31 agosto 2010

Tagli all'occupazione, alle pensioni, al wefare, è questo ciò che gli stati membri dell'UE stanno applicando

Giornata di azione europea: no all'austerità, sì alla crescita e al lavoro

Una grande manifestazione nazionale in programma il 29 settembre a Roma per rivendicare l'adozione di misure per far uscire il paese dalla crisi. Una mobilitazione indetta dalla CGIL in occasione della giornata di azione europea promossa dalla Confederazione Europea dei Sindacati (CES) per dire no ad una Europa dell'austerità e per ribadire invece l'importanza di una Europa del lavoro, della giustizia sociale e della solidarietà. Non solo a Roma, le proteste coinvolgeranno infatti, anche la città di Bruxelles, che in concomitanza dell'incontro dei Ministri europei delle finanze, ospiterà la manifestazione europea.

Tagli all'occupazione, alle pensioni, al wefare, è questo ciò che gli stati membri dell'UE stanno applicando o progettano di applicare per ridurre il debito pubblico. La 'terapia d'urto' adottata dai paesi europei consiste nell'aumentare le misure di austerità con tagli ingenti alla spesa pubblica, ma secondo la Confederazione Europea dei Sindacati, tali misure, avranno l'effetto opposto a quanto auspicato. Il potere d'acquisto diminuirà e le prospettive di ripresa si allontaneranno. “Le misure di austerità - ha sottolineato la CES - sono ingiuste, poiché la crisi ha indebolito milioni di persone che ora saranno costrette a stringere ulteriormente la proporia cinta”.

L'acuirsi della crisi finanziaria sta rendendo sempre più vulnerabili ed insicuri 23milioni di lavoratori in Europa e milioni di cittadini europei, con tensioni sociali in crescita quasi ovunque. Un'ondata di scioperi, proteste e manifestazioni, la più consistente degli ultimi decenni, sta coinvolgendo tutti i paesi europei, per contrastare una serie di manovre economiche e finanziarie che complessivamente costeranno 750 miliardi di euro. “Un sacrificio - spiega Nicola Nicolosi, Segretario Confederale CGIL - che si aggiunge al già alto costo che tutti stiamo pagando, soprattutto in termini occupazionali, a causa della difficile situazione economica”.

Per questo la Confederazione Europea dei Sindacati invita tutte e tutti a partecipare alla giornata d'azione europea il 29 settembre, per contrastare: l'insicurezza dell'occupazione e la disoccupazione; la povertà e l'esclusione sociale e invita a lottare per: un accesso ad occupazioni di qualità, lavoro stabile e potenziamento della formazione per tutti; per la garanzia di un salario dignitoso e di pensioni migliori; per il rispetto e lo sviluppo degli standard sociali in tutti i paesi; per l'accesso a servizi pubblici e sociali di qualità.

31/08/2010
Per ulteriori informazioni: www.etuc.org

29 agosto 2010

Non capita spesso, ma sentire un ministro che spiega un colpo di stato monetario è una notizia da raccontare

Il colpo di stato monetario

Al raduno annuale di "comunione e liberazione" Tremonti ha parlato della crisi, di una questione meridionale come elemento nazionale, della globalizzazione come processo indefinibile, ha citato illustri filosofi e poeti, riferendosi in un passaggio addirittura al Berlinguer dell'austerity. C'è stato un capitolo del suo discorso nel quale però sono state dette delle cose che in larga parte sono sconosciute al popolo italiano, ed è stato il passaggio iniziale nel quale il ministro ha spiegato cosa avverrà in Europa dopo il colpo di stato monetario che si è determinato nel mese di maggio nel pieno della crisi della Grecia ad opera della commissione di Bruxelles.
Il nuovo patto di stabilità ha detto Tremonti segna l'Europa del domani, che vede con un ruolo di protagonismo crescente la BCE, la concessione di un fondo di garanzia per le banche in crisi (con i soldi pubbicli nostri), nuovi parametri per il patto di stabilità con criteri più rigidi, nuove procedure d'infrazione automatiche devastanti per le regioni più povere, ed il Governo economico dell'Unione. Il Governo economico dell'Unione non sarà semplicemente – così ha proseguito il ministro - una presa d'atto dei bilanci dei singoli stati ma dovrà intervenire anche sulle politiche economiche per armonizzarle ( in maniera preventiva aggiungiamo noi). I singoli stati, ha continuato il ministro dovranno quindi cedere una parte della loro sovranità nazionale in campo economico a favore delle decisioni che verranno prese in Europa. Il Tremonti Roobin Hood dei popoli europei è diventato nel giro di un mese e mezzo lo sceriffo di Notthingam, il più prestigioso alfiere della linea della BCE, l'uomo che da garanzia ai poteri forti europei della nostra instabilità. L'Italia con Tremonti si è consegnata mani e piedi al ridisegno complessivo che in Europa le classi dominati stanno determinando utilizzando il patto di stabilità ed il federalismo fiscale come strumenti centrali per dividere ulteriormente, sul versante del welfare, l'Europa tra le zone ricche e povere sotto le ricette monetariste che impongono l'austerity. Nessun parlamentare o europarlamentare italiano ha detto una parola su quanto sta avvenendo in questo momento in Europa. Per modificare il patto di stabilità è bastato passare per le vie regolamentari sottraendo ai parlamenti la decisione principale delle scelte economiche che in questo quadro saranno decise a livello di commissione europea. Il colpo di stato monetario è questo e non altro. Se è vero che con l'adesione al trattato si consegna a questo ampia possibilità d'incidere sulle nostra vite, è altrettanto vero che una discussione di questa portata non può non interessare il nostro parlamento. Quando si toglie al parlamento una prerogativa così importante come le scelte economiche, riassegnandola a nuovi istituti sovranazionali il popolo deve essere informato, ed è compito del Governo e dell'opposizione farlo. Dobbiamo riconoscere a Tremonti che almeno lui oggi ha detto le cose come stanno e non ha oscurato la portata degli effetti che il nuovo patto di stabilità determinerà nei paesi come il nostro. Visto che l'opposizione parlamentare su questo tema è completamente complice e subalterna nell'assecondare il golpe monetario spetta alla sinistra di classe organizzare l'opposizione al Governo dei Governi.

29/08/2010

Intervista a Carlo Galli, docente di storia delle dottrine politiche all'università di Bologna

Un fantasma si aggira per l'Italia: il popolo sovrano

Nessuno è in grado di pronosticare quanto lunga sarà ancora la vita della Seconda Repubblica. Anche perché da nessuna parte è scritto quale sia l'ordinamento costituzionale su cui essa si fonderebbe. Quasi bastasse evocarne il nome ossessivamente per decretarne l'esistenza. Di certo c'è soltanto che di Seconda Repubblica si è iniziato a parlare con sempre maggiore frequenza dal 1993, anno a partire dal quale si sono succedute le diverse leggi elettorali che hanno introdotto il maggioritario. Da allora, benché la Costituzione sia sempre quella del '48, si è iniziato a parlare di costituzione materiale divergente da quella formale. S'è detto e ripetuto che il maggioritario avrebbe concesso ai cittadini la possibilità di scegliersi i propri rappresentanti e, per estensione, di eleggere direttamente il premier, trasformando radicalmente la nostra Repubblica da parlamentare a presidenzialista. Non c'è dubbio che la destra berlusconiana abbia investito l'intero suo progetto politico sulla scommessa di una democrazia populistica, maggioritaria e presidenzialista, comportandosi nella prassi politica come se l'elezione diretta del premier fosse una realtà consolidata e non - come di fatto è - uno stravolgimento della Costituzione. L'errore della sinistra è di non aver capito la gravità di questo processo e di non averlo contrastato a sufficienza. Semmai si è illusa di cogliere, nello schema bipolare della Seconda Repubblica, un'opportunità anche per se stessa.
In questi giorni di fibrillazione della maggioranza di governo i politici di destra hanno fatto continui riferimenti alla sovranità popolare. Con l'intento di far passare nell'opinione pubblica l'idea che il governo sarebbe diretta espressione del popolo e che, quindi, in caso di una sua crisi, il ritorno alle urne sarebbe d'obbligo. Un tentativo di contrapporre il presidenzialismo (immaginario) alla forma parlamentare della nostra Repubblica (scritta nella Costituzione), come spiega Carlo Galli, docente di storia delle dottrine politiche all'università di Bologna.

Lo schema è chiaro: il Popolo contro gli intrighi del Palazzo. Eppure questo popolo assomiglia di più a un'immagine vuota agitata strumentalmente, non le pare?

Il popolo di cui parla la destra è un sovrano a intermittenza, a sprazzi, un sovrano che si manifesta solo episodicamente, in occasione delle elezioni. Ma tra un'elezione e l'altra questo popolo scompare, senza che se ne veda traccia negli atti e nelle decisioni di governo. E' un sovrano che emette un soffio vitale e poi sparisce, investendo il Capo di un'autorità definitiva e svincolata da qualsiasi limite. Il popolo è, per la destra, un'entità informe da sottoporre a manipolazioni mediatiche o un fantasma da evocare solo nella misura in cui la sua presunta volontà si incarni nel leader, l'unico legittimato a rappresentarlo. Siamo di fronte a un espediente narrativo, o meglio ideologico.

C'è un curioso capovolgimento. La destra, oggi, si candida come l'unica forza in campo disposta a difendere le prerogative della sovranità popolare, facendo appello al popolo e alla sua energia rivoluzionaria per spazzare via gli assetti formali di potere esistenti. Curioso che sia la destra a detenere il monopolio simbolico della rivoluzione, no?

C'è una bella differenza. Intanto, le rivoluzioni non si dichiarano, ma si fanno. La rivoluzione è la massima espressione politica del potere costituente del popolo ed è, per così dire, un'autoaffermazione immediata che si enuncia nel momento stesso in cui si compie. Nessuno si sognerebbe di dire che in Italia, oggi, esista una situazione rivoluzionaria. Semmai è vero il contrario, prevalgono la disaffezione per la politica, la sfiducia, il distacco. Ma soprattutto la destra attribuisce alla categoria di popolo un significato completamente diverso da quello che, storicamente, le ha attribuito la sinistra. Nella tradizione di destra il popolo è un'unità organicistica, una comunità chiusa cui si appartiene o non appartiene per requisiti "naturali" e che va mantenuta e difesa nei suoi confini. La sinistra invece ha sempre pensato che la società fosse un luogo di conflitti e che il popolo, ben lontano dall'essere una comunità organica, fosse all'opposto una comunità da allargare, attraverso l'estensione dei diritti politici, della cittadinanza e della libertà. Se c'è un compito urgente per la sinistra è quello di difendere la Costituzione, come ha sempre fatto del resto. Non sarà la rivoluzione bolscevica, ma non è neppure poco. Bisogna contrastare questa visione demagogica della destra secondo la quale il dettato costituzionale sarebbe soltanto una questione formale. Berlusconi è quasi riuscito a far passare nell'opinione pubblica l'idea che applicare le norme previste dalla nostra Carta - per esempio, che il potere di scioglimento delle Camere spetta al Capo dello Stato e non al Presidente del Consiglio - equivalga pressapoco a un intrigo di palazzo. Credo che questa versione populistica e plebiscitaria della democrazia sia davvero un pericolo da scongiurare.

Si dice che ormai sia in vigore una costituzione materiale e che la nostra democrazia, di fatto, sarebbe una democrazia presidenziale...

