31 maggio 2010

Sono stati assassinati 19 attivisti in aiuto alla popolazione martoriata della Palestina, sequestrate altre 700 persone

Israele, assalto alla nave dei pacifisti

L'assalto si è trasformato in un bagno di sangue. Sangue destinato a pesare non solo e non tanto sul già traballante scenario politico-diplomatico mediorientale, ma soprattutto sull'immagine, sull'idea stessa di Israele nel mondo. Di fronte alle immagini dei commandos israeliani che aprono il fuoco sul ponte della nave della Freedom Flotilla, è impossibile, anche per il più strenuo difensore dello Stato ebraico, parlare di diritto di difesa, di pericolo immanente.

Quelle navi portavano aiuti umanitari, non armi. E l'eventuale resistenza opposto dagli assaliti non può giustificare la reazione assolutamente spropositata dei soldati di Tsahal. E tutto questo in acque internazionali. Per Israele è un'onta destinata a durare nel tempo. Per la comunità internazionale, è un banco di prova. L'ennesimo. Quelle immagini di sangue hanno già fatto il giro del mondo. In particolare del mondo arabo e musulmano. Sono destinate a infiammare gli animi, a divenire una straordinaria arma di propaganda per i gruppi della nebulosa qaedista che propugnano il Jihad globalizzato contro il “Nemico sionista” e i suoi alleati. Una reazione inadeguata alla enormità del fatto, alimenterebbe la convinzione che nel tormentato Medio Oriente, l'Occidente, gli Usa in primis, continuino ad adottare la politica dei “due pesi, due misure”, dove la misura adottata verso Israele è quella della sostanziale impunità.

Chiedere, come ha fatto l'Unione Europea, che sia fatta “piena luce” sull'accaduto è una premessa e non il centro di una presa di posizione che non può, non deve tardare. Ma questa tragedia annunciata è anche un banco di prova per Israele, per la sua democrazia: giustificare l'attacco, o pensare di risolvere il tutto con parole di rincrescimento, sarebbe una ulteriore prova di arroganza. E di debolezza. Perché aprire il fuoco su quelle navi non è un segno di forza, ma di debolezza, di vuoto politico. La psicosi dell'accerchiamento, il sentirsi perennemente in trincea, sta portando Israele ad un passo dal baratro, trasformandolo in un ghetto atomico in guerra contro tutto e tutti. Alla fine, anche contro se stesso.

di Umberto De Giovannangeli
su l'Unità - edizione internet del 31/05/2010

30 maggio 2010

Proponiamo all’opposizione di convocare una manifestazione nazionale unitaria contro la manovra del governo

e di partecipare a tutte le manifestazioni sindacali a partire da quella del 5 giugno indetta dal sindacalismo di base.

Chi non lotta contro il governo e’ complice con la sua politica

L’iniqua manovra del governo si cambia nel paese, in parlamento ci saranno solo ritocchi.
Per questo è necessario costruire un grande movimento di lotta contro il governo e proponiamo alle forze dell’opposizione di programmare una grande manifestazione nazionale che dia seguito a quella del 13 marzo in piazza del popolo.
Se non si mette il governo in minoranza nel paese non è possibile cambiare la manovra.
Parimenti è necessario che le forze dell’opposizione partecipino a tutte le manifestazioni in programma contro la manovra a partire da quella convocata per sabato prossimo 5 giugno dal sindacalismo di base per proseguire con quella indetta dalla CGIL.
Chi non lotta contro il governo è complice con la sua politica.

Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista
30/5/2010

Le 50mila pensioni d'oro dell’Inpdap, quelle di una media di diecimila euro al mese, vanno a gente come Brunetta ed altri soggetti della risma

Pensioni Inpdap: ecco dove trovare gli euro per il contratto statali

Manovra monstre a carico dei soliti noti, lavoratori e pensionati, e a beneficio dei soliti “ignoti”. Sono tanti, e abitano la selva oscura della casta comodamente sistemati tra consulenze, pensioni baby, doppi e tripli incarichi nei consigli di amministrazione di enti vattelapescha, e di cattedre universitarie fantasma. Ne prendiamo un “pezzettino” andando a spulciare, per esempio, tra le pensioni Inpdap, l’ente che si occupa di badare alla “terza età” dei dipendenti pubblici. Eppure da questo pezzettino, l”upper class” della rendita pensionistica italiana, tanto per intenderci, si possono tirar fuori senza troppo sforzo cifre stimabili all’interno di una “forchetta” che va dai quattro ai sei miliardi: esattamente l’importo di quella parte della manovra dedicata al pubblico impiego attraverso il blocco dei rinnovi contrattuali. Come? E’ molto facile, quasi banale. A volte, nella troppa creatività ci si può perdere. E’ quello che è accaduto a Tremonti, per esempio. Bastava che andasse a spulciare le 50mila posizioni pensionistiche dell’Inpdap ad alto tenore, quelle da diecimila euro al mese (valore medio), e avrebbe trovato un sacco di nomi noti: Giuliano Amato, Renato Brunetta, Giuliano Cazzola, tanto per citarne alcuni. Dimenticavamo Draghi, il banchiere di fama internazionale che qualche volta si degna di fare il “capo dei capi” in via Nazionale a Roma. Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia, percepisce una baby pensione, non certo per l’importo, di 8.164,68 euro (netti). Questo grazie all’inesistenza del divieto di cumulo ovviamente. Non si capisce perché in questo strano Bel Paese, bello solo per lor signori, mentre un cassaintegrato che arriva a percepire tra il 60% e l’80% della sua ultima busta paga, non può “permettersi il lusso” di un doppio lavoro, ovviamente in nero, certi “padri della patria” possono avere ciò che vogliono. Il giochino è facile facile. Funziona più o meno così: un gran commis di Stato va in pensione, magari dopo una faticosa carriera da parlamentare di appena una legislatura, a cui ha associato quella di professore universitario in “tuttologia applicata”. Forte della sua bella rendita mensile in tasca, e con una vita davanti a sé, ha tutto il tempo libero che vuole, che non impiegherà certo per accompagnare i nipoti a scuola. Lo spende, invece, in qualche bella consulenza in questo o quell’ente “parastatale” nel cui consiglio d’amministrazione si trovano sempre amici di vecchia data generosi e disponibili ad aiutare. Il fenomeno più esteso di quanto si creda. E’ questo, in fondo che fa da cemento alla casta e che moltiplica gli organismi di tutti i tipi contigui alla politica. Alti funzionari civili e militari dello Stato, una volta collocati a riposo, per esempio, puntualmente vengono reinseriti in organismi di controllo e giurisdizione tipo Consiglio di Stato e Authority varie. Un esempio? Sergio Siracusa, ex generale, che percepisce una pensione di 27.927,75 euro mensili è ora membro del Consiglio di Stato. Tutto legale, per carità. Ma perché se questa legge finanziaria è, come dicono le “fonti governative”, una manovra di sacrifici, le pene comandateci dall’Europa non devono essere distribuite in modo equo tra tutti gli italiani? Perché non è possibile reintrodurre il divieto di cumulo?
A spulciare tra le schede dell’Inpdap ce ne è per tutti i gusti. Publio Fiori, per esempio, che gode di una pensione mensile di 14.590,26 anche grazie alla “rango” di vittima del terrorismo; Giorgio Guazzaloca, che alla pensione di 9.704,64 euro somma un incarico nell’Antitrust. Andrea Monorchio, con 10.853,07 euro. L’upper class è piuttosto variegata, onesti e furbetti in un unico calderone. E così a fianco di Umberto Veronesi (2.820,78 euro), sulla cui vitalità professionale nessuno osa dire nulla, troviamo un Renato Squillante, con una pensione di 5.919. Quella di Squillante ha un primato riservato a pochi eletti: è attiva dal 1996, quando ancora il magistrato portava ancora i pantaloni corti, professionalmente parlando.
Il riscontro al “doppio incarico” a beneficio della casta, viene da una denuncia fatta dal sindacato proprio pochi giorni fa, e passata tra le maglie di una informazione troppo occupata a narrare l’ira divina contro chi non si fosse adeguato ai comandamenti di Bruxelles.
Le consulenze commissionate all’esterno da oltre diecimila enti pubblici pesano sul bilancio dello Stato per un valore di oltre 2 miliardi e mezzo all’anno. Nella cifra, però, sono compresi gli stipendi per tutto il personale precario. Ai consulenti veri e propri, una “ristretta cerchia”, quindi, vanno un miliardo e trecento milioni, come ha specificato la Cgil, su questo punto d’accordo con lo stesso ministro Brunetta. Renato Brunetta? Sì, c’è anche lui nella lista dei pensionati senza divieto di cumulo, con una rendita mensile di 3.044,34 euro.
Questo per quanto riguarda il settore pubblico, ovviamente. C’è da giurare che nel cosiddetto privato la musica non cambia. Sarà un caso se l’ex fondo pensionistico pubblico dei manager, Inpdai, è stato assorbito dall’Inps? Il fondo attualmente perde 2 miliardi l’anno. Con il paradossale effetto che sono i lavoratori a reddito fisso a pagare le ricche pensioni dei loro dirigenti. Perché Confindustria non dice quante sono, tra le sole aziende aderenti, quelle che pagano consulenze di dirigenti in pensione? Avete chiesto i sacrifici. Bene, cominciate voi che a stringere la cinta non vi dà alcuna noia.

Fabrizio Salvatori
http://www.liberazione.it/

Nulla di nuovo per i lavoratori: dopo lunga e travagliata attesa, la montagna ha partorito……….il Decalogo! Continua la farsa del liberismo soft

Il PD e il lavoro

La posizione ufficiale del Pd sul tema “lavoro”, espressa attraverso il documento: ”Sviluppo, lavoro, welfare: il decalogo del Pd per il’diritto unico’ del lavoro” - approvato dall’Assemblea nazionale del 21 e 22 maggio - merita di essere attentamente valutata e commentata; anche di là dai contenuti di merito.
In questo senso, il primo elemento è rappresentato dal notevole ritardo con il quale il maggior partito di opposizione ha inteso rispondere alle numerose iniziative governative.
A cominciare dal “chiacchiericcio” di singoli ministri - da Tremonti a Sacconi - per finire alla cruda realtà rappresentata dell’ennesimo “Manifesto per la controriforma del diritto del lavoro”; il Ddl 1167!
Tra l’altro, il perdurare dell’assordante silenzio - in termini di adeguate e concrete proposte politiche - aveva prodotto il convincimento secondo il quale la linea del partito fosse sostanzialmente rappresentata dai due disegni di legge, sull’istituzione del c.d. “Contratto unico d’inserimento”, presentati al Senato da Ichino e Nerozzi.
Di conseguenza, ritenere la linea del Pd ufficialmente coincidente all’ipotesi del “Cui” avanzata da Nerozzi, se non, addirittura, a quella di Ichino - la cui proposta di Contratto unico prevede una “fase d’inserimento”, senza la tutela dell’art. 18 dello Statuto, da vero e proprio record mondiale (10 anni) - aveva generato preoccupazione e allarme.
Per fortuna, un dato positivo si evince dalla lettura del documento approvato dall’Assemblea. Nel testo, infatti, non vi è alcun riferimento al contratto unico; anzi, le critiche del Prof. Ichino dovrebbero adeguatamente tranquillizzare coloro che - al pari del sottoscritto, ma dall’interno del Pd - avevano sempre manifestato evidenti perplessità circa l’opportunità di affidare allo stesso un rilevante ruolo nell’ambito della Commissione Lavoro di palazzo Madama. Se non altro, per la sua perdurante e ostinata difesa della legge-delega 30/03 (e del suo decreto applicativo 276/03) che, a suo dire: “Nulla ha aggiunto, all’esistente, in termini di flessibilità e precarietà”!
Non altrettanto positivo, a mio avviso, è da considerare il risultato della votazione che ha prodotto l’approvazione del documento proposto all’Assemblea da Stefano Fassina, responsabile nazionale dell’economia.
Infatti, anche se può apparire una questione di secondaria importanza o, addirittura, per gli amanti delle statistiche, insignificante, ritengo che se è vero - come ampiamente riportato dalla stampa - che il testo è stato approvato con una cinquantina di voti favorevoli e 42 astensioni, è altrettanto (preoccupantemente) vero che su di un tema di tale rilevanza politica e sociale sarebbe stato auspicabile un confronto più “teso”, che avesse prodotto maggiori contrasti e “distinguo” - anche a rischio di contrapposizioni più nette, ma “di merito” - piuttosto che un così consistente numero di “asettiche” astensioni, pari quasi al numero dei favorevoli.

