31 gennaio 2011

Così la democrazia scuote il Medio Oriente. L'esempio egiziano


Dalla Tunisia all’Egitto, aria di libertà che fa girar la testa

Tensione al massimo in Egitto. Il presidente della commissione degli affari esteri dell'Assemblea, membro del Partito nazionale democratico (Pnd) che è al potere, ha chiesto al presidente Mubarak «riforme senza precedenti» onde evitare una «rivoluzione». Mostapha Al-Fekki, il 28 gennaio, ha aggiunto ai microfoni della tv al-Jazeera: «La scelta securitaria da sola non basta e il presidente è il solo in grado di far cessare questi avvenimenti». Alcune testimonianze parlano di fraternizzazione fra poliziotti e manifestanti. Le prime crepe che annunciano crolli più importanti? Cosa farà l'esercito, pilastro del potere? Decine di migliaia di egiziani continuano a manifestare al Cairo, ad Alessandria, a Suez e nelle grandi città del paese. Dappertutto ci sono stati scontri con la polizia e il potere ha preso misure eccezionali per isolare questo paese di 80 milioni di abitanti dal resto del mondo – l'interruzione di internet è «una novità mondiale» titolava una notizia dell'agenzia France Presse (Afp). Tuttavia, le immagini trasmesse coi telefonini o le televisioni satellitari hanno impedito la messa in quarantena del paese.
Nello stesso momento, in Giordania e nello Yemen, migliaia di persone scendevano in strada e invitavano a seguire l'esempio tunisino. Per ognuno di questi casi, c'è uno specifico contesto: tensioni tra il Nord e il Sud dello Yemen; frizioni tra giordani «originari» e palestinesi; la questione dei copti in Egitto, ecc. Ma, allo stesso tempo, l'esplosione è nata da un medesimo accumulo di problemi, di frustrazioni, di aspirazioni comuni all'insieme della regione. In primo luogo, il persistere di regimi autoritari che non rendono mai conto ai loro cittadini. Se esiste (o piuttosto esisteva) un'«eccezione araba», era proprio questa: la longevità senza precedenti di questi regimi.
Anche la grande ondata di democratizzazione che ha investito l'Europa dell'est, l'Africa, l'America latina, si è infranta sul muro delle dittature mediorientali e maghrebine: in Egitto, Mubarak è presidente dall'82, Ali Abdallah Saleh dirige lo Yemen dal 1978 e, ad Amman, Abdallah II è succeduto nel 1999 a suo padre, che era arrivato al potere nel 1952. Per non parlare della Siria, dove Bachar Al-Assad ha sostituito suo padre che aveva preso il potere nel 1970; oppure del Marocco dove il re Mohammed VI, nel '99, è subentrato al padre che aveva regnato a partire dal 1961, e della Libia dove Gheddafi imperversa dal 1969 e prepara suo figlio a succedergli. Quanto a Ben Ali, governava senza riserve dal 1989. Inoltre, in condizioni diverse a seconda di ogni paese, vengono calpestati i diritti individuali, politici e di espressione del cittadino. Il moukhabarat, la polizia segreta, impone il suo strapotere e non di rado, in Egitto e altrove, maltratta, tortura, uccide.
La pubblicazione da parte di Wikileaks dei telegrammi provenienti dall'ambasciata degli Stati uniti al Cairo confermano quel che tutti sapevano (compreso Nicolas Sarkozy) — ma che non impediva agli uni e agli altri di omaggiare quel fedele alleato dell'Occidente, pur denunciando comportamenti simili in Iran.
Questo totale arbitrio, che si manifesta anche nella vita quotidiana e che mette i cittadini alla mercè delle forze dell'ordine, alimenta una rivolta che esprime ovunque una sete di dignità. Tutti questi regimi si sono accaparrati non solo il potere politico, ma si sono imposti nel campo economico, agendo spesso da veri predatori delle ricchezze nazionali, come in Tunisia. Lo stato nato dalle indipendenze, che aveva sovente assicurato ai suoi cittadini un minimo di protezione, una certa copertura sociale, un accesso all'insegnamento, si è disgregato sotto le bordate della corruzione e della globalizzazione. Anche l'ingresso all'università che, un tempo, in Egitto consentiva un impiego nel funzionariato, non offre più possibilità a una gioventù sempre più frustrata nel vedere i «nuovi ricchi» pavoneggiarsi. Negli anni '70, il boom petrolifero aveva offerto un'uscita d'emergenza a molti, che emigrarono nel Golfo; questa regione non è più capace di assorbire i flussi crescenti di disoccupati. Le cifre di crescita ostentate da questi campioni del liberismo economico – l'Egitto, la Tunisia o la Giordania erano spesso oggetto di rapporti elogiativi delle organizzazioni finanziarie internazionali – mascheravano male la povertà crescente. Da diversi anni, si erano affermati dei movimenti sociali, sia in Egitto – scioperi operai, lotte contadine, manifestazioni nei quartieri periferici delle grandi città, ecc. - che in Tunisia (Gafsa), in Giordania o nello Yemen. Mai, però, si era espressa in modo aperto e di massa la volontà di cambiamento politico. L'esempio tunisino ha fatto saltare il tappo.
Si può rilevare anche che la lotta contro Israele, che offre spesso ai regimi del Medioriente un argomento per mantenere la loro presa – in nome dell'unità contro il nemico sionista – non sembra più bastare.L'Egitto e la Giordania hanno firmato accordi di pace con Israele, e l'insieme del mondo arabo sembra incapace di reagire al lento annientamento dei palestinesi.
Ma non bisogna farsi trarre in inganno: un editorialista americano, Robert Kaplan, faceva notare sul New York Times (24 gennaio) che «non sono i democratici ma gli autocrati come Sadat o il re Hussein che hanno fatto la pace con Israele. Un autocrate solidamente al potere può fare concessioni più facilmente di un dirigente debole ed eletto...». Quindi, rivolgendo un appello ai dirigenti americani a sostenere gli «autocrati» arabi, Kaplan si chiedeva: «Vogliamo davvero che dirigenti illuminati come il re Abdallah di Giordania vedano il loro potere distrutto da imponenti manifestazioni di piazza?»
E ora? Qualunque previsione sull'Egitto sarebbe azzardata, e nessuno può prevedere il seguito degli avvenimenti. Cosa faranno i Fratelli musulmani, molto restii a entrare nello scontro con il potere, che alla fine hanno deciso di allearsi con il movimento? Mohammed El-Baradei, l’ex segretario generale dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea) sarà capace di federare le opposizioni? Comunque sia, la rivoluzione tunisina ha aperto una porta e ha fatto entrare, come cantava Jean Ferrat, «un'aria di libertà oltre le frontiere, ai popoli stranieri, che fa girar la testa»

di Alain Gresh
su Le Monde Diplomatique del 30/01/2011
http://www.monde-diplomatique.fr/
(traduzione di Ge.Co.)

29 gennaio 2011

Egitto: il governo in mano all'esercito, mentre moglie e figli di Mubarak fuggono a Londra


Da Israele aerei fantasma carichi di proiettili di gomma per salvare Mubarak

E ’solo di qualche ora fa il racconto in diretta della troupe del TG3 fatta segno di “proiettili di gomma” sparati dalle forze speciali egiziane in quantità industriali sulle folle in sommossa nelle strade egiziane confermando l’allargamento di questa misura di contenimento urbano alle polizie dei regimi arabi filoccidentali,

Ma se nel caso della Tunisia, la velocità della protesta, l’incapacità e l’inadeguatezza dei reparti antisommossa ha visto cedere da parte di essi molto velocemente il campo ai dimostranti, nel caso dell’Egitto ad evitare la carneficina per mano degli sgherri di Mubarak sta venendo in aiuto l’amico-nemico di sempre, la vicina Israele con il suo potenziale di armamenti antisommossa testato da più intifade sulle spalle dei palestinesi.

In queste ore dagli aeroporti militari israeliani si alzano in volo strani aerei dalle sigle misteriose carichi del” pane e companatico” che sarà distribuito a ritmo incessante sulle ossa dei dimostranti egiziani. Sono pallottole rivestite di plastica dei calibri più svariati, lanciagranate e lacrimogeni dotati di aggressivi chimici più potenti di quelli normalmente in dotazione delle forze antitumulto arabe.

La quantità richieste sono così tante che gli stessi israeliani in parte produttori di tali aiuti umanitari si stanno rivolgendo per gli ordinativi alle fabbriche sorelle ubicate in Sud-Africa e negli Stati Uniti

Il popolo ha fame? Che mastichino un po’ di gomma! Questo è quanto si trovano a sentenziare le Marie Antoniette arabe che non vogliono lasciare lo scettro del comando, sicure dell’aiuto USA, NATO e israeliano

Nel frattempo negli USA negli ambienti del Pentagono che sin dalla presidenza Clinton avevano sostenuto anche in sede NATO, il piano Urban operation 2020 che prevedeva la distribuzione e l’addestramento di tutti gli eserciti nell’uso di armi “poco meno che letali” per mantenere freno le sommosse che tra il 2012 e il 2015 avrebbero potuto scoppiare in più parti del mondo, ora stanno urlando in faccia ai loro colleghi- concorrenti generali e industriali la follia di aver sperperato risorse oggi maledettamente necessarie , nelle guerre inutili e dispendiose dell’Iraq e dell’Afghanistan.

Ed ora?

“-Per adesso parliamo di esser garanti della democrazia rivolgiamo a tutti l’appello alla calma , ma nel frattempo acceleriamo gli studi e i test sui nuovi armamenti antisommossa. Questa disfatta potrebbe tramutarsi in un grande affare per il nostro prossimo futuro.”- questa sarà la nuova linea dell’amministrazione americana e del complesso militar-industriale che la sostiene.

Ringraziando il cielo lo spirito intraprendente americano non è morto… Peccato che esso correrà più velocemente scivolando sul sangue degli affamati in rivolta.

Da parte nostra , come Osservatorio sui Balcani di Brindisi, quanto sta avvenendo oggi , lo avevamo incominciato a raccontarlo esattamente tre anni fa nel nostro libro on-line “L’ultimo disertore” anticipando date, uso di armamenti non letali, il carattere delle sommosse , le diserzioni di agenti e forze armate, ma anche la risposta del potere con l’affinarsi della tecnologia.

Vi invitiamo a rileggerli i nostri racconti e forse a credere che il futuro è arrivato, il Mediterraneo è la nostra porta sul giardino di casa e noi ci giriamo le dita correndo appresso sulle discussioni sul sesso degli angeli, pardon di Ruby e di qualcun altro…

Antonio Camuso
Osservatorio sui Balcani di Brindisi Brindisi
29 gennaio 2011-01-29

Vedi http://www.pugliantagonista.it/osservbalcanibr/futur_mil_19.htm

Gli altri episodi pubblicati http://www.pugliantagonista.it/osservbalcanibr/futuro_miitarizzato_13.htm

4 agosto 2015 :Bari, la battaglia dei forni http://www.pugliantagonista.it/osservbalcanibr/Bari_battaglia_f.htm

30 dicembre 2015: bari, piombo fuso su Barivecchia http://www.pugliantagonista.it/osservbalcanibr/futuro_militarizzato_6.htm

Bari 10 luglio 2016 Predator e soldati cinesi all’assalto… http://www.pugliantagonista.it/osservbalcanibr/futuro_militarizzato_11.htm

per iniziare a fermare i malfattori del governo e i loro complici, industriali e cisl e uil


La richiesta è una sola: «Sciopero generale»

