29 novembre 2010

ULTIMI INSERIMENTI
> Berlusconi e le promesse .......mantenute. Contro i diritti del lavoro, con il sostegno di Cisl e Uil. Bonanni e Angeletti saranno premiati?
> Abrogazione legge Biagi, pensioni per vivere, turn-over pubblico impiego, via la "Gelmini", via il Collegato lavoro, fine privatizzazioni
> L'università "brucia". E quando il fuoco della protesta forte nei luoghi di lavoro copierà, anche la Cgil rischia di bruciarsi, se resta ferma, oltre il 27
> LO SCAMBIO INEGUALE. Riteniamo che il confronto tra le due parti non potrà mai essere considerato alla stregua di quello tra un normale acquirente e un paritario venditore
> Facciamo in modo che se ne parli sempre. Precari per sempre: il nuovo ‘collegato’ lavoro

ULTIMI INSERIMENTI
AL 19 NOVEMBRE

Contro i diritti del lavoro, con il sostegno di Cisl e Uil. Bonanni e Angeletti saranno premiati?

Berlusconi e le promesse ………..........mantenute!

Allo scopo di evitare qualsiasi tipo di equivoco, anticipo subito che, nel parlare di promesse berlusconiane, sarebbe assolutamente errato ogni ed eventuale riferimento a questioni quali: la riforma del fisco, la ricostruzione del centro storico dell’Aquila, la spazzatura di Napoli e un decreto sulla “legalità”.
Intendo, piuttosto, riferirmi all’unico tema rispetto al quale l’attuale compagine governativa sta puntualmente (e coerentemente) rispettando tutto quanto già anticipato con largo anticipo: la rigorosa deregolamentazione del diritto del lavoro.
Una sistematica opera di vero e proprio smantellamento delle norme che, nel corso degli anni, avevano realizzato un argine a difesa e tutela dei lavoratori italiani.
In questo senso, superato lo spirito “dilettantistico” dei primi anni di governo, caratterizzato, tra l’altro, dall’incauto attacco “frontale” all’art. 18 dello Statuto - che produsse la più grande manifestazione di protesta della storia della Cgil - si è assistito a una pervicace opera di “aggiramento” e di “erosione” dei diritti. Il tutto, in perfetta assonanza e continuità con quanto teorizzato attraverso le “linee-guida” dell’ancora, a mio parere, “limaccioso” Libro bianco di Maroni e Biagi!
Dalla controriforma del rapporto di lavoro a termine - operata, con il decreto legislativo 368/2001, attraverso il superamento della legge 230 del 1962 - all’ultimo provvedimento in ordine di tempo; la legge 183/2010 (già famigerato “Collegato lavoro”).
Personalmente, eviterò di proporre una rassegna completa di tutte le controriforme attuate dai governi Berlusconi a partire dal 2001.
Allo scopo, rinvio il lettore al saggio (“Il fascino non tanto discreto della frode nel mercato del lavoro”, in “Micromega”, V/2010) attraverso il quale il compianto Massimo Roccella - insigne giuslavorista, prematuramente scomparso appena poche settimane fa - analizzava criticamente e con impareggiabile rigore intellettuale e scientifico, tutti i provvedimenti, in materia di lavoro, adottati dai ministri del lavoro degli ultimi governi di centrodestra.
In questa sede, anticipando l’intenzione di produrre - a breve - un analitico commento dei punti più controversi di quell’autentico “minestrone di disposizioni” rappresentato dalla suddetta legge 183, mi limiterò a qualche considerazione di carattere generale.
Intendo, in particolare, evidenziare l’accoglienza riservata alle nuove norme da parte di Cisl e Uil.
Al solo fine, però, di evitare l’accusa di essere un pericoloso estremista e un irriducibile bolscevico, preferisco farlo con riferimento al vero e proprio “Manifesto di dissenso” prodotto da un lungo elenco di (prestigiosi) giuristi ed economisti che esprimevano profonde perplessità rispetto al testo di quel “Collegato lavoro” non ancora sottoposto alla firma del Presidente Napolitano.
Da Umberto Romagnoli, a Emanuele Ricci - numeri 1 e 107 della lista dei firmatari - passando attraverso Luciano Gallino e Tiziano Treu, si sosteneva (e non c’è mai stata smentita, neanche a provvedimento definitivamente approvato) che il testo mirasse a “Destrutturare la stessa effettività dei diritti dei lavoratori”. In linea “Con i precetti cardine del Libro bianco”. Lasciando il lavoratore “Ancora più solo nella libera dinamica dei rapporti di forza con il datore di lavoro”.
L’appello, a una presa di posizione netta e precisa, si chiudeva richiamando l’attenzione di fronte ad una serie di provvedimenti che “Minano alla radice l’ispirazione costituzionale del nostro diritto del lavoro”!
Orbene, è pensabile annoverare - automaticamente - questi illustri studiosi nella categoria dei “contrari a prescindere” (al pari di qualsiasi rappresentante della Cgil) e ritenere, piuttosto, sufficientemente motivate e condivisibili le posizioni - di consenso al “Collegato” - espresse da Cisl e Uil?
In questo senso, è sostenibile contrapporre alla (lucida e circostanziata) denuncia di Massimo Roccella - secondo la quale l’obiettivo fondamentale del collegato lavoro era “Il tentativo di circoscrivere gli spazi della giurisdizione ordinaria, rendendo per i lavoratori più difficile e incerta la possibilità di far valere in sede giudiziaria la lesione dei propri diritti” - la professione d’ignavia dei segretari confederali Uil?
Quel Pirani e quel Loy che, alla data del 15 ottobre - a provvedimento (sostanzialmente) già approvato in via definitiva - si esprimevano ancora in termini di: “Sarebbe quindi opportuno”, “In tal modo si raggiungerebbe”, “Riteniamo che a tutt’oggi non sia ancora chiaro”, “La Uil auspica…”, per poi concludere, rispetto alle vergognose norme previste per i contratti a termine, con una ridicola richiesta.
“Si chiede di riformulare in modo chiaro il comma 5 (riconoscimento del danno “forfetizzato”, piuttosto che integrale, nei casi di conversione del contratto) onde evitare il rischio di dubbie interpretazioni(!) ”. Come se qualcuno - oltre la Uil e l’incredibile Pietro Ichino, che, a mio parere, fingendo di ignorare le reali intenzioni della maggioranza, arrivava ad accusare il relatore del ddl di voler penalizzare le aziende prevedendo un’ulteriore sanzione indennitaria - potesse ancora dubitare delle reali intenzioni di Sacconi e &!
Altrettanto difficile è condividere la posizione assunta dalla Cisl.
Tra l’altro, è opportuno rilevare che, nelle comunicazioni ai lavoratori e ai propri iscritti, è stata spesso operata una scorretta forma di auto-censura; in particolare, rispetto ai temi più controversi e dibattuti del ddl.
Non è un caso se, ad esempio, un volantino della Fim-Cisl della Lombardia, prodotto dopo la definitiva approvazione del testo, “dimenticava” di riportare quanto (di regressivo) previsto per i contratti a tempo determinato “convertiti” per ingiustificata apposizione del termine.
Così come si preferiva evitare di evidenziare la sostanziale sanatoria preventiva degli abusi prodotta nel subordinare al rispetto di ridottissimi termini di decadenza (60 gg.) la possibilità di agire in giudizio per contestare - da parte di tantissimi lavoratori “precari” (interinali, a progetto, a termine, ecc) - la legittimità della fine del proprio rapporto di lavoro.
Ancora più grave, sempre in tema di (insufficiente e/o, addirittura, distorta) informazione sindacale, era quanto dichiarato dal segretario della Cisl nazionale Giorgio Santini.
Infatti, attraverso un comunicato del 20 ottobre, all’indomani dell’approvazione del testo definitivo del collegato lavoro, Santini affermava che, “Come rivendicato dalla Cisl”, erano stati resi più lunghi “I termini d’impugnabilità dei licenziamenti”.
Si trattava, evidentemente, di un falso assoluto!
Gli unici termini allungati si riferivano, in effetti, a quelli relativi al deposito del ricorso presso la cancelleria del tribunale (dagli iniziali 180 ai definitivi 270 gg.); pena l’inefficacia dell’impugnazione del licenziamento.
Tra l’altro, nella prima versione del ddl 1441-quater, contrariamente a quanto sostenuto da Santini, i termini d’impugnabilità dei licenziamenti erano addirittura pari al doppio dei 60 giorni previsti dal testo definitivo.
Inoltre, le dichiarazioni di Santini rasentavano il surreale quando affermava: “Riteniamo che non sia un testo perfetto e che, con un clima politico diverso, avrebbe potuto e dovuto essere ulteriormente migliorato”.
E’ veramente arduo riuscire a comprendere quali migliori condizioni politiche avrebbe potuto auspicare, dal suo punto di vista, il segretario nazionale Cisl. Probabilmente, alludeva alla possibilità di ritrovare Bonanni Presidente del Consiglio e Angeletti Ministro del lavoro!
Renato Fioretti
collaboratore redazione di Lavoro e Salute

26 novembre 2010

Abrogazione legge Biagi, pensioni per vivere, turn-over pubblico impiego, via la "Gelmini", via il Collegato lavoro, fine privatizzazioni

