30 settembre 2010

Dopo lo squallore di ieri la manifestazione dei metalmeccanici deve diventare una grande mobilitazione di popolo. Il vero Parlamento dell'Italia sana!

Per favore non chiamatela fiducia

Fiducia. Mai parola è stata tanto bistrattata come ieri. Calcolo politico, ambizioni personali, soldi, corruzione spicciola. Tanti sono i motivi del voto ottenuto da Berlusconi in Parlamento ma per favore non ci dicano che ha avuto la fiducia. Non degli onorevoli (si fa per dire) che lo hanno votato per i motivi più disparati e spesso opposti; non del paese che certo non lo vede più come il salvatore della patria.
Ieri Berlusconi ha rappattumato una maggioranza e quindi il governo prosegue, ma i problemi che hanno determinato l’apertura della crisi estiva non sono stati risolti: non il rapporto tra secessionismo leghista e potentati meridionali; non il rapporto tra politica e magistratura; non il rapporto politico tra Berlusconi e Fini. Il voto di ieri non rappresenta un punto di arrivo ma di passaggio, che lascia inalterata la situazione di instabilità. Un passaggio che costituisce un successo di Fini il quale non solo non si è dimesso da Presidente della Camera come Berlusconi reclamava a gran voce ma che a questo punto costituisce una componente essenziale della maggioranza. Una maggioranza a tre gambe - e non due come volevano Berlusconi e Bossi – con Fini che passa alla costruzione del partito. Vi è quindi una oggettiva modificazione del centrodestra che rafforza Fini e indebolisce Berlusconi.
Ho sin qui parlato di “politique politicienne” perché è del tutto evidente che le contraddizioni della destra non sono relative allo stato del paese. Mentre alla Camera si discuteva sul governo, al Senato è stato approvato il Disegno di legge sul lavoro che sostanzialmente abolisce la vigenza del contratto nazionale di lavoro per tutti i nuovi assunti. Questo provvedimento contro cui abbiamo fatto lo sciopero della fame in primavera, rappresenta a livello legislativo quello che il diktat di Pomigliano ha rappresentato sul piano contrattuale. Sul versante delle politiche economiche e sociali, Fini e Berlusconi non hanno quindi alcuna contraddizione. Esprimono la stessa politica reazionaria e padronale che vuole scaricare i costi della crisi sulle spalle dei lavoratori in un processo di impoverimento del paese.
A questo punto il centrosinistra non ha più alibi. L’obiettivo di cacciare questo governo, che più rimane in carica e più fa danni, deve diventare il punto principale dell’iniziativa politica. Nei giorni scorsi abbiamo concordato sull’opportunità di costruire un fronte democratico per andare alle elezioni e sconfiggere Berlusconi. Questo fronte democratico deve cominciare a funzionare subito con l’obiettivo esplicito della cacciata del governo. Per questo decisiva è la riuscita della manifestazione del 16 ottobre che deve diventare una grande manifestazione di popolo contro governo e Confindustria. Cosa aspetta il Pd ad aderire?

Paolo Ferrero
segratario nazionale di Rifondazione Comunista
29/09/2010

29 settembre 2010

Militari all’estero:Impunità assoluta per legge! …Storie di taskforce, ambulanze, civili mitragliati e assoluzioni


Kill Team, videochoc...per i militari italiani impunità assoluta per legge

In queste ore sui media di tutto il mondo girano le immagini del video dell’interrogatorio dei giovanissimi componenti del KILL TEAM , un gruppo di soldati americani ventenni che plagiati dal loro sergente ammazzavano e collezionavano dite di civili afgani innocenti per puro divertimento.

Se la Corte marziale li riterrà colpevoli il rischio per loro è la morte o il carcere a vita.

Ma…in Italia quali sono le misure che impediscano che si commettano abusi nelle operazioni militari all’estero?

Impunità assoluta per legge , o meglio, grazie al solito decreto milleproroghe… Con il nostro articolo che pubblichiamo su

http://www.pugliantagonista.it/osservbalcanibr/afghan_15_killteam.htm

riteniamo opportuno aprire uno squarcio sul velo plumbeo della legislazione di “emergenza” che da pochi mesi permette la totale impunità sui reati che i militari possono fare durante le operazioni all’Estero. Un’impunità che non siamo noi a definirla tale, ma, bensì, esperti civili e militari di diritto penale che ha approfondito questo argomento sulla rivista più prestigiosa delle nostre Forze Armate, Informazioni della Difesa, periodico a firma dello Stato Maggiore della Difesa, nel numero 3/2010, giunto un mese fa agli abbonati.

Esso è una conferma autorevole a quanto denunciato da troppo tempo da associazioni pacifiste eantimilitariste, come noi dell’Osservatorio sui Balcani di Brindisi:

siamo arrivati ad un punto di deriva democratica tale che, in nome dell’unanime consenso patriottico, le quotidiane polemiche politiche tra poli son state messe da parte per approvare una legge, quella che è entrata in vigore il 1 gennaio 2010, la 197/2009, che praticamente rende non punibili i militari che usassero le armi o altro mezzo coercitivo contro tutti coloro che gli si oppongano, in qualunque modo, impedendo l’esecuzione di ordini e direttive impartite e/o nel rispetto delle Regole d’Ingaggio, ROE.

I due esperti , autori dell’articolo ( Paolo Maria Ortolani e Francesco Zamponi ) nel loro particolareggiato studio, si dichiarano perlomeno sconcertati ( se non addirittura scandalizzati NdR) su come , provvedimenti amministrativi ( redatti da Generali e sotto la pressione di Paesi -gli USA- o Alleanze - la NATO- NdR) possano diventare norme di rilevanza penale tali da ledere il principio costituzionale dell’uguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge.

Leggi su richiesta NATO-USA

Durante il 2009 , dopo il fallimento delle elezioni afgane e le polemiche su come uscire dal pantano afgano, Obama e il Pentagono richiedevano che l’impegno italiano in Afghanistan fosse più aggressivo e reparti speciali nazionali facessero parte dei team delegati alla eliminazione della minaccia degli insorti.

Come fare per evitare che nostri militari coinvolti in operazioni di “killeramento” di capi talebani, trafficanti di oppio ed armi , potessero andare sotto processo se vi fossero vittime civili?

Come evitare che in operazioni multinazionali a guida americana, i nostri uomini, lavorando in team con soggetti come la Kill Team, la squadra di statunitensi che ammazzava afgani tagliando poi loro dita e altre parti del corpo per puro sadismo, potesse ritrovarsi su un tavolo di tribunale?

Si scatenava l’anno scorso una ridda di ipotesi su come cambiare il codice penale militare di pace o crearne uno apposito riguardante le operazioni di “controguerriglia” e/o di peacekeping.

Alla fine, come al solito, si trovava una soluzione all’italiana che aggirava discussioni parlamentari e coinvolgimento di pericolose Consulte .

Nel solito documento multiproroghe , salva missioni di fine anno, il n 152 del 4 novembre 2009,(disposizioni urgenti proroga missioni internazionali ed altro…) veniva fatta una legge di modifica che , esplicitando la non punibilità degli atti fatti sotto ordine superiore, derubrica a colposo qualunque tipo di violazione nell’uso eccessivo della forza”. Praticamente una vera e propria licenza di ammazzare o infliggere danni a tutti coloro che anche inconsapevolmente si trovassero a traversare la strada di un nostro gruppo di armati all’estero. Prendiamo per esempio l’ultima operazione di una nostra Task force andata a male, quella dove il tenente Romani ha perso la vita. quando ha avuto la sfortuna di imbattersi in un gruppo di prede talebane decise a non farsi “terminare”.

Nel quadro specifico della missione del tenente Romani, nel caso che nell’irruzione nel covo talebano fossero stati killerati donne e bambini , lì presenti , la stessa procura di Roma competente per i reati commessi dai nostri militari all’estero non avrebbe dovuto aprire nessuna inutile pratica, poiché il reato, quello che prima si sarebbe potuto configurare come mancata osservanza di norme atte a preservare le vite dei civili, uso eccessivo della forza, ecc è stato cancellato, (per adesso soltanto per i militari all’Estero, ma che si prevede di poterlo estendere in tutte le operazioni dove sia richiesto l’intervento di militari in un ambiente urbano, ovvero dove il “nemico” si confonda o sia appoggiato dalla popolazione civile.)

Questo non significa che, prima del gennaio 2010, atti di violenza inutile o di stupidità nell’osservanza degli ordini siano stati censurati con condanne!!! Assolutamente no! Son passati i tempi in cui lo scandalo torture in Somalia, fece oscurare il mito del Buono Soldato Italiano portandolo nell’aula di tribunale. Dal 2001 tutto ciò che è avvenuto di “sporco” all’estero è stato di fatto assolto con motivazioni incredibili in nome della lotta al terrorismo internazionale.

Ambulanze mitragliate, civili giustiziati: la catena delle assoluzioni Ve la ricordate la famosa battaglia dei ponti a Nassirya in Iraq? Lì vi fu una vera e propria strage di miliziani e civili che contesero al nostro contingente l’accesso ai ponti della città. Le vittime furono tutte classificate insorti e quindi non-degne neanche di uno sputo di condoglianza, ma choccò tutti l’ambulanza mitragliata, nonostante che portasse i contrassegni della Mezzaluna rossa. In quel caso i nostri soldati ammazzarono 4 occupanti dell’ambulanza, compresa una donna partoriente: ebbene, con sentenza n33 del 7 maggio 2007 il Gup del tribunale militare di Roma ha mandato assolti i nostri militari. ( exart44 cpmp)

Così è stato, in un’altra occasione, per un civile, un manifestante iracheno freddato dai nostri militari.

La vicenda è di una crudeltà rivoltante: lui, l’iracheno che protestava, fu reco “reso inoffensivo” ovvero pestato e gettato, svenuto, per terra. Nonostante ciò, veniva freddato, da un altro soldato italiano che lo colpiva con la canna del fucile dal quale, “inavvertitamente”, gli partiva un colpo. Non ci dilunghiamo sui particolari macabri dell’effetto del proiettile da guerra sulla sua testa ….

Ebbene, la Corte militare di Appello con sentenza n27/06 del 5 maggio 2006 n.27 ha assolto il militare per aver agito in stato di necessità militare (exart 44 e 59 cpmp) ponendo a suo fondamento l’interesse militare che aveva come obbiettivo la sicurezza del posto dove i manifestanti si erano radunati.

Su tutto ciò aleggia un silenzio, complice trasversale e chi lo viola , come noi, è additato come sabotatore, antipatriottico e alleato ai terroristi che un giorno potrebbero anche colpire il nostro paese.

Invece, a portare la barbarie della guerra nel nostro paese, sono proprio sentenze e leggi simili, poiché, negli scenari futuri che si prefigurano, vi sarà un sempre più maggiore presenza di militari nelle aree di crisi interne, di controllo e presidio di centrali nucleari, ponti sullo Stretto, Ferrovie Alta Velocità TAV in costruzione, ecc, in caso di gravi crisi sociali, controllo di aree metropolitane a rischio, ecc.

In quel caso ad avere la canna del fucile puntata , saremo tutti noi e non ci potremo appellare a nessuna giustizia, poiché noi siamo rimasti in silenzio quando a cadere sotto i mitra e i silenziatori erano gli altri , gli alieni, gli oppositori della democrazia occidentale.

Antonio Camuso
Osservatorio sui Balcani di Brindisi Brindisi 28 settembre 2010

27 settembre 2010

Festeggiamo la vittoria elettorale del Partito Socialista Unido di Chavez in Venezuela

Chavez, vittoria!

