30 aprile 2010

Non c'è proprio niente da festeggiare se non la volontà di riprendere a distinguere l'antagonismo dei diritti del lavoro contro i profitti del potere


I lavoratori sono al limite della sopravvivenza. I sindacati rischiano di diventare un peso ed addirittura di sottrarre diritti fino ad oggi garantiti

1° MAGGIO: SINDACATI E LAVORATORI

Ultimo sgarbo ai lavoratori il giorno del 1° maggio: molte città italiane, in gran parte con sindaci pd, hanno concesso ai commercianti di aprire i negozi, in nome dell’interesse della categoria ma anche dei consumatori, una entità che viene evocata per contrapporla ai lavoratori. Una scelta che non corrisponde neppure alla volontà della popolazione. Un sondaggio di "Repubblica" dà l’81% di contrari! Lo sgarbo viene fatto ai dipendenti dei negozi, in stragrande maggioranza donne, notoriamente sfruttate con bassissimi salari e condizioni quasi proibitive di lavoro. I sindacati hanno indetto scioperi di protesta ma la forza dei dipendenti è minima, quasi inesistente specialmente nelle piccolissime aziende. L’apertura dei negozi avvia un percorso che potrebbe portare alla soppressione della festività. I nostri liberisti hanno come faro ideologico gli USA: qui dove è nato nel lontanissimo 1886 la Festa del lavoro per rivendicare il diritto alle otto ore ed anche per ricordare i martiri di Chicago, il 1° maggio è normale giorno lavorativo. Anche nella Cina del totalitarismo postcomunista e liberista la festività è stata di fatto abolita. In entrambi i casi la scelta è ideologica: sopprimendo il 1° maggio si disconosce oltre un secolo di storia del movimento operaio stroncato in USA dalle fucilate degli sceriffi e della Pinkerton (madre della Blackwater oggi impegnata con centinaia di migliaia di killers nelle imprese coloniali) e dalle impiccagioni ed in Cina dall’avvento di un regime ipercapitalistico che distrugge diritti e dignità. Molti lavoratori cinesi sono talmente vessati da dover scegliere la rivolta o il suicidio per sfuggire all’inferno della loro condizione. Le più importanti manifestazioni del 1° Maggio in Italia sono unitarie. Epifani, Bonanni ed Angeletti parleranno dallo stesso palco a Rosarno. Di che cosa parleranno? La Cisl e l’UIL praticano la politica degli accordi separati con padronato e governo: hanno approvato l’allegato lavoro della 1167 difendendolo financo dalle osservazioni del Capo dello Stato, hanno firmato il rinnovo del contratto separato dei metalmeccanici, hanno dato vita ad una fondamentale riforma della contrattazione che quasi annichilisce e comunque mette su un binario morto il contratto collettivo nazionale di lavoro. La CGIL si è opposta e continua ad opporsi e lotta contro l’isolamento fomentato da Sacconi che vuole "complicità tra sindacati ed imprese", ma è in grandi difficoltà che la paralizzano. E’ assediata dal PD al quale fanno riferimento la stragrande maggioranza dei quadri dirigenti funzionari a tempo pieno dell’organizzazione. Il PD ha presentato un disegno di legge per l’introduzione in Italia del Contratto Unico di Ingresso che di fatto abolisce l’art.18 e fa del precariato la forma principale di occupazione. Inoltre la CGIL ha lasciato cadere le sue obiezioni sulla legge Biagi, non rivendica dalle aziende miglioramenti salariali, dichiara di aborrire la scala mobile, non si oppone alle privatizzazioni, si è disimpegnata dalla lotta per la pace, non difende con la fermezza necessaria il welfare. Insomma, a parte la difesa spesso anacronistica e di pura rimessa dagli attacchi più brutali e sfacciati della destra, la politica sindacale e sociale della CGIL è sempre più ristretta ed incanalata nell’alveo della "concertazione". Una concertazione che da tempo non è più tale dal momento che si limita a registrare l’agenda dettata dalla Confindustria. E’ dal 1993 che tutte le trattative triangolari sindacati-padronato-governo si risolvono in diminuzione di diritti e di potere dei lavoratori. Una delle anomalie del nostro Paese è appunto questa: ad ogni trattativa con il padronato o il governo i lavoratori escono con una riduzione di quello che avevano! In queste condizioni, l’unità sindacale che fu un grande valore ai tempi di Lama, Storti e Vanni e motore di una eccezionale stagione di lotta per le riforme alla quale parteciparono milioni e milioni di lavoratori ed intere popolazioni, oggi è diventato un disvalore. Stare insieme a Cisl e UIL ha un solo significato: fare del sindacato uno strumento con il quale il padronato e la destra politica infliggono dure sconfitte ai lavoratori ed accrescono la loro subalternità. Ieri sera Anno Zero ha offerto uno spaccato della lotta sociale di straordinaria intensità. I bravi ed intelligenti cassiintegrati dell’Asinara, con grande saggezza e garbo, hanno costretto Bersani a mostrare la sua lontananza dalle loro lotte. A domanda hanno risposto che debbono la loro resistenza a se stessi ed alle loro famiglie. I lavoratori della Scala di Milano venivano mostrati mentre una ingiustificata repressione poliziesca conteneva la loro protesta contro la distruzione dei teatri e della cultura italiana, lavoratrici mostravano tutto il loro smarrimento per la fatica di vivere diventata angosciante. Il disagio esistenziale di milioni e milioni di persone che vivono di lavoro non ha trovato un punto di contrasto nel sindacato italiano. La solitudine dei lavoratori è immensa ed i tanti suicidi ne sono la conseguenza. Sindacato e PD parlano una lingua e sono distanti dalla gente. L’altra anomalia italiana è quella di avere potenti confederazioni sindacali, forti di oltre dieci milioni di iscritti che però sono preda di processi inarrestabili di impoverimento e di perdita di peso sociale. Le Confederazioni sono diventate delle ricche conglomerate di servizi, spesso unite attraverso gli enti bilaterali alle organizzazioni del padronato con le quali hanno dato vita ad una estesa burocrazia a cui si applicano i marchingegni della legge Biagi. I lavoratori sono al limite della sopravvivenza. Se continua così gli interessi dei lavoratori e quelli delle confederazioni diventeranno sempre più diversi. I sindacati rischiano di diventare un peso ed addirittura di sottrarre diritti fino ad oggi garantiti dalle leggi. La privatizzazione del diritto del lavoro che ha una tappa importante nel trappolone dell’arbitrato varato ieri dalla Camera andrà avanti e produrrà altre limitazioni del diritto e delle libertà. Quando finisce la libertà nel lavoro finisce dappertutto. Ma la secolare storia della CGIL non può concludersi con una scelta simile a quella che costrinse nel 1911 Di Vittorio ad andarsene e dare vita all’USI. La tradizione riformista di Di Vittorio, Santi, Foa, Lama non può sfociare nel sindacalismo subalterno al padronato e collaborazionista. La CGIL è popolata da milioni di lavoratori che hanno una storia sociale che ha fatto grande e civile l’Italia. La CGIL deve recuperare la sua anima perduta nell’ipocrisia dei riti unitari e nell’involuzione da sindacato di lotta e di movimento ad erogatore di servizi. La sua base militante non ha mai perduto questa anima!

Pietro Ancona
http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
http://www.spazioamico.it/

28 aprile 2010

Le donne sono particolarmente esposte alla violenza

Iraq, rapporto Amnesty: civili nel mirino

In un nuovo rapporto diffuso oggi, dal titolo ‘Iraq: civili nel mirino’, Amnesty International ha chiesto alle autorita’ irachene di migliorare urgentemente la protezione nei confronti della popolazione civile, al centro di una nuova ondata di violenza mortale.

Secondo il rapporto di Amnesty International, (per ora disponibile solo in inglese) ogni mese vengono uccise o ferite centinaia di persone, molte delle quali prese di mira per motivi religiosi, a causa dell’origine etnica o dell’identita’ sessuale o perche’ hanno osato denunciare le violazioni dei diritti umani.
La perdurante incertezza sulla formazione del nuovo governo ha dato vita a una nuova spirale di attacchi, con oltre 100 civili uccisi solamente nella prima settimana di aprile.

‘La popolazione irachena vive ancora in un clima di paura, a sette anni dall’invasione diretta dagli Usa. Le autorita’ di Baghdad potrebbero fare molto di piu’ per la sua incolumita’, ma continuano a non assistere le persone piu’ vulnerabili della societa’’ – ha dichiarato Malcolm Smart, direttore del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

L’organizzazione per i diritti umani sollecita le autorita’ irachene a impegnarsi maggiormente per proteggere coloro che sono particolarmente a rischio e portare i responsabili di reati violenti di fronte alla giustizia, evitando il ricorso alla pena di morte.

Pur attribuendo la responsabilita’, in alcuni casi, alle forze di sicurezza irachene, alle truppe straniere o ad attori privati come le famiglie, Amnesty International sottolinea che la maggior parte delle uccisioni di civili vengono compiute dai gruppi armati, compreso al-Qaeda in Iraq, che mantiene una rilevante presenza nel paese nonostante la recente morte di tre suoi alti dirigenti.

I difensori dei diritti umani, i giornalisti e gli attivisti politici sono tra coloro che vengono assassinati a causa del loro lavoro. Il 13 aprile Omar Ibrahim al-Jabouri, direttore delle relazioni esterne dell’emittente televisiva Rasheed, ha perso le gambe nell’esplosione della sua automobile, cui era stata fissata una bomba, mentre si stava recando al lavoro a Baghdad.

Le minoranze etniche e religiose continuano a loro volta a essere prese di mira. A febbraio a Mosul sono stati assassinati almeno otto cristiani. In un caso, il 17 febbraio, i due studenti cristiani Zia Toma (22 anni) e Ramsin Shmael (21 anni), sono stati bloccati da uomini armati a una fermata dell’autobus e costretti a mostrare i documenti; immediatamente dopo, gli aggressori hanno aperto il fuoco, uccidendo Toma e ferendo Shmael.

Le donne e le ragazze sono particolarmente esposte alla violenza dei familiari e dei gruppi armati. Il rapporto di Amnesty International denuncia poche condanne per stupro e frequenti casi di ‘delitti d’onore’, commessi dai parenti nei confronti di donne il cui comportamento e’ ritenuto contrario ai codici morali, come nel caso del rifiuto di sposare un uomo scelto dalla famiglia. Anche le attiviste per i diritti umani vengono colpite per essersi schierate dalla parte dei diritti delle donne.

Gli appartenenti alla comunita’ gay, in un paese dove l’omosessualita’ non e’ tollerata, vivono sotto la costante minaccia di violenza. Alcuni predicatori musulmani hanno chiesto ai loro fedeli di attaccare persone sospettate di essere omosessuali.

Spesso, le autorita’ non svolgono indagini esaurienti e imparziali sugli attacchi contro la popolazione civile, non arrestano i presunti responsabili e non portano questi ultimi di fronte alla giustizia. In alcuni casi, le stesse autorita’ sono sospettate di coinvolgimento in atti di violenza.

Il risultato di questo clima di sicurezza e’ che centinaia di migliaia di iracheni, tra cui un’alta percentuale di appartenenti alle minoranze, sono stati costretti a lasciare le loro case. I profughi interni e i rifugiati sono ancora piu’ a rischio di subire violenza e di attraversare difficolta’ economiche.

Amnesty International chiede alle autorita’ irachene l’introduzione immediata di misure per rafforzare la sicurezza dei civili, attraverso una consultazione con i gruppi a rischio che porti a individuare i provvedimenti piu’ efficaci per la loro protezione.

Nel frattempo, sottolinea l’organizzazione per i diritti umani, e’ necessario che le autorita’ avviino adeguate indagini sugli attacchi contro i civili e sottopongano a processi in linea con gli standard internazionali i presunti responsabili, di chiunque si tratti. Le milizie dovrebbero essere immediatamente disarmate e dovrebbe essere eliminato l’obbligo di dichiarare sulla carta d’identita’ l’appartenenza religiosa.

Amnesty International chiede altresi’ ai gruppi armati presenti in Iraq di porre immediatamente fine agli attacchi contro i civili, ai sequestri e alle torture.

Infine, l’organizzazione per i diritti umani sollecita la fine di tutti i rimpatri forzati di rifugiati in Iraq fino a quando perdurera’ l’instabilita’ nel paese. Diversi governi europei stanno eseguendo rimpatri forzati in Iraq, persino nelle zone piu’ pericolose del paese, in chiara violazione delle linee guida emesse dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati.

Amnesty International ha parlato con un gruppo di 35 iracheni rimpatriati a forza dal governo olandese il 30 marzo. Tra di essi c’era un turcomanno sciita di 22 anni originario di Tal Afar, una citta’ a nord di Mosul, dove negli anni scorsi sono state assassinate centinaia di persone per motivi religiosi e politici e dove la violenza regna incontrastata. Il ragazzo, un mese dopo, era ancora a Baghdad, in cerca di un riparo.

‘La continua incertezza sulla formazione del nuovo governo potrebbe contribuire a un ulteriore escalation di violenza, di cui farebbe le maggiori spese la popolazione civile. La situazione rischia di andare di male in peggio. Tanto le autorita’ irachene quanto la comunita’ internazionale devono agire subito per pervenire altre morti evitabili’ – ha concluso Smart.

di Amnesty international
Immagine reuters pubblicata sul sito http://www.repubblica.it/

27 aprile 2010

Avanzano, costruiscono roccaforti. Le Pen in Francia, Strache e Rosenkranz in Austria, lo Jobbik in Ungheria. Tornano i mostri del passato?

Dal centro alle periferie europee.
Il neofascismo è uscito in strada

Senza coraggio non ci sono valori . Era questo lo slogan che ha accompagnato la campagna elettorale di Barbara Rosenkranz, candidata alle presidenziali austriache per il partito di destra radicale, la Fpö. Una donna forte per l'Austria - si è definita lei stessa. Come noto, le elezioni presidenziali le ha vinte il capo di stato uscente, il socialdemocratico Heinz Fischer, con una percentuale che sfiora il 79 per cento. Ma quella che sembra un'acclamazione è di fatto un risultato turbato da due circostanze. La prima, è che l'astensionismo supera ormai il cinquanta per cento, la seconda che la destra radicale raccoglie il 15,6 dei consensi e capitalizza il voto di protesta. Lo si è visto anche alle recenti elezioni amministrative in Francia, dove il Front nazional di Le Pen è tornato a sfiorare il dodici per cento. Odio per gli immigrati, protesta e antisistema sono i fondamentali di una destra radicale che piazza le proprie roccaforti nel cuore dell'Europa. A maggior ragione il discorso vale per le periferie europee. In Ungheria, al ballottaggio di domenica, non solo i conservatori ottengono una maggioranza schiacciante di due terzi, ma anche al partito di estrema destra Jobbik (Movimento per un Ungheria migliore) riesce il colpaccio e a conquistare 48 seggi. Alla sua guida c'è un trentenne e il programma è il "solito" mix di populismo, xenofobia, movimentismo paramilitare e protesta per il "vecchio" modo inconcludente di fare politica.
Fin qui le cronache. Ma il neofascismo - che però sarebbe meglio, pronunciare al plurale - è tutt'altro che un'eruzione improvvisa. Dell'Austria come un laboratorio dell'estrema destra aveva già parlato lo storico Walter Laqueur - nato in Germania, di famiglia ebrea, residente tra Londra e gli Usa - in un libro pubblicato in Italia da Tropea, Fascismi. Passato, presente (pp. 346, euro 21). «La ragione del successo della destra estremista austriaca è sostanzialmente politica. Il paese non è mai stato denazificato a dovere e gli ex nazisti vi hanno potuto mantenere i vecchi incarichi. A differenza di quanto accaduto in Germania, non vi fu ammissione di colpa: la responsabilità per il nazionalsocialismo era negata». Dal dopoguerra in poi il sistema politico è occupato dai due principali partiti, i socialdemocratici dell'Spö e i cristiano-sociali dell'Övp. Nel 1956 nasce l' Fpö (il Partito della libertà che in anni recenti avrebbe guidato Jörg Haider) fondato sulle ceneri di due precedenti formazioni politiche, il Partito rurale e il Partito popolare della Grande Germania. Veleggia a malapena intorno al sei per cento, in alcuni casi fa la funzione di stampella per governi in minoranza, in altri si accredita come un partito antisistema. Al suo interno trovano cittadinanza conservatori, liberali di destra, nazionalisti, ma anche ex nazisti. Durante la leadership di Haider l'Fpö attrae il voto di protesta e incanala lo scontento popolare nella xenofobia. Il primo laboratorio dell'"haiderismo" è stata, storicamente parlando,la regione della Carinzia, dove prende forma un ricettario politico costruito sull'esaltazione della piccola patria, sul vanto per i servizi efficienti, sul sentimento di appartenenza a comunità ristrette, sull'odio per gli immigrati (in particolare per gli sloveni residenti in Austria) e, persino, su un certo ambientalismo a difesa del proprio suolo. Nel '94 il partito di Haider ottiene il Carinzia il 33 per cento, mentre nella cosmopolita Vienna sfiora il ventidue. L'onda lunga raggiunge l'apice nel duemila, quando l'Fpö impone ai cristiano-sociali una coalizione di governo. Poi inizia il declino, l'esperimento si sgretola e Haider fonda un nuovo partito in scissione dal vecchio (ne sarà il leader fino alla morte avvenuta per incidente automobilistico nel 2008). Ma il 15,6 per cento dei consensi ottenuti domenica dall'Fpö dimostrano che il partito ora guidato da Hans-Christian Strache è a tutt'oggi vitale. «L'Fpö è un movimento fascista? Non nel senso tradizionale», scrive Walter Laqueur, per quanto la candidata alle presidenziali, Barbara Rosenkranz, abbia espresso in più d'una occasione, le proprie simpatie filonaziste. La destra radicale austriaca ha sostituito l'anticomunismo con lo slogan che gli immigrati vanno cacciati via. «Sarebbe comunque sbagliato giudicare irrilevante il fenomeno austriaco solo perché non rappresenta un pericolo per il mondo esterno». I suoi successi elettorali sono dovuti soprattutto alla «perdita di credibilità del vecchio sistema politico» e dalla «mancanza di ricambio in cinquant'anni».
I movimenti nazionalisti e fascisti non sono una novità neppure in Ungheria. Dopo l'89, con lo smantellamento della società comunista e dell'economia precedente, è nato il Partito vita e giustizia, segnato dal radicalismo nazionalista e l'avversione per liberali, ex comunisti ed ebrei. «Chiede una nuova Costituzione e attacca il governo (del passato, ndr) per essersi svenduto agli stranieri, cioè per non aver difeso prioritariamente gli interessi ungheresi». Alla tradizione del populismo di destra appartiene invece l'Iscp di Joszsef Torgyan, radicato soprattutto nelle campagne e con una base nel blocco sociale dei piccoli proprietari. Altro personaggio chiave è un'ex deputata, Isabella Kiraly, «diventata guida e ispiratrice degli skinheads locali, che toccano la cifra di alcune migliaia, sempre coi loro stivaloni e uniformi nere». Il bersaglio principale sono gli zingari, il sei per cento all'incirca della popolazione unhgerese. «Secondo uno dei loro canti devono essere sterminati con il lanciafiamme». Tifano per il Ferencvaros di Budapest e non disdegnano di prendersela anche con gli ebrei, ritenuti «troppo ricchi e trafficoni». Il neofascismo ungherese pesca anche nel bacino operaio dove «il tasso di disoccupazione è molto alto».
Si capirebbe poco però dell'estremismo di destra se ci si limitasse a studiarlo come un fenomeno di trend elettorali e vicende istituzionali di partiti altalenanti. Il neofascismo è, soprattutto, un fenomeno che vive per strada, «uno stile di vita alternativo» per dirla con le parole di Laqueur, in cui confluiscono il rifiuto della vita di massa, i legami esclusivi all'interno del gruppo, l'esoterismo, la lotta al "degrado" della modernità e contro il multiculturalismo, il tifo calcistico, i raduni musicali, le aggressioni contro gli stranieri, le sottoculture ribelli.
José Saramago, con la semplicità di cui son capaci i grandi scrittori, l'ha detto a modo suo. «Io credo che ci sia la possibilità che il fascismo stia aspettando di tornare in Europa. Non verrà con le camicie nere, né brune, né cose simili. Ma il fascismo non si nasconde più. E' lì, è uscito in strada».

