28 febbraio 2010

La precarizzazione dei rapporti, la parcellizzazione degli interessi e l’accentuazione delle differenze, normative e contrattuali, uccide i diritti

Unità per il lavoro. Dopo il grande bluff della legge 30/03

Le politiche neo-liberiste e le riforme attuate dai governi di centrodestra che si sono succeduti nel corso degli ultimi anni hanno prodotto profonde lacerazioni nel tessuto etico e sociale del nostro Paese.
La pratica del berlusconismo si è rivelata incapace di avviare un percorso di reale cambiamento della politica e dell’economia per garantire equità e coesione collettiva nello sviluppo; la dialettica politica è scaduta al livello di contrapposizione frontale e il Paese non ha tratto alcun beneficio da una serie di (contestate) riforme che, da quella avviata nella scuola pubblica, hanno alimentato solo sconcerto e squilibri sociali.
Il c.d. “effetto Tremonti” ha prodotto l’aggravarsi delle condizioni di disparità e la tanto pubblicizzata riorganizzazione del sistema politico italiano, a valle del ciclone tangentopoli, ha generato una sconvolgente rivoluzione neoliberista che ha messo in discussione anche conquiste fondamentali della nostra democrazia: dal diritto di cittadinanza all’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge.
Al confronto democratico e al rispetto delle Istituzioni, si è sostituito il “populismo mediatico”; alla supremazia della ragione è stato contrapposto un fantomatico e inverosimile “partito dell’amore”.
Come se tutto ciò non fosse stato ancora sufficiente, alla centralità del Parlamento - considerato elemento d’impaccio e di freno all’azione di governo del premier - è stato anteposto un meccanismo di vero e proprio “culto della personalità”, in rapporto diretto con il “popolo” e impermeabile a ogni altro contrappeso istituzionale di garanzia.
In questo quadro, il concetto di riformismo, quale progetto di trasformazione sociale, è stato sostanzialmente capovolto e la collettività italiana è stata letteralmente sottomessa agli imperativi del mitico “mercato”.
Naturalmente, anche le scelte operate in tema di lavoro sono state sottoposte al pensiero dominante e la “flessibilità” è stata assunta come ideologia piuttosto che come realtà operativa legata all’efficienza dell’impresa.
Così, alle esigenze dettate dall’introduzione delle nuove tecnologie, dall’informatica alle comunicazioni, dalla rapidità e frequenza dei processi d’innovazione di sistema e di prodotto, il ceto imprenditoriale italiano - orfano della svalutazione competitiva e dell’inflazione “a doppia cifra” - ha inteso opporre la scorciatoia del taglio del costo del lavoro. La prima conseguenza di questa gravissima insufficienza culturale e programmatica è stata rappresentata dalla repentina obsolescenza delle conoscenze e delle competenze delle maestranze.
A questa si è aggiunto un enorme spreco di risorse umane e professionali, insieme a molteplici forme di occupazione precaria relegata in condizioni sempre più diversificate di tipologie e contenuti contrattuali.
Contemporaneamente, abbiamo assistito a una grande offensiva padronale, mirata a indebolire i fondamenti della contrattazione collettiva e il potere contrattuale delle OO.SS. confederali, prima ancora delle categoriali. Il governo, presieduto dall’imprenditore più ricco (e più indagato) d’Italia, ne è stato portavoce e artefice!
Oggi siamo nella condizione in cui, in nome e per conto di una general-generica flessibilità, si è determinato un processo di diffusa precarizzazione dei rapporti di lavoro e di artificiosa contrapposizione tra lavoratori stabili e precari e tra giovani e anziani.
A questo riguardo, l’impegno profuso nel rappresentare una frattura sociale, oltre che generazionale, tra “insider” e “outsider” - partendo dal presupposto dell’esistenza d’interessi divergenti tra lavoratori “garantiti” e “precari” - ha rappresentato una “campagna” tanto strumentale, quanto efficace.
Infatti, il postulato secondo il quale la riduzione dei diritti dei lavoratori, a partire dall’art. 18 dello Statuto, rappresenterebbe il presupposto ineludibile per consentire il riconoscimento di maggiori tutele a coloro che oggi ne sono privi e, contemporaneamente, il mezzo attraverso il quale produrre un aumento dell’occupazione - in particolare di quella giovanile - raccoglie, purtroppo, vasti consensi anche tra le fila dell’opposizione.
In questo senso, è, a mio parere, paradossale che, alla (ormai) ossessiva insistenza con la quale Tito Boeri reclamizza il suo c.d. “Contratto unico” - che non ha molto di diverso da un tempo determinato senza le garanzie dell’art. 18 dello Statuto - quale panacea dei mali che affliggono il nostro asfittico mercato del lavoro ed elisir di lunga vita per i lavoratori italiani, si affianchi una proposta, sostanzialmente equivalente, “partorita” dal maggior partito di opposizione.
Difatti, è a firma di Pietro Ichino, senatore del Pd, un recente Ddl (nr. 1481/09 - “Per la transizione ad un regime di flexsecurity”) che è, addirittura, peggiorativo, per la condizione dei lavoratori, rispetto alla riforma così tenacemente suggerita dal Prof. Boeri! A conferma, è sufficiente evidenziare che, a fronte dei tre anni di sostanziale moratoria sull’art. 18, previsti dal contratto unico di Boeri, la proposta Ichino vagheggia una misura da “Guinness World Records”: infatti, la sua c. d. “fase d’inserimento”, propedeutica all’effettiva assunzione a tempo indeterminato, può durare fino a venti anni.
Altrettanto deprecabile, per restare in tema di posizioni “bipartisan”, è l’idea secondo la quale, considerando (sostanzialmente) irreversibile l’attuale regime di flessibilità che caratterizza il nostro mercato del lavoro - così come si è andata configurando dopo l’approvazione del decreto legislativo 276/03 - sia indispensabile intervenire sul meccanismo degli ammortizzatori sociali al fine di realizzare, in modo compiuto, la riforma prevista dalla c.d. (impropriamente e strumentalmente) “legge Biagi”.
Personalmente, rifiuto quest’impostazione perché, ferma restando l’esigenza di adeguare le nostre “politiche passive del lavoro” agli elevati standard previsti dai nostri maggiori partner europei, ritengo fuorviante e ingannevole il principio (liberista) secondo il quale bisogna “risarcire” gli esclusi, piuttosto che - come si conviene a una forza riformista e di sinistra - porre in essere tutte le misure possibili per impedire l’esclusione!
Si rende allora necessario un grande sforzo elaborativo per cercare di porre in essere le migliori condizioni per pervenire a forme di convergenza tra flessibilità del lavoro e interessi e tutele dei lavoratori.
Intendo riferirmi a ipotesi in cui può essere interesse di entrambe le parti stipulare un contratto di lavoro con elementi di flessibilità.
Ciò, naturalmente, può realizzarsi quando specifiche esigenze delle imprese incrocino un’offerta di lavoro con particolari caratteristiche; per esempio, giovani al primo impiego, studenti lavoratori, soggetti che rientrano nel mercato del lavoro.
E’ evidente che, in casi del genere, la concessione di elementi di flessibilità a favore delle imprese, finirebbe con lo svolgere un ruolo doppiamente positivo; da un lato la convergenza degli interessi delle parti e, dall’altro, il concreto aumento di una domanda di lavoro che altrimenti resterebbe inespressa.
La situazione attuale, invece, grazie al vero e proprio “supermarket” delle tipologie contrattuali varate con l’entrata in vigore del 276/03, presenta un tipo di flessibilità che gli esperti definiscono “asimmetrica”. Nel senso che, nella stragrande maggioranza dei casi, il ricorso a forme di lavoro “non standard” avviene per costituire rapporti di lavoro che sarebbero stati comunque instaurati.
In questi casi, infatti, l’unica parte che ne trae beneficio è il datore di lavoro che, ad esempio, assume un lavoratore con un contratto d’inserimento o a tempo determinato, se non “in somministrazione”, piuttosto che direttamente a tempo indeterminato.
E’ evidente che il realizzarsi di questi fenomeni è direttamente proporzionale all’indice di flessibilità presente nel mercato del lavoro.
Inoltre, in questa seconda ipotesi - ed è una considerazione che pare sempre sfuggire ai sostenitori di un sempre più elevato tasso di flessibilità - è altrettanto evidente che i riflessi, in termini di concreto aumento dell’occupazione, sono sostanzialmente nulli. Tecnicamente, si realizza un semplice “effetto sostituzione”.
Con buona pace di quanti hanno sempre teorizzato l’equazione secondo la quale al maggiore indice di flessibilità presente nel mercato del lavoro corrisponderebbero, automaticamente, più alti tassi di occupazione e “occupabilità”.
Tra l’altro, l’eccessiva dose di flessibilità è contraddittoria con le stesse esigenze della stragrande maggioranza delle imprese che, se da un lato non hanno le risorse sufficienti per investire nella formazione delle maestranze lungo tutto l’arco della vita lavorativa, dall’altro non hanno interesse a investire in questa direzione, né a medio né a lungo termine, perché si ritroverebbero nella condizione di non poter godere i risultati di un investimento di quel tipo.
In effetti, l’eccessiva flessibilizzazione (e precarizzazione) del mercato del lavoro funziona come disincentivo a qualsiasi tipo d’investimento nella qualità del lavoro e della sua crescita professionale.
Cosicché, il ricorso a forme di diffusa flessibilità va spesso di pari passo con organizzazioni del lavoro “povere” che non offrono la possibilità di assicurare ai lavoratori coinvolti alcuna garanzia circa la titolarità di una retribuzione adeguata e di legittime opportunità di sviluppo professionale.
Senza dimenticare che il suddetto effetto sostituzione, quale risultato, ad esempio, della surroga a occupazione standard attraverso (reiterati) impieghi temporanei, rappresenta una fonte di gravi problemi sociali ed esistenziali per i lavoratori coinvolti.
Su questo tema, appena qualche anno fa, Luciano Gallino, attraverso un breve saggio dal titolo molto significativo: “Il costo umano della flessibilità”, si rese brillante interprete del profondo disagio cui è sottoposta la stragrande maggioranza dei lavoratori non standard, che restano succubi di rapporti di lavoro strutturalmente inidonei a garantire le condizioni di retribuzione e stabilità alle quali (legittimamente) aspirerebbero.
Tornando al tema relativo agli effetti concreti prodotti sull’occupazione dalla massiccia dose di flessibilità introdotta nel nostro Paese - a partire dalla legge Treu del ’97, per poi “esplodere” con il decreto legislativo 276/03 - in ossequio all’elementare norma secondo la quale alle dichiarazioni di principio è sempre opportuno far seguire la realtà dei fatti, è utile riproporre, in questa sede, le variazioni più significative che, nel corso degli ultimi, hanno interessato i principali indicatori del mercato del lavoro italiano.
In questo senso, le rilevazioni trimestrali Istat sulle forze di lavoro hanno sempre rappresentato i dati più attendibili. Lo erano quando, nel 2006, Berlusconi & c. esaltavano il fantomatico aumento di un milione e mezzo di occupati in più e lo erano anche la scorsa estate, quando il ministro Tremonti - nel patetico e vano tentativo di sminuire e quasi esorcizzare il notevole calo dell’occupazione - tentava di ridicolizzare la metodologia di rilevazione utilizzata dall’Istituto nazionale di statistica.
Naturalmente, una verifica di tipo questo non poteva prescindere dal raffronto tra la situazione registrata verso la fine del 2009 e quella dell’ottobre 2003, data di effettiva entrata in vigore del famigerato 276/03.