Il PSUV, il Partito Socialista del presidente Hugo Chavez, ha ottenuto la maggioranza dei seggi in Parlamento, ma non e' riuscito a conquistare la maggioranza dei due/terzi (110 deputati) necessaria per far passare le leggi piu' importanti nell'Assemblea Nazionale. Questo il primo risultato parziale dell'importante test elettorale, svoltosi domenica in Venezuela. L'opposizione a Chavez ha conquistato oltre un terzo dei seggi, il che rendera' piu' difficile il cammino delle riforme socialiste cui punta Chavez prima della sua rielezione nel 2012. Secondo questi primi risultati, quando ancora devono essere assegnati 14 seggi, il Partito Socialista ha conquistato 95 seggi. Hugo Chavez ha definito il risultato del suo partito (il Partido Socialista Unido de Venezuela, PSUV) nelle elezioni di domenica "una nuova vittoria del popolo". Il presidente venezuelano - che da aprile usa e gestisce personalmente Twitter, seguito da 850mila utenti- ha scelto il popolare social network per il suo primo commento dopo il risultato elettorale. "Bene, miei cari compatrioti. E' stata una grande giornata e abbiamo ottenuto una solida vittoria. Sufficiente per continuare il consolidamento del Socialismo Bolivariano e Democratico", ha scritto dal suo account personale chavezcandanga. "Abbiamo bisogno di continuare a rafforzare la Rivoluzione! Una nuova vittoria popolare, mi congratulo con tutti". Prima dell'annuncio del Consiglio Nazionale Elettorale, il Capo dello Stato aveva chiesto ai suoi sostenitori, sempre attraverso Twitter, di "accettare i risultati". Lungo tutta la campagna elettorale, il presidente venezuelano aveva chiesto ai suoi proseliti di lavorare per ottenere almeno i due terzi del parlamento unicamerale, una quota di deputati che gli avrebbe garantito -secondo quanto aveva spiegato - di proseguire nel processo di riforme socialiste che conduce in Venezuela dal 1999. Aristobulo Isturiz, il capo della campagna di Chavez, ha ammesso pubblicamente che il PSUV non ha raggiunto l'obiettivo dei 110 deputati, che avrebbe garantito la maggioranza qualificata. "La meta era di 110 deputati; non e' stato possibile raggiungerla, tuttavia abbiamo ottenuto 95 deputati. Una maggioranza importante, una vittoria notevole", ha detto Isturiz, parlando all'esterno del palazzo presidenziale di Miraflores.
Festeggiamo la vittoria elettorale del Partito Socialista Unido di Chavez in Venezuela». E' quanto afferma in una nota il segretario nazionale del Prc/Federazione della Sinistra, Paolo Ferrero. «In America Latina continua cosi' la rivoluzione democratica e antiliberista che in questi anni ha cambiato il volto di quel continente - osserva Ferrero - La rottura con le politiche neoliberiste attuate quasi in tutto il continente ha portato grandi vantaggi agli strati popolari piu' poveri, combattendo l'analfabetismo, con l'assistenza sanitaria di base, con la redistribuzione del reddito. La sinistra latinoamericana ha democraticamente e con il consenso popolare impedito lo sfruttamento delle materie prime a solo vantaggio delle multinazionali e ha ricostruito una prospettiva di cambiamento sociale che viene giustamente chiamata Socialismo del XXI secolo».

27/09/2010

26 settembre 2010

OSKAR LAFONTAINE 5 proposte dall'ex segretario della Linke

Avanti a sinistra con lo sciopero politico
Oskar Lafontaine è uno dei pochi «statisti» espressi dalla Sinistra europea. Ieri era a Roma, alla festa nazionale della Federazione della Sinistra, per il confronto con Paolo Ferrero.
Mercoledì sarà presentata la riforma del patto di Maastricht; cosa prevede?
È un trattato neoliberista fin dalle origini. Il suo scopo è la stabilità dei prezzi, e questo porta a una politica economica sbagliata. Avrà per conseguenza l'aumento della disoccupazione e delle condizioni di vita precarie. Se l'Unione europea prosegue su questa strada, i problemi si aggraveranno.
Quale configurazione dovrebbe avere la Ue per evitare che le popolazioni vedano l'Europa come un nemico?
In molti paesi si registra già una disaffezione verso le elezioni europee. In Germania vota solo il 40%. Si è persa fiducia. I popoli hanno tutte le ragioni visto che le misure europee finora hanno portato al dumping salariale, sociale e fiscale. E il rischio è che la destra aumenti i consensi.
C'è una responsabilità della sinistra?
Se la sinistra non propone politiche alternative, la gente si rivolge alla destra. In Germania, invece, la Linke raggiunge il 12% e non c'è un partito di estrema destra. In tutta Europa la sinistra si pone il problema del governo; la questione decisiva è la credibilità.
Dall'inizio del prossimo anno, il bilancio sarà europeo. I singoli stati avranno meno spazio per politiche nazionali. Cosa dovrebbe fare la sinistra?
Bisogna capire cosa significa una moneta unica. Quando c'è, scompare un importante strumento di politica monetaria come la svalutazione o la rivalutazione. Oggi, in Europa, serve una politica salariale coordinata, che segua i movimenti della produttività. In caso contrario, avremo le tensioni attuali. Per esempio, in Grecia i salari aumentano troppo, ma la moneta non può essere svalutata. Al contrario, in Germania sono fermi, ma non si può rivalutarla. Una soluzione, per esempio, sarebbe aumentare i salari in Germania, mentre in Grecia li si modera. Altrimenti si sgretola la Ue.
È una proposta?
Abbiamo bisogno di un salario minimo europeo, stabilito per contratto. Ma vale anche per le tasse e i servizi sociali. La terza proposta proposta riguarda il potere. Una risposta per facilitare la redistribuzione dal basso verso l'alto è lo sciopero generale. A lunga scadenza, la soluzione è la redistribuzione delle ricchezze create dai lavoratori nel loro complesso, a livello delle grandi imprese. È necessario un nuovo ordine economico. E che lo stato prenda in mano la circolazione del denaro. La circolazione in mano ai privati non ha funzionato. Queste sono le cinque nostre proposte.
Quanto pesa il potere economico?
Il potere economico è per la vita delle persone ancor più importante di quello politico. La proprietà dovrebbe essere delle maestranze che l'hanno creata. Se lo stato dà soldi a Opel o Fiat, siano i lavoratori ad avere il controllo, non il management. La Linke non ha proposto la partecipazione statale, come in Volkswagen, ma quella dei lavoratori.
Cosa deve fare la sinistra per riguadagnare consenso a livello europeo?
Noi abbiamo il 12% perché abbiamo proposto un programma credibile e alternativo rispetto agli altri partiti. Che non hanno potuto esagerare nel diventare neoliberisti proprio perché c'era la Linke. Noi avremmo preso i loto voti, insomma; e i rapporti sociali sono migliori di quanto sarebbero stati altrimenti. Anche da noi si discute se partecipare a un governo oppure no. Ma la risposta è «sì» solo quando ci sono le condizioni per realizzare i progressi sociali reali, visibili, tangibili per l'elettorato.
È accettabile, come in Siemens, la sicurezza del posto di lavoro in cambio di minor salario?
Se lo fa una sola impresa può funzionare, se lo fanno tutte, no. E il sindacato diventa inutile. Il modello neoliberista è stato assunto dai partiti socialdemocratici, ma anche dal sindacato. È necessario un rinnovamento anche a questo livello.
Cambia qualcosa sul piano delle forme di lotta?
Le grandi manifestazioni non bastano. Le imprese e i governi ci sono abituati. Sono parte integrante di un «teatro». Bisogna incidere sui rapporti di distribuzione. Se la produzione viene paralizzata, allora c'è una reazione anche da parte delle classi dirigenti. Per questo la Linke ha per la prima volta nel programma anche lo sciopero politico. La tradizione socialdemocratica è sempre stata contro questa forma, per esempio.

Tommaso De Berlanga
26/09/2010
il manifesto

Denunciare con forza che la globalizzazione neoliberista porta a trasformare l’Europa in una gigantesca gabbia produttrice di guerre tra i poveri


Colpo di stato europeo

Il 29 ottobre, la Commissione Europea presenterà le sue proposte per rafforzare il Patto di stabilità e la “governance economica europea”. Contro questa proposta vi è una mobilitazione dei sindacati europei – salvo CISL e UIL che non hanno aderito – a cui parteciperemo. Queste proposte prevedono misure draconiane verso i paesi che non rispettino i parametri di Maastricht. Nel caso di sforamenti di bilancio, si prevede di penalizzare i paesi interessati con un durissimo sistema di sanzioni automatiche. Concretamente, l’Italia, che ha un debito pubblico pari al 117% del PIL – mentre gli accordi di Maastricht prevedono un massimo del 60% – sarà obbligata a ottenere avanzi primari di bilancio pari al 4% annuo per un periodo che può durare tra i quindici e i vent’anni. Tradotto in italiano significa che le leggi finanziarie fino al 2025/2030 – qualunque sarà il colore del governo – dovranno prevedere un avanzo primario di almeno 60/65 miliardi di euro all’anno. In concreto una massacrata sociale di dimensioni bibliche e lo sprofondo dell’Italia in una crisi economica destinata a generalizzare non solo la precarietà ma la povertà. Se qualcuno pensa che io esageri, in preda ai fumi dell’ideologia comunista, citerò cosa ha scritto il Sole 24 ore, giornale della Confindustria, a proposito di questo progetto: “Basta questo scarno riassunto per cogliere l’insostenibilità politico-economica di un patto draconiano che rischia di ammazzare il malato invece di guarirlo”.

Qualche anno fa il patto di stabilità venne definito stupido, troppo rigido. Adesso la Commissione europea si appresta a peggiorarlo drasticamente, rendendolo ancora più stupido. Dobbiamo dedurne che siamo governati a livello europeo da una massa di deficienti? E’ molto probabile che vi siano anche quelli, ma il punto decisivo è che l’Europa è governata da una cricca di liberisti integralisti, che stanno instaurando una dittatura della borghesia, fregandosene completamente dei drammatici effetti sociali che avranno le loro politiche. Chi sono i governanti di questa Europa? Oscuri burocrati? No. Sono l’insieme dei governi europei che nominano la Commissione europea. Il punto è proprio questo: i diversi governi – di centro destra come di centro sinistra – stanno decidendo a livello europeo una linea di politica economica che produrrà effetti negativi enormi su ogni singolo paese ed in particolare su coloro che sono più indebitati a livello statale. Non a caso in Spagna il 29 ci sarà uno sciopero generale indetto da tutte le centrali sindacali contro la politica sociale del governo Zapatero. Questa politica deflattiva, che restringe il mercato e aumenta la disoccupazione, è identica a quella che in Europa, dopo la crisi del ’29, portò alla vittoria del Nazismo. L’idea che li guida è di abbassare il costo del lavoro in modo selettivo – producendo una enorme differenziazione salariale tra i diversi paesi europei - al fine di rendere più competitiva una parte dell’Europa sui mercati internazionali. Questa politica, non ha alcuna possibilità di ottenere i risultati che si propone per una semplice ragione: se tutti, dalla Cina agli Stati Uniti all’Europa pensano di uscire dalla crisi aumentando le esportazioni, chi mai comprerà tutte quelle merci? I marziani? Ci troviamo quindi di fronte ad una politica economica che non serve ad uscire dalla crisi ma che produrrà un impoverimento selettivo e una forte gerarchizzazione tra le classi sociali, tra le nazioni e tra le diverse aree di ogni paese.

Il dictat europeo non obbligherà solo i governi italiani,per vent’anni, a fare politiche economiche di continuo taglio della spesa sociale. A mio parere, queste politiche, in un contesto di attacco della Confindustria ai contratti nazionali di lavoro e di Federalismo fiscale (approvato anche dall’IdV con l’astensione del PD), aprono la strada ad una effettiva spaccatura dell’Italia. I tagli di bilancio a cui ci obbligherebbe l’Europa sono infatti destinati ad aggravare pesantemente le contraddizioni sociali e – sull’esempio Belga – le spinte secessioniste.

Questa è l’alternativa che abbiamo oggi in campo: la guerra tra i poveri in un contesto di secessione dei ricchi e di aggressione alla democrazia o l’unificazione del conflitto di classe, sociale, ambientale e territoriale nella costruzione dell’alternativa. A tal fine non bastano i pannicelli caldi o le poesie. Per rovesciare questa politiche europee e nazionali occorre un salto di qualità su più livelli.

Il primo è costruire l’opposizione per cacciare Berlusconi e sconfiggerlo nelle elezioni. Un fronte democratico che si ponga l’obiettivo di uscire dalla seconda repubblica e garantisca la tenuta costituzionale dello stato e del paese. La costruzione del fronte democratico e dell’opposizione non è obiettivo di altri ma nostro e dobbiamo costruirlo sui territori.