la cgil del silenzio

Domani si svolgerà a Roma la manifestazione della CGIL dal titolo "Il futuro è dei giovani e del lavoro"(?) deliberata dal Comitato Direttivo della Confederazione il 17 settembre scorso. La manifestazione è l’evento sindacale più importante dopo quella dei metalmeccanici del 16 ottobre scorso che era riuscita a strappare ad Epifani la promessa di uno sciopero generale che non si farà e, se si farà, sarà fuori tempo massimo a giochi già fatti. Osservo innanzitutto la distanza tra l’annunzio della iniziativa e la sua realizzazione: più di due mesi! Non discuto il fatto che essendo la CGIL una organizzazione complessa, elefantiaca, ha bisogno di tempo per mobilitare le persone e portarle a Roma. Ma settanta giorni diventano un fatto politico che svilisce l’iniziativa e ne fa un mero evento burocratico, un adempimento che consentirà alla nuova segretaria di fare il suo battesimo di folla in un comizio che sarà certamente affollato dal momento che la gente sente il bisogno imperioso di esprimere la propria protesta, la rabbia per come si sta degradando la sua condizione esistenziale. Osservo ancora che non si tratta di uno sciopero generale ma di un "comizio" nazionale realizzato di sabato il giorno indicato da Bonanni per gli "scioperi". Sospetto l’esistenza di un patto "parasociale" che accompagna il patto sociale tra sindacati e padronato italiano di vera e propria abrogazione dello sciopero generale. Negli ultimi drammatici due mesi, a differenza della silenziosa Italia, la Francia, la Spagna, la Grecia, il Portogallo hanno dato vita ad uno o più scioperi generali per difendere i salari ed il welfare minacciato dalle "crisi" provocate per costringere l’Europa ad americanizzarsi rinunziando alla civiltà del suo sistema di protezione e sicurezza sociale. L’Italia ha registrato una offensiva contro il welfare e la condizione dei lavoratori e delle loro famiglie davvero pesante e molto erosiva non solo di salario ma anche di diritti. Al pari della Gran Bretagna di Cameron perderà nel giro dei prossimi tre anni mezzo milione di posti nella scuola e nella pubblica amministrazione e per sempre. Con la complicità delle parti sociali ha peggiorato il suo sistema pensionistico notevolmente innalzando l’età di godimento ed escludendone i precari. Di questo si è vantato Tremonti in Europa sostenendo che l’Italia è stata l’unica nazione a fare una riforma strutturale della sua previdenza senza scioperi!! Il Parlamento ha approvato in via definitiva il cosidetto collegato lavoro (1441) studiato da legulei del padronato per rendere difficile la difesa dei lavoratori nel contenzioso ed introdurre il cosidetto arbitrato che apre la via alla privatizzazione della giustizia e riduce la sfera di intervento del Magistrato. Dopo aver lasciato passare la legge Gelmini sulla scuola limitandosi a dare una qualche assistenza alle lotte dei precari senza mai dare loro la dignità di una vertenza nazionale e politica, in polemica con la Fiom spesso richiamata all’ordine , CGIL spalleggiata dal PD, ora insiste sulla cosidetta "produttività" che in soldoni significa accogliere le richieste di Marchionne e della Marcegaglia sulla cosidetta fabbrica Italia. La manifestazione di domani si presenta ai giovani con uno slogan pubblicitario vuoto di proposte e che non toccherà per niente e non inciderà sul processo di precarizzazione della occupazione. Il lavoro precario è già diventato maggioranza su quello a tempo indeterminato ed i meccanismi sono tali che nel giro di qualche anno il lavoro a tempo indeterminato finirà con lo scomparire quasi del tutto. Al lavoro precario si unisce sempre il sottosalario e la negazione dei diritti (ferie, tredicesima, malattia). Si calcola che circa sei milioni di precari guadagnino meno della metà delle tabelle contrattuali delle categorie di riferimento. Ebbene la proposta della CGIL si limita a chiedere l’introduzione ed il miglioramento del miserabile ammortizzatore sociale introdotto recentemente e che non supera i 200 euro mensili e solo per pochi mesi! Che magnifico futuro per i giovani e per il lavoro! La Camusso chiede un cambio di agenda. Intanto fa uno sciopero che conviene sopratutto alla Confindustria perchè chiede due cose che gli industriali vorrebbero come l’aumento degli ammortizzatori sociali e lo sgravio fiscale e poi chiede investimenti nel Sud che sono graditi agli imprenditori come inceneritori e rigassificatori e qualche opera pubblica. Il cambio di agenda non viene chiesto. La Cgil asseconda la manovra del governo resistendo soltanto dove non le è consentito di "trattare" come nella questione universitaria e, finora, la questione operaia dove però il grosso della pretesa padronale è già passato in centinaia di deroghe dai contratti ottenuti nella contrattazione diffusa nel territorio. Che cosa avrebbe potuto e dovuto chiedere la CGIl organizzando una lotta vera al posto del comizio di sabato? L’abrogazione della legge Biagi, la revisione del sistema pensionistico, il ripristino del turnover nella pubblica amministrazione, l’abrogazione della legge Gelmini, l’abrogazione del collegato lavoro, la riconquista del valore pieno e non derogabile del contratto di lavoro, la fine delle privatizzazioni e delle esternalizzazioni, miglioramenti dei salari..... Non si tratta di un piattaforma utopistica o addirittura provocatoria, ma del dovere minimo di un Sindacato degno di questo nome e della sua tradizione i cui valori stanno scomparendo nell’azione di oggi. Dovrebbe anche insistere per l’stituzione del Salario Minimo Garantito e per una Europa opposta a quella che si sta delineando sotto la spinta ricattatoria di WallStreet che mira alla distruzione del ceto medio e della società solidale.
Pietro Ancona

24 novembre 2010

E quando il fuoco della protesta forte nei luoghi di lavoro copierà, anche la Cgil rischia di bruciarsi, se resta ferma, oltre il 27


L'Università "brucia": la protesta contro la riforma invade le piazze e i tetti


L’Università risponde alla ministra Gelmini e alla sua riforma. Ricercatori sui tetti, studenti in piazza. Giornate di forte contestazione contro il governo. Oggi manifestazioni in tutte le città italiane. Lezioni in piazza, sit in. A Roma scontri tra studenti e Polizia. I ragazzi hanno provato a forzare il cordone delle forze dell'ordine vicino a palazzo Grazioli per raggiungere piazza Montecitorio e sono stati respinti con i manganelli. Lanciati dai manifestanti fumogeni, torce da stadio e un petardo. Una parte del sit-in formato da studenti universitari e dei licei sta comunque presidiando ancora piazza di Montecitorio, con lo scopo di rimanere tutto il tempo necessario alla discussione ed alla votazione dell'aula sulla riforma Gelmini. Gli universitari che erano partiti in corteo dalla Sapienza. «Più di trenta facoltà sono occupate e le scuole di mezza Italia sono in autogestione. Per decenza la Ministra Gelmini si dimetta». Lo chiede Flavio Arzarello, segretario nazionale della Fgci, l'organizzazione giovanile del Pdci-Fds, a margine del sit-in in corso a Montecitorio, durante il quale i giovani della FdS stanno srotolando rotoli di carta igienica. "Srotoliamo carta igienica - spiega Arzarello - perché nelle nostre scuole e università è stata tagliata e soprattutto perché ci serve a toglierci dalla situazione in cui ci ha messi la Gelmini».
«Alle 17 tutti in piazza Verdi per respingere la riforma: occupiamo il rettorato». E' l'appuntamento lanciato per oggi pomeriggio, a Bologna, dagli studenti di Bartleby con l'immediata adesione dei 'colleghi' che da ieri sera occupano la facolta' di Lettere e filosofia, mentre piazza Verdi da questa mattina fa da "set" per le lezioni in piazza dei ricercatori. Prende corpo anche a Bologna, quindi, la protesta contro la riforma Gelmini, in discussione in Parlamento. Dopo l'assemblea ed il "Block party" di ieri sera, oggi Lettere vive la prima giornata di occupazione. Le aule del primo piano sono chiuse, mentre le scale che portano ai piani superiori sono rimaste sbarrate dai cancelli. «La didattica e' bloccata- spiega Niccolo' a nome degli occupanti- il ragionamento che ha portato a questa occupazione era il blocco dell'Universita' per dare un segnale forte ed attuare una forma di sensibilizzazione verso gli studenti». E' chiusa anche la biblioteca "Felice Battaglia". Un cartello sulla porta spiega: «Contro la ''riforma' Gelmini i bibliotecari di Filosofia solidarizzano con gli studenti", di fianco c'e' una poesia di Majakovskij. Un altro avviso comunica che lo svolgimento delle tesi di laurea previste oggi nell'aula Mondolfo del 38 sono spostate al civico 32. Per la mattinata sono previsti gruppi di lavoro e si cominciano ad allestire alcune mostre artistiche mentre altri studenti «cominceranno ad andare nelle altre Facolta' per interrompere momentaneamente le lezioni» spiega Niccolo', e diffondere le motivazioni della protesta. Alle 16 e' previsto un tavolo di discussione con docenti e ricercatori, alle 19 un'assemblea generale. L'intenzione di continuare l'occupazione stasera e domani sera, pero', e' gia' "ufficiale".

«Siamo sul tetto di architettura a Roma, siamo tra gli studenti che presidiano Montecitorio, siamo con studenti , ricercatrici e ricercatori, precari e precarie, con tutte le lotte che in questi giorni dilagano in Italia contro questa devastante riforma dell'Universita». Lo affermano Giovanni Russo Spena, responsabile nazionale giustizia
Prc-Se ed Eleonora Forenza, responsabile nazionale scuola ed universita' Prc-Se.
«Il rischio e' la distruzione e la ulteriore privatizzazione della ricerca, la cancellazione del diritto allo studio, la fine
di quel che resta Dell' Universita' pubblica. Ci sono stati incidenti davanti alle sedi del Parlamento, dovuti alla
intemperanza sopratutto da parte delle forze dell'ordine, che evidentemente avevano delle precise istruzioni, ed e' stato arrestato un giovane - conclude - di cui chiediamo l'immediato rilascio».

«Credo che il livello di indignazione del paese si vede guardando come e' stato ridotto l'ingresso di Palazzo Madama coperto dal lancio di uova. Un fatto senza precedenti. Siamo quasi a un punto di non ritorno» Così il senatore del Pd, Ignazio Marino, che si trova all'ingresso del senato commenta il tentativo di irruzione degli studenti. Marino sottolinea le importanti parole di Napolitano sulla cultura e la scuola, che vengono «affossate da un governo fallimentare che non riesce a capire che nel paese non e' accettato che si distruggano scuola, universita' e ricerca». «Cosa altro deve accadere?» si domanda il senatore, e ricorda che "nessuna universita' italiana e' tra le prime 200 nel mondo.

La riforma dell'universita' rischia lo stop. I finiani, infatti, sembrerebbero intenzionati a chiedere il rinvio in Commissione del testo. È quanto si apprende in ambito parlamentare. I finiani sarebbero delusi dalla marcia indietro del governo su alcuni emendamenti da loro presentati su cui c'era l'accordo, ma su cui mancherebbero le risorse. L'irritazione e' salita dopo che il premier Berlusconi ha chiesto a Fini di dimettersi.

Se il ddl per la riforma dell'università dovesse superare l'esame della Camera gli studenti bloccheranno il Paese partendo dalle Università: lo annuncia in una nota l'Unione degli universitari, secondo cui tutte le forze politiche presenti in Parlamento «si devono rendere conto che in questa partita in gioco non c'è il risultato delle percentuali delle prossime elezioni politiche, ma il futuro del Paese». «Il presidio a Montecitorio, l'occupazione del tetto di architettura, le occupazioni degli atenei di questi giorni - proseguono - sono solo le recenti iniziative di protesta di un lungo autunno cominciato l'anno scorso con la presentazione al Senato della riforma. In questo momento - sottolinea
l'associazione studentesca - ci sono più di 50 atenei in mobilitazioni, continua l'occupazione dell'Ateneo di Pavia. Da Torino a Palermo siamo in fermento e non abbiamo intenzione di fermarci, siamo intenzionati a inasprire lo scontro se questo Governo continuerà a essere sordo alle richieste che vengono mosse dall'intero mondo accademico".

Il sito CNR Media fa una prima mappatura delle agitazioni in corso.
24/11/2010

Riteniamo che il confronto tra le due parti non potrà mai essere considerato alla stregua di quello tra un normale acquirente e un paritario venditore

