30 ottobre 2010

Lo sviluppo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione cambia la natura del sindacato di massa?

Verso il sindacato open source

Nell’ultimo quarto di secolo in molti paesi avanzati si è assistito a crescenti difficoltà nell’azione sindacale, con conseguente riduzione della rappresentatività sociale e in parte anche dell’influenza sulla scena pubblica. Ovviamente si tratta di esperienze nazionali differenti per intensità e per caratteristiche specifiche dei singoli contesti di riferimento. In alcuni casi si può parlare di una semplice fase di ripiegamento, in altri la tendenza in atto assume i tratti di un vero e proprio declino. Tuttavia, indipendentemente dal diverso grado di intensità, il clima di difficoltà dei sindacati nelle società moderne appare un fenomeno generalizzato.

Recenti studi comparati offrono una fotografia puntuale sullo stato di salute dei sindacati. In particolare la ricerca di Jelle Visser (“Union membership statistics in 24 countries”, Monthly Labor Review, n. 1, gennaio 2006, pp. 38-49) sulla sindacalizzazione in 24 paesi, mette a confronto il numero di iscritti e l’andamento dei tassi di sindacalizzazione. Nel 1980, ben 17 paesi hanno un numero di iscritti al sindacato più elevato rispetto al decennio precedente, in alcuni casi un massimo storico (ad esempio negli Usa, in Italia e nel Regno Unito).

L’unica eccezione negativa è rappresentata dalla Francia, che nei 10 anni di crescita generalizzata registra un calo nel numero di iscritti. Gli anni 90 segnano un’inversione di tendenza e la sindacalizzazione cresce solo in 8 paesi su 24: Canada, Australia, Corea, Finlandia, Svezia, Norvegia, Danimarca, Spagna. In 10 paesi i sindacati perdono quote di iscritti (Usa,Nuova Zelanda, Giappone, Germania, Francia, Italia,Regno Unito, Irlanda, Paesi Bassi,Austria; la situazione del Belgio resta sostanzialmente stabile). L’ultima decade fa registrare un’ulteriore battuta d’arresto: la sindacalizzazione ontinua a ridursi o si mantiene pressoché stabile, e gli iscritti aumentano in soli 6 paesi, ossia Norvegia, Danimarca, Olanda Belgio, Spagna e Germania.

La difficoltà si palesa con più evidenza se osserviamo i tassi di sindacalizzazione. Nel 2000 quasi ovunque la densità sindacale ha valori inferiori rispetto al 1970 e al 1980. In Australia, Nuova Zelanda, Usa e Austria le percentuali di sindacalizzazione si dimezzano nell’arco di 30 anni, e in molti altri casi il calo è superiore ai 10 punti. Unica eccezione è rappresentata da un blocco di paesi che migliorano i già alti tassi di sindacalizzazione: Finlandia, Svezia, Belgio, Spagna e, almeno rispetto agli anni 60, la Danimarca. In sostanza nel decennio appena passato i sindacati hanno vissuto un momento di seria difficoltà, anche se non sempre questo ha avuto ripercussioni sulla capacità di negoziare e di essere riconosciuti dalla controparte e dai governi.

Il sindacato open source
La rappresentanza sindacale necessita oggi di un rinnovamento per passare da un modello tradizionale di azione in cui informazione, orientamento, discussione e decisione si susseguono secondo una precisa liturgia organizzativa, a un modello reticolare e orizzontale, più consono al modo di comunicare che utilizzano i giovani lavoratori e le stesse imprese. Internet rappresenta un’opportunità per ricostruire i legami tra sindacato e lavoratori compromessi dal decentramento e dalla flessibilizzazione degli ultimi decenni. Peraltro si tratta di un ritorno alle origini, nel senso che nel sindacato la comunicazione ha sempre avuto un ruolo di primo piano.

Lo sviluppo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Ict) ha posto una nuova sfida ai sindacati, costretti ad adeguarsi agli standard comunicativi raggiunti dalle altre organizzazioni e a trasferire le proprie attività e funzioni di rappresentanza sul web, perseguendo un cambiamento che è riduttivo definire tecnologico in quanto è soprattutto culturale. Lo scenario di utilizzo delle Ict da parte del sindacato, in particolare nel nostro paese, non è ancora ben definito. Le rilevazioni svolte da chi scrive su un campione di sindacati di vari settori e territori hanno dimostrato con chiarezza che il web viene utilizzato soprattutto come “vetrina informativa”, a volte con linguaggi autoreferenziali, altre volte con logiche giornalistiche, mentre sono rari i tentativi di rendere gli spazi online funzionali all’interazione organizzativa con i lavoratori.

In Italia la riflessione intorno al rapporto tra Internet e sindacato stenta a decollare, mentre all’estero il dibattito è ricco e fruttuoso. Ad esempio in Gran Bretagna lo studioso R. Darlington della Lse (“The creation of the E-Union: the use of Ict by British Unions”, Internet Economy Conference, Centre for Economic Performance, London School of Economics, 7 novembre 2000) parlava di e-unions già dal 2000, alla luce della considerazione che in Rete aumenta l’importanza degli intermediari in grado di offrire servizi e coordinamento ai lavoratori. Di qui il suggerimento ai sindacati di trasformarsi rapidamente in eunions e di fornire servizi digitali agli iscritti. Da una ricerca su oltre 100 siti web di organizzazioni di rappresentanza australiane, condotta da Sandra Cockfield nel 2003 (“Union recruitment and Organising on the WWW”,Monash University,Working Paper 23/03, maggio 2003), risulta che l’uso che essi fanno del web è ancora limitato, e che manca una strategia intesa a reclutare e coinvolgere i lavoratori.

Cosa, va detto, che sarebbe più facile fare tramite Internet che non nei modi tradizionali, almeno quando i lavoratori operano in piccole unità produttive decentrate, se non addirittura in telelavoro, quindi fuori dell’azienda. Nello stesso periodo, Diamond e Freeman (“Will Unionism Prosper in Cyber Space? The Promise of the Internet for Employee Organization”, British Journal of Industrial Relations, settembre 2002), individuavano 5 funzioni principali che Internet può assolvere per le organizzazioni di rappresentanza:

• fornire servizi individualizzati agli iscritti;
• costruire sezioni sindacali virtuali tra le aziende senza rappresentanze organizzate;
• incrementare il dibattito e la democrazia interna;
• divenire uno spazio per nuove forme di conflitto (i cyber strike);
• collegare sindacati e lavoratori di paesi diversi.

Oggi – mutuando il linguaggio del sistema operativo Linux – si può parlare di sindacato open source, inteso come forma organizzativa che fa un uso intensivo se non esclusivo di Internet per informare gli iscritti, ma soprattutto per connettere tra loro attivisti e delegati di aziende diverse e per fornire ai lavoratori servizi che vanno al di là di quelli legati alla contrattazione collettiva. Il sindacato open source costituisce una comunità virtuale di sindacalisti e lavoratori; proprio come avviene nella vita reale, esso porta avanti campagne di tesseramento, ha leader e militanti, porta avanti lotte e rivendicazioni.

Per il sindacato open source l’uso di Internet non è inteso come mero affiancamento di un nuovo canale di comunicazione a quelli sinora utilizzati, ma come innovazione radicale di un modo tradizionale di essere sindacato. In tal senso la Rete serve a creare una dimensione associativa nuova, nella quale opera una rete sociale di nuovi interessi e di nuove iniziative, finalizzata a espandere la copertura sindacale e a fornire servizi agli iscritti vecchi e nuovi. Ci vorrà coraggio, ma forse questa strada porterà il sindacato a un maggior radicamento tra i lavoratori post industriali.

Patrizio Di Nicola
docente di Sociologia dell'organizzazione all'Università di Roma La Sapienza29/10/2010
Fonte: rassegna

È morto Marcelino Camacho, il più importante dirigente sindacale, in prima linea nella lotta contro il dittatore Franco

Una vita con gli operai

Novantaduenne, da tempo malato sulla sedia a rotelle, se n’è andato alle prime ore di ieri, 29 ottobre, Marcelino Camacho (a sinistra nella foto), il più importante dirigente operaio e sindacale del XX secolo spagnolo.
Nato nel 1918 in provincia di Soria, figlio di un ferroviere, Camacho si era iscritto al Pce nel 1935 e aveva combattuto come volontario nell’esercito repubblicano durante la guerra civile. Una scelta che, terminate le ostilità, aveva pagato con un processo e una condanna a sei anni, inflittagli dai ribelli per aver «aiutato la ribellione» (in realtà per aver difeso le istituzione repubblicane) in base a quella Legge sulle responsabilità politiche del febbraio del 1939 che per la sua retroattività era stata bollata come «barbarie giuridica» persino da alcuni tra i franchisti meno rozzi.
Successivamente internato in un campo di lavoro nel nord Africa, era evaso nel 1943, per vivere esule in Algeria fino all’indulto del 1957. Rientrato allora in patria, aveva lavorato dapprima come operaio nella fabbrica di motori madrilena Perkins Hispania, dove aveva poi svolto mansioni di maggiore responsabilità nella produzione. Erano quelli gli anni in cui nelle miniere leonesi, asturiane e basche, nelle fabbriche madrilene e catalane, cominciavano a sorgere delle commissioni operaie che, spesso al riparo del sindacato verticale franchista, riscuotevano crescente fiducia da parte dei lavoratori. La pratica dell’«entrismo», già applicata dai militanti comunisti, trovò impulso e conseguì maggiori risultati con la nuova Politica di Riconciliazione Nazionale lanciata dal Pce nel 1956. Di quella stagione, che portò passo dopo passo, sciopero dopo sciopero, con la scia di repressioni e processi, alla nascita negli anni Sessanta delle Comisiones Obreras (Cc Oo), che nelle elezioni sindacali del 1975 avrebbe ottenuto la maggioranza dei delegati, Marcelino Camacho fu protagonista indiscusso.
Nel messaggio con cui il principe delle Asturie ha reso omaggio al leader sindacale scomparso, Camacho è ricordato come «figura storica della transizione spagnola, in difesa dei lavoratori e nella lotta per i loro diritti sociali». Si tace, invece, sulla lotta antifranchista che aveva visto il leader delle Cc Oo, trascorre vari anni della sua vita nelle carceri del regime. Prigionia e campo di lavoro già ricordati a parte, nel 1966, poi dal 1967 al 1972 dopo essere stato condannato dal famigerato Top (Tribunale per l’Ordine Pubblico), indi dopo pochi mesi di libertà, dal giugno 1972. Il 20 dicembre 1973, lo stesso giorno dell’attentato dell’Eta contro Carrero Blanco, si apriva il processo dei 1001 che vide, tra gli altri imputati tutto il vertice delle Cc Oo. Voluto da Franco per spezzare la protesta operaia e sindacale, il processo si ritorse come un boomerang contro la dittatura a causa del clamore e della mobilitazione internazionale. Camacho fu condannato a vent’anni di carcere e tornò a respirare l’aria della libertà solo dopo la morte di Franco.
Durante la transizione, che si mise in moto mentre erano ancora vivi gli effetti della crisi petrolifera del 1973, Camacho attuò con grande moderazione consapevole dei rischi che correva l’ancora fragile democrazia. Sostenne dunque, a costo del contenimento salariale, gli accordi stipulati dal governo Suárez con i partiti rappresentanti nel Parlamento (Pactos de la Moncloa del 27 ottobre 1977) per contenere l’inflazione che veleggiava nei pressi del 50%.
Eletto deputato nella fila del Pce nelle elezioni costituenti del 1977 e poi nel 1979, Camacho si dimise nel 1981, per dedicarsi a tempo pieno al sindacato, con il quale organizzò nel 1985 il primo sciopero generale della democrazia spagnola contro la riforma delle pensioni voluta dal governo socialista di Felipe González.
Nel gennaio del 1996 le sue posizioni, contrarie alla linea di Antonio Gutiérrez, sostenitore di un patto sociale che prevedeva il contenimento salariale, furono sconfitte nel VI Congresso dell’organizzazione e Camacho abbandonò la presidenza delle Cc Oo alla quale era stato eletto dopo aver abbandonato la carica di segretario generale occupata dalla fondazione al IV congresso del 1987.
Minuto nel fisico, dimesso nell’aspetto, austero nello stile di vita, dall’espressione dolce, cordiale, uomo coerente e coraggioso, Marcelino Camacho è stato uno straordinario combattente per la libertà e i diritti dei lavoratori. Ha lasciato un libro di memorie Confieso que he luchado (1990). Un titolo vero per un uomo vero.

