29 marzo 2011

Bianca Bracci Torsi consigliera nazionale Anpi, responsabile antifascismo di Rifondazione Comunista


«Chi è antifascista ripudia ogni guerra»


«Torino era imbandierata di tricolori», ma stavolta non le hanno dato troppo fastidio. Fin da ragazzina preferiva la bandiera rossa. Ma in questi giorni ha interpretato quell'impavesamento come una risposta alla Lega. Dell'Unità d'Italia le piace pensare che la Resistenza l'abbia riscattata dal fascismo e che oggi debba essere salvaguardata dal secessionismo strisciante. A Torino, Bianca Bracci Torsi c'è andata come delegata della sezione romana Villaggio globale, al congresso nazionale dell'Anpi, l'associazione dei partigiani in cui la responsabile Antifascismo di Rifondazione comunista (nel comitato direttivo, tra gli altri, è stata eletta Lidia Menapace), è consigliere nazionale. Ecco un'altra cartolina di Bianca da Torino: la standing ovation, l'unica del congresso per l'intervento di Massimo Rendina, presidente dell'Anpi di Roma ma all'epoca comandante della Brigata Garibaldi in Piemonte. «E' stato riconosciuto come il liberatore di Torino grazie alla disobbedienza all'ordine degli Alleati di aspettarli. Ma bisognava salvare i gappisti che, con lo sciopero del 18 aprile del '45, erano ormai scoperti. E c'era da salvare la Fiat dalle mine naziste. Se qualcuno se lo fosse ricordato prima forse Marchionne non avrebbe fatto quello scempio dei diritti dei lavoratori».


Come ha reagito il congresso all'ennesimo vento di guerra, quello che sta soffiando sulla Libia?

Ha reagito senza se e senza ma. E' stato votato all'unanimità l'ordine del giorno che ribadisce l'articolo 11 della Costituzione, che chiede lo stop ai bombardamenti e a qualunque tipo di intervento armato. Inoltre, il documento finale è esplicito quando chiede di favorire il ritorno dei "nostri" ragazzi dalle missioni di guerra e di tagliare le spese militari.


Do i numeri: 345 delegati per 120mila iscritti, 15mila in più nel 2011, 50mila fans su facebook. L'Anpi, sta cambiando.

Sì è cresciuta, non è più un'associazione solo combattentistica. Dal 2006, non solo per ragioni anagrafiche, ha aperto ai giovani e alle donne, intendendo per giovani tutti gli antifascisti che non hanno potuto fare la Resistenza. E' stato un congresso vero, il nostro, con un dibattito forte e civile da cui emerge un ruolo dell'Anpi come promotore di una nuova resistenza che raccoglie le sue forze nell'antifascismo militante che oggi si esprime nei partiti di sinistra ma anche largamente in nuove forze che magari quei partiti li criticano pur riconoscendo che esista più di un rischio per la democrazia: il suo nome è fascismo, al di là della riverniciatura e delle rivisitazioni.


Chi c'è oggi assieme ai vecchi partigiani?

Nell'Anpi ci sono cittadini democratici, i comunisti e anche attivisti di centri sociali, studenti dei collettivi, esponenti di associazioni coi quali molti di noi non hanno in comune storie e modalità di azione. Ma questo nel '43 non ha impedito l'unione del Cln. Io stessa mi sento più vicina a un gruppo anarchico piuttosto che ai liberali o ai monarchici che nel '43 erano con noi. E' vero, s'era notato un nuovo attivismo attorno all'associazione dei partigiani, in controtendenza con la crisi dei partiti storici della sinsitra.


Non temi che possa esserci il rischio che qualcuno veda nell'Anpi la destinataria di una sorta di supplenza della politica?

C'è stato dibattito attorno a una tesi di destra, ossia quella secondo cui i partiti non servono più, che la politica vera sia quella fatta fuori da essi. Una critica che non viene solo dai giovani più inesperti. Credo che i partiti non sono alternativi ma necessari alle aggregazioni varie. Ricordiamoci che l'antipartitismo è tipico dei fascismi.


Su cosa è avvenuto il confronto politico più intenso?

Si partiva da un documento che in molti abbiamo ritenuto blando e generico, ossia facilmente interpretabile per tutti i gusti. A partire dai congressi di sezione, e via via fino a Torino, c'è stato un lavoro diffuso che ha portato a chiarirlo e arricchirlo, renderlo più netto. Uno dei nodi era l'analisi della destra alla luce delle sue recenti divisioni e il rischio che non fosse evidente il fatto che le destre italiane siano prive di ogni cultura democratica e antifascista. Prova ne sono i legami con formazioni dichiaratamente neofasciste. Altro terreno di confronto è stato sulla necessità di attuare la Costituzione, non solo di assumersi la salvaguardia dei principi.


Ecco, quali sono i compiti che s'è data l'Anpi?

Innanzitutto quello di mantenere vive la conoscenza e la condivisione dell'antifascismo e la consocenza di quello che è stato tutto il fascismo. Diversi delegati, molti di radici slovene, hanno sollevato il dramma dell'occupazione in Jugoslavia a partire dagli anni '20 contro il revisionismo implicito in quella celebrazione dell'orgoglio fascista che è la Giornata della memoria delle foibe. Il dibattito ha riscontrato che il nemico non marcia solo tra le forze esplicitamente neonaziste e neofasciste, presenti in tutta Europa, ma in ogni proposta e iniziativa che riproponga elementi di fascismo come il corporativismo di cui è portatore Marchionne. Nostro compito sarà anche quello di individuare gli aspetti più nascosti di questo ritorno. Quando si va nelle scuole bisognerà parlare dell'intero periodo fascista. Oltre all'impegno contro la campagna reviosionista - con l'attacco alla resistenza che passa per i ripetuti tentativi di equiparare repubblichini e partigiani, per la riscrittura della toponomastica e per il degrado di luoghi storici della Resistenza - servono azioni concrete contro la semischiavitù del lavoro, contro i centri di detenzione oggi inaccettabili e da chiudere. Dobbiamo lottare per abolire il reato di clandestinità, contro il secessionismo leghista e i tagli al welfare.


Checchino Antonini

29/03/2011

26 marzo 2011

In Palestina l’ennesimo bagno di sangue perpetrato dalla cosiddetta unica democrazia del medio oriente


Il vero volto dell’occupazione Israeliana

In Libia bombardamenti umanitari targati ONU, in Yemen gas nervino e cecchini contro i manifestanti, in Bahrein carri armati sauditi con licenza di strage suscitano il biasimo generale, mentre in Palestina l’ennesimo bagno di sangue perpetrato dalla cosiddetta unica democrazia del medio oriente scivola ordinariamente in secondo piano.
Ieri notte massicci bombardamenti lungo la Striscia a Gaza city, Rafah e Khan Younis, hanno causato secondo fonti mediche 18 feriti, 7 dei quali bambini e 2 donne.
Questa mattina carri armati israeliani hanno invaso est di Gaza city aprendo il fuoco: un ferito. Nello stesso momento un drone (UCAV) bombardava a est di Shuajaiyeh ferendo gravemente alcuni guerriglieri della resistenza.
Queste ultime vittime si sommano ai 5 feriti di sabato mattina, fra i quali un infante di 3 anni colpito alla testa da schegge di esplosivo a Rafah, sud della Striscia e soprattutto si aggiungono all’uccisione di 2 bambini sabato sera.
Attacchi indiscriminati contro la popolazione civile di Gaza in seguito al lancio nel deserto del Negev, in territorio israeliano, sempre nella giornata di sabato, di una cinquantina di colpi di mortaio da parte delle Brigate Ezzedin al-Qassam, braccio armato di Hamas, lancio che aveva provocato 2 feriti lievi.
Hamas che non sparava più un colpo contro obbiettivi israeliani da mesi, che in pratica aveva disarmato la sua resistenza e continuamente tramite il premier Ismail Hanye invitava le altre fazioni a fare altrettanto, decideva questo nuovo attacco mentre a Gaza city la sua polizia reprimeva nel sangue le manifestazione pacifiche dei giovani di Gaza per la fine delle divisioni, assalendo brutalmente anche i giornalisti di testate straniere come Reuters, France Television e Associated Press (secondo quanto denunciato dall’autorevole PCHR), e soprattutto, contemporaneamente ai primi contatti fra rappresentanti del governo di Gaza e Fatah col preciso intento di avvicinare le parti verso l’unità nazionale.
Evidentemente, questi eventi concatenati dimostrano come vi è una forte frangia all’interno di Hamas che lavora assiduamente affinché le divisioni interpalestinesi restino così come sono. Oggi che l’oppressione israeliana a Gaza si sta mostrando con tutta la sua spietatezza, ecco che Hamas è tornato a chiedere responsabilmente a viva voce, un coprifuoco.
Fino all’ultimo ho avuto il dubbio se scaricare le foto delle ultime vittime dell’occupazione e inviarle a Peacereporter.
Sono ciò che rimane di Mohammed Issa Faraj Allah 16 anni e Qasem Salah Abu Uteiwi, 15anni, uccisi sabato sera mentre stavano giocando a Est del villaggio di Juhr Addik, circa a 300 metri dal confine nel centro della Striscia di Gaza.
Un carro armato israeliano ha sparato contro di loro più di venti missili.
Mi sono recato ieri a portare le condoglianze alle famiglie dei 2 bambini nel campo profughi di Nuseirat.
“Non sono tornati a casa la sera, eravamo tutti in pena, specie dopo che abbiamo udito i bombardamenti. Quando la mattina seguente ci è arrivata la notizia che all’ospedale al Shifa avevano portato 2 corpi di civili, sono corso immediatamente e nel frigorifero dell’obitorio ho riconosciuto Qasem. O quello che restava di lui, senza più un braccio, senza più un dente in bocca.”
Così Khaled, un cugino della vittima.
I Faraj Allah sono una famiglia poverissima, e a Khaled durante Piombo Fuso l’esercito israeliano ha distrutto la casa e circa 3 dunum di terra. Sua sorella, Ayat, è stata colpita al torace da un cecchino agli inizi di gennaio 2009.
Sotto il tendone che raccoglie parenti e amici in una veglia funebre, il padre di Mohmmed si è rivolto verso di me: “Non hanno coscienza, non hanno leggi, possono fare di noi quello che vogliono. L’Onu che ha prontamente approvato una risoluzione per attaccare la Libia, ha messo il veto contro la condanna a Israele per il crimine delle sue colonie in Palestina, e questo ha esacerbato gli animi. La chiamano guerra al terrorismo, ma dovrebbero rinominarla guerra al terrorismo arabo, perché il terrorismo israeliano non si tocca.” Continua il padre del bambino ucciso:
“Ho lavorato 12 anni in Israele, e questa è la gratifica. I fratelli di Mohammed hanno visto le foto del suo cadavere in quello stato, e chiedono vendetta. Sono queste le ragioni del conflitto”.
Mentre uno dei ragazzini che mi circondano aziona il suo bluetooth per passarmi sul cellulare quelle terribili foto, leggo nei suoi occhi e in tutti gli occhi dei bambini che mi scrutano quello che il padre della vittima mi ha appena spiegato, quel fuoco che un domani potrebbe ardere Israele se a questa gente non viene restituita libertà e giustizia.
Restiamo Umani.

Vittorio Arrigoni
da Gaza city
24 marzo 2011
http://guerrillaradio.iobloggo.com/

Il 24 marzo 1999 iniziava la guerra umanitaria Allied Force per il Kosovo. Primo ministro era allora Massimo D'Alema