Tonino Bucci
27/04/2010
www.liberazione.it

26 aprile 2010

Mauro, di Medici senza Frontiere, racconta la sua esperienza di medico nella capitale haitiana. I sanitari volontari, i veri soldati di pace e di vita

Vi scrivo da... Port au Prince

Ciao a tutti,
approfitto di un po' di tempo per mandarvi delle notizie su quello che succede qui a Haiti.
Un punto di vista privilegiato, dal quartiere più povero (e violento) della città, Martissant, dove MSF aveva un "pronto soccorso", nato per coprire un buco (uno dei tanti) nel sistema di salute pubblico, e che dopo il terremoto è diventato un punto di riferimento per i sopravvissuti.
Sono arrivato a quasi tre settimane dalla tragedia, e guardando le case crollate, le macchine schiacciate, le vie ancora piene di macerie, i cavi elettrici penzolanti, l'aria piena di polvere, posso solo immaginare cosa deve essere successo il 12 gennaio scorso.

Chi c'era mi ha raccontato: la scossa inizia violentemente, per alcuni secondi, poi due violente scosse verticali fanno quasi saltare in aria le case, che crollano giù come fossero di cartone schiacciando tutto quello che si trova sotto...

In un’area ad altissima densità abitativa (Port au Prince aveva 2 milioni di abitanti) questo si traduce in decine di migliaia di morti. E migliaia di feriti, in cerca di cure che non potevano essere date, perché anche gli ospedali (i più grandi) sono crollati, con parte dei pazienti e del personale dentro. Una catastrofe dentro la catastrofe.

Così, i primi giorni sono arrivati a centinaia nel nostro progetto di Martissant. E molti erano completamente ustionati, a causa di un’esplosione di un deposito di gas qui vicino. Sono quasi tutti morti.

Le prime cure sono state frenetiche, feriti dappertutto, con arti schiacciati o ossa rotte, mentre i cadaveri si accumulavano...un delirio. Questa gente ha veramente visto l'inferno, soprattutto nei primi giorni, quando non c'era praticamente nessuno, ben prima dell'arrivo degli aiuti.
Ed è impressionante vedere come hanno reagito. Qui c'è un medico haitiano che ha perduto l'unico figlio di 16 mesi, sepolto tra le macerie. Beh, il giorno dopo era in ospedale, a lavorare, perché sapeva che altre persone avevano bisogno di lui...

E come lui tanti altri che ancora vivono in strada, sotto le tende, ma che, nonostante tutto, vengono ancora a lavorare.

Così la vita ricomincia, le strade tornano a essere piene di gente, parte della popolazione è tornata in campagna, altri vivono nelle tende, altri sono tornati nelle case ma la paura è ancora forte; infatti qui nell'ospedale nessuno vuole tornare "dentro", anche se l'edificio è intatto. Così si lavora fuori, sotto le tende, e si continua l'attività di prima, con in più un servizio di pediatria e di medicina interna.

Sì, perché delle 250 (!!!) organizzazioni non governative che sono corse a prestare soccorso, la maggior parte si è occupata delle cure chirurgiche immediate, ma adesso molti sono già andati via...e chi li segue i malati? Chi prende in cura tutto il resto, tutto ciò che non è chirurgia, visto che le gente non smette di ammalarsi o di partorire durante una catastrofe?

Fortunatamente, MSF gode di un'immunità speciale, ed è conosciuta e rispettata da tutti (per anni è stata l'unica struttura sanitaria funzionante qui intorno). Quindi non ci sono problemi.
Quanto al pericolo di altre scosse forti (quelle di assestamento si sentono quasi tutti i giorni), non c'è da temere: ognuno è provvisto di fischietto (!!!) in caso di intrappolamento sotto le macerie. Non ho ancora capito se è una cosa seria o meno, ma sicuramente è un modo molto efficace per farti capire quello che ti può capitare!

Comunque quello che faccio qui, insieme agli altri, è essenzialmente aiutare questo ospedale a rimettersi in piedi. In tutti i sensi, dal punto di vista delle attività cliniche, ma anche con il morale; lo staff locale ha subito un trauma enorme, e MSF ha offerto un sostegno psicologico a tutti, oltre a un periodo di meritato riposo...Ci vorrà del tempo, senza dubbio; ma questa gente ha delle risorse enormi. Ha perso tutto, ma non la voglia di ricominciare a vivere.
Tanto di cappello, veramente.

Un abbraccio a tutti e a presto.
Mauro, medico
22/04/2010
www.medicisenzafrontiere.it

Dall'inizio della guerra in Afghanistan più morti tra i soldati tornati a casa che tra quelli al fronte. Troppo grande il peso dei crimini commessi?

Usa, dato shock: 18 veterani si suicidano ogni giorno

La guerra in Afghanistan e Iraq uccide anche su un fronte nascosto. Quello della depressione di chi la combatte. Specialmente se sei un soldato yankee.
Ogni giorno, almeno trenta veterani che hanno combattuto per la bandiera a stelle e strisce provano a togliersi la vita. Diciotto ci riescono. Sono dati cui si stenta a credere quelli diffusi dal dipartimento di Stato Usa per i veterani (Veteran Affairs Department).
Sulla base delle stesse notizie, anche la rivista Time ha scritto questo mese che dall'invasione dell'Afghanistan nel 2001 fino all'anno scorso, sono morti più soldati per suicidio che al fronte. Si tratta di un fenomeno raddoppiato dal 2001 al 2006 ed in continuo aumento, (mentre per le altre categorie sociali negli Usa resta costante) tanto da essere diventato un cruccio per i vertici della Difesa. Il governo americano ha per questo investito milioni di dollari in campagne di prevenzione e programmi di assistenza psicolgica e psichiatrica per i veterani. Tra questi, risultano soggetti particolarmente a rischio i soldati che hanno svolto un numero maggiore di missioni. Il che non sorprende. La sindrome Ptsd, Post-traumatic stress disorder, che colpisce tipicamente i militari di ritorno dal fronte, si verifica a scoppio ritardato ed è causata dai di traumi legati a situazioni di stress acuto. Il ricordo di azioni commesse in guerra, di orrori subìti o provocati, può venire a galla sotto diverse forme e quando meno te lo aspetti. E' evidente che per i molti militari reduci dai fronti iracheno e afghano il trauma è insopportabile al punto di volerla farla finita.
Secondo chi ha studiato il fenomeno del suicidio in divisa il solo modo pratico per tentare di porre rimedio a questa situazione sarebbe aumentare le licenze, ma per farlo servirebbero più soldati da mandare in guerra.
Intanto ci si affida agli psicologi che sono all'altro capo del filo per chi compone il numero della help-line in versione mimetica. Diecimila chiamate al mese. Telefonano sia soldati in servizio che riservisti.Secondo il dipartimento di Stato Usa l'assistenza psicologica ai soldati salva almeno 250 vite l'anno.
Sul sito governativo delle associazioni per i veterani si trovano anche linee guida e brochure per la prevenzione del suicidio, come questa: «A volte ci sembra che i problemi siano impossibili da risolvere. A volte non ci rendiamo conto che un problema ci affligge sempre di più. Sappiamo solo che qualcosa non va. E' allora che anche gli individui più forti possono contemplare il suicidio. Ma il suicidio non è la risposta. Sei o conosci qualcuno a rischio di suicidio? Chiedi aiuto se ti accorgi di questi segnali». Segue una lista di comportamenti "a rischio", tipo, parlare o scrivere di morte, sentirsi senza via d'uscita, isolarsi da amici e parenti, dormire troppo o troppo poco e così via.
Anche se risulta molto più diffuso tra i veterani Usa, fenomeno dei suicidi tra chi è stato sui fronti afghano e iracheno non risparmia i militari britannici e canadesi.
L'anno scorso per i soldati di Sua Maestà britannica mandati al fronte è stato istituito il "suicide watch", una campagna di prevenzione al suicidio realizzata tapezzando muri di caserme e basi da campo con di poster che dicono: «Sei preoccupato per qualcuno nella tua squadra? Non lasciarlo a combattere da solo. Ascoltalo. Non tutte le ferite sono visibili». Oppure: «Non farti sconfiggere. Chiedere aiuto è un segno di forza. Parla con qualcuno nella catena di commando». Seguono i numeri di telefono della help-line, con la rassicurazione che tutto quello si dice resta strettamente confidenziale. Tra i soldati canadesi la terza causa di morte dopo cancro e incidenti stradali è il suicidio.
Negli Stati Uniti vivono 25 milioni di veterani di guerra, di cui oltre un milione e mezzo sono reduci da Afghanistan e Iraq.
Secondo uno studio del 2007, ripreso dal britannico The Times, i veterani dell'esercito americano riempiono anche le statistiche sui senza tetto. Un homeless su quattro è stato soldato al fronte.
I milioni di dollari spesi per produrre le più sofisticate tecnologie in uso oggi in campo militare, in dotazione all'esercito "più forte del mondo" non bastano a evitare di fare i conti con i banalmente sempre uguali a sè stessi meccanismi dell'animo umano.
Dato che il danno è fatto, secondo lo psicologo esperto di suicidio Crayg Brian dell'Università del Texas, citato da Time magazine, più che convincere chi ha già deciso di suicidarsi a cambiare idea, si dovrebbe lavorare in senso preventivo con un approccio «olistico». Cosa sulla quale si dice d'accordo il Generale americano Peret Chiarelli, che ammette la necassità di «migliorare la salute spirituale, mentale e fisica dei soldati americani che vanno al fronte». Inevitabile non pensare nella fattispecia alla New Earth Army, l'unità sperimentale dell'esercito americano addestrata a vincere il nemico usando i poteri della mente applicando il flower-power, raccontata nel film "L'uomo che fissa le capre". Intanto diciotto suicidi al giorno restano una realtà con cui cui fare i conti. Accade in America, ma non è Hollywood.

Francesca Marretta
25/04/2010
www.liberazione.it

23 aprile 2010

Storie di liberazione: un incontro con Laura Seghettini, partigiana. Storie del DNA della democrazia

“A camminare lungo sentieri rocciosi, cantavamo”

Laura è una “ragazza anziana” di 88 anni, che, all’età di 22, sale in montagna e si unisce ad una brigata partigiana: la 12° Brigata “Garibaldi”, “fatta di compagni comunisti”. Laura è una giovane maestra, di famiglia socialista: ha già subito l’olio di ricino, non vuole subire altro. Vuole combattere. Diventerà vicecomandante della brigata “Picelli”.

Laura ha scritto, con Caterina Rapetti, un libro, “Al vento del Nord”. Ma mi ha detto che il titolo è sbagliato. La differenza non è da poco: il vento del Nord, il vento della libertà, di un’altra Italia, democratica, indipendente. Un’altra Italia, possibile, ma non realizzata, almeno compiutamente.

Laura fa parte di quegli uomini e di quelle donne che “volontari si adunarono, per dignità, non per odio”, e che decisero di combattere la violenza totalitaria, la ferocia della dittatura fascista e del’’occupazione tedesca. Ma nella Resistenza e nella guerra di Liberazione non c’è niente di agiografico. Scriveva Italo Calvino: “non è detto che fossimo santi”. La Resistenza è un fatto tutto umano, e come tale ha le sue luci e le sue ombre.

Riconoscerlo non è sminuirne il valore, anzi. In queste ombre si situa la vicenda di Dante Castellucci, il comandante partigiano “Facio”, l’amore di Laura in quella breve ma intensissima stagione.
Il suo uomo, nella paura, nella battaglia, nelle brevi soste. Una stagione che poteva valere una vita intera.

Facio fu ucciso non dai tedeschi, ma dal tradimento, dal “fuoco amico”. Laura si è battuta a lungo per affermare la verità. Ma l’altro pomeriggio, al Centro Donna, non ne ha parlato.
Ha ascoltato Antonietta Squillante che ne leggeva la testimonianza, il racconto. Un giovane “magro, non molto alto, dai capelli castani … i tratti del viso piuttosto marcati e duri, addolciti dal sorriso dello sguardo degli occhi neri”. Come parla l’amore, a distanza di decenni.

Laura racconta, con una verve ed una simpatia uniche: i lanci degli alleati, i combattimenti, le fughe, le offensive. Come se fosse … normale. Talmente senza retorica…
Erano tempi non paragonabili a quelli di oggi. Certamente. Forse. Ma molte e molti di noi sentono risuonare qualcosa che rimanda a quei tempi, forse in forme più sottili. Temono che si svuoti di significato progressivamente, silenziosamente, ma inesorabilmente, la nostra bellissima Costituzione, garantista, libera, umana, figlia di quei combattenti, di donne come Laura.

Laura racconta. la Resistenza ha potuto fare quel che ha fatto per merito delle donne, dice: erano loro che, con un etto di pane al giorno a testa, la razione permessa dai “bollini”, ci davano da mangiare, magari togliendolo alla famiglia. “Ci siamo trovati, alla fine della guerra, applauditi nelle vie delle città (nel libro c’è una foto di Laura che sfila a Reggio Emilia, radiosa). E oggi, una ministra dice che la Resistenza non deve comparire nei libri di testo, perché è scontato che ci sia.

Laura ricorda. “A camminare lungo sentieri rocciosi, cantavamo”. Lei aveva imparato, nella casa del nonno socialista, ad ascoltare, “a dire ciò che ci piaceva e che non ci piaceva”, ma a tacere, fuori dalla porta di casa. “Sono anche andata in carcere, ma non ho mai accettato di difendermi con le bugie”.

Dopo l’8 settembre, i giovani cominciarono a raggrupparsi e a cercare chi avrebbe potuto guidarli. “Facevamo arrivare a quei gruppi il vestiario, il cibo. Andavamo a sollecitare le popolazioni, perché dimostrassero simpatia a queste formazioni”. Era tutto da inventare. “I riferimenti ai partiti antifascisti … ma anche loro stavano riorganizzandosi”. Una vita difficile, poco cibo “le orecchie tese ai rumori”.

Laura racconta. sorride: “io ero abituata a mangiare con le posate ed i bicchieri giusti .. eppure, ho vissuto nelle capanne dei carbonai, con un buco nel soffitto, che, quando pioveva, ci riempivamo di fango […] avevo un 91: non mi piaceva sparare. Ma, se dovevo farlo, sparavo dritto”. “Avevo scelto il mio nome da partigiana: Mercedes, il nome di una amica. Ma mi chiamavano così e non rispondevo … allora i compagni mi dissero: “senti, sei Laura, va bene???”.
Racconta poche cose di Facio. Il pudore, l’amore hanno volato oltre i decenni.

“Giorno per giorno, diventano sempre più presenti gli uomini, i nomi. I miei compagni, ricordo come parlavano della mamma: tornavano bambini. Quei miei giovani compagni avevano per me un gesto sempre fraterno (e che diversità rispetto ai sospetti ed alle dicerie misogine e truci che si riversarono sulle partigiane nel dopoguerra… - n.d.r.)”.

E poi… Facio. Lo chiama così. L’amore, per una donna, è potente. Non lo affievoliscono le traversie e i decenni. “Era un ragazzo, giocava con i buchi delle scarpe. Lo avrei picchiato, lo implorammo perché fuggisse … se fossi stata lui, non mi avrebbero ammazzato”.
Lui invece accettò la morte dai suoi compagni. Ricordiamolo, con Laura. E ringraziamo Laura.
Per lei, per loro, noi possiamo parlare di giustizia, libertà, democrazia.

di Paola Meneganti
http://www.womenews.net/

In Italia si straparla di incarcerati per presunti reati d’opinione, nascondendo che molti sono stati ingaggiati e retribuiti dgli USA

La mia Cuba tra verità, complotti e falsi dissidenti

Caro Direttore, approfitto della tua disponibilità a ospitare voci fuori dal coro per riflettere su un tema, Cuba, che mi appassiona e che conosco in profondità. Da dieci anni, infatti, dirigo la rivista Latinoamerica (http://www.giannimina-latinoamerica.it/), con l'aiuto di scrittori, poeti e premi Nobel di una parte di mondo che sta cambiando pelle e che per questo in Europa è spesso raccontata con pregiudizio.

