31 luglio 2010

Pd e cespugli interessati a Fini che tiene a battesimo la sua nuova destra: alla conquista di nuovi equilibri di governo

Attenti a Fini: non è il salvatore della Patria. Era in questura a Genova nel 2001, ha fatto leggi liberticide con e senza Bossi. E ora si prepara a costruire una nuova destra "presentabile"


La nuova destra di Fini e il bislacco centrosinistra che non c'è

Il settimanale Left titola “Provaci ancora, centrosinistra”. E’ l’invito-auspicio che viene rivolto a tutte le forze politiche del centro democratico e della sinistra per rovesciare l’attuale situazione politica italiana. E’ un auspicio condivisibile, anche perché la rottura tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi ha un fondamento prettamente politico e ragioni che vengono da lontano e che hanno radici nella reale rappresentanza del quadro borghese di questo nostro Paese.
La cacciata dell’ex fondatore di Alleanza nazionale dal PDL non è solamente il frutto di beghe di partito, di litigi su questo o quel principio recante il marchio della giustizia giusta e non di quella asservita ai voleri del presidente del Consiglio. Non si tratta, infatti, di una separazione che vive di mere differenze ideologiche o di impostazioni più attualistiche e legate al contesto politico governativo in materia di rispetto delle istituzioni repubblicane.
Il disegno di Fini è abbastanza evidente: formare una destra presentabile in Italia e in Europa, abbandonare le funanboliche e viziosamente private pratiche del premier negli affari pubblici per abbracciare una politica nazionalista, liberista e capace di essere ricevuta dalle cancellerie d’Europa e d’0ltre oceano come affidabile alleata delle ristrutturazioni capitalistiche in atto.
Ora molti vedono in Fini l’anti-Berlusconi, il salvatore della patria, l’uomo di una provvidenza che può liberarci dal Cavaliere nero di Arcore. Niente di più sbagliato e di più accecante.
E’ probabile che i parlamentari finiani sosteranno il governo; è probabile che lo faranno da esterni all’area di governo. Le probabiltà sono tante: elezioni anticipate, nuova maggioranza con Casini, governo trasversale tra PD, Di Pietro, Rutelli, Fini e Casini.
Difficilissimo poter essere preveggenti in questo frangente. Ciò che dovrebbe interessare noi tutti è l’auspicio di Left e porsi una semplice, elementare, banale domanda: caro centrosinistra, sei pronto ad una crisi di governo? Sei pronto a sostituire alla guida del Paese le traballanti destre?
La risposta, almeno per quanto mi concerne nella valutazione complessiva, è sconsolante: non solo le forze dell’ex centrosinistra non sono in grado oggi di proporre una alternativa programmatica e politica, di intesa politica intendo, all’attuale compagine governativa, ma, di più, non sono nemmeno in grado di ragionare sui propri “confini”.
Dopo la sconfitta deflagrante de La Sinistra – l’Arcobaleno nel 2008, le forze politiche a sinistra del PD sono state frantumate da scissioni fatte in nome dell’unità, della novità e di un modernismo culturale che si contrapponevano a quello che veniva definito come “identitarismo”, “settarismo” e via di seguito amenità a gonfie vele.
Questa fase ora dovrebbe essere passata e il lutto per l’extraparlamentarità superato. Ed invece ci sono compagne e compagni che ragionano ancora sul ruolo governativo dei comunisti, su una vocazione in questo senso e sul ruolo futuro di quella alleanza (che si speri diventi qualcosa di più) che abbiamo chiamato Federazione della Sinistra.
E’ quindi arrivato il momento di trovare delle convergenze che rafforzino le singole autonomie politiche e che, al contempo, creino una rete di rapporti politico-sociali con i quali poter ristabilire una sintonia con quelle persone che da anni disertano i seggi, che hanno perso fiducia in noi proprio perché non siamo riusciti a realizzare quanto ci eravamo previsti andando al governo.
Non possiamo illuderci sul ruolo di Fini, o su quello del Partito Democratico: non è un mistero per nessuno che il PD sia disposto al dialogo con questa parte di destra sia sulle riforme – anche della giustizia – che su quelle economiche.
Non possiamo illuderci che da oggi le cose cambieranno. La crisi economica e i bassi salari, le delocalizzazioni e le new company di Pomigliano non saranno certamente Fini e il PD o Casini e Rutelli, e tanto meno Di Pietro a contrastarle.
E noi non siamo ancora pronti a reagire. Abbiamo resistito, con grande tenacia, con una forza incredibile. Abbiamo fatto veramente i salti mortali per dimostrare che non ci hanno cancellato, che ci siamo, che proviamo a cambiare la politica del Paese su un terreno sociale, venendo a contatto con i bisogni delle persone. E non per ruffianeria, ma per ritornare allo spirito originario della “rifondazione comunista”.
Essere diversi. Essere completamente diversi da tutti gli altri: senza paradigmi impostati, senza più parole d’ordine icastiche e prive di significato. Ma con tante contraddizioni dentro e fuori, con mille e mille ancora problematiche sui temi delle alleanze e dei rapporti con le forze democratiche: dal PD a Di Pietro, dai socialisti ai radicali, dai Verdi a Sinistra Ecologia Libertà.
Prima di gridare all’unità del centrosinistra ne vanno costruite le basi. Anzi, occorre una vera e propria rifondazione di un centrosinistra dove i comunisti abbiano il coraggio e la forza di partecipare in posizione autonoma dal PD. Torna l’antico binomio a me caro: autonomia e unità. Un ceintrosinistra di “salute pubblica”, che stia insieme almeno per questo: per fare poche semplici cose, come la riforma elettorale, un ristabilimento degli equilibri democratici e la fine del conflitto di interessi.
Io sono convinto che noi di Rifondazione Comunista non faremo mai mancare il nostro appoggio a misure che vadano nell’interesse dei lavoratori e delle lavoratrici. Ma questo PD deve scegliere: non può servire Iddio e Mammona. Non può appendere le vecchie bandiere del PCI negli stand delle sue feste e poi avere Colaninno ai dibattiti.
O socialdemocrazia o liberismo. E’ un bivio che il PD deve affrontare. A meno che non si voglia dire che esiste una cultura interclassista che sta alla base del patto politico fondato da Veltroni e continuato ora da Bersani. Legittimo, ma sarebbe poi molto difficile vedere in parlamento leggi sul lavoro approvate anche col voto dei deputati e dei senatori del PRC – FdS.
Dunque Fini oggi tiene a battesimo la sua nuova destra: alla conquista dell’Italia e dell’Europa. Penso che si possa dire che per mandare a casa questo governo siamo disposti (quasi) a tutto. Non ad allearci con Fini, per intenderci. Ecco spiegato il “quasi” tra parentesi. E tuttavia sarebbe uno sforzo vano se alle prossime elezioni anticipate (qualora questo fosse lo scenario che ci si presentasse innanzi) non si andasse con una vera alternativa, sentita come tale dalla gente e non correndo una corsa già data per persa. Forse è la disperazione che deve muoverci tutte e tutti.
In particolare i dirigenti del PD. Forse è proprio il terrore, di robespierrista memoria ma di tutt’altra pasta, che ci deve indurre a mettere in moto un processo che non può che fondarsi su dei compromessi. Ma che siano tali. Perché quei compromessi del passato, del recente passato si sono rivelati, alla fine della fiera, delle subdole trappole, delle malformazioni politiche, dei tatticismi elettoralistici fatti per migliorare la vita ai padroni, non certo ai ceti più disagiati e deboli di questo Stivale.

di Marco Sferini
http://www.lanternerosse.it/
30/07/2010

28 luglio 2010

Da stasera a mezzanotte per tutta la giornata di domani partirà una protesta no stop contro il Bavaglio alla Rete


Bavaglio alla Rete domani protesta a Montecitorio

Da stasera a mezzanotte per tutta la giornata di domani partirà una protesta no stop contro il Bavaglio alla Rete inserito nel ddl sulle intercettazioni in discussione alle ore 16. Il testo obbligherebbe, secondo il comma 29 del decreto Alfano, i blog a rettificare le notizie entro le 48 ore successive. Tra le proposte per correggere la norma c'è quella della "rettifica fai da te", un modo per consentire agli utenti di un blog di intervenire su ciò che viene pubblicato. E per fornire ai blogger la possibilità di eludere l'obbligo di rettifica entro 48 ore previsto dal ddl. Inserita in un contesto già fortemente problematico questa norma inoltre non tiene conto delle differenze esistenti tra giornalismo professionale e produzione amatoriale delle notizie. Presente alla protesta anche la Federazione nazionale della stampa e tutte le associazioni che si sono mobilitate contro il ddl sulle intercettazioni prima fra tutte il "Comitato per la libertà e il diritto all'informazione e alla conoscenza".

28/07/2010

Il libro "Schegge contro la democrazia" ripercorre i più recenti atti giudiziari a caccia degli elementi che ancora mancano. Chi volle quel massacro?

Bologna 1980-2010. Chi protegge i mandanti della strage alla stazione?

Sono due le principali motivazioni che ci hanno spinti ad approfondire la vicenda della strage alla stazione di Bologna, nel libro “Schegge contro la democrazia”: una consapevolezza e una convinzione. La consapevolezza è che dal 2 agosto 1980 fino ai nostri giorni si sono succeduti un numero impressionate di attentati alla verità. E la convinzione che oggi, nonostante questi attentati, vi siano ulteriori elementi che, razionalmente e storicamente, confermano il contesto e le responsabilità riconosciuti in undici gradi di giudizio: neofascismo, servizi segreti, massoneria e criminalità organizzata hanno contribuito a creare un quadro di grave minaccia al nostro stato di diritto.

Per “attentati alla verità” intendiamo non solo gli intralci delle indagini, che hanno finora impedito di scoprire i mandanti della strage (depistaggi per i quali sono stati condannati, tra gli altri, Licio Gelli e i vertici dei servizi segreti militari). Esiste un altro genere di depistaggio: il depistaggio dell’opinione pubblica. Un esempio. Nel 2007 il Cedost (Centro di documentazione sullo stragismo, oggi purtroppo chiuso per mancanza di fondi: uno dei tanti sistemi per zittire le voci scomode, quelle cioè che raccontano i fatti per come sono) pubblicò un’analisi critica, molto dettagliata, del libro intitolato “Storia nera. La verità di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti”. In questo volume l’autore, Andrea Colombo, ex membro di Potere Operaio, sostiene l’innocenza dei due condannati. Perché? Con quali elementi? Quale scopo hanno questo genere di “depistaggi”?

Questo libro nasce anche dall’esigenza di rispondere a domande del genere. La risposta che ci siamo dati è che in questi trent’anni, da più parti, ci si sia adoperati non poco per convincere il maggior numero di persone che, tutto sommato, le ragioni di questa strage sarebbero tuttora ignote e che i veri colpevoli non li conosceremo mai. Non è così.

Ma intanto questo obiettivo – anche grazie alle cosiddette “armi di distrazione di massa” – è stato in gran parte raggiunto: basti pensare che oggi molti giovani bolognesi pensano che la bomba alla stazione sia stata messa dalle Brigate Rosse. Però noi, come autori, non siamo giudici né avvocati e nemmeno storici: il nostro è un approccio puramente e necessariamente giornalistico. L’obiettivo di questo lavoro è mettere in fila i fatti e gli atti, compresi quelli del processo in corso a Brescia per la strage di piazza della Loggia, che Radio Radicale ha il merito di aver divulgato.

Badate: non pretendiamo di essere più distaccati o più oggettivi di altri. Anche noi, come la maggior parte dei nostri concittadini, siamo feriti e indignati per quello che è successo (e per quello che non è successo) in questi trent’anni. Anzi, è proprio l’esigenza di non rassegnarsi all’oblio che ci ha spinti a condividere questo lavoro, cercando di coniugare rigore e passione civile. Siamo felici che gli amici dello Spi-Cgil e della casa editrice Socialmente abbiano deciso di sostenerci.

Abbiamo dedicato il libro a tre cittadini di Bologna recentemente scomparsi: Oscar Marchisio, Paolo Bollini e Isa Speroni. Tre cittadini, ma ancora prima tre persone, che amavano la conoscenza e la divulgazione della conoscenza. E volendo seguire la raccomandazione che Paolo Bollini, insegnante, dava ai suoi studenti – “imparate la sintesi” -, ecco un monito e uno spunto di riflessione scritto da Magda Indiveri in sua memoria: «Dovremmo riscoprirla, questa funzione dell’”esigere”, invece di etichettarla come fastidiosa: muovere, spingere fuori. Un bambino che nasce è esigente o non nasce. Dobbiamo insegnare a noi stessi e agli altri la necessità dell’esigenza. E della parola “esatta”, che per lui era fondamentale».

Ecco, iniziamo dalle parole. E in particolare dalle tre parole chiave che ci hanno spinto a scrivere questo libro. Cosa significa esattamente la parola “strage”? Uccisione di una pluralità di persone con un’azione omicida di massa. Da non confondersi con l’omicidio plurimo, che è rivolto contro determinate persone. E cosa significa invece la parola “verità”? Heidegger disse che la parola greca alethèia significa “disvelamento” o, ancor più esattamente, “non nascondimento”. A noi pare una definizione confacente e soddisfacente.

Cos’è infine la “giustizia”? La giustizia è una donna invincibile. Una donna che in Italia ha spesso il volto di persone straordinarie. Tina Anselmi, per esempio, che nel 1982, nonostante ostacoli e minacce, riuscì a dare voce ad una esigenza di giustizia, obbligando il Parlamento italiano ad approvare una legge coerente con l’articolo 18 della Costituzione. È anche grazie alla legge n. 17 del 1982 (meglio nota come legge Anselmi) se oggi esiste la concreta possibilità di fare i conti con i fantasmi del passato, togliendo finalmente il cappuccio ad alcuni tra i peggiori protagonisti della nostra storia. Ne sanno qualcosa Flavio Carboni e gli altri membri dell’associazione segreta che i giornali hanno chiamato P3.

Certo: finora le leggi, da sole, non sono bastate per avere giustizia. È per questo che in questi anni si sono impegnate tante energie nel depistare una opinione pubblica confusa e distratta. L’auspicio è che questo lavoro, anziché alimentare sterili polemiche, possa contribuire a diradare un po’ di nebbia. Soprattutto per i cittadini che nel 1980 non erano ancora nati ma che, almeno quanto noi, possono (e forse debbono) esigere verità e giustizia.

di Antonella Beccaria e Riccardo Lenzi
26-07-2010
"Schegge contro la democrazia" (Socialmente/Spi Cgil Bologna ed Emilia Romagna)

Dal piano d'"ordine" di Gelli alle verità annacquate passando per il terrore.

