28 giugno 2010

Attraverserà il Mediterraneo con a bordo un messaggio, un’esortazione a non smettere di credere in un'Italia democratica. Uno Stato per tutti

Una nave carica di diritti

Il 25 giugno partirà da Barcellona una nave con a bordo italiani che vivono all'estero e catalani. Sbarcheranno in In Italia, a Genova, il 26 giugno. Per difendere i diritti. Un'impresa impossibile raccontata da Valentina Natale, con le foto di Luna Coppola.

Sono mille, viaggiano tutti sulla stessa barca, sono gli italiani espatriati che ritornano per ricordare alla loro terra i diritti su cui si fonda la Costituzione. Il 25 Giugno una nave partirà da Barcellona e arriverà a Genova dopo 18 ore di viaggio. La nave attraverserà il Mediterraneo con a bordo un messaggio simbolico, un’esortazione a non smettere di credere in uno stato democratico, che deve tutelare la qualità di vita di tutti. Allarmati dalle ripetute violazioni della carta costituzionale, questo gruppo di italiani e non solo, hanno deciso di organizzarsi, mossi in parte da un senso di impotenza, che si sperimenta quando si osserva la propria patria dal di fuori e dunque dalla necessità di apportare, sebbene dall’esterno, il proprio contributo. L’iniziativa nasce a Barcellona, una città che negli ultimi anni ha visto aumentare la comunità italiana in forma esponenziale. Oggi quello italiano è il collettivo straniero più numeroso della capitale catalana e si è integrato in tutti gli ambiti della società. Gli organizzatori dello Sbarco, sono professori, giornalisti, ristoratori, persone normali che non hanno voluto restare in silenzio a guardare il proprio paese andare alla deriva, distruggere legge dopo legge la propria democrazia.

L’inizio del viaggio
Tutto è cominciato la scorsa estate, quando Andrea De Lotto, un maestro elementare che lavora per la Scuola Italiana di Barcellona, ha contattato alcuni tra i suoi amici più impegnati sul piano sociale, raccontando loro di voler organizzare un evento che denunciasse quello che stava accadendo nel suo paese. Andrea voleva intraprendere un viaggio che riportasse, citando lo scrittore napoletano Erri de Luca, l’Italia a se stessa. Hanno cominciato, così, a cercare il mezzo di trasporto perfetto, il contenitore delle loro idee, dei loro valori. La risposta è arrivata quando hanno messo piede per la prima volta sulla nave di linea che collega Barcellona con Genova.

La nave arriva da Tangeri e trasporta molti cittadini nordafricani ed è anche con loro che Andrea e gli altri, vogliono condividere questa piccola traversata. Perché tra i diritti fondamentali considerati in pericolo a causa della ‘deriva’ italiana, c’è anche il diritto alla cittadinanza. Il diritto di migrare e spostarsi laddove si possano trovare condizioni di vita migliori, come del resto gli stessi italiani fanno da generazioni. Gli sbarchini, come ironicamente si autodefiniscono, hanno individuato altri quattro diritti che si trovano in pericolo in questo momento della storia del nostro paese: quello all’istruzione, al lavoro, all’informazione e infine i diritti civili. Una volta arrivati a Genova, altrettante piazze li aspetteranno, addobbate di arte e musica, organizzate con l’aiuto di Haidi Giuliani e Don Gallo, che hanno sommato il loro contributo a quello di molti artisti ed associazioni hanno donato il loro appoggio a quest’iniziativa che viene dal mare. Gli organizzatori dello Sbarco hanno storie e provengono da città molto differenti, ma hanno in comune il fatto di aver dovuto lasciare la propria terra, costretti dalla mancanza di prospettive e dal cattivo clima socio/politico italiano, poco favorevole alla realizzazione dei loro progetti. Ognuna di queste persone ha a cuore un particolare diritto, che si riallaccia in qualche modo alla sua storia personale.

Laura Calosci vive in Catalonia da nove anni, è professoressa di storia economica dell’Università di Barcellona. Convive con la sua compagna, Mar, una catalana e Berta, il loro cane, in un appartamento immerso nelle stradine del quartiere più multiculturale di Barcelona. «In Italia la mia nuova famiglia semplicemente non esisterebbe, non potrebbe esistere perché tutte le coppie fuori dall’istituzione del matrimonio non sono ‘soggetti di diritto’. Stiamo parlando di moltissime persone ignorate dalla legge italiana», spiega l’organizzatrice. In Italia non viene riconosciuto nessun diritto alle coppie omosessuali e a quelle non sposate, anche per questo Laura ha deciso di fermarsi nella città che aveva scelto per motivi di lavoro e che successivamente si è trasformata nel luogo dove ha potuto realizzare i suoi progetti. In Spagna ha avuto la possibilità di sentirsi parte di una società che riconosce la sua relazione e la tutela. «Mi piace l’idea di un’azione politica extra-frontiere. Vivere fuori ti aiuta a vedere il cambiamento, a intercettare più facilmente le piccole trasformazioni che si producono in un paese». A Genova, ci sarà una piazza dedicata al Diritto alla Diversità, dove organizzeranno mostre, letture e spettacoli dal vivo, con speciale attenzione a questo tema, che è ancora un punto irrisolto del discorso politico italiano.

Gli sbarchi
L’iniziativa porta un nome che di per sé ha un’accezione problematica, lo ‘sbarco’ è il termine con cui i mass media designano l’arrivo dei ‘clandestini’, ricorda lo scrittore Marco Rovelli, che aderirà all’evento. Oggi, più che mai, le leggi italiane stanno schiacciando i diritti delle persone che arrivano dal mare, attraverso i respingimenti in Libia, la negazione del diritto d’asilo, le frequenti politiche d’esclusione che stanno allarmando l’opinione pubblica internazionale.
Elisabetta, Passalacqua, un’altra delle organizzatrici, si batte tutti i giorni per l’integrazione dei rifugiati. Lavora come psicologa in un centro di inserimento lavorativo. Si tratta di un ristorante dove una decina di cittadini stranieri hanno la possibilità di imparare un mestiere lavorando e allo stesso tempo di inserirsi all’interno della società. Elisabetta vive a Barcellona da moti anni, è una donna entusiasta, ama il suo lavoro e si è appassionata allo Sbarco perché non ha dimenticato la sua provenienza e nutre la necessità di costruire la comunità italiana insieme agli italiani. Anche suo marito Andreas Pardo, fotografo colombiano, ha aderito all’iniziativa: «Parteciperò al viaggio per solidarizzare con mia moglie e per aggiungere la mia voce a quelle delle persone che, come me, hanno dovuto lasciare il proprio paese».

Uno sguardo dall’esterno
Molti si chiedono se sia giusto che questa rivendicazione provenga dall’esterno, da persone che in qualche modo hanno ‘abbandonato la barca’, rinunciando ad agire quotidianamente sul proprio territorio. Costruirsi una vita all’estero è stata una scelta obbligata per molti degli organizzatori, che però continuano ad amare e a preoccuparsi per il proprio paese. Ciò che vogliono trasmettere è, come afferma Rovelli, un’iniziativa testimoniale, uno sguardo altro che è possibile solo grazie alla lontananza, alla possibilità di vedere le cose da un’altra prospettiva. Non si tratta, dunque di cittadini indignati, perché la sola indignazione non basta, si tratta di cittadini inseriti in uno spazio sociale, che intrecciano idee per proporre una critica costruttiva. Non ci sono solo italiani espatriati tra quelli che stanno promuovendo il progetto. Carles Vallejo è un sindacalista catalano che ha una relazione speciale con l’Italia, un debito morale verso questo paese che risale agli anni ‘70. In quel tempo fu imprigionato dai franchisti a causa delle sue attività in favore dei diritti dei lavoratori. Una volta libero cercò asilo a Milano, dove contribuì alle lotte sindacali, che hanno portato alla creazione di molte leggi sul lavoro, che oggi i politici italiani stanno lentamente distruggendo. A Genova ci sarà una piazza dedicata al Diritto alla Dignità del Lavoro e Carles sarà li, per restituire quell’insegnamento di democrazia che l’Italia stessa gli ha regalato.

Come lui anche Cristina Rius, un’altra delle promotrici dell’iniziativa, è catalana. Quello all’informazione è il diritto che difende con più passione, Cristina è infatti la responsabile di comunicazione del Collegio dei Giornalisti Catalani, e si dice spaventata dal modello che l’Italia sta esportando in Europa. «L’Italia è la pioniera della comunicazione populista, un modello che si basa sulla paura e per questo motivo è facilmente esportabile. I giornalisti si auto-censurano per difendersi dalle conseguenze legali di quello che pubblicano», afferma, ricordando l’ultima notizia che ha riempito di critiche le pagine dei giornali, l’approvazione della legge Bavaglio, che ha dato il colpo di grazia al già malsano sistema informativo italiano. Purtroppo questo è solo l’ultimo di una lunga serie di editti che limitano la libertà dei professionisti dell’informazione. Secondo Stefano Buonamici uno degli ideatori del progetto e fotografo, lo Sbarco mette paura perché gioca sullo stesso campo utilizzato da Berlusconi per esercitare il suo potere, quello della visibilità mediatica. «Siamo una minoranza che spinge dal basso, che ha una gran forza e che reclama a gran voce di essere ascoltata».

Intrecciare le reti
Sono passati otto mesi dalla prima riunione, dove un gruppo di persone cercavano la maniera di rendere possibile un progetto ancora del tutto ideale. Da allora molti altri hanno aderito a questo sogno, si sono impegnati perché si realizzasse. In Italia ci sono molte organizzazioni civili, associazioni, anche singole persone che lottano ogni giorno per migliorare la propria condizione e quella della propria terra, della ‘patria’ o della ‘matria’, come la definisce De Luca. Si tratta spesso di critiche sociali che non trovano, o non vogliono trovare spazio nei partiti. Anche lo ‘Sbarco’ è così, un’azione politica che però non ha voluto coinvolgere i politici stessi. Questo fenomeno e il riflesso della totale mancanza di fiducia che i cittadini italiani hanno nei confronti delle loro istituzioni. Ne consegue una critica sociale frammentata, che si fa forte nelle piccole realtà ma che in pochi casi e riuscita a coinvolgere il paese nella sua interezza.
Il merito di quest’iniziativa è stata la sua capacità di coinvolgere artisti, intellettuali, gruppi di cittadini, che provengono da condizioni e città molto diverse, arrivando a ricevere consensi anche in ambito europeo. Ad Atene, Madrid, Parigi e Bruxelles si sono creati spontaneamente dei gruppi di appoggio, che arriveranno a Barcellona per imbarcarsi sulla ‘nave dei diritti’.
Una delle domande più frequenti che vengono rivolte agli organizzatori durante le molte interviste che hanno concesso, è «Cosa resterà dopo che la nave avrà attraccato a Genova?» La risposta di tutti è stata univoca: resterà la rete che abbiamo saputo creare tra le moltissime persone e associazioni che ci hanno seguito in questo viaggio e che continueranno a collaborare, ad intrecciare le proprie idee e i loro progetti, con il fine di ‘ri-costruire’ un Italia migliore.