La (cruda) oggettività delle cifre è, evidentemente, incontrovertibile!
Per anni abbiamo dovuto subire il refrain secondo il quale la “epocale riforma del mercato del lavoro” - introdotta dalla legge-delega 30/03 e dal suo decreto applicativo (276/03) - contraddistinta dal ricorso ad una maggiore dose di flessibilità nei rapporti di lavoro e da una più ampia offerta di tipologie contrattuali a disposizione dei datori di lavoro, avrebbe contribuito, in modo diretto e definitivo, a favorire l’aumento dell’occupazione e in modo indiretto, ad aumentare le chance di “occupabilità” dei lavoratori, in particolare dei giovani.
La realtà, a differenza delle chiacchiere e degli spot pubblicitari - cui spesso molti soccombono in preda ai poteri mediatici di una comunicazione “addomesticata” -conferma, purtroppo, che la situazione è ben diversa.
Infatti, a distanza di sei anni dall’entrata in vigore delle norme che avrebbero dovuto proiettare il nostro Paese verso il raggiungimento degli obiettivi fissati dall’Agenda di Lisbona - tasso di occupazione pari ad almeno il 70 per cento della popolazione attiva entro il 2010 - si può certamente affermare, senza tema di smentite, che l’unico risultato conseguito, grazie alla massiccia dose di flessibilità introdotta, è stato quello di rendere la stessa sinonimo di precarietà! Senza che la stessa abbia prodotto, in termini di sostanziale aumento dell’occupazione, alcun significativo effetto. Nemmeno nel momento di massima occupazione, registrata nel nostro Paese alla fine del terzo trimestre del 2008, si riscontrava traccia del fantomatico milione e mezzo di lavoratori in più di cui vagheggiava Berlusconi attraverso le televisioni e i giornali di sua proprietà.
Tra l’altro, nell’arco degli ultimi sei anni, come si evince dalla Tab. 1, al contenutissimo aumento del numero degli occupati, corrispondono una riduzione del tasso di occupazione di circa mezzo punto percentuale e, soprattutto, una consistente diminuzione del tasso di attività. Di conseguenza, il calo del tasso di disoccupazione, che, a prima vista, appare confortante, è da considerare di natura virtuale: si tratta, in sostanza, di un vero e proprio “effetto ottico”.
In realtà, come a tutti noto, il calo della disoccupazione non può essere considerato positivo “a prescindere”: esso spesso rappresenta, come nel caso in esame, il risultato del c.d. “effetto delusione”. Cioè diretta conseguenza della riduzione del numero delle persone in cerca di occupazione che, frustrate dalla vana attesa di un posto di lavoro, ne interrompono la ricerca attiva.
Inoltre, è opportuno (anche) rilevare che a nulla valgono le attenuanti richiamate da quanti affermano che, in effetti, la responsabilità dell’attuale situazione sia da addebitare agli effetti della devastante crisi economica e finanziaria degli ultimi due anni.
Non è per niente vero che essa abbia interrotto un percorso altrimenti “virtuoso”!
Gli stessi dati Istat smentiscono i sostenitori di questa tesi.

All’epoca, a una sostanziale “tenuta” del numero degli occupati - ancora ben lontana dalle cifre iperboliche reclamizzate in modo ossessivo dal premier e dai suoi compiacenti portavoce - corrispondevano valori leggermente più positivi rispetto al tasso di occupazione e a quello di disoccupazione che, comunque, considerato anche il valore (minimo) dell’incremento del tasso di attività, beneficiavano, ancora una volta, della persistente e accentuata contrazione del numero delle persone in cerca di occupazione.
Inoltre, l’occupazione giovanile, che secondo le roboanti dichiarazioni di Berlusconi & c. avrebbe dovuto trarre il maggior beneficio dall’entrata in vigore del “Padre di tutti i decreti”, presenta un pesantissimo consuntivo.
Difatti, il tasso di disoccupazione dei soggetti compresi nella fascia di età tra i quindici e i ventiquattro anni, che nel terzo trimestre 2003 era pari al 23,5 per cento, è rimasto, nonostante la sua grave entità, addirittura un piacevole ricordo rispetto al 26,2 per cento rilevato nel novembre 2009!
Non a caso, anche i dati tratti dall’Economic Outlook dell’Ocse 2009, certificano la particolare problematicità della condizione giovanile nel mercato del lavoro italiano. Infatti, il Rapporto 2009 segnala che: “ Il tasso di disoccupazione giovanile in Italia era già molto più alto della media Ocse prima della grave crisi economica e finanziaria”. Lo stesso rileva, inoltre, che “La percentuale dei giovani italiani occupati è di ben venti punti percentuali sotto la media Ocse. L’Italia ha una delle proporzioni più elevate di giovani senza lavoro e la loro condizione di non occupazione è particolarmente persistente, con periodi di disoccupazione alternati a impieghi temporanei”.
Per completare il quadro nazionale e a ulteriore conferma della sostanziale fase di “surplace” attraversata in questi anni dal mercato del lavoro, è opportuno evidenziare altri due dati statistici, entrambi molto significativi.
Attraverso il primo si apprende che nel nostro Paese, dal 1 gennaio 2004 al 1 gennaio 2009, i residenti in età di lavoro (dai quindici ai sessantaquattro anni) sono aumentati di 961 mila 787 unità, ma, sostanzialmente, non se ne riscontra la presenza tra la c.d. “popolazione attiva”. E’ evidente che il già menzionato “effetto delusione” ingrossa sempre più le sue fila.
Contemporaneamente, le rilevazioni Istat evidenziano che al gennaio 2004, attraverso la legge 189/02 - per l’emersione del lavoro irregolare prestato da cittadini extracomunitari presso le famiglie - era stata sanata la posizione di 316 mila 489 immigrati, mentre con la legge 222/02 le imprese ufficializzarono la presenza di 330 mila 340 immigrati che lavoravano “in nero”.
Non è casuale quindi, che dopo anni di politiche del lavoro di centrodestra - affidate a ineffabili “riformisti dell’ultima ora”, che alla ricerca sociologica per individuare le cause e i rimedi possibili a un diffuso malessere sociale, preferiscono le pantomime a “soggetto”, ieri contro i “fannulloni” e oggi nei confronti dei “bamboccioni” - gli obiettivi fissati a Lisbona continuino a rappresentare un irraggiungibile miraggio.
Quando la lettura dei dati statistici si sposta dal versante nazionale a quello delle aree meridionali, la gravità della situazione è incontestabile.


E’, infatti, evidente che i valori contenuti nella Tab. 3 esprimono elementi che non hanno bisogno di alcuna considerazione aggiuntiva per rappresentare un problema sociale che nelle regioni del Sud è di natura e dimensioni preoccupanti per la tenuta democratica del nostro Paese.
Tra l’altro, per completare il quadro della situazione, è anche opportuno evidenziare che nello stesso arco di tempo attraverso il quale si realizza il confronto in esame, un altro importante indicatore del mercato del lavoro, sistematicamente omesso, ha assunto dimensioni di rilevante gravità.
Mi riferisco al c.d. “tasso di irregolarità”, che, in sostanza, indica la misura dell’occupazione (dipendente e indipendente) non regolare nelle stime di contabilità nazionale.
In questo senso, è interessante rilevare che la serie storica del tasso di irregolarità evidenzia una tendenziale crescita fino al 2001, un calo nel 2002 e 2003 - evidente effetto della regolarizzazione degli stranieri extracomunitari - e una ripresa a partire dal 2004, anno in cui si assestava intorno al 13,4 per cento. Alla fine del 2009 ha raggiunto un valore pari al 15,6 per cento!
Questo dato rappresenta, da solo, la sistematica opera di “persuasione mediatica” e, contemporaneamente, di disinformazione politica operata dall’attuale esecutivo.
Infatti, è opportuno rilevare che nel corso degli ultimi anni siamo stati letteralmente “bombardati” da spot pubblicitari tendenti ad accreditare la tesi secondo la quale la riforma del mercato del lavoro aveva sì prodotto un po’ di flessibilità, ma, contemporaneamente, contribuito in misura notevole all’emersione del lavoro nero!
Senza dimenticare che, ancora qualche settimana fa - nel corso di una delle sue ricorrenti “comparsate televisive” - l’ineffabile Capezzone, in qualità di ridondante “amplificatore” delle virtù governative, indicava in addirittura quattro milioni il numero degli occupati in più prodotti dall’azione taumaturgica del premier.
Per fortuna l’Istat, sino ad oggi, ha conservato il privilegio di continuare a produrre incontrovertibili elementi di prova per smascherare le ricorrenti menzogne di Berlusconi & c. Almeno a beneficio di coloro che continuano a covare la speranza che “Un Paese migliore è ancora possibile”!


