31 gennaio 2010

CARTA settimanale dei cantieri sociali

A lettori e abbonati
Quella Che vedete qui sopra è una copertina del settimanale Che non potrete toccare, uno meno di non stamparla a casa vostra. Volevamo fare il massimo per Mettere sotto gli occhi di tutti i nostri lettori gli eventi in Val di Susa, le grandi manifestazioni, i fiaschi dei sostenitori della Tav e gli incendi notturni dei Presidi No Tav, e invece la Tipografia con la Quale lavoriamo da sempre ha di colpo DECISO di Chiudere, senza avvertirci prima come conviene In ogni rapporto commerciale. Per CUI stiamo Facendo i nostri passi SIA per Ottenere un Risarcimento Che per riuscire uno stampare in tipografia Un'altra, il numero del 5 febbraio, ma intanto il settimanale Che avevamo quasi finito di Lavorare, E che avrebbe dovuto Uscire il 29 gennaio, va perso. Almeno in parte, Perchè la copertina e le pagine riguardanti la Val di Susa le Potete scaricare dal sito, gratis, una parziale Risarcimento per noi che le abbiamo scritte, impaginate e composte, e principalmente per i lettori e gli abbonati cartacei e on line [ agli abbonati In ogni caso manderemo 46 numeri del settimanale, com'è scritto nel «contratto» tra di noi].

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28 gennaio 2010

Irak, i crimini dilazionati nel tempo della follia militare e affaristica degli USA. Il silenzio dei governi loro complici

Cancro, l’eredità dell’invasione statunitense

Dimenticatevi del petrolio, dell’occupazione, del terrorismo ed anche di Al Qaeda. Ora il vero pericolo per gli iracheni è il cancro. Il cancro si sta espandendo come una nuvola di polvere. Migliaia di bambini stanno nascendo deformi. Sono i medici che denunciano l’aumento delle patologie tumorali e dei difetti congeniti, specialmente nelle città più bombardate da USA e Gran Bretagna.

Ecco alcuni esempi.
A Falluja, bombardata intensamente nel 2004 dagli Stati Uniti, il 25% dei neonati [1] hanno gravi anomalie congenite, tumori cerebrali e difetti neurologici nella spina dorsale. Secondo Al Jazeera English [2], il tasso di malattie cancerose nella provincia di Babil, a sud di Baghdad, è salito dai 500 casi diagnosticati nel 2004 ai 9.082 del 2009.

A Bassora nel 2005 sono stati diagnosticati 1.885 casi di cancro. Il dottor Jawad al Ali, direttore del Centro oncologico sostiene che il numero è aumentato a 2.302 nel 2006 e a 3.071 nel 2007. ed ha dichiarato sempre ad Al Jazeera English che il centro visita dai 1.250 ai 1.500 pazienti al mese.

Non tutti sono disposti a stabilire una relazione diretta tra i bombardamenti di quest’area da parte degli alleati e i tumori, il Pentagono nega ogni correlazione. Ma medici iracheni e qualche esperto occidentale puntano il dito contro le enormi quantità di uranio impoverito usato nelle bombe britanniche e statunitensi.

Il dott. Ahmad Hardan, consulente dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Nazioni Unite e ministero iracheno della sanità, afferma che ci sono le prove scientifiche del rapporto di causa effetto tra l’uranio impoverito e le malattie tumorali. Ha dichiarato ad Al Jazeera English [3]: “I bambini con anomalie congenite sono studiati in ogni aspetto clinico, genetico, famigliare e ostetrico. Questi studi a carattere internazionale dimostrano le conseguenze disastrose dell’uranio impoverito”.

I medici iracheni sostengono che i tumori sono aumentati tanto dopo la guerra del 1991 quanto dopo l’invasione del 2003. Abdulhaq Al-Ani, autore di “Uranio in Iraq”, ha detto ad Al Jazeera English [4] che per l’U238 il periodo d’incubazione è di cinque/sei anni, il che coincide con i picchi registrati nel 96/97 e 2007/2009.

Ci sono pure evidenti somiglianze fra i difetti dei neonati iracheni e afgani nati nelle zone bombardate con uranio impoverito. Il dott. Daud Miraki, direttore del Fondo Afghano su Uranio Impoverito e Recupero, ha riferito ad Al Jazeera English di aver trovato le prove dell’effetto dell’uranio sui neonati della zona orientale e sud-orientale dell’Afghanistan. “Bimbi maschi nascono senza occhi, polmoni o con tumori nel viso e negli occhi”.

Ma non capita solo a iracheni e afgani. I figli dei soldati statunitensi impiegati in Iraq durante la guerra de 1991 subiscono effetti simili [5]. Nel 2000 la biologa irachena Huda Saleh Mahadi ha indicato che la deformità nelle mani deformi dei bambini statunitensi unite direttamente alle spalle è una deformità presente anche fra i bimbi iracheni.

Molti soldati USA parlano della Sindrome del Golfo e attribuiscono all’esposizione all’U238 in Iraq l’insorgenza dei loro tumori. Ma loro almeno possono sfuggire all’esposizione una volta terminato il servizio in Iraq. Sono i civili iracheni che non sanno dove andare. L’acqua, la terra e l’aria in ampie zone dell’Iraq, Baghdad compresa, sono contaminate con U238 che ha una vita media di 4.500 milioni di anni.

Il dottor. Doug Rokke, ex-direttore del Progetto Uranio Impoverito dell’esercito statunitense durante la prima Guerra del Golfo, si era incaricato di un progetto per decontaminare i carri armati USA. Ad Al Jazeera English [7] ha raccontato che “Il dipartimento di Difesa statunitense ebbe bisogno di strutture plurimilionarie con fisici e ingegneri specializzati e tre anni di tempo per portare a termine quel progetto (24 carri armati decontaminati). E che cosa può fare l’iracheno medio con migliaia e migliaia di chili di carcasse e di veicoli usati in tutto il deserto?”.

Secondo Al Jazeera [8], il Pentagono ha usato più di 300 tonnellate di uranio impoverito nel 1991. Nel 2003 gli USA ne hanno usato più di 1.000 tonnellate.

di Jalal Ghazi

Note:
[1] http://www.guardian.co.uk/world/2009/nov/13/falluja-cancer-children-birth-defects
[2] http://www.youtube.com/watch?v=wnGz51kjHnE
[3] http://english.aljazeera.net/archive/2003/10/2008410163515321636.html
[4] http://english.aljazeera.net/news/middleeast/2009/10/2009101213552137511.html
[5] http://www.youtube.com/watch?v=vCm2ESXGiAo&feature=related
[6] http://www.youtube.com/watch?v=Ods5MPaxLYI
[7] http://www.aljazeera.net/NR/exeres/86F97BE3-F2BB-41CF-AC87-291A751DFFE6
[8] http://www.youtube.com/watch?v=XPaqsv_Z_80

Fonte: http://news.newamericamedia.org/news/view_article.html?article_id=80e260b3839daf2084fdeb0965ad31ab

Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura di F.R. del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

Giornata della Memoria. Quanti oggi conoscono la parola Porrajmos?

Sterminio dell´umanità

Quanti oggi conoscono la parola Porrajmos? Pochissimi. Ciò ci dimostra come la memoria dei popoli che chiamiamo "zingari", fatichi a trovare posto nella storia italiana. Porrajmos è il termine con il quale i sinti e i rom definiscono il divoramento subito in Europa tra il 1934 e il 1945. Nel 2010 si continua a celebrare la giornata della memoria dimenticandoci delle altre vittime del genocidio nazista. La persecuzione razziale subita dai rom e dai sinti è stata rimossa o addirittura negata.
Nel 2010 la questione sinta e rom, può sembrare secondaria, ma non lo è. Essa è dirompente nella nostra società e pone delle contraddizioni. C'è chi afferma che queste popolazioni siano un grave problema di sicurezza e invece riflettono le nostre insicurezze sociali. Le popolazioni rom e sinte presenti in Italia, non sono tutte immigrate: circa 70mila su 150mila sono cittadini italiani. Su queste popolazioni pesano non una, ma più face di una tragedia europea, quella del genocidio nazista: si calcola che più di 500mila persone hanno conosciuto lo sterminio. In Europa e in Italia nacquero campi di sterminio simili al lager di Auschwitz. In Italia ci furono le leggi razziali negli anni Trenta e Quaranta del Novecento, ma quella che colpì duro fu la Circolare Bocchino del 1943. In Germania e nell'intera Europa c'era una Legge che prevedeva la pulizia dai "zingari", semplicemente perché considerati come degli "asociali". Addirittura ad Auschwitz esisteva un ghetto nel ghetto, riservato proprio per i Rom e i Sinti: erano le baracche chiamate Zigeuner Lager, proprio per marcare questa divisione dagli altri internati. Non possiamo far finta di non vedere che oggi continuano ad esistere i ghetti e campi nomadi, che c'è un ritorno di leggi razziali (vedi il pacchetto sulla sicurezza), che l'intolleranza alimentata dalle paure mediatiche, nei confronti di queste popolazioni cresce, Che molti si auspicherebbero una polizia etnica, la deportazione in altri paesi e alcuni le camere a gas. Non li voliamo vicino casa nostra, sono delinquenti, ladri di bambini, associali, sporchi, incivili.
La storia si ripete, per questo dobbiamo ricordare, non solo lo shoah, ma anche il porrajmos; dobbiamo ricordare che nei campi di concentramento i rom e i sinti, avevano le pari opportunità per morire nelle camere a gas, come tutti gli altri prigionieri: ebrei, comunisti (prigionieri politici), omosessuali, testimoni di Geova e portatore di handicap.
La giornata della memoria va ricordata per tutte le vittime dei lager nazisti non solo per gli ebrei.
Irene Rui
Federazione della Sinistra Vicenza
27/01/2010

26 gennaio 2010

Il 27 gennaio 1945 l'Armata Rossa libera il Lager di Auschwitz Arbeit Macht Frei

La giornata della memoria

Alle cinque di mattina di quel sabato il maggiore Shapiro spalanca il grande cancello e al soldato Yakov Vincenko appare l'inferno in terra

Lager di Auschwitz-Birkenau

Il Lager venne impiantato, nel maggio 1940, a Oswiecim , il cui nome venne germanizzato in Auschwitz, in vecchie caserme abbandonate dall'esercito polacco.
L'ufficio centrale "Lavori" della SS aveva già affidato, prima della sistemazione del campo, alla ditta Topf & Figli ( era una impresa specializzata nella cremazione in Germania) la creazione di un forno crematorio di concezione civile (piano Topf D 56552 del 15 dicembre 1939) con due formi a una camera incineratrice ad aria compressa, riscaldati a elettricità: ma la spesa risultò eccessiva e l'amministrazione delle SS preferì sostituirlo con un forno icineratore mobile, da campagna, a due muffole, riscaldato a nafta. Ma il razionamento del combustibile fermò i forni Topf a nafta.
L'ingegnere Kurt Prufer, lo specialista della Topf per incinerazione dei defunti, dovette prontamente adattare il progetto col riscaldamento dei forni a carbone coke: il forno fu montato nel luglio 1940 (l'italia fascista era entrata in guerra contro le nazioni della civiltà occidentale il dieci giugno 1940). La prima incinerazione di un detenuto ad Auschwitz ebbe luogo il 15 agosto 1940. Questo modello di forno, simile a quello costruito a Buchenwald, si rivelò un successo e le SS ne ordinarono un secondo, installato accanto a primo nel febbraio 1941.
A metà settebre Auschwitz ebbe il terzo forno , a due muffole:il capitano delle SS Karl Bischoff , direttore della costruzione del nuovo campo (ampliamento a Birkenau) convocò l'ing.Prufer della Topf e nacque, da questo connubio di menti, il progetto di un nuovo edificio crematorio con una sala di incinerazione con 5 forni a tre muffole, con annessa carbonaia per il coke : otto mesi dopo quell'incontro ( 22 ottobre 1941) potevano essere incinerati 1440 cadaveri al giorno.