TUTTE LE FOTO SU www.carta.org/
Annalisa Giocoli – Architetto Foto Luna Coppola
Rita Lugli – Artista Foto Luna Coppola
Caterina Bosco – Insegnante Foto Luna Coppola
Dario Ferrario -Studente di cinema. Foto di Luna Coppola
Chiara Bombardi – Segretaria Slow Food Foto Luna Coppola
Ultima riunione prima della partenza Foto Luna Coppola
Ultima riunione prima della partenza Foto Luna Coppola

BRUXELLES DIRIGE, BERLUSCONI ESEGUE, IDV E PD SONO COMPLICI


IL MACELLO SOCIALE EUROPEO E LO STRABISMO DEL CENTRO SINISTRA ITALIANO

Parlavamo ieri con dei lavoratori che ci dicevano estremamente arrabbiati, che pagano le tasse in busta pur essendo in cassa integrazione. Non solo in Italia abbiamo un tasso enorme di evasione fiscale, non solo abbiamo gli stipendi per i lavoratori dipendenti tra i più bassi d'Europa, ma abbiamo anche le tasse da lavoro più alte. In Italia, secondo Eurostat, la pressione fiscale (intesa come imposte più i contributi sociali) sui redditi da lavoro è al 42,8% seguita dal 42,6% del Belgio, dal 42,4% dell'Ungheria e dal 42,1% della Svezia. Tra i tassi più bassi quello di Irlanda (24,6%), Malta (20,2%) e Cipro (24,5%). Come al solito questi dati, sono inseriti nel rapporto Eurostat che dice anche che il nostro debito pubblico cresce. Secondo noi niente avviene per caso, e la pubblicazione di questo rapporto a cavallo fra il G 20 che concorda solo sui sacrifici da far fare ai ceti popolari ( e non sulle tasse alle banche ) e l'introduzione del nuovo patto di stabilità europeo ha qualcosa di sospetto. Non siamo complottisti ma scommettiamo sul fatto che da qui a breve i media, imbavagliati o meno, inizieranno a suonare in maniera bipartisan le campane della responsabilità nazionale per sostenere i tagli e le "riforme strutturali". Diranno a questi lavoratori stremati dalla crisi, che per le regole introdotte dal nuovo patto di stabilità occorre fare sacrifici. Berlusconi ed il suo Governo, con le cricche di sanguisughe che per decenni hanno succhiato soldi allo stato in nome del libero mercato, prosperando tra condoni, scudi fiscali e ampia tolleranza, hanno già iniziato a muoversi mettendo le mani avanti. E' l'Europa che lo chiede - ci diranno - e noi dobbiamo obbedire, mica possiamo andare fuori dall'Euro o incorrere nelle misure d'infrazione. Il Centro Sinistra italiano da questo punto di vista è completamente in balia degli eventi, ha chiesto il governo economico dell'Unione e questo è arrivato, forte autoritario ed antipopolare. Appoggiando questo schema con il suo partito principale ( il PD ma anche l'IDV che risiede nel gruppo liberale, per non parlare di Romano Prodi) si è aperta la strada per l'inferno. Questo atteggiamento strabico da parte dell'opposizione italiana, che giustamente contesta il governo Berlusconi, ma non le scelte europee sta aprendo la strada ad un massacro sociale che avverrà senza grossi ostacoli. Se in Italia Berlusconi difende i propri interessi, in Europa ii centro sinsitra difende le banche ed i poteri forti, comunque vada per i lavoratori e classi popolari sarà un macello. E' arrivato il momento di scendere in piazza, Pomigliano ci dice che c'è un potenziale conflitto sociale che chiede rappresentanza politica, ci dice che al ricatto si può rispondere con il conflitto. La sinistra italiana deve battere un colpo, altrimenti continueranno a batterglieli in testa.

25 giugno 2010

Cortei, incontri e convegni per ricordare le lotte contro il governo Tambroni. Paolo Ferrero presenta il programma del Prc

Da Genova '60 a Pomigliano 2010. Il vizio eversivo della borghesia

A ricordare oggi i fatti del luglio '60, c'è di che riflettere sulla memoria pubblica di questo paese. Dalla scomparsa del Pci a oggi è pressoché sparita, dalla coscienza storica degli italiani, ogni traccia degli eventi di quei giorni di cinquant'anni fa. Poco o nulla resta, sul piano simbolico, degli scioperi e delle manifestazioni popolari contro il governo allora guidato dal democristiano Fernando Tambroni, appoggiato dall'esterno dall'Msi. Una flebile traccia delle repressioni sanguinose della polizia contro i cortei operai rimane nella canzone politica. Eppure nessuno si meraviglierebbe se un ventenne di oggi, a differenza di un ventenne degli anni Settanta, non dovesse conoscere a menadito i versi cantati da Fausto Amodei in Per i morti di Reggio Emilia : «Compagno cittadino fratello partigiano/ teniamoci per mano in questi giorni tristi / Di nuovo a Reggio Emilia di nuovo là in Sicilia / son morti dei compagni per mano dei fascisti».
Ma all'immaginario ventenne del nostro tempo non se ne può fare una colpa. Non è una responsabilità sua se la memoria pubblica ha smesso di trasmettersi da una generazione all'altra. Il meccanismo si è inceppato per cause che ben poco, anzi nulla hanno a che fare con l'indisponibilità soggettiva a conoscere come si sono svolti eventi altamente simbolici del nostro passato. Naturalmente, la scrittura della storia non è un atto neutrale. Come non vedere, ad esempio, la funzione politica del revisionismo storico di cui la destra italiana è stata principale artefice in questi ultimi decenni? Lo smantellamento della memoria resistenziale è andata di pari passo con la legittimazione degli ex missini come personale di governo. «Chi controlla il passato, controlla il futuro, diceva Orwell. Di questa riscrittura della storia - per dirla con le parole di Paolo Ferrero che ieri ha presentato un ciclo di iniziative del Prc (1960-2010 la Resistenza continua) - l'obiettivo principale è cancellare la memoria delle lotte sociali e il ruolo che comunisti e socialisti hanno avuto nella difesa della Costituzione». Del dopoguerra «si dà l'immagine di un'epoca di progresso continuo sotto il governo della Dc. E invece le spinte repressive e antioperaie erano fortissime». Nel revisionismo storico scompare pure il ruolo storico del Mezzogiorno, laboratorio di lotte, di occupazioni delle terre, fucina di formazione di sindacalisti e quadri politici, di comunisti e socialisti. «Nella vulgata è passata invece l'idea di un Mezzogiorno normalizzato, senza conflitti sociali e politici. In realtà, il livello di repressione nel sud, soprattutto in Sicilia, è stato altissimo. In molti casi, frutto di un intreccio tra mafia e forze di polizia. Spesso si tratta di morti dimenticati. E' persino difficile mantenere le lapidi che li ricordano».
La ricostruzione della storia italiana in chiave revisionistica è avvenuta anche per la miopia - o per la subalternità culturale - della sinistra moderata, «fin da quando Luciano Violante diede la stura per l'equiparazione tra partigiani e repubblichini». Leggiamoli più da vicino i fatti del luglio '60. Il 30 giugno di quell'anno c'è la convocazione del congresso dell'Msi a Genova, città medaglia d'oro alla Resistenza. C'è una fortissima mobilitazione operaia e popolare, in particolare i portuali. Ci sono scontri durissimi con la polizia, con morti e feriti. Lì c'è l'esordio di un nuovo protagonista, i ragazzi con le magliette a strisce. Nei giorni a seguire si svolgono anche in altre città manifestazioni popolari di protesta. Scendono nelle piazze lavoratori, sindacati, parlamentari dell'opposizione comunista e socialista. Intanto il livello della repressione da parte della polizia si fa durissimo. E' la fase di scontro nel paese più aspro dai tempi dell'attentato a Togliatti. Il 5 di luglio a Licata, in Sicilia, c'è una manifestazione cntro il carovita e la disoccupazione. La polizia interviene e uccide un manifestante, accorso in aiuto di un bambino picchiato dalla Celere. Il sette luglio a Reggio Emilia la polizia carica un corteo contro il governo Tambroni e uccide cinque persone, cinque operai tutti iscritti al Pci. Della strage rimarrà il ricordo nei versi della canzone di Fausto Amodei, Per i morti di Reggio Emilia . Come pure resterà nella memoria collettiva l'immagine più nitida di quei tempi, quella dei caroselli delle jeep della Celere tra i manifestanti. L'8 luglio a Palermo c'è lo sciopero generale proclamato dalla Cgil. Un'altra carica della polizia, altri quattro morti. Nel pomeriggio per protesta si forma una manifestazione davanti al municipio. La polizia spara per disperdere i manifestanti. Ci sono trecento fermi, quaranta persone medicate per ferite da armi da fuoco. Sempre l'8 luglio, a Catania, per lo sciopero della Cgil, intervengono le forze dell'ordine. Un edile è massacrato a manganellate e finito con un colpo di pistola. Ci sono scontri anche a Roma dove è solo per caso che non ci scappa il morto. E' Raimondo d'Inzeo, un campione olimpionico di equitazione, oltre che comandante di un reggimento di carabinieri, a guidare la carica a cavallo su un corteo al quale partecipano anche parlamentari dell'opposizione. I contrasti crescono però anche all'interno della Dc. Dopo qualche giorno Tambroni si dimette e il governo cade.
Questa è la storia, da qui iniziano le analogie tra presente e passato. «C'è una relazione - dice Ferrero - tra le battaglie di cinquant'anni fa e quelle che ci sono oggi, che di nuovo intrecciano la difesa della democrazia con le questioni sociali». Dalla protesta contro la legge-bavaglio alla resistenza degli operai di Pomigliano contro l'accordo-ricatto della Fiat c'è un sottile filo che ricorda lo scenario del luglio 1960. Con alcune differenze, certo. «Oggi la repressione si scatena più sulle figure "marginali", come Cucchi e Aldovrandi», relegate alla cronaca quotidiana. Anche oggi, c'è un'emergenza sociale, «la disoccupazione tocca livelli altissimi, il disagio è forte ma, rispetto ad allora, non ha strade politiche in cui esprimersi efficacemente». Anche le forme della repressione - a differenza di cinquant'anni fa - sono più sofisticate. Pomigliano docet . «C'è stato un ricatto di tipo mafioso da parte della Fiat. Il ruolo dei mass media, pure, è stato determinante nel costruire l'idea che non ci fossero alternative tra l'accettare l'accordo o perdere il posto di lavoro. Il risultato del referendum tra i lavoratori ha rispedito al mittente l'intera operazione». I segnali di un clima antioperaio ci sono tutti: «il governo dice che bisogna modificare l'articolo 41 della Costituzione e la parte sui rapporti sociali. La Fiat si produce in un colpo di teatro con un diktat che mette in discussione le norme costituzionali sul diritto di sciopero. Draghi, cioè, Bankitalia si lamenta degli eccessivi vincoli in Italia per le aziende». La scena finale del copione prevedeva un plebiscito dei sì tra i lavoratori. «Marchionne ha tentato un'operazione politica. Ma gli è andata male e ha perso».
Di analogia in analogia, questa miscela tra gruppi industriali e destra politica rinvia di nuovo alle vicende di cinquant'anni fa. Anche allora il governo Tambroni non fu un fulmine a ciel sereno, per il semplice fatto che era l'espressione politica di una parte della società italiana, sostenuta da gruppi industriali e apparati della pubblica amministrazione. Dietro Tambroni c'era un'Italia che non aveva digerito la Resistenza, l'Italia della borghesia e dei ceti medi. Oggi come allora, il tambronismo rimane il vizio d'origine delle classi dirigenti italiane, il segno di un sovversivismo che non esita a disfarsi della regole costituzionali pur di mettere a tacere il conflitto sociale. Siamo l'unico paese in Europa ad avere «una destra che non ha confini alla propria destra».
Tonino Bucci
25/06/2010
www.liberazione.it

24 giugno 2010

Il libro racconta una storia vera. Un padre ricorda la figlia, “desaparecida” a 21 anni con il marito, nell'Argentina fascista dal 1976 al 1983


I giorni dei desaparecidos

Spett. Redazione,
con la presente segnaliamo l’uscita del nostro terzo romanzo, “Giorni di neve, giorni di sole” che vanta la prefazione di Adolfo Perez Esquivel, premio Nobel per la Pace 1980 “per la sua attività a favore dei poveri e della non violenza” e la postfazione di Gianni Tognoni, Segretario Generale del Tribunale Permanente dei Popoli.

Il libro racconta una storia vera. Quella di Alfonso Dell’Orto, emigrato nel 1935 in Argentina, che, dopo 70 anni, fa ritorno al suo paese natale, Piazza Santo Stefano (frazione di Cernobbio) per ricordare la figlia Patricia, “desaparecida” a 21 anni con il marito Ambrosio De Marco (23), lasciandogli la piccola Mariana di soli 25 giorni, miracolosamente scampata all’azione di sequestro dei militari, durante il periodo della dittatura (1976/1983).

Alfonso vuole realizzare il suo ultimo sogno: far vivere gli ideali di libertà, verità e giustizia per i quali la figlia ha dato la vita nel luogo da cui è partito con la famiglia per sfuggire a miseria e povertà. Nel viaggio di ritorno rivive attraverso flash back la sua esistenza, fatta di aspirazioni, sogni, delusioni, un immenso dolore e persino incubi, momenti di alta tensione in cui gli appaiono il sequestro di Patricia e tutto ciò che ne è scaturito in nome di quell’obediencia debida che ha provocato trentamila vittime sulle quali è caduto il silenzio da parte dello stato e persino della chiesa.