Lo scambio ineguale

Ho ritrovato quasi per caso un vecchio documento di Confindustria, la relazione al convegno dei “giovani “ imprenditori tenutosi a Santa Margherita ligure il 6 e 7 giugno del 2008. Ne parlo a distanza di due anni perché l’introduzione della presidente, Federica Guidi, conteneva elementi ancora molto attuali e, contemporaneamente, stimolava alcune riflessioni che meritano di essere approfondite.
L’esordio era caratterizzato da alcune perentorie affermazioni: “Il nostro Paese si è allontanato dal centro del mercato globale. Avere a disposizione tecnologie applicative innovative non basta; conta la frequenza con la quale si riesce a stare al passo con l’innovazione, senza “perdere il treno” di un’evoluzione tecnica che in molti settori letteralmente non conosce sosta”.
La conseguenza del combinato disposto dell’esplosione delle nuove tecnologie e della (troppo) bassa frequenza dell’ammodernamento tecnologico delle aziende italiane, era rappresentata, a suo parere, dall’insostenibile differenziale di produttività rispetto alla concorrenza internazionale. Quindi: bassi livelli di produttività e poca innovazione, ormai impossibili da compensare attraverso il basso costo del lavoro italiano; non più concorrenziale rispetto alle condizioni offerte dai paesi emergenti. Senza trascurare un pizzico di rimpianto rispetto a quella che, per generazioni, aveva rappresentato la più classica delle scappatoie delle imprese italiane, la svalutazione della moneta.
Si trattava, evidentemente, di considerazioni che esprimevano una realtà abbastanza nota ed evidenziavano un’analisi del “sistema paese” sicuramente condivisibile (in linea, peraltro, con analoghe valutazioni già da tempo espresse da dirigenti sindacali e da osservatori e organismi internazionali).
Tra l’altro, per la prima volta, probabilmente tradita dalla giovanile impulsività, la Guidi ammetteva - con disarmante e inconsueta sincerità - che le interminabili litanie contro l’eccessivo costo del lavoro in Italia erano state assolutamente infondate. Infatti, era lei stessa ad affermare: “ Le imprese non possono più contare su un basso costo del lavoro che potrebbe compensare la scarsa produttività e la poca innovazione”.
Tornando alla relazione, considerate le premesse - sostanzialmente caratterizzate da un oggettivo (ed anche coraggioso) riconoscimento delle responsabilità di parte imprenditoriale - sarebbe stato logico attendersi un’esortazione collettiva ad avviare azioni concrete per cercare di riagganciare quel treno dell’evoluzione tecnologica che, come a tutti noto, ha un fattore di sviluppo esponenziale e non perdona i “ritardatari”.
Purtroppo, alla luce di una soluzione che indicava “il sistema di relazioni industriali quale strumento principe di organizzazione del settore produttivo, nel più ampio tema del recupero di competitività”, c’era da registrare solo sconcerto.
Infatti, a valle di una diagnosi condivisibile - rispetto a carenze strutturali e mancati investimenti e ammodernamenti - appariva miope (e fuorviante) prospettare una terapia che individuava la (semplicistica) soluzione del problema in un diverso sistema delle relazioni industriali; il tutto appariva una sostanziale fuga dalle proprie responsabilità.
La presidente lamentava, inoltre, l’eccessivo peso del contratto nazionale di categoria nel determinare tanto le voci retributive quanto le parti normative e auspicava, quindi, un maggiore ricorso alla contrattazione aziendale quale strumento di valorizzazione e premialità dei propri collaboratori.
Tale lodevole affermazione, veniva, però, platealmente smentita dalla successiva dichiarazione che, in pratica, offriva la reale lettura delle sue dichiarazioni. Difatti, la Guidi affermava che lo scatto mancante, nell’ingranaggio della contrattazione nazionale e decentrata, era rappresentato dal fatto che “la contrattazione di secondo livello può servire sì per aggiungere, ma mai per derogare”. Nel momento in cui il “minimo” nazionale diventa una soglia anche idealmente invalicabile, “in azienda non si può ottenere (purtroppo) che un contratto migliorativo”. Aggiungeva, inoltre, che “non c’è merito col paracadute; non si può ottenere la lode se non si accetta la possibilità di scivolare indietro nella scala dei voti”!
La contrattazione nazionale, quindi, doveva essere, secondo la Guidi, “solo di garanzia, lasciando al rapporto tra lavoratori e impresa, a livella aziendale, la definizione della più ampia sfera possibile di condizioni contrattuali”.
Si trattava, evidentemente, dell’inequivocabile auspicio di riconoscere alla contrattazione aziendale la possibilità di reformatio in pejus rispetto ai dettami del contratto nazionale; in stridente contrasto con la dichiarata volontà di premiare il merito e la fidelizzazione dei propri collaboratori.
Naturalmente - e in questo passaggio cominciava a delinearsi, con estrema chiarezza, l’obiettivo da perseguire - “ la legge deve farci venire meno mal di testa, lasciarci più liberi di pensare a come accordarci coi nostri dipendenti”. La soluzione, secondo la Guidi, era rendere il contratto sempre “meno collettivo” e sempre più “fatto su misura”, tagliato “attorno al singolo individuo”. Abbandonare, quindi, “questa utopia di un unico contratto nazionale” e contemplare norme che regolino “un rapporto tra adulti”.
Personalmente, a rischio di essere tacciato di estremismo e considerato un pericoloso bolscevico, continuo, invece, a ritenere che il confronto tra le due parti non potrà mai essere considerato alla stregua di quello che s’instaura tra un normale acquirente e un paritario venditore che, liberamente, intendano scambiare la più banale delle merci.
Sarebbe sufficiente immaginare l’equilibrio di forza possibile, il clima di “ serena intesa” e il potere contrattuale esercitabile da un disoccupato “di lunga durata” alla disperata ricerca di un’occupazione e il titolare di un qualsiasi call-center o supermarket di provincia in cerca di personale. Certo, un laureato in ingegneria aereonautica, con master e dottorati a Harvard e Oxford, potrebbe trattare alla pari e gestire un rapporto “tra adulti”, a meno che non abbia già compiuto i quarant’anni e abbia necessità assoluta di quel posto di lavoro.
D’altra parte gli effetti più dirompenti del venir meno della tutela del contratto nazionale di categoria sono (già) oggi ampiamente disponibili e verificabili attraverso le vicende che stanno interessando i dipendenti Fiat di Pomigliano.
In condizioni di “progetto Guidi” già realizzato, non avremmo assistito neanche al referendum voluto da Marchionne. Ciascun lavoratore di quello stabilimento avrebbe avuto la facoltà di trattare - in un clima di “serena intesa” e con uguale potere contrattuale (!) - con il management Fiat, rispetto a quali diritti rinunciare, pur di poter continuare a godere del privilegio di lavorare ancora!
Però, a ben vedere, le preoccupazioni (forse) sono eccessive. Può darsi che i lavoratori italiani - come i “giovani” di Santa Margherita Ligure - non avranno il tempo di diventare “adulti” perché, nel frattempo, attraverso la costituzione di tante new company, la terapia prevista dalla Guidi apparterrà (presto) all’archeologia industriale di questo tormentato paese.

Renato Fioretti
collaboraztore redazionale di Lavoro e Salute

Articolo già pubblicato dalla rivista “Mondoperaio” (nr. 10/2010)

Facciamo in modo che se ne parli sempre. Precari per sempre: il nuovo ‘collegato’ lavoro

Collegato Lavoro: mutismo e rassegnazione?

Il condono tombale per le imprese che utilizzano lavoratori precari è diventato legge di stato con la firma del Presidente Napolitano e la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. E’ la legge 183/2010 che in 18 pagine modifica fortemente l’attuale disciplina del diritto del lavoro per i lavoratori precari e i neoassunti.

Ecco i punti salienti della riforma:

a) Per quanto riguarda le controversie di lavoro non vige obbligo di effettuare un tentativo di conciliazione, ma è possibile rivolgersi immediatamente all’autorità giudiziaria, a meno che non si decida di impugnare dinanzi al giudice un contratto di lavoro certificato. In questo caso, infatti, il tentativo di conciliazione presso la commissione che ha emesso l’atto di certificazione è obbligatorio.

b) Permane inoltre la possibilità di accedere immediatamente alle procedure arbitrali, nei casi e con le modalità previste dai contratti collettivi. L’arbitrato sarà disponibile in due forme alternative: durante il tentativo di conciliazione promosso presso la Direzione Provinciale del Lavoro, dove è la commissione di conciliazione a costituirsi in collegio arbitrale su richiesta delle parti; davanti al collegio costituito a iniziativa delle parti, con un rappresentante per ciascuna di esse e un presidente scelto di comune accordo. Infine, nei casi l’arbitrato davanti alle commissioni di certificazione dovranno essere queste stesse a istituire camere arbitrali proprie.

c) Viene introdotta la “certificazione” da parte dell’organo pubblico dei contratti di lavoro, con funzione di certificare la validità degli stessi nonché l’effettiva volontà del lavoratore a stipulare quel determinato contratto. Con la “certificazione” vi sarà la possibilità di inserire nel contratto una clausola c.d. compromissoria con la quale le parti devolveranno le eventuali e future controversie ad appositi collegi arbitrali sottraendole al giudizio alla magistratura ordinaria.

d) L’obbligo di impugnazione, entro i 60 giorni dalla ricezione della relativa lettera e/o comunicazione, dei provvedimenti di licenziamento (ora anche quelli verbali e quelli intimati nell’ambito delle tipologie contrattuali atipiche, oltre che per effetto di cessazione di rapporti di lavoro a termine, per disdetta oppure per interruzione in seguito alla scadenza temporale), con l’ulteriore obbligo di deposito dei relativi ricorsi giudiziali entro i successivi 270 giorni. Tali termini saranno vincolanti anche in tutti i casi cui il lavoratore voglia agire per ottenere l’imputazione di un determinato rapporto ad altro soggetto rispetto a quello che formalmente risulta il datore di lavoro (es. contratti di lavoro interinali). Mentre è fissato a 60 giorni il termine entro il quale rivolgersi al giudice in caso di rifiuto dell’arbitrato o di fallimento della conciliazione.

e) La previsione dì una indennità risarcitoria a carico del datore di lavoro in tutti i casi in cui il termine apposto al contratto dovesse essere ritenuto nullo da parte del giudice. L’indennità in questione va da un minimo di 2,5 mensilità ad un massimo di 12 mensilità, da applicarsi anche ai giudizi già pendenti alla data di entrata in vigore della legge. Tale indennità potrebbe secondo la volontà del legislatore addirittura escludere il diritto del lavoratore alla conversione del rapporto di lavoro da tempo determinato a tempo indeterminato (da valutare).

Futuro precario

Questo il quadro generale. Un panorama dai contorni foschi per i diritti di milioni di cittadini-lavoratori precari, che si vedranno praticamente azzerate le già residue di resistere alla forza d’urto del capitale.

Ci vogliono muti e rassegnati

a) Ci si chiede per quali ragioni un legislatore di centro-destra che fa del liberismo e della l il proprio capo-saldo etico-politico tenti di “far passare” la validità di un contratto di lavoro attraverso la suddetta “certificazione” di un organo pubblico ?

La risposta a noi sembra chiara.

Nel nostro ordinamento, vige (vigeva?) il principio per cui il prestatore di lavoro è da ritenersi parte debole del rapporto contrattuale in quanto ogni sua volontà può subire forti condizionamenti da parte del datore di lavoro; ritenendosi, invece, che quando la volontà del lavoratore venga espressa con l’intervento dell’organo pubblico e dinnanzi allo stesso, venga manifestata libera da condizionamenti.

Ed allora, la “certificazione” servirà al datore di lavoro per pre-costituirsi la prova della formazione di una volontà del lavoratore libera da indebiti condizionamenti, eliminando la possibilità per quest’ultimo di contestare successivamente la regolarità del contratto di lavoro sottoscritto

Il gioco è fatto: si “certifica” in modo inoppugnabile e come libera una volontà in realtà “estorta” (d’altronde, vii immaginate un lavoratore che dinnanzi all’organo pubblico confesserà il ricatto?) e si precostituisce l’impossibilità di poter essere convenuto dinnanzi al giudice del lavoro (normale destinatario, per costituzione, della “conoscenza” di ogni controversia di lavoro).

Il primo tentativo della riforma non sembra essere quello di ridurre il contenzioso, quanto, piuttosto, quello di eliminarlo.

b) Ancora, si pensi alla introduzione dell’obbligo di impugnazione da parte del lavoratore della cessazione di qualsivoglia tipo di rapporto per potere datoriale nel termine dei 60 giorni, con obbligo di introduzione della controversia nei successivi 180 giorni.

E’ davvero una riforma prevista solo per esigenze di certezza del diritto e dei rapporti tra le parti? Tiene nella dovuta e giusta considerazione gli interessi di entrambe le parti in gioco? Oppure, anche su questo punto, la riforma inserisce nell’attuale ordinamento elementi di tutela per una sola (la solita ?) delle parti contrattuali ?

Corsa contro il tempo

Perché, al riguardo, anche il secondo tentativo che sembra perseguire la riforma in discussione sembra chiaro.

