31 dicembre 2009

IN EDICOLA l'informazione dipendente, dai fatti

"nel paese della bugia, la verità è una malattia" Gianni Rodari

www.liberazione.it
NB. il numero della domenica in edicola anche il lunedi

APPELLO della BEFANA MetalMECCANICA

MERCOLEDI 6 GENNAIO, CON LA BEFANA, IN PIAZZA CASTELLO A TORINO, SARA' DISTRUITA UNA TONNELLATA DI ARANCE MetalMECCANICHE, BIOLOGICHE E SOLIDALI.
IL RICAVO SARA' A BENEFICIO DEI LAVORATORI AGILA EX EUTELIA DI TORINO, DA 4 MESI SENZA STIPENDIO E CON L'AZIENDA A RISCHIO DI CHIUSURA.


FACCIAMO APPELLO A TUTTE, A TUTTI PER LA COLLABORAZIONE FATTIVA, ATTRAVERSO LA PROPRIA PRESENZA IN PIAZZA E LA PRENOTAZIONE DI ARANCE PER IL PROPRIO CONSUMO.

PRESENZA IN PIAZZA:
per rendere più proficua la collaborazione fattiva (non solo chiacchere di
una passeggiata festiva), sono stati organizzati 4 turni di presenza:
1° turno: 9,30 - 11,00
2° turno: 11,00 - 13,00
3° turno: 13,00 - 15,30
4° turno: 15,30 chiusura.

PRENOTAZIONE ARANCE:
Le arance sono confezionate in retine, ognuna di 3 kg. Sono distribuite al
prezzo di € 5,00 la retina.

Ognuno può prenotare per la propria presenza e/o la propria quantità di
arance telefonando in federazione 011 460471 o a me, numero in calce.

NOTA LUDICO-SOCIALE:
Durante l'intera giornata ci sarà musica anche dal vivo, porteranno la
propria solidarietà esponenti del mondo della politica, della solidarietà,
del sindacato, della cultura.
Verrà distribuito vin brulè, non mancheranno i panini.

FATE GIRARE QUESTA MAIL IN OGNI DOVE, A TUTTI!
PRENOTATE LE VOSTRE ARANCE BIOSOLIDALI!
PARTECIPATE IN PIAZZA!


per la Federazione della Sinistra, Torino
Elio Limberti
3891647237

30 dicembre 2009

IN EDICOLA l'informazione dipendente, dai fatti

"nel paese della bugia, la verità è una malattia" Gianni Rodari
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29 dicembre 2009

SOSTENIAMO UNA FORTE ESPERIENZA DI SERVIZIO PUBBLICO, CONTRO L'INSANA VOGLIA DI POLITICHE PRIVATISTICHE

LETTERA DELL'ASSESSORA ALLA SANITA' DEL PIEMONTE
In Piemonte vogliamo continuare a parlare della salute come “bene comune”

Senza un linguaggio comune a tutti (medici, malati, sani, uomini, donne). Senza un modello comune di costruzione della salute, di difesa della capacità e della possibilità di vivere e senza un modello comune di malattia, l’assistenza sanitaria diventerà una torre di Babele,una costruzione sempre più costosa e sempre più inefficiente

Con queste parole, negli anni della riforma sanitaria, il prof. Ivar Oddone nel suo libro “Medicina preventiva e partecipazione” ammoniva sui rischi possibili e ancora prepotentemente attuali. L’antidoto suggerito consisteva in “linguaggio comune” e “modello comune”. Non stupiva né sembrava impossibile allora un percorso collettivo per ricercare equità nell’accesso alle opportunità e per condividere la selezione delle priorità: del resto le richieste di prevenzione dai rischi sul lavoro nascevano esattamente da una coscienza “comune” dei lavoratori indisponibili a scambiare ancora salute con salario; del resto la riforma sanitaria del 1978, che sancì il governo pubblico e la copertura universalistica dei servizi delle prestazioni sanitarie, scaturiva dalla cultura dei diritti fondamentali della persona definita dalla Carta Costituzionale e praticata nelle lotte delle organizzazioni sociali, dai sindacati ai comitati di quartiere.

A 30 anni di distanza il PSSR della Regione Piemonte torna a parlare della salute come “bene comune”. Per i detrattori si tratta di retorica nostalgica. E’ invece una urgenza culturale e politica. Il diritto inalienabile della persona si è trasformato nel diritto dei cittadini che rivendicano la esigibilità delle cure in nome del prelievo fiscale col quale sostengono il servizio sanitario; la soddisfazione dei bisogni di salute è diventata equivalente al consumo di farmaci e di prestazioni; si confonde l’obbligo etico e sociale di curare con l’obbligo di guarire riducendo così a un costo le condizioni umane inguaribili, ma doverosamente curabili, come le malattie croniche.

Così accade che i cittadini non incontrino più le persone e si può legittimare la follia secondo la quale i non contribuenti, specie se stranieri o diversi, non abbiano titolo a condividere risorse di protezione sociale: a questo abbiamo assistito quando legislazioni xenofobe hanno tentato di imporre al personale sanitario l’obbligo di denuncia degli immigrati irregolari; a questo assistiamo quando – colpevolizzando le persone per le loro patologie si contestano i costi dei servizi che, accettando le fragilità e le cadute, accompagnano il disagio mentale e le diverse dipendenze; a questo ci adattiamo quando si legge o si ascolta l’invettiva scagliata contro il tempo per l’attesa nell’incuranza di codici più urgenti.

Queste tendenze non preoccupano solo per l’assenza di una etica pubblica, ma per la loro pericolosa saccenza. Sarebbe solo banale riconoscere che la condizione di ciascuno influenza il contesto comune ed è quindi, conveniente garantire il grado di salute di ciascuno per aumentare la qualità di salute dell’ambiente condiviso. Sarebbe salutare operare politicamente perché lo spazio pubblico si riappropri del tema della tutela della salute ora, non per essere chiamato a pronunciarsi come una tifoseria sull’autodeterminazione e sul fine vita – come accade ora – ma per riscrivere l’incontro più giusto tra il diritto individuale e il bene comune.

Nelle previsioni del PSSR questa sintesi è da ricercare nell’appropriatezza: offrire a ciascuno ciò che è veramente necessario in modo egualmente efficace in ogni punto del sistema. L’appropriatezza è garanzia di equità di sicurezza: l’abuso di farmaci e di prestazioni non è soltanto un danno economico, ma si traduce in effetti collaterali, in errori (falsi positivi), in incapacità di sintesi diagnostica, in sofferenza psicologica del malato. Promuovere la cultura dell’appropriatezza non esita da circolari ministeriali a regionali ma da un lungo lavoro di relazioni tra professionisti indipendenti, tra cittadini informati, tra politici programmatori: appunto quel linguaggio “comune” e quel modello “comune” da cui parte questa riflessione.

Il compito è arduo: da anni la sanità è stata sottratta alla dimensione politica, intesa come “polis” e consegnata alla tecnica aziendalista fintamente neutra, ma ancor di più al percorso si oppongono altri interessi. All’offerta delle prestazioni sanitarie concorre non solo il pubblico, ma quel sistema misto pubblico – privato accreditato previsto dal servizio nazionale. L’imprenditoria sanitaria non è un’imprenditoria come un’altra: innanzitutto tratta un bene fondamentale, e in più ha un solo grande cliente, le Regioni che rimborsano le prestazioni.

E’ evidente che chi ha l’interesse a mantenere alti i margini delle entrate non potrà che alimentare bisogni presunti su un terreno fertile, cioè sulla più sensibile delle questioni umane, la paura delle malattie e della morte. Questo accade quanto la salute diventa una merce, mentre è un diritto e un bene collettivo. Quando la salute diventa merce allora è indifferente chi la produce e può accadere che si deleghi la gestione di interi segmenti assistenziali al privato con una conseguenza inevitabile: che il pubblico, illudendosi di mantenere il governo e la regia dal sistema, si spogli della cultura e dell’esperienza del fare, diventi incapace di incontrare le plurali condizioni di vita, ognuna con una storia clinica differente e, alla fine, subisca le logiche di coloro cui si è affidato.

I nuovi alfieri della modernità denunciano il volume, a loro dire eccessivo, del lavoro dipendente nel servizio sanitario, tentano di razionarlo con i blocchi delle assunzioni, censurano le Regioni che procedono alle stabilizzazioni del personale precario. I nuovi alfieri della modernità aspirano al mercato come regolatore del sistema e lo motivano con la libertà di scelta dei cittadini.

