27 febbraio 2011

I guerrafondai del PD dimostrano la loro sudditanza agli USA. Non è bastato bombardare la Jugoslavia e finanziare la guerra in Irak e Afghanistan


Politica mediterranea? Più’ U.S.A.per tutti!

Solo poche ore fa nella trasmissione “Mezz’ora” di Lucia Annunziata abbiamo assistito ad un teatrino surreale ma che fotografa un’Italia ufficialmente festeggiante il suo 150esimo della sua indipendenza ma che invece è sempre alla ricerca di un nuovo padrone a cui vendersi.

Ma, andiamo per ordine.

Alla trasmissione, invitati di eccellenza, Letta per il PD, De Michelis “il ministro degli esteri per eccellenza” per lo schieramento opposto e un famoso professore libico legato alla famiglia dell’ex-re libico deposto quarant’anni fa da Gheddafi

A condurre, l’Annunziata, trovatasi a fare la parte dell’ultimo difensore di un’Italia indipendente in politica estera ma anche esterrefatta da come i libici abbiano imparato perfettamente da noi italiani il 25 luglio del 43 a gettare la camicia nera e dichiararsi tutti antifascisti e come oggi a partire da exministri, exgenerali, excapi di polizia si dichiarino tutti patrioti, plagiati dal colonnello e pronti alla democrazia. Insomma , una trasmissione veramente emblematica e che sinceramente sarebbe da mettere nell’album dei ricordi o meglio nell’armadio dove si conservano gli scheletri eccellenti da tirare fuori al momento giusto.

Abbiamo assistito così il professore libico, presunto oppositore all’estero di Gheddafi, sperticarsi in lodi verso l’exministro di Giustizia oggi passato ai ribelli al momento giusto e pronto a reggere le redini di un governo transitorio rivoluzionario:

“-un uomo pio, discreto, un uomo di legge e… un ottimo giocatore di calcio, con un passato in serie A ( vuoi vedere che già adesso incomincia la battaglia per i diritti TV delle partite di calcio libiche? Forse quest’accenno era un messaggio in codice a chi sappiamo noi:-Lasciamo perdere la difesa del trattato italo-libico e l’affare autostrada della Cirenaica!!! I soldi si posson fare più facilmente con il calcio, che noi libici amiamo più delle autostrade!…)

La povera Annunziata disgustata cercava di ricordare che,durante il suo mandato di ministro della giustizia, un bel po’di nefandezze gheddafiane ne erano successe…ma il professore libico replicava che il solo colpevole è Gheddafi e un pugno di cattivi di turno, plagiati dagli occhi ipnotici del colonnello .

Noi aggiungeremmo che come ricordava l’implacabile sbirro a Jean valjan nei Miserabili :”- i Re, gli imperatori, i dittatori, i Parlamenti rivoluzionari passano, ma occorre sempre che ci sia un Ministro di Giustizia che sappia far funzionare la sua sbirraglia, le forche e le prigioni e Fouchè è l’uomo per tutte le stagioni…”-

Enrico Letta chiamato ad esprimersi sul futuro della nostra politica estera verso il Mediterraneo esprimeva il Concetto strategico del Partito Democratico:

“- PIU’ U.S.A PER TUTTI !”- parafrasando lo slogan del partito del” più pilu”per tutti nel film che sta impazzando nelle sale.

L’Annunziata trasecolata chiedeva se per caso si stesse confondendo immaginando che dal PD provenisse la richiesta di un maggiore coinvolgimento dell’Europa e quindi dell’Italia…

Macchè!!!…. Letta, dopo aver dichiarato la morte della politica estera europea, scandiva perfettamente la soluzione prospettata dal suo partito: “-Ppiù americani nel Mediterraneo, in soldi, affari e in presenza militare. E’ ora che ritornino gli Americani in forze!”-

( e le loro portaerei, i loro missili e sommergibili atomici in grande stile, con i loro servizi segreti, la CIA in primis, ad organizzare colpi di stato, assassini, destabilizzazioni, ecc, come vedemmo nei in cui negli anni 60 gli americani fecero del Mediterraneo il centro della Guerra Fredda, a partire dalla Guerra dei Sei Giorni, il colpo di stato dei colonnelli in Grecia, poi la strategia delle stragi fasciste in Italia, ecc- NOTA del redattore)

La povera Annunziata dissentendo chiaramente e affermando che comunque tanto l’ opinione di una giornalista come lei, da certa classe politica val meno di un soldo di cacio, passava la palla a De Michelis che , candidandosi come ministro degli Esteri per un possibile governo guidato da Ferrando e Bernocchi , ricordava le malefatte degli americani, gli sporchi giochi delle multinazionali del petrolio a stelle a striscie e ricordava come ancor oggi per gli eredi dei governi di centro-sinistra sognino di poter tornare a praticare la politica estera dell’Italia , paese a sovranità limitata, (dagli USA) come ai bei tempi di D’Alema e della guerra del Kosovo.

A ragionarci su, forse Berlusconi , che andava a baciare la mano a Gheddafi, è alla fine un rivoluzionario, uno statista di eccezione che rompendo una tradizione consolidata in Italia le amicizie, i protettori e i soci se li è andati scegliere tra i vicini, nei quali scorre un po’di caldo sangue mediterraneo e non quello gelido anglosassone!!!

Antonio Camuso
Osservatorio sui Balcani di Brindisi
http://www.pugliantagonista.it/osservbalcanibr/interventi_1_osserv.htm

Chavez ha drasticamente dimezzato il tasso di povertà, ha abbassato la disoccupazione dal 15% al 7% di oggi, e ridotto le diseguaglianze


MIKE WHITNEY: POSSIAMO CAMBIARE OBAMA CON CHAVEZ?

Lunedì, mentre Barack Obama si stava divertendo con i suoi amici della Camera di Commercio statunitense, Hugo Chavez era occupato a distribuire computer portatili ai bambini delle medie in una scuola di Caracas. Dopo di che, il presidente venezuelano si è precipitato in un impianto di distribuzione alimentare che mette a disposizione 110 milioni di dollari in cibi pre-confezionati per i poveri del Venezuela. Infine, ha concluso il pomeriggio facendo un'apparizione in uno dei molti cantieri dove sono in costruzione nuove case per le vittime delle massicce inondazioni di gennaio. E' tutto per quanto riguarda la giornata lavorativa di Hugo Chavez.

Mentre Obama si è rivelato essere il presidente più deludente dell'ultimo secolo, Chavez continua a stupire con la sua volontà di migliorare le vite dei comuni lavoratori. Per esempio, in soli dodici anni, Chavez ha creato un fiorente servizio sanitario nazionale pubblico con 553 centri diagnostici e strutture sanitarie diffuse in tutta la capitale.

L'assistenza sanitaria è gratuita e da quando Chavez ha inauguratp il programma Mision Barrio Adentro sono state effettuate 55 milioni di visite mediche. In confronto al "misero" omaggio in denaro di Obama al gigante americano HMO, che ha cercato di promuovere l'assistenza sanitaria universale. Che bello scherzo.

Chavez ha anche aperto la strada ad un maggiore impegno e attivismo politico mediante l'istituzione di oltre 30.000 consigli comunali e 236 comuni, tutti incentrati nel far entrare il maggior numero di persone nel processo politico e permettendo loro di portare avanti il cambiamento. Negli Stati Uniti, le organizzazioni di base sono state emarginate da leader di partito che prendono ordini da élite ben celate che controllano entrambi i partiti. Da parte sua, Obama è perfino meno interessato del suo predecessore George W.Bush a ciò che i suoi sostenitori vogliono.

E cosa ha fatto Chavez per allentare la morsa delle imprese sui media? Ecco cosa dice Gregory Wilpert nel suo articolo intitolato "Una valutazione della rivoluzione bolivariana del Venezuela nei suoi dodici anni":

"Per quanto riguarda i media, i comuni venezuelani ora partecipano alla creazione di centinaia di nuove radio comunitarie indipendenti e di emittenti televisive in tutto il paese. I precedenti governi perseguitavano i media comunitari, me adesso le istituzioni statali li supportano attivamente – non con finanziamenti, ma attraverso la formazione e l'avviamento degli impianti.

Secondo l'annuale i sondaggio di opinione Latinobarometro, che consente un confronto con le altre democrazie in America Latina, la combinazione tra una maggiore coesione e una maggiore partecipazione ha portato ad una maggiore accettazione del sistema politico democratico del Venezuela. Cioè, più venezuelani credono nella democrazia rispetto ai cittadini di qualsiasi altro paese dell'America Latina. L' 84% dei Venezuelani dicono che "la democrazia è preferibile a qualsiasi altro sistema di governo". ("Una valutazione della rivoluzione bolivariana del Venezuela nei suoi dodici anni", Gregory Wilpert, Venezuelanalysis.com)

La settimana scorsa Chavez si è unito alla lotta contro la Coca-Cola partecipando ad una manifestazione di operai in sciopero nella città di Valencia, che ospita il principale impianto di imbottigliamento della Coca-Cola in Venezuela. Chavez ha deluso la Coca-Cola affermando che se non vuole seguirne "la Costituzione e le leggi" il Venezuela potrebbe "vivere senza di essa".

Continua così Hugo, dì alla Coca-Cola di impacchettare la sabbia!

I 1.300 lavoratori in sciopero stanno solo chiedendo un misero aumento per far fronte alle loro maggiori spese, ma ovviamente ciò diminuirebbe i profitti dell'azienda, dunque la Coca-Cola sta combattendo le loro richieste da strozzini.

Riuscite ad immaginare uno scenario nel quale l' "amico degli affari" Obama combatte una grande azienda?

La settimana scorsa Chavez ha annunciato che il suo governo avrebbe speso altri 700 milioni di dollari per combattere il problema dei senza-tetto e costruire altre 40.000 abitazioni. Il presidente ha intensificato i suoi sforzi da quando le inondazioni che hanno devastato il paese all'inizio dell'anno hanno lasciato decine di migliaia di persone senza riparo. Chavez è determinato a non commettere gli stessi errori di Bush dopo l'uragano Katrina, quando le vittime del disastro furono abbandonate a loro stesse costringendo un terzo della popolazione di New Orleans a fuggire in altre zone del paese per trovare rifugio.

E quale effetto ha avuto Chavez sull'economia venezuelana? Ecco ancora Wilpert:

"Così come il governo di Chavez ha democratizzato il sistema politico del Venezuela nel corso degli ultimi dodici anni, lo stesso ha fatto con il suo sistema economico, sia a livello macro che micro-economico.

A livello macro-economico ciò è stato ottenuto aumentando il controlla statale sull'economia e smantellando il neo-liberismo in Venezuela. Il governo di Chavez ha ripristinato il controllo statale sul prima quasi autonomo settore del petrolio nazionale. Il governo ha nazionalizzato i subappalti privati dell'industria petrolifera e li ha integrati nella società petrolifera di Stato, garantendo così ai lavoratori maggiori vantaggi e una retribuzione migliore. Ha anche nazionalizzato le operazioni delle compagnie petrolifere transazionali in modo che non potessero detenere più del 40% del controllo di un determinato sito di produzione del petrolio. Inoltre, il governo ha eliminato la pratica degli "accordi di servizio", in base ai quali le compagnie petrolifere transazionali godevano di concessioni lucrative per la produzione di greggio. E, cosa più importante, il governo ha aumentato le royalties provenienti dalla produzione di petrolio dall'1% ad un minimo del 33%.

Nel settore non petrolifero il governo ha nazionalizzato industrie-chiave (precedentemente privatizzate) in settori quali la produzione di acciaio (Sidor), le telecomunicazioni (Cantv), la distribuzione di energia elettrica (la produzione era già nelle mani dello Stato), la produzione di cemento (Cemex), e ancora nel settore bancario (Banco de Venezuela) e nella distribuzione degli alimenti (Éxito)." ("Una valutazione della rivoluzione bolivariana del Venezuela nei suoi dodici anni", Gregory Wilpert, Venezuelanalysis.com)

Le persone sono quindi in condizioni finanziarie migliori con le società di telecomunicazioni ed elettriche di proprietà privata come la Enron (e gli altri pirati di Wall Street) o queste dovrebbero essere trasformate in settori di pubblica utilità?

E riguardo al petrolio? La British Petroleum e la Exxon sono più adatte a svolgere il loro compito rispetto al settore pubblico?

Per non parlare di quello bancario: vi sentireste più al sicuro con lo zio Sam o Goldman Sachs?

Chavez ha ridotto drasticamente dimezzato il tasso di povertà, ha abbassato la disoccupazione dal 15% del 1999 al 7% di oggi, e ridotto le diseguaglianze al livello più basso di tutta l'America Latina. In Venezuela le persone sono sempre più sane e vivono più a lungo. Sono meglio retribuite e più impegnate politicamente. "L'84% dei venezuelani dice di essere soddisfatto della propria vita, che è la seconda percentuale più alta dell'America Latina." E, indovinate un po', Chavez sta rafforzando la sicurezza sociale e i programmi di pensionamento, invece di cercare di distruggerli consegnandoli a Wall Street sotto forma di conti privati.

