30 dicembre 2010

Studenti e operai, la vera opposizione, l'unica a difesa della democrazia. Tutto il Parlamento contro la Costituzione

Da Pomigliano a Mirafiori, la Costituzione è carta straccia

D’Alema ha fatto la sua scelta: con Marchionne e contro la Fiom. Con qualche se e qualche ma, come è nello stile slalomistico della casta Pd, ma la sostanza non cambia. Si tratta di un vero e proprio cambiamento di fronte, che rischia di “fare epoca” certificando la definitiva morte del Pd, perché l’inciucio con Marchionne nel quale D’Alema trascina il partito (Bersani seguirà?) ha un sapore strategico, molto più grave perfino dei tanti inciuci “tattici” (comunque devastanti) con Berlusconi.

Anche il diktat di Marchionne, servilmente e prontamente firmato da Uil e Fim, certamente farà epoca, come hanno prontamente e servilmente gorgheggiato gli aedi di regime. Si tratta di capire di quale “epoca” si tratti. A giudicare senza pregiudizi, si tratta in campo sociale dell’analogo rappresentato dalle leggi berlusconiane di bavaglio ai giornalisti e camicia di forza ai magistrati, fin qui fermate dalla sollevazione popolare della società civile. Quei disegni di legge, che il governo non ha rinunciato a far approvare, segnano un salto di qualità verso approdi specificamente fascisti dell’attuale regime. Un equivalente funzionale e soft (soft?) di fascismo risulta anche il diktat di Marchionne. Se qualcuno ritiene il rilievo eccessivo, si accomodi a considerare le seguenti e modeste verità di fatto.

Il diktat marchionnesco prevede che 1) non vi saranno più rappresentanze elette dei (dai) lavoratori, ma solo nominate dai sindacati che firmano l’accordo, e che 2) i lavoratori che scioperino anche contro un solo aspetto dell’accordo possano essere licenziati. Queste misure costituiscono nel loro insieme un quadro di (non) diritti che negli oltre sessant’anni di vita della Repubblica non era stato mai ventilato, neppure in via ipotetica, neppure dalle forze più retrive della politica e dell’imprenditoria. Per trovare un precedente bisogna risalire agli anni del fascismo. Riassumiamo i fatti storici.

Nell’immediato dopoguerra, dopo la rottura dell’unità sindacale, i lavoratori eleggono in fabbrica i loro rappresentanti nelle “Commissioni Interne”, su liste sindacali in concorrenza. Lungo gli anni settanta e fino a quasi la metà degli anni ottanta, invece, in un clima di unità sindacale dal basso, imposta dalle lotte del ’68 e del ’69, i rappresentanti operai vengono eletti su scheda bianca, senza sigle sindacali, votando per gruppi o reparti “omogenei” direttamente i nomi dei compagni di lavoro che riscuotono la maggiore fiducia. Con la nuova rottura dell’unità sindacale si torna a rappresentanze elette su liste di sigle sindacali concorrenti, che abbiano firmato accordi contrattuali o vi si siano opposti (anche i Cobas insomma).

Lo “Statuto dei lavoratori” del 1970 parla di rappresentanze sindacali in termini volutamente generici, proprio perché non intende predeterminare per legge quale delle due forme di elezione vada privilegiata, ma intende come ovvio l’eguale diritto di tutti i lavoratori ad essere rappresentati. Quanto al diritto di sciopero, esso è tutelato costituzionalmente (art. 40) “nell’ambito delle leggi che lo regolano”, e dunque non può essere in alcun modo limitato da accordi privati. E la legge oggi lo limita solo in specifici casi, esigendo preavvisi e/o esenzioni per i servizi pubblici irrinunciabili.

Dunque, neppure ai tempi delle più dure repressioni antioperaie, che in campo padronale avevano il volto di Valletta e dei reparti-confino per gli attivisti Fiom, e in campo politico il volto di Mario Scelba e della violenza della “Celere”, era stato mai messo in discussione l’ovvio principio che tutti i sindacati (anzi tutti gli operai) hanno diritto a dar vita alle rappresentanze dei lavoratori, perché altrimenti sarebbero “rappresentanze” non rappresentative.

Per ritrovare un analogo al diktat marchionnesco bisogna infatti risalire al 2 ottobre 1925, al diktat di Palazzo Vidoni con cui Mussolini, il padronato e i sindacati fascisti firmavano la cancellazione delle “Commissioni Interne”, sostituite dai “fiduciari” di regime (equivalente “sindacale” dei capocaseggiato). Non c’è dunque nessuna esagerazione retorica nell’allarme che i dirigenti Fiom hanno lanciato, ricordando questi precedenti, e invocando lo sciopero generale contro misure che non solo calpestano la Costituzione, ma che di questo “strame della Costituzione” intendono fare il modello delle future relazioni industriali.

Quello che colpisce e lascia anzi allibiti, semmai, è la mancanza di una risposta anche minimamente adeguata, da parte di forze che si dicono democratiche, e che verbalmente presentano rituali omaggi alla Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza. Parliamo del Pd, dove numerose sono le voci di servo encomio alla “voluntas Fiat”, e comunque maggioritarie quelle né carne né pesce, nella migliore tradizione di Ponzio Pilato, e non vi è un solo leader di spicco che abbia preso posizione netta a fianco della Fiom. Ma parliamo anche, e in questo caso soprattutto, della Cgil: non si capisce davvero cosa debba ancora accadere, in questo sciagurato paese, perché si ritenga necessario uno sciopero generale, se non bastano neppure misure antioperaie che hanno antecedenti solo nel fascismo.

E parliamo anche, purtroppo, di una società civile che è stata ben altrimenti energica e pronta nel rispondere alla volontà di fascistizzazione in tema di giustizia e di informazione, e che invece sembra neghittosa di fronte a questa seconda ganascia della tenaglia di fascistizzazione del paese. Dimenticando che sulla distruzione delle libertà e dei diritti dei lavoratori è già passata una volta la distruzione delle libertà e dei diritti di tutti i cittadini. Ecco perché la sollevazione morale della società civile a fianco dei metalmeccanici Fiom è oggi il dovere più urgente, e la cartina di tornasole della capacità di resistere alle lusinghe e alle violenze del fascismo postmoderno.

Paolo Flores d’Arcais
30 dicembre 2010
Micromega online

29 dicembre 2010

«Quella volta che Marchionne ci disse: gli operai sono solo soldati di un esercito». Gianni Rinaldini, ex segretario della Fiom, avverte la Cgl

La Fiat si sente in guerra

«La fase della concertazione è finita. Cos’altro bisogna aspettare che succeda per rendercene conto? ». Gianni Rinaldini, ex segretario della Fiom e dirigente storico della Cgil, dopo l’accordo separato di Mirafiori, chiede al suo sindacato una reazione: «Dobbiamo trasformarci in soggetto rivendicativo e propositivo».

Facciamo un passo indietro. Perché la Fiom non ha firmato l’accordo su Mirafiori?
«Perché è un sindacato che difende i lavoratori. Quello che è stato firmato non è un accordo. La dizione più esatta è regolamento. Imposto dalla Fiat e sottoscritto da alcune organizzazioni sindacali senza una vera trattativa».

Cosa c’è di così sbagliato in quell’accordo?
«Il sindacato di fatto non esiste più. L’azienda sceglie unilaterlmente il modello di produzione che preferisce. E se tra qualche mese, i lavoratori si faranno i conti e quel modello non gli andrà più bene, non avranno nemmeno il diritto di poter protestare. In questo modo, Il sindacato cessa di esistere come soggetto negoziale».

Dove vuole arrivare Marchionne nella trasformazione delle relazioni industriali?
«Una volta al tavolo delle trattative disse una frase che mi è rimasta impressa: dobbiamo essere una macchina da guerra. E specificò: la sfida della globalizzazione è la guerra totale tra imprese. Ecco, con un idea di questo tipo è evidente che non possono esistere relazioni sindacali, possibilità di contrattazione, di resistenza. I lavoratori sono soltanto soldati di un esercito».

Marchionne però dice che si può che fare solo così per mantenere la produzione in Italia.
«Tutte le previsioni che aveva fatto si sono rivelate sbagliate. Prevedeva che in Europa il mercato sarebbe collassato e che la ripresa ci sarebbe stata nel 2012. Per questo ha bloccato la produzione di nuovi modelli. Ma il mercato ha retto e ora lui si ritrova per i prossimi due anni senza prodotti nuovi da offrire. Anche i sindacati serbi hanno cominciato a lamentarsi perché non ha mantenuto tutto quello che ha promesso».

La Cgil rischia di trasformarsi in un grande Cobas?
«È possibile che la Fiom lo diventi, per il fatto che è un sindacato fortemente rappresentativo e in grande crescita di consensi. Il problema però è che la Fiat sta costruendo relazioni sindacali solo sulla base delle proprie esigenze».

Cosa deve fare la Camusso per evitare la marginalizzazione?
«Bisogna far pesare la propria capacità di mobilitazione. Basta star seduti intorno a un tavolo e fare discussioni da salotto. Va bene lo sciopero generale, ma è solo uno degli strumenti».

Quali sono gli altri strumenti?
«Sarebbe folle se noi oggi non ci accorgessimo delle dimensioni del fenomeno. Stanno annullando cento anni di conquiste sindacali. La fase della concertazione è finita. Cos’altro bisogna aspettare per capirlo? Il sindacato deve essere portatore di alternative. Quindi non più patti concertativi, ma piattaforme rivendicative che vanno sottoporre ai lavoratori tramite referendum. Si tratta a questo punto di difendere la democrazia».

Giorgio Mottola
29/12/2010
www.terranews.it/news

26 dicembre 2010

I giovani si ribellano a un mondo dove i soldi sono gestiti dalle banche, i ricchi sono sempre più ricchi, i poveri aumentano giorno dopo giorno

«Rifondazione è in movimento, Berlusconi è fermo all'Ottocento»

Segretario, se andassero in porto i tagli all'editoria, questa potrebbe essere una delle ultime interviste a "Liberazione". Bel regalo di Natale dal governo Berlusconi....
Berlusconi ha un'idea fascista dell'informazione. Mettere in ginocchio giornali e piccoli editori significa trasformare l'informazione in informazione di regime. Nella stampa dei poteri forti. Ma chi pensa che l'antidoto al regime sia il mercato commette un grave errore. Magari chi è nelle grazie degli imprenditori avrà pubblicità e soldi, ma chi invece li critica, chi contesta il sistema non avrà una lira. Il mercato non è un antidoto alla lottizzazione o al regime, ne è l'altra faccia.

E l'altra faccia di questo governo sono le piazze piene di studenti che protestano, non solo contro la riforma Gelmini ma contro la loro precarietà esistenziale.
Questo movimento nasce dentro la crisi economica. Un'intera generazione che si ribella a un destino di precarietà, al ruolo che le è stato riservato dalle classi dominanti e dalle politiche europee. La gestione capitalistica della crisi mette in ginocchio le nuove generazioni e prevede il loro impoverimento. Essere giovani oggi non è solo una condizione generazionale ma è come appartenere ad una classe sociale sfruttata, precarizzata, senza speranza. Va colto il nodo strutturalmente, potenzialmente anticapitalistico della condizione giovanile oggi.

I ragazzi chiedono futuro, la politica è incapace di rispondere.
Questo movimento è nato e sta crescendo dentro la crisi della politica. Nati e cresciuti dentro il bipolarismo, i giovani di oggi non hanno mai avuto alcuna risposta dalla politica. Non sperano più nella capacità della politica di affrontare e risolvere i problemi della loro condizione sociale e si potrebbe dire anche esistenziale. Le proteste del '68 e del '69 trovarono uno sbocco politico attraverso partiti, sindacati, associazioni. Anche il movimento di Genova ha avuto un legame forte con la politica, con un importante ruolo di Rifondazione comunista. Oggi no, non più. Le delusioni che i giovani hanno avuto in questi vent'anni dai diversi governi - compreso Prodi e Rifondazione - hanno prodotto una sfiducia verso i partiti che è del tutto comprensibile. La politica non è vista come il terreno attraverso cui si possono cambiare le cose. Da qui un senso di estraneità e di rivolta, che chiede il cambiamento ma proprio per questo non ritiene i partiti uno strumento utile a dare una risposta. Vi è una grossa domanda politica, di cambiamento, che giustamente è diffidente verso la politica così come oggi è organizzata nel teatrino bipolare dell'alternanza tra simili.