Oggi è possibile tracciare un legame tra eversione, mafia, massoneria e uomini dello Stato, ma si fa di tutto per evitare di parlarne

Bologna 1980-2010: prima le bombe e poi la tv. Ecco come uccidere la democrazia

Da quel 2 agosto 1980 la realtà è profondamente cambiata. Nonostante il resto del mondo stia viaggiando nella modernità, in Italia ci si è fermati alla realizzazione del progetto politico di Licio Gelli che, pur nato già vecchio, ha trovato attuazione vent’anni dopo. Un progetto politico autoritario che tenta di azzerare il metodo del confronto democratico, stravolgere i principi affermati nella Costituzione e resuscitare le vecchie nostalgie di ex partigiani monarchici, cattolici tradizionalisti ed ex repubblichini riciclatisi nella giovane Repubblica.

Dopo la parentesi golpista sviluppatasi sotto il patronato della coppia Kissinger-Nixon (1969-1974), fu avviato un progetto di trasformazione autoritaria molto più sofisticato, che la debolezza dei normali strumenti di difesa della democrazia affidati a servizi di sicurezza, oramai inquinati dalle pratiche degli anni precedenti, e a una procura romana non sempre attenta, incoraggiò. I successivi e progressivi passaggi – il sequestro del figlio dell’ex-segretario del Psi, onorevole Francesco De Martino (5 aprile 1977), il sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro (16 marzo 1978), l’omicidio del segretario della Dc siciliana Michele Reina (9 marzo 1979) e poi quello del presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella (6 gennaio 1980), la strage di Bologna (2 agosto 1980) e l’eliminazione di buona parte della migliore classe dirigente del Paese che avrebbe potuto costituire un ostacolo o frapporsi alla attuazione del Piano – rappresentano le tappe dell’affermazione del nuovo soggetto politico formatosi dalla alleanza tra i ceti massonici, paramassonici e i mafiosi più spregiudicati.

Questo soggetto si espresse in forma ancora più incisiva con le stragi del 1984, 1992 e 1993. E quando la Dc mostrò di non essere più in grado di assicurare coperture politiche, l’omicidio di Salvo Lima espresse l’evidente opzione per la sostituzione del vecchio con un nuovo contenitore politico, che era stata già prefigurata nel Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli. Dopo il 1993 il terrorismo ha finito di svolgere il ruolo di strumento di lotta politica, di mezzo di comunicazione di massa, secondo la cui logica il numero dei morti ammazzati contava quanto il livello di tiratura di un grande quotidiano di rilevanza nazionale. Fu sostituito da un metodo meno violento, ma più insidioso: il controllo diretto e quasi totale dei mass media.

La Costituzione cominciò a essere surrettiziamente svuotata di contenuti. Il leader dello schieramento di centro-destra, che ne è il fruitore inconsapevole e che si fa spesso vanto di citare Benito Mussolini, ha ripreso il filo di una relazione diretta con le folle oceaniche che una volta si presentavano al balcone di piazza Venezia. La cultura e le alleanze politiche sulla base delle quali ha costruito il suo consenso, anche se non sono le stesse del tempo di Mussolini, rappresentano ceti con lo stesso livello di insofferenza verso la legalità, i principi di solidarietà, il confronto democratico, che avevano i ceti agrari di un tempo.

Per quanto la Commissione parlamentare sulle stragi abbia lungamente lavorato, alla luce di nuovi dati di conoscenza oggi è possibile identificarne i seguenti sostanziali limiti:

•avere ritenuto che l’ossessione anticomunista fosse l’unica motivazione che agitava spinte eversive, tralasciando i rancori che agitavano ambienti economici e tradizionalisti verso l’estensione dei diritti (lo statuto dei lavoratori, il divorzio) e una maggiore severità in materia valutaria (1976), fiscale e antimafia (1982);
•essersi lasciata fuorviare dalle dichiarazioni di Amos Spiazzi in ordine alla cessazione dell’attività dei “Nuclei Difesa dello Stato” alla data del 18
luglio 1973, mentre la documentazione sequestrata a lui e al suo collaboratore Pietro Gunnella (ex repubblichino, fratello di Aristide Gunnella, a sua volta sottosegretario e consigliere di amministrazione dell’Ente Minerario Siciliano) dimostra che, dopo un periodo di ibernazione, la loro attività – quanto meno a Verona – fu ripresa e sviluppata in stretta connessione con quella degli ordinovisti veneti. La relativa documentazione – ora agli atti del processo in corso dinanzi alla Corte di Assise di Brescia – dimostra che si trattava di civili (molti dei quali appartenenti a “Ordine Nuovo” veneto) che venivano addestrati da strutture segrete delle forze armate per essere mobilitati in funzione anticomunista in caso di sovvertimenti interni;
•avere considerato che la funzione della loggia P2 fosse esclusivamente rivolta al depistaggio e al controllo dei servizi segreti, mentre in realtà consentì una serie di relazioni molto più estese e penetranti attraverso una fitta rete di associazioni massoniche e paramassoniche in tutto il Paese, in molte delle quali erano presenti esponenti mafiosi;
•avere ritenuto che nel 1974 fosse cessata ogni velleità di strutturare percorsi di terrorismo finalizzato a fini di realizzare un rivolgimento politico, mentre in realtà la fine del golpismo lasciava aperta la strada ad operazioni terroristiche, finalizzate a rendere possibile il coagulare consensi politici intorno a un progetto autoritario come il Piano di Rinascita Democratica, le cui linee fondamentali furono anticipate da Licio Gelli sul Corriere della Sera con l’intervista del 5 ottobre 1980.
Non vi è dubbio che oggi sia possibile un’analisi più lucida di quel periodo grazie ai numerosi contributi conoscitivi tratti dalle risultanze del processo in corso per la strage di Brescia e da altro materiale documentale accumulatosi nel corso del tempo. Ma proprio perché oggi si dispone di un osservatorio privilegiato, è doveroso farsi carico di aggiornare le analisi, di tirarsi su le maniche e mettersi a leggere (e ascoltare, sul sito di Radio Radicale) quanto di nuovo c’è in giro. Le sentenze degli anni ’80-’90 si limitarono ad accertare solo pezzi di verità, perché i contributi al tempo dei fatti erano estremamente limitati.

Ma oggi il panorama è cambiato e consente di fare qualche passo di più verso i mandanti. Soprattutto consente di superare il sottinteso limite che in quegli anni aveva praticamente impedito il colloquio tra investigatori e giudici che trattavano processi di mafia, di criminalità organizzata, di criminalità economica e processi di terrorismo. Il metodo della ricerca storica impone anche una continua esposizione alla rivedibilità degli assunti. E questo è un bene. Le boutade, le ipotesi diversive prive di supporto, i tentativi di depistaggio della memoria non potranno reggere al confronto e saranno facilmente individuabili come il loglio in mezzo al grano.

Solo attraverso il contributo continuo di apporti critici è possibile arricchire la strada della verità e farla diventare grande ed in grado di smascherare i continui tentativi di mistificazione, di falsificazione e di prospettazione di realtà apparenti, alle quali l’opinione pubblica è sistematicamente esposta. Oggi la democrazia si difende con l’affermazione di una verità che non deve essere dogmatica, ma avere la caratteristica di essere capace di resistere alle ipotesi alternative e di arricchirsi di contributi additivi. Al carattere eversivo per la democrazia che oggi assume il tentativo di monopolizzare e condizionare l’informazione con il segreto, la manipolazione e l’imbonimento, è possibile rispondere con la portata rivoluzionaria della continua ed instancabile ricerca della verità.

Antonella Beccaria e Riccardo Lenzi con questo libro cercano di praticare questa strada, documentando analiticamente ciò che affermano.

di Claudio Nunziata
26-07-2010

Claudio Nunziata - Magistrato in pensione. In qualità di sostituto presso la Procura di Bologna, ha svolto le prime indagini nei tre processi per le stragi che, tra il 1974 ed il 1984, hanno interessato la città di Bologna (treno Italicus, stazione di Bologna, rapido 904). Ha scritto numerosi saggi ed analisi in materia di criminalità economica e storia dell'eversione.

27 luglio 2010

Afghanistan la vera guerra spiegata al popolo


Ne avevamo scritto pochi giorni fa proprio su questo sito. Wikileaks permette di “pubblicare” cose ritenute impubblicabili dai singoli governi. E mentre noi ci arrovelliamo su come poter far uscire le intercettazioni tra cricche ed escort (e in un silenzio stampa colpevolissimo ci trivellano il Mediterraneo sotto gli occhi), dagli Usa la “fuga di notizie”riguarda la guerra in Afghanistan. Civili morti e di cui non si e' mai saputo nulla, un'unita' segreta incaricata di "uccidere o catturare" ogni talebano senza alcun processo, i droni Reaper telecomandati a distanza da una base del Nevada, la collaborazione tra i servizi segreti pakistani (Isi) e i talebani: gli archivi segreti della guerra in Afghanistan sono stati svelati da Wikileaks -il portale Internet creato proprio per pubblicare documenti riservati, autore nel passato di numerosi scoop- al New York Times, al Guardian e a Der Spiegel (in Spagna). Emergono 92.000 rapporti classificati del Pentagono che coprono sei anni di Guerra in Afghanistan, dal gennaio 2004 al dicembre 2009, sia sotto l'amministrazione Bush che quella Obama. Si tratta della maggiore fuga di notizie della storia militare americana: una quantita' enorme di documenti da cui emerge un'immagine devastante di quello che e' effettivamente successo in Afghanistan: le truppe che hanno ucciso centinaia di civili in scontri che non sono mai emersi, gli attacchi dei talebani che hanno rafforzato la Nato e stanno alimentando la guerriglia nei vicini Pakistan e Iran. Amara la considerazione finale: "dopo aver speso 300 miliardi di dollari in Afghanistan, gli studenti coranici sono piu' forti ora di quanto non lo fossero nel 2001". Furente la Casa Bianca che ha condannato "con forza" la pubblicazione del materiale riservato: "Possono mettere a rischio -ha detto non il solito portavoce, ma addirittura il consigliere per la sicurezza nazionale di Barack Obama, il generale James Jones- la vita degli americani e dei nostri alleati, e minacciare la nostra sicurezza nazionale". Indispettito anche l'ambasciatore del Pakistan negli Stati Uniti, Husain Haqqani, che ha definito "irresponsabile" la pubblicazione del materiale riservato. La Casa BIanca ha fatto comunque notare che il materiale copre l'arco di tempo dal gennaio 2004 al dicembre 2009". Tra le carte emerge, tra l'altro, che "il Pakistan, ostentatamente alleato degli Stati Uniti, ha permesso a funzionari dei suoi servizi segreti di incontrare direttamente i capi talebani in riunioni segreti per organizzare reti di gruppi militanti per combattere contro i soldati americani, e perfino per mettere a punto complotti per eliminare leader afghani"; e che "l'intelligence pakistana (Directorate for Inter-Services-Intelligence) lavorava al fianco di al Qaeda per progettare attacchi" e "faceva il doppio gioco". Non solo. "Per la prima volta" e' emerso che "i talebani hanno usato missili portatili a ricerca di calore contro gli aerei della Nato" come gli Stinger che la Cia forni' ai mujaheedin di Osama bin Laden "per combattere contro i sovietici negli anni '80"; dall'arrivo di Obama alla Casa Bianca le truppe Usa "usano molti piu' droni (aerei senza piloti) malgrado le loro performance siano meno notevoli di quanto ufficialmente riferito. Alcuni si sono schiantati al suolo o si sono scontrati in volo, costringendo le truppe americane ad intraprendere rischiosissime operazioni di recupero prima che i talebani riuscissero ad impadronirsi dell'armamento e della tecnologia". "La Cia ha allargato le operazioni paramilitari in Afghanistan" e "dal 2001 al 2008 ha finanziato il budget dell'intelligence afghana, trattandola come una sua affiliata virtuale". Dagli archivi riservati emerge inoltre che la coalizione sta usando sempre piu' le armi letali Reaper per fulminare gli obiettivi talebani in modo telediretto da una base del Nevada. Washington sembra voler ignorare il doppio gioco di Islambad. Secondo i documenti citati, anche l'amministrazione Obama, malgrado le roboanti minacce di "intervento diretto" dell'allora candidato democratico alla presidenza, non ha cambiato nulla. Questo mese il segretario di Stato, Hillary Clinton ha annunciato "altri 500 milioni di dollari" in aiuti a Islamabad, definendo Usa e Pakistan "partner uniti da una causa comune". Sul sito web il Nyt - che insieme al britannico Guardian e al tedesco Der Spiegel hanno avuto accesso ai documenti forniti da WikiLeaks diverse settimane fa - sono presentati i rapporti piu' interessanti. Per il New York Times si tratta anche di un recupero, peraltro non in esclusiva, dalla batosta inflittagli lunedi' scorso dal Washington Post. Il quotidiano della capitale ha cominciato a pubblicare a partire da lunedi' scorso un'inchiesta a puntate frutto di due anni di lavoro di due giornalisti sui legami tra le agenzie di intelligence Usa e le societa' di contractors, cui venivano affidate le operazioni piu' sporche.