Inoltre la generosità di Chavez non si è limitata al solo Venezuela: è stato infatti il primo leader mondiale ad offrire aiuti sotto forma di medicinali e alimenti alle vittime dell'uragano Katrina. Provvede ancora a fornire carburante gratis per il riscaldamento ai poveri del nord-est degli Stati Uniti. L'azienda Citgo di proprietà venezuelana si è associata a Citizens Energy " per fornire centinaia di migliaia di litri di gasolio per il riscaldamento gratis e a basso costo per le famiglie bisognose americane e rifugi per i senzatetto negli Stati Uniti." Afferma il presidente di Citizens Energy Joseph P. Kennedy: "Ogni anno chiediamo alle maggiori compagnie petrolifere e alle nazioni produttrici di petrolio di aiutare i nostri cittadini più anziani e poveri a cavarsela durante l'inverno e solo una società, la Citgo, e un Paese, il Venezuela, hanno risposto ai nostri appelli".

Proprio così. Nessun'altra compagnia petrolifera ha dato neanche un solo misero centesimo in beneficenza. Dal 2005 Chavez ha fornito oltre 170 milioni di galloni di petrolio per il riscaldamento.

Al contrario, Barack Obama non ha fatto nulla per i poveri, i senzatetto, i comuni lavoratori o la classe media. E' stato di un'incompetenza assoluta eccetto che per i più ricchi fra i ricchi. Forse dovremmo scambiarlo con Chavez?

Vale la pena di provare.

Mike Whitney
27/02/2011
Fonte: www.informationclearinghouse.info
da www.controlacrisi.org

25 febbraio 2011

Fidel Castro: il genio è uscito dalla bottiglia e la NATO non sa come controllarlo

La danza macabra del cinismo

La politica di saccheggio imposta dagli Stati Uniti e dai loro alleati della NATO in Medio Oriente è entrata in crisi. Si è scatenata inevitabilmente con l’alto costo dei cereali, i cui effetti si fanno sentire con più forza nei paesi arabi dove, nonostante le enormi risorse petrolifere, la mancanza di acqua, le aree desertiche e la povertà generalizzata del popolo contrastano con le enormi risorse derivate dal petrolio che possiedono i settori privilegiati.

Mentre i prezzi degli alimenti si triplicano, le fortune immobiliari e i tesori della minoranza aristocratica si elevano a milioni di milioni di dollari.

Il mondo arabo, di cultura e credenza musulmana, si è visto umiliato addizionalmente per l’imposizione a sangue e fuoco di uno Stato che non è stato capace di eseguire gli obblighi elementari che gli diedero origine, a partire dall’ordine coloniale esistente sino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, in virtù della quale le potenze vittoriose crearono la ONU e imposero il commercio e l’economia mondiali.

Grazie al tradimento di Mubarak a Camp David, lo Stato arabo – palestinese non ha potuto esistere, nonostante gli accordi della ONU del novembre del 1947, e Israele è diventato una forte potenza nucleare alleata agli Stati Uniti e la NATO.

Il Complesso Militare Industriale degli Stati Uniti ha somministrato decine di migliaia di milioni di dollari ogni anno a Israele e agli stessi stati arabi sottomessi e umiliati da questo.

Il genio è uscito dalla bottiglia e la NATO non sa come controllarlo.

Cercano di far rendere al massimo i lamentevoli fatti della Libia. Nessuno può sapere quello che sta accadendo là in questo momento. Tutte le cifre e le versioni, anche le più inverosimili, sono state diffuse dall’impero attraverso i mezzi di stampa di massa, seminando il caos e la disinformazione.

È evidente che dentro la Libia si combatte una guerra civile. Perchè e come si è scatenata? Chi ne pagherà le conseguenze?

L’agenzia Reuters, facendo l’eco al criterio d’una conosciuta banca del Giappone, la Nomura, ha scritto che il prezzo del petrolio potrebbe superare qualsiasi limite:

"Se la Libia e l’Algeria sospendono la produzione petrolifera, i prezzi potrebbero raggiungere un massimo di 220 dollari a barile e la capacità oziosa della OPEP sarebbe ridotta a 2,1 milioni di barili al giorno, con i livelli visti durante la guerra del Golfo, quando i valori toccarono i 147 dollari a barile nel 2008”, ha informato la banca in una nota.

Chi potrebbe pagare oggi questi prezzi? Quali sarebbero le conseguenze in mezzo ad una crisi alimentare?

I leaders principali della NATO sono esaltati.

Il Primo Ministro britannico, David Cameron, informa l’agenzia ANSA, ha ammesso in un discorso in Kuwait che i paesi occidentali si sono sbagliati nell’appoggiare governi non democratici nel mondo arabo." Va complimentato per la franchezza.

Il suo collega francese Nicolás Sarkozy ha dichiarato: "La prolungata repressione brutale e sanguinaria della popolazione libica è ripugnante".

Il ministro degli esteri italiano Franco Frattini ha dichiarato "È credibile? La cifra di mille morti in Tripoli […] è una cifra tragica, sarà un bagno di sangue."

Hillary Clinton ha dichiarato: "Il bagno di sangue? È completamente inaccettabile e si deve interrompere. "

Ban Ki-moon ha parlato: "È assolutamente inaccettabile l’uso della violenza che c’è nel paese."

“Il Consiglio di Sicurezza agirà in accordo con quello che deciderà la comunità internazionale."

"Stiamo considerando una serie di opzioni."

Quello che Ban Ki-moon aspetta realmente è che Obama dica l’ultima parola.

Il Presidente degli Stati Uniti ha parlato nella tarda mattinata di mercoledì, e ha detto che la Segretaria di Stato andrà in Europa per accordare con gli alleati della NATO le misure da prendere. Nel suo viso si apprezzava l’opportunità di litigare con il senatore dell’ estrema destra dei repubblicani, John McCain; con il senatore pro-israelita del Connecticut, Joseph Lieberman e con i leaders del Tea Party, per garantire la sua candidatura per il partito democratico.

I mezzi di comunicazione di massa dell’impero hanno preparato il terreno per agire. Nessuno considererà strano un intervento militare in Libia, con il quale inoltre si garantiranno all’Europa quasi due milioni di barili al giorno di petrolio leggero, se prima non avverranno fatti che metteranno fine alla guida o alla vita di Gheddafi.

In qualsiasi forma, il ruolo di Obama è abbastanza complicato.

Quale sarà la reazione del mondo arabo e musulmano se il sangue in questo paese si spargerà con abbondanza per questa avventura? Fermerà un intervento della NATO in Libia, l’ondata rivoluzionaria scatenata in Egitto?

In Iraq è stato sparso il sangue innocente di più di un milione di cittadini arabi quando il paese è stato invaso con falsi pretesti. “Missione compiuta!”, aveva proclamato George W. Bush.

Nessuno nel mondo sarà mai d’accordo con la morte dei civili indifesi, in Libia o in qualsiasi altra parte. E mi chiedo se gli Stati Uniti e la NATO applicano questo principio ai civili indifesi che gli aerei telecomandati yankee e i soldati di questa organizzazione uccidono tutti i giorni in Afganistan ed in Pakistan.

È una danza macabra di cinismo.

Fidel Castro Ruz
Febrero 23 de 2011
da www.cubadebate.cu

24 febbraio 2011

La carneficina ha dei complici politici evidenti: Silvio Berlusconi e il suo zelante portavoce Ministro degli Esteri Frattini

Nord Africa, nulla sarà più come prima

La rivoluzione del nord Africa travolge la Libia e il suo ultraquarantennale leader Gheddafi. Le notizie che arrivano dal paese nordafricano, frammentate e dall'unica fonte che non è stata oggetto della censura del regime, Al Jazeera, parlano di una carneficina e di una violenza inaudita nella repressione. L'uso dell'aviazione contro i manifestanti a Tripoli avrebbe prodotto oltre mille morti. La rivoluzione nordafricana non si ferma, e travolge anche quello che veniva considerato come uno dei regimi più stabili, grazie ai dividendi della rendita petrolifera ed energetica, che hanno reso la Libia uno dei paesi con dati macroeconomici e di reddito fra i più alti del continente africano e dell'area. Non basta questo dato a placare la rabbia, soprattutto giovanile, che ha travalicato la cirenaica e la ribelle Bengasi per arrivare nel cuore del potere del regime di Gheddafi, Tripoli. La crisi e le riforme neoliberali comunque applicate anche dalla Libia in questi anni, insieme alla concentrazione nelle mani del clan vicino al Colonnello di gran parte delle ricchezze, hanno creato sacche grandi di malcontento e rabbia. Rabbia unita alle domande e speranza di libertà dall'oppressiva macchina poliziesca, dalla censura e dalla grottesca idea della successione dinastica dell'oramai anziano leader che hanno come protagonisti anche in Libia le giovani generazioni.
Nel suo disperato e criminale tentativo di mantenere il potere a tutti i costi, Gheddafi sta giocando le ultime carte della sua storia politica. Contro il suo popolo e contro ogni senso di umanità. Una carta disperata e inutile, che non salverà il suo regime e il suo proposito di continuazione dinastica del potere.
Una carta il cui esito potrebbe essere quello di far sprofondare il paese in una guerra civile dagli esiti catastrofici. Già pezzi dell'esercito e della diplomazia si sono uniti alle proteste e alle rivolte.
Anche se è complesso prevedere quali saranno le evoluzioni delle rivoluzioni arabe, è bene ricordare come altri paesi ne siano contagiati, come il Marocco, lo Yemen, il Barhein, crediamo che se anche le transizioni saranno gestite dalle forze armate, e che nel breve periodo esse garantiranno una continuità perlomeno formale nella collocazione geopolitica dei paesi del sud del mediterraneo, i movimenti sociali che sono esplosi avranno conseguenze durature, apriranno scenari di cambiamento impensabili fino a poco tempo fa. Tutto il quadro mediorientale ne uscirà ridisegnato. Le ipocrisie e la politica dei due pesi e delle due misure applicata dall'imperialismo e dall'occidente in questi anni avranno vita breve.
Lo abbiamo già scritto a proposito di Tunisia ed Egitto, lo ribadiamo oggi. Nulla potrà tornare come prima. Il risveglio delle masse arabe rappresenta una tappa storica, paragonabile, come ha scritto Valli su Repubblica, a quello che accadde nel 1848 in Europa.
Un'Europa, quella attuale, le cui responsabilità sono grandi nell'aver in questi anni fatto fallire l'ipotesi euro mediterranea, nell'essere stata semplice spettatrice o esecutrice dei voleri di Washington, e nell'aver limitato la sua azione politica a garantirsi liberalizzazioni dei mercati e risorse energetiche, mantenendo al potere, con la scusa della minaccia islamica, regimi indifendibili, che hanno represso, vale la pena ricordarlo, anche tutte le forze progressiste, democratiche e fra queste quelle comuniste, di quei paesi. Ora si trova del tutto impreparata difronte alle conseguenze che i cambiamenti in corso porteranno.
Occorre però soffermarsi su quello che l'Italia ha fatto e detto in questi giorni. La carneficina che le forze armate fedeli al regime del colonnello Gheddafi stanno perpetrando in Libia ha dei complici politici evidenti: Silvio Berlusconi e il suo zelante portavoce Ministro degli Esteri Frattini. Le loro tardive condanne servono oramai a ben poco. Il loro silenzio prima, le allucinanti e vergognose dichiarazioni di sostegno durante l'esplosione della rivolta e della sanguinosa repressione, rimarranno tra le pagine più vergognose della triste storia del berlusconismo e dei suoi ultimi giorni a cui assistiamo. Berlusconi non disturba Gheddafi mentre massacra il suo popolo, perché teme che quello che travolge oggi i suoi amici del sud del Mediterraneo, possa molto presto travolgere anche lui e porre fine alla sua squallida stagione politica.

Fabio Amato
Responsabile Esteri di Rifondazione Comunista
23/02/2011

22 febbraio 2011

Noi, riuniti e riunite in occasione dell’Assemblea dei Movimenti Sociali del Forum Sociale Mondiale 2011 di Dakar...............


La dichiarazione dell'"assemblea dei movimenti"

Noi, riuniti e riunite in occasione dell’Assemblea dei Movimenti Sociali del Forum Sociale Mondiale 2011 di Dakar, affermiamo il contributo fondamentale dell’Africa e delle sue genti nella costruzione della civiltà umana. Uniti, i popoli di tutti i continenti lottano per opporsi con la massima energia al dominio del capitale, che si nasconde dietro la promessa di progresso economico del capitalismo e l’apparente stabilità politica. La decolonizzazione dei popoli oppressi rappresenta per i movimenti sociali di tutto il mondo una grande sfida.