La Corte dei Conti, esaminando il bilancio della Regione Lombardia, ammonisce sulla diminuzione dei posti letto negli ospedali pubblici a favore di quelli privati: “Bisogna evitare il rischio che le strutture private accreditate per propria natura o per vocazione finanziaria possano perseguire un interesse meramente economico, non sempre coincidente con gli interessi di carattere generale…favorendo di fatto l’offerta di prestazioni ritenute più remunerative a discapito di altre di minore impatto sociale e di conseguente diverso ritorno economico”. Il Governatore Formigoni replica: “ la nostra riforma del 1997 equipara in maniera totale le strutture pubbliche con quelle private. L’obiettivo della riforma è che si possa scegliere tra tutte le strutture a disposizione”.

L’onorevole Casini dell’UDC interpellato sulle condizioni di alleanza con il centrosinistra in Piemonte invoca segnali di discontinuità che, in sanità si configurerebbero con la libertà di scelta dei cittadini. Spiace che parole alte come “libertà” vengano impiegate per un perimetro socialmente così mediocre come la libertà incontrollata di interessi di parte; preoccupano ancor di più le conseguenze possibili. In un sistema che moltiplicasse a quel modo l’offerta, sarebbe impossibile continuare a garantire la gratuità (o la partecipazione parziale); infatti c’è già chi dice che non si può dare tutto a tutti e che la crescita della spesa sanitaria in rapporto al PIL sia insostenibile.

Eppure i dati finora hanno raccontato un'altra storia: i Paesi con i Servizi Sanitari nazionali a finanziamento pubblico esclusivo o prevalente sono caratterizzati da livelli più bassi del rapporto spesa sanitaria/PIL e da tassi di crescita inferiori rispetto ai Paesi con più finanziatori. Tra il 1990 e il 2004 la spesa sanitaria in Italia è aumentata dal 7,7 al 8,7 del PIL; la spesa media nei Paesi U.E. dal 7,3 al 9,1; negli USA da 11,9 al 15,2; eppure in quegli anni si pubblicavano studi con proiezioni allarmistiche esattamente come ora.

Pare, quindi, che il SSN soffra di un problema di sostenibilità politica prima ancora che finanziaria: per questo occorre tornare alla centralità del suo carattere universalistico, incoraggiare la partecipazione delle organizzazioni sociali e delle professioni sanitarie, affermare la titolarità e la responsabilità pubblica in quel difficile compito di conciliazione tra diritto individuale ed interesse collettivo: per mantenere equa e sostenibile la nostra sanità. Oggi la vera discontinuità creativa è la conservazione di questi principi e di questo modo di essere: la modernità che può mantenerci in buona salute l’abbiamo già.

Eleonora Artesio
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Per adesioni inviare una mail a: apetro@inwind.it
con scritto "aderisco al testo di Eleonora Artesio a difesa della sanità pubblica in Piemonte"

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"nel paese della bugia, la verità è una malattia" Gianni Rodari

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28 dicembre 2009

I comunisti di Boemia e Moravia a rischio di illegalità. Pubblichiamo l'appello a tutte le compagne e i compagni d'Europa


APPELLO DEL PARTITO COMUNISTA DI BOEMIA E MORAVIA

Cari compagni,
Nella Repubblica Ceca il Partito Comunista di Boemia e Moravia (PCBM) deve far fronte ad un anticomunismo primitivo. Nella sua sessione del 30 ottobre 2008, il Senato, con la partecipazione di soli 38 senatori su un totale di 81, ha preso in esame il rapporto finale della Commissione Temporale per la valutazione della costituzionalità del PCBM. Tale riunione senza un quorum sufficiente ha approvato, con soli 30 voti, una risoluzione per cui il Senato rileva numerosi indizi della violazione della Costituzione della Repubblica Ceca da parte del Partito Comunista di Boemia e Moravia. Ad esempio, si condanna il PCBM per la sua visione marxista, per la sua posizione nei confronti del conflitto nel Caucaso, e per altre interpretazioni soggettive. La risoluzione del Senato chiede al governo di portare il caso di fronte al Tribunale Supremo Amministrativo.

L´8 dicembre 2009, la commissione sopra menzionata ha chiesto ancora una volta al Governo che presenti al Tribunale una proposta di sospensione dell´attività del PCBM. C´è da rilevare che il caso non è stato sollevato al Tribunale Supremo Amministrativo dal precedente governo del signor Topolanek e, al momento, neppure dall´attuale governo del signor Jan Fischer.

Il PCBM vi chiede, cari compagni, di esprimere la vostra solidarietà, in accordo con le vostre possibilità e condizioni, con il nostro partito contro gli sforzi della Commissione citata, in diversi modi, ad esempio: petizioni, lettere di protesta indirizzate al nostro governo attraverso le nostre ambasciate nei vostri paesi.
Si tratta di una violazione dei principi democratici fondamentali, di un tentativo di deviare l´attenzione dei nostri concittadini, che si trovano sotto la pressione della crisi, verso altro.

Desideriamo ringraziarvi anticipatamente per le vostre espressioni di solidarietà verso di noi. Allo stesso tempo, vi chiediamo di inviarci informazioni in merito alle vostre azioni di solidarietà.

I nostri migliori saluti fraterni.