Troppe zoccole e troppo Berlusconi in Italia. Sono venuta in piazza per stare con gente seria». Il parere è di Raffaella Rosadi, milanese, non metalmeccanica. Già, perché ieri a Torino non c’erano solo le tute blu. E quella di Raffaella non era una voce isolata nel corteo che ieri ha attraversato Torino. Certo la stragrande maggioranza dei manifestanti erano operai e impiegati del settore metalmeccanico, ma una fetta consistente della città, umiliata dalle cronache recenti, ha trovato sfogo nel corteo della Fiom. Così, a Torino, ieri si sono saldate diverse lotte: quella contro i papponi collusi con mafia ladri ed evasori, quella contro Marchionne e la sua idea di sindacato giallo «dalla vergogna», quella contro il trio Sacconi, Gelmini, Tremonti. Ma anche contro il Pd, di cui ieri non c’era nemmeno mezza bandiera presente. Bandiere rosse a profusione, invece, divenute oggetto di un passaggio di Giorgio Airaudo nel suo comizio: «Le bandiere rosse, caro dottor Marchionne, in Italia hanno un passato glorioso perché ricordano battaglie per la civiltà, l’uguaglianza e i diritti». Delirio di applausi. E se la manifestazione di Torino era contro molte cose era anche molto pro. Pro diritti, pro sicurezza sul lavoro, pro ricerca, pro cultura, pro libertà. E osservando la moltitudine che ha trovato nella Fiom la propria interprete, viene da domandarsi cosa accadrà a Mirafiori quando questa non dovesse esserci, ed a gestire il dilagante malcontento degli operai rimanessero solo Fismic , Fim, Uilm e Ugl. Auguri. Un dato interessante: sempre dal palco Airaudo ieri ha citato lo studio de Lavoce.info che evidenzia come l’ottanta per cento di coloro che hanno votato sì al referendum di Mirafiori lo hanno fatto perché «necessario per salvare il posto di lavoro». E’ la prova che dentro le carrozzerie oggi circa il 90% degli operai non crede né a Marchionne, né ai sindacati firmatari che due settimane fa si sono detti «soddisfatti della vittoria». Il corteo è partito alle dieci del mattino da Porta Susa ed ha raggiunto piazza Castello dove si sono svolti gli interventi finali. Era aperto dagli operai delle carrozzerie di Mirafiori che recavano lo striscione «Fiat: l’accordo della vergogna». Dietro di loro le rappresentanze di decine di fabbriche metalmeccaniche del torinese. Qualche nome: Lear, Sandretto, Iveco, Ceva, Bertone, trentacinque pullman operai in arrivo da tutto il Piemonte. Massiccia anche la presenza di tutti i sindacati di base. Un serpentone fatto di facce nuove e non i soliti noti che si vedono ai cortei torinesi. L’adesione alla Powertrain secondo la Fiom è stata pari all’ottanta per cento. Cifre contestate dagli industriali e dai “loro” sindacati. Dopo circa due ore di marcia tutti i manifestanti si sono raccolti per ascoltare gli interventi dei relatori. Il segretario confederale della Cgil Enrico Panini è stato autore di un disperato intervento coperto da una folla urlante che lo ha severamente contestato,scandendo lo slogan «sciopero generale». Ad iniziare la contestazione i ragazzi dei centri sociali, poi seguiti dal grosso della folla. Giorgio Airaudo, ormai semiconvinto dalle Rsu Fiom a non lasciare il sindacato, ha concluso la manifestazione con queste parole: «Con la nostra forza e con il rispetto che dobbiamo alla Cgil diciamo che sono maturi i tempi per lo sciopero generale. La Cgil deve mettersi alla testa di questo movimento per un Paese migliore, per mandare a casa un governo che ha fatto solo del male ai lavoratori. Noi non rinunceremo mai al contratto nazionale e lotteremo fabbrica per fabbrica per riconquistarlo». In mezzo alla folla Paolo Ferrero, segretario del Prc: «L’attacco di Marchionne riguarda tutti i lavoratori e quindi ci vuole una risposta generale. La Cgil deve fare un salto di qualità non lasciando da sole le persone che hanno bisogno di un riferimento sicuro. Sul versante politico è criminale mantenere le divisioni quando c’è bisogno di un punto di vista unitario».

Maurizio Pagliassotti
Liberazione del 29-01-2011)

28 gennaio 2011

Sta nascendo un’avanguardia che non solo ha orrore di Berlusconi e il suo governo ma esprime la più netta opposizione a Marchionne e sostenitori

Adesso lo sciopero generale

Innanzitutto un caro saluto a tutti i compagni e le compagne che oggi sono in piazza a manifestare. A poco più di tre mesi di distanza dal 16 ottobre ci ritroviamo di nuovo in piazza in tanti e tante, chiamati alla lotta dalla Fiom ma anche dal sindacati di base. Non solo metalmeccanici. Oggi ci saranno in piazza anche gli studenti, tanti precari, pensionati e tanti lavoratori delle altre categorie. L’importanza della mobilitazione odierna è evidente: da un lato abbiamo l’attacco di Marchionne che punta a demolire il complesso dei diritti dei lavoratori, introducendo l’arbitrio nei rapporti di lavoro e distruggendo il sindacato di classe. Dall’altra abbiamo avuto il no di tanti operai e operaie prima a Pomigliano e poi a Mirafiori, così come abbiamo avuto le lotte degli studenti, dei ricercatori, dei precari contro il ddl Gelmini. Da un lato la gestione capitalistica della crisi, con il tentativo di scaricare tutti i costi della crisi sulle spalle dei lavoratori e dei giovani, dall’altra la risposta dei lavoratori e dei giovani che non sono disposti a fungere da agnello sacrificale dei costi del capitalismo.
La giornata di oggi è quindi importante perché ancora più del 16 ottobre costituisce un passaggio di ricomposizione dei diversi soggetti che stanno pagando la crisi e lo fa non a partire da una lamentela, ma da una volontà di lotta. Sta nascendo un’avanguardia che non solo ha orrore di Berlusconi e il suo governo ma esprime la più netta opposizione a Marchionne e alla sua filosofia così apprezzata da Veltroni. E’ a partire da questo sentimento, che passa dalla rassegnazione all’azione e che intreccia l’antiberlusconismo con la lotta contro i ricatti mafiosi di Marchionne, che si può cambiare qualcosa in Italia. Non è ancora un sentimento maggioritario, si tratta di un’avanguardia ma di un’avanguardia non isolata, di massa. Collante di questo sentimento e strumento organizzativo della sua mobilitazione è stata la Fiom. Di questo la ringraziamo, nella consapevolezza che non può essere lasciata sola. Per questo chiediamo alla Cgil di dichiarare lo sciopero generale, come ha chiesto ieri a gran voce la piazza di Bologna. Per questo siamo impegnati a costruire i Comitati “Uniti contro la crisi” su tutti i territori, per costruire un vero, esteso movimento di lotta contro la gestione capitalistica della crisi. Per questo, infine, diciamo alle altre forze della sinistra che si sono opposte ai diKtat di Marchionne che occorre andare uniti alle elezioni: dobbiamo offrire un punto di riferimento politico a tutti coloro che in questo paese oggi sono in piazza, vogliono cacciare Berlusconi e sconfiggere l’arroganza di Marchionne.

Paolo Ferrero
segretario di Rifondazione Comunista-Federazione della Sinistra
sul quotidiano Liberazione del 28 gennaio 2011

La commistione politica ha asfaltato un’autostrada cancellando riserve, paletti e difese a tutela della democrazia

Tassare i ricchi per disarmare il regime dei padroni

Mentre Berlusconi è invischiato nei suoi scandali finanziari e sessuali, Marchionne sta conducendo un attacco che è anche più brutale di quello di Berlusconi ai diritti sociali e ai diritti dei lavoratori. Diciamo che c’è una specie di passaggio di testimone: Berlusconi può essere nei guai ma Marchionne continua una politica che è anche più aggressiva che portò qualche anno fa all’attacco articolo 18 dello statuto dei lavoratori. In fondo Marchionne che cosa dice? O mangiate questa minestra o saltate dalla finestra. O rinunciate al contratto nazionale, al diritto di sciopero, alle libertà sindacali, al diritto di scegliere il sindacato che volete – quindi, o rinunciate a tutto, oppure io vado da un’altra parte.

Questa è la più brutale delle aggressioni ai diritti del lavoro dal ’45 a oggi. Perché “regime dei padroni”? Padroni: chi sono i padroni? Non sono i proprietari, non è il padroncino che è proprietario di una piccola azienda artigiana che è andato dalle banche come un lavoratore ricattato da Marchionne; non è il piccolo proprietario, non è quello che “ha qualche cosa da parte”. I padroni sono i padroni delle nostre vite. Cioè quelli che decidono della nostra vita. E sono una precisa casta: sono un sistema di manager, di banchieri, di finanzieri, di persone collegate a loro, che con la globalizzazione – soprattutto in Europa e nell’Occidente – hanno preso il posto della democrazia.

Nessuno li ha eletti, però decidono di noi. Nessun cittadino italiano ha detto che Marchionne potesse eliminare la Costituzione dalla fabbrica, però – usando solo il ricatto del mercato – lui ha potuto imporre questo. E d’altra parte, però – e allora uso il titolo “regime” – quelli che dovrebbero essere i contrappesi al suo potere, cioè la democrazia, i partiti, i giornali e le istituzioni, invece che essere un contrappeso diventano una sua zavorra, cioè vanno avanti a sostenerlo. Lo si è visto sia nelle vicende di Pomigliano, e ancora di più nelle ultime di Mirafiori. Il disastro è che c’è un regime culturale per cui gli interessi di questa casta dominante, di questi padroni, di questo sistema di imprenditori, vengono spacciati per gli interessi di tutti. E quindi la stampa, la comunicazione e gran parte (non tutti) del mondo politico dicono: se diamo ragione a loro è bene per tutti, se i ricchi sono più ricchi anche i poveri hanno qualcosa da guadagnare. Non è mai stato così, ma questo è il regime di oggi.

L’articolo 41 della Costituzione dice che l’impresa può fare i suoi profitti ma nell’ambito della responsabilità sociale, cioè non può fare quel che vuole, non può dire “vado in Serbia, se non accettate le mie condizioni”; deve stare dentro un sistema di democrazia e diritti preciso, che nasce dalla nostra Costituzione. Berlusconi due o tre anni fa propose di abolire quest’articolo, dicendo che era comunista; in realtà si sbagliava, non è affatto un articolo comunista: è un articolo che nasce dalla cultura cattolica, l’idea della responsabilità sociale dell’impresa è profondamente inserita nella cultura cattolica. Berlusconi voleva abolirlo? Lì ci fu un po’ di dibattito, e molti politici e grandi giornali si schierarono contro Berlusconi dichiarando che non si poteva cancellare l’articolo 41 della Costituzione. Ecco: Marchionne l’ha abolito di fatto.

Credo che Berlusconi, il suo governo, una certa politica italiana ha asfaltato un’autostrada cancellando riserve, paletti e difese a tutela della democrazia. E ora su quest’autostrada rischiano di passare Marchionne e quelli come lui, che vanno avanti nella devastazione dei diritti. Bisogna sconfiggerlo, questo regime: da solo, non se ne andrà. Noi abbiamo cominciato come Fiom, con i nostri “no”, ma è chiaro che bisogna costruire un grande movimento che li sconfigga. Quando loro minacciano, dicendo “o è così o ce ne andiamo”, bisogna dire: andatevene, la vostra politica non va bene per noi. Bisogna sconfiggerli, bisogna uscire da questo ricatto della globalizzazione. Dobbiamo stare coi paesi che questo ricatto non lo accettano. Bisogna ricostruire i poteri della democrazia, della cittadinanza, e ci vuole una enorme giustizia sociale – l’opposto di quella che c’è stata fino adesso.

Voglio ricordare che con i 200 milioni che guadagnerà a fine anno Marchionne, si pagano sostanzialmente quesi tutti i lavoratori di Mirafiori. E quindi basterebbe che Marchionne rinunciasse a un 20-25% di queste sue ricchezze perché i lavoratori di Mirafiori potessero conservare le pause, i diritti, i salari, il contratto nazionale. Bisogna ricostruire un conflitto sociale che porti via il maltolto ai super-ricchi che ci governano. Noi poi abbiamo una classe politica strapagata. Non si può diventare ricchi facendo politica. Chi fa politica dovrebbe essere pagato non dico come un operaio, ma come un impiegato medio. Il resto è solo scandalo. Questo non è ci risolva il problema, ma dà il senso di una moralità, che poi si applica a tutti.

Occorre ricostruire un sistema fiscale: perché le retribuzioni di Marchionne non sono solo le sue paghe, ma sono le azioni che gli vengono regalate. Quindi bisogna mettere le tasse sulla speculazione finanziaria. Marchionne in Italia le tasse le paga sullo stipendio che prende, che pure è altissimo, però su tutte le azioni che incassa le tasse le paga in Svizzera. Quindi è chiaro che occorre una operazione fiscale di fondo che deve sottrarre il maltolto a quel 10% di italiani che oggi ha la metà della ricchezza del paese. Questa è la premessa per qualsiasi cosa. Poi, naturalmente, bisognerà costruire nuove politiche, nuovi investimenti. Ma questa è la premessa. Si dice sempre che i soldi non ci sono? I soldi ci sono: e sono in mani sbagliate.