Come avveniva la gassazione nehwitz-Birkenaui campi di Auschwitz
Quantunque nel nostro immaginario collettivo il concetto di "forno" e " cremazione" (in gergo tecnico " incinerazione") risulti opprimente e detestabile perché assiomaticamente collegato all'idea conscia di una morte inferta con ferocia, con la totale distruzione anche della materia cadaverica, pure deve riconoscersi che non è questa la crudeltà e l'assurdità maggiore, trattandosi pur sempre di una tecnica diversa dall'inumazione, attualmente possibile per testamento (la cremazione, appunto).
La vera crudeltà ( parola troppo vaga per definire la perversione implicita in questo tipo d'operazione) era quella di trasformare persone vive (e, ricordiamo ancora non soltanto ebrei) in cadaveri da incinerire. Essa consisteva nella gassazione di esseri umani nelle apposite camere nelle quali, con varie tecniche, veniva introdotto il gas sterminatore , lo Zyclon-B, un insetticida fabbricato dalla ditta Degesch di Francoforte sul Meno, oppure l'acido cianidrico (micidiale miscela di azoto, carbonio e idrogeno).
Coloro che erano condotti a Auschwitz e destinati a essere uccisi, venivano divisi in due categorie: gli abili al lavoro e gli inabili. I primi venivano immatricolati con un tatuaggio all'avambraccio e costituivano la forza lavoro, gli altri erano ammazzati con gas cianidrico e incineriti.
Il capo supremo della SS, Himmler, ispezionò per la seconda volta il Lager di Auschwitz il 17 e 18 luglio 1942, mentre il tifo falciava 150 detenuti al giorno. Il 17 Himmler assistette ad una gassazione nel Bunker 2 e il cantiere dell'industria di carburante e caucciù di sintesi a Monowitz (a sei chilometri dal campo) . Il giorno successivo si rese conto della funzionalità del campo centrale , visitò i forni di incinerazione e si compiacque della nuova ciminiera in costruzione indi ordinò al comandante Hoss di portare l'effettivo del campo di prigionieri di Birkenau a 200.000, di vuotare le fosse piene di Birkenau incinerando i cadaveri.
Sorvoliamo su altri aspetti tecnici, sommamente raccapriccianti: ricordiamo che il capomastro della Topf, Schultze disse al suo direttore Prufer, col quale aveva assistito all'incinerazione di una sessantina di bambini, di non capire come dei neonati potessero essere nemici del Reich; e che venissero bruciati nei forni che recavano lo stemma della rispettabile Impresa Topf di Erfurt, stimata in tutto il mondo.
Prufer non rispose al suo capomastro e fece capire che era troppo tardi per ritirarsi da questo lavoro. (Prufer venne nel 1945 arrestato dagli Americani il 30 maggio, e il giorno successivo il titolare dell' Impresa, Ludwing Topf, si suicidò.)
Le imprese tedesche che effettuarono la costruzione e il montaggi di camere per la gassazione criminale e per la cremazione dei cadaveri, non furono informate del loro successivo utilizzo omicida da parte delle SS . Quando scoprirono che non dovevano servire per disinfestazioni e cremazione di detenuti periti per morte naturale (tifo e altre malattie di massa) era troppo tardi per fare marcia indietro e le SS, per maggiore sicurezza, avevano fatto firmare un impegno a tenere segrete le clausole contrattuali negoziate. Questa regola, del resto, vige anche attualmente, in tutti i Paesi del mondo nelle industrie che lavorano per la difesa.
*****
Il 27 gennaio 1945, come diciamo nel titolo, il diciannovenne soldato sovietico Yakov Vincenko, entrò, strisciando sul fango frammisto a nevischio, nel Lager di Auscwitz sotto la scritta "Arbeit macht frei" ( il lavoro ti rende libero) e ai suoi occhi si presentò una visione infernale : scheletri semoventi, con pelle rinsecchita, occhi lucidi e fissi di morti viventi , inespressivi e perduti.... Quegli esseri umani non toccavano cibo da sette giorni, dopo l'abbandono precipitoso del campo da parte delle SS, l'Armata rossa era in rapido avvicinamento nella sua ormai inesorabile avanzata.
Il soldatino russo, come lui stesso confessò, aveva ben veduto il maggiore aprire quel cancello ma ora credeva d'essere morto e di trovarsi nell'aldilà.
Era su questa terra, nel bel mezzo dell' Europa, sede di molteplici civiltà umanistiche, scientifiche, artistiche, filosofiche, letterarie.
Era nel cuore della civilissima Europa, patria di insigni poeti, scrittori musicistoi, filosofi, pensatori , teologi, non fra i tagliatori di teste del Borneo o fra i cannibali di qualche isola descritta da da De Foe o Swift, che era accaduto quella sorta di rito satanico come in un immaginario racconto nero. Eppure c'era questo inferno, così a prima vista come una assurda allucinazione, poi sempre più realistico, cadaveri accatastati in orribili fosse comuni, camere per la gassazione di essere umani, forni per incinerare i cadaveri, tutto per una finalità luciferina. "Perché Dio ha permesso tutto ciò?" dovette chiedersi il soldatino dell'armata rossa, accortosi che era vivo, che non sognava, che quello era un campo di sterminio ...
*********
Ma come può essere credibile che le varie chiese (Cattolica, ortodossa, luterana, presbiteriana ecc) e che organismi internazionali, come la Croce Rossa, non s'accorgessero di tanti massacri ? Possibile che il regime nazista avesse tanta perfetta capacità di nascondere visivamente i suoi orrori?
E il Papa, il Santo Padre, ( che di lì a pochissimi anni avrebbe scomunicato i comunisti, in quanto accettavano una teoria atea e materialista) dal suo alto magistero universale perché taceva sul genocidio che era in atto da cinque anni? E perché, tranne che nel ghetto di Varsavia nell'agosto del 1944, quando l'Armata rossa, lì a due passi non intervenne, vergognosamente, non ci fu mai un moto di ribellione da parte delle vittime predestinate? Si nascondevano, venivano nascoste, mai un timido tentativo d'organizzare almeno un clamore che richiamasse l'attenzione dei popoli civili! (fra i quali popoli civili, duole riconoscerlo, non ci saremmo stati noi italiani che, anzi, eravamo alleati con i camerati nazisti, a differenza di altri fascismi europei, come lo spagnolo e il portoghese, che restarono neutrali) Pongo interrogativi, vedete, incapace di dare risposte.

(di Alfio Tarullo)
www.brundisium.net

24 gennaio 2010

Tra i leghisti imputati il parlamentare Bragantini e il sindaco di Treviso Gobbo. Questo è il potere

Camicie verdi a processo per banda armata

«Costituzione di un'associazione a carattere militare», con questo capo d'imputazione previsto dall'articolo 1 della legge 243 del 1948, finalizzata a reprimere la creazione di milizie paramilitari, il gup di Verona Rita Caccamo ha rinviato a giudizio 36 esponenti della Lega nord, tra cui spiccano i nomi dell'attuale sindaco di Treviso Gian Paolo Gobbo, del deputato Matteo Bragantini, dell'ex sindaco di Milano Marco Formentini, che non hanno potuto avvalersi dell'immunità parlamentare come invece è accaduto per l'intero gotha leghista: Umberto Bossi, Roberto Maroni, Mario Borghezio, Roberto Calderoli, Francesco Speroni ed altri. A restare impigliati alle maglie dell'inchiesta condotta, avvalendosi di un'importante mole d'intercettazioni telefoniche, dal pm Guido Papalia sono rimasti in prevalenza solo alcuni "caporali" e qualche "sergente". La vicenda risale al 1996, epoca in cui la Lega perseguiva una strategia che rasentava l'insurrezionalismo secessionista. Diversa acqua è passata sotto i ponti da allora. Nel frattempo, il 25 gennaio 2006 una serie d'innovazioni legislative in difesa della libertà di espressione hanno fatto decadere tre delle 4 imputazioni su cui era incardinata l'inchiesta: l'articolo 241 (attentato contro l'integrità, indipendenza dello Stato) e 283 (Attentato contro la costituzione) del codice penale. E' bastato che il Parlamento inserisse il requisito degli «atti violenti» perché la configurazione giuridica dei fatti contestati perdesse fondamento. Circostanza questa senza dubbio positiva, anche se non ci si può esimere dal sottolineare come altrove la manifestazione d'opinioni o propositi d'altra natura, anticapitalisti o antigovernativi per un verso, o ispirati a credi religiosi non conformi per l'altro, abbiano subito al contrario un inasprimento repressivo senza precedenti, ivi compreso la reintroduzione dell'offesa a pubblico ufficiale. I leghisti hanno ottenuto l'abolizione dei reati che mettevano a repentaglio le loro opinioni ideologiche e rafforzato quelli che colpiscono le opinioni degli avversari. Venuti meno i reati fine , oltre al 241 e 283 cp veniva contestata anche l'associazione antinazionale finalizzata a «deprimere e distruggere il sentimento della Nazione» (271 cp), dichiarata illegittima dalla Corte costituzionale con sentenza del 5 luglio 2001, n. 243, la magistratura ha dovuto ripiegare sull'unico reato mezzo presente: «l'associazione a carattere militare denominata "Camicie verdi" poi confluita in un'altra struttura più complessa denominata "Guardia nazionale padana"». Secondo l'accusa «gerarchicamente organizzata e addestrata per un eventuale impiego collettivo in azioni di violenza e minaccia - presentate come azioni di legittima difesa di pretesi diritti violati - e utilizzata anche per intimidire gli aderenti contrari alle direttive politiche dei vertici del movimento, e quindi impedirne la partecipazione al dibattito interno, e così imporre attraverso la riduzione al silenzio dei dissenzienti una precisa linea politica». Il processo che si aprirà il primo ottobre 2010, riforma del processo breve permettendo, riserva notevoli paradossi. Alla sbarra sarà giudicata quella che qualcuno ha già definito una «eversione istituzionale». Basti pensare che il capo di questa struttura paramilitare altri non era che l'attuale ministro degli Interni Roberto Maroni, scampato al processo grazie alla Consulta. Tant'è che in molti invocano il tempo passato, oltre 13 anni, il percorso di costituzionalizzazione della Lega, eccetera. Tutto vero e tutto giusto. Peccato però che questi argomenti, del tutto condivisibili, valgano soltanto quando ad essere sul banco degli imputati sono lorsignori . Nei giorni scorsi, da ministro dell'Interno, Roberto Maroni si congratulava con il capo della polizia, Antonio Manganelli, per l'arresto di Manolo Morlacchi e Virgilio Costantino, accusati di fare parte di un'ennesima propaggine delle cosiddette «nuove Br». Ai due, che hanno contestato ogni addebito, è bastato molto meno di quanto fosse contestato al ministro per ritrovarsi in carcere. Scrivere un libro e avere un nome carico di storia. Ci sono poi detenuti politici rinchiusi da oltre trent'anni. Già, per alcuni il tempo si conta in minuti, per altri in secoli.

Paolo Persichetti
Liberazione
24/01/2010

Il processo di Palermo per le talpe in procura. Totò si dimette dalle cariche dell'Udc ma non da senatore. Questo è il potere.