Quando il "mostro" era la Serbia

Dejà vu, già visto, patito, pianto. Era cominciato proprio oggi (ieri per chi legge), 24 marzo 1999, l'attacco alla Serbia, in era governo D'Alema; l'attacco proprio da lui fieramente voluto ed acclamato (e il tono era proprio quello stesso, identico, con il quale ieri, 24 marzo 2011, è intervenuto alla Camera per dare la sua entusiasta approvazione alla guerra in Libia). Degià vu, e noi andavamo in corteo, con la t-shirt bianca e bersaglio disegnato sopra all'altezza del petto, a gridare «sparate qua, sparate anche a noi». Eravamo arrabbiati, arrabbiatissimi; un atto di guerra infame approvato proprio da un governo "amico" con tanto di primo ministro ex comunista, volenteroso collaboratore di un delitto internazionale detta allora non "Odissea all'alba" ma "Allied Force" (vale la pena di ricordare che l'alta compagine governativa era allora formata, tra gli altri, da Bersani, Ciampi, Dini, Rosy Bindi, Giovanna Melandri, Giuliano Amato, anche Oliviero Diliberto...). Fotocopia che mette i brividi. Stessi prodromi. Stesse parole. Stessi strumenti. Si è cominciato allo stesso modo, la costruzione del "mostro" (allora era Milosevic). Una identica, massiccia, planetaria campagna mediatica si è incaricata di demonizzare la Serbia, che improvvisamente è sbattuta davanti all'opinione pubblica mondiale come il nuovo carnefice, lo Stato-canaglia colpevole di genocidio nei confronti delle inermi genti del Kosovo. Anche allora, esattamente come oggi, la manipolazione della stampa è completa, agghiacciante («Pristina città fantasma, uccisi i leader kosovari»; «I serbi decapitano il Kosovo. Uccisi intellettuali e politici»; «La vendetta dei serbi, uccisi i capi albanesi»).
Li avete visti gli infiniti filmini, video, reportage, servizi di oggi sulla Libia? Ebbene, anche nel 1999, già mesi prima dall'inizio dell'attacco, Cnn e tante altre tv mandano in onda i filmati delle presunte stragi di civili attuate dai sanguinari serbi di Milosevic. Peccato che si trattava di parti sempre diverse degli stessi filmati, i quali diventano la prova provata delle "fosse comuni" e dei "cadaveri accatasti". La causa dell'umanità e dell'altruismo è abbondantemente creata, Wall Street Journal e New York Times scrivono, marzo 1999, che «il regime di Milosevic sta tentando di sradicare un intero popolo» (per favore andate a leggere quello che pubblicano oggi, marzo 2011, sulla Libia...).
Fallito il falso "tavolo" di Rambouillet - più che altro una trappola rifiutata dal governo serbo - quel 24 marzo di 12 anni fa partono i bombardamenti Nato su tutto il paese; e così hanno continuato per 78 giorni. I jet decollano prevalentemente dalle basi militari italiane, come quella di Aviano. Almeno 600 raid al giorno. Si tratta, come vengono definite, di bombe intelligenti, anzi intelligentissime. Che infatti colpiscono non solo basi militari, ma anche obiettivi civili, anzi civilissimi; per esempio centrali elettriche, la televisione di Belgrado, colonne di profughi, aziende, scuole, anche industrie chimiche (garantiti un bel po' di veleni sparsi in giro). Ricordiamo per esempio quel ponte di Grdelica intelligentemente bombardato dall'Us Airforce proprio mentre passa un treno, 14 persone uccise e decine di feriti (fu un mero incidente, danni collaterali, diciamo). Errori. Piccoli errori. Come le bombe sulla zona residenziale di Novi Pazar (23 morti); di Alexsinac (12 morti); di Pristina (12 morti); di Surdulica (20 morti). Anche su una corriera di Luzane (40 morti); sull'ospedale di Nis, di Surdulica e di Belgrado; sull'ambasciata di Pechino a Belgrado; suul villaggio di Korisa (80 morti); sul ponte di Varvarjin (11 morti).
Tanto per citare. Ma secondo il computo ufficialissimo targato Nato, in 78 giorni di guerra umanitaria vengono compiute 34 mila missioni di cui 13 mila d'attacco; sganciate 20.000 tra bombe e missili; distrutti 450 bersagli fissi così chiamati, tra cui il 57% delle riserve di carburante, 35 ponti, tutti i 9 aeroporti.
Bisognava difendere la popolazione kosovara, impedire la pulizia etnica. Ancora oggi non si sa il numero esatto dei morti causati dalla "protezione" umanitaria del tipo Nato, sicuramente sono svariate migliaia. Ma basta il rapporto di Amnesty International, che un anno dopo la fine dell'attacco, dice: «La Nato in più occasioni ha violato i principi umani da applicare in ogni conflitto armato».
L'Italia del popolo di sinistra non sta a guardare. «Siamo il popolo che ripudia la guerra», migliaia di fax e lettere inondano ad esempio Liberazione, pagine e pagine si riempiono di no. «Proclamiamo lo sciopero generale», è l'appello firmato dalle Rsu; mezzo milione di ascoltatori mandano in onda su "Zapping" (Raiuno) l'angoscia collettiva; «Gli operai bocciano la guerra. Sciopero all'Alfa di Arese e manifestazioni in tutta Italia», sono solo alcuni dei titoli del nostro giornale in data giovedì 1 aprile. «Caro Cofferati dove sei?», alla vigilia della manifestazione che si svolgerà a Roma il 10 aprile il mondo del lavoro rivolge la domanda al segretario Cgil; tra le altre associazioni alla giornata del no partecipa l'Anpi: in centomila invadono Roma, «Guerra infame. Il coraggio della pace». A Porta San Paolo parla Ingrao: «Oggi è solo l'inizio, l'avanguardia di una battaglia. Non ci rassegnamo, lo sappia il governo».
La guerra umanitaria avanza. Ora i suoi orizzonti spaziano oltre il Kosovo. E' un generale di nome Wesley Clark, comandante supremo Nato, che arriva a dichiarare: «Noi continueremo con le missioni esattamente come programmato, non temiamo una guerra mondiale»; e centinaia di missili Allied Force «bombardano tutto il Montenegro nella notte della Pasqua ortodossa»; mentre si calcola che il prezzo delle bombe intelligenti è di diecimila miliardi al mese, quasi quanto il Pil della stessa Jugoslavia».
Rifondazione lascia l'aula di Montecitorio, dove si discute dell'intervento dell'Italia, D'Alema gran sacerdote: «Signori del governo, noi non vogliamo legittimarvi, neppure col nostro voto contrario alle vostre pulsazioni di guerra». Giovedì 15 aprile. "L'Italia è in guerra", titola Liberazione. «Alle 12,04, bombardieri dell'aeronautica militare partiti dall'aeroporto di Istrana (Treviso) hanno compiuto il primo bombardamento italiano sul territorio jugoslavo. Sciagurata iniziativa del governo D'Alema alle spalle del Parlamento».
Non se ne pentirà mai, D'Alema. Ecco quanto dichiarerà dopo l'accordo di pace siglato il 9 giugno 1999: «Vorrei ricordare che quanto a impegno nelle operazioni militari, noi siamo stati il terzo Paese, dopo gli Usa e la Francia, e prima della Gran Bretagna. In quanto ai tedeschi, hanno fatto molta politica, ma il loro sforzo militare non è paragonabile al nostro: parlo non solo delle basi che ovviamente abbiamo messo a disposizione, ma anche dei nostri 52 aerei, delle nostre navi. L'Italia si trovava veramente in prima linea».
La storia si ripete, ma questa volta non in forma di farsa. Rimane tragedia.

di Maria R. Calderoni
25/03/2011
www.liberazione.it

23 marzo 2011

La logica dei due pesi e due misure coinvolge fin dall'inizio la costruzione "in diretta" delle notizie

QUANDO MUOIONO I BAMBINI PALESTINESI SOTTO IL FUOCO ISRAELIANO E' UN INCIDENTE

Ieri i bombardamenti sui civili dell'aviazione israeliana hanno ferito 7 bambini, mentre oggi pomeriggio almeno quattro civili palestinesi, tra i quali due bambini, sono stati uccisi dal fuoco israeliano. L'uccisione accertata dei quattro palestinesi - ma alcune fonti parlano di cinque - è stata solo l'ultima di una serie di scontri che hanno contrapposto miliziani palestinesi alle forze armate di Israele che si scambiano reciproche accuse. Le agenzie stampa parlano della strage di oggi come di un incidente, un ribaltamento delle notizie che ci fa capire come e quanto sia oramai consolidato il meccanismo che banalizza una strage di civili ad opera di un esercito da un lato, e parla di genocidio dall'altro per giustificare la guerra umanitaria. La logica dei due pesi e due misure coinvolge fin dall'inizio la costruzione "in diretta" delle notizie che poi con il copia e incolla fanno il giro del mondo. Una bomba di mortaio sparata dall'esercito israeliano, in risposta a tiri di razzi sul Neghev - che colpisce una casa nel rione di Shajaiyeh, a est di Gaza City - non è un incidente, ma un'azione di guerra criminale contro un popolo. Noi non parteggiamo per Gheddafi, ma non siamo nemmeno così cretini da non accorgerci come e quanto sia ipocrita lo schieramento che da un lato giustifica l'occupazione israeliana e dall'altro bombarda sotto le insegne del rispetto dei diritti civili.

22/03/2011

Perché è saltato l’equilibrio di potere di Gheddafi? Chi sono “quelli di Bengasi”?


Libia. Dalla guerra civile alla guerra del petrolio

Questa è una vera guerra del petrolio, rivelatrice della competizione globale e piena di incognite

