile - esigenza di “flessibilità” del sistema scolastico, ma semplicemente perché la legge 124/99 - che ne consente l’utilizzo - non prevede l’obbligo, da parte del Ministero dell’Istruzione, di applicare i limiti che devono essere rispettati, nel settore privato, dal datore di lavoro che utilizza un lavoratore a tempo determinato (la causale, il carattere temporaneo e non stabile dell’esigenza e le limitazioni rispetto ai periodi di durata massima del rapporto). Non a caso, il giudice, in applicazione della direttiva sul lavoro a termine (1999/70/Ce), si è assunto - attraverso la sentenza - la responsabilità di disapplicare la vigente normativa (la suddetta 124/99) che, in sostanza, permette alla P. A. di operare “in deroga”, consentendo il reiterato ricorso a rapporti di lavoro a tempo determinato anche per sopperire a esigenze di carattere ordinario. Quindi - di fronte alla situazione che ha determinato il provvedimento del Tribunale di Genova - piuttosto che auspicare (sempre e comunque) la “soluzione Ichino” che, personalmente, valuto alla stregua di una sottospecie del contratto di lavoro a termine - con le (due) aggravanti dell’indeterminatezza della data di scadenza e del superamento delle garanzie offerte dalla “giusta causa” - riterrei più serio e corretto che ci si ponesse il problema di evitare, nel pubblico come nel privato, l’ingiustificata reiterazione dei rapporti di lavoro a tempo determinato. Anche il (mio) secondo motivo di critica è dettato da una questione d’informazione poco corretta. Infatti, il senatore Ichino, nel corso di un articolo pubblicato dal Corriere della Sera, il 31 marzo 2011, afferma che - in virtù dell’applicazione della direttiva 1999/70 - “lo stesso identico problema è destinato a riproporsi anche nel settore privato”. Di qui, l’inderogabile esigenza di ricorrere - sempre e comunque - all’ipotesi prevista dal suo ddl. 1481/09. In effetti, l’esercizio di una più corretta informazione, avrebbe dovuto sconsigliare al Prof. Ichino di sostenere - in termini quasi profetici, come se dovuti a un’improvvisa “visione” o, piuttosto, nel senso di una catastrofe annunciata - che il problema è “destinato a riproporsi” anche nel settore privato. In realtà, nel settore privato, il problema si pone già da molti anni a questa parte: a partire dalla controriforma operata - anche con il suo assenso, oltre a quello di Cisl e Uil - attraverso il D. Lgs. 368/2001! Da quando, cioè, il sostanziale superamento delle c.d. “causali oggettive”, per il ricorso ai rapporti di lavoro a tempo determinato, ha prodotto il proliferare e l’ingiustificata reiterazione di tale tipologia contrattuale. D’altra parte, come già rilevato, la sentenza 520/2011, nasce sulla scorta dell’applicazione al pubblico di norme già previste - anche se (spesso) eluse o evase - per il settore privato; fatta salva la trasformazione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato.



di Renato Fioretti collaboratore redazionale di Lavoro e Salute

6 aprile 2011

Furto continuato: tagli demolitivi alla scuola, all’università, alla ricerca, alla sanità, alle pensioni, alle fasce deboli,alla giustizia