Cuffaro favorì Cosa nostra. Pene aumentate in appello

Lui continua a dire che non è un mafioso ma per i giudici della corte d'appello di Palermo Totò Cuffaro ha favorito Cosa nostra e, da cinque anni inflitti in primo grado la condanna dell'ex governatore siciliano è cresciuta fino a sette per favoreggiamento aggravato e rivelazione di segreto istruttorio. Il processo sulle talpe alla Dda, direzione distrettuale antimafia, annovera anche i 15 anni e mezzo, contro i 14 del primo grado, a Michele Aiello, ex manager della sanità privata condannato per associazione mafiosa; 8 all'ex maresciallo del Ros, Giorgio Riolo, per concorso esterno. Tutte accolte, dunque, le richieste della procura, smentendo - sottolinea il procuratore aggiunto di Palermo, Ingroia - «falsità di chi accusa la procura di inventare processi fondati sul nulla contro personaggi politici».
Cuffaro promette di rispettare la sentenza ma resta senatore della Repubblica, eletto con l'Udc che si fa bastare le sue dimissioni dalle cariche di partito. Al momento in cui andiamo in stampa non ancora pervenute le reazioni del suo segretario Casini al quale Paolo Ferrero - in Valsusa con i No Tav - chiede cos'altro aspetti per cacciarlo fuori dal partito. «La questione morale non può essere agitata - dice il segretario di Rifondazione e portavoce della Federazione della sinistra - a corrente alternata e le questioni di mafia non possono essere messe in un cassetto. Da nessuno».
Tutto è nato dall'indagine della dda palermitana che portò allo scoperto una vera e propria rete di spionaggio composta da sottufficiali dei carabinieri (Riolo, appunto, e Giuseppe Ciuro processato a parte) che, con la complicità di impiegati della procura, facevano clamorose soffiate ad Aiello sulle indagini di mafia in corso. Aiello gestiva la clinica convenzionata S.Teresa e un giro di rimborsi da capogiro per esami sofisticati. Per i giudici l'imprenditore era l'alter ego di Provenzano nella sanità privata. Nella sua clinica sarebbero stati "curati" anche i denari del boss di Corleone. La scia delle truffe al sistema sanitario avrebbe svelato pure le commistioni tra il boss di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro, e il delfino di Cuffaro, l'assessore Miceli Mimmo, Udc anch'egli e una condanna a 10 anni per mafia. A tenere al corrente Cuffaro sarebbe stato un altro maresciallo Antonio Borzacchelli, condannato per concussione ma intanto eletto al parlamento isolano nelle liste del partito di Totò e Pierferdy. Grazie a quelle soffiate Cuffaro potè avvisare Miceli che c'era una cimice in casa del boss di Brancaccio che l'assessore frequentava abitualmente. Miceli cantò con Guttadaro che scoprì la cimice e un altro medico mafioso, Salvatore Aragona, fu intercettato dire che era stato «Totò» a spifferare tutto. Da qui le accuse a Cuffaro di rivelazione di segreto istruttorio e favoreggiamento aggravato, non più semplice come asserito in primo grado. In sostanza i pm dicevano che avrebbe aiutato alcuni mafiosi non l'organizzazione in quanto tale. Quando sembrava essersi scampato l'aggravante, Cuffaro festeggiò a cannoli per la gioia di chi scriveva pezzi di colore. Poi però si dimise per trasmigrare a Palazzo Madama. Il 5 febbraio il gip deciderà se rinviarlo a giudizio per l'altra indagine della Dda che lo vede indagato per concorso in associazione mafiosa.
Uno che non ci crede ancora è l'ex segretario Udc Follini, emigrato nel Pd, tra i pochi a prendere per buone le garanzie di Cuffaro di essere «culturalmente estraneo a questa piaga» dove per piaga è da intendersi Cosa Nostra. Spunta Buttiglione ad annunciare l'attesa serena del terzo grado. Per il criptico Cesa, succeduto a Follini alla guida del partito centrista, le dimissioni dalle cariche di partito «sarebbero eloquenti più di ogni nostra parola». Fava, Licandro e Alfano, rispettivamente Sel, Pdci e Idv, però insistono a dire che dovrebbe dimettersi anche da senatore visto che si sarebbe fatto eleggere per mettersi al sicuro dalle grinfie della Dda. «Mai tempi sono cupi - dice Licandro - e le misure del governo fanno presagire la resa dello Stato per garantire l'impunità di Berlusconi». Sonia Alfano trova paradossale che Cuffaro, con sette anni sul groppone, possa vigilare sulla Rai dalla poltrona dell'apposita commissione parlamentare.

Checchino Antonini
Liberazione
24/01/2010

23 gennaio 2010

Riceviamo a pubblichiamo. Scompare giornalista in Filippine: denunciava il taglio illegale

Emmanuel Ansihagan è un leader indigeno e giornalista presso la radio DXRS. Da giovedì della scorsa settimana Ansihagan è scomparso.
Aveva appena denunciato alla polizia di aver subito minacce di morte per i suoi reportage contro le operazioni di taglio illegale nella provincia di Misamis Orientale.


Uno dei messaggi recitava: "smetti di opporti al taglio e alle miniere, o finirai ucciso come gli altri come i capi indigeni."
Poco prima di scomparire, Ansihagan aveva riferito alla polizia di essere pedinato e di ricevere minacce ogni giorno, per i suoi reportage nella trasmissione "Barog Mindanao", tanto che era stato costretto a sospendere la trasmissione.
Secondo quanto riferito da Ansihagan prima della sua scomparsa, il Dipartimento per l'Ambiente e le Risorse Naturali non ha fatto nulla per fermare la deforestazione illegale più volte denunciata, soprattutto nelle terre indigene.
Un collega di Ansihagan, Arecio Padrigao era stato ucciso nel novembre 2008, per aver denunciato anche lui il taglio illegale, e l'omertà della polizia.
La notte di San Silvestro era stato freddato da due killer in motocicletta un parente di Ansihagan, Datu Berting Pinagawa. Pinagawa era leader di una associazione che si batteva contro il taglio illegale e le complicità dell'amministrazione.

Salva le Foreste
Osservatorio sulle Foreste Primarie
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Tel +39 06 44230087
Fax +39 06 45553724

Haiti ci chiama alla solidarietà e al rispetto della sovranità popolare

Haiti, storia di un debito odioso

Una delle maggiori operazioni di soccorso della storia rischia molto di somigliare a quella del dopo-tsunami del 2004, a meno che il modello di ricostruzione non sia radicalmente diverso. Haiti è stata in parte distrutto da un violento sisma di magnitudo 7. Tutti versano lacrime e i media, inondandoci di immagini apocalittiche, ripetono gli annunci di aiuti finanziari che offriranno generosamente gli Stati. Sentiamo dire che bisogna ricostruire Haiti, questo paese colpito dalla povertà e dalla «maledizione». Ora quindi ci si interessa di Haiti. I servizi non vanno oltre il tremendo terremoto. Si ricorda frettolosamente che si tratta di uno dei paesi più poveri del pianeta, ma senza spiegarcene le cause. Si lascia credere che la povertà si arrivata così, che si tratta di un dato senza rimedio: «è la maledizione a colpire». (...)

Haiti è tradizionalmente denigrato e spesso dipinto come un paese violento, povero e repressivo nel migliore dei casi. Pochi servizi ricordano l’indipendenza conquistata con la lotta nel 1804 contro le truppe francesi di Napoleone. Invece di mettere in rilievo il percorso umano e la lotta per i Diritti dell’Uomo, quelle della natura selvaggia e della violenza dovranno essere le caratteristiche affibbiate agli haitiani. Eduardo Galeano parla di «maledizione bianca»: «Al confine dove finisce la Repubblica dominicana e comincia Haiti, un cartellone lancia l’avviso: El mal paso (il passaggio cattivo). Dall’altro lato, c’è l’inferno nero. Sangue e fame, miseria, pestilenze».[1]

È indispensabile tornare alla lotta di emancipazione condotta dal popolo haitiano, perché come rappresaglia nei confronti di quella duplice rivoluzione, antischiavista e anticolonialista a un tempo, il paese ha ereditato il «prezzo del riscatto dell’Indipendenza» imposto dalla Francia, pari a 150 milioni di franchi (l’ equivalente del bilancio annuale francese all’epoca). Nel 1825, la Francia decide: «Gli abitanti attuali della parte francese di Santo Domingo verseranno alla Cassa federale dei depositi e prestiti di Francia, in cinque rate uguali, di anno in anno, con prima scadenza il 31 dicembre 1825, la somma di centocinquanta milioni di franchi, destinati a risarcire gli ex coloni che richiederanno un indennizzo».[2]

Oggi, quella cifra equivale a circa 21 miliardi di dollari. Fin dall’inizio, Haiti deve pagare un alto costo, e il debito sarà lo strumento neocoloniale per mantenere l’accesso alle molteplici risorse naturali del paese. Il prezzo del riscatto, dunque, è l’elemento fondante dello Stato haitiano ed è sfociato nell’accumularsi di un debito odioso. In termini giuridici, vuol dire che esso è stato contratto da un regime dispotico ed usato contro gli interessi delle popolazioni. La Francia, poi gli Stati Uniti – la cui area di influenza si estende ad Haiti, occupato dai marines nordamericani nel 1915 – ne sono pienamente responsabili. Mentre sarebbe stato possibile affrontare le dolorose responsabilità del passato nel 2004, la Commissione Régis Debray[3] preferisce evitare l’idea della restituzione di quella somma con il pretesto che non è «giuridicamente fondata» e che la cosa «aprirebbe il vaso di Pandora». Le richieste del governo Haitiano di allora sono respinte dalla Francia: niente riparazioni che tengano. La Francia non riconosce neanche il suo ruolo nell’ignobile regalo che fa al dittatore “Baby Doc” Duvalier in esilio offrendogli lo statuto di rifugiato politico e quindi l’immunità.

Il regno dei Duvalier si apre con l’aiuto degli Stati Uniti nel 1957: durerà fino al 1986, quando il figlio “Baby Doc” viene destituito da una rivolta popolare. La violenta dittatura, largamente sorretta dai paesi occidentali, ha imperversato per quasi trent’anni, contrassegnata da una crescita esponenziale del suo debito. Tra il 1957 e il 1986, il debito estero si è moltiplicato per 17,5. Al momento della fuga di Duvalier, ammontava a 750 milioni di dollari. Poi è salito, grazie agli interessi e alle penalità, a oltre 1.884 milioni di dollari.[4] L’indebitamento, lungi dall’essere utile alla popolazione che si è impoverita, era destinato ad arricchire il regime messo in piedi: e quindi è anche un debito odioso. Una recente indagine ha dimostrato che il patrimonio personale della famiglia Duvalier (ben al riparo in conti presso banche occidentali) ammontava a 900 milioni di dollari, una somma superiore al debito complessivo del paese al momento della fuga di “Baby Doc”. Di fronte alla giustizia svizzera è in corso un processo per la restituzione allo Stato haitiano delle proprietà e dei beni sottratti dalla famiglia Duvalier. Per il momento, questi sono congelati dall’UBS (Unione delle banche svizzere), che propone condizioni inaccettabili per la restituzione di questi fondi. [5] Jean-Bertrand Aristide, eletto fra l’entusiasmo popolare, poi accusato di corruzione prima di venire re insediato al potere come burattino di Washington e alla fine cacciato dall’esercito statunitense, non è purtroppo innocente per quanto riguarda l’indebitamento e la sottrazione di fondi. Peraltro, secondo la Banca Mondiale, tra il 1995 e il 2001, il servizio del debito, vale a dire il capitale e gli interessi rimborsati, ha raggiunto la considerevole cifra di 321 milioni di dollari.

L’intero aiuto finanziario annunciato dopo il terremoto è già speso nel rimborso del debito

Stando alle ultime stime, oltre l’80% del debito estero di Haiti è detenuto dalla Banca Mondiale e della Banca interamericana di sviluppo (BID), ciascuna per il 40%. Sotto la loro egida, il governo applica il piano di “aggiustamento strutturale”, riverniciato come “Documenti strategici per la riduzione della povertà” (DSRP). In cambio della ripresa dei prestiti, offre però un’immagine benevolente dei creditori. L’iniziativa “Paesi poveri molto indebitati” (PTTE) in cui rientra Haiti è una tipica manovra di ripulitura di un debito odioso, come è stato per la Repubblica democratica del Congo.[6] Si sostituisce il debito odioso con nuovi prestiti sedicenti legittimi. Il CADTM considera questi nuovi prestiti come facenti parte del debito odioso dal momento che servono a pagare il vecchio debito. Si reitera il crimine.

Nel 2006, quando il FMI, la BM e il Club di Parigi hanno accettato di estendere ad Haiti l’iniziativa del PTTE, l’ammontare complessivo del debito estero pubblico era di 1.337 milioni di dollari. Nel momento in cui si è completata l’iniziativa (giugno 2009), il debito era di 1.884 milioni. Per «renderlo sostenibile», si decide l’annullamento per 1.200 milioni di dollari. Nel frattempo, i piani di “aggiustamento strutturale” hanno compiuto devastazioni, specie nel settore agricolo, con effetti culminati con la crisi alimentare del 2008. L’agricoltura contadina haitiana subisce il dumping dei prodotti agricoli statunitensi: «Le politiche macroeconomiche sostenute da Washington, dall’ONU, dal FMI e dalla BM non si preoccupano assolutamente delle esigenze di sviluppo e della protezione del mercato nazionale: La loro unica preoccupazione è di produrre a basso costo per l’esportazione sul mercato mondiale».[7] È scandaloso quindi di sentire il FMI che dice che «è pronto a svolgere il proprio dovere con l’adeguato sostegno negli ambiti di sua competenza».[8]

Come dice il recente appello internazionale: «Haiti ci chiama alla solidarietà e al rispetto della sovranità popolare»: « Negli ultimi anni e al fianco di altre organizzazioni haitiane, abbiamo denunciato l’occupazione del paese da parte delle truppe dell’ONU e le conseguenze della dominazione imposta dai meccanismi del debito, del libero scambio, del saccheggio delle risorse naturali e dell’invasione da parte degli interessi delle multinazionali La vulnerabilità del paese rispetto alle catastrofi naturali – in gran parte dovute alle devastazioni della natura, all’inesistenza di infrastrutture fondamentali e dall’indebolimento della capacità d’intervento dello Stato – non dovrebbe considerarsi senza un nesso con queste politiche che hanno storicamente eroso la sovranità popolare».