di Alfonso Botti
il manifesto del 30/10/2010

26 ottobre 2010

Nel 2004 i lagunari non furono attaccati. Smentito il suicidio del militare Marracino: colpito da fuoco amico

Battaglia dei ponti, Wikileaks sbugiarda anche gli italiani

Nella notte tra il 5 e il 6 agosto del 2004 a Nassiriya non ci fu nessuna aggressione alle truppe italiane, non ci fu nessun furgone privo d'insegne con uomini armati a bordo e non ci fu nessun check point ignorato dall'improvvido autista del veicolo.
Contro i soldati dell'operazione "Antica Babilonia" non venne infatti sparato alcun colpo d'arma da fuoco e il furgone crivellato di colpi di cui parlavano le versioni ufficiali era in realtà un'ambulanza che, oltre al personale sanitario, stava trasportando in ospedale quattro civili iracheni: una donna incinta, la madre, la sorella e il marito.
E' quanto emerge dai 400mila file riservati del Pentagono pubblicati dal sito investigativo Wikileaks. Nel mare magno di informazioni confidenziali occhieggia anche un rapporto classificato (numero d'ordine 20048632538RPV) in cui viene raccontato nel dettaglio l'antefatto della cosiddetta "battaglia dei ponti", l'episodio più conytroverso dell'occupazione italiana in Iraq, che vide impegnati il corpo dei lagunari e le milizie sciite fedeli all'imam radicale Moqtada al Sadr. Ecco invece la versione ufficiale, quella data in pasto ai media dalo nostro Stato maggiore: «Alle ore 03.25 un automezzo che transitava sul ponte orientale di Nassiriya non si è fermato al check-point italiano e veniva conseguentemente ingaggiato con armi leggere. Quindi si è prodotta una grande esplosione, seguita da una seconda da cui si è valutato che il veicolo avesse dell'esplosivo». Un racconto verosimile, peccato che fosse soltanto opera della fantasia dei nostri ufficiali.
Oltretutto Kadem Khazal Sabah, l'autista dell'ambulanza, uscì miracolosamente indenne dall'aggressione e riuscì a raccontare tutta la vicenda a un giornalista americano, Micah Garen, il quale filmò con il telefono cellulare la carcassa dell'ambulanza devastata dalle armi leggere italiane: «Avevamo rallentato e accostato al posto di blocco dei militari, ma loro hanno iniziato a spararci», spiega Sabah. La storiella del furgone sospetto che viaggiava ad alta velocità che non si fermò all'alt dei parà è il frutto di una manipolazione che avviene spesso nei teatri dei guerra: citare un fatto realmente accaduto modificando il contesto; effettivamente il 5 agosto del 2004 un veicolo attraversò uno dei ponti sull'Eufrate ignorando il check-point italiano e scatenando una furibonda sparatoria che poi diede luogo alla battaglia di Nassiriya con decine di morti e feriti tra i miliziani sciiti. Ma la sparatoria avvenne alle 4.25 del mattino, cioè esattamente un ora dopo il passaggio dell'ambulanza.
Tra i file messi in rete da Wikileaks e pubblicati dal Guardian e dal New York Times viene a galla un'altra amara verità che riguarda la morte del paracadutista della Folgore Salvatore Marracino. Il sergente perse la vita durante un'esercitazione il 15 marzo 2005, ma stando alle ricostruzioni militari si trattò di un suicidio: «Un colpo d'arma da fuoco partì dal suo fucile che si era inceppato», venne scritto all'epoca dei fatti. Non era vero: Marracino fu raggiunto da un proiettile sparato dai suoi stessi compagni, ossia fu vittima di quello che in gergo militare viene chiamato "fuoco amico". Dopo l'incidente Marracino sarebbe stato portato prima in un ospedale militare a Camp Mittica e poi trasferito in nosocomio di Kuwait City, ma le sue condizioni erano disperate non ci fu nulla da fare.
Le nuove rivelazioni dal sito diretto da Julien Assange mettono in grande imbarazzo il nostro comando militare (e quello statunitense), poiché emerge con chiarezza il tentativo di insabbiare la verità su quella drammatica giornata di guerra e di servire all'opinione pubblica la solita versione edulcorata dei fatti. Non è la prima volta e non sarà neanche l'ultima.

Daniele Zaccaria
26/10/2010
http://www.liberazione.it/

24 ottobre 2010

La più grande fuga di notizie nella storia dell'esercito Usa. Centinaia di torturati

Da Wikileaks le prove: la guerra in Iraq è un bagno di sangue

Iraq, estate 2005. Un plotone militare americano a cavallo manda civili iracheni in avanscoperta su strade che suppone siano minate. Le "cavie" credono di aver rimediato un lavoretto per la giornata: «ripulire la strada da macerie e rifiuti». Questo racconto da brivido non è estratto da un romanzo. E' la realtà nascosta sul fronte iracheno. Si tratta di uno dei quasi 400mila file secretati resi pubblici dal sito WikiLeaks. Che dopo le rivelazioni dell'estate scorsa sulle omissioni e le menzogne relative alla guerra in Afghanistan, alza ora il sipario sul teatro dell'orrore che è stata la guerra in Iraq. Un conflitto con numeri da riscrivere. Documenti segreti alla mano, il riconteggio dei morti iracheni per cause violente, tra il 2003 e il 2009, è aggiornato a 122mila vittime. Di queste 66mila erano civili. Più della metà del totale.
Secondo l'organizzazione londinese Iraq Body Count, che tiene il conto delle vite spezzate in terra di Babilonia, i morti civili che mancavano all'appello erano ben quindicimila. Gli incidenti in cui questo numero impressionante di iracheni ha perso la vita, erano rimasti del tutto sconosciuti. Morti coperte dal segreto militare, di cui nessuno avrebbe dovuto sapere nulla. Prima della pubblicazione dei file secretati, a Iraq Body Count risultavano infatti 107.369 civili uccisi per la guerra.
Le cifre della morte in Iraq, fanno impallidire, al confronto, la pur terribile situazione in Afghanistan. Julian Assange, il fondatore di WikiLeaks, ha sottolineato ieri che il numero dei morti in Iraq è stato, infatti, «cinque volte più alto». Ma anche sulla guerra in Afghanistan, annuncia WikiLeaks, salteranno fuori tra poco nuovi scottanti documenti, finora sconosciuti.
I file iracheni messi in rete da Wikileaks, frutto di una gola profonda nell'intelligence Usa, sono stati forniti a importanti media come The Guardian, Le Monde, Die Spiegel, il New York Times ed Al Jazeera, che per prima ha scoperchiato questo nuovo vaso di Pandora, mettendo tutto in rete meno di 36 ore fa. In Iraq, tanto per citare solo alcuni degli episodi-vergogna, i militari Usa hanno scoperto cadaveri di «migliaia di uomini e donne vittime di esecuzioni sommarie», mettendo tutto a tacere. Ancora, l'esercito americano si è del resto reso responsabile dell'uccisione, ai check-point, di almeno 681 civili, tra cui molte donne e bambini. Dalle rivelazioni del sito specializzato in Intelligence, emergono sopratutto enormi responsabilità delle forze di sicurezza irachene, regolarmente coperte, dai militari americani e britannici. Un atteggiamento complice che riguarda in particolare episodi di tortura, abusi e violenze sessuali, perpetrate sistematicamente da esercito e polizia iracheni nei confronti di detenuti della loro stessa nazionalità. Nei file si parla ad esempio di prigionieri ammanettati, bendati e appesi per i polsi o per le caviglie che vengono frustati, presi a pugni, o anche sottoposti a elettroshock. In sei di questi documenti viene riportata la morte del detenuto. Un esempio di menzogna e copertura? Il 27 agosto 2009, un referto medico americano parla di «bruciature e lesioni, oltre che evidenti ferite alla testa, braccia, dorso, collo e gambe, sul corpo di un uomo che la polizia irachena dichiara morto per suicidio. Altro esempio? Il 3 dicembre 2008, un detenuto morto ufficialmente per «problemi renali», riportava sul corpo «tracce visibili di procedimenti chirurgici sconosciuti all'addome».
Molti dei documenti secretati relativi a casi del genere, si concludono con la formula: «non essendo coinvolte le forze internazionali nel presunto abuso, non è necessaria alcuna ulteriore indagine». Un portavoce del Pentagono, citato ieri dal New York Times, ha insistito, davanti all'evidenza, che la politica Usa sui detenuti iracheni «è sempre stata conforme al Diritto internazionale». Ma dai documenti pubblicati risultano, persino dopo lo scandalo del carcere di Abu Ghraib, almeno altri 300 casi di abusi di prigionieri iracheni per mano di soldati americani.
E mentre Assange suggerisce ai democratici statunitensi di usare questa massa di rivelazioni per «chiedere conto» ai repubblicani di questa vergogna provocata dall'Amministrazione Bush, il segretario di Sato Usa Clinton gli si rivolta contro, sottolineando piuttosto, che le rivelazioni di WikiLeaks mettono in pericolo gli americani impegnati in Iraq. Analogo atteggiamento è tenuto dal Ministero della Difesa britannico. Durante una conferenza stampa tenuta ieri a Londra, Assange ha difeso la decisione di pubblicare i file per «ristabilire la verità» su quanto accaduto in questi anni in Iraq. E a proposito ha aggiunto: «Si dice che la prima vittima della guerra sia la verità e così è stato». Ma la sensazione orribile, pensando alle reazioni ufficiali americane e britanniche, è che così è e così sarà.

Francesca Marretta
www.liberazione.it
24/10/2010

Sono gli stessi che hanno appoggiato colpi di stato, come quello in Honduras, che sostengono le guerre in Iraq, afghanistan, coprono le torture CIA...

Riconoscimento Sacharov a Farinas. Popolari europei ossessionati da Cuba

Per la terza volta in 22 anni, il Parlamento europeo aggiudica il Premio Sacharov per i diritti umani ad un cubano. Una vera e propria ossessione, quella dei popolari europei. Per loro la stagione della guerra fredda non è finita. Rattrista che candidature come quelle di break the silence, organizzazione di militari israeliani che denunciano l'occupazione della palestina, e che riguardano molto più da vicino il nostro continente, siano state ignorate e non siano state sostenute fino in fondo. Piuttosto che premi che hanno una chiara connotazione ideologica, il Parlamento europeo farebbe bene a chiedere la fine della posizione comune dell'UE nei riguardi dell'isola. La motivazione di coloro che hanno voluto questo premio non sono i diritti umani. Sono gli stessi che hanno appoggiato colpi di stato, come quello in Honduras, che sostengono le guerre in Iraq, afghanistan, che ignorano o fanno finta di non vedere la tortura o le estradizioni illegali della cia. La vera motivazione di questo premio è solo ed esclusivamente una: quella di volere servire la causa dell'imperialismo e del colonialismo.

Fabio Amato
Responsabile Esteri di Rifondazione Comunista
24/10/2010

E' questa l'Europa che vogliamo? A questa immagine di sé ha deciso di piegarsi l'Europa?