“E’ una rivolta dei giovani. Sono loro che hanno iniziato la rivoluzione… noi ora la stiamo completando”. In questa breve considerazione che il colonnello Tarek Saad Hussein riferisce al settimanale statunitense “Time” a fine febbraio, è possibile comprendere gran parte del processo che è stato impropriamente definito come “rivoluzione libica” (1)
Il col. Hussein è uno degli alti ufficiali del regime di Gheddafi passato quasi subito con i ribelli di Bengasi. Insieme a lui c’è tutto un settore rilevante dell’apparato statale del regime che ha dato vita allo scontro mortale con Gheddafi per sostituirlo con una nuova leadership. E’ vero, hanno mandato prima avanti i giovani. A Bengasi il 15 febbraio erano stati i giovani e i familiari dei prigionieri politici della rivolta del 2006 nella capitale della Cirenaica ad essere scesi in piazza davanti al commissariato dentro cui era stato rinchiuso l’avvocato Ferhi Tarbel, difensore degli arrestati nella rivolta di cinque anni prima. La manifestazione del 15 febbraio era stata repressa duramente – come purtroppo è la norma in Libia e in tutti i paesi del Medio Oriente. Due giorni dopo, una nuova manifestazione, vedeva però i manifestanti, già armati, passare subito all’escalation sul piano militare contro i poliziotti del regime di Gheddafi (2)
Una tempistica rapidissima e bruciante che non ha avuto neanche il tempo di manifestarsi come rivolta popolare di piazza per diventare subito una guerra civile. E’ vero, hanno iniziato i giovani, esattamente come avevano fatto i loro coetanei in Tunisia, Egitto, Algeria o – in tempi e modi diversi – nelle strade di Roma o nelle banlieues francesi. Avevano tutte le ragioni per farlo, anche nella Libia di Gheddafi. Ma dietro i giovani libici, hanno preso subito la situazione in mano – piegandola ai loro interessi - gli uomini del vecchio apparato di regime in rotta con il leader e ansiosi di ridefinire gli equilibri interni sconvolti dalla crisi finanziaria del 2008/2009 e dalle misure “liberiste ma non liberali” introdotte da Gheddafi nel 2003.
La brusca e feroce escalation militare nella brevissima rivolta popolare libica, ci ha convinti che quella avviatasi era piuttosto una guerra civile e per alcuni aspetti con tutte le caratteristiche di una “guerra di secessione” come avvenuto negli anni Novanta in Jugoslavia o più recentemente in Sudan. Una guerra civile ed una possibile secessione della Libia alla quale non sono certo estranei gli interessi delle potenze europee e degli USA sul petrolio e il gas libico.
Su questa valutazione abbiamo introdotto una prima chiave di lettura sulla crisi in Libia che ci ha portato molti consensi ma anche numerose critiche in molti ambiti della sinistra, persino di quella più radicale.
Con il brutale e consueto intervento militare, con i bombardamenti sulla Libia da parte di Francia, USA, Gran Bretagna ed altre potenze della NATO, la discussione potrebbe dirsi conclusa attraverso la realtà dei fatti. I fatti spiegano la realtà meglio di mille opinioni. Eppure riteniamo che questa vicenda della Libia debba e possa prestarsi ad un lavoro di chiarezza, informazione, formazione di un punto di vista critico e rivoluzionario della realtà, che stenta enormemente a farsi strada tra tante soggettività della sinistra e degli stessi attivisti dei movimenti No war.
Perché è saltato l’equilibrio su cui si reggeva il potere di Gheddafi?
Uno splendido articolo del direttore del giornale arabo Al Quds Al Arabi, segnala la preoccupazione per uno scenario che spiani la strada a quello che l’autore definisce il “Chalabi libico”. Abd al Bari Atwan, direttore palestinese di questo autorevolissimo giornale in lingua araba, descrive perfettamente la trappola dentro cui Gheddafi è caduto – volontariamente – per mano dei suoi nuovi amici occidentali, i quali, secondo Atwan, “hanno utilizzato con il colonnello libico lo stesso scenario che avevano utilizzato con il presidente iracheno Saddam Hussein, con alcune necessarie modifiche che sono il risultato delle mutate condizioni e della differente personalità di Gheddafi”. Il colonnello si è disperato perché i suoi nuovi amici occidentali non lo hanno aiutato mentre i ribelli di Bengasi lo stavano accerchiando. Se l’alleanza occidentale era stata costretta a sbarazzarsi di Mubarak, afferma Atwan, perché mai sarebbe dovuta intervenire a salvare Gheddafi? L’illusione del leader libico derivava dalle concessioni fatte a USA e Gran Bretagna nel 2000 e che nel 2003 lohanno portato fuori dalla lista nera dei “rogues states” e quindi lontano dai bersagli della guerra infinita scatenata dall’amministrazione Bush nel 2001.
“Washington e Londra hanno utilizzato l’esca della “normalizzazione” e della riabilitazione del regime libico, che avrebbe aperto la strada al suo ritorno nella comunità internazionale in cambio della sua rinuncia alle armi di distruzione di massa” – osserva Atwani – “Ciò avvenne nel 2003, cosicché americani e britannici poterono dire che la loro guerra in Iraq aveva cominciato a dare i suoi frutti. Dopo averlo spogliato delle armi di distruzione di massa, lo hanno adescato spingendolo a porre le sue riserve di denaro nelle banche americane e ad aprire nuovamente il territorio libico alle compagnie petrolifere britanniche ed americane, ancora più che in passato”. (3)
L’analisi dell’analista palestinese è spietata ma pertinente: “L’errore più grave che Gheddafi ha commesso è stato quello di fare all’Occidente tutte le concessioni che quest’ultimo gli chiedeva, e di non fare invece alcuna concessione al suo popolo che gli chiedeva libertà, democrazia e una vita dignitosa”.
La storia degli ultimi dieci anni ci racconta di un Gheddafi che ha aperto agli investimenti stranieri in cambio del ritiro delle sanzioni economiche a cui la Libia era sottoposta da anni. Non solo, nel 2033 vara un pacchetto di misure che include la privatizzazione di 360 imprese statali. “La Libia dopo la svolta compiuta da Gheddafi nei primi anni 2000” si è aperta agli investimenti occidentali - scrive un autorevolissimo sito specializzato sul Medio Oriente – Nel paese sono affluiti capitali italiani, inglesi, americani, turchi, cinesi”. Nel 2003 la Libia era diventata una delle nuove frontiere della globalizzazione del continente” – riferiscono gli analisti dell’autorevole sito Medarabnews – “il nuovo Eldorado per molte società europee e americane” (4)
Mentre la produzione petrolifera è rimasta bloccata dalle quote imposte dall’OPEC (ma con significativi aumenti del prezzo del petrolio), tra il 2003 e il 2007 la produzione di gas naturale libico è praticamente triplicata. Non solo, la qualità e i costi di recupero del greggio relativamente bassi del petrolio libico, “rendono la Libia un importante attore del settore energetico globale” (5).
La Libia si è trovata così a disporre di una enorme liquidità finanziaria da investire – tramite il boom dei fondi sovrani sviluppatisi nei paesi petroliferi – in banche e attività nei maggiori paesi capitalisti. Da qui l’entrata in Unicredit, Finmeccanica, Eni o la permanenza nel capitale della Fiat.
Per il regime di Gheddafi sono dieci anni d’oro dopo anni di embargo e ostracismo. Incontri con Condoleeza Rice e l’amministrazione USA. Incontri favolosi con Berlusconi (ma anche con Prodi). Non solo. Vengono siglati dei Trattati bilaterali con i paesi europei che sono posti a guardia delle due maggiori vulnerabilità dell’Unione Europea: garanzie dell’approvvigionamento energetico e blocco delle ondate migratorie. Gheddafi diventa così il garante di entrambe.
Qualche giorno prima degli incidenti di Bengasi a febbraio, lo stesso Fondo Monetario Internazionale il 9 febbraio rilasciava una valutazione del nuovo corso libico quasi entusiasta: “Un ambizioso programma per privatizzare banche e sviluppare il settore finanziario è in sviluppo. Le banche sono state parzialmente privatizzate, liberati i tassi di interesse e incoraggiata la concorrenza” (6)
A sconquassare la “Belle Epoque” libica, così come del resto del mondo legato al ciclo economico del capitalismo euro-statunitense, è arrivata la crisi finanziaria e globale del 2008/2009. Secondo alcuni osservatori attenti a valutare le conseguenze della crisi libica sull’Occidente, il punto di rottura è stato proprio questo: “La crisi finanziaria tra il 2008 e il 2009, ha ridotto del 40% i ricavi dei pozzi di petrolio, intaccando il rapporto tra il capo e le tribù, che con la ribellione stanno rompendo il patto economico e d’onore” (7).
E’la crisi globale, dunque, la stessa crisi sistemica che sta squassando i capitalismi negli USA e in Europa a mettere in crisi l’equilibrio raggiunto tra Gheddafi e le varie componenti (economiche e tribali) su cui si è retto per 41 anni il regime libico. Ma non c’è solo questo.
La svolta panafricana di Gheddafi nel 1997, che porta alla rottura definitiva con l’ipotesi panaraba perseguita fino ad allora, apre le frontiere della Libia ad una enorme immigrazione dall’Africa che destabilizza gli equilibri nella popolazione, nel mercato del lavoro e nella distribuzione delle rendite petrolifere. Su una popolazione libica di 6,5 milioni di abitanti, si tratta di “circa un milione e mezzo (forse due milioni, nessuno conosce la cifra esatta) di lavoratori provenienti da paesi come il Mali, il Niger, la Nigeria, Il Sudan, l’Etiopia, la Somalia etc. forniscono manodopera a bassissimo costo per l’industria petrolifera, il settore edile, quello dei servizi, l’agricoltura” ma l’apertura delle frontiere libiche all’Africa sub-sahariana “suscita gravi tensioni nel paese a causa dell’enorme afflusso di immigrati” (8)
L’effetto di questa immigrazione nelle relazioni sociali in Libia, è anche la causa della vera e propria esplosione di episodi razzismo contro gli africani (additati come “mercenari di Gheddafi”) da parte dei ribelli di Bengasi, segnalati anche da Amnesty International e Human Rights Watch e da tutti i corrispondenti e inviati nelle zone controllate dai ribelli.
“La rivolta libica ha innescato la più vasta esplosione di violenza razziale registrata in un paese nordafricano….Lo stesso regime del Colonnello è corresponsabile di un’ondata di razzismo cos’ feroce. I nemici del colonnello stanno istigando sciovinismo e xenofobia contro i neri africani. Permettere che un simile, palese fanatismo razzista si diffonde all’interno delle aree “liberate” è rischioso” scrive un autorevole giornale arabo decisamente ostile a Gheddafi (9).
Chi sono “quelli di Bengasi”?
La domanda che in molti si pongono e alla quale pochi sanno o vogliono dare risposte è: chi sono i ribelli contro Gheddafi? Qualcuno la risolve con troppa semplicità definendoli come “il popolo libico” e dunque i nostri alleati morali e politici. Altri brancolano totalmente nel buio. Altri ancora li guardano con sospetto solo dopo averli visti inneggiare ai bombardamenti della NATO sulla Libia così come fecero i kossovari dell’UCK in Jugoslavia nel 1999. Conoscere serve per capire, e capire serve a definire la propria azione politica.
Secondo alcuni analisti dei think thank vicini alla NATO e ai suoi circoli in Italia, l’interrogativo è se la rivolta contro Gheddafi e nelle rivolte avvenute nei paesi del Maghreb “evolverà verso un nuovo sistema politico più stabile, in grado di soddisfare le esigenze delle nuove classi che hanno iniziato questo processo, oppure se, in mancanza di ciò, gli stati arabi continueranno a indebolirsi fino a fallire” (10).
La rottura del patto con Gheddafi, farebbe emergere in Libia “l’esistenza di una elite di funzionari civili e filo-occidentali che in queste ore sta prendendo le distanze dalla carneficina scatenata da “cane matto” sostiene l’Istituto Affari Internazionali (11).
Altri analisti preferiscono alimentare lo schema secondo cui la rivolta libica è stata in tutto simile a quelle della Tunisia e dell’Egitto, con un ruolo preponderante dei giovani e soprattutto di giovani interni alla modernità ed estranei alle eredità tribali della struttura sociale libica. “Il movimento ribelle ha dimostrato una maturità democratica insospettata e una stupefacente capacità di auto-organizzarsi e di coordinare le diverse città e le diverse componenti della rivolta. Anche in questo caso i giovani hanno giocato un ruolo di primo piano nella gestione delle proteste e della lotta contro il regime”. E a proposito di giovani gli estensori di questa analisi precisano: “I giovani libici si affacciano sul Mediterraneo e guardano all’Europa. Essi hanno formato la loro coscienza anche grazie a strumenti come internet e i social network che hanno favorito il fluire delle idee e l’abbattimento delle barriere solitamente presenti in un regime dittatoriale” (12).
Questa analisi della composizione dei “ribelli di Bengasi” opta decisamente per una visione generazionale, moderna e conseguentemente democratica della rivolta libica, offrendo un modello perfettamente coincidente con quanto le società civili europee potrebbero e vorrebbero desiderare per sentirsi in una sorta di comunità di destino con i ribelli libici.
Altri osservatori insistono invece molto sulla dimensione tribale dei rivoltosi contro Gheddafi. In alcuni casi la strumentalità di questa analisi è evidente cercando di alimentare il punto di vista sionista e neoconservatore statunitense. Secondo costoro i ribelli di Bengasi o già sono o possono diventare manovalanza per l’estremismo islamico. Le notizie sull’emirato islamico fondato a Derna dai ribelli anti-Gheddafi hanno circolato abbondantemente ma non hanno trovato finora conferme significative. Certo, la Cirenaica è la regione libica dove l’influenza dei gruppi islamisti – nonostante la repressione – è rimasta più forte. L’ultima rivolta – quella di Bengasi nel 2006 contro le provocazioni del ministro italiano Calderoli – era apertamente ispirata e sostenuta dai gruppi islamisti e fu repressa da Gheddafi con il consenso e il plauso di tutti i governi europei, arabi “moderati” e dagli Stati Uniti.
In altri casi, la chiave di lettura dello scontro tribale non indugia nell’alimentare il fantasma di Al Qaida, ma segnala come la struttura tribale della Libia abbia da un lato impedito la costruzione di uno Stato propriamente detto e dall’altra ne minaccia la precipitazione tra “gli Stati falliti” evocando lo spettro della Somalia. Secondo un esperto statunitense di un centro studi sul Medio Oriente ed ex agente della CIA nella regione, le tribù contano molto, anzi “sono decisive” nella guerra civile in atto in Libia. “Dopo essere state per quarant’anni obbligate a ubbidire ai desideri del colonnello e della sua tribù, che è molto piccola, ora vedono la possibilità di rovesciare l’equilibrio delle forze, prendendosi molte rivincite” (13).
Certo la struttura tribale in Libia non è affatto un dettaglio. Alcuni ne contano 140 alle quali apparterrebbero l’85% dei libici, di cui due/tre più importanti di altre. Gheddafi negli anni ’90, aveva rinnovato la propria alleanza con i leader tribali, le tribù diventarono di fatto i garanti dei valori sociali, culturali e religiosi del paese. In particolare strinse un’alleanza con la tribù Warfalla, la principale tribù della Tripolitania (circa un milione di persone). I posti chiave dei servizi di sicurezza vennero dati ai membri delle tribù Qadhafha e Maqariha, la prima è la tribù dello stesso Gheddafi, alla seconda appartiene l’ex delfino Jalloud defenestrato più di vent’anni fa. Entrambe erano il nucleo centrale della Rivoluzione del 1969.
Se è vero che con la crisi finanziaria del 2008/2009 c’è stata una severa riduzione della torta da spartire nel patto tra le tribù, l’ipotesi che questo abbia coinciso con lo scontro interno al gruppo dirigente libico e determinato la guerra civile, appare estremamente plausibile. Sicuramente il fattore tribale non è affatto rimovibile da una seria analisi della composizione dei “ribelli di Bengasi” e in qualche modo offusca l’idea di una rivolta fatta solo di giovani con l’Ipod e il computer che aspirano alla democrazia e che “guardano all’Europa”.
Ma sulla composizione dei ribelli di Bengasi e del Consiglio Provvisorio di Transizione , una struttura che è stato riconosciuta ufficialmente dalla Francia e che alcuni pacifisti guerrafondai o bellicisti umanitari vorrebbero far riconoscere anche dal governo italiano, ci sono ancora alcune cose da dire e non certo per importanza.
Non può non colpire il fatto – non l’opinione – che tra i membri più influenti del Consiglio Provvisorio di Bengasi ci siano tanti esponenti del vecchio apparto del regime di Gheddafi.
Il presidente è l’ex ministro della giustizia libico Mustafà Abdel Jalil, bengasino come lo è l’ex ministro degli interni, il generale Abdul Fattah Younes passato con i ribelli alla fine di febbraio. Praticamente due che hanno condiviso con il regime la repressione e la “giustizia”…fino a febbraio.
L’ex generale ed ex ministro Abdul Fattah Younes “è stato già individuato dagli osservatori internazionali come possibile attore del futuro della Libia; il ministro degli esteri britannico William Hague ha già parlato a lungo al telefono con lui” (14)
Ma tra i ribelli ci sono anche l’ ex ambasciatore presso la Lega Araba Abdel Monehim Al Honi, l’ambasciatore presso l’ONU Abdullarhin Shalgam (tra l’altro ex ambasciatore in Italia per moltissimi anni), gli ambasciatori in Inghilterra, Francia (guarda un po’), Spagna, Germania, Grecia, Malta e l’attuale ambasciatore libico in Italia. A Bengasi ci sono poi i militari come il colonnello Hussein citato all’inizio del nostro articolo e tanti altri ex alti ufficiali delle forze armate libiche. Alcuni fonti confermano che Gheddafi nel tempo aveva trascurato le forze armate regolari a vantaggio delle forze di sicurezza personali inducendo malumori, gelosie ma soprattutto riduzioni di prebende tra le gerarchie militari. Su questo hanno indubbiamente lavorato nei mesi precedenti la “rivolta” i servizi segreti britannici, statunitensi, francesi ma anche quelli italiani. “Intuiamo dietro i ribelli un agitarsi dei servizi segreti occidentali, specie anglosassoni, ma non abbiamo un’idea del loro reale livello di coinvolgimento” scrive un importante esperto di Medio Oriente (15).
Ma in questi giorni stanno ormai emergendo con maggiore precisione queste “presenze sul campo”dei corpi speciali delle truppe britanniche al fianco dei ribelli di Bengasi già nei primissimi giorni della “rivolta” contro Gheddafi: “centinaia di militari delle Sas, uno dei corpi più elitari del pianeta, sarebbero infatti in azione al fianco dei ribelli da un mese, con il compito di distruggere i sistemi di lancio dei missili terra-aria del colonnello” scrive il corrispondente da Londra de La Stampa (16)
Perché “quelli di Bengasi” non possono essere i nostri interlocutori o alleati
E’ ormai evidente come nel Consiglio Provvisorio di Bengasi sia preponderante una parte dell’ex apparato di potere del regime libico e che, come afferma sardonicamente il colonnello Hussein alla giornalista del Time…”hanno completato la rivoluzione iniziata dai giovani”. I giovani o quelli ispirati a oneste istanze di democratizzazione e autodeterminazione del popolo libico, sono stati immediatamente emarginati e ridotti al silenzio, esattamente come le voci o i cartelloni a Bengasi che si dicevano contrari all’intervento straniero in Libia per regolare i conti con Gheddafi.
Al contrario, il settore ormai prevalente nel Consiglio Provvisorio non vuole una rivoluzione, vuole solo sostituire il potere di Gheddafi con il proprio ed ha trovato nelle potenze europee e negli Stati Uniti, ma anche in certi correnti di consenso “democratico” in occidente, la leva giusta per scalzare dal potere Gheddafi, sostituirlo e dare vita ad una nuova spartizione della ricchezza derivante dal gas e dal petrolio della Libia.
Per fare questo hanno approfittato della congiuntura favorevole derivata dalle rivolte popolari in Tunisia ed Egitto (queste sì possiamo ritenerle tali), hanno mandato avanti i giovani, hanno tentato un colpo di stato e di fronte al suo fallimento hanno scatenato una guerra civile, forti del fatto che quest’ultima aveva maggiore possibilità di “internazionalizzare” la crisi interna libica e favorire l’intervento di agenti esterni. Le bombe della Francia e della Gran Bretagna, i missili statunitensi che stanno piovendo sulla Libia confermano che questo è lo scenario possibile.
Se tolgono di mezzo Gheddafi il cerchio si chiude e lo “scenario A” può realizzarsi.
Se Gheddafi resiste è pronto lo “scenario B”, quello secessionista, che porterebbe la Cirenaica (dove ci sono la maggioranza dei pozzi petroliferi e del gas) nelle mani della camarilla che controlla il Consiglio Provvisorio di Bengasi e gli consentirebbe di trattare direttamente le multinazionali petrolifere di una Francia affamata di petrolio e gas a fronte della crisi del nucleare, di quelle di una Gran Bretagna danneggiate dall’incidente nel Golfo del Messico (la BP), di quelle statunitensi alla ricerca di un petrolio meno caro da estrarre come quello libico rispetto ad altri giacimenti petroliferi costosi come sono le piattaforme in mezzo al mare.
Il terzo scenario – la cosiddetta “Somalizzazione” – per ora viene esorcizzato da tutte le componenti, ma non possiamo negare che le vecchie potenze coloniali cominciano ormai ad agire come apprendisti stregoni seminando in giro più sangue e destabilizzazione che stabilità (vedi Afghanistan, Iraq, Corno d’Africa, Medio Oriente).
No all’intervento militare contro la Libia… ma né Gheddafi né Bengasi!!
Vogliamo dirlo chiaro e tondo. Non abbiamo motivo di particolare simpatia per Gheddafi. Ha avuto un suo passato anticolonialista, ha subìto i bombardamenti USA nel 1981 e nel 1986 e gli attacchi militari francesi per le sue iniziative antiegemoniche e anticolonialiste contro gli Stati Uniti e la Francia, ma ha fatto anche volontariamente tutte le scelte che lo hanno riportato nella trappola dell’occidente. Ha firmato trattati bilaterali vergognosi con l’Italia e l’Unione Europea ed ha riportato gli interessi del proprio popolo e dell’economia della Libia dentro gli interessi strategici dei vari competitori imperialisti. Sulla sua sorte possiamo solo augurargli di non finire come Ben Alì e Mubarak fuggiti all’estero e di resistere o morire con dignità nel proprio paese.
Ma vogliamo dire anche chiaro e tondo che nessuno venga a proporre di sostenere o riconoscere “quelli di Bengasi”. Per moltissimi aspetti sono peggiori di Gheddafi. Non sono affatto “il popolo libico in rivolta”, sono solo un gruppo di potere in lotta contro il vecchio apparato di potere.
Il popolo libico, messo alle strette dalla realtà è stato costretto a schierarsi una parte con Gheddafi e una parte con quelli di Bengasi. Le sue legittime aspirazioni alla democratizzazione e alla redistribuzione della ricchezza derivante dalle risorse del paese, al momento non trovano spazio nella polarizzazione seguita alla guerra civile né, tantomeno, nelle priorità degli interessi strategici delle potenze occidentali impegnate nell’intervento militare in Libia.
Per questo abbiamo affermato che quella in Libia non era una rivolta popolare, come avvenuto in Tunisia e in Egitto, ma era una guerra civile via via resa sempre più funzionale agli interessi strategici delle multinazionali europee e statunitensi. Interessi che possono coincidere o divaricarsi rapidamente dentro il Grande Gioco della competizione globale sulle risorse energetiche oggi in una fase resa acutissima dalla crisi internazionale.
Quella in Libia è una vera guerra per il petrolio. Rivelatrice e piena di incognite
Emblematico di questa realtà della competizione ormai a tutto campo sul piano energetico, è ad esempio il ruolo giocato dentro la Lega Araba e contro la Libia dalle petromomarchie arabe del Golfo riunite nel Consiglio di Cooperazione del Golfo. Da un lato hanno ottenuto con questa collaborazione all’attacco militare che nessun membro della “comunità internazionale” mettesse becco sulla repressione contro le rivolte popolari in Yemen e Barhein (dove c’è stato addirittura l’intervento militare diretto dell’Arabia saudita nella repressione). Emblematico anche il ruolo dell’emirato del Qatar – azionista di riferimento della televisione satellitare Al Jazeera – che non solo ha inviato quattro aerei da combattimento a bombardare la Libia, ma che stavolta ha affiancato l’altra emittente satellitare Al Arabija (sotto controllo saudita) nel lavoro di manipolazione informativa e di legittimazione dell’attacco militare in Libia.
Dall’altro le petromonarchie arabe del Golfo hanno svolto il ruolo di garanzia sia alle forniture petrolifere per i paesi europei di fronte al buco apertosi con l’interruzione delle forniture libiche, sia di garanzia affinchè le transazioni petrolifere continuassero ad essere pagate in dollari (un enorme assist per l’economia USA alle prese con un debito pubblico stellare), sbarrando così la strada all’ipotesi che qui e là veniva emergendo, di pagamento in euro e yuan cinese nelle transazioni petrolifere da parte di diversi paesi petroliferi come l’Iran, il Venezuela, la Libia, la Russia e … la Libia, una sorta di nuova Opec diversa e separata da quella sotto stretto controllo saudita.
E’ evidente come la stessa crisi del nucleare esplosa insieme alla centrale atomica di Fukushima in Giappone, espone alcune potenze come la Francia a tutta la vulnerabilità di un sistema energetico fondato proprio sul nucleare. La fretta e l’oltranzismo di Sarkozy nello scatenare la guerra sulla Libia non è solo per recuperare l’immagine offuscata dalla vicenda Tunisia o un riequilibrio sul piano militare verso la Germania dominante sul piano economico nella gerarchia dell’Unione Europea (in questo agisce il solito gioco di sponda con la Gran Bretagna), ma è anche il diktat delle multinazionali del petrolio e del gas francesi al loro governo per assicurarsi almeno una parte dei molto vicini giacimenti libici e delle multinazionali del nucleare affinchè – a fronte di una impennata dei prezzi petroliferi dovuti alla guerra in Libia – l’opzione nucleare francese continui a rimanere ben presente sul terreno nonostante lo stop all’atomo che sta crescendo dopo la catastrofe nucleare in Giappone.
L’intervento militare delle potenze della NATO nel conflitto, a sostegno di una fazione (quella di Bengasi) contro l’altra fazione (quella di Gheddafi), conferma la validità della tesi della guerra civile e non di una rivolta popolare in Libia. Ma questa per noi non può essere una consolazione. E’piuttosto la consapevolezza della drammaticità della crisi globale dell’economia capitalista e della brusca ridefinizione dei rapporti di forza internazionali, cioè di quel piano inclinato del capitale che indicammo chiaramente all’inizio di questo decennio e che sembra portare la civiltà del capitalismo verso un baratro dove sta trascinando l’intera umanità.
O da questa crisi di civiltà del capitalismo o sapremo far emergere una nuova opportunità per le forze “rivoluzionarie” in grado di invertire la tendenza oppure, come diceva il vecchio Marx, rischia di concludersi “con la fine di tutte le classi in lotta”.