Affermiamo il nostro sostegno e la nostra solidarietà attiva con i popoli di Tunisia, Egitto e del mondo arabo che oggi si sollevano per rivendicare una democrazia vera e costruire il potere popolare. Con le loro lotte, mostrano il cammino verso un altro mondo, libero dall’oppressione e dallo sfruttamento.

Riaffermiamo con forza il nostro sostegno ai popoli della Costa d’Avorio, dell’Africa e di tutto il mondo nella loro lotta per una democrazia sovrana e partecipativa. Difendiamo il diritto all’autodeterminazione e il diritto collettivo di tutti i popoli del mondo.

Nel quadro del FSM, l’Assemblea dei Movimenti Sociali è lo spazio in cui ci riuniamo, con la nostra diversità, per costruire assieme gli ordini del giorno e le lotte comuni contro il capitalismo, il patriarcato, il razzismo e ogni forma di discriminazione.

A Dakar celebriamo il X anniversario del primo FSM celebrato nel 2001 a Porto Alegre in Brasile. Durante questo periodo abbiamo costruito una storia e un lavoro comuni che ci hanno consentito alcuni progressi, in particolare in America Latina dove siamo riusciti a frenare le alleanze neoliberali e a rendere concrete alcune alternative per uno sviluppo socialmente giusto e rispettoso della Madre Terra.

Durante questi dieci anni abbiamo anche assistito all’esplosione di una crisi di sistema, che si è espressa nella crisi alimentare, ambientale, finanziaria ed economica e che ha comportato un aumento delle migrazioni, degli spostamenti forzati, dello sfruttamento, dell’indebitamento e delle disuguaglianze sociali.

Denunciamo il ruolo degli attori del sistema (banche, transnazionali, conglomerati mediatici, istituzioni internazionali ecc.) che, alla ricerca del massimo profitto, continuano la loro politica interventista attraverso guerre, occupazioni militari, presunte missioni umanitarie, la creazione di basi militari, il saccheggio delle risorse naturali, lo sfruttamento dei popoli e la manipolazione ideologica. Denunciamo anche la cooptazione esercitata da questi attori attraverso il finanziamento di settori sociali di loro interesse e pratiche assistenzialiste che generano dipendenza.

Il capitalismo distrugge la vita quotidiana della gente. Tuttavia, ogni giorno, nascono molteplici lotte per la giustizia sociale, per eliminare gli effetti lasciati dal colonialismo e per fare in modo che tutti noi possiamo avere una qualità della vita dignitosa. Affermiamo che i popoli non devono più continuare a pagare per questa crisi di sistema e che non c’è uscita dalla crisi all’interno del sistema capitalista!

Noi, i movimenti sociali, ribadiamo la necessità di costruire una strategia comune di lotta contro il capitalismo.

Lottiamo contro le transnazionali perché sostengono il sistema capitalistico, privatizzano la vita, i servizi pubblici e i beni comuni come l’acqua, l’aria, la terra, le sementi e le risorse minerarie. Le multinazionali promuovono le guerre attraverso la produzione di armamenti e il coinvolgimento di imprese militari private e di mercenari, utilizzano tecniche estrattive nocive per la vita, s’impossessano delle nostre terre e sviluppano alimenti transgenici che tolgono ai popoli il diritto all’alimentazione ed eliminano la biodiversità.

Esigiamo la sovranità dei popoli nella definizione del loro modo di vivere. Esigiamo politiche che proteggano le produzioni locali, che nobilitino le pratiche agricole e conservino i valori ancestrali della vita. Denunciamo i trattati neoliberisti sul libero commercio ed esigiamo la libera circolazione degli esseri umani.

Continuiamo a mobilitarci per la cancellazione incondizionata del debito pubblico di tutti i paesi del Sud. Denunciamo inoltre, nei paesi del Nord, l’utilizzo del debito pubblico per imporre ai popoli politiche ingiuste e antisociali.

Mobilitiamoci in massa durante le riunioni del G8 e del G20 per dire no alle politiche che ci trattano come merci!

Lottiamo per la giustizia climatica e la sovranità alimentare. Il surriscaldamento globale è un prodotto del sistema capitalistico di produzione, distribuzione e consumo. Le transnazionali, le istituzioni finanziarie internazionali e i governi al loro servizio non vogliono ridurre le loro emissioni di gas serra. Denunciamo il “capitalismo verde” e respingiamo le false soluzioni per risolvere la crisi climatica come gli agrocombustibili, gli organismi geneticamente modificati e i meccanismi del mercato del carbonio, come il REDD, che illudono le popolazioni impoverite con il progresso, mentre privatizzano e mercificano i boschi e i terreni dove hanno vissuto per migliaia di anni.

Difendiamo la sovranità alimentare e l’accordo raggiunto con la Conferenza Mondiale dei Popoli sul Cambiamento Climatico e i Diritti della Madre Terra tenutosi a Cochabamba, durante il quale sono state costruite alternative vere alla crisi climatica con l’aiuto di movimenti e organizzazioni sociali e popolari di tutto il mondo.

Mobilitiamoci tutti e tutte, specialmente nel continente africano, durante la COP 17 di Durban, in Sudafrica, e nel vertice di Rio +20 nel 2012, per riaffermare il diritti dei popoli e della Madre Terra e fermare l’accordo illegittimo di Cancun.

Difendiamo l’agricoltura contadina poiché rappresenta una soluzione reale alla crisi alimentare e climatica e significa accesso alla terra per le persone che vi vivono e la lavorano. Per queste ragioni, invochiamo una grande mobilitazione per arrestare l’accaparramento delle terre e sostenere le lotte contadine locali.

Lottiamo contro la violenza sulle donne esercitata con regolarità nei territori occupati militarmente e nei confronti delle donne che vengono criminalizzate perché partecipano attivamente alle lotte sociali. Lottiamo contro la violenza domestica e sessuale perpetrata sulle donne perché considerate oggetti o merci o perché la sovranità sui loro corpi e sulla loro spiritualità non viene loro riconosciuta. Lottiamo contro il traffico di donne, bambine e bambini. Ci mobilitiamo tutti e tutte, uniti, in qualsiasi parte del mondo contro la violenza sulla donna.

Difendiamo la diversità sessuale, il diritto all’autodeterminazione di genere e lottiamo contro l’omofobia e la violenza sessista.

Lottiamo per la pace e contro la guerra, il colonialismo, le occupazioni e la militarizzazione dei nostri territori. Le potenze imperialiste utilizzano le basi militari per fomentare i conflitti, controllare e saccheggiare le risorse naturali e promuovere iniziative antidemocratiche come accaduto con il colpo di stato in Honduras e con l’occupazione militare di Haiti. Provocano guerre e conflitti come avviene in Afganistan, in Iraq, nella Repubblica Democratica del Congo e in molti altri paesi.

Dobbiamo intensificare la lotta contro la repressione dei popoli e la criminalizzazione della loro protesta e rinforzare i legami di solidarietà tra i popoli come il movimento internazionale di boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni verso Israele. La nostra lotta è rivolta contro la NATO ed è favore dell’eliminazione di tutte le armi nucleari.

Tutte queste lotte implicano una battaglia di idee, nella quale non potremo avanzare senza democratizzare la comunicazione. Affermiamo che è possibile costruire un’integrazione diversa, a partire dal popolo, per i popoli e con la partecipazione fondamentale dei giovani, delle donne, dei contadini e dei popoli indigeni.

L’assemblea dei movimenti sociali invita le forze e gli attori popolari di tutti i paesi a sviluppare due azioni di mobilitazione, coordinate a livello mondiale, per contribuire all’emancipazione e all’autodeterminazione dei nostri popoli e per rafforzare la lotta contro il capitalismo.

Ispirandoci alle lotte dei popoli di Tunisia ed Egitto, chiediamo che il 20 marzo sia un giorno mondiale di solidarietà per la rivolta delle genti arabe e africane le cui conquiste rafforzano le lotte di tutte le nazioni: la resistenza del popolo palestinese e saharawi, le mobilitazioni europee, asiatiche e africane contro il debito e l’aggiustamento strutturale e tutti i processi di cambiamento in corso in America Latina.

Inoltre indiciamo per il 12 ottobre una giornata di azione globale contro il capitalismo durante la quale, in tutti i modi possibili, esprimeremo il nostro rifiuto per questo sistema che, col suo passaggio, sta distruggendo tutto.

Movimenti sociali di tutto il mondo, avanziamo verso l’unità mondiale per sconfiggere il sistema capitalista!

Vinceremo!

"assemblea dei movimenti" FSM Dakar
22 febbraio 2011

La questione sociale però rischia di non fermarsi a sud del Meditteraneo. In una Europa sempre più impoverita e marginale la crisi..................

Alla radice del "disordine" mondiale

Il G20 finanziario dello scorso weekend è stato l'ennesimo appuntamento ad uso delle telecamere che non ha portato a nessun risultato concreto. Anzi, leggendo tra le righe si capisce come ormai l'egemonia americana abbia lasciato spazio ad un nuovo disordine mondiale.
I temi in discussione erano soprattutto due, i disequilibri commerciali - esemplificati dal deficit americano e dal surplus cinese - e l'aumento vertiginoso dei prezzi delle materie prime. Nel primo caso, gli Stati Uniti hanno continuato a chiedere con forza uno stabilizzatore automatico per evitare il ripetersi di situazioni come quelle attuali ma non hanno ottenuto nient'altro che dichiarazioni formali. Washington continua il pressing su Pechino perchè rivaluti lo yuan, in tal maniera da ridurre le importazioni cinesi e rendere più competitive le merci americane. Ma una analisi più approfondita rivela che tale richiesta semplifica un problema ben più sostanziale, senza dare una risposta di sistema. Infatti in questi ultimi cinque anni la Cina ha lasciato che la propria valuta si riapprezzasse di oltre il 20 percento in termini nominali senza che il deficit commerciale americano diminuisse in maniera sostanziale. E soprattutto, se si tiene conto della crescente inflazione cinese che determina un sempre più alto costo del lavoro, lo yuan si è rivalutato, in termini reali, di quasi il 50 percento. Il punto è che ormai molte merci non vengono più prodotte in Occidente, le fabbriche sono state delocalizzate e la Cina offre, nonostante l'inflazione, rendimenti sugli investimenti molto più alti di quelli che possano garantire gli Stati Uniti. La Cina, nonostante la crisi internazionale, ha continuato a crescere e quindi continua ad attirare il capitale internazionale. Non può certo essere un mero riaggiustamento del cambio a modificare questa situazione.
La crescita economica cinese e l'inflazione che l'accompagna ci porta al problema successivo - l'impennata dei prezzi delle materie prime. Tremonti ha parlato di gravi responsabilità della speculazione internazionale che scommettendo su una ripresa economica anche in Occidente ha spinto i prezzi verso l'alto. Questo è sicuramente vero, ma, nuovamente, si tratta solo di una escrescenza del problema e non della sua vera natura. In Europa e negli Stati Uniti siamo sempre stati abituati a pensare che nei periodi di recessione i prezzi delle materie prime sarebbero calati a causa della diminuita domanda, e per secoli, infatti, le cose si sono svolte esattamente in questa maniera. La situazione però ora è cambiata, drammaticamente.
Negli Stati Uniti i salari sono stagnanti e la disoccupazione non decresce, ciò nonostante l'inflazione a Gennaio è cresciuta dell'1.6%, guidata dall'aumento dei prezzi dei generi di prima necessità - energia e cibo. Una situazione simile si sta concretizzando in Europa, con effetti facilmente immaginabili, diminuzione del potere d'acquisto dei salari e peggioramento delle condizioni di vita per i detentori di reddito da lavoro. La crescita dei prezzi è provocata dalla prepotente entrata nei mercati internazionali di Cina, India, Brasile che più che compensano la stagnazione delle economie occidentali, nel frattempo generando una situazione di disastro sociale nelle economie più deboli, come quelle del Maghreb, dove il rincaro delle materie prima ha effetti devastanti.
La questione sociale però rischia di non fermarsi a sud del Meditteraneo. In una Europa sempre più impoverita e marginale la crisi rimette al centro della discussione politica la questione sociale. Questione sociale che, ovviamente, non è mai sparita ma è stata tenuta sotto controllo in questi ultimi vent'anni di egemonia neo-liberale dal processo di globalizzazione di marca americana che permetteva l'arrivo di merci a bassissimo costo dal Sud e soprattutto dall'Est del mondo. I salari sono rimasti in molti casi stagnanti, la forbice tra ricchi e poveri si è allargata, ma il potere d'acquisto si è mantenuto nella maggior parte dei casi intatto. Ma proprio il modello di sfruttamento compulsivo delle economie emergenti ci ha portato alla situazione attuale, dimenticando che il capitalismo è sempre stato legato alla produzione di valore, e quindi di merci, e dunque il cuore del capitalismo mondiale si è mano a mano spostato verso Oriente. La crisi finanziaria e la fine dell'egemonia americana ci lasciano quindi un mondo disordinato in cui le tensioni - tanto domestiche quanto internazionali - si susseguono. Il G20 non è neanche in grado di imporre restrizioni sui movimenti di capitale che ridarebbero fiato agli stati, restringendo le capacità della finanza internazionale di imporre le proprie politiche economiche - prova ne sia l'intensa attività di lobby esercitata dalle associazioni imprenditoriali americane nei giorni scorsi in difesa della mobilità del capitale e degli accordi di libero scambio. Lasciare che sia ancora la supposta ma inesistente razionalità del mercato ad aggiustare la crisi e gli squilibri è utopia e, più spesso, malafede. Il capitalismo liberale porta sperequazioni, povertà, disastri sociali ed ecologici. La depoliticizzazione dei mercati ha disarmato i governi e svuotato la democrazia di ogni contenuto significativo, ma la crisi sta riportando la politica fuori dalle borse, nelle piazze gremite di mezzo mondo. Piazze che gridano non solo contro il Mubarak ed il Berlusconi di turno, ma lottano per conquistarsi un posto nel mondo, un futuro migliore. Democrazia non vuol dire solo libere elezioni, ma soprattutto capacità di controllare il processo decisionale, di condizionare le scelte politiche ed economiche. Di controllare le condizioni materiali della maggioranza della popolazione, anche a scapito di una minoranza di ricchi. Da lì è inevitabile ripartire per costruire l'alternativa ad un sistema sempre più auto-referenziale e avviato verso il collasso.