In un contesto di questo tipo, è oggettivamente arduo ricercare le soluzioni più idonee; soprattutto di medio e lungo termine.
Ciò nonostante, una grande forza di cambiamento sociale e di progresso civile quale la Cgil ha sempre dimostrato di essere, non può sottrarsi alla sfida rispetto al tentativo di elaborazione di un disegno riformatore che, necessariamente, deve partire da analisi e proposte autonome (anche) rispetto alle forze politiche di riferimento, indipendentemente dalla loro collocazione di governo o di opposizione.
A cominciare dall’esigenza di fare chiarezza rispetto a una questione che coinvolge importanti interessi collettivi: intendo riferirmi agli ammortizzatori sociali.
Ho già avuto modo di anticipare che in Italia, a differenza di quanto avviene nei Paesi più avanzati dell’UE, il tema delle politiche passive del lavoro è sempre stato, sottovalutato e spesso “sacrificato” a favore delle c.d. “politiche attive del lavoro”.
Oggi, una rivisitazione della normativa vigente, in termini di aumento temporale dei trattamenti, rivalutazione economica degli stessi e allargamento della platea dei beneficiari, con particolare attenzione a quei soggetti non riconducibili (almeno attualmente) alla nozione di lavoratori subordinati, è assolutamente indispensabile.
Ciò non deve però significare, come troppo spesso si sente affermare, tanto dalla maggioranza quanto da ampi settori dell’opposizione parlamentare - e qualche suggestione di questo tipo appare presente anche all’interno della Cgil - che un’eventuale soluzione in questo senso possa essere considerato il c.d. “anello mancante” per ritenere assolto il compito della riforma del mercato del lavoro avviata con la legge 30/03!
Non sono pochi, infatti, coloro che si sono “arruolati” tra le fila di chi - come l’ex Natale Forlani e Maurizio Sorcioni, che ne hanno fatto anche oggetto di un breve saggio - sostiene che nel nostro Paese la precarietà sia un fenomeno “percepito”, piuttosto che reale.
Costoro sostengono che “il disagio collettivo verso la precarietà dei rapporti di lavoro nasce da una domanda, storicamente frustrata, di welfare e cioè di effettive reti di protezione”.
Sarebbe quindi l’assenza di un moderno sistema di “ammortizzazione” la causa dell’alterazione della percezione che gli italiani hanno della flessibilità!
Non poteva mancare, inoltre, l’ennesimo richiamo alla “modernità”.
Cosicché, secondo i teorici della flessibilità percepita, il tutto si ridurrebbe al diffuso timore dei rischi e dei pericoli del “lato oscuro” della modernità; di qui, la ricetta miracolosa: far corrispondere agli alti livelli di flessibilità del lavoro, soddisfacenti sistemi di protezione sociale durante le fasi di non occupazione.
E’ evidente che una posizione di questo tipo tende ad affermare - in modo del tutto strumentale, a mio parere - la tesi secondo la quale la massima aspirazione dei lavoratori “flessibili” (troppo spesso equivalente a “precari”) sia quella di poter contare sulla (pur apprezzabile e necessaria) certezza di un adeguato sostegno economico nei periodi di disoccupazione, piuttosto che sulla garanzia di un lavoro più stabile e meglio retribuito!
Un’ampia e articolata ricerca, “Il lavoro che cambia”, condotta nel 2004/2005 consultando un campione di ventitremila lavoratori pubblici e privati, ha offerto, in questo senso, interessanti spunti di riflessione.
Rispetto all’adeguatezza del salario, sufficiente per vivere e mantenere le persone eventualmente a carico: solo il 31,9 per cento degli interpellati risponde in modo affermativo, il 33,7 deve sottoporsi a sacrifici per far quadrare il bilancio, il 12,6 ci riesce perché vive ancora in famiglia - eccola una parte dei famosi “bamboccioni” - e il 20,4 per cento dichiara di non farcela.
Sull’atteggiamento nei confronti della flessibilità, i risultati dell’indagine sono altrettanto istruttivi.
Infatti, il 4,7 per cento del campione si sente più libero nei suoi progetti, il 36,2 avverte insicurezza e trova difficile progettare il futuro, il 26,3 si accontenterebbe se, contemporaneamente, fossero previste adeguate protezioni, il 21,1 ritiene che comporti più rischi che opportunità, il 14,0 si preoccupa del futuro delle pensioni e il 4,4 preferisce non esprimersi.
Anche rispetto alla sicurezza del posto di lavoro, i risultati meriterebbero di essere approfonditi con minore superficialità rispetto a quella che traspare (spesso) da “studi” e “saggi” in materia.
Dai questionari si rileva che solo il 25,6 per cento del campione avverte una sensazione di sicurezza relativamente al proprio posto di lavoro, il 50,5 si sente abbastanza sicuro, il 16,8 avverte una sensazione d’insicurezza e il 10,5 non è per niente sicuro. Naturalmente, il tipo di rapporto di lavoro incide in misura determinante. Il tasso di sicurezza percepita è molto alto tra coloro i quali hanno un contratto a tempo indeterminato (83,4 per cento), anche se sono consapevoli che nulla li garantisce in assoluto.
Esso scende al 60 per cento per gli apprendisti, al 39,0 tra i contratti a tempo determinato e al 20 per cento tra gli interinali. Il valore espresso dall’indice di sicurezza dei lavoratori parasubordinati - senza nessuna (fondamentale) distinzione tra pubblici e privati - è risultato pari al 37,3 per cento.
Perciò, per tornare alla questione degli ammortizzatori sociali, mostrare accondiscendenza alla tesi dell’anello mancante equivarrebbe, come già anticipato, ad accreditare la posizione di coloro i quali sostengono che l’esistenza di un “paracadute” rappresenterebbe la soluzione ottimale rispetto a una - chissà perché - irreversibile condizione d’instabilità occupazionale.
Relativamente all’altra teoria elaborata da Forlani e Sorcioni - peraltro condivisa, in più occasioni, dal senatore Ichino - secondo la quale “il fenomeno della precarizzazione dei rapporti di lavoro non solo non si è accresciuto in relazione alle recenti riforme del mercato del lavoro (in primis la Treu e successivamente la Biagi) ma, anzi, le riforme stesse hanno contribuito a ridurre la precarietà dei rapporti di lavoro, regolarizzando le varie forme di flessibilità richieste dal mercato”, è solo il caso di rilevare che affermazioni di questo tipo equivalgono, oltre che a una palese menzogna, a condividere l’idea secondo la quale - per estremizzare - piuttosto che impiegare energie e risorse per perseguire un reato è più utile renderlo legale!
Naturalmente, il capitolo più delicato resta quello relativo alla possibilità di intervenire rispetto alle norme di legge vigenti.
In questo senso, se l’obiettivo resta la parola d’ordine della “Riunificazione del lavoro”, com’è giusto che sia, il tentativo deve essere teso, in particolare, al superamento dell’attuale “frammentazione” delle modalità di accesso al lavoro.
In questo senso, considero pregiudiziale una riscrittura dell’art. 2094 del c.c. attraverso la definizione della figura del lavoratore “economicamente dipendente” che superi il concetto di lavoro meramente subordinato e ponga le basi affinché nella nuova figura possano essere compresi tanti di quei lavoratori, in particolare i “mono - committenti”, che oggi sono costretti a operare in regime di “parasubordinazione”.
Analogo intervento va operato nei confronti dell’art. 409, comma 3, del c.p.c. con un duplice obiettivo: per una più puntuale caratterizzazione rispetto all’art. 2222 del c.c. (lavoro autonomo) e per ricondurlo alla sua originaria funzione, superando la vera e propria “degenerazione” operata in suo nome attraverso il ricorso indiscriminato alla costituzione di falsi rapporti di parasubordinazione.
Contemporaneamente, come già anticipato, è indispensabile procedere alla riduzione del numero delle tipologie contrattuali oggi disponibili, senza dimenticare l’esigenza di ricondurre alla normalità uno strumento che, nel corso degli ultimi anni, ha finito per rappresentare un motivo di grande distorsione del mercato e indebito motivo di subalternità dei lavoratori: intendo riferirmi al contratto di lavoro a termine.
Naturalmente, un intervento di questo tipo rappresenta anche la condizione indispensabile per un sindacato che intenda continuare a svolgere l’insostituibile funzione di strumento di rappresentanza.
E’ attraverso la “disgregazione” del mondo del lavoro, la precarizzazione dei rapporti, la parcellizzazione degli interessi e l’accentuazione delle differenze, normative e contrattuali, che il padronato più retrivo riesce a prevalere rispetto alle esigenze singole e collettive dei lavoratori.
Personalmente, ritengo innanzi tutto indispensabile, in estrema sintesi, ricondurre a norma di civiltà l’insopportabile incipit dell’art. 1 del decreto legislativo 276/03, secondo il quale le norme in esso contenute sono intese a rendere compatibili le esigenze delle aziende alle aspirazioni dei lavoratori!
Per fare questo non si tratta di capovolgere la situazione e pretendere il rispetto delle esigenze dei lavoratori piuttosto che delle aziende, è decisivo, molto più semplicemente, ripristinare il riequilibrio dei poteri tra le parti.
Per raggiungere quest’obiettivo, che per la Cgil deve rappresentare una scelta strategica, è indispensabile, a mio parere, pervenire (almeno) a misure quali:
- ridefinizione della “centralità” del rapporto di lavoro a tempo indeterminato tra le possibili tipologie contrattuali stipulabili tra le parti;
- ripristino di causali “oggettive”, previste dalla legge e dalla contrattazione di settore e territoriale, per la stipula di rapporti di lavoro a termine;
- esclusione della possibilità del ricorso a forme di lavoro parasubordinato in tutti i casi in cui esse coincidano con l’oggetto sociale delle imprese;
- riferimento ai parametri contrattuali del corrispondente settore produttivo per la determinazione dei compensi spettanti ai lavoratori a progetto;
- rivisitazione di alcune norme del contratto di lavoro a tempo parziale, in particolare di quelle relative al lavoro supplementare ed alle clausole elastiche e flessibili;
- adeguamento a quelli del lavoro subordinato di tutti i costi fiscali e contributivi a carico delle aziende, a prescindere dalla tipologia contrattuale sottoscritta;
- ripristino della clausola relativa allo stato di “attività preesistente”, nei casi di cessione di ramo d’azienda.
Certo, una più accurata e dettagliata analisi sulle riforme possibili e delle proposte da offrire alla discussione, sarebbe stata auspicabile; ma ciò avrebbe comportato uno sforzo che travalica le capacità dell’autore.
Possono (forse) essere questi gli elementi sufficienti per una proposta condivisa, avviata attraverso il secondo Congresso regionale della Filcem Campania - con l’auspicio di ritrovarci presto unitariamente per quello della Filctem - e capace di incidere positivamente nelle questioni della profonda disuguaglianza sociale e del lavoro.
Del lavoro che manca come quello che c’è ma non permette condizioni di vita dignitose - previste dall’art. 36 della Costituzione - a un crescente numero di donne e di uomini che continuano a guardare “a sinistra” e alla Cgil per ritrovarsi in un disegno e un programma politico alternativo.

Renato Fioretti
collaboratore redazionale di Lavoro e Salute

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Lombardia, i candidati della Federazione della Sinistra in corsa contro Formigoni

Il listino forte di Agnoletto da Dario Fo a Moni Ovadia

Le attese non sono andate deluse. Si attendeva un sostegno forte alla candidatura di Vittorio Agnoletto come presidente della Regione Lombardia, per la Federazione della Sinistra e di impegni ne sono giunti molti e rilevanti. Il "listino del candidato presidente" presentato ieri è destinato a dare una scossa micidiale in una campagna elettorale dominata da una parte dal sempiterno Roberto Formigoni, che mira a restare monarca della Regione e dall'altra dal candidato del Pd Filippo Penati, ex presidente della Provincia di Milano, concorrente più che antagonista al candidato del Pdl. Nomi forti nel listino e motivazioni ancora più nette. Il primo è Dario Fo, non solo premio Nobel per la letteratura ma da sempre insieme a Franca Rame - seconda nella lista - da sempre coscienza critica e libertaria della sinistra italiana. Il suo impegno nasce soprattutto dalla volontà di offrire una alternativa al rischio di un astensionismo dilagante a sinistra. Considera la candidatura di Agnoletto come capace di parlare ai tanti e alle tante che non si riconoscono in un sistema bipartizan fondato su profitti e repressione. Moni Ovadia, attore, compositore, musicista, scrittore, una delle voci che più spesso ha fatto sentire la propria indignazione verso le politiche perpetrate soprattutto contro rom e immigrati «è ora di avere il coraggio di rompere questo cerchio stantio di una destra aggressiva, autoreferenziale e intollerante e di una opposizione che da troppo tempo si limita a guardare senza opporsi sostanzialmente - ha dichiarato -. La Lombardia ha bisogno di un'autentica alternativa, non ha bisogno di candidati che si dichiarano democratici e poi scimmiottano le tecniche repressive del peggior centro destra». Ovadia invita insomma a non accettare più la logica del "turarsi il naso" votando il candidato meno impresentabile. Nello stesso listino ci sono poi Margherita Hack, una delle più note astrofisiche, capolista per altro per la Federazione della Sinistra anche nel Lazio e Paolo Rossi, attore la cui comicità sferzante risulta da sempre indigesta al servizio pubblico ormai prono ai dettami del Cavaliere. Il mondo dello spettacolo mette in campo anche Luca Mangoni, detto "Supergiovane" architetto ma guest star della band di "Elio e le Storie tese". Mangoni ha motivato le ragioni della sua candidatura con un video che già sta facendo il giro su You Tube e sui più frequentati social network. Un testo apparentemente demenziale ma caustico e destinato a rompere gli schemi di dibattiti spesso paludati e a corto di capacità comunicativa. C'è poi chi opera nel mondo dell'informazione come Sergio Serafini, amministratore delegato di "Radio Popolare" e Luca Fazio, giornalista, corrispondente dal capoluogo lombardo de "Il Manifesto", e ci sono professionisti come Ottavia Albanese, docente di Scienze dell'Educazione all'Università Bicocca di Milano e Giuseppe Eriano, medico molto noto a Melegnano per le sue battaglie per il diritto alla salute. Cultura, salute ma anche difesa dei beni comuni: Emilio Molinari, presidente del Comitato Italiano per un Contratto Mondiale sull'Acqua spiega così il suo sostegno ad Agnoletto: «In questa mia scelta c'è il rispetto per Vittorio ma c'è soprattutto l'indignazione per la continua riduzione della democrazia, c'è il dire basta al cinismo con il quale il PD tenta di sopravvivere alla propria crisi e alla deriva delle idee e dei contenuti, cancellando sistematicamente a sinistra la rappresentanza di storie politiche ed umane che riguardano milione di persone». In difesa dell'ambiente, parte fondamentale del programma della Federazione della Sinistra, è presente anche Matteo Gaddi, esperto in politiche industriali e animatore delle lotte ambientaliste soprattutto a Mantova. Nello stesso listino sono però presenti le vertenze e le soggettività del mondo del lavoro e della scuola, a segnare un legame inscindibile soprattutto con l'universo culturale che ha accettato di mettersi in gioco. Appaiono infatti Morgan Cortinovis, operaio in lotta alla Frattini, una azienda in crisi di Seriate nel bergamasco, Maruska Consolati, una giovane studentessa universitaria di Brescia e Celestina Villa, impiegata all'Archivio di Stato di Cremona.
Uomini e donne, in rappresentanza delle diverse problematiche regionali, che segnano forse un possibile scenario futuro, almeno fino a quando le altre forze del centro sinistra non decideranno di abbandonare la strada della rassegnazione ai dogmi berlusconiani o peggio di esserne direttamente complici. Il candidato Presidente Vittorio Agnoletto gioisce di questo risultato:«Il sostegno che ricevo da alcune tra le personalità più significative del mondo della cultura e del lavoro della nostra regione - dichiara - contiene un messaggio preciso. Non possiamo rassegnarci alla situazione presente, è possibile cambiare e per cambiare è necessaria la presenza della sinistra con i suoi valori di giustizia sociale e di rispetto dei diritti di ogni essere umano». Agnoletto ha poi rincarato la dose: «Con questa candidatura vorrei offrire una speranza a tutti coloro che credono nella possibilità di costruire una vera opposizione al sistema di potere costruito in 15 anni da Formigoni e non contrastato da una opposizione di pura facciata. Ringrazio tutti i componenti del listino per la disponibilità e la generosità con la quale hanno messo a disposizione il loro impegno e la loro credibilità. Sono fiducioso che otterremo un risultato importante non solo per noi, ma per il futuro di tutti coloro che vivono in questa nostra regione».