Redazione
26/7/2010
http://www.liberazione.it/

Ottusi, bugiardi e criminali. Tutti gli orrori della guerra

Una fuga di notizie così non c’era mai stata nella storia militare americana. Praticamente una bomba atomica che manda in frantumi la residua credibilità della guerra in Afghanistan e apre un nuovo fronte di crisi per l’amministrazione di Barack Obama.
Il sito investigativo wikileaks, vero e proprio spauracchio del Pentagono dai tempi in cui rivelò al mondo le torture di Guantanamo, ha pubblicato oltre 90mila rapporti militari segreti da cui emerge un quadro aberrante e dettagliato della spedizione afghana dal gennaio 2004 al dicembre 2009: corruzione, cinismo, crimini contro l’umanità, ottusità, errori a catena, centinaia di milioni di dollari dilapidati per ottenere quasi nulla. Dalla corruzione endemica del governo Karzai e dei potentati locali, alle decine di stragi di civili afghani sapientemente occultate, fino al rafforzamento delle milizie talebane «mai forti come ora dal 2001», passando per il doppio gioco dei tentacolari servizi segreti pakistani dell’Isi, i risultati di quasi dieci anni di conflitto e occupazione sono avvilenti. Un disastro umanitario, militare e politico che va oltre la comune immaginazione e che lascia di stucco anche i più aspri detrattori della guerra.
Alcune settimane fa <+Cors>wikileaks<+Tondo> ha fornito i rapporti militari a tre prestigiosi quotidiani di tre differenti paesi, lo statunitense <+Cors>New York Times<+Tondo>, il britannico <+Cors>Guardian<+Tondo> e il tedesco <+Cors>Spiegel<+Tondo>. Dopo un certosino lavoro di analisi i giornali li hanno pubblicati in contemporanea, moltiplicando lo choc sull’opinione pubblica planetaria. La sequenza dei rapporti racconta una progressiva discesa all’inferno delle truppe Usa, impegnate in battaglie senza senso, incapaci di fermare la riorganizzazione della guerriglia, obbligate dai loro capi a bombardare a tappeto i villaggi civili nella vana ricerca di notabili talebani. Oppure costrette a «catturare e uccidere sospetti miliziani senza alcun processo».
Gli eccidi sommari di afghani che si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato si sono verificati molte più volte di quanto raccontino le già nutrite cronache dall’Asia centrale: «Sono stati commessi centinaia di crimini contro la popolazione e questi documenti dimostrano lo squallore della guerra. La cosa triste è che non sarebbe mai stata fatta luce su queste vicende: è come se un poliziotto dovesse indagare su un reato commesso da lui stesso», ha rilanciato ieri Julien Assange, ex hacker e fondatore di <+Cors>wikileaks<+Tondo>, lasciando intendere che lui e il suo staff non si faranno intimidire dalle enormi pressioni che ovviamente subiranno nelle prossime settimane.
Speculare ai massacri di innocenti è la corruzione straripante dell’amministrazione pubblica. Per capire i livelli di malaffare delle autorità afghane, citiamo un episodio emblematico contenuto nei rapporti: nel 2008 nella provincia di Paktia un ispettore americano denunciò un giro di tangenti tra gli ufficiali di polizia che si facevano pagare profumatamente per far evitare i posti di blocco a centinaia di autisti. Due giorni dopo l’arresto i sette erano di nuovo in libertà e la denuncia archiviata in quanto le testimonianze raccolte erano misteriosamente scomparse dai faldoni dell’inchiesta. Solo un piccolo episodio nel pantano di centinaia di casi simili.
Un altra spina nel fianco per gli usa sono i temibili servizi di Islamabad. Ecco cosa si legge in un rapporto: «Il Pakistan, ostentatamente alleato degli Stati Uniti, ha permesso a funzionari dei suoi servizi segreti di incontrare direttamente i capi talebani in riunioni segreti per organizzare reti di gruppi militanti per combattere contro i soldati americani, e perfino per mettere a punto complotti per eliminare leader afghani». Insomma, degli alleati <+Cors>sui generis<+Tondo>, come l’ex generale pakistano in pensione Hamid Gul, che reclutava kamikaze nelle madrasse e organizzava omicidi di politici afghani. Anche le forniture di missili anticarro stinger, arma molto diffusa tra i jihadisti, proviene con ogni probabilità dal pozzo senza fondo dell’Isi.
La Casa Bianca, naturalmente è furiosa per questa incredibile fuga di notizie, sostenendo che le rivelazioni di wikileaks «mettono in pericolo la vita degli americani, degli alleati e la stessa sicurezza nazionale», secondo quanto detto ieri dal consigliere per la sicurezza, il generale James Jones. Argomento minimalista di fronte ai crimini commessi e alla stucchevole montagna di menzogne che i portavoce militari hanno per anni propinato al mondo. E soprattutto di fronte a un fatto che ormai appare chiaro anche ai più sprovveduti: in Afghanistan gli Stati Uniti hanno perso la guerra.

Daniele Zaccaria
27/07/2010

25 luglio 2010

Storie normali in un sistema che non perdona l’umana debolezza di un calo nella capacità di fare fatturato e profitti

Si può uccidere e morire per un licenziamento?

La perdita del lavoro è una delle più gravi fonti di stress. Essa è un fattore così importante da minare alle fondamenta la nostra salute mentale. Non sono affermazioni gratuite ma dichiarazioni rilasciate, all’indomani della strage di Massarosa, ad un quotidiano romano da un eminente psichiatra e coordinatore scientifico dell’Università Cattolica di Roma.

Dice inoltre lo psichiatra occupazionale: "Un licenziamento influisce su più livelli simultaneamente. In modo diretto perché compromette la situazione economica di un individuo e in modo indiretto perché va a minare il ruolo sociale che una persona si è costruito con il proprio lavoro".

Ma quanto può essere più devastante essere licenziati all’età di 51 anni dopo averne vissuti 13 a vendere e reclamizzare prodotti della Gifas Electric tra il Trentino e il Friuli? Molti analisti e cronisti già tendono a dare una spiegazione di preesistente malattia mentale all’origine della decisione di Paolo Iacconi di uccidere i suoi ex datori di lavoro e di tentare di dare fuoco all’azienda per poi togliersi la vita. Alcuni quotidiani si soffermano sullo stato di depressione, precedente al licenziamento, che avrebbe diminuito il suo rendimento lavorativo (capacità di vendere prodotti) tanto da indurre l’azienda a sciogliere il rapporto di lavoro. Forse esiste un bisogno automatico e sistematico di categorizzare e stigmatizzare come morbosi eventi che fanno paura ma soprattutto esiste un grande bisogno di esorcizzare le colpe e le responsabilità di chi, struttura privata o pubblica, non ha saputo prendere in carico il dramma di un uomo profondamente ferito nell’anima, privato del lavoro e del reddito e lasciato solo.

Ci torna in mente un’altra tragedia consumatasi in Liguria nel novembre 2007. Paolo Manca di 45 anni si è impiccato nel garage sotto casa. Il suo corpo è stato rinvenuto esanime dal figlio diciottenne. Paolo, dopo tante peripezie per trovare un lavoro, si era adattato volentieri a fare l’operatore ecologico con un contratto a tempo determinato. Ma il mancato rinnovo del suo contratto a causa del cambio di appalto lo aveva psicologicamente distrutto. Proprio per capire quale sia la linea di confine tra gesti omicidi e suicidi e pre-esistente fragilità psichica è importante rievocare le parole dette su Paolo Manca dal sindaco del comune di Santo Stefano: "ci ha lasciati una persona buona, gentile, educata, dotata di un grande senso civico".

Di Paolo Iacconi, autore della strage alla Gifas Electric, un suo collega dice ai giornalisti: "Per dieci anni era stato un lavoratore irreprensibile, un ragazzo perbene. Poi gli ultimi tre è accaduto qualcosa, non faceva più niente....".

Queste storie cominciano ad essere tante. Nel 2008 altri due delitti, seguiti ad un licenziamento, nel lodigiano e nel bresciano. Emergono destini incrociati di persone ultraquarantenni alle quali viene tolta la dignità del lavoro, oppure, semplicemente, non viene perdonata l’umana debolezza di un calo nella capacità di fare fatturato e profitti.

Eppure si parla da anni della responsabilità sociale delle aziende come valore aggiunto a tutela dei lavoratori e del contesto ambientale dove si opera. Inoltre, ci sono voluti quasi venti anni di dibattiti per arrivare al Testo Unico (D. n. 81/08) sulla sicurezza nei luoghi di lavoro che attribuisce ai datori di lavoro la responsabilità di tutelare la salute psicofisica dei propri dipendenti. Da altrettanti anni si studia e si tenta di legiferare in tema di mobbing per mantenere sano e vivibile il microclima relazionale delle aziende e prevenire tragedie su tragedie.

L’Unione europea ha stimato che una cattiva gestione della salute mentale può costare da due a quattro punti del Prodotto Interno Lordo di un paese. E questo completa il quadro.

Domenico Ciardulli
25 Luglio 2010

23 luglio 2010

Una fotografia drammatica. Un quadro sull’occupazione giovanile da far accapponare la pelle.E’ quanto emerge dall’indagine Gidp/Hrda

Giovani. Posto fisso: un miraggio (solo il 6% lo ottiene).
Lo sfruttamento mascherato da stage

La selezione lampo, il ‘reclutamento’ con uno stage retribuito – si fa per dire – non più di mille euro al mese (per i più fortunati) e il posto fisso che appare sempre più un miraggio riservato a pochi eletti. Secondo l'analisi, condotta sulle risposte di 117 direttori del personale, il canale preferenziale per entrare in azienda, è lo stage (40%), a cui segue il contratto a tempo determinato (20%). Solo nel 5,5% dei casi viene invece proposto un contratto a tempo indeterminato. Una percentuale che si è assottigliata sempre di più nel tempo: nel 2004 il posto fisso veniva offerto al 20% dei neolaureati, per ridursi progressivamente al 7% nel 2009. La retribuzione per lo stage, formula che in realtà copre uno spudorato sfruttamento del lavoro, nel 70% dei casi dura 6 mesi e per il 13% va dai 9 a 12 mesi, non supera i 500 euro nel 34% dei casi ed è compresa tra i 500 e i 1.000 euro per il 48% degli stagisti.

La selezione dei neolaureati: una lotteria con un montepremi da fame

Avviene in tempi rapidi e a basso costo: quasi il 50% del campione impiega meno di un mese per la selezione e un intervistato su due spende meno di 1000 euro. Dopo lo stage l'assunzione non è però certa: negli ultimi 12 mesi circa il 38% del campione ha assunto più il 50% dei neolaureati in stage mentre nei prossimi 6 mesi quasi il 30% del campione prevede di assumere 1 stagista su 2, ma circa il 18% non ha pianificato nessuna assunzione.

A chi avrà superato positivamente il periodo di stage verrà proposto nella maggior parte dei casi (30%) un contratto a tempo determinato mentre le chance di spuntare un'assunzione a tempo indeterminato sono le stesse di ottenere un contratto di inserimento e un apprendistato professionalizzante (17,5% per ciascuna tipologia contrattuale). Questi ultimi due contratti sono proposti direttamente ai neolaureati nel 21% circa dei casi.

‘Fare carriera’, roba d’altri tempi

I neoassunti passano alla categoria contrattuale superiore entro i 2 anni nell'80% dei casi, mentre la nomina a quadro arriva in media dopo 6 anni. «In questo momento in Italia, complice la crisi, l'offerta di neolaureati sul mercato del lavoro è ampia e le aziende non sembrano trovare grandi difficoltà a reclutarli», ha commentato Paolo Citterio, presidente Gidp/Hrda. Oltre che rapidamente e senza spendere troppo, l'indagine evidenzia, «quasi il 60% del campione non utilizza l'assessment (serie di prove volte a verificare le capacità necessarie a svolgere un determinato lavoro, ndr) per la selezione e la valutazione dei neolaureati».

Le aziende non investono sulla formazione

Scarsa anche la formazione continua, riservata solo al 15% di chi entra in azienda, che, in un caso su due sono seguiti dal loro capo diretto (solo il 21% ha un tutor). Gli ingegneri restano i neolaureati più ricercati (27,75%), seguiti da chi ha conseguito il titolo in economia (24,67%) e informatica (circa l'8%). Snobbate le lauree umanistiche, con scienze della comunicazione che raggiunge il 2%, al pari di farmacia e più di fisica. La conoscenza delle lingue (22,5%), la motivazione (19,4%) e la disponibilità a spostarsi per lavorare (10,8%) sono le tre carte che possono risultare vincenti per ottenere l'assunzione. Il conseguimento della laurea nei tempi previsti vale più del voto e del prestigio dell'ateneo (l'8% contro il 4%). Dall'indagine emerge infine che il canale di ricerca preferito dalle aziende è internet (41% dei casi), seguito dalle strutture universitarie di collocamento dei loro ex studenti (23,6%).

21 Luglio 2010 .
di Pietro Anastasio
http://www.dazebao.org/

Sempre più evidente lo stato d’imbarazzo del maggior partito di opposizione, rispetto al tema del lavoro

Se la straordinaria mobilitazione del 23 marzo 2002 - a difesa di una “giustacausa” - corre il rischio di essere frustrata da alcuni “volenterosi” esponenti del Pd!

A proposito di.…..articolo 18

La perseveranza di Tito Boeri è stata premiata e grazie all’ampia eco prodotta attraverso i maggiori quotidiani nazionali, la sua proposta di “Contratto unico” è (ormai) molto nota e dibattuta.
Infatti, anche se, talvolta, richiamata in occasioni poco pertinenti, l’ipotesi di un “sentiero a tappe verso la stabilità” - per superare quello che l’autore definisce il “dualismo” esistente tra lavoratori garantiti e “paria” - rappresenta, un ricorrente punto di riferimento per quanti seguono con interesse le questioni (più attuali) relative alle politiche del lavoro.
In altre occasioni, ho già illustrato i motivi che m’inducono a ritenere tale contratto - che, tra l’altro, non sarebbe “unico”, perché continuerebbero ad esistere tutte le tipologie contrattuali attualmente vigenti - un rimedio peggiore del male.
In estrema sintesi, a mio parere, prevedere un “periodo di prova” uguale per tutti (sei mesi), una fase “di inserimento” senza la tutela dell’art. 18 dello Statuto ed essere costretti a sperare che il datore di lavoro - alla fine del “percorso” (trentasei mesi complessivi) - sia disponibile a realizzare la “stabilizzazione”, confermando il rapporto di lavoro a tempo indeterminato, piuttosto che (legalmente) interromperlo, appare, oggettivamente, poco convincente.
Nonostante l’autore preveda una protezione contro il rischio di licenziamento “economico” che è crescente con la durata dell’impiego - un risarcimento pari a 15 giorni di retribuzione per ogni tre mesi di lavoro, fino ad arrivare, dopo tre anni, al corrispettivo di sei mesi di retribuzione - e il ricorso alla tutela “reale” in caso di licenziamento “discriminatorio”.
Anche se, come a tutti noto, l’onere della prova - al fine di qualificare illegittimo un licenziamento, perché dettato da motivi di natura discriminatoria (quali: sesso, religione, ecc.) - è “a carico” del lavoratore e, praticamente, quasi impossibile da documentare.
La proposta Boeri, però, ha prodotto un benefico “effetto cascata”, nel senso che ha sollecitato, in particolare, la fantasia di alcuni autorevoli esponenti del maggior partito di opposizione. Alla Camera, infatti, sono state presentate due proposte di legge; la 2630 del luglio 2009 e la 3251 del febbraio 2010.