Innanzitutto, con la previsione di tempi ristrettissimi per le impugnazioni dei provvedimenti del datore di lavoro si vogliono abbattere il più possibile i costi delle eventuali illegittimità dagli stessi commesse, essendo ovvio che tali tempi abbiano quale prima automatica conseguenza quella di diminuire, in ipotesi di illegittimo recesso e/o interruzione del rapporto di lavoro a c.d. chiamata (vedasi ipotesi di rinnovi di contratti di somministrazione di lavoro o di contratti a termine), i tempi in cui l’azienda può vedersi esposta al risarcimento dei danni conseguenti a tali illegittimità (meno tempo, meno retribuzioni e contributi sul groppo, meno rischi per le proprie malefatte).

Ma ciò non basta; con l’operazione in discussione si tenta addirittura di azzerare ed abbattere completamente gli eventuali costi in esame, e ciò attraverso il prodotto del mix esplosivo e perverso che scaturisce dal rapporto tra i tempi stretti previsti per l’impugnazione ed il contesto di completa sottoposizione del lavoratore ai tempi di “chiamata” del datore di lavoro.

Basterà, infatti, che il datore di lavoro interessato prospetti una ipotesi di rinnovo contrattuale e/o chiamata a contratto anche ulteriore a 60 giorni dalla cessazione del precedente rapporto ed il gioco è fatto. Il lavoratore a cui è stata fatta intravedere la possibilità di una nuova “chiamata” , baratterà la rinuncia ad impugnare nei termini con la speranza del mantenimento del posto di lavoro.

Si passa così da una situazione (ante-riforma) in cui il lavoratore avrebbe potuto continuare a lavorare riservandosi di agire, ad esempio, per la tutela dei suoi diritti solo alla fine della successione di tutti i rapporti somministrati a termine illegittimi, ad una condizione (post-riforma) in cui ogni rinuncia alla impugnazione nel termine richiesto comporterà completa abdicazione ad ogni suo interesse. E si garantisce al datore di lavoro la sanatoria ai comportamenti ed agli atti illegittimi che ponga in essere.

Poco cash al posto dei diritti

c) Ed ancora, perché prevedere quale sanzione per la conversione del rapporto di lavoro da tempo determinato a tempo indeterminato una indennità risarcitoria da 2,5 a 12 mensilità (limitabili a 5 in particolari ipotesi) se non con l’unico scopo di evitare alle aziende l’obbligo di assumere a tempo indeterminato la forza lavoro illegittimamente assunta ed utilizzata “a scadenza”?

Anche sul punto, il terzo tentativo della riforma è chiaro ed incontrovertibile: al di là delle molteplici questioni interpretative, appare di tutta evidenza – ancora una volta – che l’obiettivo non è quello di predisporre valide ed efficaci tutele per il lavoratore assunto ed utilizzato con illegittimi contratti a termine, bensì quello di garantire al datore di lavoro la possibilità di apporre illegittimamente un termine al rapporto di lavoro senza far ricadere su di questo l’obbligo dell’assunzione a tempo indeterminato ed i relativi costi.

Gli esempi valgono a far capire al lettore che la riforma in questione, ben lontana dal voler effettivamente perseguire gli obiettivi simulati e dichiarati (deflazione del contenzioso e riduzione dell’incertezza dei tempi dello stesso) ha quale intento quello di iniziare a chiudere un cerchio che si è iniziato a disegnare 15 anni fà.

Treu-Biagi-Sacconi: si chiude il cerchio

Allora, con la legge Treu, si cominciavano a prevedere ipotesi di lavoro c.d. flessibile attraverso il quale consentire alle aziende di utilizzare e sfruttare manodopera assunta da soggetti terzi, senza assunzione dei rischi di impresa che un qualsiasi rapporto di lavoro deve comportare.

Ed è attraverso tale sdoganamento che si è potuti arrivare al secondo passo del diabolico percorso, ovvero alla legge 30/03, attraverso cui si è compiuto un notevole salto in là nella codificazione del precariato prevedendo – a sovvertimento del principio generale per cui ogni posto di lavoro nasce a tempo indeterminato salvo eccezioni – che dette eccezioni venissero trasformate in regola, consentendo all’impresa di potere disciplinare rapporti di lavoro di fatto pienamente subordinati con contratti che di tale tipologia nulla hanno a che vedere.

Con la riforma in questione il passo è definitivo ed il piano si sposta verso l’unico contesto i cui si fanno i giochi, ovvero quello processuale e della tutela effettiva dei diritti del lavoratore.

La precarietà ormai imposta e codificata sul piano dei rapporti sostanziali, viene ora introdotta sul piano delle conseguenze delle illegittimità del datore di lavoro, vuoi creando ogni artificio per rendere più difficile al lavoratore l’esercizio dei diritti connessi all’art. 24 della Costituzione, vuoi tentando di abbattere completamente i costi e le sanzioni che le illegittimità del datore di lavoro dovrebbero ancora prevedere.

http://www.precaria.org/

19 novembre 2010

ULTIMI INSERIMENTI

> Spese militari a go-go. Il governo dà i numeri (che non tornano) e parla di "buon investimento"
> La pulizia etnica di Israele. Viaggio tra i palestinesi della Città santa. Cacciati per far posto agli espropriatori israeliani
> Non c'è nessuna fatalità in quello che sta avvenendo, solo scelte economiche e politiche precise. Intervista a James Kenneth Galbraith
> Governo tecnico? Le condizioni in cui versa l'Italia mettono ormai a dura prova qualsiasi operazione mimetica
> Forse il governo di destra non ci riuscirà a completare l'opera di distruzione dei diritti, ma uno di centrosinistra cosa farà?
> Lo sbocco? Lo sciopero generale chiesto dalla Fiom, che non può essere «una tantum»
> Sorpresa: a Berlino aumentano i salari. L'economia ha ripreso a tirare: anticipati gli aumenti previsti dal contratto
> I metalmeccanici della Cgil rispediscono al mittente un patto firmato senza il mandato dei lavoratori
> Analisi ponderata di una proposta che offre una via d'uscita realistica di fronte agli attacchi alle precarie condizioni dei lavoratori
> Il KKE ha un fortissimo radicamento nei luoghi di lavoro. Presente a fianco della rivolta dei contadini, nel pubblico impiego, nei porti e università

Il governo dà i numeri (che non tornano) e parla di "buon investimento"

Elicotteri e caccia, spese militari a go-go

Davvero c'è qualcosa che non quadra. Nel mettere a confronto i dati e la realtà delle spese militari (e dei maggiori progetti di produzione di armamenti) con le dichiarazioni che vengono fatte al riguardo sulla scena italiana sembra quasi di trovarsi di fronte a due pianeti diversi. Politici, militari e imprenditori in questi mesi e in diverse occasioni si sono trovati tutti a piangere miseria, dicendo che non ci sono più risorse, che si deve tagliare l'operatività e la fase di esercitazione delle forze armate (si veda a riguardo il recente articolo di Repubblica spacciato come «inchiesta di attualità»), senza poi spiegare perché solo in questo comparto non si parla mai di ristrutturazione ed efficienza. Come invece sbandierato orgogliosamente, e spesso incoscientemente, per tutti i settori di spesa pubblica.
E' vero (come abbiamo già spiegato) che in molti paesi tra i più sviluppati la crisi economica sta facendo pensare ai governi di ridurre i fondi di pertinenza militare. Ma questi tagli in previsione, che solo con ritardo arrivano in un comparto privilegiato e finora considerato intoccabile, non possono certo preoccupare chi continua a lucrare sul commercio di armi; soprattutto non sembra toccare i decisori politici italiani, che continuano a credere alla "favola" che vede nell'acquisto di grossi sistemi d'arma una garanzia di buon impatto economico e di grande capacità difensiva. Lasciando per un momento da parte questo secondo aspetto (bisognerebbe però capire, alla fine, che i cittadini italiani sono più minacciati da alluvioni, precarietà, mancanza di servizi, sgretolamento sociale e del tessuto economico piuttosto che da nemici da combattere a colpi di bombe...), è soprattutto il primo, quello di natura economica e di spesa, a dover stimolare attenzione in chi ha a cuore il destino dei soldi pubblici.
Le notizie di questi giorni, con rivelazioni di stampa al momento per nulla smentite, danno conto di un importante e dispendioso programma che l'aeronautica militare ha messo in campo per il rinnovo della flotta di elicotteri. Con che compiti? Ricerca, salvataggio ma anche e soprattutto combattimento. Si tratterebbe dell'acquisto di 22 nuovi velivoli: 10 AW139 più piccoli e leggeri e 12 AW101, lo stesso modello sul quale avrebbe dovuto volare Obama. I primi avrebbero il compito di sostituire velivoli ormai vecchi dedicati a soccorso ed evecuazione aero-medica con un costo tutto sommato limitato di 200 milioni complessivi. Ovviamente sono le restanti 12 macchine, che si vogliono comprare nella versione da combattimento, salvataggio e soccorso, ad avere un impatto monetario più forte: un miliardo di euro è la stima dell'assegno da staccare per avere queste poderose macchine militari dalla rilevante potenza di fuoco. Ed inoltre, con buona pace di piccole aziende in crisi e disoccupati, a garantire un sostegno finanziario a tutta l'operazione (che vedrà le prime consegne a partire dal 2012) interverrà pure il ministero dello Sviluppo Economico.
Ma la madre di tutte le scelte sbagliate in tema di acquisto di sistemi d'arma è come al solito il progetto per il cacciabombardiere F35, che pare abbia preso lo slancio finale verso l'acquisto. Nel visitare l'impianto di Cameri (una struttura costruita dallo Stato in una proprietà dello Stato a vantaggio di un assemblaggio militare di una impresa privata.... cose che ad una cooperativa di informazione indipendente come Altreconomia non succedono mai!), il sottosegretario alla Difesa Crosetto ha snocciolato con soddisfazione alcuni numeri. Che non tornano, come detto.
Per realizzare l'impianto industriale in cui lavoreranno circa 1.800 addetti il ministero della Difesa ha appena siglato un contratto - per la sola realizzazione delle infrastrutture - del valore di 230 milioni, ma la realizzazione complessiva necessita di circa 800 milioni. Ben 200 in più di quanto stimato e riferito pure al Parlamento nel passaggio dalla fase di progettazione a quella di sviluppo-costruzione. Una crescita di oltre il 30%, e non siamo ancora al consuntivo. Secondo Crosetto il volume d'affari che ruoterà attorno a questo impianto di Cameri «potrà raggiungere i 20 miliardi di euro». Resta da capire se questi conteggi siano stati fatti al buio con una calcolatrice solare.
Si deve infatti partire dalla considerazione che nello stabilimento di Cameri era prevista fin dall'inizio la sola costruzione di ali o parti di esse, per un ritorno di circa il 21% del costo per aereo. Nelle dichiarazioni recenti il sottosegretario Crosetto afferma invece che «il 75% della somma di acquisto verrà spesa in Italia» dunque con una triplicazione rispetto al piano originale (anche se per un investimento pubblico di tale impatto e natura non ci sembra comunque un bel risultato). Anche prendendo per buona questa percentuale, non confermata, va comunque ricordato come nello stabilimento italiano non passeranno tutti gli aerei previsti dal programma (circa 2.500) ma quelli «tricolori» ed eventualmente alcune lavorazioni delle vendite ai partner europei. Vendite che stanno vertiginosamente crollando per il ritiro o il ridimensionamento di partecipazione dal progetto di diversi paesi (Danimarca, Olanda, la stessa Gran Bretagna) e le cui previsioni di produzione e consegna stanno creando apprensione pure al di là dell'oceano.
Secondo un recente rapporto dello United States Government Accountability Office, nella proiezione aggiornata realizzata per febbraio 2010 si prevedeva di iniziare la consegna dei velivoli ordinati dai partner internazionali solo a partire dal 2014. Complessivamente (entro il 2017) solo 202 aerei sono già programmati in consegna: ma poi bisognerà vedere cosa succederà nei fatti visti i numerosi problemi tecnici e i ritardi nelle fasi finali di test che sono emersi di recente. Quindi, anche se per tutti questi F35 la porzione di lavoro italiano fosse davvero del 75%, cosa davvero difficile solamente ad ipotizzarsi, si arriverebbe al massimo a 15 miliardi di euro di volume complessivo di affari. Già un bel quarto in meno delle sempre ottimistiche stime previsionali della vigilia.
Senza dimenticare che, invece, sul lato delle spese la tendenza è quella di ridimensionare gli esborsi d'acquisto e lasciare da parte i campanelli d'allarme su tempi e costi del programma nel suo complesso. Allarmi che recentemente sono addirittura giunti da consulenti dell'industria militare. Loren B. Thompson, consigliere per conto di Lochkeed Martin, ha riferito che il Pentagono ritiene necessari nuovi test, proprio a seguito delle rotture su alcune parti del velivolo. Altri tempi lunghi sono all'orizzonte per quanto riguarda lo sviluppo del software delle componenti radaristiche. Con che impatti? Almeno 5 miliardi di dollari in più di quanto stimato in precedenza: con l'ulteriore crescita di costi stimata in primavera (2,8 miliardi di dollari) ciò porta il totale del programma per la fase del solo sviluppo a 50 miliardi di dollari. Le ultime stime disponibili sul progetto complessivo (alla consegna), che sono state responsabili anche della sostituzione del generale che lo comandava, ammontano per le forze armate Usa a 382 miliardi di dollari per circa 2.450 aerei. Traslando la cifra anche sui caccia comprati dagli alleati, Italia in testa (è plausibile che costeranno non meno di quelli acquistati dagli Stati Uniti, se non di più...), si arriva ad almeno 110 milioni di euro di costo; non certo i 100 di cui ha parlato Crosetto durante la sua visita a Cameri.
Totale per i 131 cacciabombardieri che dovremmo andare a comprare noi: 14,5 miliardi per il solo acquisto. Una bella somma, visti i tempi di vacche magre.