Sergio Cararo
direttore di Contropiano, giornale della Rete dei Comunisti
Note:
(1) Corrispondenza di Abigail Hauseloner sul “Time” del 26 febbraio 2011
(2) “Così è nata la rivoluzione. Per i soldi non per l’islam”, La Stampa del 2 marzo 2011
(3) Abd Al Bari Atwan. “Attenti al Chalabi libico” su Al Quds Al Arabi del 2 marzo 2011
(4) L’emirato libico e il letargo dell’Europa. In www.medarabnews.com febbraio 2011
(5) “Crisi libica e impatto energetico con l’Italia” in Affari Internazionali del 25 febbraio 2011. Affari Internazionali è una pubblicazione web dell’Istituto Affari Internazionali, un think thank italiano strettamente legato agli ambienti NATO e filo-atlantici.
(6) www.imf.org/external/mp/sec/pn/2011
(7) “E se il rais resta al potere? Tre scenario per l’Occidente”, Corriere della Sera, 4 marzo 2011
(8) Analisi redazionale di Medarabnews. com del 16 marzo 2011-03-20
(9) Al Ahram weekly del 16 marzo 2011
10) “Nord Africa, rivoluzione o Gattopardo?”; Stefano Silvestri su Affari Internazionali del 14 /2/2011
11) “Libia è il momento di interferire”, Roberto Aliboni su Affari Internazionali del 24 marzo
12) Analisi redazionale di Medarabnews.com del 25 febbraio 2011
13) Intervista a Frank Anderson, su La Stampa del 9 marzo 2011
14) Il Foglio del 5 marzo 2011
(15) Giuseppe Cucchi, coordinatore dell’area di politica e sicurezza internazionale di Nomisma. “Tre scenari per la Libia” Pubblicato in Affari Internazionali del 5 marzo 2011.
(16)”I Sas di Sua Maestà a fianco dei ribelli”, su La Stampa del 21 marzo 2011

20 marzo 2011

L'AGGRESSIONE ALLA LIBIA E' FOLLIA IMPERIALISTA, GLI USA PUNTANO SOLO AL PETROLIO, SI SENTONO SEMPRE PADRONI DEL MONDO. OBAMA COME I BUSH


L’impegno umanitario per garantire la salvezza dei civili andrebbe speso anzitutto in Darfur, e non con le armi


Libia: la vergogna senza fine di noi Occidente in guerra
Con un tempismo che non lascia àdito a dubbi, ecco in cosa si è tradotto lo "scatto d’orgoglio" che, secondo il nostro Presidente della Cosiddetta Repubblica, avrebbe manifestato l’Italia, nella giornata di marketing per i 150 anni dall’erezione di questo Stato Pietoso: si è tradotto nella cifra genica di questo stesso Paese, cioè la crudeltà, il trasformismo, la furbizia idiota e malvagia, l’entusiastica salita sul carro dei vincitori delle prossime ore. E’ come fosse "firmato Diaz" e invece è "firmato Giorgio Napolitano" questo intervento che lascia attoniti, a poche ore dalla rilettura del celebre quanto inutilissimo articolo costituzionale n°11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Noi, gli assassini che hanno massacrato libici decenni prima di baciare loro anelli e osculi anali, agiamo da Iago perché siamo consapevoli che è il petrolio che conta, e che si prepara il nuovo ordine del Mediterraneo. A cui la Penisola, che ne sarebbe una portaerei in mezzo al, fa proprio questo: porta gli aerei.

Con inusitata fantasia, tutta di marca Ansa, i maggiori quotidiani italiani on line hanno titolato che è "Pioggia di bombe sulla Libia". Speravo di non leggere mai più, dopo i timori e tremori della mia pubertà condizionata dalla incertezza militare e geopolitica, il nome Cruise, se non negli annali di Scientology. Eppure eccoli di nuovo qui,i missili statunitensi, un centinaio, sempre di marca nordamericana, sempre la stessa solfa paratexana dell’esportazione della democrazia, quando l’evidenza denuncia la consistenza morale degli attori in gioco. Anzitutto il Premio Nobel Per La Pace Barack Obama, questo eletto dagli svedesi, questa versione angosciante del Sir Bis di Mowgli, questo assassino che avrebbe pure origini africane, questo paladino della speranza che fa un discorso da illuminato al Cairo davanti a Mubarak pochi mesi prima di scaricarlo in quella che solamente gli ingenui entusiasti potevano salutare come "primavera". Telecomandati da americani e francesi, i vertici militari di Egitto e Tunisi si sono mossi secondo direttiva. E lo spontaneismo, al solito, è stato virato contro la sincera volontà di masse enormi di popolo. Era stato predetto, qui, su Carmilla, grazie all’occhio di lince del compianto Sbancor, che entro la decade si sarebbe passati a una risistemazione geopolitica del Nord Africa e del medio Oriente. Dai sultanati più a est, dove si stanno muovendo rivolte ambiguissime, potrebbe nascere lo Stato-AlQaeda, come annunciava esuberante di colori la cartina Usa citata dallo stesso Sbancor. Mai però si sarebbe immaginato che, ad avallare una simile perversione politica, sarebbe stato questo Presidente che in due anni e mezzo ha già pareggiato il conto con Bush in fatto di sceriffato internazionale. La Cina dovrà andarsi a cercare il petrolio altrove, per il momento: era ora di agire e l’Occidente morente l’ha fatto. E lo ha fatto con una miopia inverosimile, oltre che vergognosa per il sangue che sta spargendo in questi drammatici minuti. E’ miope inseguire il petrolio nel momento in cui si sta per lanciare, come sostituto dello Shuttle, una nuova navetta che va a idrogeno. La Francia è il secondo attore di questo affaire lurido e stagnante come i depositi di oro nero e cariato che stanno sotto le distese di sabbia libiche. E’ incredibile che, anche grazie all’intervento del filosofo del nulla Bernard-Henri Lévy, si dia appoggio a una unica fazione di una guerra civile di un Paese straniero, lanciando i valori e i missili della Marsigliese. La verità vera e ovvissima è che la Francia, così come la Gran Bretagna e la Germania, ha semplicemente interrato la presenza in quelle che non sono affatto le sue ex colonie africane: sono ancora propriamente le sue colonie. E che bella occasione sfruttare gli Stati Uniti per ampliare l’estensione del proprio dominio! Andare a prendere la Libia, considerata, non si sa perché, "territorio di conquista italiano", quando da lustri è il contrario di ciò che accadde sotto Mussolini. Quanto contano le quote libiche in Fiat? E in Unicredit? E nella campagna elettorale dell’Ulteriore Nano a capo di una nazione europea? Questa "vittoria diplomatica" è, a nostro modesto parere, una delle macchie più ingiustificabili dai tempi dell’Algeria, per l’Eliseo. Il terzo attore che brilla per indecenza, come già accennato, siamo noi: gli italiani, questa specie all’avanguardia di Fine Impero, gli spaghettari che condiscono col plasma altrui la loro pasta e le loro pastette. Non vorrei altro scrivere, poiché dispongo di un formidabile dialogo a distanza tra i paladini di quello che, nel 1994, fu battezzato come "il nuovo", grazie a Tangentopoli, cioè la finta rivoluzione con cui l’Italia iniziò a praticare il piano di rinascita di Gelli: e cioè Bossi e Di Pietro. Saranno sufficienti le dichiarazioni di questi due emeriti paladini della sincerità a risultare più efficaci di qualunque commento: Ha dichiarato Umerto Bossi:

«Il mondo è pieno di famosi democratici, che sono abilissimi a fare i loro interessi, mentre noi siamo abilissimi a prenderla in quel posto: il maggior coraggio a volte è la cautela. Io penso che ci porteranno via il petrolio e il gas e con i bombardamenti che stanno facendo verranno qua milioni di immigrati, scappano tutti e vengono qua. La sinistra sará contenta di quel che succede in Nordafrica perchè per loro conta solo portar qui un sacco di immigrati e dargli il voto. È questo l’unico modo che hanno per vincere le elezioni».

Ha dichiarato Antonio Di Pietro:

«Bossi non ha fatto una dichiarazione ipocrita ("se bombardiamo la Libia ci porteranno via petrolio e gas e arriveranno immigrati a milioni"), ma nel merito fa un errore. Sul piano economico l’errore che fa Bossi è pensare che stando con Gheddafi un domani ci saranno ancora petrolio e gas. Ormai è partita la coalizione, bisogna giá pensare al dopo Gheddafi. Il "domani" e l’approvvigionamento delle materie prime dalla Libia sarà a disposizione di coloro che hanno aiutato la transizione, non di coloro che si sono messi contro. Fare parte della coalizione non crea problemi, semmai il contrario. Ma non deve essere questa - conclude - la ragione per la quale non andiamo in Libia, sarebbe ragione volgare».