Qui bisogna fare un discorso molto chiaro. La nostra è per Costituzione una repubblica parlamentare. Certo, la sovranità appartiene al popolo, ma la esercita nei limiti e nelle forme previste dalla Costituzione. Il popolo elegge i parlamentari, non il governo, il quale, a sua volta, è un organo esecutivo legittimato a governare esclusivamente in virtù del voto di fiducia che ottiene dal Parlamento. Il premier (anzi, il Presidente del Consiglio dei ministri) non è eletto dal popolo come surrettiziamente si vuol dare a intendere, ma ottiene il suo mandato da una maggioranza parlamentare. L'unico organo che secondo Costituzione incarna legittimamente la sovranità popolare è il Parlamento. Negli Stati Uniti il presidente è eletto direttamente dal popolo, ma quella è un'altra storia, una diversa forma di Stato (federale) e di governo (costituzionalismo puro), e un diverso assetto sociale (veramente pluralistico). In Europa un modello di repubblica (semi-)presidenziale è quello francese, un modello venato da accenti autoritari. Quello che mi sorprende favorevolmente è constatare come in Italia, nonostante i tentativi di far passare nell'opinione pubblica l'idea che saremmo già ora una repubblica presidenziale, ci sia una capacità di resistenza da parte dei poteri istituzionali garantiti dalla Costituzione, del Parlamento, della Corte costituzionale e della magistratura.

Fini si accredita come il leader di una destra nuova, moderna, liberale. Eppure se per un verso il Presidente della Camera insiste molto sulla partecipazione e i diritti individuali, per un altro continua a fare riferimento a un'idea di comunità-nazione. Nel migliore dei casi, la sua assomiglia a una destra neogentiliana, a un neoliberalismo autoritario incentrato su uno Stato forte. Non è così?

Anche se si è spinto ad affermare che la nazione non è più l'unico fondamento di legittimità della politica, e che - davanti al fenomeno del multiculturalimso - questo fondamento è piuttosto la Costituzione, Fini è e resta un uomo di destra. Definirlo di sinistra sarebbe un'offesa per tutti. La destra cui fa riferimento è una destra conservatrice, il che beninteso non significa statica. Il conservatorismo può colorarsi - soprattutto in Italia - di accenti progressivi. Il Presidente della Camera si è pronunciato più volte a favore di aperture sul terreno dei diritti civili; e anche sul tema dell'immigrazione Fini ha più volte accennato alla necessità di allargare la sfera della cittadinanza. Ma questo non è un fatto nuovo nella storia della destra italiana. Anzi, direi che è una costante nel pensiero politico di destra rendere fluttuante la frontiera della cittadinanza al fine di stabilire chi è dentro e chi è fuori della comunità nazionale. E' in fondo la vecchia politica della cooptazione, la stessa attuata da Giolitti. Certo, sempre meglio un Giolitti che un Roudini che sparava sulla folla dei manifestanti o un Pelloux. Aggiungerei che oltre al populismo mediatico di Berlusconi e al conservatorismo illuminato di Fini, esiste anche un terzo modello di destra, quella di Tremonti e Bossi. Non è da sottovalutare, anzi credo che sia questa la destra che comanda davvero ed è quella più legata agli interessi materiali sui territori.

Tonino Bucci
28/08/2010
http://www.liberazione.it/

28 agosto 2010

Noi che abbiamo attraversato l'Italia dei misteri in marcia verso il potere. Ora sono al governo

Cossiga è morto, Gelli sta bene. Sapremo mai chi è il vero burattinaio della P2-P3?

Per caso ho riletto, proprio nei giorni della morte di Francesco Cossiga, l’intervista di Maurizio Costanzo a Licio Gelli (Corriere della sera, 5 ottobre 1980), riportata nel bel libro di Antonella Beccaria e Riccardo Lenzi “Schegge contro la democrazia”. Le trame e le insidie nel nostro paese sono state presenti da sempre e giustamente il libro si apre con la “madre di tutte le stragi”, Portella della ginestra, 1 maggio 1947. Tuttavia è negli anni Settanta e Ottanta che assunsero un carattere ancor più preoccupante, per la complessità della situazione politica destinata, come sappiamo, a produrre al rallentatore la fine della prima repubblica.

L’incubo del debito pubblico, gli “affari” di stato, Sindona, l’ombra di Kissinger, la crescita del Pci, poi la sconfitta del compromesso storico e dell’Eurocomunismo, le centinaia di attentati degli opposti estremismi, i governi Andreotti, Pertini al Quirinale (poi Cossiga!), l’uccisione di Pio La Torre e Piersanti Mattarella, il “caso” Moro, la morte di Berlinguer, i dubbi sui servizi e la P2, il congresso socialista di Palermo che proclamò per direttissima segretario Craxi, tre anni dopo presidente del consiglio, l’ingorgo del Caf e a tangentopoli… Profetica – e isolata anche tra i suoi – la denuncia – nel 1981! – di Enrico Berlinguer che osò nominare la “questione morale”, accusare “i partiti (che) hanno occupato lo Stato…”, affermare che “tutto è lottizzato… (siamo) alla guerra per bande…”.

Quanto a me, era stato l’attentato di piazza Fontana del ’69 a impegnarmi – verbo datato – nella sinistra, bersaglio di un anticomunismo strumentale che doveva condizionare la democrazia; poi, con l’aggravarsi progressivo della situazione, mentre il paese, dal divorzio allo statuto dei lavoratori, diventava sempre più consapevole di sé, approdai nella Sinistra Indipendente. Il Pci di allora era capace di cogliere il proprio interesse e prestare attenzione a quella che, poi, si sarebbe chiamata “società civile”, quella interessata a difendere, a fianco dei partiti, in autonomia i diritti, la giustizia sociale, la cultura democratica.

Anni di adrenalina politica continua: come Pasolini (sul Corriere della sera del 14 novembre 1974) potevamo “immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace” e sapevamo le responsabilità, i nomi, ma “non avevamo le prove”. Divenne centrale il ruolo della P2, nata non senza nessi fra il prima e il poi, che ancora genera sospetti e timori. Rileggendo l’intervista del 1980, ripensavo alla viscidume che aggrediva le istituzioni e al rigore di Tina Anselmi, consapevole più di chiunque altro della necessità di fare pulizia per salvare lo Stato.

La redazione di Maurizio Costanzo, allora piduista ignoto, illumina lo stile di Gelli, esplicito e sfuggente, apertamente antidemocratico e beffardo. “Da bambino che mestiere volevi fare da grande?”. “Il burattinaio”. Arriva un brivido, no? In un’altra intervista del 2003 su Repubblica Gelli, senza ragione chiede di chiudere con l’elogio dell’amico Francesco Cossiga. Ancora il brivido: che cosa voleva significare? Il buon amico di Gelli era uno che passava (e si faceva passare) per matto: giocava con i soldatini della sua ricchissima collezione e continuava a divertirsi con Gladio; confessava la birbanteria di aver allontanato di sotto il tavolo le scarpe che la principessa Diana a una cena si era tolte “per vedere che cosa succedeva”, ma provava anche a screditare l’estremismo rosso infiltrando provocatori e producendo disastri. Giorgiana Masi e Francesco Lo Russo dimostrarono “che cosa succedeva”. Davvero era un fan dello stile piduista, quasi un godere di giocare a fare il burattinaio.

La pietà per la morte non copre il ricordo di ambiguità non attribuibili – un matto non fa quella carriera – a scarso equilibrio mentale. Come ultimo scherzo Francesco Cossiga si è portato dietro gli spezzoni di verità che costituirebbero prove a carico dei nomi di cui parlava Pasolini. Né copre la mia perplessità su quella nomina plebiscitaria al Quirinale, appoggiata anche da un Pci ormai avviato sul piano inclinato delle mediazioni di potere gratuite. Pare che Natta si fosse pentito della decisione, ma chi allora ha votato Bobbio si arrabbia ancora.

Giancarla Codrignani
26-08-2010
http://domani.arcoiris.tv/

26 agosto 2010

La lotta alla mafia e la promozione di una società giusta e libera passano anche e soprattutto da un forte investimento culturale ed educativo

Scuola. Questi tagli sono un regalo alla mafia

Immaginate cosa vuol dire meno insegnati e meno personale negli istituti scolastici di quartieri a rischio come lo Zen di Palermo o Scampia di Napoli. Zone della città dove il degrado economico e la marginalità sociale si trasformano in brodo di coltura per le organizzazioni mafiose. Qui la scuola rappresenta una delle poche, se non l’unica, alternativa alla delinquenza. Un vaccino prezioso per impedire che i ragazzi siano contagiati dal virus della criminalità.
Sono diverse le esperienze formative ed educative dove le scuole, in rete tra loro e con il mondo delle associazioni, riescono ogni anno a strappare dalle grinfie della criminalità organizzata centinaia di ragazzi. Ciò è stato possibile grazie all’impegno e alle capacità di dirigenti, insegnanti, volontari. Tra questi ci sono anche i precari che il governo Berlusconi lascerà a casa dall’inizio del prossimo anno scolastico.
Il provvedimento che porta il nome del ministro della Pubblica istruzione non è per nulla una riforma. Esso, infatti, non sfiora i temi e i nodi formativi del nostro sistema scolastico. Si tratta di un mero atto di carattere finanziario, che risponde soltanto alle esigenze del bilancio statale. Unico caso in assoluto, peraltro. In tutti i Paesi del mondo civile, laddove all’educazione delle nuove generazioni viene riconosciuta la giusta importanza, i governi hanno aumentato le risorse, scommettendo su scuola e università per superare la crisi economica mondiale.
In Italia, invece, il governo ha deciso di abbattere la scure sulla scuola e in particolare sui precari. Senza di loro la qualità dell’istruzione si abbasserà drasticamente. Ci ritroveremo con classi superaffollate, formate da più di trenta studenti; salterà il tempo pieno; saranno ridotte le ore dedicate all’insegnamento delle regole e della Costituzione; non sono stati risparmiati neanche gli studenti che necessitano del sostegno.
“L’educazione alla legalità” diventa sempre più uno slogan in bocca proprio agli esponenti dell’esecutivo e della maggioranza che ogni 19 luglio non rinuciano alla passerella per la commemorazione di Paolo Borsellino, anche se ignorano il suo insegnamento: «La lotta alla mafia, il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata, non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità». Chi mantiene poi memoria storica ricorderà il sacrificio di don Pino Puglisi, il parroco di Brancaccio, quartiere ad alta densità mafiosa, che per l’educazione alla legalità diede in sacrificio la sua stessa vita.
Proprio a Bracaccio e in tutte le aree a rischio o di marginalità socio-economica e territoriale della Sicilia il Partito democratico è riuscito a far finanziare un piano di intervento per la realizzazione di attività extrascolastiche da svolgersi nelle ore pomeridiane. Una contromisura importante alla politica nazionale del governo, ma che purtroppo riuscirà solo a limitare i danni. Tagliare le risorse alla scuola italiana vuol dire tradire l’esempio di quanti hanno dato la vita per la giustizia, la legalità e lo sviluppo. Così si fa un regalo alla criminalità e si nega a migliaia di giovani la speranza di un futuro sano e positivo.
La lotta alla mafia e la promozione di una società giusta e libera passano anche e soprattutto da un forte investimento culturale ed educativo. Per questo è indispensabile che tutte le forze politiche e della società civile che hanno a cuore il bene delle nuove generazioni e del Paese si impegnino per impedire che la legge Gelmini vada a regime. Allo stesso tempo bisogna lavorare per ridare alla scuola pubblica italiana la centralità che merita. Essa ha un compito delicatissimo: formare i giovani affinché siano cittadini consapevoli, capaci di esercitare responsabilmente diritti e doveri, promuovere il bene comune, acquisire le competenze necessarie per uno sviluppo sociale ed economico a misura d’uomo.