Il finale vede la realizzazione del sogno di Alfonso che scopre un ritratto di Patricia in un luogo particolare, la Cooperativa Sociale di Piazza Santo Stefano, costruita anche da suo nonno Giovanni, che ha sempre creduto negli stessi ideali di Patricia.

Nel romanzo vengono trattati vari argomenti:
- la dittatura, in un parallelo tra quella vissuta in Italia al tempo del fascismo e quella argentina legata al triste fenomeno dei “desaparecidos”
- l’emigrazione, in riferimento all’Italia del passato e a quella del presente
- il valore della famiglia e della paternità che spinge un padre a lottare contro tutto e tutti, istituzioni comprese, per riavere almeno il corpo della figlia “desaparecida” sul quale piangere
- la nostalgia di ritrovare le proprie radici e la propria terra

Il tutto raccontato in uno stile asciutto e scarno per dare maggior efficacia alla narrazione e sottolineare con immediatezza le difficoltà ( i giorni di neve ) e i momenti di speranza ( i giorni di sole ).

Ringraziandovi sin da ora per l’attenzione che vorrete riservare al nostro romanzo, porgiamo i più cordiali saluti in attesa di un vostro riscontro.

Fabrizio e Nicola Valsecchi

23 giugno 2010

Lo sporco e vergognoso revisionismo sulle Foibe smemorizza troppa gente anche nel campo democratico

FUORI TEMA

Il tema delle foibe proposto alla maturità tenta un miracolo di equilibrismo ma, dato che i miracoli non esistono il risultato è penoso. Mettendosi al sicuro con la citazione della legge sulla giornata del ricordo dedicata alle foibe e con un cauto richiamo alla “complessa vicenda del confine orientale”, dicitura che viene ripetuta nelle indicazioni ai candidati con la precisazione di impegnarsi soprattutto sui fatti degli anni 1943/1954, qualcuno ritiene di proporre un tema storico al di sopra delle parti.
Qualche studente o studentessa avrà avuto il coraggio, rischiando il “fuori tema” o il docente di destra, di parlare della deportazione delle famiglie slave, le cui case e terre erano assegnate a contadini italiani e rinchiusi in campi dove la fame e il freddo dominavano, degli ordini alle truppe italiane di “non avere pietà” e “ammazzare di più”, dei ribelli slavi fucilati a Forte Bravetta per un semplice sospetto, del divieto agli slavi di parlare la propria lingua, del comportamento colonialista dei funzionari italiani inviati a governare le province del cosiddetto “confine orientale”?

di Bianca Bracci Torsi
per http://www.controlacrisi.org/
Questo manifesto prodotto dalla federazione romana del PRC ricorda tutto questo.

FIAT: POMIGLIANO; DA OPERAI GRANDE LEZIONE DI DIGNITÀ! SPONSOR DEL RICATTO PADRONALE, IMPARATE!!!!!!!

La lezione dei «fannulloni» di Marchionne

Il ricatto della Fiat non ha prodotto il plebiscito. Anzi. Nonostante il clima di intimidazione mafiosa scatenato dall’azienda, dal centro destra e dai sindacati gialli, gli operai di Pomigliano hanno dato a tutti una lezione di dignità. Una vera espressione di autonomia operaia dal padrone, dal governo, dagli organi di informazione e dall’ideologia dominante, secondo cui alla globalizzazione neoliberista non esistono alternative e l’unica soluzione è ingoiare.
Questo risultato è tanto più importante perché mai come in questa vicenda governo, padroni e Banca d’Italia avevano così palesemente parlato come un sol uomo. L’avversario degli operai di Pomigliano non era solo il proprio padrone ma il complesso dei poteri forti di questo Paese. Ai quali si è accodato, con riflesso codino, un Pd allo sbando, che non riesce a schierarsi dalla parte del lavoro neppure quando sono in gioco diritti fondamentali ed elementi costitutivi della democrazia. Mai come in questa vicenda il confine della linea di classe è stato così netto: dopo i fannulloni di Brunetta sono arrivati i fannulloni di Marchionne.
Il tentativo della borghesia non è solo quello di scaricare i costi della crisi sulle spalle dei lavoratori; è quello di cambiare radicalmente le condizioni di lavoro e il quadro normativo e costituzionale della Repubblica. La destra usa la crisi come una “crisi costituente” e l’offensiva della Fiat rappresentava il tentativo di costruire plasticamente non solo uno sfondamento del Contratto nazionale e della Costituzione ma di avere il consenso dei lavoratori su questo sfondamento. Come la marcia dei 40.000 rappresentò la fine del ciclo di lotte degli anni ’70, il plebiscito di Pomigliano doveva diventare la parola fine sulla tutela del lavoro garantita dalla Costituzione repubblicana, ottenuta attraverso il consenso dei lavoratori. Doveva rappresentare un rito sacrificale che sanciva l’emarginazione della Fiom, la sua riduzione a fenomeno politico esterno alla classe, sancito dal voto dei lavoratori. Il plebiscito doveva sancire un passaggio di fase in cui i lavoratori stanno con l’azienda, sono rappresentati dall’azienda. Non è andata così.
Questo risultato non sarebbe stato possibile senza il decisivo impegno della Fiom e il contributo nostro e del sindacalismo di base. Questo risultato parla però di una condizione della classe operaia che a mio parere va oltre Pomigliano. Parla di una situazione in cui i lavoratori anche quando tacciono non consentono. Si tratta di un punto rilevantissimo perché costituisce l’elemento politico da cui partire.
Lo sciopero generale del 25 è un primo appuntamento e le otto ore indette dalla Fiom un importante passo avanti. Ripartiamo di lì per costruire un vero movimento di lotta contro l’uso padronale della crisi. Occorre mettere in discussione la globalizzazione, non i diritti dei lavoratori.

di Paolo Ferrero
segretario nazionale di Rifondazione Comunista

20 giugno 2010

Questi sono i risultati di politiche presentate di volta in volta come moderne e responsabili, dalla destra e dal centrosinistra, e dai loro media


“Tempi Moderni”

Se ”l’economia sociale di mercato” (Tremonti) e “la complicità piuttosto che il conflitto” (Sacconi) sono figlie della globalizzazione e frutto della modernità, ai lavoratori di Pomigliano risulta difficile coniugare nuovi modelli di sviluppo e “ritorno al Lingotto” degli anni 20.

La vicenda Fiat di Pomigliano, da qualunque punto di vista si voglia osservare, presenta, tra gli altri, un aspetto paradossale.
In effetti, a prescindere da quella che sarà la “soluzione finale” adottata - la conferma del nuovo sistema di relazioni industriali che Marchionne cerca di imporre anche alla Cgil ovvero l’ulteriore delocalizzazione della produzione auto - mai come in quest’occasione, la sensazione è di assistere a un confronto che produrrà, comunque, effetti “dissociati”. Nel senso della mancata corrispondenza tra la novità del linguaggio politico-sindacale e della terminologia tecnica rispetto agli effetti che, oggettivamente, temo, rappresenteranno un ritorno al passato!
Infatti, se da un lato - in nome della “globalizzazione ed economia di mercato” e di un “sistema sindacale efficiente e moderno” - alcuni attori (o, piuttosto, comparse) di questa tormentata vicenda si sfidano a colpi di artifizi lessicali; dalla “Economia sociale di mercato”, di Tremonti alla “Complicità che sostituisce il conflitto”, di Sacconi - senza, peraltro, dimenticare le infondate certezze di Matteo Colannino (Pd): ”Quest’accordo rappresenta l’eccezionalità del momento, non credo che rappresenterà la base per un nuovo modello delle relazioni industriali” - dall’altro si avverte il concreto rischio del ritorno a una deriva neo-liberale della peggiore specie.
In questo senso, dopo tanti anni - durante i quali ci è stato continuamente “somministrato” il ritornello secondo il quale la famigerata “catena di montaggio” (e, con essa, tanta parte del lavoro dipendente comunemente inteso) rappresentava un retaggio del passato e si rendeva indispensabile guardare ai “nuovi lavori” e a una “regolazione globale” degli stessi - ci si ritrova, invece, a discutere (ancora e di nuovo) di: “metrica del lavoro”, “intensificazione” e “densificazione” dei tempi di lavoro.
Nel frattempo, sempre per essere “all’altezza dei (loro) tempi”, si esaltavano le virtù taumaturgiche della flessibilità e del mercato; delle tutele “nel mercato del lavoro” piuttosto che del “posto di lavoro”!
Marchionne, però, va comunque ringraziato perché, senza di lui, tanti avrebbero continuato a credere che “la Cina è lontana” ovvero destinati per l’eternità - indegni dello stesso Inferno dantesco - a rincorrere un’insegna che non rappresenta nulla e punti a sangue da vespe e mosconi!
La conseguenza è che, da Pomigliano in poi, cadranno molti alibi e non sarà più possibile sostenere di non aver esercitato una scelta. Individuale o collettiva, politica o sindacale.
Non potrà farlo il governo che, in coerenza alle opzioni degli ultimi anni - in materia di “controriforme” del diritto del lavoro - e alle entusiastiche dichiarazioni di alcuni suoi componenti, segna un altro punto a favore della rabbiosa e aggressiva opera di disgregazione del sindacalismo confederale italiano e isolamento della Cgil. Una strategia nella quale il “caso Fiat” rappresenta solo l’ultimo passaggio e che solo chi dà a intendere di non capire o mente, sapendo di mentire, può fare finta di ignorare!
Né potrà farlo la Cgil (tanto a livello nazionale, quanto locale) che, dicendo ai lavoratori: ”Andate a votare secondo coscienza, e un minuto dopo andremo a fare battaglia in tutte le sedi insieme alla Fiom”, ha operato una scelta apparentemente responsabile, ma, in sostanza, frutto di un mal celato e cinico eccesso di realismo che - attraverso l’esito scontato del referendum-beffa - precostituisce la possibilità di eludere le proprie responsabilità.
Così come sarà impossibile, per il Pd, continuare (credibilmente) a richiamare tra le sue parole d’ordine il lavoro, dopo avere, ancora una volta, perso l’occasione per sostenere - nonostante la “zavorra imprenditoriale” e “liberista” che, dall’interno, ne condiziona le scelte - le ragioni di lavoratori che chiedono solo di non vedere mortificate norme contrattuali e diritti costituzionali!
Inoltre, per tornare agli aspetti di carattere sindacale, mi pare opportuno rilevare che la questione Fiat non può essere ridotta - come molti sono indotti a fare - alla semplicistica dicotomia: ” Sindacato contrattualista o sindacato conflittuale”.
A prescindere dal fatto che le due categorie non sono in contraddizione - perché è nella storia umana, prima che sindacale, che l’esercizio della contrattazione rappresenta l’elemento successivo al confronto, sia esso più o meno “conflittuale” - sarebbe (anche) poco corretto (e altrettanto poco onesto), oltre che offensivo, nei confronti dei tanti compagni della Fiom che hanno speso anni della loro vita a negoziare, sempre con grandi difficoltà, con i responsabili della Casa torinese. Dal primo Valletta, all’ultimo Marchionne.
In questo senso, non siamo oggi in condizione di affermare con certezza - così come sostiene Niki Vendola - che a Pomigliano “muore” il contratto collettivo nazionale di lavoro; condivido, invece, che la “solitudine” della Fiom rappresenti un chiaro sintomo del degrado sociale cui è giunto il nostro Paese.
Così come concordo con Alfredo Recanatesi quando si chiede: ” La responsabilità, la modernità, il realismo, la lungimiranza della quale parlano i nostri politici, i nostri governanti, i sindacalisti “responsabili”, consiste nell’assunzione di paradigmi coreani, cinesi, o, bene che vada, polacchi per le condizioni di lavoro e di vita?”.
E, ancora, afferma: ” Questi sono i risultati di politiche presentate di volta in volta come moderne e responsabili. Ora la Panda è l’emblema di un paese che, dopo aver sognato di potersi confrontare con Francia, Germania o Inghilterra, si ritrova a competere con polacchi, rumeni, coreani o cinesi”!
Aggiungo che, purtroppo, siamo (già) a una nuova idea di sviluppo e a un pericoloso “ritorno al passato” per quanto attiene ai livelli di democrazia; in fabbrica come nel Paese.
C’è una sola certezza: per i lavoratori italiani - e non solo per i metalmeccanici - dopo Pomigliano, nulla più sarà come prima!