Il secondo è quello dell’allargamento e dell’unificazione del conflitto di classe, anche a livello europeo. Il punto centrale è la manifestazione del 16 ottobre che dobbiamo far diventare una grande manifestazione di popolo contro le politiche del governo, di Confindustria e dell’Unione Europea. Dobbiamo lavorare in modo certosino all’organizzazione della manifestazione del 16, dobbiamo operare per il consolidamento delle forze che convergeranno il 16 in modo da proseguire, dopo, sui territori e nei luoghi di lavoro, ad organizzare la lotta. E’ del tutto evidente che la cacciata di Berlusconi – che perseguiamo – non risolverà tutti i problemi e l’organizzazione del conflitto è decisiva per contrastare l’offensiva padronale.

Il terzo è quello dell’unità della sinistra di alternativa. Bersani vuole costruire il nuovo Ulivo, noi dobbiamo unire la sinistra fuori dall’Ulivo e dal compromesso che a livello europeo stanno mettendo in campo socialdemocrazia e popolari. A questo serve la Federazione della Sinistra. La sinistra europea conferma in questa quadro tutta la sua valenza strategica, perché solo una sinistra europea coerentemente antiliberista, può costruire una alternativa organica alle politiche europee sopra descritte.

Da ultimo occorre denunciare con forza che la globalizzazione neoliberista porta a trasformare l’Europa in una gigantesca gabbia produttrice di guerre tra i poveri. La costruzione di una Europa sociale, egualitaria, democratica e rispettosa dell’ambiente, necessita la messa in discussione della globalizzazione neoliberista. Il dogma della libera circolazione dei capitali e delle merci in un mondo che impedisce la libera circolazione delle persone deve essere sconfitto.

Siamo quindi impegnati a sconfiggere Berlusconi e il berlusconismo, ma per questo dobbiamo alzare il tiro contro le politiche europee, contro il capitale finanziario e il dogma della globalizzazione che alimenta solo la guerra tra i poveri.

Paolo Ferrero
segretraio di Rifondazione Comunista/Sinistra Europea

23 settembre 2010

TORINO 1980, DOVE FINÌ LA DEMOCRAZIA OPERAIA

L'ultimo CONSIGLIO

Trent'anni fa i «35 giorni alla Fiat». In questo brano tratto dalla nuova edizione di «Restaurazione italiana», l'ultima assemblea del «Consiglione» di Mirafiori. Nello scontro tra i delegati e i vertici sindacali, che avevano appena firmato l'atto di resa alla Fiat, uno straordinario episodio di preveggenza collettiva sul futuro di quella fabbrica, dei lavoratori e del sindacato. Con un livello di partecipazione politica e umana che non avrà più uguali

Torino, cinema Smeraldo, pomeriggio del 15 ottobre 1980: la scena è quella dell'atto finale. La sala è gremita di operai. È l'assemblea del Consiglione Fiat, quel migliaio di delegati torinesiche per un decennio hanno governato gli stabilimenti, che per 35 giorni hanno trasformato i cancelli di Mirafiori in una trincea in difesa del loro potere e della loro storia. Per la Fiat l'ostacolo da abbattere, il nemico da mettere in rotta riconquistando il dominio sul lavoro; per il sindacato la base della propria forza in fabbrica, ma anche un corpo difficile da governare. (...)
I tre segretari generali di Cgil, Cisl e Uil sono arrivati a Torino in tarda mattinata. Hanno dormito poche ore dopo la firma al ministero. Quando entrano in una sala calda e umida, strapiena di lavoratori, hanno il volto di chi si sottopone a un atto dovuto quanto inutile, badano più a rispondere alla domande dei tanti giornalisti accalcati all'ingresso che affrettarsi al palco per iniziare il confronto: quanta invidia, in queste ore, per la controparte, lasciata tranquilla a riposare, che non deve fare riunioni e assemblee, cui basta una telefonata alla proprietà per contemplare il perfetto combaciare dell'esito finale con gli obiettivi iniziali. Sanno, Lama, Carniti, Benvenuto e gli altri, che quell'assemblea sarà infuocata, ma, almeno, hanno la certezza che non sposterà di una virgola quanto deciso la notte prima; come le assemblee di stabilimento del giorno dopo. Tutto è già stabilito. Si tratta solo di adempiere a un faticoso rituale; forse l'ultimo. Di quel pomeriggio Luciano Lama, alcuni anni dopo, vorrà ricordare un solo episodio: «una ragazza e un ragazzo, due giovani operai seduti di fronte al palco, immersi in lunghi baci, quasi indifferenti a tutto ciò che accade intorno». Nella memoria del dirigente sindacale quell'assemblea non valeva nulla come se quei delegati e quegli operai non vivessero alcun dramma, erano incomprensibili: persone qualsiasi, non «classe operaia», quindi inevitabilmente perduti.
L'assemblea comincia a stento. (...) Rocco Papandrea lavora a Mirafiori dal 10 maggio del 1969 (giorno del primo corteo interno, vera data d'inizio dell'autunno caldo alla Fiat), non è nell'elenco dei cassintegrati, ma spiega subito che quella «è una lista di proscrizione». E mette il dito nella piaga, la sorte dell'organizzazione sindacale dei delegati che viene smantellata: «L'elenco è stato fatto su basi discriminatorie. Molti delegati messi fuori, oppure delegati rimasti soli in mezzo a squadre desertificate, con l'espulsione di decine di compagni che sono la nostra forza. Per questo abbiamo detto no alla Cig a zero ore. Perché il gioco è questo: se passa la cassa integrazione per quei 23.000, magari fra qualche anno qualcuno tornerà, però troverà un'altra fabbrica, un'altra Fiat». La rivoluzione dall'alto di corso Marconi distrugge la struttura del gruppo omogeneo, scardina un assetto di rappresentanza d'interessi che per dodici anni ha fatto del delegato il punto di riferimento dei suoi compagni di lavoro nella condivisione della condizione quotidiana e nell'aspirazione al suo controllo. Un delegato senza la sua squadra è impotente, una squadra senza il suo delegato è cieca. È il senso della stagione del sindacato dei consigli che viene gettato alle ortiche.
«Sommersi e salvati»
Nella platea affollata, intrisa di rabbia e stanchezza, in un umido calore che sfoga urla e slogan, la pensano tutti così. O quasi. Fanno eccezione alcuni militanti del Pci. Per loro l'appartenenza politica prevale su quella alla «comunità operaia»: voci isolate nel Consiglione, ma molto pesanti negli apparati, che si levano a difesa dell'accordo - in nome della logica del meno peggio - in ossequio all'indicazione della federazione torinese del partito, cui Piero Fassino ha impartito l'ordine di «far passare l'accordo a tutti i costi». Il primo a riassumere questo «dover essere» è un delegato delle meccaniche, Farano. Per dire che quell'intesa è quasi un successo, perché i licenziamenti non ci sono più, perché se «la Fiat riesce a organizzare 20.000 capi in un corteo vuol dire che stare dalla parte della ragione non basta», perché «per tener fuori la gente abbiamo dovuto organizzare i picchetti». Banalità anche sensate, per sancire che non c'è più benzina, che ci si deve fermare, anche se - ammette in un rovesciamento schizofrenico - quell'intesa «è piena di ombre e molti punti devono essere rivisti». C'è in questa posizione la convinzione che, una volta passata la tempesta, il sindacato e il partito possano ancora riprendere in mano la situazione, persino che - cacciati gli irriducibili - riescano a gestire meglio la vita in fabbrica, a contrattare con più efficacia perché guidati dalla «scienza» politica.
Non sarà così e Pasquale Inglisano, delegato delle carrozzerie, lo dice a chiare lettere: «Non si possono vendere botti vuote, bisogna avere il coraggio di dire che cosa ci aspetta». (...). Liberato Norcia, delle carrozzerie di Mirafiori, vuole almeno ricordare a questi dirigenti qual è stato per più di un decennio il senso di un rapporto che oggi si spezza: «Erano dodici anni che aspettavo questo momento, che ci fossero tutti qui i dirigenti, che ci fossero Lama, Carniti, Benvenuto, per dir loro che ogni mattina, quando entra in fabbrica alle sei, il delegato oltre a portare con sé i suoi problemi, a misurarsi con i problemi degli altri delegati, degli altri lavoratori, a scontrarsi con il lavoro e con il padrone, alla fine deve anche sopportare le malefatte dei suoi dirigenti sindacali... È vero che il delegato è una parte nevralgica dell'organizzazione sindacale, ma è altrettanto vero che voi potete fare le trattative perché nella fabbrica ci sono delegati come me che vi danno la forza per farlo. Ed è anche vero che i delegati contano perché ci sono compagni che ci danno forza all'interno della fabbrica». (...)
Denunce e discorsi ormai vani, quelli dei delegati dello Smeraldo: quando interviene Fausto Bertinotti, segretario regionale della Cgil - uno dei dirigenti a opporsi fino all'ultimo alla cassa integrazione a zero ore - si capisce che non c'è più alcun margine di ripensamento, che la strada è segnata. Fuori dal cinema la sera è arrivata veloce e il buio circonda i gruppetti di giornalisti in attesa; dentro si spegne la luce sulla vita del Consiglione. L'intervento di Bertinotti è uno sforzo di dover essere, per dire cose che probabilmente non pensa, quelle imposte dalla funzione ricoperta, dal dovere di trovare un senso al domani, al di là dei disastri dell'oggi: un continuo richiamo a ritrovare un agire unitario, a evitare la rissa, a preservare il «corpo» dell'organizzazione, se proprio la sua anima non può essere salvata. (...) L'intesa subita nella notte diventa «l'unico compromesso possibile» e l'arretramento dei 23.000 cassintegrati viene compensato dal ritiro dei licenziamenti e dalle promesse di reintegro. Insomma, la Fiat sta vincendo, ma non stravince, i giochi non sono chiusi e anche Bertinotti non usa mai la parola maledetta, non parla mai di «sconfitta». Anni dopo dirà che quell'intervento è l'unico atto sindacale della sua vita di cui sente il dovere di pentirsi.
Poi tocca a Bruno Trentin portare le sue ragioni a difesa dell'accordo; o, meglio, a spiegarne ancora una volta l'inevitabilità, «perché - dice - rappresenta esattamente il rapporto di forza che abbiamo costruito alla Fiat, nel paese, tra i lavoratori della Fiat, fra i lavoratori italiani e sul piano politico». Un lungo e argomentato intervento, quello del segretario nazionale della Cgil (che gli operai di Torino considerano ancora il leader dei metalmeccanici degli anni Settanta), svolto nel silenzio generale, con il timoroso rispetto che incute il personaggio a spegnere sul nascere fischi e contestazioni. Un lungo richiamo, il suo, alle responsabilità di un gruppo dirigente che deve avere la capacità di ragionare guardando le cose da lontano, che deve evitare in primo luogo le lacerazioni, che sono il «pericolo maggiore» per il futuro del movimento operaio. Perché, crede Trentin, c'è sempre un domani da gestire. Un domani su cui peseranno gli obiettivi su cui «non siamo passati», la mancata rotazione della cassa integrazione, l'incertezza sul rientro in fabbrica a tempi brevi. Ma se è stato così - argomenta il dirigente sindacale - è perché hanno pesato le divisioni tra i lavoratori, l'incapacità del movimento di allargare il proprio consenso, l'uso che la Fiat ha fatto di tali divisioni. (...)
A futura memoria
Il quadro è ormai chiaro, i giochi sono davvero fatti: parlano ancora alcuni delegati, parlano i militanti del Pci in difesa dell'accordo, rinfrancati dai ragionamenti di Trentin, parla - tra mille contestazioni - Bentivogli, segretario generale dell'Flm, perché non ci siano dubbi sulla determinazione a chiudere dei vertici sindacali, per non lasciare spazio a ripensamenti. Ma il confronto - se mai c'è stato - è già finito. L'assemblea no: c'è ancora spazio per l'ultimo messaggio, per il testamento politico del Consiglione e di quella generazione operaia. Il compito dell'ultimo «urlo» se lo assume Giovanni Falcone, delegato delle carrozzerie, trapiantato dal sud a Torino, entrato alla Fiat nel maggio '68, nei giorni in cui le università d'Europa cambiavano volto, alla vigilia di una stagione che avrebbe mutato la faccia e il cuore delle fabbriche, il corpo dell'intera società. Il suo intervento è un capitolo di storia, aperta dall'ingresso nella grande fabbrica di un giovane senza politica, che non sa nemmeno cosa sia il sindacato, e chiuso dalla cacciata di un uomo che in quel luogo ha scoperto il senso dell'agire collettivo, il concetto di solidarietà, si è formato una visione del mondo. Cambiando e crescendo. Una storia che si conclude in un cinema di periferia.
Falcone sa bene che non rientrerà più in quella fabbrica che considera quasi un'università di vita, che vedrà perdersi i suoi compagni, che nulla sarà come prima. Sa di essere capitato nel mezzo di uno snodo della storia. E lo dichiara subito: «Un compagno prima mi diceva: 'questo è un fatto storico, un altro compagno come noi aveva parlato nel '69, oggi parli tu e si chiude un'epoca'. Allora si apriva, ora si chiude». Nel giorno dell'addio il protagonismo operaio in fabbrica appare come un intermezzo - raro e intenso - da ripercorrere per rivendicare: «Per me - continua Falcone - questi dodici anni di lotte sono stati una lunga esperienza politica. Lo è stata per tutti noi. Ci pensate? Un emigrante che viene su, dalla campagna, come tanti altri. Non sapevo dire una parola, tanta timidezza e, poi... mettersi a fare dei discorsi politici... Voi pensate che la Fiat possa ancora tenere uno come me in fabbrica?» Nelle parole di Falcone si specchia tutta una generazione operaia che ha vissuto la fabbrica come il luogo di un'identità che, più che sul lavoro, si fonda sulla condizione, sul conflitto e sulla solidarietà che da lì nasce. Una comunità che la resa dei 35 giorni sfalda per sempre, il vero obiettivo da colpire per l'azienda, assieme agli invalidi e alle donne: «deboli» e «forti» uniti dallo stesso destino. (...) È quell'anomalia, nata nel '69, che corso Marconi ha deciso di cancellare, eliminandone i protagonisti, quei «dirigenti» di linea, officina, reparto, fortemente radicati nel corpo della fabbrica che avevano imposto un diverso modo di vita e di lavoro. Da domani questo corpo sarà smembrato e Falcone sa bene che «passeranno anni prima che la lotta alla Fiat torni a essere possibile». È la coscienza di una sconfitta pesante, ma che non getta alcuna ombra sul proprio patrimonio, su una straordinaria esperienza da rivendicare fino in fondo. E, così, a Marianetti che si lamenta della lunghezza dell'intervento e gli chiede di concludere, Falcone ribatte: «Non ti preoccupare compagno, ne ho anche il diritto. Dopo dodici anni mi cacciano fuori, concedetemi almeno di parlare. Perché io credo che questa possibilità come delegato Fiat, come operaio Fiat, non ce l'avrò mai più. Almeno ho la soddisfazione di aver chiuso in bellezza e sono contento di tutte le lotte che ho fatto, al di là che il padrone non mi riprende più». L'assemblea dello Smeraldo finisce lì. E con essa il Consiglio di fabbrica.