Nel merito del documento, superando la condivisibile analisi circa le caratteristiche dell’asfittico mercato del lavoro italiano e i suoi problemi fondamentali: l’alto indice di precarietà e il bassissimo tasso di occupazione delle donne e dei giovani, è opportuno approfondire qualche elemento, particolarmente interessante, tra quelli che Stefano Fassina definisce “I capisaldi della strategia del Pd, da portare avanti in modo graduale al fine di evitare ogni onere aggiuntivo per la finanza pubblica”.
Però, la prima cosa che colpisce l’attenzione del lettore, è la sostanziale “auto castrazione” di un’opposizione che - relativamente alla richiesta di provvedimenti e soluzioni legislative tese a superare le evidenti contraddizioni presenti nel mercato del lavoro - si fa (preventivamente) carico di evidenziare l’esigenza di “evitare ogni onere aggiuntivo per la finanza pubblica”.
Certo, la preoccupazione relativa alla sana gestione dei conti pubblici, rappresenta un’opera meritoria e degna di lode ma appare per lo meno “strano” - oltre che irrituale - che, ad anteporre questa pre-condizione, sia una forza politica (di opposizione) che dichiara, contemporaneamente, di considerare la centralità del tema del lavoro quale “stella polare” della propria azione.
Inoltre, non si può non rilevare - nel corpo del documento, come nei “capisaldi” - la totale assenza di una riflessione critica rispetto alla straripante dose di “flessibilità” - che troppo spesso fa rima con “precarietà” - introdotta in Italia, nel corso degli ultimi anni, dai quattro governi di centrodestra.
A questo riguardo, di là dal merito delle ipotesi prospettate, non è assolutamente condivisibile la posizione secondo la quale, piuttosto che pretendere l’abrogazione di norme (apparentemente definite) inique e discriminanti - naturalmente, alludo a quelle relative ad alcuni aspetti del part time, del rapporto di lavoro a tempo determinato e, in particolare, al vero e proprio “supermarket” delle tipologie contrattuali rappresentate dal decreto legislativo 276/03 - sarebbe opportuno limitarsi a proporre di “riformare” l’esistente.
Nello specifico: l’idea di rendere incentivante il contratto a tempo indeterminato - attraverso misure fiscali e contributive che rendano meno oneroso il costo della stabilità rispetto a quello della precarietà - mi pare troppo semplicistica e, soprattutto, fuorviante.
In effetti, essa è direttamente riconducibile al (falso) principio secondo il quale ci si deve limitare a intervenire - per quanto possibile - compatibilmente all’attuale e immodificabile condizione di estrema flessibilità contrattuale.
A mio parere, si tratta - piuttosto - di ricondurre a norma “pre - Berlusconi” le controriforme operate rispetto alle tipologie contrattuali non riconducibili al rapporto di lavoro subordinato e a tempo indeterminato.
In questo senso, ad esempio, per quanto attiene al tempo determinato, contrariamente a quanto indicato nel documento del Pd - che prevede una generica restrizione della durata complessiva e delle causali - si tratta, invece, di pretendere il superamento delle attuali general - generiche causali di carattere tecnico - produttivo e ripristinare la (già ampia) casistica antecedente la riforma del 2001.

E’, invece, condivisibile l’introduzione di un compenso minimo - determinato con riferimento ai vigenti Ccnl di settore e di categoria - per coloro che prestano la propria opera in regime di contratti a progetto, con mansioni similari o, comunque, riconducibili a quelle del lavoro subordinato, piuttosto che, come previsto dalla vigente normativa, con riferimento ai compensi normalmente corrisposti per analoghe prestazioni di lavoro autonomo (art. 63, decreto legislativo 276/03). Criterio che ha fino ad oggi prodotto, oggettivamente, una vera e propria “ghettizzazione” dei lavoratori coinvolti.
Contemporaneamente, appare incomprensibile che la stessa ipotesi sia rivolta con riferimento ai lavoratori e alle lavoratrici attualmente escluse dall’applicazione dei Ccnl. A meno che non si sottintenda il ricorso al c.d. “salario minimo legale”, determinato attraverso una specifica norma di legge e rivolto a tutelare coloro ai quali non viene applicato alcun contratto collettivo.
In questo caso, si tratterebbe di una questione ben diversa, che meriterebbe una discussione “di merito” meglio articolata e rispetto alla quale, personalmente, nutro grandi perplessità; ma non è questa la sede per discutere di un provvedimento che, tra l’altro, è spesso evocato - a mio parere, in maniera impropria e strumentale - quale efficace strumento di lotta al “sommerso” e al “lavoro nero”.
Un altro punto poco convincente riguarda l’ipotesi di procedere all’integrazione delle pensioni delle future generazioni di lavoratori e lavoratrici attraverso una quota a carico della fiscalità generale.
A questo riguardo, a parte il fatto che appare molto improbabile riuscire a coniugare una quota supplementare a carico della fiscalità generale con l’incipit secondo il quale è indispensabile evitare ogni onere aggiuntivo per la finanza pubblica, sarebbe piuttosto opportuno prevedere un adeguamento a quelli del lavoro subordinato di tutti i costi fiscali e contributivi a carico delle aziende (e dei lavoratori), a prescindere dalla tipologia contrattuale sottoscritta.
In definitiva, il documento approvato dai vertici del Pd mostra, a mio parere, un’evidente carenza di elaborazione teorica. La sensazione è che al rischio di proposte concretamente alternative allo status quo, sia stata preferita un’opera di maquillage attraverso “correttivi” a una condizione ritenuta sostanzialmente irreversibile.
Personalmente, avrei preferito minori cautele e maggiore spregiudicatezza propositiva. In questo senso, ritengo - ad esempio - indifferibile una riforma dell’art. 2094 del c.c.
Sarebbe necessario, in estrema sintesi, pervenire alla definizione della figura del lavoratore “economicamente dipendente” che, libero dalla condicio sine qua non del lavoro subordinato, quale soggezione al potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore di lavoro, identifichi tante delle figure professionali - con annesse (diverse) tipologie contrattuali - oggi considerate (pseudo) autonome.
Naturalmente, è opportuno evidenziare che la suddetta ipotesi di riforma non è riconducibile alla nozione di “dipendenza economica” teorizzata da Ichino.

di Renato Fioretti
collaboratore redazionale di Lavoro e Salute

28 maggio 2010

Con una mano investono in armi e profilattici, con l’altra ci indicano la retta via…

I vizi privati del Vaticano

Mentre in Italia divampa la polemica sulla RU486, la pillola abortiva finalmente approvata anche nel nostro paese, una banca cattolica tedesca è stata trovata con le mani nella marmellata, costretta ad esprimere pubbliche scuse ai propri clienti dopo che è stato scoperto che aveva partecipazioni azionarie in società produttrici di anticoncezionali, tabacco e armi.
I dirigenti dell’istituto di credito che predicava investimenti etici ligi al cattolicesimo si sono scusati pubblicamente il che ha aumentato il mio disagio per la notizia.
La Chiesa cattolica assume da sempre di battersi strenuamente contro la guerra, sebbene io non gli abbia mai visto scomunicare un guerrafondaio di alcuna latitudine : ma c’é tempo, cosa sono 2.000 anni di fronte all’eternità?
Sicuramente si batte contro l’uso della pillola anticoncezionale, molto meno per la salute dei cittadini ( basti pensare all’AIDS ed al profilattico).
In questo contesto va letta la notizia del giornale Der Spiegel che ha scoperto che la banca tedesca Pax ha investito migliaia di euro in società che vanno contro la sua stessa etica.

In particolare, 580mila euro in azioni della “Bae Systems”, società inglese produttrice di armi, 160mila euro nella pillola contraccettiva Wyeth e 870mila euro in partecipazioni in società di tabacco.
La banca si è scusata per il comportamento “non conforme a standard etici”: difatti la Pax promuoveva gli investimenti in fondi etici, specialmente dichiarando l’esatto contrario ossia di evitare investimenti in società produttrici di armi e tabacco perchè non consoni a una organizzazione la cui azione è ispirata alla fede cattolica.

La Chiesa, peraltro, condanna la contraccezione dal 1968 e l’uso della pillola contraccettiva è considerata un “grave peccato“.
Un rappresentante della Pax Bank ha dichiarato che i loro errori verranno corretti immediatamente “senza alcuna conseguenza pregiudizievole per i nostri clienti, in quanto sfortunatamente tali investimenti sono sfuggiti ai controlli interni” e ha ringraziato il giornalista tedesco di Der Spiegel per aver sollevato la questione.
Questa del ringraziamento è stupefacente, della serie : grazie per averci aiutato a non peccare oltre, senza Der Spiegel chissà quanto avremmo peccato ancora, non riuscivamo a resistere, meno male che ci siete voi giornalisti.

Ma che faccie di tolla, dite voi su al nord…
http://it.peacereporter.net/articolo/17028/Banca+cattolica+investe+in+armi%2C+anticoncezionali+e+tabacco

Da una parte si condannano le donne che usano la contraccezione, dall’altra si guadagna quando le donne la usano.
Chissà che ne pensano i poveri frati comboniani (Zanotelli in testa) che da anni hanno in piedi una grossa campagna contro le banche finanziatrici del traffico d’armi…
Del resto la storia cinica della chiesa è lunga secoli e passa di recente attraverso le figure di Marcinkus e lo Ior.
Dando una occhiata al sito, risulta esserci anche una filiale a Roma dal 2001. E c’e’ anche “Pax Portfolio”, gestione patrimoniale per le istituzioni della Chiesa” a “condizioni favorevoli””

“La Pax-Bank offre ad associazioni, fondazioni e investitori istituzionali una gestione patrimoniale a prezzi vantaggiosi. Possiamo costituire per Voi un deposito con delega già a partire da 250.000 Euro. Le linee guida della politica di investimento, preventivamente stabilite in un colloquio introduttivo con il Cliente, costituiranno i criteri fondamentali in base ai quali i nostri esperti prenderanno tutte le decisioni strategiche riguardanti gli investimenti.”
Molto istruttive le parole spese nella parte concernente “Perche’ Pax-Bank”?

3. Valori cattolici:
Per l’impiego del suo patrimonio la Chiesa ha bisogno di risultati eccellenti che, tuttavia, non devono intaccare i suoi alti principi etici. Dal 1917 la Pax-Bank realizza l’equilibrio tra rendita e ideali cristiani attraverso la sua cultura particolare: limitando la propria clientela alle istituzioni cattoliche e indirizzando coerentemente gli obiettivi dell’attività e i prodotti ai principi cristiani. Il patrimonio affidatoci viene pertanto impiegato esclusivamente come da intendimenti della Chiesa cattolica – in piena responsabilità e trasparenza. E’ escluso l’impiego di capitale che leda i principi cristiani. Lo garantiamo con il nostro nome.

6. Sicurezza e discrezione:
La Pax-Bank offre la sicurezza di una banca che sottostà alla vigilanza della autorità. In ottemperanza al segreto bancario vigente in Germania, la Pax-Bank offre, inoltre, discrezione assoluta nei rapporti con la Clientela.

8. Benefici fiscali in Germania:
Le istituzioni estere che depositino il proprio denaro presso la Pax-Bank attraverso un soggetto di diritto ecclesiastico tedesco godono dei singolari privilegi fiscali tedeschi: interessi e dividendi vengono accreditati senza essere soggetti a detrazioni fiscali.

9. Indipendenza:
La Pax-Bank è parte della rete cattolica. Fondata da sacerdoti cattolici, la Pax-Bank è oggi proprietà di numerose istituzioni ecclesiastiche, per esempio vescovadi, parrocchie e congreghe. In questo modo i suoi clienti approfittano dei vantaggi di una banca specializzata per quanto riguarda la chiesa, ma che tuttavia agisce indipendentemente dagli interessi dei singoli. A proposito: a seconda del volume conseguito, ogni istituzione cattolica può diventare comproprietaria (socio in cooperativa) della Pax-Bank.