Non si tratta qui assolutamente di difendere un furbone vestito come se stesse recitando il Nabucco al teatro di Forlimpopoli. Che Gheddafi sia un criminale è patente dallo scorso secolo. Craxi e Andreotti gli salvarono la vita telefonandogli nel deserto un quarto d’ora prima che gli aerei di Reagan bombardassero la sua tenda da harem. Ciò fu interpretato patriottisticamente, quando era una servile delazione di un atto di killeraggio spietato. Tuttavia è incredibile che si adducano le ragioni che si sono addotte all’ONU per intervenire in Libia, con la risoluzione-lampo. L’impegno umanitario per garantire la salvezza dei civili andrebbe speso anzitutto in Darfur, e non con le armi. La risoluzione dell’ONU è per ragione filologica ciò che attende questo vergognoso Occidente che muove guerra costantemente: il ri-scioglimento è la fine delle esistenze comode, dello stile di vita garantitoci a spese della vita altrui. La fine del crimine made in Usa & allies. Non ci si illuda che il crimine sia emendato dalla storia umana. Soltanto, non avrà più questo retrogusto da Stranamore. Osserviamo con denunciante avvilimento uno dei penultimi sussulti di una civiltà al tramonto, che si crede Sansone e però prima fa morire tutti i filistei e poi continua a non crepare. Ormai siamo tuttavie alle ultime. Che sia la rivoluzione dell’idrogeno, l’avvento di India e Brasile sul piano militare globale o una catastrofe ambientale poco importa. Ciò che accadrà farà sì che una situazione tragica qual è quella libica oggi si ripeta con altre modalità e altri attori.

Giuseppe Genna
20 marzo 2011
http://www.carmillaonline.com/

17 marzo 2011

140 ANNI FA NASCEVA LA COMUNE DI PARIGI

Il tempo delle ciliegie

140 anni fa nasceva la Comune di Parigi. La prima esperienza in età moderna di rivoluzione e di autogoverno dei proletari. " I proletari di Parigi - diceva il Comitato centrale nel suo manifesto del 18 marzo - in mezzo alle disfatte e ai tradimenti delle classi dominanti hanno compreso che è suonata l’ora per essi di salvare la situazione prendendo nelle loro mani la direzione degli affari pubblici... Il proletariato... ha capito che era suo dovere imperioso e suo diritto assoluto prendere nelle sue mani il proprio destino, e di assicurarsene il trionfo impadronendosi del potere ".
L’esperienza della Comune durò poco – fu sconfitta con un bagno di sangue di oltre 30.000 morti dopo poco più di due mesi di vita – ma divenne il punto di riferimento per generazioni di rivoluzionari, basti pensare oltre agli scritti di Marx a quelli di Lenin.
A me pare che l’esperienza della Comune di Parigi ci parli ancora oggi e che i suoi insegnamenti vadano pienamente recuperati dopo le tragiche esperienze dei socialismi reali.
Innanzitutto per la consapevolezza che fare la rivoluzione non consiste nel prendere in mano lo stato – come se fosse uno strumento neutro utilizzabile a seconda della bisogna – ma piuttosto nell’abbattere lo stato borghese per costruire una altra forma di organizzazione della vita sociale su basi radicalmente nuove.
Per dirla con Marx: ” Ma la classe operaia non può accontentarsi semplicemente di prendere nelle proprie mani la macchina statale bella e pronta, e di farla funzionare per i propri fini.”.
Riguardo alla Comune Marx infatti ci descrive una situazione in cui: “Invece di continuare ad essere lo strumento del governo centrale, la polizia fu immediatamente spogliata delle sue attribuzioni politiche e trasformata in strumento della Comune, responsabile dinanzi ad essa e revocabile in qualunque momento. Lo stesso venne fatto per i funzionari di tutte le branche della amministrazione. Dai membri della Comune fino ai gradi subalterni, le pubbliche funzioni venivano retribuite con salari da operai. I diritti acquisiti e le indennità di rappresentanza degli alti funzionari dello Stato scomparvero con i funzionari stessi. (…) Una volta abolito l’esercito permanente e la polizia, strumenti di potere del vecchio governo, la Comune si preoccupò di spezzare la forza di repressione spirituale, il potere dei preti;”
Ecco l’insegnamento che Marx trae dalla Comune: il compito dei rivoluzionari non è quello di gestire lo stato al posto della borghesia ma di dar vita ad un forma di organizzazione sociale diversa, che metta in discussione le gerarchie e la concentrazione di potere all’interno dello stato, che operi per il suo superamento. Cioè il contrario dello stalinismo.

Paolo Ferrero
Segretario di Rifondazione Comunista
Federazione della Sinistra
17/03/2011

15 marzo 2011

Pubblichiamo la lettera di Marcos a Luis Villoro......con l'augurio che «la riflessione critica animi nuovi passi».


Noi siamo un’altra cosa

Gennaio-febbraio 2011
Per: Don Luis Villoro.
Da: Subcomandante Insurgente Marcos.


Dottore, La saluto. Speriamo davvero che stia meglio in salute e che accolga queste righe non solo come uno scambio di idee, ma anche come un abbraccio affettuoso da noi tutti. La ringraziamo per aver accettato di partecipare come corrispondente a questo scambio epistolare.

Speriamo che ne sorgano riflessioni che ci aiutino, qua e là, a tentare di comprendere il calendario che patisce la nostra geografia, il nostro Messico.
Mi permetta di iniziare con una specie di bozza. Si tratta di idee, frammentate come la nostra realtà, che possono seguire la loro strada indipendente o allacciarsi, come una treccia (l’immagine migliore che ho trovato per “disegnare” il nostro processo di riflessione teorica), e che sono il prodotto della nostra inquietudine per quanto sta attualmente accadendo in Messico e nel mondo. E qui iniziano questi veloci appunti su alcuni temi, tutti loro relazionati con l’etica e la politica. O piuttosto su quello che noi riusciamo a percepire (e a patire) di loro, e sulle resistenze in generale, e la nostra resistenza in particolare.

Come c’era d’aspettarsi, in questi appunti regneranno la schematicità e la riduzione, ma credo che bastino a tracciare una o molte linee di discussione, di dialogo, di riflessione critica. E si tratta proprio di questo, che la parola vada e venga, scavalcando posti di blocco e pattugliamenti militari e di polizia, del nostro da qua fino al Suo là, anche se poi succede che la parola se ne va da altre parti e non importa se qualcuno la raccoglie e la rilancia (è per questo che sono fatte le parole e le idee).
Sebbene il tema su cui ci siamo accordati sia Politica ed Etica, forse è necessaria qualche deviazione; o meglio, si tratta di avvicinamenti da punti apparentemente distanti.

E, dato che si tratta di riflessioni teoriche, bisognerà iniziare dalla realtà, quello che gli investigatori chiamano “i fatti”.
In “Scandalo in Boemia”, di Arthur Conan Doyle, il detective Sherlock Holmes dice al suo amico, il Dottor Watson: “È un errore capitale teorizzare prima di avere dati. Senza rendersi conto, uno comincia a deformare i fatti affinché si adattino alle teorie, invece di adattare le teorie ai fatti”.

Potremmo cominciare dunque da una descrizione, affrettata e incompleta, di quello che la realtà ci presenta nella stessa forma, cioè, senza anestesia alcuna, e ricavare alcuni dati. Qualcosa come cercare di ricostruire non solo i fatti ma la forma con la quale prendiamo conoscenza di essi.
E la prima cosa che appare nella realtà del nostro calendario e geografia è una vecchia conoscenza dei popoli originari del Messico: La Guerra.

LE GUERRE DELL’ALTO
“E in principio furono le statue”. Così potrebbe iniziare un saggio storico sulla guerra, o una riflessione filosofica sulla reale generatrice della storia moderna. Perché le statue belliche nascondono più di quanto mostrano.
Erette per glorificare in pietra la memoria di vittorie militari, non fanno altro che occultare l’orrore, la distruzione e la morte di ogni guerra. E le figure in pietra di dee o angeli incoronati con l’alloro della vittoria non solo servono affinché il vincitore abbia memoria del suo successo, ma anche per forgiare la smemoratezza del vinto.

Ma attualmente questi specchi di roccia sono in disuso. Oltre ad essere seppelliti quotidianamente dalla critica implacabile di uccelli di ogni tipo, hanno trovato nei mezzi di comunicazione di massa un avversario insuperabile.
La statua di Hussein, abbattuta a Baghdad durante l’invasione nordamericana dell’Iraq, non è stata sostituita da una di George Bush, ma dai cartelloni pubblicitari delle grandi multinazionali. Benché il volto ebete dell’allora presidente degli Stati Uniti sarebbe stato adatto a promuovere cibo spazzatura, le multinazionali hanno preferito auto-erigersi l’omaggio di un nuovo mercato conquistato.

All’affare della distruzione, è seguito l’affare della ricostruzione. E, benché si susseguano le perdite tra le truppe nordamericane, la cosa importante è il denaro che va e viene come deve essere: con fluidità e in abbondanza. La caduta della statua di Saddam Hussein non è il simbolo della vittoria della forza militare multinazionale che invase l’Iraq.
Il simbolo sta nel rialzo delle azioni delle aziende sponsor.

“Nel passato erano le statue, ora sono le borse valori”. Potrebbe essere questa la storiografia moderna della guerra. Ma la realtà della storia (questo caotico orrore guardato sempre meno e in maniera sempre più asettica), compromette, presenta conti, esige conseguenze, domanda.
Uno sguardo onesto ed un’analisi critica potrebbero identificare i pezzi del rompicapo e dunque ascoltare, come un macabro urlo, la sentenza:”In principio fu la guerra”.

La Legittimazione della Barbarie.
Forse, in qualche momento della storia dell’umanità, l’aspetto materiale, fisico, di una guerra è stata la cosa determinante. Ma, con l’avanzare della pesante e turpe ruota della storia, questo non è bastato. Così come le statue sono servite per il ricordo del vincitore e la smemoratezza del vinto, nelle guerre i contendenti hanno dovuto non solo sconfiggere fisicamente l’avversario, ma anche servirsi di un alibi propagandistico, ovvero, di legittimità. Sconfiggerlo moralmente.
In qualche momento della storia è stata la religione a conferire questo certificato di legittimità alla dominazione guerriera (benché alcune delle ultime guerre moderne non sembrano aver progredito molto in questo senso). Ma poi è stato necessario un pensiero più elaborato e la filosofia ha preso il testimone.

Ricordo ora alcune sue parole: “La filosofia ha sempre avuto un rapporto ambivalente col potere sociale e politico. Da un lato, ha preso il posto della religione come giustificazione teorica della dominazione. Ogni potere costituito ha tentato di legittimarsi, prima con un credo religioso, poi con una dottrina filosofica. (…) Sembrerebbe che la forza bruta che sostiene il dominio manchi di significato per l’uomo se non si giustificasse con un fine accettabile. Il discorso filosofico, che subentra alla religione, è statoincaricato di conferirgli questo senso; è un pensiero di dominio.” (Luis Villoro. “Filosofia e Dominio”. Discorso di ingresso nel Colegio Nacional. novembre 1978).
In effetti, nella storia moderna questo alibi poteva arrivare ad essere talmente elaborato come una giustificazione filosofica o giuridica (gli esempi più patetici li ha dati l’Organizzazione delle Nazioni Unite, ONU). Ma la cosa fondamentale era, ed è, munirsi di una giustificazione mediatica.

Se una certa filosofia (seguendola, Don Luis: il “pensiero di dominio” in contrapposizione al “pensiero di liberazione”) ha sostituito la religione in questo compito di legittimazione, ora i mezzi di comunicazione di massa hanno sostituito la filosofia.
Qualcuno ricorda che la giustificazione della forza armata multinazionale per invadere l’Iraq era che il regime di Saddam Hussein possedeva armi di distruzione di massa? Su questo si è costruita una gigantesca montatura mediatica che è stata il combustibile per una guerra che non è ancora finita, almeno in termini militari.

Qualcuno ricorda che non si sono mai trovate queste armi di distruzione di massa? Non importa più se è stata una bugia, se c’è stato (e c’è) orrore, distruzione e morte, perpetrati con un falso alibi.
Si racconta che, per dichiarare la vittoria militare in Iraq, George W. Bush non aspettò i rapporti che dicevano del ritrovamento e distruzione di queste armi, né la conferma che la forza multinazionale controllava ormai, se non tutto il territorio iracheno, almeno i suoi punti nodali (la forza militare nordamericana era trincerata nella cosiddetta “zona verde” e non riusciva nemmeno ad avventurarsi nei quartieri vicini – si leggano gli stupendi reportage di Robert Fisk per il giornale britannico “The Independent”).

No, il rapporto che ricevette Washington e gli permise di dichiarare finita la guerra (che di sicuro non è ancora finita), arrivò dai consulenti delle grandi multinazionali: l’affare della distruzione può cedere il passo all’affare della ricostruzione (su questo si vedano i brillanti articoli di Naomi Klein sul settimanale statunitense “The Nation”, ed il suo libro “La Dottrina dello Shock”).

Dunque, la cosa essenziale nella guerra non è solo la forza fisica (o materiale), è anche necessaria la forza morale che, in questi casi, è fornita dai mezzi di comunicazione di massa (come prima dalla religione e dalla filosofia).



La Geografia della Guerra Moderna.

Se l’aspetto fisico lo riferiamo ad un esercito, cioè, ad un’organizzazione armata, quanto più forte è (cioè,più potere di distruzione possiede), tante più possibilità di successo ha.
Se è l’aspetto morale ad essere riferito ad un organismo armato, quanto più legittima è la causa che lo anima (cioè, quanto più potere di convocazione ha), tanto maggiori sono le possibilità di raggiungere i suoi obiettivi.

Il concetto di guerra si è allargato: si trattava non solo di distruggere il nemico nella sua capacità fisica di combattimento (soldati ed armi) per imporre la volontà propria, era anche possibile distruggere la sua capacità morale di combattimento, benché avesse ancora sufficiente capacità fisica.
Se le guerre si potessero mettere unicamente sul terreno militare (fisico, poiché ci riferiamo a questo), è logico aspettarsi che l’organizzazione armata con maggiore potere di distruzione imponga la sua volontà all’avversario (tale è l’obiettivo dello scontro tra forze) distruggendo la sua capacità materiale di combattimento.

Ma non è più possibile collocare nessun conflitto sul terreno puramente fisico. E’ sempre più complicato il terreno su cui si svolgono le guerre (piccole o grandi, regolari o irregolari, di bassa, media o alta intensità, mondiali, regionali o locali).
Dietro quella grande ed ignorata guerra mondiale (“guerra fredda”, come la chiama la storiografia moderna, noi la chiamiamo “la terza guerra mondiale”), si può trovare una sentenza storica che segnerà le guerre a venire.

La possibilità di una guerra nucleare (portata al limite dalla corsa agli armamenti che consisteva, grosso modo, in quante volte si era capaci di distruggere il mondo) offrì la possibilità di “un altro” finale di un conflitto bellico: il risultato di uno scontro armato poteva non essere l’imposizione della volontà di uno dei contendenti sull’altro, ma poteva presupporre l’annullamento delle volontà in lotta, cioè, della sua capacità materiale di combattimento.
E per “annullamento” mi riferisco non solo a “incapacità di azione” (dunque un “pareggio”), ma anche (e soprattutto), a “scomparsa”.

