30 novembre 2009

L'informazione sociale online di Rifondazione Comunista

CONTROLACRISI.ORG - Notizie, Conflitti, Lotte...

È nato ControLaCrisi.org (http://www.controlacrisi.org/), uno spazio di informazione in tempo reale a cura del Partito della Rifondazione Comunista.
ControLaCrisi.org è uno strumento realizzato per rispondere all'esigenza, espressa da molti, di essere informati "bene" e "subito".
Con la combinazione di nuove tecnologie e programmi informatici è stato possibile racchiudere in questo strumento le funzioni di aggregatore avanzato di notizie (in grado di importare per intero testi e foto), social network e servizio di newsletter automatico.

Ogni ora tutte le notizie provenienti dalle diverse fonti di informazione del web (ansa, adnkronos, repubblica, corriere, carta, ilsole24ore, cgil, fiom, rdb, etc.) vengono filtrate attraverso alcune parole chiave (crisi, conflitti, scioperi, licenziamenti, lavoro, welfare, etc.), selezionate e pubblicate contemporaneamente sul sito (http://www.controlacrisi.org/), sulla pagina di Facebook “CONTROLACRISI" e nella newsletter che tutti gli iscritti riceveranno ogni sera.

29 novembre 2009

La cultura invasiva della destra sociale, fatta di luoghi comuni, egoismi, sentimenti di pancia in perfetto connubio con la violenza dei leghisti

La finta logica della destra sofista

" H ai un cane - sì - ed il cane ha dei cuccioli - sì - quindi il cane è un padre ed è tuo, ergo è tuo padre ed i cuccioli sono tuoi fratelli": riadattamento dal dialogo platonico Eutidemo che Bertrand Russell cita, per intero, nella sua Storia della filosofia occidentale, a proposito dei sofisti. Bene i nostri baldi politici di destra sono, ora, i novelli sofisti.
Nella storia della filosofia, i sofisti - sapientissimi - rappresentano un caso emblematico. Svillaneggiati e criticati già al loro apparire, nel V secolo avanti cristo, in Grecia, avevano portato nelle città stato della Grecia alcuni comportamenti scandalosi, mai prima possibili. Lasciamo da parte le cause del loro apparire, e vediamo gli effetti culturali. Questi dotti si facevano pagare - scandalo - per insegnare ai figli delle classi abbienti, aristocratici e demos, che avevano soldi per poterselo permettere: soldi in cambio del sapere, altro scandalo, ovvero, come avere ragione dei loro interlocutori in pubblico o come convincere un'assemblea di cittadini. Tutto ciò indipendentemente dalla verità del loro dire. Non era importante cosa dicessero, ma come e quando.
Luoghi comuni al momento giusto, sbriciolare ed infarinare un discorso usandolo alla bisogna, utilitaristicamente. Ironia, derisione, vendette terminologiche, ripetitività debordante di una frase o di un concetto. Basti vedere come tali pratiche siano usate dai vari Brunetta - il campione della ripetizione infinita di brevi frasi - Ghedini, Lupi, Tremonti ed in primis Berlusconi, per capire cosa voglia dire avere ripreso e rianimato il discorrere sofista.
Russell li identifica come meccanici del linguaggio. Smontano e rimontano senza sosta frasi ad effetto. Naturalmente i moderni sofisti sono aiutati dai moderni mezzi di informazione, la televisione in testa e dalle inquadrature ad hoc. Ad esempio. Quando parla un politico di campo avverso, si scuote la testa e si ride, inquadrati da un regista compiacente, mente l'altro parla. Ciò produce un chiaro effetto di denigrazione. Ma è sull'eloquio che vogliamo appuntare la nostra analisi. Non importa cosa si dice ma quando e come. Bene. Se Berlusconi, anni 73, passa le notti con prostitute e da tempo lo si scrive sui giornali, basta rovesciare la frittata e denunciare, ripetutamente ad ogni momento, l'accanimento della stampa verso il felice gaudente. Quindi non è l'atto riprovevole che resta in mente a chi ascolta tali discussioni, in televisione e sui giornali, ma diviene errore dirlo con forza, diviene sbagliato.
Tremonti afferma, dopo decenni di inneggiamenti e di ubriacatura della flessibilità, che il posto fisso è l'unico adatto per i lavoratori in Italia. Non importa se ciò corrisponde ad una evoluzione storica di un pensiero economico, ma trova il suo significato nell'impatto sorprendente, nel risultato inaspettato che provoca nel mondo dell'economia e della politica italiana. I fini sono sempre tendenti ad impressionare, sorprendere, senza altro aggiungere. Le case in Abruzzo? Ma eccole. Non sono per tutti e non le ha costruite il governo ma la Provincia di Trento? Eccole comunque. «Io avevo promesso case - sempre Berlusconi - queste sono case, quindi le mie promesse sono state assolte». A Messina tutto smotta, morti e feriti: d'ora in avanti basta con case abusive! Come proclama niente male ed anche come autodenuncia di reato.
Cosa passa dopo quelle parole? Mi pare evidente che sia la denuncia di intenti verso il futuro. I tempi della vita sono sempre risolti sofisticamente. Cosa sono il passato ed il presente di fronte ad un futuro radioso, sempre prospettato come tale? «Non hai più ciò che hai perso, e perciò hai ciò che non hai perso. Ma non hai perso le corna e perciò sei cornuto» (Ludovico Geymonat, "Il pensiero scientifico"). Quindi puoi promettere continuamente ciò che non hai ancora fatto, dato che non lo hai fatto. E ciò che non hai fatto non lo puoi perdere e perciò sei sempre al posto giusto promettendolo, promettendo ciò che non hai ancora/mai fatto.
Questa è lo stato della destra sofista in Italia, con Berlusconi a fare da traino. Come lo si combatte? Evidentemente non seguendolo sulla stessa strada, ma impostando storicamente un modo alternativo, giusto - la verità - del fare politica. Ma se non si scende sul terreno dei fatti - che sono notoriamente duri, Levi Bruhl, Durkheim - non si può sperare di vincere i maestri moderno-sofisti. Sono troppo bravi. La vita reale però è altra e va ricollegata, ricucita socialmente. Altrimenti vince sempre l'individualismo libero e distruttivo. Non toccherà certo a me? O almeno lo spero.