La cancrena dell’evasione e i suoi corrotti beneficiari


Il tema centrale della politica italiana, quello che più di ogni altro rivela e riassume con specchiata chiarezza la natura dei rapporti sociali in Italia è la dimensione dell’evasione fiscale. Ogni tanto, carsicamente, in occasione dei periodici rapporti dell’Agenzia delle entrate o della Corte dei Conti, se ne parla, con esibito scandalo e grandi doglianze. Ma non se ne trae alcuna conseguenza: se va bene, il fenomeno è fatalisticamente derubricato a imponderabile evento climatico quando, con spudorata spregiudicatezza, non se ne rivendica, come fa Berlusconi, la liceità e il buon diritto. Proviamo a mettere in fila qualche dato. L’evasione fiscale - al netto delle pratiche elusive, al servizio delle quali è all’opera un instancabile esercito di consulenti e dottori commercialisti esperti nell’aggiramento di obblighi e divieti previsti dall’ordinamento - ha superato, nel 2010, i 50miliardi di redditi non dichiarati. Un primato assoluto in Europa, con la Romania ad inseguire, al secondo posto, a dieci lunghezze di distanza. Considerato che il contributo all’erario viene essenzialmente dal lavoro dipendente e dalle pensioni attraverso la ritenuta alla fonte, ne consegue che l’evasione sta tutta nella parte alta della piramide sociale. Gli industriali, innanzitutto, guidano questa speciale e non edificante classifica: sottodichiarazioni di fatturato, sovradichiarazioni di costi, occultamento dell’intera filiera produttiva sono le modalità ampiamente collaudate, soprattutto nelle aree più ricche del Paese, Lombardia in testa e, a ruota, il Veneto. Seguono, in questa hit-parade della virtù, commercianti, artigiani, professionisti. E la voragine aumenta ogni giorno d’ampiezza. Nel 2010, le Fiamme Gialle hanno “pescato” col sorcio in bocca 8850 evasori totali, il 18 per cento in più dello scorso anno, mentre l’Agenzia delle entrate ci informa - ma il dato non è nuovo - che il fisco mette concretamente all’incasso solo il 10,4 per cento delle somme evase accertate. Ciò significa che anche quando l’evasore incappa nella tagliola della verifica ispettiva, soltanto in un caso su dieci paga dazio. In buona sostanza, la frode rende e la furbizia - perché questo è passato nel senso comune - è una dote dal coltivare con scientifico scrupolo. A questo proposito, il procuratore generale della Corte dei Conti ci ha reso edotti del costo diretto della corruzione in atti amministrativi, roba che vale fra cinquanta e sessanta miliardi annui. Senza valutare il contraccolpo che questa devastazione produce sulla qualità dei servizi e sugli investimenti esteri. Le conseguenze di un siffatto furto continuato ai danni della collettività sono note: tagli demolitivi alla scuola, all’università, alla ricerca, alla sanità, alle pensioni, all’assistenza, alle fasce deboli, agli ammortizzatori sociali, alla giustizia. L’intero sistema del welfare viene così semplicemente prosciugato, mentre la divaricazione fra i redditi, la forbice fra retribuzioni, profitti e rendite si allargano in modo indecente. Come si può vedere, l’esito del conflitto di classe in Italia, così pesantemente sfavorevole al lavoro, travalica i confini dei luoghi di produzione per riverberarsi sull’insieme dei rapporti economico-sociali, plasmando ogni decisione politica. Togliere i soldi ai ricchi per darli ai poveri - diciamolo pure nel modo più lineare - è dunque questione cruciale, ma meno semplice e intuitiva di quanto parrebbe, se i tanti che subiscono ingiustizie e vessazioni da parte dei pochi che ne traggono profitto non hanno ancora compreso dove stia la ragione delle proprie sofferenze e in modo più efficace per opporvisi. Informare, far comprendere, ricostruire i nessi logici resi impenetrabili dalla propaganda che li ottunde è dunque un compito primario. Prima di tutto nostro. E’ la premessa che genera l’indignazione. E che trasforma l’indignazione in lotta e in battaglia politica.


Dino Greco

Direttore del quotidiano liberazione

6 aprile 2011

1 aprile 2011

Cosa vuole in realtà la Camusso da questo sciopero dichiarato di malavoglia? Semplice, la corrispondenza di amorosi sensi con la Confindustria