Il Corriere della Sera, a esempio, per tre volte in due settimane, con le firme di Pierluigi Battista, Elisabetta Rosaspina e Angelo Panebianco, si duole che la campagna scatenata recentemente contro Cuba dopo la morte del detenuto Orlando Zapata in seguito ad uno sciopero della fame, non abbia suscitato un coinvolgimento dell’opinione pubblica italiana, e in pratica chiede sanzioni. L'accanimento del Corriere della Sera è singolare, specie considerando che il giornale più diffuso d'Italia ignori, nello stesso tempo, notizie inquietanti sull’America latina (la mattanza di giornalisti in Messico con 15 morti quest'anno e 12 l'anno precedente, o il ritrovamento in Colombia della più grande fossa comune del Sudamerica con duemila vittime) mentre non da requie a Cuba. È iniziata evidentemente una campagna alla quale non si sottrae nessuno e che a volte sfiora il grottesco.

Wired, per esempio, è una rivista patinata delle edizioni Condé Nast, interessata ai nuovi media e alle nuove tecnologie.
Nell’ultimo numero dell’edizione italiana ci sono una dozzina di pagine su Yoani Sanchez, bloguera di moda per la quale si è speso con un appello anche Il Fatto Quotidiano. Lanciata dal gruppo Prisa, quello di El Pais, Yoani trasmette dall’Avana aiutata da un server tedesco (di proprietà del magnate Josef Biechele) con un’ampiezza di banda 60 volte più grande di qualunque altra utilizzata a Cuba. Su Wired Yoani viene fotografata e raccontata come un’improbabile modella in fuga dai cattivoni del governo, che non le danno il visto per andare a ritirare tutti i premi che le vengono assegnati in mezzo mondo da organizzazioni ostili alla Rivoluzione. La povera bloguera è costretta a dare appuntamenti ai giornalisti occidentali alle 10 del mattino al Parque Central.

E sarebbe anche credibile, salvo che Salim Lamrani, ricercatore e docente all’Università Paris Descartes, l'ha incontrata tranquillamente, e per ore, nella hall dell’Hotel Plaza, per un’intervista che pubblicheremo nel prossimo numero di Latinoamerica e nella quale, ora, Yoani sostiene di non riconoscersi, anche se le sue risposte sono state registrate con un moderno iPhone.

Dettagli sorprendenti, ma non troppo: tra i fondatori e i collaboratori di punta di Wired c’è Nicholas Negroponte, docente universitario e collaboratore del dipartimento della Difesa Usa quando internet era solo un progetto militare. Nicholas è fratello del mitico John, negli anni '80 stratega della “guerra sporca” contro i sandinisti in Nicaragua e più tardi presenza inquietante in Iraq, dove fu ambasciatore nei giorni dell’uccisione, da parte del marine Lozano, di Nicola Calipari, l'agente dei servizi italiani che aveva appena salvato la giornalista del manifesto Giuliana Sgrena. Gli articoli e le iniziative contro Cuba, d’altronde, celano sempre sorprese. Fa senso, a esempio, scoprire in rete le immagini della manifestazione che, a Miami, ha aperto la nuova campagna di discredito cominciata il giorno dopo la morte di Orlando Zapata, detenuto da anni in carcere per reati comuni e negli ultimi tempi molto vicino alle Damas en blanco, movimento di dissidenza sovvenzionato - è stato appurato in un processo in Florida - dal terrorista Santiago Alvarez. Fa senso perché nel corteo guidato da Gloria Estefan, cantante di successo, figlia di un ex guardiaspalle della famiglia di Fulgencio Batista, il dittatore abbattuto dalla rivoluzione cubana, marciava anche un altro terrorista, il venezuelano Luis Posada Carriles, responsabile, fra i tanti delitti, dell’abbattimento dell’aereo della Cubana de Aviacion che nel 1976 provocò 73 vittime. Posada Carriles fu anche indicato fra i mandanti dell'omicidio dell’ex ministro degli Esteri di Allende, Orlando Letellier, assassinato a Washington nel 1976, e della campagna di attentati messa in atto a Cuba nel 1997 (tra le vittime l’italiano Fabio Di Celmo). Questo Bin Laden latinoamericano, coperto dalla Cia, circola libero in Florida e chiede “libertà e democrazia” per Cuba.

Io non so se il ministro Frattini, che dopo il caso Zapata ha tuonato contro Cuba, conosce queste storie. Ma so che non è credibile il ministro degli Esteri di un paese che si proclama democratico, ma esalta la bontà di un embargo assurdo, decretato per la sola colpa di aver scelto un destino sgradito agli Usa, un embargo che soffoca il popolo cubano da cinquant’anni ed è stato condannato dall’Assemblea dell’Onu diciotto volte di seguito, anche con il voto dell’Italia.

Frattini sa che, dopo i 140 milioni di dollari stanziati da Bush nel 2008 per “cambiare faccia a Cuba”, anche Obama nel 2009, malgrado la crisi economica, ha stanziato 55 milioni per la stessa incombenza. A cosa pensa che servano questi soldi, il pacifico Frattini? A rasserenare un paese o a montare,in quella società già ferita dal terrorismo che viene dalla Florida, una strategia della tensione? Ma il nostro ministro si duole invece del fatto che l'Italia non si mobiliti contro la Revolución, ignorando il testimone che tutti i media italiani si passano sull’argomento da settimane. Perfino Aldo Forbice, che blocca la parola in bocca a chiunque dissenta dalle sue tesi, chiede firme contro Cuba su Radio Rai, con la complicità dei radicali. In alcuni casi aderiscono anche media progressisti in politica interna ma molto attenti, in politica estera, a non turbare la linea del segretario di Stato Clinton, desiderosa di recuperare la presa sul continente a sud del Texas persa nella stagione di Bush Jr.

La maggior parte dei “dissidenti” incarcerati nel 2003, quando il governo Bush tentò la spallata contro Cuba favorendo tre dirottamenti aerei e il sequestro del ferry boat di Regla carico di turisti, sono stati condannati per aver preso, non si sa per quali servigi, soldi dal governo di Washington, elargiti dall’Ufficio di interesse degli Usa all’Avana. A parti invertite, negli Usa ciò procurerebbe processi per alto tradimento. Ma nelle cronache italiane si parla invece di giornalisti incarcerati per presunti reati d’opinione, eludendo il dettaglio che molti sono stati ingaggiati e retribuiti dal paese che tiene Cuba sotto embargo da mezzo secolo. Senza contare che questi mercenari nuocciono enormemente ai dissidenti sinceri e a voci coraggiose come quelle di Ambrosio Fornet, Soledad Cruz, Senel Paz, Leonardo Padura, che abbiamo pubblicato su Latinoamerica e che, dentro la Rivoluzione, criticano e si battono per le riforme, perché il governo si liberi dalla sindrome dell’assedio che l’attanaglia e rallenta l’evoluzione della società cubana. Insomma, in questi ultimi mesi nell’Isola non è cambiato nulla che giustifichi questo nuovo assedio politico. Non essendo arrivate le aperture di Obama (che invece, recentemente, si è incontrato con i duri della Fondazione Cubano- americana) a torto o a ragione Raul Castro ha rinviato a sua volta le riforme. Ma fin dal summit delle Americhe, a Trinidad, gli Usa hanno capito che l’atteggiamento della maggior parte dei paesi del continente era cambiato. E al successivo vertice dell’Osa, Hilary Clinton ha dovuto acconsentire al reintegro, senza condizioni, di Cuba, dopo che gli stessi Stati Uniti, cinquant’anni fa, ne avevano chiesto l’esclusione. Questo cambio di vento politico in America latina è stato attribuito all’influenza dell’Isola, e non a torto. Così si è tornati ai vecchi metodi, resuscitando contro la Revolución l'argomento dei diritti umani già montato 25 anni fa da Reagan. Non era questo che ci si aspettava da Obama.

Gianni Minà
Da il Fatto Quotidiano del 22 aprile

22 aprile 2010

Il presidente boliviano: alleanza intercontinentale per i diritti della Madre Terra.Una risposta dal basso contro tutti i governi inattivi

Evo Morales a Cochabamba: «Il capitalismo uccide il pianeta»

Gli attivisti riuniti nella Conferenza dei popoli sui cambiamenti climatici e per i diritti della madre Terra, a Cochabamba, in Bolivia, hanno fischiato un messaggio di saluto del segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon, ma hanno applaudito il padrone di casa, il presidente boliviano Evo Morales, quando ha lanciato lo slogan «il pianeta o morte!».
Lo stadio di Tiquipaya, alla periferia di Cochabamba, era infiammato, martedì pomeriggio, dalla temperatura oltre i 30 gradi e dal fervore di almeno 20 mila persone e delegati da 125 paesi.
Sebbene invitato, i presidenti dei paesi vicini hanno deciso di non farsi vedere alla Conferenza, che finisce giovedì.
Lo stadio, acceso dai multicolori vestiti tradizionali delle nazioni indigene andine e amazzoniche e dalle bandiere di popoli da tutto il mondo, contrastava nettamente con la fredda formalità dei summit presidenziali. Era un palcoscenico perfetto per Morales, il presidente di origine aymara, e per il suo appello a «un movimento intercontinentale» in difesa della Madre Terra.
Il messaggio del segretario generale dell’Onu, letto dal capo della Commissione economica per l’America latina e i Caraibi [Eclac], Alicia Bàrcena, durante il primo giorno della Conferenza, è stato interrotto dai boati e dai fischi degli attivisti che ascoltavano e hanno protestato così contro l’esclusione dei movimenti sociali dal processo decisionale sui cambiamenti climatici.
«Siamo qui con tutto il rispetto per ascoltare quello che avete da dire – ha risposto Bàrcena – Ci avete invitati, se non ci volete, possiamo andarcene».
«Per il capitalismo siamo solo consumatori e una fonte di lavoro e abbiamo il diritto di dire che il capitalismo è nemico del pianeta», ha detto Morales nel suo discorso, acclamato dagli applausi di migliaia di partecipanti, che hanno riempito questo quartiere di Cochabamba dove vivono circa 3 mila persone.
«La giustizia è possibile solo con la solidarietà, l’uguaglianza e il rispetto per i diritti della Madre Terra, dell’atmosfera, dell’acqua e con un nuovo modello di sviluppo – ha aggiunto Morales – Il capitalismo è il principale nemico dell’umanità, sinonimo di disuguaglianza e distruzione del pianeta», ha detto invitado i movimenti a organizzarsi dal basso per salvare il pianeta.
Morales ha suggerito di partire con piccoli passi, come l’uso di utensili da cucina biodegradabili al posto di quelli di plastica. Ma ha anche attaccato le colture ogm e il cibo spazzatura.
Franklin Columba, un leader indigeno ecuadoriano, ha rafforzato le parole di Morales dicendo che raggiungere l’equilibrio con la natura è essenziale per salvare la Pachamama, la Madre Terra.
«Il Consiglio degli anziani dice che la cura e l’amore sono necessari per tenere pulita la natura. Questa è la vera consapevolezza che gli esseri umani devono raggiungere», ha detto mentre i delegati alla conferenza ascoltavano musica andina e afro-boliviana.
Nicolas Charca, indigeno quechua dalla provincia peruviana di Canchis, ha parlato del bisogno di unire i movimenti e ha espresso la propria profonda preoccupazione per l’inquinamento causato dall’industria petrolifera e mineraria. «Non sono solo i paesi di ricchi da incolpare», ha detto Mitsu Miura, un ricercatore giapponese specializzato in culture indigene, «Saremmo chiechi se li considerassimo come gli unici responsabili».
Lina Velarde, dal New Mexico, uno stato nel sud-ovest degli Stati Uniti e da oltre 40 anni attivista per i diritti degli indigeni, ha sfidato i partecipanti ad assumere iniziative immediate per smettere di consumare i prodotti che inquinano.Velarde ha detto di non essere a favore dell’idea di eliminare il capitalismo e ha sottolineato come non tutti, negli Usa, siano schiavi del consumismo, ma come, per esempio, ci siano molte persone a favore delle politiche di riforestazione.
Un’altra attivista statunitense, Kety Esquivel, impegnata con la rete Latinos in Social Media, ha detto che il capitalismo ha commesso «abusi» perché la moneta, creata originariamente come un mezzo di scambio, ha finito per usare le persone. «Sono gringa, messicana e guatemalteca», ha detto Esquivel per descrivere la sua origine multietnica e il suo impegno per l’umanità in quanto tale.

Franz Chavez Ips
[22 Aprile 2010]

Le falsità del governo e la complicità dei grassi media e di Cisl-Uil. Le notizie diffuse sull’arbitrato sono infondate!

Tutto come e peggio di prima!

Restyling del governo ma solo sull’articolo 18 aprile - 22 - 2010 Un restyling, poco di più. Terminato l’esame in Commissione il «ddl lavoro» si prepara a ritornare in aula martedì prossimo in seconda lettura dopo essere stato rimandato alle camere dal presidente della Repubblica. Ma il pacchetto di emendamenti approvato ieri, che già ha raccolto il plauso sia del ministro Sacconi che di Cisl e Uil, si limita a un’azione di maquillage, lontana dalle modifiche sostanziali chieste da Napolitano.

La commissione ha bocciato l’emendamento presentato dal governo sull’amianto nelle navi di Stato (dove si limitava alle responsabilità civili, escludendo quelle penali, il diritto al risarcimento dei lavoratori esposti all’amianto) ma la norma, che è stata oggetto di osservazioni da parte del capo dello Stato, sarà ripresentata in aula. Quanto al resto, le modifiche della commissione recepiscono l’avviso comune siglato da sindacati – con l’eccezione della Cgil – e imprese ancora prima della promulgazione della legge. L’arbitrato dunque non si potrà applicare per le controversie che riguardano il licenziamento, ma basta questo a mettere tutto a posto? «No» secondo la Cgil, visto che comunque non c’è nessuna schermatura alla derogabilità (in pejus) di norme e contratti. La clausola compromissoria poi si potrà stipulare solo dopo il periodo di prova per i contratti a tempo indeterminato (e dopo 30 giorni dalla stipula per quelli a tempo determinato) e potrà essere firmata alla presenza di un sindacalista o di un avvocato, ma anche questo non sembra sufficiente a colmare la sproporzione di forze in campo all’atto di stipula di un contratto di lavoro, un punto su cui Napolitano ha insistito molto.

L’arbitrato secondo equità dovrà essere esercitato nel rispetto, oltre che dei principi generali dell’ordinamento, «anche dei principi regolatori della materia, anche derivanti da obblighi comunitari». Infine viene ammessa la possibilità di controversie sul «lodo arbitrale irrituale», su cui deciderà «in un unico grado il tribunale». Ma anche qui c’è il trucco, perchè il ricorso dovrà essere presentato entro trenta giorni e trascorso tale termine, se il lodo è stato accettato per iscritto o il suo ricorso respinto, può essere dichiarato esecutivo dal giudice. Il lodo è dunque impugnabile ma resta, come nota la Cgil, «la pesante spada di Damocle di una possibile dichiarazione preventiva di accettazione di qualsiasi decisione arbitrale». Infine, è passato un emendamento «per i precari» voluto dalla Lega: ai co.co.co. per i quali sia stata accertata la natura subordinata del proprio rapporto di lavoro, fatte salve le sentenze già passate in giudicato, va offerta l’assunzione a tempo indeterminato e non solo l’indennità prevista tra 2,5 e 6 mensilità.

Resta infine, anche se attenuato, il potere di intervento del ministro del Lavoro sull’operatività della clausola compromissoria, qualora non si sia raggiunto un accordo tra le parti sociali. Anche in questo caso, in contrasto con quanto ha detto Napolitano nel messaggio inviato alle camere, e cioè che «non sembra coerente con i principi dell’ordinamento un intervento suppletivo del ministro».

La Cisl e la Uil plaudono al recepimento, da parte del governo, dell’avviso comune siglato preventivamente, mentre la Cgil annuncia che la mobilitazione «prosegue e si rafforza»: il 26 aprile ci saranno presìdi davanti alle prefetture del paese, il 28 un presidio nazionale in occasione dell’avvio del dibattito alla Camera. Il ministro Sacconi parla di modifiche «che il governo condivide e che corrispondono alla volontà condivisa delle parti sociali». Critiche si levano invece da parte dell’Idv che dice: «L’unica strada percorribile per garantire i diritti dei lavoratori consiste nell’abrogazione totale dell’arbitrato, che è in realtà una rinuncia preventiva da parte del lavoratore a far valere i suoi diritti secondo la legge davanti ad un giudice».

Sara Farolfi
su “Il Manifesto”

Forte segnale ai distruttori della democrazia, oltre a quelli che non hanno perso la memoria ci sono tanti giovani che si appropriano della storia

Anpi, boom di iscritti. Con meno di 30 anni

Più che mai rinvigorita. L'Anpi, l'associazione dei partigiani, fa un bilancio alla vigilia del 25 aprile, dal quale risulta che ha raggiunto 110 mila iscritti, nel 2009. Un boom mai visto. Ma soprattutto, dovuto alle nuove leve di "ragazzi partigiani", giovani e perfino giovanissimi che di guerra e Resistenza hanno solo sentito parlare, ma convinti di poter contribuire lo stesso alla causa per cui i partigiani doc lottarono e morirono: la democrazia e la Costituzione.

I partigiani snocciolano i numeri: a controbilanciare il 10% di iscritti, ovviamente in calo, di partigiani storici e di 'patriotì delle Sap e delle Gap (le Squadre e i Gruppi di Azione Patriottica), uomini e donne che hanno doppiato da un pezzo gli 80 anni, c'è ormai un altro 10% di 'juniores' fra i 18 e i 30 anni, mentre il grosso degli iscritti (60-65%) appartiene alla fascia, ampiamente "postbellica", di 35-65enni. Una vera rivoluzione, anagrafica e culturale, resa possibile dal nuovo statuto che dal 2006 ha aperto le porte dell'Anpi a chiunque dichiari e sottoscriva di essere "antifascista". Nel giro di tre anni si è passati così da 83 a 110 mila iscritti, con un più 27 mila che, confrontato con il calo costante degli anni pre-riforma (dai 75 mila iscritti del 2000 se ne stavano perdendo centinaia l'anno), ha riportato l'entusiasmo nei comitati di tutta Italia.