I ragazzi in piazza esprimono valori forti: la cultura, la ricerca, il lavoro.
Il movimento chiede un cambiamento radicale della società: diritto allo studio, un lavoro decente, una vita degna di essere vissuta. I ragazzi si ribellano a un mondo dove i soldi sono gestiti dalle banche, i ricchi sono sempre più ricchi, i poveri aumentano giorno dopo giorno. Diciamo che la radicalità dei contenuti non ha oggi un linguaggio e un universo simbolico a disposizione per rappresentare la propria voglia di cambiamento. A questo nodo politico dobbiamo lavorare per porci l'obiettivo di formulare, con i ragazzi e le ragazze del movimento, delle risposte.

C'era molta rabbia in piazza.
Alcune forme di protesta sono frutto di questa giusta arrabbiatura per l'impermeabilità del sistema politico. Così come sono il frutto della spettacolarizzazione del sistema dell'informazione: per finire in prima pagina non devi fare un corteo pacifico di centomila studenti ma devi fare a botte. Il sistema è questo. I moralisti dell'informazione che se la prendono con gli studenti rivoltosi sono gli stessi che parlano degli studenti solo se ci sono casini.

E la politica? Si chiude nelle zone rosse?
Il potere si è blindato nella zona rossa. L'unico che ha fatto un gesto politico positivo è stato Napolitano, ricevendo gli studenti e quindi riconoscendo le ragioni della loro protesta. La politica ha dato di sé uno spettacolo devastante: compravendita di voti, passaggi di casacca. Il Governo non si è posto il problema di ascoltare i ragazzi. Li considera nemici senza neppure discuterci. Cercano di trasformare un problema politico in problema di ordine pubblico. La democrazia conquistata a fatica nel novecento viene cancellata con un colpo di spugna. Fra Bava Beccaris che a fine ottocento spara con i cannoni sulla folla e Giovanni Giolitti che non manda i soldati contro gli operai che occupano le fabbriche c'è una differenza profonda. Beccaris non riconosce la questione sociale, per lui è solo un problema di ordine pubblico. Giolitti fa l'esatto contrario. Ora Berlusconi sta uscendo dal novecento per tornare all'ottocento. Chi non è d'accordo con lui, chi protesta è un nemico.

Di politici in piazza mercoledì ce ne erano ben pochi. E un unico segretario, lo stiamo intervistando.
In piazza c'era Rifondazione comunista, la federazione della Sinistra, mancava l'opposizione parlamentare. Del resto le avances del Pd al Terzo polo sono politicamente devastanti. Il più grande partito di opposizione ha teso la mano a chi come Fini vota la riforma Gelmini e avvalla le politiche del governo sul lavoro. Così facendo la politica si autoconfina nella zona rossa.

Quali saranno i prossimi passi?
Rifondazione è nel movimento. In strada come sui tetti. Vogliamo capire ed imparare. Vogliamo partecipare ad organizzare le lotte e a sviluppare la riflessione su come costruire un progetto di trasformazione, un movimento politico di massa. Abbiamo contribuito alla riuscita della mobilitazione del 16 ottobre, siamo dentro le lotte studentesche. Vogliamo continuare a starci per costruire insieme un rafforzamento del movimento e un dialogo tra studenti e lavoratori che metta in discussione la comune condizione di sfruttati senza prospettive.

Ora che la Gelmini ha avuto il via libera del Parlamento che ne sarà del movimento, studentesco e non solo?
Durerà se saprà costruire "istituzioni di movimento". Nel biennio '68-'69 successe così: nacquero consigli di fabbrica, comitati di zona. Dopo Genova sono nati i social forum. La ribellione contro un provvedimento ingiusto può e deve trasformarsi in un movimento di massa per cambiare lo stato delle cose presenti, per fare questo deve sedimentarsi in forme di partecipazione democratica. E' questa la sfida delle prossime settimane.

Che fare allora?
Occorre evitare due errori. Il primo è mettere al centro dell'azione del movimento la sola rivolta. Ci riporta diritti all'ottocento. Lo stato si chiude nella zona rossa e a te non resta che dar l'assalto al municipio. Per cambiare lo stato delle cose non basta il carnevale della rivolta. La reazione è comprensibile ma non è sufficiente. Un altro errore è pensare che lo sbocco del movimento sia quello elettorale, come una specie di passaggio di testimone dalla lotta alla rappresentanza istituzionale. Fu l'errore fatto da Rifondazione dopo Genova. Evitare il ribellismo e il politicismo per costruire consapevolmente un movimento politico di massa che si sedimenti nel tempo e nello spazio. Si dia una prospettiva e si radichi sui territori.

Domanda delle domande: come sconfiggere Berlusconi? Stiamo parlando di David contro Golia.
Bisogna sconfiggere Berlusconi e costruire un'alternativa al bipolarismo. Se continuiamo a ragionare secondo la logica del meno peggio - essenza del bipolarismo - non andiamo da nessuna parte. Noi vogliamo costituire un fronte democratico con chi effettivamente si oppone a Berlusconi, non con chi vota i suoi provvedimenti, come Fini. Per questo diciamo al Pd di smetterla con il politicismo e di costruire da subito il fronte democratico delle opposizioni, che deve essere costruito nel paese prima che sul terreno elettorale. Parallelamente proponiamo a tutta la sinistra, da Sel alle forze alla nostra sinistra, di formare un polo della sinistra italiana perché questo centrosinistra è totalmente inadeguato per rispondere alle richieste degli studenti e anche a quelle degli operai. Occorre costruire un fronte democratico per sconfiggere Berlusconi e un polo della sinistra per sconfiggere anche il berlusconismo.

intervista di Frida Nacinovich
24/12/2010

24 dicembre 2010

Paese in moto, istituzioni politiche e sindacali ferme. Incredibile aiuto oggettivo a Berlusconi e Confindustria!

Perché non fare lo sciopero generale è autolesionismo

Susanna Camusso ha detto agli studenti che non ci sono le condizioni per lo sciopero generale. E' una risposta assolutamente infelice e totalmente sbagliata, almeno per due ragioni di fondo. In primo luogo, se per mancanza di condizioni si intende l'assenza di motivi sufficienti per scioperare, siamo all'assurdo. Cosa deve succedere ancora? La crisi economica avanza e con essa un disegno delle caste dominanti in Italia e in Europa che propone una catastrofe sociale senza precedenti. Non c'è la ripresa e chi lavora viene costretto agli straordinari, chi ha perso il lavoro viene lasciato nella disoccupazione, cresce la precarietà soprattutto dei giovani, mentre si distrugge ciò che resta dello stato sociale. Questa è la ricetta greca che si vuole applicare un po' alla volta in tutta Europa, non basta essa per scioperare? In Italia l'attacco ai diritti del lavoro è parte integrante della gestione reazionaria e autoritaria della crisi. E' stato approvato il collegato lavoro, che distrugge i principi centenari del diritto del lavoro e che da solo sarebbe motivo sufficiente per uno sciopero generale. Marchionne impone che la Fiat auto esca dal contratto nazionale e addirittura che Mirafiori esca dalla Confindustria, con il solo motivo di impedire alla Fiom di partecipare alle elezioni per le rappresentanze sindacali aziendali. Questo atto di autentico fascismo aziendale sarebbe da solo motivo sufficiente per uno sciopero generale: dal 1945 a oggi mai si era così minacciata la libertà dei lavoratori italiani. E' un autolesionismo privo di senso proporsi di fare un patto sociale con una Confindustria che o sostiene o subisce, ma comunque accetta la linea di Marchionne.
E' stato lo stesso Berlusconi, nelle sue dichiarazioni programmatiche sulla fiducia, che ha rivendicato il patto sociale come programma del suo governo. Nella scuola l'attacco ai diritti è lo stesso: la Gelmini cancella l'università pubblica e apre la via alla completa privatizzazione dell'istruzione. La richiesta di sciopero generale venuta dagli studenti dovrebbe essere motivo di gioia, e non di imbarazzo, per la Cgil. La verità è che c'è un Paese che si è rimesso in moto mentre le istituzioni politiche e sindacali, anche quelle della sinistra sono ferme, con poche eccezioni tra cui quella della Fiom. La ragione di questa staticità e incomprensione nei confronti del Paese che lotta va fatta risalire agli avverbi che usava Veltroni quando era segretario del Partito democratico. Non ci si mobilita e non ci si impegna a sufficienza quando si è vittime della nefasta sindrome del "ma anche". Si dice di no alla Gelmini, ma ci si vuole anche alleare con quel Terzo Polo che la Gelmini ha fatto passare. Si dice che Marchionne sbaglia, ma si vuol fare anche il patto sociale con la Confindustria che lo sostiene. Si vuol stare con gli studenti, ma si vuole anche fare l'unità con Bonanni. Sono questi ma anche che paralizzano la Cgil e l'opposizione di sinistra e che hanno ridato forza a un Berlusconi. Il presidente del Consiglio oggi torna in campo con la sua insopportabile arroganza unicamente per l'inettitudine e debolezza di coloro che ha di fronte. Tutto questo sarebbe dovuto alla paura di restare isolati. Ma chi è isolato da chi? Secondo un recente sondaggio della Swg solo il 4% della popolazione italiana pensa di essere pienamente dentro il sistema e solo il 40% si sente comunque parte di esso. La maggioranza della popolazione italiana oggi si sente o parzialmente o totalmente estranea ed emarginata dal sistema, io dico dal regime, economico politico che ci governa. C'è un Paese che non ne può più e una parte sempre più vasta di esso rialza la testa. Gli applausi dei cittadadini romani alla manifestazione degli studenti sono il segno di questo cambiamento. Basta con la ricerca di legittimazioni dentro un sistema che sta distruggendo diritti e libertà, è il sistema stesso che va cambiato e per farlo bisogna unire e organizzare la forza e l'intelligenza di tutti coloro che ne sono fuori. Questo anno ci insegna che per ognuno di noi c'è una gru o un tetto, metaforico o reale, su cui salire per farsi sentire.

Giorgio Cremaschi
Segreteria nazionale Fiom-Cgil
24/12/2010

23 dicembre 2010

Mirafiori, accordo separato Fiat/Fim/Uilm. Ennesima dimostrazione del servilismo filo padronale e governativo di Cisl e Uil

Fiom: "È una vergogna"

Accordo separato anche a Mirafiori. Fiat e sindacati firmano l’intesa per lo stabilimento senza la Fiom, che parla di “accordo della vergogna” (così Giorgio Airaudo, responsabile Auto della Fiom). Ora l’accordo sarà sottoposto al voto dei lavoratori. Anche se per il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, "un referendum in queste condizioni è illegittimo, perché si chiede ai lavoratori di rinunciare ai diritti, siamo oltre il ricatto".

Fismic, Fim Cisl, Uil e Ugl accettano la richiesta di Sergio Marchionne, ad Fiat, di un contratto su misura per la newco di Mirafiori. Fuori da Confindustria, nessun riferimento al contratto nazionale, dice com’è noto il manager italo-canadese. Un progetto che, oltre al governo unilaterale dell’organizzazione del lavoro, consentirà l’emarginazione di chi non si adegua ai desiderata aziendali, ovvero la Fiom. Puntando a ridefinirne, in peggio, la rappresentanza in fabbrica dopo averne ridotto il peso nei tavoli di contrattazione. Vengono infatti a cadere anche gli accordi sulle Rsu, sulle rappresentanze sindacali appunto. Per andare dove, si vedrà; ma intanto l’eclisse dell’attuale sistema di rappresentanza, con i vincoli che ne derivano, è assicurata.