Nicola Melloni
22/02/2011
http://www.liberazione.it/

20 febbraio 2011

Quasi un romanzo criminale quello di Marco Panara, che spiega in modo chiaro «perché il lavoro non vale più»

Misteri di un delitto perfetto (e la chiamano globalizzazione)

E' un noir. Non lo sembra, pieno zeppo com'è di cifre, dati, statistiche, bilanci economici e finanziari, ma è un romanzo criminale. La storia di una rapina planetaria che si svolge da anni sotto gli occhi di tutti, una pulp fiction che lascia sul terreno milioni di vittime. Senza spargimento di sangue (per ora), velocemente e impunemente (per ora). E' la globalizzazione, bellezza.
In questo suo libro - "La malattia dell'Occidente. Perché il lavoro non vale più" (Laterza, p. 150, euro 16) Marco Panara, giornalista di Repubblica nonché esperto del ramo, ne racconta fasti e nefasti, svelando i misteri di un delitto perfetto che va appunto sotto il nome di globalizzazione.
Semplice. Di che si tratta, lo si capisce sin dalla prima pagina. «Quello che sta accadendo in Occidente da un quarto di secolo a questa parte è che, nello scontro secolare tra lavoro e capitale, in questa fase ha vinto il capitale». E questo che vuol dire? Semplice anche questo, Panara lo spiega in modo così chiaro che lo capirebbe anche un bambino. Vuol dire questo. «Sul totale della ricchezza prodotta ogni anno nei paesi industrializzati, la quota che va a remunerare il lavoro, negli ultimi 25 anni è diminuita mediamente di 5 punti, mentre la quota che va a remunerare il capitale si è accresciuta di altrettanti punti».
Volete i numeri-numeri, volete sapere che cosa c'entrate voi, uno per uno, in questa storia? Ecco, per la precisione. «Su un prodotto lordo aggregato dei paesi Ocse di 38.700 miliardi di dollari (dati 2007), il 5 per cento sono 1.900 miliardi di dollari che non vanno più a remunerare il lavoro. Distribuiti su un miliardo e 200 milioni di persone che rappresentano la popolazione complessiva dei paesi Ocse, vuol dire 1.500 dollari l'anno in meno per ciascuno».
Qualcuno, cioè, mette le mani nelle nostre tasche, con destrezza. Guardiamo noi, in Italia. «Se nel 1983, fatto 100 il prodotto lordo complessivo, 77 andava al lavoro e 23 al capitale, nel 2005 la quota che è andata al lavoro è scesa al 69 e quella andata al capitale è salita al 31»; e la stessa "cosa" si presenta in Francia, Giappone, Germania, Canada, Irlanda, Spagna, eccetera (e la tendenza è continuata e continua, brutti ladri).
Ma mica finisce qui. Non solo siamo pagati meno, ma «la perdita del valore economico del lavoro porta con sé anche la perdita del suo valore sociale e morale». Quel valore cioè che è «un elemento fondativo della società occidentale» (e questo spiega molto bene perché la nostra Costituzione proclama la Repubblica italiana «fondata sul lavoro»).
Vuol dire che negli ultimi 25 anni, il famoso popolo lavoratore è andato indietro su tutta la linea, economicamente, socialmente, politicamente. Nello stesso tempo, dai 1.500 ai 2.000 miliardi di euro, quelli appunto sottratti al lavoro, ogni anno, nei soliti noti paesi industrializzati, passano nelle tasche di poche persone (una volta si chiamavano pescicani, sempre loro...).
C'è la controprova - dati di prima mano - fornita dal Dipartimento americano del Commercio che nel 2007 ha pubblicato un'analisi, il cui solo titolo dice già tutto: "La quota del prodotto che va ai salari al suo minimo storico nel 2006. La quota che va al capitale al suo massimo storico". Infatti, «dal 1929 non era mai successo che al capitale andasse tanto e al lavoro tanto poco». Come dire, per dare un'idea «che un ottavo della ricchezza prodotta nel 2007 negli Stati Uniti è andata a un millesimo della popolazione, e quasi un quarto si è concentrato su un centesimo della popolazione».
Globalizzazione canaglia. All'insegna del grimaldello "miracoloso" del «meno Stato più mercato», di cui furono propugnatori e campioni mondiali Margareth Thatcher e Ronald Reagan (grazie).
E dopo? Prendi i soldi e scappa. Dopo, come si sa, «è arrivata la crisi». Quella che, volendo semplificare, scrive Panara, è come «un missile a quattro stadi: la crisi finanziaria, la crisi dell'economia reale, il crollo dell'occupazione, l'esplosione dei debiti sovrani». Prima eredità: 34 milioni di disoccupati in più a fine 2009; discesa del potere d'acquisto dei salari; compressione del tenore di vita; deriva sempre più forte verso il lavoro precario, flessibile o low cost; crescita negativa dell'economia mondiale, «per la prima volta da molti decenni a questa parte». Il re è nudo.
Tutte da leggere, come un thrilling delinquenziale, le 15 pagine del capitolo intitolato "Crack", il fallimento delle più grandi banche del mondo che a un certo punto assume le sembianze di una catastrofe planetaria. «La più grande bolla immobiliare della storia, quella che si è gonfiata negli Stati Uniti tra il 2000 e il 2006», è scoppiata come un gigantesco disastro finanziario, che si è inevitabilmente tramutata anche in un disastro dell'economia reale (ne paghiamo e continueremo a pagare il conto). Bear Stearns, Countrywide, Fannie e Freddie, Merrill Lynch, Lehman Brothers; Ubs, Fortis, Ing: alcuni dei nomi sinistri che con i loro crack stratosferici hanno fatto tremare il mondo. E per evitare il tracollo planetario, «tra Stati Uniti e Europa sono stati necessari (dati ottobre 2009) ben 309 interventi pubblici a salvare e sostenere circa 280 banche e un paio di centinaia di istituzioni finanziarie. Il costo per le casse pubbliche è gigantesco, i soli Stati Uniti hanno dovuto impegnare quasi 2.500 miliardi di dollari». In tutto, il salvataggio delle banche ci è costato 4.000 miliardi di dollari.
E' "il Sistema", dicono.

di Maria R. Calderoni

su Liberazione del 20/02/2011

Il collasso dell'economia capitalistica potrebbe portare al trionfo della destra nel mondo e a un sistema ancora peggiore se la sinistra nel mondo...

A Dakar, mentre cadeva Mubarak

Il Forum sociale mondiale (Fsm) è vivo e gode di buona salute. Si è appena tenuto a Dakar, in Senegal dal 6 all'11 Febbraio. La stessa settimana in cui, per una coincidenza imprevedibile, il popolo egiziano è sceso in piazza contro Hosni Mubarak, riuscendo finalmente a detronizzarlo proprio mentre si teneva l'ultima seduta dell'Fsm. Al Forum l'intera settimana era trascorsa tra gli incoraggiamenti agli egiziani e le discussioni sul significato della rivoluzione tunisina e della loro per il progetto di creazione di un altro mondo possibile. Possibile, non certo.
Al Forum hanno partecipato tra le 60.000 e le 100.000 persone, un numero di per sé notevole. Per tenere un evento del genere l'Fsm richiede la presenza di forti movimenti sociali locali (che in Senegal ci sono) e un governo disposto almeno a tollerarlo. Il governo senegalese di Abdoulaye Wade infatti era pronto a tollerare l'FSM, anche se tre mesi fa era già tornato indietro del 75 per cento rispetto alla promessa iniziale di finanziamento.
Poi però ci sono stati i sollevamenti tunisini e quelli egiziani e il governo ha cominciato a tremare. E se la presenza dell'Fsm avesse ispirato analoghi moti in Senegal? Cancellare l'incontro non era possibile in considerazione dell'arrivo annunciato di Lula dal Brasile e di Morales dalla Bolivia, nonché dei numerosi presidenti africani previsti. E così il governo ha deciso di optare per il male minore. E ha cercato di sabotare il Forum. Lo ha fatto licenziando, quattro giorni prima dell'apertura dei lavori, il rettore della principale università nella quale il Forum si doveva tenere, e nominando un nuovo rettore che si è affrettato a ritirare il provvedimento con cui il suo predecessore aveva deciso di interrompere le lezioni in modo da rendere disponibili le aule.
Il risultato è stato un gran caos organizzativo, almeno per i primi due giorni. Alla fine il nuovo rettore ha concesso 40 delle 170 aule necessarie. Intanto gli organizzatori avevano alzato le tende in tutto il campus, e l'incontro era andato avanti malgrado il sabotaggio- Ma il governo senegalese aveva ragione ad essere tanto spaventato? L'FSM stesso si è interrogato sulla propria rilevanza rispetto ai sollevamenti popolari nel mondo arabo e altrove, portati avanti da gente che proababilmente del Forum non aveva mai sentito nemmeno parlare. La risposta dei partecipanti rifletteva l'eterna divisione tra di loro. C'erano quelli che ritenevano che dieci anni di incontri dell'Fsm avessero contribuito significativamente a delegittimare il processo di globalizzazione neoliberale e che quel messaggio fosse penetrato ovunque. E poi c'erano quelli che ritenevano che i sollevamenti dimostrassero come le trasformazioni politiche si consumino altrove e non nell'Fsm.
Quanto a me, nell'incontro di Dakar sono stato colpito da due cose notevoli. La prima, che nessuno o quasi abbia mai accennato al Forum economico mondale di Davos. Quando fu fondato l'Fsm nel 2001, fu proprio in funzione anti-Davos. Nel 2011, Davos sembrava ormai così privo di importanza politica che i presenti si sono limitati a ignorarlo.
La seconda cosa che mi ha colpito è stato fino a che punto tutti sottolineassero la forte interconnessione dei temi sul tappeto. Nel 2001, l'Fsm era preoccupato soprattutto delle conseguenze economiche negative del neoliberismo. Ma in ogni incontro successivo ha aggiunto nuove preoccupazioni: le problematiche di genere, l'ambiente (in particolare i cambiamenti climatici), il razzismo, la salute, i diritti delle popolazioni indigene, le lotte operaie, i diritti umani, l'accesso all'acqua e la disponibilità di risorse alimentari ed energetiche. E improvvisamente a Dakar, indipendentemente dal tema dell'incontro, è balzata in primo piano l'interconnessione tra tutte quelle questioni. E questa, direi, è stata la grande conquista dell'Fsm: abbracciare un numero sempre maggiore di problematiche e diffondere tra la gente la consapevolezza della loro profonda interdipendenza.
Tuttavia era avvertibile un rammarico di fondo tra i presenti. Giustamente è stato osservato che tutti sapevamo bene contro cosa ci schieravamo ma che avremmo dovuto mettere sul tavolo più chiaramente ciò per cui vogliamo combattere. E questo potrebbe essere il nostro contributo alla rivoluzione egiziana e alle altre che verranno, dappertutto.
Il problema è che rimane un disaccordo irrisolto tra coloro che vogliono un mondo diverso. Ci sono quelli che credono che sia necessario maggiore sviluppo e modernizzazione per permettere una più equa distribuzione delle risorse. E ci sono quelli che credono che sviluppo e modernizzazione siano la maledizione della civiltà capitalista, e che si debbano ripensare le premesse di base del mondo futuro, per quello che definiscono un cambiamento di civiltà.
Quelli che si battono per il cambiamento di civiltà lo fanno sotto vari ombrelli. Ci sono i movimenti indigeni delle Americhe (e non solo) che dicono di volere un mondo basato sul «buen vivir» - definizione latino-americana -, ovvero un mondo basato su valori buoni, un mondo che chiede di rallentare una crescita economica illimitata che, argomentano, il pianeta è troppo piccolo per sostenere.
Se i movimenti indigeni incentrano le loro richieste sull'autonomia per controllare i diritti sulla terra nelle loro aree, in altre parti del mondo ci sono i movimenti urbani che sottolineano come la crescita illimitata stia portando al disastro climatico e a nuove pandemie. E poi ci sono i movimenti femministi che sottolineano come la crescita illimitata sia legata al mantenimento del sistema patriarcale.
Questo dibattito sulla «crisi di civiltà» ha grandi implicazioni per il tipo di azione politica che sottoscrive e per il ruolo che i partiti della sinistra che vogliono andare al governo dovrebbero svolgere nella trasformazione globale in discussione. Non sarà facile trovare una soluzione, ma si tratta certamente di un dibattito di importanza cruciale per il prossimo decennio. Se la sinistra non sarà in grado di risolvere il disaccordo su un tema chiave come questo, allora il collasso dell'economia capitalistica mondiale potrà portare al trionfo della destra nel mondo e a un nuovo sistema-mondo ancora peggiore di quello attuale.
Al momento, tutti gli occhi sono concentrati sul mondo arabo, per capire fino a che punto gli sforzi eroici degli egiziani trasformeranno la politica in quel mondo. Ma la scintilla della ribellione può scoppiare ovunque, anche nelle regioni più ricche d'Europa. Dunque per ora un qualche ottimismo è giustificato.