Un nuovo paradigma per l'Ue dopo Cristo

All'inizio dell'autunno 2010 Sergio Marchionne ha dichiarato che lui vive nell'epoca dopo Cristo, e non può stare ad ascoltare le considerazioni che provengono da gente che vive nell'epoca prima di Cristo. La blasfema metafora di Marchionne vuol dire che da quando esiste la globalizzazione non si possono rivendicare quei diritti e quelle garanzie sociali che vigevano prima della globalizzazione.
Se dobbiamo competere con economie emergenti nelle quali il costo del lavoro è inferiore al costo del lavoro degli operai europei, dobbiamo abbassare i salari europei. Se dobbiamo competere con economie nelle quali l'orario di lavoro è illimitato e le condizioni di lavoro sono selvagge - scarse garanzie di sicurezza sul lavoro, turnazioni massacranti, precarietà del rapporto di lavoro - anche in Europa bisogna abolire i limiti all'orario settimanale, rendere obbligatorio lo straordinario, rinunciare alla sicurezza del posto di lavoro e così via.
In termini brutali così potremmo tradurre il pensiero di Sergio Marchionne (che del resto esprime il pensiero ufficiale dell'Unione europea dopo la svolta seguita alla crisi greca di primavera): l'evoluzione del capitalismo richiede l'abrogazione di fatto dei principi che discendono dalle tradizioni Socialista, Illuminista e Umanista, e naturalmente dei principi che definiscono la democrazia, ammesso che questa parola significhi qualcosa. Vorrei aggiungere un'ultima considerazione, giocando un po' con la metafora cristologica del signor Marchionne. Nell'epoca dopo Cristo di cui parla lui anche il principio cristiano dell'amore per il prossimo va cancellato, ridotto al più a predica domenicale.
E' questa l'Europa che vogliamo? A questa immagine di sé ha deciso di piegarsi l'Europa? Ed il pensiero marchionnico coincide con la politica dell'Ue?
Naturalmente più che di principi qui si tratta di rapporti di forza. Negli ultimi anni la classe finanziaria, dominante nel governo economico del mondo, ha usato le potenze tecniche globalizzanti per aumentare enormemente la quota di ricchezza che in forma di profitto e di rendita finanziaria va nelle tasche di una minoranza. La classe operaia e il lavoro cognitivo multiforme non hanno potuto resistere all'attacco seguito alla globalizzazione.
Questa distribuzione della ricchezza confligge però con la stessa possibilità di uno sviluppo ulteriore del capitalismo perché la riduzione del salario globale provoca una generale riduzione della domanda. Si sta verificando un effetto di impoverimento che rende la società sempre più fragile e aggressiva, ma anche un effetto deflattivo che rende impossibile lo stesso rilancio della crescita.
Come se ne esce? Il signor Marchionne e i suoi sodali, che vivono nell'epoca dopo Cristo, fanno questo ragionamento: se la deregulation ha prodotto il collasso sistemico col quale sta facendo i conti l'economia globale, allora occorre maggiore deregulation. Se la detassazione degli alti redditi ha portato al restringimento della domanda, allora ci vuole un'ulteriore detassazione degli alti redditi, se l'iper-sfruttamento ha portato a una sovraproduzione di automobili invendute ed inutili, allora occorre intensificare la produzione di auto. Sono forse pazzi, costoro? Penso di no, penso che siano incapaci di pensare in termini di futuro, che siano nel panico, terrorizzati dalla loro stessa impotenza. Hanno paura. Tutto quello che sanno fare è aumentarsi lo stipendio e i dividendi per i loro commensali.
La borghesia moderna era una classe fortemente territorializzata, legata a un patrimonio materiale che non poteva prescindere dal rapporto con il luogo, con la comunità. Il ceto finanziario che domina la scena del nostro tempo non ha alcun rapporto di affezione col territorio né con la produzione materiale, perché il suo potere e la sua ricchezza si fondano sull'astrazione perfetta della finanza moltiplicata per il digitale. L'iper-astrazione digital-finanziaria sta liquidando il corpo vivente del pianeta, e il corpo sociale.
Ma può durare? Dopo la crisi greca si è costituito un direttorio Merkel-Sarkozy-Trichet che ha stabilito, senza alcuna consultazione dell'opinione pubblica, di concentrare dal 2011 il potere di decisione sull'economia dei diversi paesi esautorando di fatto ogni istanza parlamentare. Potrà davvero questo direttorio commissariare la democrazia nell'Unione, sostituirla con un comitato d'affari che fa capo ai direttori delle grandi banche? Potrà imporre un sistema di automatismi per i quali, se vuoi far parte dell'Unione devi ridurre i salari dei dipendenti pubblici, licenziare un terzo degli insegnanti e così via?
Il 16 ottobre a Roma e a Parigi si sono tenute due immense manifestazioni che mi fanno pensare che la dittatura finanziaria non riuscirà a stabilizzarsi.
Può darsi che Sarkozy riesca a far passare la legge che prolunga il tempo di vita lavoro fino a 65 anni, e in Italia le politiche di taglieggiamento del salario operaio e dei diritti operai non finiranno certo con la prossima caduta del governo Berlusconi.
Questo lo so. Ma nei paesi latini (cattolici) del mondo europeo la dittatura europea non si stabilizzerà, perché nei prossimi mesi e nei prossimi anni assisteremo a un diffondersi, contraddittorio, talvolta violento, ma persistente di insubordinazione sociale che sempre più individuerà il vero nemico - non nei governi nazionali, ma nell'Unione stessa, nel suo direttorio granitico e nelle sue tecniche di governance apparentemente neutrali. E allora a quel punto occorrerà abbattere l'Europa presente, perché l'Europa possibile emerga finalmente.
Allora dovremo chiederci: ma è proprio vero che dobbiamo competere secondo la regola economica? Se proprio di competizione dobbiamo parlare (e la parola è sbagliata) perché non pensare alla competizione tra stili di vita, modalità dello spirito pubblico, livelli di felicità e di godimento per l'organismo sensibile collettivo? Non sono forse questi criteri che nel lungo periodo dell'evoluzione umana possono avere una forza attrattiva superiore al prodotto nazionale lordo, alla quantità di petrolio bruciato, e al numero di centrali nucleari?
Quello che vogliono gli esseri umani (fin quando non sono preda di un'ossessione psicotica che si chiama avarizia) è vivere in modo piacevole, tranquillo, possibilmente a lungo, consumando ciò che è necessario per mantenersi in forma e per fare all'amore.
Tutti quei valori politici o morali che hanno reso possibile il perseguimento di uno stile di vita di questo genere li abbiamo chiamati un po' pomposamente "civiltà".
Ora vengono i Marchionne a raccontarci che se vogliamo continuare a giocare il gioco che si gioca nelle borse e nelle banche, dobbiamo rinunciare a vivere in modo piacevole, tranquillo, eccetera. Ovvero dobbiamo rinunciare alla civiltà. Ma perché dovremmo accettare questo scambio? L'Europa è ricca non perché l'euro è solido sui mercati internazionali o perché i manager fanno quadrare i conti del loro profitto. L'Europa è ricca perché ci sono milioni di intellettuali di scienziati e di tecnici, di poeti e di medici, e milioni di operai che hanno affinato per secoli il loro sapere. L'Europa è ricca perché nella sua storia ha saputo valorizzare la competenza e non solo la competitività, ha saputo accogliere e integrare culture diverse. È ricca anche, bisogna pur dirlo, perché per quattro secoli ha sfruttato ferocemente le risorse fisiche e umane degli altri continenti.
Dobbiamo rinunciare a qualcosa, ma a cosa precisamente?
Certamente dovremmo rinunciare all'iper-consumo imposto dalle grandi corporation, ma non credo che dovremmo rinunciare alla tradizione umanistica, a quella illuminista e a quella socialista, cioè alla libertà, al diritto e al benessere. Non perché siamo affezionati a dei principi del passato, ma perché questi rendono possibile una vita decente, mentre i criteri che propongono in Marchionni garantiscono per la maggioranza una vita infernale.
La prospettiva che si apre non è quella di una rivoluzione, concetto che non corrisponde più a niente perché implica un'esagerata considerazione della volontà politica sulla complessità della società presente. Quella che si apre è la prospettiva di una transizione paradigmatica. Un nuovo paradigma, che non sia più centrato intorno alla crescita del prodotto, intorno al profitto e all'accumulazione, ma fondato sul pieno dispiegamento della potenza dell'intelligenza collettiva. Non credo che l'Europa abbia qualcosa da insegnare alle altre civiltà del pianeta. Può dare un contributo originale, come nel bene o nel male ha fatto nel passato in più occasioni.
Abbiamo imposto il modello capitalistico, e ora cerchiamo la via per venirne fuori. Non per venire fuori dal capitalismo, che come ogni altro modello economico (lo schiavismo, il feudalesimo) è incancellabile - ma per venire fuori dalla sua dominanza incontrastabile. Autonomia della società dal dominio del capitale, dispiegamento delle potenze che il capitale ha realizzato nella sua convivenza conflittuale con il lavoro. Questo è il contributo originale che l'Unione europea, quella possibile, quella del dopo-dopo-Cristo che Marchionne non riesce neppure a immaginare, potrebbe consegnare alla storia del mondo.

Franco Berardi "Bifo"
http://www.ilmanifesto.it/
24/10/2010

22 ottobre 2010

METALMECCANICI. Il contratto è separato ma lo paga chi non c'era


Cisl e Uil: 30 euro a testa col silenzio-assenso

Fare sindacato, di questi tempi, non è facile. Cala l'occupazione, aumentano i ricatti, i salari sono fermi, quando va bene. Per i precari la situazione è ancora peggiore. Come fa un sindacato, di questi tempi, a mantenersi (pagando funzionari, sedi, bollette, materiale di cancelleria o propaganda, spese per le manifestazioni, ecc)? Le quote degli iscritti, da sempre la soluzione principale, mostra un po' la corda.
Poi, una mail solletica la curiosità. La spedisce l'Unione sindacale di base (Usb), organizzazione nata dalla fusione di più sigle alcuni mesi fa, le cui segnalazioni sono in genere molto attendibili. «Verrà consegnato con la busta paga di novembre il modulo con cui si richiede ai lavoratori metalmeccanici il pagamento del "contributo sindacale straordinario". Questo contributo, stabilito a seguito dell'Accordo 15 ottobre 2009 e del successivo Protocollo d'intesa 25 febbraio 2010, siglati da Fim-Cisl, Uilm e Federmeccanica, consiste in 30 Euro che vengono richiesti ai lavoratori non iscritti ai sindacati a titolo di "quota associativa straordinaria a fronte dell'attività di negoziazione svolta"».
Una rapida verifica trova solo conferme. La Fiom Cgil, che non ha firmato quell'accordo, da qualche giorno distribuisce nelle fabbriche un volantino in cui invita i lavoratori a «non dare soldi a chi non ti fa votare e cancella il contratto nazionale». Tutto vero e in procinto di passare alla «fase operativa», dunque. Al punto che la stessa Fiom «ricorda» - probabilmente anche alle aziende, che devono operare la «trattenuta» e girarla poi ai sindacati firmatari - che «ai propri iscritti non deve essere trattenuto nulla».
Ma come funziona il meccanismo? Semplice: col «silenzio-assenso». L'azienda ti dà un modulo, se tu non lo rimandi indietro, te li scala dallo stipendio di dicembre. Un piccolo calcolo dà la misura del gettito complessivo di questa «tassa»: i metalmeccanici, secondo Federmeccanica (l'associazione delle imprese del settore) sono circa un milione e 600mila; togliendo le imprese artigiane, saranno intorno ai 1,4 milioni. Il 70% non è iscritto a nessun sindacato, quindi i 30 euro vanno moltiplicati per all'incirca un milione di persone: 30 milioni, dunque, da spartire pro rata tra Cisl e Uil (con qualche briciola al Fismic e all'Ugl). Non proprio spiccioli, insomma.
Ma è una novità? Una volta, a ogni contratto, si chiamava «costo del libretto»; veniva pagato dalle aziende e girato ai sindacati. Poi divenne «contributo sindacale straordinario» messo in conto ai non iscritti. Non proprio una misura simpatica, ma dotata di qualche logica. Il contratto nazionale, infatti, è valido per tutti, iscritti o no a un sindacato. Se porta vantaggi, per esempio salariali, è giusto che chi ne beneficia paghi una sorta di una tantum. Nella piattaforma contrattuale del 2008 - quella che poi portò ad un accordo unitario (Fiom, Fim, Uilm, ecc) - era stato addirittura inserito un punto specifico su questa «contribuzione straordinaria» in modo che tutti i lavoratori fossero avvertiti. Poi, in sede di riscossione, valeva comunque il silenzio-assenso.
Ma quello fu un contratto poi sottoposto a referendum tra tutti i lavoratori (non solo gli iscritti) e quindi «condiviso» dalla maggioranza dei metalmeccanici. Quello per cui vengono chiesti i «30 denari», invece, è stato firmato da sindacati che nel loro insieme hanno meno iscritti della sola Fiom; e che, soprattutto, non hanno voluto sottoporre al voto confermativo - sapendo che sarebbe stato duramente contrario - della categoria. Si può aggiungere che è un contratto «illegittimo» perché è ancora in vigore quello del 2008 (come indirettamente riconosce la stessa Federmeccanica, che lo ha disdettato, a partire però dalla sua scadenza legale: il 31 dicembre 2011). È un contratto che porta pochissimi soldi: il primo gennaio di quest'anno, per dire, è stata inserita in busta paga una prima tranche di ben 14 (quattordici!) euro al terzo livello. E' un contratto a cui - in settembre - sono state già concesse le «deroghe» peggiorative chieste dalla Fiat (e a seguire da tutte le imprese del settore). Che, insomma, cancella di fatto - se non ancora di nome - il livello nazionale del contratto.
E per una «negoziazione» così, che non ha mai autorizzato né approvato, un metalmeccanico dovrebbe anche pagare? Meglio sfilargliele di tasca in silenzio, nella «ricca» busta-paga di Natale, senza farglielo capire.