Beatrice Macchia
19/11/2010

Viaggio tra i palestinesi della Città santa. Cacciati per far posto agli espropriatori israeliani

La nuova pulizia etnica degli arabi di Gerusalemme

Gerusalemme
I dolci per festeggiare l'Aid al fitr sono già sistemati nel salotto buono. Ma quest'anno, come il precedente, la festa del sacrificio per la famiglia Al-Kurd, residente nel quartiere di Sheik Jarrah a Gerusalemme Est, non basterà a togliere l'amaro di bocca. Nabeel Al-Kurd ci riceve insieme alla madre Rifka. Nella casa di tre stanze col cortile vivono, stretti, quindici componenti di questa famiglia. L'appartamento adiacente, un'estensione dell'abitazione degli al-Kurd, è stato occupato dall'anno scorso da ebrei israeliani, coloni estremisti religiosi, in seguito a una controversia legale. Nel 2008 i "settlers" avevano ottenuto un ordine di espulsione per la famiglia al-Kurd, esibendo documenti di proprietà sul terreno risalenti a prima del '56, anno in cui gli al-Kurd sono arrivati a Sheik Jarrah come rifugiati. Sono state finora 28 le famiglie di Sheikh Jarrah a vedersi recapitare un ordine di sfratto emesso dalla Corte israeliana. Nonostante siano in possesso di documenti che provano la proprietà degli immobili.
Almeno quattro famiglie del quartiere sono state forzate a lasciare le case. Proprio di fronte casa al-Kurd, nell'abitazione a due piani di colore rossiccio in cui viveva la famiglia al-Gawi, oggi sono esposte bandierine israeliane. I nuovi inquilini hanno scritto, in ebraico, sulla parete che si affaccia sulla strada: «I figli sono tornati a casa». Glial-Gawi, sfrattati l'estate scorsa, dormono in un appartamento pagato dall'Anp, ma ogni giorno sono nel quartiere, in una tenda che viene regolarmente smantellata dalle forze dell'ordine israeliane.
Nabeel al-Kurd e la madre Rifka, che ha 88 anni, ma come dice suo figlio, ne sente la metà, raccontano com'è cambiata la loro vita cambiata dai coloni. Tragedia vissuta come una nuova Nakba. Un pezzo di storia che l'anziana Rifka ha vissuto ad Haifa, prima di arrivare, da rifugiata col marito e i figli a Sheikh Jarrah. «Eravamo proprietari del Ristorante del porto, sul mare. Un posto molto popolare. Abbiamo lasciato tutto. Quando siamo arrivati siamo stati prima in Città Vecchia, poi in altre zone, fino a quando ci hanno assegnato questa casa. Era il 3 luglio 1956. Abbiamo i documenti risalenti al mandato giordano che lo provano».
Gli al-Kurd temono di essere cacciati ancora. La loro vita, dicono è un'inferno per i soprusi e le provocazioni quotidiane dei nuovi inqulini di casa loro. Ci passano davanti ogni volta che rientrano o escono. «Nella casa accanto i coloni creato una specie di luogo di ritrovo, apparentemente una biblioteca. Vanno e vengono. Il vero passatempo per loro è creare problemi, provocare noi e la gente del quartiere, così appena scatta il tafferuglio la polizia arriva e arresta noi palestinesi» dice Nabeel, che mostra la foto di uno dei coloni della porta accanto sull'altalena che una volta era dei bambini di famiglia. «I "settlers" l'hanno rotta e hanno anche divelto lo scivolo». Il palestinese continua con altri esempi di sopruso. «Vedi il tendone di plastica che abbiamo messo alla finestra? E' stata una necessità, anche se non entra la luce. Lo abbiamo piazzato dopo che i coloni hanno spruzzato spray urticante contro mia madre e mia sorella. Non solo. Loro sarebbero religiosi, ma non si fanno scrupolo di esibirsi in gesti osceni quando passano le donne che entrano in questa casa». Nabeel al-Kurd è un uomo dall'aria intelligente, gentile nei modi. Segue la politica internazionale con occhio attento alla questione del suo popolo. «L'America di Obama si è dimostrata un pupazzo nelle mani di Netanyahu.
Un anno fa il nuovo Presidente Usa aveva detto che voleva vedere un cambiamento. Invece è cambiato lui rispetto alle promesse. I governi europei non sono migliori, nei fatti. Sarkozy o Berlusconi sono un esempio. Io però credo nei popoli d'Europa. Sono solidali con i palestinesi. E le cose stanno cambiando anche negli Usa. Oggi non è più come una volta. Tutti possono vedere su Internet quello che fanno i coloni. La sproporzione tra Davide e Golia. Di fronte alla rete, la propaganda traballa. Oggi quello che succede a Sheik Jarrah lo sa tutto il mondo. Almeno chi vuole sapere». Il signor al-Kurd pensa che l'Anp non dovrebbe perdere altro tempo coi negoziati e passare alla dichiarazione dello Stato palestinese all'Onu. «Secondo me sarebbe una buona soluzione. Sono sicuro che avrebbe un sostegno ampio».
Sulla situazione a Sheik Jarrah sono intervenuti alcuni giuristi israeliani, proponendo una soluzione a una situazione sempre più pericolosa. L'ex Procuratore capo Michael Ben-Yair ha dichiarato nei giorni scorsi che lo Stato israeliano ha il dovere di porre fine alla controversia confiscando le case in cui ora vivono i coloni, per scongiurare una «distruzione del tessuto sociale». Questo tipo di soluzione fu avanzata già nel 1999 da un altro ex Procuratore, Menachem Mazuz, che allora aveva il ruolo di vice. Ben-Yair, la cui famiglia viveva a Sheik Jarrah prima del '48, per poi vedersi assegnare la casa di una famiglia araba ad Ovest della città, sottolinea un aspetto importante: «Ogni ebreo che viveva in questa zona nel 1948 è stato compensato con proprietà nella parte occidentale della città. Quindi le rivendicazioni su queste case da parte di ebrei non hanno senso».
In base a quello che sostiene l'ex Procuratore, le 28 famiglie sfrattate da Sheik Jarrah, potrebbero, dunque, rivendicare la proprietà delle loro case di Haifa, Jaffa o Gerusalemme Ovest da cui sono state cacciate nel '48. Come tutte le altre famiglie palestinesi costrette a lasciare villaggi e città.
La tensione nella Città Santa per vicende del genere, non è confinata a quartiere. A Silwan, per esempio 88 case potrebbero essere demolite da un giorno all'altro. Ci vivono 1500 palestinesi. Nella stessa area, coloni vivono protetti da guardie private armate. Da mesi la situazione a Silwan è esplosiva. C'è anche scappato il morto, un giovane arabo disarmato ucciso da un addetto alla sicurezza dal grilletto facile. Oltre un terzo dell'area di Gerusalemme Est è stata espropriata dal '67 a oggi.
Nabeel al-Kurd dice di sapere perchè: «Il piano per la pulizia etnica a Gerusalemme Est è storia vecchia. Risale a prima della fondazione dello Stato di Israele, il Piano Dalet. Il progetto degli israeliani prevede che su questa terra resti una piccolissima percentuale di palestinesi. Giusto quelli che servono per pulire le strade».

Francesca Marretta
19/11/2010
http://www.liberazione.it/

16 novembre 2010

Non c'è nessuna fatalità in quello che sta avvenendo, solo scelte economiche e politiche precise. Intervista a James Kenneth Galbraith

«I mercati prosperano, i deboli pagano la crisi»

La crisi non l'ha trovato spiazzato. James Kenneth Galbraith, keynesiano da una vita, l'ha sempre sostenuto che lo Stato deve intervenire nell'economia. Oggi, a maggior ragione, mette sotto accusa il liberismo e i suoi sacerdoti. L'economista statunitense (canadese di nascita) ha partecipato ieri a un incontro a Roma, organizzato dal centro studi Federico Caffé, dal titolo The Great Crisis.

La vicenda della Grecia ha dimostrato che il destino di interi Stati è nelle mani di anonimi speculatori finanziari, non crede?
Ci sono state operazioni speculative verso quei paesi che per il loro debito sono più esposti al ricatto dei mercati finanziari. Ma non lo scopriamo oggi che Grecia o Portogallo hanno situazioni debitorie. Dopo la crisi i gruppi finanziari cercano di ricostituire le proprie riserve scaricando i costi della crisi stessa sui paesi più deboli. Tentare manovre speculative nei confronti di paesi come la Germania, la Francia o la stessa Italia sarebbe molto più difficile. Difficilmente potremmo immaginare operatori finanziari in grado di influenzare questi Stati attraverso acquisti o vendite di titoli.

Cosa potrebbe fare l'Unione Europea?
Se l'Europa volesse, sarebbe sufficiente che acquistasse i titoli e i bond, invece di lasciare che siano i privati a farlo. L'effetto sarebbe di stabilizzare i mercati, anziché lasciarli oscillare a seconda dei movimenti e delle transazioni private. Le misure di austerità sono state imposte alla Grecia solo perché Merkel aveva il bisogno di giustificare davanti all'opinione pubblica tedesca i cosiddetti aiuti concessi al governo greco.

Si è concluso da poco il G-20. E' servito a qualcosa?
Il G20 non ha portato a nessun accordo. Ogni paese cerca di mantenere le proprie posizioni. Un dialogo tra sordi. E' dai tempi di Bretton Woods che non vediamo una proposta innovativa. Per quanto riguarda gli Stati Uniti il principale problema sollevato è quello del deficit. Ma il deficit, in sé, non è un problema. Diventa un problema dal momento in cui si decide di presentarlo come tale. Gli americani accusano la Cina di accumulare grosse riserve di dollari. I cinesi rispondono che il problema è pretestuoso. Sono scelte che ogni paese compie in nome degli interessi economici nazionali. La prossima volta se i 20 restano a casa il risultato è lo stesso.