Giuseppe Lumia
già Presidente, oggi componente della Commissione Antimafia
25/08/2010

Sicurezza sul lavoro. Tremonti: «Sono l'Unione europea e l'Italia che si devono adeguare al mondo». Degno ministro di questa mortale Italia!

Tremonti; La 626 è un lusso che non possiamo permetterci

MILANO - Una dichiarazione che farà discutere. Soprattutto in un Paese che registra una media di 3 o 4 morti sul lavoro al giorno. «Dobbiamo rinunciare ad una quantità di regole inutili, siamo in un mondo dove tutto è vietato tranne quello che è concesso dallo Stato, dobbiamo cambiare». Lo ha detto il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, intervenendo al «Berghem fest» sottolineando subito dopo che «robe come la 626 (la legge sulla sicurezza sul lavoro) sono un lusso che non possiamo permetterci. Sono l'Unione europea e l'Italia che si devono adeguare al mondo». Fonte corriere.it

Sicurezza sul lavoro: CGIL, Tremonti chieda scusa ai tanti lavoratori coinvolti negli incidenti sul lavoro

Sicurezza sul lavoro: CGIL, Tremonti chieda scusa ai tanti lavoratori coinvolti negli incidenti sul lavoro
"Un insulto" secondo la Confederazione quello del Ministro dell'Economia che ha definito la 626 (legge sulla sicurezza sul lavoro) "un lusso che non possiamo permetterci"
Dura la replica della CGIL alle dichiarazioni del ministro Tremonti, il quale, poche ore dopo gli incidenti che, nella giornata di ieri, hanno portato alla morte di tre lavoratori e al grave ferimento di altri due ha definito la legge 626, la legge contenente le norme in materia di sicurezza sul lavoro, un “lusso che non possiamo permetterci”.
“Il Ministro Tremonti - ha dichiarato Paola Agnello Modica della CGIL Nazionale - evidentemente non ha mai svolto un’'attività lavorativa in cui era a rischio la sua incolumità, altrimenti non avrebbe certo considerato “'roba”' la legge sulla prevenzione nei luoghi di lavoro, addirittura un “lusso che non possiamo permetterci”. Secondo la dirigente sindacale il Ministro dovrebbe chiedersi se “l'’incolumità e la vita dei lavoratori e delle lavoratrici debbono essere subordinati alle esigenze dell’'economia o viceversa?”.
Secondo Agnello Modica le parole del Ministro sono un grave insulto alla dignità di chi lavora per vivere e richiedono “esplicite scuse ai tanti lavoratori e lavoratrici che hanno perso la vita o si sono infortunati o ammalati a causa del lavoro. La CGIL continuerà ad essere al fianco di questi uomini e di queste donne”.
La dirigente sindacale ha inoltre sottolineato l'impegno di migliaia di delegati, medici, tecnici grazie ai quale si è riusciti ad ottenere negli ultimi anni un andamento discendente di infortuni e di morti nei luoghi di lavoro, fino all'ottenimento di alcune normative in Europa e in Italia. “Queste leggi - ha concluso Agnello Modica - vanno salvaguardate e rafforzate e soprattutto lo Stato deve imporne l’'applicazione. Deriderle, lo ripetiamo, è un insulto a chi lavora che esige scuse”.

26/08/2010

25 agosto 2010

Cultura di lotta per la liberazione. In ricordo della "comandanta" che ha svegliato il Chiapas


Storia di Ramona

Non esce dalla leggende ma dalla Selva. Per la precisione, dalla Selva Lacandona, Chiapas. Sembra inventata e invece è vera. Ramona. Per la precisione la Comandanta Ramona. Di lei non si sa altro che il nome, il nome di battaglia: Ramona, appunto. Due occhi nerissimi sotto la fessura del passamontagna, il fucile tenuto stretto contro il suo huipil rosso: il mondo la conobbe per la prima volta, quel capodanno del 1994, quando, alla testa dell'esercito zapatista, ha occupato San Cristòbal de las Casas e issato la bandiera della rivolta. Minuscola, con la statura di una bambina, una voce sottile: comandante militare dell'operazione San Cristòbal, in sostanza il braccio destro di Marcos. All'epoca ha 34 anni e nei ranghi dell'Ezln ci sta da quando il movimento è nato. Di origine maya, ricamatrice di professione, si esprime in tzotzil, la lingua della sua etnia (parlata solo da350mila persone); non ha titoli di studio, anzi è praticamente analfabeta. Ma
«chi vive secondo un perchè - come dice quel famoso filosofo - può sopportare quasi qualunque cosa». E lei un perchè ce l'ha, un perché fortissimo: «Svegliare la gente».
Nella Selva - «mai più senza fucile» - ha imparato molto, il suo analfabetismo l'ha lasciato indietro, al fianco di Marcos ha camminato molto anche sul fronte dell'auto-educazione. E suscita stupore, quando lei - una ragazza di bassa statura, che sa parlare solo nella lingua natia - quel gennaio 1994 si presenta davanti alla stampa per la sua prima intervista: come membro del Comitato Clandestino Rivoluzionario indigeno della zona di Sant'Andrés Larrainzar. Nello spiazzo di un bosco coperto di fitta nebbia, lei era improvvisamente comparsa, al fianco degli altri comandanti: David, Felipe, Xavier, Isaac, Moises. Era la prima donna a parlare a nome dell'Ezln. L'inviato del giornale messicano La Jornada così racconta l'incontro. «Non portava passamontagna, ma un paliacate (fazzoletto indio ndr); tra i suoi capelli intrecciati già spuntavano fili bianchi. David le aveva dato un maglione, non tanto per il freddo, ma perchè così poteva coprire la sua tunica il cui ricamo avrebbe rivelato la sua comunità di origine. Erano giorni di rigorosa clandestinità. I suoi stivali e l'orlo della sua gonna erano macchiati di fango».
In quell'incontro, gli zapatisti intendono spiegare i motivi della loro insurgencia, «non ne potevamo più di morire di fame. E' stato il popolo stesso a dirci di cominciare». Silenziosa, col fucile stretto al petto, lei assentiva; ma quando arriva la domanda sul perchè tra gli zapatisti ci sono anche donne, allora «rovesciò una cascata di parole in lingua tzotzil. Subito si ordinò alle miliziane perché una di loro traducesse». Perché anche le donne? «Perché le donne sono le più sfruttate e oppresse. Perché le donne, da tanti anni, da 500 anni, non hanno diritto di parlare, di partecipare, di ricevere una istruzione, di avere qualche carica nel loro villaggio». E raccontò dei suoi anni di ricamatrice. Di come si alzava all'alba. Di come impiegava fino a tre anni per finire quei pezzi sontuosi che portano le donne degli Altos; e di come le pagavano briciole. Parlò della sua vita quotidiana, «molta sofferenza». Parlò dei suoi sogni - «di essere rispettati come indigeni, come popolo, come paese; perché ci hanno ridotto così molti dei nostri governanti; e perché i ricchi ci hanno lasciato così, come su una scala, in basso». E infine, prima di andarsene, la Comandanta aveva lasciato un messaggio: «Le donne che si sentono sfruttate e non ne possono più, si decidano a mostrare le armi, come zapatiste».
Fu così che la sconosciuta ragazza tzotzil diventa un simbolo. E' lei a portare la bandiera nella cattedrale di San Cristòbal, dove sono in corso i colloqui tra il Subcomandante e il governo federale di Carlos Salinas. Racconta sempre La Jornada: «Per il suo rango gerarchico, lei appariva sempre alla destra del mediatore, il vescovo Samuel Ruiz. Lì portava il passamontagna e riluceva nella sua tunica rossa di Sant'Andrés. Quasi non parlò, ma il suo silenzio fu eloquente, sottolineato dallo scintillio dei suoi occhi neri. Seduta al tavolo dei negoziati, i suoi piedi non toccavano il pavimento».
Lei, prototipo dell'indigeno "invisibile", dei "più piccoli" di queste terre, sì, era diventata un simbolo potente. Prima leader zapatista ad uscire dalle zone del conflitto per recarsi a Città del Messico, quel giorno - 12 ottobre 1996 - almeno 100 mila persone sono lì ad ascoltarla - e ad acclamarla - nel Zocalo che è la piazza più grande del mondo; e lei tiene un discorso memorabile. Anche la propaganda ufficiale appare disorientata davanti a questa donna minuta, dalla voce di uccellino, che pronuncia la frase divenuta famosa: «Mai più un Messico senza di noi». La sua popolarità è ormai tale che il governo cerca di minarne l'immagine e a un certo punto arriva a mettere in giro la voce che La Comandanta è morta e colei che parla nelle piazze in realtà è un sosia.
Col fucile stretto al petto, ma non solo. Insieme alla maggiora Ana Maria, è lei ad effettuare una diffusa consultazione sulla condizione delle donne indigene. «Io conosco - dice La Comandanta - l'ingiustizia e la povertà, nelle quali vive la donna indigena nel nostro paese». Ed è frutto di questa ricerca la "Legge Rivoluzionaria delle Donne", dieci punti che prevedono per la donna "insoliti" diritti di uguaglianza, giustizia, libertà. Nella sfera politica, ma anche in quella sociale, personale, sessuale. 8 marzo 1993, qui Selva Lacandona, Chiapas: la Ley Revolucionaria de Mujeres è approvata.
L'ultima apparizione pubblica di Ramona risale al settembre 2005, nell'assemblea che deve mettere in moto quella che Marcos ha chiamato "L'altra Campagna". Non ce l'ha fatta a sconfiggere il male che l'affligge da oltre 10 anni: a 47 anni muore all'ìmprovviso, mentre si si sta recando a San Cristòbal, il 6 gennaio 2006. Marcos interrompe il viaggio che sta compiendo in motocicletta nell'ambito appunto dell'Altra Campagna, per partecipare, con tutta la delegazione zapatista, al funerale che si svolge a Oventic. Il subcomandante è scosso. «Vi prego, per favore, di non interrompermi. Mi hanno appena avvisato che la compagna comandante Ramona è morta questa mattina. Il mondo ha perso una di quelle donne che partoriscono nuovi mondi. Il Messico ha perso una di quelle attiviste che gli sono necessarie. E che a noi hanno strappato un pezzo di cuore».
Todos somos Ramona, si intitola la canzone che il gruppo chicano "Quetzal" ha dedicato alla Comandanta. Quella piccola india «che faceva sempre diversi lavori. Tra questi il principale era, come diceva lei, "svegliare la gente"».

Maria R. Calderoni
25/08/2010
www.liberazione.it/

23 agosto 2010

Mobilitazione della FIOM contro la FIAT. I tre lavoratori reintegrati dalla Magistratura entrano in fabbrica ma gli viene proibito di lavorare

EVERSIONE FIAT. La FilosoFIAT eversiva dell'ordine democratico e dei diritti dei lavoratori

I lavoratori possono rientrare in azienda ma non possono tornare alle proprie postazioni di lavoro: rimane quindi la decisione, da parte della Fiat, a non tener conto della sentenza emessa dal Tribunale di Melfi che, nelle scorse settimane, aveva condannato l'azienda per comportamento antisindacale e aveva ordinato il reintegro immediato di Barrozzino, Lamorte e Pignatelli.

Che i vertici non volessero tener conto della sentenza lo si era capito già qualche giorno fa, quando avevano inviato ai tre operai un telegramma in cui li si invitava a rimanere a casa, a non presentarsi sul luogo di lavoro. Ma Giovanni, Antonio e Marco non hanno accettato il dicktat, noniostante la Fiat avesse precisato che avrebbe in ogni caso corrisposto il salario. Non lo hanno accettato perchè stanchi delle continue umiliazioni a cui li si vorrebbe sottoporre... non lo hanno accettato perchè, come ha ricordato lo stesso Giovanni, non si può accettare un ricatto che il giorno dopo li avrebbe dovuti vedere anche accusati di parassitismo. E così, accompagnati – oltre che dalle compgne e dai compagni di lavoro e di sindacato – da un ufficiale giudiziario, oggi alle tredici e trenta in punto si sono presentati davanti ai cancelli, 'strisciando il badge', ma và immediatamente loro incontro un addetto alla sorveglianza per comunicare che non possono ritornare alle postazioni di lavoro.