Rocco Di Michele - il manifesto
22/10/2010

21 ottobre 2010

Il ddl introduce l'arbitrato. Fantozzi (Prc): l'atto più grave di questa legislatura


La destra riscrive il diritto del lavoro. Con il sì dell'Udc

Piccolissime tracce sui giornali, qualcosina di più - ma parliamo sempre di poche decine di righe - sui siti Web di informazione. Che invece sono stracolmi di notizie e commenti sul lodo Alfano, sulle diatribe dentro la maggioranza. Eppure, l'altra sera - quando questo giornale aveva già chiuso in tipografia - la Camera ha approvato, in via definitiva, un disegno di legge destinato a cambiare profondamente la Costituzione. Destinato a cambiare le condizioni di lavoro di centinaia di migliaia di persone. Peggiorandole, e di molto. Lasciandole senza protezione.
Cos'è successo? E' accaduto che la Camera ha approvato, in seconda lettura, il testo di quello che tutti chiamano "ddl lavoro". L'ha approvato a stragrande maggioranza, con un voto che ha rimesso insieme i pezzi della destra. Con in più - dato rilevante - tutti i deputati dell'Udc, nessuno escluso. Contro, solo i democratici e l'Idv.
Che però - a differenza di quanto hanno annunciato a proposito del Lodo Alfano - in questo caso non hanno promesso di fare «le barricate». E dire, invece, per usare le parole di Roberta Fantozzi, responsabile Lavoro del Prc, che si tratta di «uno degli atti più gravi di questa legislatura».
Tanto grave che il Presidente Napolitano aveva già mosso dei rilievi, a marzo, alla prima stesura del testo. La maggioranza di destra e il «centro» - in questa inedita alleanza che può contare, naturalmente, anche sul sostegno di Bonanni e Angeletti - l'hanno invece riproposto sostanzialmente identico.
Ma ecco di che si tratta, in pillole. La misura più allarmante è quella che introduce nuove norme sull'«arbitrato». Si limita - e notevolmente - la sfera di competenza dei giudici e soprattutto si introduce il cosiddetto «canale della conciliazione». Per essere ancora più chiari: d'ora in poi per le nuove assunzioni sarà possibile firmare una clausola in cui il lavoratore e azienda affidano le loro controversie ad un «arbitro» e non più ad un giudice. Un «arbitro» che potrà decidere anche in deroga rispetto ai contratti di lavoro. Tradotto: significa che le nuove assunzioni - è facile prevedere: tutte le nuove assunzioni, nessuna esclusa - avverranno con questa clausola. Che di fatto lascerà i nuovi occupati senza più alcuna tutela. Hanno riscritto lo Statuto, insomma senza neanche discuterne. E senza neanche troppi clamori.
E ancora, non è finita. Grazie ad un emendamento proposto dal deputato Cazzola, del Pdl, il pacchetto di norme arriva ad eliminare anche una delle poche - se non l'unica - realizzazione dei governi di centrosinistra: l'innalzamento a sedici anni dell'obbligo scolastico. Ora invece si torna indietro: già a quindici anni sarà possibile entrare al lavoro. Naturalmente, a patto, che tutto sia mascherato da «apprendistato».
Nel raccontare le norme previste dalla legge si usa il verbo al presente, visto che il ddl è stata approvato e sta per entrare in vigore. Forse però sarebbe meglio utilizzare il condizionale. Perché sono evidenti - un po' a tutti, anche a molti ambienti lontani dalla sinistra - che le nuove norme contengono tanti aspetti anticostituzionali. Come il divieto - per i neo assunti che firmino la clausola ricattatoria - di poter poi ricorrere ad un giudice.
Ed è proprio sul terreno giuridico che la Cgil - che l'altra sera, appena s'è sparsa la notizia dell'approvazione, era già sotto Montecitorio coi cartelli di protesta - ha deciso di cominciare la sua battaglia. Fulvio Fammoni, segretario confederale, annuncia che la Cgil, da subito, procederà con un ricorso alla consulta. A cui seguirà un appello con firme di magistrati, costituzionalisti, per bloccare l'applicazione delle norme. «In ogni caso - dice Fammoni - sapremo come difenderci da queste norme».
Questo sul versante giuridico. Ma le organizzazioni dei lavoratori - la parte maggioritaria delle organizzazioni dei lavoratori - è decisa a condurre una battaglia politica e sociale per impedirne l'applicazione. Semplicemente perché - come sostiene ancora il dirigente della Cgil - «sovverte il diritto del lavoro, così come è esistito fino ad ora in Italia».
Su questa linea anche le opposizioni della sinistra fuori dal Parlamento. Paolo Ferrero, segretario del Prc, interpellato dai giornalisti a Bologna ai margini di un convegno della Fiom, ha detto che probabilmente lo schieramento contrario alla legge avrebbe potuto fare di più in Parlamento. «Ci si poteva svegliare prima - ha risposto il segretario - Per riuscire a farla rimandare alle Camere - ha aggiunto - ho dovuto fare uno sciopero della fame e chiederlo io a Napolitano. Forse si poteva fare di più». La battaglia, comunque, è appena cominciata.

s.b.
21/10/2010

Il tentativo di Tremonti di far passare la pillola all'opinone pubblica italiana viene così smascherato


PATTO DI STABILITA'; SBUGIARDATO TREMONTI, PREPARIAMOCI ALLA LOTTA

Un Paese in debito eccessivo (sopra il 60%) sarà oggetto di una procedura di infrazione se il ritmo di riduzione di tale criterio non sarà giudicato «soddisfacente». Questo anche se il deficit di quel Paese è sotto il 3%. Siamo andati a spulciare le agenzie per trovare finalmente un po' di chiarezza. Il testo finale sulla riforma del Patto Ue di stabilità e di crescita elaborato dalla task force guidata dal presidente Ue, Herman Van Rompuy, pubblicato oggi sul sito del Consiglio europeo, infatti parla chiaro. Nel testo che sarà presentato al tavolo dei capi di Stato e di governo della Ue il 28 e 29 ottobre, è scritto nero su bianco come saranno definiti i «precisi criteri quantitativi» per quel che riguarda il ritmo di discesa del debito sia il periodo da prendere in considerazione per valutare se la discesa del debito è coerente con la tabella di marcia fissata. In questa valutazione si terrà conto di «tutti i fattori rilevanti» indicati nella proposta della Commissione Ue.
Il tentativo di Tremonti di far passare la pillola all'opinone pubblica italiana viene così smascherato, rivelando il completo fallimento della sua azione. Il debito pubblico sarà il parametro principale mentre il debito privato è declassato a fatto rilevante insieme ad altri fattori (competitività, produttività, passività delle banche, andamento della spesa previdenziale, scadenze sul fronte dei titoli, inflazione). L'Italia si trova così consegnata, grazie anche alla complicità ed al silenzio assenso dell'opposizione parlamentare, ad un meccanismo che imporrà finanziarie lacrime e sangue, abbiamo un debito pubblico del 118%, e sforiamo il patto con il rapporto deficit-pil del 5.1%. La «specifica attenzione» - si sottolinea nel testo - che sarà data all'impatto delle riforme pensionistiche è solo l'anticipo di quello che governi e tecnocrazie finanziarie stanno preparando per il prossimo decennio. Chi spera ancora di andare al Governo per costruire l'alternativa è servito. Dal prossimo anno o si è complici dell'Europa o si è contro, prepariamoci alla lotta. Sarà dura

21/10/2010
wwww.controlacrisi.org

19 ottobre 2010

Il discorso del segretario della FIOM, Maurizio Landini, a piazza S. Giovanni sabato 16 ottobre


" é giusto ribellarsi contro questa società "