Stefano Galieni
26/02/2010
http://www.liberazione.it/

26 febbraio 2010

Capire, e lottare, per sconfiggere la crisi. Una misura di igiene mentale capace di sottrarci al chiacchiericcio mediatico, attrezzarci per resistere

Di che cosa parliamo quando parliamo di crisi

Pubblichiamo ampi stralci della prolusione di Angelo d'Orsi all'inaugurazione della II edizione delle Settimane della Politica in programma dal 22 al 26 febbraio 2010 a Torino. L'iniziativa ha come obiettivo quello di avvicinare i giovani alla "nobile arte" della politica. Il tema affrontato quest’anno sarà la crisi. Qui il programma. Qui il video streaming dell'evento.

Crisi: «notevole e improvviso cambiamento, in senso favorevole (o anche sfavorevole), che avviene in una malattia»; così il Battaglia, ossia il Grande Dizionario della Lingua Italiana; ma l’estensore della voce prosegue: «fase risolutiva, che coincide con la repentina caduta della febbre». E, dunque, già nella prima possibile definizione della parola – che, com’è piuttosto noto, ci giunge, attraverso la mediazione latina, dal greco krisis, derivato dal verbo krino, separo – abbiamo a che fare con un malessere e una doppia possibilità, di perire o guarire. La crisi, ci dice un vecchio dizionario etimologico, quello del Pianigiani, è un momento di separazione fra due stati, due condizioni; o per dirla con eloquio un po’ datato, ma efficace: «subitaneo cangiamento in bene o in male nel corso di una malattia, da cui si giudica, si decide la guarigione o la morte».

Ancora il dizionario diretto da Salvatore Battaglia (poi da Barberi Squarotti), ci fornisce altre definizioni: restando nell’ambito della salute «inasprimento o accesso improvviso, fenomeno violento, per lo più di breve durata», e, per estensione, usi come quelli che ci parlano di «crisi di pianto»; uscendo da quell’ambito, troviamo altre crisi, nondimeno sempre in qualche modo, pur metaforicamente, connesse allo star male di un organismo, magari in relazione allo spirito più che al corpo: «Profonda perturbazione nell’esistenza di una persona […]»; ma poi, infine, si arriva all’ambito “nostro”, quello che qui ci concerne. Naturalmente, c’è la crisi economica: la specificazione dell’attributo è del Dizionario, che specifica: «improvviso passaggio da una situazione di prosperità economica a uno stato di depressione economica», e fornisce qualche specificazione su cui ora sorvolo. Ma questa è l’ultima delle definizioni della voce. Prima, ve n’è un’altra ben più ampia, che in realtà comprende anche la precedente. Recita il Dizionario: «Turbamento vasto e profondo nella vita di una collettività, di un gruppo, di una società, di uno Stato (e anche nella vicenda delle attività spirituali […]». E, immediatamente dopo, la voce fornisce un elemento di grande importanza, quasi un’estensione della prima parte della definizione: «momento difficile e decisivo, che preannuncia e determina mutamenti, trasformazioni ingenti».

Ecco, questa è la definizione di crisi a cui questa II edizione delle Settimane della Politica cercherà di tenere come linea conduttrice, interrogandosi, sottotraccia, su quali “mutamenti” e “trasformazioni ingenti” la crisi in atto (un fatto concreto, dalle mille sfaccettature, che entra nella vita degli individui, dei lavoratori, dei pensionati, dei giovani in cerca di impiego, dei precari, dei sottoccupati e dei disoccupati…), possa eventualmente produrre. Non mi addentrerò nella selva delle concezioni della crisi nel pensiero politico, né men che meno, economico, limitandomi a rilevare la loro numerosità. Non rinuncio però a una citazione, che, pure, nondimeno, è frutto di una lunga e non univoca elaborazione, da parte dell’autore. Alludo, naturalmente, ad Antonio Gramsci, che, dopo diversi tentativi di definire il concetto, arriva a questa ultima identificazione della crisi. Essa, scrive Gramsci:

«non è altro che l’intensificazione quantitativa di certi elementi, non nuovi e originali, ma specialmente l’intensificazione di certi fenomeni, mentre altri che prima apparivano e operavano simultaneamente ai primi, immunizzandoli, sono divenuti operosi o sono scomparsi del tutto». E aggiunge, affrontando il tema sotteso alle nostre giornate che cominciano oggi:
«Insomma, lo sviluppo del capitalismo è stata una “continua crisi”, se così si può dire, cioè un rapidissimo movimento di elementi che si equilibravano ed immunizzavano. Ad un certo punto, in questo movimento, alcuni elementi hanno avuto il sopravvento, altri sono spariti o sono divenuti inetti nel quadro generale. Sono allora sopravvenuti avvenimenti ai quali si dà il nome specifico di “crisi”, che sono più gravai, meno gravi appunto secondo che elementi maggiori o minori di equilibrio si verificano» (Quaderno 15).

Così scriveva Gramsci detenuto nel carcere di Turi, prigioniero a cui Benito Mussolini voleva impedire di pensare (“bisogna impedire a questo cervello di funzionare almeno per vent’anni”, la frase chiave della requisitoria del PM Isgrò, a cui fece seguito, puntuale, la condanna a 20 anni, 4 mesi, 5 giorni). Gramsci ci dà altre definizioni, tra cui vorrei ricordarne una, squisitamente politica, che vede la crisi come un momento che potremmo definire dilemmatico; una situazione storica in cui due forze contrapposte si equilibrano, e nessuna delle due è in grado di sconfiggere definitivamente l’altra. Situazione foriera sempre di sconvolgimenti, reazionari o rivoluzionari. (Siamo noi in crisi? – ecco, probabilmente, l’interrogativo per così dire naturale che sorge nella sala...).

Quando Gramsci parlava della “continua crisi”, correva l’anno 1933. E gli effetti della crisi del ’29 erano ormai forti anche da noi. E la parola crisi divenne familiare nel dibattito pubblico, dai consessi economici a quelli politici, dai giornali al cinema, dal teatro alla radio. E proprio in quello stesso 1933, fu lanciata sulle onde dell’EIAR la canzonetta che ha ispirato il titolo di questa II Edizione delle Settimane della Politica. L’autore era Rodolfo De Angelis, al secolo Rodolfo Tonino, napoletano: capocomico, attore e teorico di teatro, canzonettista, con alle spalle un’esperienza del Café chantant, pittore, musicista. Qui ci interessa quella canzone, il cui testo dietro l’apparenza leggera contiene una critica, sia pur un po’ generica e forse qualunquistica, degli effetti della crisi, della sua perdurante lezione di disuguaglianza e di ingiustizia.
Ed è parso un buon aggancio per affrontare la nostra crisi: crisi specifica o generica? Crisi strutturale o congiunturale? Occasionale o crisi epocale? Uno dei tanti incidenti di percorso o falla nel sistema? E se di falla si tratta, è riparabile? O ci porta a un futuro di cui non abbiamo modo di prevedere il finale? E’ una crisi economica, o come si chiede Luciano Gallino, una crisi più larga e profonda? Una crisi di civiltà, addirittura.

Personalmente, sono convinto che la crisi sia un dato non così superficiale, e soprattutto, che investa ogni aspetto della situazione presente, tra il locale e il nazionale, tra il nazionale e il globale; in ogni caso, al di là dei miei personali convincimenti, nel delineare il programma, abbiamo cercato di disegnare una sorta di rassegna, una fenomenologia della crisi, indagando non tutti i suoi risvolti, ma piuttosto cercando di guardare ad alcuni aspetti, a nostro avviso rilevanti, del presente. L’economia, naturalmente, nei suoi diversi versanti; ma anche l’ambiente, lo spazio urbano, le istituzioni, l’informazione, il sistema internazionale, la sicurezza interna, e quant’altro; e, naturalmente, l’università.

Siamo qui a porre interrogativi. A suscitare problemi. E’ questo, in fondo, lo scopo della nostra iniziativa. Eccitare curiosità, e dietro le curiosità, evocare lo spettro opaco, benché ingombrante, della Politica, la nobile arte, la più architettonica delle scienze (Aristotile). Far sentire che la politica non è solo mercimonio e malaffare, turpitudini e biechi interessi personali. Proporre una diversa concezione della Politica, nutrita di idee, con alto respiro, capace di guardare lontano. E nel contempo ribadire (come scrisse un docente di questo Ateneo, morto prematuramente, Paolo Farneti), che essa è indispensabile perché è insostituibile. E che non possiamo cavarcela come certi studenti che borbottano nei corridoi: io non mi occupo di politica, perché è essa, la politica (così replico a muso duro), a occuparsi di noi. Naturalmente, c’è modo e modo di occuparsi di politica, e a noi compete innanzi tutto lo studio, dando spessore teorico e, soprattutto, storico all’osservazione dei problemi del nostro presente quotidiano.

E, per esempio, ritornando all’oggetto della nostra II Edizione, la crisi, rendersi conto, magari denunciandolo, che tante volte la crisi è un alibi. E che soprattutto, la crisi è una fonte di sperequazioni ulteriori nelle nostra società, e che se per i ceti meno abbienti rappresenta un passaggio drammatico, che può portare alla disperazione gli individui (le notizie dei suicidi di lavoratori per la perdita del posto di lavoro sono ferite nella carne della nostra società e non possiamo tacerne, neppure qui), per gli altri, per quel pugno di famiglie che detiene la quasi totalità della ricchezza sociale (per citare Marx), costituisce una opportunità di guadagno, di profitto, di enorme incremento di reddito.

Insomma, vogliamo parlare di crisi, sottraendo i il tema ai tecnicismi degli specialisti che troppo spesso non sanno farsi capire, e sull’altro fronte, alle vaghe promesse dei politici che non vogliono farsi capire, bensì convincere; vogliamo parlare di crisi e raccogliere suggestioni, stimoli, proporre analisi, aprire collegamenti insoliti, comprendere, per aiutare altri a comprendere e magari ad agire. Agire, innanzi tutto, per trasformare un ruolo di cittadini ormai passivi, teleutenti, o utenti del televoto, in cittadini attivi e consapevoli. Contro la campagna di discredito contro le università pubbliche, a dispetto del tentativo di piegarle, tagliando loro i fondi, noi anche con questa piccola iniziativa intendiamo dimostrare che non solo il mondo accademico non è fatto di fannulloni disonesti (che peraltro non mancano), ma che il suo standard medio è tutt’altro che disprezzabile (sulla scena internazionale) e che queste vecchie mura sono rimaste uno dei pochi baluardi del pensiero critico in Italia. Non a caso sono sotto attacco.

Non usciremo da questa “Settimana”, probabilmente, con le ricette per uscire dalla crisi, ma, spero, almeno con delle analisi che ci aiutino a capire e dunque a difenderci dalla menzogna, dal pressapochismo, dai luoghi comuni. “La vita degli studi tace, ma non a casa mia”, scriveva il nostro “maestro dei maestri”, Gioele Solari al suo allievo, e più tardi successore, Norberto Bobbio: siamo così tornati nei primi anni Trenta, gli anni appunto in cui la crisi cominciava a mordere anche in Italia. Gli anni in cui Gramsci analizzava con profondità problematica la crisi del capitalismo e Rodolfo De Angelis metteva in parole e musica quella stessa situazione. Lo scetticismo un po’ cinico del canzonettista, e il pessimismo analitico di Gramsci, rappresentano due diversi approcci al tema, di cui si è cercato di tener conto: ossia, coniugare il rigore e la serietà del teorico (e che teorico!), con la leggerezza del musicista e paroliere futurista. Fuor di metafora, vorremmo essere seri ma non seriosi, scientifici, ma non noiosi.