È ormai ora che i governi che fanno parte della MINUSTAH, dell’ONU e soprattutto la Francia, gli Stati Uniti, i governi latinoamericani, rivedano queste politiche, in contrasto con i bisogni elementari della popolazione haitiana. Esigiamo che questi governi e organizzazioni internazionali sostituiscano l’occupazione militare con una vera e propria missione di solidarietà e che operino per l’immediato annullamento del debito che Haiti continua a rimborsare loro».[9]

A prescindere dalla questione del debito, c’è da temere che l’aiuto assuma la stessa forma di quello dello tsunami del 2004 che ha colpito vari paesi dell’Asia (Sri Lanka, Indonesia, India, Bangladesh),[10] o il dopo-ciclone Jeanne ad Haiti, nel 2004. Le promesse non sono state mantenute e gran parte dei fondi sono serviti ad arricchire società straniere o élites locali. Questi «generosi doni» provengono in maggioranza dai creditori del paese. Anziché offrire doni, sarebbe meglio che annullassero i debiti di Haiti nei loro confronti: al completo, incondizionatamente e subito. Si può veramente parlare di doni sapendo che la maggior parte del denaro servirà al rimborso del debito estero, cioè alla realizzazione di «progetti di sviluppo nazionali» decisi in base agli interessi degli stessi creditori e delle élites locali? Senza queste donazioni nell’immediato, è evidente che sarebbe impossibile imporre di rimborsare il debito, la maggior parte del quale, perlomeno, è un debito odioso. Le grandi conferenze internazionali di un qualunque G8 o G20 allargato all’IFI non faranno avanzare di un briciolo lo sviluppo di Haiti e ricostruiranno invece gli strumenti che servono a stabilire il controllo neocoloniale del paese. Si tratterebbe di garantire la continuità del rimborso, che è la base della sottomissione, esattamente come le iniziative recenti di alleggerimento del debito.

Vice versa, perché Haiti possa ricostruirsi dignitosamente, la posta in gioco di fondo è la sovranità nazionale. L’annullamento totale e incondizionato del debito invocato ad Haiti deve perciò costituire il primo passo verso un percorso più generale. È necessario ed urgente un nuovo modello di sviluppo alternativo alle politiche dell’IFI e all’Accordo di partenariato economico (APE – sottoscritto nel dicembre 2009, Accordo HOPE II…). I paesi più industrializzati che hanno sfruttato sistematicamente Haiti, a partire dalla Francia e dagli Stati Uniti, devono versare riparazioni in un fondo di finanziamento della ricostruzione controllato dalle organizzazioni popolare haitiane.

di Eric Toussaint e Sophie Perchellet*

* Sophie Perchellet è vicepresidente del Comitato per l’annullamento del debito del terzo mondo-Francia (CADTM France- www.cadtm.org); Eric Toussaint, presidente del CADTM-Belgio, è coautore, con Damien Millet, de La Crise, quelles crises?, ADEN, Bruxelles, 2010.

[1] E. Galeano, “La maldición blanca”, Página 12, Buenos Aires, 4 aprile 2004 (http://www.cadtm.org/).

[2] http://www.haitijustice.com/jsite.

[3] http://www.diplomatie.gouv.fr/f/.

[4] http://www.imf.org/external/pubs/ - p- 43).

[5] http://www.cadtm.org./Le-CADTM-exige

[6] Si veda l’opuscolo del CADTM, Pour un audit de la dette congolaise, Liège, 2007 (disponibile on line al sito: http://www.cadtm.org/spip.php?page=...).

[7] V. http://www.cadtm.org/Haiti-Le-gouve...

[8] http://www.liberation.fr/monde/0101... Le condizioni per i prestiti del FMI ad Haiti sono direttamente legate all’Accordo di Washington: aumentare le tariffe elettriche e rifiutare qualsiasi aumento dei salari dei funzionari pubblici.

[9] http://www.cadtm.org/Haiti-nous-app...

[10] Cfr, Damien Millet, Eric Toussaint, Les Tsunamis de la dette, CADTM-Syllepse, Liegi-Parigi, 2005.

(19 gennaio 2010 Traduzione di Titti Pierini)
Fonte: http://antoniomoscato.altervista.org/

21 gennaio 2010

NO TAV punto e basta!


Rifondazione comunista è impegnata a promuovere la manifestazione dei comitati NOTAV che si terrà sabato 23 gennaio. Vogliamo utilizzare i social network, come Facebook, per per sensibilizzare l'opinione pubblica.
Da venerdi mattina, dalle 10.30 in poi e per tutta la giornata, cominceremo a condividere sui nostri profili il volantino virtuale "più treni meno tav", che troverete domani su Facebook e su questo sito http://home.rifondazione.it/xisttest/
Dovremo farlo più volte durante il giorno taggando il volantino e inviandolo alla propria rete di amici e conoscenti utilizzando la formula "se condividi diffondi".

20 gennaio 2010

Un solista commediante distrugge la Repubblica nata dalla Resistenza, aiutato dall'inettitudine dell'opposizione "demo" e del giornale suggeritore

Lo Stato privatizza e fa affari sulle spalle del popolo italiano

Dov’è La Repubblica?Dov’è L’Unità?Dov’è Bersani?Dov’è Santoro?Dov’è Di Pietro? Dove sono tutti coloro che passano per acerrimi nemici del berlusconismo? No, perchè forse molti di voi non sanno che il governo italiano sta dando vita a delle privatizzazioni di svariati spezzoni dello Stato o di possidimenti dello stesso, tutto sulle spalle dei cittadini italiani.
Cosa sta succedendo?

Il ministero della difesa è oramai privatizzato:
è costituita la società per azioni denominata «Difesa Servizi Spa», con sede in Roma. Il capitale sociale della società di cui al presente comma è stabilito in 1 milione di euro e i successivi eventuali aumenti del capitale sono determinati con decreto del Ministro della difesa, che esercita i diritti dell’azionista. Le azioni della società sono interamente sottoscritte dal Ministero della difesa e non possono formare oggetto di diritti a favore di terzi

Legge finanziaria 2010: http://www.altalex.com/index.php?idnot=47454

Si sta quindi procedendo alla privatizzazione completa di un ministero, che vedrà le sue spese diventare un’affare privato, dove il consiglio di amministrazione e i dirigenti saranno scelti dal ministro in carica senza il controllo del Parlamento, senza alcuna trasparenza. Così come non sarà possibile conoscere in modo trasparente le spese di quella Difesa Servizi Spa, la quale, attingerà comunque dalle tasche dei cittadini. (http://www.thepopuli.it/2009/12/difesa- ... izzazione/).

Società di servizi della Protezione Civile:
Di pari passo va la protezione civile guidata oggi dal commissario straordinario Guido Bertolaso. Lo scorso 17 dicembre, infatti, il Consiglio dei Ministri ha approvato la realizzazione di una società di servizi che possa alleggerire il carico di lavoro della Protezione Civile, il tutto rigorosamente privato (Spa), sotto il controllo della Presidenza del Consiglio. Protezione Civile Spa gestirà appalti ed emergenze controllata dalla Presidenza del Consiglio. Il Presidente del Consiglio di turno, che sia Berlusconi o qualcun altro potrà in questo modo gestire i servizi nell’ambito di competenza della Protezione Civile senza obbligo di consultazione. (http://www.thepopuli.it/2009/12/difesa- ... izzazione/)

Federalismo demaniale:
Il 17 dicembre ultimo scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato il cosiddetto “federalismo demaniale”, cioè il passaggio agli enti locali dei beni immobili attualmente di proprietà dello Stato. Si tratta dell’ennesimo espediente giuridico per consentire la privatizzazione di edifici e terreni del Demanio dello Stato...Ad appena venti giorni dal varo del federalismo demaniale, è stato preso di mira uno dei maggiori insediamenti di immigrati, quello vicino Rosarno, in Calabria. Una “provvidenziale” rivolta di immigrati a Rosarno ha consentito di sfollare in massa gli immigrati dai loro rifugi, situati per lo più in fabbriche abbandonate, come la ex Rognetta. A questo punto, il Comune di Rosarno - opportunamente e preventivamente commissariato per presunte infiltrazioni mafiose - non avrà alcuna difficoltà ad affidare i terreni demaniali in gestione alle ditte amiche del governo, come la famigerata Impregilo, insediatasi da tempo in Calabria con il pretesto della costruzione del ponte sullo Stretto di Messina (http://www.comidad.org/dblog/articolo.asp?articolo=332)

Privatizzazione beni delle università:
la sedicente riforma del ministro Gelmini, come già faceva la 133/2008, assegna alla Università trasformate in Fondazioni private anche i beni demaniali dello Stato attualmente in uso alle stesse Università. Le Fondazioni universitarie private potranno così incamerare qualsiasi bene immobile con cui siano venute in qualche modo in contatto, e non è da escludere che questo anno di attesa tra le due leggi sia servito proprio ad allargare a dismisura, con ogni pretesto, la lista dei beni in oggetto. www.comidad.org/dblog/articolo.asp?articolo=322)...
Lo Stato è il più grande parassita che sia mai esistito !.

www.bellaciao.org/

19 gennaio 2010

Da Craxi a Berlusconi, l'involuzione della civiltà democratica e della politica partecipata, senza soluzione di continuità

www.liberazione.it
17/1/2010

Le tragedie di oggi hanno il retroterra nel piano eversivo della loggia massonica P2 e nell'investitura di Berlusconi da parte del tangentista Craxi