12. Tutte le strade portano a Roma:
Attraverso l’Ufficio di Roma dalla Pax-Bank è possibile un incontro personale e diretto anche con i clienti che vivono fuori della Germania – in fondo, Roma è il cuore della chiesa cattolica!

Rosellina970
http://laconoscenzarendeliberiblog.wordpress.com

24 maggio 2010

Sono cresciute del 61 per cento in un anno le esportazioni di armamenti italiani, coperte dai grandi gruppi bancari.

Banche sempre più armate

E’ salito al vertice della delle “banche armate” – ovvero gli istituti di credito che forniscono servizi finanziari alle industrie armiere ottenendo notevoli compensi di intermediazione – il gruppo UBI Banca [Unione Banche Italiane], nel cui Consiglio di Sorveglianza siede, non a caso, Pietro Gussalli Beretta, vicepresidente di Beretta Holding Spa, la principale azienda italiana, e una delle prime al mondo, produttrice di armi leggere: con 1 miliardo e 231 milioni di euro UBI Banca è il gruppo che – soprattutto con il Banco di Brescia e per una piccola quota con il Banco di San Giorgio – nel corso dell’anno 2009 ha movimentato più soldi per conto delle industrie italiane che hanno esportato armi all’estero. Nel 2008 l’impegno di Ubi Banca era inferiore ai 250 milioni.
“La nostra policy – spiega ad Adista Damiano Carrara, responsabile Corporate Social Responsibility di UBI Banca – non è volta ad azzerare l’impegno del gruppo nei confronti del settore che anzi consideriamo importante per la difesa dell’ordine pubblico interno e internazionale secondo i principi della Costituzione italiana, ma a regolare gli interventi secondo criteri di valutazione delle singole operazioni oggettivi e trasparenti, condivisi con varie organizzazioni sociali attente a questi temi”. “Tutte le transazioni sono state effettuate nel pieno e rigoroso rispetto di tale codice di comportamento: il 97 per cento degli importi autorizzati riguarda Paesi dell’Unione Europea, come si può leggere anche nel Bilancio sociale consultabile sul sito, e ha come oggetto la fornitura di componenti, ricambi e manutenzioni per aeromobili e di aeromobili non armati. Inoltre sono state declinate operazioni per un importo complessivo di 7,1 milioni di euro, in quanto dirette verso Paesi non ammessi dalla policy”.
Principi e informazioni che tuttavia non possono più essere verificate, come spiega Giorgio Beretta, analista della Rete Italiana Disarmo e per anni animatore della Campagna di pressione alle “banche armate” promossa dalle riviste Missione Oggi, Nigrizia e Mosaico di Pace: “Da quando, tre anni fa, il Governo ha eliminato dalla Relazione sull’import-export di armi il lungo e dettagliato elenco delle singole operazioni effettuate dagli istituti di credito, è impossibile giudicare l’operato delle singole banche. Nessuno mette in dubbio il resoconto delle banche, nel caso di UBI anche abbastanza dettagliato, ma senza quell’elenco le loro affermazioni mancano del riscontro ufficiale che solo la Relazione può fornire”.
La Relazione del governo – pubblicata circa due mesi dopo la divulgazione di un più sintetico Rapporto che ha evidenziato il grande aumento [più 61 per cento] delle esportazioni di armi italiane nel mondo soprattutto verso Paesi extra Unione Europea e Nato – segnala che nel 2009 sono state autorizzate 1.628 transazioni bancarie per un totale di oltre 4 miliardi di euro, a cui va aggiunto poco più di 1miliardo e 700 milioni per “programmi intergovernativi” di riarmo [cioè i grandi sistemi d’arma costruiti in collaborazione con altri Paesi, come ad esempio il cacciabombardiere Joint Strike Fighter per cui l’Italia spenderà almeno 13 miliardi nei prossimi anni].
Dopo UBI Banca, sempre per quanto riguarda il capitolo esportazioni, la seconda “banca armata” è la tedesca Deutsche Bank con 913 milioni di euro, seguita dal gruppo italo-francese BNL-BNP Paribas che ha movimentato 904 milioni di euro, e che è anche la banca convenzionata con l’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile.
“Il recente crescente attivismo della banca tedesca nel settore – nel 2004 realizzava operazioni per soli 700mila euro – e soprattutto la totale mancanza di direttive pubbliche per quanto riguarda il settore dell’industria militare e dell’export armiero fanno oggi della Deutsche Bank uno dei principali attori in questo particolare business”, commenta Beretta. “Vien da chiedersi cosa intenda quando sul proprio sito la banca afferma che ‘per Deutsche Bank la Responsabilità Sociale d’Impresa non è un’opportunità per fare beneficenza, ma un investimento nella società e nel proprio futuro’. Se l’investimento è fatto coi proventi dell’export militare, il futuro lo vedo… plumbeo”.
E per Beretta “stupisce anche il crescente volume d’affari nel settore da parte di BNP Paribas: dai poco più di 300 mila euro del 2002 si passa agli oltre 804 milioni di euro del 2009 autorizzati a Bnp Paribas Succursale Italia”, ovvero BNL. “Il Codice Etico della BNL – aggiunge Beretta – limiterebbe l’operatività della banca nell’export di armi ai soli Paesi della Nato e dell’Ue. Inoltre, stando al principio secondo cui il Gruppo Bnp Paribas adotterebbe nei vari Paesi lo ‘standard più elevato’ in materia di responsabilità sociale, tale limitazione dovrebbe applicarsi anche alla sua filiale italiana. Ma né nei bilanci sociali della BNL e ancor meno in quelli del BNP Paribas si rintraccia una cifra o un Paese verso cui le due banche hanno svolto operazioni di armi”.
Questi tre gruppi bancari, da soli, coprono i tre quarti del mercato finanziario relativo alle esportazioni. Seguono circa 20 banche, sia italiane che estere, con importi assai inferiori. Fra gli istituti italiani si notano il gruppo Intesa San Paolo con 186 milioni [a cui però andrebbero aggiunti anche i 47 milioni della Cassa di Risparmio di La Spezia, facente parte dello stesso gruppo] e Unicredit con 146 milioni. A seguire Cassa di Risparmio di Genova e Imperia [23 milioni], Banca Popolare Commercio e Industria [15 milioni], Banca Antonveneta [quasi 9 milioni] e poi Banca Popolare dell’Emilia Romagna, Banca Valsabbina, Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, Credicoop di Cernusco sul Naviglio e Banca Popolare di Milano con importi intorno ai 5 milioni di euro ciascuno.
Se dalle esportazioni si passa a considerare i “programmi intergovernativi”, i primi due posti sono saldamente occupati da Intesa San Paolo [806 milioni] e Unicredit [702 milioni], leader incontrastati di questo settore – nonché banche di riferimento per le attività della Conferenza Episcopale Italiana e della Caritas Italiana [v. Adista n. 5/10] – che da anni fanno pubbliche e solenni dichiarazioni di disimpegno dal sostegno alle industrie armiere e puntualmente si ritrovano in vetta alla classifica.
“Nel caso delle esportazioni definitive, dove comunque si ha una diminuzione del 12 per cento rispetto allo scorso anno, si tratta di transazioni relative a operazioni avviate prima dell’entrata in vigore del nostro codice di comportamento, esteso progressivamente alle banche entrate negli anni nel Gruppo Intesa Sanpaolo” spiega ad Adista Valter Serrentino, responsabile dell’Unità Corporate Social Responsibility di Intesa San Paolo. “Inoltre aggiungo che la principale operazione supportata, che rappresenta oltre il 60 per cento dell’importo totale delle autorizzazioni, è relativa alla fornitura di 3 navi cacciamine alla Marina Militare finlandese. Le operazioni relative ai programmi intergovernativi invece si riferiscono ad accordi pluriennali, anch’essi stipulati prima dell’entrata in vigore del codice di comportamento, che manifesteranno i loro effetti nei nostri bilanci anche per i prossimi anni. Crediamo quindi di aver mantenuto coerentemente gli impegni che abbiamo preso nei confronti sia dei nostri clienti, sia della società civile”.
“Se non è ingiustificata la sottolineatura da parte degli istituti di credito che questi programmi intergovernativi per la loro specificità ineriscono la stessa politica di difesa dell’Italia – replica Beretta – ciò dovrebbe attivare la società civile in maniera ancor più decisa nel chiedere conto innanzitutto al Governo della sensatezza delle spese per questi sistemi militari che, oltre che incredibilmente dispendiosi, hanno anche una chiara propensione offensiva, come nel caso del programma per il Joint Strike Fighter”.

http://www.adistaonline.it/

La borghesia industriale e finanziaria sostiene di fatto le politche antipopolari del governo. In testa, come sempre, il loro altoparlante più potente

"SIAMO SPIACENTI DI COMUNICARE CHE LO STATO SOCIALE È ESAURITO"