23/09/2010

tratto da «Restaurazione italiana», di Gabriele Polo e Claudio Sabattini (Seconda edizione, L'Ancora del Mediterraneo, 2010, euro 17,50)

21 settembre 2010

Il federalismo fiscale tra bluff e propaganda

Il federalismo fiscale prosegue il suo iter attraverso l’emanazione da parte del Governo di una serie di decreti attuativi che vengono presentati alla spicciolata, nel disinteresse dei più. Accade così che sia molto difficile la ricostruzione del senso complessivo di tali provvedimenti. Alla fine, anche in virtù delle modalità con cui le notizie filtrano attraverso gli organi di informazione, l’effetto più probabile è quello propagandistico. Una sorta di apprezzamento generale per l’incessante produzione legislativa, il cui merito viene ascritto a Calderoli e alla Lega Nord. Occorre allora fare un po’ di chiarezza su quello che sta succedendo, ma per farlo alcune premesse sono indispensabili.
La legge sul federalismo fiscale, a suo tempo approvata con il voto favorevole delle forze di governo, dell’Idv e con l’astensione del Pd, muove da un assunto, quello cioè della “territorialità” nel reperimento delle risorse e nella gestione della spesa e ciò in ossequio ai contenuti dell’art.119 della Costituzione modificato (irresponsabilmente) nel 2001 per iniziativa del centro sinistra. In virtù di tale impostazione, il meccanismo previsto è quanto mai complesso e ferraginoso, prevedendo tributi autonomi e compartecipazioni ai tributi erariali, per i vari livelli istituzionali, e meccanismi perequativi per supplire a eventuali deficit che si manifestassero su singoli territori.
Il punto, tuttavia, è che le perequazioni non si applicano a tutte le voci di spesa delle istituzioni locali, per cui è evidente il vantaggio di alcune realtà (quelle del centro nord) dotate di maggiore capacità impositiva. Inoltre, anche per i diritti fondamentali (che dovrebbero valere per tutti) il concetto di “essenzialità” delle prestazioni e la conseguente determinazione dei costi standard creano le premesse per la costruzione di uno “stato sociale minimo”, in cui le differenze già oggi grandissime fra le varie parti del paese tendono ad accentuarsi anziché a ridursi. Che questi siano gli effetti possibili è prevedibile e non solo in virtù dei contenuti della legge, ma dell’ispirazione generale da cui la legge muove.
Vi è tuttavia un altro elemento che non va sottovalutato ed è la partita finanziaria. Nella legge è precisato che esiste un vincolo di spesa non modificabile; inoltre il provvedimento si inserisce in un contesto in cui la stretta finanziaria ha già determinato forti restrizioni nella spesa locale, e in cui le nuove disposizioni della Ue, prevedendo la possibilità di riduzioni automatiche dei trasferimenti dei fondi comunitari per gli stati che non sottostanno ad alcuni indirizzi, rendono incerti molti finanziamenti destinati al sud. La partita del federalismo fiscale, quindi, non solo crea le premesse per la disarticolazione territoriale e per la lesione del principio di eguaglianza contenuto nell’articolo 3 della Costituzione, ma viene a saldarsi con orientamenti di politica economica che accentuano tali tendenze, aprendo inoltre la strada o al taglio dei servizi o alla loro privatizzazione.
A ben guardare i primi decreti attuativi della legge evidenziano queste logiche. A parte il fatto che si tratta di provvedimenti del tutto disorganici, una sorta di spezzatino, in cui le singole disposizioni procedono senza una logica, conviene soffermarsi brevemente sui loro contenuti fondamentali. Quello sul “federalismo demaniale” trasferisce in blocco gran parte della proprietà del demanio a regioni ed enti locali, determinando la possibilità di vaste alienazioni di beni pubblici o di una loro non meglio precisata valorizzazione. Quello sul “federalismo municipale”, oltre a stabilire le quote di tributi che spettano ai comuni, introduce la famosa cedolare secca per la tassazione degli affitti che in nome della lotta al sommerso, fa un’enorme regalo alla grande rendita fondiaria, oltre che azzerare il principio della progressività delle imposte. Il provvedimento su “Roma capitale”, oltre a dare disposizioni sulla formazione degli organi di governo della città, riduce il numero delle municipalità. Infine, quello sulla determinazione dei “costi standard” delle prestazioni fondamentali di province e comuni, stabilisce alcuni criteri, senza aver prima determinato quali debbano essere i livelli essenziali di tali prestazioni, in sostanza posponendo al calcolo della spesa quello dei fabbisogni sociali.
Il resto è in gestazione in questi giorni, dalla definizione dei tributi e le compartecipazioni proprie di regioni e province, ai costi standard delle regioni, ai vincoli e alle sanzioni previste per gli amministratori che non rispettano i nuovi criteri. A ben vedere, ciò che domina è il controllo della spesa, via alienazione di beni, riduzione degli organi di decentramento, meccanismi di recuperi delle risorse attraverso le sanatorie fiscali, subordinazione della stima dei fabbisogni alle esigenze finanziarie, vincoli agli amministratori. Il tutto all’interno di un’impostazione che reggendosi sull’autonomia impositiva enfatizza le diversità territoriali.
Se qualcuno interpreta tutto ciò come una sana opera di razionalizzazione prende lucciole per lanterne; siamo alla solita operazione di contenimento/riduzione della spesa per esigenze di bilancio, perseguita attraverso la riduzione dei diritti e la differenziazione degli stessi a livello territoriale.

Gianluigi Pegolo
21/09/2010
http://www.liberazione.it/

Ior, la Banca vaticana degli scandali negli anni'80. Oggi indagato il presidente Gotti Tedeschi

Ettore Gotti Tedeschi, presidente dell'Istituto per le Opere di Religione (Ior) e un altro importante dirigente della stessa banca vaticana sono indagati dalla procura di Roma per violazione del decreto legislativo 231 del 2007 che e' la normativa di attuazione della direttiva Ue sulla prevenzione del riciclaggio. La loro iscrizione e' legata al sequestro preventivo, firmato dal gip Maria Teresa Covatta su richiesta del procuratore aggiunto Nello Rossi e del pm Stefano Rocco Fava ed eseguito ieri, di 23 milioni di euro (su 28 complessivi) che si trovavano su un conto corrente aperto presso la sede romana del Credito Artigiano spa.

Nel mirino dell'autorita' giudiziaria, sono finite due operazioni che prevedevano il trasferimento di 20 milioni alla JP Morgan Frankfurt e di altri tre alla Banca del Fucino. L'inchiesta della procura prende il via dalla segnalazione di una operazione sospetta da parte dell'Unita' di informazione finanziaria della Banca d'Italia con sospensione della stessa operazione per cinque giorni lavorativi. Cio' ha consentito al nucleo di polizia valutaria della Guardia di Finanza e alla procura di attivarsi. Il sequestro - e' bene precisarlo - non e' stato disposto perche' c'e' una prova di riciclaggio ma perche', secondo chi indaga, e' gia' stato commesso, da parte dei vertici dello Ior, il reato omissivo della norma antiriciclaggio. L'articolo 55 del decreto 231 del 2007, infatti, punisce con la reclusione da sei mesi a un anno
e con la multa da 500 a 5000 euro "l'esecutore dell'operazione che omette di indicare le generalita' del soggetto per conto del quale eventualmente esegue l'operazione o le indica false". E ancora, lo stesso articolo prevede l'arresto da sei mesi a tre anni con l'ammenda da 5000 a 50mila euro "dell'esecutore dell'operazione che non fornisce informazioni sullo scopo e sulla natura prevista dal rapporto continuativo o dalla prestazione professionale o le fornisce false". Questa indagine e' la prima iniziativa assoluta (da quando, nel 2003, la Cassazione ha attribuito alla giurisdizione italiana la competenza sullo Ior) che chiama in causa la banca vaticana e i suoi vertici. (AGI)