22/04/2010
fonte: Indymedia Roma

21 aprile 2010

Il Comune di Milano vuole chiudere l’Istituto Pedagogico della Resistenza. Un'altro passo della destra verso la negazione della storia antifascista

LETTERA
DA UN GRUPPO
DI DOCENTI

"Ci è giunta notizia che l’Istituto Pedagogico della Resistenza, operante da molti anni a Milano in contatto con il mondo della scuola, rischia di dover interrompere la propria attività per la difficile situazione in cui si è venuto a trovare
Tale Istituto è sorto nel 1974 per iniziativa di insegnanti e allievi che subito dopo la Liberazione avevano dato vita all’esperienza dei Convitti Scuola Rinascita, primi e significativi esempi di scuole organizzate democraticamente. Esso da più di trentacinque anni svolge, in collaborazione con le scuole e con altre
Istituzioni pubbliche, una preziosa attività volta a tenere vivo il ricordo della lotta antifascista e della Resistenza, a promuovere una pedagogia che ponga come obiettivo centrale dell’intervento educativo la formazione della persona alla luce dei valori sanciti dalla Costituzione, a favorire forme di integrazione che sono importanti in una società come la nostra la quale va sempre più caratterizzandosi come multiculturale.
Questa attività rischia però ora di essere interrotta in seguito all’intervento dell’amministrazione comunale inteso a privare l’Istituto della sede di cui per decenni ha potuto fruire.
Come docenti universitari di discipline storiche e umanistiche riteniamo si debba fare quanto è possibile e giusto per evitare che si spenga una voce che ha validamente contribuito a diffondere e a tenere viva, soprattutto fra i giovani, la conoscenza della nostra storia recente e del valori della Costituzione e ad arricchire, nel mondo degli insegnanti, il dibattito pedagogico volto al miglioramento della nostra scuola.
"

PER FIRMARE L'APPELLO VAI SU: www.resistenza.org

Lettera da una sezione dell'Associazione Nazionale Partigiani della provincia di Torino

25 APRILE: ORA PIU' CHE MAI CHIEDIAMO L'APPLICAZIONE DELLA COSTITUZIONE

Cari tutti,
come si sapeva, più di tanto la sarabanda delle elezioni non ha mutato la sostanza delle cose. Non s'è visto emergere nell'alveo di alcun partito o assembramento alcuna seria e credibile soluzione alla crisi morale, sociale ed economica che attanaglia il nostro Paese. Anzi, tra i nostri concittadini, in particolare tra quelli più attivi, s'è accentuato il senso d'incertezza e di disagio: mentre l'attuale è ormai totalmente screditata e s'alimenta solo più di miopi autocelebrazioni, una nuova, credibile, classe dirigente il nostro Paese pare incapace di darsela.
Benchè snobbati da ogni coalizione, se prima ne intuivamo l'assoluta urgenza, è ora evidente il nostro compito. Di fronte al progressivo smantellamento dello Stato e della Nazione, di fronte al quotidiano sfaldamento della responsabilità civica e sociale, di fronte all'implacabile erosione del benessere collettivo e del bene pubblico, il progetto sociale insito nella Costituzione di cui da sempre l'ANPI è appassionata sostenitrice, riveste ancor più attualità e valore. Se nella loro dialettica interna i partiti non riescono a produrre idonee strategie, all'ANPI non spetta sostituirli ma diffondere nel Paese, grazie all'eredità che la Resistenza e i Padri Costituenti ci hanno lasciato, la consapevolezza che, coniugando in modo equilibrato ed armonico la dignità individuale delle persone con la prosperità collettiva della società, la nostra Costituzione già ha individuato nel suo seno l'orizzonte entro cui tracciare la soluzione. A noi tocca quindi chiedere ai partiti il rispetto e l'aderenza al dettato costituzionale in modo che, in un dibattito aperto e democratico a cui ogni cittadino possa, con la propria sensibilità, apportare il proprio contributo, ognuno di essi possa farsi portatore di proposte e di confronto sulla base di concordanze d'opinione e strategia.
Importante in questa fase tanto confusa, il nostro compito consiste dunque nel chiedere e far chiedere, quasi esigere con forza dall'intero quadro politico, l'applicazione della Costituzione. Con l'acuirsi della crisi alcune sue disposizioni sono divenute imprescindibili. La Costituzione ha impostato lo Stato come struttura dei cittadini che si organizza responsabilmente per affrontare i nostri bisogni sia singoli che collettivi puntando al raggiungimento - come dice l'art. 3 - del pieno sviluppo della persona e della partecipazione della cittadinanza all'organizzazione dello Stato. Per garantire il corretto e proficuo funzionamento dell'intera società, con l'art. 43 la Costituzione autorizza lo Stato ad impegnarsi in prima persona nell'organizzazione di diritti sociali quali i servizi pubblici essenziali e le attività di pubblico interesse (istruzione, assistenza, trasporti, acqua, energia, informazione, giustizia, ecc.). Essa evidentemente ritiene che, per la loro intrinseca importanza, tali settori non possano non funzionare al meglio: ognuno giudichi se oggi così avviene. Ritenendoli basilari per il benessere collettivo, in particolare socialità, istruzione e lavoro, autentici motori della società e strumenti con cui i ceti più poveri hanno la possibilità di emanciparsi dalla propria condizione d'indigenza, nel quadro di un mondo in frenetica evoluzione fondato comunque sul lavoro lo Stato si impone anzi di dar loro qualitativa e quantitativa priorità sviluppando con l'art. 35 la formazione e l'elevazione professionale dei lavoratori in modo da garantirsi il concorso individuale al progresso della società. Infatti, pur riconoscendole come diritti, la Costituzione subordina l'iniziativa economica e la proprietà di imprese e singoli alla loro funzione sociale e all'interesse pubblico. Come per i singoli essa riconosce a chiunque con l'art. 2 la parità di diritti ma esige i doveri di solidarietà politica, economica e sociale. Fra tali doveri, la tassazione sulla base della capacità contributiva dei singoli deve essere alla luce dell'art. 53 realmente progressiva, unico strumento per ridurre le disuguaglianze che impediscono libertà e parità di partecipazione alla vita dello Stato da parte dei cittadini: ciò allora significa scongiurare la riduzione degli scaglioni contributivi e perseguire viceversa la riduzione delle imposte indirette che penalizzano i ceti poveri a vantaggio di quelli ricchi. Ecco, in una società equilibratamente organizzata in questo modo, si comincia realmente a intravvedere la parità dei diritti in termini economici, giuridici, politici e sociali, e si comincia a respirare aria di civiltà e di democrazia tanto che le pratiche dell'autonomia e del decentramento alle cui esigenze in base all'art. 5 lo Stato deve adeguare i propri principi e i propri metodi, appaiono indispensabili. Altrimenti di fatto restiamo schiavi della plutocrazia che, a costo di mentire sullo stato reale e sulla prospettiva delle cose, non nutre alcun interesse a risollevare il Paese dalla crisi morale, sociale ed economica, ma si contenta solo d'impedire che si trasformi in depressione facendo peraltro bene attenzione a mantenere in scacco con i favori i ceti poveri sotto il ricatto della privazione dei diritti. O, viceversa, a garantirsi posizioni di prestigio personale in modo da poter utilizzare da posizioni opposte lo stesso meccanismo.
Per questo con l'attuale generazione di politici l'applicazione della Costituzione, pur atto dovuto, è tutt'altro che scontata. Chi ambisce a piegare il bene comune a proprio uso e consumo, tanto di destra che di sinistra (come dimostra l'assenza di riferimenti alla Costituzione nei programmi elettorali di ogni schieramenti), la avverte come ferreo vincolo: non a caso la si definisce "sovietica" e da più parti se ne tenta da tempo la modifica. Ma, proprio per questo, per ogni cittadino italiano è indispensabile resistere in modo da poterne diffondere senza remore la consapevolezza. Si colga allora l'occasione del 25 aprile per proporre sulle piazze ed esigere in modo inequivocabile l'applicazione della Costituzione. Non è richiesta di una minoranza politica ma è esigenza e diritto dell'intero popolo italiano, conquistato con il sangue e il sudore dei nostri partigiani e delle loro famiglie. E' il dovere che le nostre Istituzioni sono tenute a rispettare e il mandato che noi dell'ANPI avvertiamo come imprescindibile e che rinnoviamo ogni 25 aprile e ad ogni commemorazione. La memoria sia dei partigiani che dei perseguitati, degli internati che dei deportati che delle vittime del nazifascismo, può essere onorata solo dando vita ad un sistema esattamente agli antipodi dell'inciviltà accentratrice del nazifascismo. E' strada ardua ma anche l'unica praticabile per uscire davvero dalle barbarie verso un concreto avvenire di civiltà.

Mauro Sonzini
studioso di Resistenza e Democrazia
vicepresidente ANPI Giaveno-Valsangone
e-mail: mauson@libero.it

Un libro-inchiesta di Riccardo Staglianò, da nord a sud i lavori che gli italiani non fanno più

Sono i nuovi proletari.
Senza di loro l'Italia
si fermerebbe

Capo, ma perché la macchina me la lava er negro ? La diffidenza si legge in faccia, il proprietario della Bmw storce il naso nell'immaginare la sua automobile sotto le mani di un bangladese. Nella stazione di benzina Q8 di via della Bufalotta, periferia di Roma, lo scenario è come altrove. La presenza di un senegalese o pachistano o bangladese che sia, in tuta accanto a una pompa di carburante, è un'immagine ormai usuale. Nella sola area di Roma e del Lazio almeno un terzo degli addetti è straniero. Ma nelle stazioni più grandi, per ogni quattro-cinque dipendenti un paio sono spesso "extracomunitari". Un lavoro troppo umile, e anche faticoso. Tirar via in piedi tutto il giorno, col freddo o con l'afa agostana, non è mica uno scherzo. Sarà per questo che gli italiani lo evitano. Ma se ne potrebbero elencare tantissimi altri, di mestieri che ormai accettano solo i disperati della gerachia sociale, gli sconfitti nella guerra tra poveri. I pescatori tunisini a Mazara del Vallo, i camionisti discount che vengono dall'Est, i sikh che allevano bufale per la mozzarella, gli addetti alle pulizie, le colf salv-famiglia, i raccoglitori di pomodori, i nigeriani conciatori di pelle al nord-est, gli egiziani pizzaioli. E poi, ancora, addetti alla lavorazione dei polli in quel di Verona o alle fonderie nel bresciano, panettieri, infermieri, facchini, cuochi, lavapiatti. E per finire calciatori, preti e prostitute. E' frastagliata, articolata, in gran parte ancora da disegnare la mappa dell'Italia che senza gli stranieri si fermerebbe all'istante. La descrive, con stile da inchiesta, Riccardo Staglianò, giornalista di Repubblica e autore per l'appunto, di Grazie , sottotitolo Ecco perché senza gli immigrati saremmo perduti (chiarelettere, pp. 228, euro 14,60).
Stereotipi, cliché, rappresentazioni caricaturali, fobie, razzismi: la fabbrica dell'immaginario sforna sulla testa degli immigrati una quantità di immagini virtuali che impedisce un racconto del paese reale. Lo dimostra il viaggio di Staglianò per la penisola, il contatto con le situazioni di vita e di lavoro degli stranieri. La presa diretta con la realtà basta a sconfessare la narrazione-tipo sugli immigrati prodotta in questi anni dalla «fabbrica della paura». «Se poi la congiuntura è calamitosa, come quella in cui viviamo, con il naufragio della classe media, la scomparsa del posto fisso e le infinite altre precarizzazioni tipiche della "società del rischio", l' upgrade della paura in terrore non deve sorprendere». Il girovagare per l'Italia ci porta, ad esempio, a Nogarole Rocca, tre quarti d'ora d'autobus da Verona. A due chilometri dal paese, irraggiungibile con i mezzi pubblici, sorge uno stabilimento per la lavorazione dei polli. Campagna, svincoli autostradali e poi strade strette dove si incrociano tir e trattori. «Già dalla hall, con i divanetti verdi démodé su cui nessuno si siede mai, laroma dolceamaro ti stuzzica il naso. E' solo un'avvisaglia, un antipasto sensoriale». In America un giornalista del Wall Street Journal ci ha vinto il Pulitzer solo a raccontare quanto facca schifo questo lavoro. A cominciare dall'odore che «ti si insinua nelle narici» e dal «pigolare terrorizzato di polli e tacchini» avviati al patibolo. La nausea «ti riempie gli occhi quando vedi per terra gli spruzzi di sangue sgorgati dalle loro viscere». Se c'è Aia c'è gioia , recita lo slogan pubblicitario. In organico il 43 per cento sono immigrati: 168 nigeriani, 60 ghanesi, 42 marocchini, più uomini e donne di altre 28 nazionalità per un totale di 412 persone. «Che prima combattono per indirizzare le bestie vive alla loro via crucis e poi le sigillano, morte, in asettiche buste sottovuoto, sub specie di petti, cosce e ali». Il problema è che lungo la linea di produzione (una vera catena di montaggio) possono succedere degli incidenti per via delle incomprensioni di lingua. «Anche perché tra un kosovaro e un coreano non sanno da dove cominciare per spiegarsi a parole». Molti di loro sono disposti a farsi ogni giorno anche sessanta chilometri col motorino. Ghanesi e nigeriani, poi, sono ricercati per la prestanza fisica che li «rende indicati all'attacco dei tacchini, i cui esemplari maschi arrivano a pesare sui 20 chili», racconta un responsabile della direzione. Si alternano su due turni, di sei ore e quaranta ciascuno, sei giorni su sette, per 1200-1300 euro che con gli assegni familiari possono arrivare a 1500. Il primo anello della catena consiste «nel tirare fuori le bestie vive dalla gabbia di plastica in cui sono arrivate dagli allevamenti e avviarle alla loro sorte». Dapprima fanno passare le bestie in una zona illuminata da una luce blu che ha la funzione di sedarle. I tacchini vengono fatti passare per un cunicolo metallico nel quale viene pompata anidride carbonica per stordirli. I polli invece vengono tramortiti spingendoli in una vasca d'acqua con una modesta scarica elettrica. «A quattro metri da terra, nei condotti sovraffollati di tacchini, cadono addosso ai lavoranti delle piume solitarie. Ma anche le secrezioni degli animali, come se qualcuno si divertisse a sputare dal terrazzo. E poi scaglie della loro pelle, pezzi di mangime, batteri. Qui l'odore è più dolciastro e intenso. Gli addetti si spruzzano in continuazione la faccia e la tuta con un getto di aria igienizzante». Il settanta per cento è assunto a tempo indeterminato, il resto con contratti da sei o nove mesi, come gli avventizi agricoli utilizzati a seconda delle stagioni per la raccolta dell'uva e dei pomodori. Quest'ultimi sono stati i primi a saltare durante il periodo dell'aviaria.
Altra regione, altro lavoro. La Sicilia conta quanto metà dell'industria ittica italiana. Mazara del Vallo pesa da sola mezza Sicilia. «Negli anni Settanta si stava in mare una settimana, poi sono diventate due, e negli anni Novanta le cose hanno cominciato a peggiorare ancora e ad allungarsi le bordate. Oggi si devono fare anche quattro-cinque giorni di navigazione, arrivare sino a Cipro o in Grecia, prima di gettare le reti. Perciò, per ammortizzare i costi di gestione, si deve stare fuori più a lungo», racconta l'assessore provinciale alla pesca Nicola Lisma. Bisogna spingersi sempre più al largo alla ricerca, per esempio, del gambero rosso, esportato in mezzo mondo. Novanta giorni in mare, chi accetterebbe un lavoro del genere? «Gli italiani l'hanno capito prima e hanno lasciato che i tunisini li sostituissero. Sui pescherecci sono ormai la maggioranza». Senza di loro si fermerebbe tutto. «Questo è un lavoro che, se l'hai fatto, non lo auguri neppure al tuo peggiore nemico», figuriamoci ai figli - dice Bazine che ha smesso da qualche anno. Benur, invece - cinquantatré anni induriti dal sole e dal salmastro - lo fa ancora. Però «sono sei mesi che l'armatore non mi paga. L'ho denunciato ma sin qui non è successo nulla».A bordo, durante i novanta giorni, non c'è tregua. Bisogna congelare il pesce e «nel congelatore entri sudato come sei in coperta, perché non c'è tempo per asciugarsi, vestirsi di più. Risultato? Quegli sbalzi di temperatura mi hanno fatto saltare un bel po' di denti, ho il diabete, la pressione alta, anche i reumatismi e la bronchite cronica». Il cibo non manca, ma è per dormire che non c'è mai tempo. Come ad Abu Ghraib. Adesso ci stanno provando con i ghanesi «ma ne funziona uno su mille. Non reggono quei ritmi - dice ancora Bazine - e alla sette si lavano le mani e si ritirano in cuccetta». Dopo i ghanesi, in basso nelle gerarchie, ci sono solo i clandestini.
Dal mare alle autostrade. Anche qui c'è una guerra tra poveri. I camionisti low cost dell'Est, capaci di guidare anche quaranta giorni senza mai prenderne uno di riposo - hanno sbaragliato la concorrenza. I riposi segnati sul foglio presenze sono falsi. Finte sono anche le ferie, tanto per dimostrare, in caso di controlli, che ci è riposati a sufficienza, come vuole la legge. A queste condizioni resistono solo gli stranieri. «Nelle grosse compagnie, soprattutto nel nordest che fu patria dei camionisti nostrani, sono ormai maggioranza». Maggioranza sono pure i raccoglitori di mele a Rallo, Tassullo, Taio, Tuenno, le stazioni della raccolta di mele in Trentino. I primi ad arrivare sono stati verso la fine degli anni 80 quelli della ex Jugoslavia, poi è stata la volta dell'est, oggi arrivano da tutti i paesi.

Tonino Bucci
20/04/2010

www.liberazione.it

20 aprile 2010

La prefazione al libro di Antonio Mazzeo “I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina” (Edizioni Alegre).