Populismo e media in nome del leader

Bettino Craxi, segretario di un partito di sinistra, socialista, introdusse per primo nel sistema politico della Prima Repubblica un nuovo leaderismo, proteso a un rapporto diretto con l'opinione pubblica attraverso un uso accorto, e non di rado spregiudicato, del potere mediatico. Si trattò di scelte destinate ad avere conseguenze enormi per il paese. La loro radice può essere rintracciata in alcune importanti intuizioni culturali e nel tentativo di dare risposte politiche nuove a una società avvertita in rapida trasformazione. Esse però, è inesorabile constatarlo, approdarono a una scelta che, a prescindere dalle intenzioni di Craxi, spianò la strada al populismo mediatico.
La parabola politica di Craxi prese avvio a metà degli anni Settanta. Mentre i principali protagonisti politici, comunisti e democristiani sopratutto, erano ancora immersi nella esperienza e nella cultura dei partiti di massa, egli intuì che si stava aprendo una fase nuova: l'opinione pubblica tendeva a rendersi autonoma dai partiti e stava emergendo un nuovo individualismo di massa. In effetti si stavano susseguendo fatti politici non riconducibili alle vecchie categorie della politica italiana. Nel '74 si era svolto il referendum sul divorzio e i "No" avevano prevalso con percentuali ben superiori a quelle dei partiti divorzisti: era il primo forte segnale di mobilità elettorale della nostra opinione pubblica. Anche le piazze parlavano un linguaggio nuovo: le donne in grandi dimostrazioni di massa chiedevano libertà individuale. Insomma: crescita del soggetto e libertà dell'individuo erano, a ben guardare, i temi emergenti di quella stagione.
La piccola formazione radicale fu la prima a cogliere la novità. Nel nome delle libertà individuali e dei diritti civili i radicali portarono in Parlamento una piccola pattuglia che si muoveva con un linguaggio e con tecniche politiche del tutto nuovi, con la ricerca ostinata e ossessiva del protagonismo mediatico, con una direzione leaderistica. Anche Craxi e il nuovo corso socialista cercarono di interagire con questi umori e con queste sollecitazioni. Il più vecchio partito italiano, in difficoltà elettorali e strategiche, iniziò sotto la guida di Craxi una profonda metamorfosi per confrontarsi con questa "modernità": il Psi si impegnò a fondo per elaborare una nuova cultura politica e per individuare nuovi messaggi e strumenti politici.
Il nucleo portante del nuovo gruppo dirigente socialista aveva le sue radici a Milano, qui aveva visto emergere moda e design, aveva visto dilatarsi i ceti medi e crescere nuove professioni. Per dialogare con queste nuove realtà, si cominciò a pensare, non bastava più l'antico strumento del partito di massa, bisognava spostare l'accento verso i cittadini, verso l'individuo, verso l'opinione pubblica. Venne avviata così una trasformazione destinata a cambiare profondamente il partito e la natura stessa della leadership.
La società moderna, individualista, venne teorizzato, non aveva più bisogno di messaggi pesanti: l'ideologia doveva lasciare il posto al pragmatismo. Il saggio di Craxi su Proudhon, con il quale si esplicitava il conflitto culturale con il Pci, serviva a liquidare il "fardello" dell'ideologia: al suo posto subentrava un riformismo ultrapragmatico. Tempi e natura del messaggio politico cambiavano. Al posto del "sole dell'avvenire", di un'idea di cambiamento proiettata nel futuro, subentrava il modello della "Milano da bere": i messaggi politici si semplificavano, in un mix inedito di concretezza e di disinvoltura, senza più slanci ma neppure remore ideali.
Il problema del nuovo gruppo dirigente craxiano divenne la ricerca di forme e di canali per il rapporto con questa nuova opinione pubblica mobile, inquieta, individualista. Il vecchio partito, legato al mondo del lavoro, strutturato su base territoriale, diviso e rissoso anche perché sede di appassionati dibattiti ideali, appariva inadeguato a questo compito. Le discussioni interne non portavano consensi: all'opinione pubblica servivano messaggi diretti, semplici e chiari. La prima questione da risolvere fu allora la riduzione del partito a docile strumento del leader: il dibattito interno, vivace anche nella prima stagione craxiana soprattutto grazie alla rivista Mondo operaio , venne stroncato. Gli organi dirigenti del partito vennero svuotati, fino alla famosa assemblea dei "nani e delle ballerine" e all'elezione del segretario nazionale per acclamazione. Le scenografie congressuali dell'architetto Panseca erano parte di questa nuova strategia volta ad impressionare l'opinione pubblica, a raggiungerla con messaggi che celebravano le capacità, la forza e il prestigio del leader. Il plebiscito interno era organico alla semplificazione del messaggio.
Questa strategia aveva però bisogno di una robusta presenza sui media: ecco perché tante energie di Craxi vennero assorbite dalla conquista del potere mediatico. Prima preoccupazione furono, ovviamente, i media tradizionali, la Rai e i quotidiani. Da qui l'impegno per la lottizzazione della tv pubblica e l'aspra battaglia per il controllo dei fondamentali organi di stampa. Milano, ancora una volta, era il centro delle preoccupazioni. Mentre si portava Il Giorno in orbita socialista, si infiammava lo scontro per il Corriere arrivando, con la direzione Cavallari, fino alle aule del tribunale.
Ma la vera novità di Craxi fu l'apertura senza indugi e preoccupazioni alle radio e alle tv commerciali. Senza alcuna delle ingombranti remore che paralizzavano in materia i comunisti, Craxi aprì le porte ai nuovi imprenditori mediatici. Si strinse così il rapporto con un immobiliarista milanese, Silvio Berlusconi, da tempo vicino agli amministratori socialisti e ora alla ricerca dei lasciapassare politici per affermare il proprio potere mediatico. Craxi concesse fiducia senza titubanze: il tornaconto politico immediato sembrava enorme, tale da fare accantonare ogni interrogativo su regole, valori, implicazioni di medio e lungo periodo.
Per tenere saldo il rapporto Craxi arrivò a compiere scelte clamorose, destinate a lasciare un segno profondo nella vita pubblica del paese. Berlusconi, in violazione di quanto stabilito dalla Corte Costituzionale che aveva legalizzato l'emittenza televisiva privata solo per trasmissioni localmente delimitate, cominciò a trasmettere a distanza di qualche secondo l'una dall'altra cassette dei suoi programmi nelle sue televisioni distribuite su tutto il territorio nazionale. In questo modo schiantò la concorrenza delle televisioni private di Mondadori e di Rusconi fino a concentrare nelle sue mani, in un inedito monopolio, tutte le tre principali reti televisive private. Alcuni magistrati tentarono di reagire e di ripristinare il rispetto della legge. Nell'ottobre 1984 tre pretori di Roma, Torino e Pescara oscurarono le televisioni di Berlusconi ingiungendo loro di trasmettere solo programmi locali. A quel punto intervenne Bettino Craxi, allora Presidente del Consiglio: interruppe una visita ufficiale a Londra per fare approvare un decreto che riattivasse le reti Fininvest. Craxi non cambiò mai più questo orientamento. Anche in occasione dell'approvazione della legge Mammi, che sanciva il duopolio Rai-Mediaset, Craxi non arretrò di un passo, nonostante la clamorosa rottura con la sinistra democristiana che arrivò a ritirare i suoi ministri dal governo.
Craxi, leader politico potente, pensava presumibilmente di tenere "naturalmente" sotto controllo il nuovo potere mediatico. L'hubris del leader politico, la presunzione e la tracotanza che non di rado si insinuano nell'esercizio della leadership politica, gli impedivano di vedere che si stava alimentando un nuovo potere destinato a sfuggire ad ogni controllo e a prevalere sugli altri. L'uomo politico, che per la sua strategia aveva un bisogno vitale dei media, non si rese conto che stava alimentando un potere che si sarebbe rivoltato contro la politica e contro i partiti tradizionali. Craxi non avvertì che il rapporto di potere tra media e politica avrebbe potuto ribaltarsi. Accadde così che un leader politico socialista, che aveva sempre tratto legittimazione dal controllo del suo partito, spianò la strada al populismo mediatico. Questo è probabilmente l'estremo paradosso della parabola politica e umana di Craxi.

Ferruccio Capelli
17/01/2010

Chi è più colpevole di attacco alla vita dei lavoratori, Craxi, il mandante, o Berlusconi, l'esecutore?

1984, il presidente del Consiglio punta contro il Pci e la Cgil. Scala mobile, comincia l'era degli accordi separati

L'abolizione della scala mobile? Una partita a scacchi tra il Pci e il Psi di Craxi che forse poteva prendere un'altra piega se solo la sinistra non avesse lasciato troppi fianchi scoperti.
La rievocazione di Pierre Carniti, non lascia spazio per interpretazioni di segno diverso. Craxi, allora presidente del Consiglio portò l'affondo quando capì che c'era una minima possibilità di vittoria. A tessere il confronto sindacale lasciò il suo fido Gianni De Michelis, allora ministro del Lavoro, dissimulando un falso disinteressamento.
«Craxi era disprezzato dal gruppo dirigente del Pci - ricorda Pierre Carniti -. Già nel '78 una nota di Antonio Tatò a Berlinguer lo dipingeva come un avventuriero e un bandito. Era detestato dai comunisti e guardato con sospetto dai democristiani. Una volta a Palazzo Chigi ricevette in eredità dal governo Fanfani l' intesa raggiunta nell' 83 dal ministro del Lavoro Vincenzo Scotti che, con un' abilità partenopea del taglia e cuci, aveva di fatto ridotto surrettiziamente il grado di copertura della scala mobile. Quell'intesa rinviava appunto all'84 una verifica con le parti». E quando venne il momento della verifica ecco uscire dal cappello la predeterminazione del punto di contingenza, ovvero la strada verso l'abolizione dell'adeguamento automatico dei salari.
Craxi la volle giocare la partita, senza avere quasi nulla in mano e fidando su una campagna mediatica e un appoggio dei circoli che contano. Non una politica economica, non una analisi del background e delle prospettive, non una strategia nel merito della materia. L'unico concetto, se così possiamo chiamarlo, che guidò la sua azione, fu una non meglio precisata "modernizzazione". Uno slogan più che una visione, agito contro una Italia operaia già schiaffeggiata dall'arroganza della Fiat. Alla fine della sua crociata Craxi agguanta sì una riduzione dell'inflazione puramente congiunturale e quindi legata alla fase economica generale non più in relazione al salario, ma aprirà di fatto quell'attacco alla condizione del lavoro, a cominciare dai salari, che dura ancora fino ad oggi. E con lo stesso segno. Quello che per la Cisl diventa un obiettivo importante, dare un colpo all'inflazione, per il Psi di Craxi è un pretesto bello e buono per segnare lo squillo di tromba verso gli industriali che nel mentre avevano smesso di investire e vedevano nell'attacco al costo del lavoro l'unica via d'uscita per la ripresa dello sviluppo. La predeterminazione decurtò da subito il salario di cinquantamila lire. Ma non è "il male fisico" ad incidere realmente nelle carni del movimento sindacale. Quello è il primo accordo separato. La "lezione" di Craxi arriva fino ai nostri giorni, sullo stesso argomento e anche più precisa sotto il profilo dell'arroganza: l'accordo non è il risultato di una mediazione ma di una esclusione, quella della Cgil. La politica, quindi, è la risultante dell'azione dei poteri militari.
«Molti sono i segnali di una competizione che il segretario del Psi nonché capo del governo vuole mettere in moto per sottrarre consensi al maggior partito della sinistra - scrive Ritanna Armeni -. E gran parte di questa battaglia si gioca sul piatto sociale. Il Psi agisce a tutto campo per quella che definisce una battaglia di modernizzazione del paese e della sinistra ed essa passa attraverso lo scompaginamento e la sconfitta di quelli strati popolari che nel 1984 il Pci di Enrico Berlinguer ancora rappresenta e difende».
Secondo Tiziano Rinaldini, sindacalista, per inquadrare bene quella fase bisogna retrocedere di qualche anno, al primo impulso che nasce in Bankitalia, segnato dall'estromissione di Paolo Baffi e Guido Sarcinelli. Arriva Azeglio Ciampi che apre la questione della scala mobile e, di fatto, una fase che, guarda caso, porta dritto dritto alla finanziarizzazione dell'economia. «L'attore politico è Craxi ma l'operazione ha al centro la riduzione secca del potere dei lavoratori e in concreto del loro salario, considerato variabile dipendente e non più di vincolo. Craxi è dentro questo gioco».
E la sinistra? «Il punto chiave che da tenere presente è che in quegli anni si pensava a un andamento tradizionale delle lotte, in cui alla sconfitta si sarebbe alternata la ripresa. Anche Lama probabilmente pensava alla stessa cosa. E per questo furono in pochi a capire Berlinguer che invece pensava la fine di una fase».

Fabio Sebastiani
Liberazione 17/01/2010
www.liberazione.it

18 gennaio 2010

Il primo sciopero delle lavoratrici e dei lavoratori migranti. Comincia una nuova storia del movimento dei diritti in Italia