la Banca vaticana degli scandali negli anni'80

Ior è un acronimo per Istituto Opere di Religione ma è più comunemente conosciuto come Banca Vaticana. Ed è tornato più volte agli onori della cronaca per i scandali, finanziari e non, in cui è stato coinvolto in passato: tra questi, l«affare Sindonà e il crac del Banco Ambrosiano.
Lo Ior ha sede nel torrione di Niccolò V, addossato al palazzo di Sisto V, e conta 130 dipendenti, un patrimonio stimato di 5 miliardi di euro, e 44 mila conti correnti riservati solo ai dipendenti vaticani. Gli interessi medi annui arrivano fino al 12% e, non esistendo tasse all’interno dello Stato vaticano, si tratta di rendimenti netti. C’è da dire che il conto può essere aperto sia in euro che in valuta straniera, i clienti sono riconosciuti solo attraverso un codice, non si rilasciano ricevute, non esistono libretti di assegni intestati allo Ior e tutti i passaggi di denaro avvengono tramite bonifici. Non solo, ma una rete di contatti con banche sparse nel mondo rende possibile l’esportazione di denaro in riservatezza, questo perchè Città del Vaticano non aderisce alle regole internazionali contro il riciclaggio.
Entro il 31 dicembre di quest’anno, si è però ora impegnato a far proprie le norme Ue in materia di lotta al riciclaggio.
Proprio per questi sostanziosi privilegi e per le varie esenzioni di cui lo Ior gode, è stato profondamente criticato nei decenni scorsi per la sua attività (spesso) orientata alla speculazione sul mercato azionario mondiale e su quello immobiliare. Lo scandalo più clamoroso resta quello del crac del Banco Ambrosiano, che si apre nel giugno 1982 e che vede coinvolti i vertici dello Ior (il monsignor Paul Marcinkus, presidente dal 1971), Calvi, Sindona e Licio Gelli.
Lo Ior era tra il 1946 e il 1971 il maggior azionista del Banco Ambrosiano di cui l’allora ministro del Tesoro Andreatta impose la liquidazione dichiarando che aveva un buco di due miliardi di dollari (di cui oltre 1 mld garantito dallo Ior).
Marcinkus venne indagato nel 1987 per concorso in bancarotta fraudolenta. Non solo, ma grazie alle dichiarazioni di un pentito di Cosa Nostra, emerse che il Banco era coinvolto in una vicenda di riciclaggio di denaro della mafia in connessione con la Loggia P2, di Licio Gelli. Nel 1987 il giudice istruttore di Milano emise un amndato di cattura contro Marcinkus ma lui godeva di un passaporto diplomatico vaticano.
E alla fine la Cassazione non convalidò il provvedimento.
Negli anni, la Banca Vaticana non ammise alcuna responsabilità per il fallimento del Banco Ambrosiano ma fu creata una commissione mista con il compito di approfondire la questione.
Alla fine, non venne riconosciuta alcuna responsabilità giuridica, ma morale: e quindi, nel 1984 lo Ior pur ribadendo la propria estraneità, siglò un accordo con le banche creditrici versando 406 milioni di dollari come contributo volontario.

21/09/2010

18 settembre 2010

Una delegazione a Beirut tra i sopravvissuti alla strage nel campo profughi

Diritto al ritorno e speranze perdute a 28 anni dal massacro di Sabra e Chatila

La presenza della delegazione italiana a Beirut per ricordare l'anniversario del massacro di Sabra e Chatila e per chiedere diritti per i rifugiati palestinesi, a partire da quello al ritorno, non è un appuntamento rituale. Decine di donne e uomini anche quest'anno si sono recate in Libano insieme al Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila, fondato oltre dieci anni fa dal giornalista del "manifesto" Stefano Chiarini. La delegazione italiana ha avuto incontri, tra gli altri, con il nuovo rappresentante dell'Olp a Beirut, il palestinese Abdullah Abdullah, con il segretario generale del partito dell'attuale primo ministro, Ahmad Hariri, con il leader druso Walid Jumblat e con il responsabile per il sud del Libano di Hezbollah Shaik Nabil Qouq.
Una settimana intensa che ha mostrato però un universo palestinese in grande difficoltà. Da una parte il persistere delle divisioni interne (esemplificate dallo scontro fra Hamas e Fatah), emerse come una frattura difficilmente ricucibile a breve, separa sempre di più il dibattito delle forze politiche dal sentire comune del popolo palestinese, quell'umanità rappresentata invece dai volti dei ragazzi incontrati a Burji al Shamali o da quelli dei familiari delle vittime di Chatila. La rabbia di chi da 28 anni non riesce ad avere giustizia o le speranze/delusioni dei giovani dei campi sembrano lontani mille chilometri dalle alchimie politiche, siano queste dei partiti filo Olp o di quelli della coalizione anti-Oslo. Al centro delle dichiarazioni ufficiali delle forze politiche presenti nei campi le considerazioni sui colloqui egiziani fra Abu Mazen e Netanyhau. In pochi sembrano credere davvero che si possa arrivare ad un dialogo utile alla pace. Gli stessi dirigenti di Fatah e dell'Olp, vicini al presidente dell'Autorità, sottolineano più i punti irrinunciabili che le possibili strade di intesa con l'attuale governo israeliano. Difficile avere fiducia su trattative che partono dalla richiesta ad Israele di sospendere la costruzione di nuove colonie, una richiesta senza dubbio giusta, ma davvero troppo poco.
Più concreta e reale è invece la quotidianità che si respira nei campi libanesi, a partire dal perdurare dell'assenza di diritti fondamentali quali l'impossibilità di poter svolgere attività lavorative dignitose. Nonostante una legge - varata poche settimane fa - che altro non si rivela se non una operazione interconfessionale o meglio fra quasi la totalità delle confessioni, a discapito dei rifugiati palestinesi, per gli stessi palestinesi è praticamente impossibile accedere a professioni lavorative. La legge non fa altro che legalizzare quei lavori più umili che già erano svolti dai palestinesi, risultando così una tenue concessione e non la formalizzazione di veri e propri diritti. Ma a trasformare davanti ai nostri occhi anno dopo anno la realtà dei campi è soprattutto la completa mancanza di prospettive. Vedersi togliere le proprie terre, vedere nel tempo massacri su massacri restare sempre impuniti, sentirsi prigionieri in luoghi di non vita, rinchiusi in campi fatiscenti e insalubri, vivere perennemente sotto il mirino di un vicino che desidera solo eliminarti dalla faccia delle terra, non è sicuramente cosa facile; ma rendersi conto di non avere un futuro è senza dubbio un elemento terribile capace di spezzare le gambe anche ad un popolo fiero e indomito come quello di Palestina. Ed è questo che sta accadendo a migliaia di giovani che vivono da generazioni nei campi, giovani che faticano a vedere nello studio un elemento di possibile emancipazione a causa appunto dei divietti a svolgere attività professionali prestigiose in Libano o per la chiusura ermetica dei nostri confini verso tutto ciò che è "altro". E così la depressione e la disillusione rischiano di realizzare quello che non è riuscito nei decenni ai massacratori di turno. Ma la nostra presenza in Libano ci regala anche aspetti incoraggianti. Ce li consegnano i giovanissimi che lavorano con l'ong palestinese Beit atfal Assomoud, i tantissimi bambini e bambine che con i loro sorrisi sembrano volerci rassicurare. Sono loro il futuro della Palestina. Sarà la loro capacità di conservare la memoria della storia, unità alla capacità di guardare avanti a costruire quel futuro che oggi sembra tanto lontano.

Maurizio Musolino
18/09/2010
http://www.liberazione.it/
foto: Jamal Saidi/Reuters

Crisi irreversibile per l'America: 44 milioni di poveri

I più colpiti: neri, ispanici e donne

La soglia di povertà di un americano medio è stimata da sociologi ed economisti intorno ai 10.800 dollari annuali (circa 8mila euro). Si potrebbe obiettare che si tratta di una cifra molto bassa e che l'indigenza colpisce in realtà anche redditi sensibilmente più elevati. Ma pur tenendo per buono questo criterio, il numero di poveri oltreoceano non accenna a diminuire. Anzi: nel 2009 sono saliti a 44 milioni di unità, (un record dagli anni 60) mentre le previsioni per quest'anno non autorizzano uno sfrenato ottimismo, nonostante l'amministrazione democratica si aspetti un'inversione di tendenza.
E' quanto emerge dall'ultimo rapporto del Census Bureau (l'istituto di statistica centrale, equivalente del nostro Istat), che ci restituisce un'impietosa fotografia sullo stato di salute del ceto medio statunitense. Tra il 2008 e il 2009, in concomitanza con l'esplosione della crisi economica e finanziaria globale, quasi 4 milioni di cittadini Usa hanno infoltito le fila di coloro che in gergo vengono chiamati nuovi poveri (6,3 milioni sugli ultimi due anni).
Naturalmente la "distribuzione della povertà" mette in evidenza gli antichi fossati che affliggono società nordamericana: circa un quarto dei neri e degli ispanici vivono al di sotto della fatidica soglia dei 10.800 dollari, due volte e mezzo in più del tasso rilevato tra la popolazione bianca. Anche le giovani madri single sono una categoria tra le più colpite dal fenomeno (oltre il 30% del totale)
Certo, stiamo parlando di statistiche effettuate prima che la riforma sanitaria di Obama venisse adottata dal Congresso. Ma affinché entri del tutto in vigore bisognerà aspettare il 2013, una data entro la quale la condizione degli americani potrebbe persino peggiorare. Circa un cittadino su sei è infatti soprovvisto di assicurazione medica, uno dei principali indicatori per stabilire il potere d'acquisto della popolazione, sono in gran parte disoccupati di lunga data o individui che hanno perso il lavoro e la casa (per l'eplosione della bolla dei mutui subprime) durante la crisi dello scorso anno. Sempre secondo il rapporto, nel 2009 la disoccupazione è schizzata da 9 a 14 milioni di unità; il reddito medio delle famiglie è invece sceso dell 0,7%, ma oltre il 4% per i nuclei afromericani.
A poco più di un mese dalle elezioni di mid-term, il rapporto del Census Bureau rappresenta un problema per la Casa Bianca. Anche se in questa crisi le colpe di Barack Obama sono francamente limitate, i repubblicani lo incalzano, accusandolo di essere il responsabile dell'impoverimento della società Usa. Argomenti demagocici senz'altro, ma che rischiano di avere forte presa su un elettorato popolare che sembra aver smarrito l'antica fiducia per il suo presidente.

di Larry Vaughan
su Liberazione del 18/09/2010

17 settembre 2010

Bandiere alzate, notizie fabbricate by John Pilger. L'occupazione militare dell'Irak continua

Nessun titolo

Il tanto rumore per nulla a Washington circa una possibile ritirata delle truppe americane dall’Iraq è solo l’ultima trovata per offuscare la determinazione Americana di continuare a combattere la guerra. Lo stesso modo di manipolare le notizie è usato anche qui, in Gran Bretagna. Edward Bernays, il nipote americano di Sigmund Freud, è considerato l’inventore della propaganda moderna. Durante la Prima Guerra Mondiale, faceva parte di un gruppo di liberali influenti che escogitarono una campagna governativa segreta per persuadere gli americani che fosse necessario spedire le loro truppe in una sanguinosa guerra in Europa. Nel suo libro Propaganda, pubblicato nel 1928, Bernays scrisse che “l’intelligente manipolazione delle abitudini organizzate ed opinioni delle masse è un elemento importante in una qualunque società democratica” e che i manipolatori “costituiscono un governo invisibile che è il vero potere governante del Paese”. Invece di propaganda, Bernays coniò l’eufemismo delle “pubbliche relazioni”.L’industria di tabacco americana lo ingaggiò con l’intento di convincere le donne che fosse accettabile fumare in pubblico. Associando il fumo all’emancipazione femminile, Bernays trasformò delle banali sigarette in “fiaccole della libertà”. Nel 1954, si inventò una congiura comunista in Guatemala come scusa per delegittimare il governo democraticamente eletto le cui riforme democratiche stavano minacciando il monopolio del traffico delle banane fino ad allora detenuto dalla United Fruit Company. Il colpo di stato fu definito “liberazione”.Bernays non era un fervente uomo di destra. Era un liberale elitario che credeva nella “costruzione del consenso pubblico” per il raggiungimento di uno scopo più grande. Questo poteva essere ottenuto tramite la creazione di “false realtà” che poi sarebbero diventate “notizie”. Eccovi alcuni esempi dei giorni nostri:

Falsa realtà Le ultime truppe di assalto hanno lasciato l’Irak “come promesso e secondo programma”, ha dichiarato il Presidente Barack Obama. I telegiornali sono stati invasi da immagini cinematiche ritraenti gli “ultimi soldati americani” ritratti alla luce del tramonto mentre varcano il confine con il Kuwait.

Fatto I soldati non sono mai partiti. Almeno 50.000 truppe continueranno ad operare in 94 basi militari in Irak. I raid aerei americani rimarranno invariati così come rimarranno operative le forze speciali di assalto con licenza di uccidere. Il numero di “mercenari militari” (al momento circa 100.000) è in crescita. La maggior parte del petrolio irakeno è ora sotto diretto controllo delle forze occupanti.