Mentre scriviamo sono ancora in corso le trattative, ma già quanto è fin qui accaduto dà l'idea della gravità della situazione. Siamo di fronte ad un segno estremo dell'arroganza padronale. Quella stessa arroganza che accomuna oggi la Fiat di Marchionne e il governo Berlusconi: entrambi si sentono oltre e al di fuori della legalità, delle regole. Entrambi esecutori di un progetto globale di eliminazione di qualsiasi 'orpello legislativo' che possa impedire i propri interessi, sia essa lo Statuto dei Lavoratori, sia essa la Costituzione Repubblicana.

Siamo di fronte ad una emergenza democratica e sociale che trova solo pochi altri esempi nella storia di questo paese, ed è compito di una sinistra degna di questo nome mettere in campo tutte le iniziative per porre un argine allo scempio in atto. Siamo oramai nel vivo del tentativo di utilizzare la crisi come strumento costituente di una nuova era in cui si ridisegnato rapporti di forza e relazioni sociali, i cui paradigmi sono da rintracciare in un continuo livellamento verso il basso delle condizioni materiali di vita dei lavoratori e in una continua escalation dell'arroganza padronale nazionale e transnazionale.

di Francesco Cirigliano
23/08/2010
http://www.esserecomunisti.it/

22 agosto 2010

Solo una lotta dura può fermare l'illegalità di un reazionario come Marchionne. La FIOM è la speranza della civiltà del lavoro!

Fiat, una nuova vigliaccata. I tre operai reintegrati devono restare a casa

TORINO – La Fiat memore del suo passatoi antisindacale, delle sua azioni repressive contro i lavoratori, delle vere e proprie angherie cui sottoponeva gli operai che osavano mettere in discussione le sue decisioni non si smentisce. Ai tempi del manager “moderno”, Sergio Marchionne, osannato anche in ambienti “ riformisti” come salvatore della patria, quello che può segnare una svolta nelle relazioni industriali troppo antiche, come dicono Chiamparinoi (Pd), il sindaco di Torino e il parlamentare, sempre Pd, Ichino, mostra il volto peggiore di un padrone che umilia i lavoratori, nega loro il diritto elementare, quello di tornare nel proprio posto, nel proprio reparto, di riprendere regolarmente i turni dopo che il giudice del lavoro ne ha ordinato la reintegrazione.

La Fiat, che ha presentato ricorso contro la sentenza, infatti, ha inviato ai tre operai dello stabilimento di Melfi (Potenza) licenziati nel luglio scorso e reintegrati dal magistrato circa due settimane fa un telegramma in cui ha comunicato che "non intende avvalersi delle loro prestazioni", invitandoli a non presentarsi in fabbrica, lunedì prossimo, 23 agosto, alla riapertura dello stabilimento dopo la pausa estiva. Antonio Lamorte, Giovanni Barozzino e Marco Pignatelli , non potranno varcare di nuovo i cancelli della fabbrica. Sarebbe il caso che. Marchionne anche se come è noto non conosce la Costituzione italiana, potrebbe dire qualcosa, farsi vivo, spiegare la decisione dei suoi dirigenti. Magari anche Bonanni e Angeletti, i segretari generali di Cisl e Uil, il ministro Sacconi, potrebbero fa sentire la loro voce, chiedere il rispetto delle leggi della Repubblica italiana che come recita l’articolo uno della Costituzione è fondata sul lavoro e non sui licenziamenti. Immediato l’intervento della Fiom con l’annuncio di iniziative anche sul piano legale.

La Fiom: “ un reiterato comportamento antisindacale”

Il segretario regionale della Basilicata della Fiom, Emanuele De Nicola, afferma che la decisione della Fiat rappresenta "un reiterato comportamento antisindacale dell'azienda. Con i nostri legali valuteremo già oggi come ribattere a tale posizione". De Nicola conferma la decisione di istituire un presidio davanti alla fabbrica di Melfi della Fiat, "per spiegare ai lavoratori i contenuti del ricorso sul licenziamento dei tre operai, accolto dal giudice del lavoro". Il presidio si farà "e i tre operai – ha sottolineatoi e Nicola - saranno a disposizione dell'azienda a partire dal turno delle ore 14". "Assurdo e incomprensibile l'atteggiamento della Fiat- ha concluso- che appena due giorni fa aveva comunicato ai tre operai la decisione di reintegrarli, rispettando la decisione del giudice del lavoro". Ora fa retromarcia forse consigliata anche dagli avvocato che ieri hanno presentato ricorso contro la sentenza emessa dal giudice del lavoro di Melfi che aveva accolto il ricorso della Fiom contro il licenziamento dei tre operai avvenuto il nove agosto scorso disponendo il reintegro nel posto di lavoro. Il ricorso contro questa decisione del magistrato sarà discusso a partire dal sei ottobre. Il mancato reintegro assume anche il significato di una pressione perché la sentenza venga cambiata. Far rientrate gli operai al lavoro,secondo la Fiat, avrebbe potuto apparire come un segnale di debolezza da parte dell’azienda, quasi una ammissione di colpa.



Nel presentare il ricorso, ben 53 pagine, infatti l’azienda in una nota ha affermato:”Siamo convinti che la prima sentenza non sia stata corretta”. Il ricorso è scritto in 53 pagine ed è stato depositato presso il Tribunale di Melfi. Il giudice del lavoro di Melfi, Amerigo Palma, ha fissato al 6 ottobre prossimo la data della prima udienza . Il ricorso è firmato dagli avvocati Bruno Amendolito, Francesco Amendolito, Maria Di Biase e Grazia Fazio del Foro di Bari e da Diego Dirutigliano e Luca Ropolo del Foro di Torino.

Enzo Masini, responsabile auto della Fiom, aveva reagito all’azione del Lingotto dichiarando: "Abbiamo piena fiducia nella magistratura. Era prevedibile che la Fiat avrebbe fatto ricorso; ma alla ripresa lavorativa, è fondamentale che i tre operai tornino sul proprio posto di lavoro e che quindi la Fiat adempia al decreto di primo grado e alla condanna per comportamento antisindacale. La Fiat con il suo atteggiamento non andrà lontano". Ora la situazione si è fatta ancora più grave proprio perché il mancato reintegro non può che essere visto come un tassello dell’offensiva antoiperaia e antisindacale, della vera e propria battaglia ingaggiata da Marchionne e i suoi accoliti contro la Fiom.

Giuliano Pennacchio
21 Agosto 2010.
http://www.dazebao.org/

Chi salverà questo paese da se stesso? La storia insegna che a volte un paese non è salvato dalle sue maggioranze, ma dalle sue minoranze

La criminalità sistemica come metodo di governo

Nei paesi a democrazia avanzata la criminalità non fa storia. In Italia, invece, è inestricabilmente intrecciata con la storia nazionale, perché i criminali sono al potere.

La storia italiana è segnata da una criminalità dei potenti plurisecolare che si manifesta in 3 modi: lo stragismo e l’omicidio per fini politici, la corruzione sistemica e la mafia.

Gli europei possono tranquillamente ignorare le vicende criminali dei loro paesi perché non influiscono sul destino collettivo. Un italiano no Lui deve sapere perché siamo sempre a rischio di crisi con un deficit che aumenta sempre, e perché i suoi dirigenti non si autoregolano. Perché la criminalità dei potenti condanna il paese al declino e incide sulla concreta qualità della vita di milioni di cittadini. In Italia la criminalità dei potenti incide sul destino economico dell’intera nazione.

Qui stragismo, corruzione e mafia fanno parte della costituzione materiale del paese, della sua identità culturale, del suo concreto modo di essere. Sono 500 anni che fa così. I metodi sono sempre quelli di Cesare Borgia, elogiati dal Machiavelli.

Da noi è "normale" da secoli ammirare furbi e violenti, quando altri paesi democratici e civili usano regole di lealtà e di onore. Anche in questi esistono personaggi come i Borgia, ma sono stati superati dall’evoluzione storica e civile, e oggi non godono di alcun consenso e sono costretti ad operare nell’ombra.

Dalla strage di Portella della Ginestra del 1 maggio 1947, che inaugura la strategia della tensione, a quella di Piazza Fontana, Piazza della Loggia, l’Italicus, la strage di Bologna, le stragi politico-mafiose del 92 e 93 (attribuite a B). L’elenco degli omicidi politici poi è sconfinato Dietro queste stragi c’è sempre la mano del potere. E mai escono i mandanti, e sempre i servizi segreti depistano e sempre la strage è seguita dagli assassinii di quelli che sono uccisi perché non devono parlare, mentre chi non parla, come Mangano, viene chiamato ‘eroe’.

Tutti gli esecutori della strage di Portella della Ginestra - una decina - furono assassinati. Il bandito Giuliano e Gaspare Pisciotta furono uccisi, perché non rivelassero i nomi dei mandanti. La magistratura è messa nelle condizioni di non operare. Il Parlamento, dx e sx, si guarda bene dal fare inchieste. Tutti, dx e sx, hanno interesse a non far sapere.

Così non si fece una commissione parlamentare su Portella della Ginestra e si fece morire la commissione parlamentare sulle stragi neofasciste degli anni 70 col tacito accordo trasversale di tutte le forze politiche. E la Commissione Parlamentare Antimafia si è ben guardata dal fare un’inchiesta sui retroscena politici delle stragi del 92-93- Una parte dello stato dovrebbe processare un’altra parte dello stato? Non sia mai! Sempre gli scheletri vengono rimessi negli armadi.

Oltre lo stragismo, anche il metodo mafioso, come metodo di gestione del potere, è giunto sino ai nostri giorni. Magistrati e poliziotti sono oggi preoccupati da un fenomeno enorme: la progressiva diffusione del metodo mafioso nel mondo dei colletti bianchi (quelli che Maroni ignora) In centinaia di indagini in tutto il paese emergono associazioni a delinquere, comitati di affari, composti da colletti bianchi che usano metodologie mafiose per conquistare illegalmente spazi di potere e condurre sporchi affari.

Quando il codice penale definisce il reato di associazione mafiosa non parla di armi. Ci sono mille modi altrettanto efficaci per esercitare una prepotenza organizzata, creando uno stato di soggezione diffusa e piegando la volontà dei singoli. Il metodo mafioso è sempre stato una creatura delle classi dirigenti.

Leopoldo Franchetti, uomo della dx liberale, nel 1876 pubblicò una bellissima inchiesta sulla mafia. Si rese conto che la mafia non era un problema di ordinaria criminalità ma un mix micidiale di cervello borghese e lupara proletaria. I più importanti capimafia erano colletti bianchi, esponenti della classe dirigente che utilizzavano il metodo mafioso come metodo di gestione del potere e come strumento di lotta politica per mantenere uno status quo fondato sui privilegi di pochi ai danni di tanti.

La violenza materiale era delegata ai mafiosi con la coppola storta - gli eredi dei bravi di don Rodrigo, i progenitori dei Riina e dei Provenzano. La violenza materiale è delegata ai mafiosi, eredi dei bravi, i Riina e Provenzano di oggi, i quali ottengono protezioni e libertà di predazione tramite le estorsioni.