In effetti, i calcoli geomilitari ci dicevano che in una guerra nucleare non vi sarebbero stati vincitori né vinti. E ancora, non ci sarebbe stato nulla.
La distruzione sarebbe stata così totale e irreversibile che la civiltà umana avrebbe ceduto il passo a quella degli scarafaggi.
L’argomento ricorrente tra le alte sfere militari delle potenze dell’epoca era che le armi nucleari non servivano per combattere una guerra, ma per inibirla. Il concetto di “armi di contenimento” si tradusse allora nel più diplomatico “mezzi di dissuasione”.

In sintesi: la dottrina “moderna” militare si sintetizzava così: impedire che l’avversario imponga la sua volontà (o “strategica”), equivale ad imporre la propria volontà (“strategica”), cioè, spostare le grandi guerre verso le piccole o medie guerre.
Non si trattava più di distruggere la capacità fisica e/o morale di combattimento del nemico, ma di evitare che la usasse in uno scontro diretto. Invece, si cercava di ridefinire i teatri di guerra (e la capacità fisica di combattimento) dall’ambito mondiale all’ambito regionale e locale.

Insomma: diplomazia pacifica internazionale e guerre regionali e nazionali.
Risultato: non c’è stata guerra nucleare (almeno non ancora, sebbene la stupidità del capitale sia tanto grande quanto la sua ambizione), ma al suo posto ci sono stati innumerevoli conflitti a tutti i livelli che hanno lasciato milioni di morti, milioni di profughi di guerra, milioni di tonnellate di materiale distrutto,economie rase al suolo, nazioni distrutte, sistemi politici fatti a pezzi… e milioni di dollari di profitti.

Ma era stata data la definizione alle guerre “più moderne” o “postmoderne”: sono possibili conflitti militari che, per la loro natura, siano irrisolvibili in termini di forza fisica, cioè, nell’imporre con la forzala propria volontà all’avversario.
Potremmo supporre dunque che si iniziò una lotta parallela SUPERIORE alle guerre “convenzionali”.

Una lotta per imporre una volontà sull’altra: la lotta del potente militarmente (o “fisicamente” per transitare nel microcosmo umano) per impedire che le guerre si svolgessero su terreni dove non si potevano raggiungere risultati convenzionali (del tipo “l’esercito meglio equipaggiato, addestrato ed organizzato sarà potenzialmente vittorioso sull’esercito peggio equipaggiato, addestrato ed organizzato”).
Potremmo supporre, quindi, che al contrario, c’è la lotta del militarmente (o “fisicamente”) debole per fare che le guerre si svolgano su terreni dove il predominio militare non sia un fattore decisivo.

Le guerre “più moderne” o “postmoderne” non sono, quindi, quelle che mettono sul terrene le armi più sofisticate (e qui includo non solo le armi come tecnica militare, ma anche quelle considerate tali negli organigrammi militari: la fanteria, la cavalleria, i blindati, etc.), bensì quelle che sono portate su terreni dove la qualità e la quantità del potere militare non è il fattore determinante.
Con secoli di ritardo, la teoria militare di quelli che stanno in alto scopriva che sarebbero possibili conflitti nei quali un concorrente terribilmente superiore in termini militari sia incapace di imporre la sua volontà su un rivale debole.

Sì, sono possibili.

Gli esempi nella storia moderna abbondano, e quelli che adesso mi vengono in mente sono di sconfitte della più grande potenza bellica al mondo, gli Stati Uniti d’America, in Vietnam e a Playa Girón. Anche se potremmo aggiungere alcuni esempi dai calendari passati e della nostra geografia: le sconfitte dell’esercito realista spagnolo dalle forze insorte nel Messico di 200 anni fa.
Tuttavia, la guerra è lì con la sua questione centrale: la distruzione fisica e/o morale del rivale per imporre la propria volontà, continua ad essere il fondamento della guerra di quelli che stanno in alto.

Allora, se la forza militare (o fisica, ripeto) non solo non è rilevante ma può essere prescindibile come variabile determinante nella decisione finale, abbiamo che nel conflitto bellico entrano altre variabili o alcune di quelle presenti come secondarie passano in primo piano.

Questo non è nuovo.

Il concetto di “guerra totale” (sebbene non come tale) ha precedenti ed esempi.
La guerra a tutti i costi (militari, economici, politici, religiosi, ideologici, diplomatici, sociali ed anche ecologici) è sinonimo di “guerra moderna”.
Ma manca la cosa fondamentale: la conquista di un territorio. Ovvero, questa volontà si impone certo in un calendario preciso, ma soprattutto in una geografia delimitata.
Se non c’è un territorio conquistato, cioè, sotto il controllo diretto o indiretto della forza conquistatrice, non è vittoria.

Benché si possa parlare di guerre economiche (come il blocco che il governo nordamericano mantiene contro la Repubblica di Cuba) o di aspetti economici, religiosi, ideologici, razziali, etc., di una guerra,l’obiettivo continua ad essere lo stesso.
E nell’epoca attuale, la volontà che tenta di imporre il capitalismo è distruggere/spopolare e ricostruire/riordinare il territorio conquistato.
Sì, ora le guerre non si accontentano di conquistare un territorio e ricevere il tributo dalla forza vinta.

Nella tappa attuale del capitalismo è necessario distruggere il territorio conquistato e spopolarlo, cioè, distruggere il suo tessuto sociale.

Parlo dell’annichilimento di tutto quello che dà coesione ad una società.
Ma la guerra di quelli che stanno in alto non si ferma qui. Contemporaneamente alla distruzione ed allo spopolamento, si opera la ricostruzione di questo territorio ed il riordino del suo tessuto sociale, ma ora con un’altra logica, un altro metodo, altri attori, un altro obiettivo.

Insomma: le guerre impongono una nuova geografia.
Se in una guerra internazionale questo complesso processo avviene nella nazione conquistata e si opera dalla nazione assalitrice, in una guerra locale o nazionale o civile il territorio da distruggere/spopolare e ricostruire/riordinare è comune alle forze in lotta. Cioè, la forza attaccante vittoriosa distrugge e spopola il proprio territorio.

E lo ricostruisce e riordina secondo il suo piano di conquista o riconquista.
Anche se non ha un piano… “qualcuno” opera quella ricostruzione – riordino.
Come popoli originari messicani e come EZLN possiamo dire qualcosa sulla guerra.

Soprattutto se sisvolge nella nostra geografia ed in questo calendario: Messico, inizi del secolo XXI…

LA GUERRA DEL MESSICO DELL’ALTO.

“Io darei il benvenuto a qualsiasi guerra perché credo che questo paese ne abbia bisogno”. (Theodore Roosevelt)
E ora la nostra realtà nazionale è invasa dalla guerra.
Una guerra che non solo non è più lontana per chi era abituato a vederla in geografie o calendari distanti, ma incomincia a governare le decisioni e le indecisioni di chi pensava che i conflitti bellici erano solo nei notiziari o nei documentari di luoghi lontani come… Iraq, Afghanistan,… Chiapas.

E in tutto il Messico, grazie al patrocinio di Felipe Calderón Hinojosa, non dobbiamo ricorrere alla geografia del Medio Oriente per riflettere criticamente sulla guerra.
Non è più necessario risalire il calendario fino al Vietnam, Playa Girón, sempre la Palestina.
E non dico il Chiapas e la guerra contro le comunità indigene zapatiste, perché si sa che non sono più di moda (per questo il governo dello stato del Chiapas ha speso un mucchio di soldi per far sì che i media non lo collochino sull’orizzonte della guerra, ma dei “progressi” nella produzione di biodiesel, nel “buon”trattamento degli emigranti, dei “risultati” in agricoltura ed altre storielle ingannevoli passate a comitati di redazione che firmano come proprie le veline governative povere di forma e contenuti).

L’irruzione della guerra nella vita quotidiana del Messico attuale non arriva da un’insurrezione, né da movimenti indipendentisti o rivoluzionari che 100 o 200 anni dopo, si contendono la riedizione nel calendario.
Viene, come tutte le guerre di conquista, dall’alto, dal Potere. Questa guerra ha in Felipe Calderón Hinojosa il suo iniziatore e promotore istituzionale (e vergognoso).

Chi si è impossessato della titolarità dell’esecutivo federale per le vie di fatto, non si è accontentato del supporto mediatico ed è dovuto ricorrere a qualcosa di più per distrarre l’attenzione ed eludere la sua evidente mancanza di legittimità: la guerra.
Quando Felipe Calderón Hinojosa ha fatto suo il proclama di Theodore Roosevelt (alcuni attribuiscono la frase a Henry Cabot Lodge): “Questo paese ha bisogno di una guerra”, ha ricevuto la sfiducia timorosa degli industriali messicani, l’entusiasta approvazione degli alti comandi militari ed il caloroso plauso di chi realmente comanda: il capitale straniero.

La critica a questa catastrofe nazionale chiamata “guerra contro il crimine organizzato” dovrebbe essere completata da un’analisi approfondita dei suoi sostenitori economici.
Non mi riferisco solo al vecchio assioma che in epoche di crisi e di guerra aumenta il consumo superfluo.
Nemmeno solo agli incentivi che ricevono i militari (in Chiapas, gli alti comandi militari ricevevano, o ricevono, un salario extra del 130% per essere in “zona di guerra”).

Bisognerebbe cercare anche tra le licenze, i fornitori ed i crediti internazionali che non rientrano nella cosiddetta “Iniciativa Mérida”.
Se la guerra di Felipe Calderón Hinojosa (benché si sia tentato, invano, di addossarla a tutti i messicani) è un affare (e lo è), manca la risposta alla domanda per chi o quale è l’affare, e a che cifra ammonta.

Qualche stima economica.

Non è poco quello che è in gioco:
(Nota: le cifre indicate non sono esatte poiché non c’è chiarezza nei dati governativi ufficiali. Per cui, in alcuni casi si è ricorsi a quanto pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Federazione completando con dati forniti da enti e organi di informazione seri).

Nei primi quattro anni della “guerra contro il crimine organizzato” (2007-2010), i principali enti governativi incaricati (Segreteria della Difesa nazionale – cioè: Esercito e Forza aerea – Segreteria della Marina, Procura generale della Repubblica e Segreteria di Pubblica Sicurezza) hanno ricevuto dal Bilancio di Spesa della Federazione una somma superiore ai 366 mila milioni di pesos (circa 23 miliardi di Euro al cambio attuale).
I 4 enti governativi federali hanno ricevuto: nel 2007 più di 71 mila milioni di pesos(4.366.070.000 Euro); nel 2008 più di 80 mila milioni (4.919.520.000 Euro); nel 2009 più di 113 mila milioni (6.948.820.000 Euro) e nel 2010 sono stati più di 102 mila milioni di pesos (6.272.390.000 Euro).

A questo bisogna sommare oltre 121 mila milioni di pesos (7.440.770.000 Euro al cambio attuale) che riceveranno nel 2011.
Solo la Segreteria di Pubblica Sicurezza da 13 mila milioni di pesos di finanziamenti nel 2007, è arrivata a gestire uno degli oltre 35 mila milioni di pesos previsti nel 2011 (forse perché le produzioni cinematografiche sono più costose).

Secondo il Terzo Rapporto di governo del settembre 2009, nel mese di giugno di quell’anno, le forze armate federali contavano su 254.705 elementi (202.355 dell’Esercito e Forza Aerea e 52.350 dell’Armata).



Nel 2009 il bilancio per la Difesa nazionale è stato di 43 mila 623 milioni 321 mila 860 pesos(2.682.570.000 Euro), ai quali si sono aggiunti 8 mila 762 milioni 315 mila 960 pesos (538.830.000 Euro,il 25,14% in più), in totale: più di 52 mila milioni di pesos (3.197.690.000 Euro) per l’Esercito e la Forza Aerea.
La Segreteria della Marina: più di 16 mila milioni di pesos (983.904.000 Euro); Pubblica Sicurezza: quasi 33 mila milioni di pesos (2.029.300.000 Euro); e Procura Generale della Repubblica: più di 12 mila milioni di pesos (737.928.000 Euro).

Bilancio totale per la “guerra contro il crimine organizzato” nel 2009: più di 113 mila milioni di pesos (6.948.820.000 Euro).
Nel 2010 un soldato semplice federale guadagnava circa 46.380 pesos l’anno (2.852 Euro); un generale di divisione 1 milione 603 mila 80 pesos l’anno (98.575 Euro), ed il Segretario della Difesa Nazionale percepiva redditi per 1.859.712 pesos (114.317 Euro).

Se la matematica non mi difetta, con il bilancio bellico totale del 2009 (113 mila milioni di pesos per i 4enti – 6.948.820.000 Euro) si sarebbero potuti pagare i salari annui di 2 milioni e mezzo di soldati semplici; o di 70.500 generali di divisione; o di 60.700 titolari della Segreteria della Difesa nazionale.
Ovviamente, non tutto quello che è a bilancio viene speso per stipendi e prestazioni.
C’è bisogno di armi, attrezzature, munizioni… perché quelle a disposizione non servono più o sono obsolete.

“Se l’Esercito messicano entrasse in combattimento contro qualsiasi nemico interno o esterno con le sue poco più di 150 mila armi e le sue 331,3 milioni di munizioni, il suo potere di fuoco sarebbe al massimo di 12 giorni di combattimento continuo, segnalano stime dello Stato Maggiore della Difesa Nazionale (Emaden) elaborate da ognuna delle armi all’Esercito e della Forza Aerea.

Secondo le previsioni, il fuoco di artiglieria dei cannoni da 105 millimetri, per esempio, potrebbe combattere solo per 5,5 giorni sparando in maniera continuative 15 granate per ogni arma.

Le unità blindate, secondo l’analisi, hanno in dotazione 2.662 granate da 75 millimetri. Entrando in combattimento, le truppe blindate esaurirebbero tutte le munizioni in nove giorni. In quanto alla Forza Aerea, si segnala che esistono poco più di 1,7 milioni di munizioni calibro 7.62 mm impiegate sugli aerei PC-7 e PC-9, e sugli elicotteri Bell 212 e MD-530. In un conflitto, questo 1,7 milione di cartucce si esaurirebbe in cinque giorni di fuoco aereo, secondo i calcoli della Sedena. L’ente rileva che i 594 equipaggiamenti per la visione notturna ed i 3.095 GPS usati dalle Forze Speciali per combattere icartelli della droga, “hanno già concluso la loro vita di utilizzo”.