Dopo il 9 maggio, giorno in cui il Consiglio Europeo ha varato la nuova linea di rigore sui conti pubblici (con il controllo preventivo di Bruxelles sui bilanci nazionali), l'attacco del sistema (dis)informativo al modello sociale europeo (o a quel che ne resta) si è fatto virulento. Giornali e televisioni ci ripetono ossessivamente che, se non vogliamo far la fine della Grecia, dobbiamo metterci in riga, sistemare i conti, ridurre gli sprechi, ecc. Il governo italiano si sta allineando con la nuova manovra che prevede ampi tagli a diversi capitoli della spesa sociale, per quanto Tremonti abbia voluto rassicurare che non intende per adesso toccare le pensioni. Ma la pressione di buona parte dei mass-media è spaventosa.
In Italia si è distinto in questi giorni il "Corriere della sera", con un articolo di fondo di Piero Ostellino che prevede la fine dell'"eccezione europea, il modello sociale più generoso del pianeta", travolto dalla crisi degli stati. Una fine che, però - lamenta il giornalista - non avviene senza contrasti: "Lo Stato sociale moderno è oggetto di statolatria. L'attributo "sociale" è il distintivo residuale delle politiche "progressiste" del Novecento (...) che si sono rivelate, invece, "regressive". L'"alibi sociale" ha giustificato l'ipertrofia e l'autoreferenzialità burocratiche dello Stato moderno, il quale produce "plusvalore politico" per chi ne detiene il potere con l'eccesso di spesa pubblica e di tassazione".
E oggi che sarebbe di vitale importanza ridimensionarlo decisamente, ci si trova di fronte a
forti resistenze, perché "dal moderno Stato sociale traggono profitto il capitalismo assistito, le corporazioni, i sindacati, tutte le forme di collettivismo, riconosciute e sovvenzionate dalla mano pubblica, e che hanno tutto da guadagnare dallo status quo" [Piero Ostellino, Stato sociale. Dieta forzata, "Corriere della sera", 17 maggio 2010, p. 1]. A fare le spese di questa situazione è sempre l'"Individuo" (proprio così, con la "I" maiuscola), violentemente intruppato in sindacati e corporazioni che difendono i pigri e gli indolenti, e "le aziende che operano sul mercato" (Ostellino potrà almeno consolarsi alla notizia che, se tutto va bene, grazie al nostro governo l'Individuo potrà presto essere licenziato "a voce"...).
L'articolo ha giustamente destato lo scandalo di Valentino Parlato [Ostellino l'estremista, "il manifesto", 18 maggio 2010, p. 1 e 10] che vi ha letto un appello alla condanna a morte del welfare state e ha chiesto a Ferruccio De Bortoli come gli sia sfuggita una simile "stravaganza" sul suo giornale. Purtroppo non gli era sfuggita, e non di stravaganza si trattava, ma di precisa e meditata linea politica: bastava, il giorno dopo, prendere in mano ancora il blasonato quotidiano milanese per trovare un nuovo articolo di fondo di tenore analogo, questa volta a firma di Angelo Panebianco [La fine del socialismo della spesa, "Corriere della sera", 18 maggio 2010, p. 1 e 46].
Muovendo nel solco dell'articolo del giorno prima, Panebianco auspica che al restringersi del
welfare corrisponda una estinzione delle forze socialiste e pro-welfare ("il socialismo, in tutte le sue sfumature e varianti", tanto per esser chiari), per il venir meno di ogni credibilità riformistica. Parole chiare, senz'altro, e anche una analisi abbastanza corretta di quanto già accade da tempo, visto che la socialdemocrazia europea altro non fa da due decenni che applicare politiche liberiste. Ma a Panebianco non basta, vuole la "soluzione finale", vuole fare piazza pulita di tutto ciò che sappia di "socialismo", parola che egli usa con la stessa disinvoltura di Sarah Palin.
Nello stesso giornale, nelle pagine interne, il lettore poteva poi scoprire le ragioni essenziali della
crisi greca: l'eccessiva spesa pensionistica. In questo paese infatti - ci informa un articolo a p. 6 - il tasso di sostituzione lordo (cioè il rapporto tra l'importo della pensione e l'ultima retribuzione percepita) era fino a ieri addirittura del 95,7%, quando la media dei paesi OCSE è intorno al 59%.
Dunque è chiaro: la Grecia viveva al di sopra delle proprie possibilità, ha voluto largheggiare, accontentando quegli indolenti e baffuti panzoni che ciondolano per le assolate vie di Atene, ed ecco il risultato. E ovviamente questo lo si dice a Grecia, perché Italia intenda (anche qui - si sottolinea - per quanto molto più basso, il tasso di sostituzione resta sopra la media OCSE).
Quelli citati sono solo alcuni esempi, scelti tra i più virulenti, della campagna in atto in questi giorni, ma basta guardarsi in giro per trovarne innumerevoli altri. Si tratta della solita pappa liberista, certo, l'unica che il ceto politico europeo sa cucinare e soprattutto somministrare a viva forza; una "cura" che, producendo più precarietà, deflazione salariale e povertà, sarà capace solo di aggravare il male, come hanno ben argomentato sul numero 192 di "Lavori in corso" (http://www.puntorosso.it/ – ndr) Luigi Vinci e Mimmo Porcaro.
C'era da aspettarselo che si sarebbe tornati presto al liberismo sfrenato e sfacciato, dopo le
timidezze e l'apparente moderazione dei due anni passati. In effetti, l'esplodere della crisi, tra settembre e ottobre 2008, aveva messo provvisoriamente la sordina alla retorica neoliberista delle classi dirigenti europee; anzi, si era assistito a grandi e roboanti polemiche contro le banche, la speculazione e gli eccessi finanziari anche da pulpiti impensabili (da Sarkozy a Tremonti, fino a Gordon Brown). Si era ricominciato a parlare pubblicamente di intervento statale e anche di keynesismo.
I più ottimisti tra noi si spinsero a sostenere che era finito un mondo, che la crisi del liberismo
era definitiva, ecc., perfino che era caduto un nuovo Muro di Berlino, quello del capitalismo.
Non era così, purtroppo e chi lo aveva sospettato subito ha commesso peccato - secondo il celebre adagio di Andreotti - ma ci ha azzeccato. In assenza di una soggettività antisistemica capace di pesare nella politica e nella società (e nell'immaginario), infatti, le élites capitalistiche al comando dell'Europa possono stare tranquille di non perdere il consenso (che al limite, come rileva giustamente Panebianco e come si vede dai risultati delle scorse elezioni europee, si sposta dalle socialdemocrazie verso le forze della destra xenofoba e "euroscettica") pur continuando in una linea che dovrebbe apparire a qualunque giudizio razionale totalmente suicida.
Nel suo ultimo libro, Shock economy [Milano, Rizzoli, 2007], Naomi Klein ha richiamato l'attenzione su una circostanza che ha spesso accompagnato l'applicazione delle politiche neoliberiste in varie parti del mondo: l'uso delle situazioni di crisi o dei disastri (sia in senso metaforico che letterale - memorabile il capitolo in cui la Klein prende in esame quanto accaduto in USA dopo l'uragano Katrina) per renderle accettabili alle popolazioni interessate come "terapie d'emergenza", sfruttando lo stato di disorientamento e paura dilagante. Ora, si può discutere se questa osservazione possa assurgere a teoria generale come la sua autrice vorrebbe, se non sottovaluti - come credo - il carattere consensuale che la "mercatizzazione" del mondo ha avuto e ha tuttora; ma è certo che qualcosa di simile oggi sta avvenendo sotto i nostri occhi: in effetti, dopo decenni di cura liberista progressiva (e i suoi sostenitori talvolta dicono "omeopatica"), e portata avanti con forme varie di accordo sociale, il tentativo è oggi quello di dare la spallata finale al modello sociale europeo. Con la scusa dell'imminente disastro, appunto.

di Toni Muzzioli
(21 maggio)

22 maggio 2010

I provvedimenti riguardanti l'immigrazione sono folli. Il soggiorno a punti è solo l'ultima sadica e scriteriata invenzione di un potere xenofobo

Permesso di soggiorno a punti: approvata l'ultima follia xenofoba

Qualcuno spieghi in base a quale criterio il migrante può essere punito in misura gravissima (l'espulsione lo condurrà in un Paese da cui è già fuggito, quasi sempre a causa di un'emergenza umanitaria; contemporaneamente, i suoi familiari resteranno soli in Italia, esposti a qualsiasi pericolo) in base a un regolamento che non dovrebbe avere valore giuridico? Per punire le colpe ci sono già le leggi dello Stato e i tribunali: togliere ulteriori "punti-vita" diventa una condanna la cui natura sfugge al buon senso, una condanna senza diritto alla difesa e senza giudice

E' stato approvato al Consiglio dei Ministri il "permesso di soggiorno a punti". Con i "punti" da assegnare e togliere agli immigrati, come facevano alcuni negrieri con gli schiavi delle piantagioni di cotone, l'Italia tocca il fondo della xenofobia. La scusa per emanare tale aborto è stata: "E' uno strumento che esiste già in Canada". Non è vero, perché il soggiorno a punti canadese, elaborato dal team del ministro per l'Immigrazione Jason Kenney dopo aver ascoltato le opinioni di tutte le ong e degli specialisti nei fenomeni dell'immigrazione e della convivenza fra etnie ospitanti e migranti, è un sistema che aiuta l'immigrato a inserirsi positivamente presso la comunità ospitante, apprendendone le leggi, le usanze, la Storia, la cultura e le caratteristiche. Il welfare canadese funziona come un orologio e chi entra nello Stato si trova davanti un percorso che lo può condurre a una piena integrazione e anche a raggiungere posizioni di grande prestigio e responsabilità. Chi invece fa fatica a comprendere il nuovo tessuto sociale, viene seguito e sostenuto; in particolare i bambini e l'uinità dela famiglia sono in cima al novero delle attenzioni da parte delle Istituzioni.

In Italia avviene il contrario e manca completamente un sistema di welfare, sostituito dalla demagogia intollerante, come se i programmi di integrazione togliessero qualcosa alla cittadinanza. Il percorso a punti diventa quindi un micidiale calvario e a ogni "stazione" il migrante si trova a temere di perdere ogni diritto. Qui da noi tutto è ostile, per lo straniero. Mentre una Direttiva europea fissa a dieci anni il periodo massimo di permanenza in uno Stato per ottenere la cittadinanza, per esempio, da noi i dieci anni devono essere di residenza e le autorità controllano che tale periodo sia trascorso esaminando i certificati storici di residenza, senza tenere conto che per uno straniero, specie se povero, è quasi impossibile avere sempre casa con regolare contratto, lavoro con regolare assunzione, tessera sanitaria ecc. Ma anche nel caso miracoloso che i dieci anni siano dimostrabili, dal momento della domanda, che si può presentare solo allo scadere del decimo anno di residenza, all'accettazione della stessa passano altri quattro anni. Se si considera che durante il primo anno di permanenza nessuno ottiene la residenza, occorrono minimo 15 anni, in Italia e da nessun altra parte nel mondo, per avere la cittadinanza.
Per non parlare del permesso di soggiorno, il cui rinnovo è sempre una tappa tragica per l'immigrato. Basta perdere il lavoro o non riuscire a trovare casa con affitto regolare (per gli stranieri l'abitabilità è quasi una chimera e i requisiti richiesti scoraggiano i proprietari dall'affittare loro gli appartamenti) per diventare in un amen "clandestini" e quindi, in basa alla Legge 194, criminali, soggetti a retate, arresto, detenzione fino a sei mesi nei Cie (carceri-lager per immigrati) ed espulsione.

Ma torniamo ai "punti", che in Italia sono veri e propri "punti-vita", come nei giochi di ruolo e nei videogame. Qualcuno spieghi in base a quale criterio il migrante può essere punito in misura gravissima (l'espulsione lo condurrà in un Paese da cui è già fuggito, quasi sempre a causa di un'emergenza umanitaria; contemporaneamente, i suoi familiari resteranno soli in Italia, esposti a qualsiasi pericolo) in base a un regolamento che non dovrebbe avere valore giuridico? Per punire le colpe ci sono già le leggi dello Stato e i tribunali: togliere ulteriori "punti-vita" diventa una condanna la cui natura sfugge al buon senso, una condanna senza diritto alla difesa e senza giudice. Inoltre, mettere nelle mani di insegnanti di lingue (magari leghisti), vigili urbani, forza pubblica e chissà chi altri il destino di uomini, donne e bambini è una grave violazione della Costituzione e delle Carte sui diritti fondamentali.

Ma vi è una cosa che va ripetuta e sottolineata mille volte: chi viene punito fino a ritrovarsi a zero punti, viene espulso e il provvedimento colpisce anche i figli (che restano senza sostegno o sono costretti a tornare in Paesi dove esiste crisi), la moglie (o il marito), le persone per cui lo straniero lavora (si pensi a una badante). Quando mogli e figli restano in Italia da soli, rimangono loro la prostituzione o la schiavitù per sopravvivere. A questo proposito, i casi di donne costrette a "prestazioni speciali" in cambio di assunzione (o di una casa con regolare contratto di affitto) sono ormai la regola, visto che il permesso di soggiorno è diventato vitale.

La legislazione e i provvedimenti riguardanti l'immigrazione in Italia sono folli. Il soggiorno a punti è solo l'ultima sadica e scriteriata invenzione di un potere xenofobo, dettato nelle sue linee da puro odio razziale e da cancellare, prima che qualcuno, irresponsabilmente, lo prenda a modello fuori dall'Italia. La legge 194 sull'immigrazione sta producendo a propria volta effetti devastanti; persone lungosoggiornanti -protette da una Direttiva europea contro la discriminazione - vengono imprigionate nei terribili Cie ed espulse se perdono il permesso di soggiorno, magari dopo vent'anni che vivono qui (è successo). Certo, un giorno l'Italia si vergognerà di ciò che ora accade, ma sarebbe tempo di vergognarsi e fare qualcosa adesso, avvalendosi, per creare leggi giuste e rispettose della dignità e della vita di tutti, del patrimonio di esperienza di cui dispongono gli specialisti nel campo dei Diritti Umani, gli studiosi dell'immigrazione, del razzismo e dei fenomeni persecutori, nonché gli operatori umanitari.

Alfred Breitman
21 maggio 2010
http://www.aprileonline.info/

I militari italiani sono morti per niente, cioè sono morti per aumentare i valori dei titoli di aziende militari come la Fincantieri

Morire in Afghanistan
per la Fincantieri

I due militari italiani caduti in Afghanistan lo scorso 17 maggio sono morti per la Fincantieri. Chiaro, non sono morti soltanto per la Fincantieri, sono morti anche per l’Alenia, Fiat Avio, l’Agusta-Westland e tante altre aziende nell’arcobaleno della produzione militare italiana legata a doppio filo all’industria militare USA. Ma in sintesi possiamo dire che sono morti per la Fincantieri. Grazie al loro sacrificio, e al sacrificio di migliaia di civili afghani schiacciati da bombe USA e dei loro alleati durante feste di matrimonio, fucilati mentre dormivano da pattuglie delle forze speciali, mitragliati nelle loro macchine perché si sono avvicinati troppo a convogli delle truppe occupanti, aziende come la Fincantieri possono continuare a godere di contratti USA. Ad esempio di quello per l’assemblaggio di una parte del caccia stealth F-35, assemblato a Cameri vicino Novara al costo proiettato di più di 1028 milioni di dollari, prodotto dalla Fincantieri assieme al suo partner USA la Lockheed Martin, o di contratti come quello per la Nave di Combattimento Litorale, prodotta dai cantieri USA Manitowoc Marine acquistati nel 2008 dalla Fincantieri con il beneplacito sempre della Lockheed Martin, azienda che ancora sotto Obama rimane la maggiore nella produzione militare statunitense, grazie alla quale la nostra Fincantieri ha aperto più di 50 sedi negli USA. Gli amministratori delegati di aziende come la Fincantieri dovrebbero mandare lettere di condoglianze ai familiari dei caduti, ringraziandoli per il loro contributo.