di Renato Fioretti
collaboratore redazionale di Lavoro e Salute

A Genova 2001 operò una strategia internazionale per spazzare via un movimento che aveva osato gridare con la criminale globalizzazione liberista


"Il potere degli intoccabili"

L’attacco all’articolo 41 della Costituzione (ma, in realtà, ha ragione Cremaschi, all’articolo 1, cioè al lavoro come principio ordinatore della nostra democrazia organizzata e conflittuale) non è, a ben vedere, tema diverso dall’impunità che il governo solennemente conferisce alla catena di comando militare e di polizia che ha prodotto la “macelleria messicana”, con annesse torture (questa è ormai la verità anche giurisdizionale), prima a Napoli e poi al G8 di Genova. Il governo, ridando fiducia piena a quella catena di comando fa una duplice operazione che è un attacco diretto all’impianto costituzionale: da un lato, pone il potere politico in aperto contrasto con l’autonomia del giudizio della magistratura, tentando di stabilire che il potere del governo, che si esplica in forme plebiscitarie ed autoritarie, annulla il potere giurisdizionale e il sistema delle garanzie, in nome dell’investitura popolare al premier. Ribadendo, difatti, una forma di incostituzionale presidenzialismo populista, di fronte ad un sistema giudiziario che, anche grazie al lavoro degli avvocati, pur fra omertà corporative, vergognosi depistaggi e intimidazioni politiche comunque ha operato. E’ forte il rammarico per il fatto che di tutte le inchieste per le tragedie di nove anni fa, l’unica ad essere stata archiviata è stata quella sulla uccisione di Carlo Giuliani. Mi unisco allo sdegno espresso da Giuliano Giuliani: «Uno schifo. Ma c’è un motivo. In quella storia erano coinvolti i reparti speciali dei carabinieri. Che in Italia sono ancora più intoccabili dei vertici della polizia». In secondo luogo, il governo ha fatto proprio il comportamento della catena di comando militare, assumendosene la piena responsabilità. Il consiglio dei ministri all’unanimità sconfessa la condanna dei giudici per dire che De Gennaro fa parte del potere e, quindi, è un intoccabile. Come intoccabili sono tutti i funzionari promossi dopo Napoli e Genova, promossi non sospesi dalle loro delicate funzioni attendendo le sentenze definitive. Il governo ha voluto inviare un chiaro messaggio: il depistaggio e l’impunità sono aspetti fondativi del nostro potere. Si parla a vanvera, anche nel centrosinistra, di garantismo: ma il garantismo è equilibrio dei poteri, è sobrietà istituzionale. Che garantismo vi è nella torsione razzista e proibizionista del governo? Che garantismo vi è quando non viene rispettato nemmeno il principio per cui la vita del detenuto è, per il funzionario dello Stato, sacra? Il potere, invece, come nel caso di Stefano Cucchi, uccide spesso i detenuti; e, comunque, inchieste ufficiali europee ci parlano di una tortura che ritorna nelle carceri d’Italia. Per questo è importante non dimenticare mai la caserma Ranieri di Napoli, Bolzaneto, la Diaz a Genova, ecc. perché sono metafore di una strategia del potere. Una strategia nazionale, che ha reso pressocché simili i ministri dell’Interno del centrosinistra a Napoli e del centrodestra a Genova; ma, soprattutto, una strategia internazionale. Basti pensare alle violenze militari contro i militanti altermondialisti prima di Genova e dopo Genova anche a livello europeo. Le sinistre, purtroppo, da tempo non hanno più capacità di inchiesta e di parola sulle ristrutturazioni in atto dei poteri militari, sul fallimento dei generosi tentativi di riforma democratica, sul significato che ha assunto la militarizzazione della pubblica amministrazione grazie anche all’introduzione dell’esercito professionale (del tutto incostituzionale) che ha spazzato via le politiche di disarmo. Si è creata una osmosi tra funzioni di polizia e funzioni militari, intese, tra l’altro, soprattutto come missioni di guerra. A Genova operò una strategia internazionale per spazzare via un movimento che aveva osato gridare che la globalizzazione liberista non recava con sé «magnifiche sorti e progressive»; aveva urlato «il re è nudo». Il potere ebbe paura, tentò di costringerlo nella morsa repressione-violentismo-repressione ancora maggiore. Non vi riuscì, ma lo indebolì e lo frantumò. Ora anche la sentenza della Corte d’Appello di Genova ci fornisce un’occasione per riprendere il filo del discorso, anche a livello di movimento internazionale: a Genova agì una connessione fra comandi di polizia e comandi Nato; basti analizzare i sistemi d’arma, il tipo di addestramento e di formazione delle truppe, in forme inedite e contenuti diversi dal passato. La storia continua… Genova è stato solo l’inizio. Il 26 aprile scorso il Consiglio per gli affari generali dell’Unione europea ha varato uno strumento, una sorta di “grande fratello” europeo per controllare coloro che assumono comportamenti «radicali» o che trasmettono «messaggi radicalizzati» . E’ un’operazione diffusa di intellegence, di sorveglianza capillare che, con l’alibi di individuare attività terroristiche (per cui peraltro già esistono strutture e strumenti penali), fabbrica sospetti nei confronti dei comportamenti disobbedienti o molto critici, assimilati a violenza e terrorismo. Uno degli indici della pericolosità di un soggetto, ad esempio, nel questionario è (come ci ricorda Tony Bunyan su il manifesto di ieri): «Situazione economica? Disoccupato, peggioramento della sua posizione economica, eccetera». Ho impressione che, se questi sono i criteri, i compagni della Fiom e dei Cobas di Pomigliano sono i primi sospettati…

Giovanni Russo Spena
20 giugno 2010
www.liberazione.it

17 giugno 2010

Il ricatto della fiat -in combutta con governo, cisl, uil, ugl- vuole imporre ai lavoratori di farsi carico di un crimine eversivo

Un voto per abrogare l’articolo 1 della Costituzione

Pare il sogno di Silvio Berlusconi. Un referendum che in una volta sola cancelli tutte quelle parti della Costituzione, tutti quei pesi e contrappesi nelle istituzioni, che danno fastidio alla libertà dell’impresa e soprattutto a quella di alcuni imprenditori. Un referendum ove sia possibile solo il sì perché il no comporterebbe la minaccia di mettere in crisi tutto il bilancio dello Stato. Per ora in Italia questo incubo non è realizzabile. Nonostante tutto alcune regole e garanzie di fondo lo impediscono. Senza particolare scandalo, però è su questo che si vuole far votare i lavoratori di Pomigliano. Oramai è chiaro a tutti, anche a chi continua a far finta di non aver capito. Nello stabilimento Fiat campano non si discute più di produttività o di flessibilità, l’azienda vuole imporre un altro contratto nazionale, un’altra legge dello stato, un’altra Costituzione. Nel nome del più antico dei ricatti: o rinunci ai tuoi diritti o non lavori. (...)

Che una cosa di questo genere piaccia a chi pensa che la Costituzione repubblicana è un inutile orpello, è comprensibile. E’ comprensibile anche che con essa siano d’accordo quei sindacati complici, quella Confindustria che con la legge sull’arbitrato vogliono imporre ai lavoratori di rinunciare al diritto di andare dal giudice già al momento dell’assunzione. Così come ai lavoratori di Pomigliano si dice che rientreranno al lavoro solo se si spoglieranno di tutti i loro diritti. Tutto questo è comprensibile in chi ha fatto del potere dell’impresa il totem assoluto a cui sacrificare tutto.

Invece che il Partito democratico, la stampa che lotta contro i bavagli, l’opinione pubblica scandalizzata giustamente dall’attacco all’autonomia della Magistratura, che da questa parte non ci si accorga che a Pomigliano si sta aprendo un buco nero che può inghiottire parti rilevanti della nostra democrazia, tutto questo è francamente incomprensibile.

Siamo davvero già così oltre i nostri principi fondamentali? Si è già davvero totalmente restaurata la ideologia ottocentesca secondo cui le libertà si fermano alle soglie dell’economia? Questo è proprio ciò che la nostra Costituzione nega alla radice: che si possa avere una democrazia dei cittadini che non sia anche una democrazia dei lavoratori e nell’economia.

La Fiom ha detto no, è un atto di coscienza e coraggio che dovrebbe far felici tutti coloro che pensano che bisogna difendere la nostra democrazia dal degrado berlusconiano e tremontiano. E invece si vedono balbettamenti, parole in libertà, appelli alle parti sociali. Quale vergognosa fiera dell’ipocrisia. E’ chiaro o no che la Fiat considera le leggi italiane una fastidiosa variabile nei suoi bilanci di multinazionale? E’ chiaro o no che se a Pomigliano passa la deroga a tutto, nel giro di sei mesi tutto il sistema industriale italiano farà la stessa cosa? E’ proprio di questo, del resto, che parlano i commentatori quando dicono che la Fiom si oppone a nuove regole. Siamo in una drammatica crisi mondiale, che nasce dalla speculazione selvaggia e da vent’anni di liberismo senza regole. Eppure improvvisamente pare che tutte le analisi sulla crisi, tutti i proponimenti di superare il mercato selvaggio, di dire basta alla speculazione e sì a un economia più responsabile, vengano cancellati. Chi si preoccupa della salute fisica e psichica dei lavoratori di Pomigliano, costretti a ritmi e a condizioni di lavoro tra le peggiori d’Europa, senza la possibilità di discuterle e criticarle. Chi si preoccupa del taglio dei salari, dei diritti, di un trattamento di malattia che è frutto del contratto del 1969. Orpelli, antistoriche resistenze sindacali di fronte al dispiegarsi della libertà d’impresa.

Se non reagiamo ora con il massimo dell’indignazione, forse un giorno potremmo ricordarle davvero queste settimane. Come quelle dove in un solo stabilimento Fiat, con un referendum imposto a lavoratori che avevano puntata alla tempia la pistola del licenziamento, fu abolito l’articolo 1 della Costituzione repubblicana.

di Giorgio Cremaschi

Accade nelle prigioni israeliane. Lo denuncia è di Defence For Children International


CASI DI MOLESTIE SESSUALI SU MINORI PALESTINESI
Ogni anno arrestati 700 ragazzi palestinesi processati in gran parte per lancio di sassi


Ramallah, 13 giugno 2010, Nena News – Ogni anno Israele arresta in media 700 minori palestinesi e li processa nelle corti militari. La maggior parte dei ragazzi arrestati subisce intimidazioni, violenze fisiche, maltrattamenti, sia prima che durante l’interrogatorio. L’accusa, nella quasi totalità dei casi, è di avere lanciato pietre.

Su 100 testimonianze raccolte da minori tra i 12 e i 16 anni arrestati l’anno scorso, la ong Defense For Children International (DCI) ha scoperto che il 69% sono stati picchiati, bendati e ammanettati e l’81% costretti a firmare confessioni forzate. Sempre nel 2009, DCI ha presentato al Comitato contro la Tortura delle Nazioni Unite, un rapporto di oltre 150 pagine. Solo questo mese sono emersi nuovi cinquanta nuovi casi di maltrattamenti e torture su minori palestinesi da parte di soldati e polizia israeliana.

Nulla di nuovo. Da anni organizzazioni internazionali, israeliane e palestinesi denunciano gli abusi e i maltrattamenti su minori palestinesi da parte dell’esercito e delle autorità di occupazione: il verdetto è sempre lo stesso, l’uso del maltrattamento è non solo diffuso ma letteralmente istituzionalizzato. DCI ha raccolto un’infinità di testimonianze, di ragazzini presi a calci, picchiati, imbavagliati, tenuti a sedere in posizioni scomode, bendati, minacciati anche di morte. Una routine che si ripete. Le confessioni estorte illegalmente vengono poi usate come prove nelle corti militari.

Il nuovo dato sconvolgente che emerge però è il crescente numero delle molestie sessuali e delle minacce a sfondo sessuale. Da gennaio 2009 ad aprile 2010, DCI ha raccolto e presentato all’ONU 14 casi di minori tra i 13 e i 16 anni che hanno denunciato di aver subito molestie sessuali, durante l’interrogatorio e la detenzione.