Ed è rimasto inascoltato l’ultimo appello fatto dalla Cgil nazionale perché si tenesse conto delle proposte della Fiom. Che, quando nel 2012 nascerà la newco di Mirafiori, resterà fuori dalla rappresentanza sindacale, permessa solo alle sigle che hanno firmato l'accordo.

In cambio delle nuove condizioni lavorative e contrattuali, a Torino arrivano gli investimenti della joint venture Fiat-Chrysler: oltre un miliardo di euro per produrre 280 mila Suv Chrysler e Alfa Romeo l’anno.

L’intesa – secondo le informazioni date dai sindacalisti della Fismic dopo la firma - prevede “il pieno utilizzo degli impianti su sei giorni lavorativi; il lavoro a turni avvicendati che mantiene l’orario individuale a 40 ore settimanali; una crescita del reddito annuo individuale di circa 3.700 euro per la maggiore incidenza delle maggiorazioni di turno; il mantenimento della pausa per la mensa nel turno fino a che la joint venture non andrà a regime (quindi solo fino al 2012); interventi volti a colpire gli assenteisti; la compensazione di oltre 32 euro mensili per l’abolizione della pausa di 10 minuti".

L'azienda, quando la newco andrà a regime nel 2012, chiederà 18 turni di lavoro nell’impianto (da 17, a fronte di una maggiorazione salariale). L’accordo prevede inoltre 120 ore di straordinario all’anno obbligatorie, cancella le pause previste sulle linee di montaggio, porta a fine turno la pausa mensa, per utilizzare così la mezz’ora di mensa anche con straordinari per recuperi produttivi ogni qual volta l’azienda ne avrà bisogno.
La Fiat punta inoltre a portare le assenze dal lavoro dall'8% attuale al 3%.

‘‘La firma nella delegazione ristretta è una firma con vergogna di un accordo senza precedenti che limita la libertà di associazione sindacale. Serve una risposta di tutto il mondo del lavoro’’. Lo dice Giorgio Airaudo. “Ciò che viene proposto per Mirafiori è peggio di ciò che è stato imposto a Pomigliano”. Così il responsabile dell’auto della Fiom, Giorgio Airaudo che aggiunge: “la Fiat vuole semplificare la presenza sindacale nei suoi stabilimenti, una ‘one company’ e una ‘one trade union’ ma visto che non lo può fare rende impotenti e innocui alcuni sindacati e cerca di ‘espellere’ chi dissente”. “Si vuole usare la newco - prosegue - per uscire dal contratto nazionale e dal sistema di regole e rappresentanze confederali. Viene messa sotto esame la Confindustria e gli accordi interconfederali, altra cosa, dunque - conclude - alle limitazioni e alle mediazioni presuntamente imposte alla Fiat”.

“Per quanto ci riguarda, faremo partire gli investimenti previsti nel minor tempo possibile”: è quanto afferma Marchionne in una nota. “Mirafiori - aggiunge – inizia oggi una nuova fase della sua vita”. “Adesso bisogna lavorare per realizzare il contratto collettivo specifico per la joint venture che consentirà il passaggio dei lavoratori alla nuova società Fiat-Chrysler”.

23/12/2010
Fonte: rassegna.it
-------------------------------------------------------------
FIAT: FERRERO (PRC), A MIRAFIORI NASCE IL SINDACATO DI REGIME
«Con la firma del diktat di Marchionne a Mirafiori nasce il sindacato di regime, garantito dai padroni e contro i lavoratori. Come sotto il fascismo i sindacati collaborazionisti nomineranno i propri fiduciari mentre i lavoratori non potranno più eleggere i propri rappresentanti». Lo dichiara Paolo Ferrero, segretario del Prc. «Vi è un legame strettissimo -aggiunge- tra demolizione dei diritti dei lavoratori e trasformare il sindacato in cinghia di trasmissione del padrone: è il disegno anticostituzionale e fascista che Marchionne sta perseguendo. Pieno appoggio e solidarietà alla Fiom che -conclude- cerca semplicemente di fare il suo mestiere: rappresentare e difendere i lavoratori».

Questa "democratura", dove la nonviolenza diventa inefficace


Scioperi e occupazioni non hanno finora sortito effetto

«Gli oppressi hanno due armi per far valere le proprie ragioni: il voto e lo sciopero». Quante volte, nella mia ormai non più breve militanza politica, ho citato questa frase di don Lorenzo Milani! In essa c'era tutta la consapevolezza di due valori costituzionali. Il diritto di voto e di sciopero, che nei primi decenni della storia della Repubblica hanno consentito alle masse popolari di emancipare la propria condizione di vita, di lavoro e di studio. Con il voto e la lotta è cambiata l'Italia, è stato conquistato lo Statuto dei lavoratori, la sanità pubblica, le università hanno cessato di essere di elite. Un tempo solo la proclamazione dello sciopero generale costringeva i Presidenti del Consiglio a salire al Colle per rassegnare le dimissioni. Questo perché il parlamento era "specchio del paese", i partiti avevano salde e radicate radici popolari, la democrazia rappresentativa era effettivamente tale. In quel tempo gli scandali non passavano come acqua su un vetro. C'erano ministri che si dimettevano, anche un Presidente della Repubblica, Giovanni Leone, lo fece in seguito all'affaire Lockheed.
Perché faccio questa riflessione? Perché si è aperto un dibattito, in seguito ai fatti del 14 dicembre, in modo, a parere mio, superficiale e vecchio sul nodo violenza-nonviolenza. Da tempo mi sto convincendo che il problema democratico dei nostri tempi non sia la violenza - più o meno endemica c'è sempre stata nel conflitto sociale - ma l'assoluta inefficacia, in questa fase storica, della nonviolenza (a meno che non sia in grado di reinventarsi). La nonviolenza è stata storicamente efficace sia contro dittature e occupazioni militari (si pensi alla lotta anticolonialista indiana o alla rivoluzione di velluto in Cecoslovacchia) che nei confronti di regimi democratici parlamentari. Entrambi questi sistemi, pur differendo tra loro, avevano una capacità di essere penetrati dalle lotte e dai diritti o per esserne sgretolati (le dittature) o per esserne trasformate (le democrazie).
Quella che viviamo oggi in Italia - ma potremmo allargare lo sguardo anche all'Europa - non è né una dittatura almeno nei termini classici, né una democrazia rappresentativa. Sarebbe da prendere in prestito ed attualizzare un termine latino/americano degli anni '80 se non inducesse in equivoco, ma la parola democratura, ovvero dittatura vestita da democrazia, è forse quella che meglio rappresenta questa fase. E' la peggiore, perché obbedisce solo al primato dei numeri (la finanza, le istituzioni bancarie internazionali, i vincoli di bilancio e i patti di stabilità) ed è del tutto impermeabile alla noviolenza (e conseguentemente alle richieste dei popoli e/o dei movimenti).
Gli scioperi parziali o generali che ci sono stati fino ad oggi non hanno sortito alcun effetto e sono stati snobbati dal palazzo. Le occupazioni di scuole, università, fabbriche sono bollate come "politicizzate" e strumentalizzate dalla sinistra. Si sale sui tetti e sulle gru, si espone il proprio corpo alle intemperie e allo sciopero della fame, si è arrivati a togliersi il sangue per protesta: niente. Il palazzo non è più lo "specchio del paese". Le istituzioni non sono lontane ma qualcosa di più e più grave: sono immunizzate alle lotte.
D'altronde se non infrangi una vetrina, non lanci qualche uovo o interrompi una conferenza di qualche sindacalista giallo e complice, non finisci sui giornali perché sei una non notizia. La rappresentazione che i talk show fanno del Paese, anche quelli più impegnati come "Anno Zero", se da un lato aumentano l'indignazione verso il potere dall'altro ti trasmettono passività. Al massimo sei ridotto al rango di tifoso su una poltrona con valvola di sfogo sui social network. I predicatori televisivi sono spesso funzionali allo svuotamento della democrazia. L'ideologia che li domina è la stessa che sottintende la personalizzazione della politica con corredo di primarie e nomi dei leader sui simboli. Ci vogliono inculcare in testa la nostra stessa sconfitta: ovvero che bisogna affidarsi ad un capo per esistere. Poco importa se sono solo in apparenza antisistema, dovendo sempre conquistare il "centro" della politica: e giù ammiccamenti al family day, al fatto di "prendere voti anche a destra" o all'inseguimento di fatali alleanze con il terzo polo.
Dov'è l'alternativa di sistema nella scena politica italiana? Il Parlamento è specchio deforme del Paese. Il bipolarismo e il maggioritario hanno attribuito - attraverso il premio elettorale - ad una minoranza il potere di decidere comunque e di infischiarsene del Paese reale, delle sue sofferenze e delle sue lotte. «Chi ha vinto le elezioni ha il dovere di governare», ci ripetono ad ogni pie' sospinto. Poco importa se questo loro "diritto" è inficiato alla radice dal fatto che rappresentano - se va bene - appena un terzo del Paese. Per questo non si dialoga con la piazza. Ci si rivolge agli studenti con lo stile La Russa: dito al naso e gridando: «Muto».
Già, per il Palazzo, quelli fuori sono solo fastidiosi rumori che non meritano neanche un supplemento d'indagine sociologica. Al massimo si applicano per loro gli schemi del passato: «Attenti ragazzi che dietro l'angolo c'è il terrorismo».
Allora che fare? Arrendersi alla democratura, al sultanato dell'impermeabilità al paese reale?
Lo dico sottovoce. Ci vorrebbe una sinistra che per autodefinirsi tale dovrebbe avere una idea di società diversa. Fuori dalla repubblica dei numeri, dalle gabbie di Maastricht, dai riti della politica da salotto. Una sinistra "guastatrice", che inizi ad indicare nella ricchezza di pochi i problemi di tutti. Una sinistra che dica che i soldi ci sono. Basta prenderli dagli F35, dagli istituti bancari e dai padroni. Marchionne non è un padrone vecchia maniera è semmai un padrino della nuova era del capitalismo globale. Il suo modo di ragionare è più vicino a quello di una organizzazione mafiosa che a quello tradizionale di un'impresa. Capirlo è fondamentale per ridare incisività alla stessa nonviolenza. Che non è una carezza sul volto dei potenti.

Alfio Nicotra
22/12/2010
www.liberazione.it

22 dicembre 2010

Raid israeliani sulla popolazione inerme. La Fiom/Cgil chiede la fine degli accordi con Israele