In realtà, la prima - presentata da Madia - che prevede l’istituzione di un “Contratto unico di inserimento formativo” (Cuif), si rifà al già noto “contratto di formazione e lavoro” e solo nel titolo ha qualche assonanza con la proposta Boeri. Il suo pregio è rappresentato dall’assenza di deroghe all’art. 18 durante tutto il periodo della cosiddetta “abilitazione” (massimo tre anni).
La seconda, avanzata da Bobba, ipotizza un “Contratto unico di ingresso” (Cui) ed è, sostanzialmente, riconducibile allo schema previsto da Boeri; anche nel prevedere il salario minimo legale.
Sullo stesso tema, altrettanti disegni di legge, sono in giacenza al Senato.
Il primo, a cura di Pietro Ichino, del luglio 2009, è il più articolato e presenta alcune originali novità. Prima di commentarlo nel merito, ritengo, però, opportuno esprimere (anche) alcune brevi considerazioni sull’altro ddl, presentato da Nerozzi nel febbraio 2010.
Nerozzi, illustra i motivi della sua proposta, tra i quali il problema salariale, e afferma: “L’esistenza di una larga area di lavoro economicamente dipendente, integralmente sottratto alla contrattazione collettiva e dunque privo di parametrazione salariale, unita alla sostanziale rimozione, per via legislativa, dei vincoli causali ai contratti di dipendenza a tempo determinato, ha alimentato per un verso lo spiazzamento del lavoro stabile tradizionale e, per altro verso, la compressione dei salari”.
Anticipo che, secondo alcuni (malevoli) commentatori, quella indicata da Nerozzi rappresenterebbe, in pratica, una sorta di (parziale) “copia-incolla”, tra le ipotesi di Boeri e Ichino.
Gli si addebita, in effetti, la riproposizione di: ”Un contratto di lavoro dipendente a tempo indeterminato, a tutela progressiva della stabilità, di durata non superiore a tre anni - con relativa deroga all’applicabilità dell’art. 18 - cui non si applica la disciplina in materia di periodo di prova” (vedi Boeri).
Analogamente, gli si contesta la (assoluta) primogenitura sulla soluzione adottata rispetto alle collaborazioni e al lavoro a progetto.
All’uopo, Nerozzi prevede di considerare automaticamente “convertiti”, in contratti unici di inserimento, “tutti quei contratti di lavoro autonomo continuativo, a progetto e di associazione in partecipazione dal quale il prestatore tragga più di due terzi del proprio reddito di lavoro complessivo, su base annua; salvo i casi in cui detta retribuzione (lorda) superi i 30 mila euro oppure il prestatore sia iscritto a un albo o un ordine professionale incompatibile con la posizione di dipendenza dall’azienda” (vedi Ichino).
Rispetto a questo secondo punto - a prescindere dal fatto che l’iscrizione a un albo professionale non è, in assoluto, incompatibile con un lavoro subordinato - è positivo che l’autore, di là dalle soluzioni suggerite, ponga in evidenza il problema della cosiddetta “dipendenza economica”.
A mio parere, una nozione di questo tipo dovrebbe tendere al superamento della (ormai) obsoleta definizione di cui all’art. 2094 del c.c. e poter comprendere molte delle tipologie contrattuali “atipiche” presenti dal nostro ordinamento; a partire da tante “partite Iva” e lavori a progetto. In particolare, quando svolti in condizioni di mono - committenza.
Insieme con questo, naturalmente, sarebbe indispensabile un ulteriore intervento legislativo che - contrariamente a quanto prodotto dal decreto legislativo 276/03 e dalle innumerevoli circolari “Maroni” - ripristinasse il giusto rapporto tra il (nuovo) lavoro subordinato e quello autonomo; impedendone la (attualmente) sin troppo facile commistione.
Di veramente innovativo, va rilevato il (lodevole) tentativo di limitare il ricorso ai contratti a tempo determinato; ma, nell’elaborazione pratica - rendendoli sempre possibili quando la retribuzione annua (lorda) superi l’importo di 25 mila euro (corrispondenti, più o meno, al compenso medio di un impiegato) - se ne vanifica l’effetto, in modo indiscriminato, a danno di una specifica fascia di lavoratori (gli impiegati e gli operai ad alta specializzazione) che correrebbero il concreto rischio di essere sempre assunti attraverso tale tipologia contrattuale.
Tra l’altro, e’difficile condividere il senso di una proposta che persegua tale obiettivo attraverso la definizione di un (qualsiasi) limite di carattere retributivo, piuttosto che intervenire - sul piano normativo - rispetto ai motivi che (attualmente) consentono un ricorso (spesso) indiscriminato e reiterato ai contratti a termine.
D’altra parte, il problema sempre più ricorrente, come vedremo anche in seguito, è che si preferisce evitare di operare scelte coraggiose, autenticamente riformiste - tese a sanare le innumerevoli (nefaste) conseguenze prodotte dalla sistematica opera di “deregolamentazione del mercato del lavoro” - e ci si accontenta di “bordeggiare” nelle tranquille acque dello “status quo”.
Per chiudere con il ddl 2000/2010: a confermare che la coerenza, al pari del coraggio, è dote molto rara, è il caso di evidenziare che, fino al 2008, Nerozzi - ancora Segretario nazionale della Cgil - si dichiarava “irremovibile” nel contestare l’ipotesi di contratto unico (già) avanzata da Boeri e Ichino!

Come già anticipato, tra le quattro proposte, quella curata da Ichino presenta i più interessanti elementi di riflessione.
Nel rispetto della sintesi, proverò a illustrarne i contenuti ed evidenziarne i motivi di dissenso.
Le motivazioni dalle quali trae origine l’ipotesi di “Uno standard minimo universale di protezione della continuità del lavoro e del reddito” - formula che Ichino preferisce a quella di “contratto unico” - sono, più o meno, le stesse indicate da Boeri.
Infatti, dalla relazione di accompagnamento al ddl 1481/2009, si rileva: ” ……vero e proprio apartheid che divide i nove milioni di lavoratori protetti (dipendenti pubblici e dipendenti stabili da aziende private cui lo statuto dei lavoratori del 1970 si applica nella sua interezza), dagli altri nove milioni di lavoratori sostanzialmente dipendenti, che oggi portano tutto il peso della flessibilità di cui il sistema ha bisogno. Un Paese moderno non può rassegnarsi alla perpetuazione del modello del mercato del lavoro duale. Innanzi tutto perché quel modello è iniquo: esso genera, infatti, da una parte posizioni di rendita, dall’altra situazioni di precarietà di lunga durata, per ragioni che hanno poco o nulla a che vedere con esigenze tecnico -produttive”.
Tanto per iniziare - senza per questo voler anticipare alcun giudizio di merito - è legittimo porsi un primo interrogativo.
Preso atto della diversa condizione prodottasi tra coloro che godono della tutela dell’articolo 18 dello Statuto e quanti, invece, ne sono privati - questa è la reale materia del contendere - e rilevato che l’autore considera l’iniquità dei trattamenti fonte di precarietà di grande durata - per ragioni, sottolineo, che hanno poco a che vedere con le esigenze tecnico-produttive delle aziende - perché mai, a questa condivisibile analisi, si risponde (sempre) proponendo di riequilibrare “al ribasso” i diritti e le tutele, piuttosto che ricercare le soluzioni per risolvere la condizione di “apartheid” vissuta da quei nove milioni di lavoratori “sostanzialmente dipendenti” (come lo stesso Ichino li qualifica)?
Valutate e accertate le “discrasie normative”, che generano le condizioni di disagio, non sarebbe più logico, giusto e meno machiavellico, porsi il problema dal versante di una semplice riforma organica della nozione di lavoro dipendente? Di un drastico ridimensionamento dell’attuale “supermarket” delle tipologie contrattuali e, contemporaneamente, del ripristino di condizioni di legalità che impediscano l’illecito traffico da lavoro dipendente a: partite Iva, lavoro a progetto, associazione in partecipazione e quanto altro?
In più, è noto che il ricorso ai contratti di lavoro “atipici” - sui quali grava, per dirla alla Ichino, tutto il peso della flessibilità - è inversamente proporzionale alle dimensioni aziendali, per cui è evidente che il ricorso a tali tipologie contrattuali è dettato, piuttosto che dai vincoli imposti dalla tutela reale, da motivi che definirei di carattere “tecnico”. Nel senso dei minori costi - a partire da quello previdenziale - e delle disparità di trattamento rispetto a salario, orario di lavoro, malattia, ferie e, particolare non irrilevante, problematiche relative alla sicurezza dei luoghi di lavoro che, relativamente ai lavoratori subordinati, sono molto più restrittive. Ciò nonostante, i tentativi di derogare - innanzitutto e con ogni mezzo possibile - agli obblighi di cui all’art. 18, sono sempre di grande attualità.
Tornando al ddl 1481, è opportuno evidenziare che “le modalità di transizione al nuovo sistema di protezione del lavoro”, cui tende la proposta Ichino, sono rappresentate da:
a) la stipula di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato;
b) un periodo di prova di massimo sei mesi;
c) la possibilità del licenziamento del lavoratore in applicazione di un provvedimento disciplinare oppure per motivi economici, tecnici o organizzativi;
d) un contratto di “ricollocazione al lavoro”;
e) una nuova (ma timida e parziale) nozione di lavoro dipendente;
f) una diversa disciplina del licenziamento applicabile alle nuove assunzioni.
Come già anticipavo, si tratta di un progetto ben più articolato del contratto unico di Boeri.
Procedendo per punti, è utili rilevare che anche il “tempo indeterminato” indicato da Ichino non corrisponde all’attuale nozione di rapporto di lavoro “standard” (a tempo pieno e indeterminato), perché anch’esso, così come per Boeri, prevede una deroga all’art. 18. L’aspetto più preoccupante, a mio parere, è rappresentato dal fatto che, nel caso del contratto unico, la deroga ha una durata massima di tre anni - il cosiddetto “periodo di inserimento” - mentre l’ipotesi di Ichino prevede una sospensione da record, perché pari a venti anni!
Venti anni, nel corso dei quali, anticipando l’illustrazione del punto c), il lavoratore potrebbe essere licenziato (anche) senza una “giusta causa”. La cosiddetta tutela reale si applicherebbe, infatti, solo se la colpa del lavoratore non risultasse provata o in caso di licenziamento discriminatorio.
Sul licenziamento di tipo discriminatorio, ci siamo già soffermati; resta da evidenziare che il ddl 1481, oltre che prevedere una deroga all’art. 18 - pari, mediamente, ai due terzi di un’intera vita lavorativa - propone anche una sua sostanziale modifica.
Infatti, Ichino immagina che “Il giudice, quando ne ravvisi i motivi (!), possa prevedere, a differenza di quanto avviene oggi, la sola reintegrazione con riduzione o azzeramento del risarcimento del danno, oppure il solo risarcimento del danno, maggiorato o no dall’indennizzo per mancata reintegrazione”.
Un bel regalo alle parti datoriali e il danno “aggiunto alla beffa”, per i lavoratori!
Rispetto al periodo di prova, di durata uguale per tutti, si è già detto. E’ solo il caso di rilevare che equiparare la durata della “prova” di un commesso o di un fattorino, a quella di un farmacista o di un “conduttore di mezzi pesanti”, appare spropositato e, azzarderei, privo di logica.
Una novità è rappresentata dall’ipotesi che al lavoratore licenziato dopo almeno un anno di lavoro, per motivi economici o non reintegrato - seppure vittima di un licenziamento illegittimo - sia offerta, da parte di un’Agenzia all’uopo costituita, la stipula di un “Contratto di ricollocazione al lavoro” che preveda:
1) un trattamento economico complementare, a scalare nel tempo, per il periodo di disoccupazione effettiva e involontaria;
2) assistenza nella ricerca di una nuova occupazione;
3) iniziative di formazione professionale;
4) l’impegno del lavoratore di porsi a disposizione per l’assolvimento dei compiti di cui ai punti 2) e 3);
5) assoggettamento al potere di controllo dell’agenzia rispetto all’attività del lavoratore nella ricerca di una nuova occupazione;
6) sospensione temporanea del trattamento economico in caso di eventuali rapporti di lavoro a termine.
Naturalmente, quella che, in tema di contratto unico, appare come una novità, in realtà - considerata alla luce della vagheggiata e mai (esaurientemente) realizzata “riforma del collocamento” - non è poi cosi originale. Resterebbe la costituzione dell’ennesimo Ente bilaterale “di scopo”; per la gioia di alcune, ma non tutte le OO.SS!
A Ichino vanno certamente riconosciuti i “diritti d’autore” rispetto all’ipotesi di far rientrare tra i lavoratori dipendenti - come definiti all’art. 2094 del c.c. - “I prestatori d’opera a carattere continuativo che dovessero trarre più di due terzi del proprio reddito complessivo dal rapporto con l’azienda medesima”.
Salvo che: a) la prestazione lavorativa sia svolta in condizione di autonomia, b) la retribuzione annua lorda superi i 40 mila euro, c) i soggetti in questione siano iscritti all’ordine degli avvocati o altro ordine o albo professionale incompatibile con la posizione di lavoratore dipendente.
Della compatibilità tra la subordinazione e l’iscrizione a un albo o ordine professionale, si è già detto. Piuttosto, è opportuno sottolineare che, fare salva l’ipotesi di una prestazione svolta in condizioni di generica “autonomia”, sembra, nei fatti, offrire alle aziende una sin troppo agevole “via di fuga” per perpetrare un uso distorto della parasubordinazione.
Tra l’altro, assunto che l’obiettivo dichiarato da Ichino, al pari di quello di Boeri - più schematico e meno velleitario, nelle soluzioni proposte - è il superamento del “dualismo” tra i c.d. “insider” e “outsider”, tra lavoratori “garantiti” e “atipici”, sorprende che esso possa ritenersi raggiunto limitando il riconoscimento dello “status” di occupato a tempo indeterminato, senza art. 18 e con un’attesa lunga fino a venti anni, a poche centinaia di migliaia di soggetti che operano in regime di prestatori d’opera personale a carattere continuativo (senza “autonomia”).
Evidentemente, deduco, gli altri milioni di lavoratori - che offrono la loro prestazione di lavoro attraverso: associazione in partecipazione (fasulla), rapporti di lavoro a termine (in assenza di reali causali oggettive, indiscriminati nella forma e nella sostanza, nonché reiterati per anni), agenzie di somministrazione (che, in genere, iscrivono e avviano i soggetti segnalati dalle aziende, per “missioni” che, mediamente, non superano la settimana lavorativa) e ogni altra tipologia contrattuale che, allo stato, convertono la flessibilità in sinonimo di precarietà - sono da comprendere tra i “garantiti”!
La nuova disciplina del licenziamento si rifà, in parte, al modello Boeri.
Un particolare, non trascurabile, è rappresentato dalla misura dell’indennità corrisposta all’atto del recesso per motivo economico, tecnico o organizzativo. Essa rappresenta un valore pari al cinquanta per cento di quello previsto dal contratto unico. Infatti, è pari ad un dodicesimo della retribuzione lorda goduta nell’ultimo anno di lavoro, per ogni anno di anzianità di servizio in azienda.
La novità assoluta, è costituita dalla possibilità che, al momento della comunicazione del preavviso di licenziamento - non inferiore a un periodo pari a tanti mesi quanti sono gli anni compiuti di anzianità di servizio, con un massimo di dodici - il lavoratore ha la facoltà di optare tra la cessazione immediata del rapporto - con godimento della prevista indennità - e la prosecuzione della prestazione lavorativa.
Al riguardo, osservo che tale disposizione, contrariamente a quella che, a una prima e fugace lettura, potrebbe apparire come una favorevole opzione a disposizione del soggetto licenziato, si rivela - in realtà - il mezzo più semplice per realizzare un ricorrente “stato di soggezione” del lavoratore nei confronti del datore di lavoro.
In questo senso, disponibile (anche) a ritenere “garantita e certificata” la correttezza e la irreprensibilità della classe imprenditoriale italiana, considerato il “preavviso lavorato” - in alternativa all’immediato recesso - la scelta (prevedibilmente) operata dalla stragrande maggioranza dei lavoratori licenziati, lascio al lettore immaginare lo stato di sudditanza, condizionamento e fiduciosa aspettativa di un lavoratore cui il datore di lavoro, nel corso di un così esteso periodo di preavviso, potrebbe - “a certe condizioni”, che non e lecito neanche ipotizzare - lasciar intendere di essere (eventualmente) disponibile a revocare il provvedimento.