Con la crisi si è parlato a più riprese della necessità di un maggiore controllo sulle banche e sugli operatori finanziari. Ne verrà fuori qualcosa?
L'accordo Basilea 3 dovrebbe stabilire nuove regole di comportamento. Ma già nel Basilea 2 erano state fissate norme sul livello di capitalizzazione degli istituti bancari. Eppure non hanno impedito la crisi. Inutile, oggi, riaffermare gli stessi principi, affidando tra l'altro il compito di controllo agli stessi organismi di prima. Se solo si volesse, si potrebbe intervenire con ben altre politiche. Non c'è nessuna fatalità in quello che sta avvenendo, solo scelte economiche e politiche precise.

Ma è cambiato qualcosa, dopo la crisi, nel rapporto tra gli Stati e le banche?
Come sappiamo, la crisi ha messo gli Stati nella necessità di intervenire per evitare il fallimento delle banche. Oggi parliamo della necessità di nuove regole, ma in realtà negli Stati Uniti esisteva già una legge anti-speculazioni, che avrebbe dovuto garantire la trasparenza delle operazioni finanziarie, soprattutto di chi sono i detentori reali dei titoli depositati nelle banche. Sennonché la crisi ha dimostrato che questi criteri di controllo vengono sistematicamente evasi. Le frodi bancarie hanno raggiunto dimensioni tali da rendere le leggi quasi inutili. In molti casi, quando sono state scoperte incongruenze tra i titoli e i veri proprietari, le banche hanno creato false documentazioni.

Gli Usa sono ancora nella crisi. Da un lato, il sistema del credito non riparte, nonostante generose sovvenzioni pubbliche alle banche, dall'altro cala il potere d'acquisto, aumenta la disoccupazione di massa. Cosa non ha funzionato nella politica economica di Obama?
C'è stata grande aspettativa sulle capacità di Obama di cambiare linea sia nelle politiche finanziarie sia in politica estera. Ma è stata un'illusione. Obama ha confermato il vecchio staff di economisti dell'era Bush, da Larry Summers a Timothy Geithner a Ben Bernanke. Immaginare di cambiare politica lasciando gli stessi personaggi di prima è impresa irreale. Oggi Obama paga le conseguenze per non essere intervenuto in risposta ai bisogni reali. In un sistema bipolare come quello statunitense, al fallimento dei democratici non può che corrispondere, sull'altro versante, la ripresa del Tea Party e dei conservatori. Del resto, le stesse lobby economiche hanno appoggiato entrambi i candidati alle presidenziali. Obama è stato finanziato da Wall Street. E tutti i provvedimenti economici lo dimostrano. L'unica riforma a vantaggio dei cittadini, quella sanitaria, è stata differita nel tempo. Le stesse opere pubbliche hanno avuto un'incidenza minima sull'occupazione. Esistono nuove fasce di disoccupazione, create dalla chiusura di interi settori produttivi, come servizi finanziari, bancari, commerciali. Persone di oltre 50 anni si sono trovate improvvisamente senza lavoro. In America si possono vincere le elezioni, ma non è possibile cambiare il governo dell'economia. E' stata una scoperta brutale.

Tonino Bucci
www.liberazione.it
16/11/2010

14 novembre 2010

Governo tecnico? Le condizioni in cui versa l'Italia mettono ormai a dura prova qualsiasi operazione mimetica

Berlusconi e il suo governo. Se ne vadano entrambi

Dalla "nuova destra" che vuole disarcionare il Cavaliere, fino all'opposizione riformista si ode un coro solo, che inonda senza requie i talk show e martella i tramortiti cittadini, divenuti utenti, piuttosto che protagonisti di una democrazia ormai solo catodica. Il coro dice: questo governo è sì guidato da un capo impresentabile, malato di vizi privati che egli condivide con uno stuolo di cortigiani corrotti, a lui "avvinti come l'edera", ma il problema più grave non sono i miasmi emanati da questa cancrena morale che sta contaminando il Paese. Il problema - si dice - è che questo governo «non fa niente», «non affronta i problemi», o ancora, «è sordo di fronte alle grida di dolore che salgono da un Paese stremato». Insomma, si sentenzia: colui che ama presentarsi sul proscenio come l'uomo del «fare», in realtà è una macchietta impotente, prigioniero di spot propagandistici ai quali neppure lui crede, illusionista persuaso di poter sopravvivere in eterno in forza di uno strapotere economico, politico, mediatico che in questi anni ha corroborato il suo delirio onnipotente. C'è, ovviamente, del vero in tutto questo. Del resto, le condizioni in cui versa l'Italia mettono ormai a dura prova qualsiasi operazione mimetica, rendendo grottesca la rappresentazione ottimistica che Berlusconi spaccia con sempre più scarso successo. Dunque, non indugeremo anche noi a sottolineare cose che sono di un'evidenza solare. C'è del vero - dicevo - ma c'è un'omissione, insistita e perciò non casuale, rivelatrice di quale sia il "campo" entro i cui confini si svolge la contestazione mossa al Caudillo. L'omissione non riguarda ciò che il governo di centrodestra ha trascurato di fare, bensì ciò che esso ha fatto senza posa nel corso del suo lungo regno e ancora sta facendo, con martellante determinazione, in questi forse ultimi scampoli di legislatura. Qui una bussola, molto ben orientata, si è vista e il ministro Sacconi ne ha rappresentato la punta di lancia. Il titolare del welfare, interprete delle più segrete pulsioni confindustriali, si è reso protagonista assoluto dello sbaraccamento del diritto del lavoro, dando forma legale alle deroghe individuali ai contratti collettivi, sostituendo con l'arbitrato stragiudiziale il ruolo costituzionale del giudice, proteggendo la gerarchia apicale d'impresa negli infortuni sul lavoro, aumentando l'età pensionabile e portando quella delle donne a 65 anni, assecondando il progetto padronale di demolire il diritto di coalizione dei lavoratori; ed ora - in articulo mortis - colpendo lo Statuto dei lavoratori, ultimo sopravvissuto lascito delle grandi lotte operaie degli anni Sessanta e Settanta.
In perfetta continuità strategica, il suo compare, titolare della funzione pubblica, Renato Brunetta, è nel frattempo riuscito nel disegno di decontrattualizzare i rapporti di pubblico impiego, ha introdotto norme vessatorie per i dipendenti dello Stato e della Pubblica amministrazione, ne ha alleggerito l'organico di 70mila unità, ha promesso un ulteriore e persino più grande salasso entro i prossimi due anni, ha ostacolato il rinnovo delle rappresentanze sindacali previsto dalla legge.
L'ineffabile ministra della Pubblica istruzione, Mariastella Gelmini, ha invece prodotto, nell'arco di soli due anni, la più gigantesca spoliazione della scuola mai avvenuta, manomettendo i programmi curriculari, tagliando, a sua volta, decine di migliaia di posti di lavoro e contribuendo con i suoi partners di governo ad una devastante precarizzazione del lavoro.
Il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, ha perfettamente incarnato un razzismo istituzionale materializzatosi nella indecente campagna di respingimenti e nell'introduzione del reato di clandestinità che, combinato alla legge Bossi-Fini, ha polverizzato qualsiasi progetto di integrazione, sostituito dalle manganellate inflitte, da Rosarno a Brescia, ai migranti in lotta per uscire da una condizione di schiavitù.
Il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, per la verità aiutato dall'ipocrita e in realtà corriva acquiescenza del centrosinistra, ha reso esplicita e formale la partecipazione attiva dell'Italia alla guerra in Afghanistan.
Tremonti, il superministro delle Finanze e del Tesoro ha varato una politica di bilancio fatta di tagli orizzontali, indiscriminati, tali da colpire reddito, consumi e servizi sociali facendo crescere vorticosamente il numero delle persone che vivono sotto la soglia della povertà, mentre il regime tributario, fra uno scudo fiscale e un condono, ha letteralmente massacrato il lavoro dipendente.
Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, si è invece esclusivamente dedicato - con la preziosa supervisione dell'avvocato Niccolò Ghedini - a sfornare leggi salvacondotto per il presidente del Consiglio, del tutto incurante delle gravi vulnerazioni inferte alle prerogative della magistratura inquirente e alla libertà di informazione.
Questo breve viaggio nei mis-fatti del governo, impressionante e tuttavia per nulla esaustivo, dà conto di come la destra abbia usato con infaticabile impegno e non minore efficacia il proprio potere per mutare i rapporti sociali e cambiare volto al Paese.
Di questo occorrerebbe parlare, senza distrazioni, senza peli sulla lingua, senza approssimazioni elusive che servono solo a mascherare intenzioni, programmi politici di cui molti hanno interesse a tacere o a tenere basso il profilo.
Al punto in cui siamo, è bene che il sipario si chiuda presto su questa stagione politica, perché la prolungata agonia del governo può portare ulteriori danni. Senza passare per governi di transizione che di solito si incaricano - senza padrini apparenti - di fare il lavoro sporco per chi verrà dopo. Meglio andare al più presto al voto chiedendo ad ogni soggetto politico di dire con assoluta chiarezza cosa vuole fare e con chi.

Dino Greco
direttore di Liberazione
13/11/2010

12 novembre 2010

Forse il governo di destra non ci riuscirà a completare l'opera di distruzione dei diritti, ma uno di centrosinistra cosa farà?

Statuto dei lavori:
CARTA STRACCIA?

Il moribondo Governo Berlusconi prova a lasciare ad imperitura memoria il suo segno di classe facendo varare, al suo quasi ex ministro del welfare Sacconi, un disegno di legge di smantellamento della quarantennale legislazione democratica sul lavoro che ha una sola ragion d’essere: ricordare a tutti che la situazione è cambiata e che non esiste, in un serio paese capitalista, la possibilità di mantenere una legislazione a tutela della parte più svantaggiata, il lavoro, rispetto agli interessi dei padroni – il capitale. Per fare questa operazione in “articulo mortis” Sacconi, con il solito veleno nella coda, prefigura un sostanziale smantellamento delle tutele per i lavoratori, invero da molto tempo sotto attacco, e soprattutto prevede che tale riforma in pejus sia sostanzialmente affidata alle parti sociali, cioè la Confindustria e le associazioni sindacali “comparativamente più rappresentative”, con buona pace di qualsiasi richiesta di normazione sulla rappresentanza e rappresentatività che così viene sepolta per sempre con grande giubilo dei sindacati complici.Il punto più importante è ovviamente dato dalla previsione che tutti i diritti, salvo quelli definiti indisponibili dalla legislazione europea – sciopero, sicurezza, associazione sindacale, riposo, ecc.(peraltro da tempo in Italia resi praticamente inesigibili) – siano definibili da accordi tra le parti e non attraverso la legge come accade oggi e che tali accordi possano anche derogare le leggi. Insomma gli accordi tra le parti divengono essi stessi legge, ma senza che ci sia la possibilità, ad esempio per la Corte Costituzionale, di verificarne il rispetto della Carta Costituzionale come invece avviene per le Leggi, mentre le parti sociali assurgono all’inedito e incostituzionale ruolo di legislatori. Ora è chiaro a tutti che le probabilità che questo disegno di legge abbia una qualche possibilità di vedere la luce siano alquanto ridotte, vista la condizione in cui versa il governo Berlusconi, ma è altrettanto chiaro che si tratta di un segnale a futura memoria. C’è un governo che fa/ha fatto da robusta stampella agli interessi del capitale, che ha reso complici di questo progetto le confederazioni sindacali concertative e che, se riconfermato, saprà continuare nella sua missione. Non affidiamoci però alla speranza che l’attuale governo cada. Non è affatto scontato che un governo diverso da questo non persegua lo stesso identico fine anche se a formarlo saranno altre forze politiche, magari le stesse che hanno sostenuto in passato quei governi tecnici che hanno prodotto i più pesanti arretramenti degli ultimi cinquant’anni nelle nostre condizioni di vita e di lavoro.