ESCALATION DI ATTACCHI SU GAZA

Due nuovi feriti ieri a Gaza, nell’area di Khan Younis, in seguito agli attacchi dell' aviazione militare israeliana, il secondo raid della giornata, secondo fonti palestinesi. Ma è da un mese che i raid israeliani si sono intensificati sia a nord che a sud della Striscia, in risposta, secondo quanto dichiarato dai vertici militari israeliani, ai razzi lanciati alle comunità che vivono lungo il confine e agli attacchi contro le truppe, sempre presenti lungo e dentro Gaza. In seguito al razzo Qassam lanciato dalla Striscia e atterrato a pochi metri dall&rs! quo;asilo di un kibbutz nei pressi di Ashkelon, aumenta il timore che possa incrementarsi l’escalation di violenza, a pochi giorni dalle feste natalizie che riportano alla memoria la tragedia di Operazione Piombo Fuso, l’attacco delle forze israeliane sulla Striscia di Gaza di due anni fa che ha provocato più di 1400 vittime della popolazione civile palestinese. Altri quattro attacchi aerei sono stati condotti, secondo le fonti di Al Jazeera , tra lunedi e martedi a nord della Striscia sul campo profughi di Jabailya e sui centri abitati di Beit Lahya, Beit Hanoun e Zeitoun. Sabato notte le forze militari israeliane hanno ucciso 5 miliziani : uno degli attacchi che ha provocato più vittime da Operazione Piombo Fuso. Il capo dell’esercito israeliano Gabi Ashkenazi ha definito i raid di questi giorni “volti a colpire obiettivi di Hamas, alla luce dell’aumento del lancio di Qassam sulle comunità lungo il confine e contr! o le truppe israeliane delle ultime due settimane”. Sebb! ene dietro al lancio dei Qassam di questi giorni e agli attacchi alle jeep e ai mezzi blindati ci sarebbero la Jihad islamica e altri gruppi, Ashkenazi crede che “questi militanti abbiano solo risposto a ordini e segnali lanciati da Hamas”. Secondo i commenti e gli editoriali apparsi sulla stampa israeliana, Hamas, starebbe cercando di “cambiare le regole del gioco”, con Israele che tenta di riportare lo stato di calma piatta, cosi come è stato almeno per un anno dopo Operazione Piombo Fuso. Secondo gli editorialisti di Ha’aretz, Avi Issacharoff e Amos Harel, sebbene Hamas stia giocando un ruolo limitato nel lancio di Qassam di questi ultimi giorni, il fatto che dia il via libero indirettamente ad azioni portate avanti da altri gruppi palestinesi, rappresenterebbe la volontà di testare la risposta di Israele e di ritagliarsi degli spazi di azione senza arrivare a un confronto diretto e più ampio. Da Gaza, invec! e i commenti politici indicano che Hamas lavorerà per riportare la calma e ripristinare lo status quo. Mentre l’attenzione è concentrata sull’escalation degli attacchi da parte della aeronautica militare da un lato e sul lancio dei Qassam dall’altro, tanto che l’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite Meron Reuben ha presentato questa mattina un appello ufficiale al Segretario Generale ONU Ban Ki-Moon e al Consiglio di Sicurezza in merito al lancio del razzo sull’area di Ashkelon, chiedendo alla comunità internazionale di inviare “un messaggio chiaro e risoluto” al governo di Hamas, poco si sente parlare delle ennesime uccisioni e ferimenti di civili palestinesi al confine con Israele. Solo a novembre secondo il rapporto mensile di OCHA, Ufficio di coordinamento umanitario delle Nazioni Unite nei territori palestinesi, sono 26 i civili palestinesi feriti dalle forze militari israeliane, di cui 18 lungo! il confine. Spesso adolescenti e ragazzini che cercano di soprav! vivere racimolando asfalto o altri materiali da costruzione dalle zone vicine al confine, per rivenderlo. Oppure contadini, costretti a coltivare le proprie terre nell’area controllata da Israele, con accesso ristretto e limitato, zone che costituiscono il 35% della terra agricola di Gaza. I ferimenti e le uccisioni avvengono, secondo i dati OCHA, per le continue restrizioni alla libertà di movimento dei palestinesi, in aree collocate fino a oltre 1500 metri dalla barriera che delimita il confine, un’area che comprende il 17% dell’intero territorio della Striscia. Restrizioni alla libertà di movimento che continuano anche sulle miglia nautiche: sempre secondo OCHA nel 2010 Israele ha ucciso tre pescatori e ne ha feriti 7. L’alleggerimento del blocco totale imposto a Gaza, non cambia la crisi abitativa che costringe intere famiglie Gazaui a vivere ammassate le une sulle altre o senzatetto, dice oggi il lancio dell! ’agenzia Irin dell’ONU, perchè rimane limitato l'ingresso dei materiali da costruzione. Sempre secondo OCHA, le attuali restrizioni sull’ingresso dei materiali da costruzione, l’impedimento imposto al movimento dei civili cosi come la limitazione sull’export, non hanno di fatto modificato la crisi umanitaria di Gaza né migliorato le drammatiche condizioni economiche in cui versa la popolazione. Anche i materiali da costruzione che entrano attraverso i tunnel con l’Egitto non sono sufficienti a coprire il fabbisogno della popolazione locale: c'è un immediato bisogno di almeno 86.000 abitazioni. E le restrizioni applicate dai donatori europei e statunitensi vietano alle agenzie internazionali di utilizzare materiali contrabbandati attraverso i tunnel. Il che significa lasciare nella miseria migliaia di famiglie palestinesi, ancora senza casa, a due anni da Operazione Piombo Fuso

(red Nena News) Gerusalemme, 22 dicembre 2010 Nena News (foto da Thecornerreport)

LANDINI (FIOM): STOP AD ACCORDI CON ISRAELE

Sospendere gli accordi commerciali e militari con Israele fino a quando il governo di Benyamin Netanyanu non rispetterà il diritto internazionale e i diritti umani e metterà fine agli insediamenti e all'assedio della popolazione palestinese di Gaza. E’ questa la richiesta della segreteria nazionale della Fiom, i metalmeccanici della Cgil, alla luce della «drammatica situazione di paralisi del processo di pace e dell’espansione della colonizzazione». La presa di posizione arriva dopo l’incontro avuto oggi in Italia da Jamal Jumaa, il coordinatore pal! estinese della campagna «Stop the Wall» contro la costruzione del Muro israeliano in Cisgiordania, con Maurizio Landini leader della Fiom, Sergio Bellavita, della segreteria nazionale della Fiom e Alessandra Mecozzi, dell'Ufficio Internazionale dell’organizzazione sindacale. Landini ha assicurato di volersi recare quanto prima in Palestina e in Israele, con una delegazione della Fiom, per conoscere direttamente la situazione e incontrare rappresentanti palestinesi e israeliani della resistenza popolare all’occupazione. Jamal Jumaa, durante l’incontro, ha illustrato le attività di resistenza della società civile palestinese contro il Muro, l'occupazione israeliana e la discriminazione verso i palestinesi cittadini di Israele e sollecitato forte sostegno internazionale su questi temi. Soprattutto ha rimarcato il ruolo di aziende europee nel rafforzamento dell'occupazione israeliana, attraverso la collaborazione alla costruzione di ! infrastrutture legate al Muro e agli insediamenti colonici isr! aeliani sui Territori occupati. Il caso più recente è la costruzione di un treno ad alta velocità tra Tel Aviv e Gerusalemme, che collegherà anche alcune colonie israeliane, attraverso la Cisgiordania occupata, a cui partecipa anche l'azienda italiana Pizzarotti. La Fiom, in una nota emessa dopo l’incontro, ha condannato la commercializzazione di prodotti delle colonie (attraverso l’israeliana “Agrexco” che non solo lede gli interessi e i diritti dei lavoratori palestinesi, con la confisca ulteriore di terre e devastazione di villaggi, ma viola anche il diritto internazionale Jumaa da parte sua ha chiesto che i sindacati europei prendano posizione nei confronti del sindacato israeliano, che, ha detto, «oltre a discriminare i lavoratori palestinesi, sostiene le scelte del governo israeliano». Landini ha affermato il suo appoggio alla resistenza popolare non violenta, espressa anche nell'ultimo congresso ! nazionale, con il sostegno alla campagna Bds (boicottaggio, disinvestimenti, sanzioni nei confronti di Israele). Si è impegnato a portare, anche nelle sedi sindacali internazionali, la richiesta che il sindacato israeliano Histadrut venga vincolato al rispetto dei principi del sindacalismo europeo e internazionale (indipendenza, democrazia, diritti umani e del lavoro) e, in caso contrario, «che vengano sospese le relazioni con il medesimo». Nena News

19 dicembre 2010

L’Italia anno 2010. Un labirinto insidioso per le libertà, tra orge politiche a destra e a manca e ipocrisia servile dei grassi media