Tiziano Tussi
26/11/2009

22 novembre 2009

Per una giustizia giusta contro chi procura morte tra i lavoratori, consapevolmente, per i propri profitti


BASTA MORTI SUL LAVORO!!!
> Basta amianto!
> Basta morti sul lavoro, da lavoro, da inquinamento!
> Giustizia per i morti per il profitto dei padroni !
> Diritti per tutti i lavoratori esposti all´amianto!
> Tutela riconoscimento e cura delle malattie professionali !
> Elezione diretta e più poteri agli rls, che devono essere tutelati
> Postazioni ispettive interne ai posti di lavoro - controllate dai lavoratori
> Corsia preferenziale per i processi sulle morti sul lavoro e sulla salute esicurezza sui posti di lavoro
> Riconoscimento e sostegno ai familiari e alle loro associazioni

Via il governo del peggioramento del testo unico che riduce i controlli e le sanzioni ai padroni
responsabili di morti e infortuni, Basta precarietà e disoccupazione che uccidono!
Torino 10 dicembre 2009 ore 9,00 tribunale processo Eternit Manifestazione Nazionale
Partecipano e sono invitati a partecipare: lavoratori, delegati e RLS di tutte le org. sindacali, associazioni familiari, ispettori e tecnici della prevenzione, medici e giuristi impegnati, associazioni immigrati, comitati per la salute e l'ambiente, forze politiche e sociali interessate, giornalisti, artisti ...
Per adesioni: Rete Nazionale per la Sicurezza nei Luoghi di Lavoro
bastamortesullavoro@gmail.com

20 novembre 2009

Rifondazione: non solo giustizia, in piazza per il lavoro, l'acqua pubblica, l'ambiente, nucleare


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In difesa della Costituzione

di Domenico Gallo

La manifestazione in programma per il 5 dicembre, convocata attraverso una straordinaria mobilitazione politica dal basso, è frutto della crescente consapevolezza che siamo precipitati in un tempo politico drammatico in cui è messa in gioco la sopravvivenza della Costituzione, cioè della nostra patria, in quanto la Costituzione è la patria dell'ordinamento politico.
Non possiamo non vedere che questo luogo politico, la Repubblica democratica con il suo patrimonio di beni pubblici repubblicani, è stato invaso da un esercito di occupazione che si sta impegnando con la massima solerzia a smantellare tutti (proprio tutti) i beni pubblici repubblicani. Non si tratta soltanto della seconda parte della Costituzione che viene contestata e delegittimata ogni giorno con gli attacchi ai giudici, alla corte Costituzionale ed al presidente della Repubblica (quando si mette di traverso), ma anche della prima parte, con l'attacco ai beni fondamentali della vita, come l'acqua, ed ai fondamenti della dignità umana e dell'eguaglianza, fino alla riesumazione strisciante delle leggi razziali.
Quando le truppe tedesche hanno invaso l'Italia, tutte le forze vive, tutti i patrioti, si sono opposti ed hanno unito i loro sforzi creando il Comitato di Liberazione Nazionale, nel quale sono confluite forze e culture diverse (dai comunisti ai badogliani), che hanno messo da parte le loro divergenze per perseguire l'obiettivo comune della salvezza della patria.
In questa contingenza storica, di nuovo un pericolo mortale minaccia la patria-Costituzione. Come avvenne con la Resistenza, ora come allora, occorre chiamare a raccolta tutte le energie spirituali, tutte le culture, tutte le forze politiche e tutti gli uomini di buona volontà, che riconoscono nella Costituzione la loro patria, ad agire con fermezza.
Di fronte a questa esigenza, tutte le forze politiche, che riconoscono valore ai beni pubblici repubblicani, devono mettere da parte le differenze (non cancellarle) ed impegnarsi in una fortissima unità d'azione per scacciare l'esercito di occupazione che dilaga nel territorio della patria. Non esistono alternative all'unità.
L'unità è imposta dalla legge elettorale che, attraverso lo strumento del premio di maggioranza impone che un solo esercito possa sfidare le forze di occupazione.
Anche se le radici del malessere della democrazia italiana vengono da lontano, è stato lo sciagurato scioglimento dell'Unione, nel 2008, a determinare questo disastro. Lo scioglimento dell'Unione è stato come lo sbandamento dell'esercito italiano l'8 settembre: ha tolto di mezzo il principale ostacolo all'occupazione della patria da parte dell'esercito invasore.
Se la posta in gioco è la sopravvivenza della democrazia repubblicana, cioè della patria, allora tutte le forze si devono coalizzare, tutte le energie devono essere chiamate a raccolta. Non si può dire, come irresponsabilmente si è fatto nel 2008: questo sì, questo no.
Solo una forte mobilitazione popolare dal basso può ricomporre l'unità delle forze democratiche intorno ai valori supremi della Costituzione per rovesciare la corsa verso l'abisso e riaprire il futuro alla speranza.