Jirí Mastálka
Vice-Presidente del CC del PCBM

Praga, 16 dicembre 2009,

CHI SI RICORDA DI GAZA? MA UNA COSA E' CERTA, GLI ISRAELIANI HANNO DIMENTICATO LA LORO STORIA


Piombo fuso" un anno dopo Gaza è ancora sotto le macerie

Gli attacchi aerei israeliani lanciati su Gaza la mattina del 27 dicembre 2008, uccisero, in poche ore, oltre duecento palestinesi.
I feriti furono oltre quattrocento. Fu uno shock. L'offensiva sulla Striscia, già bersaglio di altre incursioni militari israeliane, fu, per la violenza degli attacchi, senza precedenti. Anche per questo quel 27 dicembre nessuno avrebbe immaginato che "Piombo Fuso" potesse durare ancora altre tre settimane. Israele dal canto suo giustificò l'attacco come risposta all'intensificarsi del lancio di razzi da Gaza.
Secondo il Palestinian Centre for Human Rights, i palestinesi uccisi in quei 21 giorni furono oltre 1400. I feriti oltre 5000. Tutte le stime relative alle vittime di Piombo Fuso, eccetto quelle fornite dall'esercito israeliano, concordano sul fatto che la stragrande maggioranza fossero civili. Tredici i morti israeliani.
L'offensiva israeliana non riuscì nell'intento di fermare il lancio di razza di Gaza verso il territorio israeliano, che continuarono fino alla dichiarazione del cessate il fuoco.
Israele pensava, con quella guerra, di scalzare Hamas dal potere nella Striscia. Gli architetti dell'operazione, l'allora Premier israeliano Olmert, il ministro degli Esteri Tzipi Livni e quello della Difesa Ehud Barak, confidavano poi nel fatto che la mano dura su Gaza avrebbe convinto gli israeliani a votare, a febbraio, per il loro governo, anziché per la destra di Netanyahu, forte nei sondaggi, anche a causa dei razzi lanciati da Gaza. L'esecutivo Olmert aveva anche fretta di agire, data l'incognita rappresentatat dell'insediemento alla Casa Bianca di Barack Obama.
A un anno dalla guerra, Hamas è ancora al potere a Gaza e Netanyahu è al potere al posto di Olmert. Il ministro Barak è l'unico del trumvirato che ideò Piombo Fuso, rimasto nella stanza dei bottoni in Israele.
Gli unici sconfitti su tutta la linea di quella guerra restano i palestinesi di Gaza. La Striscia rimane tutt'ora sotto assedio. Le 400 case distrutte e le 16 mila danneggiate non sono state ricostruite. Le promesse della comunità internazionale per aiutare Gaza a risollevarsi dopo l'annichlimento provocato da Piombo Fuso, sprecatesi in prima battuta, sono rimaste lettera morta. Nel quartiere Abed Rabbo di Jabalya a nord della Striscia i senza tetto sono ancora nelle tende accanto alle macerie delle case.
Un anno fa 50mila palestinesi finirono per strada a causa di Piombo Fuso. Oggi ancora 20mila abitanti sono senza casa.
"Gaza è stata tradita dalla comunità internazionale". Lo affermano16 organizzazioni umanitarie internazionali, tra cui Oxfam e Amensty International, in un rapporto pubblicato a dodici mesi dalla guerra. Il rapporto denuncia la "punizione collettiva" inflitta ancora oggi a un milione e mezzo di palestinesi, per le chiusure imposte dal governo israeliano che non permettono l'introduzione di materiali da costruzione.
L'inchiesta delle Nazioni Unite sulla guerra, il cosiddetto rapporto Goldstone, respinto con sdegno dallo Stato ebraico, accusa Israele e Hamas di criminid du guerra e contro l'umanità, ma sottolinea la maggiore responsabilità di Israele, evidente nella sproporzione tra le vittime.
Uno degli aspetti più pericolosi della guerra e dell'assedio su Gaza è, oggi, come per il futuro l'effetto dei traumi. In particolare sui minori. Una generazione che, a differenza di quelle precedenti, non ha mai conosciuto gli israeliani come datori o colleghi di lavoro, ma solo come soldati.
Secondo il Gaza Community Mental Health Programme (Gcmhp) il 75% di bambini oltre i sei anni manifesta segni di post-traumatic stress disorder. Gli psicologi del Centro dichiarano che i ragazzini presentano disturbi del sonno e della personalità. Le paure latenti determinano, secondo le indagini del Centro, iperattività e maggiore aggressività nei ragazzi, ansia e depressione tra le ragazze.
Se il cessate il fuoco è stato sostanzialmente mantenuto, un anno dopo la guerra la popolazione di Gaza continua a essere uccisa lentamente dai frutti avvelenati lasciati nel terreno da Piombo Fuso. Poche settimane fa è stato presentato uno studio realizzato da scienziati italiani che hanno testato la tossicità del terreno a Gaza dopo i bombardamenti a cavallo del 2008 e il 2009.
Nei crateri lasciati dagli ordigni israeliani sono stati rilevati residui di tungsteno, tra 20 e 42 volte superiore alla media e di mercurio, tra 8 e 16 volte superiore. Lo stesso vale per altre sostanze tossiche e cancerogene come il molibdeno ed il cadmio. Livelli abnormi di cobalto, nichel, manganese e stronzio vanno ad aggiungersi alla lista delle sostanze velenose inalate ogni giorno dai palestinesi di Gaza.
Gli esperti italiani di cui fanno parte i professori Paola Manduca dell'università di Genova, Mario Barbieri del CNR e Maurizio Barbieri dell'università "La Sapienza di Roma, hanno sottolineato la necessità di un intervento immediato per limitare le conseguenze della contaminazione su persone, animali e colture.
La settimana scorsa il governo di fatto della Striscia ha vietato l'attività agricola nelle aree in cui è stata rilevata maggiore tossicità. Un altro colpo alla disastrata economia della Striscia.
Altro obiettivio mancato da Piombo Fuso è stato fermare il flusso di merci ed armi che passa per i tunnel che collegano Gaza all'Egitto, tutt'ora in piena attività.
L'impresa potrebbe tuttavia riuscire al Cairo, che si accinge ad ergere una nuova barriera d'acciaio a prova di bomba sul versante del Sinai lungo il confine fra Egitto e la Striscia per chiudere il solo canale con l'esterno rimasto aperto a Gaza.
Hamas ha definito l'iniziativa egiziana una «punizione di massa», mentre il presidente palestinese Abbas la appoggia.
Gli egiziani, che a Gaza chiamano "fratelli arabi", hanno anche vietato la "Gaza Freedom March", manifestazione organizzata da numerose Ong internazionali un anno dopo "Piombo Fuso". Il ministero degli Esteri del Cairo, che avrebbe «riscontrato che alcune Ong non avevano i requisiti necessari» per aderire all'iniziativa ha reso noto che «qualsiasi tentativo di organizzare la Marcia sul suolo egiziano verrà considerata come una violazione di legge».

di Francesca Marretta
su Liberazione del 27/12/2009

27 dicembre 2009

La tempesta della crisi

Non siamo tutti sulla stessa barca

Le parole “recessione” e “crisi” sono ormai entrate nel lessico quotidiano. La situazione è molto grave. Il calo del Pil atteso nel 2009 è superiore alla media europea (-2,1%). La produzione industriale è crollata di quasi il -12%. La bilancia commerciale è in deficit. L’Italia è ufficialmente in crisi, dopo anni di affanno e debolezza cronica.

Milioni di persone rischiano il posto di lavoro e qualsiasi possibilità di una sopravvivenza dignitosa. Ma da dove arriva questa crisi che ci sta travolgendo? Ci avevano detto che più sacrifici facevamo e più eravamo competitivi e che la macchina dell’economia di mercato ci avrebbe dato benessere a tutti. Salviamo l’economia! Siamo tutti sulla stessa barca!

In nome di questo ritornello abbiamo subìto o accettato anni di concertazione sindacale e governi che ci hanno chiesto appoggio per “risollevare” l’economia. E mentre con questi nostri “sacrifici” un ristretto numero di imprenditori, speculatori, amministratori e padroncini vari si ingrassava, i nostri salari sono crollati e i nostri diritti sono evaporati uno ad uno. Ci è stato detto che quei primi sentori della “crisi” (e i primi sentori della fame!) erano colpa della concorrenza delle merci e della manodopera di altri paesi che minacciavano la competitività “made in Italy”. Una questione meramente commerciale…D’altronde, ci avevano detto, basta che tiriate un po’ di più la cinghia…in fondo, siamo tutti sulla stessa barca!

E così producendo sempre di più, facendoci ammazzare sul e da lavoro, comprando sempre di meno con uno stipendio sempre più ridotto, indebitandoci sempre di più per mantenere una casa, un accesso all’istruzione per i figli e un livello di vita accettabile ci siamo trovati senza difese di fronte all’ultima burrasca di questa crisi strutturale del sistema economico capitalista che ci sta mordendo da un anno e mezzo in maniera micidiale.

E’ colpa degli immigrati che ci rubano il lavoro, ci dicono ancora, che rendono le nostre vite insicure e delle speculazioni finanziarie dei mutui negli Stati Uniti! D’altronde, bisogna aspettare la ripresa perché…siamo tutti sulla stessa barca!

Ma quale barca dobbiamo salvare? Quella di speculatori come i padroni che volevano acquistare la INNSE solo per vendere al mercato i macchinari e chiudere la baracca? Oppure quella di approfittatori come gli amministratori dell’Eutelia che fanno irruzione con vigilantes armati contro i lavoratori che occupano la sede di lavoro per difendere il proprio posto ed il proprio futuro? Oppure quella di multinazionali spregiudicate come gli statunitensi dell’Alcoa o la BMW per la Maflow che, dopo aver spremuto gli operai italiani, vogliono spostare altrove la produzione e spremere altri colleghi di altri paesi a costi inferiori? Oppure le grosse aziende del capitalismo italiano come FIAT e Telecom che intascano dividendi e stipendi d’oro per i propri manager grazie agli aiuti statali e, quando questi cessano, scaricano il costo sui lavoratori e sulla collettività?

O ancora il sistema bancario che regge tutto questo sistema criminale e affama i piccoli debitori per lo più lavoratori come noi che devono tirare a campare? Allora il problema reale è di natura “interna”. E’ nella produzione e in tutto ciò che gli gira attorno. Le grandi aziende hanno reagito alla diminuzione del livello dei propri profitti (che comunque si sono garantiti) con la diffusione della produzione e delle lavorazioni in un rivolo di appalti verso un sistema di piccole imprese non in grado di reggere la competizione internazionale, ma solo di basarsi su salari da fame e diritti zero.

I nostri interessi, quindi, non sono in competizione con quelli di lavoratori di altri paesi - o immigrati nel nostro - che subiscono questo stesso sistema. Siamo in competizione, semmai, proprio con gli interessi di questo pugno di imprenditori, speculatori e amministratori e con il sistema che li tiene in vita con queste regole che noi manteniamo. Senza considerare che questo sistema è sorretto da politiche di governi che negli ultimi anno non hanno fatto nulla per i lavoratori e le loro famiglie, ma al contrario aiutano le imprese in questo attacco continuo alle nostre condizioni di vita con provvedimenti che colpiscono il lavoro, rendono risibili le tutele e allargano le disuguaglianze.