Le carenze e l’usura nelle file dell’Esercito e della Forza Aerea sono palesi e raggiungono livelli inimmaginabili praticamente in tutte le aree operative dell’istituzione.
L’analisi della Difesa naziona le segnala che le maschere per la visione notturna ed i GPS hanno tra i cinque e i 13 anni di vita, ed“hanno ormai svolto il loro compito”. Lo stesso succede per i “150 mila 392 caschi antiframmentazione”in uso tra le truppe. Il 70% ha esaurito la sua vita utile nel 2008 ed i 41 mila 160 giubbotti antiproiettile lo faranno nel 2009. (…).

In questo panorama la Forza Aerea risulta il settore più colpito dal ritardo e dalla dipendenza tecnologica dall’estero, in particolare da Stati Uniti e Israele. Secondo la Sedena, nei depositi di armi della Forza aerea ci sono 753 bombe da 250 a mille libbre ognuna. Gli aerei F-5 e PC-7 Pilatus usano queste armi.
Le 753 esistenti potrebbero combattere aria-terra per un giorno. Le 87 mia 740 granate calibro 20 millimetri per i jet F-5 potrebbero combattere contro nemici esterni o interni per sei giorni.

Infine, la Sedena rivela che i missili aria-aria per gli aerei F-5 sono solo 45 pezzi, che significa solo ungiorno di fuoco aereo.”
Jorge Alejandro Medellín su “El Universal”, Messico, 2 gennaio 2009.
Questo è quanto noto per il 2009, due anni dopo l’inizio della cosiddetta “guerra” del governo federale.

Lasciamo da parte la domanda ovvia di come sia stato possibile che il capo supremo delle forze armate, Felipe Calderón Hinojosa, si lanciasse in una guerra (“di lungo respiro”, dice lui) senza avere le condizioni materiali minime per sostenerla, non diciamo per “vincerla”.

Allora domandiamoci:

Quali industrie belliche beneficeranno degli acquisti di armi, equipaggiamenti e munizioni? Se il principale promotore di questa guerra è l’impero delle torbide stelle e strisce (a conti fatti, in realtàgli unici complimenti ricevuti da Felipe Calderón Hinojosa sono arrivati dal governo nordamericano), non bisogna dimenticare che a nord del Río Bravo non si concedono aiuti, ma si fanno investimenti, cioè,affari.



Vittorie e sconfitte.
Gli Stati Uniti vincono con questa guerra “locale”?
La risposta è: sì.

Tralasciando i guadagni economici egli investimenti monetari in armi, munizioni ed equipaggiamenti (non dimentichiamo che gli USA sono il principale fornitore di tutto questo materiale alle due bande rivali: autorità e “criminali” – la “guerra contro la criminalità organizzata” è un affare per l’industria militare nordamericana -), il risultato di questa guerra è la distruzione / spopolamento e ricostruzione / riordino geopolitico che li favorisce.

Questa guerra (persa dal governo in quanto concepita non come la soluzione ad un problema di insicurezza, bensì ad un problema di mancanza di legittimità), sta distruggendo l’ultima cosa che rimane ad una Nazione: il tessuto sociale.

Quale migliore guerra per gli Stati Uniti che una che gli garantisca profitti, territorio e controllo politico e militare senza le imbarazzanti “body bags” [i sacchi neri in cui vengono messi i corpi dei soldati morti in guerra - N.d.T.] e gli invalidi di guerra che gli arrivavano dal Vietnam, prima, ed ora dall’Iraq e dall’Afghanistan?

Le rivelazioni di Wikileaks sulle opinioni dell’alto comando nordamericano circa le “deficienze” dell’apparato repressivo messicano (la sua inefficienza e la sua frequentazione con la criminalità) non sono nuove.
In Messico questa è una certezza non solo tra la gente comune, ma tra le alte sfere del governo e del Potere.

La barzelletta che questa è una guerra impari perché il crimine organizzato è organizzato mentre il governo messicano è disorganizzato, è una triste verità.
Questa guerra è iniziata formalmente l’11 dicembre 2006, con l’allora cosiddetta “Operazione Congiunta Michoacán”. 7 mila elementi dell’esercito, della marina e della polizia federale lanciarono un’offensiva(conosciuta come “el michoacanazo”) che, passata l’euforia mediatica di quei giorni, risultò essere un fallimento.

Il comando militare era del generale Manuel García Ruiz e il responsabile dell’operazione era Gerardo Garay Cadena della Segreteria di Pubblica Sicurezza. Dal dicembre del 2008 ad oggi, Gerardo Garay Cadena è detenuto nel carcere di massima sicurezza di Tepic, Nayarit, con l’accusa di collusionecon “el Chapo” Guzmán Loera.

Ad ogni passo di questa guerra, per il governo federale è sempre più difficile spiegare dove sta il nemico da sconfiggere.
Jorge Alejandro Medellín è un giornalista che collabora con diversi organi di informazione – la rivista“Contralínea”, il settimanale “Acentoveintiuno”, ed il portale informativo “Eje Central”, tra altri – e si è specializzato sulle questioni del militarismo, forze armate, sicurezza nazionale e narcotraffico. Ad ottobre del 2010 ha ricevuto minacce di morte per un articolo in cui denunciava possibili legami del narcotraffico col generale Felipe de Jesús Espitia, ex comandante della V Zona Militare ed ex capo della Sezione Settima – Operazioni Contro il Narcotraffico – nel governo di Vicente Fox, e responsabile del Museo della Droga che si trova negli uffici della S-7.

Il generale Espitia è stato rimosso dall’incarico di comandante della V Zona Militare per il clamoroso fallimento degli operativi ordinati da lui a Ciudad Juárez e per la risposta insufficiente data ai massacri compiuti nella città di confine.
Ma il fallimento della guerra federale contro la “criminalità organizzata”, il gioiello della corona del governo di Felipe Calderón Hinojosa, non è un dispiacere per il Potere in USA: è l’obiettivo da raggiungere.

Per quanto i mezzi di comunicazione di massa si sforzino di presentare come vittorie della legalità le scaramucce che tutti i giorni si verificano sul territorio nazionale, non riescono ad essere convincenti.

E non solo perché i mezzi di comunicazione di massa sono stati superati dalle altre forme di scambio di informazioni della gran parte della popolazione (non solo, ma anche dalle reti sociali e la telefonia mobile), ma anche, e soprattutto, perché il tono della propaganda governativa è passato dal tentativo di inganno al tentativo di scherno (da “anche se non sembra stiamo vincendo”, fino alla definizione di “una minoranza ridicola”, passando per le battute da bar del funzionario di turno).

Su quest’altra sconfitta della stampa, scritta e radio e televisiva, tornerò in un’altra missiva.
Per ora, e rispetto al tema di cui adesso ci occupiamo, basta ricordare che il “a Tamaulipas non succede niente”proclamato dai notiziari (marcatamente di radio e televisione), è stato sconfitto dai filmati girati dalla gente con i cellulari e le video-camere portatili e diffusi in internet.
Ma torniamo alla guerra che, secondo Felipe Calderón Hinojosa, non ha mai detto essere una guerra.

Non l’ho detto, non lo è?

Vediamo se è guerra o non è guerra: il 5 dicembre 2006 Felipe Calderón disse: “Lavoriamo per vincere la guerra alla criminalità…”. Il 20 dicembre 2007, durante una colazione con del personale navale, il signor Calderón utilizzò per quattro volte in un solo discorso il termine guerra.

Disse: “La società riconosce in maniera particolare l’importante ruolo dei nostri marinai nella guerra che il mio governo guida contro l’insicurezza…”, “La lealtà e l’efficienza delle Forze Armate sono una delle più potenti armi nella guerra che stiamo portando avanti contro essa…”, “iniziando questa guerra frontale contro la criminalità, ho avvertito che questa sarebbe stata una lotta di lungo respiro”, “… così sono,precisamente, le guerre …”.

Ma ce n’è ancora: il 12 settembre 2008, durante la Cerimonia di Chiusura ed Apertura dei Corsi del Sistema Educativo Militare, l’autoproclamato “Presidente del lavoro”, si è lasciato andare pronunciando fino a una mezza dozzina di volte il termine guerra contro il crimine: “Oggi il nostro paese combatte una guerra molto diversa da quella che affrontarono gli insorti nel 1810, una guerra diversa da quella che affrontarono i cadetti della Scuola Militare 161 anni fa…” “… tutti i messicani della nostra generazione hanno il dovere di dichiarare guerra ai nemici del Messico… Per questo, in questa guerra contro la criminalità”…

“È imprescindibile che noi tutti che ci uniamo in questo fronte comune, passiamo dalle parole ai fatti e veramente dichiariamo guerra ai nemici del Messico…”
“Sono convinto che vinceremo questa guerra…”

(Alberto Vieyra Gómez. Agencia Mexicana de Noticias, 27 gennaio 2011).

Contraddicendosi, sfruttando il calendario, Felipe Calderón Hinojosa non si corregge né testualmente né concettualmente. No, il fatto è che le guerre si vincono o si perdono (in questo caso, si perdono) ed il governo federale non vuole ammettere che il punto principale della sua gestione è fallito militarmente e politicamente.

Guerra senza fine? La differenza tra la realtà… e i videogiochi.
Di fronte all’innegabile fallimento della sua politica guerrafondaia, Felipe Calderón Hinojosa cambierà strategia?

La risposta è NO.
E non solo perché la guerra dell’alto è un affare e, come ogni affare, si tiene in piedi finché continua a produrre profitti.
Felipe Calderón Hinojosa, il comandante in capo delle forze armate; il fervente ammiratore di José MaríaAznar; l’auto-denominato “figlio disubbidiente”; l’amico di Antonio Solá; il “vincitore” della presidenza per mezzo punto percentuale di voti grazie all’alchimia di Elba Esther Gordillo; quello degli atteggiamenti autoritari che sfociano in collera (“o scendete o vi mando a prendere”); quello che vuole coprire con altrosangue quello dei bambini assassinati nell’Asilo ABC, di Hermosillo, Sonora; quello che ha accompagnato la sua guerra militare con una guerra contro il lavoro degno ed il salario giusto; quello del calcolato autismo di fronte agli omicidi di Marisela Escobedo e Susana Chávez Castillo; quello che etichetta come “membri del crimine organizzato” bambini e bambine, uomini e donne morti, che sono stati e vengono assassinati perché erano nel calendario e nella geografia sbagliati, e non riescono nemmeno ad essere nominati perché nessuno ne tiene il conto, né la stampa, né le reti sociali.

Lui, Felipe Calderón Hinojosa, è anche un fan dei videogiochi di strategia militare.
Felipe Calderón Hinojosa è il “gamer” “che in quattro anni ha trasformato un paese nella versione banale di The Age of Empire – il suo videogioco preferito – (…) un amante – e cattivo stratega – della guerra”
(Diego Osorno su “Milenio Diario”, 3 ottobre 2010).

È lui che ci porta a chiedere: il Messico è governato come un videogioco? (credo che io possa fare questo tipo di domande compromettenti senza il rischio che mi licenzino per mancato rispetto del “codice etico”che si regge sulla pubblicità a pagamento).

Felipe Calderón Hinojosa non si fermerà.

E non solo perché le forze armate non glielo permetterebbero (gli affari sono affari), anche per l’ostinazione che ha caratterizzato la vita politica del “comandante in capo” delle forze armate messicane.

Rinfreschiamoci un po’ la memoria:
A marzo 2001, quando Felipe Calderón Hinojosa era il coordinatore parlamentare dei deputati federali di Azione nazionale, ci fu quel deplorevole episodio del Partito Azione nazionale che negò ad una delegazione indigena del Congresso nazionale Indigeno e dell’Ezln di utilizzare la tribuna del Congresso dell’Unione in occasione della “Marcia del colore della terra”.

Malgrado il Pan stesse dando l’immagine di un’organizzazione politica razzista ed intollerante (e lo è) per voler negare agli indigeni il diritto ad essere ascoltati, Felipe Calderón Hinojosa mantenne il rifiuto.
Tutto gli diceva che era un errore assumere quella posizione, ma l’allora coordinatore dei deputati panisti non cedette (ed andò a nascondersi, insieme a Diego Fernández de Cevallos ed altri illustri panisti, in uno dei saloni privati della Camera a guardare in televisione gli indigeni parlare nel luogo che la classe politica riserva per le sue farse).

“Non m’importa dei costi politici”, avrebbe detto allora Felipe Calderón Hinojosa.



Ora dice la stessa cosa, benché oggi non si tratti dei costi politici che si assume un partito politico, ma dei costi umani che paga il paese intero per questa ostinazione.
Mentre stavo finendo questa missiva, ho trovato le dichiarazioni della segretaria della sicurezza interna degli Stati Uniti, Janet Napolitano, che speculava sulle possibili alleanze tra Al Qaeda ed i cartelli messicani della droga. Il giorno prima, il sottosegretario dell’Esercito degli Stati Uniti, Joseph Westphal, ha dichiarato che in Messico c’è una forma di insurgencia guidata dai cartelli della droga che potenzialmente potrebbero prendere il governo, cosa che implicherebbe una risposta militare statunitense. Ha aggiunto che non desiderava vedere una situazione in cui i soldati statunitensi fossero mandati a combattere un’insurrezione “alla nostra frontiera… o doverli mandare ad attraversare la frontiera” verso il Messico.

Nel frattempo, Felipe Calderón Hinojosa, presenziava ad un’esercitazione militare in un villaggio, a Chihuahua, e saliva su un aereo da combattimento F-5, si sedeva sul sedile del pilota e scherzava dicendo“sparate i missili”.

Dai videogiochi di strategia ai “simulatori di combattimento aereo” e “spari in prima persona”?
Da Age ofEmpires a HAWX? Il HAWX è un videogioco di combattimento aereo dove, in un futuro prossimo, le società militari private(“Private military company”), in molti paesi hanno sostituito gli eserciti governativi. La prima missione del videogioco consiste nel bombardare Ciudad Juárez, Chihuahua, Messico, perché le “forze ribelli” si sono impadronite della piazza e minacciano di avanzare sul territorio nordamericano. Non nel videogioco, ma in Iraq, una delle società militari private contrattate dal Dipartimento di Stato nordamericano e dalla Cia era la “Blackwater Usa”, che poi ha cambiato nome in “Blackwater Worldwide”. Il suo personale ha commesso gravi abusi in Iraq, compreso l’assassinio di civili. Ora ha cambiato nome in “Xe Services LL” ed è il più grande appaltatore di sicurezza privata del Dipartimento di Stato nordamericano. Almeno il 90 per cento dei suoi profitti provengono da contratti col governo degli Stati Uniti.