il manifesto del 20/11/2009

14 novembre 2009

Risponde Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista

La politica - oggi come mai - è molto lontana dai problemi della gente. Discute dei propri guai, dei processi di Berlusconi, del modo migliore di controllare i giudici o i media. O di come adeguarsi a questo andazzo dando l'impressione di fare un'«opposizione responsabile». Chi, come noi, è fuori dal «giro giusto», fa parte di un altro mondo, è invisibile. Bene, se questa è la situazione, sarà meglio che cominciamo a discutere insieme su come si va avanti, come ci si confronta, organizza, mette insieme. E perché farlo. Tra noi, tra persone che fanno i conti ogni giorni con le conseguenze della crisi economica, con il lavoro che manca per i figli e per i padri, con le pensioni dei nonni ormai ridotte – quando va bene - a ultimo «ammortizzatore sociale» familiare. Non per consolarci con i guai comuni, ma per trovare la forza, le ragioni, i modi, di diventare soggetto collettivo. Di uscire dalla solitudine forzata, in cui magari ognuno si sente «padrone in casa sua», ma appena fuori dalla porta torna ad essere una preda. Dei poteri forti, delle imprese, delle faine con due gambe.

Il "No-Berlusconi Day" può diventare il No Berlusconi di sempre?
Per inviare domande è necessario iscriversi

http://www.rifondazione.it/fr/index.php

11 novembre 2009

La liberazione da regimi certamente oppressivi coincise con la vittoria del capitalismo più selvaggio


Ottantanove, un passaggio ambiguo e pericoloso

Pubblichiamo stralci di un articolo dell'ex eurodeputata di Rifondazione comunista già uscito nell'ultimo numero della rivista "Nuvole" (www.nuvole.it).
Luciana Castellina