Basti pensare all’attuale governo Berlusconi che dichiara di non avere risorse per gli aumenti degli stipendi e per gli ammortizzatori sociali per i lavoratori che subiscono gli effetti della crisi, ma li trova per missioni militari, sostenere le banche e le imprese, programmare una detassazione per le aziende. Questo esecutivo reazionario cerca di farci credere che la nostra sicurezza è messa in discussione dagli immigrati, mentre l’unica vera minaccia è data dalla sua cancellazione delle tutele sulla sicurezza sul lavoro, dai tagli alla Scuola e alle funzioni pubbliche che cancellano decine di migliaia di posti di lavoro, dall’abrogazione delle procedure che impedivano il ricatto della firma delle dimissioni in bianco, dal ridimensionamento delle competenze dei giudici del lavoro e dalla facilitazione delle norme per lo scorporo, esternalizzazione e cessione di rami (ad es. per aziende in “amministrazione controllata”).

Intanto, la disoccupazione in Italia continua a mostrare una crescita esponenziale. Sono oltre 760.000 i posti di lavoro persi in un anno a causa della crisi tra licenziati, messi in mobilità, contratti interrotti o chiusure di aziende. A questi se ne andranno ad aggiungere almeno altri 900.000 nel prossimo anno secondo le previsioni.

Con le centinaia di migliaia di esuberi, determinati dalle crisi aziendali e dai tagli ai servizi pubblici, nell’ultimo anno e mezzo si sono persi un numero enorme di posti di lavoro. Siamo rimbalzati in pochi mesi a dati sulla disoccupazione che non si vedevano da 5 anni sfondando nuovamente il tetto dell’8%, ovvero più di due milioni di persone. La previsione per il 2010 è di un ulteriore aumento con molti lavoratori in mobilità che non rientreranno più al lavoro. Per ora il dato sulla disoccupazione è da considerarsi persino contenuto, in virtù delle centinaia di migliaia di cassaintegrati (considerati, quindi, ancora dipendenti delle proprie aziende). Il numero di occupati (23 milioni circa) corrisponde a poco più della metà (55%circa) della forza lavoro.Mentre si abbassa in maniera sensibile il numero di lavoratori che godono ancora di diritti di tutela e ammortizzatori sociali minimi, il livello occupazione dei giovanili crolla decisamente con un tasso di disoccupazione che sfiora il 30% (dieci punti circa in più della media europea) nella fascia d’età fino a 25 anni. Questo soprattutto in virtù del fatto che la maggior parte di loro accede al mercato del lavoro con contratti precari e intermittenti che in regime di crisi strutturale sono i primi a saltare non avendo obbligo di continuità.

Da sommare alle cifre delle perdite di posti di lavoro dipendenti, ci sono poi quelle dei consulenti e dei lavoratori parasubordinati, i dipendenti “mascherati” da quelle formule occupazionali proliferate grazie al Pacchetto Treu e alle Legge 30 che le hanno collocate a metà strada tra lavoro dipendente e autonomo. Queste sono una fetta ormai consistente del mercato con più di 3 milioni e mezzo di lavoratori ed hanno registrato una perdita enorme nell’ultimo anno. Ovviamente, i più colpiti sono quei giovani con contratti precari in cooperative, appalti, call center, distribuzione con forme di lavoro a termine (-230.000 in un anno), seguite dalle collaborazioni a progetto (-12,1 per cento) e da quelle occasionali (-19,9 per cento).

Da qualche tempo è sparito poi dall’attenzione politica e dei mezzi di comunicazione, e persino dalla centralità nelle piatt a f o r m e sindacali, l’unico ombrello nella tempesta della crisi per i lavoratori dipendenti: il salario. Questo non solo nel senso che la sua erosione ormai lo spinge vicino alla soglia di sopravvivenza, ma perché il problema della perdita direttamente del posto di lavoro, con la prospettiva immediata della miseria assoluta, rende ancora più debole la sua contrattazione tant’è che a livello sindacale la difesa del CCNL, messo in discussione dal vergognoso accordo separato di CISLUIL- UGL e Conf i n d u s t r i a , procede a intermittenza e stenta a decollare.

L’imposizione di questo accordo separato, regalato da questi sindacati venduti agli interessi dei padroni, impatta per ora con la resistenza del settore storicamente più combattivo (i metalmeccanici), ma se gli operai rimanessero isolati come categoria presto o tardi finirebbero per capitolare e l’impatto per tutta la classe lavoratrice è evidente. Basti pensare che prevede non soltanto la prevalenza della contrattazione aziendale rispetto a quella nazionale - in un sistema produttivo, come quello italiano, in cui questa avviene solo nel 10% circa delle aziende per l’alto livello di ricattabilità che vige nelle piccole e medie imprese - ma addirittura la possibilità per le nuove imprese di derogare al contratto nazionale. È questo il centro dell’accordo assieme alla forte limitazione del diritto di sciopero, il legame del salario con la produttività decisa dall’azienda e l’applicazione di un sistema ridicolo per calcolare il costo della vita su cui basare i recuperi salariali. Eppure la questione salariale non può essere vista come un problema secondario per resistere alla crisi dal punto di vista della classe lavoratrice. I bassi salari sono ritenuti una parte non trascurabile del problema-crisi da molti osservatori e analisti economici, in quanto la debolezza della domanda interna è uno dei freni alla ripresa. Anzi il crollo dei consumi la incentiva.

Da parte loro, i gruppi dominanti di ogni paese, per salvarsi dal naufragio, si buttano a corpo morto sulla forza-lavoro, spremendola all’osso. Riducono i salari; impongono la disponibilità illimitata; allungano la giornata e l’intensità lavorativa; riducono le pensioni; aumentano affitti e prezzi delle case. La razzia del lavoro immigrato, di quello al nero e di quello minorile ci riporta a canoni vicini all’epoca feudale. Pur essendo stati generalizzati i contratti a termine e tutte le forme di lavoro cosiddetto atipico (i famosi lavori precari), i padroni reclamano ancora nuova flessibilità.

L’unico modo che sembra conosciuto per rianimare i profitti è quello di chiudere reparti e stabilimenti interi; mettere gli operai in Cig, in mobilità o licenziarli tout court; evitare assunzioni stabili, privilegiando le occupazioni precarie, saltuarie e flessibili. In una parola: ripristinare un esercito industriale di riserva a livelli sconosciuti da anni e far accettare alla classe lavoratrice salari ancora più bassi, orari ancora più lunghi, ritmi ancora più intensi.

Questo capitalismo si dibatte in una contraddizione insolubile: da una parte deve contenere e ridurre salari e stipendi per rianimare i profitti industriali, mantenere e rimpolpare le rendite e i profitti bancari; dall’altra soffre per la ristrettezza dei consumi interni e le difficoltà sul mercato mondiale.

E allora è chiaro: non siamo tutti sulla stessa barca! Visto che di fronte ad un pugno di avvoltoi della finanza (industriali, banchieri, ecc…) che affrontano la burrasca della crisi su mega-piroscafi, panfili e yacht, la stragrande maggioranza degli italiani remano a fatica su barchette, gommoni e materassini. L’unica via di uscita dalla crisi è unirci in un fronte di resistenza sociale che lotti per i nostri interessi di classe (salario, salute, casa, istruzione, ambiente) sganciandoci dagli interessi dei padroni e da una politica della concertazione e della cogestione che ci ha portato di fronte al baratro con le nostre armi di difesa spuntate. Partiamo da noi, non delegando a nessuno la difesa di questi nostri interessi.

da Assemblea!
Dicembre 2009
http://www.assemblealavoratori.it/

25 dicembre 2009

Babbo Natale ha cacciato Gesù bambino, Peccato!

www.liberazione.it
Ma chi è Babbo Natale? E' davvero un usurpatore. Per primo ha levato dalla scena storica S.Nicola di Bari un vescovo e santo del quale si raccontano mirabilia (gli è dedicata una bellissima basilica romanica appunto a Bari): tra le imprese che di lui si narrano, quella di andare di notte senza gloriarsi a buttare palle d'oro nelle finestre delle ragazze povere in modo che potessero vivere una vita onesta (ma tenete a mente la notte e l'oro). Poi ha messo in ombra santa Lucia, martire di Siracusa, cui furono cavati gli occhi, diventata famosa per i doni che porta ai bambini e perché il suo nome indica luce ed è festeggiata dalla Svezia fino alla Lombardia: porta sul capo, e si portano sul capo in suo onore, coroncine con candele.
Babbo Natale trasforma la porpora vescovile di Nicola in un abito da carnevale e così addobbato va alla caccia di Gesù Bambino. E' diventato un vecchio americano, ovviamente obeso per le schifezze piene di ogm che mangia tutto l'anno, con la pelle rosea come un porcellino, gli occhi azzurri e una canizie che più bianca non si può. E continua a ridere. Ma che c'è da ridere? Lui ride e a Copenaghen non decidono nulla sul clima; due senzatetto ne uccidono un altro per l'uso di una vecchia auto per non morire di freddo e lui ride; di notte stazioni di ferrovia e di metro sono chiuse, sicché i senza tetto o crepano o uccidono, e lui ride; i bambini soldato rischiano la pena di morte e lui seguita a ridere.