In definitiva, ritengo che neppure il più accreditato tra i consulenti del lavoro sarebbe stato in grado di realizzare un disegno di legge - cosi marcatamente coincidente con gli interessi datoriali - equiparabile a quello prodotto da Ichino.
Ciò rappresenta, indirettamente, l’ennesimo “autogol” da parte di un Pd che, mentre (ufficialmente) dichiara di non considerare il contratto unico una strada percorribile, contemporaneamente, deve prendere atto che ben 47 dei suoi Senatori hanno sottoscritto il ddl presentato da Nerozzi e quasi altrettanti quello a iniziativa di Pietro Ichino.
L’evidente stato d’imbarazzo del maggior partito di opposizione, rispetto al tema del lavoro, è stato confermato dall’Assemblea nazionale del 21 e 22 maggio scorso.
Infatti, il documento conclusivo: ”Sviluppo, lavoro, welfare: il decalogo del Pd per il diritto unico del lavoro”, proposto da Stefano Fassina, responsabile nazionale dell’economia - nel cui testo non vi è alcun riferimento al contratto unico - è stato approvato con una cinquantina di voti favorevoli e ben 42 astensioni.

di Renato Fioretti
collaboratore redazionale di Lavoro e Salute

20 luglio 2010

Su Liberazione di mercoledì 21 luglio. Anteprima

Meno male che c’è la Fiom

Dal fronte sindacale, segnatamente dalla Cgil, vengono notizie preoccupanti. La minoranza Fiom, corrispondente alla maggioranza confederale, sino ad oggi rappresentata nella segreteria dei metalmeccanici da Fausto Durante, ha deciso di uscire dall’organismo esecutivo.
Non serve avventurarsi in astruse elucubrazioni dietrologiche per comprendere significato e gravità di un atto che segna una solenne presa di distanza della confederazione di Epifani dalla sua più forte e combattiva federazione di categoria. Un gesto che avviene mentre la Fiom è sottoposta ad un attacco frontale, a tutti i livelli della propria struttura di rappresentanza, tanto da parte dell’impresa simbolo del capitalismo italiano, la Fiat, quanto da parte di Federmeccanica che già minaccia di sospendere, a partire da settembre, le trattenute sindacali relative alle deleghe sottoscritte dai lavoratori.
La motivazione esibita, vale a dire l’adesione del segretario della Fiom, Maurizio Landini, all’area programmatica confederale “la Cgil che vogliamo”, prerogativa statutariamente riconosciuta ad ogni iscritto alla Cgil, appare un puerile pretesto che dietro un’esile foglia di fico nasconde uno scontro politico di fondo: una visione strategica divaricante maturata durante la segreteria di Epifani ed esplosa, in particolare sui temi della democrazia e dell’autonomia della contrattazione, nel recente congresso.
Ma isolare la Fiom mentre essa è impegnata in una tenacissima resistenza per difendere irrinunciabili diritti individuali e collettivi, e mentre lo stesso potere di coalizione sindacale è messo a repentaglio dalla più pesante offensiva antioperaia che sia stata scatenata da trent’anni a questa parte, è un fatto che dovrebbe allarmare chiunque abbia minimamente a cuore le sorti del sindacalismo e della democrazia tout court. E rendere avvertiti di quali proporzioni rischia di assumere la deriva normalizzatrice che ha già totalmente inertizzato Cisl e Uil, trasformandole in pallide controfigure, prive di autonomia, perfettamente interfacciate al potere confindustriale.
Ieri la Fiom ha reagito con coraggio e lucidità all’assedio cui è sottoposta, decidendo nel suo comitato centrale tre cose di somma importanza: il rinnovo di tutte le deleghe sindacali; l’impegno più risoluto a sostegno della propria proposta di legge di iniziativa popolare sulla democrazia sindacale già consegnata al Parlamento con un corredo di oltre centomila firme; la convocazione di una grande manifestazione per la democrazia, i diritti, la riconquista del contratto nazionale di lavoro per il prossimo 16 ottobre.
Per quanto è in noi non lesineremo energie nel sostenere questa battaglia di cruciale importanza per l’intero mondo del lavoro e per le stesse prospettive della sinistra in Italia.

di Dino Greco
(Editoriale di Liberazione del 21 luglio 2010)
20/07/2010
http://www.liberazione.it/

Maurizio Landini, Segretario generale Fiom-Cgil


Un giornale sempre attento alle lotte operaie

Cara Liberazione, con questa lettera voglio esprimerti la mia solidarietà e quella della Fiom alla tua campagna di sottoscrizione straordinaria. In questi mesi, la crisi industriale ed occupazionale che ha colpito il nostro Paese è stata pesantissima. Lo sappiamo bene, lo sanno bene gli operai, lo sa (forse molto meno bene) l'opinione pubblica. Già perché solo in alcuni casi la maggior parte dei mass media se ne sono occupati. Il silenzio caduto su cosa stava e sta ancora succedendo nel mondo del lavoro è assordante. Proprio per questo, dall'estate scorsa molti lavoratori che stavano perdendo il posto di lavoro hanno dato vita a forme di protesta esasperata, per rompere questo silenzio, per non sentirsi isolati, abbandonati. E così le proteste sui tetti, sulle gru, gli scioperi della fame e via dicendo. Il ruolo del sindacato, il ruolo che la Fiom ha svolto in questa fase così critica, è stato proprio quello di rompere l'isolamento di chi sente messa in discussione la propria dignità e il proprio futuro, di dare loro fiducia e di fargli sentire che non sono soli nella loro lotta per mantenere il lavoro, i diritti e, ripeto, la loro dignità di persone. Altrettanto, il ruolo dell'informazione dovrebbe essere quello di raccontare queste battaglie, di dire a tutti quelli che si trovano nella stessa situazione, che c'è qualcuno pronto a battersi al loro fianco. E di dire, a chi in quella situazione non si trova, che succedono altre cose in questo Paese oltre i fatti privati del premier o i mondiali di calcio. E, magari, ricucire quel senso di solidarietà che sta diventando merce rara. E' paradossale che i lavoratori siano costretti a forme di protesta esasperate per avere l'attenzione dai mass media.
Liberazione è una di quelle poche testate che l'ha sempre fatto, ha sempre dato voce ai lavoratori e alle lavoratrici di questo Paese che stanno combattendo per salvare non solo il posto di lavoro, ma il futuro produttivo dell'Italia. Ha dato voce anche alle proteste "meno note" di Pomigliano o di Telecom, sforzandosi di mantenere l'attenzione dei suoi lettori sempre viva sulle varie vertenze.
Siamo un Paese che attraversa una crisi democratica profonda, a partire dal mondo del lavoro dove il governo sta operando per scardinare i diritti e imbavagliare i lavoratori, fino al bavaglio ad un'informazione già poco libera e autonoma. In questo contesto, ancora di più che in una fase "normale", non possiamo permetterci di perdere Liberazione e le altre voci libere e fuori dal coro. La democrazia di questo Paese non se lo può permettere, il mondo del lavoro non se lo può permettere.

Giornate intense di scioperi interni e di assemblee, per esprimere il nostro dissenso contro il piano Marchionne. E lui risponde con la protervia

Fiat, partecipò al presidio a Pomigliano: licenziato operaio di Termoli

La notizia è rimbalzata a livello nazionale in pochi minuti. Giovanni Musacchio, lavoratore 32enne di Portocannone della Fiat Powertrain, è stato licenziato dall’azienda per aver partecipato alla protesta di Pomigliano d’Arco, nella famosa giornata del 22 giugno scorso, nella quale si è svolto il referendum sul tanto contestato piano di investimento proposto da Sergio Marchionne. La notizia è stata comunicata a Musacchio - componente del coordinamento provinciale dello Slai Cobas, e tra l’altro nipote di Stefano Musacchio, anche lui lavoratore licenziato tempo fa per aver esposto in fabbrica la bandiera della pace e poi reintegrato dopo il ricorso mentre stava entrando nei cancelli dell’impianto per cominciare il turno di lavoro nell’unità cambi, dove lavorava da 12 anni.

«E’ inammissibile, un atto gravissimo di repressione - commenta Andrea Di Paolo, rsu di stabilimento e coordinatore provinciale dello Slai Cobas - gli è stato contestato di aver utilizzato un permesso per accudire la figlia, e di essere stato presente alla manifestazione, insieme alla delegazione che era partita al mattino. Musacchio aveva assolto i suoi impegni, motivati con tanto di certificato medico, ci ha raggiunti il pomeriggio a Pomigliano per il presidio. Alla comunicazione sono state allegate anche le fotografie prese da Repubblica, come prova della sua presenza davanti ai cancelli dell’impianto di Giambattista Vico».

«Sono giornate intense di scioperi interni e di assemblee, per esprimere il nostro dissenso contro il piano Marchionne e per il mancato premio di produzione - aggiunge Di Paolo - ci sentiamo osservati, non siamo né terroristi né delinquenti, noi ci alziamo la mattina per lavorare, non ci si può attaccare alla vita privata dei dipendenti. E’ un episodio gravissimo, ignobile verso le maestranze. Ora stiamo facendo una quadra della situazione, insieme al coordinamento nazionale». Prima del licenziamento di Musacchio, a livello nazionale altri due operai sono stati sospesi dal lavoro altr 3 operai a Melfi due dei quali delegati Fiom e un impiegato di Mirafiori, componente della Cgil. Dopo l’ennesimo icenziamento crese la tensione tra il Lingotto e i sindacati.Intanto il coordinamento nazionale della Fiom ha proclamato uno sciopero di 2 ore per venerdì 23 luglio in tutti gli stabilimenti e ha organizzato per il mercoledì seguente un incontro in piazza Montecitorio con i gruppi parlamentari e le forze politiche per «denunciare il clima antidemocratico e intimidatorio in Fiat». Le modalità, informa una nota, saranno gestite a livello di stabilimento. “La Fiat”, si legge nel comunicato, ”ha deciso di distribuire centinaia di milioni agli azionisti e di aumentare del 40% i compensi ai massimi dirigenti. Alle lavoratrici ed ai lavoratori, con salari già bassi, non vuole dare niente”. Tre le rivendicazioni della Fiom: ”la corresponsione immediata di una cifra non inferiore quella dell’anno scorso 600-800 euro) a tutti i dipendenti, anche a quelli in Cassa integrazione; il ritiro dei licenziamenti a carattere intimidatorio a Melfi e a Mirafiori; l’apertura di un negoziato sulle prospettive industriali e occupazionali del Gruppo connesse alla costituzione di due società (Auto e Fiat Industrial), respingendo la strategia perseguita a Pomigliano di contrapporre lavoro e diritti”.

20/07/2010

Crollato il ridicolo impianto accusatorio basato sui dossier del generale dei Ros Ganzer, da poco condannato a 14 per traffico di droga e peculato.

Gli attivisti del Sud ribelle assolti anche in appello

Sono stati assolti dalla corte d’assise d’appello di Catanzaro i tredici indagati nell’ambito del processo contro la rete del Sud ribelle, accusati a vario titolo di associazione sovversiva ed altri reati in relazione ai disordini del G8 di Genova e del Global forum di Napoli del 2001. Il sostituto procuratore generale Marisa Manzini, stamane, aveva chiesto oltre 30 anni di carcere. I giudizi d’appello hanno confermato quindi la sentenza di primo grado.
Gli attivisti erano inizialmente accusati di «cospirazione politica, in quanto promotori e organizzatori di una vasta associazione sovversiva di oltre ventimila aderenti che attentarono all’ordinamento economico mondiale durante il vertice G8 di Genova del luglio 2001». Il sostituto procuratore generale Marisa Manzini aveva rinunciato a contestare l’accusa di associazione sovversiva, chiedendo invece di riconoscere gli imputati colpevoli di associazione a delinquere semplice.
L’udienza odierna, per ironia della sorte, si è tenuta nel giorno dell’anniversario della morte di Carlo Giuliani. Per ricordarlo il movimento ha manifestato davanti al palazzo di giustizia del capoluogo calabrese. I magistrati hanno dichiarato inammissibile l’appello dell’accusa in relazione ai capi di imputazione per i quali il procuratore generale ha rinunciato, confermando la sentenza di assoluzione pronunciata dalla Corte d’assise di Cosenza il 24 aprile 2008. Tra novanta giorni saranno depositate le motivazioni e la procura potrà decidere l’eventuale ricorso in Cassazione.
A mettere in piedi il processo era stato nel 2002 il pubblico ministero di Cosenza Domenico Fiordalisi, che aveva costruito il suo castello accusatorio basandosi sulle carte raccolte dalla Digos cosentina, che da tempo metteva in fila decine di piccoli episodi e di sospetti contro gli attivisti locali. Fiordalisi aveva deciso di far precipitare nelle beghe della vita di una cittadina di provincia, nelle rivalità, nelle alleanze trasversali, nelle clientele, nei piccoli giochi di potere, nelle famiglie feudali, i faldoni di un dossier dei Ros dei carabinieri di Gianpaolo Ganzer che cercava di mettere alla sbarra alcuni dei protagonisti della contestazione del G8 genovese del 2001 trovate qui i dettagli di questa storia. Adesso Fiordalisi è stato trasferito in Sardegna. E Ganzer condannato a 14 per traffico di droga e peculato.

Giuliano Santoro
[20 Luglio 2010]
www.carta.org

19 luglio 2010

Aids, quando vince la legge spietata del mercato

Iniziata a Vienna la XVIII Conferenza Internazionale sull'Aids.