MIGRANTI, APPUNTAMENTO A MARZO

Il valore simbolico di uno sciopero dei lavoratori e delle lavoratrici migranti, continua a far discutere e costringe a prendere posizione. Rappresentanti del movimento che viaggia soprattutto via web (primomarzo 2010) hanno incontrato alcune associazioni e sindacati confederali che preparavano invece una propria iniziativa. Si va promuovendo un coordinamento "blacksout" che ha già prefigurato un'altra data il 20 marzo, il giorno che precede la giornata internazionale contro il razzismo, ipotesi di iniziative ancora da vagliare. L'incontro informale che c'è stato la scorsa settimana e che necessita di ulteriori passaggi, si è posto l'obiettivo di collegare fra loro i due percorsi senza che entrino in competizione.
La parola tanto evocata "sciopero" è però oggetto di discussione. Secondo Piero Soldini, responsabile nazionale immigrazione della Cgil: "L'ispirazione è condivisibile. C'è per noi la necessità di dare continuità alla manifestazione del 17 ottobre valorizzando il protagonismo degli immigrati.
Vogliamo ragionare, ma esistono due problemi. Intanto lo sciopero come astensione dal lavoro è
una suggestione letteraria o cinematografica ma è difficilmente concretizzabile. Gran parte degli
immigrati neanche potrebbe essere raggiunto da tale proposta dato quello che sono i sistemi di
comunicazione. Molti e molte ne sarebbero esclusi per le condizioni di precarietà e ricattabilità in
cui vivono, difficilmente potrebbero astenersi dal lavoro. E poi temiamo che lo sciopero possa avere un effetto auto emarginante".
Soldini parla invece della necessità di costruire un atteggiamento positivo, di una proposta più forte e efficace. "Il primo marzo - continua - potremmo partire con una astensione dai consumi, così come si farà in Francia. Dal primo al 20 iniziative sul territorio, in situazioni specifiche, ponendo al centro il protagonismo di ognuno per poi puntare ad una giornata di astensione lavorativa sabato 20. Un sabato da vivere come giornata di festa. Già l’80% degli italiani non lavorano, e si potrebbe chiedere anche agli immigrati costretti a forme di assoggettamento di chiedere un giorno di riposo.
Un giorno in cui gli immigrati non dovranno scomparire ma inondare i luoghi della socialità, cinema, teatri, chiese, pizzerie, magari portando, insieme ad italiani responsabilizzati, un segno di riconoscimento. Sarebbe un evento forte e convincente".
Di fronte alla richiesta di uno sciopero vero e proprio, la Cgil avanza delle proposte. Intanto già in
una giornata da decidere, probabilmente ad inizio marzo, ci sarà uno sciopero generale contro la
crisi che avrà fra i punti di convocazione anche le tematiche legate ai danni apportati dalla Bossi
Fini. Se poi questo comitato unitario che sta nascendo con altre forze rivolgerà un appello a tutti i sindacati si può prevedere uno sciopero "tematico" con assemblee nei luoghi di lavoro che a detta di Soldini, imporrebbe di affrontare non solo politiche sindacali ma anche di carattere culturale.
Il comitato unitario che si sta costruendo prende il titolo Blacks out dal volume in uscita il 14 gennaio del giornalista di Repubblica Vladimiro Polchi, in cui si prova a immaginare una giornata in Italia in cui la presenza immigrata scompaia improvvisamente. "Libro e comitato seguono però due percorsi paralleli ma distinti - sottolinea l'autore - Sono interessato all'iniziativa perché è
controintuitiva. Le associazioni che si occupano di immigrazione, i sindacati, alcune forze della
sinistra, la chiesa, fanno spesso informazione per valorizzare la presenza migrante in Italia ma a
mio avviso non basta.
Il giorno in cui anche simbolicamente dovessero invece sparire la vita quotidiana di tutti sarebbe
sconvolta. Basti pensare ad un risveglio senza quegli elementi di welfare assenti a cui sopperiscono soprattutto le donne migranti". Polchi considera necessario uno shock, afferma che non basta un semplice segnale o una iniziativa comunicativa ma è necessario che nel Paese ci si renda conto che leggi migliori che magari portino a regolarizzare chi vuole vivere e lavorare, farebbero diminuire i problemi e migliorerebbero la qualità della vita per tutti.

Stefano Galieni
da http://www.controlacrisi.org/

17 gennaio 2010

ultimi inserimenti

> Contratto unico, la surreale insistenza del demoeconomista Tito Boeri
> La seconda religione del mondo tra l'islamofobia che cresce in Occidente e le sirene del fondamentalismo
> Val Susa, non c'è solo lo scempio della TAV. Nuove difficoltà senza il lavoro, ma ancora tanta rabbia: dovremmo ribellarci
> La congiura dei bugiardi. Fosse solo un bugiardo.......
> A Livorno un corteo contro le morti in carcere e il nuovo piano del governo, promosso dalla madre di Marcello Lonzi.
> Haiti: Kostas Moschochoritis, direttore generale della sezione italiana di Medici Senza Frontiere "i nostri ospedali sono distrutti..."
> Dai "Tonton Macoute" di Papa Doc Duvalier agli uragani: si vive di agricoltura e uno su cinque è sieropositivo
> Val di Susa. La democrazia sotto la neve
> Dal Coordinamento per lo sciopero del lavoro migrante

Contratto unico, la surreale insistenza del demoeconomista Tito Boeri

la pietra filosofale

L’insistenza con la quale Boeri continua a suggerire l’adozione del c.d. “Contratto unico”, sembra aver raggiunto un livello di vero e proprio parossismo.
E’, infatti, impossibile non rilevare che, per Boeri, il percorso di entrata nel mercato del lavoro attraverso lo strumento delle “tutele progressive”, rappresenti (ormai) la “soluzione finale”!
Una sorta di “elisir di lunga vita” che, come scriveva Linus Pauling, dovrebbe insegnare ai lavoratori “Come vivere più a lungo e sentirsi meglio” e, contemporaneamente, una novella pietra filosofale che, piuttosto che trasformare ogni metallo in oro, rappresenti un viatico per la soluzione di tutti i problemi relativi al nostro asfittico mercato del lavoro.
In effetti, Boeri ha ragione quando afferma che se vogliamo pensare davvero al (magro) futuro delle pensioni dei giovani, dobbiamo occuparci ora delle condizioni in cui entrano nel mercato del lavoro.
Certo, la sua preoccupazione è tanto fondata, oggi, quanto lo erano - all’epoca della promulgazione del decreto legislativo 276/03, rispetto al quale non risultano sue particolari posizioni di dissenso - quelle di coloro i quali, al pari di chi scrive, denunciavano che la realizzazione del “supermarket delle tipologie contrattuali” e la moltiplicazione delle vie flessibili di accesso al mercato del lavoro, avrebbero prodotto condizioni di precarietà, nell’immediato, e d’insufficiente livello delle pensioni.
In effetti, a distanza di sette anni dall’entrata in vigore del 276/03, solo i distratti “per vocazione” e i predicatori di “amore”, piuttosto che di politiche sociali, insieme ai “riformisti” di Cisl e Uil, possono fare a meno di rilevare i guasti prodotti da una serie di norme che, in nome della flessibilità, hanno ridotto i lavoratori nella condizione di “merce” da offrire “al ribasso”!
E’ evidente che pochi si erano accorti, o facevano finta di non rendersene conto, che, mentre (giustamente) si respingeva l’assalto all’art. 18 della legge 300/70, per non concedere eccessiva flessibilità “in uscita”, si procedeva ad un sostanziale stravolgimento della flessibilità “in entrata”.
Con l’inevitabile conseguenza di un crescente peggioramento della condizione salariale dei lavoratori (come rilevano l’Ocse e l’Oil) e di una riduzione delle capacità rivendicative del sindacato. A questo riguardo, non è un caso se, da 1979 al 2007, la quota dei redditi da lavoro dipendente rispetto al Pil è diminuita di circa il 13 per cento.
Tra l’altro, rispetto al “padre di tutti i decreti”, come pomposamente alcuni esponenti dell’attuale maggioranza di governo si richiamavano al suddetto decreto, è solo il caso di rilevare che - dalla sua effettiva entrata in vigore, ottobre 2003, a ottobre 2009 (fonte: rilevazioni trimestrali Istat) - a fronte di una diminuzione del tasso di disoccupazione di appena l’1 per cento, quello di occupazione è calato dello 0,4 e quello di attività dell’1,1 per cento! Tasso di attività, in particolare, che ben lungi dal raggiungere quello auspicato nella lontana Lisbona, risultava già calato dello 0,2 per cento, all’epoca del quarto trimestre 2007, prima che si avvertissero tutte le nefaste conseguenze dell’attuale crisi economica e finanziaria.
Sarebbero altre, a mio parere, le riforme da produrre.
Solo a titolo di esempio, sarebbe indispensabile tornare a un contratto a termine che ripristini delle “causali” oggettive, piuttosto che rappresentare una vera e propria “spada di Damocle” pendente sul capo di milioni di lavoratori succubi del potere datoriale; anche quando il ricorso al suddetto strumento non è dettato da alcuna esigenza tecnico-organizzativa.
Sarebbe, altresì, auspicabile un ritorno allo spirito originale dell’art. 409, comma 3, del c.p.c, allo scopo di smascherare la “truffa di Stato” che si continua a perpetrare in danno di centinaia di migliaia di lavoratori che, nei fatti, operano in regime di subordinazione, piuttosto che di c. d. “parasubordinazione”.
Così come sarebbe ormai indispensabile una riforma dell’art. 2094 del c.c, per pervenire all’individuazione della figura del c.d. lavoratore “economicamente dipendente”.
La realtà, purtroppo, è di ben altra natura. In questo senso, l’attuale governo ha (recentemente) riproposto due norme, del decreto legislativo 276/03, già abrogate dal governo Prodi. Sono stati così reintrodotti il lavoro intermittente e lo staff leasing.
Si tratta, in effetti, di due strumenti quasi completamente ignorati dalle parti datoriali e sostanzialmente inutilizzati; il loro “ripescaggio”, però, ribadisce - con “buona pace” dell’accondiscendente posizione di Cisl e Uil - quanto impegno l’attuale esecutivo dedichi all’azione di ridimensionamento delle capacità rappresentative e rivendicative del sindacato confederale.
E’ paradossale, quindi, che, diagnosticata la malattia, l’unica terapia possibile - per tutte le “patologie” presenti nel nostro mercato del lavoro - sia rappresentata dal ricorso al contratto unico proposto da Boeri.
Un contratto che, sebbene definito “a tempo indeterminato”, rappresenta, in effetti, un rapporto di lavoro “a tempo determinato”, con una durata massima di tre anni e senza la tutela dell’art. 18 dello Statuto.
In questo contesto, per restare nel surreale, piuttosto che ritrovarsi con una cattiva riforma del contratto a tempo indeterminato, tanto varrebbe assecondare la fantasia del ministro Tremonti e sponsorizzare un nuovo indice della ricchezza nazionale che, al contrario del Pil, non si rifaccia al valore dei beni e servizi prodotti, ma, piuttosto, al numero dei siti archeologici e ai km. di costa del nostro litorale!

di Renato Fioretti
Collaboratore redazionale di Lavoro e Salute

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NB. il numero della domenica resta in edicola amche il lunedi

16 gennaio 2010

La seconda religione del mondo tra l'islamofobia che cresce in Occidente e le sirene del fondamentalismo