Vorrei concedermi - e me ne scuso - una breve nota autobiografica. Mi è necessaria affinché, chi di quei tempi antichi che sono ormai gli anni a cavallo fra i '60 e i '70 non può avere memoria (o ha scelto di non averla), non sia spinto a pensare che io sia una incallita ortodossa conservatrice comunista. Perché dico che l''89 non è la data di una gioiosa rivoluzione libertaria, ma un passaggio assai più ambiguo e gravido di conseguenze, non tutte meravigliose.
Insomma: per sgomberare il campo da possibili equivoci voglio ricordare che io, assieme ad altri, dal Pci fui, nel '69, radiata anche perché ritenevo che il sistema sovietico fosse ormai irriformabile e non più difendibile.
Vent'anni dopo, nell'‘89, era ancora più chiaro che, se il comunismo poteva avere ancora un futuro (come noi pensavamo), non era certo in continuità con l'esperienza sovietica. Una rottura era dunque indispensabile, ma non una qualsiasi. In merito più che mai necessaria appariva una riflessione critica di tutte le forze che a quella storia si erano ispirate se volevano avere ancora un ruolo. Che invece non ci fu.
Se insisto nel dire - e oggi, ad altri vent'anni di distanza è ancora più evidente - che in quell'autunno dell'‘89, vi fu certo liberazione da regimi diventati oppressivi, ma non una risolutiva liberazione, è perché il crollo del Muro si verificò in un preciso contesto: non per la vittoria di forze animatrici di un positivo cambiamento, ma come riconquista da parte di un Occidente che proprio in quegli anni, con Reagan, Thatcher e Kohl, aveva avviato una drammatica svolta reazionaria.
Al dissolversi del vecchio sistema si fece strada il capitalismo più selvaggio e ogni forma di aggregazione nella società civile, espressione di qualche valore collettivo, venne cancellata, lasciando sul terreno solo ripiegamento individuale, egoismi, prepotenza, quando non peggio. Anche qui da noi, la morte del socialismo sovietico è stata vissuta come rinuncia ad ogni ipotesi di cambiamento. Persino un liberal democratico come Bobbio, che certo comunista non era, ebbe - lucidamente - a preoccuparsene.
Non era scontato che andasse così. Voglio dire che c'erano altri scenari possibili e che a quel risultato si è invece arrivati perché si era nel frattempo consumata una storica sconfitta della sinistra a livello mondiale, e il 1989 è una data che ci ricorda anche questo. Se il Pci avesse operato la rottura che poi operò nel 1981 con il sistema sovietico quando noi lo avevamo chiesto, in quegli anni '60 in cui i rapporti di forza stavano cambiando a favore delle forze di rinnovamento in tutti i continenti, sarebbe stata ancora possibile una uscita "da sinistra" dall'esperienza sovietica, non la capitolazione al vecchio che invece c'è stata.
Già all'inizio degli anni '80 il mondo era cambiato, alla fine del decennio era ulteriormente peggiorato.
Nel terzo mondo i paesi di nuova indipendenza, che avevano cercato di sottrarsi al neocapitalismo, erano ormai largamente finiti nelle mani di corrotte cosche "compradore", affossate quasi ovunque le grandi speranze che avevano animato i movimenti di liberazione che li avevano portati all'indipendenza.
Il solo paese che aveva ostinatamente cercato di seguire un modello diverso da quello imposto dalla burocrazia moscovita, la Jugoslavia, si trovava - morto Tito - alla vigilia di un conflitto interno che l'avrebbe dilaniata. Sotterrata, anche, l'illusione accesa dallo schieramento di Bandung di cui Belgrado era stata animatrice e che per qualche decennio aveva realmente contribuito a limitare l'arroganza delle due grandi potenze.
Il movimento operaio, in Occidente, era costretto a una linea difensiva per impedire che le conquiste dei decenni precedenti fossero rimangiate (e infatti lo furono). Il '68, appariva ormai addomesticato dalla rivoluzione passiva che i ceti dominanti erano riusciti a effettuare, integrando quanto in quello straordinario movimento c'era di indolore e cancellando ogni suo segno alternativo.
La leadership socialdemocratica europea - Brandt, Palme, Foot, Kreisky - che aveva coraggiosamente puntato a rimuovere la cortina di ferro col dialogo anziché con la minaccia militare, ovunque ormai scomparsa dalla scena, espulse dall'o.d.g. le proposte di denuclearizzazione almeno della fascia centrale europea.
In Italia, si collocava un Pci che prima aveva troppo tardato a prendere atto della crisi sovietica, e poi aveva accantonato il tentativo cui Berlinguer, prima della sua morte improvvisa e inaspettata, aveva lavorato: l'idea di non trarre «dall'esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d'ottobre» conclusioni liquidatorie di ogni ipotesi alternativa, ma anzi, l'indicazione di una possibile "terza via", ipotesi sulla quale aveva del resto intrecciato un fruttuoso scambio anche con settori importanti della socialdemocrazia. Proprio dalla caduta del Muro, il Pci, il più grande partito comunista dell'Occidente, ancora forte di quasi due milioni di iscritti e di quasi un terzo dei voti, prendeva spunto per proporre il proprio scioglimento, accingendosi ad una frettolosa abiura. Laddove, proprio in Italia, a differenza di altri paesi, sarebbe stato invece possibile un altro tipo di svolta: perché la rottura con l'Urss si era ormai consumata da tempo e la critica ai sistemi che aveva generato era non più patrimonio di piccole minoranze (come per molti versi era stato, vent'anni prima, all'epoca della radiazione del gruppo de Il Manifesto ), bensì di una larga maggioranza di iscritti al partito e di elettori. Avrebbe potuto essere l'occasione, finalmente, per una riflessione critica sulla propria storia che così non c'è stata. Complessivamente nessuno sforzo serio fu compiuto per riflettere criticamente su cosa era accaduto, per trarre forza in vista di un più adeguato tentativo di cambiare il mondo, ma solo qualche ristagno nostalgico e, altrimenti, la resa a un pensiero unico che indicava il capitalismo come solo orizzonte della storia. Per me e molti altri la data dell'‘89 è anche data di questo lutto.
E' un discorso che non vale solo per i comunisti, del resto. Per il modo come il Muro è caduto era chiaro che un impatto ci sarebbe stato, alla lunga, anche sull'altra corrente del movimento operaio, la socialdemocrazia. La cui crisi, sempre più accentuata, ne è oggi palese testimonianza. Perché è la legittimità stessa di ogni idea di sinistra che è stata messa in discussione. Non solo: anche se i partiti socialdemocratici erano stati sempre molto ostili al blocco sovietico bisogna ben dire che le loro conquiste sociali sono state strappate in Europa anche grazie al fatto che la borghesia era stata costretta a dei compromessi. Perché c'era una società che, con tutti i suoi difetti, aveva però spazzato via il feudalesimo e la reazione. Senza il vento dell'est quelle conquiste sarebbero state impensabili. E' tutta la sinistra, insomma, che da quel tipo di crollo dell'Urss ha sofferto (...).
Se nel nostro pezzo d'Europa ci fosse stata una sinistra più forte e lungimirante, essa avrebbe potuto cogliere l'occasione dello scioglimento dei due blocchi politico-militari per dare nuova forza al soggetto Europa, così riequilibrando i rapporti di forza nel mondo. E invece la sua debolezza finì solo per avallare una resa incondizionata al blocco atlantico, lasciando tutti alla mercè del dominio incontrastato degli Stati Uniti. La guerra contro l'Iraq, la catastrofe palestinese, e infine l'Afghanistan sono lì a provarlo. Quanto alle vecchie "democrazie popolari", sono tornate allo status vassallo di protettorato a dipendenza del capitalismo occidentale, riservato tra le due guerre all'Europa centrale e balcanica.
L'esempio forse più illuminante di come malamente hanno proceduto le cose è quello dell'unificazione della Germania, che pure era stata sogno legittimo del popolo tedesco. A 20 anni da quell'evento, una inchiesta pubblicata sul settimanale Spiegel ci dice che il 57% dei cittadini della ex Repubblica Democratica Tedesca hanno nostalgia di quel regime. Che francamente non era davvero bello. Vuol dire dunque che l'integrazione è stata solo conquista, e che l'ovest è arrivato come un rullo compressore, cancellando ogni cosa, anche i diritti sociali che lì erano stati sanciti e oggi vengono rimpianti.
Se insisto ancor oggi a sottolineare le occasioni mancate dell'‘89, e i guasti che il non averle colte ha provocato, è perché nell'agiografica euforia con cui viene ora celebrato il ventennale della caduta del Muro anche da una bella fetta della stessa sinistra, c'è qualcosa di anche più pericoloso: lo spensierato seppellimento di tutto il XX secolo, come se si fosse trattato solo di un cumulo di orrori, da dimenticare. Senza alcun rispetto storico per quanto di eroico e coraggioso, e non solo di tragico, c'è stato nei grandi tentativi, pur sconfitti, del Novecento. Non solo: una riduzione gretta del concetto di libertà e democrazia, arretrato persino rispetto alla Rivoluzione Francese, che assieme alla parola liberté aveva pur collocato le altre due significative espressioni: egalité e fraternité , ormai considerate puerili e controproducenti obiettivi. Il mercato, infatti, non le può sopportare. Io non credo che andremo da nessuna parte se, invece, su quel secolo non torneremo a riflettere, perché si tratta di una storia piena di ombre, ma anche di esperienze straordinarie. Buttare tutto nel cestino significa incenerire anche ogni velleità di cambiamento, di futuro. In quelle settimane di precipitosa accelerazione della storia che culminò con la fiumana umana che attraversava festosa la porta di Brandenburgo, a Berlino c'ero anch'io. Certo partecipe di quella gioia, come si è contenti ogni volta che un ostacolo al cambiamento viene abbattuto. Ma la libertà vera, quella per cui in tanti che credono che un "altro mondo" sia possibile si battono, quella non ha trionfato. Per questo l'‘89 non è una festa, è un passaggio contraddittorio e difficile. Un'occasione per riflettere.