Checché Maroni favoleggi, il problema mafia è irrisolvibile. La mafia è un affare di famiglia interno alla classe dirigente nazionale. Il capo della mafia di Corleone, prima di Riina e Provenzano, era Michele Navarra, medico chirurgo. Il capo della mafia di Palermo negli anni 80 era Michele Greco, ricco proprietario terriero, ospite dei migliori salotti palermitani.

Oggi la realtà giudiziaria racconta una storia oscurata dai media: con centinaia di medici, professionisti, imprenditori, colletti bianchi che rivestono ruoli di capi Quando in Italia si elencano i poteri forti, si cita sempre la Confindustria, il Vaticano, i circoli finanziari, ma si dimentica la borghesia mafiosa.

Non è un caso che da quando nel 1996 la sx ha assunto responsabilità di governo, ha completamente cancellato dalla sua agenda politica il nodo dei rapporti tra mafia e politica.

Oltre allo stragismo, l’omicidio politico e il metodo mafioso, la criminalità dei potenti governa con la corruzione.

Sin dai tempi del Re c’è una differenza sostanziale tra il nostro paese e altri paesi europei. Altrove la corruzione è la somma di casi singoli In Italia, la corruzione è sistemica, codice culturale della classe dirigente che si autogarantisce l’impunità.
Vd lo scandalo della Banca Romana nel 1893, una delle 5 banche nazionali che stampano carta moneta per lo Stato. I dirigenti stampano banconote false per una cifra spropositata e danno crediti senza garanzie a palazzinari legati al re, parlamentari di dx e sx, ministri… 150! Si arriva al crack. Il processo si chiude con l’assoluzione di tutti gli imputati. Nelle indagini è coinvolto anche il Pres.del Consiglio Giolitti, che ordina alla polizia di far sparire casse di documenti scottanti che coinvolgono politici e membri della famiglia reale.

La tangentopoli italiana non si è mai fermata ed ha attraversato il Fascismo, la 1a e la 2a repubblica fino ai nostri giorni. Le storie di oggi sono la replica di quelle di ieri e dell’altro ieri, anche nei loro esiti: l’eterna impunità garantita a tutti i mandanti. Ridicolo parlare a dx o a sx di questione morale! Abbiamo una patologia del potere che dura ininterrottamente da secoli, eterna impunità, che fa parte sostanziale del potere.

Ma oggi è anche peggio. Prima, almeno fino alla fine della 1a repubblica, la corruzione e l’abuso di potere dovevano essere praticati sottobanco; oggi invece l’abuso di potere e la corruzione possono essere praticati sempre di più alla luce del sole, perché di giorno in giorno vengono legalizzati.

Nel 1997 una maggioranza di csx con l’adesione entusiastica della minoranza di cdx ha varato una riforma dei reati contro la pubblica amministrazione, che ha legalizzato il clientelismo, la lottizzazione e la feudalizzazione delle istituzioni, consentendo la selezione del personale pubblico non per meriti, ma per grado di fedeltà a vari padrini e padroni Come? Abolendo il reato di abuso di ufficio non patrimoniale e riducendo la pena al reato di abuso di ufficio patrimoniale, da 5 a 3 anni, con 3 conseguenze: niente più custodia cautelare per i colletti bianchi; niente più intercettazioni ed, infine, termini di prescrizione accorciati a 5 anni con le attenuanti generiche. In 5 anni celebrare 3 gradi di giudizio diventa così impossibile e i reati sono destinati alla prescrizione. In 6 anni le condanne sono crollate da 1035 a 45. E bravo csx! È stato il 1° via libera alle mille forme di corruzione che si realizzano con l’abuso di ufficio, il Bengodi di parentopoli, vallettopoli..

Legalizzato l’abuso di potere, si è legalizzato il conflitto di interessi, cioè l’interesse privato in atti d’ufficio, forma ormai palese ed accettata di corruzione. Oggi solo pochi prendono bustarelle sotto banco. Chi occupa i vertici della piramide pratica l’illegalità alla luce del sole.

È sterminato l’elenco dei ministri, sottosegretari, parlamentari, consiglieri regionali, sindaci, amministratori ecc. che usano i loro poteri per fare i propri interessi elargendo finanziamenti pubblici, concessioni, crediti agevolati a imprese di famiglia o a cui sono cointeressati, che distribuiscono consulenze d’oro ad amici, che assumono parenti e clienti nel pubblico..

La nuova corruzione ta minando le basi dello stato sociale. Sino alla prima metà degli anni 90 la corruzione fu finanziata dilatando la spesa pubblica con l’inflazione e portò il rapporto tra debito pubblico e PIL dal 60% al 118%, nei 10 anni prima del 90. L’Italia rischiò il default di tipo argentino. Dopo il trattato di Maastricht che impose rigorosi tetti massimi alla spesa, non si poté più finanziare la corruzione con l’inflazione. Allora si cominciato a mangiare lo stato sociale, rubando ai meno abbienti, riducendo i servizi, facendo pagare agli italiani più tasse del resto d’Europa, più bollette, medicine più care…

Quando non bastò ancora, si prese a privatizzare beni comuni, dx come sx (ricordiamo che i primi che privatizzarono l’acqua sono stati amministratori di sx)

Oggi si svendono i servizi, passando dal pubblico al privato le risorse per sanità, scuola, smaltimento dei rifiuti, depurazione delle acque, telecomunicazioni.. In centinaia di processi penali dal Nord al Sud, le società destinatarie dei fondi erano legate a politici potenti Svendite sottocosto di beni di Stato e arricchimenti spropositati di speculatori finanziari che godono di occulte protezioni. Spartizione di settori strategici del patrimonio industriale tra poche decine di megagruppi (vd Impregilo) che controllano tutto.

Fino al muro di Berlino la sx fu un valore e un freno alla corruzione, dopo no. Dopo la 2° guerra mondiale c’era in Italia il più forte partito comunista europeo, con una classe operaia che aspirava a divenire classe generale assumendo la direzione dello stato, con alleanze strategiche col mondo riformista cattolico e la parte più evoluta della società civile. Poi la classe operaria non contò più niente, finì il pericolo del sorpasso, non ci fu più alcuna opposizione.

La dx ebbe le mani libere e iniziò la deregulation, sistematica abolizione delle regole e dei controlli in economia e politica.

Oggi B intende distruggere la Costituzione democratica e il Pd l’aiuta. Il potere vuole le mani libere e non sopporta regole e controlli. Vive la Costituzione come una camicia di forza (B dice: "La Costituzione è un inferno")e degenera nell’assolutismo, svuotando le istituzioni, distruggendo la separazione e l’equilibrio tra i poteri,l’indipendenza della magistratura, la libera stampa..

Oggi la Costituzione è affidata solo a se stessa e alle minoranze, eredi di quelle che la concepirono.

Un tremendo disegno distruttivo di ogni libertà è alla base delle leggi che da 18 anni erodono la Costituzione, gettando il nostro paese in mano a un potere assoluto e autoritario.

La riforma elettorale Calderoli ha rubato ai cittadini il diritto democratico di scegliersi i rappresentanti che sono presi ormai, tra parenti e amici, se non peggio, da una mezza dozzina di persone, e, nel Pdl, da una persona sola Il Parlamento non è più formato dai rappresentanti del popolo ma da sudditi dei segretari di partit.

E’ sparita la distinzione tra potere esecutivo e legislativo (Governo e Parlamento) perché un sultano ordina e i suoi obbediscono. B tenta di mettere i magistrati sotto il controllo del governo, e D’Alema è sempre stato d’accordo con questa violazione antidemocratica. Aumenta di giorno in giorno la censura sui media, senza che il Pd abbia mai fatto nulla per frenarla.

Oggi B vuole addirittura frenare le intercettazioni, per oscurare i reati dei potent-i Avanza una concentrazione verticale del potere di tipo monarchico. E’ il nuovo feudalesimo, che rifiuta una giustizia unica per tutti e crea privilegi per i potenti. Nell’ordinamento feudale infatti la giustizia comune era riservata alla plebe. I potenti - gli aristocratici, gli ecclesiastici, i notai... avevano i loro fori speciali dove venivano giudicati dai loro pari secondo regole separate.

In Italia siamo alla disuguaglianza fatta norma, il disagio sociale è un crimine, i reati dei potenti non lo sono.

Questo neofeudalesimo è affollato di vassalli in ricerca del loro principe, di sudditi contenti di esserlo, di intellettuali la cui massima aspirazione è divenire il consigliori del principe ed essere iscritti nel suo libro paga.

Questo paese ha mancato il suo appuntamento con la modernità, passando direttamente dal tardo feudalesimo alla crisi mondiale dello stato di diritto, senza diventare mai civile e moderno.

Quando in paesi come Francia, Inghilterra o UDSA si sono affermate le culture della modernità: l’illuminismo, il liberalismo, il moderno costituzionalismo, il moderno stato democratico di diritto, noi siamo rimasti fermi. Così la vecchia cultura della roba si è saldata con la nuova cultura del profitto senza regole e senza limiti.

Chi salverà questo paese da se stesso?

Non dobbiamo disperare! La storia insegna che a volte che un paese non è salvato dalle sue maggioranze, ma dalle sue minoranze.

Sono state le minoranze che hanno fatto il Risorgimento, trasformando un popolo di tribù in una Nazione.

Sono state le minoranze che hanno fatto la Resistenza ed hanno concepito la Costituzione.

E sono le minoranze quelle a cui affidiamo oggi la difesa della Costituzione.

Sino a quando questa Costituzione resterà in vita, sapremo sempre da dove ricominciare dopo le macerie.

Salvare la Costituzione significa salvare la parte migliore della nostra storia.

Gli storici e gli analisti del potere sanno bene che la storia non è fatta né dalle maggioranze disorganizzate, né dalle oligarchie paralitiche.

La storia – come diceva Salvemini - è fatta dalla dialettica e dallo scontro tra minoranze organizzate, consapevoli e attive, che vincendo le inerzie della maggioranza disorganizzata, la trascinano in una direzione o in un’altra, verso un nuovo o un vecchio ordine.

Oggi viviamo una fase della storia nella quale le minoranze eredi di quelle che vollero la Costituzione, che vollero il Concilio Vaticano II, che realizzarono lo statuto dei lavoratori, e che sono il seme ed il simbolo di un’altra Italia possibile, sono divenute orfane di rappresentanza e guida politica, perché troppo a lungo tradite da oligarchie partitiche paralitiche, autoreferenziali ed interessate solo alla propria riproduzione.

È tempo che qualcosa muoia perché qualcosa di nuovo possa nascere.

È tempo che ciascuno assuma su di se l’onere e la responsabilità di aiutare il vecchio a morire per consentire al nuovo di nascere.

Giacché il futuro non è il tempo che viene e sopraggiunge. Il futuro è il tempo che si costruisce. E - per citare ancora Salvemini - ciascuno di noi troverà nell’avvenire quel tanto che vi avrà messo di se stesso.
Solo chi si arrende ai fatti non vi troverà nulla, perché vi avrà messo nulla.

Roberto Scarpinato, procur. generale di Caltanisetta
martedì 17 Agosto 2010

sunto da MASADA n° 1180. La criminalità come sistema di governo
http://masadaweb.org/

21 agosto 2010

Nel nostro Paese rappresentano lo 0,16% dell’intera popolazione

Ecco antiche tradizioni, usi, costumi e il rigido sistema sociale di un popolo troppo spesso sconosciuto o mal raccontato dai mezzi di comunicazione.
Riceviamo e volentieri pubblichiamo. (www.liberazione.it)

Rom in Italia, la storia contro tutti i pregiudizi
Gli zingari in Italia, come nel resto del mondo, rappresentano una comunità eterogenea, dalle mille sfumature e dalle mille espressioni. Mille sono anche gli anni della storia degli zingari divisi essenzialmente in tre gruppi principali: Rom, Sinti e Kalé (gitani della penisola iberica). A questi gruppi principali si ricollegano tanti gruppi e sottogruppi, affini e diversificati, ognuno con proprie peculiarità. Essi hanno un’origine comune, l’India del nord e una lingua comune, il romanès o romani. L’opinione pubblica, che dei Rom e Sinti conosce poco o niente, tende a massificare e a confondere i diversi gruppi zingari, soprattutto tende a condannare e ad emarginare senza capire.