Vedere questa bellissima piazza dà davvero tanta felicità, ma allo stesso tempo indica una speranza. È anche una piazza che indica una forza; soprattutto è una piazza che unisce questo paese e che parla al paese. Dice cioè che per uscire dalla gravissima crisi che stiamo vivendo c'è bisogno di rimettere al centro il lavoro, i diritti. E che per questa ragione è necessario contrastare la politica che il governo sta facendo ed è necessario contrastare la politica che Confindustria, in questo paese, insieme a Federmeccanica, sta facendo.
Perché il punto di fondo da cui ripartire sono le ragioni per cui si è determinata questa crisi. Noi siamo in presenza del fatto che per 20 anni ci hanno raccontato che era sufficiente «lasciare fare al mercato e tutto sarebbe andato a posto». E dopo 20 anni noi siamo di fronte al fatto che la finanza non ha alcuna regola, anzi la politica e gli stati sono al servizio della finanza. Siamo in presenza di un'evasione fiscale che non ha precedenti, tutta a danno dei lavoratori dipendenti. Siamo in presenza di una precarietà nel lavoro che non ha mai avuto una dimensione come quella che stiamo vivendo. Siamo di fronte al fatto che c'è stata una redistribuzione della ricchezza a danno di chi lavora che non ha precedenti.
Vedete, quando si lavora e si è poveri, siamo di fronte non solo a un'ingiustizia, ma al fatto evidente che una società così non è accettabile e che noi dobbiamo ribellarci per cambiarla. E dobbiamo dire con forza che, proprio per queste ragioni, uscire da questa crisi richiede dei cambiamenti.
In tanti ci descrivono semplicemente come quelli che sono capaci di dire solo «no». E' vero. Noi alla Fiat abbiamo detto «no», alla Federmeccanica abbiamo detto «no». Perché quando si vuole cancellare i diritti, quando si vuole cancellare il contratto, quando si vuole cancellare la dignità delle perone che lavorano, noi diremo sempre di «no». Non accetteremo mai che questa sia la strada per cambiare la situazione.
Ma vorrei ricordare a queste persone che noi, invece, avanziamo delle proposte per cambiare questa situazione. Noi vogliamo un altro modello di sviluppo. Vogliamo cioè ridiscutere cosa si produce; che ciò che si produce sia ambientalmente sostenibile; vogliamo che i beni comuni di questo paese siano difesi, che non siano privatizzati; vogliamo cancellare la precarietà, redistribuire la ricchezza e aumentare i salari; vogliamo estendere i diritti a chi non ce li ha. Ossia, ai giovani che oggi hanno di fronte nessun futuro; solo la prospettiva di essere precari per tutta la vita.
Noi non accettiamo questa cosa, la vogliamo cambiare. E vogliamo anche che la scuola sia un diritto pubblico, che sia possibile unire il lavoro, i diritti, il sapere, e vogliamo anche che sia estesa la democrazia.
Vedete, in questi giorni tanti hanno parlato. I ministri addirittura hanno fatto a gara a raccontare chissà cosa sarebbe successo oggi. Io credo si debbano vergognare per quel che hanno detto. Perché quando si arriva addirittura ad invocare il morto, come un ministro ha fatto, siamo di fronte a una irresponsabilità totale.
Ma questa piazza ... questa piazza ha la forza di dire che non solo questa è una manifestazione democratica e pacifica, ma vorremmo ricordare che se c'è la democrazia in questo paese è perché chi lavora l'ha conquistata e l'ha estesa. E se questi ministri possono dire anche le castronerie che ogni tanto dicono è perché siamo noi che garantiamo il diritto democratico a tutti di poter parlare e di poter dire il loro pensiero.
Se ci pensate un attimo... i processi di globalizzazione che in questi anni ci sono stati hanno proprio nella democrazia il loro limite, hanno paura della democrazia, hanno paura della trasparenza, hanno paura cioè che le persone possano sapere quello che avviene e possono decidere.
Noi siamo di fronte ad una crisi gravissima come non abbiamo mai vissuto; sta mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro. Nonostante ci raccontino che dovremmo stare tranquilli e che va tutto bene, noi sappiamo perfettamente che così non è. Anzi, se nei prossimi mesi non c'è un cambiamento radicale delle politiche industriali, rischiamo di essere di fronte a ulteriori chiusure, alla fine della casa integrazione, a migliaia di posti che vanno persi; alla disoccupazione.
Ma è questo il punto di novità. Si sta cominciando a capire che è proprio questo turbocapitalismo che divora tutto, senza curarsi del domani, che rischia di consumare il presente senza un'idea del futuro; e quindi abbiamo davvero la necessità di produrre un cambiamento.
Il governo e Confindustria stanno usando questa crisi perché vorrebbero cambiare gli assetti sociali e di potere. Del resto è un po' che lo stanno facendo. Già nel 2001, con il Libro Bianco dell'allora ministro Maroni, il centrodestra e la Confindustria avevano disegnato quello che volevano fare; e oggi stanno cercando di fare esattamente quello che avevano detto allora. L'attacco alla scuola pubblica, il blocco dei contratti, la cancellazione della contrattazione, la cancellazione della democrazia nei luoghi di lavoro, il superamento del diritto a contrattare, l'assenza totale di una politica industriale che fa arretrare questo paese, sono parte di uno stesso disegno.
Ma noi l'abbiamo capito; e proprio per questo vogliamo cambiare la situazione. Vogliamo mettere in campo un'azione che non si esaurisce oggi, ma che sia in grado di cambiare nelle fabbriche, nel territorio, questa situazione.
Ne hanno dette di tutti i colori: sui lavoratori, sulla Fiom, sulla Cgil. Addirittura Brunetta è arrivato ad accusarci di essere un sindacato che difende i fannulloni e i lavativi. Credo sia un falso in atto pubblico, perchè noi, Brunetta, non l'abbiamo mai difeso. Quindi è evidente a tutti che siamo di fronte a delle bugie...
Il caso Fiat... Noi siamo di fronte a una teoria che si vorrebbe far passare in questo paese: per poter investire in Italia bisognerebbe cancellare i diritti e gli orari, per far funzionare le fabbriche in Italia ci vorrebbe il diritto di poter licenziare quando si vuole
E invece noi dovremmo porci un altro problema: perché la Fiat è messa peggio di altre aziende che costruiscono auto? Perché tutti parlano del modello tedesco e in Germania gli stipendi sono il doppio di quegli italiani, lavorano meno e vendono più macchine?
È esemplificativo quello che è successo negli ultimi due incontri che abbiamo avuto con la Fiat. Uno è avvenuto a Torino. C'erano tutti: il governo, le forze istituzionali, tutte le forze sindacali. Marchionne, cui va riconosciuto il parlare con chiarezza, non ha detto solo alla Fiom e alla Cgil «ditemi sì o no». Ha usato quella platea per dire che il suo piano industriale lo ha deciso lui, che non lo discute con nessuno, che non vuole proprio concordarlo con nessuno e che, semplicemente, chiede a tutti anche al governo e alle forze istituzionali semplicemente di dire sì o no.
Naturalmente, in quella sede solo la Fiom e la Cgil gli hanno detto che non va bene e che così non può funzionare.
Io, sinceramente, sono allibito quando la più grande azienda italiana che, come è noto, in questi anni ha avuto tanti finanziamenti pubblici che le hanno permesso di essere quella che è si trova di fronte a un governo e istituzioni incapaci di dire altro che semplicemente «sì».
Vorrei ricordare qui che il primo a dire «no» alla Fiat non è stata la Fiom. Quando la Fiat è andata in Germania per comprare l'Opel e ha presentato i piani industriali... l'IG-Metall gli ha detto di «no», il governo tedesco gli ha detto di «no». Perché, se si assume il modello tedesco, allora bisogna fare una distinzione anche sulla politica industriale. Non è vero che le imprese non abbiano una responsabilità sociale; non è vero che è solo il suo interesse. Lo ribadiamo qui, da questa piazza. Noi, la Fiom, la Cgil, le lavoratrici e i lavoratori italiani, più ancora della Fiat di Marchionne, vogliamo che in Italia si continuino a produrre auto, camion e trattori. Perché mentre lui ha la possibilità di decidere di andare a produrre in giro per il mondo, noi questa alternativa non ce l'abbiamo.
E proprio per questa ragione vogliamo che si affrontino i problemi.
Se c'è un ritardo e si vende meno, è perché in questi anni si è investito poco nell'innovazione dei prodotti e dei progetti; è perché la competizione non la si fa tagliando i salari e i diritti. Ed è sbagliato, per il paese oltre che per i lavoratori, pensare che tu la competizione la vinci solo sui bassi salari. Se c'è un problema di qualità, non si può raccontare che in Italia «non si chiede l'intervento pubblico» e poi si va in Serbia perché ti fanno i ponti d'oro. Non si può raccontare che «in Italia non serve l'intervento pubblico» e poi si va negli Stati uniti perché Obama e i lavoratori mettono a disposizione i loro soldi.
Io laovoglio dire ancora con più chiarezza: se non c'è un intervento pubblico nel nostro paese per orientare gli investimenti, la ricerca, una nuova qualità dello sviluppo, da questa crisi non si esce. Perché quelli che l'hanno determinata non possono venirci a raccontare che sanno loro come se ne esce.
E noi lo diciamo con grande responsabilità, perché è ora di smetterla. Noi non abbiamo semplicemente detto «no» a Pomigliano. Noi abbiamo avanzato delle controproposte. Abbiamo detto che eravamo pronti ad aumentare l'utilizzo degli impianti, perché il contratto che c'è permette di fare più turni. Abbiamo detto che eravamo pronti a discutere di come migliorare la produttività, di come articolare in modo diverso le pause, abbiamo addirittura fatto una proposta che darebbe alla Fiat un utilizzo degli impianti e una capacità produttiva superiore a quella che loro hanno pensato.
Stiamo ancora aspettando la risposta. La verità è che non gli interessa quante macchine si fanno; vogliono affermare l'idea che non c'è più, per le persone che lavorano in fabbrica, il diritto di poter contrattare la propria condizione di lavoro.
Lo dico con franchezza: dire qui che c'è in ballo la Fiom e la Cgil, o che voglion far fuori la Fiom e la Cgil, è solo una parte di verità.
Io penso che siamo di fronte ad un passaggio ancora più in là... E cioè il tentativo della Confindustria, della Fiat e di Federmeccanica, di cancellare il contratto con la derogabilità dei contratti nazionali.
L'obiettivo vero non è semplicemente fare fuori la Fiom e la Cgil, ma di più. E' cancellare il diritto delle persone che lavorano in fabbrica, se vogliono, di poter contrattare, di esser persone libere con la possibilità di far funzionare meglio la fabbrica. Vuol dire farci tornare indietro di cento anni.
E io credo che questo imbarbarimento non è solo inaccettabile, perché peggiora la condizione di chi lavora; ma è inaccettabile perché fa arretrare tutto il paese, fa arretrare il sistema industriale del nostro paese.
Addirittura, nell'ultimo incontro che abbiamo avuto alla Fiat a giugno, in tanti ci spiegavano che sì, Pomigliano era un brutto accordo, però si poteva firmare perché «lì c'è la camorra, perché c'è una situazione difficile». Vi ricordate, allora, in quanti ci hanno spiegato che sarebbe rimasta una cosa isolata, che non si sarebbe estesa? Non solo adesso siamo alla derogabilità del contratto, ma nell'ultimo incontro, il 5 ottobre la Fiat, ci hanno ricordato che se vogliamo sapere quale è il piano industriale (una delle stranezze di questa situazione è che non si sa quali, dove e quando saranno fatti i nuovo prodotti) prima dobbiamo firmare un accordo che permette loro di estendere Pomigliano in tutti gli altri stabilmenti. Anzi. Ci è stato detto che in alcuni casi, forse, potrebbe esserci la necessità di andare anche «oltre Pomigliano».
Ecco, io credo che quando si teorizza che, «se si vogliono i diritti, non si vogliono le fabbriche», bisognerebbe ricordare a queste persone che in realtà noi siamo già in presenza di «fabbriche che non hanno più diritti». E bisognerebbe ricordar loro che il rischio concreto, se passa questo disegno, è che l'art. 1 della nostra Costituzione («l'Italia è una repubblica fondata sul lavoro») è che noi siamo già di fronte al fatto che la nostra sia una repubblica fondata sullo sfruttamento del lavoro nelle fabbriche e nel paese.
E allora noi diciamo: siamo un sindacato che vuol fare degli accordi, del resto è quello che facciamo sempre, è quello che facciamo ogni giorno in migliaia di fabbriche. Ma, se si vuole davvero far funzionare meglio le fabbriche, allora si riaprano le trattative e si mettano le lavoratrici e i lavoratori in condizione di poter votare, di poter decidere e di poter contrattare le proprie condizioni.
Voglio rilanciare con forza quelle che sono le ragioni della nostra piattaforma, della nostra manifestazione, che è stata capace di mettere assieme tante persone diverse. Vedete, quando chi studia, chi è precario, chi lavora nel pubblico impiego, chi è metalmeccanico, chi è pensionato... trova di nuovo la possibilità di avere un terreno comune di azione che rimette al centro lavoro, diritti, un'idea di società finalmente diversa, più giusta, dove la giustizia sociale, l'eguaglianza, la solidarietà tornano ad essere elementi che unificano... io credo che questo patrimonio, è responsabilità di ognuno di noi di non farlo disperdere. Perché questa è la condizione per poter cambiare questo paese.
Per rilanciare con forza l'idea che non dobbiamo aver paura delle parole: il nostro obiettivo, sì, è trasformare questa società ingiusta, che cancella la dignità di chi lavora. La vogliamo proprio cambiare, sì, e lo vogliamo fare a partire dalle fabbriche, dal lavoro, ridando una prospettiva ai giovani e dicendo soprattutto che «è possibile».
Vogliamo una società senza corruzione, senza ladrocinii, come quella che abbiamo invece di fronte.
E allora... Se parliamo di diritti lo diciamo con chiarezza: vogliamo estendere i diritti a tutti, vogliamo l'estensione degli ammortizzatori sociali a tutti.
Diciamolo: in tanti anni ci hanno raccontato che per dare i diritti ai giovani bisognava toglierli a quelli che già ce li hanno. Facciamogli una bella risata in faccia, a chi dice queste cose; diciamogli con molta chiarezza che per noi il problema dell'estensione dei diritti, dello statuto dei lavoratori, degli ammortizzatori sociali fino anche ad arrivare a cose nuove a pensare anche a forme di «reddito di cittadinanza», che affrontano in modo diverso il problema di una prospettiva per i giovani è il terreno su cui noi vogliamo lavorare.
Vedete, tanti parlano, ma se le persone a volte si allontanano un po' dalla politica è perché sono stanchi di parole e bisogna essere coerenti, fare quello che si dice, provare a fare quello che si dice.
E allora io trovo giusto battersi per un fisco più giusto, trovo necessario che i lavoratori dipendenti e i pensionati paghino meno tasse perché sono gli unici che le pagano anche per quelli che evadono. Però ci vuole un po' di coerenza. Non si può venirci a dire che quando il governo ha fatto lo scudo fiscale non se ne è accorto e poi fa finta di manifestare per chedere la «riforma fiscale».
Ci vuole una coerenza. E mi permetto di dire che che questa teoria secondo cui «tutti devono pagare meno tasse», a me non convince tanto. Perchè non è mica vero.
Io penso che bisogna dire con chiarezza che i lavoratori dipendenti e i pensionati devono pagare meno tasse; gli altri ne debbono pagare di più perché hanno evaso il fisco in questi anni. Sono quelli che hanno i servizi pubblici che noi.
E vogliamo estendere i diritti anche ai tanti lavoratori immigrati. Vorrei ricordare che, al di là delle dispute nel centrodestra, noi stiamo ancora pagando la legge Bossi-Fini. Perché fanno finta di discutere tra loro. Ma poi, quando c'è da far pagare, quelli son sempre d'accordo a far pagare noi. Anche questo è un punto: l'estensione dei diritti di cittadinanza.
Diciamo anche: il contratto nazionale. Vedete, si sono incontrati e in dieci righe hanno scritto che non c'è più il contratto nazionale di lavoro. Perché si può derogare. Sapete, quando si dice che si può derogare a un contratto, sia se c'è la crisi sia per fare investimenti, vuol dire che il contratto nazionale non c'è più. E questo determina una competizione selvaggia tra le imprese e tra i lavoratori.
Dobbiamo dire con chiarezza che per noi l'unico contratto davvero è in vigore è quello del 2008, che è stato votato da tutti i lavoratori e che è stato firmato da tutti. Quello è l'unico contratto legittimo e noi lo difenderemo, fabbrica per fabbrica e nel paese, anche arrivando in tribunale, se necessario, per difendere i diritti e il contratto.
Ma penso anche che noi dobbiamo dire di più. Vi facco un esempio personale. Quando ho cominciato a lavorare, quando entravo in fabbrica, dal centralinista al progettista, sotto lo stesso tetto, tutti avevano lo stesso contratto e gli stessi diritti. Oggi se tu vai in un luogo di lavoro scopri che non è più così.
Mentre chi comanda è sempre quello, noi siamo frantumati e divisi, Ci sono diversi contratti: le cooperative, l'appalto, il subappalto, il lavoratore precario. Noi abbiamo bisogno, alla luce anche di questa grande manifestazione, di dire con chiarezza che l'obiettivo di un sindacato degno di questo nome è riunificare i diritti in questo paese. E per fare questo, se c'è bisogno di pensare a qualcosa di nuovo, io credo ci sia bisogno non di meno contratti, non di questa storiella secondo cui ognuno si può contrattare nella sua fabbrica o nel suo territorio (se non c'è un contratto nazionale che fissa i diritti per tutti, la contrattazione è una contrattazione a perdere, fabbrica per fabbrica). C'è una novità da dire: bisognerebbe pensare a un contratto dell'industria, a uno dei servizi, un altro del pubblico impiego. Dobbiamo cioè pensare a come si riunificano i lavoratori.
Tanti ci hanno chiesto: «perché nelle parole d'ordine avete parlato di legalità?» Ne abbiamo parlato perché basta vedere quello che è successo all'Aquila; perché, mentre questi raccontano che vogliono fare il ponte sullo stretto di Messina, nel frattempo fanno chiudere tutte le fabbriche che ci sono in Sicilia. Cosa dovrebbe trasportare quel ponte se le fabbriche non ci sono più? Perché, anziché sviluppare le energie alternative, si inventano di fare il nucleare. Perché in questo paese l'unico elemento che ormai c'è dappertutto, l’elemento di unità, è l'estensione dell'illegalità, ormai diventata un sistema.
Noi lo vogliamo combattere con un nuovo modello e dobbiamo anche dire che in nome della legalità, per avere dei soldi da reinvestire, bisogna anche ritirare le truppe dall'Afhganistan. E un fatto di democrazia, è un fatto centrale.
Ci sono altri due elementi.
Noi vogliamo che il lavoro torni ad essere davvero interesse generale di questo paese e vogliamo che le persone possano realizzarsi nel lavoro che fanno.
Ma per fare questo abbiamo bisogno di diritti e anche che sia possibile contrattare in fabbrica la loro condizione.
E infine, vedo due elementi di fondo. La democrazia è attaccata ad ogni livello: quella dell'informazione, dei giornali, della magistratura. Ma anche nelle fabbriche. Vedete... Perché esistono gli «accordi separati»? Semplicemente per un fatto. Perché alle lavoratrici e ai lavoratori è impedito di poter votare e decidere sugli accordi che li riguardano. Per questa ragione, noi diciamo che serve una legge sulla democrazia, che dia questo diritto e sancisca che ogni accordo aziendale, nazionale, interconfederale, per essere valido, deve essere approvato dalla maggioranza delle lavoratrici e dei lavoratori.
Non può più essere che, se i sindacati son d'accordo tra loro, allora non c’è problema. Questo deve essere un diritto delle lavoratrici e dei lavoratori, perché questa è la condizione per poter ripristinare l'unità.
Vedete, l'unità sindacale è innanzitutto un diritto delle lavoratrici e dei lavoratori; la democrazia è la condizione per poterla rilanciare. E noi, da qui, lo proponiamo con forza: questa è la prima cosa da fare, questo è il primo terreno, se si vuole recuperare un elemento unitario.
E infine voglio davvero concludere su questo. Ci pensavo mentre ascoltavo anche i compagni di Pomigliano e di Melfi.
Se oggi possiamo dire che è successa una cosa straordinaria, che c'è una novità in questo paese, che il lavoro è tornato al centro della discussione sociale e politica - lo dico sommessamente - non è semplicemente perché la Fiom ha detto «no» o la Cgil ha detto «no».
No. E' successo qualcosa di più. Perché se non c'erano i lavoratori di Pomigliano che votavano «no» a quell'accordo, se non dicevano che i diritti non si scambiano con l'occupazione, se non c'erano i tre delegati di Melfi che, di fronte alla Fiat che gli dice «vi faccio lavorare, però non ti metto in fabbrica» (e loro gli hanno risposto che non si fanno pagare dalla Fiat, vogliono lavorare)... Se non c'era questo scatto di dignità non c'era questa manifestazione.
Questo è l'elemento di novità che ci dà una speranza, che ci dà la forza, che ci dice che è possibile cambiare. Ma è proprio per questa ragione - e lo dico sommessamente - perché c'è questa piazza, perché c'è questa dignità, che noi abbiamo il dovere di continuare questa battaglia.
E penso che sia assolutamente necessario che nel continuarla si arrivi alla proclamazione dello sciopero generale di tutti i lavoratori nel nostro paese. Perché la democrazia e un nuovo modello di sviluppo non si costruiscono se non c’è la capacità di cambiare. Questo elemento ci dà la forza. Grazie davvero a tutti. Viva la Fiom, viva la Cgil, viva i lavoratori!!
Grazie a tutti