di Immanuel Wallerstein

su il manifesto del 20/02/2011
(Traduzione di Maria Baiocchi. Copyright by Immanuel Wallerstein, distribuito da Agence Global)

19 febbraio 2011

Intervista sui fatti d'Egitto a Fawaz Trabulsi, storico e professore all'Università' Americana di Beirut

La rivolta dei giovani

"A seguito della rivoluzione egiziana Israele ha scoperto che fare un accordo con un regime non significa necessariamente farlo con un popolo". Fawaz Trabulsi, storico e professore all'Università Americana di Beirut é autore di diversi libri e cofondatore dell'Organizzazione per l'Azione Comunista negli anni Settanta in Libano le cui priorità erano la resistenza contro Israele e le riforme socio-economiche nel Paese. Ha tradotto, inoltre, in arabo le opere di Antonio Gramsci.

Che ruolo avrà l'amministrazione statunitense nel governo di transizione egiziano del dopo Mubarak?
Credo che all'inizio della rivoluzione l'obiettivo dell'amministrazione statunitense sia stato quello di mantenere a tutti i costi il Presidente Mubarak e il suo regime apportando solo delle piccole modifiche. Quando ad un certo punto e' diventato impossibile continuare su questa linea hanno optato per Omar Suleiman e quando anche questo tentativo non ha avuto successo hanno scelto di consegnare il paese all'esercito. Ora gli statunitensi sono interessati nella scelta del nuovo presidente egiziano e ancora di piu sono interessati a mantenere gli accordi di Camp David e la pace con Israele.

C'e' un rischio per gli accordi di pace con Israele?
No. Molto probabilmente il nuovo regime non dimenticherà questi accordi anche perché non era Mubarak a difenderli, ma questo non vuol dire che Israele non abbia perso qualcosa. Mubarak e' stato in effetti l'uomo che ha fatto si che l'Egitto esca dal consenso arabo e che possa diventare un paese mediatore tra palestinesi e israeliani. E' stato l'uomo che ha fornito servizi e firmato vari accordi economici con Israele tra il quale quello di vendita del gas egiziano con un prezzo inferiore rispetto alla media internazionale e con un prezzo fisso per 20 anni. Israele oggi scopre che l'Accordo è stato fatto con un regime e non con lo Stato ne' tantomeno con la popolazione.

Come sara' il dopo Mubarak?
Bisogna solo aspettare. Non possiamo fare delle previsioni adesso. Quello che e' importante e' di sottolineare I fattori socio-economici di questa rivoluzione che già dal secondo giorno si e' manifestata come una rivendicazione di operai, funzionari e studenti. Per una volta il politico e il sociale sono andati di pari passo. La gente e' scesa in piazza chiedendo la fine del regime di Mubarak, chiedendo la libertà, un'uguale redistribuzione delle ricchezze, un aumento dei salari, e sindacati liberi.

Tunisia e poi Egitto possiamo dire di aver assistito al risveglio del panarabismo nella regione?
Più che un panarabismo in se stesso queste rivoluzioni fanno scoprire al mondo occidentale che il mondo arabo e' legato da legami solidi. Queste rivoluzioni hanno messo in primo piano un identità araba mentre il discorso egemonico dei media occidentali voleva spostare a tutti i costi l'attenzione sull'Islam. In ogni caso si tratta di un nuovo arabismo al posto di panarabismo nel senso ideologico. Questa nuovo arabismo si basa sul fatto che il mondo arabo ha dei problemi in comune: disoccupazione, povertà, una gioventù che rappresenta quasi la meta del paese e che e' istruita senza un lavoro.

Come giudica la stampa internazionale che ha spostato l'accento sull'Islam fino a temere un aumento del potere dei Fratelli Musulmani mentre in Medio Oriente uno stato quello ebraico e' stato costruito dai "fratelli ebraici"?
Nel caso tunisino e egiziano gli islamisti si sono rivelati nella loro vera forza cioè rappresentanti del 15 o 20 percento della popolazione e in tutti e due casi questi partiti vogliono entrare a far parte del gioco democratico. Nel caso egiziano I Fratelli Musulmani sono una forza conservatrice che vuole impegnarsi nella politica e che vuole rivendicare il suo diritto nelle istituzioni. Ma c'e' una terza forza tra l'Islam e il potere che non e' solo la sinistra o i nasseristi sono i giovani, una nuova generazione uscita dalle classe medie di cui nessuno parla. In ogni caso se siamo in una democrazia dobbiamo accettare le scelte della gente. Come gli arabi accettano di vedere alla testa degli Stati Uniti un presidente criminale come George W. Bush anche gli occidentali devono accettare la volontà del popolo arabo anche se questi scelgono islamisti. Poi per quanto riguarda i Fratelli Musulmani questi ultimi sono molto ambigui sulla questione di Camp David.

Pensa che il modello della Turchia possa imporsi come modello da imitare per l'Egitto e gli altri paesi arabi?
Credo che tutta questa percezione dell'occidente di voler vedere la Turchia come modello si basi su una concezione occidentale che solo gli islamisti possono governare e io non sono convinto di questo. La Turchia e' un paese industrializzato e ricco. Ha uno stato e un esercito forte. Non e' facile prendere questo paese come modello.

E il Libano aspetta la rivoluzione?
La rivoluzione in Libano e una grande parola.E' un paese molto diviso. La vera rivoluzione dovrebbe essere quella di creare una nuova corrente che possa mettere fine alla polarizzazione politica tra 8 e 14 marzo. Una corrente nazional-popolare trans confessionale. Una corrente che accetti le armi di Hezbollah che minimizzi il ruolo di difesa a Israele e che faccia più riforme socio-economiche perche il Libano ne ha molto bisogno.

19/02/2011
Fonte: www.peacereporter.net

La repressione non ferma la sollevazione popolare si espande anche nel Paese del dittatore sodale di Berlusconi. Da fonti mediche: a Bengasi è strage

CAOS A BENGASI E AL BAIDA SEDE TV INCENDIATA

«Quella che ho visto oggi a Bengasi è una vera e propria strage». È quanto ha affermato un medico della città libica, Suheil Atrash, nel corso di un'intervista telefonica con la tv araba 'al-Jazeerà. «Ci sono stati scontri tra i manifestanti e le forze della sicurezza libiche - ha affermato - i poliziotti hanno aperto il fuoco e si contano molti morti e feriti». Il medico sostiene «di sentire colpi d'arma da fuoco anche in questo momento mentre sto parlando al telefono». In particolare gli scontri sarebbero avvenuti subito dopo i funerali delle vittime delle violenze di ieri a Bengasi.
Tripoli, 19 feb. 2011 - (Adnkronos/Aki) -
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È sempre più in fiamme l'est della Libia - da Bengasi ad Al Baida e oltre, verso il confine con l'Egitto - nonostante il pugno di ferro messo il campo dal leader Muammar Gheddafi che, attraverso «i Comitati rivoluzionari e il popolo», ha minacciato «i gruppuscoli» anti-governativi di una repressione «devastante». Dopo le decine di morti (tra 28 e 50) di cui tra ieri e oggi è giunta notizia da varie località senza ottenere conferme indipendenti, stasera la Libia è letteralmente balzata al primo posto tra 'i Paesi della rivoltà. Le notizie in serata si susseguono a ripetizione, laddove riescono a filtrare attraverso la censura, nonostante i telefoni bloccati e le comunicazioni non facili che, anche via Internet, riescono a dribblare con estrema difficoltà il controllo del quarantennale regime di Gheddafi. Due poliziotti impiccati dai manifestanti ad Al Baida (terza città del Paese), la sede della radio incendiata a Bengasi (seconda città, da sempre 'ribellè), dove oggi ci sono state altre proteste e scontri. Le forze dell'ordine hanno successivamente ricevuto l'ordine di ritirarsi dal centro delle due località, ufficialmente «per evitare ulteriori scontri con i manifestanti e altre vittime». Ma nello stesso tempo non si allontanano, le circondano e prendono il controllo di tutte le vie d'accesso, sia per impedire a chi ha partecipato ai disordini di allontanarsi sia per bloccare eventuali civili o miliziani intenzionati ad unirsi alla piazza. Queste, le notizie dalle fonti ufficiali. Alle quali in serata si è unito il sito di un giornale online vicino al figlio riformista di Gheddafi, Seif al Islam, che ha ammesso 20 morti a Bengasi e sette a Derna, dove oggi si sono celebrati i funerali delle vittime di ieri. Oggi ci sono stati morti anche in due prigioni dove i detenuti avrebbero approfittato della situazione instabile per scatenare una rivolta: sei sarebbero stati uccisi a Jadaida, nella capitale; numerosi sono invece riusciti a fuggire dalla prigione al-Kuifiya di Bengasi, ed hanno poi appiccato il fuoco all'ufficio del procuratore generale, a una banca e a un posto di polizia. Poi, da un esule libico che vive in Svizzera, arrivano notizie simili ma con un punto di vista diverso. Al Baida e Derna sono ormai «due città libere» e «il potere è passato al popolo», proclama Hassan Al-Jahmi - uno dei promotori della 'Giornata della Collera« - ai sui circa 30.000 simpatizzanti su Facebook. E su Youtube un video amatoriale mostra incidenti a Tobruk, con un monumento di cemento al 'Libro Verdè di Gheddafi, simbolo della sua rivoluzione, gettato giù dal suo piedistallo. A Tripoli invece, per tutta la giornata la vita è andata avanti abbastanza normalmente. Gheddafi si è fatto vedere nel centro della città, nella Piazza Verde, dove è stato salutato con entusiasmo dai suoi sostenitori. Non ha parlato ma hanno parlato i comitati rivoluzionari: una risposta »violenta e fulminante« colpirà - hanno detto - gli »avventurieri« che protestano, e qualunque tentativo di »superare i limiti« si trasformerà in »suicidio«.
(ANSA) 18 FEBBRAIO 2011

17 febbraio 2011

Non c'è più da attendere. È tempo che questo sciopero generale e generalizzato si faccia il prima possibile


Sosteniamo lo sciopero generale e generalizzato dell’11 marzo

L’11 marzo è stato convocato uno sciopero generale per sostenere esigenze e diritti di lavoratori e ceti popolari, contro le politiche del governo e i diktat di Confindustria, che pretendono ormai di negare loro ogni rappresentanza e centralità mentre la crisi economica avanza.

Proprio l’11 e 12 marzo i governi europei vareranno regole pesantissime per il rientro forzato del debito pubblico dei paesi membri; regole che, per l’Italia, significheranno ulteriori e devastanti misure antisociali sui servizi, i salari, la previdenza, i beni comuni.

Il governo italiano ha già fatto sapere che intende adeguarsi ai nuovi parametri, accentuando i provvedimenti già avviati in questi anni.

Crescita delle disuguaglianze sociali, sottrazione di reddito e diritti ai lavoratori, abbassamento generale delle aspettative sociali e culturali del paese, indicano che - dentro la crisi – sono lavoratori, precari, disoccupati, utenti dei servizi pubblici a pagare i costi più elevati. E a vedersi negata persino la possibilità di resistere sul piano della democrazia e della rappresentanza sindacale.