La popolazione zingara in Italia rappresenta lo 0,16% circa dell’intera popolazione nazionale essendo stimati in un numero di persone compreso fra le 80.000 e le 110.000 unità. Sono presenti solo Sinti e Rom con i loro sottogruppi. I Sinti sono soprattutto insediati nel nord dell’Italia e i Rom nell’Italia centro-meridionale. Circa 1’80% degli zingari che vivono nel nostro Paese hanno la cittadinanza italiana, il 20% circa e rappresentato da zingari extracomunitari, soprattutto provenienti dai territori della ex-Jugoslavia. Circa il 75% e di religione cattolica, il 20% di religione musulmana e il 5% raggruppa: ortodossi, testimoni di Geova e pentecostali

L’arrivo in Italia
L’origine indiana degli zingari si è scoperta nel XVIII secolo attraverso lo studio della lingua zingara. Con lo studio filologico si è potuto ricostruire ipoteticamente l’itinerario seguito dagli zingari nel loro lungo cammino in quanto essi prendevano a prestito parole dai popoli con cui venivano a contatto. Dall’India del nord sono arrivati in Europa attraverso la Persia, l’Armenia e l’Impero Bizantino. Dai Balcani si sono diramati in tutta Europa, arrivando anche in Russia e, con le deportazioni, nelle Americhe e in Australia. Sono molti gli studiosi che credono che i Rom abruzzesi, fra i primi gruppi zingari arrivati in Italia, siano arrivati attraverso l’Adriatico provenienti dalle coste albanesi e greche, probabilmente per sfuggire alla repressione dei turchi ottomani.

A sostegno di tale tesi si e fatto riferimento all’assenza nella parlata dei Rom abruzzesi di termini tedeschi e slavi. Ma si può obiettare: i turchi ottomani conquistarono tutta la Grecia e l’attuale Albania fra il 1451 e il 1520 (L. Piasere), mentre i Rom in Italia arrivarono molto tempo prima (il primo documento che attesta l’arrivo degli zingari è del 1422 ma ci sono molti indizi che inducono a credere che i Rom arrivarono ancora prima); i Rom abruzzesi hanno nella loro parlata sia termini tedeschi che serbo croati; inoltre, perché i Rom con le loro carovane avrebbero dovuto viaggiare per via mare, via a loro scomoda, inusuale e all’epoca minacciata dai turchi, se per secoli avevano dimostrato di spostarsi con sicurezza e rapidità via terra?

Tutto ciò induce a credere che il grosso dei Rom abruzzesi sia arrivato in Italia dal nord per via terra, proveniente, dall’Albania o dalla Grecia, attraversando la ex-Jugoslavia e territori di lingua tedesca. Da questa piccola introduzione si può ben comprendere come sia difficile ricostruire la storia dei Rom sia perché i documenti a disposizione sono pochi ed incompleti sia perché i Rom non hanno lasciato testimonianze scritte. La storia dei Rom è una storia che non nasce dall’interno della sua comunità proprio perché essi rappresentano un popolo senza scrittura che affida alla “memoria” e alla tradizione orale il compito di trasmettere la propria storia e la propria cultura.

La storia dei Rom è fatta dai Caggé (non zingari) attraverso le osservazioni di quanti ai Rom si sono in qualche modo interessati per la curiosità e la meraviglia che suscitavano o attraverso le disposizioni delle autorità pubbliche. Così dalla lettura delle cronache del XV secolo si possono ricostruire sommariamente gli itinerari seguiti dagli zingari in Europa.

Il primo documento che segnala l’arrivo degli zingari in Italia è quello del 18 luglio 1422, un’anonima cronaca bolognese contenuta nella Rerum Italicarum Scriptores di Ludovico Antonio Muratori: “A dì 18 luglio 1422 venne in Bologna un duca d’Egitto, il quale aveva nome Andrea, e venne con donne, putti e uomini del suo paese, e potevano essere ben cento persone...”. Dalle “grida” e dai bandi che dal 1500 si sono susseguiti fino al 1700 si possono dedurre le politiche attuate dalle autorità nei confronti degli zingari: politiche di espulsione, di reclusione, di repressione, di deportazione, ovvero politiche votate al più completo rifiuto.

I Rom abruzzesi, con cittadinanza italiana, rappresentano uno dei primissimi gruppi zingari arrivati in Italia e grazie alla lunga permanenza sono relativamente più inseriti nel contesto sociale ed economico della società rispetto ad altri gruppi di recente immigrazione. In passato le attività principalmente esercitate erano quelle che lasciavano spazio all’essere e alla creatività e quelle che facilitavano i rapporti umani. Da qui l’attività di musicisti, di fabbri calderari, di commercianti di cavalli, di lavoratori di metalli. Il progresso tecnologico, il boom economico, lo sviluppo delle attività industriali hanno soppiantato le attività tradizionali e la maggioranza dei Rom ha dovuto operare una riconversione economica, ma il modo di porsi di fronte alla vita e di interiorizzarla e soprattutto la struttura sociale dei Rom è rimasta nei secoli pressoché immutata.

L’istituzione fondamentale su cui si regge la società romanes eèla famiglia, intesa nel senso più ampio, come gruppo cioè che si riconosce nella discendenza da un antenato comune. Da sempre oggetto di violenza, i Rom hanno rafforzato i rapporti endogamici e i vincoli di solidarietà familiare, mantenendo invece verso l’esterno un atteggiamento ostile. Vi è in questo un profondo senso di sfiducia e un’intima esigenza di difesa. Il sistema sociale è vissuto nelle profonde componenti umane, basato essenzialmente sul severo rispetto delle norme etico-morali che regolano e disciplinano la comunità romanes per garantire ai singoli individui la piena integrazione. Essi tutelano la dignità e l’onore del Rom.

Non esistono classi o gerarchie sociali se si esclude quella semplicistica di ricchi e poveri, cosicché anche il più ricco e in relazione con il più povero e viceversa in base ad un principio di eguaglianza che riflette una ottica di vita di tipo orizzontale. In questo contesto il Rom abruzzese si sente parte di una totalità singolare che lo porta a differenziarsi sia dai caggé (non zingari) sia dagli altri gruppi zingari (Rom stranieri, Sinti, Kalé): ciò si traduce in un proprio stile di vita con modi proprio di esprimersi e di comportarsi. Alcune norme sono vincolanti, ad esempio: alle romniá abruzzesi non è assolutamente consentito dall’etica romanès di fumare, di indossare pantaloni, di truccarsi, di indossare costumi da bagno al mare, di giocare d’azzardo. Le donne che vogliono avere una buona reputazione ed intendono essere rispettate dai Rom si adeguano al rispetto di tali norme morali.

Un Rom si sente perfettamente sicuro in seno alla sua comunità, costituita dall’insieme di tanti singoli gruppi parentelari dove non esistono né regine né tantomeno re, come invece tende a far credere il sensazionalismo giornalistico. Questo mondo vien perciò presentato o in termini mitologici o in termini criminalizzanti: l’una e l’altra forma sono delle distorsioni che alterano il mondo zingaro producendo stereotipi negativi e pregiudizi di cui i Rom restano vittime. La sicurezza del Rom deriva dalla tradizione che lo pone sicuro di fronte al futuro e dalla coesione, che lo pone sicuro davanti all’imprevedibile. Tutto ciò si traduce in un forte equilibrio psicologico.

Le relazioni ben strette fra educazione, coesione ed equilibrio psicologico sono minacciate con i contatti conflittuali esterni. Si pensi ad un bambino Rom che frequenta la scuola pubblica: entrare a contatto con una realtà che presenta dei modelli di vita funzionale alla società maggioritaria a cui è difficile per lui adattarsi, gli provoca inevitabilmente uno smarrimento in quanto è costretto ad operare una difficile scelta che nella maggior parte dei casi lo induce a ripercorrere la strada degli affetti familiari; da adulto mostrerà un atteggiamento ostile verso quella società non ancora preparata ad accoglierlo se non attraverso l’assimilazione. Lo stesso dicasi dei matrimoni misti in cui l’individuo esterno viene a rappresentare un elemento di disturbo se non riesce ad integrarsi.

Il cardine della struttura sociale dei Rom è la famiglia patriarcale, dove il vecchio, considerato saggio, ne è rappresentante riconosciuto. Ci sono Rom che vengono esclusi per le loro pessime qualità morali, sono considerati “gavalé” e sono derisi e scherniti. I frequenti contatti all’interno del mondo romano hanno da sempre attivato una fitta rete di comunicazione interna che porta i Rom ad essere al corrente di ciò che accade a famiglie zingare anche molto distanti. I mass media rappresentano oggi, assieme alle organizzazioni tentacolari pseudo-zingare, la più grande minaccia all’esistenza dei Rom poiché infondono modelli di vita che allontanano i giovani dalla tradizione facendo allargare le maglie delle relazioni sociali e familiari, creando anche nuovi gusti e nuove esigenze che alterano l’etica romanès e che infondono nei Rom l’arrivismo e la necessità di possedere a tutti i costi il superfluo. Da qui le attività illecite. E così, i Rom non preparati alla maniera dei caggé, cadono nel tranello.

Costel Antonescu
giornalista di Realitatea tv
20/08/2010

Dopo i Rom verranno “gli altri”. Questa strada del rigetto è “in discesa” e travolge anche chi decide di cacciare il diverso

Lettera aperta al presidente SARKOZY
I rom sono persone dignitose da rispettare: attenti ai risultati!

Signor Presidente,
ho visto con preoccupazione le decisioni che ha preso nei confronti del popolo Rom: è un segno di debolezza non di forza, di ignoranza non di intelligenza, di povertà che cavalca i pregiudizi popolari anche fondati e non di dignità.
Se non riesce ad accogliere i diversi perché – come quasi tutti i popoli si comportano nei confronti dei Rom – non è capace di capire i loro punti di forza per l’inseirmento, allora cambi metodo di accoglienza, non cacci i soggetti che non è capace di integrare.
Dopo i Rom verranno “gli altri” – meno diversi, ma altrettanto problematici – saranno i richiedenti rifugio (somali, eritrei, etiopi, africani delle ex colonie francesi, ecc.) e semplicemente chi – come i nordafricani – cerca lavoro e dignità, e poi i giovani ormai francesi che “incendiano le banlieux”.
Questa strada del rigetto è “in discesa” e travolge tutti, anche chi decide di cacciare il diverso.
E’ l’impoverimento di un popolo che – usando il pregiudizio diffuso – pensa ad una maggiore pulizia (“etnica”), ad una nazione più ricca, ma, in realtà, figlia del pregiudizio, incapace di accogliere ed integrare, quindi più povera di tolleraza.

don Fredo Olivero
Direttore Migrantes Regionale
Torino
18 Agosto 2010
www.migranti.it

18 agosto 2010

Il racconto dei due sopravvissuti in viaggio verso l’Algeria. Negli ultimi 5 anni espulsi 30mila migranti


Tragedia nel deserto. Dodici cittadini africani muoiono di stenti nel Sahara occidentale

Le provviste di cibo e acqua si sono esaurite presto e il viaggio verso la frontiera mediterranea si è interrotto tragicamente. Dodici persone sono morte di stenti nel deserto subsahariano, in Mali, a poche miglia del confine algerino. Erano di differenti nazionalità, ma uniti dall’obiettivo di raggiungere la costa e imbarcarsi per l’Europa. La notizia è rimbalzata sui quotidiani nordafricani dove il tema dell’immigrazione clandestina è di costante attualità. Tra il 2006 e il 2009 sarebbero stati quasi 30mila quelli espulsi dalla sola Algeria o accompagnati alla frontiera.