Noi oggi abbiamo un’Europa in mano ai banchieri, alle banche, alla speculazione. Se domani in Europa si decidesse che per assorbire la disoccupazione dei giovani l’orario medio europeo deve andare a 30 ore settimanali non fallisce nessuno, perché c’è ricchezza sufficiente per ridurre drasticamente l’orario di lavoro. Noi invece siamo si fronte a un’Europa dove ci sono lavoratori cui vengono imposte le 50 ore, come a Mirafiori, e i precari e i giovani in mezzo alla strada. Bisogna ripensare a una generale riduzione dell’orario di lavoro e sono convinto che in Europa ci sono le condizioni, le ricchezze sufficienti per farlo, senza che il sistema crolli: non crollerebbe proprio niente, crollerebbero un po’ di guadagni dei super-ricchi.

Lavorare meno per lavorare tutti? In condizioni di dignità, però. Perché oggi, con la precarietà, questo principio in parte è già stato applicato: nel senso che i giovani vengono assunti con contratti da 10 ore al mese, quindi lavorano meno ma in condizioni di assoluta perdita della dignità. Bisogna lavorare meno, lavorare tutti e con gli stessi livelli di dignità e di uguaglianza. All’orizzonte si profila la penuria energetica di gas e petrolio, mentre non decollano le rinnovabili? Questa è la dimostrazione del fatto che, se non si sconfigge un sistema di potere, non si cambiano le cose. Non basta avere la proposta giusta: perché bisogna sapere che la proposta giusta è osteggiata da chi comanda la Borsa, la finanza e il potere politico.

Il nucleare è un esempio classico: servono migliaia di miliardi di investimenti per un’energia che non è sicura e in realtà dà lavoro a pochissime persone. Le energie rinnovabili sono anche miliardi di investimenti, ma darebbero lavoro a milioni di persone. Però è chiaro che bisogna scegliere: tutte e due le cose non si possono fare. E si preferisce quell’altra, che garantisce un guadagno immediato a una ristretta casta di persone, al regime dei padroni. Siamo arrivati a un punto in cui bisogna proprio affrontarlo, questo regime, bisogna rovesciarlo, o ci troveremo di fronte a una società che regredisce in maniera pazzesca e cancella qualsiasi prospettiva di futuro dignitoso.

Giorgio Cremaschi
Presentazione del volume “Il regime dei padroni”
(27 gennaio 2011)

25 gennaio 2011

300mila mila le persone che oggi sono scese in strada in tutto l'Egitto per contestare il governo Mubarak.


L'onda lunga della protesta tunisina

I cittadini tunisini non si accontentano di una «transizione pilotata» dal vecchio regime e continuano a manifestare per un'autentica rivoluzione democratica. E in Egitto la protesta cresce nonostante le minacce del regime di Hosni Mubarak. Negli stati arabi del Nordafrica tira un'aria nuova.

Le ultime da Tunisi parlano di un «rimpasto» di governo che ha molto il sapore di una resa. L’emittente panaraba Al Jazeera scrive che sono in corso incontri tra i politici per sostituire il governo provvisorio nominato dal primo ministro Ghannouchi con un comitato di «saggi» che soddisfi le richieste dei cittadini di una transizione autentica al posto di un gattopardesco cambiamento di facciata. Il governo provvisorio non è mai riuscito a entrare in funzione: dominato da personaggi compromessi con il fuggiasco ex presidente Ben Alì, non ha avuto nemmeno per un giorno la fiducia dei cittadini che hanno rovesciato il regime e scontava l’esclusione di alcune componenti importanti delle opposizioni, a partire dai movimenti politici di ispirazione religiosa. Determinante nella decisione di sostituire il governo provvisorio è stato l’atteggiamento dell’esercito. Il capo di stato maggiore generale Ammar aveva avvisato lunedì del rischio che i cittadini fossero espropriati della loro rivoluzione, in nome di una stabilità di facciata che placasse soprattutto le paure dei governi occidentali, lentissimi a capire le ragioni della rivolta ma prontissimi ad agitare lo spauracchio del radicalismo islamico e di una spirale che avrebbe potuto portare il paese fuori controllo.
Ammar gode di una certa stima in Tunisia, perché si è rifiutato di obbedire agli ordini di Ben Alì e usare l’esercito per reprimere la protesta. La sua presa di posizione può essere considerata l’evidenza che, nonostante i colpi di coda del regime, una parte degli apparati dello stato pare aver sposato appieno le ragioni dei cittadini. L’esercito tunisino, tuttavia, non va sopravvalutato. Il suo potere è inferiore a quello della polizia, ingrassata negli anni di dittatura e in caso di intervento dall’esterno [Gheddafi osserva preoccupato ciò che avviene ai suoi confini occidentali] non potrebbe opporre che una blanda resistenza.
Alla presa di posizione dell’esercito si aggiunge lo sciopero generale indetto dal sindacato Ugtt [Unione generale dei lavoratori tunisini] i cui membri entrati nel governo provvisorio sono stati i primi a lasciarlo. L’Ugtt ha detto che lo sciopero andrà avanti fino alla caduta del governo, che al momento è in carica solo formalmente e non sembra avere altra scelta che passare la mano. Continuano intanto gli arresti di esponenti del vecchio regime, come Abdelwahhab Abdalla, fedelissimo di Ben Alì e responsabile del controllo sui media, e Larbi Nasra, proprietario di Hannibal Tv, vicino alla moglie di Ben Alì, Leila, accusato di aver favorito la fuga dell’ex dittatore in Arabia saudita. La transizione, dunque, è ancora lontana dalla sua conclusione ma il tentativo di una restaurazione pilotata che garantisse la vecchia guardia legata a Ben Alì sembra meno probabile ogni giorno che passa. Le dimensioni della rivoluzione tunisina diventano quindi sempre più evidenti e se la transizione riuscirà – elezioni finalmente libere nel giro di pochi mesi, come primo passo – sarà un evento storico: il primo movimento democratico vittorioso nel mondo arabo.
Per questo i governi della regione sono preoccupatissimi. Ciò che è accaduto a Tunisi potrebbe ripetersi ad Algeri, a Damasco, a Rabat, a Tripoli e al Cairo. La capitale egiziana in queste ore è teatro di proteste contro il regime, convocate significativamente nel giorno della festa nazionale della polizia, uno dei puntelli essenziali della dittatura di Hosni Mubarak. L’Egitto da tempo è in fermento. La successione a Mubarak – che sogna una nuova repubblica ereditaria su modello siriano – sta evidenziando le crepe nel regime e la sua lontananza dai cittadini, specialmente da quei giovani che in tutto il mondo arabo sono la maggioranza della popolazione e la componente sociale più frustrata.

Enzo Mangini
25 gennaio 2011
http://www.carta.org/

23 gennaio 2011

Veltroni: «Basta con il Novecento, viva Marchionne e il federalismo». Il ragazzo mai cresciuto non si è accorto che stiamo tornando all'ottocento


«Ancora tu? Ma non dovevamo vederti più?»

«Sono grato a Veltroni, faremo tesoro della sua disponibilità, abbiamo già avviato contatti con l'opposizione e il confronto inizierà già dalla fine di questa settimana». Silvio Berlusconi, aprile 2008. «Per primi abbiamo fatto scelte coraggiose e innovative». Walter Veltroni, stesso periodo. Il risultato della rivoluzione veltroniana che distrusse la sinistra e legittimò Berlusconi come mai prima lo possiamo leggere nelle cronache scollacciate di questi giorni. Una persona normale di fronte ad una cantonata così sarebbe fuggito lontano, magari a fare volontariato in Africa. Veltroni e il suo pezzo di partito no. Si chiamano Modem: i democratici moderati e si sono incontrati ieri a Torino al Lingotto. Differiscono dai pericolosi estremisti di Bersani perché odiano la sinistra. Perché i mesi passano, gli anni passano ma il problema di Veltroni rimane sempre la sinistra. Perché non è sufficiente demolirla politicamente, è necessario abbattere anche quanto costruito in cinquant'anni. Soprattutto a Torino dove lo spauracchio di Airaudo, candidato sindaco alternativo a Fassino, diventa un pericoloso passaggio da contrastare. Certo oggi Berlusconi è un uomo politicamente morto e quindi anche Veltroni e suoi possono coraggiosamente sparargli addosso. Ma nuovi padroni da inseguire sono all'orizzonte: la Lega con il federalismo, Marchionne e la demolizione del contratto nazionale, Fini, Casini…
Così Veltroni al Lingotto di Torino rilancia il suo rivoluzionario progetto alternativo: superare ciò che rimane del Novecento. Lo dice anche lo slogan che sovrasta le teste dei relatori: "Fuori dal novecento." Uno slogan che in questa città, dove la Fiat demolisce la contrattazione sindacale figlia della Costituzione (anch'essa da buttare perché fatta nello scorso secolo?) fa paura. Ecco, è questa la grande differenza tra il Pd che ieri ha mostrato i muscoli al Lingotto e quello di due anni fa. Oggi Veltroni e compagni incutono timore perché vogliono spingersi dove nemmeno Berlusconi ha osato.
Così ieri a due passi dagli uffici di Marchionne si sono celebrati due revival di clamorose sconfitte. Quella del 2008 quando l'idea del partito interclassista ebbe come unico effetto distruggere la sinistra e regalare il paese al compulsivo presidente del consiglio attuale, e la convention pro Tav, che solo nove mesi fa riuscì a far perdere alla Bresso trentamila voti che poi hanno fatto vincere il leghista Cota. E' uno schema classico così composto: venire a Torino, dilagare nel terreno della destra, perdere. Al Partito Democratico piace così, piace infangare la sinistra per fare vincere la destra.
Ieri la sala gialla del Lingotto era gremita di uomini di partito incravattati, circa un migliaio. In quella blu il popolo dei capelli bianchi, quelli che rimangono fedeli alla linea del partito dei tempi che furono. Nella sala bella il trionfo di Veltroni è stato evidente. In quella blu, disadorna e fredda, gli applausi maggiori sono andati al dimenticato Soru e ad altri personaggi minori.
Nel partito che non è mai chiaro nei contenuti, come dice Rita, docente di inglese, capitata un po' per caso al Lingotto («dobbiamo cambiare!» Che cosa? come? «Dobbiamo stare vicino!» A chi? Come?), non tutti hanno il coraggio di dire cosa significhi "fuori dal novecento." Ci pensa panzer Chiamparino che ha il grande pregio di non essere vago e fumoso. Dice il sindaco nella chiosa del suo discorso: «E' necessario guardare a chi non crede più in Berlusconi.» E poi due esempi di nuove cose di "sinistra" post novecento: «Non è più tempo di beni comuni intoccabili. Ad esempio: è la gestione di risorse come l'acqua ad essere un bene comune, non il bene comune in sé.» E' chiaro dove sta andando questo partito? Traduzione: l'acqua si può privatizzare. E per non lasciare spazio a dubbi oltre all'acqua il sindaco di Torino, cita, in maniera meno netta però, gli asili. Il tutto perché, come al solito, ci sono intrallazzatori nelle partecipate che rendono inefficace la gestione dei famosi beni comuni. Applausi nella sala gialla e profusione. E' il turbocapitalismo senza l'ossessione per la gnocca.
E poi ovviamente al Lingotto è tutto un sì al federalismo della Lega, a Marchionne, al bipolarismo. Rispetto la Fiat Veltroni dice in sostanza che la politica non può fare nulla se non stare dietro al più forte. Ma ha fatto la voce grossa chiedendo nuove relazioni sindacali, dimenticando che i sindacati in Italia con l'assenso del Pd vengono aboliti con referendum fatti vergognosamente sulla pelle di 5500 uomini e donne sotto ricatto. Perché per Veltroni non c'è nulla da difendere ma tutto da cambiare: «Dobbiamo avere il coraggio dell'innovazione, il motto dei democratici non può essere difendere ma cambiare. Questo non è nuovismo, è realismo. In un mondo nel quale tutto cambia velocemente se i democratici si chiudono in difesa non potranno impedire il cambiamento.» Il povero Bersani ha commentato: «L'intervento di Walter è stato molto bello, non vedo lontananze, sul piano programmatico è possibile una sintesi di Torino.» Oliviero Diliberto, ieri a Torino per un incontro organizzato dalla Fds, ha commentato: «Uscire dal Novecento? E' una sciocchezza pericolosa, un suicidio. L'operazione di Marchionne indebolisce in maniera drammatica la contrattazione e quindi i diritti dei lavoratori. E' questo uscire dal Novecento?»