«Mentre ero seduto a terra un uomo parlando in arabo si è avvicinato e mi ha costretto a seguirlo – ha raccontato un ragazzo palestinese di 15 anni, arrestato a casa sua alle 2 del mattino nel settembre del 2009 – Dopo aver camminato circa 20 metri, da sotto la benda che mi copriva gli occhi ho potuto capire che ci eravamo fermati vicino a una jeep dell’esercito. Mi ha chiesto perché tirassi pietre e bottiglie incendiarie (Molotov). Ho risposto che non lo faccio. A quel punto mi ha preso a schiaffi e ha cominciato a strizzarmi i testicoli cosi forte. Mi ha picchiato e ha ricominciato a stringere forte. Mi ha detto “Non te li lascio andare fino a che non confessi”. Alla fine non ho avuto scelta, ho detto che avevo tirato pietre».

Secondo la denuncia di DCI, strizzare i testicoli dei ragazzi arrestati e minacciarli di stupro al fine di estorcere confessioni è pratica comune tra i ranghi dell’esercito israeliano. Su 600 denunce presentate contro gli uomini delle forze di sicurezza, nessuna singola indagine è stata aperta e condotta, sottolinea DCI.

I minori palestinesi inoltre vengono interrogati in assenza di un avvocato o dei loro familiari e il 32% ha firmato confessioni scritte in lingua ebraica, che quindi non ha potuto leggere e comprendere.

Attraverso gli organismi delle Nazioni Unite, è stato chiesto a Israele di adottare almeno due misure base: che l’interrogatorio avvenga alla presenza di un avvocato o, in assenza di quest’ultimo, che venga registrato in audio o video. Riferendosi alle registrazioni, l’esercito ha risposto che non è in grado per ora di affrontare questa spesa economica.

Da anni si chiede anche la modifica dell’ordine militare 132 che sancisce i 16 anni come maggiore età nei Territori occupati, al posto del normale standard dei 18 anni usato nelle corti israeliane. L’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite ha risposto che secondo la legge giordana in vigore fino al 1967 (prima dell’occupazione di Israele sulla Cisgiordania) l’età adulta era fissata ai 16 anni e che modificare un sistema legislativo sotto occupazione è contro le regole del diritto internazionale. Difficile credere in questa motivazione dato che Israele si disinteressa sistematicamente di tutte le altre regole che normalmente viola sotto occupazione, prima tra tutte la costruzione delle colonie e il trasferimento della popolazione ebraica in territorio occupato militarmente.

BARBARA ANTONELLI
www.nena-news.com

Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba. Comunicato Stampa

La faziosità italiana contro Cuba

Il Pd e l’UDC sono così ferocemente contro Cuba che addirittura battono il governo di Berlusconi nella faziosità e nel servilismo verso gli Stati Uniti. Infatti in occasione della presentazione delle mozioni parlamentari contro Cuba nessuno, al di fuori di PD e UDC, ha accettato di far finta che la questione dei diritti umani a Cuba fosse cosa seria. Addirittura anche un governo impresentabile come quello di Berlusconi non se l’è sentita di far assumere a questa campagna di menzogne su Cuba un livello istituzionale decente inviando al Parlamento un sottosegretario neppure del ministero degli esteri!!

Il Pd e il signor Casini farebbero bene innanzitutto a fare il loro mestiere di opposizione a Berlusconi, cosa che invece non fanno, cercando di difendere i diritti dei lavoratori e delle fasce sociali più deboli invece di pensare ad un paese come Cuba nel quale i diritti umani e civili sono rispettati e sostenuti come in nessun altro posto dell’America latina e di gran parte del mondo.

Inoltre il Pd e l’Udc avrebbero dovuto fare delle mozioni contro il criminale assassinio di 9 pacifisti inermi da parte di Israele chiedendone l’incriminazione mentre invece hanno vergognosamente taciuto così come continuano a tacere sulla vergognosa occupazione israeliana della Palestina. E questo li discredita in modo inequivocabile di fronte a chiunque continui a ragionare in base ai fatti e non alla propaganda.

Segreteria nazionale

15 giugno 2010

Scandali e corruttele sempre più appaiono essere l’unica modalità su cui si regge l’economia del nostro paese


Ddl intercettazioni, la posta in gioco fra legalità e malversazione

Fra la fiducia posta in Senato e la reazione montante della società civile, il ddl intercettazioni si sta rivelando un discrimine sostanziale del giro di boa che questo passaggio epocale chiede. Da una parte la battaglia si svolge tentando di emendare un testo che ha nei suoi fondamenti la limitazione sostanziale della libertà di parola, ovvero la possibilità di smascherare la realtà di cui il potere vorrebbe decidere la narrazione. Una logica che anche per la sinistra si è affermata fin dalla battaglia sulla legge 40, nella quale anche le più avvertite femministe si sono perse nei meandri di norme e codicilli, nel tentativo di emendare anche in questo caso l’inemendabile. Perché le leggi devono puntare a concretizzare nel senso più pieno la libertà umana, modulando il diritto di ciascuno nell’ambito dei diritti di una comunità. Una battaglia non a caso persa anche al referendum. Dall’altra invece c’è una società civile che di fronte a scandali e corruttele che sempre più appaiono essere l’unica modalità su cui si regge l’economia del nostro paese, sempre più diffusamente si rende conto di quale vergognoso velo questa legge stenderebbe su tutto questo. Va in questa direzione anche la proposta del Consiglio nazionale dell’ordine dei giornalisti, che piuttosto che formulare una nuova legge, propone di utilizzare gli strumenti già in essere togliendo semplicemente la competenza al giudice territoriale, a tutt’oggi lo stesso che ha presumibilmente dato avvio alla fuga di notizie, fornendo informazioni prima del tempo al giornalista di turno.

Alla luce di una proposta così semplice, così come quella di attivare le sanzioni già previste dal codice sulla privacy, il ddl intercettazioni sempre più manifestamente appare in linea con la logica avviata dalla depenalizzazione del falso in bilancio. Una legge che ha segnato il primo passo verso il rovesciamento del sistema di diritti e di regole configurato dalla nostra Carta costituzionale e verso cui ha camminato la civiltà finora, condannando chiunque lavori ad accumulare profitti in modo illegale, speculando e truffando, anche perché lede i diritti della comunità sfruttando la quale invece si arricchisce. Di questo percorso il punto finale è la proposta di questi giorni – sempre del governo - di cambiare l’articolo 41 della Costituzione che, definendo “libera” “l’iniziativa economica privata”, altrettanto impone che essa non possa “svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Inoltre, l’arti!
colo chiarisce che “la legge determina i programmi e i controlli opportuni” in modo da indirizzarla “a fini sociali”.

Fra il primo passo e il punto finale, c’è una lunga “pratica dell’obiettivo”, nell’ambito della quale corruzione, malversazione, truffa e speculazione, dai grandi ai piccoli appalti, dal voto di scambio alle scalate finanziarie, ha determinato una realtà che ora Berlusconi, primus inter pares in questo ambito illegale, con coerenza ritiene manchi solo la tutela della legge. E cosa meglio di un ddl che limita al ridicolo l’attività di intercettazione, e commina pene severissime ai custodi della libertà nonché a chi li assume – deterrente sostanziale – riducendoli a semplici ambasciatori di notizie ‘post mortem’? In questi giorni abbiamo risentito le telefonate fra i medici del Santa Rita di Milano, quelle fra Piscitelli e Gagliardi la notte del terremoto a L’Aquila, quelle fra Anemone e Bertolaso, abbiamo letto della casa di un Ministro pagata con soldi di un costruttore (Anemone) favorito negli appalti da un “provveditore alle opere pubbliche” (Balducci), soggetto attuatore !
delle opere per il G8 alla Maddalena con ordinanza della protezione civile (Bertolaso). Ma è inutile fare la lista. Solo che stiamo parlando di tutto quello di cui non saremmo a conoscenza se fosse in vigore il ddl in discussione, che è direttamente proporzionale ai limiti e alle sanzioni che impone. Ad ogni passo – materiale – sul territorio di questo paese corrispondono ormai corruttela e malversazione, costruite sul ricatto della disgrazia, del degrado o dello sfruttamento, che aumentano in modo esponenziale proprio perché sono il terreno favorevole al più florido arricchimento illecito.

L’usuraio, colui che specula sul giro di danaro che mette in movimento, condannato per secoli dalla Chiesa prima di essere ‘condonato’ con l’invenzione del purgatorio, alle soglie del Rinascimento prende le vesti legali del banchiere e, fissata ipocritamente in accordo con la Chiesa la linea di demarcazione fra profitto – lecito - e usura – illecita -, lavora in direzione ostinata e contraria all’affermazione di una società più giusta, più equa, e amministrata in modo tale da difendere i diritti dei più deboli e ridistribuire ricchezza. Ora siamo ad un passaggio epocale, dove gli argini di una civiltà ancora fragile sono erosi dalle forze di quelli che non a caso vengono definiti “poteri forti”, mentre franiamo sempre più velocemente indietro di millenni verso la barbarie della legge del più forte appunto, declinata attraverso i tasselli di una modernissima burocrazia autocratica. Un connubio che cementifica qualsiasi reazione, già resa un’impresa titanica dall’individualizz!
azione delle vite di ciascuno. La fragilità della nostra civilità sta proprio nell’ipocrisia su cui si fonda, quella che è stata materia di accordo tra Chiesa e “prestatori di denaro”, e che l’attuale dilagante sistema economico illegale mostra. E cioè che non c’è un confine lecito per il profitto, c’è uno scambio possibile di valori equivalenti e senza interesse, il cui risultato è la massimizzazione della relazione umana che produce, o c’è un mercato dove ciascuno lavora al proprio interesse sviluppando la capacità di fregare l’altro, e il cui risultato è la massimizzazione del profitto che il più forte ne ricava.

Siamo al bivio, e la drammaticità delle azioni del governo, spalleggiate da Confindustria, banche e più in generale dalle istituzioni centrali europee e internazionali come Ue Bce e Fmi, hanno l’unico pregio di rendere chiara la posta in gioco.

di Anna Maria Bruni
www.controlacrisi.org

14 giugno 2010

Siamo davanti a un passaggio decisivo: o lasciare andare alla deriva la barca, o tentare di indirizzarne la rotta

“Non ne possiamo più di circenses, ci manca il panem”

L’Italia è molto oltre la crisi di nervi. L’Italia che festeggia oggi la nascita della Repubblica – uno dei pochi momenti della sua storia in cui il popolo è stato sovrano, attuando una rivoluzione istituzionale, che si legava dal “vento del Nord”, la grande speranza suscitata dalla Resistenza – si trova a fronteggiare, quasi inerte, una crisi drammatica.
Non è soltanto la crisi dell’economia, la crisi dell’occupazione (con il 30% dei giovani senza lavoro), la crisi della produzione, delle esportazioni, della finanza; non è neppure solo la crisi istituzionale, che pure si palesa in una dimensione di estrema pericolosità; né è sufficiente il richiamo alla crisi dell’informazione, che sta per giungere al suo punto più estremo, almeno nella scala finora percorsa.
Ci troviamo, a ben vedere, e senza alcuna esagerazione retorico-ideologica, nel cuore di una decadenza morale e intellettuale, politica e antropologica degli italiani. I quali oggi, come in altre stagioni della loro storia – segnatamente quella fascista e quella del tragico eppure glorioso biennio ’43-45 –, si trovano in una situazione di contrapposizione radicale. Altro che memorie condivise. Altro che solidarietà nazionale. Altro che unità repubblicana, che, da tempo, del resto, ormai una forza politica mette sotto accusa, quasi fosse uno dei grandi mali del Paese, disconoscendone, anzi negandone provocatoriamente il valore storico e il significato politico.
Quali sono i segnali di un degrado che sta diventando ogni giorno più evidente e insieme più pericoloso?
In primo luogo, la crisi istituzionale, che ci mostra una democrazia sulla strada dell’eutanasia, soppiantata dal populismo mediatico. Come è possibile che un presidente del Consiglio intervenga telefonicamente in quasi ogni programma televisivo di discussione politica per aggredire, ingiuriare, e minacciare conduttori non graditi, giornalisti scomodi, e persino il pubblico non accomodante? E come è possibile che simili ricorrenti performances passino sotto silenzio, o tutt’al più vengano un po’ bonariamente offerte al sorriso dei lettori, da qualche giornale non proprio ossequiente? Com’è possibile che un programma televisivo – che può essere definito “di regime” – come il famigerato “Porta a porta” abbia un potere decisamente superiore a quello delle due Camere? E come stupirsene, d’altro canto, se si bada alla inefficienza vergognosa della Camera dei Deputati e, ancor più, del Senato della Repubblica? Inefficienza, badiamo bene, non legata semplicemente alla scarsa “voglia di lavorare” dei nostri rappresentanti, bensì alla pesante involuzione del sistema parlamentare, nel degrado della democrazia rappresentativa. Abbiamo assistito impotenti, ancorché, molti tra noi, via via più indignati, alla confusione deliberata di spazi pubblici e spazi privati, all’emergere di criteri di selezione del ceto politico del tutto impropri: avvenenza fisica, look, “visibilità” acquisita in televisione, disponibilità sessuale. E, naturalmente, favori ricevuti che devono essere a un certo punto “ricambiati”.