Lo stesso giorno in cui Felipe Calderón Hinojosa scherzava sull’aereo da combattimento (10 febbraio2011), nello stato di Chihuahua una bambina di 8 anni moriva raggiunta da una pallottola vagante durante una sparatoria tra persone armate ed elementi dell’esercito.

Quando finirà questa guerra?
Quando sullo schermo del governo federale apparirà la scritta “game over” della fine del gioco, seguito dai nomi dei produttori e patrocinatori della guerra?

Quando Felipe Calderón potrà dire “abbiamo vinto la guerra, abbiamo imposto la nostra volontà al nemico, abbiamo distrutto la sua capacità materiale e morale di combattere, abbiamo (ri)conquistato i territori che erano in suo potere?”

Da come è stata concepita, questa guerra non ha fine ed è persa.

Non ci sarà un vincitore messicano in queste terre (a differenza del governo, il Potere straniero ha un piano per ricostruire – riordinare il territorio) e lo sconfitto sarà l’ultimo spazio dell’agonizzante Stato Nazionale in Messico: le relazioni sociali che, dando identità comune, sono la base di una Nazione.
Ancora prima della presunta fine, il tessuto sociale sarà completamente distrutto.

Risultati: la Guerra in alto e la morte in basso.

Vediamo cosa dice il Segretario di governo federale sulla “non guerra” di Felipe Calderón Hinojosa: “Il 2010 è stato l’anno più violento del sessennio con 15.273 omicidi legati al crimine organizzato, il 58 % in più dei 9.614 registrati nel 2009, secondo con i dati diffusi questo mercoledì dal Governo Federale. Da dicembre 2006 alla fine del 2010 sono stati registrati 34.612 crimini, dei quali 30.913 sono casi indicati come “esecuzioni”; 3.153 sono definiti “scontri” e 544 rientrano nel capitolo “omicidi-aggressioni”.
Alejandro Poiré, segretario tecnico del Consiglio di Sicurezza nazionale, ha presentato il data base ufficiale elaborato dagli esperti che a partire da ora mostrerà “informazioni disgregate mensili, a livellostatale e municipale” sulla violenza in tutto il paese.” (Periodico “Vanguardia”, Coahuila, Messico, 13gennaio 2011)

Domanda: Di questi 34.612 assassinati, quanti erano criminali?

E gli oltre mille bambini e bambine assassinati (che il Segretario di governo “ha dimenticato” di separare dal suo conto), erano anche loro“sicari” del crimine organizzato?

Quando nel governo federale si proclama che “stiamo vincendo”, a quale cartello della droga si riferiscono?
Quante altre decine di migliaia fanno parte di quella “ridicola minoranza” che è il nemico da sconfiggere?

Mentre là in alto cercano inutilmente di sdrammatizzare con le statistiche i crimini che la loro guerra ha provocato, è necessario segnalare che si sta distruggendo anche il tessuto sociale in quasi tutto il territorio nazionale.

L’identità collettiva della nazione sta per essere distrutta e soppiantata da un’altra.



Perché “l’identità collettiva non è altro che l’immagine che un popolo si crea per riconoscersi come appartenente a quel popolo.
Identità collettiva sono quei tratti in cui un individuo si riconosce come appartenente ad una comunità. E la comunità accetta questo individuo come parte di essa. Questa immagine che il popolo si crea non è necessariamente la conservazione di un’immagine tradizionale ereditata, ma generalmente se la crea l’individuo che appartiene ad una cultura, per consolidare il suo passato e la sua vita attuale con i progetti che ha per questa comunità.

Dunque, l’identità non è un semplice lascito che si eredita, ma è un’immagine che si costruisce, che ogni popolo si crea, e pertanto è variabile e può cambiare secondo le circostanze storiche”. (Luis Villoro,novembre 1999, intervista con Bertold Bernreuter, Aachen, Germania).

Nell’identità collettiva di buona parte del territorio nazionale non esiste, come si vuole far credere, la disputa tra l’inno nazionale e il narco-corrido (se non si appoggia il governo allora si appoggia la criminalità, e viceversa).

No.

C’è invece l’imposizione, con la forza delle armi, della paura come immagine collettiva, dell’incertezza e della vulnerabilità come specchi nei quali si riflettono questi collettivi.

Che relazioni sociali si possono mantenere o tessere se la paura è l’immagine dominante con la quale un gruppo sociale si può identificare, se il senso di comunità si rompe al grido di “si salvi chi può”?
Da questa guerra non solo ne verranno migliaia di morti… e lucrosi guadagni economici.

Ma anche, e soprattutto, ne verrà una nazione distrutta, spopolata, irrimediabilmente spezzata.



NIENTE DA FARE?

A chi trae le sue meschine somme e sottrazioni elettorali da questo conteggio mortale, ricordiamo che: 17 anni fa, il 12 gennaio 1994, una gigantesca mobilitazione cittadina (attenzione: senza capi, comandi centrali, leader o dirigenti) qui fermò la guerra.
Di fronte all’orrore, la distruzione e le morti, 17 anni fa la reazione fu quasi immediata, contundente, efficace. Ora è lo shock, l’avarizia, l’intolleranza, la meschinità che lesina appoggi e convoca all’immobilismo… e all’inefficienza.

La lodevole iniziativa di un gruppo di lavoratori della cultura (“NON PIU’ SANGUE”) è stata screditata fin dall’inizio per non “essersi piegata” ad un progetto elettorale, per non aver rispettato il mandato di aspettare il 2012.

Ora che hanno la guerra nelle loro città, per le strade, nelle proprie case, che cosa hanno fatto?
Dico, oltre a “piegarsi” davanti a chi ha “il progetto migliore”.

Chiedere alla gente di aspettare il 2012?

Che allora sì bisogna tornare a votare per il meno peggio perché allora si rispetterà il voto?
Se si contano più di 34 mila morti in 4 anni, sono oltre 8 mila morti all’anno. Cioè, bisogna aspettare altri 16 mila morti per fare qualcosa?
Perché si metterà al peggio.
Se gli attuali candidati alle elezioni presidenziali del 2012 (Enrique PeñaNieto e Marcelo Ebrard) governano le entità con maggior numero di cittadini, non c’è d’aspettarsi che lì aumenterà la “guerra contro la criminalità organizzata” con la sua scia di “danni collaterali”?

Che cosa faranno? Niente.

Proseguiranno sulla stessa strada dell’intolleranza e della demonizzazione di quattro anni fa, quando nel 2006 tutto quello che non era a favore di López Obrador era accusato di fare gli interessi della destra.
Quell@ che allora ci attaccarono e calunniarono, ora seguono la stessa strada nei confronti di altri movimenti, organizzazioni, proteste, mobilitazioni.

Perché la presunta grande organizzazione nazionale che si prepara perché nelle prossime elezioni federali vinca un progetto alternativo di nazione, non fa qualcosa adesso?

Dico, se pensano di poter mobilitare milioni di messicani affinché votino per qualcuno, perché non mobilitarli per fermare la guerra e il paese sopravviva? O è un calcolo meschino e vile? Che il conto dei morti e delle distruzione sottragga punti al rivale e ne aggiunga al favorito?

Oggi, in mezzo a questa guerra, il pensiero critico viene di nuovo rimandato.
In primo luogo: il 2012 e le risposte alle domande sui “galletti”, nuovi o riciclati, per quel futuro che da oggi si sgretola.
Tutto deve essere subordinato a questo calendario ed ai suoi passaggi: prima, le elezioni locali in Guerrero, Bassa California Sud, Hidalgo, Nayarit, Coahuila, Stato del Messico.

E mentre tutto precipita, ci dicono che la cosa importante è analizzare i risultati elettorali, le tendenze, le possibilità.
Invitano a resistere fino al momento di tracciare il segno sulla scheda elettorale, e poi di aspettare che tutto si sistemi e si torni ad innalzare il fragile castello di carta della classe politica messicana.

Ricordano che loro si burlavano ed attaccavano chi dal 2005 invitava la gente ad organizzarsi secondo le proprie esigenze, storia, identità ed aspirazioni e non scommettere su qualcuno là in alto che risolvesse tutto?
Ci siamo sbagliati noi o loro?
Chi nelle principali città osa dire che può uscire tranquillo se non all’alba, almeno al tramonto?

Chi fa suo quel “stiamo vincendo” del governo federale e guarda con rispetto, e non con paura, soldati,marinai e poliziotti?
Chi sono quelli che adesso si svegliano senza sapere se saranno vivi, sani o liberi al termine della giornata che comincia?
Chi non riesce ad offrire alla gente una via d’uscita, un’alternativa, che non sia aspettare le prossime elezioni?

Chi non riesce a lanciare un’iniziativa che davvero attecchisca localmente, non diciamo a livello nazionale?
Chi è rimasto solo?
Perché alla fine, chi rimarrà sarà chi resisterà; chi non si sarà venduto; chi non si sarà arreso; chi non avrà tentennato; chi avrà compreso che le soluzioni non vengono dall’alto, ma si costruiscono in basso; chi non avrà scommesso né scommette sulle illusioni che vende una classe politica vecchia che appesta come un cadavere; chi non avrà seguito il calendario di chi sta in alto né adeguato la sua geografia a quel calendario trasformando un movimento sociale in una lista di numeri di certificati elettorali; chi non sarà rimasto immobile di fronte alla guerra, aspettando il nuovo spettacolo di giochi di prestigio della classe politica nel circo elettorale, ma hanno costruito un’alternativa sociale, non individuale, di libertà, giustizia,lavoro e pace.



L’ETICA E LA NOSTRA ALTRA GUERRA

Prima abbiamo detto che la guerra è inerente al capitalismo e che la lotto per la pace è anticapitalista.
Lei, Don Luis, prima ha detto anche che “la moralità sociale costituisce solo un primo livello, precritico,dell’etica. L’etica critica incomincia quando l’individuo si allontana dalle forme di moralità esistenti e si pone domande sulla validità delle sue regole e comportamenti. Si può rendere conto che la moralità sociale non obbedisce alle virtù che proclama”.

È possibile portare l’Etica nella guerra?
È possibile farla irrompere nelle parate militari, tra i gradi militari, posti di blocco, operativi, combattimenti, morti?

È possibile portarla a mettere in discussione la validità delle regole e dei comportamenti militari?

O l’ipotesi della sua possibilità non è altro che un esercizio di speculazione filosofica?

Perché l’inclusione di questo “altro” elemento nella guerra sarebbe forse possibile solo come paradosso.
Includere l’etica come fattore determinante di un conflitto porterebbe come conseguenza ad un’ammissione radicale: il rivale sa che il risultato della sua “vittoria” sarà la sua sconfitta.

E non mi riferisco alla sconfitta come “distruzione” o “abbandono”, bensì alla negazione dell’esistenza come forza belligerante.

E’ così, una forza fa una guerra che, se la vince, significherà la sua scomparsa come forza.
E se la perde è lo stesso, ma nessuno fa una guerra per perderla (beh, Felipe Calderón Hinojosa sì).
E qui sta il paradosso della guerra zapatista: se perdiamo, vinciamo; e se vinciamo, vinciamo.

La chiave sta nel fatto che la nostra è una guerra che non vuole distruggere il rivale nel senso classico.
È una guerra che cerca di annullare il terreno della sua realizzazione e le possibilità dei rivali (noi compresi).

È una guerra per smettere di essere quello che ora siamo e così essere quello che dobbiamo essere.
Questo è stato possibile perché riconosciamo l’altro, l’altra, l’altro che, in altre terre del Messico e del Mondo, e senza essere uguale a noi, soffre le stesse pene, sostiene resistenze simili, che lotta per un’identità multipla che non annulli, assoggetti, conquisti, e che anela ad un mondo senza eserciti.

17 anni fa, il 1 gennaio 1994, si rese visibile la guerra contro i popoli originari del Messico.
Guardando la geografia nazionale in questo calendario, noi ricordiamo:
Non eravamo noi, gli zapatisti, i violenti?

Non ci accusarono di voler dividere il territorio nazionale
Non si disse che il nostro obiettivo era distruggere la pace sociale, minare le istituzioni, seminare il caos,promuovere il terrore e distruggere il benessere di una Nazione libera, indipendente e sovrana?
Non si segnalò fino alla nausea che la nostra richiesta di riconoscimento dei diritti e della cultura indigeni minava l’ordine sociale?

17 anni fa, il 12 gennaio 1994, una mobilitazione civile, senza appartenenza politica definita, ci chiese di tentare la strada del dialogo per ottenere le nostre richieste.

Noi abbiamo obbedito.
Più e più volte, nonostante la guerra contro di noi, abbiamo insistito con iniziative pacifiche.
Per anni abbiamo resistito ad attacchi militari, ideologici ed economici, ed ora il silenzio su quello che sta succedendo qua.
Nelle condizioni più difficili non solo non ci siamo arresi, né ci siamo venduti, né abbiamo tentennato, ma abbiamo anche costruito migliori condizioni di vita nei nostri villaggi.

Al principio di questa missiva ho detto che la guerra è una vecchia conoscenza dei popoli originari, degli indigeni messicani.
Più di 500 anni dopo, più di 200 anni dopo, più di 100 anni dopo, ed ora con questo altro movimento che reclama la sua molteplice identità comune, diciamo: Siamo qua.

Abbiamo un’identità.
Abbiamo il senso della comunità perché non abbiamo aspettato né sospirato che arrivassero dall’alto le soluzioni di cui necessitiamo e che meritiamo.
Perché non sottomettiamo il nostro cammino a chi guarda verso l’alto.

Perché, mantenendo l’indipendenza della nostra proposta, ci relazioniamo con equità con l’altro che, come noi, non solo resiste, ma ha costruito un’identità propria che gli dà appartenenza sociale, e che ora rappresenta anche l’unica solida opportunità di sopravvivenza al disastro.

Noi siamo pochi, la nostra geografia è limitata, non siamo nessuno.
Siamo popoli originari dispersi nella geografia e nel calendario più lontani.
Noi siamo un’altra cosa.

Siamo pochi e la nostra geografia è limitata.
Ma nel nostro calendario non comanda l’incertezza.
Noi solamente teniamo a noi stessi.
Forse è poco quello che abbiamo, ma non abbiamo paura.
Bene, Don Luis. La saluto e che la riflessione critica animi nuovi passi.

Dalle montagne del Sudest Messicano.
Subcomandante Insurgente Marcos

15/03/2011
Traduzione del Comitato Maribel di Bergamo