Forte è il rischio che diventi una semplice ricorrenza destinata a ripetersi stancamente ogni due anni. Invece la pandemia dell'Aids rappresenta uno dei paradigmi più espliciti della nostra società globale. Secondo i dati 2008 dell'Unaids (l'agenzia Onu sull'Aids) su 33,5 milioni di persone con Hiv più di 22,5 vivono nell'Africa sub sahariana e su 2 milioni di morti quasi i tre quarti si sono verificati nella stessa regione. Nel frattempo, il Vaticano non perde occasione per condannare l'uso del preservativo e le grandi fondazioni Usa tagliano i finanziamenti a chiunque ritenga un dovere morale distribuire profilattici per salvare delle vite.
Ma contemporaneamente, per la prima volta, una conferenza mondiale si apre con un documento ufficiale, la «Dichiarazione di Vienna», che contesta il proibizionismo: «La criminalizzazione dei consumatori di droghe sta alimentando l'epidemia di Hiv e ha comportato conseguenze negative per la salute pubblica e a livello sociale». Il testo chiede ai governi di adottare un approccio scientifico e non ideologico al problema, esattamente quello che non avviene in Italia.
Quando Kofi Annan lanciò nel 2001 il Fondo globale per la lotta all'Aids, tubercolosi e malaria dichiarò che per porre sotto controllo l'epidemia sarebbero stati necessari dai 10 ai 15 miliardi di dollari/anno; da allora, in 9 anni ne sono stati raccolti 13. E in futuro le donazioni dei paesi ricchi, con la crisi, sono destinate a diminuire al punto di mettere in forse il finanziamento 2011. In questo contesto si distingue l'Italia che deve ancora versare tutta la quota del 2009 e quella del 2010, 260 milioni totali, nonostante al G8 il presidente del Consiglio abbia dichiarato che il nostro paese triplicherà la propria quota.
Oggi, secondo Unaids, le persone che necessiterebbero della terapia antiretrovirale sono 9 milioni, mentre solo 3 (gran parte nell'emisfero nord) ne hanno accesso; mancano 6 milioni di persone all'appello. Negli ultimi anni l'accesso alle terapie è diventato più difficile; ad esempio nel 2005 l'India è stata obbligata dal Wto ad approvare una legge che tutelasse i brevetti farmaceutici delle multinazionali, interrompendo quasi totalmente una lunga tradizione risalente a Gandhi, che ne faceva la «farmacia dei poveri», ossia il paese che produceva farmaci generici, senza brevetto, e li esportava in Africa e in Asia.
Big Pharma ha un potere senza limiti e per raggiungere i propri obiettivi non rinuncia ad alcun strumento, legale o illegale, come è accaduto nella vicenda del vaccino H1N1. Non è stato un caso che l'Oms sia giunto, per la prima volta nella sua storia, a modificare la definizione di «pandemia» per farvi rientrare l'H1N1 e favorire l'immissione sul mercato di milioni di vaccini inutili, per un'epidemia che non c'è mai stata, se non nell'allarmismo creato ad hoc dalle aziende farmaceutiche. Le stesse aziende che, in spregio a qualunque regola sul conflitto d'interesse, avevano collocato i propri esperti in Sage (il gruppo di consulenti dell'Oms) e figuravano tra i finanziatori di Eswi (il gruppo europeo di ricerca sull'influenza).
Europei, nordamericani, giapponesi invasi da vaccini inutili, milioni di africani senza i farmaci essenziali. Questa è la centralità del mercato. In occidente le terapie antiretrovirali prolungano la vita delle persone sieropositive ma non distruggono il virus; aumenta quindi il numero delle persone Hiv viventi e la possibilità di venire in contatto con l'Aids. In Italia si stima che siano 180.000 le persone infettate. Ma non si investe niente nella prevenzione.
Si aspetta che le persone si infettino e che diventino «clienti» fissi delle case farmaceutiche che producono gli antiretrovirali; intanto lo Stato paga circa 1,5 miliardi di euro/anno per garantire terapie e assistenza a 60mila persone in fase avanzata di malattia, mentre altre decine di migliaia non sanno di essersi infettate e aumenta il rischio per la collettività.
Gli africani non possono pagare, lasciamoli morire; la prevenzione non produce profitti: lasciamoli ammalare, poi li cureremo a caro prezzo. Le regole e le conseguenze della globalizzazione liberista sono semplici, elementari; per comprenderle basta non voltare la testa dall'altra parte.

Vittorio Agnoletto
fonte: il manifesto del 18/07/2010

Presentato il Rapporto CNEL sugli indici di integrazione degli immigrati in Italia

Immigrati: “non sono più pericolosi degli italiani”

Non è vero che con l’aumento degli immigrati aumenti anche la criminalità e che gli stranieri siano più pericolosi degli italiani. Non è vero che i romeni delinquono più degli altri.
A sfatare tanti pregiudizi su immigrazione e criminalità ci pensa il VII Rapporto CNEL sugli indici di integrazione degli immigrati in Italia, presentato lo scorso 13 luglio a Roma. In generale, il CNEL dimostra che “l’aumento degli immigrati non si traduce in un automatico aumento proporzionale delle denunce penali nei loro confronti”. In valori assoluti, infatti, il numero di denunce complessivo (riguardanti italiani e stranieri insieme) è stato nel 2005 di 2.579.124, nel 2006 di 2.771.440, nel 2007 di 2.993.146 e nel 2008 di 2.694.811. Di queste, il numero di quante hanno riguardato cittadini stranieri è di 248.291 nel 2005, 275.482 nel 2006, 299.874 nel 2007 e 297.708 nel 2008. Nel periodo 2005-2008, dunque, mentre i residenti stranieri sono incrementati del 45,7%, le denunce contro stranieri sono aumentate solo del 19,0%. Il CNEL mette in evidenza che “queste denunce non riguardano solo gli stranieri iscritti in anagrafe, ma anche quelli in attesa di registrazione, gli irregolari e quanti sono temporaneamente presenti in Italia per turismo, affari o altro”. A carico dei nuovi venuti vi è quindi un denunciato ogni 25 individui (senza includere irregolari e turisti), mentre a carico di tutte le persone residenti in Italia (italiani e stranieri) vi è un denunciato ogni 22 individui.
A livello di singole collettività, rileva il CNEL, si possono considerare più virtuose quelle che hanno una quota di denunce penali inferiore alla loro quota sui residenti stranieri. E’ il caso della Moldavia: la differenza tra la percentuale delle denunce e quella dei residenti è di 9,6 punti a favore di quest’ultima. Le denunce sono percentualmente inferiori alla quota dei soggiornanti anche per la Romania (-6,5 punti), l’Albania (-4,8 punti) e la Cina Popolare (-1,8 punti).
“Cadono così anche i pregiudizi su diverse collettività in precedenza considerate ‘canaglie’ – osserva il Rapporto -, tra le quali fino a pochi anni fa gli albanesi, e ora i romeni”.
Nei confronti dei romeni le denunce presentate in Italia nel periodo 2005-2008 sono aumentate del 32,5% (da 31.405 a 47.234), mentre nello stesso arco di tempo la popolazione romena è quasi triplicata (da 297.570 a 796.477), per cui le presenze sono aumentate otto volte più degli addebiti penali. Il Rapporto CNEL non tace però sulle criticità: Marocco, Senegal, Tunisia, Nigeria ed Egitto totalizzano il 29,6% delle denunce presentate contro stranieri, contro una quota del 18,7% sui soggiornanti. In particolare, le denunce contro i marocchini sono aumentate del 34,3% (da 29.548 a 41.454), contro una media straniera generale del 19,9%, e incidono per il 13,5% sul totale delle denunce, una percentuale che nel tempo si incrementata. Il CNEL chiede di interrogarsi sulle “strategie più adeguate di contrasto”, ricordando che “un’opera di prevenzione e recupero non è possibile senza un maggiore coinvolgimento delle forze associative e anche religiose”.
Secondo il Rapporto del CNEL l’Emilia Romagna è la Regione dove gli immigrati riescono ad integrarsi meglio. Tra le province, il primato spetta a Parma. La Sicilia ad offrire pari condizioni di inserimento socio-occupazionale tra immigrati ed italiani. E, a sorpresa, al primo posto tra le collettività con il migliore inserimento lavorativo vi è l’India, seguita da Romania, Moldavia, Albania. Il Rapporto misura la qualità delle condizioni locali che favoriscono, o meno, l’integrazione degli immigrati, valutando alcuni indicatori di inserimento sociale (dispersione scolastica, accesso al mercato immobiliare, alla cittadinanza, criminalità) e di inserimento occupazionale (capacità di assorbimento di lavoratori stranieri da parte del mercato, reddito da lavoro, ecc.).

ROMA (Migranti-press 29)
http://www.migranti.torino.it/

In Italia regna un adagio in questa terza orrenda Repubblica: cane non mangia cane

Prescritti o condannati ma sempre riveriti. I tre «senatori italiani»

Sono tre storie parallele, quelle che racconteremo oggi a grandi linee. Tre storie giudiziarie che hanno fatto notizia, scandalo e, sotto un certo profilo, persino epoca. Tre storie mal digerite dal mondo dell’informazione, soprattutto da quella televisiva, ma assolutamente indigeste al mondo della politica, intesa da molti come entità a sé stante rispetto alla società, autoreferenziale e sideralmente lontana. Racconteremo le storie di tre senatori all’italiana.

Tre senatori accomunati da un medesimo destino, dalle medesime vicissitudini giudiziarie, dalla stessa macchia. Con un unico e inquietante filo nero: la mafia e la Sicilia. Perché quelle dei tre senatori all’italiana, sono tre storie, sia detto sin da principio, figlie dello stesso modo criminogeno di intendere la politica. Come riassumerlo? Quel modo, potremmo dire, che consiste nel vendersi l’anima al diavolo pur di ottenerne voti e consenso, clientela e potere. E che per praticare una politica di siffatta lega, la mafia e la Sicilia ( quando diventano, in maniera micidiale, complementari fra loro; non accade di rado) siano l’habitat ideale, è ormai dimostrato sin dai tempi dell’Unità d’Italia.

I tre senatori all’italiana, rispondono ai nomi di Giulio Andreotti, Totò Cuffaro, Marcello Dell’Utri. Non siamo noi, animati da foga giustizialista, ad affastellarli in un unico fascio. Sono loro, con le condotte tenute, a comporre una “specie” parlamentare sui generis: quella dei senatori che, una volta condannati, hanno usato Palazzo Madama come le tartarughe usano la corazza, per nascondervi la testa. Si dice che se un principio viene violato una prima volta, si son già poste le basi perché venga violato all’infinito. Ma non furono in molti, quindici anni fa, a rendersi conto che il paradosso di Giulio Andreotti - sette volte presidente del Consiglio, ministro a ripetizione, fra gli uomini politici italiani più conosciuti e riveriti all’estero - che si ritrovò imputato per concorso esterno in associazione mafiosa, avrebbe provocato onde concentriche negli anni a venire, una lacerazione permanente, un punto di non facile ritorno.

Andreotti fu accusato di essersi mosso in terra di Sicilia, a fini correntizi ed elettoralistici, in maniera disinvolta, a cavallo di quella zona grigia oltre la quale iniziano i territori del popolo di mafia. Lo accusarono quasi quaranta pentiti. Emersero, con deposizioni e fotografie inequivocabili, i suoi rapporti con i cugini Nino e Ignazio Salvo, originari di Salemi, democristiani, uomini d’onore e a capo di quelle esattorie delle imposte che, in anni lontani, rappresentavano, nell’isola, l’industria di maggior fatturato. Fu accusato d’aver incontrato i capi mafia più in vista alla fine degli anni 70, nel disperato tentativo di mettere una buona parola a favore di Piersanti Mattarella, democristiano e presidente della Regione Siciliana, che conduceva in modo rigoroso la lotta al sistema di potere delle cosche.

E di essersi nuovamente incontrato con loro, sempre in gran segreto, per farsi spiegare come mai, nonostante il suo iniziale interessamento, quelli avessero deciso di assassinare Mattarella come un cane. E altro, molto altro ancora. Non si intende, qui, rifare quei processi. Si tratta solo di ricordare, almeno a grandi linee. In primo grado, Andreotti fu assolto per “insufficienza di prove”, mentre, in appello, il reato, dal 1980 in avanti, venne “prescritto”. Il collegio difensivo del senatore ricorse in Cassazione chiedendo la piena riabilitazione. La Cassazione rigettò l’istanza. Confermò la sentenza di secondo grado e la formula della “prescrizione”, condannando l’imputato Andreotti Giulio al pagamento delle spese processuali. Nel frattempo che il dramma si svolgeva, Alta Politica e gran parte del mondo dei media mettevano sulla graticola la Procura di Palermo, all’epoca dei fatti guidata da Gian Carlo Caselli, per aver osato portare alla sbarra «l’uomo politico che il mondo ci invidia».

Fu un decennio di veleni e bassezze, di capovolgimento dei fatti e randellate mediatiche contro chi osava ribadire che se la legge è uguale per tutti, uguale doveva esserlo anche per Giulio Andreotti. Fatto sta che il verdetto della Cassazione fu letteralmente ignorato da grande stampa e grande tv. La lieta novella, dopo la sentenza di secondo grado, aveva già fatto il giro del mondo: «Andreotti assolto». E non ci fu verso di tarpare le ali alla leggenda.

Poi, fu la volta di Totò Cuffaro, governatore di Sicilia: rapporti con i mafiosi della borgata di Brancaccio; il valzer delle cosiddette “talpe” (poliziotti, carabinieri funzionari pubblici) che riferivano notizie riservate sia a Cuffaro sia a Provenzano; incontri con Michele Aiello, ras della sanità privata in Sicilia, con il quale Cuffaro si incontrava amabilmente per decidere insieme il prezzario delle prestazioni prontamente rimborsate dall’ente pubblico. E i costi della sanità siciliana lievitarono di due tre volte rispetto al resto delle regioni italiane (quando si dice l’utilità delle intercettazioni e la favoletta berlusconiana che tutti gli italiani sono spiati). Come Andreotti, proverbiale per le sue battute, ricercato nelle terrazze e nei salotti romani (e non ci riferiamo ai salotti dell’illuminismo parigino), fatte le debite proporzioni, anche Totò Cuffaro stava simpatico ai più. Lo chiamavano tutti “vasa vasa”, sfoggiava provocatoriamente la “coppola”, offriva cannoli con freschissima ricotta ai giornalisti che ne condividevano la pena.