8 novembre 2009

Dati fuori dal mondo reale, i poteri economici e finanziari mettono parole farneticanti nella bocca di Berlusconi


Ripresa effimera

Da Parigi l'Ocse ci ha informati che il superindice dell'economia (una sorta di termometro) rileva «forti segnali di crescita in Italia, Francia, Gran Bretagna e Cina». A palazzo Chigi, Berlusconi come una molla ha rilanciato il dato Ocse e i suoi fedeli hanno calcato la mano, sostenendo che la sinistra dovrebbe vergognarsi di spargere allarmismo e riconoscere la bontà dell'azione di governo che sta portando l'Italia fuori delle secche della crisi.
Nessun dubbio che i dati Ocse siano positivi. Ma l'organizzazione parigina dice anche: stiamo attenti. E chiede di leggere i dati con cautela perché - è la sintesi - potrebbero nascondere non tanto una forte crescita, ma una crescita modesta rispetto al potenziale di lungo termine. Come dire: non c'è solo «un miglioramento dell'attività economica», ma più verosimilmente un attenuarsi del sentiero di crescita. Insomma, l'economia torna a salire, ma a livelli infimi. E non a caso, l'Italia tornerà - se tutto va bene - agli stessi livelli del Pil del 2007 soltanto nel 2013.
Sostiene l'Ocse che «una ripresa è chiaramente visibile negli Stati uniti». Vero: lo conferma il dato positivo del Pil nel terzo trimestre. Ma non tutto fila liscio e la conferma è arrivata ieri: in ottobre sono stati distrutti altri 190 mila posti di lavoro e le persone in cerca di occupazione sono ulteriormente aumentate, toccando quota 15,7 milioni, 558 mila in più in un solo mese. Il comunicato diffuso dal dipartimento al lavoro ci dice che dall'inizio della recessione (dicembre 2007) sono stati distrutti 8,2 milioni di posti di lavoro e il tasso di disoccupazione è salito al 10,2%.
Alcuni giorni fa, dagli Usa avevamo anche saputo che la produttività sta salendo a ritmi pazzeschi, mentre i salari stanno diminuendo. Bene per i profitti, malissimo per l'economia. Non solo per gli effetti sociali, ma anche per quelli più economici: la crescente disoccupazione e la riduzione dei salari, stanno portando a una contrazione della domanda, esaltata solo da quella dei consumi di «lusso». Anche gli investimenti ristagnano: perché quando la domanda di consumi è bassa, la produttività in crescita e la capacità produttiva inutilizzata a livelli storicamente molto alti, le imprese non sentono il bisogno di investire.
Noriel Roubini, l'unico economista ad aver previsto la crisi, nei giorni scorsi con un saggio (pubblicato in Italia da, Sole 24 ore) ha messo in guardia da questo tipo di ripresa e dalle follie finanziarie che stanno gonfiando nuove bolle speculative. Il messaggio è chiaro: senza una ripresa dell'economia reale, questa (ripresa) sarà effimera, di breve durata. Ma come fare per consolidarla, senza ripercorrere il vecchio modello di sviluppo che inevitabilmente condurrà a nuove crisi? Per Keynes certe decisioni di investimento non possono essere lasciate in mano al capitale privato. Senza essere così «estremisti» e pretendere la socializzazione dei mezzi di produzione, di spazio per la mano pubblica ce n'è in abbondanza. Per favorire la ripresa dell'accumulazione privata, sostituirla, se assente (anziché tagliare risorse come per la banda larga) e stimolare i consumi pubblici.