17 ottobre 2010

Giornata liberatoria. Ha distrutto pacificamente seminatori di paura, ministri e media senza dignità che han fatto loro il coro

Qualcosa è cambiato
L'impressione è davvero profonda. Non si vedeva da tempo una partecipazione così grande e, in essa, una così forte consapevolezza, che emanava da ogni spezzone dell'interminabile serpentone che si è snodato per le vie di Roma senza riuscire, in buona parte, a penetrare in una piazza San Giovanni gremita sino all'inverosimile. Vi rimandiamo all'ampia cronaca, nelle pagine interne, che dà conto - a chi non l'avesse vissuta in prima persona o a chi volesse rinnovarne le emozioni - di questa straordinaria giornata di lotta, pacifica e serena: persino irridente l'allarmismo strumentale del ministro degli Interni, campione di pelosa disinformazia, che alla vigilia aveva annunciato possibili infiltrazioni di guastatori. Non è accaduto, con buona pace di quanti si auguravano di poter macchiare quella che si è rivelata una limpida prova di democrazia. Oggi - ha ragione Maurizio Landini - la percezione è che qualcosa è già cambiato. Qualcosa di difficilmente esorcizzabile nell'atmosfera rarefatta del gioco politico che si consuma stancamente nelle manovre di palazzo.
Quando ieri abbiamo titolato la prima di questo giornale con un esplicito «Siamo tutti metalmeccanici» volevamo dire essenzialmente due cose sulle quali non è superfluo tornare. La prima, di immediata comprensione, è che la Fiom rappresenta il punto più alto e organizzato di coagulo dell'opposizione sociale. Non per caso attorno ad essa si è aggregata una moltitudine di soggetti collettivi, di movimenti, diversi fra loro e tutti fortemente connotati per i temi che ne costituiscono tratto identitario e scopo perseguito. La rivendicazione di condizioni di vita, di lavoro, di studio dignitose, di irrinunciabili diritti di cittadinanza si è saldata ad un bisogno di democrazia che non si rassegna all'oscena, caricaturale rappresentazione che di essa offre la politica-politicante. La seconda è che questo concerto articolato di soggettività ritrova (il prefisso "ri" non è casuale) il proprio centro di annodamento nel lavoro, proponendo un racconto lungamente revocato e ancora oscurato dalle forze politiche "riformiste", che credono di potere combattere il governo liberticida e ripristinare la democrazia senza rovesciare rapporti sociali fondati sullo sfruttamento e sull'unilateralità del comando d'impresa; che pensano, in altri termini, si possa sconfiggere Berlusconi e contemporaneamente ammiccare a Marchionne.
Può dunque solo far bene, innanzitutto alla sinistra, rimettere un po' d'ordine nella confusione che regna sovrana e riappropriarsi di alcuni fondamentali strumenti di interpretazione della realtà.
A maggior ragione di fronte alla recidivante refrattarietà del Pd ad ogni lettura che si smarchi dall'ideologia interclassista e dal mercatismo, neppure troppo temperato, che sono la cultura di riferimento di quel partito. A nome del quale, il suo responsabile economico, Stefano Fassina, è riuscito a spiegare la mancata adesione dei Democratici alla manifestazione di ieri con il fatto che ad un partito non competerebbe accodarsi a mobilitazioni promosse da altri, quanto piuttosto dedicarsi ad una sintesi superiore, «nel nome dell'interesse generale». Dunque, un partito che "non prende partito", che "non guarda al tutto dal punto di vista di una parte", che osserva dall'alto ciò che accade e poi si colloca (o, piuttosto, crede di collocarsi) sull'asse medio della curva. Una volta, l'abbiamo già detto in altre circostanze, ma non ci stanchiamo di ripeterlo, era opinione condivisa, almeno a sinistra, che l'interesse dei lavoratori, dei produttori della ricchezza sociale, corrispondesse all'interesse del Paese. Oggi, questa nozione di senso comune è stata travolta e rovesciata nel suo contrario: il dominus è l'impresa, e non ci sono diritti, libertà, ragioni sociali che non possano (debbano) essere sacrificati al dogma della competitività. Ieri, nell'inserto speciale dedicato da Liberazione ai trent'anni che separano la capitolazione del sindacato alla Fiat, nell'ottobre del 1980, dalla situazione odierna, Francesco Garibaldo ha ripercorso, passo dopo passo, il processo regressivo che ha indebolito il potere di coalizione dei lavoratori, immiserito le loro condizioni e - contemporaneamente - sfibrato la democrazia costituzionale.Oggi, mentre Bonanni prova a togliere ai lavoratori la rappresentanza sociale e il Pd nega loro quella politica, occorre lavorare al difficile ma irrinunciabile obiettivo di ricostruire l'una e l'altra. La Fiom sta ampiamente dimostrando di essere all'altezza del compito e che c'è un pezzo di sindacato vitale e carico di futuro. La sinistra alla sinistra del Pd deve ancora guadagnarsi la stessa credibilità. Ma la strada è segnata e va percorsa, senza tentennamenti, sino in fondo.