Il Ponte e le mafie: uno spaccato di capitalismo reale

Durante la campagna per le elezioni politiche e regionali del 13 e 14 aprile 2008 il fantasma del Ponte sullo Stretto di Messina è tornato a materializzarsi assumendo un ruolo centrale sia nei programmi di Berlusconi che in quelli di Lombardo, candidato alla presidenza della Regione siciliana dopo le dimissioni di Cuffaro. Con il trionfo di entrambi si parla di affrettare i tempi per la posa della prima pietra. Ci sono già le date: nel 2010 dovrebbero iniziare i lavori, e dovrebbero essere ultimati nel 2016. Rischiano così di essere spazzate via tutte le osservazioni che sono state mosse alla costruzione della megaopera: il Ponte è inutile, è dannoso, si inserisce in un’area tra le più sismiche del pianeta, è una voragine di soldi che potrebbero essere spesi per promuovere un reale sviluppo della Sicilia e della Calabria. Il Ponte vogliono farlo, sia Berlusconi che Lombardo, perché sarebbe qualcosa come le piramidi per i faraoni, un monumento con cui consegnarsi alla storia. E, tenendo conto di come sono fatti tali personaggi, l’immagine delle piramidi sembra fatta su misura per loro. Ma è un’immagine che può andare benissimo non solo per la grandiosità del progetto ma soprattutto perché esso è una summa ancora più grande di interessi.

Solo pizzi e dintorni?
Sul ruolo che la mafia, le mafie, potrebbero avere nella costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina sono apparsi in questi ultimi anni articoli, resoconti di ricerche e di inchieste, considerazioni all’interno delle relazioni della Direzione investigativa antimafia. Eppure il quadro che emerge da gran parte di queste prese di posizione può considerarsi inadeguato. Poiché inadeguata è l’idea di mafia che sta alle loro spalle. Una mafia che al più potrebbe esercitare la vecchia pratica dell’estorsione-protezione, rispolverata da analisi di successo, nonostante la loro evidente infondatezza o parzialità; potrebbe accaparrarsi subappalti, fornire materiali, reclutare manodopera, lucrare in mille modi ma comunque limitarsi a un ruolo parassitario-predatorio. Questo libro, sulla base di una documentazione rigorosa, dà un’immagine diversa, poiché parte da un’idea di mafia molto più complessa. Non solo e non tanto la cosiddetta “mafia imprenditrice” di cui si è parlato a partire dagli anni ‘80, in base a un’analisi frettolosa e superficiale, ma una mafia finanziaria, forte di un’accumulazione illegale sviluppatasi esponenzialmente e quindi in grado di giocare un ruolo da protagonista e non da parente povero dei grandi gruppi imprenditoriali. La stampa ha parlato di personaggi come l’anziano ingegnere Zappia, ma scorrendo le pagine di questo libro si incontrano gruppi e figure che non lasciano dubbi sulla loro natura e sulle loro intenzioni. In primo luogo la mafia siculo-canadese, dagli storici Caruana e Cuntrera a Vito Rizzuto, poi i signori del petrolio, tutti personaggi indicati con nomi e cognomi e sulle cui disponibilità finanziarie non si possono nutrire dubbi. E questo campionario non è il frutto di una sorta di chiamata di correo general-generica ma poggia sulla base di relazioni ricostruite con puntigliosa precisione attraverso una documentazione che privilegia le fonti giudiziarie, anche se non definitive.

L'inchiesta Brooklyn e il contesto mondiale
La fonte più significativa è l’inchiesta Brooklyn, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma, al cui centro è un’operazione orchestrata dalla mafia siculo-canadese per investire 5 miliardi di euro provenienti dal traffico di droga. Giuseppe Zappia e la sua cordata nel 2004 sono stati esclusi dalla gara preliminare per il general contractor e l’ingegnoso professionista si è affrettato a indicare una fonte finanziaria insospettabile: una società in mano alla famiglia reale dell’Arabia Saudita che prenderebbe i soldi dal business del petrolio. Il quadro che emerge dall’inchiesta è uno spaccato significativo del capitalismo reale contemporaneo, in cui l’accumulazione illegale convive con quella legale, accomunate da processi di finanziarizzazione speculativa per cui diventa sempre più difficile distinguere i due flussi. È una prospettiva indicata da tempo da chi scrive, per anni in sostanziale isolamento, e che a lungo andare si è presentata come la più adeguata per capire l’evoluzione dei fenomeni criminali e la permeabilità del contesto economico, politico e istituzionale. Il quadro si amplia ulteriormente se si considerano le vicende belliche recenti e in corso, che hanno fatto degli ultimi anni una micidiale mistura di violenze che consegnano un tragico testimone al nuovo millennio. Se il Novecento è stato il secolo, tutt’altro che breve per chi l’ha vissuto, che ha visto rivoluzioni abortite e totalitarismi tra i più feroci, ma pure tra i più legittimati dal consenso delle folle, della storia dell’umanità, il Duemila nasce all’insegna della contrapposizione tra guerra e terrorismo, entrambi elevati a religione identitaria, in un duello barbarico che impropriamente si definisce “scontro di civiltà” mentre sarebbe più congruo parlare di morte delle civiltà. Cosa c’entra tutto questo con il Ponte? Nelle pagine del libro troviamo vecchi e nuovi personaggi, alcuni notissimi, altri meno, che all’interno del mondo finanziario si incontrano e danno vita a un carosello che sembra fatto per confondere le acque ma in cui tutto sommato è possibile seguire il filo degli interessi e ricostruire il gioco delle parti. I dignitari arabi chiamati in causa da Zappia sarebbero personaggi che direttamente o indirettamente sono legati agli strateghi del terrorismo internazionale. Qualche esempio: risulta che il Saudi Binladin Group opera congiuntamente con Goldman & Sachs che ha una partecipazione del 2,84% in Impregilo, la società che si è assicurata la costruzione del Ponte, mentre un altro gruppo, l’ABN Amro, sempre in collegamento con la società della Famiglia Bin Laden, ha il 3%. Si dirà: i familiari di Osama non sono direttamente coinvolti nel terrorismo islamico, ma i movimenti islamisti radicali che si ispirano al wahhabismo contribuiscono a costruire e diffondere un credo identitario che costituisce il contesto ospitale per scelte che portano in quella direzione. E gli affari sono affari per tutti, anche se ci si trova ad operare in schieramenti contrapposti. Al di là di credi religiosi, di fedi politiche, il business è una sorta di dio unico di un monoteismo devotamente praticato da chi ha capitali da investire e interessi da far valere.
Le grandi opere sono uno dei terreni principali in cui si cementano i blocchi sociali e si formano e consolidano le borghesie mafiose. Non è una novità. Tra le grandi opere spicca per la sua emblematica esemplarità l’autostrada Salerno-Reggio Calabria, un vero e proprio crocevia in cui si incontrano tutti: grandi imprese, famiglie mafiose, storiche ed emergenti, politici e amministratori di varia estrazione, ormai tutti, o quasi tutti, accomunati dal credo del business a portata di mano. E anche in questi casi non si tratta solo di pagare pizzi, “rispettare” competenze territoriali, ma di cointeressenze, proficue per tutti. Più che di accoppiamenti forzati si deve parlare di matrimoni consensuali. Tutto questo si consuma in un contesto, come quello in cui viviamo, in cui l’illegalità è una risorsa, la sua legalizzazione è un programma, l’impunità è una bandiera e uno status symbol. E il consenso non manca. Un’opera come il Ponte, nonostante le voci contrarie, coniuga perfettamente interessi mirati e diffusi. Fa da collante per una formazione sociale che ha radici storiche e ottime prospettive di futuro. Il libro di Antonio Mazzeo delinea questo percorso e rilancia l’allarme. Come tale si inserisce in un dibattito che ha conosciuto momenti significativi ma che da qualche tempo si è assopito. Ed è assente, o quasi, proprio ora che ci si prepara alla liturgia della prima pietra.
Quel che mi sembra vada sottolineato è che non si tratta di sposare una visione secondo cui qualsiasi opera, grande o piccola che sia, vada esorcizzata, in nome di un fondamentalismo ambientale che vuole, riuscendoci o meno, sbarrare il passo a qualsiasi intervento umano su una natura che da millenni è ben lontana dall’essere incontaminata. L’ambientalismo non può essere ridotto a una sequela di no, ma dovrebbe essere capace di porsi come alternativa, praticabile e concreta. Ed è proprio questa alternativa che, dopo il crollo delle grandi narrazioni, è venuta a mancare, anche se non mancano proposte credibili. Ma è il quadro generale che non c’è. E non vuol dire neppure bloccare i lavori non appena si sente odore di mafia. Un’opera pubblica, piccola o grande che sia, se è utile, se è necessaria, va fatta e se la mafia cerca di metterci le mani bisogna fare di tutto per tagliargliele. Se c’è la volontà di farlo, è possibile: dovrebbe essere chiaro che non esiste nessuna Piovra, inconoscibile e imbattibile. Ci sono mafie, con uomini in carne e ossa, che è possibile individuare, combattere e sconfiggere. Non certo inviando eserciti, che servono soltanto a simulare un controllo del territorio meramente simbolico e spettacolare. Le mafie si sconfiggono solo se si spezzano i legami che le hanno fatto e le fanno forti. E l’inchiesta in corso di svolgimento sugli interessi mafiosi legati al Ponte può andare a segno solo se non è un fatto isolato, frutto di un atto pilatesco che delega ancora una volta ad alcuni magistrati quello che dovrebbe essere l’impegno di uno schieramento più ampio. C’è da chiedersi se il cantiere per costruire un ponte culturale, sociale e politico, lanciato verso un futuro diverso, sia aperto e operante o faccia parte di un desiderio destinato a rimanere tale.

Umberto Santino
direttore del Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe Impastato” –
(12 aprile 2010)

19 aprile 2010

Mentre fanno gli sbruffoni antisistema i leghisti al potere capitalizzano i voti nello stile democristiano e craxiano

L'appetito della Lega

Nel 2009 il Veneto, che ha appena tributato un consenso elettorale record alla Lega, ha perso circa 52.000 posti di lavoro, il numero dei disoccupati ha raggiunto il livello di 126.500 persone. Secondo l’agenzia Veneto Lavoro il prodotto interno lordo in questa regione chiave dell’economia nazionale è calato del 4,8% lo scorso anno, il prodotto pro-capite è sceso ai livelli di dieci anni fa e un recupero sulla media del 2008 sarà possibile solo nel 2015, se tutto andrà per il meglio. I più colpiti, quelli che pagano gli effetti più duri della crisi, sono gli operai maschi, stranieri e con un contratto a tempo determinato. Sono stati licenziati, difficilmente troveranno un’occupazione nel breve-medio periodo.

Questa è la realtà sociale ed economica del Veneto. Una realtà difficile come in molte altre regioni italiane. Poi c’è la politica, ci sono le amministrazioni, ci sono i nuovi leader leghisti. Uno si aspetterebbe che davanti a una crisi spaventosa e dopo una vittoria elettorale senza condizioni gli amministratori di Bossi affrontassero questo momento delicato con piglio deciso e provvedimenti adeguati all’emergenza. Ma, per ora, bisogna aspettare. Anche gli uomini della Lega tengono famiglia e amano i piaceri del potere.

A Treviso i leghisti rifanno la sede della provincia come se fosse una reggia spendendo senza ritegno e comprando pure un tavolo di cristallo da 12mila euro ma poi negano i soldi alle scuole. La presidente della provincia e sindaco di San Donà Francesca Zaccariotto, astro nascente della Lega, appena eletta si era aumentata lo stipendio. Altri amministratori e sindaci leghisti, ad esempio ad Asolo e in altri comuni del trevigiano, hanno pensato che, crisi o non crisi, è giunto il momento di arrotondare stipendi e indennità perché non si vive solo di aria e di gloria politica.

Sono solo alcuni esempi della Lega di governo e di sottogoverno raccontati nell’inchiesta di Toni Fontana che offre un punto di vista diverso e alternativo sulla classe di governo di Bossi che, accanto ad amministratori abili e presentabili, propone il sindaco di Adro che non vuole dare da mangiare ai bambini delle famiglie morose o la giunta di Brescia che nega il bonus bebè ai figli degli immigrati.

Oggi che la Lega ha in mano la guida del Piemonte e del Veneto, e partecipa al governo in Lombardia puntando anche a Palazzo Marino a Milano, mostra sul territorio la sua faccia feroce coi più deboli e, su un livello più alto di potere, capitalizza il numero dei voti esigendo, come ha detto esplicitamente Bossi, «le banche del Nord, perché ce lo chiede il popolo» e punta a infilare i suoi uomini nei consigli di amministrazione delle grandi aziende di Stato e nelle municipalizzate. Come si può contrastare questa Vandea?

Con la presenza, la testimonianza forte di una politica diversa. Tonino Guerra ha scritto al Corriere della Sera per proporre al presidente della Repubblica di scegliere come senatore l’italiano «che non ci sta», l’imprenditore Silvano Lancini che ha pagato i diecimila euro di rette arretrate della mensa dei bambini di Adro. Una speranza.


La Resistenza al fascismo dentro lo Stato è continuata fino alla metà degli anni 70 e ha lasciato nelle piazze molti antifascisti militanti

A 35 ANNI DALLA MORTE DI CLAUDIO VARALLI E GIANNINO ZIBECCHI

Il 16 aprile 1975 a Milano era in programma una manifestazione per il diritto alla casa, cui partecipano migliaia di persone aderenti ai sindacati degli inquilini, ai gruppi di base cresciuti in quegli anni sulla parola d'ordine della casa come diritto sociale e ai gruppi giovanili della sinistra rivoluzionaria.
Al termine del corteo, alcuni militanti del Movimento dei lavoratori per il socialismo si avviarono verso l'Università statale, passando per piazza Cavour. In quella piazza un gruppo di neofascisti stava effettuando un volantinaggio: in realtà, come sempre in quegli anni, quel tipo di presenza non era che un pretesto per conquistare una zona, imponendovi una sorta di coprifuoco per qualsiasi manifestazione di antifascismo e aggredendo chiunque fosse, anche solo per l'aspetto, definibile di sinistra. Era quanto avveniva stabilmente alla fine degli anni Sessanta in piazza San Babila, con decine di persone aggredite e talvolta accoltellate gravemente, prima che lo sdegno popolare vi ristabilisse la convivenza civile. La tattica degli squadristi era sempre la stessa: affermare una presenza, intimidire chiunque non simpatizzasse per il neofascismo e cercare di colpire i militanti di sinistra.
In piazza Cavour scattò la trappola: i giovani di ritorno dal corteo vennero aggrediti da un gruppo di squadristi. Reagirono, ma uno dei fascisti, Antonio Braggion, non esitò a sparare ripetutamente, colpendo mortalmente Claudio Varalli. Le indagini accertarono rapidamente che il proiettile aveva colto Claudio alla nuca mentre cercava di mettersi in salvo, smentendo la tesi dei fascisti che avevano sostenuto di essere stati vittime di un'aggressione. Alla tragedia si aggiunse la provocazione: vennero infatti fermati una decina di compagni di Claudio alcuni dei quali furono imputati di rissa.
In pochi minuti la notizia fece il giro di Milano e piazza Cavour divenne il punto di raccolta spontaneo di tutti gli antifascisti della città, sgomenti e carichi di rabbia per l'ennesimo crimine fascista lasciato impunito. Braggion infatti si era immediatamente reso irreperibile e tale rimase fino quasi al termine del processo, che si tenne soltanto nel 1978. La partecipazione al presidio fu enorme e appassionata. Contemporaneamente, venne indetta per l'indomani una manifestazione che affermasse con forza che Milano era una città chiusa alla reazione e al neofascismo.
La mattina del giorno dopo, il 17 aprile, inizia con assemblee nelle scuole, nelle università e nei luoghi di lavoro. Le assemblee si trasformano in cortei e confluiscono in piazza Cavour. Da qui un'imponente manifestazione si avvia in direzione di via Mancini, sede della federazione provinciale del Msi. La zona è presidiata da ingenti forze di polizia e all'imbocco di via Mancini cominciano gli scontri con il corteo. Alle sue spalle, in corso XXII marzo, una colonna d'automezzi dei carabinieri si lancia a tutta velocità contro i manifestanti. Due camion s'incaricano di "spazzare" i marciapiedi
percorrendoli senza rallentare. Pare vogliano una strage. Davanti a loro centinaia di persone cercano scampo. Molti ce la fanno, uno no. Sull'asfalto, travolto e schiacciato da uno dei camion, rimane il corpo senza vita di Giannino Zibecchi, 27 anni, insegnante d'educazione fisica e militante del Comitato Antifascista del Ticinese.
Il 18 l'Italia si ferma: cortei di protesta attraversano le sue città e 15 milioni di lavoratori incrociano le braccia. Il 21 per il funerale di Zibecchi a Milano chiudono per lutto cittadino persino le scuole e centinaia di migliaia di persone rendono omaggio a lui e a Claudio. Il 17 dicembre 1978 Antonio Braggion, l'assassino di Varalli latitante fino al giorno della sentenza, è condannato a 10 anni di
reclusione. Grazie ad appello, cassazione e condoni ne sconta meno di uno e oggi è avvocato a Milano. L'omicidio di Giannino Zibecchi, invece, non ha nemmeno un colpevole. Il processo si apre il 15 ottobre 1979 con tre carabinieri imputati d'omicidio colposo aggravato dalla previsione dell'evento.
E' quasi subito sospeso e riprende il 12 novembre 1980 per concludersi due settimane dopo con l'assoluzione di tutti gli imputati.