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11 novembre 2010

Lo sbocco? Lo sciopero generale chiesto dalla Fiom, che non può essere «una tantum»

Il 16 ottobre diventa un movimento

Non si chiama più Finanziaria, ora è legge di stabilità. Non è più dettata dal singolo stato ma dall'Ue che a sua volta risponde agli ordini dei paesi forti, quelli che dettano le regole, riorganizzano i poteri e impongono ai paesi di serie B una politica forcaiola di tagli: a cultura, ricerca, scuola, ai diritti del lavoro. Il 15 dicembre i governi dei poveracci andranno in processione a Bruxelles con il cappello in mano ad affrontare l'esame: i tagli sono sufficienti? Sarà meglio, sennò giù sanzioni. Non c'è destra e sinistra che tengano. Figuriamoci quanto contano le differenze tra le due destre italiane, divise su tutto e unite nel sostenere, in forme e con linguaggi diversi, il ddl assassino della Gelmini e l'altrettanto assassino Collegato lavoro. Tutte e due queste destre (e non solo) vogliono il patto sociale perché hanno bisogno di rematori stupidi e obbedienti. Il problema non è liberarsi di Berlusconi, obiettivo sacrosanto, ma andare oltre il berlusconismo. Se a Londra gli studenti danno il giro ai piani del governo mettendo da parte le buone maniere, a casa nostra si preparano tempi duri per la politica «classista» dei tagli e si appronta un'agenda che dovrebbe preoccupare le due destre e interrogare l'antiberlusconismo politico pronto a una «battaglia comune» con la Confindustria.
Ieri a Bologna è andato in scena il comitato «Uniti contro la crisi», quelli del 16 ottobre in piazza San Giovanni e del 17 alla Sapienza.
Non stiamo parlando di un intergruppo operai-studenti in cui ci si scambia solidarietà reciproca, è un tentativo più ambizioso: costruire percorsi, ricerche e lotte comuni perché uno è il progetto da combattere, che al governo ci sia una destra o l'altra, o un comitato di salvezza nazionale, o che si torni alle urne senza un progetto alternativo a quello liberista dominante. L'obiettivo è che gli studenti, i movimenti per i beni comuni, i precari, i motori delle lotte sociali e ambientali non siano più, nel futuro immediato, ospiti della Fiom e che la Fiom non sia ospite all'assemblea degli studenti alla Sapienza, ma che ognuno nelle lotte si senta a casa sua perché obiettivi e percorsi sono costruiti insieme. Con la democrazia e l'autonomia dal quadro politico dato.
L'idea lanciata all'assemblea degli studenti il giorno dopo la manifestazione oceanica della Fiom era di rivedersi tutti a Roma l'11 dicembre perché questo movimento deve andare avanti, crescere, radicarsi. Ma che senso avrebbe, lo stesso giorno della manifestazione del Pd contro Berlusconi? Non ha senso contrapporsi né aderire, ne sono convinti tutti, non ha senso tirare per la giacchetta questo o quello, magari la Cgil recalcitrante sullo sciopero generale e impegnata a un tavolo sulla produttività che non promette nulla di buono.
Dunque, l'appuntamento indetto da Uniti contro la crisi si anticipa e raddoppia: il 9dicembre iniziative in tutti i territori e i luoghi simbolici, magari a Melfi e Pomigliano, meticciando storie, linguaggi, fabbriche, atenei, ambiente e beni comuni, i migranti di Brescia (a cui l'incontro di Bologna ha inviato un «presente») e i manifestanti di Terzigno. L'indomani, il 10 dicembre, tutti a Roma, magari non all'università ma in un luogo sociale comune insistono gli studenti. Il cammino prosegue nella preparazione di un seminario da tenersi a fine gennaio a Porto Marghera, preparato nei luoghi di lavoro, studio e ricerca più o meno precari.
Buon lavoro per tutti, almeno un reddito di cittadinanza. E' giusto spiegare agli studenti che il collegato lavoro cade sulla loro testa e cancella diritti presenti e futuri, umilia, divide, tenta di trasformare il conflitto verticale in un conflitto orizzantale, in una guerra tra poveri. Agli operai metalmeccanici è più facile spiegare la strage in atto nella scuola. Forse un operaio di Pomigliano in cassa integrazione, con il futuro sequestrato da un imperatore che detta ordini e regole da Torino o Detroit, riuscirà mai a mandare il figlio all'università?
A Bologna si è discusso con passione tra studenti, ambientalisti, metalmeccanici, precari. Costruire un'agenda e lotte comuni tra linguaggi e pratiche diversi è opera, se non titanica, molto impegnativa. Molti dei presenti erano giovanissimi, altri avevano sulle spalle il G8 di Genova, la disobbedienza, la pratica dei centri sociali e qualcuno, pochi, le esperienze del secolo scorso, il 68-69, il risucchio della politichetta. Da generazioni diverse un comune convincimento parla di autonomia politica, non dalla politica ma dalle dinamiche e qualità di questa politica. Puntando sui contenuti: difendere una fabbrica senza pensare a una riconversione industriale ecologicamente e socialmente compatibile non fa fare molta strada, e viceversa. Lo sbocco? Lo sciopero generale chiesto dalla Fiom, che non può essere «una tantum» perché la crisi è lunga, la destabilizzazione fortissima, il fascino populista e autoritario mina società e relazioni sociali. Sciopero generale per cominciare, allargato, contaminato, includente. Con la lotta di studenti e precari che non si ferma, c'è il mostro approntato dalla Gelmini che incombe: primo appuntamento il 17, secondo il 25 davanti a Montecitorio. Con un occhio a Londra.

Loris Campetti
11/11/2010
http://www.ilmanifesto.it/

Sorpresa: a Berlino aumentano i salari. L'economia ha ripreso a tirare: anticipati gli aumenti previsti dal contratto

Avvertenza: tutto quello che leggerete in questo articolo succede realmente, a poche centinaia di chilometri dal confine italiano, in uno degli stati a capitalismo avanzato più forti del mondo. Partiamo dalle premesse. La crisi economica ha colpito duro anche in Germania. Soprattutto in Germania, messa quasi in ginocchio dal rallentamento delle esportazioni e dall'esposizione delle sue banche, coinvolte più di quelle di altri paesi europei nell'esplosione della bolla dei subprime.

Il miniboom tedesco:i salari vanno in alto

Il primo gabinetto Merkel, il governo di grande coalizione che ha governato la crisi fino all'anno scorso, ha reagito tutto sommato bene alle sfide. Prima ha aperto un ombrello a tutela delle banche a rischio - una delle quali è stata addirittura statalizzata - per evitare lo stallo del mercato del credito. Poi ha varato un forte pacchetto di investimenti pubblici per stimolare l'economia interna anche in settori chiave come le infrastrutture, l'edilizia, l'istruzione e la ricerca - chiavi da tempo ritenute indispensabili, queste ultime due, per aprire la porta sul futuro del paese. Ciò chiaramente non ha potuto evitare la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro. Ma ha creato le basi per una solida e, nei limiti del possibile, rapida ripresa. Si poteva fare di più, certo, e sicuramente anche meglio. La "debolezza" più evidente del sistema tedesco - più volte rimproverata, anche in sede europea - è forse quella di aver schiacciato troppo e ingiustificatamente sul freno degli aumenti retributivi, pregiudicando lo sviluppo della domanda interna e mettendo anche in difficoltà la ripresa degli altri paesi, privati del potenziale del mercato dei consumatori tedeschi. A settembre era stata resa nota una statistica interessante, che evidenziava come negli ultimi dieci anni i salari e gli stipendi tedeschi fossero aumentati nettamente meno di quelli degli altri paesi europei - +21,8% contro il +35,5% dei paesi Ue e il +29,5% dell'eurozona. Questa lunga premessa per arrivare ai dati di oggi. Di ieri, anzi, quando il comitato dei cinque economisti saggi - organo di consiglieri indipendenti istituito per legge nel '63 per orientale le scelte politiche e informare l'opinione pubblica - ha reso note le stime sulla salute dell'economia tedesca, ritoccando al rialzo i dati del governo.
Dopo la flessione del 4,7% del 2009, nel 2010 la Germania dovrebbe segnare una crescita pari al 3,7%, che proseguirà con un +2,2%, nel 2011. Il numero medio dei disoccupati si stabilizzerà quest'anno intorno ai 3,2 milioni di persone, che diventeranno meno di tre milioni l'anno prossimo. Lo stato di salute dell'economia tedesca si evince anche dai 986mila posti "aperti" offerti sul mercato del lavoro, il 19% in più rispetto al 2009. Non mancano tuttavia i pericoli, riconoscono i saggi, che potrebbero mettere in discussione la stabilità della ripresa economica. Per questo hanno sollecitato il governo a spingere ancora sulla formazione e l'innovazione, procedendo nella regolamentazione del mercato finanziario e nel consolidamento del debito pubblico. E rafforzando la domanda interna, sui consumi e gli investimenti.
In tal senso - e qui arriviamo alla fantascienza rispetto alla situazione italiana - potranno sicuramente aiutare le recenti iniziative di certa industria tedesca. Considerati i sacrifici patiti dai lavoratori durante la crisi, alcune grandi imprese come Audi, Porsche, Bosch e altri del settore dell'auto, hanno deciso di anticipare di due mesi gli aumenti salariali previsti dai rinnovi contrattuali. Ultima la Siemens, che ieri ha reso noto che i suoi 128mila dipendenti tedeschi riceveranno l'aumento del 2,7% a febbraio e non ad aprile.
E a gennaio gli sarà pagato un bonus di mille euro lordi. Per il 2011 Siemens prevede di stanziare 310 milioni di euro in bonus. Un «riconoscimento», ha detto l'ad del gruppo Löscher, per il lavoro dei dipendenti durante la crisi. Un esempio che ora altre aziende dovrebbero seguire per il capo del sindacato Ig-Metall Huber. Magari anche quelle italiane.