Maurizio Pagliassotti
23/01/2011
www.liberazione.it

22 gennaio 2011

“Chi è amico di tutti non è amico di nessuno”. Il noto aforisma di Arthur Schopenhauer ben si adatta alla posizione assunta dal PD


Il caso Fiat - Mirafiori: paradigma del nostro tempo!

Le modalità e i contenuti delle reazioni che hanno accompagnato l’evolversi della vicenda Fiat-Mirafiori hanno finito per rappresentare il paradigma più esaustivo della situazione politico-sindacale che caratterizza il nostro tempo.
In effetti, le posizioni assunte dai diversi attori in scena - dai protagonisti alle semplici comparse - hanno definitivamente certificato quello che, a mio parere, è un (ormai) chiaro e incontrovertibile dato politico.
Nel nostro Paese, non esiste più alcuna forza politica - almeno tra quelle che allo stato dispongono di rappresentanza parlamentare - che, oggettivamente e coerentemente, si presti a rappresentare un credibile punto di riferimento per gli interessi dei lavoratori; anche se in misura non esclusiva.
Certo, si potrebbe facilmente obiettare che pretendere (ancora oggi) una rappresentanza che guardasse - in particolare - alla tutela di così specifici interessi, rappresenterebbe il (nostalgico) rigurgito di quel “conflitto di classe” di così lontana memoria. In totale contrasto alle posizioni espresse dall’attuale ministro del lavoro, secondo il quale è ormai maturo il tempo per (definitivamente) superare l’antica contrapposizione tra capitale e lavoro, tra “padroni” e lavoratori e prendere atto della sostanziale unità d’intenti cui adeguare le ragioni e i comportamenti di soggetti diversi tra loro ma non più pregiudizialmente avversi!
Personalmente, non ho mai condiviso né sostenuto l’idea di una classe operaia in naturale e fatale opposizione sociale, nel senso “dell’una contro le altre armata”; è, però, del tutto evidente che quando ci si riferisce alla sostanza d’interessi difficilmente convergenti - anche se non assolutamente e aprioristicamente antitetici - quali quelli tra capitale e lavoro, si tratta di tutt’altra questione.
Tra l’altro, è opportuno sottolineare che, anche a voler prendere in considerazione l’ipotesi di approfondire il confronto in conformità a quanto auspicato da Sacconi, la realtà dimostra che la concreta realizzazione della politica “del fare” dei governi Berlusconi, della quale il titolare di Via Flavia è un tenace e convinto esecutore, tradisce la vacuità di certe dichiarazioni di principio.
Difatti, che il ministro (in realtà) auspichi una forma di collaborazione “asimmetrica”, attraverso la quale - in virtù della nuova era delle (seducenti) relazioni industriali - i lavoratori rinuncino alle rivendicazioni, a favore di una stabilità lavorativa fortemente “condizionata”, è un fatto accertato.
In questo senso, mentre le ragioni del mercato - e per esso quelle delle imprese - sono presentate, sostenute e reclamate alla stregua di un’esigenza collettiva, della quale tutti devono farsi carico e di fronte alla quale qualsiasi altra cosa rappresenta un elemento di disturbo, il tema lavoro perde il carattere collettivo e finisce con l’essere ridotto a mera esigenza individuale.
Nient’altro che un bisogno di tipo personale, da negoziare individualmente - in perfetto equilibrio di forza contrattuale - e soddisfare attraverso la più elementare forma di scambio commerciale.
Un semplice baratto tra la prestazione lavorativa - a prescindere da qualsiasi tipo di vincolo, tutela e garanzia - e l’auspicata (non certo garantita) continuità del rapporto.
Non a caso, la stessa posizione - di sostanziale “surplasse” - assunta dal governo, rispetto alle recenti vicende che hanno coinvolto gli stabilimenti Fiat di Pomigliano e Mirafiori, ha rappresentato, a mio parere, l’estrema sintesi di una ben definita “scelta di campo”.
Un’opzione che, palesemente, contraddice le dichiarazioni tese a sostenere la presunta unità d’intenti per l’affermazione d’interessi collettivi (e comuni) tra le parti sociali e, contemporaneamente - come efficacemente rilevato da Carlo Galli (“La Repubblica” dell’8 gennaio 2011) - propone “ Un governo che rinuncia a dare forma ed equilibrio a una complessità, a gestire le contingenze e le crisi con riguardo alla molteplicità degli attori in gioco e si limita a certificare ex post l’esito della legge del più forte”!
D’altra parte, come già rilevato in altra occasione, soltanto i distratti “per vocazione” avrebbero potuto fare a meno di rilevare l’incipit del decreto legislativo 276/03 che - all’art. 1, comma 1 - indica come finalità l’obiettivo di aumentare i tassi di occupazione e promuovere la qualità e stabilità del lavoro, anche attraverso contratti compatibili con le esigenze delle aziende e le aspirazioni dei lavoratori!
Già dal 2003 era quindi evidente che, a valle del Libro bianco e prima ancora delle recenti e future novità - quali il Collegato lavoro e il già famigerato “Statuto dei lavori” - i governi Berlusconi avrebbero privilegiato le ragioni (esigenze) delle aziende, rispetto a quelle dei lavoratori (titolari di semplici aspirazioni)!
Se, però, le posizioni presenti nel centrodestra non presentano, in sostanza, alcuna novità, è deprimente la presa d’atto del comportamento sostanzialmente “pilatesco” assunto dal maggior partito di opposizione.
Quello stesso Pd che, contrariamente alle posizioni ufficialmente assunte da tutti i suoi esponenti di maggior rilievo - da D’Alema e Bersani per arrivare a Weltroni e Letta, passando attraverso Ichino e Chiamparino - pur continuava a dichiarare di essere (ancora) sostenitore della “centralità” del lavoro.
Una centralità tanto “proclamata” quanto evanescente nella pratica quotidiana.
In questo senso, a mio avviso - nella vicenda Mirafiori - è stato affatto insufficiente, da parte del Pd, limitare la denuncia alla lesione del diritto di rappresentanza sindacale della Fiom e, contemporaneamente, fare professione d’ignavia rispetto all’oggettivo peggioramento delle condizioni di lavoro per migliaia di lavoratori torinesi, dopo quelli di Pomigliano.
Infatti, una volta accertato che i lavoratori di Mirafiori - in contraddizione con lo stesso principio democratico di una consultazione referendaria - sarebbero stati, in realtà, chiamati a una scelta pesantemente vincolata dall’ultimatum lanciato da Marchionne: “O vince il Sì, o delocalizziamo in Canada”, sarebbe stato legittimo aspettarsi qualcosa di più da un partito di opposizione che dichiara di avere “il lavoro” quale riferimento della sua azione politica.
Almeno da parte di quegli stessi esponenti che ancora nell’ottobre 1980 manifestavano il loro giovanile entusiasmo ai cancelli della Fiat!
Comunque, tale atteggiamento ha, se non altro, contribuito ad apportare un elemento di chiarezza nel panorama politico nazionale: anche coloro i quali nutrivano ancora qualche illusione e avevano gioito alla nascita del Pd, auspicando la costituzione di un soggetto politico che, tra l’altro, sostenesse un carattere autenticamente “riformista” delle politiche del lavoro - sottraendole, da un lato a una visione “classista” e, dall’altro, a una concezione “liberal” - hanno dovuto ricredersi.
Chi è amico di tutti non è amico di nessuno”. Il noto aforisma di Arthur Schopenhauer ben si adatta alla posizione assunta dal maggior partito d’opposizione.
Questo spiega, in effetti, la “mancata scelta” di un gruppo dirigente che, di là da qualche netto “distinguo” (nel senso del palese e incondizionato sostegno all’Ad di Fiat), ha fatto ricorso a vere e proprie acrobazie semantiche per evitare di abbinare la propria immagine alla (perdente) protesta dei lavoratori torinesi.
In definitiva, si è avuta la sensazione che, a un governo che aveva scelto di praticare una sorta di “non ingerenza” nella questione Fiat - salvo plaudire (prima) all’ennesimo “accordo separato” e (poi) condividere gli ultimatum di Marchionne - corrispondesse un centrosinistra tenacemente teso a riaffermare e dimostrare “urbi et orbi” di aver definitivamente superato “l’esame di ammissione” alla modernità e alla globalizzazione.
Anche a costo di sacrificare ogni residuale vincolo con quella stessa rappresentanza sociale che aveva costituito uno storico punto di riferimento per tanti (ex) Ds, (ex) Pds e (ex) Pci.
Certo, dopo il referendum del 13 e 14 gennaio, se Sacconi potrà rallegrarsi della sconfitta dei “No”, se il Pd potrà ritenere di aver fatto il massimo possibile - sostenendo, nei fatti, i “Sì” e limitandosi a denunciare il vulnus al diritto di rappresentanza dei lavoratori - e la Fiom, forte delle numerose adesioni, potrà reclamare lo spazio di trattativa che, comunque, le compete, sarà quel 46 per cento di lavoratori di Mirafiori a dover prendere formalmente (e definitivamente) atto di non poter considerare il Pd un referente politico attendibile.

Renato Fioretti

collaboratore radazionale di Lavoro e Salute

20 gennaio 2011

GLI INDUSTRIALI SCHIAVISTI E LA BORGHESIA PARASSITARIA VOGLIONO TUTTO E SUBITO E A TUTTI I COSTI! ELA CGIL DORME!


CONTRATTI: DA FEDERMECCANICA PROPOSTA DA DELINQUENTI
«Quella di Federmeccanica è una proposta da delinquenti»: lo ha dichiarato oggi Paolo Ferrero, presidente nazionale Prc, davanti alla porta 2 dello stabilimento Fiat di Mirafiori, commentando le parole di Roberto Santarelli, direttore generale dell'associazione, che ha avanzato l'idea di un superamento dei contratti collettivi a favore di quelli aziendali. «Significa togliere diritti ai lavoratori italiani», ha detto Ferrero, secondo il quale, al contrario, «il contratto aziendale deve essere sopra quello nazionale, che deve valere per tutti come un pavimento di diritti». «Federmeccanica - ha concluso - vuole mettere i lavoratori uno contro l'altro per obbligarli a una guerra tra poveri e portarli alle condizioni dei lavoratori cinesi». ANSA Torino 19 gennaio 2011

Contratti: minoranza Cgil chiede sciopero generale
"La Cgil proclami subito lo sciopero generale". Ad affermarlo è il coordinatore dell’area programmatica congressuale ‘La Cgil che vogliamo’, Gianni Rinaldini. "Che gli accordi Fiat, per Pomigliano prima e Mirafiori dopo, non fossero che l’inizio di una progressiva lesione dei diritti dei lavoratori - aggiunge il sindacalista - lo abbiamo sempre saputo e detto e dunque non siamo stupiti della proposta di Federmeccanica" che ieri (19 gennaio) ha proposto di sostituire i contratti nazionali con quelli aziendali.
Secondo Rinaldini, "è comunque molto grave che una delle più grandi associazioni datoriali di Confindustria proponga allegramente la cancellazione del contratto nazionale come sistema universale di regole e diritti e la sua sostituzione con contratti aziendali". 20/01/2011 Fonte: rassegna.it