“Capire, e lottare, per sconfiggere la crisi”: potrebbe essere il motto di questa II Edizione delle Settimane della Politica. Una misura di igiene mentale capace di sottrarci al chiacchiericcio mediatico, e attrezzarci per resistere. Non andremo sui tetti degli atenei, ma forse saremo in grado di guardare con occhi diversi a quei lavoratori privati del lavoro che lo fanno, e dar loro non una generica e facile solidarietà, ma aiutarli con gli strumenti di cui le nostre competenze ci rendono ricchi.
In fondo, insegnare, è sempre, se fatto con coscienza e dedizione, un atto di generosità, un gesto “disinteressato”.Ci auguriamo che questa II Edizione possa avere lo stesso successo della I e consolidarsi in tal modo, come un appuntamento annuale, davanti al quale le autorità della politica e della finanza non rimangano inerti e “disinteressate”. C’è un disinteresse nobile, che è quello del für ewig che da Goethe conduce a Gramsci; quello che vogliamo praticare nelle università, studiando innanzi tutto per il piacere di studiare, ossia di conoscere; ma c’è un disinteresse che è colpevole abbandono. Spero si possa continuare a difendere il primo, contro ogni tentativo di funzionalizzare, in modo miope quanto rigido, lo studio al mercato, mentre il secondo, il disinteresse colpevole del ceto politico, il rifiuto di occuparsi delle cose di tutti, di uscire dalle stanze del potere, di gettare l’occhio verso la società, i lavoratori, la scuola e l’università, appunto, dovrebbe essere sconfitto.
Le Settimane della Politica sono anche una sfida al ceto politico. La raccoglierà?

Angelo d'Orsi
(22 febbraio 2010)
da MicroMega.net

25 febbraio 2010

1 marzo, in questo Paese noi lavoratori migranti siamo costretti a riaffermare una semplice verità: le nostre vite valgono di più dei loro profitti

in edicola dal 26 febbraio
http://www.carta.org/

Chiesti 110 anni per i 27 poliziotti coinvolti nell'irruzione. Sentenza ad aprile. Ci aspettiamo uno spicchio di giustizia vera

La procura di Genova: «Diaz, tutti colpevoli»

«Non si possono dimenticare le terribili ferite inferte a persone inermi. La premeditazione, i volti coperti. La falsificazione del verbale di arresto dei 93 no-global. Le bugie circa la presunta resistenza dei no-global. La sistematica ed indiscriminata aggressione. L'attribuzione a tutti gli arrestati di due molotov che erano state portate nella scuola dagli stessi poliziotti». Prende atto delle prescrizioni intervenute ma anche di ciò che resta in piedi delle accuse: il falso ideologico, le lesioni personali gravi ed un caso di peculato. E non vuole siano concesse agli imputati le attenuanti generiche. Così, ieri mattina, il procuratore generale di Genova ha chiesto centodieci anni di carcere per i 27, tra agenti e funzionari, imputati per la macelleria messicana alla scuola Diaz. Quasi tutti si sono rifiutati di testimoniare in aula perché, secondo l'accusa, avrebbero messo nei guai i loro vertici. La sentenza verrà pronunciata ad aprile. Un quadro che fa scolorire le frasi pronunciate a Genova, due settimane orsono dal capo in testa della polizia: che la città fu aggredita dai manifestanti e sarebbero state le polizie a soccorrerla.
Il primo grado aveva registrato 13 condanne di celerini, per lo più (quattro anni per Canterini e due per il suo braccio destro, Fournier che confessò di aver visto episodi da "macelleria messicana, quattro anni anche per Pietro Troiani, il vice-questore che materialmente aveva portato le molotov dalla questura), e 16 assoluzioni di alti papaveri nel frattempo tutti convolati a nuovi e prestigiosi incarichi. Un ironico applaso, quella sera di novembre di due anni fa, accolse la stupefacente sentenza. Qualcuno scandì la parola «vergogna».
La pubblica accusa, stavolta, è tornata a chiedere 4 anni e 10 mesi per Francesco Gratteri, attuale capo dell'Antiterrorismo, e per Giovanni Luperi, oggi responsabile dell'Aisi (l'Agenzia informazioni e sicurezza interna), l'ex Sisde; quattro anni e 6 mesi per Gilberto Caldarozzi, che fu tra gli investigatori che catturarono Provenzano e che oggi dirige il Servizio centrale operativo; stessa richiesta di pena per Spartaco Mortola, nove anni fa capo della Digos genovese e ora a caccia di No Tav a Torino; quattro anni e dieci mesi per Vincenzo Canterini, che era il numero uno della Celere romana e del disciolto Nucleo Anti-Sommossa sperimentato nel G8 2001 e celebre per l'irruzione nella scuola che divenne dormitorio per i manifestanti sfollati dal nubifragio di qualche giorno prima.
Il 21 luglio 2001, poco prima della mezzanotte, i poliziotti circondarono la strada dove, una d fronte all'altra, stanno due scuole, l'una dormitorio, l'altra quartier generale del Genoa social forum. Gli agenti sfondarono entrambi i portoni alla ricerca di fantomatici black bloc, trovarono persone inermi a braccia alzate o cronisti, infermieri e legali dall'altra parte della strada. In cinque ragazzi finirono in prognosi riservata, decine gli altri feriti e furono 93 gli arresti illegali con prove fasulle.
Fuori dai cancelli, quella notte, il portavoce di De Gennaro sbarrava la strada a parlamentari e legali sostenendo la frottola che fosse una «normale perquisizione».
La requisitoria di ieri ribadisce che tutti erano partecipi e consapevoli. Per capire quanto sia difficile questo processo è utile tenere a mente le parole con cui esordirono i pm Zucca e Cardona Albini all'inizio della lunghissima requisitoria (poi raccolta in un libro "Scuola Diaz, vergogna di Stato" edito da Alegre pochi mesi fa): processare un poliziotto è come portare alla sbarra uno stupratore o un mafioso. Nel primo caso scatta la colpevolizzazione della vittima (si veda il monte di prigione affibbiata ai 25 manifestanti condannati per devastazione e saccheggio), nel secondo gli imputati sono circondati da un muro di omertà. «Che queste persone abbiano compiuto atti anche terribili o siano responsabili del fatto di averli lasciati compiere è ormai una verità storica. E' importante che sia la giustizia a ratificarlo. Questo certo e' molto importante - commenta a caldo Haidi Giuliani, la mamma di Carlo per il cui omicidio è stato negato un pubblico processo - non dimentico mai che alcuni dei manifestanti condannati in secondo grado anche a dieci, undici anni di reclusione, non hanno ammazzato nessuno. I quattro poliziotti, invece, che a Ferrara hanno ammazzato Federico Aldovrandi hanno avuto una condanna a dodici anni tutti e quattro insieme». «La sentenza di primo grado ha ricostruito esattamente i fatti - ricorda anche Vittorio Agnoletto, all'epoca portavoce del Gsf - ora ci aspettiamo che in secondo grado siano individuati dei colpevoli. Purtroppo sono restati fuori i vertici del Viminale sfuggiti a qualsiasi processo.


Checchino Antonini
25/02/2010
Liberazione

23 febbraio 2010

Se tutti sono corrotti non si può fare nulla (quando il governo dà una mano ai ladri)

Smantella il sistema delle regole con l’obbedienza del Parlamento, dove il presidente del Consiglio non si vede mai. Processi che scadono come medicinali quando la malattia non è guarita. Trasformazione della giustizia e della magistratura in opere del regime

L’editorialista del “Corriere della Sera” aveva appena finito di scrivere che il problema della corruzione in Italia non è politico, perché tutta l’Italia è corrotta, anzi “la corruzione italiana appare invincibile; rinasce di continuo perché in realtà non muore mai, dal momento che a tenerla viva ci pensa l’enorme serbatoio del Paese”, che subito il Procuratore generale della Corte dei Conti è sembrato dargli ragione. Ha detto infatti nella sua relazione annuale che le denunzie per corruzione sono salite del 229 per cento nel 2009, e del 153 per cento quelle di concussione, che aumentano le citazioni in giudizio per danno erariale, che si sprecano risorse pubbliche e si lasciano in asso opere già iniziate, che dilaga l’arbitrarietà e “opacità” degli appalti, si moltiplicano spese inutili per la sanità e si lamentano “dazioni illegittime corrisposte per la determinazione e revisione del prezzo delle medicine”, e via delinquendo.

Tuttavia il quadro dell’Italia che risulta dalla severa denuncia del Procuratore non convalida l’analisi del giornale lombardo, secondo cui se tutti sono corrotti non ci si può fare nulla, perché in Italia ci sarebbe poca legalità, molto anarchismo e troppe famiglie; e le ultime inchieste che hanno distrutto il mito benefico della Protezione civile nonché le intercettazioni prima, durante e dopo il terremoto, non consentono di dire che la causa della corruzione non è la politica, e che i politici non sono peggio degli altri, uguali come sono tra destra e sinistra.

Non è così, perché i reati indicati dalla Corte dei Conti sono tutti occorsi nella sfera pubblica, e se non ci fosse stato il concorso per azione o omissione della politica, non sarebbero stati possibili; e se corruzione e concussione sono aumentate in modo esponenziale da un anno all’altro, vuol dire che in quell’anno è successo qualcosa nelle regole, nelle pratiche e nel codice etico del governo; e il governo non è “la politica” ma è, nell’Italia di oggi e nel sistema che ci siamo dato, una gestione politica seccamente di parte, e più propriamente della destra al potere.

Ora la questione non è affatto che ci sia più moralità a sinistra e più lassismo a destra. Questo statisticamente può anche essere vero, ma se funzionasse un sistema di norme, di limiti, di controlli e di garanzie, ciò arginerebbe la corruzione e terrebbe alto il livello della moralità pubblica, indipendentemente dal colore politico dei ladri e dei corrotti, che pur singolarmente continuassero ad esserci.

Al contrario l’attuale governo persegue precisamente il programma di smantellare il sistema delle regole. Con l’approvazione alla Camera della legittima latitanza per il presidente del Consiglio e i suoi ministri, con i processi che in futuro scadranno come i medicinali, col voler coprire di vergogna ogni inchiesta penale riguardante i propri amici, quello che Berlusconi e Alfano stanno cercando di fare, ben al di là della tutela personale del premier, è la trasformazione della giustizia e della magistratura in un’opera del regime. In questo senso la Tangentopoli del terzo millennio, come la chiama Ignazio De Magistris, non è come quella degli anni 90; quella segnava un inizio, questa potrebbe segnare una fine; perché come la prima Tangentopoli fu possibile perché la rottura della compattezza del regime democristiano liberò la magistratura e permise che essa tornasse semplicemente a fare il suo dovere, esercitando il controllo di legittimità, così l’attuale Tangentopoli potrebbe essere l’estrema prova di vitalità prima che ogni inchiesta sia impedita da un nuovo vincolo di regime. Ma nello stesso tempo è una prova di resistenza, a dimostrazione del fatto che nonostante tutto la Costituzione resiste, resistono i magistrati e resiste la Corte Costituzionale.

Che il pericolo sia grande è dimostrato dal fatto che scoperchiando il vaso di Pandora della Protezione civile, in cui si è trovato di tutto, dai terremoti alla festa del santo patrono, si è anche messa in luce la vera natura politica dell’azione di governo in corso. Essa consiste nello sprofondare la democrazia in un perenne stato d’eccezione, che di per sé reclama la decisione di un potere sovrano; di qui il precipitare della “governabilità” verso una sistematica decretazione d’urgenza, un esercizio del potere in deroga a vincoli e controlli, la proliferazione di autorità “extra ordinem” che operano discrezionalmente e operano per mezzo di ordinanze, sottratte alle regole vigenti per tutte le altre fonti normative. Come hanno detto i Comitati Dossetti per la Costituzione, che ora rilanciano la loro azione, “al di là della debolezza degli uomini un sistema così arbitrario costituisce un naturale terreno di coltura di corruzione e di prostituzioni Statali, oltre a far cadere le difese contro l’invadenza della criminalità organizzata”.

La conclusione è che la corruzione si può combattere, se si corregge e riforma il sistema politico, e si riprende la grande strada del costituzionalismo, che vuol dire regole, diritti e libertà.