LACRIMOGENI E LACRIME DI COCCODRILLO

Il 14 gennaio è stato una data cruciale. Un vero incrocio dove si sono incontrate diverse cose nello stesso momento. Come in un appuntamento in parte cercato e in parte casuale. Solo in circostanze simili possono avvenire certe cose.
Intanto vediamo cosa si è incontrato e scontrato per le vie di Roma.
Da un lato un movimento studentesco, con rappresentanze di operai della FIOM e dei comitati di lotta territoriali. Dall’altro il potere nel giorno del voto che avrebbe potuto vedere la defenestrazione del governo Berlusconi. Da un lato i mass media dentro il palazzo e alla manifestazione e dall’altro l’opinione pubblica curiosa di vedere come sarebbe andata a finire dentro il palazzo e disinformata sulla manifestazione.
Fin qui quasi nulla di nuovo. Se parliamo di “cosa” c’era all’appuntamento di Roma.
Ma vediamo bene “chi” c’era all’appuntamento.
Il movimento studentesco (che comprende anche una intera generazione di ricercatori precarizzati e neodisoccupati) è ben diverso da tutti quelli che l’hanno preceduto. Figuriamoci da quello degli anni 70. È un movimento figlio della precarietà, che ha capito che la precarietà è un dato strutturale e fondante il modello sociale vigente e non un “sacrificio” parziale, momentaneo e necessario a rilanciare un modello includente. È un movimento che deve difendere sull’ultima trincea ciò che resta della scuola pubblica. Che sa che sull’ultima trincea si vince o si muore. Per due motivi: il primo è che già molto è stato perso nel tempo in cui i diversi governi, a cominciare dal centrosinistra con Berlinguer ministro, hanno a spizzichi e bocconi eroso non solo cose secondarie ma il cuore stesso della natura pubblica dell’istruzione e il principio dell’indipendenza della ricerca culturale dal mero mercato e dagli interessi immediati del sistema delle imprese capitalistiche. Il secondo è la consapevolezza che non sono le “necessità di bilancio” ad ispirare la “riforma” Gelmini, bensì il disegno preciso di rendere coerente il sistema formativo con il mercato del lavoro deregolamentato e con il modello Marchionne delle relazioni sindacali e dei rapporti di forza sociali.
Questa è l’ultima trincea perché dietro non ce n’è un’altra da cui condurre la stessa battaglia.
In altre parole c’è la consapevolezza che siamo ad un passaggio di civiltà. Dalla società dei diritti (esigibili e/o teorici) alla società del mercato e degli individui subordinati al comando del mercato e perciò competitivi fra loro.
Ovviamente questa consapevolezza, come in qualsiasi movimento, ha diversi gradi di approssimazione alla vera e propria coscienza. Si presenta come “intuizione”. È spesso mediata e filtrata da “categorie” analitiche diverse tra loro. E’ anche distorta, ma ci ritorneremo, da un rapporto bastardo con la “politica” e con la rappresentazione che i mass media danno del problema.
Ma c’è. Come si può vedere in un nuovo tipo di unità fra gli studenti e gli operai. Nei collegamenti solidali con tante lotte ambientali e sociali. Perché la trincea, rappresentata dal contratto nazionale e dalla difesa dei diritti costituzionali in fabbrica, su cui combatte la FIOM è anch’essa un’ultima trincea, oltre la quale tutto sarà diverso e peggiore di prima, ma soprattutto diverso. Perché il territorio abitato da comunità che difendono il diritto alla salute è anch’esso un’ultima trincea. O è a disposizione di speculazioni e operazioni “imprenditoriali” nocive, legali o illegali fa esattamente lo stesso, senza l’impaccio dei diritti dei cittadini che lo abitano, o è proprietà della comunità, che per viverlo e gestirlo deve scontrarsi con quelle stesse istituzioni, che invece di tutelarlo, come imporrebbe la costituzione, lo vogliono spogliare di qualsiasi vincolo comunitario per renderlo pienamente disponibile al mercato. Ripeto, illegale o legale fa lo stesso.
L’unità fra tutti questi soggetti in una difesa consapevole dei diritti fondamentali sotto attacco non si può spiegare in altro modo. Ed è il dato saliente che rende possibile la lotta sull’ultima trincea.
Gli stessi soggetti erano in piazza il 16 ottobre, insieme. In quella manifestazione c’era più tradizione dal punto di vista “antropologico” essendo prevalentemente composta da lavoratori e da militanti della sinistra. E il nemico non era a pochi metri dalla trincea. Era ancora lontano e sembrava diviso e, dopo tanto tempo, debole ed attaccabile. Fuor di metafora il governo traballava, la CGIL non aveva ancora compiuto certi passi concertativi e Marchionne non aveva ancora rincarato la dose a Mirafiori, la “riforma” Gelmini non era ancora certa. Il 14 dicembre la manifestazione era prevalentemente studentesca, e quindi visivamente diversa per simboli esibiti e per slogan, con una declinazione più chiara e radicale (io direi proprio più di sinistra nonostante le apparenze) degli stessi contenuti della precedente. Non solo per il soggetto studentesco generazionalmente più colpito direttamente sul proprio futuro (ed è importante proprio per la contesa di civiltà in corso), ma anche per le pessime “novità” degli ultimi due mesi.
Chi c’era dall’altra parte? Un governo arrogante, blindato nella zona rossa, dedito all’acquisto dei voti necessari a sopravvivere. Solo il governo? Secondo me no. Bisogna guardare in faccia la realtà. Anche se mette in discussione più o meno antiche certezze. Soprattutto per evitare semplificazioni tali da indurre la più tossica falsa coscienza. E qui il discorso merita di essere, anche se sommariamente, approfondito.
All’appuntamento del 14 c’è solo il solito Berlusconi cattivo che fa cose poco commendabili? Non sarà, per caso, che è l’intero parlamento e l’intero sistema politico a minacciare la trincea nella quale stanno studenti operai e cittadini in lotta? Io dico di si. E aggiungo che seppur dubbioso su molte altre cose su questa sono proprio convinto. La polizia, è stato detto da più parti, difendeva il parlamento, la “culla della democrazia”, non (o non solo) il governo. In fin dei conti, è stato detto da più parti, il governo ha vinto perché ha comprato dei voti ma adesso è debole e non ce la farà a governare, e forse, con questa cosa oscena, perderà anche consensi. (potrei continuare a elencare luoghi comuni di questo tipo, largamente diffusi). Come se fossimo non ad un passaggio di civiltà, bensì ad una qualsiasi dialettica bipolare, e come se il concetto di democrazia fosse invariabile rispetto alla natura delle decisioni che vengono prese da un parlamento. Come se non ci fosse relazione fra cosa si fa e come lo si fa. Come se non ci fosse conseguenza fra la fiducia al governo e la prossima approvazione della “riforma” Gelmini. Per chi ragiona così dovrebbero esserci molti sintomi e fatti da prendere in considerazione per provocare un serio ripensamento. Temo non ci sia l’onestà intellettuale sufficiente per farlo. Ma vediamo i sintomi e i fatti. All’accusa di aver comprato parlamentari i berlusconiani rispondono serafici: l’avete fatto anche voi, più volte, e in ogni caso dovete provarlo, altrimenti è solo il comportamento normale e costituzionale del deputato che è eletto senza vincolo di mandato. Hanno torto? Hanno ragione sia politicamente sia formalmente. Ciò cancella l’evidenza dei fatti? Certamente no, ma la riconduce alla normalità. Alla normalità del bipolarismo, aggiungo io. Il fatto che deputati eletti in un partito la cui bandiera è l’antiberlusconismo salvino Berlusconi è certamente un fatto estremo. Ma è solo la punta dell’iceberg. Perché la transumanza da uno schieramento all’altro di singoli e di partiti è diventata la normalità, guarda caso, esattamente da quando c’è il maggioritario. O no? Solo uno scemo decerebrato può dimenticare la Lega che esce dal governo per appoggiare un governo tecnico, con il corollario delle accuse a Berlusconi di essere un mafioso e la minaccia di “andare a cercare i fascisti a casa, uno per uno”. O dimenticare la mirabile traiettoria politica di Lamberto Dini. Ricordiamola perché è sintomatica. È un po lungo ripercorrerla, ma vale la pena, proprio perché è fantastica.
Da direttore della Banca d’Italia a Ministro del Tesoro del primo governo Berlusconi. Propone la controriforma pensionistica, si becca lo sciopero generale, il distacco della Lega dalla coalizione, la crisi di governo. E diventa Primo Ministro del governo tecnico che fa la controriforma pensionistica, con il consenso della CGIL, sostenuto da uno schieramento che va dalla Lega al PDS. Fonda prima una lista, con socialisti e Segni, entra nell’Ulivo e fonda il suo partito: Rinnovamento Italiano. Diventa Ministro degli Esteri e rimane tale in tutti e tre i governi di centrosinistra dal 96 al 2001. Confluisce nella Margherita e diventa vicepresidente del Senato. Nel 2006 diventa Presidente della Comm. Esteri del Senato. Il suo nome viene indicato come candidato unitario alla Presidenza della Repubblica. Dalla Margherita? No, macché, dalla “Casa delle Libertà”. Che dopo averlo descritto a suo tempo come un voltagabbana e un venduto improvvisamente lo vorrebbe Presidente della Repubblica. Nel 2007 è indicato fra i 45 costituenti del PD, ma prima della fondazione del PD esce e fonda un nuovo partito: I Liberaldemocratici. Alla fine del secondo governo Prodi, insieme ad altri tre che cambiano schieramento, fa cadere il governo non votando la fiducia. I Liberaldemocratici si federano al PdL e viene rieletto al Senato e subito dopo, con un ultimo scatto, abbandona i Liberaldemocratici che rompono il patto federativo e (ri)entra nel PdL.
È stato comprato Dini? E se si quante volte?
Domanda: questo zig zag si spiega con il fatto che sarebbe stato sempre ed opportunamente sul mercato? Non è che per caso si spiega meglio con la intercambiabilità di un certo personale politico nell’ambito di politiche simili, se non identiche, da parte di schieramenti che agiscono dentro i confini delle compatibilità del sistema? E che proprio perché simili sui contenuti dispiegano il massimo di scontro sulla contesa della postazione di governo, rubandosi perfino lo stesso personale a vicenda?
Attenzione, perché chi non vuole vedere la transumanza da uno schieramento all’altro, mercanteggiata illegalmente o meno fa lo stesso, come un fenomeno strutturale del bipolarismo, finisce poi, con un salto mortale, per proporre come soluzione del problema una cosa magica: le preferenze. Ma come, dico io, la “nomina” dei parlamentari non doveva essere la garanzia di fedeltà al capo e al partito? E se c’è una forza misteriosa e superiore che provoca la transumanza il rimedio può essere che ognuno sia eletto con i propri consensi personali, indebolendo così i legami col capo e col partito? Non succederà, per caso, che per aumentare i voti del partito si “comprino” candidati che portano un valore aggiunto di preferenze, senza guardare per il sottile in quanto a moralità, principi etici e affidabilità delle persone?
Che rimedio sarebbe questo?
Insomma, come si vede il 14 gli studenti hanno giustamente, magari confusamente ma giustamente, individuato il sistema politico, il palazzo, come impermeabile alle loro istanze. All’appuntamento c’erano corpose minoranze sociali destinate all’esclusione e alla deprivazione di diritti e dall’altra un palazzo strutturalmente incapace di ascoltare. Se persino una vittoria parziale come l’archiviazione della “riforma” Gelmini, attraverso la caduta del governo Berlusconi, è affidata alla “vittoria” di Fini e del FLI che hanno votato e condividono la Gelmini, è evidente il grado di separazione ed incomunicabilità che separa il palazzo dalla società.
Se siamo ad un passaggio di civiltà, reso più rapido e violento dalla crisi, e se il bipolarismo rende il palazzo, e la sua dialettica interna, strutturalmente incapaci di fermare il processo di esclusione sociale in corso, come mai non emerge con la dovuta forza il vero problema politico? Che è, con tutta evidenza, un problema democratico. Chi lo indica come problema preminente? Forse quelli che esaltano il bipolarismo e imputano al solo Berlusconi crimini che essi stessi hanno più volte commesso, anche se con più rispetto del galateo? Forse quelli che “spiegano” con predicozzi vergognosi ai “ragazzi” che non bisogna esagerare, che non bisogna fare cose che sottraggono consenso alla propria stessa causa, perché in “democrazia” quello che conta alla fine è il consenso (elettorale) e andare contro la “pubblica opinione” sfasciando vetrine è controproducente? Eh no! Così lo negano. Così lo nascondono.
Bisognerà pur dire una verità.
In queste condizioni proprio solo gli scontri, con tutti i loro eccessi, indicano l’esistenza di un problema democratico. E, come una cartina di tornasole, svelano i “misteri delle alchimie politiche” degne del piccolo chimico e denunciano le mille ipocrisie e omertà di chi, dal mondo della politica ufficiale, attraverso prediche e pensosi aggrottamenti di sopracciglia (la nonviolenza, la non violenza, dobbiamo capire, dobbiamo capire) dimostra solo di aver separato il proprio destino politico da quello degli esclusi. E per giunta vorrebbe che gli esclusi mantenessero comportamenti ed atteggiamenti coerenti non già con la gravità della situazione, bensì con il destino di un pezzo del palazzo. Per questo si sentono dire cose come: i ragazzi sono bravi (del resto vogliamo che votino per noi) ma i teppisti vanno condannati; non esistono teppisti, sono infiltrati, mandati da chi vuole oscurare le ragioni dei bravi ragazzi; e così via.
Lo ripeto. Se all’appuntamento c’erano minoranze sociali che avvertono di essere e restare escluse nella società e un palazzo chiuso, blindato e sordo, c’è un problema democratico di prima grandezza, non la solita vicenda della politica spettacolo e la solita liturgia della manifestazione radicale ma composta.
Facciamo finta, per capirlo meglio, che non fosse volato nessun petardo e che non ci fosse stato nessuno scontro.
Di cosa si discuterebbe oggi sui mass media? Di cosa discuterebbero dentro il palazzo? Solo ed esclusivamente della vittoria (di Pirro o meno e più o meno scandalosa) di Berlusconi. Solo delle contromosse di Fini e di Casini. Solo delle probabili o meno elezioni anticipate. La manifestazione sarebbe stata, come sempre succede, relegata in trafiletti e comunque descritta come un’appendice dello scontro epico dentro il palazzo.
Se non è vero mi si dica, mi si dimostri il contrario.
Siccome invece è vero, allora bisogna riconoscere che solo attraverso il fatto eclatante degli scontri è emersa la gravità della situazione. E che se c’è qualcosa da condannare è il sistema nel suo complesso. Non chi ha fatto gli scontri.
In particolare c’è un pezzo del sistema, che si è presentato all’appuntamento, diverso dal palazzo ma egualmente contrapposto agli esclusi. I mass media.
Ho appena detto che “solo” gli scontri hanno dato conto della gravità della situazione. E cioè del problema democratico preminente. Perché non può esserci democrazia con l’esclusione sociale di una intera generazione. Ma ho messo travirgolette il “solo” perché i mass media, presi nel loro complesso, non informano, non spiegano, non descrivono i fenomeni sociali. E quando lo fanno, male, è solo per poi far dire a santoni, guru dell’economia che negli ultimi venti anni non hanno azzeccato una sola previsione, predicatori televisivi, pseudo opinionisti ed “esperti” di ogni tipo, che si, i “ragazzi” hanno ragione a lamentarsi, ma devono capire che il welfare è finito, è vecchio, è un lusso che non ci può più permettere. O, nella versione di centrosinistra, che i “ragazzi” hanno ragione a lamentarsi, ma è colpa del ministro Gelmini, che è incapace, e non dei diktat dell’Unione Europea, del sistema finanziario, delle banche, della dittatura del mercato, del Fondo Monetario Internazionale, dell’OCSE, del WTO. Secondo questa congerie di imbroglioni basterebbe regolamentare un po meglio la precarietà in modo che torni ad essere quella “flessibilità” indispensabile alle imprese per competere. Basterebbe non esagerare con i tagli al welfare, pur comprendendo la necessità di tagliare molto perché il bilancio…, la spesa pubblica…, gli sprechi…, i parametri dell’UE…, i patti di stabilità…, i patti sociali necessari…, e così via all’infinito. Tanto essendoci gli altri al governo un po di demagogia e di finte promesse si possono fare, ma sempre rassicurando i poteri forti, che non possono sentir dire che la precarietà va eliminata, che l’economia deve essere diretta secondo le esigenze della collettività, che i diritti non devono essere soppressi secondo le esigenze del mercato, che i parametri, i patti di stabilità, i bilanci, sono forche caudine che non vanno bene e che vanno rovesciate. Chi lo dice è estremista, comunista, demagogo, cattivo maestro, massimalista, visionario, velleitario. Bisogna essere realisti, concreti, avere una cultura di governo, e quindi prendere per oro colato i “pareri” delle agenzie di rating, le “indicazioni” del FMI, gli andamenti borsistici, gli articoli del Financial Times. Questa accozzaglia di ripetitori acritici di teorie economiche ridicole e falsificate dalla storia, di dilettanti che si danno le arie da statisti, di personaggi e personaggini alla perenne ricerca di un quarto d’ora di visibilità sulle agenzie di stampa o seduti in un salotto televisivo a ripetere banalità, non hanno alcuna cultura di governo, sono tutto meno che concreti e realisti. È da vent’anni che ripetono sempre la stessa litania. È da vent’anni che prevedono il secondo tempo della redistribuzione, della crescita per tutti, dell’inaugurazione di una nuova stagione per nuovi diritti. E intanto fanno finta di non vedere che il primo tempo è infinito, che la forbice fra ricchi e poveri è aumentata a dismisura, che il mercato e la sua stessa logica intrinseca erode, cancella, e distrugge diritti e coesione sociale. Se sono costretti a prenderne atto dicono che è colpa del governo in carica, mica del sistema economico, e la buttano in caciara. Ovviamente sono pronti in un batter d’occhio a condannare la violenza, e chiamare criminali, teppisti, delinquenti, infiltrati, i manifestanti che fanno gli scontri.
Fanno tutti finta di non sapere che le ragioni di una manifestazione senza scontri scompaiono dai mass media. Un trafiletto e via. Fanno finta di non sapere che anche quando si parla di una manifestazione, magari imponente, invece che i manifestanti, in tv appaiono i leader che camminano in mezzo a grappoli umani di giornalisti (sic) che si contendono uno scampolo di frase, una parola da mettere nel tritacarne dei battibecchi della politica spettacolo.
Possibile che nessuno dica la semplice verità che i mass media e i talk show sono massimamente responsabili del fatto che per “fare notizia” bisogna fare ogni volta cose sempre più eclatanti, scontri compresi? Possibile che non si veda anche qui un problema democratico enorme? E che si finga di indignarsi per le ovvie conseguenze di una simile situazione, in perenne peggioramento? Possibile che i predicatori televisivi strapagati per dire le loro “opinioni”, quasi sempre superficiali e banali, abbiano perfino la faccia tosta di fare prediche ai “ragazzi”, dicendogli di non fare “cazzate”, ben sapendo che senza quelle cazzate spariranno dai mass media? Certo che è possibile, perché solo il guru televisivo potrà così volgere il suo pensoso sguardo verso il basso e descrivere e denunciare le ingiustizie che affliggono una generazione. Una generazione che deve commuoversi ed entusiasmarsi quando sente il guru ma che non può parlare, farsi ascoltare, direttamente e per proprio conto. Una generazione, cioè, le cui sofferenze vengono usate come ingrediente dello spettacolo televisivo e mass mediatico, fanno crescere l’audience e quindi gli introiti pubblicitari e quindi i cachet dei predicatori. Che schifo!
Quando, 12 anni fa, si suicidarono Sole e Baleno, i loro compagni anarchici chiesero che ai funerali non si presentassero televisioni e giornalisti. Che si evitasse la solita sarabanda. Che ci fosse un minimo di rispetto. Dovettero cacciare i giornalisti prendendoli a pedate. Sacrosante pedate! Il diritto di cronaca…, il diritto di cronaca…, e giù condanne per chi li aveva cacciati. Eppure pochi mesi prima la famiglia Agnelli aveva chiesto ed ottenuto che nessuna televisione o giornalista andasse alla cerimonia funebre per Giovanni Alberto Agnelli, morto di tumore a 33 anni. Li c’era il rispetto per la morte e per il dolore, li non c’era il diritto di cronaca.
Basterebbe questo piccolo esempio per qualificare il sistema massmediatico italiano.
In conclusione si può dire, e ripetere, che gli scontri del 14 sono il prodotto della gravità sociale e democratica della situazione, della impermeabilità del palazzo e della enorme mancanza di informazione. A questo è dovuto il consenso evidente della stragrande maggioranza dei manifestanti. A questo è dovuta l’incisività dell’evento e il suo potere comunicativo e politico. Il resto sono chiacchiere pseudo sociologiche, da salotto, quando non veri e propri imbrogli ipocriti.
Ovviamente la lotta continua e continuerà. E dovrà trovare ogni giorno le forme consone al livello dei problemi e ai rapporti di forza. Credo che il movimento sia abbastanza maturo per sapere che gli scontri, più che giustificati il 14 per denunciare e rendere evidente la gravità della situazione, diverrebbero impedenti lo sviluppo della lotta se reiterati ad ogni occasione.
Ma questo lo vedremo presto, credo.