Su Youtube si può trovare il bellissimo film (in 5 parti) "Pagherete caro, pagherete tutto" che ricorda tutta la vicenda.
http://www.youtube.com/watch?v=D_0Trgx_AL4
http://www.youtube.com/watch?v=ncK4Z05eoXs
http://www.youtube.com/watch?v=ouMSza1bF3M
http://www.youtube.com/watch?v=7OfUwbb26bE
http://www.youtube.com/watch?v=lOAiAi3_5bg

18 aprile 2010

Chi non ha memoria non ha futuro! La liberazione di Torino e del Piemonte dai cattivi maestri dell'italietta di Bossi-Berlusconi-confindustria


Aldo dice 26 x 1
«A tutti i comandi zona.
Comunicasi il seguente telegramma: ALDO DICE 26 x 1 Stop Nemico in crisi finale Stop Applicate piano E 27 Stop Capi nemici et dirigenti fascisti in fuga Stop Fermate tutte macchine et controllate rigorosamente passeggeri trattenendo persone sospette Stop Comandi zona interessati abbiano massima cura assicurare viabilità forze alleate su strade Genova-Torino et Piacenza-Torino Stop 24 aprile 1945».

Testo del telegramma diffuso dal Clnai indicante il giorno [26] e l'ora [1 di notte] in cui dare inizio all'insurrezione

Le Cinque Giornate di Torino
di Pietro Secchia (1963), Aldo dice: 26x1, Cronistoria del 25 aprile 1945, Feltrinelli, Milano, 1973, pp. 95 - 113