Falsa realtà I presentatori della BBC hanno descritto la partenza delle truppe americane come una sorta di “esercito trionfante” che ha ottenuto “un incredibile cambio nel futuro dell’Irak”. Il loro comandante, David Petraeus, è descritto come “celebrità”, “fascinoso” e “incredibile”.

Fatto Non c’è stata nessuna vittoria. Infatti, il disastro è catastrofico ed il tentativo di presentarlo come qualcosa di completamente diverso è il classico esempio del modello di campagna di Bernays per “spacciare” lo sterminio della Prima Guerra Mondiale come “necessario” e “nobile”. Nel 1980, Ronald Reagan, nella sua campagna per la presidenza degli Stati Uniti, spacciò l’invasione del Vietnam, durante la quale oltre tre milioni di persone persero la vita, come una “causa nobile”, un tema poi ripreso entusiasticamente da Hollywood. Oggi, i film sulle guerra in Irak hanno una simile dinamica, con gli invasori descritti al contempo idealisti e vittime.

Falsa realtà Non si conosce l’esatto numero dei morti in Irak. Di solito si cita un numero “indefinito” o altre fonti azzardano un “decine di migliaia”.

Fatto Almeno un milione di irakeni sono morti come diretta conseguenza dell’invasione guidata dalla coalizione Anglo-Americana. Questo numero, secondo l’Opinion Research Business, si basa su una ricerca accurata della John Hopkins University in Washington, DC, i cui metodi sono stati segretamente definiti come “ottima pratica” e “solidi” dal consigliere scientifico capo del governo Blair. Questi numeri sono raramente riportati o presentati ai “fascinosi” generali americani. Come non lo è lo sfratto di quasi quattro milioni di irakeni, il mal nutrimento della stragrande maggioranza dei bambini irakeni, l’epidemia di malattie mentali e l’inquinamento ambientale.

Falsa realtà L’economia Britannica ha un deficit di un miliardo di sterline che va ridotto tramite dei tagli al servizio pubblico e aumento delle tasse, nello spirito perfetto del “siamo tutti nella stessa barca”.

Fatto Non siamo tutti nella stessa barca. Quello che è incredibile di questo trionfo delle pubbliche relazioni è che solo 18 mesi fa, l’esatto opposto riempiva tutte le prime pagine dei giornali e dei telegiornali. Poi, in una specie di stato di shock, la realtà è venuta alla luce, anche se solo per breve tempo. I giochi sporchi di Wall Street e della City di Londra sono venuti allo scoperto, così come la venalità delle tanto celebrate facce di bronzo. Miliardi di soldi pubblici sono finiti in mano ad organizzazioni incapaci e truffaldine meglio conosciute come banche, che hanno potuto farla franca grazie all’appoggio dei laburisti.

Poco meno di un anno dopo, i profitti record ed i bonus pagati ai dirigenti sono poco più di un vago ricordo e il “buco nero” non è più colpa delle banche ma dei cittadini che ora debbono accollarsi il debito per qualcosa di cui non sono responsabili. Il coro dei media, folgorati dalla saggezza, che spacciano questi tagli come “necessità”, è unanime: dalla BBC al the Sun. Un colpo da maestro, direbbe Bernays.

Falsa realtà Ed Miliband offre una “genuina alternativa” come nuovo leader dei laburisti.

Fatto Miliband, come suo fratello e quasi tutti quelli che oggi si candidano a capo del partito laburista, è parte integrande dell’influente mondo dei New Labour. Come parlamentare e ministro laburista, non ha fatto nulla per rifiutarsi di servire Blair né ha parlato contro la natura guerrafondaia del partito. Ora definisce l’Irak come un “errore madornale”. Chiamarlo errore è un insulto alla memoria dei morti. Si dovrebbe definirlo un crimine di dimensioni enormi. Milliband non ha nulla di nuovo da dire circa le altre guerre coloniali combattute, nessuna delle quali considerate un errore. Come si guarda bene dal chiedere una giustizia sociale base secondo la quale, per esempio, coloro che ci hanno spinto nel baratro della recessione dovrebbero farsi carico di tirarci fuori e che la minoranza britannica dei super ricchi dovrebbe essere soggetta ad una maggiore tassazione, a cominciare da Rupert Murdoch.

La buona notizia è che le false realtà spesso falliscono laddove la gente si fida della propria intelligenza critica. Due documenti classificati e recentemente pubblicati da WikiLeaks testimoniano la preoccupazione della CIA per le popolazioni dei Paesi europei le quali, opponendosi alle politiche di guerra governative, non soccombono alla normale propaganda attuata attraverso i media.

Per chi ha in mano le sorti del mondo, questa è una vera patata bollente, in quanto il loro potere si basa esso stesso sulla falsa realtà secondo la quale la resistenza popolare non funzioni. Invece sì.

16/09/2010

Articolo originale: http://www.newstatesman.com/international-politics/2010/09/pilger-iraq-false-war-public

Fonte: http://www.reset-italia.net/

15 settembre 2010

la Confederazione Europea dei Sindacati invita tutte e tutti a partecipare alla giornata del 29 settembre


Giornata di azione europea: no all'austerità, sì alla crescita e al lavoro

Una grande manifestazione nazionale in programma il 29 settembre a Roma per rivendicare l'adozione di misure per far uscire il paese dalla crisi. Una mobilitazione indetta dalla CGIL in occasione della giornata di azione europea promossa dalla Confederazione Europea dei Sindacati (CES) per dire no ad una Europa dell'austerità e per ribadire invece l'importanza di una Europa del lavoro, della giustizia sociale e della solidarietà. Non solo a Roma, le proteste coinvolgeranno infatti, anche la città di Bruxelles, che in concomitanza dell'incontro dei Ministri europei delle finanze, ospiterà la manifestazione europea.

Tagli all'occupazione, alle pensioni, al wefare, è questo ciò che gli stati mebri dell'UE stanno applicando o progettano di applicare per ridurre il debito pubblico. La 'terapia d'urto' adottata dai paesi europei consiste nell'aumentare le misure di austerità con tagli ingenti alla spesa pubblica, ma secondo la Confederazione Europea dei Sindacati, tali misure, avranno l'effetto opposto a quanto auspicato. Il potere d'acquisto diminuirà e le prospettive di ripresa si allontaneranno. “Le misure di austerità - ha sottolineato la CES - sono ingiuste, poiché la crisi ha indebolito milioni di persone che ora saranno costrette a stringere ulteriormente la proporia cinta”.

L'acuirsi della crisi finanziaria sta rendendo sempre più vulnerabili ed insicuri 23milioni di lavoratori in Europa e milioni di cittadini europei, con tensioni sociali in crescita quasi ovunque. Un'ondata di scioperi, proteste e manifestazioni, la più consistente degli ultimi decenni, sta coinvolgendo tutti i paesi europei, per contrastare una serie di manovre economiche e finanziarie che complessivamente costeranno 750 miliardi di euro. “Un sacrificio - spiega Nicola Nicolosi, Segretario Confederale CGIL - che si aggiunge al già alto costo che tutti stiamo pagando, soprattutto in termini occupazionali, a causa della difficile situazione economica”.

Per questo la Confederazione Europea dei Sindacati invita tutte e tutti a partecipare alla giornata d'azione europea il 29 settembre, per contrastare: l'insicurezza dell'occupazione e la disoccupazione; la povertà e l'esclusione sociale e invita a lottare per: un accesso ad occupazioni di qualità, lavoro stabile e potenziamento della formazione per tutti; per la garanzia di un salario dignitoso e di pensioni migliori; per il rispetto e lo sviluppo degli standard sociali in tutti i paesi; per l'accesso a servizi pubblici e sociali di qualità.

Per ulteriori informazioni: www.etuc.org

15/09/2010

12 settembre 2010

Peggio di noi (0,5% del Pil) ha fatto solo la Gran Bretagna. Prima la Germania con il 2,2%

I disoccupati più poveri stanno in Italia

I disoccupati italiani sono tra i meno aiutati d'Europa. Lo denuncia l'Ufficio studi della Cgia di Mestre: nel 2008 (ultimo dato disponibile) le risorse messe a disposizione del milione e 690 mila disoccupati italiani sono state lo 0,5% del Pil e solo la Gran Bretagna ha fatto peggio, con lo 0,3% del Pil per 1.753.000 senza lavoro. Intanto, la Cgil denuncia che sono circa 650 mila i lavoratori coinvolti nei processi di cassa integrazione da inizio anno, con riflessi pesanti in busta paga pari a un taglio netto del reddito per oltre 3,1 miliardi di euro, più di 4.900 euro per ogni singolo lavoratore. Le ore di Cigd (cassa integrazione in deroga) ad agosto sono pari a 35.499.955 ore, e aumentano su luglio del +5,77%, attestandosi al valore più alto degli ultimi 12 mesi, e del +195% sullo stesso mese dello scorso anno. Inoltre va sottolineato che da gennaio 2009 ad agosto 2010 sono state autorizzate 344.740.008 ore di Cigd, di queste 244.561.888 soltanto da inizio anno. Un monte ore che coinvolge 175.439 lavoratori dei 645.682 coinvolti dai processi di Cig.
Guardando alle risorse assicurate ai disoccupati dai vari paesi Ue, la Germania nel 2008 ha messo in campo il 2,2% del Pil per sostenere 3 milioni 141 mila disoccupati, la Spagna il 2,1% per 2 milioni e 591 senza lavoro e la Francia l'1,6% per proteggere 2 milioni e 235 mila disoccupati. In termini assoluti l'Italia ha messo a disposizione quasi 8 miliardi di euro (precisamente 7,92 miliardi), contro i 48,91 della Germania, i 25,66 della Francia e i 21,93 della Spagna. In pratica per ogni disoccupato italiano sono stati spesi 4.691 euro, contro i 17.921 euro per ciascun disoccupato irlandese, i 16.652 per quello austriaco, i 15.570 per il senza lavoro tedesco e gli 11.483 per ciascun francese che ha perso il posto. «Per misure a sostegno dei disoccupati - precisa il segretario della Cgia Giuseppe Bortolussi - ci riferiamo all'erogazione di sussidi per fronteggiare l'inattività lavorativa, alle prestazioni offerte dai servizi pubblici per l'impiego o per la partecipazione ad attività formative. Oppure, per l'inserimento lavorativo vero e proprio grazie all'introduzione di incentivi e sgravi fiscali». «Se è vero che spendiamo poco per sostenere economicamente i nostri disoccupati - osserva Bortolussi - è però altrettanto vero che siamo un Paese che ha un buon pacchetto di ammortizzatori sociali (Cigo, Cigs, mobilità, etc,) che interviene prima della perdita definitiva del posto di lavoro. Cosa, quest'ultima, che molti altri Paesi europei non dispongono». La Cgia di Mestre inoltre ha dimensionato gli importi spettanti ai lavoratori dipendenti italiani che sono rimasti senza lavoro, da cui emerge che l'indennità di disoccupazione è inversamente proporzionale al tempo di durata dell'inattività lavorativa. Gli importi (ad esclusione dei lavoratori edili) hanno un limite massimo che per il 2010 è pari a 893 euro se la retribuzione del lavoratore era pari o inferiore a 1.932 euro mensili, oppure a 1.073 euro se la retribuzione era superiore. Per gli apprendisti l'indennità è pari all'80% della retribuzione per un massimo di 90 giorni.

12/09/2010

Il giorno di Allende, Biko, Attica...