Il voto di scambio è oggi persino più grave che in passato, a dispetto dell’azione della magistratura. E’ un voto che passa attraverso organizzazioni criminali, che, per quel che è dato di sapere, sono strettamente legate alle fortune finanziarie e all’ascesa politica di alcuni personaggi oggi ai vertici del potere, e in particolare di uno di loro. I poteri locali, segnatamente nel Sud d’Italia, sono spesso intrecciati ai poteri nascosti, ed efficientissimi, delle “cosche” e delle “cupole”: ma la mafia ormai ha raggiunto, oltre che le grandi città del Nord, le istituzioni finanziarie, avvicinandosi al cuore del potere politico.
Di questo passo, lo Stato sarà appaltato ai capibastone, così come, nel succedersi di maggioranze governative, esso ha ceduto, sovente a prezzi irrisori, proprietà, competenze, controlli a privati. Il demone della privatizzazione e dell’aziendalizzazione, del resto, ha non da oggi equiparato, largamente, “destra” e “sinistra”. Il governo italiano è ormai, in modo non solo palese ma sfrontato, ridotto al ruolo di super-comitato d’affari di comitati d’affari. La politica fiscale, per fare un solo esempio, ne è la prova assoluta.
E sul fronte dell’etica pubblica si assiste a un degrado di cui mai era visto l’eguale. Un giornalista di destra, legato all’area governativa, dopo aver rotto con il suo capo, ha coniato il termine “mignottocrazia”, per definire la situazione in atto nella politica italiana: difficile dire meglio. E superfluo insistere sul tema, utile tuttavia a dare il segno estremo di una decadenza che sta toccando il fondo, tipica delle epoche degli imperi al tramonto. Ma, nello stesso tempo, questa leadership immorale mostra un ossequio grottesco nei confronti della Chiesa cattolica, accettandone i diktat, e sollecitandone l’appoggio in cambio di favori economici e a livello di potere; ma lasciando cadere nel vuoto gli appelli che da essa giungono a una politica dell’accoglienza e del rispetto verso i migranti, ormai ridotti al rango di “non persone”, tanto nella legislazione in atto e nelle scelte politiche, quanto in un diffuso senso comune che, fondato sull’ignoranza e sulla paura del diverso, è ormai semplicemente razzista.
E che dire dell’indifferenza colpevole davanti alle questioni ambientali? La gran parte del ceto politico, anche di opposizione appare del tutto sordo, o quanto meno in ritardo, su quello che appare il tema dei temi del prossimo avvenire, e non solo italiano, ma evidentemente mondiale.
Davanti al degrado, sintomo e insieme causa, ma anche strumento di salvaguardia delle cricche affaristiche che “governano” la cosa pubblica, il controllo dell’informazione appare un punto dirimente. Di qui la politica volta a mettere le mani sul servizio pubblico radiotelevisivo, a controllare la stampa e l’editoria, i tentativi di esercitare la censura sulla Rete e quant’altro. Com’è possibile che il presidente del Consiglio, a capo del maggiore impero mediatico europeo, sia lasciato libero di decidere i giornalisti, i conduttori, i dirigenti del servizio pubblico, ma anche, addirittura, di larga parte della carta stampata? E sempre nell’indifferenza, o quanto meno nella sottovalutazione della cosiddetta “pubblica opinione”.
L’altro punto essenziale del programma dei berlusconidi, veri e propri cloni del “capo”, di cui eseguono senza alcuna esitazione o dubbio le direttive, tutte fondate sul perseguimento degli interessi di un individuo e delle sue clientele, è la drastica messa sotto controllo della magistratura, come Terzo Potere indipendente dagli altri due. La legge sulle intercettazioni telefoniche rappresenta un punto di incontro tra due distinti attacchi: alla libertà d’informazione e all’indipendenza (e alla stessa efficienza) della magistratura, straordinario regalo alla grande criminalità, da quella in colletti bianchi a quella della lupara. Un evidente do ut des, da cui il primo a trarre benefici è il “capo del governo”, e la banda di affaristi che gli si raduna intorno, dentro e fuori le istituzioni.
Il catalogo, insomma, è lungo. Catalogo di inefficienze e nefandezze, di menzogne e di sprechi, di iniquità sociali e di bassezze morali, che stanno devastando il panorama italiano: dall’ambiente alle istituzioni, dal futuro delle giovani generazioni, completamente azzerato, alla ricerca, vittima di un vero attacco persecutorio, gravissimo nelle sue conseguenze a medio e lungo termine, dalla scuola all’università, messe sotto accusa in quanto ultimi santuari di un sapere critico, dalla cultura, in tutta evidenza considerata un “comparto superfluo”, ove non si contenti di fornire circenses alla plebe…
Ma oggi non solo non ne possiamo più di circenses, ma ci manca il panem. Gli operai sui tetti delle fabbriche, dipendenti che si incatenano ai cancelli delle officine, la sequenza di suicidi di lavoratori e persino di imprenditori, il libero vagare sulla scena finanziaria e “imprenditoriale” di fallimentatori di professioni, spregiudicati avventurieri della finanza, che sono responsabili della gran parte del dissesto del sistema produttivo… Oggi esisterebbero le condizioni oggettive per una riscossa di quella parte d’Italia che si riconosce nelle ragioni dei proletari, dei subalterni, dei giovani disoccupati e sottoccupati: di quella parte d’Italia che si è richiamata storicamente alla Sinistra. E invece? Il paradosso che stiamo vivendo è che al cospetto di una crisi epocale del capitalismo, la Sinistra appare morente: dovrebbe essere la sua stagione, dopo il crollo del biennio “rivoluzionario” 1989/91, e invece essa appare afasica e impacciata, a esser eufemistici, incapace di elaborare strategie, dominata da un personale politico troppo sovente inadeguato, rissoso, e, talora, autoreferenziale.
L’alternativa, a livello nazionale, e locale, sembra impossibile. Eppure essa è necessaria, non per la “rivincita” della Sinistra, ma per la salvezza dell’Italia. che deve ridestarci e spingerci all’azione, in modo serio e meditato, ma determinato e capace di superare, innanzi tutto, la tendenza pericolosa della difesa dell’ “identità” di micropartiti e, addirittura, di frazioni di micropartiti. Dall’altro canto, tuttavia, occorre tenere ferma la barra sull’alternativa radicale a un sistema in cui le complicità e le connivenze tra istituzioni, forze politiche di vario orientamento, gruppi di interesse, stanno distruggendo il Paese, il suo tessuto connettivo, la sua forza propulsiva, e la stessa capacità di preservare la propria memoria, l’avvenire della gioventù, la cui esistenza è ridotta a un precariato ormai devastante su tutti i piani, condannata a vivere l’istante come se fosse eterno.
Siamo davanti a un passaggio decisivo: o lasciare andare alla deriva la barca, aspettando il cozzo contro gli scogli, o tentare di indirizzarne la rotta. Siamo pochi? Siamo molti? Intanto, contiamoci. E scendiamo allo scoperto, rompendo gli indugi, vincendo i timori, superando antiche divisioni, pronti ad allearsi con chiunque, pur di raggiungere l’obiettivo: che, detto in una sola parola, enfatica, ma oggi inevitabile, è la salvezza d’Italia, cominciando, magari, da Torino e dal Piemonte. Non ci preoccupiamo se l’espressione suoni retorica e magari richiami echi mazziniani, o garibaldini: non ce ne preoccupiamo, in quanto riteniamo il Risorgimento un grande moto progressivo, la cui importanza rimane fondante per la nostra storia.
Dunque occorre radunare le forze, puntando su tutti coloro, singoli o esponenti di associazioni, circoli, gruppi organizzati, abbiano innanzi tutto la consapevolezza del momento epocale in cui ci troviamo e in secondo luogo in un momento storico in cui la gran parte del ceto intellettuale è troppo intento a badare ai fatti propri, o in attesa di una comparsata in un talk show televisivo, per scendere in campo contro la menzogna e l’indifferenza, occorre che qualcuno faccia sentire una voce di verità, e rischi, di persona, pur di suscitare un moto generale di reazione: che, riteniamo, debba essere innanzi tutto eticamente fondato.
Da questa prima riunione, certamente interlocutoria, vorremmo che uscissero proposte, intendimenti, volontà: di agire, di superare vecchi e nuovi steccati, di unirsi in un ideale Partito della Salvezza contro il Partito in atto, della Devastazione. Occorre agire ora, prima che sia troppo tardi. Correremo il rischio di sbagliare, certo, ma almeno, domani, non saremo tormentati dal senso di colpa di non aver tentato finché era possibile. Ora, dunque. Non domani.
Affrontiamo, insieme, fin da oggi, il fatidico “Che fare?”. Ma esprimiamo da oggi, la nostra volontà di fare.

di Angelo D’Orsi
Professore di Storia del pensiero politico – Facolta di Scienze politche, Università di Torino

13 giugno 2010

Appello al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano


«Armadio della vergogna sentenze ferme negli uffici della Farnesina»

Franco Giustolisi, scrittore e giornalista, primo firmatario dell'appello al Presidente della Repubblica sul silenzio che si è creato intorno alla vicenda dell' "Armadio della vergogna", ce l'ha con tutti. Politici, media, giornalisti, tutti responsabili di questa nebbia malgrado i processi sulle stragi perpetrate dai nazi-fascisti alla fine della Seconda guerra mondiale si siano conclusi con delle condanne. «Seguito a domandarmi - dice Giustolisi - come mai quella che è la maggior tragedia italiana finisca sempre sotto silenzio. La maggior tragedia per il numero dei morti, decine e decine di migliaia, di cui però non si conosce neanche la cifra approssimativa, perché oltre a quelle citate nei fascicoli dell"Armadio" siamo venuti a conoscenza di tante altre vittime. Per esempio il 25 maggio scorso abbiamo organizzato questa iniziativa a largo Agosta, della quale si parla nell'appello a Napolitano. E si è scoperto che ad Agosta sono stati uccisi quattordici cittadini italiani. Arriva il terremoto ad Onna e si scopre che lì, paesino di neanche trecento anime, ne furono uccisi quarantaquattro. E ancora, è stata la più grande tragedia italiana per come sono stati uccisi. Feti cavati dal ventre delle madri. Oppure come è accaduto a S. Anna di Stazzema, lanciati e sparati per aria, con tanto di testimoni come l'ex rabbino Elio Toaff. Una donna impalata a Fivizzano, un vecchio cieco inseguito e sparato in mezzo alle frasche. Delitti questi ultimi perpetrati dai fascisti, cioè da italiani contro altri italiani. E a Marzabotto dove vennere uccisi tutti i ragazzini che si erano rifugiati nella chiesa».

E poi la mancata giustizia...
E questo è il terzo elemento. Alla fine, quando nel 1994 si scoprono questi armadi, si cominciano a fare dei processi. E vengono comminate inevitabili, del resto che altro si poteva fare, condanne all'ergastolo, a quelli che ormai sono dei vecchi. E si scopre che il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini quelle richieste normali e di prassi fatte dai magistrati militari, che hanno speso soldi, tempo e fatica per arrivare a queste condanne, sono rimaste lì, non le ha mandate avanti.

Si è sottratto a quelli che sono i suoi compiti istituzionali...
Certo. Non ha fatto il proprio dovere di ministro degli Esteri che prevedeva di trasmettere gli atti ai suoi colleghi tedeschi e forse anche austriaci, dove si dava notizia delle condanne e dove si dovevano richiedere magari degli arresti domiciliari vista l'età degli imputati. E tutto questo non è vergognosamente avvenuto.