'Il rosso e il nero della Cgil' Manca poco più di un mese allo sciopero generale indetto dalla Cgil. Uno sciopero che, ha detto il segretario Susanna Camusso, deve riuscire soprattutto nel mondo del lavoro. Detta altrimenti, questa volta non si può barare sulle cifre o sulle folle oceaniche mobilitate in “gita scolastica”. Si andrà alla conta “posto di lavoro” per “posto di lavoro”. Ma davvero la Cgil vuole usare tutto questo rigore nel contarsi? Il gioco sembra truccato. E’ vero che da una parte c’è un segretario generale impegnato a sferzare i suoi in una specie di rito di obbedienza verso una maggioranza che a quasi un anno dal congresso non è che abbia fatto faville, ma dall’altro è altrettanto vero, e non è un mistero per nessuno che lavora attivamente al “piano B”. E qual è il “piano B”? Semplice, la corrispondenza di amorosi sensi con la Confindustria. Lo strumento è quello del documento sulla contrattazione, l’ennesimo. Ancora non c’è niente di ufficiale. Ma chi l’ha letto ne ha tratto una impressione molto negativa, tanto da inquadrarlo nella categoria della “peggior concertazione” possibile. I contenuti, si sa, si possono sempre aggiustare. Soprattutto in questa Cgil che non ne ha mai discusso realmente se non attraverso i soliti seminari informali. Il punto non sono i contenuti. Il punto è il segnale, l’amo lanciato agli imprenditori, al “regime dei padroni”, per dirla con le parole salaci di Giorgio Cremaschi. Tutto questo sta portando a una situazione paradossale. Se lo sciopero riesce, e non si capisce su quale piattaforma, si riapre il confronto con Confindustria. Se lo sciopero non riesce si riapre lo stesso. In tutti e due i casi a rimetterci sono sempre i lavoratori, che si vedranno recapitare pesanti mazzate stile Marchionne. Sicuramente i metalmeccanici, che il “maglioncino” ce l’hanno in casa. E poi a seguire, i lavoratori del commercio e i dipendenti pubblici. Tutti allegramente deregolati e privati del bene più prezioso, il contratto nazionale. Al massimo, e grazie solo alla “congiunzione degli astri”, si potrà portare a casa una larvata riforma fiscale in salsa tremontiana che a conti fatti nelle tasche degli italiani non suonerà nemmeno tanto. La Cgil, ovvero, Susanna Camusso, non rischia niente, perché niente sta realmente puntando nel piatto. A Susanna Camusso interessa più che altro “passare ‘a nuttata”. E’ per questo che il 6 maggio dovrà essere letto più che altro come una fase di passaggio, buona a far discutere i lavoratori nelle migliaia di assemblee che comunque verranno convocate. Il 7 maggio inizierà un nuovo percorso e stavolta sarà tutto interno alla Cgil, perché è lì che i nodi verranno al pettine. La minoranza interna vuole diventare opposizione e l’altro giorno nel corso dell’assemblea nazionale dei delegati ha mostrato l’intenzione di volerlo fare sul serio. Ci sono alcune aree e alcune categorie in cui l’uscita del “nero” piuttosto del “rosso” qualche differenza la produrrà. E a quel punto se la Cgil si reputa ancora un sindacato dovrà dimostrare che sa ancora discutere. I metalmeccanici, per esempio. Non hanno nessuna intenzione di bere la “variante Marchionne” del loro contratto. E nemmeno il pastrocchio messo in piedi da Federmeccanica, Cisl e Uil. La Cgil lì dovrà scegliere, quindi. Così come dovrà scegliere nel commercio, in cui la situazione sta diventando drammatica con licenziamenti, mobbing generalizzato, flessibilità esasperata, salari ridotti attraverso la subdola arma del part-time e una azione repressiva forte contro il cosiddetto assenteismo, che poi vuol dire non avere più nessuna garanzia nel godimento delle giornate di malattia. A proposito, quale è la strategia per arginare la deregulation delle grandi catene della distribuzione organizzata? Nel pubblico impiego il bubbone dell’assenza del rinnovo del contratto è pronto a scoppiare, e nella forma più virulenta. I lavoratori hanno capito che forse unirsi ai cittadini che stanno subendo un'altra bella rasata al welfare non è poi così fantasioso e peregrino. Il tatticismo che porta al pietire un posto “in prima fila” non paga. I lavoratori sono stanchi di essere ricattati e prima o poi lo grideranno. Fabio Sebastiani http://www.controlacrisi.org/