Cosa ha detto la Federmeccanica
Si l’associazione dei padroni fra cui spicca l’onorevole Calearo, ex Pd convertitosi sulla via di Arcore, dopo qualche giorno di sbigottimento, si è espressa in merito a quanto va accadendo nel mondo delle imprese e dei sindacati. L’effetto Mirafiori si è fatto sentire, Marchionne che le idee le ha ben chiare, ha voluto mostrare come anche un corpo intermedio di parte come Federmeccanica, debba rinnovarsi, ergo sciogliersi. Il contratto nazionale, anche di primo livello non è un dogma ha affermato il suo direttore generale Roberto Santarelli, il modello del 2009 è desueto, bisogna passare a contratti diversificati, azienda per azienda. A parte la curiosità insita nella constatazione che un contratto che non ha neanche 2 anni è desueto mentre i prodotti di gran parte delle aziende associate restano il vero retaggio novecentesco dell’impianto produttivo, pare utile interrogarsi su questa gravissima dichiarazione. Di fatto hanno ragione da vendere in Fiom, quando, oltre a denunciare l’inaccettabilità di siffatta proposta, dicono che si va sancendo la liquefazione di un modello associazione imprenditoriale. A cosa serve infatti tenere in piedi Federmeccanica se poi ogni azienda sarà libera di applicare proprie norme contrattuali, entrando anche in competizione fra di loro? Le rassicurazioni di Santarelli: rispetto delle regole, rappresentanza e diritti sindacali garantiti, mutamento che riguarderebbe solo una piccola parte delle aziende, risultano poco convincenti. Viene da pensare che attraverso la mutazione dell’associazione in una Confederazione in un contesto di federalismo acquisito, si stia cercando di mantenere in vita un contesto che altrimenti rischia di essere spazzato. Santarelli, parlando a nome del consiglio direttivo che si è riunito oggi a Milano, ha fatto affermazioni pesanti salvo poi dire che il “contratto aziendale” potrebbe riguardare solo le grandi aziende, non più di 500 sulle 12.000 associate. Facile a dirsi, nelle piccole aziende non c’è neanche bisogno di modifiche contrattuali , in molte il sindacato non può neanche mettere piede. È comunque vero che l’intervento sulle grandi aziende ha come obbiettivo dichiarato di permettere l’ingresso (o è più corretto parlare di rientro?) della Newco Fiat, in Confindustria, altro soggetto che dovrà rivedere in maniera netta il proprio funzionamento e la propria ragione sociale. Ed è curioso come tanto le associazioni imprenditoriali quanto i sindacati di accompagnamento sembrano incapaci di capire quanto l’effetto da apprendista stregone del modello Marchionne, sia destinato a mutare lo stato di cose esistenti. Rappresentanza democratica delle istanze dei lavoratori e contratti aziendali sono, soprattutto nel tempo della crisi, quando la recessione morde ed aumenta, semplicemente incompatibili. Non casualmente chi dirige le aziende tenta di ricostruire un modello di relazioni nuovo fondato sull’era Marchionne e chi si è schierato con tale progetto sia in difficoltà e non riesca a evitare la crescita dei conflitti. Infatti ci si spreme a condannare come conservatrice e al di fuori dalla realtà, la scelta della Fiom dello sciopero generale del 28 gennaio. E se invece a guardare avanti fossero proprio Landini, Airaudo e i tanti e le tante che hanno deciso di dire no?

Stefano Galieni
.19-01-2011
www.controlacrisi.org

19 gennaio 2011

Dagli operai ThyssenKrupp di Torino: fermiamo Marchionne, i suoi mandanti e i suoi esecutori ADESSO! Tutti insieme possiamo!

Discriminazione nella ricollocazione degli operai ThyssenKrupp costituiti parte civile, piano Marchionne, TAV: qualcosa in Comune…

Stamani si terrà l’udienza del processo ThyssenKrupp in cui le Parti Civili avanzeranno la richiesta di risarcimento per i 48 operai costituiti, affinché venga riconosciuto un risarcimento per aver rischiato la vita lavorando in condizioni di totale abbandono e assoluto degrado, con gravissime carenze sul piano della sicurezza. Presa di posizione che ha generato una situazione paradossale: gli stessi Enti locali costituiti al fianco degli operai e sottoscrittori, insieme ad Azienda e Organizzazioni Sindacali, dell’accordo che prevede la ricollocazione per tutti i lavoratori, ci hanno del tutto ignorato. Anzi, il Comune di Torino ci ha discriminato, favorendo la ricollocazione di decine di lavoratori ThyssenKrupp non costituiti parte civile in ex aziende municipalizzate. Lo stesso Comune sorretto da una Giunta di centro-sinistra, che dovrebbe tutelare i lavoratori e invece discrimina gli operai TK nella ricollocazione, chiede un risarcimento alla TK per il danno d’immagine subìto ma allo stesso tempo le appalta la fornitura milionaria di scale mobili e ascensori della stazione di P.ta Susa con tanto di marchio in bella vista; Sindaco e Assessore al Lavoro sostengono senza alcun pudore e senza riserve il piano Marchionne, che vuole riscrivere le relazioni industriali e sindacali a favore dei padroni introducendo norme che richiamano alla memoria vecchi spettri: il corporativismo di epoca fascista (art. 3 del 1928).
In vista della campagna elettorale per l’elezione del nuovo sindaco di Torino vedremo se qualcuno prenderà seriamente a cuore la vicenda della nostra ricollocazione. Intanto auspichiamo una stagione di effettivo cambiamento politico: non un voto “alla meno peggio” (che apre la strada al peggio) tra i soliti esponenti dei vertici di partito o della Torino bene ma un nome che sia espressione dei vari movimenti di lotta, del sindacato non asservito, dell’associazionismo, ecc., ampiamente riconosciuto e rappresentativo degli interessi di lavoratori, precari, disoccupati, immigrati, donne, studenti, pensionati, ecc. e, come giustamente richiamato dal Direttore di Micromega P. Flores d’Arcais, sostenuto dal voto della Torino che lavora (o ambisce a farlo), che adotti misure concrete su temi importanti come il lavoro senza nessun compromesso con le lobby di speculatori, banchieri e affaristi come quelli che hanno sostenuto questa Amministrazione. Occorre che la mobilitazione dell’Italia sana e democratica dei giorni scorsi contro il vile attacco del referendum di Mirafiori si trasformi in un ribaltamento delle relazioni non solo industriali e sindacali ma anche politiche, dando inizio alla cacciata del governo Berlusconi dimostratosi incapace di dirigere il Paese e responsabile di imbrogli e nefandezze di ogni tipo. La vittoria (se non altro degli operai) del No è stata possibile grazie alla combattività della Fiom e del sindacalismo di base (Usb, Cobas, Slai Cobas) e questa importante lezione indica la strada da seguire nell’immediato futuro: maggiore dialogo e coordinamento tra le forze sane presenti tra le organizzazioni sindacali, politiche, dei movimenti di lotta, dell’associazionismo, unire le lotte per costruire un’alternativa possibile e necessaria al berlusconismo (e anche al marchionnismo), che ha fatto precipitare questo paese in un baratro di degrado, corruzione, disoccupazione e di guerra fra poveri dal quale dobbiamo e possiamo uscire solo se lottiamo tutti insieme. Le misure contenute nel piano Marchionne sono le stesse che, introducendo maggiori ritmi di lavoro, diminuendo le pause di riposo rendendo il lavoro più precario e i lavoratori più ricattabili, favorirà inevitabilmente quelle condizioni di lavoro che hanno reso possibile una delle più gravi tragedie sul lavoro degli ultimi decenni, che ha ferito l’orgoglio della città simbolo delle lotte operaie e della Resistenza: la ThyssenKrupp di Torino e i 7 operai morti il 6 dicembre 2007 uccisi in nome del profitto.

Fermiamo Marchionne, i suoi mandanti e i suoi esecutori ADESSO! Tutti insieme possiamo! Invitiamo cittadini e lavoratori a essere presenti in aula per esprimere solidarietà e sostenere familiari e operai costituiti nelle prossime udienze del processo.

Basta morti sul lavoro! Condanne severe per gli imputati del processo TK!
Ricollocazione dignitosa per gli operai TK discriminati!
Un nuovo Sindaco che sia espressione vera degli interessi di lavoratori e cittadini!


Operai ThyssenKrupp Torino
Torino, 19 gennaio 2011
Info: maipiuthyssenkrupp@hotmail.it
Blog: http://maipiuthyssenkrupp.blogspot.com/

18 gennaio 2011

Intervista a Don Andrea Gallo, fondatore e animatore della comunità di San Benedetto al porto di Genova

«Dopo l'accordo di Mirafiori questa democrazia è all’eutanasia»

«Ormai questa democrazia è all'eutanasia». Don Andrea Gallo non usa, come suo costume, mezzi termini per descrivere ciò che sente dentro dopo la vittoria dell'accordo voluto da Marchionne alla Fiat Mirafiori. È tanta la rabbia del novantaduenne fondatore della comunità di San Benedetto al porto di Genova nei giorni precedenti al referendum di Torino si era dato da fare per portare acqua al mulino del fronte del No. «Ho voglia di gridare, tanta voglia di gridare».

La sua posizione sull'accordo di Mirafiori non è mai stata un mistero per nessuno.
Sono un cristiano e non posso che essere dalla parte dei diritti degli operai, della dignità, del lavoro e quindi io ho sempre sostenuto gli operai ed il 28, giorno dello sciopero generale sarò in Piazza del Duomo a Milano a parlare con i metalmeccanici.

Don Gallo lei continua a sostenere questa lotta, che non si è fermata alla sconfitta di Mirafiori.
Quando c'è stato il referendum ero in trasmissione da Fabio Fazio. Lui mi stava dicendo che io sono un prete che vuole servire, come faceva Gesù. Io ho risposto che in ordine di tempo in questo momento ero con la Fiom. Come si fa a non difendere i diritti, come si fa a non tacere di fronte ad un arroganza padronale?

E il piano industriale di cui ha parlato l'amministratore delegato Fiat?
Anche sul piano industriale ho i miei dubbi: non c'è nulla di concreto. Sono molto amico di Marco Revelli (sociologo del lavoro - ndr) e lui il contratto l'ha letto almeno cento volte e dice che è tutto un bluff. Secondo me ci sono solo giochi di borsa, quindi è un inganno pesante.

Quindi cosa bisognerebbe fare ora?
Probabilmente una rivolta sindacale come dice giustamente Landini. La Cgil deve prendere una decisione ed il Partito Democratico deve sfruttare questa grande occasione e non volersi tenere chi ha votato "Si" e chi ha votato "No". Altrimenti sono tutti "balbettii" e quindi un grave errore difronte a questa deriva, dove ormai abbiamo una democrazia all'eutanasia.

Il silenzio della Chiesa sulla questione lavoro la preoccupa?
È vero: la "mia" Chiesa che non interviene di fronte al diritto dei lavoratori. Eppure nel mio antico catechismo chi defrauda la merce agli operai compie un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio. E non lo dice solo il Vangelo, ma tutta la tradizione cristiana.

Sta dicendo di ribellarsi?
Se il grande Marchionne quando gli si chiede in dettaglio sul piano dice che a noi non interessa, che non vuole spiegare i dettagli, come fa l'Italia a non rivoltarsi?
San Tommaso diceva che c'è il diritto ed il dovere di ribellarsi al tiranno e l'atteggiamento dell'amministratore Fiat è tirannia. La mia profonda inquietudine di uomo, cristiano, è quella di gridare ovviamente, ed è chiaro che non sto a condannare chi ha votato il si perché è un ricatto a chi ha famiglia, a chi ha il mutuo, a chi ha figli, a chi ha nipotini. a chi ha gente ammalata e vecchia in casa e allora va a votare.

Il ruolo del governo nella vicenda del referendum immaginiamo che l'ha lasciata, usando un eufemismo almeno perplesso.
So che a Roma aspettavano un plebiscito che non c'è stato. Questo governo che in due anni e mezzo non ha fatto una riforma, non ha creato posti di lavori, non ha investito sulla ricerca mi fa gridare.
Il mio grido di cittadino, di uomo, cristiano, prete, anticapitalista, antifascista è un grande grido di solidarietà. E come faccio a stare zitto? E proprio ai dipendenti della Fiat Mirafiori, agli esclusi dalla rappresentanza sindacale darò il mio grido di liberazione.

di Giulia Zanotti e Elisabetta Ranieri
17/01/2011
http://www.nuovasocieta.it/

16 gennaio 2011

Il «modello Fiat» dell'«obbedire per competere» visto dalle fabbriche dell'America latina.