Rispetto al flusso costante, il caso dei dodici abbandonati nel deserto ha meritato la dovuta attenzione perché è stato descritto nei dettagli da uno dei due sopravvissuti. Con il suo nome di fantasia, Etienne ha raccontato la traversata che per alcuni è iniziata dal Camerun, per altri dal Senegal e dalla Costa d’avorio, soltanto uno dal Gambia e un altro dalla Guinea. Il gruppo era ripartito dalla città maliana di Kidal su un camion guidato da un trasportatore illegale e stava attraversando il confine con l’Algeria quando «il mezzo è finito in panne» in prossimità di Tamanrasset, come ha raccontato lo stesso guidatore sopravvissuto.

La precisione del racconto ha indotto molti commentatori algerini a sostenere la versione del giovane sopravvissuto che dimostrerebbe, ancora una volta, come esista un tracciato attraverso il Sahara occidentale battuto dai trafficanti di esseri umani. Non si parte soltanto dal Corno d’Africa puntando alla Libia del Colonnello, ma anche da Paesi come Niger e Mali: il 70 per cento dell’immigrazione clandestina che interessa l’Algeria, infatti, proviene da questi due Stati. E la ex colonia francese vanta la peculiarità di essere al contempo Paese di destinazione, transito e partenza degli irregolari.

Ciononostante le autorità di Mali e Algeria hanno glissato sull’accaduto, evadendo le pressanti domande del quotidiano nazionale Le temps d’Algerie. Secondo alcune guide interpellate dai giornalisti locali, tuttavia, «non passa giorno senza che vengano rinvenuti corpi letteralmente pietrificati». Esiterebbero, inoltre, delle ragioni per cui i trafficanti si avventurano imprudentemente in itinerari dove «non esiste un solo punto di approvvigionamento né alcun accampamento nomade».

«È difficile che si riesca a sopravvivere in quelle regioni in assenza d’acqua e cibo», aggiunge la guida algerina. Eppure si tenta comunque il viaggio, con la speranza di non essere intercettati in Algeria e rispediti indietro. Li chiamano “harraga” quelli che “bruciano” la frontiera e, solitamente, tentano di approdare sulle coste spagnole o francesi.

Ma molti puntano all’Italia, nonostante l’accordo siglato il 22 luglio 2009 tra il capo della polizia italiana Antonio Manganelli e il suo omologo Ali Tounsi per rafforzare la collaborazione in materia di immigrazione. In base al patto, il rimpatrio immediato si impone per tutti i maggiorenni che tentano di entrare in Italia illegalmente, ma ha avuto l’effetto di derogare agli obblighi del soccorso umanitario in mare, come sulle zone più remote della terraferma.

18/08/2010
Dina Galano
http://www.terranews.it/

La politica distruttiva di Israele contro l'inerme popolazione palestinese. Lo dicono i dati di Ocha (Onu).


PROSEGUONO SENZA SOSTA LE DEMOLIZIONI DI CASE PALESTINESI

A luglio le ruspe si sono accanite maggiormente: durante questo mese le autorità israeliane hanno demolito ben 140 strutture, tra case, tende, baracche, stalle, cisterne d’acqua, presidi medici e costruzioni commerciali.
Circa 550 palestinesi sono finiti in strada nelle ultime settimane: questo il risultato della politica delle demolizioni di case a Gerusalemme est e nelle aree C della Cisgiordania (60 % del territorio, sotto il pieno controllo di Israele), secondo i dati diffusi dall’Ocha, l’ufficio dell’Onu che si occupa di coordinare gli affari umanitari nei territori occupati palestinesi. Il mese di luglio è stato quello in cui le ruspe si sono accanite maggiormente: durante questo mese le autorità israeliane hanno demolito ben 140 strutture, tra case, tende, baracche, stalle, cisterne d’acqua, presidi medici e costruzioni commerciali. Il 13 luglio 7 case son state abbattute a Gerusalemme est, lasciando senza un tetto 25 persone, di cui 14 bambini. Allo stesso modo il 19 luglio, il villaggio Al Farisiye, nella Valle del Giordano, è stato interamente distrutto.
Le situazioni più a rischio sono quelle dei residenti in area che le autorità israeliane designano come zone militari, che sono il 18% della Cisgiordania, in particolare localizzate nei pressi delle colonie. Il trend negativo di luglio è destinato a continuare nei prossimi mesi, poiché l’Amministrazione Civile, che è il settore preposto alle demolizioni, ha confermato di aver ricevuto istruzioni dal Ministero della Difesa di portare avanti le demolizioni. A questo si aggiunge il via libera dato alle costruzioni di case dei coloni, come è avvenuto una decina di giorni fa, quando il Comitato Urbanistico del Comune di Gerusalemme ha approvato la costruzione di 40 nuove case nella colonia di Pisgat Ze’ev, a Gerusalemme est. Questo semaforo verde è arrivato nemmeno un mese dopo l’approvazione di altre 32 unità abitative nella stessa colonia. Il tutto rientra nel progetto di costruzione di 220 case da costruire a est del campo profughi di Shuafat e ad ovest dei villaggi palestinesi di Hizma e Anata.
Ai coloni quindi vengono rilasciati permessi, ai palestinesi, di contro, sono demolite le abitazioni, con la motivazione che si tratta di strutture costruite senza il permesso israeliano, e quindi sono considerate illegali dalle autorità israeliane. Ma ottenere permessi edilizi per palestinesi che abitano in area C è pressochè impossibile e a loro non resta che “l’abusivismo”, per riparare, mantenere o allargare le proprie case. Secondo il dati dell’Ocha solo l’1% della terra in Area C è destinata ai palestinesi. A Gerusalemme est solo il 13%, mentre il 35% è per le colonie israeliane. Come potenza occupante Israele è obbligato a amministrare i territori che occupa in modo da garantire benefici alla popolazione civile, assicurando la soddisfazione dei suoi bisogni primari e il rispetto dei diritti alla salute, alla casa, all’acqua e alla formazione. Invece Israele si impegna attivamente nelle demolizioni, privando intere famiglie del proprio sostegno economico e psicologico. Ocha sottolinea in particolare l’impatto devastante sulla psiche dei bambini, che sono spesso affetti da stress post-traumatico, depressione, ansia. Le organizzazioni umanitarie e gli attivisti possono agire sull’emergenza, intervenendo per impedire le demolizioni o nelle situazioni di ricostruzione. Ma ciò che serve, ripete Ocha, è un immediato stop della politica demolizioni e della deportazione della popolazione civile, e il ritorno delle famiglie alle loro case. (red)

Gerusalemme, 14 agosto 2010

17 agosto 2010

Che la donna sia rimessa in libertà senza indugi e che la sua innocenza venga riconosciuta


Iran. Salviamo Sakineh, torturata e condannata alla lapidazione. Silenzio sulla ‘sharia afgana’

TEHERAN – Sgombriamo il campo da ogni sorta di fraintendimento: la lapidazione (pena di morte in genere) è una pratica disumana e aberrante. Purtroppo fa notizia solo se avviene in alcuni punti del globo. Così, mentre scrittori, attori, intellettuali intervengono giustamente per cercare di evitare la morte ad una donna condannata in Iran, in Afghanistan prima una donna incinta e poi una coppia di adulteri sono stati lapidati e giustiziati.

In Iran confessione mediatica estorta con la tortura
La storia di Sakineh Mohammadi Ashtiani, iraniana di 43 anni, è molto strana. Secondo quanto riportano diversi media, che citano uno degli avvocati della donna, Ashtiani avrebbe confessato in televisione di aver avuto una relazione extraconiugale con il cugino del marito. Quest’ultimo ad un certo punto avrebbe mostrato propositi omicidi. “Mi ha detto: ‘ammazziamo tuo marito’. Non riuscivo a credere che sarebbe stato ucciso. Pensavo stesse scherzando”, ha raccontato la donna. “Poi ho scoperto che era un assassino di professione. È venuto nella nostra casa un giorno portando tutto l’occorrente. Aveva con sé materiale elettrico, fili e anche guanti. Poco dopo ha ammazzato mio marito fulminandolo.”
Hutan Kian, avvocato della quarantatreenne, ha raccontato al Guardian online che la donna “È stata picchiata e torturata fino a quando non ha accettato di farsi riprendere dalla tv.” La donna è rinchiusa da quattro anni. Adesso si trova nel carcere di Tabriz, in attesa dell’esecuzione.
Secondo quanto riporta la Cnn online, nell’intervista la Ashtiani ha anche disconosciuto un altro dei suoi legali, Mohammadi Mostafaei, attivista per i diritti umani, che si è rifugiato in Norvegia dopo essere fuggito dall’Iran, per sottrarsi all’arresto. La donna lo ha accusato di aver pubblicizzato il suo caso senza averla mai incontrata. “Come si permette di usare il mio nome e di dire cose non vere?”.
La tv di stato iraniana ribatte alle accuse dell’avvocato Kian sostenendo che è “propaganda occidentale”, allo scopo di fare pressioni sul governo iraniano per il rilascio dei tre escursionisti americani tenuti in ostaggio da oltre un anno in Iran.

Per lei si sono giustamente mobilitati prima il filosofo Bernard-Henri Levy e poi una schiera di personalità di tutto il mondo tra i quali lo scrittore ceco Milan Kundera; il Premio Nobel della letteratura nigeriano Wole Soyinka; la disegnatrice di fumetti Marjane Satrapi ("Persepolis"): le attrici Juliette Binoche e Mia Farrow, il cantante Bob Geldof, il Premio Nobel per la pace Jody Williams e Simone Veil. I firmatari chiedono che “non si faccia alcuna esecuzione, che la donna sia rimessa in libertà senza indugi e che la sua innocenza venga riconosciuta”. Al condivisibile appello si sono accodate anche numerose personalità italiane.

In Afghanistan procedono le esecuzioni capitali per adulterio
Nel silenzio più assoluto, intanto in Afghanistan, in una zona un tempo pacifica, un uomo e una donna sono stati lapidati in pubblico dai talebani, perché accusati di intrattenere una relazione sentimentale anche se entrambi si erano già impegnati al matrimonio con altri. Quindi non ancora sposati con altri, ma solo promessi. A riferirlo un rappresentante dell'amministrazione provinciale di Kunduz. Le esecuzioni, se confermate, sarebbero le prime praticate dai talebani nell'area di Kunduz, nell'Afghanistan settentrionale, dopo che la scorsa settimana alcuni religiosi avevano sollecitato il ritorno alla sharia e alla pena capitale prevista per chi infrange la legge islamica.

La stessa sorte sarebbe toccata a Bibi Sanubar, 35 anni, fatta prigioniera per tre giorni prima di essere pubblicamente uccisa domenica nel distretto rurale di Qadis, nella provincia occidentale di Badghis.I talebani avrebbero accusato la donna di avere avuto una ‘relazione illecita’ e di essere rimasta incinta, perciò sarebbe stata prima punita con 200 pubbliche frustate e poi fucilata.

La sharia prescrive condanne come la lapidazione, le frustate, le amputazioni o la pena di morte. Un'assemblea di religiosi, riunitasi la scorsa settimana per discutere della riconciliazione coi talebani, ha approvato tali punizioni. A nulla servono gli oltre 140 mila militari stranieri e i 300mila tra agenti e soldati afghani. Quando si hanno dispute o diatribe, per venirne a capo gli afgani ricorrono sempre più ai talebani, considerando gli organismi governativi corrotti o inaffidabili.