ramon mantovani
18/12/2010
Fonte: http://ramonmantovani.wordpress.com/
Ramon Mantovani è membro della direzionale nazionale del Partito della Rifondazione Comunista

17 dicembre 2010

Il pane bianco. L'autobiografia semplice e grande di "Sandra", staffetta partigiana

Norina Brambilla e i suoi compagni, gran bella gente

Niente di leggendario. Niente enfasi, niente retorica, niente stile letterario, niente storia romanzata. Lei racconta semplicemente, così come è andata, sul filo vivo dei ricordi, senza divagazioni e senza orpelli. Onorina Brambilla, un nome molto milanese, Croce di guerra al Valor partigiano, segni particolari staffetta nel 3° Gap "Egisto Rubini" di Milano, nome di battaglia Sandra. Nota anche come Nora Brambilla Pesce, segni particolari moglie di Giovanni Pesce, medaglia d'oro della Resistenza, suo compagno di lotta sin dai primi giorni e compagno di vita per sessant'anni, quando lui è scomparso, luglio 2007. Niente di leggendario.
Il libro della sua vita - Onorina Brambilla Pesce, Il pane bianco, Arterigere pp.292, euro 14,00 (a cura di Roberto Farina, prefazione e note di Franco Giannantoni) - è straordinario in sé, non solo per la vicenda personale che racconta, ma per il mondo, la gente, i sentimenti, il parterre umano che evoca. Antropologia operaia e comunista, Milano e dintorni, terribili anni '40, la generosità e la lotta, non c'è da aggiungere nulla.
«Quando fui arrestata dalle SS avevo appena compiuto ventun anni». E quando viene catturata - un pomeriggio del 12 settembre 1944, tradita da un partigiano passato al nemico - lei è gappista da un anno, «ero entrata a far parte dei Gruppi di difesa della Donna, un'organizzazione femminile che si occupava di raccogliere denaro, cibo, vestiti e tutto ciò che potesse servire ai partigiani». Il comandante del suo Gap è un certo Visone (scoprirà dopo che il vero nome è Giovanni Pesce). Giorni da staffetta, ragazza in bici che in borsa nasconde anche roba molto proibita, «un giorno incappai nei "marò" della San Marco. Erano in piazza Ludovica e controllavano tutti. Quando me ne accorsi, ero ormai troppo vicina per allontanarmi senza destare sospetti. Avevo con me due pistole». Quella volta la sfanga.
Tradita, arrestata, verranno per lei i giorni nel quinto braccio di San Vittore; degli interrogatori a colpi di gatto a nove code («dolorante, semisvenuta, credo di aver urlato molto»); del campo di concentramento di Bolzano, «numero di matricola 6087, col triangolo rosso dei politici, fui destinata al blocco F».
Norina e gli altri. Il suo lessico familiare e quello politico che si incontrano subito e si "riconoscono", naturalmente. «Sono di famiglia operaia, di orientamento antifascista, comunista». Poveri, modesti lavoratori. Squarci di primo Novecento popolare e contadino in terra lombarda. Quel trasloco forzato - «si diceva "fare san Martino"» - ogni 3 novembre «perché bisognava trovare un altro padrone e un'altra cascina»; quelle vecchie cascine senza acqua corrente e senza servizi e i cortili di terra battuta che diventavano fango, «dove i bambini vivevavo nella polvere, insieme ai polli e agli altri animali». E suo padre che, «dopo la terza elementare l'avevano mandato a fare il garzone in una bottega di calzolaio»; a martellare per qualche soldo «i chiodi storti, per raddrizzarli e riutilizzarli»; ma lui, che voleva andare a giocare con gli altri bambini, «invece di raddrizzarli, i chiodi li sotterrava».
Quel padre a cui lei dedica poche righe dimesse, quasi senza aggettivi, e tuttavia colme di celata ammmirazione e gratitudine: quel padre che, operaio specializzato alla Bianchi, preferisce patire anni di disoccupazione e miseria perché «si rifiuta di prendere la tessera del partito fascista»; al quale nel '29 viene proibito di votare; e che, dopo l'8 settembre, «si collega ai gruppi della Resistenza che agivano all'interno della fabbrica».
C'è Narva, «una comunista di vecchia data, con anni di attività clandestina alle spalle»; c'è la signora Maria, la proprietaria della stanza ammobiliata in via Macedonio Melloni che Visone aveva affittato e che «fece sempre finta di non capire chi fossimo, rischiò parecchio perché nella sua soffitta, tra le solite, vecchie cianfrusaglie, c'erano pistole, munizioni, l'arsenale dei Gap».
E c'è Tornelli, l'operaio della fabbrica al Vigentino al quale «passavo clandestinamente i volantini per lo sciopero del marzo '43»; e la Anna Gentili, la ragazza che a Porta Venezia il 25 luglio «salì su un carro armato» tra gli applausi della folla, «in seguito divenne staffetta con il nome di battaglia Lidia. Oggi è ancora viva, ha novant'anni». Quei nomi, quei volti. Come Libero Temolo, «un comunista coraggioso, capo cellula alla Pirelli»; e come Salvatore Principato, socialista, «due dei 15 compagni fucilati a piazzale Loreto»; come Egisto Rubini, il primo comandante del 3° Gap di Milano che, arrestato e torturato senza che riuscissero ad estorcergli un nome, «temendo di non poter resistere a un altro interrogatorio», si è tolto la vita, impiccandosi».
«Venni tra gli uomini al tempo della rivolta e mi ribellai con loro», dice Brecht nella famosa poesia. E anche lei. 2 settembre 1944, è il Corriere della Sera a dare la notizia: «Il commissario addetto all'ufficio politico Domenico De Martino è stato ucciso alle ore 13 in via Telesio». C'entrano i Gap. C'entra anche lei. Era il tempo della rivolta.
Lei e Visone si sono sposati il i4 luglio 1945, con rito civile, uno dei primi in Italia. «Milano era ferita dalla guerra, dai bombardamenti, dalla fame. Non possedevamo nulla, ma eravamo davanti a un'epoca nuova, Eravamo liberi, eravamo felici. Si cominciò subito a lavorare per tornare alla normalità. Il primo segno tangibile dei nostri sforzi fu il ritorno del pane bianco sulle nostre tavole».
Il libro è finito. «Oggi ho ottantasette anni. Non ho rimorsi. Ho un rimpianto, ma non voglio parlarne. Quando cala il sole chiudo le persiane, perché non amo il buio della notte». Norina e i suoi compagni, gran bella gente.

Maria R. Calderoni
17/12/2010
http://www.liberazione.it/

In TV e sui giornali, ignobili esibizionismi di Individui politicamentre ripugnanti. Esternano il loro DNA, anche senza manganelli e olio di ricino

FASCISTI ERANO, FASCISTI RESTANO

In qualsiasi Paese civile del mondo gli arrestasti imputati di reati come quelli degli studenti a Roma, vengono rimessi il libertà in attesa dell’eventuale processo.

L’Italia che è, sulla carta, la settima potenza al mondo, dovrebbe seguire lo stesso principio di Diritto che si è data nelle proprie Leggi che sono organicamente inserite nel corpus di quello Internazionale.

Invece questo governo che si vanta tanto, a parole, d’essere quello dell’amore e del dialogo, da ormai 16 anni usa metri e misure diverse.

I cittadini comuni mortali non sono uguali a lorsignori del regime.