Il sogno argentino di Marchionne

«Non si uccidono così anche i cavalli?» è un film di Sidney Pollack del 1969. Nell’America in crisi degli anni trenta un gruppo di persone, costrette a fare di tutto per vivere, partecipa ad una maratona di ballo in vista di un premio in soldi. Ballare per ore e ore, muoversi melanconicamente per necessità fino allo sfinimento; alcuni dopo ore si ritirano, altri stramazzano al suolo. Da qui la domanda: non si uccidono così anche i cavalli? Pensate ora ad un operaio Fiat argentino, costretto a lavorare anche per dodici ore al giorno, per sei giorni a settimana, con i tendini infiammati, la schiena a pezzi e lacrime che scorrono giù lungo il viso per il dolore. Ma non si uccidono così anche i cavalli?
Veniamo al caso italiano, al nuovo contratto Fiat per gli operai di Mirafiori, dopo quello di Pomigliano, e alle analogie e differenze con il caso argentino.
Marchionne ha in testa un modello di governabilità del tipo «obbedire per competere», che somiglia molto a quello argentino, e lo ha imposto di forza anche in Italia con la compiacenza di Cisl e Uil. Fuori dai piedi, quindi, i vecchi diritti, con l’imposizione della mordacchia per la riluttante Fiom; e via libera alla flessibilità spazio-temporale e al disciplinamento stretto degli operai. In tempo di crisi, anche se la Fiat ha infilzato all’amo un piccolo investimento di 700 milioni di euro, non pochi sono disposti ad abboccare. E dal momento che il manager fa bene il suo lavoro, e sa che, minacciando di spostare la produzione verso nuovi «paradisi» dello sfruttamento, avrà più possibilità di imporre ciò che vuole ad un’italietta sempre pronta a genuflettersi ai piedi di un imprenditore globale, non c’è da meravigliarsi dei risultati dei referendum. Ma, al di là di questo vecchio vizio d’arroganza della casa automobilistica, cerchiamo di capire quali sono le conseguenze dell’accordo sulla vita degli operai. L’operaio ideale che dovrebbe uscire dalla disciplina Marchionne dovrà parzialmente rinunciare al diritto di sciopero, accettare turni di lavoro umanamente insostenibili e straordinari sotto il ricatto di punizioni e licenziamenti, come già accade in Argentina. A differenza dell’Italia, lì, però, gli operai sono pagati con un salario che per la realtà Argentina è alto: circa 4000 pesos è quello base [un maestro ne guadagna quasi 3000] che con gli straordinari arriva a circa 7000, quasi 1400 euro.
Tuttavia, quel salario, ha un costo umano enorme; a spiegarcelo sono gli stessi operai Fiat di Cordoba: anche se il contratto prevede otto ore giornaliere, con due pause da 15 minuti a cui si sommano i trenta della mensa a fine turno, gli straordinari sono diventati di ordinaria amministrazione. Lo straordinario, secondo quanto stipula il contratto collettivo di lavoro e la legge laboral vigente, sono opzionali. Però in pratica, si utilizzano sottili meccanismi di pressione, che obbligano i lavoratori a sottomettersi a giornate di lavoro prolungate. In questo modo si viene inghiottiti dalla fabbrica alle sei del mattino e se ne esce dopo 12 ore; poi il tempo di tornare a casa, cenare e via a dormire, ogni giorno per sei giorni a settimana. Dopo un po’ di tempo iniziano i malanni fisici anche nel caso di operai giovani; sicché molti sono quelli che, nonostante i dolori lancinanti, non lasciano la linea per paura di perdere il posto.

Salario e miedo [paura] sono i termine che più di frequente ritornano nelle interviste con gli operai fiat di Cordoba, li usano per spiegare le ragioni per cui accettano quelle condizioni di lavoro. E’ necessario tenere presente, che l’esperienza degli anni ’90 ha lasciato la sua impronta nella memoria collettiva dei lavoratori. Con livelli di disoccupazione che superavano il 13 per cento della Pea [Popolazione Economicamente Attiva] nel 1999 e la pauperizzazione crescente di milioni di lavoratori, il miedo, la paura, diventò un’arma fondamentale del capitale per imporre le sue condizioni di sfruttamento.
Anche così, oggi, nonostante il peso di quel passato e l’aggiunta di incentivi per favorire la fidelizzazione all’impresa, quel regime di prestazione psico-fisica, fatto di attenzione e forza fisica, che sfiancherebbe anche un giocatore di rugby, fa sì che il controllo della forza-lavoro vacilli di frequente.
Quasi ogni mese, spiega un operaio, la politica del «miedo» viene ribadita con le punizioni esemplari, ovvero, i licenziamenti utili non solo per allontanare le «pecore nere» ma anche per riportare alla docilità gli altri operai. I licenziati, però, non devono comparire come tali ma come dimissionari, perché la Fiat, nell’accordo siglato con il governo di Cordoba – in base alla legge 9727 del programma di promozione e sviluppo industriale della provincia- si impegnava a non licenziare in cambio di consistenti agevolazioni, come, ad esempio, un forte sconto sul costo dell’energia elettrica. Fatta la legge trovato l’inganno: gli operai vanno via, nella maggior parte dei casi, con un foglio di dimissioni e un po’ di soldi in tasca, una sorta di incentivo all’uscita. Ma cerchiamo di capire come si è arrivati a questo e quali altre similitudini presenta il caso argentino con quello italiano. Nei primi anni novanta, in Argentina, sempre in tempo di crisi, così come in Italia oggi, si mandarono al macero una parte dei diritti sul lavoro per attrarre gli insediamenti delle multinazionali favorendo le contrattazioni di secondo livello, quelle aziendali. Da lì in poi le multinazionali dell’auto Fiat, Peugeot, Volswaghen, hanno potuto fare a Cordoba il bello e il cattivo tempo, ognuna con il suo contratto e con un solo sindacato [SMATA], che registra molti tesserati ma pochi consensi. Anche in Argentina in quegli anni prevalse il discorso sull’efficacia degli investimenti per la ripresa economica ed occupazionale, trasformando gli sfruttatori in benefattori; anche lì si gonfiarono i dati sulla presunta ricaduta occupazionale e si dragarono in cambio vantaggi e incentivi.
Infondo tutti sanno, operai, sindacalisti e sociologi del lavoro, che in quelle fabbriche- dove il sistema di produzione è stato adeguato al World Class Manifacturing [WCM], il nuovo cavallo di troia ideato dai padroni del settore auto per ampliare controllo e disciplina sotto l’apparente neutralità delle esigenze produttive- le condizioni di lavoro sono peggiorate. In linea, come racconta un operaio, per stanchezza capita di addormentarsi con la saldatrice in mano; e gli incidenti da accumulo di fatica aumentano di giorno in giorno. Per tamponare questi ed altri danni, la Fiat ha in loco delle cliniche e perfino un ospedale collocato proprio di fronte alla fabbrica d’auto. Questa rete di luoghi di cura è molto utile anche per contenere le informazioni e oscurare i dati sullo stato di salute degli operai, cosa che può sempre tornare utile nel caso in cui qualcuno si decida ad uscire allo scoperto e denunciare.

Questo è lo scenario che gli operai Fiat di Pomigliano e Mirafiori si troveranno a vivere nei prossimi mesi. Anche se è prevedibile che questo regime disciplinare sia destinato a provocare resistenze, dallo sciopero generale alle proteste fabbrica per fabbrica, rimane il fatto che spremere come limoni migliaia di operai per favorire un settore decotto come quello dell’auto sia una scelta strategia catastrofica non solo in termini economici ma anche e soprattutto umani. Prima di assecondare il modello Marchionne, come fanno Chiamparino, Fassino e altri invasati del tardo industrialismo, ci si dovrebbe chiedere quali saranno le conseguenze tanto sui produttori quanto sui consumatori. Su questo tema, nonostante le attente segnalazioni di Guido Viale, le mancanze riguardano anche il sindacato e la classe operaia, incapace di immaginare un modello diverso da quello esistente. Se si segue la discussione di questi giorni, tra le colpe imputate alla Fiat dalla Fiom troviamo l’assenza di investimenti in ricerca e sviluppo, ovvero la mancanza di nuovi modelli di auto. Questo è vero, ma a ben guardare si tratta di osservazioni che sottendono la condivisione di un modello conservatore che individua nello sviluppismo e nell’aumento della produzione una risposta alla crisi globale. Il punto nevralgico della questione, che purtroppo viene del tutto oscurato in questi giorni, è piuttosto il tentativo di individuare una strategia d’uscita dal pantano del ricatto Fiat.
Se la discussione rimarrà imbrigliata sulla rivendicazione del diritto al lavoro e non sull’esodo da lavori disumani, in quel pantano si rischierà di affogare, accettando uno sfruttamento accresciuto, indignandosi di tanto in tanto per i diktat del manager e le strette disciplinari. Infondo, se si stagna in questa situazione è anche per i ritardi accumulati dall’Italia in termini di welfare e misure redistributive. Basti pensare che solo di recente, con gran ritardo, a bassa voce, a seguito dell’acuirsi della crisi e della disoccupazione, una parte della sinistra, e ivi compresa la Fiom, ha inserito nell’ordine del discorso una timida rivendicazione per il salario di cittadinanza, soldi sganciati dal lavoro per i giovani, dopo che l’argomento quasi gli era stato soffiato via da Brunetta.
Eppure la storia insegna, non reagire in tempo ad una violenza comporta dolorose conseguenze. Non aver ragionato in tempi utili sulle strategie di esodo dalla grande impresa e più in generale dallo sviluppismo è una colpa che da qui in poi si dovrà pagare.

Paolo Caputo Università della Calabria, Lorena Capogrossi Università di Cordoba-Argentina, Elisabetta Della Corte Università della Calabria
[23 Dicembre 2010]

15 gennaio 2011

Per Marchionne e complici sindacali e politici è una sconfitta politica, Gli operai e la Fiom hanno la forza pe rovesciare il patto della vergogna


IL RICATTO FIAT AVRA’ VITA DIFFICILE, LA CLASSE OPERAIA LO HA BEN IDENTIFICATO


Il referendum-ricatto alla Fiat Mirafiori di Torino, è allo spoglio finale con smarrimenti di schede ed un NO che vale il 46%, cosa difficile da immaginare anche per non pochi dei sostenitori dello stesso. Una notte al cardipalma, che segue una intensa campagna tesa a smascherare il manovriere Marchionne e i tanti amici collaborazionisti. Il si, al 54%, è tale solamente per il voto espresso dai colletti bianchi impiegatizi, che in tal modo decidono i ritmi degli altri lavoratori, ma è indubbio che ben altro risultato contavano di ottenere quelli che son diventati i sindacati gialli filo padronali e la Fiat.

Dichiarazioni di vittoria poco convincenti seguono il dato definitivo dello spoglio del referendum con cui la Fiat torna a politiche di fabbrica degne dei suoi percorsi da anni 30-40, periodo in cui l’afflato con il regime fascista era sotto gli occhi del mondo intero. Una campagna per il si, che ha visto la diretta partecipazione della Fiat con assemblee interne all’orario di lavoro, oltre ai sindacati macchietta fim, uilm ugl e fismic, e tanti amici della politica ricattatoria alla Fassino, D’Alema e larga parte del pd, al non esprimersi sul voto del poeta del governismo di sinistra Vendola, et similaria, ed un governo Berlusconi impegnato con il premier stesso e con un Sacconi "spaventatore" persino durante lo svolgimento stesso del referendum .

Eppure nonostante tutto facesse pensare ad uno scarto di voti molto consistente, il risultato per il si, è di molto al di sotto delle aspettattive, provate da Marchionne e da John Elkann nello stabilimento stesso a seguire i risultati. Dall’altra parte dellla vera e propria barricata, la Fiom e la sinistra CGIL e l’insieme del sindacalismo di base e i militanti della sinistra di classe. Una sproporzione di forze e di finanziamenti che mettono in ampio risalto il risultato ampio preso dal NO. Un risultato che ridà un senso di se all’insieme delle forze classiste, per poter intraprendere ovunque questa unità d’azione in difesa degli interessi delle fascie deboli della popolazione.

Una unificazione delle lotte e dei conflitti che prende corpo giorno dopo giorno, che si rafforza ribadendo con chi stare senza opportunismi di sorta, e che si candida ad essere l’unica vera opposizione sociale al governo Berlusconi ed all’opposizione dormiente in parlamento, del centrosinistra interclassista. Una sinistra di classe, sindacale e politica che può ben rappresentare i tanti settori che non vogliono pagare la crisi economica creata da padroni ed amichetti, e che mette in discussione il falso totem del profitto ad ogni costo, tanto caro alle polititiche interclassiste di centrodestra e di centrosinistra pienamente supportate da banche e confindustria.