Quei militari e quei civili non sono morti per la democrazia e il buongoverno. Il maggiore fattore che oggi in Afghanistan contribuisce alla ricrescita del sostegno per i Talebani è la corruzione del governo di Karzai e i suoi alleati tra i signori della guerra locali. In un sondaggio recente condotto dalle stesse forze armate USA e riportato sul sito di "Peacereporter", la popolazione afghana dichiara che ha più paura della polizia di Karzai, e in particolare quelli del fratello di Karzai, coinvolto a piene mani nel traffico di droga, che degli ordigni improvvisati dei Talebani.

I militari non sono morti per arginare l’influenza dei "terroristi". Ormai quei sondaggi, nella provincia di Kandahar, indicano che il 90% della popolazione si oppone all’offensiva militare che USA e alleati italiani scateneranno intorno a Kandahar da giugno in poi. L’80% della popolazione di quella zona, secondo lo stesso sondaggio, considera i Talebani "fratelli". Da quando i militari italiani sono arrivati in Afghanistan, nel 2003, la guerra afghana si è trasformata in ciò che le forze USA chiamano la guerra "Af-Pak", cioè Afghanistan e Pakistan. Anziché contenerlo, i militari hanno diffuso il conflitto, in zone oltreconfine come la valle di Swat dove i loro velivoli senza pilota Predator e Global Hawk, come gli esemplari che hanno base a Sigonella in Sicilia, sparano missili Hellfire che abbattono interi palazzi e uccidono più civili che combattenti. In tal modo la guerra in Afghanistan minaccia sta destabilizzando anche Pakistan.

I militari italiani non sono morti per una missione di pace, come sostiene il ministro Frattini. I due italiani sono morti a meno di 24 ore di distanza da cinque soldati USA, ossia sono considerati come parte della stessa forza nemica. Infatti, dal 2006 in poi, i militari italiani che partecipano in Afghanistan sono sempre più integrati nelle operazioni offensive, assieme ai loro mezzi come i carrarmati Dado, gli elicotteri di attacco Angusta e i bombardieri Tornado, in operazioni militari comandati dagli USA. Inseguito alla morte di alcuni soldati spagnoli due mesi fa, un giornalista di "El Pais" è riuscito a parlare con il capo dei Talebani che ha organizzato l’attentato, il quale ha spiegato che ormai i militari di nazioni come la Spagna e l’Italia sono considerati come un tutt’uno con gli americani.

Ma forse il rospo più difficile da ingoiare per il governo è che in tutta probabilità questi ultimi due militari italiani, come i 22 in totale morti finora in Afghanistan, non hanno perso la vita per raggiungere un obiettivo militare, perché secondo molti indicatori la guerra si perderà, nonostante il fervore retorico del Ministro La Russa, secondo il quale il controllo della situazione aumenta.

James Circiello, attivista contro la guerra che nel 2007 si è rifiutato di lasciarsi inviare nello stesso Afghanistan e ha saggiamente disertato dalla 173esima brigata aviotrasportata con base a Vicenza, afferma che in queste ultime settimane i soldati USA e quelli della sua ex brigata, sono stati ritirati dalla Valle del Korengal in Afghanistan. La suddetta Valle del Korengal era diventata ormai impossibile da tenere nonostante la perdita di vita di dozzine di militari e la perdita del senno di tanti dei sopravissuti, già diventati consumatori costanti di farmaci antidepressivi durante la loro missione come afferma il “New York Times”.

Phil Rushton
Attac Napoli
21 Maggio 2010

21 maggio 2010

Nasconde il livore verso i magistrati travestendosi da cacciatore di ladri

Berlusconi trema come Dreyfus nella Pantera Rosa

In questi tempi calamitosi in cui tutti i governi d’Europa si affannano a cercare soluzioni che salvino l’euro dalla offensiva della speculazione, in cui si dovranno trovare le soluzioni meno affliggenti per gli italiani e dove la impopolarità dei tagli si scontrerà con le notizie emergenti sugli approfittatori di regime, l’unica legge cui è assicurata una corsia prioritaria non è quella (pur fumosa e inconcludente) contro la corruzione, ma sempre quella sulle intercettazioni.

I neuroni del Ministro Alfano scorrazzano tutta la notte negli ampi spazi loro assegnati dalla natura per trovare una soluzione che possa soddisfare il capo. Lividi pensieri si affollano tumultuosamente trasportando giudici lugubremente togati che lo circondano in un sabba infernale e poi lo crocifiggono con chiodi che formano la scritta “Giustizia”. Vede Berlusconi, con l’occhio abitualmente socchiuso che ha cominciato a tremare come quello del commissario Dreyfus nella Pantera Rosa, che lo minaccia con furore prima di mozzarsi il pollice con il tagliasigari.

Per fortuna gli incubi cesseranno per lui perché è arrivato l’ordine di discutere la legge in sedute notturne, ma cominceranno per noi. Nessuno nell’opposizione pare avere il carisma per chiamare a raccolta il popolo italiano contro questo scempio, dove viene idolatrata una privacy che pare figlia naturale dell’omertà. Lo stesso Fini, che aveva osato alzare un dito, pare schiacciato da un handicap: dopo i processi Mills e All Iberian, si è improvvisamente reso conto, con sconcerto e rammarico, di essere stato sdoganato da un contrabbandiere.

Perché da noi sembra che il carisma sia tutto e che chi non ce l’ha se lo debba inventare. La Chiesa ha capito da millenni la necessità di travestimenti, di paramenti e di effetti speciali per poter meglio esercitare la sua influenza sul gregge dei fedeli. Vi siete mai chiesti perché i papi si presentano sempre sotto falso nome? Prendiamo l’ultimo.

Lui ha il suo nome vero, che è anche bello: Joseph Ratzinger (sembra una raffica di mitra). Invece si fa chiamare Benedetto. Questo è il vero potere. Pensate se Andreotti avesse potuto chiamarsi Cupola III, o D’Alema Unipol II, quali sfracelli avrebbero potuto fare. Perfino Berlusconi, anche se ogni tanto si paragona a Napoleone o a Gesù Cristo, si è dovuto rassegnare a farsi chiamare con il comunissimo nome di Silvio.

Ma è possibile che, in mancanza di personaggi carismatici, questo popolo che ha saputo nel passato reagire a momenti più difficili non trovi in sé stesso la forza di reagire e si affidi sempre a qualcun altro, scaricando le proprie responsabilità e auto-assolvendosi da tutto? Ogni fiocco di neve- diceva Voltaire- non si ritiene responsabile della valanga, eppure tutti concorrono a formarla.

Abbiamo apripista volenterosi e prestigiosi che possono dare una scossa: seguiamo le 100 mila firme di Rodotà e non rassegniamoci a pensare che faranno la stessa fine dei 100 costituzionalisti che tentarono di spiegare al Capo dello Stato che il lodo Alfano era incostituzionale. E speriamo che Napolitano non voglia passare alla Storia, come fanno i papi, sotto il nome di Firmino II (il primo essendo ovviamente Ciampi per i meriti acquisiti dalla legge sulle rogatorie in poi).

Io mi auguro che Napolitano, che ha tanti meriti, venga ricordato in futuro come Padre della Patria. Ma se dovesse firmare anche questa legge consentite, almeno a me, di chiamarlo soltanto Zio.

di Norberto Lenzi
20-05-2010
http://domani.arcoiris.tv

I crimini di Bush e Cheney nell'Affaire Wilson-Plame. Unico film Usa in Concorso al Festival di Cannes

Fair game: tante bugie per fare una guerra

Ogni riferimento a fatti accaduti o persone è assolutamente voluto. Potrebbe iniziare così Fair Game , unico film statunitense in Concorso al 63esimo festival di Cannes. Perché la storia dei coniugi Wilson, lui ex-ambasciatore americano, lei agente Cia sotto copertura, è tratta da una delle pagine più losche del governatorato Bush-Cheney post 11 settembre 2001. Qualcuno ricorderà della squallida vendetta perpetrata ai danni di mister Joe Wilson, un onorevole passato da diplomatico ed ambasciatore in Africa per oltre trent'anni. Nel luglio del 2003, quando già le armate americane avevano messo a ferro e fuoco l'Iraq ed erano entrate a Bagdad, Wilson fa pubblicare sul New York Times l'articolo "Cosa non ho trovato in Africa". Riga dopo riga, l'analisi della sua missione in Niger targata CIA, per capire se Saddam avesse acquistato uranio nel paese africano per riattivare il riarmo nucleare dell'Iraq. Le conclusioni di Wilson sono negative: io là non ho trovato nessuna prova. Bush e Cheney, in piena cavalcata delle walkirie irachena, attraverso il galoppino Scooter Libby, fanno contropubblicare un articolo dove mettono al corrente mezzo mondo che la moglie di Wilson, Valerie Plame, non è quella tranquilla impiegata di banca che dice di essere, ma un'agente della Cia. Apriti cielo. Il colpo è bassissimo. Uno sputtanamento professionale e personale di dimensioni cosmiche. La povera Plame viene allontanata dal suo, oltretutto, rischiosissimo incarico di agente segreto spesso in missione in delicate aree del globo come l'Iraq. Mentre Wilson viene tacciato di essere un sovversivo antipatriota. Fino a quando le menzogne del governo Bush saltano per aria e Libby finisce sotto processo.
Liman e gli sceneggiatori, Jez e John-Henry Butterworth, incentrano il film in direzione di questo sottile crinale che separa lo scenario pubblico da quello privato, un piano inclinato difficile da tenere sotto controllo quando in gioco ci sono gli affari sporchi di criminali internazionali come l'amministrazione Bush. Fair game inizia subito con l'esposizione al rischio della Plame (una eccellente Naomi Watts) in una sinistra Kuala Lumpur. Poi i titoli di testa che pompano a mille all'ora le immagini di allerta e alto rischio propugnate alla tv dal presidente. Gli Stati Uniti dell'era Bush erano questo. Gli Wilson ne conoscevano parecchi retroscena, ma comunicarlo agli amici dubbiosi (sono un paio le sequenze significative dove ci si confronta a tavola durante la cena) avrebbe messo a rischio la sicurezza nazionale e familiare. Certo il cinema di Liman, targato Warner Bros, non tende a ricreare le atmosfere di mistero cospirazionista della New Hollywood anni '70 (eccetto l'omaggio/sequenza della Plame che si incontra in segreto col direttore del suo ufficio su una panchina davanti al Campidoglio). Semmai spiattella la verità che i fatti storici gli autorizzano a dire, Bush ha inventato delle balle per scatenare una guerra, attraverso un cinema dall'occhio dinamico com'è sua abitudine dai tempi di The bourne identity (2002). Infine grazie al corpo-icona liberal Sean Penn (un Wilson cinquantenne, leggermente sovrappeso) ottiene sia la possibilità di uno sviluppo drammaturgico di rara pacatezza e sobrietà psicologica imperniato sul balenare della sfiducia tra marito e moglie nell'andare sino in fondo alla vicenda che li vede coinvolti. Sia quello spazio di cinema politico contestatario, abilmente cucito sui canoni della democrazia partecipativa e della ricerca della verità storica, qualsiasi colorazione partitica essa abbia. Penn/Wilson dice ad una platea redfordiana di studenti: «il governo non sta commettendo un crimine contro di me o mia moglie, ma contro di voi».

Davide Turrini
21/05/2010
http://www.liberazione.it/

20 maggio 2010

Intercettazioni. Fnsi: se la legge passerà chiederemo ai direttori di listare a lutto le loro testate.