Numeri, paure e speranze dell'Islam che verrà

Un miliardo e seicento milioni di persone, vale a dire oltre il 23,5% della popolazione mondiale. Solo un po' meno dei cristiani che sono attualmente due milardi e duecento milioni. Questi alcuni dei numeri contenuti nel Mapping the Global Muslim Population , il rapporto realizzato dal Pew Forum on Religion and Public Life del Pew Research Center di Washington che offre la più completa e recente radiografia della presenza e dell'identità musulmana sull'intero pianeta. Una ricerca che è poi servita da base per La Revue , testata parigina diffusa in tutto lo spazio francofono e soprattutto in Africa e nel Maghreb, che ne ha fatto commentare i risultati ad alcuni noti intellettuali musulmani.
La ricerca, realizzata dall'istituzione statunitense indipendente e diffusa alla fine di ottobre 2009, raccoglie sessantadue pagine di dati, mappe e curve statistiche, ed è frutto del lavoro triennale di una cinquantina di esperti che hanno analizzato il peso dell'Islam in 232 tra stati e regioni con l'esplicito intento di contribuire «a una migliore comprensione tra i popoli e le religioni».
Tre gli elementi più importanti che emergono dall'indagine. Il primo riguarda la diffusione geografica della fede islamica che, nata nella penisola arabica e intorno a quella che si è costruita come la cultura arabo-musulmana, è oggi soprattutto una religione asiatica, nel senso che oggi tre musulmani su cinque vivono in Asia, mentre solo uno su cinque vive nel mondo arabo, comprendendo in questa definizione anche paesi come il Corno d'Africa, Gibuti e le Isole Comore. Il secondo è quello che definisce nel dettaglio questa nuova geopolitica dell'Islam. Tra i primi venticinque paesi islamici del pianeta solo otto sono infatti arabi, dieci asiatici e altri sei appartengono all'Africa subsahariana. Ci sono così molti più musulmani in Cina che in Siria, in Russia che in Libia e Giordania messe insieme, ma anche in Germania, oltre quattro milioni, rispetto all'intera popolazione riunita di Qatar e Kuwait. Certo, a pesare sono in questo caso la demografia e l'estrema esiguità territoriale di molti paesi arabi. Ma il punto è un altro. Il terzo elemento chiave contenuto nell'indagine della Pew Research Center riguarda quella è forse la sfida più importante che deve affrontare oggi l'Islam in questo suo processo di globalizzazione: l'essere una religione di minoranza. Oltre trecento milioni di musulmani, circa il 20% del totale, vivono infatti in paesi dove la maggioranza della popolazione professa un'altra fede. Accade in India, in molti paesi africani, come la Costa d'Avorio, l'Etiopia, la Tanzania o il Mozambico, ma anche in Russia. In queste realtà l'Islam raccoglie milioni di fedeli, e percentuali che vanno da 10 al 30% della popolazione totale. Ma, ovviamente, accade anche in Europa e in tutto l'Occidente dove i musulmani, grazie ai rapidi processi migratori degli ultimi decenni, sono diventati la seconda comunità religiosa: quattro milioni in Francia, due in Gran Bretagna, uno in Spagna, altrettanti in Olanda e nel nostro paese.
Proprio l'essere "minoranza", un'esperienza tutto sommato nuova per una religione che nella lunga stagione del suo sviluppo ha accompagnato anche la conquista territoriale e il dominio su altri popoli e fedi - dalla predicazione di Maometto alla costruzione degli imperi islamici, fino a quello Ottomano crollato solo negli anni Venti del Novecento -, rappresenta oggi la grande possibilità perché si avvii in seno all'Islam quel processo di "modernizzazione" e di "riforma" auspitato da molte importanti voci della stessa comunità musulmana. Mettere in discussione la sovrapposizione tra fede e pratiche sociali e culturali che negano la libertà individuale o la democrazia, che si realizza spesso nei paesi dove i fedeli dell'Islam sono maggioranza - e che finisce per alimentare il cortocircuito internazionale tra l'islamofobia crescente in molte parti dell'Occidente e la diffusione dell'ideologia fondamentalista -, è possibile a partire da realtà dove la fede individuale si deve misurare con le regole di uno stato laico e con i diritti della persona sanciti da norme inviolabili. Una prospettiva resa oggi più concreta proprio dall'esistenza di quel «4% di europei che sono di fede musulmana», sottolinea Samir Gharbi, caporedattore del settimanale Jeune Afrique , chiamato da La Revue a commentare i dati raccolti dal Pew Research Center.
Nella stessa direzione vanno anche le considerazioni dell'antropologo franco-agerino Malek Chebel, che ha dedicato alla storia e allla cultura islamica decine di opere compresa una Psicanalisi delle Mille e una notte e un Dizionario enciclopedico del Corano . Chebel legge i risultati dell'indagine come una conferma della necessità di uscire dalla reciproca rappresentazione negativa, «degna dell'epoca delle Crociate», che caratterizza la relazione tra la cultura musulmana e quella occidentale. Quanto ai musulmani, spiega: «Abbiamo mille e una ragione per scuoterci e trasformare i molti handicap che si ergono davanti a noi in potenziali strumenti di cambiamento. Da tempo mi sono fatto promotore insieme a molti altri intellettuali musulmani di un nuovo ijtihad (sforzo di riflessione) interno alla nostra cultura: ma non si potrà immaginare nessuna seria riforma dell'Islam senza una nuova interpretazione del Corano e della tradizione islamica, realizzata alla luce delle conoscenze scientifiche di oggi». Il processo di rinnovamento, rivendicato e auspicato dagli intellettuali, perché la cultura musulmana torni a «partecipare alla produzione del sapere scientifico e tecnologico» e alle «esigenze dettate dalla democrazia e dalla libertà», potrà così compiersi, secondo Abdelmajid Charfi, lo storico già preside della facoltà di Lettere e scienze umane dell'Università di Tunisi, proprio a partire da questa esperienza di minoranza fatta oggi da «decine di milioni di fedeli dell'Islam che vivono in Europa e che rivendicano il riconoscimento dei loro diritti e della loro religione».

Guido Caldiron
http://www.liberazione.it/
09/01/2010

Val Susa, non c'è solo lo scempio della TAV. Nuove difficoltà senza il lavoro, ma ancora tanta rabbia: dovremmo ribellarci

"Amici miei", atto IV: raduno di colleghi licenziati da 8 mesi

La data del cinque maggio si sposa bene con i passati remoti. Ei fu siccome immobile dato il mortal sospiro e tutto il resto ha scritto Manzoni. Lui parlava della morte di Napoleone, il cinque maggio 1821. Il cinque maggio che a noi interessa invece risale solo al 2009, appena sette mesi fa, e anche in questo caso si tratta di morte: la morte di una fabbrica, dei suoi lavoratori e del suo territorio.
Quel giorno venne chiusa la Cabind, storica fabbrica di Vaye, bassa val Susa. Settanta fuori dai coglioni, si perdoni il mancato bon ton ma il termine licenziati di questi tempi non basta più. Un operaio, Marino, disperato salì sul tetto del capannone e minacciò di gettarsi nel vuoto perché l'accordo strappato dai sindacati, due anni di cassa, secondo lui non doveva essere firmato. Arrivarono i vigili del fuoco, i carabinieri, perfino gli assessori provinciali e regionali. E tutti gli dissero "è un buon accordo, scendi." Quello, poveraccio, in lacrime scese.
Sono passati sei mesi, e trenta operai Cabind ieri mattina hanno voluto incontrarsi: per parlare, per raccontare cosa è successo, per capire cosa si può fare. Si sono trovati alle dieci e mezza fuori dalla loro fabbrica, un sarcofago vuoto del suo tesoro, i macchinari. Un po' venduti, un po' trasportati nel nuovo stabilimento polacco. Qualcuno distrutto, tagliato, fatto a pezzi. Un'occhiata dentro il cortile e poi tutti dentro la pizzeria-bar Charlie a pochi passi dove tante volte erano venuti a prendere il caffè. Trenta persone, diciassette uomini, dodici donne, una bambina. Strette di mano, pacche sulle spalle, come va come non va, sorrisi. Ma poi una volta seduti intorno al tavolone il tempo dei sorrisi è passato ed è montato il tempo della rabbia e dell'indignazione.
Settimio che con la moglie Sabrina ha dato tutto dentro quel capannone è seduto capotavola e ad un certo punto scandisce queste parole: «La strada da percorrere sei mesi fa era legarsi tutti insieme e tutti insieme salire sul tetto della fabbrica. Le istituzioni ci hanno raccontato solo un mare di balle per farci star buoni. Dovremmo fare tutti come una volta, prendere un legno e andare a tirare randellate... far capire che quando ai lavoratori si rompono troppo i coglioni poi questi si stufano. Dovremmo mettere in mora Regione e Provincia che non sanno fare una legge che tenti di impedire le delocalizzazioni selvagge come la nostra ma che sono solo buone a sbraitare che qui in valle Susa si deve fare il treno che corre». Silenzio di tomba e teste chinate, poi qualche commento sussurrato: "è proprio vero..."
Settimio è un padre di famiglia, ha due bambine, una bella moglie che si chiama Sabrina e con il partito editore di questo giornale non ha nulla a che fare. Alla Cabind era un responsabile di produzione, un tecnico che girava tutto il mondo per passare il know how negli stabilimenti che la casa madre controllante americana apriva qua e là: Russia, Polonia, Cina... Così muoiono le fabbriche italiane, perché poi, proprio dove gli italiani vanno a fare formazione, la produzione viene spostata per inestirpabili leggi economiche. Vecchia storia quindi, che si chiama da quasi duecento anni "migliore allocazione del capitale".
Settimio e gli altri sono arrabbiati perché in valle c'è una spaventosa emergenza lavoro, perché non tollerano più di sentire parlare di assistenza quando la frittata è già fatta, perché non vogliono nessuna mendicità. Sono arrabbiati perché temono che il cimitero di fabbriche che si sta facendo in Val Susa abbia a che fare con il Tav: non c'è più niente, e quindi cari valsusini o mangiate la minestra ad alta velocità o saltate dalla finestra. Settimio forse non sa che il Prc ha una proposta di legge regionale volta a rendere la vita complicata a quei pirati che prendono soldi pubblici e poi delocalizzano, si chiama Proposta di Legge contro le delocalizzazioni e porta la data 20 novembre 2007. Una legge definita dal segretario del Pd piemontese Morgando "bizzarra". Martedì prossimo in sede di consiglio regionale ci sarà la discussione riguardo tale Proposta di Legge, si vedrà allora chi sta dalla parte dei lavoratori e chi dalla parte dei padroni che delocalizzano.
I trenta ex Cabind pretendono spiegazioni su molti aspetti.
Primo: la cassa integrazione del secondo anno è dipendente dal raggiungimento del 30% di riassorbimento della forza lavoro? Stanno girando voci incontrollate riguardo questa possibilità che rappresenterebbe una catastrofe. Nell'accordo firmato tale percentuale non è menzionata ma i dubbi dilagano e creano il panico. Una parola definitiva da parte della Provincia non guasterebbe.
Due: i programmi di riqualificazione devono essere ricalibrati. La Regione ha stanziato dieci milioni di euro per la formazione di chi perde il posto di lavoro; al momento tali corsi rappresentano spesso una fonte di problemi oppure sono semplicemente assurdi. Sabrina racconta di avere avuto come offerta un corso per "fare le pulizie negli alberghi." Il suo commento: «Ma è proprio necessario un corso per pulire le stanze sporche?!»
Tre: basta con questa storia della Tav. Perché la Tav è un corridoio e nei corridoi persone e cose passano e non si fermano. L'esempio dell'autostrada finita di costruire solo venti anni fa in questo caso è lampante. Le ricadute per la costruzione di quella mega opera furono nulle: personale arrivato da fuori e quel poco creato smantellato appena finito il cantiere. Idem per le Olimpiadi del 2006: tutti ricordano il personale extracomunitario sfruttato nei cantieri pagato qualche euro all'ora.
Per tutti questi motivi ieri i trenta hanno deciso lì per là di fare una doppia manifestazione. Una si svolgerà il giorno ventiquattro quando ci sarà "l'Ammucchiata Day", il Sitav bypartisan al Lingotto. Come si sa il promotore è il sindaco Chiamparino. Attenzione però, ieri i trenta hanno deciso di coinvolgere quante più persone possibile ma non i Notav, per evitare scontate strumentalizzazioni, hanno deciso che protesteranno e volantineranno fuori dal Lingotto. E' chiaro per tutti? I disoccupati della val Susa staranno non dentro tra i vips che pontificano di lavoro e sviluppo ma fuori. Sanno bene infatti che il cappello da mettergli in testa, nel pieno dei casini dei carotaggi, a due mesi dalle regionali è già bello pronto. La seconda botta arriverà il 29 quando si terrà a Bussoleno un'assemblea pubblica dei lavoratori licenziati e cassa integrati della Val Susa.
Dall'inizio della discussione è passata un'ora e mezza e gli animi non sono per nulla più rilassati. Tra una proposta e l'altra c'è stato spazio per raccontare i guai della vita quotidiana abbattutisi come fulmini a ciel sereno su vite che scorrevano tranquille. La mensa scolastica dei figli difficile da pagare, i mutui, gli innumerevoli curriculum spediti, gli innumerevoli colloqui e gli innumerevoli rifiuti. Nessuno è riuscito a trovare ancora nulla di serio. Sempre Sabrina racconta che l'unica offerta ricevuta in sette mesi è un'ora di pulizie in una banca al giorno. Un'ora. E i racconti degli altri colleghi sono più o meno tutti così. I più fortunati - dicono proprio così: fortunati - hanno contratti da tre mesi e solo grazie a rapporti di parentela o amicizia.
«Ce ne dovremo andare» dice ad un certo punto qualcuno sconsolato. Ma subito arriva la constatazione ancora più amara da un collega seduto di fianco: «Ma dove andiamo? In Polonia? In Cina? In India? Faremo i migranti al contrario?».
Fine dell'incontro, è mezzogiorno. I trenta tornano a casa. A immaginare come far ripartire un futuro nuvoloso come solo il cielo può essere in Val Susa di questi tempi.

Maurizio Pagliassotti
Liberazione
Torino (nostro servizio)
15/01/2010

15 gennaio 2010

Fosse solo un bugiardo...............