Raniero La Valle ha diretto, a soli 30 anni, L’Avvenire d’Italia, il più importante giornale cattolico nel quale ha seguito e raccontato le novità e le aperture del Concilio Vaticano II. Se ne va dopo il Concilio (1967) quando inizia la normalizzazione che emargina le tendenze progressiste del cardinale Lercaro. La Valle gira il mondo per la Rai, reportages e documentari, sempre impegnato sui temi della pace: Vietnam, Cambogia, America Latina. Con Linda Bimbi scrive un libro straordinario, vita e assassinio di Marianela Garcia Villas (“Marianela e i suoi fratelli”), avvocato salvadoregno che provava a tutelare i diritti umani violati dalle squadre della morte. Prima al mondo, aveva denunciato le bombe al fosforo, regalo del governo Reagan alla dittatura militare: bruciavano i contadini che pretendevano una normale giustizia sociale. Nel 1976 La Valle entra in parlamento con Sinistra Indipendente; si occupa della riforma della legge sull’obiezione di coscienza. Altri libri “Dalla parte di Abele”, “Pacem in Terris, l’enciclica della liberazione”, “Prima che l’anno finisca”, “Agonia e vocazione dell’Occidente”. Nel 2008 ha pubblicato “Se questo è un Dio”. Nel 2008 è stato promotore del “Manifesto per la sinistra cristiana” nel quale propone il rilancio della partecipazione politica e dei valori del patto costituzionale del ’48 e la critica della democrazia maggioritaria.

Raniero La Valle
22-02-2010

http://domani.arcoiris.tv/

22 febbraio 2010

Soffocati da veleni e scorie nucleari. E adesso arrivano le nuove centrali

Altro che polveri sottili e Padania chiusa la domenica

Gianni Lannes indaga sulle catastrofi ambientali, mafie e immondizie radioattive che il governo nasconde. Lo racconta sfidando le minacce, giornalista costretto a vivere sotto scorta perché difende la nostra vita pulita.

Possono essere intese come due aspetti complementari. Sono le centrali nucleari, tra operazioni di smantellamento di impianti dismessi e nuovi insediamenti da individuare, e tonnellate di scorie (per quanto non solo radioattive), mandate in giro su navi poi affondate, interrate nei fondali marini, o semplicemente buttate al largo con i fusti che le contengono. E sono due tematiche che, a cicli mai troppo fitti, tornano sui giornali, ma che – come se fossero una pratica di smaltimento abusivo delle notizie stesse, oltre che dei rifiuti – vengono ributtate presto nel silenzio.

Analisi dei fatti alla mano, questi argomenti finiscono per nutrire una categoria di personaggi che per varie ragioni si sarebbe preferito evitare. Si tratta di politici quanto meno superficiali, famiglie riconducibili alla criminalità organizzata impegnate nello smantellamento di impianti nucleari, “controllori” con trascorsi affaristici discutibili e vecchi nomi legati ai traffici con i Paesi in via di sviluppo. A parlarne è un giornalista, Gianni Lannes, direttore della rivista “Italia Terra Nostra” www.italiaterranostra.it, che da anni indaga su catastrofi ambientali negate o taciute. E che, bersaglio di ripetute intimidazioni, dal 22 dicembre scorso vive protetto da una scorta della polizia.

Qual è il nesso tra lo smantellamento delle centrali nucleari, almeno nel caso di Caorso, e la criminalità organizzata, soprattutto la ‘ndrangheta?

Il contratto di appalto per lo smantellamento della centrale di Caorso intercorso tra la Sogin (società dello Stato nata nel 1999 con il compito precipuo) e la società Ecoge srl, di proprietà dei Mamone con sede a Genova. Già in un rapporto della Direzione investigativa antimafia risalente all’anno 2002, segnalava appunto i Mamone come perfettamente organici alla ‘ndrangheta. Da allora questa ‘ndrina ne ha fatta di strada a suon di appalti discutibili nel ramo ambientale delle bonifiche. Tra l’altro vantano attualmente una serie di pendenze giudiziarie di un certo spessore in Liguria.

Nei tuoi articoli sostieni che le indagini epidemiologiche, nelle zone a rischio, non vengono più condotte. Ma le autorità sanitarie non avrebbero l’obbligo di rilevare concentrazioni anomale di determinate malattie, come il cancro?

In Italia non si realizzano più approfondite indagini epidemiologiche e neppure monitoraggi di sorta. Si rischia altrimenti, in caso di incentivi alla ricerca scientifica sul campo, di far emergere i nessi causalità che legano inequivocabilmente il dilagante inquinamento ambientale e l’insorgenza di neoplasie maligne, oltreché di malformazioni neonatali, anche in aree prive di insediamenti industriali, come nel caso documentato del Gargano. Gli obblighi di legge nel Belpaese sono riferimenti di carta, in particolare perché i reiterati attentati ambientali non hanno ancora varcato la soglia del codice penale. Insomma, gli industriali europei e in primis quelli italioti non rischiano niente. Da trent’anni stanno assassinando il mare Nostrum e gli italiani, compresi gli ignari abitatori, sono storditi da veline e grandi fratelli.

Quello che racconti sulla rivista “Italia Terra Nostra” è materia da magistratura prima e poi da governo per le dovute verifiche. Eppure sembra che almeno da quest’ultimo punto di vista non si muova nulla. È così?
Purtroppo i controllori si confondono con i controllati. Un esempio probante: il governo Berlusconi ha prosciugato senza uno straccio di spiegazione razionale i fondi per le bonifiche di ben cinquantadue aree nello Stivale. Qualcuno se n’è accorto, magari all’opposizione o negli organi di disinformazione che annebbiano il pensiero. I poteri economici che controllano lo Stato, ovvero governi e sottogoverni, temono solo che qualcuno prima o poi riesca a scoperchiare questo vaso di Pandora. Per questi criminali in doppiopetto che hanno devastato l’ex giardino d’Europa e massacrato migliaia di persone inermi e ignare sarebbe proprio la fine, in tutti i sensi, non solo tramonto politico.

Intanto, in periodi di bufere gossippare, procede l’iter per la costruzione di nuove centrali nucleari. Come si sta evolvendo questo aspetto?

In realtà, già nel 2005 Berlusconi, Claudio Scajola e il loro entourage avevano chiesto a una nota società Usa di redigere in tutta fretta un progetto di fattibilità nucleare per l’Italia. Ne ho scritto su Panorama una mezza dozzina di anni fa e nessuno si è scandalizzato, nemmeno a sinistra. Anzi, in parlamento passò un emendamento bipartisan, sostenuto anche da qualche verde. Dopo le elezioni regionali, la banda Berlusconi pubblicizzerà i siti ove realizzare le centrali atomiche. Il rischio evidente è lo scoppio di una guerra civile. In Puglia, Molise, Abruzzo e Basilicata non lo consentiremo mai e poi mai. Se ci sarà bisogno, torneremo a combattere sulle montagne come i nostri nonni con i nazifascisti. Forse sarà l’alba di una nuova resistenza. I poteri forti dovrebbero ripassare un attimo la nostra dal brigantaggio ai giorni nostri.

In tutto questo c’è poi la vicenda delle navi dei veleni e di Cetraro. In questo caso il governo ha detto alla popolazione di stare tranquilli perché nel fondale giace il “Catania”, affondato nel 1917 mentre trasportava cotone. Che tipo di verifiche sono state effettuate sullo scafo per fare questa affermazione? E sul livello di radiazioni, rilevato peraltro a una profondità inferiore rispetto a quella a cui giace il relitto?

Per il governo Berlusconi il caso delle navi dei veleni è chiuso o, meglio, archiviato definitivamente. I soliti boiardi, grazie alla complicità dei nostri servizi segreti, hanno sigillato la pratica in un amen. Eppure basta leggersi gli atti processuali della Rigel approdati in Cassazione per comprendere le dinamiche e la portata del mostruoso fenomeno. Il caso nave Catania è un classico caso di depistaggio da manuale. Purtroppo tanti idioti l’hanno bevuto e guai a contraddirli. In Calabria, addirittura sono nati dal nulla associazioni e comitati: tanti si sono improvvisati esperti in materia. È come per la nazionale italiana di calcio: sono spuntati come i funghi i sedicenti addetti ai lavori che rischiano di confondere le acque soprattutto sulla Rete.

Eppure nel 2007 la capitaneria di porto di Cetraro vietò la pesca in quell’area. Cosa era emerso allora?

In realtà, il pericolo a largo di Cetraro era già emerso cinque anni fa, attraverso l’individuazione di uno scafo sospetto. Nel 2007 accurate analisi scientifiche hanno evidenziato in mare la presenza massiccia di metalli pesanti e cobalto. Più recentemente l’ordinanza dell’Ufficio marittimo locale è stata in tutta fretta abrogata senza addurre un riscontro scientifico.

Chi è l’armatore Diego Attanasio che ha effettuato le verifiche sulla nave affondata sostenendo che si tratta del “Catania”?

Attanasio è un compare d’affari dell’avvocato David Mills, ovvero il legale londinese corrotto dal Silvio nazionale.

Ma è vero che si vuole apporre il segreto di Stato su questa vicenda?

Sì, sulla vicenda incombono segreti di Stato e militari, come nel caso della nave “Federico”, proprio al largo di Cetraro.

Oltre a Cetraro, dalle tue ricerche, quale sarebbe il quadro delle navi dei veleni nei mari italiani, in cui sarebbero stati piantati anche i missili penetratori di Giorgio Comerio, nome che si ricollega a vicende come i traffici con il Corno d’Africa e addirittura la morte di Ilaria Alpi?

Dai nostri concreti riscontri sono emersi circa duecento carrette del mare, migliaia di droni (container) e barili di rifiuti chimici e scorie radioattive. Ebbene, stiamo semplicemente sfiorando la cima di un iceberg. In Italia con le navi dei veleni e i misteri di Stato – alimentati ad arte – è affondata definitivamente la civiltà umana, non solo la democrazia.

22-02-2010 di Antonella Beccaria
http://domani.arcoiris.tt/


Antonella Beccaria è giornalista, scrittrice e blogger. Vive e lavora a Bologna. Appassionata di fotografia, politica, internet, cultura Creative Commons, letteratura horror ed Europa orientale (non necessariamente in quest'ordine...), scrive per il mensile "La Voce delle voci" e dal 2004 ha un blog: "Xaaraan" (http://antonella.beccaria.org/). Per Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri - per la quale cura la collana "Senza finzione" - ha pubblicato "NoSCOpyright – Storie di malaffare nella società dell’informazione" (2004), "Permesso d’autore" (2005), "Bambini di Satana" (2006), "Uno bianca e trame nere" (2007), "Pentiti di niente" (2008) e "Attentato imminente" (2009). Per Socialmente Editore "Il programma di Licio Gelli" (2009).

21 febbraio 2010

A cosa serve la Tav? Quale sarà il beneficio dell'opera? Un'analisi di Luca Mercalli climatologo e presidente della Società Meteorologica Italiana

La Valle di Susa difendendo il suo territorio difende tutta l’Italia

Il dibattito sulla Tav Torino-Lione sembra una contrapposizione tra un disegno ambizioso di sviluppo e una resistenza locale di un partito del No. Ma la questione è diversa. E’ naturale che il Piemonte preferisca avere un’infrastruttura moderna che non averla. E’ comprensibile che gli abitanti della Valle di Susa si oppongano ad un investimento che ritengono li danneggi, nonostante le compensazioni promesse , e che a loro non serve. Ma bisogna che qualcuno faccia un conto sul pro e contro di una decisione di spesa che riguarda il Paese intero.
La linea, per la parte di competenza italiana, costerebbe tra i 15 e i 20 miliardi di euro, come tre ponti di Messina. I contributi europei coprirebbero meno del 30% della sola tratta internazionale [la galleria di base], il resto lo pagherebbe lo Stato italiano, quello che lamenta carenza di risorse e fatica a mantenere la sostenibilità della finanza pubblica.