Battaglia sindacale che sconfigge la compartecipazione agli interessi della classe avversa e ridà un senso di se, al fare vero sindacato e vera politica, lontani da furbate varie governiste ed ignobili giochi di palazzo. E che ha rivisto all’opera, e che opera, il popolo di sinistra, i tanti e le tante compagni/e, che han seguito in prima persona questa dura lotta, che han fornito solidarietà di classe e partecipazione autorganizzata, e che non si rendono disponibili a politiche di svendita dei diritti. Un riemergere fattivo dal basso, che con l’importante risultato ottenuto dal No, non potrà che crescere ed ampliarsi in previsione dello sciopero della Fiom del prossimo 28 gennaio, e delle tante lotte che attraversano il mondo della scuola, la difesa dei territori, del referendum per l’acqua pubblica, ecc ecc.

Un impegno molto forte che metterà in crisi i tergiversare alla Camusso, il suo non dichiarare uno sciopero generale prima garantito e poi negato a singhiozzo, con il chiaro progetto di riallinearsi ai sindacati gialli filo-padronali. Lotte che metteranno fianco a fianco la base del sindacalismo conseguente, che faranno giustizia di piccoli orticelli, e che segnaleranno con forza l’urgenza di processi unitari che possano al più presto possibile unificare il conflitto di classe. Se c’è una lezione che possiamo trarre da questa lotta, è che l’unica battaglia persa è quella che non si fa, e che la delega agli interclassisti, dei propri interessi, è destinarsi alla disfatta.

Chi non vuole pagare la crisi creata dall’economia fallimentatre capitalistica deve saper trarre le risposte che servono. Mirafiori ed il ricatto Marchionne sono una pietra miliare, un nuovo punto di partenza, il ritrovare la forza poderosa dell’insieme della classe, il riposizionamento in avanti che questo caldo autunno ha dato alla sinistra di classe nel suo insieme. Il tentativo di non dare rappresentanza al sindacalismo di classe sarà un boomerang su cui i padroni del vaporetto rischiano di cadere in alto mare,e i salvagente governisti non è detto che sappiano riportarli a riva, è il rischio delle politiche totalitarie, ma loro sembrano non capirlo, troppo impegnati a giocare in borsa, la loro crisi di sistema li ha resi veramente incapaci di vedere.

Il si sulla carta vincente, è in piena crisi di credibilità, di fattibilità. L’americano nato a Chieti, padrone buono per i governisti di ogni dove, è meno forte di ieri, Pomigliano prima e Mirafiori dopo, lo hanno reso manifesto , a Detroit si dicono contenti del suo lavoro con il bastone, e gli augurano buon lavoro, ma la crisi dell’automobile negli USA ed in particolare degli inquinanti SUV, sembrano davvero indicare ben altro. La prova? I cinesi copiano l’auto elettrica francese e se ne infischiano dell’operato SUV Fiat, lo spionaggio industriale su Sergio e compagnia brutta non ci punta nemmeno un cent , casuale? Parrebbe proprio di NO, un’altro NO che la dice ancora più lunga delle politiche industriali destinate a sonora sconfitta.

Il si è impantanato su se stesso, potenza di un AD pagato a peso d’oro, nonostante insuccessi di vendite e futuri boicottaggi di consumatori decisi a rendere pan per focaccia, se questo è vincere, il futuro delle politiche industriali della Fiat è veramente a rischio. Triste destino per chi ha comprato l’Alfa Romeo e pare non averla nemmeno ancora pagata, per chi ha preso cassa integrazione e contributi statali italiani a dismisura,degli incentivi statali, il calo delle vendite dell’oggi sembra il nulla, rispetto al domani, c’è poco da esser trionfanti, ed il 46% di NO, lo sottolinea ancor di più. Ma ha veramente vinto il ricatto Marchionne? Pirro giura di si, ma la fonte pare non attendibile.

Il capitalismo con i soldi ed i sacrifici raddoppiati degli altri, di chi già faceva fatica ad arrivare a fine mese,non fornisce la giusta risposta ed il 54% di si, non tarderà a doversene accorgere, piaccia o meno, non importa. I ricchi sempre più ricchi, che chiedono sacrifici a chi ha sempre meno, son sempre più invisi, ed è storia dell’oggi e del 46% di NO, ma soprattutto storia del domani, grazie compagni e compagne di Mirafiori, grazie a chi gli è stato coerentemente al fianco, anche da voi, dal vostro fattivo contributo, può ripartire tutta un’altra storia, che dello sfacelo governista, faccia giustizia e proposta di classe, per una alternativa di sistema che è sempre più urgente, il mio sentito grazie a tutti voi.

Enrico Biso
http://www.bellaciao.org/

11 gennaio 2011

Riceviamo e pubblichiamo. Intervento degli operai superstiti della ThyssenKrupp di Torino a sostegno della Fiom e dello sciopero del 28 gennaio

NO AL RICATTO MARCHIONNE!

Gli operai ThyssenKrupp di Torino, impegnati da tre anni in una giusta battaglia per la verità, la giustizia e l’accertamento delle responsabilità per la strage del 6 dicembre 2007 in cui persero la vita 7 compagni di lavoro sostengono e aderiscono allo sciopero indetto dalla Fiom il 28 gennaio.
Da quella terribile notte che ha generato in noi rabbia ma anche di voglia di riscatto, non siamo rimasti con le mani in mano. Con il sostegno legale della Fiom abbiamo intentato, per la prima volta in Italia, una causa contro l’Azienda, attraverso la costituzione di parte civile di 44 lavoratori, perché venga riconosciuto un risarcimento per aver lavorato in condizioni di totale abbandono e assoluto degrado e con gravissime carenze sul piano della sicurezza. Il 14 gennaio si terrà al Palagiustizia l’udienza in cui le parti civili avanzeranno la richiesta di risarcimento per gli operai costituiti. Operai che, per questa presa di posizione da tre anni vengono discriminati dagli Enti locali, in particolar modo dal Comune di Torino: un accordo, siglato dopo la chiusura del sito torinese da Azienda, Enti locali (tutti costituiti parte civile al nostro fianco nel processo) e organizzazioni sindacali, che prevede la ricollocazione per tutti i lavoratori, ha visto il Comune di Torino ricollocare decine di operai TK non costituiti parte civile in aziende ex municipalizzate. Oltre il danno la beffa!
L’occasione di svolta per inaugurare una nuova stagione di maggiore sensibilità e attenzione sul tema della sicurezza nei luoghi di lavoro da parte di Istituzioni e aziende, come sembrava dover rappresentare il caso TK, si è rivelata illusoria e non ha fatto scaturire un’attenta e seria riflessione su questo delicato tema. Le “soluzioni” adottate dal Governo per contrastare questo fenomeno sono state chiare: “La sicurezza è un lusso che non ci possiamo permettere” le parole di Tremonti dell’agosto scorso, senza dimenticare i gravi attacchi sferrati sistematicamente nel tentativo di indebolire il T.U. 81 sulla Sicurezza varato nel 2008 e non ultima la vergognosa e offensiva (per vittime e familiari di queste) campagna Sicurezza sul lavoro. La pretende chi si vuole bene lanciata dal Ministero del Lavoro, che fa ricadere il compito di garantire la sicurezza e la tutela della salute nei luoghi di lavoro ai lavoratori stessi, mentre è preciso dovere di istituzioni e aziende adempiervi. Governo che non ha mai fatto nulla per far applicare le norme in fatto di sicurezza e tutela della salute nei luoghi di lavoro, anche attraverso i suoi organi competenti a livello locale: nel processo TK è stato aperto un fascicolo di inchiesta nei confronti di 5 Ispettori Asl per il reato di falsa testimonianza!
Questa criminale condotta da parte di Governo e Istituzioni si sta pericolosamente concretizzando attraverso l’appoggio, motivato da una pretestuosa occasione di rilancio dell’occupazione, all’introduzione delle misure contenute nel piano Marchionne, vergognoso ricatto perpetrato nei confronti dei lavoratori Fiat (prima di Pomigliano ora di Mirafiori), che mira ad introdurre condizioni di lavoro più dure attraverso l’aumento di produttività, diminuzione delle pause di lavoro, mancata retribuzione dei primi giorni di malattia, esclusione dalla rappresentanza sindacale per chi (come la Fiom) non firma questo vergognoso ricatto, vero e proprio banco di prova per cercare di estendere a tutti i lavoratori queste condizioni di lavoro scellerate e ricattatorie. Condizioni di lavoro precario e insicuro come quelle che hanno reso possibile la peggiore tragedia sul lavoro in Italia degli ultimi decenni: la ThyssenKrupp.
Importante sostenere la Fiom nelle legittime rivendicazioni politiche avanzate: la rappresentanza sindacale sancita dalla Costituzione, il suo ruolo di baluardo a difesa dei diritti dei lavoratori, il suo ruolo come centro promotore, iniziato il 16 ottobre a Roma, del cambiamento e dell’opposizione a questo Governo che non è più in grado di governare il Paese se non attraverso repressione (attraverso brutali cariche come quelle viste il 14 dicembre, all’Aquila, a Terzigno, al Mov. Pastori Sardi, agli studenti, agli immigrati, ecc.), imbrogli e raggiri. E’ necessario oggi più che mai lottare per cambiare musica, non solo i suonatori: credere maggiormente nelle nostre forze e capacità, sviluppare maggiormente il coordinamento tra le lotte esistenti nel Paese, appoggiare e sostenere la parte sana della società, degli organismi, dei movimenti di lotta che già spingono per il cambiamento, primo passo verso il necessario e urgente cambiamento di questo ordine sociale basato sul profitto di pochi a scapito di molti, ormai incapace di garantire diritti e libertà per tutti, in uno nuovo in cui il libero sviluppo di ognuno equivale al libero sviluppo di tutti.

Basta morti sul lavoro! Lavoro dignitoso e sicuro per tutti!
Ricollocazione per gli operai ThyssenKrupp costituiti parte civile discriminati!
Sosteneteci in aula il 14 gennaio!
Solidarietà agli operai Fiat sotto attacco! NO al piano Marchionne!
Sostegno allo sciopero indetto dalla FIOM il 28 gennaio!

Operai ThyssenKrupp Torino
12 gennaio 2011

10 gennaio 2011

Intervista a Vincenzo Comito, docente di finanza aziendale Università di Urbino

«Quello di Marchionne è un bluff. La Fiat lascerà l'Italia comunque»

«Ci auguriamo che la Fiat rinunci a una strada che non porterebbe risultati economici, ma un inasprimento dei conflitti sociali. Ci auguriamo che governo e forze politiche e sindacali contribuiscano a una soluzione di questo conflitto che ristabilisca i diritti dei lavoratori a essere rappresentati in modo democratico e tuteli le condizioni di lavoro» si chiude così, seguito dalla solidarietà alla Fiom e dall'adesione allo sciopero del 28 gennaio, l'appello "produrre e lavorare meglio, con democrazia" firmato da 48 economisti («ma siamo già arrivati a 70») e pubblicato ieri da Sbilanciamoci!. Fra i firmatari c'è anche Vincenzo Comito, dell'Università di Urbino che Liberazione ha intervistato.

Professore, nell'appello voi scrivete che in nessun Paese europeo nessuna industria dell'auto ha tentato di eliminare un sindacato critico e che negli altri Paesi si tutelano i redditi e le condizioni di lavoro degli operai. L'Italia è così distante dall'Europa?

Sì, poi bisogna tenere conto di tutto il resto che sta sullo sfondo: per esempio, con tutte le riduzioni salariali e gli altri svantaggi che gli operai tedeschi hanno dovuto affrontare dal 2003 ad oggi, il loro stipendio è ancora del 40% più alto di quello italiano e i prezzi dei beni di consumo sono inferiori del 30% rispetto ai nostri. Ma nessuno, in Inghilterra come in Francia o in Germania si è mai sognato di chiedere a sindacato e operai quelle rinunce a diritti a rappresentatività che invece chiede Marchionne.

Voi invitate la Fiat a investire in produttività e innovazione ma, come è riportato in un suo recente articolo, la Fiat al contrario sta perdendo quote di mercato...