AMY GOODMAN: 11 SETTEMBRE, MOLTI TERRORI DA RICORDARE

Il nono anniversario dell'attacco dell'11 settembre alle Torri Gemelle dovrebbe servire a riflettere sulla tolleranza. Dovrebbe essere un giorno di pace. Invece il fervore anti-musulmano da queste parti, insieme al proseguire dell'occupazione militare americana dell'Iraq e all'escalation della guerra in Afghanistan (e in Pakistan) alimentano la convinzione che gli Stati uniti siano effettivamente in guerra con l'islam.
L'11 settembre 2001 unì il mondo contro il terrorismo. Sembrava che tutti stessero con gli Usa, in solidarietà con le vittime e le loro famiglie. Quel giorno sarà ricordato per generazioni a causa di quell'atto coordinato di omicidio di massa. Ma non è stato il primo 11 settembre associato al terrore.
L'11 settembre '73 in Cile il presidente democraticamente eletto Salvador Allende morì in un colpo di stato militare sostenuto dalla Cia che segnò l'inizio del regno di terrore del dittatore Pinochet, durante il quale migliaia di cileni vennero uccisi. L'11 settembre '77 in Sudafrica il leader anti-apartheid Steve Biko fu picchiato a morte in un'auto della polizia. Si spense il giorno dopo. L'11 settembre '90 in Guatemala l'altropologa Myrna Mack fu assassinata da militari che avevano l'appoggio degli Usa. Dal 9 al 13 settembre '71 a New York esplose la rivolta nella prigione di Attica, durante la quale la polizia assassinò 39 persone tra prigionieri e secondini e ne ferì centinaia. L'11 settembre '88 a Haiti milizie di destra attaccarono durante una messa celebrata da padre Jean-Bertrand Aristide nella parrocchia di San Giovanni Bosco a Port-au-Prince, uccidento almeno 13 fedeli e ferendone 77. Aristide sarebbe stato eletto presidente due volte, e due volte abbattuto da golpe appoggiati dagli Usa.
Se l'11 settembre è qualcosa, è un giorno per ricordare le vittime del terrore, tutte, e per lavorare per la pace, come il gruppo «September 11th families for peaceful tomorrow». Formato da familiari di persone scomparse nell'attacco alle Torri, la loro missione potrebbe diventare un richiamo nazionale all'azione. Nella loro pagina web scrivono: «Trasformare il nostro dolore in azione. Promuovendo azioni nonviolente nella nostra ricerca di giustizia, speriamo di rompere i cicli di violenza generati dalla guerra e dal terrorismo. Riconoscendo un'esperienza comune con ogni persona colpite dalla violenza nell'intero pianeta, lavoriamo per creare un mondo più sicuro e con più pace per ognuno».
Gli studi di «Democracy Now!» erano a pochi isolati dalle Torri. Stavano trasmettendo dal vivo quando crollarono. Nei giorni seguenti migliaia di foglietti con le foto dei desaparecidos volavano dappertutto, coi numeri di telefono dei familiari da chiamare. Mi ricordavano i cartelli portati dalle Madri di Plaza de Mayo in Argentina, quelle donne coi fazzoletti bianchi sulla testa che camminarono coraggiosamente settimana per settimana portando le foto dei loro figli scomparsi durante la dittatura. E mi ricordano anche la continua corrente di foto di giovani soldati assassinati in Iraq e in Afghanistan e ora, sempre più spesso - anche se appaiono poco sulla stampa) le foto di quelli che si tolgono la vita dopo varie missioni.
Per ogni vittima degli Stati uniti e della Nato ci sono, letteralmente, centinaia di vittime in Iraq e in Afghanistan le cui foto non verranno mai mostrate, i cui nomi non conosceremo mai.
Mentre una moltitudine incontrollabile e furiosa tenta di impedire la costruzione di un centro comunitario islamico a Lower Manhattan (in un edificio vuoto, ignorato per anni e danneggiato, a oltre due isolati da Ground Zero), un «ministro» evangelico della Florida sta organizzando per l'11 settembre il «giorno internazionale del rogo del Corano». Il generale Petraeus ha detto che il rogo, che ha suscitato proteste in tutto il pianeta, «potrebbe mettere in pericolo le truppe». Ha ragione. Come mette in pericolo le truppe bombardare i civili e le loro case.
Come il Vietnam negli anni Sessanta, l'Afghanistan ha una determinata resistenza armata locale, profondamente dedicata alla sua causa, e a Kabul un gruppo profondamente corrotto mascherato da governo centrale. La guerra sta insanguinando il paese vicino, il Pakistan, come la guerra del Vietnam si allargò a Cambogia e Laos.
Poco dopo l'11 settembre 2001 migliaia di persone si riunivano nei parchi della città vegliando alla luce delle candele, e un autoadesivo apparve su cartelli, striscioni e banchetti. Si leggeva: «Il nostro dolore non è un grido di guerra». In questo 11 settembre, quel messaggio continua a essere dolorosamente opportuno.
Facciamo dell'11 settembre un giorno senza guerra.

Amy Goodman conduce «Democracy Now!», trasmissione radio-tv trasmessa da 800 stazioni Usa
12/09/2010
http://www.democracynow.org/

9 settembre 2010

Nonostante il calo degli occupati, di infortuni sul lavoro e di lavoro si continua a morire


Agosto nero sul lavoro: la strage operaia non conosce tregua

Mentre il livello di disoccupazione ha raggiunto cifre record, a luglio l’occupazione e’ diminuita di 172 mila unita’ rispetto a luglio 2009 (-0,7%). Lo rileva l’Istat sottolineando che - rispetto a giugno - si e’ registrato un calo di 18 mila unita’ (-0,1%), aumenta in maniera consistente il numero degli inattivi nel complesso (+76.000 unita’ rispetto a giugno e +153.000 rispetto a luglio 2009).

Nel complesso le persone inattive tra i 15 e i 64 anni sono quasi 15 milioni (14 milioni e 948 mila). Gli occupati complessivi sono 22 milioni 886 mila mentre le persone in cerca di occupazione sono 2 milioni 105 mila.

Il tasso di disoccupazione si e’ fissato all’8,4% ma quello della disoccupazione giovanile e’ al 26,8%, in aumento di 1,1 punti rispetto al luglio 2009. Il tasso di occupazione complessivo sulla base di stime provvisorie e’ al 56,9% in calo di 0,7 punti rispetto al luglio 2009. Il tasso di disoccupazione maschile nel mese era al 7,5% mentre quello femminile al 9,7%.

Nonostante il calo degli occupati, di infortuni sul lavoro e di lavoro si continua a morire con cifre che sono da bollettino di guerra. Anche nel mese di agosto, quando si pensa che anche l’economia vada in ferie, con le fabbriche e i cantieri chiusi, si continua “normalmente” a morire sul lavoro e di lavoro. Dall’inizio dell’anno al 3 settembre 2010 (secondo i dati riportatati dal sito art. 21), ci sono già stati 706.824 infortuni che hanno prodotto 17.670 invalidi e 706 morti. Anche in agosto si è continuato “normalmente” a morire (oltre 30 persone) e ad ammalarsi, e questi dati sono in realtà sottostimati. Molti lavoratori perdono la vita a causa di infortuni dopo settimane o mesi dagli “incidenti”, molti sono lavoratori in nero che non entrano neanche nei conteggi, e, ancor più questo succede per le malattie professionali che portano la morte a distanza di anni nel più assoluto silenzio. Solo il 6 agosto sono decedute sette persone.

Come sempre i morti sul lavoro fanno notizia solo quando muoiono in gruppo, come successe alla ThyssenKrupp di Torino. Mentre il governo ed i partiti litigano sulle elezioni e sulla nuova legge elettorale, le condizioni dei lavoratori continuano a peggiorare. Le recenti esternazioni del Ministro dell'Economia Tremonti al Festival di Bergamo “Robe come la 626 sono un lusso che non possiamo permetterci” dimostrano come il governo non sia altro che un comitato d’affari al servizio della Confindustria, delle banche, dell’alta finanza e degli speculatori. Questo è ancor più evidente dalle sue successive precisazioni "Cerco di esprimere, a questo punto usando più di cinque parole, il mio pensiero. La sicurezza sul lavoro è una irrinunciabile conquista della civiltà occidentale. L'eccesso occhiuto di burocrazia è un derivato della stupidità", e ancora: chi vuole "Diritti perfetti nella fabbrica ideale" rischierà "di avere diritti perfetti ma di perdere la fabbrica che va da un'altra parte “.

Ciò significa considerare normale che degli esseri umani vengano sacrificati in nome del profitto. D’altronde queste argomentazioni ormai fanno scuola anche in alcuni sindacati come dimostra l’affermazione di Bonanni “che i diritti non ci sono se non c'è la fabbrica”, che sottopongono la dignità del lavoro e la sicurezza dei lavoratori alle regole dell’economia. Tutti i governi finora succedutisi hanno sempre messo al centro “l’azienda Italia”, con aiuti alle banche e alle imprese a cominciare dalla Fiat.

Non bisogna dimenticare che già con il centrosinistra era iniziato il cosiddetto processo di semplificazione e riduzione del “carico” e degli oneri sulle imprese, con l'eliminazione dei libri presenze, libri matricola e registri vari nei cantieri, che oggi il centrodestra porta avanti con nuovo vigore.

Michele Michelino
Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”
Mail: cip.mi@tiscali.it

7 settembre 2010

Un’idea barbara della società, il 16 ottobre in piazza per il lavoro e la Costituzione"

Fiat ordina. Federmeccanica obbedisce e disdetta il contratto dei metalmeccanici. La Fiom: cerca rogne

"strappo alle regole democratiche del nostro paese, una decisione gravissima e irresponsabile” è questo il primo commento, a caldo, del segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, in merito alla decisione del Consiglio direttivo di Federmeccanica, di dichiarare, fin da ora, decaduto il contratto nazionale dei metalmeccanici , anche se la disdetta avrà effetto a partire dal gennaio 2012, data di scadenza del contratto firmato nel gennaio del 2008.

Si tratta di un “avvertimento “, una specie di “pizzino”, se così si può dire, messo in circolazione della associazione dei padroni delle aziende metal meccaniche nel tentativo di isolare la Fiom e, da subito, aprire la strada allo smantellamento del contratto che riguarda tutte le tute blu. Precisa l’accusa di Landini nei confronti delle aziende che “vogliono abolire il contratto nazionale contro il parere dei lavoratori e con il coinvolgimento di sindacati minoritari. Si tratta di una violazione delle regole e della rottura dei principi democratici alla base degli equilibri sociali. Per la Fiom- prosegue - l’unico contratto in vigore rimane, sotto ogni punto di vista, quello del 2008 firmato da tutti e votato dalle lavoratrici e i lavoratori”.
La Fiom valuterà nel rapporto con i lavoratori metalmeccanici come e quando presentare una piattaforma per il suo rinnovo". Giorgio Airaudo, della segreteria nazionale, “esperto” Fiat avendo ricoperto l’incarico di segretario generale della Fiom del Piemonte, sottolinea che “la cosa che preoccupa di più i lavoratori non è la decisione della Federmeccanica di oggi, ma come uscire dalla crisi". “Pensare di uscire dalla crisi riducendo i salari e i diritti e aumentando le ore non è un'idea originale. Anzi è un modo per aumentare la conflittualità”.
Ancora sulla disdetta del contratto: “Non capisco perché Federmeccanica cerchi il conflitto. Mi è già poco chiaro perché lo faccia Fiat. Anzi, mi preme ricordare che più di metà delle aziende associate a Federmeccanica hanno al loro interno la Fiom come unico sindacato". A buon intenditor poche parole. Domani nel corso della riunione del Comitato centrale della Fiom verrà fatta una compiuta valutazione della decisione di Federmeccanica, decidendo le iniziative da intraprendere.

Il diktat di Sergio Marchionne

I padroni, con una scelta molto grave, forse in questi termini mai avvenuta nella storia delle relazioni sindacali, hanno accettato il ricatto della Fiat: o si manda in soffitta il contatto,inutile scartoffia, o il Lingotto esce da Federmeccanica e da Confindustria. Come cagnolini obbedienti, con la cosa fra le gambe Federmeccanica intende prendere due piccioni con una fava: fa contento Marchionne, gli da via libera nell’ attacco ai diritti dei lavoratori e, al tempo stesso, indica a tutti gli associati la possibilità di seguire le “ teorie” del manager che guida il gruppo ex torinese :ognuno si fa il suo contratto ricattando i lavoratori, minacciando l posto di lavoro. Con l beneplacito del governo, del ministro Sacconi in primo luogo. La decisione di Federmeccanica mostra la corda per più di una ragione. La prima di queste la motivazione. Si legge infatti, secondo le notizie diffuse dalle agenzie di stampa: ch e “ Il direttivo di Federmeccanica ha dato mandato al presidente, Pierluigi Ceccardi, di comunicare il recesso dal contratto nazionale dei metalmeccanici siglato il 20 gennaio 2008. La disdetta dell'accordo come ha spiegato lo stesso presidente, è avvenuta "a fronte delle minacciate azioni giudiziarie della Fiom relative all'applicazione di tale accordo" e viene comunicata "in via meramente tecnica e cautelativa allo scopo di garantire la migliore tutela delle aziende". La disdetta avviene dall'1 gennaio 2012”.