di Galapagos
su il manifesto del 07/11/2009

"TRUFFA TAV" Anche la Corte dei Conti, dal punto di vista delle proprie competenze, con le ragioni dei cittadini NOTAV

TAV: SINTESI DELLE IRREGOLARITA' RISCONTRATE DALLA CORTE CONTI

La Sezione centrale di controllo Corte dei Conti ha effettuato un controllo sulla gestione dei debiti accollati al bilancio dello Stato contratti da FF.SS., RFI, TAV e ISPA per infrastrutture ferroviarie e per la realizzazione del sistema “Alta velocità. Le risultanze sono sintetizzabili in 10 punti:
1) L’analisi critica della Corte si sofferma sul mancato rapporto tra l’entità e la durata degli investimenti e quelle dei beni acquisiti attraverso il pertinente indebitamento. Non di rado la lunghezza dei debiti collide con i tempi di obsolescenza dei beni acquisiti.
2) Il meccanismo studiato e realizzato non risponde ai canoni di ragionevolezza ed economicità.
3) I contratti si basavano su stime di flussi e di ritorni economici dell’opera non solo aleatori, ma anche irrealistici e sostanzialmente inesistenti.
4) Contemporaneamente si è verificata una rilevante sottostima dei costi dell’opera.
5) La Corte dei Conti ha verificato che chi assume le decisioni non ne porta le responsabilità e chi
eredita le responsabilità, non ha competenze né in materia istruttoria, né di vigilanza ed
ingerenza.Manca un’azione costante di verifica sull’operato dei manager pubblici, dai quali si ereditano gli effetti delle decisioni, con il risultato che gravi errori da questi commessi non vengono valutati sotto il profilo di una ipotetica responsabilità sociale.
6) Quel che è più grave, queste operazioni pregiudicano l’equità intergenerazionale, caricando in modo sproporzionato su generazioni future (si arriva in alcuni casi al 2060) ipotetici vantaggi goduti da quelle attuali. Sotto questo profilo la vicenda in esame è paradigmatica delle patologiche tendenze – della finanza pubblica – a scaricare sulle generazioni future oneri relativi ad investimenti, la cui eventuale utilità è beneficiata soltanto da chi li pone in essere, accrescendo il debito pubblico, in contrasto con i canoni comunitari.
7) In passato sono state operate scelte senza che fossero garantiti dibattito pubblico e confronto
trasparente fra opzioni, costi e benefìci, accompagnate dall’uso disinvolto di scorciatoie procedurali, in contesti che appaiono oggi palesemente inquinati.
8) La Corte sottolinea, altresì, l’esigenza di un raccordo trasparente tra le scritture patrimoniali dello Stato e delle Società partecipate, al fine di evitare la dispersione improduttiva di consistenti risorse pubbliche.
9) Le istruttorie dovrebbero essere caratterizzate da un preventivo studio delle alternative possibili, delle tecniche di valutazione adottate per le scelte effettuate, dei risultati attesi e dei possibili margini di scostamento e non apodittiche o ripetitive di tessuti normativi criptici.
10) Nella fondamentale prospettiva dell’equità intergenerazionale, in base alla quale i soggetti che beneficiano dell’investimento dovrebbero essere anche quelli chiamati a ripagarne i correlati debiti, la Corte raccomanda che la scelta delle modalità degli investimenti sia ispirata ai
principi–guida dell’efficacia dell’efficienza.
In parte detti debiti riguardano investimenti relativi alla rete tradizionale, in parte afferiscono alla operazione Alta Velocità e sono conseguenti all’abbandono precoce del project finance, promosso dalla ormai disciolta Società Infrastrutture.2002.
L’analisi della Corte ha messo in evidenza come sia stata posta in essere una sorta di cosmesi contabile al bilancio FF.SS., accollando all’Erario una consistente tranche del debito della holding, al fine di migliorarne indirettamente il conto economico.
Elementi di forte rischio emergono dai rapporti negoziali attivi e soprattutto passivi ereditati
dallo Stato poichè complesse clausole finanziarie penalizzano spesso la parte pubblica

3 novembre 2009

Curioso e inquietante, è la stessa proposta di Ichino (parte Marino), Treu (parte Franceschini) e Letta (Bersani) del PD