La Fnsi chiama i giornalisti alla mobilitazione permanente: «Norme inaccettabili che non hanno eguali in nessun Paese democratico. Il sindacato farà una opposizione incessante.

Il segretario generale della Federazione nazionale della Stampa ha dichiarato «Il voto della maggioranza della Commissione giustizia del Senato sul ddl intercettazioni è una brutta pagina. Faremo di tutto perché sia cancellata ricorrendo a tutti i mezzi possibili. Le norme che vietano il diritto di cronaca, persino su atti non più coperti da segreto, che impediscono ai cittadini di sapere come procedono le inchieste giudiziarie, di avere notizia dei misfatti di corrotti e corruttori sono di una gravità inaudita».

Il Sindacato dei giornalisti farà una resistenza ed un’opposizione incessante. E’ un disegno imposto dalla politica di comando alla maggioranza parlamentare che non ha eguali in nessun Paese di democrazia avanzata. Questa legge rende le notizie di cronaca un crimine e punta a nascondere, vietandone ogni notizia, le malefatte dei corrotti e i crimini più odiosi contro le persone. Manda invece in galera i giornalisti, strangola, con le multe, gli editori, chiude in camera blindata le informazioni. Non è in gioco un privilegio dei giornalisti ma la disponibilità dell’informazione come bene pubblico dei cittadini. Adesso è caduto anche l’ultimo velo, quello della privacy che – avevamo sempre denunciato – era ed è una scusa paravento, un inganno. Ed è evidentissimo come si voglia punire chiunque possa disturbare il manovratore solo perché dispone – e lealmente le offre ai cittadini – delle informazioni di interesse pubblico. La Fnsi chiama i giornalisti alla mobilitazione permanente; invita i comitati di redazione a segnalare ogni giorno, usando anche gli strumenti del contratto, tutti i casi di notizie che d’ora in poi saranno interdette, se la legge avrà il varo definitivo, a fare ancora più informazione sulle vicende che si vogliono oscurare e a chiedere ai Direttori di listare a lutto le loro testate finché non ci sarà un ravvedimento nel corso dell’ulteriore processo parlamentare. Alle Associazioni di stampa è chiesto di verificare, insieme con i Cdr, l’organizzazione di manifestazioni regionali da collegare ad un’iniziativa diffusa nel Paese che culminerà nello sciopero nazionale. Agli editori il sindacato dei giornalisti chiede di ribadire l’iniziativa comune per bloccare comunque gli effetti di un disegno scellerato. Ai cittadini, ai gruppi della società civile, al mondo della cultura e del lavoro, la Fnsi propone un’iniziativa civica di larga portata e di carattere permanente, definendo insieme, in tempi brevi, le azioni pubbliche più opportune per far rientrare questa operazione illiberale e incivile. La Fnsi crede nelle istituzioni parlamentari – verso le quali la fiducia oggi è inevitabilmente incrinata – e in quelle di Giustizia. Un minuto dopo l’eventuale varo finale della legge sulle intercettazioni secondo i criteri con cui sta emergendo dalla Commissione Giustizia del Senato, sarà presentato ricorso alla Corte Europea di Giustizia per i diritti dell’uomo, insieme con la Federazione Internazionale dei Giornalisti.”

[20 Maggio 2010]

Chi ha paura del giornalista che ha scoperto gli affondamenti?

Navi dei veleni: minacce, avvertimenti, furti e ammiragli che non si fanno trovare
Gianni Lannes ha raccolto prove sorprendenti. Smentiscono le risposte ufficiali e spunta il nome dell'avvocato e onorevole Pecorella: difende chi trasporta scorie radioattive mentre presiede la commissione bicamerale sulle "ecomafie"

Occuparsi delle navi dei veleni significa pagare un prezzo fissato in termini di intimidazioni, attentati e furti quanto meno strani. È il caso di Gianni Lannes, giornalista investigativo sotto scorta dallo scorso dicembre, che negli ultimi tempi è stato oggetto di nuove pressioni. La penultima poco prima della metà di maggio 2010, non più di una settimana fa, e il sospetto era che sull’auto della moglie fosse stata piazzata una bomba. Il presunto ordigno si rivelerà una manomissione all’impianto elettrico: qualcuno ha sfondato il finestrino, aperto il veicolo e armeggiato lasciando in bella evidenza cavi volanti.
Un avvertimento che giunge dopo tre veicoli distrutti (il primo esploso il 2 luglio 2009, il secondo bruciato il 5 novembre e il terzo – auto dai freni manomessi – il 23 luglio 2009). Qualche giorno dopo – mentre il cronista stava radunando documentazione acquisita di recente – i ladri fanno visita alla sua casa: spariscono un computer, una fotocamera subacquea e un hard disk portatile. Approfittando di una breve assenza, entrano nella sua abitazione senza scassinare la porta (nessun segno di effrazione) e non si appropriano di nient’altro: televisore, stereo, gioielli, denaro.

Cos’hanno portato via?
Documenti di lavoro. A casa non ho uno schedario, non ho un archivio, la mole di dati raccolti sta da un’altra parte, ma casualmente ho lasciato quel materiale pensando che tra le mura domestiche fosse al sicuro. Ero stato via tre giorni, ero a Perugia per una serie di seminari e conferenze sul tema dell’informazione. Ho partecipato proprio domenica scorsa alla marcia della pace e quando ho fatto rientro mi sono accorto di ciò che era accaduto. Una brutta sorpresa, anche perché sono sotto tutela del ministero degli interni che dovrebbe sorvegliare anche la mia abitazione, no?

Intimidazione che arriva mentre stai procedendo nell’inchiesta sulle navi dei veleni…
Proprio il giorno prima, l’11 maggio, ero a Roma e dovevo incontrare il comandante generale delle guardie costiere, l’ammiraglio Raimondo Pollastrini. Era stata concordata un’intervista, ma l’ufficiale non si è fatto trovare, nonostante avesse chiesto e ottenuto di conoscere per iscritto le domande. Ne avevo inviate ventitré, ma nessuna risposta, neppure le scuse per l’appuntamento saltato.

Negli ultimi articoli pubblicati sul tuo sito (http://www.italiaterranostra.it/), viene fuori che c’è di mezzo un parlamentare. Chi è? Cosa c’entra?
È il presidente della commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti, altrimenti detta commissione sulle “ecomafie”, l’avvocato Gaetano Pecorella, con studio a Milano (http://www.italiaterranostra.it/?p=4706). C’entra con la questione delle navi dei veleni e dei rifiuti radioattivi perché ho intercettato un bel po’ di documenti del suo studio legale in riferimento all’arrivo nel porto di Ravenna di un carico proveniente da Israele con container di rifiuti metallici. Dalle misurazioni della sezione provinciale di Ravenna dell’Arpa (servizio sistemi ambientali), è risultata una notevole radioattività. Lo studio legale Pecorella-Fares, difende gli interessi di coloro che importano in Italia questo tipo di rifiuti. C’è un carteggio in cui si sostiene che tutto è a posto, tutto è normale. Anzi, lo studio chiede di autorizzare, testualmente, “l’individuazione del materiale radioattivo e [il suo] smaltimento e bonifica in maniera tale da consentire la commercializzazione della parte sicura ed evitare così un grave pregiudizio economico per la stessa. In subordine, qualora si ritenesse che il materiale in ogni caso non debba sostare presso il porto di Ravenna, si chiede che sia autorizzato il trasporto in un altro Paese diverso da Israele”. Questo documento porta la data del 12 novembre 2009 ed è stata inviato all’Arpa di Ravenna, all’attenzione della dottoressa Patrizia Lucialli.

Nessuno ha mai parlato di questo “conflitto di interessi”?
Nessuno. Anche io l’ho colto per caso. Ero a Ravenna per portare a termine una verifica sul registro dei sinistri marittimi e sull’affondamento di due navi albanesi nel medio-alto Adriatico e casualmente mi sono imbattuto in questa documentazione. Dunque ho voluto vederci chiaro e ho scoperto che anche a Ravenna sono arrivati carichi di questo genere. Non è la prima né l’unica nave ovviamente, ma mi fa davvero specie che il presidente di quella commissione parlamentare difenda gli interessi di chi si occupa di questo genere di trasporti a livello internazionale. A questo punto, secondo me Pecorella dovrebbe spiegare la sua posizione e subito dopo dimettersi.

Notizie che fanno parte di un dossier più ampio…
Sì. Non do i numeri, ma la certezza è matematica: siamo a quota 200 affondamenti nel Mediterraneo. Sto parlando dell’Adriatico, dello Ionio soprattutto e del Tirreno. Non si tratta di relitti bellici della prima e della seconda guerra mondiale, bensì di navi affondate dai primi anni Settanta fino ai giorni nostri. L’ultima che abbiamo rilevato è una nave affondata tre anni fa nello Ionio. Abbiamo filmati, fotografie, rilevamenti sonar e poi ricerche nelle banche dati. Per esempio, in quelle dei Lloyds di Londra e Genova, poi sono stati consultati il registro italiano navale Rina e l’Imo, le guardie costiere e le direzioni marittime.

Renderai pubblico il contenuto del dossier?
Questo è il frutto di una ricerca soprattutto in mare, ma anche presso le fonti ufficiali, come l’archivio storico della marina militare. La prima cosa che abbiamo fatto è capire quali erano i relitti risalenti al primo e al secondo conflitto mondiale per fare una cernita: quelli si sa cosa sono ed esiste un elenco risalente al 1952 che li censisce. Ben altra cosa sono queste carrette del mare. Spesso si tratta di carichi a perdere non innocui, pieni di rifiuti chimici e spesso di scorie radioattive. Ma abbiamo trovato anche altro: migliaia di container, droni e missili chiamiamoli penetrator. Due in particolare sono nello Ionio. Tornando alla pubblicazione del dossier, pare che ci siano difficoltà a presentarlo alla Camera dei Deputati e forse sarà più facile farlo a Strasburgo, al parlamento europeo, dove c’è una disponibilità del presidente. Faremo tappa anche in vari porti italiani partendo da Genova e a seguire La Spezia, Livorno, Civitavecchia e su fino a Trieste, risalendo la costa, isole comprese. In merito ai tempi – slittati più di una volta per via della grande mole di materiale, scoperte e riscontri – non dovrebbero andare oltre i primi di ottobre. Inoltre l’intenzione è quella di stampare il dossier in almeno 10 mila esemplari.

C’è un legame tra minacce, furti e le navi dei veleni?
Non mi era mai accaduto in 25 anni di attività di subire pressioni così ravvicinate e anomale. Da 10 mesi mi occupo esclusivamente di navi dei veleni e se si tratta di vendette postume per altre storie è curioso che appaiono adesso. A parere degli inquirenti e dei carabinieri in particolare, sembrano dei tentativi di condizionamento del mio lavoro d’indagine. Peraltro questi episodi accadono sempre in coincidenza di qualche evento: quando devo intervistare qualcuno, quando scopro qualcosa arriva una risposta del genere.

Sei un cronista che sta rischiando, però nessuno ne parla. Troppo solo, come mai?
Non lo so, potrebbero essere tanti i motivi. Innanzitutto non appartengo a nessuna parrocchia, non ho tessere, non sono un raccomandato e non devo ringraziare nessuno. E poi credo che il problema sia più generale, non legato specificamente alla mia persona. Il fenomeno trattato comprende interessi di multinazionali della chimica e del nucleare che negli ultimi trent’anni hanno costituito un cartello, una sorta di network criminale, e hanno utilizzato gli oceani e i mari (Mediterraneo e Italia compresi) per affondare ogni genere di porcheria. Il vero buco nero in Europa e in Occidente è la quantità di rifiuti industriali prodotti: che fine fanno? Aggiungo un altro dettaglio a questa risposta: per la trasmissione di Gianni Minoli “La storia siamo noi”, ho lavorato come autore e consulente ad una puntata sulla strage del motopeschereccio “Francesco Padre”, affondato il 4 novembre ‘94 nel corso di un’azione di guerra simulata nel basso Adriatico. Ecco, la puntata è pronta e ora, senza fornire alcuna motivazione, mi chiedono di modificarne i contenuti violando il contratto che mi hanno fatto firmare. Un episodio del genere potrebbe far pensare a qualche forma di censura.