La domanda è allora: quale sarà il beneficio dell’opera? Gli studi disponibili mostrano che la ricaduta della TavTorino-Lione sul sistema economico italiano ed in particolare piemontese sarebbe assai limitata. La Torino-Lione consentirebbe una riduzione dei tempi di spostamento di persone e merci circa un’ora verso la Francia, ma si tratta di una quota intorno all’1% dei movimenti che si effettuano in Piemonte e meno dello 0,1% a scala nazionale. Non siamo nella situazione di centocinquanta anni fa, quando fu costruito il traforo ferroviario del Frejus. La realizzazione di quel traforo significò ridurre i tempi di spostamento da un paio di giorni, a dorso di mulo, a poche ore.

L’attuale livello di utilizzo sia dell’autostrada sia della linea ferroviaria che collegano l’Italia con la Francia è molto al di sotto della capacità che servirà per i traffici per i prossimi decenni [il Fréjus ha funzionato bene anche con livelli di traffico doppi rispetto a quelli attuali nel periodo di chiusura del traforo del Monte Bianco].

Uno spostamento di domanda dalla strada alla ferrovia, a detta degli stessi sostenitori dell’opera, potrebbe avvenire solo con l’imposizione di divieti o di prelievi fiscali aggiuntivi sul trasporto su gomma, ossia incrementando il costo del trasporto e rendendo più difficoltose le esportazioni per le nostre imprese.

Anche i benefici ambientali dell’opera sarebbero del tutto trascurabili. Considerando gli elevatissimi consumi energetici nella costruzione dell’infrastruttura, le emissioni complessive di CO2 saranno forse più elevate con la Torino-Lione che senza.

Nel complesso, non solo «il debito aggregato degli Stati italiano e francese aumenterà di 16 miliardi , ma la gestione dell’opera andrà ad accrescere il loro deficit per i successivi quarant’anni» conclude un’analisi costi-benefici dell’opera che è stata effettuata sulla base dei pochi dati a disposizione. Se ci sono analisi che forniscono risultati diversi, che vengano pubblicate.

Il Corridoio Cinque non è molto di più che un tratto di pennarello su una carta geografica e non corrisponde ad un’infrastruttura unica, con caratteristiche omogenee. Contrariamente a quanto spesso affermato, la Commissione Europea non richiede affatto che l’attraversamento delle Alpi lungo il Corridoio sia effettuato con una Linea ad Alta Velocità/Capacità. Lungo quell’asse non risultano essere in costruzione altre linee AV/AC al di fuori della tratta Torino-Lione, mentre è realizzata la Torino-Milano ed è in progettazione avanzata la Milano-Venezia. Sia ad est che ad ovest dell’Italia le merci continueranno a viaggiare su reti ordinarie, come del resto da Lione verso Parigi, perché le linee AV francesi sono state costruite per far passare solo treni passeggeri.

Questi argomenti, nonostante il lavoro dell’Osservatorio tecnico governativo appositamente costituito, attendono ancora di essere dibattuti, con sereno equilibrio.

Luca Mercalli meteorologo
[19 Febbraio 2010]
da lavallecheresiste.blogspot.com

Come ha potuto ridursi così il Paese la cui carta fondamentale è nata dalla Resistenza al nazi-fascismo?

L'aria che tira

- Non tira una buona aria nel nostro Paese. Inutile girarci attorno: tra gli italiani continua a prevalere l’idea che tutto sommato, nel disastro generale (vedi l’articolo sull’Europa e la crisi), noi qui ce la caviamo; al fondo, c’è l’idea che la crisi è una turbolenza generata da distorsioni eticamente censurabili ma è comunque espressione di meccanismi economici che non hanno concrete alternative. Meccanismi vissuti quindi come quasi-naturali. Sulla scia di una tale strutturale opacità, anche l’etica va poi a farsi benedire. E accade, ad esempio, che si possa impunemente continuare a blaterare di “codice etico” e, contemporaneamente, lanciare con lo scudo fiscale un’ignobile ciambella di salvataggio ad evasori e mafiosi. Manca una chiara e generalizzata consapevolezza della relazione sussistente tra gli effetti sociali della crisi e una precisa responsabilità dell’establishment capitalistico. Il Paese è sì attraversato dalla protesta operaia, da decine di vertenze aspramente caratterizzate dalla determinazione delle lavoratrici e dei lavoratori; ma questi strappi sociali non riescono a tradursi in programma politico di ampio respiro. La società non trova sponde solide e larghe nella politica. Non c’è oggi un pensiero egemonico e diffuso della sinistra; e l’istanza di una profonda trasformazione sociale è tenuta a bada, censurata dai media, circoscritta al recinto extraparlamentare. C’è chi si suicida dandosi fuoco, psicologicamente prostrato a due mesi dal suo licenziamento: persino una così lacerante notizia, passata nelle pagine interne delle grandi testate giornalistiche, non fa opinione diffusa, non tramuta l’indignazione momentanea in generalizzata rivolta politica; e, al livello dell’ “opinione pubblica” ufficiale e conclamata, è rapidamente riassorbita nel chiacchiericcio dei talk-show e dell’intrattenimento televisivo.
Non si tratta di fatti lasciati al caso. Quel chiacchiericcio è il frutto maturo di una raffinata costruzione del consenso, di un uso dello strumento mediatico cui è affidato il delicato incarico di riempire il vuoto allargatosi a dismisura tra la vita quotidiana, le vicissitudini del lavoro, da un lato, e le istituzioni e la politica dall’altro. Beninteso, il terreno è stato sapientemente arato. Come ha recentemente annotato un osservatore attento della vicenda politico-sociale quale è Giorgio Ruffolo, l’ “ideologia apolitica della neo-destra” ha sedimentato senso comune e, negli anni, ha imposto un patto con un “diavolo sorridente”: un divertissement consumistico, un immaginario gradevole piegato al privato che, seppure oggi incrinato dalla materialità della crisi economico-sociale, ha tuttavia lasciato in molte teste il proprio imprinting. Senso della proprietà privata, tendenza all’egoismo sociale, arroganza nei comportamenti, disprezzo della cultura. Questa propensione ideologica reazionaria ha appannato il principio di solidarietà, ha creato coscienze incerte e timorose, pensieri deboli pronti a “quell’attruppamento infatuato attorno a capi carismatici in cui si riconosce la forma moderna del populismo”.
In un tale maggioritario contesto, le destre esercitano con cinismo il loro mestiere. La crisi falcia (e continuerà per tutto il 2010 a falciare) posti di lavoro? I primi a cadere sono i posti di lavoro “atipici”? Ebbene, per tutta risposta si propone di accentuare la deregolamentazione del mercato del lavoro. Come se nulla fosse, passa alla Camera un disegno di legge (1441 quater B) che svuota il potere di regolazione del contratto nazionale di lavoro (un’ulteriore “certificazione” può introdurre quadri contrattuali che peggiorano retribuzioni e condizioni di lavoro stabilite nei contratti nazionali); annacqua la perentorietà dell’art.18 (limitando a danno del lavoratore la giurisdizione del giudice che deve dirimere le controversie di lavoro, nel caso di licenziamento e di trasferimento di aziende o rami di azienda); perpetua ad infinitum la precarietà (risarcimento monetario in luogo della stabilizzazione, dopo l’ennesimo contratto di lavoro a termine). A proposito del suddetto provvedimento – che dovrà essere discusso al Senato – la Cisl parla di “luci ed ombre” (sic!). La Cgil dichiara di voler reagire con decisione.
Uno scandalo dopo l’altro, si ha la sensazione che il nostro Paese stia sprofondando, a cominciare dalla sua tenuta morale ancor prima che politica. Il rischio è che, anche nella sua parte democratica, si crei demoralizzazione o, peggio, assuefazione: che, in assenza di una netta e dura opposizione all’andazzo prevalente, ci si abitui persino al fatto che i protagonisti dell’attuale scena politica sconfinino nella corruzione, nel malaffare, nel crimine organizzato. Lo sappiamo bene: quando latita la risposta democratica, dietro l’angolo è pronta a profilarsi la stretta autoritaria. Come detto, le destre continuano a godere di buona salute e, stando ai sondaggi elettorali, il Pdl veleggia con percentuali superiori a quelle ottenute alle ultime politiche (37%) e alle Europee dello scorso anno (35%). Sulla stampa estera spesso leggiamo: come è possibile tutto ciò? Come ha potuto ridursi così il Paese la cui carta fondamentale è nata dalla Resistenza al nazi-fascismo? La risposta principale a questo interrogativo è che il Pd, il principale partito di quella che dovrebbe essere l’opposizione, non è all’altezza del cimento. A cominciare dai suoi orientamenti “fondamentali”. Quando uno dei suoi più ascoltati maîtres à penser, Pietro Ichino, ci informa dalle colonne del Corriere della Sera che, come sostiene Brunetta, ormai l’art.18 “si applica soltanto ai padri e non ai figli”, che quindi non è più adeguato all’odierna organizzazione produttiva e alla rapidità dei mutamenti tecnologici e che va messo in soffitta, si può con ciò misurare l’entità dello sfondamento ideologico operato dalla controparte nei ranghi del centro-sinistra.

- Tutto questo è sotto i nostri occhi, da qui dobbiamo partire senza reticenze quando ragioniamo sul che fare. Se tutto questo è vero – se, come non si stancava di ripetere Karl Marx, per il sistema vigente la crisi non è l’eccezione ma la regola e questa crisi, la più profonda dopo oltre tre quarti di secolo, coincide con un vero e proprio passaggio d’epoca – allora non mi pare ci siano alternative. Con pazienza, senza salti nel buio, si tratta di ricostituire un campo anticapitalista: l’obiettivo, cioè, di creare uno spazio alla sinistra del Pd in cui siano presenti tutte le forze (partitiche e associative) che condividano una collocazione in senso lato “anticapitalistica” (quindi non solo i comunisti, sebbene i comunisti siano parte essenziale dell’impresa). Questa resta l’opzione strategica di fondo. Poi, in mezzo, c’è la politica; e, con essa, la necessità di fare dei passi avanti nell’attuale congiuntura. In questi giorni la testa e il tempo sono presi comprensibilmente dalla conclusione degli accordi per le imminenti elezioni regionali e dall’organizzazione della nostra campagna elettorale: alleanze sì o no, candidature quali e dove, ecc. Il progetto della Federazione della Sinistra è quindi alle prese con una prima significativa prova: è appena partito e, come un diesel, arranca un po’; si tratta in ogni caso di una buona idea. Su di essa dobbiamo insistere con determinazione.
(..........)
La nostra posizione è quindi del tutto limpida. Diversamente, ad esempio, da quella - contraddittoria - dell’Italia dei Valori. Lì, effettivamente, si è coltivata e poi consumata un’ambiguità di fondo: non si può accorrere ad esprimere solidarietà alle vertenze operaie e, contemporaneamente, stare in Europa col centro liberale. L’IdV non ha perso occasione per accreditarsi come unica vera sinistra, unica voce forte contro il premier e contro ogni compromesso bipartisan (grazie anche ad una consistente presenza televisiva) e ciò le ha permesso di conquistare anche a sinistra quote di consenso. Il suo recente congresso ha però chiarito l’equivoco, collocando questa forza politica nel suo giusto contesto: quello che la caratterizza come sponda sinistra di un orientamento neo-liberale, impegnata a contrastare le spinte più avventuriste e aggressive della borghesia italiana e a dare al Paese una cornice di “legalità democratica”. Tutto sommato è giusto così; è bene che a ciascuno sia dato ciò che gli compete.
E altresì sarà bene – in particolare per l’attivazione di un’intransigente opposizione alle destre, nonchè sulle tematiche della giustizia e della lotta al crimine organizzato – cercare un’interlocuzione anche con questa parte politica (e con i movimenti che in essa hanno creduto). Dicendo la nostra, provando a dare una prospettiva (domani, non tra un secolo) alla nostra gente. Secondo la migliore tradizione dei comunisti.

di Bruno Steri
19/02/2010

20 febbraio 2010

La corruzione della Seconda Repubblica si impasta con un deciso attacco alla democrazia, ai movimenti e ad ogni forma di opposizione