Dino Greco
direttore di Liberazione
17/10/2010
http://www.liberazione.it/

numero in edicola anche lunedi

Peacereporter. Da un campo profughi palestinese, riceviamo e pubblichiamo

Invito in Palestina: lettera a Roberto Saviano

Caro Roberto, ti scrivo da un uno dei molti campi profughi palestinesi del Medio Oriente, la vera verità di Israele, le sue fondamenta... Ti scrivo da Yarmuk, in Siria, dove mi trovo ora. I Palestinesi che vivono qui sono l’immagine vivente dell’ospitalità di Israele, che tu hai lodato qualche giorno fa.

Perché 100mila palestinesi sono qui ammassati e non nelle loro belle case di Haifa, Salfid, Nablus, Gerusalemme? Ti scrivo oggi, ma avrei voluto farlo da tempo, da quando cioè hai iniziato a pronunciarti su un argomento fisicamente lontano alla camorra ma pur sempre vicino a tematiche universali quali la giustizia e l’onore delle persone che desiderano vivere in giustizia: Israele. Il 7 Ottobre scorso hai esplicitato le tue idee in proposito durante il discorso all’evento promosso da Fiamma Nirestein, Verità per Israele. Hai parlato di Tel Aviv quale città di tolleranza. Hai parlato di Israele quale accogliente democrazia sotto assedio. Ciò mi ha molto colpito, davvero non capisco come un intellettuale del tuo spessore possa pronunciarsi senza essersi prima documentato.

Ho vissuto in Palestina fino al luglio scorso, dal mio balcone potevo osservare i confini di Gilo, uno degli insediamenti illegali condannati dal diritto internazionale, quello dove la Signora Nirestein, tua ospite, pare abbia comprato una casa. Quei confini si espandevano sotto i miei occhi mentre leggevo il tuo libro, Gomorra, apprezzandone infinitamente la scrittura e la passione intrinseca. Quella stessa passione aveva condotto me in Palestina. Lo stesso desiderio di fare chiarezza, dire al mondo la verità, scoprire il vero significato dell’onore, di cui tu stesso parli spesso: "Spingersi ad agire indipendentemente dalle conseguenze per il solo fatto di credere che esistano delle cose che hanno un valore universale ed è impossibile rinunciarvi a qualunque costo e soprattutto indipendentemente dalle conseguenze".

Quell’onore io l’ho visto incarnarsi negli occhi di N. quando rinunciava a collaborare con gli Israeliani e per questo condannava la figlia a rimanere senza cure ospedaliere, questo onore l’ho visto negli occhi di A. quando arrivava a lezione sanguinante dopo essere stato picchiato selvaggiamente ad un check point, quell’onore è dei ragazzini che tirano pietre contro soldati armati di tutto punto. L’onore di un popolo che resiste contro una forza occupante e contro un progetto coloniale che ha molte similitudini con quello dell’Apartheid Sudafricana. L’onore di chi lotta per i propri diritti, riconosciuti da molteplici dichiarazioni delle Nazioni Unite, dalla Corte Internazionale di Giustizia, dalla Comunità Europea.

Qual è l’onore di Israele? Qual è l’onore di un progetto coloniale che ha causato 7 milioni di profughi, 8000 prigionieri politici (di cui 305 bambini secondo quanto documentato da Defence for Children International), che ha trasformato un paese in un formaggio groviera, scavando sotto i piedi della popolazione tunnel e autostrade per soli ebrei, costruendo sulle pendici delle colline insediamenti illegali per soli ebrei, bloccando le strade che portano i contadini palestinesi ai propri campi e alle loro case, che ha sradicato come carote uliveti millenari? Non sto mentendo Roberto, ogni cosa che dico è stata selvaggiamente documentata, selvaggiamente ed inutilmente, a quanto pare. Uno dei maggiori successi della propaganda israeliana è l’oscuramento della realtà storica e politica dell’occupazione del territorio palestinese da parte di Israele.

Quando dici che Israele è un paese accogliente dovresti infatti pensare ai 7 milioni di profughi palestinesi nel mondo che non hanno beneficiato di tale generosità. Quando definisci Israele una democrazia dovresti sapere che un cittadino israeliano arabo non ha gli stessi diritti, quando si sposa o compra casa, di un cittadino ebreo. Dovresti interrogarti sulla contraddizione insita all’espressione con cui Israele stesso si definisce: Stato Ebraico e Democratico. Chi non è ebreo beneficerà di tale democrazia? Dovremmo infine tutti interrogarci sulla storia di Israele, quando ci avventuriamo a descriverne la verità. Tale storia ci narrerà gli eventi della pulizia etnica perpetratasi a danno del popolo indigeno palestinese, dal 1948 fino ad oggi. Diversi storici israeliani hanno documentato questa realtà: Ilan Pappé, Avi Shlaim, Benny Morris.

Quella storia ci farà capire che non abbiamo di fronte due popoli che lottano sullo stesso piano, con pari diritti: ma un popolo colonizzatore ed un popolo indigeno, un oppressore e un oppresso. E la verità avrà altri occhi. D’altronde, lo hai ricordato tu stesso, "verità e potere non coincidono mai". Per questo ci si deve allontanare dal potere per avvicinarsi alla verità. Ecco perchè ti invito in Palestina: in Shoada Street, a Balata, a Male’ Adumim. Laggiù anche le domande più acute si dimostrano inutili di fronte all’evidenza di un progetto, di fronte agli occhi umani a cui quel progetto vuole strappare lo sguardo. E sono certa che lo scrittore di Gomorra non potrà che capire.

Caterina Donattini

15 ottobre 2010

FIOM: DOMANI UNA GRANDE MANIFESTAZIONE PACIFICA CHE UNISCE IL DISSENSO E QUESTO A QUALCUNO FA PAURA


La manifestazione della Fiom di domani sarà un momento per «unire chi si batte per difendere ed estendere i diritti e questo può far paura» ma, dice il segretario generale dell'organizzazione Maurizio Landini, «bisognerebbe smetterla di alimentare le tensioni. Qualcuno si è reso conto che sarà una grande manifestazione che unisce il dissenso di questo paese». 15/10/2010

13 ottobre 2010

Appello. Afghanistan, dieci anni di terrorismo contro i popoli del mondo

Un appello del vescovo Raffaele Nogaro, di Alex Zanotelli e di molti altri cattolici e laici pacifisti
mentre comincia il decimo anno di guerra in Afghanistan, contro chi continua a «giustificare la guerra e a considerare quella in Afghanistan come inevitabile e buona», dal parlamento a Finmeccanica

Stiamo entrando nel decimo anniversario della guerra contro l’Afghanistan: è un momento importante per porci una serie di domande.
In quel lontano e tragico 7 ottobre 2001 il governo Usa, appoggiato dalla Coalizione internazionale contro il terrorismo, ha lanciato un attacco aereo contro l’Afghanistan. Questa guerra continua nel silenzio e nell’indifferenza, nonostante l’infinita processione di bare dei nostri soldati morti. Che si tratti di guerra è ormai certo, sia perché tutti gli eserciti coinvolti la definiscono tale, sia perché il numero dei soldati che la combattono e le armi micidiali che usano non lasciano spazio agli eufemismi della propaganda italiana che continua a chiamarla «missione di pace». Si parla di 40 mila morti afghani [militari e civili], e il meccanismo di odio che si è scatenato non ha niente a che vedere con la pace. Come si può chiamare pace e desiderare la pace, se con una mano diciamo di volere offrire aiuti e liberazione e con l’altra impugniamo le armi e uccidiamo?
La guerra in Afghanistan ha trovato in Italia in questi quasi dieci anni unanime consenso da parte di tutti i partiti – soprattutto quando erano nella maggioranza – e di tutti i governi. Rileggere le dichiarazioni di voto in occasione dei ricorrenti finanziamenti della «missione» rivela – oltre devastanti luoghi comuni e diffuso retorico patriottismo – un’unanimità che il nostro Parlamento non conosce su nessun argomento e problema. Perché solo la guerra trova la politica italiana tutta d’accordo? Chi ispira questo patriottismo guerrafondaio che rigetta l’articolo 11 della nostra Costituzione?
L’elenco degli strumenti di morte utilizzati è tanto lungo quanto quello dei cosiddetti «danni collaterali», cioè 10 mila civili innocenti ed estranei alla stessa guerriglia uccisi per errore. Ma la guerra non fa errori, poiché è fatta per uccidere e basta.
Noi vogliamo rompere le mistificazioni, le complicità e le false notizie di guerra che condannano i cittadini alla disinformazione, che orientano l’opinione pubblica a giustificare la guerra e a considerare questa guerra in Afghanistan come inevitabile e buona. La guerra in Iraq, i suoi orrori e la sua ufficiale conclusione hanno confermato negli ultimi giorni la totale inutilità di queste «missioni di morte». Le sevizie compiute nel carcere di Abu Ghraib e in quello di Guantanamo, i bombardamenti al fosforo della città di Falluja nella infame operazione Phantom Fury non hanno costruito certo né pace né democrazia, ma hanno moltiplicato in Iraq il rancore e la vendetta. Altrimenti perché sono orami centinaia i soldati degli Stati uniti, del Canada e del Regno unito che si suicidano, dopo essere tornati dall’ Iraq e dall’ Afghanistan? Cosa tormenta la coscienza e la memoria di questi veterani? Cosa hanno visto e cosa hanno fatto che non possono più dimenticare? Dall’inizio della guerra in Afghanistan ci sono più morti fra i soldati tornati a casa che tra quelli al fronte.
Tutto il XX secolo ha visto la nostra nazione impegnata a combattere guerre micidiali ed inutili nelle quali i cattolici hanno offerto un decisivo sostegno ideologico. Ancora troppo peso grava sulla coscienza dei cattolici italiani per avere esaltato, pregato e partecipato alla prima guerra mondiale e tanto più ancora all’omicida guerra coloniale in Abissinia. «Ci presentavano l’Impero come gloria della patria!» scriveva Don Milani nella celebre lettera ai giudici «L’obbedienza non è più una virtù». «Avevo 13 anni. Mi pare oggi. Saltavo di gioia per l’Impero. I nostri maestri si erano dimenticati di dirci che gli Etiopici erano migliori di noi. Che andavamo a bruciare le loro capanne con dentro le loro donne e i loro bambini, mentre loro non ci avevano fatto proprio nulla. Quella scuola vile, consciamente o inconsciamente non lo so, preparava gli orrori di tre anni dopo… E dopo essere stato così volgarmente mistificato dai miei maestri….vorreste che non sentissi l’obbligo non solo morale, ma anche civico, di demistificare tutto?»
Forse conoscere la storia dei tanti eccidi criminali compiuti dai militari, dagli industriali, dai servizi segreti nella nostra storia contemporanea aiuterà i giovani a formarsi una coscienza politica e un senso critico. Tanto da renderli immuni dalla propaganda che vuole soltanto carpire consenso e impegnarli in imprese di morte come la guerra in Afghanistan, nella quale facciamo parte di una coalizione che applica sistematicamente la tortura – come nel carcere di Bagram e nelle prigioni clandestine delle basi Nato – e le esecuzioni sommarie.