Meglio sarebbe dire che c’è un solo insignificante omino, che è strapieno di appuntamenti con la Giustizia, e per evitarli si fa fare le leggi ad personam, ad familias e quelle per gli amici degli amici. Così lui e la sua casta/cricca un giorno di galera non se lo sono mai fatto e probabilmente mai se lo faranno.

Anzi, chiamati a presentarsi alle udienze, hanno sempre il legittimo cagamento improvviso, se ne fottono dei giudici, della legalità, ma soprattutto se ne battono dell’Italia.

I giovani arrestati per i disordini a Roma dell’altro giorno, ieri sono stati liberati.

Ed ecco, il popolo dell’amore, i rappresentanti della cristianità padana e brianzola, che insorgono.

Alemanno è indignato con la Magistratura perché quei ragazzi secondo lui dovevano restarsene in gattabuia.

Il tizio che impersona il ministro della difesa ad Annozero, poi, si esibisce, trattando il caso degli incidenti a Roma, in un ignobile spettacolo fascista; una cosa mai vista prima da un ministro della Repubblica, che dovrebbe solo dimettersi per indegnità etica e politica, oltre che umana.

Già lo avevamo visto fare il body guard, e che guardia del corpo!, al suo capo attuale durante l’aggressione verbale, che stava diventando fisica, al free lancer Carlomagno; perché i giornalisti non possono e non devono fare domande scomode e non addomesticate al premier e ai consorziati del nano pazzo, altrimenti vengono allontanati con atti di profondo rispetto amoroso e di dialogo: a calci in culo e schiaffi.

Ieri sera, ad Annozero, questo tizio ha esattamente fatto quello che il non governo, che rappresenta degnamente, fa da quando è al potere: non ascoltare ed insultare, odiare, non lasciare parlare, sfottere l’altro cercando di metterlo in ridicolo, sfoggiare sicumera ed autoritarismo misti a isteria e minaccia.

Insomma: la tecnica classica dei fascisti. Quella che l’Italia ha subito nel ventennio, se la deve ora ribeccare tutta per altri vent’anni, sedici sono già passati.

Come fanno la Gelmini, Sacconi, Brunetta, Bondi, Santanché, Calderoli e tutto il codazzo di personaggi che hanno portato questo Paese allo sfascio totale, non ascoltare mai i cittadini, imporre leggi porcata fatte a tavolino senza un confronto sociale, battersi le mani da soli ed auto congratularsi per riforme mai avvenute, che vedono solo loro visionari, affermando che sono "le migliori del mondo"… così La Russa ha portato alta la bandiera dello squallore nero.

Lo studente che ha cercato di parlare per spiegare le ragioni della protesta totale europea e soprattutto italiana contro la riforma truffa dell’Università, è stato fatto oggetto di insulti ministerial-statali urlati e ripetuti secondo il rituale Sgarbi-Ghedini: "Vigliacco, vigliacco, siete dei vigliacchi, sei un vigliacco disonesto, quello che dici è un reato perseguibile, vergognati di infangare così le forze dell’ordine, vigliacco…", poi il piccolo mostro luciferino ha pure fatto la finta di volersene andare perché offeso dalle dichiarazioni, per lui simil brigaste rosse, degli studenti presenti: infatti si è riseduto. Figurati se se ne vanno!

Questi dove arrivano sono peggio delle malattie genetiche, si radicano cancerogeni ed estirparli è impossibile, dalle poltrone e sgabelli, ma anche e soprattutto dai riflettori degli studi televisivi.

C’era anche Casini ieri sera da Santoro, truccato come una baldracca, ridicolo; talmente pieno di cerone, cipria, fard da fare senso: che fine ha fatto baby jane?

Il Pierferdy si è pure prodigato in un lungo sermone materno, volto alla "compassione cristiana" dei giovani derelitti sulla cattiva strada, da comprendere ed aiutare… e non la finiva più. Che noia. Che morte di morti.

E gli studenti continuavano a non poter parlare perché i "politici" meritavano lo spazio infinito dei "Promessi Sposi" letto al moviole.

Si è messo pure quel gran pensatore filosofo del giornalismo libertario a nome Porro, che non si è capito cosa dicesse, ma tanto nel bordello di assoluti incompetenti tuttologi, un pennivendolo che disquisisce di Aziende Universitarie Privatizzate e Gelminizzate ci sta bene.

Intanto gli studenti non potevano parlare e neppure rispondere alle domande imbecilli che i cialtroni ponevano.

Chissà perché Santoro ha invitato in studio i rappresentanti del Movimento per poi farli quasi tacere a vantaggio dei soliti e insalamoiati rappresentanti parcondicianti… poteva evitarselo.

Per fortuna c’era anche Di Pietro che non ce l’ha più fatta, e ha urlato quello che ogni testa ragionante e presente nel reale sociale quotidiano avrebbe detto: "La Russa è un fascista che adopera metodi fascisti, come il governo che rappresenta: minaccia, intimidisce, insulta, non ascolta, minaccia di andarsene e poi resta, ma te ne andassi una buona volta!"

E siccome il tizio che impersona il ministro della Difesa è un galantuomino, tutto in tanti pezzi littori, sempre con la solita uterina isteria e sguardo iniettante odio, commentava: "Sei un ignorante, sei solo un povero ignorante…"

Meno male che ci sono loro che hanno la scienza e la coscienza infuse, compresa l’effusione dello Spirito Santo, la benedizione papale, il sostegno di Scilipoti e soprattutto quello di Dell’Utri.

Beati loro che sono virginiani, martiri della sinistra [quale sinistra?], senza alcuna macchia penale e con un etica politica e umana da fare invidia a Rasputin e Goebbels.

Sant’Alemanno

Alemanno entra da giovanissimo in politica, nelle organizzazioni giovanili del MSI-DN diventando segretario provinciale romano del Fronte della Gioventù, il movimento giovanile missino.
È stato arrestato diverse volte: nel novembre 1981 per aver partecipato insieme ad altri quattro componenti del Fronte della Gioventù all’aggressione di uno studente di 23 anni. (Ansa, 20/11/1981)
Nel 1982 viene fermato per aver lanciato una molotov contro l’ambasciata dell’Unione Sovietica a Roma, scontando poi 8 mesi di carcere a Rebibbia. (Ansa, 15/05/1988)

Nel 1988 diventa Segretario Nazionale del Fronte della Gioventù, organizzazione giovanile del MSI, succedendo a Gianfranco Fini che la gestiva dal 1977. Resterà in carica fino al 1991, caratterizzando il suo segretariato per una più spiccata linea movimentista e per la ripresa di tematiche antiamericane ed antioccidentali.

Il 29 maggio 1989 viene arrestato a Nettuno per resistenza aggravata a pubblico ufficiale, manifestazione non autorizzata, tentato blocco di corteo ufficiale, lesione ai danni di due poliziotti, in occasione della visita del Presidente degli Stati Uniti d’America, George H. W. Bush, al cimitero di guerra americano. Verrà poi prosciolto (Ansa 29 e 30/05/1989)
Il 13 giugno 1991 Umberto Bossi partecipa a una manifestazione della Lega Sud Sicilia a Catania e viene aspramente contestato dal Fronte della Gioventù guidato proprio da Alemanno (ANSA 13.6.1991)
Dal 1988 al 1991 è stato segretario nazionale del Fronte della Gioventù.

Ha fondato insieme a Francesco Storace l’associazione “Area” e attuale membro del comitato di direzione dell’omonimo mensile di attualità politica e culturale. Alemanno e Storace sono stati in AN i principali esponenti della corrente Destra Sociale.

È stato dal 2001 al 2006 Ministro delle Politiche Agricole e Forestali durante i Governi Berlusconi II e III.

Il 19 novembre 2004 è stato nominato vicepresidente di Alleanza Nazionale insieme ad Altero Matteoli e Ignazio La Russa. Carica che ha poi abbandonato nel 2005


Il Beatissimo e ancor Vergine Ignazio La Russa quando tirava le bombe, clicca il link

http://oknotizie.virgilio.it/go.php?us=9d11a358fa0be2b

Per avere altre notizie si potrebbe anche cercare in rete che tipo di fascista fosse il padre La Russa, anche il fratello di Ignazio è un gran personaggio, se volete approfondire di più allora provate a risalire a notizie di cronaca nerissima che contengano le parole Geronimo La Russa.

Da gente come questa io personalmente non accetto alcuna lezione.

Forse, ma è un pensiero mio, Santoro ed altri non dovrebbero più ospitare apologeti del fascismo e smetterla di offrire allo spettatore simili squallide e vomitevoli esibizioni, che non fanno neppure più ridere.
Davvero, non lo fanno più.

Lucio Galluzzi

©2010 Common Creative Licence
su Blogger
su ChiareLettere
su I Nuovi Mostri Oliviero Beha
su Liquida
su Report on Line
su BellaCiao
su faceBook
su Twitter
su Twubs Editor e Administrator Italia e Mondo per Iran Election
venerdì 17 Dicembre 2010

14 dicembre 2010

Come con Berlusconi, non ci sono compromessi possibili con Marchionne e con tutti coloro che tentano di rovesciare quanto resta di regole democratico

Contro la Newco Italia

Marchionne annuncia che è finita l'epoca del diritto al lavoro per tutti e che il lavoro bisogna guadagnarselo proprio rinunciando ai diritti, allo stesso modo Gelmini incalza proclamando la fine del diritto allo studio. Perché tutti devono studiare? Solo coloro che servono davvero alle imprese e al mercato devono poter andare avanti nell'istruzione. Gli altri è bene che rinuncino e si rassegnino a una vita fatta di piccoli mestieri e di precarietà. Se avranno studiato di meno saranno meno scontenti. Del resto la cultura non si mangia, dice il ministro Tremonti, anche lui immemore dei proclami futuristi contro la cultura millenaria.
Dalla Fiat così come dalla scuola avanza un progetto reazionario per tutto il paese: è la "newco Italia". Basta con i diritti sociali, basta con il pubblico, basta con le garanzie per tutti, basta con l'eccesso di democrazia e di civiltà. Ora bisogna costruire il regime della competitività e per questo bisogna abbandonare come una fabbrica dismessa la vecchia Italia dei diritti e dei beni comuni, e selezionare una nuova azienda paese, per i combattenti e gli affari.
Il successo di regime di Marchionne si spiega proprio perché meglio di ogni altro egli propone la soluzione reazionaria alla crisi economica e al suo perdurare.
La globalizzazione ha rinunciato ormai alla sua promessa iniziale. Non c'è più alle porte un futuro radioso per tutti, ove gli individui crescono in ricchezza e benessere anche abbandonando i diritti collettivi. La stagnazione e la recessione economica impongono una selezione sociale verso il basso, a meno che non si voglia cambiare il modello di sviluppo, non si voglia redistribuire la ricchezza, non si voglia intaccare il potere dei potenti e dei ricchi. Che invece non vogliono cambiare nulla e per questo impongono una drammatica selezione sociale.
Mentre Berlusconi, comunque vada il voto in Parlamento, vede il tramonto del suo regime personale, quello che vogliono installare padroni come Marchionne si annuncia ancor più pericoloso e pervasivo, un disegno di drammatica esclusione sociale e democratica che ci troviamo di fronte in ogni ambito della vita produttiva, sociale e civile.
Per questo gli studenti, gli operai e i movimenti che alzano la testa si sono subito incontrati, nei sentimenti prima ancora che nei obiettivi. La manifestazione di oggi, quelle che verranno, sono la risposta di un'Italia che non ci sta a diventare una newco, che non accetta l'igiene barbara della guerra di selezione sociale e che è capace di riconoscere i disegni reazionari, anche se si mascherano sotto le luci e i colori della modernità.
Così come con Berlusconi, non ci sono compromessi possibili con Marchionne e con tutti coloro che pensano semplicemente di rovesciare il nostro sistema democratico in nome del mercato e della globalizzazione. Se si vuole che la democrazia e la civiltà in Italia riprendano a svilupparsi non ci sono vie di mezzo: i nuovi barbari della selezione sociale devono essere sconfitti. Fino ad allora dovremo semplicemente organizzarci e lottare.