Lidia Menapace

21 dicembre 2009

I numeri servono a misurare anche gli effetti reali delle «misure sociali» sbandierate dai vari Sacconi e Tremonti

Cresce la povertà, in un welfare ormai ridotto all'osso

Fra le poche istituzioni sopravvissute allo spoil system del centrodestra, c'è ancora il Cies (Commissione di indagine sull'esclusione sociale), voluto da Paolo Ferrero nella sua breve stagione da ministro della solidarietà. Diretta a Marco Revelli, la commissione sforna elaborazioni sui dati Istat e misura anche l'incidenza delle politiche «sociali» operate dai vari governi. Delimitando molto le «positività» raccontate in conferenza stampa, ma sempre mettendo davanti la rudezza dei dati.
Il quadro, in effetti, non è roseo. La crisi iniziata ormai nell'agosto 2007, con l'esplosione della bolla dei mutui subprime e quindi dei prezzi delle case Usa, ha «bruscamente interrotto la tendenza alla pur insufficiente e limitata, e tuttavia visibile, regressione dell'indice di povertà relativa nel Mezzogiorno e il divario Nord-Sud». I numeri lo registrano con molta freddezza: nel 2008 l famiglie in condizione di «povertà relativa» sono state 2 milioni e 737mila, ovvero l'11,3% delle famiglie residenti e poco più di 8 milioni di individui. L'anno prima erano state 80.000 in meno. Di queste, un milione e 260mila famiglie sono definite «sicuramente povere», 90mila in più dell'anno prima.
La «povertà relativa» indica i nuclei che hanno un livello di spesa mensile per due persone appena inferiore ai 1.000 euro, mentre le «sicuramente povere» spendono oltre il 20% in meno della media. Un altro milione e 762mila famiglia sono «quasi povere», distribuendosi tra chi può spendere tra il 10 e il 20% meno della media. Il 67,5% di quest famiglie si concentra al Sud, dove pure la popolazione rappresenta solo il 32,5% del totale nazionale.
Se la passano sempre peggio i giovani, anche se lavorano e magari sono pure dotati di buoni titoli di studio. Il 6,4% dei laureati giovani risulta «povero»; il doppio di appena 10 anni fa. E tra chi lavora oggi il 10% resta comunque sotto la fatidica soglia dei «relativamente poveri».
I numeri servono però a misurare anche gli effetti delle «misure sociali» sbandierate dai vari Sacconi e Tremonti. E allora: la «social card» - forse il provvedimento più appariscente, che sarebbe stato attivato verso 567mila persone - ha ridotto la «povertà assoluta» di appena lo 0,1% (dal 4,2 al 4,1), ovvero 40.000 famiglie su un milione. Appena il 25% delle famiglie «assolutamente povere» l'ha ricevuta (l'effetto migliore, spiega lo studio, l'ha avuto «dal punto di vista della predisposizione di una rete strutturale sul versante dell'input e dell'output). Stesso discorso per il «bonus straordinario» (76.800 percettori), in genere anziani soli e residenti al Sud (quasi nulla per famiglie giovani con bambini piccoli). Il «bonus elettrico risulta praticamente «non pervenuto»; la sua incidenza sui redditi è irrilevante. L'abolizione dell'Ici è stata invece una misura rivolta a tutt'altra fascia sociale: al 10% delle famiglie più povere è andato il 4% dello sgravio deciso da Prodi (ancora meno nella formulazione poi varata da Berlusconi); mentre il 70% del vantaggio è andato a vantaggio della metà più ricca della popolazione.
Ovvie, in un certo senso, le ricadute di questi datti sulle «raccomandazioni» utili a immaginare «politiche di contrasto» della povertà che abbiano una qualche incidenza pratica. La cifra stanziata per quei provvedimenti ammonta a 192 milioni, mentre il bisogno richiederebbe 3,86 miliardi. Uno scarto che non ammette minimizzazioni. Torna pertanto con estrema forza e urgenza «l'esigenza di uniformare l'Italia agli altri paesi europei nell'adozione di un trasferimento universale e selettivo in funzione di contrasto alla povertà», naturalmente «condizionato al rispetto di precise regole di comportamento».

di Francesco Piccioni

su il manifesto del 20/12/2009

18 dicembre 2009

La Camera vota la fiducia alla manovra da 9,2 miliardi; Tremonti esalta lo scudo

Finanziaria 2010: evasori premiati lavoratori puniti

La Finanziaria 2010 non è "light" come la voleva il ministro Tremonti. E' diventata "strong" passando da 4 a 9 miliardi, travolgendo lavoratori e studenti, gli evasori no, quelli si riparano sotto lo scudo fiscale. Welfare, scuola e università subiscono i colpi più duri, anche la sanità pubblica viene aggredita, si salva in parte solo grazie all'opposizione delle regioni, poteva andarle ancora peggio. La metà dei soldi - dice il governo - arriverà dallo scudo fiscale, altri 3 miliardi verranno versati dall'Inps, sono quelli del Tfr dei lavoratori dipendenti del settore privato. Un miliardo sarà risparmiato grazie agli accordi con le province di Trento e Bolzano.
La manovra che doveva essere leggera è diventata pesante, anche perché alla fine Giulio Tremonti ha ceduto ad alcune richieste dei suoi colleghi parlamentari della maggioranza. E' quello che in gergo viene chiamato "assalto alla diligenza". Si è puntualmente verificato anche in questa occasione. Non hanno trovato invece posto nella manovra i tagli delle tasse per famiglie e imprese. Non hanno trovato posto gli incentivi per auto, elettrodomestici, mobili e macchinari utensili che dovrebbero essere contenuti, insieme a sostegni per l'acquisto di computer, in un decreto legge che il governo dovrebbe varare a gennaio. E sempre a gennaio sono rinviati alcuni "nodi" irrisolti, a partire dal tetto ai contributi per l'editoria su cui il ministro dell'Economia ha già annunciato una retromarcia. Staremo a vedere. Di sicuro invece si profila un aumento di Irap e Irpef nelle regioni dove i conti della sanità in rosso. Avanti Savoia.
Con 307 sì e 271 no l'aula di Montecitorio dà il via libera alla fiducia sulla Finanziaria. E' la ventisettesima da inizio legislatura. «Lo scudo fiscale rappresenta la più grande manovra finanziaria mai fatta negli ultimi anni», dice il ministro dell'Economia Tremonti. Che indica la cifra di 80 miliardi come possibile traguardo, in realtà fra gli addetti ai lavori circolano cifre ancora superiori, introno ai 100, 110 miliardi. La spia di un'evasione sistematica, dato incontrovertibile nella storia della Repubblica, sul quale - altro dato storico e incontrovertibile - i governi hanno quasi sempre risposto con condoni più o meno mascherati.
La scelta della fiducia viene difesa della maggioranza. Anche se Umberto Bossi ammette: «Se mettono la fiducia è perchè ci sono dei dubbi che succedano dei pasticci». Una scintilla di sincerità. All'opposto il commento di Fabrizio Cicchitto: «La fiducia non è espediente deplorevole, ma una diretta assunzione di responsabilità». Parole che suonano come una risposta al presidente della Camera Gianfranco Fini, che il giorno prima aveva criticato la decisione del governo. E che nel pomeriggio ha avuto un lungo colloquio con Tremonti. «Con Fini i rapporti sono sempre buoni», dice il ministro dell'Economia. Credergli? I quotidiani di proprietà o sotto controllo del Cavaliere continuano a dipingere Fini come un leader criptocomunista, un pericoloso oppositore interno alla linea del caro leader Berlusconi. C'è chi si spinge a definirlo un traditore, un seminatore d'odio, ecc, ecc. In questo scenario non è facile pensare che l'incontro Fini-Temonti sia finito a tarallucci e vinto. Anche se le note ufficiai parlano di rapporti cordiali.
Dure le opposizioni. In particolare l'Idv che parla di un «governo piduista che si occupa solo degli interessi del presidente del consiglio». Mentre l'Udc annuncia il suo «no» perché questa Finanziaria «ha troppo poco per il lavoro e la famiglia». Infine il Pd che, per bocca di Dario Franceschini, vede nella manovra economica «un altro passo verso una crisi non dichiarata. La fiducia per voi non è più neanche un modo per contrastare l'opposizione ma un modo ordinario per legiferare». I deputati dell' Mpa non partecipano al voto: «Manca il sud». Roberta Fantozzi di Rifondazione comunista boccia senza appello la manovra: «Si premiano gli evasori e non si fa nulla per alleggerire la pressione fiscale su lavoratori e pensionati. Non c'è nessun intervento sugli ammortizzatori, non ci sono risorse per il contratto del pubblico impiego, c'è un'ulteriore destrutturazione del lavoro con lo staff leasing e altri espedienti. Sulla sanità c'è comunque una stretta». E ancora: «La scuola è la più danneggiata: confermati i tagli della 133 (9miliardi e mezzo nel triennio), altri 130milioni alle private».
La manovra passa con la fiducia, prendere o lasciare, a scatola chiusa. Nessuno spazio alla discussione parlamentare, sia a quella fra maggioranza e opposizione che quella interna alla maggioranza. Il governo Berlusconi si trincera. Dietro lo scudo fiscale.