Di tale scenario e di tale futuro si sono rivelate ben consapevoli le piazze degli studenti, dei precari, dei metalmeccanici, che ormai da troppo tempo chiedono uno sciopero generale e generalizzato che mandi un segnale chiaro e forte al governo italiano ed a quelli europei, alla Fiat e Confindustria, per contrastare apertamente la “lotta di classe dall’alto” dichiarata da Marchionne e dal sistema delle imprese.

Non c'è più da attendere. È tempo che questo sciopero generale e generalizzato si faccia il prima possibile.

Riteniamo per questo che lo sciopero proclamato per l’11 marzo raccolga questa esigenza e segni un primo punto di rilancio a tutto campo del conflitto sociale nel nostro paese; per riaffermare come irrinunciabili i diritti, la democrazia, i salari e la dignità di lavoratori, precari, disoccupati, studenti e utenti dei servizi.

Primi firmatari :
Valerio Evangelisti (scrittore); Gianni Vattimo (eurodeputato); Angelo D'Orsi (docente universitario, Torino) ; Manlio Dinucci (saggista e giornalista); Margherita Hack (astrofisica)
Giorgio Gattei (docente università, Bologna); Claudio De Fiores (costituzionalista); Pietro Adami (giurista); Franco Russo (giurista); Annamaria Rivera (docente universitaria); Antonia Sani (insegnante, comitato Scuola e Costituzione); Fabio Marcelli (giurista); Enrico Campofreda (giornalista); Luciano Vasapollo (docente universitario); Vittorio Agnoletto (medico); Franco Ragusa (giurista); Emilio Molinari (campagna mondiale per l'acqua); Isidoro Malandra (giurista)
Nella Ginatempo (docente universitaria, Messina); Maurizio Donato (docente Università di Teramo)…..

17/02/2011

16 febbraio 2011

Nessun integralismo ma il pericolo del trasformismo dei grandi interessi: forze armate e diplomazie proveranno ad annacquare la voglia di democrazia

Una rivolta “povera” senza armi, striscioni e l’appoggio dei vecchi partiti laici e religiosi

Quello che sta succedendo nel mondo arabo e in particolare in Egitto e Tunisia, liberate dalle dittature, cosa succede nello Yemen, in Giordania e in Algeria, sta a dimostrare che è terminato un periodo nel quale quasi tutti i paesi arabi hanno convissuto con la paura. Hanno convissuto con la repressione, spesso feroce, con sistemi assolutamente autoritari, dittatoriali, dispotici, con una componente di corruzione molto evidente, con dei regimi che hanno escluso per anni buona parte della popolazione dalla partecipazione alla vita pubblica e politica, non solo impaurendo ma anche impoverendo. In conseguenza di tutto questo le manifestazioni di oggi sono caratterizzate da due elementi: da una parte la rivendicazione della libertà e dall’altra parte la richiesta di giustizia sociale e soprattutto la richiesta di dignità.

Dopo la caduta del muro di Berlino nell”89 il mondo arabo è rimasto fuori da qualsiasi dialettica di cambiamento; le manifestazioni di oggi dimostrano che il clima di paura e di terrore è terminato e siamo di fronte all’avvio di un nuovo processo. Quali saranno le fasi, i traguardi, le interpretazioni della vita pubblica è tutto da vedere, ma intanto queste manifestazioni danno un segnale molto preciso: le popolazioni dei paesi arabi non sono più disposte a sopportare né le condizioni economiche né le condizioni politiche in cui vivevano da anni.

Vorrei utilizzare un’immagine per esplicitare meglio le condizione in cui si sono trovati questi popoli, ossia quella di un triangolo, che ha funzionato in tutti questi anni come un recinto di repressione e di dispotismo assoluto. Un triangolo composto, per un lato, dall’ondata di un certo integralismo religioso che era privo di una progettualità e chiarezza, di una reale interpretazione dei bisogni e delle esigenze delle popolazioni; per un altro lato dai sistemi di governi secolari, dispostici, familistici e spesso corrotti; come terzo lato infine l’ingerenza di potenze straniere che hanno sorretto i regimi, un appoggio che certamente ha giocato un ruolo determinante nel favorire per lunghi decenni l’operato di combriccole autoritarie e violente. Le potenze straniere che hanno sostenuto questi regimi spesso sono rimaste in silenzio rispetto alle violazioni di diritti elementari delle popolazioni.

Oggi tutti questi elementi che hanno sorretto i regimi dell’area si trovano in crisi di fronte a quello che è avvenuto, ai movimenti di base che si sono ribellati alla loro condizione. Sia nel caso egiziano sia in quello tunisino i partiti detti di opposizione ufficile- ma un’opposizione spesso meno che decorativa- sono stati scavalcati, ma anche la stessa opposizione, quella reale, quella che ha vissuto per decenni in una situazione di repressione quasi totale, è stata scavalcata da queste forze popolari che ora stanno rivendicando – pagando anche un alto prezzo- un accesso alla partecipazione politica e un nuovo ruolo dello stato come garante delle esigenze di larga parte della popolazione.

Quel triangolo su cui si basavano questi regimi è ora in frantumi: sia i regimi, sia gli stessi movimenti integralisti, sia le potenze straniere si trovano in forte difficoltà di fronte agli avvenimenti attuali. C’é da dire che questi movimenti non nascono dal nulla, non nascono come mera sollevazione spontanea per rivendicare il pane; stiamo parlando di popoli che hanno una storia millenaria, hanno una coscienza e un senso di sé come tanti altri popoli nel mondo, soprattutto hanno una storia di lotta di liberazione dal giogo del potere colonialista. In alcuni periodi le popolazioni si sono mosse in termini di rivolta, di ribellioni, anche se, essendo popolazioni disarmate senza aiuti esterni, spesso sono state represse nel sangue. Molti degli attivisti sono stati torturati, incarcerati, esiliati, però attualmente sembra che la paura e la repressione non siano sufficienti per arginare questo flusso “rivoluzionario” di rivendicazioni che chiedono la fine di regimi impopolari, della corruzione, del marciume, per ottenere giustizia sociale, libertà e dignità, evidenziando una consapevolezza politica molto matura.

Ritengo elementi determinanti la mancanza di libertà e l’insicurezza dei cittadini. Il sentirsi perseguitati (perfino in casa propria) come persona umana, ha avuto un peso notevole e importante. Ricordiamoci inoltre che, se negli anni ’60 e ‘ 70 questi stati hanno avuto un percorso economico che ha garantito una redistribuzione del reddito e la creazione di un minimo di Welfare, oggi questo è venuto meno, molte proprietà dello stato sono state privatizzate, anzi in molti casi accaparrate, “familizzate” dai parenti di chi gestiva il potere, che agli occhi della gente è strapotere assoluto.

In regimi così repressivi non ci sono neppure luoghi dove la gente può ritrovarsi; spesso non ci sono né spazi né riferimenti per le organizzazioni della società civile. Per questo strumenti come Twitter, facebook, cellulari, sms sono diventati sussidi per scambiare informazioni, per far sapere cosa sta accadendo nei vari luoghi, nelle varie situazioni. Oggi le connessioni sul piano telematico sono fortissime, sono connessioni che accorciano le distanze, anche popolazioni lontani dai luoghi del potere sono in grado di connettersi, accedere alle informazioni, acquisire conoscenze.

Da decenni assistiamo anche all’evolversi di una società civile mondiale dove avviene uno scambio di linguaggi, di temi come la giustizia, la libertà. Negli ultimi decenni questi processi sono divenuti più celeri. La televisione Al Jazeera ad esempio è diventata un luogo virtuale dove le persone possono partecipare, riconoscersi in una serie di contenitori culturali e politici, dove avvengono continuamente svolto dibattiti su temi sensibili, delicati in cui vengono presentati punti di vista completamente diversi. Nel caso di quello che è avvenuto in Tunisia, di fatto, da metà dicembre AJ è stata censurata nel momento in cui il regime ha capito l’importanza delle capacità di questa televisione di seguire le rivolte nei diversi luoghi del Paese, il luogo dove i tunisini si informano sui loro accadimenti e sulle manifestazioni di sostegno delle altre popolazioni arabe. Durante una trasmissione un cittadino tunisino intervistato ha detto che il 70% di quello che è avvenuto, il successo della rivolta è stato reso possibile grazie ad AJ, ma non perché AJ fomentava o sosteneva, ma perché documentava, faceva vedere quello che avveniva, mentre la televisione di stato nascondeva tutto.

Le date del 14 ed 25 gennaio 2011 saranno incise nella profondità dell’immaginario delle genti arabe. Popolazioni che da lunghi anni sono in attesa di riscatto per scrollarsi di dosso un orribile cumulo di fallimenti e di sconfitte sui tutti piani e specialmente il perpetuarsi delle sofferenze dei palestinesi e la drammatica situazione delI’Iraq.

Questa rivoluzione è nata dal basso, senza alcun sostegno esterno, a differenza delle “rivoluzioni a colori” sostenute da potenze straniere. Sono manifestazioni non funzionali a nessun progetto di potenza grande, media o piccola, sono manifestazioni di disobbedienza civile, disarmate, quindi non violente e questo confuta il fatto che da anni si va sostenendo in Europa, che la società musulmana si identifica con la violenza. La seconda questione è che con queste manifestazioni non ci si muove per questioni religiose, per difendere chissà quale astratta sacralità, ma per difendere la dignità di quei cittadini. Sono manifestazioni povere, non hanno neanche molti striscioni, sono manifestazioni dove si scrivono cartelli a mano, dove le parole d’ordine sono la libertà, la dignità, la democrazia, no al dispotismo (Istibdad), no alla corruzione (Fasad). La forza di queste manifestazioni è che sono sostenute da esponenti dei ceti medi, dagli operai , dai contadini, dalle donne, dagli uomini, dagli anziani e dai giovani. Sono movimenti popolari, non particolarmente ideologicizzati.

Questi movimenti non nascono, come si dice in Europa nel gergo politico, perché ci sono delle avanguardie che fomentano, che guidano. Le avanguardie se ci saranno nasceranno da questi movimenti, verranno fuori le persone che hanno partecipato effettivamente. Non è da trascurare la presenza di realtà politiche con un certo radicamento, perché queste manifestazioni non nascono dal nulla, ci sono state in passato mobilitazioni, rivolte e rivendicazioni che rappresentano dei riferimenti significativi per gli attivisti di oggi.

Oltre alle forze politiche a favore di un radicale cambiamento ci sono dei gruppi che hanno molti legami con vecchie e nuove potenze coloniali, ci sono personaggi che possono riciclarsi, possono rivendicare un linguaggio liberale, possono fare delle aperture di un certo tipo, molto moderate, con aggiustamenti di facciata, ma stanno attendendo l’occasione per inserirsi nel gioco e controllarne gli effetti. Certo che le potenze esterne proveranno a trovare delle strategie per impedire, far abortire, stroncare, nei migliori dei casi, trovare un compromesso per aggiustamenti timidamente liberali sul piano politico e sul piano economico. Ma non credo che siano sufficienti per dare risposte a esigenze di società dove circa il 60% della popolazione è giovane, con livelli di istruzione molto alti, aspettative molto alte, diverse dai loro genitori. Si ha a che fare con una nuova fascia della popolazione molto estesa che si sente totalmente esclusa, per cui gli aggiustamenti di facciata non potranno reggere a lungo, ma ci sarà bisogno di riforme radicali sul piano sia politico che economico, perché la gente è stanca di vivere in condizioni inaccettabili e di accettare il servilismo come ricetta per accedere a un nuovo progresso.

Adel Jabbar
14-02-2011

Adel Jabbar è sociologo ricercatore presso l'Università Ca' Foscari di Venezia. Vive in Italia da 30 anni. Nell'area della ricerca, della formazione e della mediazione culturale ha collaborato con vari enti e istituzioni (CENSIS, CNEL, Commissione per le politiche di integrazione).

http://domani.arcoiris.tv/

14 febbraio 2011

Egitto, articolo di Fidel: coraggiosa lotta contro colossali furti di Mubarak. Ma gli Usa non sapevano niente?


Sulla ribellione rivoluzionaria in Egitto.

Alcuni giorni fa ho detto che la sorte di Mubarak era segnata e che nemmeno Obama lo poteva salvare.

Il mondo conosce quello che sta accadendo in Medio Oriente. Le notizie circolano a velocità spaventosa. Ai politici basta appena il tempo per leggere i dispacci che giungo un’ora dopo l’altra. Tutti sono coscienti dell’importanza di quello che sta succedendo là.