Non voglio farti i conti in tasca, ma la tua è un’inchiesta è molto complessa, quindi costosa. Da dove arrivano i soldi?
È autofinanziamento. Ho speso soldi miei che avevo da parte. Vuoi una cifra? Non vorrei inquietare oltremodo mia moglie, ma è tanto, migliaia di euro.

Forse le ombre che ti seguono non appartengono alla criminalità organizzata né alla criminalità comune. Chi ti dà la caccia?
Credo vi sia la mano dei servizi segreti di questo Paese e non solo. La vicenda chiama in causa interessi di altri Paesi europei e degli Stati Uniti. Non saprei dettagliare di più. Sicuramente sono seguito e osservato. Peraltro un magistrato del calibro di Francesco Neri me l’ha fatto rilevare di recente a Reggio Calabria: nel corso di un nostro incontro, avevamo “compagnia” e si noti che mentre io ho la scorta, lui non ha nemmeno quella. A una domanda del genere è poi il governo italiano a dover rispondere, quello attualmente in carica e quelli precedenti. E dovrebbe fornire qualche risposta anche in merito a un filmato subacqueo di alcuni minuti che abbiamo messo online nei giorni scorsi (http://www.italiaterranostra.it/?p=4784): si vede una nave dei veleni nello Ionio e ne chiediamo conto al presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, e al ministro dell’ambiente, Stefania Prestigiacomo. Citiamo loro un caso: è una nave affondata tre anni fa, ci sapete dire cosa contiene o ve lo dobbiamo dire noi? E come mai non ve ne siete accorti, ma l’ha fatto un giornalista? Peraltro non è la prima volta che chiediamo un confronto pubblico al ministro Prestigiacomo: a marzo avevamo proposto un contraddittorio televisivo con i suoi esperti parlando prove alla mano. Non ci è mai giunta alcuna risposta, neanche negativa.

di Antonella Beccaria
20-05-2010
http://domani.arcoiris.tv/

18 maggio 2010

L'ipocrisia dei governi sudditi degli USA continuerà a mietere vite in una guerra d'occupazione. Le famiglie si ribellino prima per non piangere dopo

Altri morti sulla strada di… Giarabub: la guerra logistica persa dalla NATO

Quanto avvenuto oggi in una località come Bala Morghab, oggetto di attacchi negli ultimi anni ( dove a rotazione inutilmente contingenti multinazionali hanno cercato di raggiungere sul campo superiorità militare e consenso tra le popolazioni locali, investendo risorse considerevoli), fa pensare che l’ipotesi di una sconfitta totale entro il 2013 dei talebani, , sia solo una pia illusione.

Stiamo assistendo ad un film che i più anziani di noi hanno già visto, con la presentazione ridicola di una exit strategy dove i “locali” prendono le redini del controllo militare del paese e tengono a bada i “cattivi ” sostenuti da un inaffidabile o pericoloso vicino. Lo abbiamo visto in Vietnam, lo abbiamo visto proprio in Afghanistan una ventina di anni fa con i Russi.

Partendo proprio dall’esperienza fatta da questi ultimi, i Russi, che possiamo definire quello di ieri un episodio emblematico della guerra logistica persa dalla NATO nel teatro afgano. La necessità di rifornire di qualche decina di uomini (e della smisurata quantità di materiale logistico e di approvvigionamento che necessita quotidianamente ad essi e ai soldati occidentali presenti già a Bala Morghab) ha determinato la scelta da parte del comando ISAF-NATO di mettere su un convoglio corazzato stile “Armata Rossa assediata in Afghanistan” di venti anni fa.

Sì, perché il pattuglione di cento e più mezzi blindati e corazzati fu l’ultima, inutile trovata fatta dai generali superdecorati Russi in quel tragico teatro di guerra contro gli insorti afgani quando essi assediavano avamposti e città fortificate dove sventolava la bandiera rossa accanto a quella della afgana. Grazie a simile trovata si riuscì a prolungare la guerra a costi economici enormi e furono più i carri armati e blindati abbandonati per usura per le mulattiere afgane che quelli effettivamente distrutti dagli insorti.

Per i russi a complicare le cose ci si misero gli americani che tramite la CIA fornirono di missili antiaerei Stinger i mullah ribelli determinando la messa a terra del parco elicotteristico russo, mentre per NATO e USA , oggi, invece, è l’inaffidabilità dell’esercito afgano, la ricerca di minor costi in vite umane , il pesante costo logistico per ogni uomo che moltiplica all’infinito ogni difficoltà , oltre che l’inconcepibile idea di voler fare tutto in fretta in un luogo dove il tempo scorre monotamente da millenni

Se ieri erano in oltre quattrocento, i Robocop, a scortare poche decine di uomini di rinforzo da inviare in una base sperduta al confine con il Turkmenistan, immaginatevi quanto costano le cosiddette offensive miracolose che da un paio di anni ci propinano in supporto ad una exit strategy che non sia una fuga clamorososa stile Armata Russa!

Dietro ad esse si cela una complessa rete di affari e intrecci incredibili come quelli con la Russia di Putin, con l’Ucraina e lo stesso Pachistan che forniscono le basi del rifornimento logistico, l’affitto di supercargo , il permesso di transito aereo con relativa tassa di sorvolo per ogni aereo, uomo o collo trasportato , l’affitto di elicotteri per il rifornimento di basi inglesi e NATO, la fornitura di autisti e scorte dei convogli provenienti dal Pachistan. Insomma un bell’affare che certi soggetti vorrebbero che non finisse mai!

C’è un secondo inquietante aspetto invece nell’attacco di ieri ed è quello insito nella tecnica dell’attentato.

Non parliamo dell’usanza di mettere una mina autocostruita sotto il ciglio di una strada, tecnica ormai acquistita anche dal più giovane degli scugnizzi afgani ,come lo era un tempo per gli sciuscià napoletani quello di mettere i petardi tra le ruote dei filobus del Rettifilo, bensì nella costruzione del sistema di innesco e detonazione.

In effetti sembra quasi inspiegabile come sullo stesso tracciato dove erano transitati già altri 3 o 7 mezzi simili sia potuto esplodere un ordigno in maniera automatica a meno che esso non fosse o telecomandato o avesse un innesco intelligente capace di attivarsi solo dopo un certo numero di “contatti”.

Escludendo a priori il fatto che le ruote del nostro Lince abbiano scartato dal percorso in fila indiana seguito a velocità da tartaruga del convoglio e tenendo conto che a saltare in aria è stato proprio il Lince degli sminatori italiani, ovvero quello non avrebbe mancato di un millimetro il percorso delle ruote del blindato che lo precedeva, dovremmo affermare che se l’ordigno non era telecomandato, allora gli afgani hanno fatto un salto di qualità nella costruzione di IED dove la I non significa più improvvisati , bensì intelligenti!

Se invece l’ordigno era telecomandato allora siamo dinanzi ad una debacle tecnologica!!! Possibile che i numerosi apparati disturbatori, produttori di Jamming che dilagano tra i contingenti NATO in Afghanistan hanno fallito?

Possibile che non siano riusciti a mettere KO la ricezione degli impulsi del telecomando “assassino”? A meno che… in quel momento per esigenze superiori, i sistemi di Jamming non fossero stato ammutoliti… Spesso gli americani richiedono ai contingenti minori compreso quello italiano di spegnere i loro disturbatori quando in zona hanno in volo dei droni da ricognizione ed attacco, poichè si rischia di perderne il telecontrollo a causa delle interferenze elettromagnetiche.

Ieri, quest’ordine di spegnere gli apparati “salvabombe” era stato per caso dato?E da chi?

Una domanda che forse anche la Procura di Roma, presso la quale è stata aperta l’inchiesta per strage dovrebbe fare, onde poter dare una risposta di chiarezza e giustizia per i familiari dei soldati morti o feriti, ma anche per color che hanno un figlio o un marito su quel lontano fronte di guerra.

Antonio Camuso



Osservatorio sui Balcani di Brindisi
Brindisi 18 maggio 2010



La denuncia. I tessuti provenienti dalle vittime dei bombardamenti israeliani presentano tracce di sostanze che provocano alterazioni genetich

Gaza, armi sperimentali che causano mutazioni del Dna

Armi non convenzionali dagli effetti letali, in grado di provocare mutazioni genetiche negli individui. Il sospetto che siano state usate dall’esercito israeliano a Gaza, durante le ultime operazioni militari, si fa sempre più concreto. Mercurio, arsenico, cadmio, rame e altri metalli tossici sono stati ritrovati infatti nei tessuti dei feriti: combinazioni devastanti di elementi chimici generatori di tumori e di alterazioni del Dna.

Lo rivela una ricerca scientifica condotta dal New weapons research group su campioni di tessuto prelevato dai feriti dalle bombe israeliane nel giugno 2006 e gennaio 2009. Si tratta di ferite prodotte da armi che non lasciano schegge ma che rilasciano nel corpo metalli carcinogeni, in grado di modificare le sequenze del Dna e far ammalare i tessuti. Dalle analisi risultano anche dosi massicce di alluminio e piombo dannosi per il feto nelle donne in gravidanza. In altre parole: agenti chimici fatali anche per chi vive oggi nelle zone di guerra e inala le sostanze sprigionate nell’aria.

«La contaminazione dell’ambiente non scompare una volta terminati gli attacchi militari: una delle soluzioni che raccomandano le Nazioni unite è infatti quella di evacuare le persone dai luoghi colpiti. Ma non è per niente facile, soprattutto a Gaza», avverte la professoressa Paola Manduca, che insegna genetica all’università di Genova ed è la portavoce del Nwrg. La ricerca ha messo a confronto il contenuto di 32 elementi rilevati dalle biopsie di 13 feriti, prelevati dall’ospedale Shifa di Gaza City e poi analizzati in tre diverse università: La Sapienza di Roma, l’ateneo di Chalmer in Svezia e quello di Beirut. Col risultato che nei tessuti danneggiati da ferite per «carbonizzazione, bruciature da fosforo bianco e amputazioni», si sedimentano «fibre metalliche». «Con sorpresa anche le ferite da fosforo bianco contengono molti metalli», precisa la Manduca. Sono 3.500 le munizioni al fosforo bianco ritrovate dopo Piombo fuso. Il Nwrg aveva effettuato una precedente analisi sui capelli di 95 persone che vivono nelle zone di Gaza più colpite dai bombardamenti israeliani, in maggioranza bambini e alcune donne in gravidanza.

Lo scopo era capire quanto la popolazione fosse ancora esposta ai rischi. Erano in effetti emerse tracce consistenti di metalli tossici. Ma non era chiaro da dove provenissero le sostanze. Difficile comunque risalire con certezza al tipo di armi usate e al loro marchio di fabbrica. Il criterio è di stampo americano, perché simile a quello di altri ordigni made in Usa. «Dentro l’arma c’è un metallo il cui peso viene incrementato», precisa la professoressa Manduca. Quel che è certo è che «tutte le armi che non rilasciano frammenti sono vietate dalle convenzioni di Ginevra», perché non convenzionali.

Cosa risponde l’Idf, l’esercito israeliano, ad accuse così circostanziate? In sostanza non si esprime. Ma una parziale risposta i militari l’hanno fornita nel febbraio del 2010. In quell’occasione avevano presentato alle Nazioni unite un dettagliato rapporto (The operation in Gaza, factual and legal aspects), che secondo diversi attivisti altro non è se non un tentativo di sfuggire al giudizio della legge internazionale. L’Idf analizza in autonomia fatti, prove e circostanze dell’operazione Piombo fuso, affermando di aver avuto un comportamento conforme alle regole.

Ammette di aver colpito alcuni target civili ma per scopi militari e di aver «usato munizioni contenenti fosforo bianco» ma in linea con le regole del diritto internazionale e «soltanto in zone aperte e disabitate», «come segnalazione» delle operazioni militari in corso. Nessun riferimento all’uso di armi non convenzionali o chimiche.