Disdetta “tecnica e cautelativa” per smantellare il contratto

I padroni non hanno più neppure il coraggio delle proprie azioni. Vediamo: la disdetta “ è puramente tecnica e cautelativa”. Nel contorto linguaggio confindustriale significa che tale atto mette ama un diritto al riparo dalle azioni giudiziarie che la Fiom avrebbe minacciato. Ora, intanto,chiedere che venga rispettato un contratto di lavoro rivolgendosi alla magistratura non è una “minaccia”ma un diritto sancito dalla Costituzione. E poi se il contratto con una operazione di smontaggio dello stesso contratto, seguendo la “via delle deroghe”. I padroni annunciano che " è stato dato incarico ad un'apposita commissione - si legge in una nota - di attivare un tavolo di confronto con le organizzazioni sindacali al fine di definire norme specifiche per il comparto dell’auto” Hanno anche la faccia tosta di escludere che vi sia stata una pressione della Fiat. Dice Ceccardi che il Lingotto "non ha spinto per niente, l'accelerazione che abbiamo imposto è per tutelare le esigenze delle aziende metalmeccaniche". Dopo la vicenda di Pomigliano d'Arco, prosegue "è emerso il convincimento unanime che è necessario proseguire con determinazione nell'adeguamento delle relazioni industriali, alla domanda di maggiore affidabilità e flessibilità che viene dalle aziende”.faccia tosta perché la decisione è fotocopia di quanto più volte detto e scritto da Marchionne. Già che c’erano, come abbiamo detto, via libera alla Fiat e via libera e tutte le aziende.

La rappresentanza non è cosa di “lor signori”

Non solo. Il direttivo di Federmeccanica, "ritenendo urgente una regolamentazione condivisa del sistema di rappresentanza (sulla cui necessità esiste generale consenso e disponibilità dichiarata delle parti), ha espresso l’auspicio che le Confederazioni attivino al più presto un tavolo per regolamentare la materia per via pattizia". Come dovrebbe essere noto a Federmeccanica la materia così delicata e complessa non si risolve, magari azienda per azienda o settore per settore. Si tratta di un problema che riguarda non solo i lavoratori ma valori fondanti della Costituzione. La rappresentanza non è cosa di “ lor signori”, come li chiamava Fortebraccio, indicando così gli oppressori dei diritti dei più deboli. Suggeriamo ai dirigenti di Federmeccanica di leggere una interessante proposta di legge popolare depositata in corte di Cassazione il 2r4 febbraio 2010. Possono rintracciarla sulla Gazzetta Ufficiale n.46 del 25 febbraio 2010. La proposta indica le “ Regole democratiche sulle rappresentanze nei luoghi di lavoro, la rappresentatività delle organizzazioni sindacali e il referendum per l’efficacia dei contratti collettivi di lavoro”. E’ stata presentata, guarda caso, proprio dalla Fiom. Federmeccanica e Confindustria, leggendola, possono farsi una cultura. Che non hanno.

Alessandro Cardulli
07 settembre 2010
http://www.dazebao.org/

5 settembre 2010

Il teatrino Berlusconi-Fini. Attenti al berlusconismo: moribondo quello "politico" resta sempre quello "sociale"

Paolo Ferrero:
«Attenti al berlusconismo sociale»

Il segretario di Rifondazione Paolo Ferrero a Liberazione: «Sì al fronte democratico di Bersani, impossibile un accordo di governo. In caso di crisi votare subito». E lancia l'allarme: «Offensiva in corso contro i lavoratori, capofila Marchionne. Partecipiamo tutti al 16 ottobre»

Da una cosa, Paolo Ferrero, mette in guardia anche per non ripetere gli errori del passato (leggi Unione 2006): pensare che la crisi del berlusconismo "politico" coincida con la crisi del progetto sociale della destra. «L'offensiva in atto contro i diritti dei lavoratori, di cui Marchionne è il capofila, è pienamente operante» avverte. E siccome nel Pd rimane ben radicata l'ideologia liberista, non ci sono le condizioni per governare insieme, mentre vi è l'occasione di sconfiggere Berlusconi nelle elezioni e costruire una sinistra d'alternativa attraverso «lotte e mobilitazioni nel Paese».

Si dice che siamo in una condizione mai verificatasi prima: non c'è una maggioranza e non c'è un'opposizione. Sei d'accordo?
E' la crisi molto acuta del berlusconismo "politico" che determina questo fenomeno e che coinvolge il terreno istituzionale determinando la crisi del bipolarismo. Si tratta di una crisi non dentro ma del sistema politico, che sta trascinando la seconda Repubblica in una palude e sta causando l'esplosione delle destre nel momento in cui, grazie all'attuale legge elettorale, godono di una grande maggioranza parlamentare.

Questo per quanto riguarda la maggioranza. E l'opposizione?
Se è sotto gli occhi di tutti la crisi del berlusconismo come dire "politico", il berlusconismo "sociale" (come quello ideologico), invece, non è per nulla in difficoltà. Anzi, marcia dritto sparato verso la demolizione dei diritti dei lavoratori, lo smontaggio del contratto nazionale, la distruzione del quadro costituzionale. Le classi dirigenti non hanno alcuna strategia per uscire dalla crisi economica, manca una qualsiasi politica industriale (non per caso il governo Berlusconi lascia per mesi il ministero dello sviluppo economico senza un titolare). L'unica idea è tagliare diritti e salari per farli diventare omogenei a quelli dei paesi emergenti, scaricando così tutta la concorrenza sui lavoratori. In questa situazione, l'ideologia liberista caratterizza buona parte del centrosinistra (basta vedere Veltroni su Pomigliano) ed è purtroppo diventata senso comune nel paese. Ci troviamo quindi di fronte ad una opposizione minoritaria incapace di prospettare una alternativa.

La vicenda Fiat, in questo senso, appare emblematica.
Marchionne non fa l'imprenditore, fa il padrone. Senza idee, senza innovazione, è il volto sociale del berlusconismo. Mentre la Germania, dove gli stipendi sono il doppio dei nostri, produce cinque milioni di vetture, l'Italia appena seicentomila. Marchionne dice che ne vuole arrivare a produrre un milione e quattrocentomila: per venderle a chi se il suo unico progetto è quello di contrarre i salari? La sua non è altro che un'operazione di classe, che non porta ad un rilancio del sistema Italia: fanno pagare la crisi ai lavoratori per mantenere intatti i propri privilegi. E intanto tagliano sulla scuola e sulla cultura. Ma in questo modo sfondano il paese, con conseguenze che graveranno per gli anni a venire. Non interessa innovare, che so migliorare l'efficienza energetica puntando sul solare; no, quello che conta è fare affari con il nucleare o con il ponte sullo Stretto. Per non parlare dell'arraffa arraffa sulle privatizzazioni.

Stai dipingendo un quadro assai fosco. Come si può invertire la rotta?
Intanto, si può capitalizzare la crisi del berlusconismo sul piano politico, sapendo, come ho detto, che non risolverà tutti i problemi. Bisogna lavorare per le dimissioni del governo Berlusconi, perché non è per nulla automatico che ci si arrivi. Per quanto ci riguarda, ciò significa organizzare l'opposizione nel paese con la parola d'ordine di cacciare Berlusconi, mettendo in risalto i suoi disastri sociali e il suo profilo sovversivo. Per questo proponiamo a tutte le forze di opposizione di sostenere e partecipare alla manifestazione Fiom del 16 ottobre: dovrebbe essere la mobilitazione di tutti, perché lì si tengono insieme questione democratica e questione sociale.

E in caso di dimissioni di Berlusconi?
Noi siamo per elezioni subito. Per almeno due motivi. Il primo è che Dio solo sa che politica sociale ed economica farebbe un governo di transizione. Penso al governo Dini, nato dopo che Berlusconi cadde sulle pensioni nel 1994: la riforma Dini delle pensioni non è che si discostasse granché da quella della destra. Il rischio è che un simile governo faccia dei disastri tali da permettere a Berlusconi di recuperare consenso in un anno.

Il secondo motivo?
E' legato alla legge elettorale. Ci sono troppe proposte in campo, compreso il doppio turno alla francese che peggiorerebbe la situazione. Quale riforma elettorale farebbe questo governo? No, un governo di transizione non è per nulla auspicabile.

Ma anche andare a votare con il porcellum...
Votare subito con il porcellum e relativo premio di maggioranza dovrebbe avere, secondo noi, lo scopo di cacciare Berlusconi e di modificare la legge elettorale in senso proporzionale, oltre che, ovviamente, introdurre elementi di giustizia sociale. Nel momento in cui è matura la possibilità di sconfiggere il Cavaliere occorre cogliere questa occasione. Il nostro sì alla proposta del fronte democratico (che per altro la Federazione della sinistra avanza da circa un anno) contiene la proposta di cambiare la legge elettorale in senso proporzionale, sulla scia del modello tedesco. Questo accordo per sconfiggere Berlusconi e cambiare la legge elettorale non è un programma di governo: come ho detto, non ce ne sono assolutamente le condizioni. Insomma, dei due cerchi di Bersani (fronte democratico e nuovo Ulivo), noi siamo interessati a quello "più largo", al fronte democratico, non certo ad un Ulivo che ha grandi superfici di contatto con i poteri forti del paese. Il fronte democratico può essere il punto di incontro tra due progetti politici radicalmente distinti: l'Ulivo e la sinistra di alternativa.

In mezzo c'è il Pd: quale linea prevarrà, secondo te?
Veltroni ripropone la logica del bipolarismo secco, che espunge ogni elemento di classe e di sinistra (e che regala a Berlusconi l'Italia per i prossimi 150 anni). Bersani ha invece un'idea pluralista della politica efficace per battere Berlusconi. La sua proposta è utile per uscire dal bipolarismo: un nuovo assetto istituzionale, basato su un sistema elettorale proporzionale, ridarebbe autonomia alla sinistra, non più costretta ogni volta a scegliere alleanze coatte (il successo della Linke dipende anche da questo). Ed è utile anche perché tutte le posizioni di sinistra oggi ambigue sarebbero obbligate a decidere con chi stare: con l'Ulivo o con la Sinistra? Insomma, è una proposta di dialogo, è un passo avanti. Prima la discussione era tutta su come accentuare il bipolarismo, ora si discute di proporzionale. Si è aperta una partita, in un terreno di gioco a noi più favorevole: giochiamola.

Più facile a dirsi che a farsi per una Federazione della Sinistra che non ha voti da far pesare...
Noi siamo utili e vogliamo fare la nostra parte per sconfiggere Berlusconi. Dopo di che, Bersani propone un nuovo Ulivo, noi la costruzione e l'unità della sinistra d'alternativa. In primo luogo attraverso lotte e mobilitazioni nel paese a partire dalla mobilitazione del 16 di ottobre. In secondo luogo avanzando un progetto alternativo di società che parta dalla messa in discussione della globalizzazione neoliberista: ripresa dell'intervento pubblico in economia; allargamento dei beni pubblici; tassazione delle rendite; riconversione ambientale del modello produttivo. Il terreno di costruzione di questa alternativa è l'Europa e su questo lavoriamo con la Sinistra Europea. Rilanciare la sinistra e la rifondazione comunista vuol anche dire operare per capovolgere il senso comune ormai imperante, retaggio della Milano da bere: quello secondo cui se sei povero è colpa tua e i ricchi hanno sempre ragione; e secondo cui per uscire dalla condizione di proletario o devi vincere al totocalcio oppure fare la velina. Dobbiamo riuscire a ridare alle persone un senso di sé, una soggettività, una dignità che si sono smarriti nell'epoca della videocrazy, nella quale conta chi vince e "guai a chi perde". Per costruire una sinistra e battere, con Berlusconi, il presidenzialismo populista e a-democratico, occorre ricostruire un protagonismo sociale in cui gli sfruttati non attendano passivamente il santo di turno a cui chiedere il miracolo ma piuttosto ridiventino protagonisti della costruzione del loro futuro.

Romina Velchi
05/09/2010