Dopo 18 giorni di duro battagliare il popolo egiziano ha realizzato un importante obiettivo: far cadere il principale alleato degli Stati Uniti nel seno dei paesi arabi. Mubarak opprimeva e saccheggiava il suo stesso popolo, era nemico dei palestinesi e complice d’Israele, la sesta potenza nucleare del pianeta, associata al gruppo bellicoso della NATO.

Le Forze Armate dell’Egitto, con la direzione di Gamal Abdel Nasser, avevano deposto, gettandolo da parte, un Re sottomesso e avevano creato la Repubblica che, con l’appoggio della URSS difese la patria dall’invasione franco-britannica e israelita nel 1956 e preservò il possesso del Canale di Suez e l’indipendenza della sua millenaria nazione.

L’Egitto godeva per quello un elevato prestigio nel Terzo Mondo. Nasser era conosciuto come uno dei leaders più capaci del Movimento dei Paesi Non Allineati, alla cui creazione aveva partecipato con altri noti dirigenti di Asia, Africa e Oceania, che lottavano per la liberazione nazionale e l’indipendenza politica ed economica delle antiche colonie.

L’Egitto ha sempre avuto l’appoggio e il rispetto di questa organizzazione internazionale che raggruppa più di cento paesi. In questo momento, precisamente, questo fraterno paese presiede il Movimento per il periodo di tre anni che le corrisponde; l’appoggio di molti dei suoi membri alla lotta che oggi sferra il suo popolo non si farà aspettare.

Che cosa hanno significato gli Accordi di Camp David, e perchè il popolo eroico della Palestina difende tanto arduamente i suoi diritti più vitali?

A Camp David, con la mediazione dell’allora presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, il presidente dell’Egitto, Anwar el-Sadat, e il Primo Ministro israeliano Menahem Begin, firmarono i famosi accordi tra Egitto e Israele.

Si racconta che ci furono conversazioni segrete durante 12 giorni e che il 17 settembre del 1978 firmarono due accordi importanti: uno riferito alla pace tra Egitto e Israele, e l’altro relazionato con la creazione di un territorio autonomo nella Striscia di Gaza e Cisjordania, dove el-Sadat pensava - e Israele conosceva e condivideva l’idea - che sarebbe stata la sede dello Stato palestinese, la cui esistenza, così come quella dello Stato d’Israele, che l’Organizzazione delle Nacioni Unite aveva accordato il 29 novembre del 1947, nel mandato britannico della Palestina.

Dopo conversazioni ardue e complesse, Israele accettò di ritirare le sue truppe dal territorio egiziano del Sinai, anche se rifiutò categoricamente la partecipazione a quei negoziati di pace della rappresentazione della Palestina.

Come prodotto del primo accordo, nel periodo di un anno, Israele reintegrò all’Egitto il territorio del Sinaí occupato in una delle guerre arabo-israeliane.

In virtù del secondo, le due parti s’impegnavano a negoziare la creazione del regime autonomo in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. La prima, comprendeva un territorio di 5.640 chilometri quadrati e 2,1 milioni di h¡abitanti; e la seconda, 360 chilometri quadrati e 1,5 milioni di abitanti.

I paesi arabi s’indignarono per quel accordo in cui, secondo loro, l’Egitto non difendeva con sufficiente energia e fermezza uno Stato Palestinese, il cui diritto d’esistere era stato al centro delle lotte sferrate durante decenni dagli Stati arabi.

A un tale estremo d’indignazione giunse la reazione di questi che molti ruppero le relazioni con l’Egitto. Cosi, la Risoluzione delle Nazioni Unite del novembre del 1947, fu cancellata dalla mappa. L’ente autonomo non si creò mai, privando i palestinesi del diritto d’esistere come stato indipendente, e da questo deriva l’interminabile tragedia che si vive e che si doveva risolvere già almeno trent’anni fa.

La popolazione araba della Palestina è vittima di azioni di genocidio; le terre sono state strappate e private dell’acqua in quelle aree semidesertiche e le case distrutte con enormi martelli. Nella Striscia di Gaza, un milione e mezzo de persone sono sistematicamente attaccate con proiettili esplosivi, fosforo vivo e con le note granate “cacciatoti”. Il territorio della Striscia è bloccato via mare e via terra. Perchè si parla tanto degli accordi di Camp David e non si cita la Palestina?

Gli Stati Uniti somministrano le più moderne e sofisticate armi a Israele per un valore di migliaia di milioni di dollari l’anno. L’Egitto, un paese arabo, è stato trasformato nel secondo ricevente di armi nordamericane. Per lottare contro chi? Contro un altro paese arabo? Contro lo stesso popolo egiziano?

Quando la popolazione domandava rispetto per i suoi diritti più elementari e la rinuncia di un presidente la cui politica consisteva nello sfruttare e saccheggiare il suo proprio popolo, le forze repressive addestrate dagli Stati Uniti non hanno esitato a spararle contro, ammazzando centinaia di persone e ferendone migliaia.

Quando il popolo egiziano aspettava spiegazioni dal Governo del suo stesso paese, le risposte venivano da alti funzionari degli organi d’intelligenza o del governo degli Stati Uniti, senza alcun rispetto per i funzionari egiziani.

Forse i dirigenti degli Stati Uniti e i loro organi d’intelligenza non conoscevano una sola parola sii furti colossali del governo di Mubarak?

Prima che il popolo protestasse in massa da Piazza Tahrir, nemmeno i funzionari del governo, nè gli organi d’intelligenza degli Stati Uniti dicevano una sola parola dei privilegi dei furti vergognosi di migliaia di milioni di dollari.

Sarebbe un errore immaginare che il movimento popolare rivoluzionario in Egitto obbedisce teoricamente ad una reazione contro le violazioni dei suoi diritti più elementari. I popoli non sfidano la repressione e la morte, nè rimangono per notti intere a protestare con energia per questioni semplicemente formali. Lo fanno quando i loro diritti legali e materiali sono sacrificati senza pietà alle esigenze insaziabili dei politici corrotti e dei circoli nazionali e internazionali che saccheggiano il paese.

L’indice di povertà colpiva già la stragrande maggioranza di un popolo combattivo, giovane e patriottico, aggredito nella sua dignità, la sua cultura e le sue convinzioni.

Come si potrà conciliare la crescita incontenibile dei prezzi degli alimenti con le decine di migliaia di milioni di dollari che si attribuiscono al presidente Mubarak, ed ai settori privilegiati del governo e della società?

Non basta adesso che si conosca a quanto ascendono: si deve esigere che siano restituiti al paese.

Obama è preoccupato per gli avvenimenti in Egitto, e agisce o sembra agire come il padrone del pianeta. Quello dell’Egitto sembra una cosa sua. Non smette di parlare per telefono con i leaders di altri paesi.

L’agenzia EFE, per esempio, informa:

" Ha parlato con il primo ministro britannico, David Cameron; con il re Abdalá II di Giordania, e con il primo ministro turco, l’islamista moderato Recep Tayyip Erdogan."

“Il governante degli USA ha valutato il cambio storico spinto dagli egiziani ed ha riaffermato la sua ammirazione per i suoi sforzi. "

La principale agenzia d’informazione nordamericana AP, trasmette ragionamenti degni d’attenzione:

"Gli Stati Uniti sollecitano i governanti nel Medio Oriente, d’inclinazione occidentale, amichevoli con Israele e disposti a cooperare nella lotta contro l’estremismo islamico, al tempo in cui proteggono i diritti umani."

"Barack Obama ha redatto una lista di requisiti ideali impossibili da soddisfare dopo la caduta dei due alleati di Washington in Egitto e a Tunisi per le rivolte popolari che, secondo gli esperti, si propagheranno nella regione."

"Non esiste prospetto con questo curriculum d’illusioni ed è molto difficile che ne appaia uno rapidamente. In parte si deve al fatto che negli ultimi 40 anni, gli Stati Uniti hanno sacrificato i nobili ideali dei diritti umani che tanto propugna, in cambio della stabilità, la continuità e il petrolio in una delle regioni più volatili del mondo."

"L’Egitto non sarà più lo stesso, ha detto Obama venerdì 11, dopo i festeggiamenti per la partenza di Hosni Mubarak."

"Mediante le loro proteste pacifiche, ha detto Obama, gli egiziani hanno trasformato illoro paese e il mondo”.

"Anche quando persiste il nervosismo tra vari governi arabi, le cupole di fiducia in Egitto e a Tunisi, non hanno dato segnali d’essere disposte a cedere potere nè la vasta influenza economica che hanno avuto."

"Il governo di Obama ha insistito che il cambio non dovrebbe essere di

personalità. Il governo statunitense ha fissato questa posizione da quando il presidente Zine El Abidine Ben Ali è fuggito, in gennaio, da Tunisi, il giorno dopo che la segretaria di Stato, Hillary Rodham Clinton, aveva avvisato i governanti arabi in un discorso in Qatar che senza una riforma della fondamenta dei loro paesi, sarebbero affondati nella sabbia."

La gente non si mostra molto docile in Piazza Tahrir.

Europa Press narra:

"Migliaia di manifestanti sono giunti in piazza Tahrir, l’epicentro delle mobilitazioni che hanno provocato la rinuncia del presidente del paese, Hosni Mubarak, per rafforzare coloro che continuano che continuano ad occupare qusto luogo, nonostante il tentativo della Polizia militare di allontanarli, ha informato la catena britannica BBC.

"Il corrispondente della BBC presente nella centrale piazza di El Cairo ha assicurato che l’Esercito si st mostrando indeciso di fronte all’arrivo di nuovi manifestanti"

"Il nucleo duro […] è situato in uno degli angoli della piazza.

[…] hanno deciso di rimanere in Tahrir […] per assicurarsi che si compiano tutti i loro reclami ."

Indipendentemente da quello che accade in Egitto, uno dei problemi più gravi che affronta l’imperialismo in questo momento è il deficit di cereali che ho analizzato nella Riflessione del 19 gennaio.

Gli Stati Uniti usano una parte importante del mais che coltivano e un alto indice del loro raccolto di soya per la produzione di biocombustibili.

L’Europa da parte sua, utilizza milioni di ettari di terra con questo proposito.

Come conseguenza del cambio climatico originato fondamentalmente dai paesi sviluppati e ricchi, si sta creando un deficit di acqua dolce e di alimenti incompatibile con la crescita della popolazione, a un ritmo che la condurrà a 9.000 milioni di abitanti in appena 30 anni, senza che l’Organizzazione delle Nazioni Unite e i governi più influenti del pianeta, dopo le defraudanti riunioni di Copenaghen e Cancún, abbino avvisato e informato il mondo di questa situazione.

Appoggiamo il popolo egiziano e la sua coraggiosa lotta per i suoi diritti politici e la giustizia sociale.

Non stiamo contro il popolo d’Israele, stiamo contro il genocidio del popolo palestinese e a favore del suo diritto ad uno Stato indipendente.

Non stiamo a favore della guerra, ma a favore della pace tra tutti i popoli.

Fidel Castro Ruz
13 Febbraio del 2011
(DA CUBADEBATE)
(Traduzione Gioia Minuti)

12 febbraio 2011

Intervista a Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista: «Uscire da questa crisi? Si può fare. Da sinistra»

Sconfiggere la proposta neocentrista del Pd proponendo un fronte democratico

Occorre uscire dalla politica di palazzo e dalla discussione morbosamente centrata su Berlusconi per rimettere al centro la questione sociale. «La decisione di fare una campagna di massa sulle questioni sociali nasce da qui: occorre dare una risposta praticabile di uscita a sinistra dalla crisi e su questo costruire un movimento di massa», spiega a Liberazione Paolo Ferrero in un’intervista incastonata all’indomani di un’importante riunione di direzione e alla vigilia di un convegno a Roma sui vent’anni del partito.

Dopo i segnali degli studenti e dei metalmeccanici, però, le opposizioni parlamentari sembrano incapaci di muoversi.
In questi mesi l’opposizione ha privilegiato l’azione di palazzo, infatti. Prima inseguendo l’idea di un governo tecnico e ora con la proposta di D’Alema di andare alle elezioni con Fli e Udc, che è la continuazione della manovra di palazzo. Tutto ciò, però, non costruisce mica l’alternativa al berlusconismo ed esiste il rischio che Berlusconi riesca a restare in piedi. Ma in quello scenario le cose non resterebbero invariate. Succederebbe come all’indomani del delitto Matteotti che, non essendo riusciti a farlo cadere, Mussolini ne uscì rafforzato.

Ma è possibile in questo quadro che l’opposizione cambi terreno prima che la crisi eroda quel che rimane delle conquiste del Novecento?
Noi lavoriamo per questo. Per prima cosa si deve passare da una discussione tutta assorbita sul versante del palazzo a una discussione nella società. La direzione di ieri, appunto, è stato un primo momento di elaborazione per una campagna di massa sulla questione sociale che si ponga obiettivi praticabili e capaci di cambiare il segno ai processi. In gioco c’è la costruzione di una alternativa a Berlusconi e Marchionne, cioè alla gestione capitalistica alla crisi.