Matteo Alviti
Inviato di Liberazione a Berlino
11/11/2010

10 novembre 2010

I metalmeccanici della Cgil rispediscono al mittente un patto firmato senza il mandato dei lavoratori

Patto sociale, la FIOM senza peli sulla lingua

«Grave e inaccettabile perché profila una cancellazione dei diritti dei lavoratori». Bolla così, il leader della Fiom, Maurizio Landini, la proposta di Maurizio Sacconi per un tavolo sullo "Statuto dei lavori". Vista dalla sede della "Flm" (Fim, Fiom e Uilm) di corso Trieste a Roma, dove la Fiom ieri ha convocato una conferenza stampa per illustrare il documento conclusivo dell'infuocato Comitato centrale di luned' sera, l'uscita del ministro del Lavoro è solo l'ultima istantanea di un percorso verso il nuovo patto sociale. Patto sociale che i metalmeccanici della Cgil rispediscono al mittente già nel "metodo", visto che, almeno in Cgil, nessuno ha dato il mandato a nessuno per trattare. Un punto già sollevato da Gianni Rinaldini al Comitato direttivo della Cgil, che non ha appassionato più di tanto l'uditorio. Il merito è ancora da decidere, ovviamente. Ma Landini e i suoi hanno accumulato già abbastanza esperienza dal 2000 ad oggi a suon di accordi separati. Sergio Marchionne, poi, ha finito col metterci del suo con la vicenda di Pomigliano. Ora scenario è più chiaro: attacco ai diritti, svuotamento del contratto nazionale, e derogabilità delle norme. La Fiom, forte della grande manifestazione del 16 ottobre, «che indica l'esistenza di un vasto dissenso sociale alle politiche del Governo e della Confindustria», prova ad andare dritta per la sua strada. Una strada che incrocia sicuramente il 27 novembre della Cgil, ne rafforza l'azione (sciopero di due ore contro il Collegato lavoro), ma traguarda anche altre scadenze, a partire dall'assemblea nazionale dei delegati e delle delegate in programma per il 3 e 4 febbraio. Senza tralasciare anche di convocare entro gennaio 2011 un'assemblea delle delegate e dei delegati migranti «per una discussione complessiva su come far vivere tale tema nella discussione e nella pratica della Fiom».
Un rilancio a trecentosessanta gradi, quindi, di quella che ormai può essere chiamata la sua "piattaforma sociale". Da una parte, infatti, c'è l'esigenza di riconquistare il contratto nazionale scippato dalla Federmeccanica; dall'altra, la valorizzazione di tutti quei soggetti, a partire dai migranti e dai precari, che in questa fase stanno realmente pagando i "costi della crisi". Intanto, la Fiom il 17 novembre sarà con gli studenti, il giorno dopo nella mobilitazione dei migranti promossa dalla Cgil e, infine, il 4 dicembre con i movimenti dell'acqua. «La riunificazione del mondo del lavoro pone la necessità di assumere - si legge nel documento conclusivo approvato dal Comitato centrale - quale evoluzione dell'attuale sistema di relazioni sindacali la realizzazione del Contratto dell'industria».
Parallelamente, parte la campagna "Io sto con la Fiom", ovvero una vera e propria azione straordinaria di sindacalizzazione il cui obiettivo è non solo quello di raccogliere altri iscritti e di rinnovare le deleghe ma di presentare una immagine diversa del sindacato stesso.
L'opposizione interna è scatenata. A Fausto Durante non va giù l'invito rivolto alla Cgil a disertare il tavolo sul patto sociale. «È sbagliato chiedere alla Cgil di sospendere il negoziato con Confindustria perchè con una maggioranza politica allo sbando e con segnali di ripensamento su scelte del passato che arrivano da Confindustria, ma anche da Cisl e Uil sarebbe irresponsabile non cercare tutti i possibili punti di contratto e convergenza che servono per migliorare la situazione economica». L'accusa di Durante va oltre e investe la "gestione interna",«perchè c'è un'evidente volontà di non affrontare i nodi politici in discussione, di non riconoscere il Comitato Centrale come luogo di confronto e di voler archiviare in modo frettoloso e sbrigativo un punto su cui c'era dissenso».
Un attacco esplicito al sindacato di Maurizio Landini è arrivato ieri anche dalla neosegretaria della Cgil Susanna Camusso. «Credo che la Fiom sottovaluti una contingenza nella quale si sono aperte delle possibilità di discussione con il sistema delle imprese» ha detto a margine di un'assemblea dei delegati Cgil a Bologna. «Le imprese - ha spiegato - avevano immaginato che il Governo avrebbe dato loro le risposte necessarie, man mano si sono disamorate di un'assenza di risposte». Camusso, dopo aver ricordato che sono già stati raggiunti accordi su ammortizzatori sociali, innovazione e ricerca, Mezzogiorno e semplificazione, ha detto che restano aperti i tre su fisco, federalismo e produttività, e ha invitato a riconoscere «i risultati che vengono dall'aver chiesto tenacemente in questi due anni che ci dessero delle risposte». Ovviamente, ha spiegato, ci sono cose «che il sistema delle imprese sostiene e che noi non condividiamo e su questo non ci sarà accordo», ma «non si può pensare che siccome abbiamo avuto e abbiamo delle rotture, le rotture rimarranno sempre l'unico punto di riferimento».

Fabio Sebastiani
10/11/2010
http://www.liberazoìone.it/

Analisi ponderata di una proposta che offre una via d'uscita realistica di fronte agli attacchi alle precarie condizioni dei lavoratori

Nuovi ammortizzatori, la proposta Cgil

Anche se, ad ascoltare Sacconi, la più grande organizzazione sindacale italiana parrebbe "isolata" e irrimediabilmente destinata a soccombere, la Cgil continua a dimostrare, a mio avviso, di essere in grado di proporre soluzioni e offrire ipotesi di cambiamento alle degradate condizioni dei lavoratori italiani. Soprattutto in una fase in cui il susseguirsi delle divergenze tra le tre sigle storiche del sindacalismo italiano si somma all’inusuale e pervicace ostracismo governativo. Rientra in questo quadro la recente ipotesi di riforma degli ammortizzatori sociali, che la Cgil offre al dibattito e alla discussione tra le parti.
In estrema sintesi, la proposta Cgil è di una semplicità disarmante. In una situazione in cui la molteplicità degli strumenti di politiche passive del lavoro - appunto, gli "ammortizzatori sociali" - si esplica attraverso profonde differenziazioni di tipo settoriale, di dimensioni aziendali, di entità di contribuzione e di variabilità delle prestazioni, la riforma - a parte il sistema vigente in agricoltura (legge 247/07), che resta immutato - ipotizza due soli strumenti d’intervento: l’indennità di disoccupazione - che unificherebbe in un unico istituto gli attuali trattamenti di mobilità e disoccupazione e la cassa integrazione guadagni. L’una riservata a coloro che dovessero subire la cessazione del rapporto di lavoro, l’altra per fronteggiare le "sospensioni" dallo stesso. Entrambi gli istituti avrebbero un carattere "universale", nel senso di eliminare qualsiasi differenza tra settori di attività, dimensioni aziendali e tipologia di rapporto di lavoro.
Per accedere al trattamento della nuova indennità di disoccupazione, sarebbero sufficienti 78 giornate di contribuzione (pari a quanto oggi richiesto per quella "a requisiti ridotti") e la copertura sarebbe pari all’80 % (effettivo) della retribuzione per il primo anno, al 64 % per il secondo e al 50% per il terzo. La durata massima prevista, sarebbe pari a 24 mesi per chi ha meno di 50 anni e a 30 mesi per gli ultracinquantenni; per i lavoratori residenti nel Mezzogiorno, i limiti massimi sarebbero maggiorati di 6 mesi. Naturalmente, la durata dell’indennità non potrebbe essere superiore all’anzianità maturata in azienda. Dopo il sesto mese di godimento dell’indennità, il lavoratore avrebbe l’obbligo di accettare offerte di lavoro "congrue" e proposte di formazione. In caso di secondo rifiuto - il che lascia supporre che un primo non avrebbe conseguenze - o insufficiente partecipazione ai corsi di formazione (- 50%), l’indennità subirebbe una decurtazione (non precisata); in caso di terzo rifiuto immotivato il beneficio sarebbe soppresso.
La cassa integrazione guadagni "riformata" prevede un requisito di accesso pari a 90 giorni di contribuzione e un importo corrispondente all’80% della retribuzione, fino a un massimo di 1.800 € netti. La durata massima è prevista in 36 mesi, senza alcuna decurtazione "a scalare". La proposta non esclude il supporto - quindi, la natura integrativa, non sostitutiva - della bilateralità.
Per effetto della riforma proposta dalla Cgil, gli strumenti attualmente vigenti passerebbero da 7 a 2; le aliquote da 24 a 6. Il dato eclatante è, però, rappresentato dal numero di coloro che - oggi esclusi - potrebbero, in futuro, contare su di un ammortizzatore sociale: ben 500 mila lavoratori; il tutto per una spesa complessiva, a regime, pari a 4,2 miliardi di euro .
Personalmente - così come monsignor Fisichella ritiene che le bestemmie di Berlusconi vadano "contestualizzate" - penso che la proposta di riforma della Cgil non possa evitare di tenere conto della realtà nella quale si cala. Essa è rappresentata, in effetti, da una serie di posizioni già da tempo ampiamente note. In questo senso, la primogenitura non può - ancora una volta - non essere riconosciuta al famigerato "Libro bianco" di Maroni.
Nel lontano 2001, Sacconi e Biagi ritenevano fosse necessario:
a. Ampliare, attraverso il riconoscimento di tutele minime, il numero dei beneficiari degli ammortizzatori sociali;
b. una prestazione pubblica "ragionevole" e "contenuta";
c. limiti temporali di accesso al beneficio, allo scopo di non disincentivare la ricerca di una nuova occupazione.
Si trattava, evidentemente, di dichiarazioni di principio che, oltre che essere discutibili, si scontravano con una posizione che - allora come oggi - sosteneva la riduzione generalizzata del carico fiscale; in particolare, per le imprese. Un obiettivo oggettivamente in contrasto con una concreta ed efficace opera di ampliamento della platea dei beneficiari.
Lo stesso "Libro bianco" di Sacconi ministro (del maggio 2009), interveniva, in tema di ammortizzatori sociali, sostenendo l’esigenza di prevedere due specifiche caratteristiche:
1. Congrui periodi lavorativi pregressi per l’accesso alle prestazioni;
2. cessazione immediata del sostegno in caso di rifiuto di un’offerta di lavoro "congrua".
Inoltre, il nuovo sistema avrebbe avuto due "pilastri":
a. Un contributo pubblico - decrescente nel tempo - per tutti i lavoratori dipendenti e un sussidio "una tantum" a favore dei lavoratori parasubordinati in regime di "mono - committenza";
b. Un contributo privato, gestito dagli Enti bilaterali.
Rispetto a questa impostazione, vale la pena osservare che, oltre a differenziarsi dalla proposta Cgil in relazione ai periodi validi per l’accesso ai benefici, Sacconi prevedeva un aspetto - la "congruità" di un’eventuale offerta lavorativa - assolutamente discrezionale e altrettanto opinabile.
Ancora il "Piano triennale per il lavoro", presentato da Sacconi nel luglio 2010, affrontava il tema degli ammortizzatori e prevedeva:
a. Un’unica indennità nel caso di cessazione del rapporto di lavoro,
b. una forma di sostegno al reddito nei casi di sospensione del rapporto, con diversificazioni rispetto ai settori produttivi e alle dimensioni aziendali.
In questo quadro, è arduo ipotizzare la sorte che attende la proposta Cgil.
Se non avessimo alle spalle una stagione di aspra contrapposizione tra le confederazioni, potremmo contare sul fatto che l’idea di riforma degli ammortizzatori sociali è, in sostanza, in linea con quanto previsto dal "Protocollo Prodi", che la Cgil firmò "con riserva", solo perché contraria a quanto previsto - senza il suo consenso - rispetto ai contratti a tempo determinato.
All’epoca, infatti, Cgil, Cisl e Uil, condivisero la posizione "programmatica" espressa dall’esecutivo in carica. In pratica, il governo Prodi dichiarava la volontà di intervenire al fine di:
1. Uniformare le causali per la concessione della Cig ordinaria o e della Cig straordinaria; una durata massima di 36 mesi e un trattamento pari all’80% della retribuzione;
2. unificare i trattamenti relativi alla disoccupazione e alla mobilità;
3. studiare uno strumento nuovo per tutelare (in forma stabile) anche i collaboratori a progetto.
Purtroppo, come ha dimostrato l’esperienza vissuta all’atto della firma separata sulla contrattazione di secondo livello - successiva a un accordo unitario già sottoscritto da Cgil, Cisl e Uil - rimane incombente il rischio che alle attuali divisioni sia sacrificata anche l’unità d’intenti del lontano 2007.

Renato Fioretti
collaboratore redazionale di Lavoro e Salute