Chi dunque ha voluto e vuole questa guerra afghana che ci costa quasi 2 milioni di euro al giorno? Chi decide di spendere oltre 600 milioni di euro in un anno per mantenere in Afghanistan 3300 soldati, sostenuti da 750 mezzi terrestri e 30 veicoli? Come facciamo tra poco ad aggiungere al nostro contingente altri 700 militari? Quante scuole e ospedali si potrebbero costruire? Chi sono i fabbricanti italiani di morte e di mutilazioni che vendono le armi per fare questa guerra? Chi sono gli ex generali italiani che sono ai vertici di queste industrie? Che pressioni fanno le industrie militari sul Parlamento per ottenere commesse di armi e di sistemi d’arma? Quanto lucrano su queste guerre la Finmeccanica, l’Iveco-Fiat, la Oto Melara, l’Alenia Aeronautica e le banche che le finanziano? E come fanno tante associazioni cattoliche ad accettare da queste industrie e da queste banche elargizioni e benefici? Può una nazione come l’Italia che per presunte carenze economiche riduce i posti letto negli ospedali, blocca gli stipendi, tiene i carcerati in condizioni abominevoli e inumane, licenzia gli insegnanti, aumenta gli studenti per classe fino al numero di 35, riduce le ore di scuola, accetta senza scomporsi che una parte sempre più grande di cittadini viva nell’indigenza e nella povertà, impegnare in armamenti e sistemi d’arma decine di miliardi di euro? A cosa serviranno per il nostro benessere e per la pace i cacciabombardieri JSF che ci costano 14 miliardi di euro [quanto ricostruire tutto l’ Abruzzo terremotato]? E le navi FREM da 5,7 miliardi di euro? E la portaerei Cavour – costata quasi 1,5 miliardi e per il cui esercizio sprechiamo in media circa 150.000 euro al giorno – come contribuirà a costruire la pace? E come è possibile che il Parlamento abbia stanziato 24 miliardi di euro per la difesa nel bilancio 2010?

Chi sottoscrive questo appello vuole soltanto che in Italia si risponda a queste domande.
Rispondano i presidenti del Consiglio di questi ultimi dieci anni, i ministri della difesa e tutti parlamentari che hanno approvato i finanziamenti a questa guerra. Dicano con franchezza che questa guerra si combatte perché l’Afghanistan è un nodo strategico per il controllo delle energie, per il profitto di alcuni gruppi industriali italiani, per una egemonia economica internazionale, per una volontà di potenza che rappresenta un neocolonialismo mascherato da intenti umanitari e democratici, poiché questi non si possono mai affermare con armi e violenza.
Facciamo nostre le parole profetiche di una grande donna indiana Arundathi Roy, scritte in quel tragico 7 ottobre 2001: «Il bombardamento dell’Afghanistan non è una vendetta per New York e Washington. È l’ennesimo atto di terrorismo contro il popolo del mondo. Ogni persona innocente che viene uccisa deve essere aggiunta, e non sottratta, all’orrendo bilancio di civili morti a New York e Washington. La gente raramente vince le guerre, i governi raramente le perdono. La gente viene uccisa. I governi si trasformano e si ricompongono come teste di idra. Usano la bandiera prima per cellofanare la mente della gente e soffocare il pensiero e poi, come sudario cerimoniale, per avvolgere i cadaveri straziati dei loro morti volenterosi».

Mons. Raffaele Nogaro, Vescovo Emerito di Caserta; P. Alex Zanotelli; P. Domenico Guarino – Missionari Comboniani- Sanità, Napoli; Suor Elisabetta Pompeo; Suor Daniela Serafin; Suor Anna Insonia – Missionarie Comboniane Torre Annunziata: Suor Rita Giaretta; Suor Silvana Mutti; Suor Maria Coccia; Suor Lorenza Dal Santo ComunitàRut Suore Orsoline: P.Mario Pistoleri; P.Pierangelo Marchi; Padre Giorgio Ghezzi – Sacramentini – Caserta; P.Antonio Bonato – missionari Comboniani – Castelvolturno (Caserta); Don Giorgio Pisano – Diocesano – Portici (Napoli)

Aderisci all’appello: redazione@ildialogo.org

www.ildialogo.org
[11 Ottobre 2010]

12 ottobre 2010

La Repubblica, giornale berlusconiano su economia e diritti del lavoro. Polemiche strumentali dopo il corteo di sabato di Usb a Torino

Uova terroriste, pomodori talebani, la disinformatia di Repubblica

"Marchionne e Bonanni. Dopo il fumo arriva l'arrosto". «Arrosto inteso, tanto per essere chiari, simbolicamente: come mobilitazione diffusa in difesa dei diritti dei lavoratori dopo i primi "focolai" di questi mesi». Firmato: BPM Roma. Dove BPM sta per Blocchi precari metropolitani. Questa scritta che da sabato scorso, giorno della manifestazione dei sindacati di base (Usb), campeggia su un muro del quartiere Mirafiori di è diventata un vero e proprio caso politico, complice la strumentalizzazione che quotidiani e telegiornali stanno portando avanti per completare quell'opera di criminalizzazione del dissenso iniziata con la contestazione a Bonanni e alla Cisl alla festa del Partito Democratico. L'ultima trovata per narrare di un ritorno di un "terrorismo" fatto di uova, fumogeni, scritte e pomodori nel nostro paese, con politici e giornalisti che addirittura temono un ritorno delle Brigate Rosse, arriva da "La Repubblica" che ieri, a pagina 8, mostrando una fotografia che ritrae un manifestante intento a scrivere su un muro, trasforma il nome Blocchi precari metropolitani in Blocchi «proletari» metropolitani. Non solo. Nell'edizione torinese del quotidiano si racconta addirittura di questo «nucleo romano di estrema sinistra» che avrebbe siglato questa e altre scritte contro Marchionne, Bonanni e gli accordi di Pomigliano con una stella a cinque punte, simbolo delle Br. Quindi, una volta giunto alla palazzina Fiat del Lingotto, punto d'arrivo del corteo di sabato, questi «gruppi di antagonisti» avrebbero addirittura lanciato uova e pomodori contro l'azienda di Casa Agnelli. Uova e pomodori come bombe, quindi. Gruppi di precari dipinti da nuclei armati. «È la prova» ci spiegano i Blocchi precari metropolitani «che questi organi di informazione vicini, o di proprietà, dei poteri forti del nostro paese hanno deciso di raccontare le scritte per paura di dover narrare e spiegare le lotte. Parlare di uova come molotov e pomodori come spari di pistola, di una scritta fatta da un gruppo di precari come avvertimento minaccioso di una cellula terrorista è il modo migliore per completare quell'opera di criminalizzazione di un movimento che sta scaldando il nostro paese». Così, «se per il fumo che ha oscurato la vista di Bonanni o per due uova contro la sede Cisl o i pomodori contro la Fiat si sta facendo tutto questo casino mediatico, siamo curiosi di sapere cosa accadrà quanto queste mobilitazioni diventeranno più larghe e partecipate». Anziché fermarsi davanti a questo tentativo di criminalizzazione, dal Bpm fanno sapere di essere pronti a nuove "offensive": «ci stiamo preparando agli Stati generali di Alemanno del prossimo 9 e 10 novembre. Per quei giorni stiamo organizzando, con tutte le realtà in lotta di Roma, mobilitazioni diffuse in tutta la città per denunciare le speculazioni di questa Giunta». Per metà novembre, invece, è in preparazione una grande manifestazione alla Regione Lazio per far sentire la voce della "città di sotto" sulla necessità di una legge sul reddito minimo garantito, sul piano casa, sulla sanità. «Il fronte di lotta che si sta costruendo è sempre più ampio» spiegano dal Bpm. Ora l'attenzione di tutti è sulle prossime iniziative di movimento e su come queste saranno raccontate, non raccontate o strumentalizzate dagli organi di informazione. Oggi pomeriggio, dalle ore 17, i Lavoratori autoconvocati contro la crisi saranno in presidio a Roma sotto la sede di Confindustria, in viale dell'Astronomia. Anche qui, si annunciano uova: «dopo la solidarietà che molte parti politiche hanno espresso ai sindacati che lavorano di concerto con Confindustria» spiegano i lavoratori «riteniamo necessario riconoscere qualche merito anche ai maggiori artefici di questa situazione». E se "Un uovo per Confindustria" è il modo "terrorista" dei lavoratori autoconvocati per avvicinarsi alla data del 16 ottobre, a Milano i "terroristi" dei centri sociali daranno vita, dalle ore 21, a un presidio per difendere il territorio di Rho, Arese e Lainate dal "Piano Alfa" che dovrebbe essere ratificato proprio oggi dal Consiglio comunale di Rho. Al posto dell'ex fabbrica, è pronto un nuovo centro commerciale con annessi alberghi, costruzioni residenziali e parcheggi funzionali a Expo 2015.

Daniele Nalbone
12/10/2010
http://www.liberazione.it/

A Quito a migliaia partecipano al IV Forum sociale mondiale delle migrazioni insieme a Via Campesina


'Popoli in movimento in America latina'
Un monito ai governi progressisti sui temi della terra e dell’ambiente


Se da un lato i diversi governi latinoamericani progressisti, dal Venezuela al Brasile (al ballottaggio il prossimo 31 ottobre con l’erede di Lula, Dilma Rousseff, probabile vincitrice), dall’Ecuador alla Bolivia passando per l’Argentina, senza dimenticare Cuba malgrado tutti i problemi che conosciamo, lasciano sperare che il cosiddetto “rinascimento” sudamericano possa continuare, dall’altro non dobbiamo dimenticare che un elemento centrale in questo contesto fatto di speranza viene dalla mobilitazione popolare, tratto saliente della Storia latino-americana.

Proprio oggi a Quito, in Ecuador, si sono ritrovati oltre 1500 partecipanti al quarto Forum sociale mondiale delle migrazioni insieme ai rappresentanti del “Coordinamento latinoamericano delle organizzazioni rurali”, Cloc/Via Campesina, per una grande marcia che chiuderà l’evento. «Per la prima volta - sostengono gli organizzatori - contadini, donne rurali, migranti, rifugiati, agricoltori, desplazados (sfollati), gente senza terra hanno realizzato un’iniziativa comune». E questo in una giornata caratterizzata da un altro importante appuntamento organizzato dai nativi d’America per il lavoro comunitario globale per la Madre Terra. Il dato saliente è il «processo di convergenza dei popoli in movimento e delle organizzazioni sociali che lottano per la cittadinanza universale, il diritto alla libera mobilità umana e alla non discriminazione per la condizione di migranti che molti si trovano a vivere».

Altri appuntamenti sono previsti: sempre in Ecuador la XII giornata del “Grido degli Esclusi”; in Perù la Marcia dei popoli andini, amazzonici e costieri; in Bolivia la Marcia in difesa della Madre Terra; in Uruguay la Giornata della resistenza dei popoli indigeni e in Guatemala la Marcia per la dignità e la resistenza indigena. La prossima edizione del Forum è invece prevista nella Corea del Sud. Il messaggio a chi governo è comunque chiaro. Anche il “rinascimento” latinoamericano non può vivere di rendita e deve tenere conto di queste esigenze basilari. La mancata vittoria al primo turno in Brasile del Pt è la dimostrazione che proprio sui temi dell’ambiente e della terra, ovvero la riforma agraria, il prossimo governo dovrà insistere e fare di più.

Vittorio Bonanni
12/10/2010

11 ottobre 2010

APPELLO DI EMERGENCY


Se vuoi che questa nostra storia continui, hai tutti i numeri per farlo

Cari amici,
dieci anni fa abbiamo chiesto una mano ai nostri sostenitori per costruire un ospedale a Goderich, in Sierra Leone. Lo abbiamo fatto perché sapevamo che sarebbe servito, e tanto, ma nessuno di noi allora avrebbe potuto immaginare quanto. Un numero? Trecentomila: 300.000 volte, in questi anni, una persona ha avuto bisogno di aiuto e ha trovato il nostro - il vostro - ospedale, che lo ha curato bene, gratis e con passione. Ma ancora non basta, nel Paese più povero al mondo, e i nostri pazienti continuano ad aumentare. E allora?
Allora qualche altro numero: 3 nuove sale operatorie, 9 letti nella nuova terapia intensiva, 1 nuovo pronto soccorso, e la ristrutturazione delle 6 corsie di degenza... Abbiamo cominciato in questi giorni i lavori: perché il Centro chirurgico e il Centro pediatrico possano curare sempre più persone, e sempre meglio.
Ancora un numero? 45506, se vuoi mandare un SMS da 2 euro e far crescere l'ospedale.
Per saperne di più, trovi tutto qui.
Intanto, trecentomila volte grazie.

Cecilia Strada
Presidente EMERGENCY
via Gerolamo Vida 11, Milano tel +39 02 881881 fax + 39 02 86316336

Guarda il video della campagna sul nostro sito e aiutaci a promuovere l'iniziativa.