Frida Nacinovich
Liberazione
17/12/2009

Emergenza lavoro,la Liguria indica la strada alle altre Regioni

Operativo il piano da 122 milioni, aiuti anche a chi è privo di ammortizzatori

Un piano straordinario da centoventidue milioni di euro a sostegno dell'occupazione e delle imprese, con aiuti concreti anche per quei lavoratori che perdono il posto a causa della crisi ma che, in base alle norme nazionali, non hanno diritto ad alcun tipo di ammortizzatore sociale. Ci pensa la Regione Liguria ad indicare al governo qual è la strada per aiutare il paese a uscire dal tunnel della recessione. Da ieri, infatti, è partita ufficialmente la procedura per accedere alle nuove misure previste. Lavoratori e imprese potranno quindi presentarsi presso i centri per l'impiego per partecipare ai relativi bandi.
Il piano della giunta Burlando, illustrato lunedì scorso, prevede da un lato il sostegno alla cassa integrazione in deroga per i lavoratori che non ne avevano diritto, dall'altra l'apertura di un bando per i lavoratori in cassa integrazione senza possibilità di rientro in azienda, per i lavoratori licenziati in mobilità indennizzata e per i disoccupati che abbiano avuto un rapporto di lavoro per almeno due anni nell'ultimo triennio. Sul tavolo, ci sono anche incentivi per quelle imprese che, dopo un percorso di "work experience", si impegneranno all'assunzione di nuovi lavoratori.
«Le aziende - ha spiegato il presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando - possono formare personale al loro interno, con un finanziamento della Regione e, successivamente, se assumono nuovo personale avranno un incentivo dai 5mila ai 12mila euro, a seconda della tipologia dei nuovi assunti con, ovviamente, un contributo maggiore se vengono ricollocati anziani o disabili che avrebbero più difficoltà a reinserirsi nel ciclo produttivo».
Nell'ultimo trimestre 2009 in Liguria l'occupazione è diminuita di 19mila unità, il 2,9%: un'emorragia che ha riguardato tutti i comparti economici. Se l'industria ha fatto registrare una perdita di 2mila posti, la situazione più preoccupante è tuttavia quella dei servizi. Per la prima volta infatti diminuiscono i posti di lavoro (-12mila) nel terziario, comparto storicamente trainante per l'economia locale, con cali significativi nel settore del commercio e dello shipping.
Non a caso, dall'inizio dell'anno a ottobre 2009 sono ben 385 le aziende che hanno presentato richiesta di cassa integrazione in deroga alla Regione Liguria, per un totale di circa 6mila lavoratori e 24 milioni di euro erogati. Una fase difficile che la giunta Burlando tenta di affrontare: «Con questo piano - commenta Marco Nesci, capogruppo del Prc in consiglio regionale - viene messo in campo un intervento, seppur parziale, per garantire un sostegno al reddito in una fase di crisi come questa anche a chi, sulla base della normativa nazionale, non ne avrebbe diritto». Un «primo passo positivo» a cui ne potrebbero seguire altri, qualora il prossimo 28 di marzo gli elettori liguri dovessero confermare il centrosinistra al governo della Regione. «Abbiamo già chiesto un impegno straordinario su tre norme da approvare nella nuova legislatura: la prima - spiega l'attuale capogruppo del Prc in consiglio regionale - è quella di vincolare per dieci anni la destinazione industriale delle aree dove sorgono le fabbriche dismesse; la seconda è che gli incentivi alle imprese siano vincolati a una permanenza sul territorio di almeno 25 anni; la terza, che la Regione conceda fondi gratuiti a fondo perduto a tutti quei lavoratori che, in situazioni di crisi, si mettano in cooperativa per rilevare l'azienda per cui lavorano».
Anche se su alcuni temi, come scuola e infrastrutture, non c'è sempre stato accordo, sulle questioni del lavoro i rapporti tra il Prc e la giunta Burlando sono buoni. Già nei mesi scorsi, su spinta del Prc, la Regione aveva messo a disposizione delle amministrazioni locali (comuni e province) dei fondi che sono serviti per integrare l'assegno dei lavoratori in cassa integrazione, impiegandoli per lavori di pubblica utilità in accordo con le organizzazioni sindacali. E anche questo piano per l'occupazione appena approvato accoglie diverse proposte avanzate dal Prc «a partire - sottolinea Nesci - dall'idea di fornire copertura ai soggetti privi di ammortizzatori».

Roberto Farneti
Liberazione
17/12/2009

14 dicembre 2009

Decreto dei ministeri del Lavoro e delle Finanze per il 2010. L'aumento delle pensioni è fissato allo 0,7%