Giorgio Cremaschi
14/12/2010
http://www.liberazione.it/

Il governo dei corrotti e dei corruttori ha avuto l'unica fiducia che si merita, quella della peggio Italia


Migliaia di persone in tutta Italia contro il governo. Scontri a Roma

Giornata di protesta in molte città italiane oggi contro la riforma dell'Università. Mentre alla Camera era in corso il voto di fiducia al governo Berlusconi, lungo le strade della capitale si sono vissuti momenti di tensione durante le manifestazioni degli studenti. Il corteo degli studenti medi e universitari si è diretto verso Palazzo Madama e ci sono stati momenti di tensione con le forze dell'ordine a Corso Rinascimento, con gli agenti in tenuta anti-sommossa che hanno bloccato l'accesso alle strade che portano alla Camera dei Deputati e al Senato della Repubblica, e hanno risposto al lancio di petardi con lacrimogeni per far indietreggiare gli studenti, come testimoniano le immagini dei media.

Gli studenti, insieme a lavoratori precari e ad altri manifestanti, hanno comunque lanciato petardi e vernice sia contro la Camera che contro il Senato, urlando slogan contro il governo. Ma l'imponente spiegamento di forze dell'ordine ha impedito loro di avvicinarsi ai palazzi della politica.

Anche lungo Corso Vittorio Emanuele, che il corteo ha percorso per dirigersi verso il Lungotevere, i manifestanti hanno dato vita al lancio di pietre e bombe carta, danneggiando alcune vetrine di negozi.

Giunti a piazza del Popolo, i manifestanti sono venuti di nuovo a contatto con le forze dell'ordine in via del Corso, dove ci sono state cariche e scontri, riferisce un testimone.

"I lavoratori italiani vogliono che Berlusconi si dimetta", ha dichiarato Gianni Rinaldini, leader della Fiom.

"Non hanno fatto nulla per gli studenti e nulla è stato fatto anche per le università. La situazione sta peggiorando di giorno in giorno", ha invece commentato lo studente universitario Valerio Zampani.

Manifestazioni anche a Milano, dove una sessantina di studenti hanno anche fatto irruzione nell'ingresso della Borsa a Piazza Affari, lanciando alcune uova ed effettuando poi un volantinaggio all'esterno, secondo quanto hanno riferito dalle forze dell'ordine. I manifestanti hanno anche srotolato uno striscione con la scritta "Fund our future, soldi per la scuola pubblica e la ricerca".

A Palermo centinaia di studenti hanno manifestato a Punta Raisi, bloccando l'aeroporto.

13 dicembre 2010

Il punto non è quando cadrà Berlusconi ma chi sono quelli che lo sostituiranno e che manterranno politiche berlusconiane

DOMANI IN PIAZZA PER LA SFIDUCIA POPOLARE

Cade non cade, cade non cade. La politica italiana sta continuando a sfogliare la margherita mentre il popolo viene massacrato tra crisi, finanziaria e speculazioni ( pensate solo al carobenzina). Berlusconi è un RE decadente, ma Fini non è da meno, nemmeno Rutelli che vota le leggi infami e Casini hanno la nostra stima, non l'hanno nemmeno i cantori della responsabilità nazionale che propongono governi di transizione. Non ce l'hanno nemmeno i maggiorenti del centro sinistra se è per questo. Ieri abbiamo letto delle dichiarazioni di De Benedetti che sono identiche sul piano economico a quelle di Tremonti. L'unica cosa certa che possiamo dirvi purtroppo è che con l'entrata in vigore del nuovo patto di stabilità, comunque vada sarà un macello. Il punto non è quando cadrà Berlusconi, perchè il suo regno assoluto è in fase discendente, ma chi sono quelli che lo sostituiranno. Tutti sanno che prima o poi il cavaliere verrà disarcionato, non tutti sanno però che difficilmente sarà sostituito il cavallo e la direzione di marcia perchè oramai il nuovo assetto istituzionale europeo imporrà in maniera semi automatica politiche di rigore che aumenteranno povertà e disoccupazione. Così tra qualche mese assisteremo ancora di più al balletto ipocrita di governanti regionali che se la prendono con il governo nazionale che se la prende a sua volta con l'Europa. Un balletto ipocrita ed indecente perchè in realtà tutti i maggiori partiti, dai socialisti ai popolari concordano a livello europeo sulle politiche di rigore e austerità. Mentre per questi mesi l'opposizione parlamentare ha tentato di risolvere l'uscita dal berlusconismo in una logica interna alla borghesia ed alla compatibilità europea, costruendo un'opposizione che ha nicchiato sui temi sociali il paese ha vissuto un altro film, quello reale della disperazione, torri, gru, piazze, tetti, hanno permesso ai senza voce di farsi vedere senza però che il palazzo si accorgesse di loro. Basta andare in una manifestazione di studenti per sentire una radicalità che non concede più nulla a nessuno, loro hanno capito benissimo che la precarietà ed il ricatto segneranno la loro esistenza, e non si fanno più intortare da nessuno. Un 'opposizione responsabile che ha tirato il freno a mano sul conflitto sociale ( inqulificabile il ritardo sullo sciopero generale ) ha permesso a Berlusconi di provare a respirare per qualche mese in più con la ricetta del "volemose bene", del partito dei moderati e della responsabilità nazionale, quello delle elezioni non ora perchè altrimenti il paese rischia. Il paese cari moderati e responsabili di ogni colore, che non aspettate altro di cambiare un uomo per non cambiare nulla, non rischia perchè ci sono le elezioni, non rischia e sapete perchè? Perchè ne avete schiantato l'anima, banchettandoci sopra per decenni, spacciando ovunque pensiero unico e qualunquismo. Il paese insomma non esiste più perchè lo avete affogato nell'individualismo, nel razzismo, nella guerra tra poveri, e quello che esiste vi sfiducia e vi sarà sempre di più ostile. Un governo che nella crisi ha fatto crescere l'evasione di grandi imprese e banche portandoci in cima all'Europa quasi fossimo il più grande paradiso fiscale del mondo è un governo che responsabilità l'ha messa sotto i tacchi rialzati del premier. Le nefandezze di Berlusconi rimarranno scolpite nella storia perchè il suo sistema è stato ed è ancora più autoritario, marcio, e impunito di qualsiasi altro blocco d'interessi che la nostra repubblica abbia mai conosciuto dal fascismo ad oggi. Altrettanto gravi sono le scelte di una opposizione che si è scordata della lotta di classe, della giustizia sociale, che ha concesso in questi decenni tutto al punto di vista dell'avversario e alla logica barbarica del capitalismo. Non si può prendersela con i lupi dopo che gli si è aperto il cancello dell'ovile insomma. Noi domani saremo davanti Montecitorio per dire alle classi dirigenti di questo paese che siete sfiduciate dal popolo, che ve ne dovete andare al più presto, perchè il nostro futuro non vi tollerà più.


redazione


13/12/2010

Milano, il 12 dicembre 1969 un ordigno con sette chili di tritolo esplode alle 16,37. “Valpreda innocente, Pinelli assassinato”

Piazza Fontana strage di Stato
Per la quarantunesima volta, Milano si è fermata in segno di lutto. Per ricordare. Per denunciare. Quarantuno anni fa, il 12 dicembre del 1969, un ordigno contenente sette chili di tritolo esplode alle 16,37, alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. La sede - siamo in piazza Fontana, a pochi passi dal Duomo e da San Babila, il cuore nero della città - è affollata. La bomba fa strage. A terra rimangono 16 persone (poi divenute 17, infatti un ferito nella strage muore di polmonite un anno dopo per complicazioni insorte in seguito ai traumi riportati) e 86 feriti. Fin da subito, tutti gli indizi portano all’eversione nera. Eppure, quel crimine, ancora oggi non ha formalmente un colpevole. Nel corso delle indagini, forzatamente indirizzate sulla “pista anarchica”, viene accusato della strage e arrestato il ferroviere Giuseppe Pinelli. Trenta ore dopo, precipiterà dalle finestre della Questura di Milano che corrispondono all’ufficio del commissario Calabresi. Si è suicidato, diranno gli inquirenti in conferenza stampa sostenendo una tesi che sfida le leggi elementari della fisica. Un malore attivo, le indagini successive. Un omicidio, dice e denuncia invece la sinistra antifascista milanese che oggi è scesa in piazza per ricordare anche quel crimine per il quale, come per la strage di piazza Fontana, non c’è ancora nessuno dietro le sbarre. ”Piazza Fontana strage di stato, Valpreda innocente, Pinelli assassinato”, è lo striscione che ha aperto ieri la manifestazione di circa tremila persone che ha attraversato le vie del centro scaligero. Partiti, collettivi studenteschi, circoli dell’Anpi, centri sociali e sindacati hanno risposto con inaspettata generosità alla convocazione dei comitati “Memoria antifascista” e ”Partigiani in ogni quartiere”, che si sono fatti promotori della manifestazione, la seconda in ricordo della strage, già commemorata da un corteo studentesco venerdì.
«Non abbiamo avuto giustizia, ma c’è stato il riconoscimento di una verità storica e questa manifestazione ne è la dimostrazione – ha denunciato, parlando dal palco allestito in piazza. Claudia, la figlia di Pinelli – così come è una dimostrazione della battaglia che mia madre Licia ha portato avanti. Raccogliamo il testimone e cerchiamo di conservare la memoria, perché su mio padre sono state dette nefandezze e noi abbiamo bisogno di versare delle lacrime dolci su questa morte».
Lacrime e dolcezza che però non ci sono state al corteo perché troppi ancora sono i misteri che avvolgono non solo l’omicidio Pinelli e la strage di piazza Fontana, «ma la stragrande maggioranza degli attentati e delle violenze che hanno costellato il periodo della cosiddetta strategia della tensione», ha commentato un manifestante, «così come troppa è la rabbia per agevolazioni e coperture di cui ancora godono i responsabili».
«Questo corteo coincide sia con la scandalosa assoluzione degli imputati del processo di piazza della Loggia che dopo 3 procedimenti, 180 udienze, 400 testimoni non ha trovato un colpevole, sia con la scandalosa assegnazione di un locale del Comune a Forza nuova in pieno centro città per solo mille euro al mese di affitto, un autentico ceffone a quelle migliaia di lavoratori e studenti che ogni giorno lottano per ottenere un alloggio pubblico e pagare un affitto o difendere il proprio spazio sociale. Loro si assolvono, noi per questo li condanniamo», ha sottolineato il coordinatore dei Giovani Comunisti di Milano, Emanuele Cullorà. L’assegnazione, è notizia delle ultime ore, è stata revocata dal sindaco Letizia Moratti, ma le mobilitazioni previste contro l’ennesimo “favore” che la Giunta fa all’arcipelago del neofascismo milanese sono confermate. «Nella città medaglia d’oro per la resistenza.la destra milanese sta sostenendo attivamente gruppi neofascisti, concedendo loro sedi, spesso in alloggi comunali, e partecipando alle loro iniziative allo scopo di allargare la propria base elettorale in vista delle comunali» ha denunciato Nello Patta, segretario del Prc di Milano «contro tutto questo scenderemo in piazza sabato prossimo, il 18, giorno in cui era prevista l’inaugurazione della nuova sede che Forza Nuova aveva ottenuto dal Comune a un prezzo di favore, e per dire ancora una volta che questa è una città antifascista».
Non parteciperanno invece molti partiti e associazioni, alle celebrazioni ufficiali previste per oggi perché «la strage di piazza fontana è stata una strage di stato e fascista, e non abbiamo nulla a che vedere con generiche condanne al terrorismo delle celebrazioni istituzionali», ha spiegato Emanuele Cullorà, «Inoltre, per noi la Moratti non ha alcun diritto a ricordare le vittime e mostrarsi contrita, perché è proprio nel suo entourage che si possono facilmente individuare personaggi assolutamente assimilabili all’ambiente in cui quella strage è maturata».

Alessia Candito
13/12/2010
http://www.liberazione.it/