Gaia De Pascali
16 Agosto 2010
www.dazebao.org

15 agosto 2010

Nel campo di Dheishe, vicino Betlemme: 13 mila profughi assediati ma non arresi


Bilal, che ha giocato solo a "israeliani e palestinesi"

Dheishe
Bilal è nato all'inizio della prima intifada, nel 1987, nel campo profughi palestinese di Dheishe, vicino Betlemme, e nella sua vita non ha conosciuto altro che guerra. «L'unico gioco che mi ricordo di quand'ero bambino - racconta - è "israeliani e palestinesi". Alcuni facevano i soldati e provavano ad arrestare gli altri, che erano i resistenti, ci rincorrevamo nei campi tirandoci i sassi. Quando sono diventato più grande il gioco è diventato realtà, durante la seconda Intifidata, nel 2000, gli israeliani hanno invaso il campo e noi ragazzi lanciavamo pietre contro i cecchini che ci sparavano addosso, o contro i soldati dentro le camionette. Da allora, anche se molti giovani hanno smesso di lottare, non è cambiato molto: i bambini continuano a fare lo stesso gioco per le strade». Bilal ha visto morire accanto a lui cinque amici di infanzia, ammazzati da pallottole e lacrimogeni a razzo sparati dai soldati sui bambini che lanciavano pietre durante le manifestazioni contro la costruzione del muro e l'espropriazione delle terre. Il campo in questi mesi è tappezzato dalle immagini di suo cugino, piccolo martire ucciso da un proiettile dietro la nuca, mentre scappava insieme ad altri bambini durante la protesta domenicale vicino al villaggio di Beit Jalla, dove gli israeliani stanno continuando la costruzione del muro alto 8 metri per annettere una vallata dietro cui sorge la colonia ebraica illegale di Gilo. Il terreno confiscato per il muro e per la nuova strada di congiunzione con Gerusalemme, di cui è concesso l'utilizzo solo agli israeliani, è palestinese; ma l'Autorità nazionale palestinese (Anp) non fa nulla per impedire ai soldati di occupare le terre con la forza, cacciando i legittimi proprietari e distruggendo le case e gli ulivi. La tecnica utilizzata dai coloni (sono 150 le colonie illegali in tutta la Cisgiordania) è sempre la stessa: il primo insediamento è fatto con dei prefabbricati a cui nel giro di poco tempo vengono sostitute vere e proprie case a schiera o palazzi, l'acqua, le fogne e l'elettricità vengono fornite quasi subito, sotto tutela dell'esercito israeliano.
Dheishe è uno dei 59 campi nati dopo la distruzione da parte di Israele di circa 550 villaggi palestinesi nel 1948, e riconosciuti dall'Unrwa, l'agenzia delle Nazioni Unite nata nel 49 proprio per i rifugiati palestinesi, che si occupa di fornire esclusivamente i servizi essenziali (scuola, cibo ecc.), mentre amministrazione e sicurezza sono gestite dall'Anp, che non ha i mezzi e le infrastrutture per garantire una vita decente ai profughi. Si tratta del più grande dei tre campi ufficiali esistenti a Betlemme, gli altri due sono Al A'aza, il più piccolo di tutti con 900 abitanti, e Aida, in cui 4mila 500 persone vivono all'ombra del muro di Israele, lo stesso in cui andò in visita il Papa il 13 maggio del 2009, preceduto dall'arresto preventivo di molti giovani ritenuti "pericolosi" da Israele per sua Santità. A Dheishe, in una superficie di mezzo chilometro quadrato, vivono stipate circa 13mila persone (sono 4.5 milioni i profughi palestinesi in totale, dai 750mila inizialmente espulsi da Israele, questo perché lo stato di profughi è ereditario). A queste è vietato estendere il campo in larghezza e perciò ogni nuova famiglia, se può, deve aggiungere un piano "illegale" alla propria casa. Non ci sono fogne, le strade sono strette, esiste solo una scuola per oltre 3mila studenti dai 6 ai 15 anni. Nessun ospedale, solo una clinica, chi vuole farsi curare deve chiedere il permesso all'Autorità e andare a Betlemme, oppure a Gerusalemme, cosa molto difficile per un palestinesi dei campi, perché il permesso in questo caso va richiesto ad Israele che lo nega quasi sempre. La disoccupazione nel campo è al 65per cento e ottenere i permessi per motivi di lavoro in Israele è ancora più difficile che ottenerlo per motivi sanitari, visto che quasi tutti gli abitanti sono stati (o hanno avuto un parente) nelle carceri israeliane.
«I problemi più grandi nel campo sono l'acqua, l'elettricità e la sicurezza», spiega Nadji, coordinatore del Feneiq Center, uno dei due centri culturali esistenti nel campo, che deve il suo nome, la "fenice", al fatto che i soldati israeliani lo hanno raso al suolo tre volte, l'ultima nel 2000, quando il campo era sotto coprifuoco come tutta Betlemme, e aerei apache e carrarmati danneggiarono molte delle case e degli edifici pubblici. «L'acquedotto è nelle mani israeliane, che portano l'acqua alle loro colonie, mentre qui al campo l'estate l'erogazione viene concessa solo una volta al mese. Così molte famiglie vivono senza acqua, visto che i prezzi per comprarla dalle ditte israeliane sono troppo alti per loro. Anche l'elettricità è sotto il controllo di Israele, e d'inverno manca per lunghi periodi. Sui nostri tetti ci sono sempre cisterne nere e nelle case non mancano mai le candele, ma se vai nelle vicine colonie di Gilo o Maa'le Adumin, acqua corrente ed elettricità sono quasi gratuite e non mancano mai. Resistere per noi è vivere ogni giorno qui, nelle nostre case, in queste condizioni. Far studiare i nostri figli, minacciati costantemente dalle incursioni notturne dell'esercito, che arresta i giovani "preventivamente", per questioni di sicurezza. La nostra unica speranza sono gli ospiti internazionali che vengono a trovarci e raccontano le condizioni di occupazione in cui viviamo: loro sono liberi e non possono tacere».
Il "battesimo del fuoco" per ogni ragazzo dei campi arriva con l'adolescenza: quasi tutti i giovani dai 16 ai 18 anni vengono arrestati dai soldati israeliani. La modalità è sempre la stessa: entrano di notte con le camionette, rompono la porta, le donne e i bambini cominciano a urlare e piangere, mentre i soldati sparano ai muri e lanciano una sorta di piccola bomba per rompere porte e pareti. Appena trovano il giovane che sono venuti ad arrestare lo picchiano. Quasi tutti i ragazzi che si incontrano al campo mostrano i segni di una pallottola sulla gamba. La detenzione "amministrativa", come viene chiamata, dura anche sei mesi, senza che ci siano prove o capi di imputazione, ed è rinnovabile dal giudice delle corti militari più volte. Bastano tre persone che sotto interrogatorio facciano il tuo nome, anche scollegato da qualsiasi reato, perché una persona possa subire l'arresto preventivo. Dopo questo periodo, se non esiste nessun motivo provato di reato, sono costretti a rilasciarti, anche se spesso i tempi del rilascio si dilatano molto. Nel primo mese i parenti e gli avvocati non possono sapere nulla dell'arrestato, né i motivi d'imputazione. E' il mese dell'interrogatorio, il più duro. Bilal porta ancora addosso i segni del suo primo arresto. «Avevo 16 anni e mezzo. Alcuni ragazzi arrestati prima di me avevano fatto il mio nome come attivista. Non avevano nessuna prova ma mi hanno dato due anni di carcere. Il primo mese è stato il più terribile, mi hanno fatto delle cose molte brutte», dice mostrando la cicatrice sulla gamba e quella dietro la schiena. Mohammed, suo fratello più grande, abita nel piano superiore della sua casa, ha 3 figlie piccole e una moglie. Cinque anni fa gli israeliani lo hanno arrestato con l'accusa di aver ferito 3 soldati con un coltello. In carcere ha perso la mano destra. La sinistra per il popolo arabo è quella impura, che non si può usare a tavola. Un'associazione italiana vorrebbe farlo arrivare nel nostro Paese per mettergli una protesi, ma Israele non gli concede il visto d'uscita. Tarek, il fratello maggiore, è in carcere da 6 anni e mezzo e quello più piccolo da tre, devono scontare rispettivamente pene di 13 e 7 anni. Solo la madre può andarli a trovare una volta al mese, con una navetta della croce rossa, un viaggio di 24 ore, anche se il carcere di uno dei figli si trova nel vicino Negev e l'altro vicino Gaza. Bisogna cambiare tre pulmann e passare molti controlli e perquisizioni. l'attesa per mezz'ora di colloquio può superare le otto ore. «Io non posso andare dai miei fratelli, perché essendo stato in carcere non posso superare i controlli al posto di blocco israeliano di Gerusalemme, che si trova a 5 minuti da qui. Posso solo guardare le luci della città dal tetto di casa mia. Vivo in una prigione a cielo aperto. Molti miei amici hanno smesso di lottare, ormai sono abituati a vivere in un ghetto. In vita mia non ho mai potuto lasciare Dheisha, se non per andare a Betlemme, qui vicino. Non ho mai visto il mare. non posso andarci. Ma se chiudo gli occhi lo vedo. La mia mente è l'unica cosa che non possono portarmi via». Bilal adesso lavora al Feneiq come volontario nei campi estivi con i bambini. Insegna loro altri giochi. quelli che ha imparato con il tempo. Per le strade, però, continua a vederli lanciarsi le pietre, tra i vicoli stretti di case costruite in fretta, una accanto all'altra, come piccole prigioni.

Sara Picardo
15/08/2010
http://www.liberazione.it/
Foto di Massimo Valicchia. Una bambina palestinese davanti al muro

14 agosto 2010

Opposizione al neoliberismo economico e al dominio del mondo da parte del capitale o di qualsiasi altra forma di imperialismo


Si apre ad Asunción (Paraguay) il Forum sociale delle Americhe

Sono almeno 10.000 i partecipanti, tra esponenti di movimenti della società civile e difensori dei diritti umani provenienti da diversi paesi, al IV Forum sociale delle Americhe (Fsa) ospitato fino a Domenica ad Asunción per scambiare esperienze e proporre nuove strategie per “un altro mondo possibile”. Evento regionale collegato al Forum sociale mondiale (Fsm), che, nato in risposta al Forum economico mondiale, quest’anno ha compiuto 10 anni dal primo incontro a Porto Alegre (Brasile, 2001), il Forum di Asunción intende “realizzare un dibattito democratico di idee tra entità e movimenti della società civile che si oppongono al neoliberismo economico e al dominio del mondo da parte del capitale o di qualsiasi altra forma di imperialismo”. Per raggiungere questo obiettivo – riporta l’agenzia di notizie brasiliana ‘Adital’ –conferenze ed eventi sono in programma sul tema centrale “l’America Latina di fronte alla crisi globale: minacce e alternative”; Sabato è prevista la conferenza “Sovranità e integrazione: la Nostra America è in cammino”. Tra i partecipanti, gruppi femminili, ‘campesinos’, movimenti ambientalisti, operatori di giustizia e pace, rappresentanti di popoli indigeni. Il governo del presidente Fernando Lugo ha dichiarato il Forum “di interesse nazionale” attraverso un decreto in cui sottolinea il suo interesse “allo scambio democratico di idee ed esperienze e all’articolazione di progetti che contribuiscano alla costruzione di una società pluralista”.

fonte: agenzia MISNA
13/08/2010