Elemosina ai pensionati: 19 centesimi al giorno

I ministri delle Finanze e del Lavoro hanno emesso il 19 novembre un decreto congiunto che, sulla base del rilevamento Istat sul costo della vita per l'anno 2009, stabilisce gli importi pensionistici per l'anno 2010. Tale decreto fissa nello 0,1% la restituzione da parte dei pensionati di quanto ricevuto per l'aumento del costo della vita in quanto nel 2008 è risultato inferiore a quello preso a base per la rivalutazione del 2009. Ne consegue che la rata di pensione di gennaio sarà inferiore a quella di dicembre dato che gli Enti recupereranno quanto in più erogato nel corso del 2009, che equivale per una pensione di 1000 euro al mese a 13 euro.
Il decreto, sempre sulla base dei dati rilevati dall'Istat sulle variazioni del costo della vita nel 2009, fissa un aumento dello 0,7% degli importi pensionistici per l'anno 2010. L'aumento di una pensione al minimo sarà di 3,2 euro al mese. Le pensioni erogate dal fondo lavoratori dipendenti, che chiude con un avanzo di esercizio di 6 miliardi e 128 milioni di euro ed il cui importo medio annuo è pari a 10381 euro, aumenteranno di € 5,58 al mese. Le pensioni erogate dal fondo dei lavoratori parasubordinati (i precari), in attivo di 7 miliardi e quattrocentotrentotto milioni ed il cui importo medio annuo è di euro 1160 aumenteranno di 54 centesimi al mese. Le pensioni erogate dal fondo dirigenti di azienda, in passivo di 3 miliardi e 475 milioni, il cui importo medio annuo è di € 43.377 aumenteranno di 23 euro al mese.
La grande stampa e le reti Tv hanno "archiviato" i pensionati, gli anziani ed i loro problemi, parlano d'altro!
Eppure tutti i rilevamenti statistici indicano che un numero crescente precipita nella povertà e vi trascina la famiglia. Lo scandalo, perché di scandalo si tratta, è il negare l'aumento del costo della vita nel 2009 e che pensioni e salari non avrebbero perso potere di acquisto. E' il Cnel a dichiarare nel mese di giugno che, rispetto allo 0.5 di inflazione rilevata dall'Istat, per un pensionato con una pensione di 655 euro al mese l'inflazione ha inciso del 2,6%.
Vi è poi da rilevare l'iniquità del sistema di perequazione automatica delle pensioni in quanto lascia completamente sganciate le pensioni dagli aumenti contrattuali; in quanto si basa su un paniere di prodotti che non tengono conto di consumi (vitto, assistenza, medicine, cure etc.) propri degli anziani; in quanto la pensione viene rivalutata con un anno di ritardo; in quanto la perequazione percentuale degli importi pensionistici sancisce che per chi percepisce una pensione minima il costo della vita aumenta di meno, rispetto a chi percepisce una pensione medio-alta: nel 2010 ad un dirigente di azienda viene riconosciuto un aumento per la crescita del costo della vita di 23 al mese, ad un pensionato al minimo di 3,2 euro al mese, ad un precario di 54 centesimi al mese. Ma lo schiaffo ai pensionati è ancora più cocente a fronte di un avanzo crescente dell'Inps di diversi miliardi di euro ogni anno e che fa esclamare al Ministro del Tesoro «…se non ci fosse l'Inps...» in quanto l'avanzo, come da anni avviene per l'Inail, viene utilizzato dal Tesoro per finanziare la guerra in Afghanistan, grandi opere pubbliche che quasi sempre devastano l'ambiente e la spesa corrente.
E' sconfortante rilevare che di fronte al decreto del ministero del Lavoro e del Tesoro non vi siano reazioni. Non risultano nemmeno interrogazioni parlamentari. Gli stessi sindacati dei pensionati si limitano ad informare le loro strutture di base per metterle in grado di spiegare agli iscritti il motivo della diminuzione della rata di pensione di gennaio. I tre sindacati dei pensionati hanno dal 2008 presentato al governo una piattaforma relativa alla detassazione delle pensioni, ad un diverso sistema di rivalutazione delle pensioni, sulla non autosufficienza ma per ora sono stati ignorati.
Ricordo con nostalgia le grandi lotte e manifestazioni dei pensionati per l'aumento delle pensioni e dei salari, per il lavoro, per la democrazia. I pensionati sono intimiditi da una campagna che li accusa di essere dei "privilegiati" nei confronti dei figli e nipoti disoccupati e precari. Si sono esercitati a demolire la figura dell'anziano la destra, la Confindustria, economisti ed esponenti di spicco del Partito democratico che in questi mesi di crisi continuano ad accusare i pensionati di essere dei privilegiati dato che riscuotono l'intero importo della pensione quando i disoccupati ed i cassaintegrati crescono in modo esponenziale. Di fronte ad un evidente e documentato impoverimento degli anziani e ad un decreto che fissa in 12 centesimi al giorno la rivalutazione delle pensioni minime (458 al mese), e di 19 centesimi al giorno per le pensioni medie del fondo lavoratori dipendenti e di 2 centesimi per la pensione media dei parasubordinati indignarsi non basta. Occorre che pensionati e lavoratori si facciano sentire, che urlino il loro sdegno e la loro rabbia, che il Pd se c'è batta un colpo ma anche i sindacati dei pensionati e la confederazioni sindacali dovrebbero reagire.
E' bene ricordare a tutti che i pensionati hanno lavorato una vita intera, spesso in ambienti malsani e rischiando la vita; che hanno versato una quota consistente di salario (33%) per poter contare su una pensione decente, che hanno con sacrificio cresciuto le famiglie e fatto studiare i figli, che hanno pagato le tasse fino all'ultimo centesimo; che molti di loro hanno lottato (scioperato-manifestato) non solo per loro, ma per i diritti di tutti e sono riusciti a strappare condizioni occupazionali, salariali, sociali che oggi vengono pesantemente rimesse in discussione. Non si può offenderli con una elemosina di qualche centesimo al mese.

Sante Moretti

Liberazione
13/12/2009

7 dicembre 2009

Una grandissima assemblea al Teatro Brancaccio fonda il percorso di costruzione della FDS e, subito dopo, un milione di manifestanti a Roma



Avanti tutta! La partenza sociale e politica del 5 dicembre

Il 5 dicembre è stata proprio una bella giornata! Al mattino, in un teatro Brancaccio strapieno, è nata la Federazione della Sinistra. Al pomeriggio un mare di persone, soprattutto giovani, ha invaso le strade di Roma per dire che non ne può più del governo Berlusconi.
La mia opinione è che le due cose assieme possono essere la chiave di volta su cui lavorare per ridare una speranza al popolo della sinistra.
Andiamo con ordine! La sinistra di alternativa, che fino a due anni fa poteva contare su un consenso elettorale del 12 per cento, è stata spazzata via per due motivi. Perché partecipando al governo Prodi ha deluso le aspettative dei suoi elettori e perché la sua classe dirigente non è risultata credibile, poiché in questi anni ha prodotto solo abbandoni, scissioni e frammentazioni.
Che cosa è la Federazione della Sinistra se non il tentativo di capovolgere questa situazione?
Da un lato, infatti, è stato elaborato un documento politico che definisce con chiarezza che la Federazione si muove su un piano di autonomia dal Pd, non si riconosce in un sistema bipolare e ritiene che ciò che serve in questo paese non sia una sinistra che guarda al centro, ma una sinistra che faccia opposizione dura al Governo e alla Confindustria. Dall’altro lato, finalmente, la Federazione unisce, getta le basi per la ricostruzione di una sinistra che abbia una massa critica minimamente significativa. Il contrario delle scissioni di tutti questi anni. E se lavoriamo bene sono certo che questo può essere l’inizio di un ben pià vasto processo riaggregativo. E’ innegabile che tutte le scissioni che ha subito Rifondazione Comunista siano fallite: hanno indebolito il Prc, ma non hanno costruito nulla di significativo, anzi. Allora io dico: una parte di quelle forze si stanno già rimettendo assieme nella Federazione, c’è posto anche per tutti gli altri! Facciamo della Federazione la Linke italiana! Possibile che i nostri avversari riescano ad unire tutto per tenere in mano il potere e noi ci sbricioliamo in mille gruppetti? Oggi al Brancaccio abbiamo gettato le fondamenta di questo straordinario progetto riaggregativo, facciamolo vivere nelle lotte e in tutti i territori!

Come dicevo l’altro fatto positivo è la straordinaria manifestazione contro Berlusconi, organizzata spontaneamente dal popolo della rete. Questo successo, politico e di partecipazione, ci dice tante cose sulle quali dovremo soffermarci. Intanto faccio due brevi riflessioni, e vorrei sentire anche il vostro parere. La prima riguarda questa straordinaria opportunità che è la rete, cioè la possibilità di comunicare, di relazionarsi alla pari, dove tutti possono prendere la parola, dove non si subisce una informazione, ma dove la si crea, insieme. Dobbiamo puntare decisamente su questo mondo. I giovani ormai attingono da lì non solo le informazioni, ma, nella rete, come si è visto oggi, creano potenti momenti di organizzazione e di mobilitazione. La sinistra, a partire da Rifondazione comunista, è rimasta indietro, dobbiamo lavorare per recuperare terreno.
La seconda riflessione riguarda il fatto che, nonostante tutte le batoste e le delusioni, in questo paese c’è una strardinaria disponibilità alla lotta.
C’è un popolo che non si rassegna. E questa è la grande opportunità che abbiamo: riconnetterci con quel popolo! Impresa non facile per quello che è successo in questi anni, ma non impossibile. In ogni caso dobbiamo provarci. Per spiegarmi con una metafora: la manifestazione di oggi è l’acqua dove il pesce della Federazione deve nuotare. Certo, abbiamo dei concorrenti, come l’Italia dei Valori. Insidiosi perché oggi appaiono come i più coerenti e perché godono della grancassa mediatica. Ma non dobbiamo spaventarci più di tanto. Anche Di Pietro dovrà sciogliere tanti nodi se vorrà essere credibile con questo popolo che oggi lo appoggia. Sta a noi, con la nostra presenza contendere questo spazio e far emergere le contraddizioni dell’Italia dei Valori. A partire dal fatto che mentre la piazza di oggi era piena di giovani precari, il partito di Di Pietro in Europa fa parte del gruppo dei liberali che, in questi anni, è stato la punta più avanzata nel precarizzare il lavoro. Infatti all’indomani delle recenti elezioni tedesche Di Pietro non si è complimentato con il successo della Die Linke, ma con i Liberali tedeschi, cioè con quel partito che critica da destra la Merkel perchè troppo poco liberista. E non ci siamo dimenticati che se non è stata istituita una commissione di inchiesta per far luce sul G8 di Genova è stato per il mancato sostegno dell’Italia dei Valori.
Detto questo il 5 dicembre è stata una gran bella giornata, abbiamo messo assieme una proposta unitaria per la sinistra e abbiamo fatto una grande manifestazione contro Berlusconi, con tante, tante bandiere rosse.