Dov’è la novità rispetto a strade percorse finora?
Noi proponiamo una piattaforma chiara e praticabile. Una redistribuzione del reddito verso il basso, la creazione di nuovi posti di lavoro con la riconversione ambientale, il blocco delle delocalizzazioni, il rilancio di scuola, università e cultura. Tutte cose attuabili con una tassa patrimoniale al di sopra degli 800mila euro - oggi l’1% della popolazione possiede il 13% delle ricchezze e il 60% si spartisce il 13% - con la lotta all’evasione fiscale, tagliando le grandi opere, recuperando i soldi pubblici dati alle imprese che delocalizzano, tagliando di un quinto le spese militari. La novità sta nel tentativo di andare oltre il livello della propaganda episodica costruendo su queste proposte concrete e immediatamente praticabili, una vera e propria campagna fatta di volantini, dibattiti, proposte di legge regionali, delibere consiliari, costruzione di vertenze concrete con i disoccupati e i lavoratori. Una campagna per dire che dalla crisi si può uscire e noi avanziamo proposte concrete, denunciando che i soldi ci sono, è solo un problema di volontà politica distribuirli. Una campagna di massa - collegata alla richiesta di sciopero generale e alle campagne per i no ai referendum - per battere il senso di impotenza che attanaglia la nostra gente.

Ma come si batte elettoralmente Berlusconi?
Su questo piano bisogna sconfiggere la proposta neocentrista del Pd proponendo al contrario un fronte democratico, che unisca Pd e forze di sinistra, e che sia fondato sul rispetto e lo sviluppo della Costituzione e sul superamento del bipolarismo. Senza Fli e Udc quindi. Il Cln non fu costituito dai gerarchi fascisti che avevano defenestrato Mussolini nel gran consiglio del fascismo del luglio ’43; il Cln lo hanno costituito i partiti antifascisti. Il Pd dovrebbe ricordarsene prima di cercare di imbarcare Fini che ha condiviso tutti i peggiori provvedimenti del governo Berlusconi. Ma l’aggregazione tra il Pd e le sinistre deve riuscire a definirsi perché se si creasse solo come risulta del rifiuto di altri quell’alleanza non diventerebbe senso comune. Ecco, la campagna sociale che vogliamo far partire serve anche a questo, a dialogare, a sintonizzarsi con quanti si sono schierati con la Fiom - penso a Unitcontrolacrisi - a trovare una piattaforma comune. Perché uno schieramento che escluda le forze che hanno cinguettato con Berlusconi non è ancora l’alternativa al Berlusconismo. Mezzo Pd, come sai, sta con Marchionne.

Certo che i vent’anni del percorso di Rifondazione e il prossimo congresso non potevano cadere in una fase più complicata.
Finora la nostra storia è stata scritta dagli altri, in particolare da chi ha fatto le diverse scissioni. Vogliamo cominciare a fare noi la nostra storia, vogliamo fare un bilancio del nostro percorso, anche degli errori compiuti, che ci aiuti a fare un passo in avanti nel processo della rifondazione comunista. Vogliamo rileggere la nostra storia – di cui non ci vergogniamo – per andare avanti, non per restare girati indietro. Anche il congresso dovrà quindi porsi un duplice obiettivo. Da un lato l’obiettivo di fare un passo in avanti concreto nella rifondazione comunista, cioè nell’elaborazione di un pensiero e di una pratica comunista efficace. Dall’altra di fare un passo in avanti sulla strada di costruire un polo autonomo della sinistra anticapitalista: la federazione. Noi vogliamo fare un congresso che elabori una proposta di fase, con cui dialogare con tutti i comunisti e a tutte le comuniste comunque collocate, per ricercare un percorso unitario. L’unità deve essere ricercata a partire da una proposta politica chiara e – si spera – efficace. Vogliamo quindi costruire un congresso di proposta e unitario, che superi ogni tendenza all’autoconservazione.

di Francesco Ruggeri
(Liberazione del 12 febbraio 2011)

Il DNA della politica italiana: ecco uno dei tanti casi di passaggio sulla sponda destra dopo essere cresciuto e pasciuto a sinistra


Giuliano Cazzola: un altro “Ministro della verità” del Berlusconi IV

Anche nel corso degli anni più bui della storia repubblicana, il confronto/scontro tra i partiti e le tensioni tra una parte degli stessi e la Magistratura, non produssero alcuna evidente frattura istituzionale.
In effetti, sebbene le inchieste relative alla c.d. “Tangentopoli” coinvolgessero, in particolare, quella stessa Procura di Milano - sulla quale (anche) oggi tanto si disquisisce - e alcuni degli uomini politici che avevano “fatto la storia” del nostro tormentato Paese, tutto si svolte nel sostanziale rispetto delle prerogative costituzionali e della separazione dei poteri.
Oggi siamo, invece, in una condizione che non esiterei a definire di natura straordinaria.
Quando un Presidente del Consiglio in carica arriva a dichiarare l’intenzione di “fare causa” allo Stato, bisogna, evidentemente, ritenere di essere giunti ai limiti della civile convivenza.
Certo, si potrebbe (facilmente) obiettare che l’attuale Premier ci ha (da tempo) abituati a registrare “smentite” e “rettifiche” - se non vere e proprie “ritrattazioni” - resta però un dato incontrovertibile: quest’ulteriore “esternazione” è l’ultima di una (già troppo) lunga e insopportabile serie.
Tra i magistrati, definiti “persone mentalmente disturbate” e la Corte Costituzionale che “abroga le leggi in osservanza dei desideri dei Pm”, c’è, purtroppo, solo l’imbarazzo della scelta!
La conseguenza è rappresentata dall’imbarbarimento dei rapporti e dei comportamenti.
Dal quale, purtroppo, nessun si salva.
Dal Tricolore, cui un noto pregiudicato (sentenza definitiva della Cassazione del 15 giugno 2007) - attuale ministro per le riforme di questo nostro sventurato Paese - assegnava una vile funzione, ai comici e agli studenti, cui - con discutibile sfoggio di grazia e femminilità - la Santanchè, sottosegretario all’attuazione del programma(!) del Berlusconi IV, mostra il dito medio!
Persino il Capo dello Stato non sfugge a questi miserevoli attacchi.
Naturalmente, il prestigio dell’istituzione, costringe anche i più beceri rappresentanti del centrodestra a usare il massimo delle cautele possibili.
Si realizza, quindi, nell’interlocuzione con il Quirinale, la salvaguardia della forma, salvo poi, nella sostanza, rasentare il vilipendio. E’ il caso, per esempio, di un articolo - pubblicato da quello che una volta era il glorioso quotidiano del Psi e oggi scaduto a modesto “amplificatore berlusconiano” - attraverso il quale il “superpentito” (rispetto alla Cgil e alla sinistra) Giuliano Cazzola, quale novello Winston (“1984” di George Orwell), altera e manipola - travisandone il senso - le stesse dichiarazioni del Presidente.
Infatti, di là del consueto (e ormai retorico) attestato di profonda stima nei confronti della persona e rispetto del ruolo istituzionale, Cazzola, pur esordendo dichiarando l’intenzione di voler semplicemente esprimere “qualche dubbio” sull’operato di Napolitano - rispetto ai tre lavoratori licenziati dalla Fiat a Melfi, al “Collegato lavoro” e alla vicenda Mirafiori - finisce per contestarne, nel metodo e nel merito, i comportamenti e le prese di posizione.
Con l’aggravante, a mio parere, di offrirne una gratuita, parziale e personalissima, interpretazione.
Tra l’altro, in qualità di esponente del centrodestra e al pari di tanti altri colleghi - di partito e di schieramento - Cazzola non è nuovo a performance di questo tipo.
La tecnica è (ormai) ampiamente collaudata e solo quelli che personalmente definisco distratti “a contratto” o sordo/ciechi “a intermittenza”, possono continuare a fingere di non riuscire ancora a realizzarne forme e contenuti.
In effetti, attraverso l’articolo del 14 gennaio scorso, Cazzola avviava le sue considerazioni definendo “ampiamente motivate” le critiche espresse da Napolitano in merito alle norme su conciliazione e arbitrato (si ricorderà che le stesse avevano prodotto il rinvio alle Camere del c.d. “Collegato lavoro”).
Contemporaneamente, però, l’autore sosteneva che il Presidente era “intervenuto con modalità e argomenti” che, in sostanza, avevano finito con il rappresentare un autorevole sostegno alla posizione oltranzista e antistorica della Cgil, contraria, a suo parere, “a qualsiasi tentativo d’innovazione(!) delle relazioni industriali”.
Nulla di più falso e strumentale.
Infatti, a prescindere dalla bontà o meno della posizione (complessivamente) espressa dalla Cgil - tanto legittima quanto condivisa da alcuni tra i massimi esperti di Diritto del lavoro - Napolitano si era, doverosamente, limitato a esercitare una precisa prerogativa costituzionale, segnalando alcune incongruenze che - solo incidentalmente - erano già state rilevate (anche) da autorevoli consulenti della stessa organizzazione sindacale.
Tacciare, quindi, il Capo dello Stato di sostanziale “collaborazionismo” con un sindacato al quale Cazzola - dopo l’esaurimento della sua (non particolarmente esaltante) esperienza di dirigente nazionale - non ha mai risparmiato critiche, né lesinato acredine e livore, rappresentava, nei fatti, un’equiparazione degli atti d’accusa.
In quella stessa occasione, Cazzola definiva “ancora più discutibile, nel metodo e nel merito”, la risposta che il Presidente - con inusuale sollecitudine, a suo parere - aveva indirizzato ai tre lavoratori della Fiat di Melfi.
Gli stessi avevano scritto a Napolitano affinché, in qualità di garante della Costituzione e dello Stato di diritto, si rendesse artefice del ripristino del libero esercizio dei diritti sindacali e richiamasse i protagonisti della vicenda al rispetto delle leggi.
In particolare, i lavoratori - prima licenziati e successivamente “reintegrati” - reclamavano il diritto a essere riammessi al loro posto di lavoro e non costretti, invece, a percepire la retribuzione senza lavorare. Null’altro che il rispetto della propria dignità!
Come a tutti noto - a parte Cazzola, evidentemente - il Presidente aveva risposto alla lettera-aperta con particolare cautela e profondo rispetto delle prerogative di ciascuna delle parti in causa.
Infatti, nell’esprimere “rammarico per la tensione creatasi, in relazione ai licenziamenti e, successivamente, per la mancata reintegrazione nel posto di lavoro sulla base della decisione del Tribunale” - nonché “compreso” lo stato di frustrazione dettato dal “percepire la retribuzione senza lavorare” - Napolitano aveva espressamente dichiarato di rimettersi alle decisioni dell’Autorità Giudiziaria, proprio “per rispetto di quelle regole dello Stato di diritto” invocate nella missiva.
L’unica “licenza” consentitasi fu rappresentata dal manifestare il “vivissimo auspicio che il grave episodio” - percepire la retribuzione senza lavorare - potesse essere superato, “nell’attesa di una conclusiva definizione del conflitto in sede giudiziaria”.
A ben vedere, soltanto un autorevolissimo invito alla Fiat di consentire quanto previsto dalla Carta Costituzionale. Il rispetto della dignità del lavoro e dei lavoratori!
Ebbene, il tutto, agli occhi di Cazzola - in ossequio alla pratica di diffuso “strabismo istituzionale”, cui il Presidente del Consiglio in carica ricorre (costantemente) nel separare, ad esempio, le fantomatiche e famigerate “toghe rosse” dai magistrati che mostrerebbero benevolenza e accondiscendenza - si trasforma in un potenziale tentativo di condizionamento della decisione del magistrato di turno.
Altrettanto scorretto fu, a mio parere, il riferimento alla posizione assunta dal Quirinale rispetto alla vicenda Fiat Mirafiori.
In effetti, per aver dichiarato “C’è un rapporto difficile, un confronto che è diventato molto duro. Mi auguro che nelle relazioni industriali, oggetto di contenzioso alla Fiat, si trovi di nuovo un modo più costruttivo di discussione”, a Napolitano fu, addirittura, addebitato l’ennesimo (e improvvido) “assist” a quella che, per Cazzola - come per Sacconi, Tremonti, Brunetta, Ichino e & - è diventata una vera e propria ossessione da esorcizzare: la Cgil.
Altrettanto miserevoli le critiche (sottintese) al Quirinale per aver dato - all’epoca dell’approvazione del decreto Gelmini - udienza agli studenti in lotta.
In definitiva, una sequenza di malcelati attacchi che, periodicamente, smentiscono i pur frequenti (e formali) attestati di stima; salvo guardare al lui come “il comunista del Colle”!

di Renato Fioretti
collaboratore redazionale di Lavoro e Salute