Uscire dalla Seconda Repubblica

L a corruzione che segna il rapporto tra politica ed imprenditori oggi è persino più grave di quella che fu alla base di tangentopoli. Lo documenta la Corte dei Conti e quotidianamente vengono a galla nuovi elementi relativi ad un vasto sistema di corruzione che coinvolge tutto il paese e ha il suo perno nel Popolo delle Libertà. Parallelamente sono sempre più evidenti le superfici di contatto tra parti consistenti di questa formazione politica e la malavita organizzata. Il sistema delle opere pubbliche è stato trasformato, in nome dell'efficienza e dell'emergenza, in una megamacchina che produce tangenti e mazzette. E Fini sa bene di raccontare pietose bugie quando afferma che oggi le persone rubano per se stesse e non per i partiti: i partiti sono diventati una sommatoria di macchine elettorali ed è indistinguibile il furto per sé da quello per la forza politica. Dalla protezione civile scompare la prevenzione - che come si sa costa poco - e si seleziona cosa fare sulla base della possibilità di trasferire danaro pubblico nelle tasche di imprenditori e forze politiche. Nel caso in cui la popolazione non concordi con i "danni collaterali" prodotti dalle cosiddette grandi opere in termini di devastazioni ambientali e sociali, si militarizza il territorio, come sta succedendo in val di Susa. Si inventano gli "anarcoinsurrezionalisti", un'intera popolazione che si oppone alla devastazione della sua valle viene "nascosta" e privata non solo della possibilità di decidere democraticamente sul proprio futuro, ma anche di protestare pacificamente per difendersi.
La prima considerazione è questa. La corruzione della Seconda Repubblica si impasta con un deciso attacco alla democrazia, ai movimenti e ad ogni forma di opposizione - istituzionale, sociale, informativa - che controlli il potere sovrano del governo. Per difendere i corrotti si attacca lo stato di diritto e per tacitare una società sempre più malversata si reprime duramente chi protesta accusandolo di intenti eversivi. In alto si colpisce la magistratura e in basso si cerca di trasformare la questione sociale in una questione di ordine pubblico.
In secondo luogo, occorre notare che il bipolarismo presidenzialista, che è una delle strutture portanti della Seconda Repubblica, ha una grande responsabilità nel selezionare nel modo peggiore la classe politica: populismo e demagogia sono le armi che da destra come da sinistra paiono più efficaci nella battaglia politica odierna. Così nel centro destra tende a prevalere la linea populista e razzista che vede il suo perno nella Lega Nord.

N el centrosinistra può capitare che personaggi come De Luca, espressione di una sottocultura di destra, vengano candidati a presidente di regione dal centrosinistra con la benedizione di Vendola e Di Pietro. La semplificazione bipolare, nel contesto della crisi, tende a sdoganare la concorrenza sul peggio delle culture politiche razziste, al nord come al sud.
In terzo luogo, il bipolarismo, nella sua tanto urlata quanto apparente contrapposizione, tende a bloccare il sistema politico, impedendo un vero protagonismo. Se un galantuomo di destra si stufa di votare un partito del malaffare, che cosa farà? Probabilmente non andrà a votare. Lo stesso accade a sinistra dove la delusione per le politiche maggioritarie del centrosinistra tende a produrre astensione più che protagonismo. Il bipolarismo genera quindi una situazione di degrado complessivo e la presa di distanza da questo degrado appare sempre più come l'uscita dalla politica, dalla partecipazione. Il bipolarismo è quindi un ostacolo alla costituzione di una sinistra degna di questo nome, autonoma dal Partito Democratico, ma è contemporaneamente un ostacolo alla disarticolazione della destra che è oggi schiacciata sulle sue posizioni peggiori.
E' quindi evidente che la crisi della Seconda Repubblica non è solo una crisi di corruzione o l'incapacità di dare una risposta positiva alla crisi economica. La crisi della Seconda Repubblica è un impasto melmoso di corruzione, diseguaglianza, degrado politico che si riproduce allontanando sempre più i cittadini dalla partecipazione politica. Parallelamente, chi partecipa in prima persona attraverso le istanze sociali e i corpi sociali intermedi, rischia forme di repressione degne della macelleria messicana praticata a Genova nel 2001. La forma politica della Seconda Repubblica non permette quindi la costruzione di una uscita positiva dal degrado in cui ci troviamo.
Negli anni '90, la crisi della Prima Repubblica venne gestita dalla magistratura e si risolse con uno sbocco a destra di cui il Pds fu corresponsabile. Oggi non possiamo permetterci di guardare lo sfascio senza avanzare una proposta politica. La crisi odierna intrecciata com'è con una crisi strutturale del capitale, se lasciata a se stessa tende a portare a destra, in termini di restringimento della democrazia e di spoliticizzazione di massa. Occorre quindi un intervento politico che a partire dalla costruzione del conflitto sociale, sappia costruire ad una proposta di uscita dalla Seconda Repubblica, dal suo bipolarismo coatto e dal suo presidenzialismo populista. Mai come oggi la sinistra è chiamata a costituirsi e a muoversi su entrambi i terreni: quello del conflitto sociale e quello per l'allargamento della democrazia attraverso la modifica del quadro istituzionale.

20/02/2010

Paolo Ferrero
Segretario Rifondazione Comunista
Portavoce Fderazione della Sinistra

18 febbraio 2010

Come eravamo. Analfabetismo, miseria e il vizio d'origine: clientelismo e corruzione

La brutta Italia del 1861
Ci ricorda qualcosa?

Sarà pure che s'è desta e dell'elmo di Scipio s'è cinta la testa. Ma a guardarla, fa paura, tanto è brutta, l'Italia Unita anno 1861. Uno staterello malconcio, misero, male in arnese, con statistica da barboni, altro che Fratelli d'Italia. Un paese che stava alle Potenze europee come Cenerentola alla Regina d'Inghilterra.
La popolazione è poco più di 25 milioni a voler contare anche Veneto e Lazio (21 milioni senza) e si tratta per quasi due terzi di un popolo di contadini in gran parte ancora quasi servi della gleba: nel ramo agricoltura lavora infatti il 69,7 per cento del totale; solo il 12 nell'industria, il 13 nel terziario (vale a dire soprattutto nell'amministrazione pubblica, che conta per circa il 9 per cento).
Un popolo lacero, povero, analfabeta. Mentre già il governo del nuovo Stato smania per farsi ammettere al tavolo delle Grandi Potenze, quasi la metà degli italiani è fatta di senza lavoro, il 25 per cento dei nuovi nati muore entro il primo anno di vita, il 44 entro i primi 5 anni; e la speranza di vita generale è di 33 anni. Muoiono giovani, nell'Italia dove la Vittoria mostra la chioma, giovani e ignoranti, da veri poveracci. Saper scrivere il proprio nome e leggere anche solo un po', è una cosa pressoché inaudita, rara. Infatti, oltre l'80 per cento è analfabeta; né leggere né scrivere né far di conto, al Nord come al Sud (78 per cento in Veneto, 83 nelle Marche, 84 in Umbria, 89 in Sicilia, e se Dio vuole quasi il 90 per cento in Basilicata). La lingua italiana? Roba mai vista, è parlata infatti dal 2 per cento, l'altro 98 conosce solo il proprio dialetto (e appunto quando i piemontesi sbarcano in Sicilia, nessuno capisce nessuno). E però il servizio di leva è odioso e obbligatorio e dura un'eternità, 5 anni, nel nome di quella nuova strana cosa detta Patria.
Italiani gran povera gente. Sempre la solita arida statistica dice che, fatto 100 il consumo di un italiano nel 1861, il rapporto con gli altri Paesi europei è: Gran Bretagna 220; Svizzera 200; Francia 170. Ed è un abisso il Pil, il reddito pro capite: Italia 196, Inghilterra 775, Francia 650, Prussia 428.
Pazienza, con la nuova Italia Unita, sotto il Regno Sabaudo e il Governo all'altezza dei tempi le cose cambieranno... Sì proprio. Le elezioni che devono dare vita al Primo Parlamento Italiano si svolgono il 27 gennaio; si svolgono beninteso secondo la legge elettorale sabauda del 1848: fondata sul censo. Perciò, appunto in base al censo, risultano avere diritto al voto, su 25 milioni di abitanti, solo 418.619 fortunati, l'1,9 per cento. Sulla carta, perché alle urne si reca solo poco più della metà: i cattolici infatti, obbedienti al "non expedit" papale, boicottano il voto. E così il rapporto risulta di 1 votante su ogni 107 abitanti, possono bastare 63 voti per eleggere un deputato, una vera esplosione di democrazia. In sostanza, un Parlamento di censo, uscito da un voto di censo, che elegge deputati di censo.
Chi sono costoro, sui banchi del Primo Parlamento Italiano? 85 sono ex principi, marchesi, conti, duchi; 25 ex alti ufficiali; 72 avvocati, 42 professori universitari; 5 medici; 5 tecnici. Del popolo bue nemmeno l'ombra.
Per andare al di là dei meri numeri, bisogna aggiungere che la grande maggioranza degli eletti rappresenta la classe dei proprietari terrieri, dal momento che dei 40-45 miliardi che formano la ricchezza nazionale privata, ben 25 miliardi appartengono alla proprietà fondiaria. Che all'epoca succhia dal lavoro contadino qualcosa come un miliardo all'anno, una somma enorme, superiore al valore della stessa intera produzione industriale.
Lo Stato è bensì unificato, nel suo territorio, nella sua lingua, sotto un governo unico; le frontiere interne non esistono più, abbattuti gli intralci feudali. Ma i suoi vizi d'origine ne fanno quello Stato lì, debole, rachitico, reazionario. Con un re che è bensì a capo del primo Stato unitario ma che continua a chiamarsi Vittorio Emanuele II, un uomo debole, «superstizioso e rozzo, le cui uniche passioni erano le donne, i cavalli e la caccia», come scrive Denis Mack Smith, e che si prodigò moltissimo, ma nella moltiplicazione di titoli nobiliari, prebende e onorificenze. Clientelismo e corruzione furono subito di casa, «e nel dicembre 1861 dovette essere pubblicata un'apposita diffida contro le agenzie private che garantivano alla gente raccomandazioni nei vari ministeri» (come si vede, si tratta di un "vizietto" antico...).
La leva obbligatoria e le tasse, questo il biglietto da visita del nuovo Stato: milioni e milioni di contadini vivono ancora in una economia chiusa di tipo feudale, nelle campagne quasi la moneta non esiste e le strade pure, si vive di baratto miserabile, il commercio è una parola pressoché sconosciuta e l'unico genere che si acquista nelle campagne è il sale. «Per lunghi periodi dell'anno, buona parte dei lavoratori agricoli rimaneva disoccupata, mentre la sovrapopolzione comprimeva i loro salari al livello della mera sussistenza. I contadini della bassa valle del Po si nutrono esclusivamente di mais e si ammalano di pellagra; in Puglia i braccianti a giornata mangiano praticamente solo pane nero d'orzo cucinato due o tre volte all'anno; centinaia di migliaia di italiani vivono in grotte, in capanne di sterpi e fango prive di finestre, nelle cantine umide dei fondaci napoletani; a Roma in interi quartieri operai si vive in dieci per stanza. Malaria, febbri terzane, tubercolosi, tifo sono mali endemici.
E' rimasta quella, l'Italia descritta da Dickens nel suo libro "Visioni d'Italia". Lo dice del resto lo stesso Sonnino: tutta la legislazione sociale dei primi decenni dell'Italia unificata rimase ridotta «ad una disposizione sui libretti postali di risparmio nel 1870 e ad una legge del 1873, rimasta peraltro lettera morta, sul lavoro dei bambini nell'industria».
«Cosa intende per nazione, signor ministro? E' una massa di infelici? Piantiamo grano ma non mangiamo pane bianco. Coltiviamo vite ma non beviamo vino. Alleviamo animali ma non mangiamo carne. Ciononostante voi ci consigliate di non lasciare la nostra Patria? Ma è una Patria la terra dove non si riesce a vivere del proprio lavoro?». La domanda era retorica; e infatti proprio in quegli anni « partono 'e bastimente per terre assai luntane ». Inizia il più grande esodo migratorio della storia moderna: quello degli italiani.
Mentre a casa i braccianti meridionali in rivolta vengono definiti briganti e decimati inviando laggiù un esercito di 120mila uomini.

Maria. R. Calderoni
Liberazione
18/02/2010