Annalena Di Giovanni
17/05/2010
www.terra.it

17 maggio 2010

Intervista a Giorgio Cremaschi segretario nazionale della Fiom e leader della "Rete 28 aprile"

«La Cgil deve indire
lo sciopero generale»

Il governo italiano, come tutta Europa si appresta a fare una manovra durissima che grava esclusivamente sui redditi da lavoro e da pensione. Come risponde il sindacato?
Prima di rispondere a questa domanda una notizia che dà un po' di respiro. All'Ilva di Taranto, lo sciopero contro il salario totalmente variabile, per aumenti salariali veri ha avuto una adesione dell'80%. Un segnale che può essere di disponibilità di ripresa al conflitto sociale sulle questioni di fondo. Quando la richiesta di flessibilità arriva a un punto limite poi si ritorce contro. E questo ci porta nel disastro del congresso della Cgil. Si è concluso con l'opposto di quello che ci hanno insegnato i nostri nonni. Invece di resistere un minuto di più, il gruppo dirigente della Cgil ha lanciato il segnale di resistere un minuto di meno. Proprio la fine dell'illusione della ripresa facile che da sola risolve i problemi apre la via alla riapertura del conflitto sociale e mostra tutta l'inutilità del sistema di accordi e di relazioni concordate tra Governo, Confindustria Cisl e Uil.

Entriamo nel merito della manovra.
Se è vero che una delle misure di cui sta discutendo il Governo in queste ore è quella di eliminare le agevolazioni fiscali per il salario variabile, questo vuol dire che la crisi smaschera l'idea di Cisl e Uil Confindustria e Governo, basata su flessibilità, e più salario legato alla produttività. L'accordo separato del 22 gennaio parte dall'idea che ci sarà una ripresa automatica e il sindacato deve adattare la forza lavoro ad essa. Peccato che questa idea si sta rivelando falsa. Il mondo non va così. E quindi Cisl, Uil, Governo e Confindustria sono, con le loro ricette, totalmente fuori mercato. Viene la rabbia però che proprio ora la maggioranza della Cgil aderisca a quelle ricette.

In un'altra epoca una manovra così avrebbe provocato la proclamazione dello sciopero generale.
La Grecia parla a tutti noi. Solo la stupidità poteva far pensare che le misure infami restassero confinate in quel paese. E' chiaro che la Grecia è una prova generale di cose che si vogliono fare in tutta Europa, a partire da Spagna e Italia. Per cui o a quelle misure ci si oppone sul serio oppure sarà la catastrofe sociale dell'Europa. Per essere chiari, io penso che di fronte alla manovra annunciata dal Governo, la Cgil dovrebbe proclamare immediatamente lo sciopero generale.

E se non lo dovesse fare?
Sarebbe una responsabilità gravissima di Epifani e della sua maggioranza. Sarebbe la scelta di subire in Italia la pura difesa dello status quo a favore delle classi dirigenti che ci hanno portato alla rovina. La crisi economica che è riesplosa dimostra che non ci sono alternative, né per il sindacato né per la sinistra, né per il movimento operaio, a una scelta chiara tra cambiamento e adattamento. Cambiare significa mettere in discussione le politiche di questi anni perché non portano da nessuna parte. Ripeto, qui c'è la rabbia per il congresso della Cgil,dove si è delineato un cedimento culturale e politico proprio quando vedi che quelli che hai contro non sanno più cosa fare.

Insomma, non si è sbagliato più di tanto a parlare di mutazione della Cgil.
Riparto dal punto iniziale. Dopo venti anni di sacrifici da parte dei lavoratori la crisi economica impone ancora più sacrifici. O il sindacato si oppone a questo e propone un cambiamento al cui primo punto c'è "paghino solo gli altri", oppure il sindacato confederale in Italia così come l'abbiamo concepito ha esaurito la sua funzione. In questo senso diventa semplicemente una appendice delle imprese e dei poteri più ricchi e forti.

Ma il congresso della Cgil non si è misurato su questo.
Il congresso della Cgil rappresenta purtroppo la conclusione negativa di un percorso. In qualche modo è una svolta come quella che portò allo scioglimento del Pci. Almeno Occhetto fece due congressi per decidere lo scioglimento del Pci, mentre il congresso della Cgil è stato fatto tacendo sulle questioni di fondo, polemizzando sullo Spi o sulle oligarchie, dicendo che non si capiva perché c'erano due mozioni. E poi, a Rimini, nelle conclusioni Epifani ha detto la verità, cioè che la divisione era nel rapporto con la Confindustria, con Cisl e Uil sulla democrazia sindacale e sul giudizio sull'accordo separato. Cioè sulle questioni di fondo. Credo che resterà sempre come macchia politica e morale della maggioranza della Cgil avere negato diversità profonde che poi sono state rivendicate quando si erano già presi i voti dei lavoratori.

Ritornare alla ricetta della concertazione non è comunque un passo indietro?
E' evidente che dentro la Cgil si è affermato un principio di autodifesa della burocrazia sindacale, che si sente messa in discussione nella crisi e che per questo pensa di salvarsi comunque. Il sindacato degli enti bilaterali, dei servizi, della concertazione a tutti i costi che Cisl e Uil praticano, è vissuto oggi anche in Cgil come una via di salvezza per gli apparati. A me ha colpito profondamente che l'applauso più forte che ha ricevuto Epifani nelle conclusioni è stato quando, in evidente polemica con la Fiom, ha parlato dei conflitti troppo lunghi che non portano da nessuna parte. Sì, c'è stato uno smottamento a destra del corpo della Cgil dovuto alla paura e alla rassegnazione, in un momento in cui le controparti dicono: "se vi arrendete vi salvate".

L'opposizione interna cosa fa?
Quella parte della Cgil che ha deciso di votare no ha una responsabilità enorme. Deve decidere se si piega oppure resiste e si oppone. E' chiaro che io penso a questa seconda scelta. Cioè, al fatto che la minoranza si metta di traverso esplicitamente, pubblicamente, con iniziative anche di massa per fermare la deriva moderata della Cgil. Se riusciremo a farlo, i lavoratori ce ne renderanno merito perché di fronte alla crisi e al fallimento delle politiche concertative e liberiste ritroveranno uno strumento di lotta. Altrimenti da noi sarà peggio che in Grecia.

Sì, va bene, ma tu hai evocato la svolta della Bolognina, che poi portò a una scissione...
Credo che dovremmo provare a scrivere un'altra storia. Anche perché non è in gioco solo l'identità della Cgil ma la concretezza del conflitto sociale. Sinceramente, penso che oggi la maggioranza della Cgil sia fondata su basi fragilissime e che una minoranza decisa può fare emergere tutte le contraddizioni e far ritrovare alla Cgil la giusta via. Per questo bisogna organizzare il dissenso e la disubbidienza. Questo è il compito e anche il dovere che io sento di presentare al gruppo dirigente della mozione alternativa. I prossimi giorni saranno decisivi. Tutti siamo chiamati a responsabilità senza precedenti. Occorre convocare rapidamente una assemblea di massa della mozione che decida i contenuti principali e le modalità della battaglia politica in Cgil.

Fabio Sebastiani
16/05/2010
http://www.liberazione.it/

Brasile, Stato del Parà, zona di Marò. Un ecosistema quasi vergine che i madereiros, i tagliatori di legname, stanno distruggendo ettaro dopo ettaro

Indios, una lotta per la terra, una lotta per la vita

Amazzonia burning. L’Amazzonia brucia, e sono fuochi di rivolta. Quella degli indios e dei popoli della foresta che difendono la loro terra e la loro identità. Non hanno paura, hanno già dato fuoco a una nave carica di legname “illegale”. E non hanno intenzione di arrendersi. Ci troviamo nell’Amazzonia brasiliana, Stato del Parà, nella zona di Marò. A qualche ora di navigazione da Santarem, la città dove le acque del Rio Tapajos e quelle del Rio delle Amazzoni si incontrano senza mescolarsi, formando un enorme fiume di due colori, blu e marrone. Siamo nel pieno della foresta, con la sua ricchezza di piante, alberi, animali.

Un ecosistema quasi vergine che i madereiros, i tagliatori di legname, stanno distruggendo ettaro dopo ettaro, spalleggiati dai feroci grileros, pistoleri dal grilletto facile, senza scrupoli. Uccidono, torturano, rapiscono. Sono agli ordini delle multinazionali, dei trafficanti o di chiunque li paghi. L’area è talmente vasta che i controlli sono difficili, i madereiros tagliano anche nelle riserve e, moderni Attila, lasciano il deserto al loro passaggio. La deforestazione prosegue, implacabile. Ma la popolazione si organizza e si ribella.

Indios e riberinhos, gli abitanti delle comunità fluviali, hanno fondato il Comitato di difesa della foresta e della cultura dell’Arapjuns. La loro lotta dura da mesi. Chiedono una fiscalità diversa, più controlli da parte del governo federale e investimenti a tutela del patrimonio forestale. A ottobre hanno iniziato a organizzarsi, chiedendo un incontro alle autorità federali. Hanno atteso per un mese la risposta del governo del Parà, poi sono passati alle vie di fatto: l’incendio di una nave carica di legname.

Dinael Cardoso Dos Anjos, un agricoltore di 39 anni col fisico snello e l’aria da ragazzino, è uno dei leader delle comunità. «Ho otto processi a carico per aver partecipato ad attività in difesa della foresta, la nostra casa. Abbiamo ricevuto minacce di morte, ma non abbiamo paura e continueremo con atti dimostrativi. Chiediamo una fiscalità più giusta e la tutela della cultura indigena, con il riconoscimento di una riserva indios. La Costituzione brasiliana è dalla nostra parte, se il governo federale non ci ascolta ci rivolgeremo a quello centrale. Ed anche alle autorità internazionali».

Dinael, nonostante l’aspetto mite e sorridente, è un leader, conosce tutti e spiega che la lotta è difficile perché i madereiros hanno i soldi e, quando non conviene usare la violenza o le minacce, cercano di comprare il consenso delle comunità. Ed infatti su 58 collettività, per un totale di circa 25.000 persone, 48 hanno aderito al comitato, 5 sono neutrali e 5 parteggiano per i madereiros, che, senza controlli, fanno affari d’oro. Dinael, dopo ore di navigazione a bordo di una piccola lancia, ci accompagna ad Aruà, dove è permesso tagliare gli alberi e dove c’è un porto per lo smistamento del legname. Lui non può farsi vedere perché gli è stato proibito di avvicinarsi.

E gli uomini di guardia non hanno facce raccomandabili. Ci spiega che i madereiros abusivi tagliano ovunque e poi portano qui, per rendere il traffico legale. Montagne di alberi enormi attendono di essere trasportate da grandi chiatte.

«La terra è nostra madre e ce la stanno rubando. Stanno distruggendo la foresta e la biodiversità, col massimo profitto, ma impoverendo i popoli che vi abitano. Questa è la società capitalistica». Parole di Dadà, cacique indios, sguardo fiero e copricapo tradizionale con penne d’uccello coloratissime. Parola di un capo che è stato sequestrato e torturato per ore dai grileros, quasi ucciso e che una notte è dovuto scappare dalla capanna che stavano tentando di incendiargli. «Perché dobbiamo andare in città? Non vogliamo, qui abbiamo tutto quello che ci serve. A Santarem, la città più vicina, dovremmo pagare anche l’acqua per bere. Perché? Noi abbiamo la nostra cultura e la nostra identità, difendiamo la foresta a costo della vita».

Parola di indio, parola di Avatar. Perché loro sono minacciati come i Na’vi del film di Cameron, ma non hanno creature alate che li aiutino nella lotta. Lo ha detto proprio il regista australiano che sta appoggiando la battaglia dei nativi contro la costruzione di una megacentrale idroelettrica sul fiume Xingù, sempre nel Parà. Anche i Verdi italiani sostengono le ragioni degli indios. Angelo Bonelli, che da anni sostiene la Ong Saude e Alegria e progetti in Amazzonia, la pensa come Cameron.

«Sono loro - dice, dopo aver incontrato Dadà e Dinael - i veri Avatar. Difendere gli indios e i popoli della foresta significa arginare la distruzione del polmone verde del mondo. Sono loro, la loro cultura e la loro identità, l’argine alle ruspe e alla desertificazione. Stiamo cercando di incentivare progetti di economia sostenibile per dimostrare che lo sfruttamento intensivo è un errore, meglio la sostenibilità, che rispetta la vita e crea economia virtuosa e duratura».

Reportage di
Andrea Alicandro
17/05/2010
http://www.terra.it/