Non mi sembra che questo comportamento inqualificabile sia stato stigmatizzato dall'opposizione...
La politica ha sempre taciuto. La destra per ovvi motivi. La sinistra, forse legata a vecchi concetti dell'immediato dopoguerra, secondo i quali era meglio non creare frizioni con i fascisti. Concetti sintetizzati dalla famosa frase di Pajetta che, rivolto ad Almirante, disse «i conti con voi li abbiamo chiusi il 25 aprile». Conclusione, il silenzio. Basti pensare che io e Massimo Rendina, presidente dell'Anpi di Roma e del Lazio, ex comandante partigiano della seconda Brigata Garibaldi di cui era Capo di Stato Maggiore, da ottobre, da quando sua maestà Bersani è diventato segretario del Pd, siamo in attesa che si degni di darci un appuntamento per parlare appunto dell'Armadio della vergogna e del problema dell'informazione, non tanto legato ai gravissimi provvedimenti che sta prendendo Berlusconi, quanto al fatto che giornalisti come Minzolini, Mimum e Feltri non mettono quelle notizie che danneggiano il padrone e lo fanno con il silenzio dell'Ordine. Insomma noi siamo in attesa di questo appuntamento. Questo per dire che la sinistra, per motivi che mi sfuggono, non fa praticamente nulla.

Tra l'altro c'è anche un problema di memoria storica. Non parlando di certe cose si rischia di dimenticarle....
Teniamo conto che il 27 gennaio è il "giorno della memoria". Inizialmente e statutariamente doveva essere la memoria di tutte le vittime. Ma poi è diventato soprattutto il giorno della memoria degli ebrei. L'11 febbraio è il "giorno della memoria" di istriani e dalmati. E perché non istituiscono un "giorno della memoria" per quelli che, come disse il presidente Ciampi, rappresentano la nuova Italia? Perché ci si dimentica di queste persone? Allora ecco che appare naturale chiedere udienza all'attuale Presidente della Repubblica che difende la Costituzione, e rappresenta tutti i cittadini italiani nella speranza che questo silenzio da parte della politica e della stampa finisca. Ed è gravissimo che ancora oggi, ad oltre sessant'anni di distanza, si vada avanti così. E lo è più oggi che ieri. Perché ieri quanto meno De Gasperi e Andreotti, nell'immediato dopoguerra, avevano se non delle giustificazioni, dei motivi, come il fatto che non si poteva gettare ulteriore fango sulla Germania, che si stava disarmando. In secondo luogo c'erano i vari fascisti Roatta, Robotti che avevano fatto stragi in Slovenia peggiori di quelle naziste e non erano stati consegnati agli stati che li richiedevano. Insomma hanno fatto, io do una mano a te, tu dai una mano a me, non chiedo l'estradizione dei nazisti e non do via i fascisti. Ma ormai quei tempi sono passati.

Ora vi attendete una risposta del Quirinale...
Certo, anche perché non è questa la prima petizione che abbiamo fatto. Lo stesso Ciampi, all'indomani delle elezioni che portarono al governo Prodi nel 2006, mi promise due cose: che avrebbe chiesto perdono non solo alle vittime e ai parenti delle vittime ma a tutti i cittadini italiani, perché si è trattato di un'offesa a tutti. Come ha fatto l'ex presidente della Repubblica tedesca Rau a Marzabotto. E poi c'è il problema dei fascisti. Bisogna far capire al Paese che tutto questo è successo perché c'era il nazi-fascismo. E che adesso c'è un'altra dittatura che non vuole sentire queste cose e pensa a chiudere ogni spiraglio di libertà.

Vittorio Bonanni
http://www.liberazione.it/

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Al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano
Egregio Presidente,
martedì 25 maggio, su iniziativa dell'Anpi cittadino e regionale, ci siamo riuniti, nella libreria Rinascita in largo Agosta, a Roma, per affrontare in video conferenza il tema dell'Armadio della vergogna, che, ci scusi il gioco di parole, ma non è un gioco, è diventata la vergogna dell'Armadio. Siamo popolo, partigiani, sindaci, giornalisti, politici, professori…. Ci siamo chiesti, e Le chiediamo, come mai tra i moltissimi ed essenziali temi da Lei affrontati non riesca a trovare spazio quello che riguarda la tragedia più grande subita dai cittadini di questo paese? Decine di migliaia di vittime civili e militari, di cui non si conosce ancora ad oltre 65 anni di distanza neanche l'ammontare approssimativo. Furono uccisi dai nazifascisti nei modi più efferati, cavando i feti dal ventre delle madri, facendo dei più piccoli il bersaglio delle loro armi, fucilando chi pur aveva alzato bandiera bianca perché non si era immediatamente arreso. Non ebbero giustizia e non l'hanno ancora perché i processi, che dire tardivi rappresenta un misero eufemismo, conclusisi con condanne all'ergastolo per gli autori dei massacri, non hanno avuto pratica attuazione dato che la Nazione in cui viviamo non si è neanche degnata di far presente agli altri Stati amici l'elementare necessità che i criminali in qualche modo, magari con arresti domiciliari, paghino questo piccolo e serotino prezzo per le loro colpe. Né si conosce ancora la verità storica di chi, come, quando e perché decise di occultare i fascicoli degli eccidi di quell'Armadio. L'ex presidente della Repubblica tedesca, Rau, chiese perdono a Marzabotto, a nome del suo Paese, alle vittime, ai loro parenti, ai sopravvissuti, a tutti i cittadini italiani. Lo stesso fece a Stazzema un incaricato dell'ambasciata di Germania in Italia. Ma carnefici furono anche gli assassini di Salò, che non hanno chiesto perdono ma, anzi, son rinati. E lo Stato che nascose quei fascicoli? Possibile che nessuno dei tantissimi che hanno responsabilità politiche e istituzionali qui da noi non abbia sentito sinora la necessità di fare come le autorità della nuova Germania? E il silenzio, l'ingiustizia, l'amnesia di comodo non sono anch'essi da condannare?

Franco Giustolisi, giornalista e scrittore; Massimo Rendina, presidente A.N.P.I. Roma e Lazio; Adriano Pilade Forcella, partigiano, presidente sezione A.N.P.I. "Giordano Sangalli"; Modesto di Veglia , partigiano, presidente onorario sezione A.N.P.I. "Giordano Sangalli"; Zaccaria Verucci , partigiano, presidente sezione A.N.P.I. "Donne nella Resistenza" di Casalbertone; Bianca Bracci Torsi , staffetta partigiana, componente del direttivo provinciale A.N.P.I. Roma; Michele Silicati , ingegnere, sindaco di Stazzema; Marcella De Negri , figlia del capitano Francesco De Negri, trucidato a Cefalonia; Felice Casson , senatore; Vincenzo Maria Vita , senatore; Giovanni Russo Spena , già presidente dei senatori del P.R.C.; Piero Salvagli , architetto; Vito Francesco Polcaro , professore, componente del direttivo provinciale A.N.P.I. Roma; Raul Mordenti , professore; Ernesto Nassi , segretario provinciale A.N.P.I. Roma; Leonardo Rinaldi , segretario sezione A.N.P.I. "Giordano Sangalli"; Pier Vittorio Buffa , giornalista, direttore Finegil; Marta Bonafoni , giornalista direttore Radio Popolare Roma; Gianluca Cicinelli , giornalista, presidente Ciuoti; Luca Telato , giornalista, vicepresidente Ciuoti; Federico Bogazzi , giornalista, redattore di Radio Popolare Roma; Piera Amendola , già segretaria commissioni parlamentari Mafia e P2; Floriana Fusco , segretaria di redazione del gruppo Espresso Repubblica; Marco Molinari , medico neurologo c/o S. Lucia; Giuliana Pasciuto , medica pneumologa c/o Gemelli; Laura Giustolisi , medica psichiatra; Vincenzo Calò , attore, componente del direttivo provinciale A.N.P.I. Roma; Paola Ronzoni , segretario sezione A.N.P.I. "Donne nella Resistenza" di Casalbertone; Tommassini Maria Elena , vicesegretario sezione A.N.P.I. "Giordano Sangalli"; Leonina Rondoni , direttivo sezione A.N.P.I. "Giordano Sangalli"; Renata Pallotti , direttivo sezione A.N.P.I. "Giordano Sangalli".

13/06/2010

GIU’ LE MANI DAL PUBBLICO IMPIEGO – PAGHI CHI NON HA MAI PAGATO


LA CRISI VA PAGATA DA CHI L’HA PROVOCATA

Dagli inizi degli anni ’90 si è abbattuta sui lavoratori in genere e sul Pubblico Impiego in particolare la scure dei governi in preda ai sacri fuochi dei sacrifici e del risparmio ispirati dalle istituzioni politiche, finanziarie e padronali europee.
“I sacrifici di oggi serviranno per costruire l’Unione politica e monetaria europea che ricompenserà tutto ciò con la piena occupazione, maggiori retribuzioni e miglioramento del welfare e sicurezza sociale”. Queste le promesse con cui anche, e soprattutto, cgil, cisl, uil e sindacati autonomi hanno sostenuto il confronto con i lavoratori per fargli accettare, senza troppi scossoni e soprattutto senza disturbare il manovratore, la lunga stagione di sacrifici che si prospettava; da allora questi sindacati cominciarono a definirsi “concertativi” in quanto eseguivano il concerto secondo le indicazioni del direttore d’orchestra, che di volta in volta era il governo, la confindustria o i poteri forti europei, tutti gli altri (il sindacalismo di base) erano solo voci stonate fuori dal coro da isolare.
“Qualche sacrificio oggi val bene la piena occupazione o la garanzia della pensione per le future generazioni”, si sostenne allora.
La disoccupazione in aumento e la “nuova” occupazione figlia delle leggi Treu e 30 sono la dimostrazione evidente della precarizzazione delle generazioni future e della negazione di qualsiasi garanzia nel presente e tanto meno nel futuro privo ormai di qualsiasi copertura previdenziale.
Tutto questo mentre ai pubblici dipendenti veniva imposto dal governo, confindustria e cgil cisl uil :
- l’abolizione del contratto nazionale per il triennio 1991-1993;
- la Finanziaria del 1992 (Amato) da 80.000 miliardi di lire interamente pagata dai lavoratori e dalle famiglie;
- l’abolizione della Scala Mobile, elemento di riequilibrio delle retribuzioni, a seguito degli accordi del luglio ’92 tra governo, confindustria e cgil cisl uil;
- l’accordo del luglio ’93 sul costo del lavoro che prevedeva, tra l’altro, aumenti contrattuali sulla sola base dell’inflazione programmata;
- il decreto legislativo, il n.29 del 1993, che, sulla base dell’accordo del luglio ’93, modifica strutturalmente la normativa che regolava il rapporto di lavoro pubblico raccogliendo il peggio del privato con il peggio di quella pubblica;
- la riforma Dini del sistema pensionistico nel 1995, emanata su pressione della confindustria e con l’assenso dei sindacati concertativi, che si abbatte come una mannaia sulle pensioni dei lavoratori passando da un sistema di calcolo retributivo a quello più penalizzante contributivo, passando cioè da una copertura pensionistica media dell’80% (in alcuni casi anche oltre) ad una copertura che varia dal 50 al 60%;
- l’istituzione dei Fondi Pensione Integrativi, favoriti da questa perdita di rendimento delle pensioni pubbliche, un affare in cui la confindustria e i sindacati concertativi si sono buttati a capofitto tanto i capitali li mettevano i lavoratori a cui viene scippato il TFR con cui giocare in borsa. La storia ci racconta come è andata a finire: del capitale versato il lavoratore ne vedrà a fine carriera, se tutto va bene, il 60-70%;
- gli accordi concertativi su privatizzazioni, esternalizzazione e trasferimenti di competenze che caratterizzarono gli anni dei famigerati Decreti Bassanini con cui si scrissero pagine importanti per lo smantellamento della Pubblica Amministrazione e furono fatti passare mascherati come “decentramento amministrativo”;
- il blocco del turn-over, introdotto dalle leggi Finanziarie dei primi anni ’90 e reiterato di anno in anno dai governi che si sono succeduti, con perfetto spirito bipartisan, ha provocato l’affanno con cui gli uffici pubblici rispondono oggi alle richieste dell’utenza;
- con altrettanta trasversalità le Finanziarie da allora ad oggi hanno operato tagli più o meno profondi, secondo le esigenze di cassa, devastando uno Stato Sociale tra i più avanzati (sistema pensionistico, servizio sanitario nazionale, sistema scolastico, collocamento e tutela del lavoro, sistema giudiziario, ecc,), tagli che si operavano di volta in volta sia sul servizio (tagliando le risorse per il funzionamento) e soprattutto sul personale, per vincerne qualsiasi resistenza allo smantellamento.
In altre parole in questi ultimi 20 anni i governi hanno utilizzato la P.A. come un vero e proprio Bancomat per soddisfare le esigenze di cassa che di volta in volta i padroni, i banchieri, l’Europa o il Fondo Monetario Internazionale gli sollecitavano, il tutto con il compiacente appoggio dei sindacati concertativi.
Tutta questa “macelleria sociale” non è neanche servita agli scopi che ci avevano raccontato, cioè il miglioramento del deficit pubblico

continua su www.usb.it

12 giugno 2010

Lavoratori Pubblici ancora in piazza: il 14 giugno con l'Unione Sindacale di Base. Il 25 con la CGIL