“Contratto unico”: l’alternativa al “Posto fisso” di Tremonti

L’ultima esternazione di Tremonti, inventore della “finanza creativa” e artefice dell’ultimo condono, quello, per intenderci, che, grazie al c.d. scudo fiscale, consentirà (anche) il rientro di capitali “sporchi” - in forma anonima e con una ridicola imposizione fiscale di appena il cinque per cento - è quella del “posto fisso”.
Naturalmente, le affermazioni dello stesso ministro che, appena qualche mese fa, invitava i disoccupati ad “andare a quel paese”, cercando di ridimensionare e ridicolizzare le ultime rilevazioni Istat - al fine disconoscere ed esorcizzare lo stato comatoso dell’occupazione - hanno destato sorpresa e suscitato l’interesse di molti.
Personalmente, non sono tra questi!
Non lo sono perché, all’abituale scetticismo circa le improvvise “conversioni” alle esigenze del benessere individuale e collettivo dei lavoratori - soprattutto se operate da noti interpreti e rappresentanti dell’ultra-liberismo e del c.d. libero mercato - associo la convinzione che, ancora una volta, siamo di fronte ad un “effetto annuncio”.
Siamo, a mio parere, all’ennesima riproposizione di un tema “caldo”, qual è la garanzia del posto di lavoro, strumentalmente utilizzato per suscitare un coinvolgimento mediatico e, contemporaneamente, riproporre l’antico gioco “delle tre carte”; attraverso le quali, si distrae l’attenzione dell’interlocutore di turno, si produce interesse per un “particolare” e, alla fine, vince sempre il banco!
In effetti, il sospetto che si tratti dell’ennesima rappresentazione di un gioco delle parti - già brillantemente interpretato dagli stessi attori, sebbene a ruoli invertiti - è abbastanza fondato; basti rilevare che, se Brunetta e Sacconi si sono immediatamente “dissociati” dalle parole di Tremonti, il capo indiscusso della coalizione di governo, ha, addirittura, dichiarato di condividere l’ipotesi del ministro del Tesoro. A rischio di smentire, in modo clamoroso, il frutto delle politiche neo-liberiste che, nel corso dei governi Berlusconi, hanno ridotto la “flessibilità” a sinonimo di “precarietà”!
In questa sede, però, non è mia intenzione dedicare altra attenzione alla sortita di Tremonti; m’interessa approfondire un tema recuperato, nell’occasione, da Tito Boeri.
Si tratta dell’ennesima riproposizione, in alternativa al “posto fisso”, del c.d. “Contratto unico”.
Naturalmente, prima di esporre i motivi di dissenso, è opportuno evidenziare, in estrema sintesi, le principali caratteristiche della proposta Boeri.
Reputo (anche) utile rilevare che, curiosamente, una soluzione sostanzialmente identica, era stata avanzata, oltre che da Pietro Ichino - autorevole consulente di Ignazio Marino - anche da Tiziano Treu (sostenitore di Franceschini) e da Enrico Letta (sponsor di Bersani). E’ evidente, quindi, che il “contratto unico” riscuote il consenso dell’intero Pd!
In pratica, la proposta prevede l’introduzione di una nuova tipologia contrattuale.
Un (nuovo) contratto di lavoro a tempo indeterminato, che sostituirebbe l’attuale, caratterizzato da tre distinte “fasi”.
La prima, costituita da un “periodo di prova”, della durata (per tutti) di sei mesi;
la seconda, rappresentata da un periodo di c.d. “inserimento”, della durata di trenta mesi e, infine, la “stabilizzazione”, alla scadenza del triennio.
La prima considerazione da fare è che, in effetti, con la formula del contratto unico, il rapporto di lavoro “a tempo indeterminato” - così come oggi concepito - si realizzerebbe (probabilmente) soltanto al compimento dei trentasei mesi.
Il condizionale è d’obbligo, perché nulla garantisce il lavoratore circa la possibilità che, al compimento della fase di inserimento, il datore di lavoro decida di “stabilizzare” il rapporto!
Procedendo per punti, assunto che - come a tutti noto - durante il periodo di prova il datore di lavoro può rescindere il contratto in qualsiasi momento, in modo unilaterale e senza alcun obbligo nei confronti del lavoratore, è opportuno rilevare che un periodo uguale per tutti e così lungo, appare assolutamente ingiustificato.
Dal punto di vista dell’uniformità, perché sono inspiegabili i motivi per i quali la durata della “prova” di un usciere, o di un commesso, debba essere uguale a quella prevista per un tecnico informatico, o per un dirigente.
Sulla durata - pari a quella attualmente prevista per i dirigenti - si pone un altro tipo di considerazione.
In effetti, se la motivazione è rappresentata dalla necessità di consentire al datore di lavoro di meglio valutare e approfondire le capacità tecnico-professionali del lavoratore, l’allungamento del periodo di prova - con conseguente “dilatazione” del periodo durante il quale è possibile la rescissione unilaterale del rapporto di lavoro - appare, a mio parere, strumentale.