E' un discorso complesso che riguarda la strategia che Marchionne dice di avere. L'alleanza americana ha prodotto che nel 2010 l'Italia sia diventata il terzo Paese in ordine di importanza: la casa automobilistica ha venduto un milione e passa di auto negli Usa, 760mila in Brasile e 590mila in Italia. Prima eravamo al primo posto. In questo quadro Marchionne può permettersi di dire agli operai che se non accettano le sue condizioni le macchine le produce altrove, dalla Polonia alla Serbia. Ma secondo me la strategia di Crysler-Fiat è molto rischiosa, sembra una sfida impossibile da vincere. La Fiat non ha reti di vendita se non in Italia, Brasile e Polonia e la Crysler porterà solo suv e pick up. E le macchine medie e medio-grandi? Non ci sono nuovi modelli all'orizzonte e Fiat non sta in Cina che in questo momento è il principale mercato al mondo.

Cosa dovrebbe fare quindi Marchionne?

Beh, è molto difficile da dire. La Fiat non farebbe solo auto, ha anche l'Iveco, i trattori, le macchine da movimento terra. Ma a leggere Salvatore Tropea su Repubblica, Marchionne avrebbe intenzione di vendersele, comprese una parte della Ferrari e la componentistica. Io temo che i problemi per i lavoratori italiani saranno ancora più drammatici. Non vedo la situazione promettente.Un'altra cosa: dei 20 miliardi di investimento promessi da Marchionne questi accordi ne prevedono solo un miliardo e mezzo. E gli altri? Quello di Marchionne mi sembra un bluff e non riesco a capire bene cosa ci sia effettivamente dietro, se non la strategia giorno per giorno o la volontà di prepararsi il terreno per lasciare comunque l'Italia con la scusa del conflitto sociale.

E quando Marchionne accusa lavoratori e sindacato di fare una battaglia di retroguardia che impedisce lo sviluppo dell'Italia?

Se lo sviluppo non c'è non è certo colpa degli operai. E poi non tutta l'industria italiana va a picco: la Sevel e la Ferrero vanno a gonfie vele e non mi risulta che abbiano avuto problemi con i loro dipendenti. Chi riesce a stare sul mercato, a offrire prodotti competitivi e a stare sui mercati emergenti va bene. Marchionne non farà mai 6 milioni di auto come va dicendo, nemmeno con tutta la buona volontà dei sindacati. Non farà un milione e 600mila macchine in Italia perché il mercato non gliele assorbirà. Non vincerà la sua sfida a meno che non entri nel gioco ancora un altro produttore, forse la Tata indiana o qualche asiatico, perché qui i conti non quadrano.

Chi è più latitante in questa situazione? La politica aziendale Fiat, la politica industriale del governo o i sindacati?

Il problema è che mancano tutte e tre le cose. Negli altri Paesi si innova, si sperimenta. Da noi nulla. E per certi versi Marchionne è incomprensibile: non aveva bisogno di forzare sul terreno della rappresentatività sindacale a meno che alla fine non voglia lasciare comunque all'Italia un ruolo marginale. Non so cosa potremmo fare visto che gli altri due sindacati sono tornati a essere padronali. Provare a lottare, noi stiamo facendo quello che possiamo fare. Preoccupa soprattutto il fatto che il Pd ha perso completamente la bussola in questa vicenda. Ed è veramente grave.

di A.M.
09/01/2011
www.liberazione.it

8 gennaio 2011

Lettera/appello degli economisti sul reale stato della Fiat e sulle strategia preindustriali di Marchione e famiglia Agnelli

Produrre e lavorare meglio, con democrazia

I fatti dietro l'accordo sullo stabilimento di Mirafiori, il ridimensionamento produttivo della Fiat in Italia e il crescente orientamento finanziario, le alternative alla strategia dell'azienda. Lettera di 46 economisti sul conflitto Fiat-Fiom
Il conflitto Fiat-Fiom scoppiato a fine 2010 sul progetto per lo stabilimento di Mirafiori a Torino – che segue l’analoga vicenda per lo stabilimento di Pomigliano d’Arco - è importante per il futuro economico e sociale del paese. Giornali e tv presentano la versione Fiat, sostenuta anche dal governo, per cui con la crescente competizione internazionale nel mercato dell’auto i lavoratori devono accettare condizioni di lavoro peggiori, la perdita di alcuni diritti, fino all’impossibilità di scegliere in modo democratico i propri rappresentanti sindacali.
Vediamo i fatti. Nel 2009 la Fiat ha prodotto 650 mila auto in Italia, appena un terzo di quelle realizzate nel 1990, mentre le quantità prodotte nei maggiori paesi europei sono cresciute o rimaste stabili. La Fiat spende per investimenti produttivi e per ricerca e sviluppo quote di fatturato significativamente inferiori a quelle dei suoi principali concorrenti europei, ed è poco attiva nel campo delle fonti di propulsione a basso impatto ambientale. A differenza di quanto avvenuto tra il 2004 e il 2008 - quando l’azienda si è ripresa da una crisi che sembrava fatale – negli ultimi anni la Fiat non ha introdotto nuovi modelli. Il risultato è stata una quota di mercato che in Europa è scesa al 6,7%, la caduta più alta registrata nel continente nel corso del 2010.
Al tempo stesso, tuttavia, nel terzo trimestre del 2010 la Fiat guida la classifica di redditività per gli azionisti, con un ritorno sul capitale del 33%. La recente divisione tra Fiat Auto e Fiat Industrial e l’interesse ad acquisire una quota di maggioranza nella Chrysler segnalano che le priorità della Fiat sono sempre più orientate verso la dimensione finanziaria, a cui potrebbe essere sacrificata in futuro la produzione di auto in Italia e la stessa proprietà degli stabilimenti.
A dispetto della retorica dell’impresa capace di “stare sul mercato sulle proprie gambe”, va ricordato che la Fiat ha perseguito questa strategia ottenendo a vario titolo, tra la fine degli anni ottanta e i primi anni duemila, contributi pubblici dal governo italiano stimati nell’ordine di 500 milioni di euro l’anno.
A fare le spese di questa gestione aziendale sono stati soprattutto i lavoratori. Negli ultimi dieci anni l’occupazione Fiat nel settore auto a livello mondiale è scesa da 74 mila a 54 mila addetti, e di questi appena 22 mila lavorano nelle fabbriche italiane. Le qualifiche dei lavoratori Fiat sono in genere inferiori a quelle dei concorrenti, i salari medi sono tra i più bassi d’Europa e la distanza dalle remunerazioni degli alti dirigenti non è mai stata così alta: Sergio Marchionne guadagna oltre 250 volte il salario di un operaio.
Questi dati devono essere al centro della discussione sul futuro della Fiat. L’accordo concluso dalla Fiat con Fim, Uilm e Fimsic per Mirafiori – che la Fiom ha rifiutato di firmare - prevede un vago piano industriale, poco credibile sui livelli produttivi, tanto da rendere improbabile ora ogni valutazione sulla produttività. L’accordo appare inadeguato a rilanciare e qualificare la produzione, e scarica i costi sul peggioramento delle condizioni dei lavoratori. Sul piano delle relazioni industriali i contenuti dell’accordo sono particolarmente gravi: l’accordo si presenta come sostitutivo del contratto nazionale di lavoro, e cancellerebbe la Fiom dalla presenza nell’azienda e dal suo ruolo di rappresentanza dei lavoratori che vi hanno liberamente aderito. Il referendum del 13-14 gennaio tra i dipendenti sull’accordo, con la minaccia Fiat di cancellare l’investimento nel caso sia respinto, pone i lavoratori di fronte a una scelta impossibile tra diritti e lavoro. In questa prospettiva, la strategia Fiat appare come la gestione di un ridimensionamento produttivo in Italia, scaricando costi e rischi sui lavoratori e imponendo un modello di relazioni industriali ispirato agli aspetti peggiori di quello americano.
Esistono alternative a una strategia di questo tipo.
In Europa la crisi è stata affrontata da imprese come la Volkswagen con accordi sindacali che hanno ridotto l’orario, limitato la perdita di reddito e tutelato capacità produttive e occupazione; in questo modo la produzione sta ora riprendendo insieme alla domanda. Produrre auto in Europa è possibile se c’è un forte impegno di ricerca e sviluppo, innovazione e investimenti attenti alla sostenibilità ambientale; per questo sono necessari lavoratori con più competenze, meno precarietà e salari adeguati; un’organizzazione del lavoro contrattata con i sindacati che assicuri alta qualità, flessibilità delle produzioni e integrazione delle funzioni. E’ necessaria una politica industriale da parte del governo che non si limiti agli incentivi per la rottamazione delle auto, ma definisca la direzione dell’innovazione e degli investimenti verso produzioni sostenibili e di qualità; le condizioni per mercati più efficienti; l’integrazione con le politiche della ricerca, del lavoro, della domanda. Considerando l’eccesso di capacità produttiva nell’auto in Europa, è auspicabile che queste politiche vengano definite in un contesto europeo, evitando competizioni al ribasso su costi e condizioni di lavoro. Su tutti questi temi è necessario un confronto, un negoziato e un accordo con i sindacati che rappresentano i lavoratori dell’azienda.
In nessun paese europeo l’industria dell’auto ha tentato di eliminare un sindacato critico della strategia aziendale dalla possibilità di negoziare le condizioni di lavoro e di rappresentare i lavoratori. L’accordo Fiat di Mirafiori riduce le libertà e gli spazi di democrazia, aprendo uno scontro che riporterebbe indietro l'economia e il paese.
Ci auguriamo che la Fiat rinunci a una strada che non porterebbe risultati economici, ma un inasprimento dei conflitti sociali. Ci auguriamo che governo e forze politiche e sindacali contribuiscano a una soluzione di questo conflitto che ristabilisca i diritti dei lavoratori a essere rappresentati in modo democratico e tuteli le condizioni di lavoro. Esprimiamo la nostra solidarietà ai lavoratori coinvolti e alla Fiom, sosteniamo lo sciopero nazionale del 28 gennaio 2011 e ci impegniamo ad aprire una discussione sul futuro dell'industria, del lavoro e della democrazia, sui luoghi di lavoro e nella società italiana.

Primi firmatari:
Margherita Balconi, Università di Pavia
Paolo Bosi, Università di Modena e Reggio Emilia
Gian Paolo Caselli, Università di Modena e Reggio Emilia
Daniele Checchi, Università Statale di Milano
Tommaso Ciarli, Max Planck Institute of Economics
Vincenzo Comito, Università di Urbino
Marcella Corsi, Università di Roma “La Sapienza”
Pasquale De Muro, Università di Roma Tre
Giovanni Dosi, Scuola Superiore Sant’Anna, Pisa
Marco Faillo, Università degli Studi di Trento
Paolo Figini, Università di Bologna
Massimo Florio, Università Statale di Milano
Maurizio Franzini, Università di Roma “La Sapienza”
Lia Fubini, Università di Torino
Andrea Fumagalli, Università di Pavia
Mauro Gallegati, Università Politecnica delle Marche
Adriano Giannola, Università di Napoli Federico II
Anna Giunta, Università di Roma Tre
Andrea Ginzburg, Università di Modena e Reggio Emilia
Claudio Gnesutta, Università di Roma “La Sapienza”
Elena Granaglia, Università di Roma Tre
Simona Iammarino, London School of Economics
Peter Kammerer, Università di Urbino
Paolo Leon, Università di Roma Tre
Stefano Lucarelli, Università di Bergamo
Luigi Marengo, Scuola Superiore Sant’Anna, Pisa
Pietro Masina, Università di Napoli "L'Orientale"
Massimiliano Mazzanti, Università di Ferrara
Marco Mazzoli, Università Cattolica di Piacenza
Domenico Mario Nuti, Università di Roma “La Sapienza”
Paolo Palazzi, Università di Roma “La Sapienza”
Cosimo Perrotta, Università del Salento
Mario Pianta, Università di Urbino
Paolo Pini, Università di Ferrara
Felice Roberto Pizzuti, Università di Roma “La Sapienza”
Andrea Ricci, Università di Urbino
Andrea Roventini, Università di Verona
Maria Savona, University of Sussex
Francesco Scacciati, Università di Torino
Alessandro Sterlacchini, Università Politecnica delle Marche
Stefano Sylos Labini, Enea
Giuseppe Tattara, Università di Venezia
Andrea Vaona, Università di Verona
Marco Vivarelli, Università Cattolica di Piacenza
Antonello Zanfei, Università di Urbino
Adelino Zanini, Università Politecnica delle Marche

Per aderire alla lettera degli economisti, inviare una mail a: redazione@sbilanciamoci.info
08/01/2011