In primo grado, fu condannato a cinque anni per favoreggiamento semplice, e in appello a sette, ma questa volta per aver favorito Cosa Nostra. Anche per lui, a palazzo Madama, tanta comprensione, tanta solidarietà, tante affettuose pacche sulle spalle. Con i big del suo partito che lo definirono: «Un perseguitato politico». Ultimo, in ordine di tempo, nella lista dei tre senatori all’italiana, Marcello Dell’Utri, cofondatore di Forza Italia, oggi Pdl. È storia di questi giorni. Condannato per concorso esterno alla mafia, a nove e sette anni di reclusione. Per carità di Dio: lo sappiamo benissimo che su Cuffaro e Dell’Utri la Cassazione deve ancora dire la sua. Ma, nell’immediato, il catalogo è quello che vi abbiamo appena descritto. I tre sono seduti su poltroncine di velluto rosso. E se ne stanno sereni al loro posto. Tirano le fila di quel che resta delle loro correnti. In grande o in piccolo, fanno politica. Il terzetto è ben distribuito fra commissioni senatoriali dai nomi altisonanti. A modo loro, dirigono il Paese. Se necessario, vanno in televisione, fanno dichiarazioni alla stampa. Adoperano le auto blu. In Italia, un’opportunità non si nega a nessuno. O, per dirla con notte dei tempi: «Cane non mangia cane».

18/07/2010 Fonte: l'unità

18 luglio 2010

18/07/2010 BUON COMPLEANNO COMPAGNO MANDELA!


Oggi Nelson Mandela ha festeggiato i suoi 92 anni

Lo ha fatto in famiglia con un brindisi. L'ONU ha proclamato il 18 luglio Nelson Mandela International Day e sono in corso iniziative in tutto il mondo in onore del leader della lotta contro l'apartheid.
La redazione non può che associarsi agli auguri e ai festeggiamenti. Lo facciamo proponendo una serie di articoli che illuminano gli aspetti più scomodi per i media ufficiali di questo grande rivoluzionario.
(www.controlacrisi.org)

Il Vangelo secondo Mandela
di Alain Gresh

«UN EROE DEI GIORNI NOSTRI», titola uno speciale del Courrier international (giugno-agosto 2010). «Ha cambiato la storia», rilancia Le Nouvel Observateur (27 maggio 2010). Accompagnate dal ritratto di un Nelson Mandela sorridente, queste due copertine testimoniano un’adorazione condivisa, di cui il film Invictus del regista Clint Eastwood ha rappresentato l’apoteosi (1). Con la Coppa del mondo di calcio, l’intero pianeta solidarizza nel culto del profeta visionario contrario alla violenza, che ha guidato il suo popolo verso una terra promessa in cui vivono in armonia neri, meticci e bianchi. il carcere di Robben Island, dove colui che i compagni chiamavano Madiba è stato rinchiuso per lunghi anni – e luogo di pellegrinaggio obbligato per gli ospiti stranieri – richiama un «prima» un po’ evanescente, quell’epoca della vilipesa apartheid che non poteva non suscitare una condanna universale, in primo luogo da parte delle democrazie occidentali.
Cristo è morto sulla croce, duemila anni fa. Numerosi ricercatori si interrogano sulla corrispondenza tra il Gesù dei Vangeli e il Gesù storico. Cosa sappiamo della vita terrestre del «figlio di Dio»? Di quali documenti disponiamo per descrivere la sua predicazione? le testimonianze riprese nel Nuovo testamento sono affidabili? Si potrebbe pensare che sia più facile individuare il «Mandela storico», tanto più per il fatto che disponiamo di un vangelo scritto di suo pugno (2), ma anche di numerose testimonianze scritte. E ciò nonostante la leggenda Mandela apparirebbe altrettanto lontana, se non di più, dalla realtà, quanto quella del Gesù dei Vangeli, tanto sembra intollerabile ammettere che il nuovo messia è stato un «terrorista», un «alleato dei comunisti» e dell’unione sovietica (quella dei «gulag»), un rivoluzionario determinato.
Il Congresso nazionale africano (Anc), alleato strategico del Partito comunista sudafricano, si è lanciato nella lotta armata nel 1960, dopo il massacro nella township di Sharpville, il 21 marzo, che fece molte decine di morti; i neri manifestavano contro il sistema di pass (passaporto interno). Mandela, fino ad allora sostenitore della lotta legale, a quel punto si persuase: mai la minoranza bianca avrebbe rinunciato pacificamente al suo potere, alle sue prerogative. Dopo aver privilegiato, in un primo tempo, i sabotaggi, l’Anc utilizzò così, certo in maniera limitata, l’arma del «terrorismo », non esitando a piazzare qualche bomba nei caffè.
Arrestato nel 1962 e condannato, Madiba rifiutò, a partire dal 1985, numerose offerte di liberazione in cambio della sua rinuncia alla violenza. «È sempre l’oppressore, non l’oppresso, che determina la forma della lotta – scriveva nelle sue Memorie. Se l’oppressore utilizza la violenza, l’oppresso non ha altra scelta che rispondere con la violenza». E solo questa, accompagnata da crescenti mobilitazioni popolari e sostenuta da un sistema internazionale di sanzioni con il tempo sempre più rigido, ha potuto dimostrare l’inanità del sistema repressivo e condurre il potere bianco a ravvedersi. Acquisito il principio «un uomo, un voto», Mandela e l’Anc seppero allora dar prova di accortezza nella realizzazione della «società arcobaleno» e nelle garanzie accordate alla minoranza bianca. Rinunciarono persino – ma questa è un’altra storia – a insistere sul loro progetto di trasformazione sociale.
La strategia dell’Anc beneficiò di un sostegno materiale e morale da parte dell’unione sovietica e del «campo socialista». Numerosi quadri furono formati e addestrati a Mosca e Hanoi. Il conflitto si estese a tutta l’Africa australe, dove l’esercito sudafricano tentò di affermare la propria egemonia. L’intervento delle truppe cubane in Angola nel 1975 e le vittorie che riportò, in particolare a Cuito Cuavanale nel gennaio 1988, contribuirono a scuotere la macchina da guerra del potere razzista e a confermare l’impasse nella quale esso si trovava. la battaglia di Cuito Cuavanale costituì, secondo Mandela, «una svolta nella liberazione del nostro continente e del mio popolo » (3). Non doveva dimenticarlo: egli fece del presidente Fidel Castro uno degli ospiti d’onore delle cerimonie della sua ascesa alla presidenza, nel 1994.
In questo scontro tra la maggioranza della popolazione e il potere bianco, gli Stati uniti, Regno unito, israele e Francia (questa fino al 1981) combatterono dal «lato sbagliato», quello dei difensori dell’apartheid, in nome della lotta contro il pericolo comunista. Chester Crocker, l’uomo chiave della politica dell’«impegno costruttivo» del presidente Ronald Reagan in Africa australe negli anni ’80, scriveva: «Per la sua natura e la sua storia, l’Africa del Sud fa parte dell’esperienza occidentale ed è parte integrante dell’economia occidentale » (Foreign Affairs, inverno 1980-1981). Washington, che aveva sostenuto Pretoria in Angola nel 1975, non esitò ad aggirare l’embargo sulle armi e a collaborare strettamente con i servizi d’informazione sudafricani, rifiutando qualsiasi misura coercitiva contro Pretoria. Mentre aspettava un’evoluzione graduale, la maggioranza nera era chiamata alla moderazione.
Il 22 giugno 1988, diciotto mesi prima della liberazione di Mandela e della legalizzazione dell’Anc, il sottosegretario del dipartimento di stato americano, John C. Whitehead, spiegava davanti a una commissione del Senato: «Noi dobbiamo riconoscere che la transizione verso una democrazia non razzista in Africa del Sud richiederà inevitabilmente più tempo di quanto speriamo». Egli pretendeva che le sanzioni non dovessero avere alcun «effetto demoralizzante sulle élite bianche» e che esse penalizzassero in primo luogo la popolazione nera.
Nell’ultimo anno del suo mandato, Ronald Reagan tentò così un’ultima volta, ma senza successo, di impedire al Congresso di punire il regime dell’apartheid. Erano i tempi in cui celebrava i «combattenti della libertà» afghani o nicaraguensi, e denunciava il terrorismo dell’Anc e dell’organizzazione di liberazione della Palestina (olp).
Il Regno unito non fu da meno; il governo di Margaret Thatcher rifiutò qualsiasi incontro con l’Anc fino alla liberazione di Mandela nel febbraio del 1990. Durante il summit del Commonwealth di Vancouver, nell’ottobre del 1987, si oppose all’adozione di sanzioni. Interpellata sulle minacce dell’Anc di colpire gli interessi britannici in Africa del Sud, ella rispose: «Ciò dimostra che tipo di ordinaria organizzazione terroristica sia [l’Anc]». Era l’epoca in cui l’associazione degli studenti conservatori, affiliata al partito, distribuiva dei poster proclamando: «Impiccate Nelson Mandela e tutti i terroristi dell’Anc! Sono dei macellai». Il nuovo primo ministro del Regno unito David Cameron ha finalmente deciso di scusarsi per questo comportamento, nel febbraio del 2010! Ma la stampa ha avuto buon gioco a ricordargli che lui stesso si era recato in Africa del Sud nel 1989 su invito di una lobby anti-sanzioni.
Israele rimase fino alla fine l’alleato indefettibile del regime razzista di Pretoria, fornendogli armi e aiutandolo nel suo programma militare nucleare e missilistico. Nell’aprile del 1975, l’attuale capo di stato Shimon Pérès, allora ministro della difesa, firmò un accordo di sicurezza tra i due paesi. un anno più tardi, il primo ministro sudafricano Balthazar J. Vorster, un vecchio simpatizzante nazista, veniva ricevuto con tutti gli onori in israele. i responsabili dei due servizi d’informazione si riunivano annualmente e coordinavano la lotta contro il «terrorismo» dell’Anc e dell’olp.
E la Francia? Quella del generale de Gaulle e dei suoi successori di destra imbastì delle relazioni senza complessi con Pretoria. in un’intervista pubblicata nel numero del Nouvel Observateur citato all’inizio, Jacques Chirac si vantò del sostegno dato in passato a Mandela. Sull’argomento, come molti dirigenti della destra, egli ha la memoria corta – e il giornalista che lo ha intervistato ha accettato senza protestare la sua amnesia. Primo ministro fra il 1974 il 1976, Chirac formalizzò nel giugno del 1976 il contratto con Framatome per la costruzione della prima centrale nucleare in Africa del Sud. in quell’occasione, l’editoriale di Le Monde notava: «La Francia è in curiosa compagnia nel piccolo gruppo di partner giudicati “sicuri” da Pretoria» (1° giugno 1976). «Viva la Francia. L’Africa del Sud diventa potenza atomica», titolò a tutta pagina il popolare giornale sudafricano Sunday Times. Sebbene nel 1975 avesse deciso, in particolare su pressione dei paesi africani, di non vedere più armi direttamente all’Africa del Sud, la Francia onorerà ancora per molti anni il contratto in corso, mentre i suoi blindati Panhard e gli elicotteri Alouette e Puma saranno costruiti localmente su licenza.
Malgrado il discorso ufficiale di condanna dell’apartheid, Parigi mantenne, almeno fino al 1981, numerose forme di cooperazione con il regime razzista. Alexandre de Marenches, l’uomo che diresse il servizio di documentazione esterne e di controspionaggio (Sdece) fra il 1970 e il 1981, ha riassunto la filosofia della destra francese: «L’apartheid è sicuramente un sistema che si può deplorare, ma bisogna farlo evolvere con dolcezza» (4). Se l’Anc avesse ascoltato i consigli di moderazione (o quelli del presidente Reagan), Mandela sarebbe morto in prigione, l’Africa del Sud sarebbe precipitata nel caos e il mondo non avrebbe potuto fabbricare la leggenda del nuovo messia.

(1) Mona Chollet, «Le dérobades d’“Invictus”», Le Lac des signes, 12 gennaio 2010, http://blog.mondediplo.net (2) Nelson Mandela, Un lungo cammino verso la libertà, Feltrinelli, Milano, 1995. (3) Ronnie Kasrils, «Turning point at Cuito Cuavanale», 23 marzo 2008, www.iol. co.za (4) Alexandre de Marenches e Christine Ockrent, Dans le secret des princes, Stock, Paris, 1986 , p. 228 (trad. it. I segreti dei potenti,Longanesi, Milano 1987).

da Le monde diplomatique (Luglio 2010)

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1991, quando Nelson ringraziò Cuba
di Aldo Garzia

Il grazie di Mandela a Cuba durante le manifestazioni per l'anniversario dell’avvio della rivoluzione cubana con l’assalto alla caserma Moncada di Santiago.
Nel 1998 il presidente americano Bill Clinton fece un viaggio ufficiale in Sudafrica. Nelson Mandela gli fece visitare la cella dov’era stato recluso per 27 anni, un tempo infinito. E colse l’occasione per manifestare all’inquilino della Casa Bianca la sua contrarietà nei confronti del blocco economico imposto dagli Stati Uniti a Cuba fin dal lontano 1962. Mandela, con quel gesto, oltre a ricordare una ingiustizia, voleva ringraziare per l’ennesima volta i soldati cubani che avevano combattuto in Africa per l’indipendenza della Namibia, in difesa dell’Angola e contro le discriminazioni razziali in Sudafrica. Clinton, che evitò di pronunciarsi sul problema Cuba, ebbe parole di sincera ammirazione per l’allora presidente sudafricano: «Mandela ha abbandonato il carcere in maniera elegante e dignitosa. Mentre lo guardavo camminare lungo quella strada polverosa mi chiedevo se stesse ripensando agli ultimi ventisette anni. Non so quanto sia religioso in termini convenzionali, però Mandela è un uomo divino perché è l’incarnazione vivente dell’importanza di avere una seconda possibilità nella vita».

Mandela aveva pronunciato il suo grazie a Cuba direttamente nell’isola. Il 26 luglio 1991, anniversario dell’avvio della rivoluzione cubana con l’assalto alla caserma Moncada di Santiago, aveva voluto partecipare nella città di Matanzas alle manifestazioni che ricordavano quella ricorrenza con la presenza di Fidel Castro. I due leader, già con i capelli bianchi, erano nel pieno delle loro forze. Prese la parola per primo Mandela: «Siamo venuti qui con grande umiltà e con grande emozione. Siamo venuti qui con la consapevolezza del grande debito di gratitudine che abbiamo nei confronti di Cuba e del suo popolo. Quale altro Paese può vantare un primato di generosità come quello che Cuba ha dimostrato nelle sue relazioni con l’Africa?»

E aggiunse: «In prigione ho sentito parlare per la prima volta della massiccia assistenza profusa dalle forze internazionaliste cubane nei confronti dell’Angola, allorché nel 1975 gli angolani subirono l’attacco congiunto del Sudafrica, del Fronte di liberazione finanziato dalla Cia, dei mercenari e delle truppe dello Zaire. La schiacciante sconfitta dell’esercito razzista a Cuito Cuanavale per opera delle truppe cubane ha dato all’Angola la possibilità di avere la pace e di consolidare la propria sovranità». Lo scontro militare a Cuito Cuanavale nell’ottobre 1987, un angolo remoto nel sud dell’Angola, a 250 km da Menongue, il capoluogo della provincia di Cuando Cubango, cambiò in effetti il corso della storia dell’Africa. Avrebbe ricordato Castro, intervenendo dopo Mandela: «Nessuno avrebbe mai pensato che i cubani potevano andare a combattere in Africa. Non si era mai visto un Paese povero e del Terzo mondo andare a combattere dall’altra parte dell’Oceano.