Gli anni e i decenni passeranno, i giorni duri e sublimi che noi viviamo oggi, appariranno lontani, ma generazioni intere di giovani figli d'Italia si educheranno all'amore per la libertà, allo spirito di devozione illimitata per la causa della redenzione umana, sull'esempio dei mirabili garibaldini che scrivono col loro sangue rosso le più belle pagine della storia italiana.
(Dalla lapide posta a Torino sulla facciata della casa dell'eroe nazionale Dante Di Nanni )
Alla sera del 24 aprile a Torino il CLNP e il Comando militare regionale del Piemonte diramano alle formazioni partigiane l'ordine dell'insurrezione col tanto atteso messaggio convenzionale: "Aldo dice 26 per uno alt nemico in crisi alt attuate piano E.27 alt", il che significa: attaccare alle ore una del giorno 26.
In base al piano insurrezionale a suo tempo elaborato dal CMRP, dovevano essere impegnati nella liberazione di Torino due gruppi di forze: quelle cittadine articolate in 5 settori con 1865 uomini di pronto impiego e 7130 di secondo impiego e quelle partigiane provenienti dal di fuori: 4 divisioni "Autonome" ("Giovane Piemonte", "Monferrato", "De Vitis", "Val Chisone") con un totale di 1100 uomini, 5 divisioni garibaldine (la, 2a, 3a, 4a, 13a) con 3300 uomini, 5 divisioni "Giustizia e Libertà" (3a, 4a, 6a e un gruppo operativo mobile) con 1500 uomini, 3 divisioni "Matteotti" ("Canavese", "Collina", "Monferrato") con millecinquecento uomini. Le forze autonome, le garibaldine delle Langhe ed eventualmente le due divisioni "Giustizia e Libertà" del Cuneese con un complesso di 3900 uomini dovevano servire di riserva strategica (1).
Le unità del Monferrato si trovavano già in rapida marcia di avvicinamento a Torino quando ricevettero l'ordine fatidico "realizzate piano E. 27". Mentre acceleravano proponendosi di attaccare all'alba del 26, giunti nei pressi della città, alle ore 21 del 25 aprile ricevettero l'ordine di soprassedere ad ogni movimento e a "non procedere verso gli obiettivi in città se non dietro ordine specifico del Comando Piazza". Tale messaggio strano e sorprendente che intimava l'alt a unità partigiane alle porte di Torino, si collegava con la notizia trasmessa dal Comando del XV Gruppo d'armata alleato circa un concentramento di importanti forze tedesche in zona prossima alla città, e precisamente della 34a e della 5a divisione con 35 mila uomini, artiglierie e mezzi corazzati al comando del generale Schlemmer.
Il col. inglese Stevens ricevuta tale informazione aveva, di sua iniziativa, preso "l'assurda e irresponsabile" decisione di fare pervenire alle formazioni partigiane che stavano avvicinandosi alla città dei messaggi con i quali comunicava che l'insurrezione era rinviata. Il col. Stevens poteva, è vero a sua giustificazione, addurre la comunicazione avuta dal Comando del XV Gruppo d'armata, ma la verità è che sia il Comando alleato quanto lo stesso col. Stevens volevano impedire o quanto meno ritardare l'ingresso delle unità partigiane a Torino.
Il generale Trabucchi, comandante del CMRP dà, in proposito, del col. Stevens un giudizio assai severo (2).
"Nel corso della notte", scrive il comandante Pompeo Colajanni (Barbato) (3), "demmo disposizione per evitare che il nostro schieramento, tutto proteso verso l'attacco, che aveva alle spalle un territorio assai sguarnito, potesse ricevere offese da tergo e che il nemico potesse tentare azioni di diversione e di rappresaglia contro le popolazioni del Monferrato. Intanto accertai in modo preciso, anche attraverso notizie assunte da un ufficiale di collegamento di assoluta fiducia, che l'ordine era stato ispirato dal col. Stevens. Tale ordine era insidiosamente carico di pericoli perché ribadiva rigorosamente la disposizione già data dal CMRP che i comandanti delle formazioni foranee potevano dirigere le operazioni soltanto sino alla linea di attestamento e che successivamente il comando operativo doveva essere assunto dal Comando Piazza e dai dipendenti 5 comandi di settore, e perché fu accompagnato dalla diffusione attraverso vari canali, di notizie che avevano il duplice fine di allarmare e immobilizzare i reparti, perché il Comando Piazza sul quale gravò il difficilissimo e pericoloso compito di dirigere tutta la battaglia insurrezionale si trovò impegnato direttamente nell'eroica lotta cittadina, tra enormi difficoltà di tempestivi collegamenti e fu praticamente isolato in una delle fasi più dure della battaglia" (4).
L'occupazione delle fabbriche iniziata a Torino già nella notte del 25 (terminato il loro turno di lavoro, molti operai si erano rifiutati di uscire dalle officine) era completata al mattino del 26. I lavoratori si preparavano febbrilmente alla battaglia sbarrando i cancelli degli stabilimenti, ostruendo i passaggi con blocchi di ghisa, piazzando le mitragliatrici in punti cruciali e apprestando delle postazioni di difesa. Durante la notte avevano eretto muretti e trincee utilizzando il materiale più diverso. Dai nascondigli uscivano le armi, le munizioni e le bombe precedentemente occultate.
Già da qualche tempo l'ufficio sabotaggio e controsabotaggio del CLN (5) aveva preso contatto con i dirigenti e i tecnici di molte aziende per preparare la difesa degli impianti industriali e se non in tutte, in diverse si erano trovati aiuti e complicità nel lavoro di trasporto e occultamento delle armi.
Ogni officina è rapidamente trasformata in fortezza, ma i lavoratori non commettono l'errore del 1920 di restarvi asserragliati all'interno in attesa degli eventi; mentre assicurano la difesa passano con slancio all'attacco. Vi sono gli impianti delle ferrovie, delle centrali elettriche e telefoniche da difendere, i ponti sul Po e gli acquedotti da salvare, le radio, gli edifici pubblici, le caserme da conquistare.
I Gappisti e i patrioti sono in azione, in diversi punti della città la lotta diviene rapidamente aspra per la superiorità dei tedeschi in uomini e soprattutto in mezzi corazzati. Le formazioni partigiane non arrivano; che cosa è accaduto? Con diversi mezzi di fortuna delle staffette vengono inviate a sollecitare le colonne partigiane, arrestate a pochi chilometri dalla città, ad affrettare la loro marcia in aiuto dei centri insurrezionali che i nazifascisti tentano di soffocare. La città è insorta, ogni ritardo potrebbe essere fatale.
"Assunsi in quella circostanza la responsabilità", scrive P. Colajanni, "di dare ordine a Petralia (6) perché con ogni mezzo a sua disposizione facesse proseguire l'attacco anche oltre gli obbiettivi periferici. Petralia si assunse pure lui la stessa responsabilità e di quello volli dargli atto nella proposta al valore" (7).
Intanto la Fiat Mirafiori ove lavoravano 13 mila operai di cui 2 mila donne, è attaccata verso le 18 con tre carri armati e una decina di autoblinde dai tedeschi che riescono a penetrare nella prima cintura di difesa, ma sono presto ricacciati dai lavoratori. Questi rispondono al fuoco violento con le mitragliatrici poste ai finestroni dello stabilimento e col lancio di granate e di bottiglie "Molotov"; un carro armato tedesco è immobilizzato e gli altri due sono costretti a ritirarsi, alcune autoblinde sono in fiamme. I nazisti rinnovano poco dopo l'attacco.
La situazione si fa critica, il compagno Camillo Muratori colpito in pieno viso cade eroicamente, molti sono gli operai feriti; i tedeschi sono a pochi metri dall'entrata, ma i Sappisti non mollano. Alcuni di essi preparano le bombe a mano, altri le lanciano a grappoli contro i carri armati che inesorabilmente si avvicinano. Il mitragliere dell'ufficio mano d'opera benché fatto segno dai cannoncini, immobilizza un altro carro armato, i Sappisti sparano sulle sagome che dietro e di fianco ai carri armati si avvicinano. E' un momento tragico. Molleremo? E' probabile. Un poco di orgasmo. Che cosa faremo se entreranno? Tutti gli operai armati, anche se di una sola pistola, restino nei reparti in mezzo alle macchine, ordina il comandante delle SAP; dovranno pure scendere dai carri armati e quando saranno a piedi li ammazzeremo tutti; noi vediamo loro, ma loro non vèedono noi, questo è il grande vantaggio che abbiamo" (8).
Dopo mezz'ora di battaglia, il nemico è nuovamente ricacciato. Alle 16 anche la SPA è attaccata da una camionetta di Marò della Xa Mas; i Sappisti rispondono al fuoco mettendo in fuga gli aggressori che lasciano sul terreno alcuni morti. Non è stato che un assaggio, alle 21 il nemico attacca in forze da corso Ferrucci e da via Montenegro cannoneggiando lo stabilimento. Due carri armati pesanti, un'autoblinda e alcuni autocarri tentano di penetrare. Numerosi operai cadono combattendo, tra gli altri Mario Bonzanino. I lavoratori non erano rimasti in ozio, occupata la fabbrica avevano iniziato il montaggio di tre carri armati tipo 15/42 di cui uno semovente con pezzi da 75mm.
Costruiti in poche ore, erano appena pronti quando alle 21 il nemico aveva attaccato. Appena il primo di questi carri armati, come un bolide uscì dallo stabilimento, i nazifascisti batterono in ritirata.
Altre fabbriche sono attaccate con estrema violenza dal nemico. Duri combattimenti si sviluppano alla Lancia, ove i carri armati tedeschi sono ricacciati dai Gappisti, alla Grandi Motori, alla Nebiolo, alle Ferriere Piemontesi e in diverse officine. Riproduciamo in appendice alcuni rapporti dei comandanti di settore sullo svolgimento di questi combattimenti (9).
La lotta, frattanto, infuria a Porta Nuova, alla stazione i tedeschi hanno attaccato con tre carri armati, i ferrovieri della brigata SAP "Lino Rissone" e gli arditi Gappisti resistono efficacemente e mettono in fuga il nemico. Anche i Sappisti hanno tre morti e numerosi feriti, ma la stazione e lo scalo ferroviario rimangono nelle loro mani. Alla stazione Stura, invece, i patrioti sono costretti a ritirarsi dopo avere inflitto ai tedeschi gravi perdite.
Si combatte in ogni angolo della città, i tram sono fermi dalle prime ore del mattino, le case alla periferia imbandierate. Alcuni edifici pubblici tra i quali la questura, il municipio (dove il podestà Fazio è stato arrestato), l'Eiar, la Stipel, la Sip, la caserma dei vigili del fuoco, sono già nelle mani degli insorti. La squadra volante della "Gramsci" penetra nel palazzo delle Poste di via Nizza, disarma la milizia postelegrafonica, conquista una mitragliatrice pesante, 26 moschetti e altre armi.
Nei pressi della stazione Dora infuria la battaglia, i patrioti stanno per essere sopraffatti, chiedono rinforzi al Comando della 7a brigata. Un distaccamento lascia le Ferriere con un autocarro ed accorre in aiuto ai Sappisti accerchiati; ma anche i tedeschi ricevono rinforzi. Si chiede ancora aiuto alle Ferriere, sede del Comando di brigata. Ilio Baroni (Moro) lascia il Comando della brigata ad un altro garibaldino ed alla testa di un distaccamento si porta in via Bra dove i Sappisti circondati dai tedeschi sono impegnati in una lotta senza scampo. Dopo aspro combattimento, Baroni con i suoi riesce ad aprirsi un varco falciando i tedeschi che presi alle spalle sono costretti a ripiegare. I distaccamenti garibaldini, prima accerchiati, cercano di disimpegnarsi, riescono a ricuperare i loro automezzi ed a raggiungere di nuovo le Ferriere, ma nella manovra di ripiegamento, cade con gli altri il comandante Ilio Baroni.
Una colonna motorizzata di tedeschi avanza in corso Principe Oddone puntando verso la stazione Dora, i Sappisti della 7a e un distaccamento della 17a brigata "Garibaldi" la bloccano, attaccano i carri armati e le autoblinde. La battaglia dura alcune ore, alla fine il nemico si ritira, un carro armato ed un'autoblinda friggono, sono fuori uso, come i numerosi nemici rimasti sul terreno. I partigiani hanno subito anch'essi sensibili perdite, tra le quali quella del comandante il distaccamento.
Sotto il fuoco delle mitraglie che spazzano le strade, le staffette in bicicletta percorrono i quartieri per portare ordini e collegare i combattenti con i comandi di settore e con il CMRP.
Alle 10, i membri del CLN lasciano la sede clandestina degli Archivi di Stato per trasferirsi alla conceria Fiorio; in via S. Donato all'angolo con via Galvani uno scontro tra un reparto tedesco asserragliatosi in uno stabile e squadre Partigiane che cercano di snidarlo, impedisce che il trasferimento possa compiersi. Per il sopraggiungere di rinforzi tedeschi il conflitto si estende a tutta la zona circostante. I membri del CLN si insediano provvisoriamente in casa di Aldo Da Col in Via Peyron 4.
Verso mezzogiorno il CMRP riceve una prima proposta dai fascisti che intendono trattare per "il trapasso dei poteri" purché si consenta a tutti coloro che lo desiderano di poter seguire i tedeschi in ritirata (10). Quasi alla stessa ora, la Curia Arcivescovile comunica che i tedeschi si dicono disposti a sgomberare la città purché sia loro concesso durante 48 ore il transito della 34a e della 5a divisione che intendono dirigersi su Milano. Ambedue le proposte sono respinte, ai fascisti il CLN risponde che non intende concordare alcun passaggio di poteri perché il potere se lo assume da sé. Al Comando tedesco il CMRP fa sapere che esige la resa incondizionata. Il CLN redige un manifesto affisso alcune ore dopo sui muri della città col quale annuncia l'assunzione dei poteri (11).
La lotta tra le due parti non è finita, anzi dopo il rifiuto di trattare si fa più aspra, i nazifascisti si battono disperatamente e con la forza che viene loro dai numerosi carri armati che ancora posseggono. I lavoratori torinesi invece possono contare soltanto sulle loro forze perché le unità partigiane sono sempre trattenute fuori della città dall'equivoco ordine, ritenuto del col. Stevens.
Poco dopo le 14, reparti repubblichini riescono a riconquistare il palazzo della Gazzetta del Popolo e traggono prigionieri nella vicina caserma Valdocco, gli operai che non erano riusciti a mettersi in salvo.
Anche la questura e il municipio sono rioccupati dai fascisti. Si combatte all'Aeritalia. Alle 13 i Sappisti della 6a brigata "Gino Sacli" dell"'Unica" attaccano una pattuglia tedesca in corso Francia e intimano la resa al posto di blocco fascista. Una camionetta carica di tedeschi corre in aiuto ai "camerati", ma è costretta a fare rapidamente dietro front portandosi via un morto e alcuni feriti. Dopo mezz'ora di fuoco i repubblichini asserragliati nel posto di blocco si arrendono.
Un'ora è appena trascorsa che una colonna tedesca proveniente da Collegno attacca nuovamente gli operai dell'Aeritalia investendo lo stabilimento da diverse parti e impiegando cannoncini a tiro rapido. I Sappisti e gli operai portano le mitragliatrici sui tetti dello stabilimento; sono maggiormente allo scoperto, ma possono colpire meglio il nemico che, falciato dalle armi automatiche, è costretto a ritirarsi. Gli operai si mettono immediatamente al lavoro per riattivare la pista di atterraggio degli aerei.
I partigiani stanno per arrivare. Sin da mezzogiorno il distaccamento "Lupo" della 19a brigata con alla testa Oscar, aveva attaccato il posto di blocco di Superga sbaragliando il nemico. "Trumlin" il vicecomandante della brigata guida l'assalto al posto fortificato di ponte Stura. "Sotto il fuoco del nemico, alcune squadre agli ordini di Moretta e di Edera si lanciano nelle acque della Stura, penetrano nel quartiere della Barca e lo liberano." (12)
Piove a dirotto, ma tutta la popolazione è in strada a salutare i liberatori. Altri distaccamenti scendono di corsa a Sassi e si attestano a difesa dei ponti sul Po. I primi reparti partigiani entrano in città e si dirigono verso il Corso Regina Margherita. Alle 14,30 unità garibaldine ed una forte colonna della divisione autonoma "Monferrato" avanzano da corso Casale verso il centro. A Rivella è concentrato un reparto di arditi che agisce nella zona. Un nucleo della divisione "GL" cittadina è in azione al Borgo Vanchiglia.
Un'audace puntata di reparti esploratori della stessa divisione si spinge sino a piazza Castello, mentre una colonna di "Giustizia e libertà" occupa il gazometro di Porta Susa.
Sul ponte Stura la brigata garibaldina "Giambone" cattura un carro armato. Alla FRIGT dopo due ore di combattimento un centinaio di tedeschi è fatto prigioniero. A Madonna di Campagna i patrioti conquistano tre autocarri carichi di soldati e ufficiali nemici. Nella zona di cascina Maccagni, in una rapida azione a fuoco, due carri armati sono incendiati e due autoblinde catturate.
Alle ore 18 il Comando dell'VIIIa Zona riceve il seguente messaggio:
"L'ordine da voi ricevuto ieri sera è falso. Arrestate chiunque lo abbia portato, chiunque esso sia. Non può essere altro che una provocazione. Il CMRP ordina a tutte le formazioni dell'VIIIa Zona di entrare immediatamente in città con tutte le forze disponibili".
Da quel momento le azioni partigiane contro i presidi tedeschi e fascisti che circondano la città si susseguono ininterrottamente. In prossimità dei ponti del Po carri armati tedeschi cercano di sbarrare la strada con violente raffiche di mitragliere, alle formazioni partigiane, queste rispondono con i "Bazooka" anticarro.
Nella notte del 26 una pattuglia avanzata di tre giovani garibaldini si trova di fronte ad un reparto di SS che con due carri armati "Tigre" avanza verso un accantonamento partigiano. I tre patrioti affrontano audacemente l'impari combattimento, dando cosi la possibilità, a prezzo della loro vita, alla brigata di non essere colta di sorpresa.
All'alba del 27 la brigata "Giaime Pintor" del gruppo mobile operativo "GL" avanza sino al ponte Umberto I e in collaborazione con la brigata Garibaldi "Gardoncini" attacca la caserma dell'OT e la "Propaganda Staffel". Contemporaneamente penetrano in città la 9a divisione "GL", la divisione " Matteotti"-"Renzo Cattaneo" e unità garibaldine che avanzano in corso Vittorio tra Porta Nuova e il ponte Umberto I sostenendo vivaci combattimenti con mezzi corazzati nemici (13).
La 2a brigata "Garibaldi" libera la Barriera di Milano, un reparto della 19a, della la divisione "Leo Lanfranco" raggiunge le officine "Grandi Motori", reparti della 2a divisione accorrono alle Ferriere Piemontesi, mentre alla Spa arriva per prima la "Giorgio Davito" della divisione "Matteotti".
Alle 10,30 i repubblichini attaccano la 3a brigata SAP che ha occupato la Westinghouse, i patrioti rispondono efficacemente ed inseguono i fascisti che sono costretti a riparare nel loro fortilizio delle carceri Nuove dove si trovavano di guardia. I garibaldini proseguono l'attacco sino a quando il maggiore Cera comandante le forze fasciste chiede una tregua d'armi; viene concessa in cambio di cento detenuti politici che sono immediatamente messi in libertà e consegnati al Comanào della brigata.
Alcune ore dopo il carcere è nelle mani dei partigiani e le sue celle cambiano ospiti. Tutti i patrioti sono liberati e al loro posto vengono rinchiusi i criminali fascisti tra i quali il maggiore Cera sino a poche ore prima comandante del carcere. L'ex detenuto politico Pietro Raspanti è nominato direttore delle carceri Nuove (14).
Una brigata della 4a "Garibaldi" fa una puntata sino all'ex Camera del lavoro in corso Galileo Ferraris a breve distanza dagli alti comandi tedeschi.
Verso le 11 il Comando Piazza si trasferisce alle officine Lancia e il CLN porta la sua sede negli uffici della conceria Fiorio. Autoblinde tedesche scorrazzano ancora per la città e fanno puntate verso la periferia sparando all'impazzata. I carri armati superstiti sono braccati e si muovono alla cieca, come belve impazzite, in cerca di una via di scampo.
Alle 11 don Garneri si presenta al CLN latore di una terza richiesta dei tedeschi che insistono per ottenere che le loro due divisìoni possano attraversare una parte della città, non chiedono più 48, ma soltanto alcune ore di tempo; in caso di rifiuto minacciano di fare di Torino una seconda Varsavia.
Anche il comandante Colàjanni (Barbato) viene informato che il famigerato capitano Schmidt comandante di un corpo di polizia tedesco è autorizzato da Von Rhan a trattare con i partigiani. Colajanni risponde che egli ha poteri per combattere, non per trattare delle tregue.
Il generale Schlemmer alla testa della 34a Panzerdivisionen e della Va Alpenjager "Gambus", 35 mila uomini e 60 carri armati "Tigre", che aveva posto la sede del suo Comando nel Castello di Stupinigi, dopo aver tentato invano di riprendere in mano la situazione, facendo fare delle puntate in città a reparti corazzati, comunica di essere disposto a capitolare purché gli sia lasciata via libera per Milano. Cosciente del grave pericolo che una concessione del genere potrebbe rappresentare per le altre città insorte che si vedrebbero piombare alle spalle le divisioni tedesche, il CMRP ancora una volta respinge senza esitazione la richiesta.
Il gruppo di stabilimenti Elli-Zerboni, Cimat, Savigliano, Barbero sono attaccati da carri armati tedeschi che sparano con i cannoncini. I Sappisti della Elli-Zerboni chiedono rinforzi, sopraggiungono rapidamente i Sappisti della 32a e della 33a assieme a reparti garibaldini dell'VIII Zona che mettono in fuga il nemico.
Alle 13, tre carri armati tedeschi attaccano le officine Viberti, sono ricacciati dall'efficace reazione del distaccamento garibaldino comandato da Giovanni Girard. Nel breve combattimento i Sappisti hanno avuto alcuni morti tra i quali il garibaldino Mario Testa.
Anche alla Grandi Motori gli operai devono fronteggiare un attacco condotto da carri armati seguiti da numerosi nazifascisti appiedati. Gli attaccanti muovono da via Cigna e da via Antonio Cecchi; i patrioti rispondono dalla postazione di via Gressoney, tedeschi e fascisti hanno la peggio, ma nel combattimento cadono i patrioti Arrigoni, De Fina, Loco e Costanzo, altri sono gravemente feriti. I tedeschi investono pure il distaccamento della Siomat in corso Peschiera, ma sono in breve costretti a fuga disordinata; sul terreno assieme a numerosi nemici rimangono purtroppo anche i garibaldini Pietro Porta, Marizza e Fusetto oltre a numerosi feriti.
Verso le 14, dopo alcune ore di combattimento, il V distaccamento della brigata "Eugenio Curiel" con alla testa d'Amico occupa l'ex Casa della GIL conquistando grande quantità di armi.
Alle 15 le forze nazifasciste tengono ancora la linea piazza Statuto, corso Principe Eugenio, corso Regina Margherita (piazza Emanuele Filiberto esclusa), Giardini Reali, piazza Cavour, piazza Carlo Felice, corso Oporto, corso Mediterraneo.
Il covo di via Asti sgominato.
La caserma di via Asti che i fascisti repubblichini avevano trasformata in luogo di tortura resiste ancora. Sin dal pomeriggio del 26 aprile i Sappisti della 5a divisione garibaldina, unitamente ad un distaccamento della brigata "Matteotti", l'avevano ripetutamente attaccata. La notte era sopraggiunta senza che i patrioti riuscissero ad espugnarla. Circondata tutta la zona, alle prime luci dell'alba erano ritornati all'assalto.
Una squadra di Sappisti trascina da corso Casale un cannoncino da 75/17, lo apposta in corso Alberto Picco ed inizia il tiro a zero sulla caserma. Distaccamenti volanti del Borgo Pino dalle case che fronteggiano la caserma, sparano con le armi automatiche. I fascisti assediati si difendono disperatamente e rispondono al tiro del pezzo da 75 col fuoco dei loro mortai; tentano poi una sortita verso corso Casale, appoggiati da due autoblinde, cercano di spezzare l'accerchiamento, ma non vi riescono. Alcune ore dopo ritentano con mezzi corazzati e l'impiego delle armi pesanti e dei mortai. Due Sappisti: Luigi Medico e Ernesto Moncalvo strisciando sotto il tiro della mitraglia nemica, raggiungono un carro armato e lo colpiscono con una carica di esplosivo, poi vi balzano sopra e scaricano i loro mitra nelle feritoie, fulminando l'equipaggio.
Il comandante sappista La Grutta invita i fascisti assediati nella caserma ad arrendersi, ne riceve un rifiuto. Il combattimento continua aspro. Le perdite sone gravi dalle due parti. Nel corso della giornata sono caduti nei ripetuti attacchi alla caserma i garibaldini Giovanni Berruto, Diego Martinetti, Gibellin, Renato Alciati, Oreste e Domenico Viarisio ed altri ancora; numerosi i feriti.
Scende la notte, i fascisti perduta ogni speranza di riuscire ad aprirsi un varco fuggono a gruppi col favore delle tenebre, alcuni vi riescono, altri cadono davanti alle postazioni partigiane. Una parte degli assediati riesce a fuggire attraverso un cunicolo segreto, indossando degli abiti civili. Prima di abbandonare la caserma i briganti neri non rinunciano ad un'ultima infamia: seviziano e massacrano il patriota Luigi Greco che tenevano prigioniero.
Nella caserma, al momento in cui venne occupata dai partigiani si trovavano ancora prigionieri 14 patrioti tra i quali il comandante Bricarello, il sappista Emesto Bonà e Aquilino Negarville.
Contemporaneamente sono state attaccate e costrette alla resa le caserme di corso Valdocco e Monte Nero ove trovavansi asserragliati reparti della Xa Mas. La 49a "Garibaldi" è impegnata in combattimento nei pressi della caserma Cernaia. La resistenza del nemico è sempre più debole. Alle 17 la divisione "Littorio" è in pieno sfacelo. Reparti della IVa Zona raggiungono la Fiat Mirafiori entusiasticamente accolti dagli operai che da 48 ore resistevano agli attacchi dei tedeschi (15).
L'80a brigata "Garibaldi" guidata da Burlando attacca il presidio tedesco alla stazione Dora. All'intimazione di arrendersi senza condizioni, l'ufficiale nazista chiede il salvacondotto per lui ed i suoi uomini sino al Brennero; il combattimento riprende violento, alla fine il presidio è costretto a capitolare.
Matteottini e garibaldini espugnano il posto di blocco dell'autostrada Torino-Milano. Le unità partigiane premono sempre più, dando la caccia ai pochi carri armati sperduti per le vie della città.
Alle 18 la vittoria si delinea imminente. Una nuova proposta arriva al CLN da parte del viceconsole tedesco Alvens. Il CLN delega don Cavallo parroco di S. Alfonso e l'ing. Alessandro Fiorio a recarsi con immunità di parlamentari di guerra presso la sede del comando tedesco ad intimare la resa incondizionata. Quando i delegati del CLN giungono sul posto trovano il Comando nemico in pieno scompiglio, non c'è più nessuno con cui prendere contatto.
Anche il generale Trabucchi che, liberato dalle carceri di S. Vittore a Milano, era riuscito a raggiungere Torino dove aveva ripreso immediatamente il suo posto di battaglia, aveva inviato al Comando tedesco la risposta alla richiesta di armistizio (16). Ma l'ultima richiesta i tedeschi l'avevano fatta soltanto per guadagnare tempo affinché il loro Comando potesse raggiungere il grosso delle truppe corazzate. Queste durante la notte si raccolgono attorno ai Giardini Reali, investono il blocco partigiano sulla Dora e riescono ad aprirsi il varco dirigendosi verso Chivasso.
"Non si poteva da parte partigiana fare di più e l'aver costretto i tedeschi, con l'insurrezione del 25 a restare nel concentrico era servito ad impedire la distruzione dei ponti cittadini sul Po e sulla Dora" (17).
Nella notte dal 27 al 28, non appena i tedeschi, riusciti a sfondare, avevano imboccato la strada per Chivasso, il CMRP invia alle brigate garibaldine biellesi un marconigramma urgente: "Colonna 8000 tedeschi e fascisti provenienti da Torino in ritirata. Impedire che la colonna raggiunga Milano. Firmato Grossi" (18).
Le unità garibaldine che avevano nei giorni precedenti liberato Biella, Santhià e Vercelli, si dispongono immediatamente in schieramento di battaglia per difendere i centri liberati e per impedire alla colonna tedesca di proseguire verso Milano. La 75a brigata da Cigliano a Santhià per fronteggiare i reparti provenienti da Torino, la 2a brigata si apposta tra Cavaglià e Santhià per opporsi alle colonne che possono arrivare da Ivrea, la 182a e la 12a divisione si dispongono tra Santhià e Vercelli.
Il 29 una colonna corazzata, l'avanguardia delle truppe tedesche che si ritirano da Torino, investe Cigliano. I garibaldini oppongono una prima vigorosa resistenza, ma poi sono costretti ad abbandonare il paese lasciando sul terreno parecchi morti, tra gli altri Elia Arnoldi ed Emiliano Bollea. Le forze nemiche dilagano nella pianura e raggiungono Salussola e Santhià. Ventinove civili vengono dai tedeschi trucidati nelle loro case.
Nei pressi di Santhià il nemico urta contro un più robusto sbarramento. I partigiani hanno minato i ponti ed uno di questi, nei pressi di Tronzano viene fatto saltare. Le unità corazzate non possono proseguire e sembra che il nemico si decida ad arrendersi, ponendo come sola condizione di voler trattare con i comandi anglo-americani.
Mentre le trattative sono in corso i tedeschi compiono un ennesimo atto di barbarie.
È l'alba del 30 aprile, un forte reparto nemico si avvicina alle linee partigiane innalzando bandiera bianca; quando però si trova a breve distanza apre il fuoco contro i garibaldini. Questi, appartenenti a reparti della 2a e della 75a brigata, ripiegano combattendo; ma un distaccamento del battaglione "Gianni Crestani" è troppo vicino ai nazisti per potersi sganciare, si batte valorosamente per oltre un'ora. Il comandante Sollazzo alla testa di un gruppo di ardimentosi corre in aiuto al distaccamento impegnato. Nel combattimento 25 garibaldini rimangono sul campo (19).
Anche il nemico è duramente provato perché sottoposto al bombardamento dell'aviazione alleata sopraggiunta tempestivamente. La colonna tedesca rimane bloccata a Santhià e si arrenderà all'indomani agli Alleati. Il Comando raggruppamento divisioni "Garibaldi " biellesi telegrafa al CMRP a Torino: "il vostro ordine è stato eseguito".
Frattanto nella notte tra il 27 e il 28 a Torino erano stati domati gli ultimi tentativi di resistenza e il 28 trova la città completamente libera anche se qua e là si imponevano azioni a fuoco contro il "cecchinaggio".
Verso le 10 del mattino i dirigenti del CLNP partono dalla sede clandestina della conceria Fiorio, in corteo diretti alla prefettura, salutati dagli evviva della popolazione riversatasi nelle strade.
Nel palazzo della prefettura Giovanni Roveda presiede una rapida riunione del Comitato di Liberazione, vengono esaminati alcuni problemi più urgenti per la ripresa della vita cittadina, poi la Giunta popolare decide di portarsi in municipio per mettersi immediatamente al lavoro.
Non appena varcata la soglia della prefettura, il corteo dei membri della Giunta popolare viene fatto segno ad alcune violente raffiche di mitra. Il "cecchinaggio" fascista dà segni della sua attività disperata. Gappisti e Sappisti rispondono immediatamente al fuoco e circondano i palazzi vicini. La sparatoria durò circa un'ora in piazza Castello. Frattanto Roveda il neosindaco, e i componenti della Giunta sono riusciti a raggiungere il municipio, ma appena entrati negli uffici le finestre sono fatte bersaglio dal tiro dei fucilieri fascisti. L'azione di "cecchinaggio" durò alcuni giorni e costò la vita a diversi patrioti (20).
Il pericolo più grave era però ancora rappresentato dalle forze tedesche che si raccoglievano ad occidente della città. Il generale Schlemmer aveva ordinato il concentramento di tutte le sue truppe tra Pinerolo e Rivoli Torinese "nella folle illusione di raggiungere per la sinistra del Po il Veneto prima degli Alleati e di qui la sua patria".
Le colonne tedesche provenienti da Cuneo si erano scontrate al mattino del 28 a Stupinigi ed a Moncalieri con le difese partigiane, nel pomeriggio quelle provenienti dalle valli Chisone e Dora si trovano la strada sbarrata a Orbassano ed a Grugliasco. Il comandante la 4a divisione "Alpenjager" chiede al Comando partigiano di lasciare libero transito per Torino alle colonne tedesche, in caso di rifiuto avrebbe fatto bombardare la città con le artiglierie appostate a Stupinigi ed a Rivoli.
Il cardinale Fossati si porta in prefettura e chiede al generale Trabucchi, comandante del CMRP, quali erano gli intendimenti del Comando. Il generale risponde che "le ragioni di opportunità militare e di dignità nazionale imponevano di respingere la richiesta. Il cardinale volle recarsi dal generale Schlemmer al Castello di Stupinigi. Venne accompagnato dal col. Contini che aveva disposizioni dal CMRP di ribadire al generale tedesco che alla violenza i partigiani avrebbero risposto con la violenza. Il generale tedesco fu corretto col cardinale, ma rifiutò di assumere ogni impegno.
Intanto il col. Stevens che dopo la fuga dei tedeschi dalla città era ricomparso in una sfavillante divisa, scrive il generale Trabucchi, "mi ordinò di fare saltare i ponti di Moncalieri, per trattenere il nemico ad ovest di Torino". Il generale Trabucchi promise di fare quanto richiesto, ma i ponti rimasero in piedi non essendo egli disposto a distruggere ciò che con tanti sacrifici di sangue era stato salvato sino a quel momento.
Giorni di ansia furono il 29 e il 30, la città libera dall'interno, continuava ad essere sotto la minaccia dei cannoni e delle truppe del generale Schlemmer. Alla sera del 29 una colonna della 34a divisione, da lui comandata, proveniente da Cuneo si attestò a Grugliasco chiedendo di passare. I Sappisti e i partigiani data la loro inferiorità furono costretti ad acconsentire il transito della colonna tedesca. I nazisti s'erano impegnati a non commettere violenza alcuna. Malgrado l'accordo, verso mezzanotte disarmarono di sorpresa un posto di blocco partigiano, circondarono il paese, attaccarono la Casa del Popolo dove i Sappisti esaurite le munizioni e sopraffatti dal numero vennero fatti prigionieri. Alcuni riuscirono a fuggire ed a raggiungere Collegno riparando nella ex Casa Balilla, anche qui vennero raggiunti ed attaccati dai tedeschi. Resistettero sino all'ultimo; i superstiti vennero catturati dai teutonici e riportati a Grugliasco dove assieme agli altri partigiani, dopo essere stati orribilmente torturati, vennero fucilati. Caddero nell'eccidio di Grugliasco 58 Sappisti garibaldini e sette civili.
Gli "eroi" tedeschi esitavano però ad attaccare Torino e ripiegarono verso ovest nell'intento di raggiungere Orbassano. Le unità nemiche ammassate a Rivoli effettuavano ricognizioni offensive lungo lo stradone di Rivoli sino all'altezza della linea ferroviaria che porta in Francia. Alla sera del 30 le colonne tedesche sono in movimento per CollegnoVenaria-Settimo. Considerato impossibile superare gli sbarramenti dei partigiani biellesi e vercellesi a Santhià ed a Vercelli, i tedeschi avevano deciso di tentare di raggiungere la Svizzera attraverso la valle d'Aosta. Ma ormai era troppo tardi. Il 1° maggio le unità anglo-americane fanno il loro ingresso a Torino e il giorno dopo il capo di S.M. del corpo d'armata americano fece sapere al generale Schlemmer che se non si decideva ad arrendersi avrebbe fatto intervenire un centinaio di bombardieri pesanti. Lo Schlemmer firmò la resa alle 17 del 3 maggio nelle mani di un colonnello americano.
Le unità alleate entrando a Torino trovarono una città disciplinata, presidiata da 14 mila partigiani, i servizi pubblici in funzione, salve tutte le industrie, intatti i ponti le centrali elettriche e ferroviarie.
Nelle cinque giornate insurrezionali di Torino caddero combattendo nelle fabbriche e nelle strade 320 partigiani e lavoratori. La classe operaia torinese ancora una volta era stata all'avanguardia nella lotta e nel sacrificio. Le maestranze presenti alla Fiat Mirafiori durante tutte le giornate insurrezionali avevano superato il 90%, l'80% alla Spa, l'85% alla Lancia, le stesse percentuali negli altri stabilimenti.
Cesare Balbo, gloria del vecchio Piemonte, nello studiare l'insurrezione di Spagna contro Napoleone per trarne ammaestramenti per una auspicata guerra di liberazione italiana, aveva rilevato come le forze popolari si fossero affermate di fatto nella penisola iberica, assai più nella difesa di certe città, come Saragozza e Gerona, difesa integrata dall'azione di bande della montagna o di corpi militari regolari, che non nella sola guerriglia vera e propria. E si trattava allora di città murate che potevano trattenere dei veri eserciti, dando modo alle forze esterne di combatterli alle spalle. A poco più di un secolo di distanza la concezione di C. Balbo trovava conferma proprio nella sua Torino. Senonché al posto delle mura c'erano le fabbriche, e al posto di una plebe miserabile e fanatica, un proletariato veramente educato e cosciente; e fuori le bande sorrette da tutta la popolazione del contado e anch'esse costituenti non una milizia raccogliticcia e disforme, ma ormai il fior fiore dei combattenti ammaestrati da una durissima esperienza di guerra e nessuna truppa forestiera. Torino aveva provveduto a salvare cose meravigliose, non solo le sue fabbriche, ma pure gli impianti elettrici, telefonici, i suoi ponti, i suoi acquedotti (21).