Infatti, considerata la molteplicità di tipologie contrattuali al momento disponibili, a partire dal contratto a termine “riformato” - che è stato sostanzialmente liberalizzato e non richiede più, come per il passato, una “causale” oggettiva - anche il datore di lavoro più esigente dispone (già) di ampia discrezionalità e tempi di verifica; consentendo, contemporaneamente, la regolare instaurazione del rapporto di lavoro subito dopo il superamento dei periodi di prova (sufficientemente ampi, a mio avviso) previsti dalle attuali norme contrattuali.
Per quanto riguarda, invece, il periodo di inserimento, è appena il caso di sottolineare che esso corrisponde, in sostanza, a una vera e propria “moratoria” rispetto all’applicazione dell’art. 18 dello Statuto e dell’art. 8 della legge 108/90!
Infatti, l’ipotesi di riforma, così tenacemente sostenuta da Boeri, Ichino e &, prevede che nel corso dei trenta mesi di “inserimento”, il lavoratore ha titolo a opporsi al solo licenziamento di tipo “discriminatorio”; nulla potendo obiettare a un licenziamento senza “giusta causa” o “giustificato motivo soggettivo”!
Rispetto a questo secondo punto, credo sia noto a tutti - in primis ai sostenitori della nuova tipologia contrattuale - che, a un lavoratore licenziato, risulta sempre difficilissimo, se non impossibile, superare l’onere della prova della natura “discriminatoria” (motivi religiosi, sessuali, razziali, ecc) del provvedimento adottato dal proprio datore di lavoro.
Resterebbe la (magra) consolazione, al lavoratore licenziato, di percepire un indennizzo monetario, commisurato alla durata del rapporto di lavoro interrotto.
Alla scadenza delle prime due fasi, per (finalmente) concludere, in modo positivo, l’iter del contratto unico - dopo tre anni di “soggezione” e “speranza” - il lavoratore potrebbe solo sperare nella disponibilità del datore di lavoro ad assumerlo, questa volta effettivamente, a tempo indeterminato.
In definitiva, considerati i principali aspetti della proposta in discussione, appare del tutto condivisibile la posizione di coloro che ritengono il contratto unico assolutamente inadeguato, ma, soprattutto, ingiusto, a risolvere il c.d. “dualismo” esistente tra i lavoratori che “godono” di garanzie e tutele e quanti, invece, ne sono privi o lo sono in modo insufficiente.
Ritengo, infatti, che per superare le disparità, oggi esistenti tra gli “insider” e gli “outsider” - come amano definire i lavoratori, i sostenitori della riforma - debbano essere perseguite altre soluzioni, piuttosto che uniformare “per difetto” i diritti e le tutele.
Un altro motivo di critica, nella valutazione complessiva del contratto unico, è relativo ai ricorrenti riferimenti che, i sostenitori della proposta, fanno a provvedimenti adottati alcuni anni or sono nella vicina Francia.
E’, difatti, frequente il ricorso alle (pseudo) similitudini che accomunerebbero il contratto unico al Contratto di nuova assunzione (Cne) e al Contratto di prima assunzione (Cpe) introdotti, rispettivamente, nel 2005 e nel 2006.
In realtà, la nostra nuova tipologia contrattuale sarebbe, addirittura, peggiorativa rispetto ai due nuovi contratti di lavoro che, appena introdotti in Francia, produssero comunque le proteste di milioni di lavoratori e studenti.
Questo perché, anche se i tre provvedimenti sono simili nel prevedere - dopo il periodo di prova - una successiva fase di “inserimento” (in Italia), o di “consolidamento” (in Francia) e la facoltà dei datori di lavoro di rescindere in qualsiasi momento il rapporto di lavoro, presentano, in effetti, notevoli differenze.
Infatti, il Cpe può essere utilizzato da tutte le imprese del settore privato - escluse le stagionali e quelle con meno di venti dipendenti - per l’assunzione di giovani al di sotto dei ventisei anni. Il Cne, invece, è riservato alle c.d. “piccole imprese” (fino a venti addetti) ed è rivolto a lavoratori di qualsiasi età.
E’ evidente, quindi, che il contratto unico - rivolto a tutti i lavoratori, di ogni età, di qualunque settore produttivo e senza alcun limite dimensionale delle aziende - non presenta nessuna similitudine, né con il Cpe, né con il Cne. Anzi, ne rappresenta una sorta di “effetto cumulo” delle specifiche negatività.
Tra l’altro, non è secondario rilevare che i due contratti introdotti in Francia, a differenza della proposta italiana, hanno una durata massima di ventiquattro mesi!
In definitiva, in aggiunta a tutto quanto (di peggio) c’è da temere dal Berlusconi IV, se questa del contratto unico, tanto nella versione Ichino, quanto in quella Boeri, dovesse continuare a rappresentare l’ipotesi di riforma del mercato del lavoro prospettata dal Pd, ci sarebbero, evidentemente, gravi motivi di preoccupazione per il futuro dei lavoratori italiani!
Per concludere, con un’esortazione di carattere politico rispetto alla sortita di Tremonti sul “posto fisso”: per dimostrare che le sue non sono state “parole dal sen fuggite”, si renda promotore di un ampio confronto (rappresentanze sindacali - forze politiche - giuristi - economisti) che rivitalizzi una riflessione sulle (nefaste) conseguenze delle politiche del lavoro adottate dai governi Berlusconi che, agli obiettivi di Lisbona - che restano un miraggio - hanno sacrificato diritti e tutele.

Renato Fioretti
Collaboratore redazione Lavoro e salute