Contro la manovra classista

Tra slittamento della pensione delle donne, congelamento dei contratti, restituzione degli aumenti già in busta paga e blocco degli scatti di anzianità nella scuola, ai dipendenti pubblici la manovra costa 16 miliardi tondi tondi. A fare i conti è l'Usb, l'Unione sindacale di base, che per il prossimo 14 giugno ha proclamato lo sciopero generale del settore. Un vero e proprio salasso, anzi, per dirla con le parole dei vertici Usb del pubblico impiego, che ieri hanno tenuto una conferenza stampa di presentazione dell'iniziativa una vera e propria «manovra classista». Classista perché colpisce i ceti popolari, e in particolar modo i lavoratori, senza mettere le "mani in tasca" a chi le ha veramente piene di soldi. E dire che sarebbe facile dove pescare. La lista acclusa da Usb tra i materiali della conferenza stampa, e già anticipata da Liberazione qualche giorno fa, indica chiaramente come il "fenomeno delle pensioni d'oro", per esempio, sia ancora vivo e vegeto in Italia. Si va dai 22mila euro mensili di Giuliano Amato, ai 14mila di Mario Draghi. Sempre a 14mila troviamo Publio Fiori, «esente da qualsiasi tassazione in quanto vittima di terrorismo», mentre per altri, come Andrea Monorchio (19mila) e Giorgio Guazzaloca (16mila) l'importo dell'assegno previdenziale torna ad impennarsi verso l'alto. Dal punto di vista della manovra classista siamo in presenza di un odioso privilegio: primo, perché gli importi sono esageratamente alti rispetto alla media; secondo, perché nella stragrande maggioranza dei casi siamo in presenza di un doppio, se non di un triplo, reddito. Secondo un calcolo sommario in queste condizioni ci sono più o meno 50mila "grand commis" tutti "percettori di pensione Inpdap", per un totale che va dai 4 ai 6 miliardi. La controprova che in Italia ci sia una classe di "maiali" (nel senso orwelliano del termine) che si spartisce una torta di risorse miliardarie la si ha confrontando le retribuzioni medie annue negli ultimi tre anni dei dipendenti pubblici. A rimanere stabili sono impiegati, operai, mentre i dirigenti fanno un salto di ben 30mila euro. Senza contare i boiardi delle privatizzazioni, tutti manager con emolumenti che vanno dai 912mila euro del presidente di A2A ai 551mila del presidente di Iride. «Ma lo scandalo più grande - sottolineano i dirigenti di Usb è l'aumento dell'utile delle banche e dei soggetti finanziari: Unicredito ha segnato 4mila 319 milioni di euro, seguita da Intesa a 3255 e da Generali a 2130. Per finire, il giallo dello slittamento dell'età della pensione per le donne nel pubblico impiego. «Quel provvedimento - sottolinea Paola Palmieri - responsabile nazionale Usb del pubblico impiego, era già contenuto nella prima versione della manovra di cui esistono tre successive elaborazioni. E' ricomparso in quella definitiva ed ora capiamo il perché, non è stata l'Europa a volerlo. Il governo italiano non ha fatto altro che uno squallido gioco delle parti. E se Laran dice che i redditi da lavoro dei dipendenti pubblici sono aumentati in dieci anni, Usb contesta e fa notare che si tratta della classica media del pollo. «Lo scatto tra inflazione effettiva (21%) e inflazione programmata (14,3%) è talmente alto da segnare una decurtazione piuttosto che un aumento».

Fabio Sebastiani
11/06/2010
http://www.liberazione.it/

Attacco alla Costituzione. Gli eredi del fascismo tentano di vendicarsi della lotta di liberazione.

L'inferno del demagogo

Sapevamo da tempo che il presidente del Consiglio non ama la Costituzione repubblicana. Negli ultimi vent’anni o quasi, a partire dal marzo 1994 in cui ha vinto per la prima volta le elezioni politiche nazionali, l’imprenditore milanese ha sempre parlato il peggio possibile della carta costituzionale. Gli italiani ricorderanno che anni fa la defini` una “costituzione sovietica” perche´ troppo attenta alle esigenze delle masse lavoratrici italiane e, giorni fa, ha sottolineato che in essa si parla di lavoro ma non di imprese e tanto meno di mercato: cioe` delle due parole che hanno fino a ieri contrassegnato la sua vita. Avrebbe forse potuto aggiungere che la costituzione non parla neppure di “amici degli amici”: espressione particolarmente cara a chi si iscrive negli anni Settanta alla Loggia massonica coperta P2 di Licio Gelli e a chi ha come amico particolarmente caro un uomo come il senatore Marcello Dell’Utri che di amici siciliani si intende molto,a leggere gli atti che lo riguardano nei processi di Palermo. Ma oggi non e` il caso di polemizzare con le strane amicizie di Silvio Berlusconi quanto di constatare che la sua concezione dello Stato e della democrazia e` del tutto incompatibile con i principi e i valori della Costituzione repubblicana come altrettanto incompatibili appaiono i comportamenti dei suoi ministri leghisti che non festeggiano l’anniversario della Repubblica. Peccato che Berlusconi,come del resto i ministri Maroni e Calderoli,abbiano giurato fedelta` al testo costituzionale e dovrebbero comportarsi in maniera coerente: se se ne ha un giudizio negativo o non si riesce ad osservarne i dettami,l’unica soluzione e` lasciare il proprio incarico e presentare le dimissioni al Capo dello Stato. Ma non ci troviamo,a quanto pare,di fronte a persone coerenti e preoccupate della tenuta democratica del paese. Siamo al contrario di fronte a un demagogo populista che da tempo vuole svuotare gli articoli fondamentali della Costituzione e trasformare il nostro Paese in una sorta di regime autoritario dominato dalle televisioni e dai giornali asserviti al governo e alla sua ampia maggioranza parlamentare. Sicche` gli attacchi alla Costituzione fanno parte della campagna di propaganda che dovrebbe servire a convincere sempre di piu` la maggioranza degli italiani che la Carta e` inutile o peggio dannosa e che Berlusconi ha ragione a lamentarsi sempre di piu` per i lacci e i lacciuoli che il testo contiene impedendogli di fare tutto quello che vuole come “unto del popolo”. Basterebbe in fondo eliminare dalla Costituzione - che all’articolo 1 recita «La sovranita` appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione» - quell’affermazione pignola sui limiti e le forme.

di Nicola Tranfaglia
su l'Unità del 12/06/2010

I pronunciamenti di Commissione e Parlamento europeo non riguardano l'innalzamento dell'età, ma sono fondati sull'esigenza di non discriminare

L'Ue obbliga la pensione a 65 anni? Falso

Non è assolutamente vero che l'Europa impone che le donne italiane vadano in pensione a 65 anni, come invece viene motivato in modo infondato non solo dal governo, ma dalla più parte dei media. Com'è che invece l'informazione non solleva alcun dubbio?
I pronunciamenti di Commissione e Parlamento europeo non riguardano l'innalzamento dell'età, ma sono fondati sull'esigenza di non discriminare il lavoro femminile, giacché tutte le ricerche denunciano retribuzioni e pensioni inferiori a quelle maschili. Con la direttiva 79/1978, l'Europa salva infatti la possibilità per gli stati di stabilire età di pensione differenti tra uomini e donne; e comunque l'Unione non può intervenire sull'età stabilita dai paesi membri. Può, invece, chiedere conto di atti discriminanti, come «obbligare» le donne ad andare in pensione prima: perché, in presenza di un regime legato ai contributi, porta a un rendimento ridotto.
Esiste dunque una questione di parità, ma non riguarda l'età. Nella «Piattaforma di Pechino» i governi si erano piuttosto impegnati a esplicitare l'impatto delle politiche economiche in termini di lavoro pagato e non pagato e di accessi al reddito delle donne. E il Consiglio Europeo di Lisbona, nel marzo 2000, fissava l'obiettivo del pieno impiego attraverso un miglioramento quantitativo e qualitativo dell'occupazione e il diritto fondamentale al lavoro di uomini e donne. Nel diritto comunitario, del resto, la tutela antidiscriminatoria è da sempre un architrave, che col Trattato di Amsterdam del 1998 è divenuto un principio fondamentale.
I dati ufficiali mostrano invece che siamo ben lontane da una parità retributiva, quindi economica, sociale e politica. Questo il quadro: fino a 20.000 euro, 48% donne e 52% uomini; da 20.000 a 40.000, 27% donne e 73% uomini; da 40.000 a 60.000, 20% donne 80% uomini; da 60.000 a 80.000, 15% donne 85% uomini; da 80.000 a 100.000, 12% donne 88% uomini; oltre 100.000, 10% donne 90% uomini.
Il differenziale retributivo uomo/donna si attesta su una media del 23%. Il gap per le retribuzioni nette annue delle donne va da 3.800 euro per i dipendenti a tempo indeterminato agli oltre 10 mila degli autonomi. Gli uomini hanno in media redditi superiori in tutte le forme contrattuali: 23% nel lavoro dipendente, 40% in quello autonomo, 24% per le collaborazioni.
Il lavoro delle donne nei 14 paesi più avanzati per un terzo è lavoro pagato e per due terzi è lavoro non pagato. Mentre tre quarti del lavoro degli uomini è pagato ed un quarto no. Quindi, è il peso dell'ineguaglianza di genere nella distribuzione del lavoro non pagato che determina le condizioni materiali delle donne nel lavoro produttivo a tutti i livelli. Ciò mentre rimane un carico di lavoro famigliare non retribuito: all'Italia appartiene infatti il primato del tempo dedicato dalle donne al lavoro familiare. Lisbona auspica il raggiungimento nel 2010 di un tasso di occupazione femminile del 60% in tutti i paesi. I nostri tassi di occupazione femminile risultano inferiori a quelli medi dell'Ue per ogni classe d'età e non solo rispetto all'Europa a 15, ma anche rispetto alle recenti adesioni. L'Italia infatti è, dopo Malta, il paese con i più bassi livelli di occupazione femminile di tutta l'Ue.
Quanto poi alle anziane e pensionate, due dati sono confermati in tutte le aree del paese e in tutti gli enti previdenziali: il 76% dei trattamenti integrati al minimo (cioè sotto i 500 euro mensili) riguarda le donne (2,6 milioni) e le donne mono-pensionate sono il 64,8% del totale, con un importo medio annuo di circa 7.300 euro. Si aggiunga che solo l'1,2% delle donne arriva ad avere 40 anni di contributi, il 9% arriva a una contribuzione fra i 35 e i 40 anni e ben il 52% è al di sotto dei vent'anni. Il che la dice lunga su ogni ipotesi di elevamento dell'età pensionabile per le donne, che attualmente in Italia avrebbe solo l'effetto di peggiorare le condizioni per quelle poche che riescono ad andare in pensione con una vita lavorativa consistente alle spalle.
Prima di omologarsi ad una stramba idea di parità, ci piacerebbe che almeno il sistema dell'informazione desse conto di questa condizione in modo documentato. E forse scopriremmo che quella della disparità tra differenti è l'unica uguaglianza e una battaglia politica che val la pena di fare.

11/06/2010

Rosa Rinaldi
segreteria nazionale Rifondazione Comunista, ex sottosegretaria al lavoro
(ilManifesto del 11 giugno 2010)