Note
1) Gli effettivi di queste unità non si riferiscono alla loro forza complessiva, ma soltanto alle aliquote destinate a convergere su Torino.
2) "Il col. Stevens poteva benissimo non approvare e disgiungere la sua responsabilità dal CMRP, ma una volta accettata la conclusione ed impartito l'ordine, tutto doveva essere fatto per la felice riuscita del progetto. Invece dopo la deliberazione, il colonnello aveva rifiutato di condividere la sorte del CMRP, si era rifugiato in una più sicura villa in collina e quel che è peggio aveva fatto circolare alcune comunicazioni che avevano indotto molti a ritenere che l'azione insurrezionale fosse rinviata". A. Trabucchi, I vinti hanno sempre torto, Edit. De Silva, Torino, p. 207.
3) Pompeo Colajanni (Barbato), Comandante dell'VIIIa zona, divisioni partigiane del Monferrato, delle Langhe, del Canavese, della Valle Chisone. Valoroso ufficiale dell'esercito.
4) Il Comando Piazza di Torino era formato dal col. Aurelio Guy comandante (indipendente), da Mario Mammuccari Brandani commissario (PCI), dall'ing. Zanoni (DC), dal dottor Mattone (liberale), da Bertoletti (Partito d'Azione) e da Santino (PSI).
5) Tale ufficio era diretto daill'ing. Sergio Bellone già comandante della brigata garibaldina "Luigi Capriolo", vi collaboravano gli ingegneri Calenti, Rivetti e il prof. Zin.
6) Petralia (capitano Vincenzo Modica).
7) Pompeo Colajanni, L'insurrezione di Torino, Rivista di Torino e del Piemonte, 4 aprile 1955.
8) Dal rapporto di F. Ferro (Fabbri) comandante delle SAP cittadine Archivio brigate d'assalto "Garibaldi".
9) Rapporti inviati dai comandi di settore al Comando delle SAP cittadine:
- 2a divisione: Borgo Vittoria è controllato dalle SAP, dalle 16 le Ferriere sono in mano nostra. In diverse sortite i Sappisti hanno fatto molti prigionieri, il nemico registra gravi perdite. Nicola.
- 3a divisione: la Grandi Motori è stata occupata alle ore 14: il morale è alto. I Sappisti hanno aumentato l'armamento con sortite che hanno fruttato oltre alle armi molti prigionieri. Erba.
- 1a divisione: la SPA è in mano dei Sappisti, così dicasi della Lancia e dell'Aeritalia. Il compagno Francesco Taverna è caduto eroicamente nell'occupazione della SPA. Gigi.
- 1a brigata SAP garibaldina 'E. Giambone': alle ore 19 del 26 il presidio dello stabilimento Lancia composto dalle SAP e rinforzato dai GAP viene attaccato da tre camionette armate repubblichine. L'attacco dura appena dieci minuti e viene respinto. Risultato: un mitragliere da camionetta morto, un altro repubblichino ferito. Da parte nostra nessuna perdita. Le forze delle SAP e dei GAP dopo questo primo attacco restano vigilanti, difatti verso le 21 due carri armati tedeschi 'Tigre' attaccano lo stabilimento con nutrito fuoco. Le nostre formazioni passano al contrattacco, l'avversario dopo 55 minuti di lotta è costretto ad abbandonare il campo lasciando sul terreno morti e feriti. Le armi in dotazione alle nostre formazioni erano: una trentina di moschetti, diverse bombe a mano, bombe ballerine, bombe 'Molotov' e dinamite. Firmato: Mario.
Relazione della SAP garibaldina dalla Fiat Mirafiori: "Corpo Volontari della Libertà Fiat Mirafiori 10a divisione SAP.
- Tutti i Sappisti, il Fronte della Gioventù, i Gruppi di difesa della donna, tutti i compagni e compagne rispondevano con slancio e grande entusiasmo alla difesa del loro stabilimento, creato con le fatiche loro e dei loro Padri.
- I Sappisti riuscivano a disarmare i NAS interni ed i posti di blocco adiacenti alla Fiat: il bottino di guerra si può .riassumere: 200 moschetti, 2 mitragliatrici pesanti e 4 leggere, bombe a mano e tre camion. Catturati 15 prigionieri tedeschi.
- La lotta per la difesa dello stabilimento, nel respingere gli attacchi tedeschi appoggiati da carri armati con cannoni semoventi fu dura, ma Vittoriosa. Nei giorni della difesa dello stabilimento, parecchi atti di eroismo che costarono generosi tributi di sangue.
- Il 26 aprile il compagno Blandino si lanciava coraggiosamente all'attacco di un posto di blocco di corso Orbassano: raggiunto da una raffica di mitra cadeva vittima della sua audacia e del suo eroismo. Nella stessa giornata, durante un attacco di carri armati tedeschi, un sappista il compagno Camillo Muratore veniva mortalmente colpito da una scheggia di granata, fulgido esempio di indomito coraggio e decisione.
- Riteniamo nostro dovere inoltre fare presente l'entusiasmo di alcuni nostri migliori che in questi giorni si distinsero particolarmente: Baiocchi e Merlo, sotto il fuoco nemico con energico spirito di sacrificio si offrivano volontariamente di andare in soccorso di un compagno caduto, sempre primi in qualunque rischio e pericolo.
- Castelli (Mollo III) comandante di distaccamento con ammirevole fermezza portava a termine i suoi compiti contribuendo generosamente alla difesa dello stabilimento.
- I giovani Sappisti Di Mauro, Di Maio e Epulon senz'armi, con invidiabile ardimento riuscivano ad avvicinare un camion tedesco e a disarmare il maresciallo ricuperando l'automezzo e le armi del tedesco il quale nella lotta rimaneva sul terreno.
- Trumia Maria: alle compagne della Mirafiori va ricordata l'oscura ma pur sublime abnegazione della compagna 'Wanda' che infaticabilmente, per giorni e giorni ha dimostrato una fede encomiabile.
- Segnaliamo inoltre il comportamento coraggioso del compagno Mercuri Felice: durante l'attacco dei carri armati nazisti al nostro stabilimento, rimasto solo nella manovra di una mitragliatrice appostata sui tetti della palazzina degli uffici mano d'opera, sotto il fuoco concentrato nemico, con tempestive raffiche della sua arma impediva ai teutonici di avvicinarsi al recinto delle nostre officine e riusciva ad immobilizzare un carro armato ed a colpirne un altro costringendolo a ritirarsi. Colpita la sua postazione da un proiettile di cannone che lo sbalzava lontano alcuni metri dalla sua arma, miracolosamente illeso, vista l'impossibilità di tenere il suo posto e preoccupato dell'incolurnità della preziosa arma, si ritirava sotto il fuoco nemico portando la mitraglia in salvo per riprendere nuovamente la lotta in una nuova postazione. Esempio tipico di valore proletario.
- Chiaraviglio Sergio: unito a 5 compagni avvertiti che al posto di blocco di corso Orbassano vi erano armi lasciate dai nazifascisti da prelevare, si recavano sul luogo per prenderne possesso, ma colà giunti si trovarono di fronte ad un gruppo di repubblichini ancora asserragliati nel posto di blocco, i quali all'arrivo dei Sappisti aprivano il fuoco. Il Chiaraviglio veniva fatto prigioniero e lo costringevano a seguirli nella loro ritirata. Il nostro giovane compagno nei pressi dell'ospizio dei poveri riusciva a fuggire miracolosamente salvandosi dalle raffiche di mitraglia del nemico, ritornava al posto di blocco, ricuperava le munizioni che aveva abbandonate e rientrava portando inoltre la bandiera fascista. Vero esempio di eroismo per i giovani del Fronte della Gioventù.
- Degni di lode i pompieri e i sorveglianti i quali già nella notte dal 24 al 25 avevano dato prova di dedizione alla causa rifiutandosi di aiutare o comunque insegnare ai tedeschi come si doveva attaccare la pompa per il pescaggio della benzina in modo che i teutonici non potessero portare via il prezioso carburante. Nel pomeriggio del 26, liberatisi dai tedeschi, sono alcuni dei più animosi pompieri che danno l'assalto al vicino posto di blocco e riescono a catturare le armi e sono ancora i pompieri che catturano due camion di tedeschi che passavano per il corso Stupinigi.
- Durante la sparatoria dei carri armati, noncuranti del pericolo, si prodigano al ricupero dei feriti e li trasportano nell'infermeria; raccolgono i caduti e si prodigano in mille modi per rendersi utili alla buona riuscita dell'insurrezione. Firmato: Riccardo. "Dall'archivio delle brigate d'assalto Garibaldi".
Vedi anche F. Ferro, I nostri Sappisti nella liberazione di Torino, Edizioni SAN, Torino.
10) Paolo Greco, Cronaca del Comitato Piemontese di Liberazione, in Aspetti della Resistenza in Piemonte, Istituto dèlla Resistenza, Torino, p. 150.
11) "Il CLN del Piemonte dirige l'insurrezione. I fascisti devono capitolare.
"Piemontesi,
Il Comitato di Liberazione Nazionale del Piemonte applaude al fermo ed eroico contegno della popolazione che è piena di solidarietà ed appoggio al Corpo Volontari della Libertà, alle masse operaie che già affrontarono valorosamente e vittoriosamente i fascisti in questa fase culminante e decisiva della nostra lotta di liberazione.
Il Comitato ha respinto la proposta di resa condizionata presentata dai comandi tedeschi e fascisti, la risposta del Comitato è stata la seguente: la resa dev'essere incondizionata perché non possiamo permettere che rimangano armi nelle mani dei nostri nemici che possono colpire attaccando i nostri fratelli e i nostri alleati.
Popolo di tutto il Piemonte, in armi sino all'ora dell'imminente liberazione totale.
Il Comitato di Liberazione Nazionale del Piemonte delegato dal legittimo Governo italiano, rappresentante del popolo piemontese, nelle persone di:
Franco Antonicelli, presidente (del Partito liberale)
Paolo Greco (del Partito liberale)
Andrea Guglielminetti e Andrea Libois (della Democrazia Cristiana)
Mario Andreis e Sandro Galante Garrone (del Partito d'Azione)
Rodolfo Morandi e Giorgio Montalenti (del Partito socialista italiano)
Giorgio Amendola e Amedeo Ugolini (del Partito comunista italiano)
assume ufficialmente tutti i poteri di Governo nella regione del Piemonte e nomina alle principali cariche le seguenti persone:
Prefetto: Pier Luigi Passoni del Partito socialista
Viceprefetto: Giovanni Canova del Partito liberale
Sindaco: Giovanni Roveda del Partito comunista
Vicesindaci: Domenico Chiaramello del Partito socialista; Gioacchino Quarello della Democrazia Cristiana; Ada Marchesini Gobetti del Partito d'Azione
Presidente della deputazione provinciale: Giovanni Bovetti della DC
Questore: Giovanni Agosti del Partito d'Azione
Vicequestore: Nicola Colajanni del Partito comunista
Presidente della Deputazione economica: Telesio Guglielmone della Dc.
Il Comitato di Liberazione del Piemonte, dopo le magnifiche manifestazioni combattive date dal popolo italiano nella conquista delle sue libertà, è sicuro del suo unanime consenso nell'opera di ricostruzione che oggi si inizia. Torino, 26 aprile 1945.

12) Dal rapporto del commissario Piero al comandante "Barbato", Pompeo Colajanni, Archivio brigate d'assalto "Garibaldi".
13) Angelo Mussa, Capo di S.M. dell'VIIIa Zona piemontese in L'insurrezione a Torino, "Mercurio", n. 16, dicembre 1945.
14) "In qualità di comandante di zona occupata dalla 3a brigata SAP 'Giulio' affido il comando delle carceri giudiziarie di Torino al ten. col. Raspanti Pietro (detenuto politico, ex comandante delle SAP garibaldine, arrestato il 12 febbraio 1945). Nomino vicecomandante militare il rappresentante del Partito d'Azione Gianni Angelo (detenuto politico). Nomino comandante interno per i servizi di organizzazione il comandante garibaldino D'Herin Eugenio (detenuto politico) che dichiara di affiancarsi quale commissario politico il funzionario del PCI Angelini Vincenzo. II comandante della 3a brigata SAP 'Giulio'. Firmato: Baldo. 18 aprile 1945, ore 0,30."
15) Stralcio delle informazioni pervenute al Comando militare regionale piemontese sulla situazione sino alle ore 17, Torino 27-4-1945.
"I reparti della divisione 'Littorio' dislocati in Valle Roja si arrendono. Alle ore 7 del giorno 27 i germanici tengono ancora Cuneo, l'aviazione alleata sostiene l'azione dei partigiani che cercano di rioccupare la città di S. Damiano Macra, presidio fascista eliminato. Centrali elettriche valli Maira e Varaita intatte e presidiate dai partigiani. Busca, Castigliole, Verzuole liberate. Saluzzo liberata. A Villastellone il presidio tedesco si è arreso ai reparti delle brigate 'Montano' e 'Nannetti'.
"Reaglie: alle 19 del 26 i partigiani hanno occupato il posto di blocco e messo fuori combattimento un carro armato."
16) CMRP, Torino, 27 aprile 1945, ore 18,45, oggetto: Richiesta di armistizio al Sig. dott. Tollini.
"In esito alla vostra richiesta di armistizio per i tedeschi della Piazza di Torino, il capitano Schmidt insieme ad un ufficiale del Comando della Wehrmacht può presentarsi con bandiera bianca, accompagnato dal sacerdote delegato alla Chiesa di S. Alfonso in corso Tassoni". "Tratterà con l'ufficiale che ha presenziato agli accordi intervenuti a Milano tra il generale S. S. Wolff e il generale Cadorna".
17) A. Trabucchi, op. cit., p. 209.
18) Grossi - Francesco Scotti, vicecomandante del CMRP.
19) I garibaldini caduti a Sànthià sono Carmine Sollazzo (Pisano), Renzo Monferrario (Tommy) , Giovanni Ramella Valet (Tabor), Lorenzo Bevilacqua (Rione), Ermete Sartori (Gagno) , Pasquale Piccoli (Zena), Giuseppe Piccoli (Picco), Silvio Negro (Tigre), Giovanni Contero (Sceicco), Renato Pizzi (Cici), Giulio Capellaro (Ciucia), Ugo Aglietta (Ugo), Alberto Antonietti (Topolino), Vittorio Lovatto (Martello), Franco Torta (Fulvio), Leo Ramella Pezza (Givo), Lino Fortuna (Vice), Adelio Panizza (Zio), Giuseppe Cassata (Tompon) , Giovanni Toro (Cappone), Creste Perona (Staviski), Luigi Barbero (Civile), Aldo Mussano (Lio), Aldo Guala (Crak), Giovanni Casalino (Cita).
20) G. Roveda, L'insurrezione di Torino. Per la storia della Resistenza. Rinascita, n. 1-2, gennaio 1946.
21) Pietro Pieri, L'insurrezione di Torino, Rivista di Torino, n. 4, aprile 1955.

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Lo avrai camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.

Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.

Ma soltanto col silenzio del torturati
più duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.

Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA

Pietro Calamandrei