Ma per noi gli africani sono fratelli. L’Africa è Cuba e Cuba è l’Africa». Nel 1987 il governo angolano aveva deciso di sferrare una pesante offensiva nel sud del Paese per ritornare in possesso delle regioni meridionali. Per questo lanciò un attacco da Cuito Cuanavale in tutta la regione lungo il confine con il Sudafrica. In risposta, l’esercito sudafricano invase nuovamente le regioni meridionali dell’Angola fino alla città di Cuito Cuanavale da dove era iniziata l’offensiva. Di conseguenza Cuba inviò 55mila soldati in Angola sotto il comando del generale Arnaldo Ochoa (processato poi per corruzione e fucilato nel 1989 in uno degli episodi più bui della rivoluzione cubana). Gli eserciti si scontrarono proprio a Cuito Cuanavale, dando vita a quella che nei libri di storia è considerata la più sanguinosa battaglia mai avvenuta in Africa dopo la fine della Seconda guerra mondiale. I cubani riuscirono a respingere gli invasori sudafricani. Alla fine del 1988 il governo del Sudafrica propose ai governi dell’Angola e di Cuba di sottoscrivere una tregua e di avviare le trattative di pace.

Castro, in quel 26 luglio 1991, ripercorse le motivazioni ideali che avevano spinto Cuba a essere presente con proprie truppe in Africa fin dal 1975 e ricordò come quelle missioni internazionaliste avessero assunto la denominazione “Operazione Carlotta” in ossequio alla schiava nera Carlotta che nel 1843 aveva guidato la rivolta antischiavista proprio nella città di Matanzas. Pronunciò anche parole di sincera ammirazione per il leader sudafricano: «Se qualcuno desidera l’esempio di un uomo di assoluta rettitudine, quell’uomo è Mandela. Lui è coraggioso, eroico, calmo, intelligente e capace. Penso questo da molti anni. Considero Mandela uno dei più straordinari simboli della nostra epoca». Le truppe cubane si ritirarono definitivamente dall’Africa nel 1991, dopo la dichiarazione d’indipendenza dal Sudafrica sottoscritta dalla Namibia nel 1990 e la firma di un accordo di pace tra il governo sudafricano e quello dell’Angola.

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QUANDO INIZIO' LA LOTTA ARMATA
(dall'autobigrafia di Nelson Mandela)

A me, che non ero mai stato soldato, che non avevo mai combattuto in battaglia, che non avevo mai sparato sul nemico, venne affidato il compito di reclutare un esercito. Sarebbe stato un compito gravoso per un generale veterano, figuriamoci per un politico digiuno di cose militari. Il nome della nuova organizzazione fu Umkhonto we Sizwe (La lancia della nazione), o per brevità MK [emmekappa]. La lancia fu scelta come simbolo perché con quella semplice arma gli africani avevano resistito per secoli alle incursioni dei bianchi. Benché nell’esecutivo dell’Anc non fossero ammessi i bianchi, l’MK non era soggetto a simili restrizioni. Reclutai immediatamente Joe Slovo, e assieme a Walter Sisulu formammo l’Alto comando con me come presidente. Tramite Joe, mi assicurai la collaborazione dei bianchi del Cummunist Party che avevano già aptato per la linea dura e avevano già compiuto atti di sabotaggio come tagliare le linee di comunicazione telefoniche del governo. Reclutammo Jack Hodgson, che aveva combattuto nella Seconda guerra mondiale con la Springbok Legion, e Rusty Bernstein, entrambi membri del partito. Jack divenne il nostro primo esperto di demolizioni. Il nostro compito era quello di intraprendere azioni violente ai danni dello stato – precisamente quali non avevamo ancora deciso. Era nostra intenzione cominciare con gesti che danneggiassero lo stato il più possibile, senza pregiudizio per le persone. Cominciai nell’unico modo che sapevo: leggendo e parlando con gli esperti. Cercavo di capire quali fossero le condizioni di base per avviare un processo rivoluzionario. Scoprii che c’era grande abbondanza di scritti in materia, e lessi tutto quello che riuscii a trovare in merito alla lotta armata e in particolare alla guerriglia. Volevo capire quali fossero le condizioni più favorevoli per la guerriglia; come si dovesse formare, addestrare, e mantenere un esercito guerrigliero; di quali armi dovesse essere dotato; dove si sarebbe procurato le forniture: tutti questioni elementari e di base. Ero interessato a ogni tipo di fonte. Lessi il resoconto di Blas Roca, segretario generale del Partito comunista cubano, sugli anni in cui il partito era illegale durante il regime di Batista. In Commando, di Deneys Reitz, trovai le tattiche di guerra non convenzionali dei generali boeri durante la guerra anglo-boera. Lessi opere di e su Che Guevara, Mao Tse-tung, Fidel Castro. Nel brillante libro di Snow Stella rossa sulla Cina scoprii che erano stati la sua determinazione e il suo pensiero non tradizionale a condurre Mao alla vittoria. Leggendo La rivolta, di Menachem Begin, fui incoraggiato dal fatto che i leader israeliani avevano condotto la guerriglia in un paese privo di montagne e di foreste, com’era anche il nostro. Ero ansioso di apprendere altro sulla lotta del popolo etiope contro Mussolini, e sugli eserciti guerriglieri del Kenya, dell’Algeria e del Camerun. Indagai nel passato del Sudafrica. Studiai la storia del paese sia prima sia dopo la venuta dei bianchi. Rovai notizie sulle guerre degli africani contro gli africani, degli africani contro i bianchi, dei bianchi contro i bianchi. Mi feci un quadro delle principali aree industriali del paese, del sistema di trasporti nazionale, della rete di comunicazioni. Accumulai mappe dettagliate e analizzai sistematicamente il territorio delle varie regioni. Il 26 giugno 1961, nell’anniversario del Freedom Day, inviai ai giornali sudafricani una lettera dalla clandestinità, che elogiava la popolazione per il coraggio dimostrato durante la recente astensione e lanciava un ennesimo appello per la convocazione di un’assemblea costituente. Inoltre proclamai che avremmo indetto una campagna nazionale di noncooperazione se lo stato avesse rifiutato di convocare l’assemblea. Ecco alcune parti della mia lettera: Sono informato che è stato emesso nei miei confronti un mandato di cattura e che la polizia mi sta cercando. Il Consiglio d’azione nazionale ha analizzato seriamente la questione in tutti i dettagli… e mi ha consigliato di non costituirmi. Ho accettato quel consiglio e non mi consegnerò a un governo che non riconosco. Qualsiasi politico serio si renderà conto che nelle condizioni in cui versa attualmente il paese, cercare di abbassare il prezzo del martirio consegnandomi alla polizia sarebbe ingenuo e criminale… Ho scelto questa linea d’azione, che è più difficile e comporta rischi e sofferenze maggiori che starsene tranquilli in prigione. Ho dovuto separarmi dalla mia amata moglie e dai miei figli, da mia madre e dalle mie sorelle, per vivere da fuorilegge nel mio paese. Ho dovuto cessare la mia attività, abbandonare la mia professione, e vivere poveramente come succede a molti del mio popolo… Combatterò il governo al vostro fianco, minuto per minuto, anno per anno, fino alla vittoria. Che cosa intendete fare? Vivere con noi o collaborare con il governo nel tentativo di soffocare le richieste e reprimere le aspirazioni del vostro popolo? Intendete essere muti e neutrali in una questione di vita o di morte per la mia gente, per la vostra gente? Da parte mia ho fatto una scelta: non lascerò il Sudafrica e non mi arrenderò. Solo attraverso la sofferenza, il sacrificio e l’azione militante potremo conquistare la libertà. La lotta è la mia vita. Continuerò a combattere per la libertà fino alla morte.

da Nelson Mandela, Lungo cammino verso la libertà, Feltrinelli.

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Celebrare l'eredità di Nelson Mandela: Intensificare le lotte di classe su tutti i fronti!
di Blade Nzimande
Segretario Generale del Partito Comunista Sudafricano
17/02/10

Nel corso delle ultime due settimane il Sudafrica e in particolare le sue forze progressiste hanno celebrato due eventi molto importanti. Il 2 febbraio 2010 ricorrevano i 20 anni dalla fine del bando sull'ANC [African National Congress, letteralmente CongressoNazionale Africano, il più importante partito politico sudafricano, ndt], sul SACP [Partito Comunista Sudafricano] e gli altri componenti del movimento di liberazione nazionale, e l'11 febbraio la liberazione di Nelson Mandela dalle prigioni dove era segregato. Le celebrazioni non significavano certo un riconoscimento alla "generosità" del regime dell'apartheid, ma onoravano il disinteressato sacrificio di massa di milioni di sudafricani nella loro lotta contro il regime della segregazione razziale. La liberazione di Mandela ha segnato un momento di svolta nelle lotte del nostro popolo per scacciare il regime dell'apartheid: un passo determinante verso la creazione di un Sudafrica democratico.

L'anniversario della liberazione di Nelson Mandela ha segnato anche una delle vittorie più importanti per il movimento internazionale anti-apartheid e, in larga misura, ha rappresentato anche una vittoria delle forze antimperialiste contro la tirannia e l'oppressione in tutto il mondo. Il Partito Comunista Sudafricano desidera cogliere questa occasione per ringraziare il nostro popolo e le forze progressiste internazionali(ste) per il ruolo svolto nella sconfitta di una delle forze più malvagie sulla terra, decisa a promuovere e consolidare un progetto neo-fascista di oppressione razziale e di sfruttamento di classe di una minoranza bianca su una maggioranza nera nel suo paese nativo.

Ciò che resta della casta del vecchio regime, presente nell'attuale ordinamento democratico tra le forze di opposizione, e i principali media borghesi suoi sostenitori, hanno cercato con grande impegno di presentare questi due importanti sviluppi come risultato della generosità dei leader del regime di apartheid. Dopo aver miseramente fallito in questo esercizio e nei tentativi di stroncare il discorso del Presidente Zuma alla nazione, queste forze ricorrono ora ad alcune delle peggiori tattiche per screditare e indebolire le istituzioni democratiche che dicono di difendere. L'abbandono di ieri del Parlamento da parte di Democratic Alliance [DA - principale partito di opposizione guidato da Helen Zille, una donna di discendenze europee, ndt] e COPE [Congresso of Peoples, partito nato da una costola di ANC nel 2008 attorno la figura di Thabo Mbeki l'ex presidente, ndt], dimostra che queste forze hanno perso la bussola e che sentono frustrati i tentativi di sfruttare le istituzioni democratiche e il Parlamento per miserevoli vantaggi politici, per interessi ristretti e settari; l'insuccesso dei loro tentativi ne espone il fallimento politico e evidenzia le peggiori forme di opportunismo politico. E' in questa disperazione che COPE si pone come estensione parassitaria degli interessi, spesso razzisti, dell'ala destra di Democratic Alliance.

Più le frustrazioni di DA e COPE si rendono evidenti, più sono scoperti gli interessi di classe di queste forze.

L'opportunismo dei partiti di opposizione si palesa anche nei tentativi del tutto strumentali di apprezzamento per Nelson Mandela, non in riconoscimento del suo ruolo nella lotta di liberazione, ma nel tentativo di usare la sua immagine e la sua eredità per condannare l'ANC, i suoi alleati e la lotta di liberazione nazionale nel suo complesso. E' un tentativo per appropriarsi dell'immagine di Madiba [titolo onorifico di Mandela, ndt] per promuovere i loro ristretti interessi di classe.

Per questi motivi il SACP sostiene con ragione e coerenza che mai "l'icona mondiale" di Madiba occulti quella di Madiba il rivoluzionario, impegnato primariamente nella liberazione della maggioranza nera e nella lotta contro ogni forma di colonialismo, di discriminazione e sciovinismo. Questa è l'icona da mettere in luce e da difendere.

Il nostro omaggio a Mandela, evidenzia come egli sia stato non solo un leader dell'ANC e dei suoi partner, ma come in ogni momento Madiba sia rimasto un amico fedele dei comunisti sudafricani. Il suo fermo principio di difendere l'alleanza dell'ANC con i comunisti rendono Madiba un vero amico dei comunisti sudafricani. Ricordiamo per esempio come poco dopo il suo incontro con PW Botha in carcere il 5 luglio 1989, quando quest'ultimo provò ad offrire a Mandela la libertà in cambio di un suo allontanamento dai comunisti , Mandela fece questa sentita dichiarazione:

"Nessun membro leale dell'ANC potrà mai ascoltare l'appello a rompere con il SACP. Riteniamo una simile richiesta (quella di PW Botha) come un mera strategia di divisione del governo (dell'apartheid). Questa richiesta è un invito al suicidio. Quale uomo onorevole abbandonerebbe mai l'amico di tutta una vita e della sua gente? Quale avversario darà mai fiducia a un combattente per la libertà che ha tradito? Eppure questo è ciò che il governo (dell'apartheid) in effetti ci chiede di fare, di disertare i nostri alleati fedeli. Non cadremo in questa trappola".

Questa è anche una precisa lezione per quelli all'interno delle nostre stesse fila che hanno come unica missione quella di spingere i comunisti fuori dall'ANC.

Noi comunisti sudafricani, dobbiamo, in ogni momento, difendere Madiba il rivoluzionario! In pratica, ciò significa per noi intensificare la lotta della classe lavoratrice in tutte le sedi principali di potere al fine di conseguire gli obiettivi strategici che ci poniamo a medio termine: costruire l'egemonia della classe operaia in tutti i luoghi chiave del potere.

E' quindi fondamentale celebrare insieme all'icona di Madiba, quella di Madiba come rivoluzionario, il cui agire è stato plasmato dalle lotte rivoluzionarie condotte dall'ANC. Ciò richiede l'intensificazione delle lotte di classe su tutti i fronti, anche nei confronti di quelli all'interno dei nostri stessi ranghi, che utilizzano il Partito per l'accesso al potere e per promuovere i loro ristretti interessi economici di classe.

Dobbiamo approfondire la lotta di classe anche in nome dei valori propugnati da Madiba: l'altruismo e l'impegno verso il popolo in vista della sconfitta del sistema capitalista, dei suoi valori corrotti e della legge della giungla. Per noi questo è l'unico modo per tutelare l'eredità di una persona come Madiba e l'integrità della nostra rivoluzione.

Lunga vita a Madiba!
Long live Madiba long live! Asikhulume!