Claudio Grassi

3 dicembre 2009

Il vero problema per il mondo del lavoro è certamente questo governo confindustriale ma, anche l'esistenza di un Partito Democonfindustria

Gli ambigui risvolti del "contratto unico"

I datori di lavoro, in caso di necessità, godono di ampia facoltà di licenziamento, come dimostra il calo dell'occupazione. Ora con proposte più o meno sofistificate si vuole tornare all'abolizione della "giusta causa".

Sembra trascorso un secolo dalle esternazioni di Giulio Tremonti sull’importanza del “posto fisso” . Le politiche del governo continuano a privilegiare la precarietà, a partire dai settori pubblici. Un merito, però, va sicuramente riconosciuto all’inquieto ministro dell’Economia: aver contribuito a stimolare una riflessione sulle conseguenze della massiccia dose di flessibilità (precarietà) introdotta, nel nostro paese, nel corso degli ultimi anni. Infatti sono tornati di grande attualità temi quali gli ammortizzatori sociali, il salario minimo, le partite Iva e, in particolare, il cosiddetto “contratto unico”.

Il tema è stato oggetto di commenti, ai quali rinviamo, sulle pagine di questa rivista. Personalmente, ho cercato di dimostrare che il nuovo contratto di lavoro a tempo indeterminato comporterebbe, in realtà, un notevole arretramento, in termini di diritti e tutele; e innanzitutto una sostanziale “moratoria” sull’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Sul campo vi è la proposta di Tito Boeri che ha già alimentato un ampio e controverso confronto; e vi è il più preoccupante, a mio parere, disegno di legge presentato al Senato da Pietro Ichino. In questa sede, tralasciando qualsiasi tipo di considerazione di carattere politico - e nel rispetto della necessaria sintesi - mi limiterò a evidenziare quali sono gli elementi di merito che, a mio giudizio, rendono la proposta Ichino (ddl nr. 1481/09 - “Per la transizione a un regime di flexsecurity”), addirittura peggiore della soluzione (tenacemente) suggerita da Boeri.

Il primo dato (comune) è rappresentato dall’assunto secondo il quale il dualismo esistente tra gli insider e gli outsider si risolve - a favore dei secondi - attraverso il ridimensionamento delle presunte posizioni di rendita godute da alcune fasce di lavoratori. In verità, già questo primo elemento presenta, per le motivazioni addotte a sostegno, un carattere strumentale e fazioso. Infatti, se, come motiva Ichino, la “rendita di posizione” di cui godrebbero alcune categorie di lavoratori - naturalmente, è scontato che il riferimento è all’art. 18 della legge 300/70 - fosse realmente responsabile della cattiva allocazione dei lavoratori, il problema, a ben vedere, non si porrebbe affatto. E’ noto a tutti, infatti, che i datori di lavoro, in caso di necessità, godono di ampia facoltà di licenziamento. I dati relativi al calo dell’occupazione realizzatasi nel corso degli ultimi mesi - ben oltre quanto previsto, rispetto alla frenata della produzione - lo confermano in modo inequivocabile e, direi, drammatico.

Probabilmente, il motivo reale (inconfessabile) della critica delle cosiddette posizioni di rendita è da ricercare, invece, nella mai sopita speranza di ridurre i lavoratori a veri e propri “ostaggi” (appunto, flessibili) privi di qualsivoglia difesa contro licenziamenti (anche) arbitrari e senza giusta causa. La seconda motivazione appare più “raffinata”, ma non per questo meno funzionale al disegno teso a superare la tutela offerta dall’ art. 18. Infatti, è sin troppo semplice - direi, scontato - rilevare che i giovani in procinto di entrare nel mercato del lavoro preferirebbero il modello di flexsecurity proposto da Ichino, piuttosto che restare “prigionieri” di una miriade di tipologie contrattuali “atipiche”, che ne comprometterebbero il futuro lavorativo e la stabilità sociale. E’ evidente, invece, che gli stessi giovani - se richiestogli, dalla stessa indagine - gradirebbero patire meno precarietà e beneficiare di migliori tutele; proprio quelle che Ichino considera posizioni di rendita da smantellare.

Un altro elemento che accomuna il “contratto di transizione” di Ichino al contratto unico di Boeri, è la durata del periodo di prova, esteso (per tutti) a sei mesi. Inoltre entrambi prevedono la parificazione della contribuzione previdenziale dei lavoratori subordinati e dei collaboratori autonomi continuativi, o “a progetto”, ma differiscono sulla durata del cosiddetto “inserimento”. A fronte dei tre anni previsti da Boeri - propedeutici alla “stabilizzazione” - il Ddl indica una misura da “Guinness World Records”: la fase di inserimento prevista da Ichino si estende, infatti, ai primi venti anni!

La proposta prevede che all’atto dell’eventuale cessazione del rapporto di lavoro - in conseguenza di un licenziamento per motivi economici o organizzativi, anche qui, senza possibilità di far valere l’obbligo della “giusta causa” - al lavoratore spetti un’indennità pari a tanti dodicesimi della retribuzione lorda goduta nell’ultimo anno di lavoro, quanti sono gli anni di anzianità di servizio in azienda. Il datore di lavoro è obbligato al rispetto di un preavviso non inferiore a un periodo pari a tanti mesi quanti sono gli anni di anzianità di servizio del lavoratore, con un massimo di dodici mesi. All’atto del preavviso, al lavoratore è concessa la facoltà di cessare immediatamente il rapporto, con conseguente godimento della suddetta indennità economica, oppure, in alternativa, continuare la prestazione lavorativa fino al compimento del periodo di preavviso. Anche qui, quella che dall’autore viene configurata come un’opzione a favore del lavoratore, si rivela, in realtà, una soluzione addirittura peggiorativa rispetto alla proposta Boeri.

Giusto per averne un’idea, un lavoratore con tre anni di anzianità di servizio, licenziato in regime di “contratto unico”, avrebbe titolo - all’atto della risoluzione contrattuale - a un’indennità economica pari a sei mensilità di retribuzione. Lo stesso lavoratore, in applicazione della tipologia contrattuale prevista dalla proposta Ichino, potrebbe optare per la cessazione immediata del rapporto di lavoro - con godimento di un’indennità pari a tre mensilità - oppure per la prosecuzione della prestazione lavorativa per ulteriori tre mesi. All’atto della risoluzione formale del rapporto, nulla più gli sarebbe dovuto.

Tra l’altro, di là dalle migliori intenzioni, appare evidente che l’ipotesi di un periodo di preavviso “lavorato” così lungo - che, credo, finirebbe per rappresentare l’opzione di maggioranza - per un licenziamento comunque “revocabile”, in qualsiasi momento, in modo unilaterale dal datore di lavoro, rappresenterebbe una sorta di “spada di Damocle” periodicamente sospesa sul capo dei lavoratori interessati. Si tratterebbe, inoltre, di un forte elemento di pressione e condizionamento delle scelte dei lavoratori; soprattutto rispetto alla libertà d’iscrizione a un’organizzazione sindacale.

Contemporaneamente, il suddetto disegno di legge prevede (anche) il “contratto di ricollocazione al lavoro” che, per dirla con l’autore, introdurrebbe un’assicurazione contro la disoccupazione di livello scandinavo. In sostanza, al lavoratore licenziato sarebbe corrisposto - attraverso un’Agenzia “paritetica”, finanziata dalle imprese sottoscrittrici dei contratti di transizione e da eventuali contributi regionali e del Fondo sociale europeo - un “trattamento complementare”, a scalare nel tempo, dal 90 al 60 per cento dell’ultima retribuzione, con un limite massimo di quattro anni.
Su questo punto, di là dalla naturale condivisione di un’ipotesi che concorra a stimolare l’opportuna riforma delle cosiddette “politiche passive del lavoro” in linea con gli standard europei, permane la naturale ritrosia alla costituzione dell’ennesimo Ente bilaterale “di scopo” che, a mio parere, contribuirebbe a determinare un’ulteriore “perdita d’identità” del sindacato confederale italiano; almeno così come lo abbiamo conosciuto fino a qualche anno fa.

In ogni caso, per concludere, credo che sarebbe una vera iattura se, considerate le premesse, la posizione ufficiale del maggior partito di opposizione - rispetto alle tematiche del lavoro - dovesse rivelarsi ufficialmente convergente con la riforma proposta da Ichino.

di Renato Fioretti
Collaboratore redazione di lavoro e Salute