La congiura dei bugiardi

I mmagino che i più non ricordino la splendida, metaforica novella del grande Gianni Rodari, intitolata Gelsomino nel paese dei bugiardi . Lì si raccontava di un lestofante che governava da satrapo uno stato nel quale era obbligo mentire, dove quanti osavano dire la verità venivano messi in manicomio, dove i gatti erano costretti ad abbaiare e i cani a miagolare e dove, soprattutto, tutti dovevano lodare il re. Questa reminiscenza infantile è prepotentemente riaffiorata alla mia memoria di fronte all'ultima, menzognera sortita del caudillo di Arcore, tornato sulla scena politica con l'annuncio di un'imminente riforma che avrebbe dovuto abbattere radicalmente il prelievo fiscale. Molto poco per i poveri, a dire il vero, tantissimo per i ricchi. D'acchito, abbiamo osservato come il progetto rappresentasse un palese attacco alla progressività dell'imposta e, dunque, alla Costituzione; e come - in ogni caso - in presenza di una caduta delle entrate esso avrebbe inevitabilmente comportato un taglio secco della spesa sociale già ridotta ai minimi termini. Per la verità, abbiamo subito sospettato trattarsi dell'ennesimo ballon d'essai , della rodomontata preelettorale di un uomo abituato a gestire spregiudicatamente lo strumento mediatico, senza mai pagar dazio alla sistematica violazione del principio di non contraddizione, essendo l'opinione pubblica, o una cospicua sua parte, disposta a perdonargli qualsiasi acrobazia. Questa volta, però, Berlusconi ha superato se stesso. Nel giro di sole ventiquattr'ore, il progetto imperniato sulla riduzione a due delle aliquote, è stato da lui stesso dichiarato impraticabile, in ragione della scoperta (una vera novità!) che la crescita del debito pubblico e degli interessi da pagarvi sopra, entrano in collisione con questa "meritoria" intenzione. Tuttavia, una ratio è forse rinvenibile in tanta apparente follia. Perché dichiarando inagibile la strada di un intervento sul fisco, quello malandrino che aveva in animo, egli ostruisce la strada anche a misure di riequilibrio del carico tributario che invece sono assolutamente urgenti, possibili, e la cui attuazione favorirebbe la ripresa dei consumi ed una boccata d'ossigeno al mercato interno: un'imposta sui patrimoni, un'adeguata tassazione delle rendite finanziarie, un corrispettivo sgravio fiscale per il lavoro dipendente e un sostegno al reddito per disoccupati e precari. I quali, dunque, faranno bene a non attendersi niente.
Nella favola di Rodari, che finisce bene, la verità, al dunque, trionfa. E persino il re dei bugiardi, sconfitto, riesce a trovare una vocazione meno truffaldina. Nella realtà, la partita è invece tutta da giocare e l'epilogo nient'affatto scontato.

Dino Greco
Liberazione
www.liberazione.it
15/01/2010

Domani a Livorno un corteo contro le morti in carcere e il nuovo piano del governo, promosso dalla madre di Marcello Lonzi.

Un corteo a Livorno contro le morti in carcere

Partirà sabato 16 gennaio da Piazza della Repubblica alle ore 11 la manifestazione livornese per ricordare le morti avvenute nelle carceri e chiedere verità e giustizia. Quella di sabato è una manifestazione voluta in primo luogo da Maria Ciuffi, la madre di Marcello Lonzi (il ventinovenne morto per le conseguenze di un violento pestaggio l’11 Luglio del 2003 nel carcere di Livorno sebbene l’autopsia parlò di cause naturali del decesso dovuto a improvviso arresto cardiaco), “per chiedere alla Procura di Livorno di chiudere le indagini e andare al processo per omicidio per la morte del figlio”, come lei stessa ha precisato alla conferenza stampa di presentazione del corteo di sabato tenuta lo scorso 12 gennaio presso la sala sindacale del Comune di Livorno.

Risulta evidente come l’importanza dell’evento vada oltre il caso singolo, al quale si aggiungono i numerosi casi di omicidi, pestaggi e insabbiamenti che hanno caratterizzato il 2009, che passa alla storia come l"annus horibilis" dell’ultimo decennio anche per i 71 suicidi avvenuti nei nostri istituti penitenziari. Il tragico e vergognoso caso di Stefano Cucchi ha avuto l’effetto che in tutta Italia si è ricominciato a parlare dei molti casi ancora aperti.

La Ciuffi fa dunque appello ai livornesi “a scendere in piazza con me e con tutti i familiari delle vittime, con la famiglia Giuliani, Bianzino, Gatti, Eliantonio, Comuzzi, Frapporti, Grigion, Associazione Fausto e Iaio”. L’appello comunque sembra essere arrivato fuori dai confini della regione ela manifestazione sta montando piano piano e, ad oggi, sembra dover portare a Livorno diverse centinaia di persone da fuori regione. Sono previsti infatti pullman da Milano, Torino, Padova e Rovereto, oltre alle tantissime adesioni individuali che si riscontrano da tutta Italia. La questura stessa di Livorno si è detta sorpresa del tam-tam che sta circolando e sta predisponendo un “servizio” maggiore rispetto alle attese.

La manifestazione infatti si inserisce bene nel contesto dell’attualità politica nazionale. Nei giorni scorsi, il governo ha proclamato lo “stato d’emergenza” per far fronte alla difficile situazione carceraria. I detenuti hanno superato le sessantamila unità e la popolazione carceraria cresce mensilmente di oltre settecento unità. Vista la gravità della situazione, il governo sembra aver preso coscienza del dramma dei penitenziari e ha presentato un piano carceri per risolvere il problema del sovraffollamento, prima causa del malessere e del disagio all’interno dei nostri istituti penitenziari. Lo confermano alcuni dati elaborati dal dottor Francesco Ceraudo, direttore del centro clinico del Don Bosco di Pisa, riguardanti non soltanto la realtà di Pisa ma anche le altre 18 carceri della toscana, che a fronte di una eccedenza di presenza di oltre 1200 reclusi in più rispetto alla disponibilità delle strutture, descrivono un vero e proprio bollettino di guerra fatto di suicidi, tentativi di suicidi aggressioni e abusi di terapie.

Il piano carceri, battezzato così dal premier Silvio Berlusconi per il quale “La situazione nelle carceri è diventata intollerabile”, prevede quattro punti centrali. Il primo consiste nella dichiarazione dello stato di emergenza fino al dicembre 2010, periodo entro il quale dovranno essere realizzati 47 nuovi padiglioni all’interno delle carceri attuali. Incaricato di seguire gli ampliamenti realizzati con 500 milioni di euro stanziati dalla Finanziaria oltre ai 100 milioni del Dicastero di via Arenula, sarà il capo del Dap, Franco Ionta.

Il secondo passo consiste nella costruzione ex novo di istituti carcerari sul modello di quello abruzzese dell’Aquila. Anche grazie a finanziatori privati verranno costruite nuove carceri, nel biennio tra il 2011 e il 2012, in modo da aumentare di 21.749 posti la capienza delle carceri e raggiungere così la quota di 80 mila unità.

Il terzo punto è sempre rivolto all’esigenza di arginare i problemi di sovraffollamento. Due gli articoli previsti dal Ddl: gli arresti domiciliari per i detenuti con pene inferiori ad un anno e la cosidetta “messa alla prova” ovvero quella stessa norma che solo un anno fa aveva avuto in Consiglio dei Ministri, l’altolà da Lega e An. Norme che per il ministro “serviranno a "deflazionare” il sistema giustizia sia sul piano carcerario che su quello processuale. Infine, il piano Alfano prevede l’aumento degli organici della Polizia Penitenziaria di 2 mila unità: necessari per dare “un grande sollievo ai 40mila e oltre che già lavorano nel Corpo”.

Sebbene orientato ad affrontare dunque la tragica questione del sovraffollamento, il piano carceri, presentato dal Consiglio dei ministri come una sorta di panacea in grado di risolvere tutti i problemi della detenzione in Italia, non è esente da numerose critiche. “E’ un piano inutile e dannoso – sostiene Patrizio Gonnella presidente dell’Associazione Antigone, da diversi anni impegnata nei penitenziari italiani per denunciare gli abusi e tutelare i diritti dei detenuti – inutile perché non si è mai visto in Italia che in sei mesi si costruisca un carcere. A Gela ci sono voluti cinquant’anni. Dannoso perché alimenterà nuove ondate di affollamento penitenziario”. Rispetto alle presenza di privati nel management penitenziario Gonnella mette in guardia il governo, alla luce di altri “tentativi falliti del passato”.

Rincara la dose il responsabile comunicazione di Antigone Susanna Marietti, per la quale “lo stato di emergenza serve a secretare le procedure di concessione degli appalti per la costruzione dei nuovi penitenziari. Non ci sarà una gara d’appalto condotta alla luce del sole e questo ci inquieta”. Inoltre i conti del piano di edilizia carceraria del governo sembrano non tornare. Il Cdm sostiene di aver stanziato seicento milioni per l’edilizia carceraria, ma il Dap, dipartimento di amministrazione penitenziaria, ha detto che per costruire un carcere da circa duecento posti servono venti milioni. Quindi, si chiede la Marietti “con queste cifre com’è possibile in un solo anno portare a 81mila i posti nelle carceri, come, invece, predica il Guardasigilli? I detenuti crescono a ritmo di oltre 700 unità al mese e questi padiglioni non serviranno mai a sanare il problema del sovraffollamento”.

Per ciò che riguarda l’aumento degli organici della Polizia penitenziaria Eugenio Sarno , segretario Generale dell’UILPA Penitenziari a Panorama.it. sembra scettico sul numero delle assunzioni: “Due mila agenti sono pochi per un piano di ampliamento carceri così com’è stato descritto. Ne servirebbero almeno 5mila”. Ma mentre il Consiglio dei Ministri dichiarava lo stato di emergenza e annunciava l’intenzione di assumere 2000 agenti di polizia penitenziaria, Abellativ Sirage Eddine, 27 anni, detenuto straniero nel reparto infermeria del carcere circondariale di Massa, si impiccava con un lenzuolo annodato al tubo della doccia. Il quinto suicidio nelle carceri italiane dall’inizio dell’anno rischia di evidenziare ancor più la mancata assunzione, da anni e anni, di educatori e psicologi. “Proprio quegli operatori che potrebbero risultare essenziali per ridurre il numero dei suicidi”, dichiara Luigi Manconi, presidente di ‘A Buon Diritto’ dopo l’ultimo caso di suicidio avvenuta nel carcere di Massa Carrara. “Mai ho detto e mai dirò che la responsabilità di questa strage infinita debba attribuirsi al ministro della Giustizia – conclude Manconi – ma non ho taciuto e non tacerò sul fatto che l’immobilismo delle autorità politiche e amministrative rischia di farsi complicità”.

Le dure critiche espresse dalle associazioni pongono molti dubbi e gettano un’ombra di scetticismo sulle trionfali ed esageratamente ottimistiche previsioni del ministro Alfano. Gli articoli previsti dal Ddl che riguardano gli arresti domiciliari per i detenuti con pene inferiori ad un anno e la cosidetta “messa alla prova”( quella stessa norma che solo un anno fa aveva avuto in Consiglio dei Ministri, l’altolà da Lega e An), sebbene entrino in contraddizione con la volontà del governo di non far ricorso a indulti e amnistie, sembrano le uniche in grado di valorizzare i processi di scarcerazione e di presa incarica del detenuto per promuovere effettivi percorsi di reinserimento sociale. Tuttavia le mosse del governo, che non prevedono l’assunzione di educatori e assistenti sociali, non dovrebbero garantire esiti positivi in tal senso. Questo è il punto che vuole essere evidenziato dall’Associazione Antigone che denuncia l’utilizzo dei soldi della cassa delle ammende per la costruzione di nuove carceri: “E’ indecente – afferma ancora il presidente Gonnella – spendere il denaro destinato alla risocializzazione dei detenuti per la costruzione di nuove carceri”.

L’esigenza primaria per affrontare senza ipocrisia dunque i problemi di affollamento nelle nostre carceri resta la necessità di rivedere le norme che da anni sono la vera causa del sovraffollamento carcerario: la legge sulle droghe Fini-Giovanardi, la normativa con il maggior impatto sul sistema penale e penitenziario, per favorire l’accesso alle misure alternative per i tossicodipendenti; poi, la legge sulla immigrazione che apporta grandi numeri al carcere senza apportare sicurezza; e la terza legge che dovrebbe essere modificata per allentare la pressione sulle nostre carceri è la legge ex-Cirielli, diventata famosa come “legge salva-Previti”. Essa non ha soltanto ridotto i termini di prescrizione dei reati, ma ha dato nuova forma e contenuto alla figura del “recidivo” e inventato la disciplina del “recidivo reiterato”.

Per queste ragioni è importante una manifestazione come quella di Sabato 16 gennaio a Livorno che, oltre a chiedere verità e giustizia per tutte le morti, le violenze subite oltre le sbarre, chiede a viva voce processi veri di liberazione e soprattutto una politica carceraria consapevole di una realtà complessa, che non si limiti a costruire solo carceri. Sempre più carceri.

Luca Motta
http://www.pisanotizie.it/
15 Gennaio 2010